I filmati parlano chiarissimo. E gli audio purtroppo ancora di più, nel riportare gli agghiaccianti cori che domenica 8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna, sono stati intonati dal collettivo transfemminista di Non una di meno in prossimità della sede di Pro vita & famiglia a Roma. «Le sedi di Pro vita si chiudono col fuoco», sono le parole urlate dai manifestanti, che non contenti hanno precisato, «ma coi Pro vita dentro sennò è troppo poco. E se un Pro vita muore: champagne! E se non muore: molotov!».
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
Il ‘68 italiano compie 60 anni. Sì, perché la contestazione studentesca da noi è iniziata prima: nel gennaio 1966, con l’occupazione per oltre due settimane della facoltà di Sociologia di Trento. C’erano Mauro Rostagno, Renato Curcio, Mara Cagol. E c’era anche Paolo Sorbi, che il 26 marzo di due anni dopo si rese protagonista di un episodio clamoroso, passato alla storia come «controquaresimale»: la contestazione a squarciagola, nel Duomo trentino, dell’omelia del celebrante. Poi Sorbi e compagni furono di lì a poco fatti uscire dalla cattedrale, ma quell’episodio ha segnato per sempre l’immaginario della contestazione trentina e non solo. Per fare un bilancio di quell’evento e di quel periodo, La Verità ha contattato proprio Sorbi, che oggi ha 83 anni, è stato dal 1996 al 1999 vicepresidente dell’Irer - Istituto regionale di ricerca della Lombardia -, e docente di Sociologia generale all’Università Europea di Roma. Collaboratore di Avvenire, ha scritto vari saggi sulle tendenze del mondo contemporaneo e ha pubblicato i volumi Ecclesia 2000 (1993), Emergenza antropologica (2012) e Poveri e capitale (2019), con prefazione di Mario Tronti. Sotto la sua presidenza, dal 2006 al 2010, il Movimento per la Vita ambrosiano ha ricevuto l’Ambrogino d’oro. Come ci riconferma nella nostra conversazione, era e si sente ancora oggi uomo di sinistra, ma non lesina critiche sia alla stagione della contestazione, vissuta da protagonista, sia alle derive odierne della sua area.
Cosa ricorda della prima occupazione di Sociologia del gennaio 1966?
«In un contesto di grandi speranze sul futuro - c’erano grandi industrie, lo sviluppo di tutto ciò che era legato alla metalmeccanica, fino alla chimica e al petrolio, e con una popolazione italiana e anche trentina, in crescita demografica - si inserì una prima frattura in alcune università, alcune in Francia e alcune negli Stati Uniti, perché c’era la guerra sbagliatissima degli americani in Vietnam, e noi a Trento cominciammo una mobilitazione sulle questioni della solidarietà ai Vietcong, questo era il contesto».
Perché occupavate?
«La prima occupazione fu un’occupazione internazionalista, non con obiettivi interni all’università, ma di solidarietà. E a parte l’internazionalismo che era molto importante, si era anche messo in evidenza il disagio degli studenti per il riconoscimento della facoltà in Sociologia e non facoltà che dava lauree in Scienze sociali, che noi non volevamo. Quindi due livelli: un livello interno, ma molto importante era il livello esterno, internazionale, in una società trentina e italiana molto aperta alla crescita economica».
Nel suo «controquaresimale» nel Duomo di Trento del marzo del ‘68, urlando «non è vero», interruppe il celebrante mentre criticava l’Unione sovietica e i gulag. Cosa c’era di «non vero» nelle sue parole?
«La domanda è fuori luogo».
Perché?
«Perché io volevo comunque fare un’interruzione alla liturgia. Il mio essere cristiano allora e ancora oggi praticante è determinante. Il problema che noi studenti cristiani avvertivamo, in modo eccessivamente pessimista, era quello della lentezza dell’attuazione del Concilio Vaticano II».
Quindi lei contestava il contenuto e non le parole del celebrante contro l’Unione sovietica.
«Le parole del frate erano assolutamente un puro pretesto, io volevo interrompere una liturgia perché venisse fuori che il Concilio andava troppo a rilento nella sua attuazione. E lì sbagliavo io».
Il frate, Igino Sbalchiero, rimase così turbato quel giorno che poi non predicò più.
«Mi dispiace tantissimo, gli chiedo ancora perdono».
Cos’è stato il movimento di Trento?
«È stata una formidabile scuola politica di creazione di una classe dirigente. Il movimento ha creato una classe dirigente, sia trentina – e ci tengo molto a dirlo perché i trentini mi sono molto simpatici – sia nazionale. Quindi il movimento di Trento ha avuto una funzione nazionale».
Da come parla sembra quasi voler rivendicare quella stagione.
«No, non rivendico affatto tutto. Io critico buona parte di quella contestazione di cui ho fatto parte come protagonista».
Che cosa ci fu di non positivo?
«Le questioni non positive sono molto ampie, nel senso che tutto il movimento del ‘68 è stato intriso di un estremismo che, come spesso ci dicevano i comunisti italiani e i democratici cristiani, cioè i due grandi partiti, non andava a parare a niente. Una formazione che il movimento del ’68 criticava e che io invece ho recuperato quando sono uscito dal Partito comunista era la cultura del limite. Nel ‘68 non era chiaro che il nostro estremismo portava a una illimitata libertà, che è sbagliato».
Perché?
«Perché la libertà si deve collegare con la verità razionale. La libertà deve essere sempre intrecciata con la razionalità».
C’è anche da dire che il vostro estremismo, di cui parlava poc’anzi, sfociò spesso nella violenza
«A Trento no, non ci furono quasi scontri. Ma certo ha ragione lei, vedendo quello che invece è successo in molte città italiane, specialmente Roma e Milano».
Che ricordo ha di Mauro Rostagno?
«È stato un mio carissimo amico, ho un ricordo fraterno di Mauro, di tante sue cose, siamo stati insieme quei quattro anni formidabili a Trento, dal ‘64 al ’68. Poi Mauro ebbe una certa “fase indiana” che io non accettavo e glielo dissi qui a Milano tante volte. Dopo ritornò dall’India deciso a re-impegnarsi nella lotta contro la mafia, cosa che ho apprezzato tantissimo. Poi è stato ucciso dalla mafia».
Cosa non condivideva della «fase indiana» di Rostagno?
«Tutto questo irrazionalismo, che era una delle componenti del ‘68».
Tra gli studenti di Sociologia c’era anche chi prese già allora le distanze dalla contestazione; come Renzo Gubert, futuro docente universitario e parlamentare del Popolo della libertà.
«Io con Renzo mi sono sentito tantissime volte, anche perché Renzo è un pro life e quindi mi è, diciamo, molto simpatico. Però non ha capito il movimento in cui era capitato, non l’ha capito. Doveva stare con me e Marco Boato, invece ha voluto fare la rottura e con la rottura è stato praticamente fuori dal movimento».
Come hanno reagito i suoi ex compagni della contestazione al suo ripensamento su quegli anni?
«In realtà, ci siamo rivisti alcune volte ma non ne abbiamo parlato. Ciò che è invece dolorosissimo nella mia vita è l’incomprensione di tanti cattolici progressisti che non capirono l’importanza enorme di sollevazione della questione antropologica da parte di Giovanni Paolo II e da parte del cardinale Ratzinger».
Sinlolare che un leader del ’68 elogi Wojtyla e Ratzinger.
«Sono stati i campioni culturali della nuova fase dopo la lotta di classe: quella della persona umana. Sa chi si rese conto di questa innovazione culturale? I vecchi comunisti: Beppe Vacca, Mario Tronti, Pietro Barcellona e io. Il Corriere, in modo simpatico, ci ha definiti i “marxisti ratzingeriani”, cosa verissima».
A sinistra però non sembra siate stati molto capiti.
«Nella vecchia sinistra del Partito comunista italiano ci hanno capito molto bene, non invece nella nuova sinistra, compresa la sinistra cristiana, ci tengo a dirlo. Ma non mi faccia fare cognomi altrimenti suscito un terremoto. Io fui molto emarginato perché non si capì che la questione antropologica era la vera radice culturale per ricostruire una sinistra a livello della società tecnologico digitale. Invece oggi vediamo la miserabile linea culturale e politica del Pd, ormai diventato irreversibilmente un’organizzazione liberal-democratica di sinistra radicale».
Perché la sinistra perde?
«La sinistra perde per una questione di politica culturale, non di politica economica. E continuerà a perdere nel mondo se non rimette in discussione la questione antropologica che deve essere una questione senza limiti di libertà: è sbagliato vedere la libertà senza il rapporto con la razionalità e la verità della razionalità».
Lei è passato dal ’68 alle battaglie pro life. Non c’è contraddizione?
«È una domanda molto giusta. Certo, c’è per la sinistra dominante di oggi, che è liberal-democratica radicale, c’è una totale incompatibilità e per questo io mi sono appartato, aspettando il loro crollo, che arriverà presto».
E come crollerà, per una débâcle elettorale o per un cambio di leadership?
«Un misto di queste cose, non mi faccia fare il profeta, perché la politica non ha bisogno di profezie, ma ha bisogno di speranze e di organizzazione»
Chi sono oggi, se ci sono, gli eredi di voi sessantottini?
«Noi del giro del ’68 di Trento consideriamo gli eredi del nostro movimento gli studenti di Hong Kong, quelli dove è stato arrestato pochi giorni fa un grande editore, protagonisti della Rivoluzione degli ombrelli, un movimento anti-autoritario nella realtà dei comunisti cinesi e che, purtroppo, è stato distrutto».
Che cosa ne pensa dell'ideologia gender?
«Malissimo!».
Perché?
«Ha già capito, sono contro».
Cosa ne pensa di Papa Leone XIV?
«Bene. Ma sono stato un grande innamorato di papa Francesco, che era proprio la linea che recuperava quello che io chiamo il nazional popolare, che è la piattaforma pre politica della vecchia sinistra operaia».
Però le piace anche Leone.
«Io sono un continuista, mi schiero perché non c’è rottura neanche tra Benedetto XVI e papa Francesco. Sono sciocchezze quelle della rottura».
Un’ultima cosa: è vero che ha ancora il basco che indossava la sera del «controquaresimale»?
«Certo, anche stamattina l’ho portato perché faceva molto freddo a Milano».
«Le politiche della California interferiscono in modo sostanziale con il diritto dei genitori di educare i propri figli». È una bocciatura molto pesante, quella che lunedì sera la Corte suprema degli Stati Uniti, in una decisione presa a maggioranza - 6 a 3 - sul caso Mirabelli v. Bonta, ha inflitto al comparto scolastico californiano. Che è stato silurato perché non solo scavalcando le famiglie, ma tenendole pure all’oscuro, favoriva il «cambio di sesso» dei minori. Da un lato non informando di tali intenzioni dei loro figli papà e mamma e, dall’altro, impiegando disinvoltamente pronomi non corrispondenti al sesso biologico degli stessi.
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.





