Eutanasia se hai l’anca rotta. La deriva canadese dimostra i rischi della legalizzazione
- Da noi si torna a parlare di una legge sulla morte assistita. A Ottawa, dove c’è dal 2016, ormai è la causa del 5% dei decessi. E viene proposta anche a chi è sulla sedia a rotelle.
- L’attivista Alex Schadenberg: «Molte persone non autosufficienti hanno paura a presentarsi in ospedale, perché il suicidio viene loro presentato come un’opzione. Nel 2027 toccherà ai malati mentali e ai “minorenni maturi”».
- Dal 2002 ad oggi nei Paesi Bassi la pratica è aumentata di oltre il 430%. E dal 2005 vengono coinvolti i bambini. A Bruxelles invece l’incremento è stato del 1.000%.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il 2026 rischia di essere per l’Italia l’anno della morte assistita. Infatti, per quanto pochi giorni fa, con la sentenza 204/2025, la Corte Costituzionale abbia dichiarato la parziale illegittimità della norma in materia della Regione Toscana, nessun passo indietro è stato fatto, anzi, dalla Consulta rispetto ai precedenti e reiterati moniti al Parlamento a legiferare al riguardo. Larga parte della stessa maggioranza di centrodestra al governo, del resto, pare essersi ormai persuasa della «necessità di una legge sul fine vita». Staremo ora vedere cosa ci riserverà il nuovo anno.
Quel che è certo è che, prima di approvare una norma, farebbe bene ai nostri parlamentari dare un semplice sguardo a dove una legge sul fine vita effettivamente c’è - ed ormai da dieci anni: il Canada. Un Paese che, anche in ragione delle sue bellezze naturali e paesaggistiche, viene spesso guardato con ammirazione, ma che oggi si trova a dover fare i conti con un problema piuttosto serio: il dilagare epidemico dell’eutanasia.
I numeri, come si dice in questi casi, parlano chiaro. Anche troppo: da quando la procedura di morte assistita (Maid) è stata introdotta, nel 2016, poco meno di 76.500 persone (76.475 il numero esatto), vi hanno fatto ricorso ottenendola. Solo nel 2024 i cittadini che hanno «beneficiato» del servizio sono stati 16.499 - cifra che equivale al 5% di tutti i decessi del Paese. Degno di nota è inoltre il fatto che un quarto di quanti accedono alla morte su richiesta non sperimenta neppure le cure palliative. Viene direttamente eliminato. Si potrebbe pensare che ciò accade perché sono situazioni in cui le condizioni di chi chiede di morire sono così disperate che la morte assistita viene subito concessa.
Chi la pensa così dovrebbe però spiegare come mai, a pagina 11 di un rapporto della Commissione sul fine vita del Québec con cui sono stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all’aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell’anca». «Fu presentata ai canadesi come un’opzione eccezionale per una morte naturale già imminente. Come è possibile che la morte assistita oggi sia diventata così popolare?», si è chiesta la giornalista Sharon Kirkey in un articolo pubblicato la vigilia di Natale sul National Post.
In effetti il punto ora è questo: com’è possibile che, in pochi anni, il Canada sia diventato la Mecca planetaria dell’eutanasia? Le spiegazioni possibili sono tante. Di certo non ha arginato il fenomeno il fatto che, non appena la morte assistita fu legalizzata, nel 2016 come si diceva poc’anzi, ci sia stato subito chi si è messo a fare due conti per sottolineare quanto avrebbe fatto risparmiare ai contribuenti. Il riferimento è ad uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal a firma di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, i quali, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, avevano quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l’anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche.
Da parte loro, Trachtenberg e Manns avevano sottolineato di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire - e ci mancherebbe -, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. Un peso nel dilagare mortifero dei decessi on demand l’ha avuto, in Canada, di certo pure la secolarizzazione, che se da un lato è già correlata all’aumento dei suicidi e di quelli che i sociologi chiamano «morti per disperazione» - overdosi, abuso di alcool, ecc. -, dall’altro certamente non contrasta, anzi, il trend della «dolce morte». A diffondere poi la morte assistita ci ha pensato la stessa legge, che l’ha introdotta ma in modo non sufficientemente preciso; di qui i numerosi abusi ed eccessi.
«Ci sono abusi ed eccessi anche nei Paesi Bassi e in Belgio», spiega alla Verità Alex Schadenberg dell’Euthanasia prevention coalition, intervistato più approfonditamente nella pagina accanto, «ma in Canada la legge, fin dall’inizio, è stata priva di una vera definizione. Pertanto, il gruppo pro choice Dying With Dignity affermerebbe che la legge prevede rigide garanzie mentre, invece, ne prevede poche o nessuna, poiché priva d’una definizione». «Inoltre», continua l’attivista canadese, «la legge stabilisce che il medico o l’infermiere specializzato debbano solo essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge. Ciò significa che è impossibile controllare la legge - anche nelle circostanze più gravi - perché il medico dirà alle autorità di essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge». «Infine», conclude con parole forti Schadenberg, «ci sono diversi medici che sono diventati di fatto assassini professionisti, il che significa che questo è quasi tutto ciò che fanno. Si vantano di quanto amano uccidere. Questo è a dir poco spaventoso».
In effetti, c’è poco da stare tranquilli in un Paese dove la morte assistita, più che concessa, viene proposta. Si prenda quanto avvenuto a Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo. Ebbene, nel 2018 l’uomo si era trovato dinnanzi ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale e il governo dell’Ontario, producendo pure due audio (uno del 2017, l’altro del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Caso isolato? Non esattamente.
Per maggiori informazioni chiedere all’atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua d’un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Lo scorso dicembre proprio sulla Verità si era poi raccontata l’assurda vicenda di Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l’operazione di cui ha bisogno, motivo per cui la donna si è imbarcata in una eterna lista d’attesa a fronte della quale, disperata, ha provato a chiedere il suicidio assistito: richiesta accettata. Forse perché nel Canada diventato la patria della morte on demand non è raro crepare in attesa di cure.
Secondo i dati diffusi a fine novembre dal think tank canadese SecondStreet.org, infatti, solo tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti – 23.746, il numero esatto – che erano nelle liste d’attesa per le cure. La cosa più tragica è che perfino l’opinione pubblica si è ormai assuefatta all’idea che, a certe condizioni, le persone siano più che altro un costo. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile che nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d’accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti: è la cultura eutanasica e produrre questi frutti. Con tutto il rispetto per la Consulta, ci pensino bene i nostri parlamentari prima di spalancare le porte a simili scenari. Perché non si potrà più dire che non si sapeva.
«Dissero che era per i casi terminali. Adesso fanno pressione sui disabili»
Si possono esaminare dati, studi scientifici e report, anzi è doveroso farlo per mettere a fuoco il fenomeno nel suo insieme; ma se si vuole scavare più in profondità, non c’è modo migliore per capire davvero la piaga della morte assistita in Canada se non, va da sé, parlarne con un canadese. Possibilmente con qualcuno che anche segua e monitori la questione con costanza. Proprio per questo, La Verità ha contattato Alex Schadenberg, 57 anni, attivista nato a Woodstock, Ontario, e grande conoscitore di questi temi in quanto direttore esecutivo dell’Epc, acronimo che sta per Euthanasia prevention coalition.
Schadenberg, come descrive la realtà del suicidio assistito in Canada?
«L’eutanasia è stata legalizzata in Canada nel 2016 con la promessa di essere strettamente controllata e limitata alle persone malate terminali e sofferenti. Fin dall’inizio, la norma è stata però poco circoscritta e ha iniziato a espandersi immediatamente; il che significa che la morte assistita veniva data a persone con una condizione terminale ma che non sarebbero morte a breve. La legge è stata poi ampliata nel 2021 includendo persone che non sono malate terminali, ma piuttosto affette da una “condizione medica grave e irreparabile” non definita, e l’estensione del 2021 ha incluso anche l’eutanasia per le sole malattie mentali, la cui attuazione è stata ora posticipata a marzo 2027».
Tutto questo, a livello pratico, che cosa sta comportando?
«Nel 2025 si sono contati decessi per eutanasia di persone con disabilità che vivevano in condizioni di senzatetto, povertà o difficoltà a ottenere cure mediche. Alcuni dei medici canadesi ora sono specializzati nell’eutanasia, il che significa che sono coinvolti in molti decessi e tendono a somministrare la morte in modo più diffuso».
Quali sono le prossime frontiere?
«Le prossime frontiere della legge canadese sull’eutanasia, come già dicevo poc’anzi, sono l’implementazione dell’eutanasia solo per malattie mentali - prevista per marzo 2027 -, l’estensione della legge alle richieste anticipate di eutanasia, il che significa che i medici potranno sopprimere una persona incapace che aveva precedentemente richiesto la morte mentre era ancora in grado di intendere e di volere, e ai bambini definiti “minori maturi”».
Il dilagare della morte assistita nel Paese che conseguenze sta avendo verso malati e disabili?
«Il punto è che le persone con disabilità, da marzo 2021, hanno diritto all’eutanasia in base a una “condizione medica grave e irreparabile”, non definita dalla legge. Ci sono ormai molte storie di persone con disabilità esortate a chiedere l’eutanasia, tra cui Roger Foley e Heather Hancock, solo per fare due nomi. Poiché molte persone con disabilità vivono in povertà o hanno difficoltà a trovare un alloggio a prezzi accessibili, spesso si sentono già svalutate. Se a tutto questo si aggiunge la crisi sanitaria canadese - con le persone con disabilità che hanno grandi difficoltà a ricevere le cure di cui hanno bisogno - si comprende come l’eutanasia legalizzata stia minacciando la loro vita».
In Canada le persone si rendono conto degli amari frutti della mentalità eutanasica?
«Notiamo che alcuni gruppi riconoscono i cambiamenti avvenuti in Canada dopo la legalizzazione dell’eutanasia. C’è per esempio un gruppo di veterani di guerra che ha reagito pubblicamente quando, al posto delle terapie di cui aveva bisogno, si è sentito offrire la morte assistita. Non solo. Ci sono persone con disabilità che hanno paura di andare in ospedale. Durante un’audizione della Commissione Finanze del parlamento canadese, Krista Carr, ceo di Inclusion Canada, una federazione nazionale di persone con disabilità, ha dichiarato testualmente: “Le persone con disabilità hanno oggi molta paura, in molte circostanze, a presentarsi al sistema sanitario con problemi ricorrenti, perché spesso la morte assistita viene loro proposta come soluzione a quella che è considerata una sofferenza intollerabile, causata da problemi come la povertà e le situazioni in cui le persone con disabilità si ritrovano in modo sproporzionato rispetto agli altri canadesi”».
In tutto questo, che ruolo giocano i mass media?
«I principali media, per la maggior parte, sostengono pienamente l’eutanasia, nonostante siano stati scritti molti articoli che ne mettono in discussione le modalità di attuazione. È molto difficile che il nostro punto di vista, in Canada, trovi spazio sui media tradizionali».
In Italia il Parlamento sta discutendo, a seguito di diverse sentenze della Corte Costituzionale, di introdurre una legge sul suicidio assistito. Che cosa direbbe ai parlamentari italiani?
«Il mio messaggio all’Italia è di non legalizzare l’eutanasia o il suicidio assistito. Quasi tutti gli ordinamenti che hanno legalizzato la morte assistita, anche se lo hanno fatto con “buone intenzioni”, hanno successivamente ampliato la legge. Le leggi vengono ampliate dalla pratica, il che significa che un medico esegue l’atto in un caso controverso e, quando non succede nulla, altri seguono l’esempio. Si comportano anche come se fossero costretti ad ampliare la legge sulla base di discriminazioni. Una volta legali, si sostiene che le “restrizioni” siano in realtà discriminatorie perché negano pari opportunità di accesso alla legge. Anche esaminando le leggi americane sul suicidio assistito, vediamo questo fenomeno».
Troppi abusi pure in Olanda e Belgio
Guardando l’inchiesta proposta su queste pagine, uno potrebbe farsi l’idea che eccessi ed abusi legati all’eutanasia legale siano una grana canadese. Ebbene, non è così dato che scenari non diversissimi avvengono anche in Europa, come dimostra l’esperienza dei Paesi Bassi e quella del Belgio. Iniziamo coi Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare la pratica eutanasica.
La prima cosa che balza all’occhio è una costante impennata del numero dei casi di «dolce morte». Se infatti in Olanda nel 2002 si registrarono 1.882 di questi decessi, nel 2024 essi erano lievitati a quasi a poco meno di 10.000 (9.958) - con una crescita di circa il 430%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto già appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Non è finita.
Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto ad essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, che finisce per colpire anche i soggetti più deboli: i bambini. Lo prova l’avvenuta approvazione, nel giugno 2005 da parte dei Pediatri dei Paesi Bassi, del Protocollo di Groningen, che sono delle linee guida per l’eutanasia infantile. Cosa che, da quelle parti, era comunque già realtà anche prima. Diversamente Eduard Verhagen, l’autore del suddetto protocollo, non avrebbe potuto ammettere, come ha fatto sulle colonne del New England Journal of Medicine del 10 marzo 2005, che su 1.000 bambini che già allora morivano nel loro primo anno di vita, 600 - quindi il 60%, vale a dire ben oltre la metà - smettevano di vivere in conseguenza di una decisione eutanasica.
La situazione non è più rosea in Belgio, dove la «dolce morte» è stata legalizzata dal Parlamento nel 2003, crescendo poi esponenzialmente. Basti dire che nel 2024 si sono verificati quasi 4.000 casi (3.991), facendo segnare un’impennata del 16% rispetto all’anno precedente; impennata che, se invece si considera l’arco temporale dal 2003 al 2019, risulta superiore al 1.000%. Il risultato è che l’idea che esistano vite «indegne di essere vissute», anche in Belgio, è arrivata fino ai bambini. Ha fotografato bene questa sconvolgente realtà un articolo di cui quasi nessuno in Italia ha dato notizia, uscito sulla rivista scientifica Archives of Disease in Childhood - Fetal and Neonatal Edition – e commentato sul sito dell’European Institute of Bioethics – intitolato End-of-life decisions in neonates and infants.
Secondo quella pubblicazione, solo tra settembre 2016 e dicembre 2017, le decisioni sul fine vita avevano interessato 24 bambini di età compresa tra 0 e 1 anno di vita. 24 bambini vuol dire che il 10% dei piccoli morti entro il loro primo anno di vita, nelle Fiandre, è venuto a mancare sulla base di una decisione precedente, sfociata in un trattamento attivo come un’iniezione letale. Tale percentuale, oltre ad essere elevata, certifica un aumento dato che in rilevazioni effettuate tra il 1999 e il 2000, essa risultava essere del 7%. L’eutanasia infantile, di cui si è già detto parlando dell’Olanda, si è dunque radicata pure in Belgio. E tutto lascia immaginare che, se l’Italia nel 2026 aprisse alla morte assistita, l’eutanasia infantile – anche se non subito, il tempo che l’opinione pubblica possa gradualmente abituarsi a considerare l’idea – verrebbe proposta anche da noi. Vogliamo davvero arrivare a questo?
- Spunta anche la mangiatoia rossa «contro i femminicidi» E nel Varesotto un gruppo di giovani devasta le statuine.
- Il primo a voler dare una rappresentazione concreta delle condizioni in cui è venuto al mondo il Salvatore fu San Francesco, dopo un pellegrinaggio in Terra Santa.
- Il professore di filosofia morale Giacomo Samek Lodovici: «Chi modifica l’iconografia della natività, di Giuseppe, di Maria e di loro figlio perde di vista il tema centrale della solennità. Che è così profondo da potercisi soffermare all’infinito».
Lo speciale contiene tre articoli.
Lo scrittore Giovannino Guareschi se ne costruì uno di cartone nel lager dov’era internato. Il nonno e il padre di Pupi Avati rischiarono di farsi fermare dai nazisti, nel Natale 1943, pur di reperire il materiale per allestirlo per quel bimbo che un giorno avrebbe fatto il regista. La poetessa Alda Merini ricordava con nostalgia di quando, fanciulla, «pregava davanti alla statuina» di Gesù. C’è poco da fare: il presepe è nel cuore degli italiani. Che, nonostante il vento della secolarizzazione, continuano a prepararlo nelle loro case. Purtroppo la riproduzione della Natività è però anche soggetta, ormai da diversi anni, a manipolazioni ideologiche di non poco conto, che piegano l’allestimento della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello a istanze immigrazioniste, pro Lgbt e chi più ne ha più ne metta.
Quest’anno in Italia il primato della creatività, si fa per dire, l’ha avuto don Vitaliano Della Sala, il quale in una chiesa a Capocastello di Mercogliano, Avellino, ha predisposto un presepe per «Gesù Bambina». «Voglio far discutere, lanciare un messaggio, la Chiesa deve trasformarsi», ha dichiarato il sacerdote da anni protagonista di iniziative di tenore provocatorio, «ho pensato di mettere nel presepe Gesù femmina perché dobbiamo avviare una discussione sul ruolo delle donne, servono donne sacerdoti, Dio si incarna anche nelle donne, io non sono contro il presepe, ma lo reinterpreto». Ecco, che don Della Sala «reinterpreti» il presepe non c’è dubbio; viene però da chiedersi se davvero sia così originale «reinterpretarlo», dato che lo si fa ormai quasi ovunque.
Si guardi per esempio alla Grand-Place, la piazza centrale di Bruxelles, dove quest’anno è stato allestito un presepe «inclusivo» ideato dell’architetto d’interni Victoria-Maria Geyer nel quale, al posto dei volti delle statuine principali, ci sono pezzi di stoffa multicolore per creare, appunto, «un mix inclusivo di tonalità della pelle». Ancora più creativi sono stati presso la Lake Street Church, a Chicago, dove si è pensato bene di predisporre un presepe per protestare contro le azioni di rimpatrio dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione. Per questo San Giuseppe e Maria sono presentati con una maschera antigas e Gesù Bambino con le mani legate da una fascetta, sdraiato su una coperta termica, mentre attorno a loro vigilano centurioni moderni, dotati di occhiali scuri e gilet verdi con la scritta «Ice».
Michael Dorgan di Fox News ha puntualizzato che le fascette sui polsi di Gesù Bambino «fanno riferimento diretto ai bambini che sono stati legati con le fascette dagli agenti durante un raid in un condominio di Chicago all’inizio di quest’anno». Sta di fatto che, stavolta, l’America non ha inventato nulla. Già dieci anni or sono, infatti, in Italia si allestivano allegramente presepi «rivisitati» per inneggiare all’accoglienza. Il riferimento è al presepe allestito nel 2015 all’interno del Tempio civico di Busto Arsizio: raffigurava immagini di profughi in cammino, padri e madri con bambini in braccio, barconi in mare e, al posto Gesù Bambino, in attesa della notte santa era stata deposta la foto di una mamma siriana. Per rafforzare il messaggio, l’anno successivo nel presepe preparato alla Casa della Carità via Brambilla, a Milano, si potevano vedere - alle spalle di Maria, Giuseppe e del Bambinello - decine di passaporti da ogni parte del mondo e di diversi colori, alcuni nuovi altri sgualciti a seguito delle traversie dei viaggi compiuti dai proprietari.
Quei primi tentativi di adattare la Natività alla causa immigrazionista hanno fatto scuola. Lo si è visto nei tanti presepi «per l’accoglienza» allestiti negli anni successivi, a partire da quello visto nel 2017 in piazza Zapelloni a Castenaso, nel Bolognese: il presepe - realizzato sulla base di un’idea venuta all’allora sindaco della cittadina emiliana, Stefano Sermenghi - vedeva l’inserimento di un gommone. E non per suggerire l’idea che Maria e Giuseppe potessero sognare vacanze marittime, bensì, come precisato da Sermenghi, per lanciare un segnale in favore di «un’accoglienza positiva nei confronti di chi arriva». Da allora in avanti la stessa idea del gommone è divenuta oggetto di rivisitazioni. Nel 2018 infatti a Trento, per l’esattezza davanti alla chiesa del Santissimo in via Corso 3 Novembre, la famiglia di Gesù si è trovata ospitata su una zattera; nel 2020 nel piazzale della chiesa di San Massimo, in via XX Settembre a Collegno, Torino, la Natività è invece stata accolta su un già più robusto barcone. Evoluto poi, nel 2022, in imbarcazione delle Ong, nel presepe allestito sul sagrato della parrocchia di San Bartolomeo della Beverara, quartiere Navile a Bologna.
Sbaglierebbe chi ritenesse però le rivisitazioni della grotta di Betlemme dove nacque il Bambinello possibili solo in chiave immigrazionista. C’è infatti, da tempo, anche la variante arcobaleno. Una delle prime in assoluto fu quella realizzata nel lontano 2012 in Colombia dall’analista politico Andrés Vásquez Moreno e dall’imprenditore Felipe Cárdenas Gonzalez, i quali - uniti civilmente allora da quattro anni - l’avevano allestita nella loro abitazione di Cartagena de Indias per sponsorizzare la legalizzazione del matrimonio gay; effettivamente arrivata, con una sentenza della Corte costituzionale, nel 2016. L’anno dopo, nel 2017, un altro presepe gay con due san Giuseppe vestiti ambedue di rosa fu poi postato su Twitter - attribuendolo all’inventiva dei suoi vicini di casa - dalla comica queer Cameron Esposito, «raggiante» per quell’avvistamento.
Manco a dirlo, il presepe Lgbt è da tempo presente anche da noi. Uno con «due mamme», per esempio, lo aveva allestito nel 2023 il già citato e infaticabile don Della Sala, sempre lui, di fatto eliminando - forse in omaggio alla lotta al patriarcato, chissà - la figura di San Giuseppe. Analogamente, lo stesso anno il partito politico +Europa aveva pubblicato sui suoi social un’immagine che ritraeva diverse natività alternative: tra queste una con due uomini e una con due donne, ma anche un’immagine di una ’mamma single’ e un’altra con una coppia bianca e un bambino nero. Il tutto accompagnato dalla scritta: «Il bello delle tradizioni è che possono cambiare».
Un’idea che non è chiaro quali consensi abbia portato a +Europa, di certo gli ha fatto perdere un’iscritta, uscita dal partito sbattendo la porta. Si tratta di Anita Likmeta, imprenditrice e scrittrice italiana nata in Albania, che su Facebook aveva reagito con queste parole alle manipolazioni del presepe: «Se +Europa pensa di difendere la diversità con ammiccamenti ipocriti alla tradizione, io per il ruolo della Madonna lesbica non sono disponibile. Addio a +Europa e buon suicidio politico (non assistito)!». La chiosa non sarà piaciuta a Marco Cappato, grande sostenitore della morte assistita, ma certo era graffiante. Proprio come graffiante, almeno nelle intenzioni dei collettivi studenteschi che l’avevano allestito nel 2015 a Torino, doveva essere un presepe «anti Lega» che ritraeva rispettivamente Matteo Salvini e Carlo Giovanardi come asinello e bue con accanto l’ex presidente della Regione Piemonte Roberto Cota nei panni di «pecorella» a vegliare su un Bambinello di colore con due Giuseppe. In quel caso, ci fu dunque una tragica sintesi della politicizzazione del presepe, della sua «reinterpretazione» sia in chiave Lgbt sia pro migranti. Un piccolo grande capolavoro ideologico, da allora mai più replicato. Sempre con un occhio all’ideologia, quest’anno l’Istituto di studi teologici e storico-sociali di Terni ha adagiato Gesù in una mangiatoia di colore rosso per richiamare «la lotta ai femminicidi». C’è invece chi i presepi li distrugge: è il caso del gruppo di ragazzi che ha vandalizzato quello allestito nella piazza centrale di Carnago, in provincia di Varese, per poi vantarsene sui social.
La tradizione inizia da san Francesco
Tutti, o comunque molti, sanno che il presepe è una invenzione di san Francesco d’Assisi. Meno nota risulta invece la storia che ha portato il Poverello a questa rivoluzionaria iniziativa, che da secoli attraversa la storia d’Italia e della cristianità, delle quali è divenuta un simbolo, in particolare durante il periodo natalizio. Da quanto riportano più fonti, tutto ebbe inizio da un viaggio in Terra Santa compiuto dall’Assisiate nel 1223. Un pellegrinaggio che gli lasciò dentro, una volta rimpatriato, il desiderio di realizzare qualcosa che rievocasse Betlemme; un desiderio che egli sentì di poter trasformare in realtà in un luogo che proprio Betlemme gli ricordava, vale a dire Greccio.
Peraltro, a Greccio Francesco sapeva di poter contare su un’amicizia significativa: quella col signore e castellano locale, il nobile Giovanni Velita. Secondo quanto riferiscono le Fonti francescane, circa due settimane prima della solennità natalizia il Poverello - galvanizzato anche dal fatto che poco prima, il 29 novembre, da papa Onorio III con la bolla Solet annuere aveva dato l’approvazione della Regola scritta per i confratelli - convocò Velita dandogli disposizioni ben precise. «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù», furono le parole dell’Assisiate - che anche per questa iniziativa aveva richiesto e ottenuto una approvazione papale -, «precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».
Da quanto ci è dato sapere, il signore di Greccio - servendosi d’una nicchia naturale - non realizzò propriamente un «presepe vivente», limitandosi a predisporre una greppia, colma di fieno, il bue e l’asino. Tuttavia, pare che l’impegno sia stato apprezzato anche dal Cielo che proprio la notte del 24 dicembre sembra abbia mandato in quel di Greccio una forte nevicata. Fu così quella santa notte si narra si sia creata una atmosfera incantevole e fiabesca, col bosco illuminato dalle fiaccole dei fedeli e dei frati accorsi per ammirare il presepe che, con tutte quelle presenze, di fatto sì divenne a tutti gli effetti «vivente». La cosa colpì molto i religiosi e lo stesso Poverello ne fu estasiato. «In quella scena commovente», ebbe infatti a commentare, «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme».
Va però precisato come quello realizzato da Giovanni Velita, più che un presepe in senso oggi comune, fosse una primigenia rappresentazione della Natività. Dunque, si potrebbe dire - per quanto indubbiamente riuscito - solo un primo e parziale esperimento, rispetto a quello che poi sarebbe divenuto il simbolo tanto caro agli italiani. Una svolta maggiore in tal senso la si è avuta quando, circa 70 anni più tardi rispetto a quella «prima volta» di Greccio, papa Niccolò IV, il primo pontefice francescano, commissionò allo scultore Arnolfo di Cambio quello che è ritenuto il primo presepe artistico in marmo della storia, creato per la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Un piccolo grande capolavoro ancora oggi conservato e visibile, ma che senza dubbio non sarebbe mai stato realizzato se, come dicevamo, decenni prima san Francesco d’Assisi non avesse maturato un desiderio e, in definitiva, un progetto che avrebbe segnato una svolta epocale.
«L’incarnazione di Dio è un mistero che non ha bisogno di aggiunte»
Non c’è modo migliore per provare a capire il fenomeno dei «presepi manipolati» che provare a parlare con un intellettuale che ben conosca anche la storia e i contributi sociali del cristianesimo. La Verità ha contattato Giacomo Samek Lodovici, professore associato di filosofia morale presso l’Università Cattolica di Milano nonché autore di più di 70 contributi scientifici - di etica fondamentale, di etica applicata, di antropologia filosofica -, di sei monografie e di testi proprio legati al tema, come Cristianesimo: ti siamo tutti debitori (Ida 2019).
Professore, ogni anno assistiamo a tentativi di «reinterpretare» il presepe, per renderlo più inclusivo, per così dire, verso le minoranze, siano esse gli immigrati o le persone Lgbt. Come giudica queste iniziative?
«Premesso che non posso giudicare le intenzioni di chiunque modifica il presepio, io non sono favorevole: queste versioni del presepe, come minimo, annacquano la sua finalità. L’inventore del presepe, cioè san Francesco, mise in scena il primo presepe vivente per aiutare la gente a comprendere in modo concreto il significato del Natale. Lo scopo del presepe è rammemorare, contemplare, e a qualcuno far conoscere per la prima volta, o comunque molto meglio, la nascita di Cristo, la nascita del Dio incarnato. Il presepe “attualizzato” viene, almeno in parte, depauperato del suo significato religioso. Talora viene trasformato in uno strumento politico».
Cosa non comprendono del presepe quanti ne presentano versioni «aggiornate»?
«Io non posso mettermi nella loro testa, però molti mi sembra che non colgano che questi presepi distolgono l’attenzione verso altri temi, giusti o sbagliati che siano, invece che concentrarla sull’inesauribile profondità del tema centrale del presepe: Cristo è vero Dio e vero uomo. Per farsi un’idea dell’inesauribilità di questo tema basti citare un solo esempio tra i tanti possibili: la terza parte della Summa Theologiae di san Tommaso d’Aquino. E la nascita di Gesù ha un ben preciso motivo, anch’esso da contemplare all’infinito: Cristo si incarna per poi versare il suo sangue per amore smisurato verso ogni persona, lasciandosi flagellare e crocifiggere. Ce n’è abbastanza per soffermarsi interminabilmente sul presepe, senza aggiungere altri temi».
La statuina di Gesù Bambino rappresenta solo, si fa per dire, un ornamento religioso o testimonia un elemento di civiltà?
«Il cristianesimo, a volte tradito da pessimi cristiani, ha introdotto per primo nella cultura, o ha rinforzato, alcuni cruciali concetti generatori di umanesimo e civiltà. Ad esempio il cristianesimo ha introdotto l’affermazione della dignità di ogni essere umano, anche delle donne. I Greci negavano la dignità alle donne, ai bambini, agli stranieri e giustificavano la schiavitù. Invece il cristianesimo include tutti nel gruppo degli esseri umani dotati di dignità incommensurabile. Gli stoici hanno sì riconosciuto l’uguaglianza di ogni uomo, però hanno sminuito la dignità umana per vari motivi lunghi da riassumere. Questo lascito del cristianesimo circa la dignità umana lo conferma anche Nietzsche, certo non sospettabile di simpatie cristiane, che critica l’affermazione cristiana della dignità umana; altri autori atei o agnostici invece l’hanno molto apprezzata, per esempio Karl Popper e Jürgen Habermas. Ma potrei menzionare altri concetti decisivi introdotti o valorizzati dal cristianesimo».
Quali? Alcuni esprimono inclusività?
«Per esempio la doverosità della premura verso tutti i malati - non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, eccetera -, la doverosità della solidarietà verso tutti i poveri - non solo verso quelli del proprio gruppo, religione, eccetera - e la doverosità della sollecitudine verso tutti coloro che subiscono oppressioni e ingiustizie. Ma non sono stato minimamente esaustivo sui concetti cruciali che il cristianesimo ha introdotto o rinforzato; talora - lo ripeto - tradito da pessimi cristiani».
Quali valori invece discendono, per così dire, dalle statuine - e in definitiva dalle figure - di Maria e Giuseppe?
«Sui valori incarnati dalla Madonna e contemplabili già nel presepe ci sono interi trattati. Mi limito solo a un punto: l’eccezionale valorizzazione di una donna rilevata anche da un ateo come Jean-Paul Sartre, in una sua opera teatrale di Natale. Ecco in che modo egli descrive come mettere in scena la Natività, che si può contemplare nel presepe: «La Vergine guarda il bambino […], il Cristo è suo figlio, carne della sua carne […]. L’ha portato in grembo per nove mesi, gli offrirà il seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. […] Lo stringe fra le braccia e dice: “Bambino mio”». E, prosegue Sartre, Maria pensa: “Questo Dio è mio figlio. È fatto di me, ha i miei occhi, la forma della sua bocca è la mia, mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio”. Quanto a san Giuseppe, anche qui senza poter essere esaustivo, egli incarna svariati valori, contemplabili nel presepio e a partire dal presepio: la fede in Dio, l’obbedienza a Dio, la fortezza, la premura e la responsabilità verso Maria e Gesù, l’umiltà silenziosa, la laboriosità».
Inoltre la presenza di pastori, di Re Magi e altre figure testimonia come il presepe sia costitutivamente «inclusivo», senza bisogno di adattamenti di sorta. Concorda?
«Sì, perché i pastori sono dei poveri e i Magi sono personaggi stranieri che rappresentano tutti i popoli e quindi si può contemplare nel presepe che Gesù non è venuto solo per qualcuno, ma per tutte le persone della Terra».
Una donna affetta da una malattia rara, ma tutt’altro che in fin di vita bensì semplicemente stanca di aspettare l’intervento chirurgico di cui avrebbe bisogno, arriva a chiedere - e ottiene - la morte assistita. Sembra assurdo che un caso simile possa esistere e, probabilmente, lo è. Peccato sia una storia vera: quella che vede suo malgrado protagonista Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l’operazione di cui ha bisogno. Per questo, la trentasettenne deve essere indirizzata fuori provincia, ma non può ottenere un’indicazione senza prima essere visitata da un endocrinologo e - di quelli della sua zona, alcune decine - nessuno accetta nuovi pazienti.
Di qui l’interminabile attesa, così interminabile da averla portata a chiedere la morte assistita. Che, a differenza del sospirato intervento, le è stata subito fissata. C’è già la data: il 7 gennaio 2026. Jolene Van Alstine ha scelto questa strada per porre fine a quello che, per lei, è un calvario: «I miei amici hanno smesso di venirmi a trovare. Sono isolata. Sono otto anni che me ne sto sdraiata sul divano, malata e rannicchiata in posizione fetale, aspettando che la giornata finisca». «Vado a letto alle sei di sera perché non riesco più a stare sveglia», ha aggiunto e suo marito, Miles Sundeen, ha detto che stanno cercando aiuto da molto tempo.
«È un caso complesso perché ha già subito diversi interventi chirurgici, ma non hanno avuto successo al 100%», ha spiegato l’uomo, «abbiamo davvero bisogno di aiuto per trovare un endocrinologo e un chirurgo che la prendano in cura e che abbiano molta familiarità con casi più complessi».
Le istituzioni sono al corrente di tutto, tanto che - stimolato dal ministro ombra dell’opposizione, Jared Clarke - il ministro della Salute del Saskatchewan, Jeremy Cockrill, ha incontrato la donna giorni fa per cercare di capire se poteva aiutarla, ma sembra che neppure il suo interessamento, per ora, sia riuscito a sbloccare la situazione. Con il risultato che, salvo sorprese, a inizio 2026 la Van Alstine potrebbe davvero ottenere la morte assistita a causa, di fatto, dei ritardi del sistema sanitario. Un caso che potrebbe diventare, se davvero così sarà, il primo d’una lunga serie dato che non in Canada non è già raro, anzi, morire in attesa delle cure.
Secondo i dati diffusi a fine novembre dal think tank canadese Secondstreet.org, infatti, tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti - 23.746, il numero esatto - che erano nelle liste d’attesa per le cure. Va però detto che il caso di Jolene Van Alstine sta scuotendo molto l’opinione pubblica ed è partita una vera e propria gara di solidarietà per salvarle la vita. In prima linea c’è il commentatore conservatore americano Gleen Beck, attivatosi dichiarando di volersi far carico delle spese di viaggio e mediche per Jolene esortando il Canada a porre fine a questa «follia». Gli aggiornamenti delle ultime ore da parte di Beck sono di cauto ottimismo. «Siamo in contatto con Jolene e suo marito! Continuate a pregare per la sua salute», ha infatti scritto su X. Staremo a vedere che sviluppi avrà la vicenda.
Quel che è certo è che l’odissea di Jolene Van Alstine non è casuale. E questo non solo per la gran facilità con cui è possibile accedere in Canada alla morte assistita - 90.000 casi dal 2016 ad oggi sono un numero oggettivamente enorme -, ma pure per il clima di abbandono terapeutico che la cultura eutanasica ha generato in un Paese dove, contestualmente all’introduzione del decesso on demand, si è subito iniziato a ragionare apertamente sui risparmi che ciò avrebbe comportato per le casse pubbliche.
Uno studio di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, pubblicato ancora nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, aveva quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l’anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche. Da parte loro, Trachtenberg e Manns avevano tenuto a sottolineare di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire, e ci mancherebbe, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. Era già accaduto, restando sempre in Canada, qualche anno fa con l’atleta paralimpica Christine Gauthier - che aveva osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua di un montascale, sentendosi offrire la morte assistita - e di fatto succede ancora oggi con il caso di Jolene Van Alstine che, a proposito della sbandierata libertà di scelta, ora ha davanti a sé due strade: la morte assistita o quella in attesa di cure. Bel modo di essere «liberi fino alla fine», non c’è che dire.




