Un’assoluzione e una condanna. Si è concluso così, in un amaro misto di gioia e di delusione, l’iter processuale che da sette anni vedeva imputata Päivi Räsänen, classe 1959, medico, parlamentare finlandese dei Suomen Kristillisdemokraatit, i cristiano democratici di Finlandia, ed ex ministro degli Interni. Tutto aveva avuto inizio per un tweet del giugno 2019 in cui la donna, molto semplicemente, criticava la sponsorizzazione ufficiale della Chiesa evangelica luterana di Finlandia al Pride 2019 e, nel farlo, allegava l’immagine di un brano biblico da San Paolo. Incredibile a dirsi, tutto si è originato solo da questo.
Poi le indagini a carico della politica cristiana si sono allargate a un opuscolo parrocchiale risalente al 2004, scritto sempre dalla Räsänen intitolato Maschio e femmina li creò - le relazioni omosessuali sfidano il concetto cristiano di umanità. Per quel documento è finito sotto indagine anche il vescovo luterano Juhana Pohjola, in quanto responsabile della sua pubblicazione e della sua diffusione. L’opuscolo è diventato materia processuale dopo l’avvio delle indagini preliminari nel 2019, dato che la Räsänen - indagata anche per delle affermazioni fatte lo stesso anno in un dibattito radiofonico - ha continuato a condividerlo sulle proprie pagine internet e sui social media tra il 2019 e il 2020, quando, appunto, era già sotto inchiesta.
Conseguentemente, la dottoressa e nonna di 12 nipoti è andata a processo prima all’inizio del 2022 poi nuovamente nel 2023. Nel 2022, il tribunale distrettuale di Helsinki aveva assolto da tutte le accuse sia l’ex ministro sia il vescovo Pohjola; nel 2023, la Corte d’Appello aveva poi confermato l’assoluzione. Tuttavia la faccenda si era nuovamente riaperta nel 2024 con la Corte Suprema che, dopo il ricorso della Procura di Stato - ricorso che aveva evitato di impugnare solo la citata accusa sul dibattito radiofonico -, aveva accettato di riesaminare il caso. Per la precisione, il riesame del caso, su due delle tre accuse originarie, da parte della Corte risale all’ottobre 2025. Si è così arrivati al giudizio di ieri, che come si diceva è risultato duplice: in parte assolutorio, in parte di condanna. L’assoluzione ha riguardato il citato tweet del 2019, con la Corte Suprema che ha assolto l’ex ministro all’unanimità.
Diverso, purtroppo, è stato l’esito relativamente all’opuscolo che, con una decisione di scarto minimo - tre voti a favore contro due di segno opposto -, ha visto la magistratura nordica dichiarare la Räsänen colpevole di «incitamento all’odio». L’ex ministro è stata condannata con Pohjola per aver, attraverso l’opuscolo, «messo a disposizione di tutti e mantenuto disponibili opinioni che insultano gli omosessuali come gruppo sulla base del loro orientamento sessuale». Va tuttavia detto che la Corte, pur infliggendo una sanzione di 1.800 euro alla donna e al vescovo e di 5.000 alla Fondazione di Lutero che aveva pubblicato l’opuscolo sul suo sito - e pur ordinando la rimozione e distruzione delle dichiarazioni incriminate nel documento - ha riconosciuto che il testo non conteneva incitamenti alla violenza o minacce dirette, concludendo che la condotta non era «particolarmente grave» in termini di natura del reato.
Questo però non dà alcun sollievo alla parlamentare. «Sono scioccata e profondamente delusa dal fatto che la corte non abbia riconosciuto il mio diritto umano fondamentale alla libertà di espressione», ha dichiarato, aggiungendo: «Rimango fedele agli insegnamenti della mia fede cristiana e continuerò a difendere il mio diritto e quello di ogni persona di condividere le proprie convinzioni nella sfera pubblica». Proprio per continuare ad affermare le sue ragioni, Räsänen ha fatto sapere di voler dare ancora battaglia rispetto alla condanna inflittale: «Mi sto consultando con un legale per valutare un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo». «Non si tratta», ha concluso, «solo della mia libertà di espressione, ma di quella di ogni persona in Finlandia. Una sentenza favorevole contribuirebbe a impedire che altre persone innocenti subiscano la stessa sorte per il semplice fatto di aver espresso le proprie opinioni».
Parole non diverse son giunte dal team legale che assiste l’ex parlamentare, coordinato da Adf International. «La libertà di parola è un pilastro della democrazia. È giusto che la Corte abbia assolto Päivi Räsänen per il suo tweet del 2019 contenente un versetto biblico», ha dichiarato Paul Coleman, direttore esecutivo di Adf, secondo cui, «tuttavia, la condanna per un semplice opuscolo religioso pubblicato decenni fa è un esempio oltraggioso di censura di Stato». Indignato dalla condanna è pure Markku Ruotsila, docente di storia della Chiesa, che ha parlato di «giornata vergognosa. Per molti versi, i peggiori timori si sono avverati. In questo Paese, ora esistono parole chiaramente proibite e reati di pensiero». Siamo nel 2026 ma sembra il 1984. Quello di Orwell ovviamente.
Il suicidio assistito in Italia ora è a quota 14, ma quello consumatosi ieri ha un sapore drammaticamente particolare essendo la prima vera morte di Stato, la prima cioè che abbia coinvolto tutti gli ambiti istituzionali: quello legislativo, quello sanitario, quello giudiziario e quello scientifico. Per rendersene conto non resta che ripercorrere la vicenda della protagonista di questa morte on demand, vale a dire «Libera», nome di fantasia di una toscana di 55 anni affetta da sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù. La signora aveva iniziato la sua battaglia nel marzo del 2024 quando - sulla scorta della sentenza della Consulta n. 242 del 2019, nota anche come «sentenza Cappato» sulla non punibilità per chi agevoli il suicidio assistito - aveva fatto richiesta alla Usl Toscana Nord Ovest per la verifica della sussistenza dei requisiti per accedere alla procedura.
Nel luglio sempre del 2024 la donna aveva ottenuto dalla Usl il via libera per l’accesso all’iter di aiuto medico alla morte volontaria. Non essendo nelle condizioni di assumere autonomamente il farmaco letale - a causa della paralisi totale -, «Libera» aveva poi presentato un ricorso urgente, tramite il suo collegio legale coordinato dall’avvocata Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, affinché il suo medico fosse autorizzato a somministrare il farmaco. Il giudice di Firenze, trovatosi sul tavolo tale ricorso, ha ritenuto di sollevare la questione di legittimità costituzionale sull’articolo del codice penale che configura il reato di omicidio del consenziente, il 579 del codice penale, perché la somministrazione del farmaco da parte del medico sarebbe rientrata in questa fattispecie di reato.
Più precisamente, il tribunale di Firenze aveva chiesto alla Consulta di stabilire se sia conforme ai principi della Costituzione vietare del tutto e in ogni caso, appunto, l’omicidio del consenziente - e quindi l’eutanasia - o se, invece, possano esservi eccezioni. A quel punto, nel luglio 2025, la Corte costituzionale aveva ordinato la verifica, anche a livello internazionale, dell’esistenza di dispositivi idonei all’autosomministrazione del farmaco per il suicidio assistito; e poi il Cnr - il più importante ente pubblico che si occupa di ricerca - su ordine del tribunale aveva poi predisposto e collaudato un tale dispositivo. Si tratta, in breve, di un macchinario che consente di azionare l’iniezione del farmaco letale all’aspirante suicida solo attraverso un puntatore oculare collegato a una pompa per l’infusione: significa che, per procedere con l’auto-iniezione del farmaco, basta il movimento oculare, in un tragico inveramento di un meraviglioso verso di Cesare Pavese: «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». Proprio martedì scorso il tribunale di Firenze aveva autorizzato «Libera» ad utilizzare tale macchinario, cosa mai successa prima in Italia.
Infine, come si diceva, ieri è poi arrivata la notizia della morte della donna, avvenuta nella stessa Toscana amministrata da Eugenio Giani - che è stata, giova ricordarlo, la prima regione italiana a dotarsi di una legge sul suicidio assistito che poi, con la sentenza 204 del 2025, la Consulta ha in buona parte demolito dichiaratone incostituzionali varie disposizioni. Ciò nonostante, ieri la macchina ha funzionato e ora «Libera» non c’è più. Nel suo ultimo messaggio, ha condiviso l’auspicio di aver lasciato una testimonianza utile. «La mia battaglia è stata dura, ma desidero credere che non sia stata vana», ha infatti lasciato scritto la donna, aggiungendo che «se servirà ad aprire anche solo una strada, ad accorciare anche solo un’attesa, allora avrà avuto senso. Ringrazio profondamente l’Associazione Luca Coscioni, che mi ha dato voce e strumenti per vedere riconosciuto questo diritto. E ringrazio, con sincera gratitudine, il mio medico, Paolo Malacarne».
Un ringraziamento a «Libera» stessa è invece arrivato da parte di Filomena Gallo e Marco Cappato, che hanno voluto omaggiarla «per aver lottato non solo per sé, ma per tutte le persone nelle sue condizioni, contribuendo ad aprire una strada che potrà essere percorsa anche da altri». Di tenore ben diverso, invece, il commento che sulla vicenda è arrivato da parte del mondo pro life. «Ci addolora e rattrista la morte di “Libera”», ha dichiarato Antonio Brandi, presidente di Pro vita & famiglia, «ma al di là del caso specifico che merita tutto il rispetto umano, ci interroga profondamente il fatto che il Cnr, il più grande ente pubblico di ricerca scientifica in Italia, si sia piegato al volere ideologico del tribunale di Firenze per realizzare, per la prima volta, uno strumento per procurare la morte, il che rappresenta anche un pericolosissimo precedente».
In effetti, il primato del caso di «Libera», come già si diceva in apertura, sta proprio in questo: nell’essere una morte interamente seguita ed assecondata, di fatto, dalle istituzioni. «Così», ha sottolineato Brandi, «lo Stato diventa esso stesso strumento di morte e facilitatore di suicidi, addirittura tramite un proprio ente di ricerca scientifica, quando invece dovrebbe agire nella direzione esattamente opposta». Sono considerazioni il cui buon senso è difficilmente smentibile, perché se lo stesso Stato che da un lato riesce a garantire le cure palliative e adeguati percorsi di assistenza solo ad alcuni pazienti, dall’altro poi asseconda con efficienza le richieste di suicidio, addirittura facendo realizzare dispositivi appositi, è evidente quale aria tiri. Una cupa aria di morte.
Mala tempora currunt nel Regno Unito. Non che il resto dell’Europa ultimamente se la passi benissimo, ma dall’isola di Sua Maestà Re Carlo - già travolta dal caso Epstein, con il principe Andrea finito in custodia cautelare - continua davvero ad arrivare un considerevole numero di notizie sconfortanti; solo nelle ultime ore ne sono arrivate un paio, una più drammatica dell’altra.
La prima riguarda l’aborto, che a quelle latitudini è già una piaga devastante se si pensa che un bimbo su tre viene eliminato nel ventre materno e che gli ultimi dati sicuri tra i disponibili, quelli del 2023, parlano di quasi 278.000 aborti: oltre 760 al giorno. Ancora troppo pochi, però, secondo il Parlamento britannico, che mercoledì a tarda ora ha pensato bene di allargare ulteriormente le maglie per facilitare la pratica abortiva. Lo si è fatto con la Camera dei Lord che, approvando la clausola 208 all’interno del Crime and Policing Bill, ha ratificato quanto già approvato lo scorso giugno dalla Camera dei Comuni, vale a dire l’abrogazione di una norma di epoca vittoriana che ancora disciplinava penalmente l’aborto. La norma in questione era l’Offences against the person act del 1861, del quale la norma sull’aborto - l’Abortion act del 1967 - già rappresentava una deroga, e rendeva ancora perseguibili le donne che, per qualsivoglia motivo, avessero abortito dopo le 24 settimane di gestazione.
Per questo, secondo un’inchiesta diffusa dalla Bbc, solo dal 2020 ad oggi oltre 100 donne erano state indagate, incluse alcune che avevano partorito prematuramente o costrette ad abortire da partner violenti. Per porre fine a simili episodi, si è dunque abrogata la vetusta normativa. Il che, se da un lato potrebbe suonare condivisibile, dall’altro alimenta un problema di non poco conto. Sì, perché se l’Abortion act resta vigente, e quindi gli aborti sono legali e regolamentati fino a 24 settimane, ma viene meno la perseguibilità penale di quelli successivi, ciò significa solo una cosa: che ora nel Regno Unito la pratica abortiva, di fatto, è libera fino al parto.
Non per nulla nei giorni scorsi anche la Chiesa cattolica, con l’arcivescovo John Sherrington, aveva manifestato la sua contrarietà. La sigla antiabortista Right To Life Uk ha invece diffuso l’appello che oltre 1.000 professionisti del settore medico avevano scritto, con riferimento appunto alla clausola 208, esprimendo «gravi preoccupazioni» rispetto alla possibilità di aborti fino al nono mese di gravidanza ed esortando a sostenere l’emendamento 424 della baronessa Monckton, volto appunto ad eliminare quella clausola. Quest’ultimo emendamento è stato respinto. Allo stesso modo, è stato respinto un altro emendamento dei conservatori per reintrodurre l’obbligo per le donne di sottoporsi a una consultazione di persona, prima di assumere la pillola abortiva a casa. Con tali premesse ci sarà poco da stupirsi se, a breve, nel Regno Unito si toccherà la cifra di 300.000 aborti.
Purtroppo, tornando a quanto si diceva in apertura, questa non è la sola novità poco allegra che arriva dall’isola britannica. Una seconda riguarda l’intenzione del governo gallese di eliminare le statue di «vecchi uomini bianchi». Non è uno scherzo: l’attivista anti-apartheid Gaynor Legall ha realizzato uno studio, catalogando fino a 209 tra statue, nomi di strade e altri monumenti che commemorano persone «direttamente coinvolte» nella tratta degli schiavi. Nello stesso studio si fa presente come in Galles siano poche le persone di origine africana o asiatica commemorate. Una cosa che pare abbastanza normale per ovvie ragioni storiche o geografiche; per le stesse ragioni è del resto difficile immaginare dei gallesi che, in Asia o Africa, possano lamentarsi del fatto che i loro avi non sono abbastanza celebrati. Eppure nel Galles non ci si limita ad attaccare il passato ma si vuole procedere a cancellarlo, passando dalle parole ai fatti.
Come infatti ha sottolineato sul Daily Mail la giornalista Elizabeth Haigh, il governo locale, con apposite linee guida - elaborate dal viceministro gallese per le Arti Dawn Bowden e attualmente in fase di rifinitura per essere pronte entro fine mese - sta pensando a delle rimozioni di questi monumenti a beneficio delle minoranze presenti in Galles. L’idea è quella, così facendo, di arginare quella che viene definita un’«allarmante» mancanza di diversità nelle commemorazioni pubbliche. Per questo, ha fatto presente Craig Simpson sul Telegraph, le statue di personalità come il Duca di Wellington e l’Ammiraglio Horatio Nelson potrebbero essere nascoste o distrutte a beneficio di una «giusta narrazione storica». La cultura woke cui l’elezione negli Stati Uniti di Donald Trump sembrava aver inferto un colpo letale, insomma, torna a riaffacciarsi nel Regno Unito; così come quella abortista, secondo cui è giusto che l’autodeterminazione della donna possa spingersi, in buona sostanza, fino all’infanticidio. Ci vuole fegato a chiamarlo progresso.





