Manifesti pro vita censurati a Reggio Calabria: il Tar li boccia con una legge «postuma»
Nel 2021 il Comune rimuove i cartelloni antiabortisti di Pro vita & famiglia dopo averne autorizzato l’affissione. Ora il Tar dà ragione all’amministrazione appellandosi a una norma entrata in vigore mesi dopo i fatti. L’associazione annuncia ricorso e denuncia l’uso del Codice della strada come strumento di censura ideologica contro chi difende maternità e famiglia.
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», afferma il presidente di Pro vita & famiglia Toni Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra».
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
- Oltre alla scarsa diffusione sul territorio e al «boicottaggio» di chi propugna eutanasia e suicidio assistito, la pratica deve fare i conti anche con la carenza di specializzandi: solo 64 posti su 165 coperti lo scorso anno.
- Tania Piccione, presidente della Cic-cp, acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative: «A fine aprile presenteremo un documento ai politici con le richieste arrivate “dal basso” su queste tematiche».
- Riparte l’iter della legge sul fine vita. Testo al Senato il 17. Il nodo dei Centri di coordinamento nazionale dei comitati etici. Contrari Cappato & C. ma anche i pro life: «Irricevibile normare la morte on demand».
Lo speciale contiene tre articoli.
«Oggi la copertura del fabbisogno di cure palliative in Italia è gravemente insufficiente: mancano ancora più della metà dei medici, mentre solo un terzo dei malati riesce ad accedere ai servizi fondamentali. Non più scelte tecniche, ma decisioni di indirizzo politico e di investimento che permettano alle cure palliative di garantire, su tutto il territorio, risposte adeguate al fabbisogno delle persone e ai diritti dei cittadini». A lanciare il grido di allarme è Gianpaolo Fortini, presidente della Società italiana cure palliative (Sicp). E svela uno dei problemi, se non «il» problema, alla base della scarsa diffusione della pratica sul territorio nazionale: la mancanza di specialisti che la possano mettere in atto. Dopo tre anni di bandi, ovvero da quando è stata istituita la scuola quadriennale di specializzazione post laurea, ci sono ancora aperti centinaia di posizioni. Ma a scegliere questa carriera «sono ancora pochissimi, giovani medici», fa sapere la Sicp. Nel 2023 i posti assegnati nelle università italiane furono appena 37 su 170, mentre nel 2025 la copertura è salita a 64 su 165 così suddivisi per macroarea territoriale: 15 al Sud e nelle isole, 20 nel Nordest, 18 al Nordovest e 11 al Centro. Circa il 60% dei contratti non assegnati, contro il 17% del totale considerando tutte le specializzazioni dell’ultimo concorso (2.569 contratti non assegnati su 15.283, dossier Anaao, l’Associazione nazionale aiuti e assistenti ospedalieri). Secondo la Sicp, questa carenza di medici deriva dal fatto che «l’offerta formativa resta insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione e fatica ad attrarre giovani medici. I motivi di questa scarsa attrattività: l’assenza in quasi tutta Italia di insegnamento strutturato della materia cure palliative nel pre-laurea in medicina e chirurgia e le scarse equipollenze in uscita al pari delle altre specializzazioni».
Questa carenza, ovviamente, si riverbera sul fronte dell’assistenza territoriale creando forti disparità tra Regione e Regione. Il Trentino, per esempio, assistite oltre il 70% delle persone che ne hanno bisogno, la Sardegna meno del 5%. In mezzo ci sono il Veneto con il 55%, la Lombardia, la Liguria e l’Emilia-Romagna sono sopra il 40%, Lazio e Umbria tra il 39 e il 36%, la Puglia al 33%, Il Friuli Venezia-Giulia al 31%, la Sicilia al 23%. In fondo a questa classifica, oltre alla Sardegna, ci sono la Calabria (6,4%) e Marche (8,5%). Le problematiche organizzative, come la carenza di personale, la disomogeneità regionale e l’elevato carico di lavoro, sono elementi cruciali che contribuiscono al distress degli operatori nelle cure palliative.
Eppure insistere e rendere «più attrattiva» questa pratica sarebbe la risposta migliore a quanti continuano a spingere per l’eutanasia e il suicidio assistito, due prassi in costante ascesa con il passare degli anni. Che le cure palliative fungano da argine alla «dolce morte» lo attestano anche diversi studi, come quello dal titolo Dati e tendenze in materia di suicidio assistito ed eutanasia e alcune questioni demografiche collegate, portato avanti da Asher Colombo e Gianpiero Dalla-Zuanna, docenti delle Università di Bologna e Padova, e pubblicato su Population and development review. «Le cure palliative», sostengono i due autori, «costituiscono uno strumento fondamentale e una valida alternativa all’eutanasia e al suicidio assistito se non addirittura l’approccio preferibile, più umano e completo per la gestione del fine vita». Per il fine vita, la «dolce morte» ha un’alternativa: «L’organizzazione di cure palliative appropriate, in grado di ridurre notevolmente o, addirittura, eliminare il dolore cronico». Il suicidio assistito diventa «una scorciatoia» rispetto «a un accompagnamento più sofisticato e complesso verso una morte senza dolore. Nel loro studio, Colombo e Dalla-Zuanna, attraverso casi-studio in Svizzera, Paesi Bassi e Belgio, hanno dimostrato che «la diffusione del suicidio assistito rallenta dove vengono organizzate cura palliative adeguate». Insomma, «dove vengono messe in atto le cure palliative, il ricorso al suicidio assistito o all’eutanasia cara drasticamente. Si ricorre a questa pratica per non soffrire: se si toglie il dolore, la richiesta si riduce di dieci volte».
«In assenza di un’offerta formativa specialistica attrattiva e riconosciuta, l’impianto delle cure palliative italiane continuerà a rimanere debole e frammentato», commentano ancora dalla Sicp, «serve un’azione urgente e coordinata: occorrono campagne di informazione e orientamento mirate, per sensibilizzare i giovani medici e coinvolgerli nella disciplina, rapporti strutturati tra atenei e servizi territoriali per offrire tirocini concreti e una valorizzazione professionale che renda il percorso in cure palliative una scelta competitiva e gratificante. È necessario riconoscere questa prassi come area strategica all’interno del Sistema sanitario nazionale attraverso incentivi, percorsi di carriera e politiche retributive adeguate, oltre a un monitoraggio trasparente su occupazione e abbandoni. Solo così potremo costruire una rete solida in grado di rispondere alle reali necessità dei cittadini».
Già, perché in Italia l’accesso alle cure palliative e l’assistenza alle persone affette da patologie croniche e inguaribili, pur con un trend in crescita, è ancora ben al di sotto dei livelli di sufficienza, attestandosi al 33% come media nazionale. In Italia ogni anno circa 600.000 adulti e 35.000 bambini, si stima, hanno bisogno di cure palliative, ma soltanto un terzo degli adulti e un quarto dei bambini riescono ad accedere a questi servizi perché mancano oltre 6.000 professionisti dedicati, solo tra i medici e gli infermieri, per rispondere in modo adeguato ai bisogni assistenziali sul territorio.
Le cure palliative rappresentano un approccio terapeutico che si concentra sull’alleviamento dei sintomi e del dolore dei malati. Sono un gesto di rispetto e di amore per la persona nella sua interezza. Mentre l’eutanasia ha, come esito, la morte intenzionale del paziente, le cure palliative non hanno lo scopo di abbreviare la vita ma quello di sostenere e accompagnare i malati terminali con dignità e umanità.
«In Italia c’è scarsa cultura mentre i bisogni aumentano. Pure tra bambini e ragazzi»
Cosa sono e cosa comportano le cure palliative? E a che punto è l’Italia su questo delicato versante? Non c’è modo migliore, per approfondire un tema così ricco d’implicazioni bioetiche sul fine vita, che parlarne con una figura esperta. La Verità ha contattato la dottoressa Tania Piccione, presidente della Cic-cp - acronimo che sta per Commissione italiana dei cittadini per le cure palliative, costituitasi da pochi mesi - e della Federazione cure palliative.
Dottoressa Piccione, che cos’è la Commissione dei cittadini per le cure palliative?
«È un progetto che si inserisce all’interno della Federazione cure palliative, che è la rete associativa di tutti gli enti del terzo settore che si occupano di cure palliative a livello nazionale; sono circa 113 enti, tra cui alcuni che erogano servizi di cure palliative sia residenziali sia domiciliari, altri invece sono proprio associazioni di volontariato».
Che obbiettivi vi siete dati?
«Come federazione, nel piano strategico, abbiamo quello di divulgare le cure palliative, quindi di diffondere le cure palliative a livello nazionale, ma soprattutto di coinvolgere la cittadinanza attraverso un approccio che venga dal basso: e così è partita l’iniziativa di istituire una commissione di cittadini. L’esperienza è mutuata da un’altra che è stata fatta in Francia qualche anno fa. Quindi abbiamo lanciato una call to action ai cittadini per cercare di capire che tipo di interesse ci fosse nei confronti delle cure palliative, costituendo un gruppo che oggi vede circa 200 persone che stanno riflettendo su alcune tematiche inerenti alle cure palliative».
Chi sono queste 200 persone al lavoro?
«Sul progetto stanno lavorando essenzialmente i cittadini ma, all’interno del gruppo, ci sono anche professionisti sanitari, c’è qualche volontario, ci sono genitori che hanno avuto esperienze di perdita dei propri figli, ci sono insegnanti. L’obiettivo è riflettere su alcune tematiche e arrivare a fine aprile con dei documenti di posizionamento che poi ci faremo carico, come federazione, di portare all’attenzione dei decisori politici con l’obiettivo, appunto, di accendere i riflettori su queste tematiche e, soprattutto, incidere anche sulle scelte politiche».
A che punto è l’Italia sul fronte delle cure palliative?
«Secondo gli ultimi dati, oltre 500.000 persone adulte necessitano di cure palliative, di cui oltre un terzo presenta bisogni di complessità elevata che richiedono quindi l’intervento di équipe specialistiche. Sono chiaramente destinati a crescere con il progressivo invecchiamento della popolazione e anche con il conseguente aumento dell’incidenza delle patologie cronico-degenerative. Per quantoe riguarda i pazienti minori che hanno bisogno di cure palliative pediatriche, ammontano a 35.000 bambini o comunque neonati, bambini, adolescenti di cui circa 11.000 hanno bisogno di servizi specialistici e ogni anno i bambini che hanno bisogno di questo tipo di assistenza aumenta del 5%».
Quindi accedono a queste cure molti meno di quanti ne avrebbero bisogno?
«Sì esatto, un adulto su tre accede alle cure palliative e un minore su quattro, quindi la rete di cure palliative pediatriche riesce a coprire in questo momento il 25% del fabbisogno; e tutto questo nonostante la legge 38 del 2010 abbia sancito il diritto alle cure palliative in Italia, che sono ancora sottoutilizzate: solo il 30% degli adulti e il 25% dei minori che ne avrebbe bisogno accede a questi servizi».
Come si spiega questa carenza?
«Tra le cause principali sicuramente c’è una parte culturale, quindi una scarsa conoscenza tra i cittadini e i professionisti sanitari delle cure palliative, che non sono solo di fine vita, dato che rappresentano la cura di individui di ogni età con gravi sofferenze, includendo la prevenzione, la diagnosi precoce, la valutazione globale del dolore, la gestione dei problemi fisici. C’è poi una difficoltà d’intercettare precocemente il bisogno di cure palliative e c’è il tema delle barriere o, comunque, una disparità regionale e locale nell’organizzazione delle cure palliative, nel senso che lo sviluppo delle reti è ancora disomogeneo».
È vero che queste cure hanno un’alta incidenza di abbattimento di richieste di morte e di sentimenti di disperazione nei pazienti?
«Sì. Il problema oggi, dal nostro punto di vista - posto che ciascuna persona, secondo il principio di autodeterminazione, può scegliere come vivere la propria malattia -, è lavorare affinché le cure palliative siano un diritto esigibile per tutte le persone di ogni età, indipendentemente dalla latitudine in cui vivono perché soltanto se una persona ha a disposizione tutte le risposte assistenziali possibili, poi, è davvero libera di scegliere quello che vuole».
Molti pazienti andati in Svizzera per la morte assistita, se non erro, non avevano avuto adeguato accesso a tali cure.
«Sì e spesso, anche se non sempre, dietro una richiesta di morte assistita c’è proprio una carenza di una rete di supporto».
Riparte l’iter della legge sul fine vita
Il fine vita sta per tornare al centro del dibattito in Parlamento. Tra pochi giorni infatti, precisamente il 17 febbraio, è calendarizzato sull’agenda del Senato il disegno di legge 104, recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita. La legge interviene sull’articolo 580 del Codice penale, introducendo - sulla scia della sentenza della Corte costituzionale numero 242 del 2019, non a caso nota anche come «sentenza Cappato» - la non punibilità per chi agevoli il suicidio di soggetti maggiorenni che, capaci di intendere di volere, versino in una condizione clinica irreversibile e che tale condizione cagioni loro sofferenze fisiche e psicologiche che l’aspirante suicida trovi assolutamente intollerabili nonostante il previo coinvolgimento in cure palliative. Va detto che, tra le previsioni di tale norma, c’è anche l’istituzione di un Centro di coordinamento nazionale dei comitati etici territoriali, incaricato di rilasciare il parere obbligatorio, di cui anche un giudice dovrebbe tener conto, sulla sussistenza o meno dei requisiti per l’esclusione della punibilità del suicidio assistito.
Tale centro dovrebbe essere composto da: un giurista (un professore universitario o avvocato abilitato alle giurisdizioni superiori), un bioeticista, un medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia del dolore, un medico specialista in cure palliative, un medico specialista in psichiatria, un medico specialista in medicina legale, uno psicologo, un infermiere, un farmacologo.
Tutto questo è l’esito d’un lavoro che, lo scorso 11 settembre, ha visto i relatori Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia e Pierantonio Zanettin di Forza Italia depositare sette emendamenti, che hanno ridefinito il testo base di partenza del luglio 2025. Nonostante tali modifiche, permane forte, anzitutto, la contrarietà della sinistra e del mondo radicale che vorrebbero una legge assai più permissiva. Prova ne sono le parole di Marco Cappato, che ancora lo scorso settembre, affermava apertamente che «il testo in discussione in Parlamento non mira a regolamentare il fine vita, ma a cancellare i diritti che abbiamo conquistato a colpi di disobbedienze civili».
Al tempo stesso, rispetto alla legge di cui si discute in Parlamento, c’è pure la contrarietà del mondo pro life italiano. In particolare, Pro vita & famiglia ha sempre definito «irricevibile» ogni tentativo di normare il suicidio assistito, ribadendo la libertà del Parlamento di non legiferare sulla materia. Una lettura che ha trovato un nuovo appoggio nella sentenza della Corte costituzionale numero 205 del 2025, con cui, oltre a silurare gran parte della legge della Toscana sulla morte on demand, la Consulta ha da un lato chiarito che non esiste alcun obbligo per il Parlamento di legiferare, giacché le sue sentenze sono «autoapplicative», e, dall’altro, come notato da giuristi come l’avvocato Carmelo Leotta del Centro studi Livatino, ha definito i principi sul fine vita finora stabiliti «suscettibili di modificazioni», con la conseguenza che il legislatore non è in alcun modo tenuto a trasformare in legge i contenuti della citata sentenza numero 242 del 2019. Lo stesso governo, pur a fronte di una maggioranza parlamentare che potrebbe votare una legge sul fine vita, non ha mai deciso di spingere in questa direzione e, a sorpresa, anche il cardinale Matteo Zuppi, in apertura del recente Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, ha avuto parole molto chiare di critica alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito; critica che, con ogni probabilità, trova d’accordo anche papa Leone XIV, dettosi deluso dopo che lo Stato americano dell’Illinois aveva legiferato su queste materie.
Sempre Prevost, nel giugno 2025, aveva rivolto ai pellegrini francesi, con un’indiretta ma chiara allusione al Parlamento d’Oltralpe, alle prese con una legge sul fine vita, una critica a «chi oggi fatica a trovare un senso alla vita umana anche nella sua ultima ora». La partita parlamentare sul fine vita sembra dunque ancora piuttosto aperta.
Maria Rachele Ruiu: «Sono saltate le censure woke contro i pentiti della transizione»
Qual è la situazione dell’ideologia gender in Italia? Anche qui arretra come in America? Non c’è modo migliore per capirlo che sentire chi la contrasta quotidianamente. Come Maria Rachele Ruiu, moglie, mamma di due bambini, laureata in psicologia e, soprattutto, volto noto di Pro vita & famiglia.
Ruiu, come trova i dati del declino dell’identità trans e non binaria che arrivano dagli Stati Uniti?
«Come ogni ideologia, l’ideologia gender si contraddice. Era un declino “citofonato”. Come può reggere un’ideologia che dice di voler superare i cosiddetti stereotipi di genere e poi afferma che se un ragazzino si sente più sensibile o ama la danza forse è nato in un corpo sbagliato? Come può reggere un’ideologia che dice di voler emancipare le donne dal patriarcato quando non sa rispondere alla banalissima domanda “cosa è una donna”? Come può reggere un’ideologia che dice che i genitali non definiscono l’identità di una persona, ma rimuoverli sì. Una ideologia che tifa per le quote rosa ma poi permette agli uomini di usurpare i posti nelle gare femminili. Era chiaro e lampante che questa ideologia avrebbe avuto vita breve. Ma la domanda è: quanti morti e feriti ha causato? Quanti ne sta causando?».
Come spiega questa piccola ma già decisa inversione di tendenza?
«Credo sia un effetto boomerang: i primi ex ragazzi sottoposti alla transizione; genitori più consapevoli e il fatto che siano saltate molte censure woke. Ma soprattutto il coraggio di piccoli sassolini che hanno scelto di essere maciullati pur di sabotare l’ingranaggio d’una ideologia che aveva ammaliato tanti, anche quando non conveniva. Si deve questa decisa inversione alle ragazze e ai ragazzi che con coraggio hanno denunciato di essere stati fregati dai cultori del gender: adulti, professori, professionisti che hanno sacrificato sull’altare di questa ideologia la salute fisica e mentale. Hanno cominciato ad essere pubbliche le storie dei detransitioner, sia adulti sia giovani. Noi lo scorso anno abbiamo fatto un tour con Luka Hein, per mettere in guardia l’Italia che pare ammaliata da questa ideologia. Della sua storia, diventata un documentario dell’agenzia indipendente Dropit, mi ha colpito una frase semplice ma diretta: “Avrei avuto bisogno di adulti che si facevano carico della mia sofferenza, non di risposte standardizzate che mi hanno menomata”».
Anche se non abbiamo dati accurati come quelli statunitensi, è plausibile che un arretramento ideologico possa registrarsi anche in Italia e in altre parti d’Occidente?
«Certo, sì. L’Italia segue sempre con ritardo, ma segue. Il problema serio è che oggi da noi i dati sono ancora nascosti per la maggior parte. Quando aprivo le interviste con Luka invitavo gli spettatori a ricordare i film in cui un eroe o chi per lui torna dal futuro per avvisare l’arrivo di una catastrofe, e suggerivo di ascoltare la storia di questa ragazza che veniva dall’America proprio con lo stesso compito. La speranza - ed è il motivo per cui con Pro vita & famiglia non arrestiamo e continuiamo a spenderci per svelare la crudeltà e le contraddizioni di questa ideologia - è che l’Italia guardi agli altri Paesi che sono tornati indietro senza ferire, martoriare, confondere, i nostri figli più fragili. Vede Guzzo, dopo il lockdown c’è stata l’impennata di casi di disforia, mentre si registrava un aumento significativo del disagio giovanile causato da una sovraesposizione ai social network. Lì, come raccontano le mamme di GenerazioneD, i nostri giovani più fragili sono stati convinti che il dolore che provavano si chiamava disforia di genere, perché troviamo “influencer” che promettono la felicità con la transizione sociale, ormonale, fino a quella chirurgica. In Italia regna il caos, è necessaria invece una presa di posizione di adulti, che si prendano la responsabilità di custodire i più fragili da questa ideologia. Il coraggio di guardare ai fatti. Niente più».
Gli interessi economici che stanno dietro la transizione di genere, però, fanno supporre che i promotori dell’identità fluida non molleranno facilmente la presa…
«“Follow the money”, altro che “lo facciamo per il tuo bene”. Segui i soldi, dicevano. In effetti l’ideologia gender altro non fa che medicalizzare persone con corpi sani che prenderanno ormoni a vita, con tutti le conseguenze che ne derivano, spesso rinunciando ad avere una vita sessuale soddisfacente, o alla fertilità. Senza, dicono gli studi internazionali, un riscontro di benessere reale. Se non fosse vero sembrerebbe un romanzo distopico, o diabolico, o no? È vero, non è facile, perché gli interessi economici sono giganti, ma noi sappiamo - forti degli esempi di gente come Charlie Kirk e Matt Walsh - che Davide sconfigge Golia».
Come vede intanto la situazione italiana?
«La pressione ideologica nelle scuole è ancora fortissima, così come quella sui social, sui media, in generale. Però sta crescendo un fronte di genitori, associazioni, medici e giuristi che non accetta più il ricatto morale. Non siamo alla vittoria, ma non siamo più soli».
È già qualcosa.
«Sì, tra l’altro io credo proprio che l’Italia nonostante questo bombardamento costante anche dei nostri media, è riuscita ancora a non crollare definitivamente proprio perché - anche se ammaccata, sofferente, e continuamente bombardata - la famiglia più o meno sta continuando a resistere».
Anche da noi, insomma, il buon senso si sta facendo risentire.
«La realtà, la scienza e il buon senso non hanno bisogno di propaganda. Hanno solo bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di dire ciò che tutti vedono e molti tacciono. Come Pro vita & famiglia noi saremo sempre qui, a portare la voce di questi coraggiosi».




