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Abiti in mostra. La moda nei musei fa il sold out

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  • A tre anni da Alexander McQueen: Savage Beauty, il Victoria & Albert di Londra dedica un'intera esposizione a Christian Dior. Un evento tutto sold out, che il capoluogo inglese sta sfruttando al meglio, con tè dedicati da 60 sterline a persone.
  • Bob Krieger è in mostra a Palazzo Morando. Il fotografo che ha lavorato con alcuni dei più grandi stilisti, tra cui Giorgio Armani, va in scena attraverso un percorso polisensoriale in grado di coinvolgere sguardo e udito.
  • Il Museo della Figurina di Modena omaggia Elio Fiorucci e la sua coloratissima collezione di figurine che negli anni Ottanta arrivò a vendere oltre 100 milioni di pezzi.

Lo speciale contiene tre articoli, gallery fotografiche e video.

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Con scarpe e sandali fatti a mano Almini conquista gli sceicchi

Almini

  • L'erede di Almini, storico calzaturificio di Vigevano: «Usiamo una tecnica unica di cucitura al rovescio e pennelli per decorare le nostre creazioni. Per ogni Paese arabo abbiamo disegnato modelli ad hoc»
  • L'azienda di intimo Yamamay apre una nuova boutique a Milano con Panino Giusto, gruppo specializzato nella ristorazione.
  • Orequo riscopre il fascino del foulard, accessorio capace di dare luce al volto, di rinnovare una borsetta, di trasformarsi in cintura.

Lo speciale contiene tre articoli

Storia e moda. Due parole che nel nostro Paese vanno a braccetto da Nord a Sud. Tradizioni che si tramandano di padre in figlio. Origini mai tradite, sviluppate nel tempo. È lo straordinario valore aggiunto del made in Italy, forza propulsiva inimitabile L'ennesimo esempio viene da Vigevano, terra di calzaturieri eccelsi che hanno fatto della produzione industriale una raffinata arte, preziosa e unica. Almini è arrivato alla quarta generazione di un marchio nato nel 1921 grazie a Pietro Almini. «Era il mio bisnonno», racconta Alessandro Ruggero, patron del brand, «che venne nel vigevanese per imparare il mestiere. Aveva la passione per i lavori artistici, manuali e per le scarpe».

L'attività iniziò da zero e «passò a mia nonna Fernanda, ultima Almini, che continuò sulla stessa strada iniziata dal padre». Una storia di famiglia, una storia di coppie (nonno Paolo con la nonna, il padre Carlo Ruggero con la moglie) che hanno mandato avanti l'attività. Oggi c'è Alessandro con la moglie Claudia e la sorella Valentina. «Abbiamo sempre cercato di fare cose uniche, offrendo qualcosa che non c'è e anticipando proposte particolari».

Come il metodo Almini reverse, un modo di fare le scarpe che viene da lontano. «Sono serviti tre anni di messe a punto prima di trovare il modo giusto di cucire una scarpa al rovescio. Soprattutto è stato fondamentale intervistare mia nonna che aveva imparato la tecnica dal bisnonno ed è riuscita a trasmetterla. Questo processo consente di dare subito alla calzatura la forma giusta, come se questa si modellasse direttamente sul piede».

Scendendo nei particolari, come viene realizzata?

«La tomaia viene cucita sul retro della suola e rigirata, operazioni fatte tutte a mano. Questo permette di non avere né un sottopiede tra la suola e la tomaia né un doppio incollaggio, ottenendo una morbidezza e una flessibilità impareggiabili. La tecnica reverse viene applicata dalle slim effetto sottile, dove la suola va a fondersi in un pezzo unico con la tomaia, fino al classico good year. Produrre un modello Almini è un processo complesso, assimilabile alla realizzazione dei meccanismi degli orologi di alta gamma, interamente manuale, dove ogni parte che compone la calzatura viene trattata come materia viva in continua trasformazione e che richiede abilità ed esperienza che permettono di lavorare pellami esclusivi e preziosi come il baby calf 8 millimetri».

Anche le colorazioni sono di quelle che non si vedono facilmente.

«La scarpe sono sfumate in modo naturale con un procedimento antico chiamata patina, o glassage, in modo da evidenziare i decori e le cuciture dando una sensazione di tridimensionalità. Originariamente si faceva intingendo uno straccio nel colore e sfregando la pelle che però così si macchiava. Noi ci siamo ispirati al make up e usiamo pennelli proprio come se dipingessimo un volto su una tela: è molto più laborioso, ma il risultato è davvero speciale».

Lei descrive lavori di grande manualità, sinonimo di artigianalità. Artigiani che formate voi?

«Sì, perché di artigiani ce ne sono sempre meno e non ci sono scuole che insegnano questi lavori antichi. Alleviamo giovani che hanno voglia di imparare e apprezzano l'artigianalità e la tradizione visti così come un mestiere artistico. All'inizio hanno dovuto “rubare" i segreti agli anziani, gelosi di tramandare il loro sapere. Il passaggio generazionale non è stato semplice ma oggi siamo l'azienda più giovane, 30 anni di media, della Lomellina. Sessanta persone di cui il 60% donne».

Fate scarpe di altissima qualità e, in particolare, siete leader mondiali nel campo del sandalo arabo.

«Tutto iniziò casualmente circa 30 anni fa. Un arabo arrivò a Milano e chiese dove farsi fare delle calzature. Lo indirizzarono a Vigevano in un'azienda dove, ai tempi, noi eravamo terzisti. Loro non ne avevano il tempo e passarono a noi la palla. Mio padre colse l'occasione: fu la svolta».

Una vera e propria specializzazione.

«Abbiamo una quantità incredibile di modelli perché ogni Paese ha il proprio sandalo. È la loro calzatura, la indossano tutti. I sandali più preziosi sono in alligatore della Louisiana, poi ci sono quelli realizzati con la tecnica a pizzicotto. A volte, a prodotto finito andiamo a disegnare dei decori che si identificano con il modello. C'è una forma di sandalo che va bene sia negli Emirati arabi sia in Arabia Saudita, alcuni non sono caratteristici di una zona e possono piacere anche agli occidentali. Ci sono sandali con un leggero tacco e infradito, altri hanno una striscia di pelle che abbraccia il tallone, altri hanno una piccola zeppa. Si possono trovare da Harrod's ma solo in certi periodi. Viaggio molto spesso nel Golfo Persico e negli Emirati e raccolgo le ordinazioni. Altrimenti i clienti possono venire nel nostro negozio in via Bagutta a Milano, dove si trova l'intera collezione. Facciamo anche sandali da donna su ordinazione e, in particolare, per i matrimoni. Serviamo diversi sceicchi e le famiglie reali».

Che siano sandali o scarpe, Almini conferma la capacità tutta italiana di essere un'eccellenza, di saper trattare una calzatura come un guanto e di accontentare la più svariata clientela. «L'obiettivo è ora arrivare anche in nuovi Paesi e varcare altri confini. La nostra forza sta nella qualità, requisito indispensabile, regola ferrea che risale all'inizio del Ventesimo secolo».

Almini

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La parola preferita dalla famiglia Cimmino è sfida. È stata una sfida quando, nel 2001, da un'idea dell'imprenditore napoletano Gianluigi Cimmino è nato Yamamay, un marchio che oggi vanta una rete di vendita capillare, presente in Italia con 487 negozi monomarca e all'estero con 178. Ed è una sfida l'apertura del nuovo flagship store di Milano con il quale il gruppo fa il suo ingresso nel settore del cibo con un partner d'eccezione come Panino giusto e una location d'impatto nella centralissima piazza Cordusio.

Il nuovo concept store si trova in un elegante palazzo dei primi del Novecento, uno spazio di 1.000 metri quadrati con ingresso comune, suddiviso su due piani che ospitano a piano terra il negozio di Yamamay e a quello superiore Panino giusto, che inaugura in questa occasione la formula Panino giusto first floor.

Il senso più profondo della partnership viene raccontato dalle due importanti figure femminili delle rispettive aziende, Barbara Cimmino, responsabile ricerca e sviluppo di Yamamay, ed Elena Riva, presidente di Panino giusto, entrambe impegnate nella responsabilità sociale e nell'empowerment femminile. I valori comuni , come l'italianità, l'impegno per l'innovazione e l'attenzione al consumatore, hanno favorito la volontà di fare sistema. Vantaggi competitivi comuni alle due aziende e segreto del loro successo internazionale. Il desiderio di Yamamay e di Panino giusto è infatti quello di creare uno spazio trasversale, pensato per tutti i momenti della giornata, offrendo nello stesso palazzo occasioni complementari di un'esperienza unica.

« Quest'apertura», spiega Barbara Cimmino, «è per noi una grande sfida perché presenta due grandi novità: questo è il primo negozio Yamamay che ci vede in partnership con un player della ristorazione casual dining, ed è anche il nostro primo store pensato in ottica omnichannel. Monitor touch screen interattivi, pagamenti in mobilità, un ologramma in 3D che permette la visione di immagini tridimensionali in movimento, insomma una sfilata virtuale: queste sono solo alcune delle importanti novità».

Il progetto rappresenta una nuova esperienza per il brand di intimo che collabora con Accenture per offrire un servizio sempre più personalizzato, con tanto di fashion stylist virtuale. «Vogliamo offrire ai nostri clienti una shopping experience più completa, varia e interattiva, insomma più customizzata. Mi piace pensare al flagship store di Milano come a un luogo di passaggio che coniuga moda, food e innovazione tecnologica, insomma uno spazio di contaminazioni e sperimentazioni, il tutto nel rispetto dell'ambiente: tutti gli arredi di questo negozio sono infatti stati realizzati grazie alla collaborazione dell'architetto Adamo Tortoli e poi prodotti dallo studio Tecna, partner decennale del gruppo, nel pieno rispetto delle normative ambientali e con l'utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili. Questo progetto segna un ulteriore e importante passo per rafforzare la presenza di Yamamay nella capitale italiana della moda, in un'area in trasformazione come quella di piazza Cordusio».

Orequo rispolvera l'eleganza senza tempo del foulard

Quelli di Hermès vanno addirittura all'asta. D'altronde la storia del foulard più famoso al mondo racconta di un mito senza tempo, insuperato, il cui valore è rimasto intatto nel tempo. La nascita del carré di Hermès è datata 1937 e da allora non ha mai perso il suo prestigio, nemmeno quando il quadrato di seta è andato fuori moda. Da quelli di Gucci a quelli di Emilio Pucci erano delle vere e proprie opere d'arte ma, nonostante questo, sono finite, dimenticate, nei cassetti più nascosti. La moda, si sa, non cancella mai nulla. Mette in un angolo per poi ritirare fuori come se fosse la grande novità di stagione. È il caso dei foulard non più classificati come un oggetto antico che invecchia. Anzi. Gli svariati modi in cui si può utilizzare ne fanno un accessorio capace di dare luce al volto, di rinnovare una borsetta, di trasformarsi in cintura.

Questa primavera estate ha riscoperto il foulard, visto su tante passerelle, da Tom Ford a Dior a Max Mara. Quello più nuovo si chiama «durag o do-ragd» ed è il modo in cui lo si porta: annodato in testa in un modo speciale al punto che in rete ci sono tutorial che insegnano a indossarlo correttamente. Tra le novità, quelli di Orequo. La collezione «Muse» è ispirata alle incisioni di Virgil Solis, pittore tedesco del 1500, dedicate all' intrigante ed enigmatico mondo femminile incarnato da figure mitologiche come Calliope, Erato, musa della poesia amorosa, Melpomene, musa del canto e Clio, musa della storia. Le figure sono in bianco e nero, inserite in una cornice di pattern geometrici e dai colori vibranti. La collezione «Maschere» è ispirata alle illustrazioni dei personaggi della commedia dell'arte realizzate da Maurice Sand, disegnatore francese del 1800, con Arlecchina, Colombina, Corallina e Silvia in primo piano, tra disegni di uccelli e fantasie tropicali.

La collezione «Urbana» propone un'immagine affascinante e suggestiva di simboli, paesaggi e tradizioni di quattro grandi metropoli europee: Roma, Parigi, Londra e Barcellona. Le nuove linee di foulard realizzate in twill 100% seta sono presentate in tre misure: 70x70, 90x90 e 140x140. Non mancano le stole realizzate in seta e cashmere ispirate a capolavori di Klimt, Kandinskij, Klee e Delaunay. Straordinarie quelle che riportano disegni in libertà tratte da fiabe: Pinocchio, ad Alice nel Paese delle Meraviglie, al Mago di Oz e al Libro della giungla. Colori magici e atmosfere da sogno.

Saldarini propone esclusive e speciali per una gamma completa di foulard in pura seta 90 per 90. Le disegnature sono astratte o geometriche nei caldi colori estivi, oppure nei più classici motivi floreali e ancora estremamente eleganti nel motivo marina. Soggetti differenti, sempre eleganti nel perfetto stile che da sempre distingue la produzione dell'azienda di Como. Risale al 1882 la fondazione dell'azienda che deve a Carlo Saldarini l'idea di una filanda di seta che cresce rapidamente negli anni, diventando una delle industrie più importanti del distretto serico comasco, con una piccola ma preziosa collezione di cravatte. Alla fine degli anni Sessanta la produzione viene estesa ai foulard da donna. La famiglia Saldarini è ancora unica proprietaria della società diretta e gestita dalla quinta generazione, rappresentata da Francesco Saldarini e sua moglie Laurence Vanderhaegen. È dal 2016 che il progetto Saldarini 1882 segna un nuovo percorso stilistico che parte dalla tradizione e si sviluppa tra ricerca ed evoluzione per realizzare un capo spalla imbottito in puri fiocchi di cashmere. Un prodotto brevettato, il piumino senza piume, sostenibile ed ecologico.

I foulard di Orequo

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Il matrimonio perfetto costa non meno di 24.000 euro. Solo per l'abito le spose ne spendono 2.000

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  • Ci si sposa sempre di meno, più tardi e senza comunione dei beni. I dati divulgati dall'Istat e dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, tuttavia, non sembrano preoccupare i wedding planner perché gli affari legati al giorno del sì sembrano invece fiorire, con oltre 83.000 imprese nel settore presenti in Italia.
  • Sul fronte moda, il tulle è protagonista delle tendenze della prossima stagione, così come lo scollo a «barchetta» indossato da Meghan Markle durante le nozze con il principe Harry.
  • Lo stilista Francesco Scognamiglio mette in mostra i capi indossati dalle celebrity di tutto il mondo. «Mi piace la fedeltà di appartenere a una persona sola».
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«A Dubai farò un centro grande come Bologna. Però io penso ai motori»

  • L'erede della storica azienda Tonino Lamborghini parla del mega residence con i soci cinesi e del suo grande sogno: «Vorrei tornare in quota nella fabbrica di auto».
  • Fantasie botaniche in organza per un party open air. La nuova linea della stilista Luisa Beccaria, dedicata a un immaginario giardino poetico, presentata nello store Matches di Londra.
  • «Mettiamo in discussione lo status quo non più sostenibile del fashion system e del design». Le tshirt di Wrad tra i capi alla moda presentati al Fuorisalone di Milano.

Lo speciale contiene tre articoli.

Tonino Lamborghini ha un curriculum lungo così: dalla laurea in scienze politiche economiche a quella honoris causa in business management a New York, dalla nomina di commendatore al merito del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a quella di cavaliere al merito del sacro militare ordine costantiniano di San Giorgio. Per non parlare di tutto ciò che riguarda il lavoro. D'altronde il nome Lamborghini ha fama planetaria da quando il padre Ferruccio fondò, nel 1963, le aziende Lamborghini trattori, automobili, calor e oleodinamica.

Un mondo a quattro ruote ma non solo, trasmesso fino alla terza generazione. «Ho seguito le orme paterne fin da bambino», racconta. «Sono nato e cresciuto in azienda, che era anche la casa. Il mio giardino era una catena di montaggio, il campo da tennis un prato dove si batteva la lamiera e si montavano i motori. Quindi ho continuato fino a quando la scelta principale la fece mio padre, decidendo di cedere alcuni settori meccanici. Io ho continuato con altre attività importanti nei campi del riscaldamento e del condizionamento, acquisendo due grosse aziende concorrenti e facendo gruppo. Mio padre si ritirò dal mondo del lavoro molto presto, perché voleva lasciare a me la conduzione in maniera autonoma. Diceva: “Se io ti cedo tutto e sono vecchio bacucco non possiamo più far niente, mentre se ti faccio guidare le aziende, se ci fosse bisogno di me, sarei ancora in buona salute"».

Lei non si fermò mai e seguì pure la sua strada, assolutamente personale.

«Avevo 31 anni e volevo cimentarmi in settori diversi. In un primo tempo mio padre non era d'accordo e mi diceva: “Devi badare alle nostre aziende: ne abbiamo già abbastanza, non farne altre". Ma mi disse anche che lui aveva fatto la stessa cosa. Invece di seguire le orme di suo padre che aveva una tenuta agricola, decise ben altro. Con una regola ferrea: “Mai dimenticare che abbiamo aziende importanti che danno lavoro a migliaia di persone". Iniziai la nuova attività quasi in chiave hobbistica, quella dello stile e del design, ma il Dna della ruota e del motore rimane dentro. Quando si vendette la fabbrica delle auto e ancora prima quella dei trattori, mi dedicai al settore delle piccole vetturette da città, sia a motore che elettriche».

Ha precorso i tempi.

“Sì, solo che a motore diesel si vendevano, delle altre si diceva “che bello, che bello", ma nessuno le comprava. Certi sindaci ne acquistavano una perché davano un segnale e facevano bella figura dimostrando di essere ecologici. In totale ne avrò vendute 200. Fino a poco tempo fa erano prodotte in Italia, ora in India. Con mio figlio Ferruccio abbiamo fatto una joint venture con una grossa azienda indiana. Produciamo vetture elettriche da golf e per servizi ausiliari, quelle che si vedono nei resort».

Le auto nel cuore.

“Nel settore ci si rimane , le quattro ruote restano e anche le due perché in Corea mio figlio ha messo in piedi un'altra joint venture per la produzione di scooter, sempre elettrici. C'è un grande rispetto per l'ambiente, è doveroso soprattutto in quei Paesi dove la mobilità è altissima e l'inquinamento alle stelle. Produciamo sia in Corea che in Cina per il local market. Pensiamo anche d'importarle, per ora stiamo dove la richiesta è molto alta. In Italia parlano, ma poi non si conclude niente».

Tra i settori che lei segue c'è il design, di cui si occupa da 37 anni. E al Salone del mobile arriva con tante novità.

«Quando finii il liceo stavo per iscrivermi all'università. La mia passione era l'architettura, ma mio padre mi disse: “Hai capito di cosa ci occupiamo noi?". Il giorno dopo mi iscrissi a economia. Ma da lì sono partito con gli orologi, gli occhiali e una piccola collezione di tessuti di arredo estesa con pezzi per l'interior. Prima di iniziare la produzione, mi dilettavo a farmi fare cose per il mio uso personale, ad esempio divani e poltrone che ho ancora. Oggi l'interior rappresenta un 30% del volume d'affari della mia azienda. A questo si sono aggiunti le ceramiche, i legni tecnici per le abitazioni, la rubinetteria e stiamo trattando con una grande azienda del vetro. A breve presenteremo una nuova collezione di orologi e a maggio il nuovo profumo».

E arriviamo al mega progetto Tonino Lamborghini residences Dubai, la prima community a marchio del Toro che sorgerà nell'area di Meydan Dubai.

«Prima di tutto è nata l'idea di vendere italianità in giro per il mondo. È da pochissimo tempo che si fanno hotel a marchio fashion. Sono stato uno dei primi a fare del design in ambito hotellerie. E offro un'ospitalità italiana, con aria di lamborghinità. Uno esce e dice: questo è Lamborghini. Voglio dare questa impronta anche a Dubai. Ci sono stilemi, motivi ricorrenti, compresa la musica che si sente all'interno che deve essere italiana, di un certo tipo. I quadri con il toro, interpretati da una pittrice, Nadia Brunetti, sono ovunque».

Scendiamo nei particolari del residence.

“È una Dubai Due, una città satellite, una community a un quarto d'ora dalla strada principale di Dubai, grande come tutta Bologna, 44 ettari e dentro c'è di tutto: uffici, appartamenti, ristoranti, scuole, luoghi di culto, palestre. Sono 10.000 appartamenti, abbiamo già molte richieste e parecchi contratti. La previsione è quella di finire tutto entro il 2024. Il primo building sarà pronto il prossimo anno. Si lavora giorno e notte».

Prima di Dubai lei si è occupato di altri insediamenti immobiliari.

“Sì, in Cina e ancor prima ad Aleppo, di cui ero molto orgoglioso. Era un resort: ville, ristoranti, appartamenti, piscine, campi da tennis. Ora non c'è più niente, tutto demolito e bombordato. Tutte operazioni in joint venture. A Dubai, i miei soci, sono sia cinesi che di Dubai, imparentati con l'emiro».

Altri sogni da realizzare?

“Un sogno c'è, irrealizzabile. Quello di tornare in quota nella fabbrica di automobili. Oggi è di proprietà Audi Volkswagen».

La storia è di quelle a dir poco romantiche. Tutto inizia dalla Sicilia per arrivare a Milano. Tutto parte da una grande famiglia che fa del bello e della creatività la base di lancio del successo. Le origini sono fondamentali e non vengono mai tradite. Nemmeno quando Lucrezia, Lucilla e Ludovico Bonaccorsi decidono di allestire un'ape car per portare in giro per l'Europa lo street food regionale siciliano per eccellenza: l'Arancino. Nasce così il LùBar ovvero il «Bar dei Lù». Perché ai primi tre Lu bisogna aggiungere Luna, Luchino, Lucio e Luisa Beccaria, quest'ultima stilista famosa, moglie e mamma «sempre di aiuto avendo un gusto incredibile», sottolinea la figlia Lucrezia.

Nell'aprile 2017, il LùBar partecipa al bando per la creazione di un ristorante alla Villa Reale di Milano che ospita la Galleria d'Arte Moderna, in via Palestro. Affronta cosi una nuova sfida: un caffè, bistrò e ristorante con un menu più elaborato e uno stile curato che si distingua nel minimo dettaglio, ricordando le origini siciliane, pur mantenendo l'atmosfera rilassata dello street food di origine e rispettando il prestigio della location. Per il Salone del Mobile, ovviamente è stato uno dei locali più gettonati. Così come la collezione Home di Luisa Beccaria, una delle più ammirate.

Luisa Beccaria, un anno dopo il lancio dell'esclusiva Home Collection per Moda Operandi, presenta «Enchanted Garden», la nuova capsule dedicata ad un immaginario giardino poetico, dove ogni design incarna una diversa fantasia e armonia botanica. Le ultime creazioni sono state da poco presentate in prevendita con successo nello store londinese di Matches, in Carlos Place, e online. La collezione Luisa Beccaria comprende cristalli e piatti di diversi colori, ispirati a una giornata assolata, verde e il giallo ambra, o più tenui come azzurro, blu, pervinca, rosa e lilla. Tovaglie, americane e tovaglioli sono pensati per un party open air. Sovrapposizione di motivi e leggerezze sono espressione di tessuti impalpabili: organza, mussola e lino impreziositi da piccoli tocchi di pizzo. I ricami, lo schema cromatico e tutti i dettagli bespoke sono direttamente presi dalla collezione Primavera Estate 2019 del brand. Questa atmosfera femminile e neoromantica traduce l'esperienza di lifestyle e ospitalità della designer milanese: diverse esperienze tra fashion e food ispirate alla poetica siciliana, che hanno preso vita in cene glamour e romantiche tra Londra e New York.

«Mettiamo in discussione lo status quo non più sostenibile del fashion system e del design»


Parola d'ordine sostenibiltà. Anche alla Milano Design Week si guarda alla salvaguardia dell'ambiente con grande attenzione. Tanto che nello store milanese del Gruppo Biffi Boutiques di Corso Genova è stata presentata la capsule Wrad Radically for Biffi Boutiques, una collezione esclusiva di prodotti innovativi e sostenibili del marchio Wrad, tra i quali anche due versioni limitate di Graphi-teetm Endorsed by Perpetua, l'unica t-shirt al mondo tinta in dinamiche di economia circolare con polvere di grafite riciclata, già vincitrice del Best of the Best RedDot Design Award.

Le grafiche di collezione, disegnate dall'artista e co-founder del brand Wrad Silvia Giovanardi, sono ispirate alle espressioni e valori del Radical Design Italiano, movimento che fiorisce proprio negli anni di nascita e sviluppo del Gruppo Biffi Boutiques. «Come nel 1969 prende piede un movimento culturale e rivoluzionario che mette in discussione i paradigmi classici del design e dell'architettura italiani, così oggi, a distanza di 50 anni, il nostro obiettivo è mettere in discussione con mezzi innovativi lo status quo non più sostenibile del fashion system e del design» sottolinea Matteo Ward, Ceo e co-founder Wrad. Questo lo scopo della Wrad Radically for Biffi Boutiques e del brand.

Wrad, focus design company con un proprio brand lanciato nel 2016, nasce infatti dalla volontà dei tre fondatori Victor Santiago, Silvia Giovanardi e Matteo Ward, di re-immaginare il sistema moda, oggi uno dei più inquinanti al mondo, attraverso l'educazione, l'innovazione e il design. Una causa condivisa dal Gruppo Biffi Boutiques che ha da sempre messo le sue celebri vetrine e spazi al servizio della cultura, manifestata in modo sinergico dalla ricerca della founder Rosy Biffi nel campo della moda, dell'arte, del design e architettura.

Per il lancio della capsule è stata realizzata un'installazione nelle vetrine della boutique di Corso Genova (progettata dall'architetto Gae Aulenti e situata all'interno del circuito 5Vie) intitolata Re- Engineered Humans. «Un manifesto della necessità di riallineare la nostra mentalità individuale e focus con le esigenze del pianeta e della società», spiega Silvia Giovanardi.

Wrad Radically for Biffi Boutiques è quindi un pensiero condiviso da Wrad e Biffi Boutiques che prende forma negli spazi di Corso Genova. Un manifesto che trascende il sistema moda, espressione nel contesto della Milano Design Week di nuovi modelli di business circolari e di una contro-cultura del concetto di prodotto - che deve aspirare a divenire sempre più un servizio, finalizzato a risolvere l'attuale crisi ambientale e sociale e a generare reale valore per tutti.

La collezione Wrad per Biffi Boutique

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Nella casa del futuro si vive con Alexa e i mobili in affitto

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  • Tra le nuove tendenze c'è quella di prendere a noleggio qualsiasi cosa, anche i complementi d'arredo. Rent is more è un appartamento pop up ideato da alcune startup italiane in cui tutto quello che è presente all'interno è stato affittato online.
  • Salone e Fuorisalone, che terminano domenica 14 aprile, non sono solo un'occasione per ammirare le ultime tendenze nel mondo del design ma anche per scoprire palazzi e monumenti di solito chiusi al pubblico, trasformati per una settimana in set scenografici di mostre e installazioni.
  • La sede meneghina di Amazon Italia apre le sue porte ai visitatori. Al posto degli uffici sono stati allestiti due monolocali dallo stile contemporaneo al cui interno è presente una selezione di arredi disponibili per l'acquisto in tempo reale sulla piattaforma e-commerce.

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L'anima di Kenta Alverà rinasce grazie all'archeologia industriale

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Fondazione Kenta

Il rapporto tra etica e tecnologia, ma anche sostegno alle arti, alla ricerca e il contrasto al degrado culturale. Apre a Milano in occasione del Salone del Mobile la fondazione permanente dedicata alla scrittrice e storica dell'arte che si batteva per i diritti delle donne.

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Al Fuorisalone il lusso estremo finisce negli accessori per la casa

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  • Giorgio Armani inaugura la prima mostra al Silos dedicata all'architettura con Tadao Ando. Hermès presenta le nuove collezioni per la casa, oggetti, tessuti d'arredamento, carte da parati e arredi. In via Santo Spirito, fino a giugno, il temporary store di Gucci con pezzi per la casa creati da Alessandro Michele.
  • Con la sua Postina Franco Zanellato porta la fioritura dei ciliegi giapponesi anche a Milano. Nel negozio di via Bagutta a Milano un'istallazione fatta da 3.000 fiori in pelle ecosostenibile.
  • Street art floreale per Falconeri: i ricami invadono i muri di via Montenapoleone.
  • Dolce & Gabbana accoglie i suoi ospiti negli spazi del Metropol di viale Piave con una piccola orchestra, abiti d'alta moda e gli immancabili accessori Smeg, customizzati con le stampe carretto del brand. Guarda il video.

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B&B Italia torna in Fiera dopo vent'anni. In Statale un'installazione con tonnellate di tappi di plastica

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  • Non solo Fuorisalone. Per chi ama il design il vero appuntamento è a Rho dove come ogni anno prende vita il vero Salone con espositori e aziende provenienti da ogni parte del mondo. La nostra guida ai cinque stand da visitare per forza.
  • L'opera «Help the planet, help the humans» è tra le più fotografate tra i chiostri dell'università Statale. A formare la gigantesca scritta sono oltre due tonnellate di tappini di plastica colorati racchiusi in sacchi di reti rosse. L'installazione è realizzata da Maria Cristina Finucci con il supporto di Officine Maccaferri.
  • Parla Carlo Colombo, vincitore nel 2004 del premio Designer of the Year a Tokyo: «Sì alla modernità, ma senza dimenticare l'eleganza».
  • I gatti invadono Milano. Per Chorustyle l'ispirazione è Leonardo Da Vinci. Mentre Seletti riempie di felini bianchi e neri la steakhouse Stk.
  • Una statua che diventa un tavolo: Officina della Scala trasforma opere in marmo rendendole fruibili quotidianamente.
  • Niccolò Spirito ha trasformato un bus anni Settanta in discoteca. E il mezzo, originale e immatricolato 420, diventa in una notte il simbolo del nuovo design meneghino.

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Da Dodo a Vuitton, la Milano del design sa molto d'Asia

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  • A Milano c'è voglia d'Oriente. A dimostrarlo sono le molteplici installazioni e collaborazioni con designer provenienti soprattutto dal Giappone. La nostra guida agli eventi.
  • In occasione della settimana del design, un ryokan, l'hotel tipico nipponico, apre le sue porte in corso Garibaldi. All'interno si scoprono i benefici del dormire a contatto con la natura lasciandosi cullare dal cambiare delle stagioni.
  • Dodo collabora con l'artista Windy Chien e lancia lancia la linea «stronger together»: un gioiello a forma di nodo per festeggiare i primi 25 anni del marchio.
  • Louis Vuitton torna con Objets Nomades. In esposizione a Palazzo Serbelloni 45 oggetti di cui dieci mai visti prima. Tra questi spicca il Blossom Vase di Tokujin Yoshioka ispirato al celebre motivo del fiore Monogram e realizzato in vetro di Murano lavorato a mano.
  • Fuorisalone: la Corea invade via Tortona e le opere d'arte si acquistano fotografando un Qr code. Guarda il video.

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«La moka è un capolavoro contemporaneo»

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  • Alberto Alessi, presidente dell'omonimo marchio italiano, nipote di Alfonso Bialetti, presenta la rivisitazione di David Chipperfield della storica caffettiera. «È più difficile produrre una teiera bella e pratica piuttosto che costruire un palazzo con le stesse caratteristiche».
  • Torna Seletti con il suo design pride: appuntamento domani in piazza Affari per ballare sotto il dito medio di Cattelan.
  • Doppia firma unisce la creatività al saper fare dei nostri artigiani. Al Fuorisalone, anche le proposte delle case di moda: spiccano Armani e Louis Vuitton.
  • Fuorisalone: Rimowa e Kaleidoscope presentano «Gas», l'opera di Guillermo Santomá.
  • Una visione alternativa del futuro: Chinneck con Iqos in scena in via Tortona.

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