E’ l’appartamento del Doge di Palazzo Ducale a Genova ad ospitare (sino al 19 luglio 2026) la più grande mostra degli ultimi venticinque anni dedicata ad Anton Van Dyck, il genio pittorico fiammingo che con il capoluogo ligure ebbe sempre un rapporto profondo. Tra ritratti famosi e meno conosciute opere sacre, esposte ben 58 opere, prestiti dai più grandi e autorevoli musei d’Europa.
In un allestimento spettacolare, con tele di grandi dimensioni che evocano autentiche scene teatrali, ricche di colore, personaggi e suggestioni, l’attesissima mostra genovese è davvero un’occasione più unica che rara per conoscere da vicino la parabola artistica e di vita di Van Dyck, grande Maestro fiammingo e « pittore europeo» nel senso letterale del termine, visto che la sua esistenza (iniziata ad Anversa nel 1599 e conclusasi prematuramente a Londra nel 1641) fu un viaggio continuo fra Fiandre, Italia e Inghilterra. Senza contare qualche mese passato a Parigi: miglior allievo di Rubens, Van Dyck fu chiamato alla corte di Re Carlo I d’Inghilterra, lavorò per oltre sei anni a Roma, da li si spostò a Genova (città che amò particolarmente), tornò ad Anversa, si trasferì a Bruxelles, partì per Londra, poi fu di nuovo ad Anversa, di nuovo a Londra, di nuovo ad Anversa, poi a Parigi e poi, pochi mesi prima della sua morte, di nuovo e purtroppo definitivamente a Londra.
Un artista internazionale dunque, capace di interpretare tendenze e desideri di tante e variegate committenze, diverse per gusti, sensibilità e senso estetico. Influenzato dal Classicismo, dal Rinascimento, dagli albori del Barocco italiano ( che «toccò con mano» negli anni del suo soggiorno a Roma), e, ovviamente, dall’arte dei maestri fiamminghi (non dimentichiamoci che fu l ‘allievo migliore di Rubens…), la pittura di Van Dyck , pur capace di composizioni monumentai dalla straordinaria ricchezza cromatica, è una pittura di grande eleganza e raffinatezza, fatta di figure slanciate, volti espressivi, abiti sontuosi e particolari ricercati, tratti distintivi che lo resero il ritrattista più amato e conteso da sovrani, nobili e ricchi borghesi: possedere un suo quadro era un vero e proprio status symbol, per la nobiltà inglese o delle Fiandre, come per la ricchissima nobiltà genovese , che affidò ai superbi tratti del pittore fiammingo il compito di rappresentare e rendere immortale il potere e il prestigio raggiunti. Ma se il ritratto fu il genere che maggiormente gli regalò fama e notorietà, Van Dyck fu anche artista di dipinti mitologici e religiosi ricchi di pathos e sentimento , capaci di sedurre chi li guarda per fascino e bellezza. E basta visitare la mostra genovese per accorgersene…
La Mostra
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, in un lungo percorso espositivo suddiviso per temi e articolato in ben 12 sale, l’esposizione offre al pubblico la possibilità di ammirare e comparare l‘attività artistica di Van Dyck nelle sue « tre patrie » - Anversa, Genova e Londra – e nella completezza delle sue tematiche artistiche: il ritratto, in primis, ma anche i temi mitologici e quelli religiosi. Una suddivisione davvero interessante e ben pensata, dove le opere sono accostate per soggetti, così da stimolare e facilitare un confronto diretto tra il Van Dyck giovane in patria e il « grande Van Dyck » italiano e inglese; fra una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama di Genova o di Londra. Ad aprire la mostra il primo autoritratto noto del pittore, tela di una sorprendente maturità artistica anche se realizzato nel 1614, quando Van Dyck aveva solo quindici anni ; a chiuderla, nella Cappella del Doge, la grande pala della chiesa di San Michele di Pagana, l‘unica pala realizzata nei suoi anni genovesi e una delle due sole pale d'altare create nei sette anni trascorsi in Italia.
Fra le opere più importanti, oltre ai ritratti singoli, di coppia o di famiglia (maestoso e seducente il Ritratto di donna, prestito eccezionale della collezione di Palazzo Odescalchi a Roma), a spiccare sono il Matrimonio mistico di Santa Caterina del Prado di Madrid, il San Sebastiano della Scottish National Gallery di Edimburgo e l' Ecce Homo, preziosa opera inedita proveniente da una collezione privata europea. Di particolare interesse anche la quarta sala, «la sala del fare», che ospita opere eseguite su diversi supporti e con diverse tecniche (olii su tavola e su carta, disegni, gesso su carta), conducendo il visitatore all’interno del processo creativo dell’artista; mentre le opere della sala precedente spiegano il compicato rapporto con Rubens, il maestro dal quale Van Dyck prese presto le distanze prediligendo al linguaggio più colorato e chiassoso del suo mentore una raffinatezza delicata, quasi sussurrata.
Una mostra davvero eccezionale, indispensabile per seguire e capire la vita e il genio di un grande Maestro, interprete della storia economica e politica dell'Europa del suo tempo.
Sono gli spazi espositivi della Fortezza Firmafede di Sarzana a ospitare (sino al 2 giugno 2026) un’interessante monografica dedicata a Renato Guttuso, grande protagonista della pittura italiana del Novecento. Fra dipinti e disegni, esposto un significativo numero di opere che accompagnano il visitatore in un affascinante viaggio nel mondo del grande pittore siciliano.
Una mostra che definirei «essenziale » e sintetica, sia per l’allestimento minimale che per le opere esposte, ma che nella sua semplicità rende bene l’idea di quella che è stata la parabola artistica di Renato Guttuso (1911-1987), politico, intellettuale e tra i più importanti pittori neorealisti italiani del XX secolo.
Siciliano di Bagheria, una passione per l’arte trasmessagli sin dall’infanzia dal padre Gioacchino, agrimensore e acquarellista, già dalla prima adolescenza Renato Guttuso comincia a distinguersi per alcune sue opere, paesaggi soprattutto, rilievi montuosi e scorci della sua Sicilia e di Bagheria, quelle origini che porterà sempre nel cuore e che saranno fonte di ispirazione durante tutta la sua carriera. Artista impegnato politicamente, amico di Sciascia e Pasolini, antifascista convinto e fedele al PCI sino alla morte (nel 1940 aderì al Partito Comunista d’Italia clandestino e nel 1976 fu eletto senatore nel collegio di Sciacca ), l’arte di Guttuso è il riflesso della sua coscienza politica, che con quel suo straordinario Neorealismo fatto di tratti decisi e colori accesi (i suoi potenti rossi innanzitutto, ma anche il giallo sole, il verde brillante, il blu intenso...), da voce al dolore, alla fatica, alle ingiustizie sociali , all’emarginazione di contadini e operai. E se uno dei suoi più noti capolavori, I funerali di Togliatti (1976), è forse l’espressione più evidente del suo credo politico, una sorta di manifesto del «realismo comunista», nell’ altrettanto famosa Vucciria (1974) come nell’ Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949), passando per il Raccoglitore di olive (opera esposta nella mostra di Sarzana)e Contadini al lavoro (1951), emerge a tutto tondo non solo il legame viscerale per la sua terra natia, ma anche tutto il suo interesse, profondo e genuino, per quel mondo oppresso, sfruttato e bistrattato, fatto di proletari , sottoproletari e poveri agricoltori. Ma se impegno politico e sociale sono tematiche costanti nell’arte del Maestro siciliano, altrettanto ricorrenti sono l’eros, il paesaggio, le nature morte e il ritratto, la sua esperienza personale che si unisce alla dimensione collettiva, arte e vita che si fondono in un unico, indissolubile gesto. Per Guttuso dipingere era un modo per prendere posizione, per dialogare con la storia e la politica non in modo astratto, ma concretamente e con partecipata sofferenza. Esponente di punta del gruppo di Corrente, costituitosi a Milano nel 1938 in contrapposizione alla cultura e al linguaggio retorico del regime fascista, Guttuso, al pari di Vedova, Sassu, Morlotti, Birolli e Treccani (quest’ultimo fondatore del gruppo), guardava all’Ottocento francese, alle Avanguardie internazionali e a quegli artisti così eccezionali da sfuggire ad ogni tentativo di «classificazione»: Van Gogh, ma soprattutto Picasso ,la cui influenza cubista emerge chiaramente in molte delle sue opere. Nella Marsigliese contadina (1947) per esempio, ma anche nello Stretto di Messina (1949), una delle tele in mostra a Sarzana.
La Mostra
Ospitata negli spazi rinascimentali della Fortezza Firmafede , come ha ben sottolineato il curatore, Lorenzo Canova «…La mostra attraversa quarant’anni della ricerca di Guttuso, dall’impegno politico e civile al paesaggio, dalla natura morta all’eros, mettendo in dialogo opere emblematiche come Figure sedute, Stretto di Messina: Scilla, I Falsari, Donna al telefono, fino a Donne nello studio di Velate. Un percorso che restituisce tutta la coerenza, la forza e l’attualità di un artista che ha sempre vissuto la pittura come un atto vitale e necessario». Certo, è innegabile che il visitatore possa «sentire la mancanza» di qualche opera iconica (per esempio le già citate Vucceria e I funerali di Togliatti), ma il percorso espositivo offre comunque l’opportunità di seguire tutta la parabola artistica del Maestro , ben equilibrandosi fra dipinti, disegni e opere grafiche, partendo dalle influenze cubiste e postcubiste picassiane degli anni ‘40 fino ad arrivare alle tele dedicate alla natura, al paesaggio, agli oggetti quotidiani e, naturalmente all’eros, altro elemento ( o forse è meglio dire energia) che attraversa tutta l’opera di Guttuso. La sua rappresentazione dell’eros è potente e sensuale, fatta di corpi femminili che attraggono e inquietano, luoghi di desiderio e di tensione emotiva, di immaginato e di reale. Che siano contadine o donne sensuali, reduci dai campi o da una notte d’amore, le donne di Guttuso sono personaggi più che persone fisiche, donne indagate e rappresentate in tutte le forme artistiche, pittoriche e grafiche, ma mai volgari, nemmeno quando si mostrano in una potente, spregiudicata nudità. Disegnatore «seriale» (è risaputo che Guttuso disegnasse sempre e ovunque) , parte della mostra accoglie anche un ciclo di interessanti disegni (bellissimi Emigranti e l’allucinata visione infernale dei Falsari ) e una piccola sezione dedicata alla grafica, che con tratti e segni raffinati, spesso arricchiti da un'intensa componente cromatica, rappresenta e unisce natura, figure femminili, politica e impegno civile. In pratica, tutto Guttuso…
Dall’India alla Cambogia, dall’Afghanistan al Pakistan, sino a 12 aprile 2026 le sale di Palazzo Pigorini a Parma ospitano una grande mostra dedicata Steve McCurry, nome importante della fotografia contemporanea. Fra ritratti, paesaggi e squarci di vita quotidiana, esposte le immagini più belle realizzate in ogni angolo del mondo in oltre quarant’anni di carriera.
Chi di noi, almeno una volta, non si è imbattuto negli occhi grigio verdi di quella splendida bambina afghana che, a metà tra lo spaventato e l’attonito, guardano dritti qualcuno o qualcosa? L’immagine è iconica, talmente straordinario da guadagnarsi l’appellativo di Monna Lisa afghana e dal lontano 1985, quando fu scelta per la copertina del numero di giugno della nota rivista National Geographic, non solo è diventata una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta, ma anche lo scatto che ha regalato eterna notorietà al suo autore, il fotoreporter (anche se lui ama definirsi storyteller) statunitense Steve McCurry , dal 1986 membro della prestigiosa agenzia Magnum e autore di straordinari reportage in ogni parte del mondo, dall’India all’Afghanistan , dal Myanmar all’Africa, dalla Cina alla Cambogia, passando per Cuba, il Sud America e il Giappone.
Viaggi avventurosi, spesso pericolosi, fuori dalle rotte comuni, alla ricerca di realtà nascoste e di umanità dimenticate. Viaggi che documentano guerre e le loro tragiche conseguenze, che Mc Curry coglie nei volti tristi e disperati di bambini, donne e uomini, segnati nel corpo e nello spirito, esuli lontani dalle loro terre e relegati nei campi profughi ; ma anche viaggi che raccontano di luoghi remoti, di usi, costumi e tradizioni che il suo occhio attento ed esperto ha colto nella loro straordinaria bellezza di colori densi e accesi, che sembrano trasmettere suoni, odori e profumi. Scatti talmente perfetti da sembrare irreali ( e per questo criticati dai molti suoi detrattori, che lo accusano di fare un uso eccessivo della post produzione), così forti e potenti da arrivare immediatamente ai sensi di chi le osserva, che superano i confini geografici e sociali e vanno oltre le diverse etnie, le latitudini e le longitudini, per parlare un linguaggio universale, fatto non di parole ma di immagini.
Ad animare Mc Curry non è solo la passione smisurata per il proprio lavoro (che coincide con la sua stessa vita…), ma anche la speranza che i suoi lavori possano far prendere coscienza (e anche smuovere le coscienze..) del mondo in cui viviamo, della sua bellezza ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi rapidi cambiamenti («… la fotografia, anche se piccola, può avere un ruolo importante nell’alzare l’attenzione e incoraggiare la riflessione…la mia speranza è quella che possa far risplendere una luce su chi siamo e approfondire la nostra conoscenza di un mondo in continuo cambiamento…», ha dichiarato in una recente intervista). Instancabile viaggiatore («Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile»), ogni sua avventura si è «tradotta » in libri, volumi, mostre allestite in ogni parte del globo, tantissime e seguitissime. E se anche, diciamolo, Mc Curry è ’ inflazionato, visto e stravisto, ogni sua mostra è un regalo agli occhi e al cuore. Proprio come la monografica allestita a Parma, nelle sale di Palazzo Pigorini, celebre per essere stato a residenza del poeta Angelo Mazza e dell’esploratore Vittorio Bottego ( che immagino avrebbe sicuramente apprezzato i lavori del reporter di Philadelphia…).
La Mostra
Curata da Biba Giacchetti, esperta conoscitrice dei lavori di McCurry, il percorso espositivo è un’alternanza di immagini iconiche (in primis, la già citata Afghan Girl ) e di scatti meno visti, di foto che incantono ( come lo straordinario Tāj Maḥal riflesso nel’acqua) e di scene che impressionano e fanno riflettere ( come il bambino peruviano che piange mentre si punta il revolver alla tempia). Immagini, tante, che risaltano sulle pareti color pastello delle sale e si susseguono come una storia scandita non dal tempo ma dalle emozioni, accostate per affinità di soggetti e atmosfere, come se fili invisibili legassero fra loro luoghi e persone distanti anni luce. A colpire particolarmente i volti, potenti concentrati di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. Volti che ti guardano e sembrano parlarti, che mettono a nudo la loro anima per arrivare al cuore: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», ha raccontato lo stesso McCurry nel corso di un'intervista.
Personalmente, di questo grande Maestro che amo moltissimo, ho visto mostre un po’ ovunque, in Italia e all'estero. Non ho visto tutto - ovviamente e purtroppo - ma sicuramente ho avuto la fortuna di ammirare i suoi reportage più famosi e i suoi lavori più noti, quelli entrati «prepotentemente» e di diritto nell’immaginario collettivo, quasi «patrimonio dell’umanità». E poco importa se ho visto dieci volte la ragazza afghana, i templi indiani, le donne del Bengala o le strade sconnesse dell’Havana: Mc Curry ogni volta sa sorprendermi e incantarmi. E poi, come dicevano i latini, repetita iuvant...


























