Negli spazi espositivi del Mudec di Milano (sino al 28 giugno 2026 ) una mostra di 100 immagini racconta due secoli di storia attraverso l’obiettivo dei più grandi fotografi di sempre.
Al Museo delle culture di Milano la fotografia non si espone solo per essere ammirata. È antropologia visiva, reperto, testimonianza, storia. E la mostra attualmente in corso nei suoi spazi ne è la conferma già a partire dal titolo: 100 anni di fotografia per ereditare il Mondo.
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…
Negli spazi espositivi di Palazzo Roverella, una grande mostra (sino al 28 giugno 2026) mette in dialogo un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più noti della scena europea: Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas.
Veneziano l’uno, parigino l’altro, ad accomunare Federico Zandomeneghi (1841- 1917) ed Edgar Degas (1834- 1917) non solo un carattere non facile, una profonda amicizia umana e artistica, l’anno e il luogo della scomparsa (morirono entrambi a Parigi nel 1917), ma uno dei più grandi movimenti artistici della storia dell’arte: l’Impressionismo, di cui Degas ne fu uno dei massimi esponenti e Zandomeneghi una delle « voci» italiane più interessanti. Influenzati entrambi dai fermenti innovativi di un gruppo di giovani pittori toscani, i futuri Macchiaioli del celebre Caffè Michelangelo (che Degas conobbe e frequentò nel suo soggiorno fiorentino del 1858), la loro arte trovò nel realismo e nella rappresentazione veridica del movimento (basti pensare pensare alle celebri ballerine di Degas…) le cifre stilistiche fondamentali, quel quid che fece rifiutare a Degas il termine assoluto di impressionista e che riconobbe in Zandomeneghi «… una particolare, spiccata individualità artistica, una balda sicurezza che viene suggerita da una ferma convinzione in certi principii, nonché una certa aderenza ad una pittura realista, atta a riprodurre la vita quotidiana », come scrisse nel 1871 in un suo articolo il pittore Pompeo Molmenti. Tre anni dopo l‘uscita di questo scritto, nel 1874, Zandomeneghi partì improvvisamente per Parigi e in Italia non fece più ritorno: a questo punto, pur conservando la propria, originalità (Degas, alludendo al suo orgoglio italico, lo appellava «le vénetien »…), la sua adesione all’Impressionismo fu totale, come assoluto fu il vedere in Edgar Degas non solo un amico , ma il suo modello e mentore, per sua stessa definizione, «l’artista il più nobile e il più indipendente dell’epoca nostra».
E di queste due personalità a confronto fra Firenze e Parigi, di Macchiaioli e Impressionisti, di tradizione e avanguardie racconta la mostra allestita a Rovigo, curata dalla storica dell’arte Francesca Dini e arricchita da importanti prestiti italiani, internazionali e di opere mai esposte prima.
Il percorso espositivo
Divisa in cinque sezioni, la mostra si apre con il soggiorno fiorentino di Degas e con un suo capolavoro giovanile, il prezioso quadro preparatorio per La famiglia Bellelli, straordinario e delicato disegno a pastello per la prima volta prestato all’Italia dal museo Ordrupgaard di Copenaghen. Accanto, altre opere del Maestro francese (bellissimi i Ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito eccellente del Musée d’Orsay) in dialogo con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui spiccano Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori e Dalla soffitta di Giovanni Boldini.
E’ nella seconda sezione del percorso che si incontrano le opere degli anni italiani di Zandomeneghi , il periodo in cui «Zandò» realizza Impressioni di Roma (1872), il dipinto lodato da Edouard Manet per la sua grande forza ed energia creativa, quella stessa energia che segnerà tutta la sua futura e ricca produzione impressionista, che se da una parte accoglie i suggerimenti della modernità visiva di Degas , dall’altra li rielabora secondo una sensibilità personale, nutrita dalla tradizione cromatica veneziana e dall’uso del colore di Renoir , come ben testimoniano opere come A letto e la bellissima tela Le Moulin de la Galette.
Ad illustrare gli anni della piena maturità dell’artista veneziano un importante nucleo di dipinti , ulteriore testimonianza di come l‘adesione di «Zandò» all’ Impressionismo , seppur sentita e convinta, sia sempre stata segnata da una costante e ininterrotta ricerca personale: a dialogare con le opere di questo periodo ( da Mère et fille, al Il dottore, passando per Le madri, Visita in camerino e Al caffè Nouvelle Athènes) alcuni lavori di Degas, fra cui spiccano Lezioni di danza e la celebre scultura della Piccola danzatrice di quattordici anni, prestito eccezionale dall’Albertinum, Staatliche Kunstsammlungen di Dresda.
A chiudere il percorso la svolta del 1886, anno dell’ ultima collettiva del gruppo impressionista : da qui in poi, pur rimanendo vicino ai sui « compagni di stagione », Zandomeneghi sceglierà un linguaggio personale più autonomo, caratterizzato una maggior morbidezza della forma, da una compostezza più classica e da un nuovo equilibrio narrativo, come ben rivela la bellissima Bambina dai capelli rossi (a mio parere il più bel quadro in mostra… ), una tela ad olio ambientata in interno che coglie una giovane ragazza intenta nella lettura: un’opera di grande impatto visivo , dominata da una chioma fulva e da un gusto cromatico di rara bellezza, che dal rosso preminente dei capelli scende con delicatezza sino a toccare l’azzurro del vestito, per poi quasi fondersi con il legno della sedia e la parete variegata che fa da sfondo.
Un’opera che è il risultato finale di un percorso personale e coerente di un artista e che, da sola, indica quanto sia stato sorprendente il contributo italiano alla modernità europea.
A Milano, con ben 400 opere a Palazzo Reale e importanti approfondimenti al Museo del Novecento, Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia, una straordinaria mostra diffusa racconta l'eredità dell'arte metafisica di De Chirico, Carrà, Morandi e Savinio sugli artisti del XX e XXI secolo.
«Ogni cosa [ha] due aspetti: uno corrente quello che vediamo quasi sempre e che vedono gli uomini in generale, l’altro lo spettrale o metafisico che non possono vedere che rari individui in momenti di chiaroveggenza e di astrazione metafisica, così come certi corpi occultati da materia impenetrabile ai raggi solari non possono apparire che sotto la potenza di luci artificiali quali sarebbero i raggi x. » Così scriveva Giorgio de Chirico nel suo saggio del 1919 «Sull'arte metafisica», riassumendo, in poche righe, l’essenza della sua arte e della metafisica stessa, che non è tenebre e non è vuoto, ma ricerca « di ciò che è dopo le cose fisiche » e oltre la realtà percepita. Immobile ed enigmatica, inquietante e misteriosa, la pittura metafisica è l‘antitesi delle avanguardie futuriste: al movimento vorticoso preferisce la perfezione classica e colta delle forme e dei disegni, quella perfezione che si ritrova nelle piazze vuote e nei manichini, nelle ombre lunghe e nelle architetture, negli oggetti comuni calati in contesti assurdi e in tutti quegli elementi che hanno caratterizzato i capolavori dei grandi «Maestri metafisici», da De Chirico ad Alberto Savinio, da Carlo Carrà a Filippo de Pisis. Per certi aspetti anche Giorgio Morandi. Un’arte, la loro, che pur rifacendosi alla classicità la priva di ogni «freddezza » formale in nome di una ricerca introspettiva che invita a riflettere sul lato nascosto e misterioso della realtà: davanti a un’opera metafisica è come se il tempo si fosse fermato, come se qualcosa «stia per accadere ». E in questo clima di ovattata attesa aspettiamo. E riflettiamo… Ecco, in un’epoca in cui la velocità è tutto, la straordinaria mostra milanese non è solo la celebrazione di un movimento artistico ad oltre un secolo dalla nascita, ma anche un invito a rallentare e a guardare con più calma noi stessi e la realtà che ci circonda.
La Mostra a Palazzo Reale
Con tre importanti approfondimenti in altrettanti sedi museali milanesi, è a Palazzo Reale (sino al 21 giugno 2026) che si «celebra» il mistero silenzioso della pittura metafisica: oltre quattrocento opere che sembrano emergere da un allestimento (curato dallo Studio Italo Rota) che sospende il tempo, fatto di luci radenti e pareti colore polvere che richiamano l’atmosfera rarefatta dei dipinti. Ad accompagnare il visitatore nessun suono, nessun sottofondo musicale, solo un silenzio ovattato («la pittura metafisica è un suono che non si sente», scriveva De Chirico) che invita ad un’immersione totale in uno spazio surreale, con sale quasi teatrali, portali e quinte prospettiche a fare da contorno alla « storia » della metafisica, ai suoi protagonisti e a tutti quegli artisti - dai Dadaisti ai Post Moderni – che dei Maestri metafisici, e di De Chirico in particolare, ne subirono il fascino.
Ed è proprio con lui, il «Pictor Optimus», che inizia e si conclude il percorso espositivo a Palazzo Reale: le sue Muse inquietanti, le sue piazze vuote, i suoi celebri manichini senza volto, le ombre lunghe , le proporzioni impossibili, racchiudono come in un cerchio le architetture assorte di Giorgio Morandi, le periferie sospese e monumentai di Mario Sironi, il Realismo Magico di Felice Casorati e Cagnaccio di San Pietro, sino ad arrivare alle diramazioni europee di Max Ernst e René Magritte, ad alcune opere di Warhol e, in ambito italiano, a Emilio Tadini, Pino Pascali e Francesco Vezzoli, definito «il più metafisico degli artisti contemporanei». A dimostrazione di quanto sia ancora attuale l’iconografia Metafisica, il percorso è costellato da continui «affioramenti » dei dipinti dei Grandi Maestri, «zoomate » di opere particolarmente significative messe in dialogo - tra tributi e reinvenzioni - con la fotografia (straordinari gli scatti architetturali di Gabriele Basilico), la moda, il teatro, il cinema, il design (originalissima Plaza, la toeletta in legno laccato firmata dallo statunitense Michael Graves), l’architettura, il fumetto e addirittura la musica (in mostra parecchie copertini di vinili).
Un percorso talmente affascinante, che quando termina ti vien voglia di tornare alle prime sale, dove le opere enigmatiche e sospese di Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Alberto Savinio e Filippo de Pisis ti riportano là dove tutto è iniziato: la Ferrara del 1917.


















































