Prorogata sino al 5 luglio per il grande successo di pubblico, la mostra a Palazzo Reale di Milano è una delle più grandi e complete retrospettive mai dedicate al movimento dei Macchiaioli. Da Silvestro Lega a Telemaco Signorini, passando per Giovanni Fattori e Vincenzo Cabianca, esposte oltre 100 opere, prestiti dei più importanti musei italiani.
Siamo a Firenze, nel 1855. In un «Italia » ancora divisa e in grande fermento, un gruppo di giovani pittori toscani decide che la tradizione Accademica ha fatto il suo tempo. Si chiamano Fattori, Signorini, Lega, Abbati, Borrani, Sernesi e insieme decidono che è giunto il tempo di allontanarsi dalla retorica romantica portata all’eccesso, dal mito, dal classicismo esasperato per guardare il mondo in modo nuovo. Hanno sentore che qualcosa di importante sta per accadere e che la pittura deve aprirsi alla novità, tecnicamente e ideologicamente: la retorica e il mito devono lasciare spazio a uno sguardo laico, realista, che lascia poco posto (se non nessuno) alle celebrazioni.
Al posto del Grand Tour, delle «cartoline dal’Italia », c’è la Maremma, il lavoro nei campi, i butteri, le famiglie contadine, la vita domestica e agreste, quella vera, lontana dall'edulcorato stereotipo bucolico; ci sono i soldati stanchi e accampati nel fango (basti pensare ai soldati della battaglia di Magenta dipinti da Fattori). In una parola: c’è «il vero», il reale, ma rappresentato con «velocità», da forme costruite con la luce, da un colore steso a piatto. Bisogna dipingere en plein air (come faranno gli Impressionisti anni dopo…) per catturare il sole, la natura e la vita vissuta.
Ammiratori del realismo di Gustave Courbet , l’arte di questo gruppo di amici che nel 1856 elaborano la «poetica dei Macchiaioli»,è un’arte che vuole rappresentare il reale senza idealizzazioni, cogliere il senso delle cose nella totalità, senza perdersi nei dettagli, nei contorni e nelle sfumature. La loro pittura, fatta di colori netti e definiti, chiari e scuri che si alternano in blocchi contrapposti, è una pittura definita appunto «a macchie», dove la forma esiste perchè creata dalla luce e la realtà altro non è che un insieme di «getti di luce», in cui il passaggio da un oggetto all’altro avviene attraverso un cambiamento di colore. Nelle loro opere le figure sono appena abbozzate, i volti non definiti, contorni e sfumature tendono a sparire: tutti punti in comune con gli Impressionisti, che anticipano di circa un decennio. Ma i Macchiaoli non sono gli Impressionisti, tanto meno sono gli Impressionisti italiani, come qualcuno li ha definiti. I Macchiaioli sono una corrente a sè stante, con caratteristiche ed esponenti propri, un manipolo di artisti progressisti che in breve tempo ha saputo tracciare una delle pagine più poetiche della storia dell’arte locale (Toscana soprattutto), italiana ed europea: a raccontare l’entusiasmante avventura di questo movimento, incompreso dai contemporanei e rivalutato da critica, collezionisti e pubblico a partire dagli anni ’20 in poi, la grande mostra a Palazzo Reale , che ne traccia le vicende nel lasso di tempo che va dal 1848 (data cruciale per il Risorgimento italiano)al 1872, anno della morte di Giuseppe Mazzini, la cui scomparsa segnò anche la fine della carica rivoluzionaria di questi «artisti - patrioti», testimoni diretti della nascita della nostra Nazione.
La Mostra
Curato da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca, il percorso espositivo si articola in nove grandi sezioni, che si aprono con i moti Risorgimentali del 1848 e terminano con una parte interamente dedicata a Milano, la citta della rivalutazione critica e della fortuna collezionistica del movimento. Ma al di là del percorso in sé, che affianca a capolavori di Fattori, Lega, Signorini, Cabianca e altri esponenti di punta del gruppo le opere di alcuni pittori del tempo (come i fratelli Induno o Domenico Morelli), questa mostra pone l’accento sul «sentire Nazionale» dei Macchiaioli, sulla loro convinta adesione ai moti Risorgimentali, sul loro nuovo concetto di «popolo», di cui immortalano con grande dignità la vita familiare o l’estenuante lavoro nei campi. Artisticamente e politicamente rivoluzionari, come ha ben sottolineato Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura del comune di Milano «Questa grande mostra offre l’occasione di sottolineare un'evidenza storica: è in Italia, con i Macchiaioli, che si consuma per la prima volta in Europa la rottura più radicale con le regole dell’accademia. Ben prima degli Impressionisti francesi, questi giovani pittori ebbero il coraggio di sfidare i canoni ufficiali, di dipingere all’aria aperta, di scegliere la vita quotidiana e la luce vera come nuovi orizzonti dell’arte. La loro rivoluzione – estetica, morale e civile – ha aperto la via alla modernità pittorica ed è parte profonda dell’identità culturale del nostro Paese. Con questa retrospettiva Milano celebra dunque non solo un movimento straordinario, ma una pagina fondativa della storia europea dell’arte».
Ricca di capolavori, fra cui spicca la straordinaria opera La toilette del mattino di Telemaco Signorini ( appartenuta ad Arturo Toscanini e fonte di ispirazione, come i dipinti militari di Fattori, per il grande film di Luchino Visconti Senso, severa riflessione sul fallimento e le contraddizioni del Risorgimento italiano ), valore aggiunto dell’esposizione milanese 16 interessanti audio racconti (attivabili tramite QR code o app ) di tema storico, che trasformano il momento dell'ascolto dell’ audioguida in un'esperienza immersiva nuova e unica…
Al MART di Rovereto una grande monografica (fino al 27 settembre 2026) di oltre 150 opere ripercorre la vita e la carriera di Anselmo Bucci, artista e intellettuale raffinato, fra le figure più complesse e variegate del XX secolo.
Pittore inanzitutto. Ma anche incisore, scrittore , fine intellettuale e, soprattutto, uomo dal pensiero libero e indipendente, Anselmo Bucci (Fossombrone, 1887- Monza, 1955) si può definire un «paradosso del primo Novecento italiano» visto che, nonostante fosse una figura di spicco nel panorama artistico del tempo, il suo nome è rimasto in ombra rispetto a quello di altri artisti. Di Siron, Funi e Carrà per esempio, come lui legati al «Gruppo del Novecento », fondato nel 1923 da Margherita Sarfatti , ma ben più noti e celebrati di Bucci, che del Gruppo scelse il nome, ne scrisse il manifesto e ne condivise «il ritorno all’ordine Classico », ma che dal Gruppo se ne andò presto. E non certo per moda, ma per coerenza alle sue idee e al suo «modus vivendi», che lo portò a viaggiare fra l’Italia e la Francia, da Milano a Parigi, dove visse a Montmartre e a Montparnasse e dove conobbe Picasso e Modigliani. Libero e indipendente, artista di cultura e non di bandiera, Bucci era troppo europeo per restare prigioniero di una retorica nazionale e per questo rimase ai «margini », visto come « figura scomoda» invece che come «alternativa». Un’alternativa che il Novecento (inteso come Gruppo e come secolo) non ha saputo o voluto gestire, preferendo accantonare…. Ecco, la grande retrospettiva in corso al MART (curata da Beatrice Avanzi e Luca Baroni ), lungi dall’essere un «omaggio pietoso » a un dimenticato, vuole restituire a Bucci la sua giusta dimensione di uomo e di artista, smontandone l’ idea di figura marginale e secondaria.
La Mostra
Attraverso 150 opere, molte delle quali inedite, emerge tutto ciò che Bucci era e rappresentava: l‘Italia e l’Europa dei primi decenni del XX° secolo, le trincee e i campi di battaglia della Grande Guerra vissuta come «pittore di guerra » (Bucci partecipò da volontario al primo conflitto mondiale), la borghesia e i circoli intellettuali. Con straordinaria suggestione cromatica, sottile ironia e grande capacità di «leggere gli animi», Bucci ha realizzato ritratti di rara umanità e bellezza ( uno su tutti, presente in mostra, il «Ritratto di Rosa Rodrigo » - La Bella -, icona assoluta dello stie italiano degli anni ‘20) , anche quando , da osservatore impietoso della borghesia milanese, non risparmiava «ferocia critica» ai suoi soggetti. Curioso e attento a temi diversi, contrario alle rotture drastiche degli avanguardisti così come agli accademismi sterili, Bucci guardava ai maestri ottocenteschi piegandoli alla modernità nascente, alle luci e alla vivacità di Parigi e Milano, un po’ impressionista e un po’ futurista, senza essere né l’uno né l’altro, ma solo sé stesso. Nei suoi lavori, dai paesaggi agi interni, non c’è nostalgia ma analisi, la rappresentazione di una realtà che non è fotografica ma quasi « menzoniera», perché mediata dal punto di vista dell’artista, dal suo modo di sentire e vedere il mondo, che in Bucci è di un’originalità assoluta: basti pensare a L’ addio, uno straordinario olio su tela datato 1917 dove lo strazio materno per la perdita di un figlio è ricondotta a una dimensione intimista di rara bellezza. Figura poliedrica, Bucci ci ha lasciato anche una serie di disegni e incisioni di una capacità tecnica e libertà espressiva non comuni , carboncini dalla nervatura secca tipica di chi ha disegnato la guerra e rappresentazioni del mondo vegetale e animale, come le bellissime illustrazioni a punta secca del Libro della giungla di Kipling (alcune esposte i mostra).
Ma senza nulla togliere ad un percorso espositivo esauriente e pieno di fascino, che davvero apre il sipario su un artista meritevole di essere rivalutato e riscoperto «a tutto tondo» , fosse solo per quella radicata e fortissima coerenza che ha accompagnato e contraddistinto tutta la sua vita, vera chicca della mostra è la monumentale ( e mai terminata ) opera, restaurata per l’occasione e mai esposta prima in un museo, I Maschi, un grande dipinto di ispirazione mitologica raffigurante un gruppo di uomini intenti alla caccia che viene sopraffatto dalle Amazzoni, in una scena che allude simbolicamente al conflitto tra i sessi e rivela la fascinazione per il nudo maschile. I numerosi studi preparatori testimoniano una lunga elaborazione e permettono di seguire l’evoluzione del linguaggio dell’artista, dalla formazione parigina agli esiti più vicini al Novecento Italiano, offrendo un significativo esempio del suo metodo pittorico.
Negli spazi espositivi del Mudec di Milano (sino al 28 giugno 2026 ) una mostra di 100 immagini racconta due secoli di storia attraverso l’obiettivo dei più grandi fotografi di sempre.
Al Museo delle culture di Milano la fotografia non si espone solo per essere ammirata. È antropologia visiva, reperto, testimonianza, storia. E la mostra attualmente in corso nei suoi spazi ne è la conferma già a partire dal titolo: 100 anni di fotografia per ereditare il Mondo.
Un percorso ricco ed emozionante suddiviso in sei sale, che immagine dopo immagine invita il visitatore a una profonda riflessione sul linguaggio e sul significato più recondito della fotografia, che è memoria visiva del genere umano, strumento in grado di raccontare ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Ogni fotografia racconta «la Storia» e «una storia», il passato e il presente, le cadute e le rinascite, le tragedie e le grandi conquiste dell’umanità. Una foto può immortalare un fatto di cronaca o essere opera d’arte e sperimentazione pura, può essere testimone veritiera o bugiarda, ambigua o chiarissima, ma in ogni caso, ogni immagine porta con sé un momento preciso e una parte del mondo. Da 200 anni a questa parte.
Era infatti il 1826 quando il francese Joseph Nicéphore Niépce, dopo ben 8 ore di esposizione, immortalò la vista dalla finestra di casa sua a Le Gras, rivoluzionando per sempre – e forse inconsapevolmente – il mondo dell’immagine e della comunicazione. Una storia lunga due secoli, che la bella mostra allestita al MUDEC narra con le 100 immagini che più hanno arricchito l’eredità del nostro tempo. Una scelta sicuramente impegnativa e non facile quella fatta da Denis Curti (curatore della mostre e autorevole voce critica della fotografia italiana e internazionale), ma che centra appieno l’obiettivo di regalare al visitatore un viaggio per immagini nella storia. Dell’uomo e della fotografia. O meglio, dell’umanità che si fotografa mentre cambia…
La Mostra
Aperto da un’ affascinante sala introduttiva che fa da spartiacque fra una «società senza immagini e una società con le immagini», il percorso espositivo vero e proprio ha inizio con la sezione dedicata alle sperimentazioni visive, dove trovano spazio i tentativi tecnici di Niépce e Daguerre, i ritratti visionari di Julia Margaret Cameron, le elaborazioni politiche e allegoriche di Hippolyte Bayard e le fotografie di Roger Fenton, tra i primi a tradurre in immagine la devastazione della guerra di Crimea nel 1855: tra le immagini più iconiche della sezione e degli albori della fotografia la notissima Femme a la balle (1887) dell’inglese Eadweard Muybridge, pioniere della fotografia del movimento e di una nuova concezione del tempo e del corpo nell’immagine, innovazioni tecniche che daranno poi un contributo fondamentale anche alla nascita del cinema.
Senza seguire un ordine cronologico preciso, dalla nascita della fotografia si passa ad una modernità « più spinta», a quando le immagini si aprono alla sperimentazione, a nuovi linguaggi visivi e a una raffinata ricerca formale: è qui, nella seconda sezione, che si incontrano i capolavori surrealisti di Man Ray, le inquadrature avanguardiste di Aleksandr Rodcenko, la raffinatezza di Horst P. Horst (in mostra la sua celebre Mainbocher Corset, Parigi, 1939), il Maestro Henri Cartier-Bresson e il grande ritrattista Philippe Halsman, rappresentato al MUDEC dal Dali Atomicus, una performance più che una fotografia… Una sezione particolarmente interessante questa ( completata dalle «composizioni» di Mario Giacomelli e dalla fotografia concettuale dello spagnolo Joan Fontcuberta), che raduna artisti di anni, nazioni e scuole diverse, tutti ugualmente importanti nell’aprire la strada ai linguaggi ibridi delle generazioni successive.
Ma per chi, come la sottoscitta, al concettualismo e alla finzione preferisce la verità storica, sarà nella terza sezione (Fotografia come documento) che troverà «La Fotografia » che registra il mondo e gli eventi storici, dallo sbarco dell’uomo sulla luna (documentata dalla celebre - e anche contestata - foto diffusa dalla NASA), a Ground Zero, dalle guerre ai fenomeni migratori. E’ qui, in questa straordinaria sala, che trova spazio l’intenso scatto di Dorothea Lange Migrant Mother (1936), l‘immagine in assoluto più significativa della Grande Depressione; la drammatica foto della caduta del Muro di Berlino, immortalata nel 1989 da Carol Guzy; la tragedia dell’11 settembre catturata dall’obiettivo di Joel Meyerowitz unico fotografo autorizzato a oltrepassare le barriere di sicurezza per mostrare al mondo quel disastro disumano. Immagini di storia contemporanea forti e potenti, che hanno scosso il mondo e contribuito a creare la nostra memoria collettiva.
Scatti di fotoreporter e documentaristi che sono stati e sono «gli occhi del mondo», poli opposti dei «mirror» ( esposti nella quarta sezione della mostra), magistrali indagatori del mondo interiore, del corpo e delle sue nudità, dell’altro rispetto al «sè», dell’ambiguità e di una memoria che va altre il visibile. Le loro opere sono teatrali e trasgressive, a tratti disturbanti, nel caso di Robert Mapplethorpe (in mostra con una sola, significativa immagine, Bob Love del 1979) rasentano la perfezione di forme e proporzioni : solo lui, «il Michelangelo della fotografia», con rara potenza simbolica e formale ha saputo trasformare il corpo in scultura, gesto e icona. Con ironia, e una leggerezza che non è superficialità…
«Occhi del mondo» e « Mirror», agli antipodi sino a qualche decennio fa, nell’ultimo quarto di secolo si sono uniti per dare vita a un linguaggio misto, in cui documentazione e introspezione non sono più in contrapposizione, ma coesistono in una tensione continua. Oggi, in un tempo caratterizzato da una produzione incontrollata di immagini , la fotografia è parte integrante delle nostre vite (ogni momento è buono per un selfie, uno scatto con lo smart, un’instagrammata…), è realtà e finzione, è il mondo com’è e come vorremmo che fosse. Il Novecento, oramai alle spalle, non è sparito, ma vive in una sorta di memoria vibrante, accanto ad un futuro che impone nuovi scenari e orizzonti. Il passato si trasforma in una sorta di «risonanza emotiva» in cui la fotografia non rappresenta più il fatto oggettivo, ma diventa metafora, evocazione e finzione. E’ questo ciò che racconta la quinta sezione, interamente dedicata all’ambiguità del linguaggio visivo fotografico, a immagini che sono metafore, simboli, stratificazioni, opere che reinventano il reale attraverso la finzione: è qui che, fra glia altri , sono esposte le scenografie visionarie di David LaChapelle e l’immaginario surreale di Sandy Skoglund, in mostra con The Green House, stravagante rappresentazione onirica di cani viola adagiati in una stanza completamente verde, arredi compresi… A chiudere il percorso espositivo la sala dedicata all’ «oggi», ai nuovi autori e ai nuovi immaginari del XXI secolo: i temi affrontati sono quelli del nostro tempo ( dai conflitti ai disastri ambientali, dalle migrazioni alle identità di genere) e ad accomiatare i visitatori, i lavori dell’artista visiva Alba Zari ; Hold Me Close, dell’artista ghaneano Carlos Idun-Tawiah, intensissimo e commovente nel rappresentare il legame tra comunità, affetti e storia individuale; la fragilità del rapporto tra essere umano e natura immortalata nella straordinaria immagine Lake Undecided del fotografo iraniano Ebrahim Noroozi.
Il valore di questa mostra
Una mostra di 100 scatti è un azzardo. Potrebbe «lasciartene addosso» nessuno, solo uno o pochi altri. In questo caso non si corre il rischio, perché, al di là delle foto, ciò che in questa mostra fa la differenza è la filosofia che ne sta alla base, quell’invito a fermarsi, rallentare e riflettere con calma sul senso delle immagini e della loro storia. Che è anche la nostra…






















































