Caro direttore, la rimozione dei dittatori, per noi europei - e per noi italiani in particolare - non ha mai portato nulla di buono. Ogni volta ci è stata venduta come una battaglia per la libertà; ogni volta ne abbiamo pagato il prezzo. La destituzione di Saddam Hussein ha aperto le porte al caos iracheno, ha fatto esplodere il terrorismo jihadista e ha destabilizzato un’intera regione. Il risultato? Prezzi del petrolio più alti per Paesi come il nostro, missioni militari costose e sanguinose, uomini persi, e un’area consegnata prima ad Al Qaeda e poi all’Isis. Abbiamo tradito i curdi dopo averli usati, abbiamo interrotto rapporti strategici consolidati e ci siamo infilati in un pantano geopolitico senza un vero ritorno nazionale.
La caduta di Gheddafi ha trasformato la Libia da partner problematico ma funzionale a Stato fallito. Abbiamo perso contratti, influenza, sicurezza energetica. In compenso abbiamo ottenuto instabilità permanente alle nostre porte, flussi migratori fuori controllo e l’ingresso massiccio di Turchia e Russia nel nostro ex spazio di influenza. Un capolavoro strategico - ma per altri.
La guerra contro Assad ha prodotto una Siria devastata, milioni di profughi e un’Europa ricattabile. Paghiamo Ankara per trattenere disperati ai suoi confini, finanziando di fatto la leva politica di Erdogan. Gli Stati Uniti hanno consolidato la loro presenza energetica nell’area, la Turchia ha esteso la propria influenza, e noi? Noi abbiamo incassato costi, tensioni interne e marginalità diplomatica.
Vent’anni di guerra in Afghanistan per rimuovere i talebani. Vent’anni di miliardi spesi, vite perdute, missioni senza una strategia di uscita credibile. Alla fine abbiamo riconsegnato il Paese agli stessi talebani. Oggi le donne afghane sono più oppresse di prima e l’Occidente è meno credibile.
Le cosiddette Primavere arabe, sostenute con entusiasmo dagli Stati Uniti, hanno incendiato il Nord Africa. L’Egitto è finito nelle mani dei Fratelli Musulmani prima e dei militari poi, la Tunisia è stata destabilizzata, la Libia dissolta. Stabilità ridotta, radicalizzazione aumentata.
E allora la domanda è inevitabile: cosa pensiamo di ottenere dalla rimozione del regime iraniano?
Il punto non è stabilire se Trump o Netanyahu abbiano agito nel «bene» o nel «male». La politica internazionale non è catechismo. Il punto è semplice: qual è l’interesse europeo? Qual è l’interesse italiano?
Ci raccontano che si tratta di liberare un popolo oppresso. Ma nel Golfo abbondano monarchie dove i diritti civili sono un optional, e nessuno parla di interventi. Ci dicono che bisogna fermare la bomba atomica. Anche in Iraq si parlava di armi di distruzione di massa. Sappiamo com’è andata.
Quello che possiamo realisticamente aspettarci, invece, è questo:
• aumento dei prezzi di petrolio e gas;
• maggiore dipendenza energetica dagli Stati Uniti;
• destabilizzazione ulteriore del Medio Oriente;
• nuovi flussi migratori verso l’Europa;
• rischio di blocco delle rotte strategiche vitali per l’Italia, come lo Stretto di Hormuz e quello di Aden;
• possibile frammentazione dell’area, con danni diretti alle nostre imprese.
In altre parole: altri pagano con il sangue, noi paghiamo con il portafoglio e con la perdita di peso geopolitico. E alla fine scopriamo che la «liberazione» non coincide quasi mai con i nostri interessi.
Mi chiedo con quale logica - o con quale stomaco - una pletora di politici, diplomatici e opinionisti riesca a esultare mentre Teheran viene bombardata, una nazione sbriciolata e un’intera area gettata nel caos. Che cosa c’è da festeggiare, esattamente? Le macerie? L’ennesima miccia accesa in una polveriera già satura?
Quale sarebbe la parte entusiasmante nel vedere altri decidere deliberatamente il nostro futuro senza nemmeno degnarci di una consultazione? Dov’è l’orgoglio nel ridursi a spettatori plaudenti mentre le scelte che ci ricadranno addosso vengono prese altrove?
E soprattutto: che cosa ci sarebbe di liberatorio nel constatare che, col pretesto dell’esportazione del nostro sistema di vita, è la nostra libertà a restringersi? Che cosa ci sarebbe di rassicurante nel vedere la nostra ricchezza erosa pezzo dopo pezzo, la nostra influenza evaporare, la nostra autonomia trasformarsi in una nota a margine?
Se questo è il trionfo che celebrano, è un trionfo al contrario: meno sovranità, meno prosperità, meno voce. E più instabilità, più dipendenza, più silenzio imposto. Davvero è questo il motivo per cui dovremmo applaudire?
Il ReArm Europe plan è stato già ridenominato Readiness 2030 perché anche le parole contano: come se le pantere della polizia fossero più aggressive delle gazzelle dei carabinieri. ReArm era troppo militaresco, meglio metterla sul piano della «prontezza» anche per dare il contentino allo zainetto per la sopravvivenza che la commissaria Hadja Lahbib ci ha illustrato con un esilarante e quanto mai grottesco video. La più ambiziosa e meno utile iniziativa in materia di Difesa dell’unione Europea nasce, infatti, sull’onda allarmistica di una imminente e quanto mai fantasiosa invasione russa e di un disimpegno repentino statunitense dalla Nato e dall’Europa proponendosi l’utopistico obiettivo di trasformare il Vecchio continente in una potenza militare industriale strategicamente autonoma entro il 2030.
Nonostante la retorica sull’urgenza, il Readiness 2030 non si basa su uno stato d’emergenza formalmente dichiarato, un aspetto che certamente mette in discussione la sua legittimità e necessità. Diversi elementi suggeriscono che la minaccia immediata sia meno concreta di quanto ci vogliano far credere per i seguenti fattori.
Assenza di invasione: non ci sono prove di un’aggressione imminente contro l’Unione europea. La narrazione di una Russia pronta a colpire si basa su ipotetici scenari futuri, come dichiarato dal capo dell’intelligence estera tedesca, Bruno Kahl, il quale ha lanciato un inquietante allarme riguardo al crescente rischio di un conflitto militare diretto tra la Russia e la Nato e ipotizzato un possibile attacco a uno Stato Ue entro il 2030. Tuttavia, tali proiezioni sono speculative e contestate da esperti di questioni russe, come l’analista britannico Mark Galeotti, che ha sostenuto che il Cremlino «non ha né le risorse né l’interesse per un conflitto su larga scala con l’Europa». Paradossalmente, inoltre, esiste già uno Stato europeo occupato militarmente ma non dalla Russia: si tratta di Cipro che, dal 1974 vede una parte del proprio territorio occupato dalla Turchia, membro della Nato. Strano, quindi, che ci si mobiliti per un’ipotetica, fantasiosa e quanto mai inverosimile invasione futura quando invece ne esiste una concreta e reale già in atto.
Improbabile disimpegno Nato: gli Stati Uniti, nonostante le esternazioni di Donald Trump, non stanno attuando un ritiro dalla Nato. Il Congressional research service rileva che Washington ha incrementato la presenza militare in Europa orientale nel 2024, con 20.000 truppe aggiuntive in Polonia e Romania, segno di un impegno continuo. Un disimpegno totale appare improbabile nel breve termine, come confermato dall’ex segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, in un’intervista alla Cnn lo scorso 18 marzo 2025.
Spesa già elevata: gli stati membri dell’Unione hanno investito 326 miliardi di euro in Difesa nel 2024, secondo quanto riportato dall’Agenzia europea per la Difesa, Eda. Si tratta di un aumento del 20% rispetto al 2020. Con un Pil condiviso di circa 20 trilioni di dollari contro i 2 trilioni della Russia (World Bank, 2024), l’Europa gode di un vantaggio economico e demografico schiacciante, con una popolazione di 450 milioni di abitanti contro 145 milioni della Russia, secondo i dati riportati da dati Eurostat nel 2024. Da sottolineare, inoltre, che l’economia russa si basa essenzialmente sull’esportazione di materie prime al contrario di quella europea che si basa su manifattura e industria e che quindi possiede una capacità di produzione infinitamente superiore rispetto a quanto il Cremlino possa obiettivamente mettere in campo.
Macrofattori contro la minaccia russa: la capacità della Russia di invadere i Paesi dell’Unione è limitata. L’International institute for strategic studies (Iiss, Military Balance 2025) stima che in tre anni di conflitto in Ucraina il Cremlino abbia consumato il 40% delle sue risorse militari, perdendo 783.000 soldati, tra morti e feriti, e oltre 2.000 carri armati. La politologa tedesca Jana Puglierin conclude: «Il Readiness 2030 sembra più un progetto politico per l’autonomia europea che una risposta a una crisi reale».
L’altra falla del costrutto risiede nel ricorso al debito comune per finanziare il Readiness 2030 che presenta rischi sistemici che potrebbero minare la stabilità economica europea.
Erosione della sovranità: centralizzare il debito a livello Ue riduce l’autonomia fiscale e strategica degli Stati membri. The Economist avverte che «il debito condiviso sposta il potere decisionale a Bruxelles, indebolendo i parlamenti nazionali e creando tensioni tra i governi».
Debito da restituire: i 150 miliardi di euro iniziali, pur distribuiti tra i 27 membri, graveranno sui bilanci futuri. Un’analisi di Bruegel stima che il rimborso potrebbe richiedere nuove tasse paneuropee o tagli alla spesa sociale, riducendo drasticamente le capacità economiche dell’Ue di fronte ad eventuali crisi future, come ad esempio una recessione globale.
Ricadute sugli Stati ad alto indebitamento: Paesi con debiti elevati, come l’Italia (135% del Pil) o la Grecia (165%), rischiano di vedere peggiorare la loro sostenibilità finanziaria. L’economista Lucrezia Reichlin, in un articolo sul Sole 24 Ore, sottolinea: «Il debito comune trasferisce il peso sui Paesi fragili, creando un circolo vizioso di dipendenza da aiuti europei e misure di austerità che potrebbero destabilizzare ulteriormente le economie del Sud Europa».
Le criticità aumentano se prendiamo in considerazione la parte del debito a carico degli Stati membri poiché il contributo diretto richiesto alle singole nazioni amplifica le difficoltà finanziarie e politiche.
Pressione sui bilanci: Stati come Italia (debito/Pil al 135%), Portogallo (120%) e Spagna (115%) potrebbero dover tagliare investimenti in settori chiave come sanità e istruzione per rispettare gli impegni del piano. L’Ocse, nel suo Rapporto del 2025, prevede che un aumento della spesa militare dell’1% del Pil ridurrebbe la crescita economica dello 0,3% nei Paesi indebitati, con effetti sociali potenzialmente devastanti.
Disparità tra membri: Paesi più ricchi, come la Germania (debito/Pil al 60%), possono assorbire i costi senza sacrifici significativi, mentre nazioni meno abbienti rischiano di rimanere indietro. La rivista tedesca Der Spiegel scrive: «Il Nord Europa finanzierà il piano, ma il Sud ne pagherà il prezzo politico ed economico».
Rischio di crisi: l’economista tedesco Daniel Gros avverte che «forzare Stati indebitati a sostenere ulteriori spese senza una crescita proporzionale potrebbe innescare una crisi del debito sovrano simile a quella del 2010, con conseguenze devastanti per l’eurozona».
Vi sono inoltre ulteriori rilevanti perplessità nei propositi del piano di escludere l’industria della Difesa non europea. Tale provvedimento, infatti, comporta svantaggi strategici ed economici.
Limitazione delle opzioni: gli Stati Uniti dominano il mercato militare con sistemi d’arma come il caccia di 5° generazione F-35, operativo in 11 Paesi Ue. Escluderli riduce l’accesso a tecnologie collaudate, come segnalato da Defense News: «L’Europa non può replicare le capacità americane nel breve termine».
Costi più alti: l’industria europea, pur avanzata, ha capacità produttive limitate. Jane’s Defence Weekly rileva che «l’Eurofighter costa il 20% in più dell’F-35, con tempi di consegna più lunghi».
Tempi di sviluppo: sviluppare alternative richiede anni. Il programma Eurodrone, ad esempio, non sarà operativo prima del 2029 (Airbus Defence, 2024), un orizzonte temporale incoerente con l’urgenza dichiarata.
Inoltre, escludere partner non Ue compromette progetti già avviati.
Caccia di sesta generazione (Fcas): Coinvolge Francia, Germania e Spagna, ma dipende da input tecnologici esterni. L’agenzia di stampa Reuters prevede ritardi di 5 anni senza collaborazioni transatlantiche. Mentre l’altro programma di 6° generazione, il Global combat air programme (Gcap), è frutto di una collaborazione tra Italia, Regno Unito, quindi un Paese extra Ue, e addirittura il Giappone, una potenza asiatica, che sta condividendo tecnologie già sviluppate per il caccia autoctono F-X nel programma Gcap.
F-35: Italia, Paesi Bassi, Germania e altri Stati membri hanno investito miliardi nel programma. Ignorarlo frammenterebbe la standardizzazione militare europea.
Acquisti polacchi: Varsavia ha optato, già da tempo, per l’acquisizione di 1.000 carri armati K-2 Black Phanter e 360 obici semoventi K-9 Thunder, entrambi sudcoreani (SIPRI, 2024), più performanti ed economici delle alternative europee.
Patriot e Arrow: la Germania acquisirà per la difesa aerea il sistema superficie-aria della americana Rtx Patriot Pac-3 e l’israeliano/americano Arrow 3, in grado di intercettare missili balistici a lungo raggio (Icbm). Al momento, l’industria europea non è in grado di produrre nulla del genere.
In aggiunta, il piano potrebbe accentuare le disuguaglianze interne.
Concentrazione industriale: Francia (Thales, Dassault, Safrane, Airbus) e Germania (Rheinmetall, Tyssenkrupp Marine) dominano il settore. Les Echos stima che il 70% dei contratti finirà a questi Paesi, marginalizzando molti altri dei 27stati dell’Unione.
Disparità economica: gli 800 miliardi stimolerebbero crescita e occupazione nei Paesi più industrializzati, lasciando indietro le periferie (World Bank, 2024).
Influenza politica: Francia e Germania potrebbero aumentare il loro peso politico, come rilevato da Foreign Policy: «Il Readiness 2030 è anche una partita di potere interno all’Ue».
Infine, il piano favorisce i grandi conglomerati dell’industria della Difesa: Airbus, Bae Systems, Rheinmetall, Tyssenkrupp Marine, Dassault, Safrane e Leonardo monopolizzeranno i contratti (Financial Times). Le piccole imprese, che costituiscono la ricchezza e la peculiarità dell’Italia, ma che sono meno competitive nei grandi progetti, resteranno per lo più escluse (Rapporto Eda, 2024). La concentrazione sui big ridurrà la concorrenza, aumentando i costi a lungo termine (Bruegel, 2025).
In conclusione, il Readiness 2030, pur ventilando l’ambizione di aumentare il peso strategico/militare degli Sati membri, rischia di erodere sovranità, accentuare disuguaglianze e favorire pochi, senza una minaccia concreta a giustificarne l’attivazione.
Europarlamentare Lega
Sembrerebbe quasi uno spot elettorale o un titolo acchiappa-click per fare aumentare il numero delle visualizzazioni di quei prodotti postati su Youtube che molti influencer e sedicenti opinionisti monetizzano avaramente. E invece no, è la cruda realtà che tutti gli italiani, e soprattutto quelli che si recheranno presto alle urne per le elezioni regionali in Liguria, Umbria ed Emilia Romagna devono sapere.
Ieri, a Strasburgo, il Parlamento europeo è stato chiamato a votare sul progetto di bilancio generale 2025. Un appuntamento importante, fondamentale direi, perché tramite questa linea di indirizzo finanziaria verranno ripartite le risorse a disposizione delle istituzioni europee nei confronti dei vari settori giudicati meritevoli di sostegno e di promozione. Perché quel documento stabilisce le priorità e alloca i capitali per tutto l’anno a venire. Una decisione vitale, quindi, che sicuramente è influenzata dalle varie tendenze politiche e partitiche ma, che più di ogni altra, dovrebbe essere intrisa di sano patriottismo e di volontà di supportare gli interessi nazionali e di favorire le eccellenze italiane che, soprattutto nelle ultime decadi, si trovano a dover contrastare una competitività asprissima e una volontà di prevalere da parte di altre realtà emergenti. Ebbene, chi potrebbe mai pensare che in tale sede un parlamentare italiano, di qualsiasi estrazione esso sia, si metta contro la proposta di allocare più risorse al settore della viticoltura, della produzione di olio d’oliva e dell’apicultura? Chi immaginerebbe che, sempre tale europarlamentare, voglia definanziare Frontex - l’unica agenzia europea che si occupa della difesa delle frontiere del Vecchio Continente - , voglia demolire le infrastrutture fisiche che proteggono i valichi di frontiera e sia contrario alla riduzione dei flussi migratori che da ormai un ventennio costituiscono un serio problema sia di sicurezza che di sostenibilità sociale della nostra nazione?
Mai dire mai, perché proprio ieri, qua a Strasburgo, tutto ciò è avvenuto sotto gli occhi increduli di quanti ancora confidano che un’Italia sana, competitiva, bella, identitaria e ricca debba continuare a esistere. Nell’ambito dei vari emendamenti al progetto di bilancio, infatti, gli europarlamentari Zingaretti, Tinagli, Gori, Zan, Bonaccini, Moretti, Decaro, Strada, e molti altri esponenti dei bourgeois boheme nostrani hanno votato contro l’emendamento 618 proposto dai Patrioti per un sostegno maggiore al settore dell’apicoltura, e contro gli emendamenti 314 e 315 che, rispettivamente, richiedevano maggiori stanziamenti nel settore vitivinicolo e dell’olivicoltura. Settori tutti prettamente nazionali poiché la vite e l’ulivo non crescono nelle pianure tedesche o sulle montagne svedesi. Gli agricoltori non ci interessano, inquinano, rompono le scatole con i loro trattori, difendono le loro terre e le loro case che noi vogliamo comunizzare o magari svendere alle multinazionali, vivono in campagna, mentre noi vogliamo concentrare la popolazione all’interno delle Ztl in modo da ingabbiare più gente possibile, mangiano sano e vivono in famiglie tradizionali che noi osteggiamo dal profondo. Gli agricoltori vanno ridimensionati, annacquati, sminuiti, tutt’al più mantenuti al minimo con qualche misero sussidio da proporre alla vigilia di una campagna elettorale ma, soprattutto, non devono produrre!
Questa sembrerebbe essere la linea radical chic per il futuro nazionale. Se ne facciano una ragione quelli che sino ad oggi hanno resistito con i loro forconi in mano a suon di sacrifici, rinunce e tanto mal di schiena. Nello stesso documento si prendevano anche in considerazione le proposte per porre rimedio al problema dell’immigrazione irregolare e, anche qua, la solita sinistra al caviale ha dato massimo sfogo alla sua strategia globalista: no all’emendamento 733 che sostiene gli Stati membri con capacità rafforzate di protezione delle frontiere, senza contare la richiesta della left - Ilaria Salis e Mimmo Lucano in testa ma con per mano Pasquale Tridico - che, tramite l’emendamento 337, richiedeva l’azzeramento del finanziamento di Frontex per poter finalmente aprire le nostre frontiere a tutti i disperati della terra e trasformare quello che ancora resta della nostra bella società italiana in una meticcia ed irriconoscibile paccottiglia.
Ora, il bello della democrazia risiede proprio nella totale libertà di poter esprimere le proprie opinioni di cui, tuttavia, ognuno è responsabile, soprattutto se dotato di un mandato da parte di una base elettorale. Questo articolo è dedicato proprio a quella base, a tutti i cittadini che hanno votato e anche a quelli che hanno preferito restare a casa in modo che si rendano conto dei risultati che la loro astensione ha contribuito a produrre. Un monito, un avvertimento, un richiamo per la prossima volta. E se siete liguri, umbri o emiliano-romagnoli questa prossima volta cade solo fra pochi giorni o poche settimane. L’esortazione è sempre quella: andate alle urne, tutti! Ma ricordatevi chi avete votato la volta scorsa e, se del caso, fate mente locale e la vostra Decima mettetela al posto giusto in questa occasione. Ne va del vostro futuro e, soprattutto, di quello dei vostri e dei nostri figli. Ne va della nostra Italia.




