Attraverso Hormuz transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, quasi un quinto del mercato globale. Ogni blocco o interruzione fa salire i prezzi e colpisce le principali economie, rendendo il passaggio una vera leva strategica per l’energia mondiale.
L’Iran minaccia di «bruciare» ogni nave che tenterà di attraversare lo Stretto di Hormuz, trasformando in pochi giorni un passaggio strategico in una zona off-limits per il commercio internazionale. Il traffico navale si è quasi azzerato: nelle ultime 24 ore sono state confermate appena due traversate, entrambe di navi cargo, mentre le petroliere – che normalmente assicurano circa il 20% del petrolio mondiale – restano ferme. Gli effetti sui mercati si fanno sentire immediatamente: il Brent ha sfiorato gli 83 dollari al barile, mentre i costi assicurativi e di noleggio delle petroliere sono schizzati a livelli record, superando i 400.000 dollari per viaggio verso la Cina.
L’allerta non riguarda soltanto gli Stati Uniti, protagonisti della recente operazione Epic Fury con Israele contro infrastrutture iraniane, ma coinvolge le principali economie mondiali. Cina, India e Giappone dipendono fortemente dal greggio che passa dallo Stretto e ogni ritardo o blocco si traduce in un aumento dei costi dell’energia e dei beni di consumo. Nel frattempo, governi e operatori cercano soluzioni: l’Italia studia pacchetti di sostegno per le imprese esportatrici, mentre Pechino dialoga con Teheran per garantire il transito sicuro delle navi cinesi. Ma la sensazione di incertezza è palpabile: circa mille navi sono bloccate nell’area, con un valore complessivo stimato superiore ai 25 miliardi di dollari, metà delle quali trasporta petrolio e gas.
Il cuore del problema, come sempre, è geografico. Lo Stretto di Hormuz, lungo appena 60 chilometri e largo 30, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman, separando l’Iran dalla penisola di Musandam, enclave dell’Oman. La sua profondità e ampiezza consentono il passaggio delle più grandi petroliere del mondo, ma la sua conformazione lo rende vulnerabile a minacce militari: mine, imbarcazioni veloci armate, droni e missili possono bloccare rapidamente il traffico. Nel corso degli anni, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno costruito oleodotti alternativi verso il porto di Fujairah e altri terminal, capaci di deviare parte del greggio, ma la capacità aggiuntiva copre solo una frazione del volume totale, lasciando il mercato globale esposto a shock significativi.

Il dato più impressionante è l’entità dell’energia che passa dallo Stretto: circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, per un valore di scambi energetici stimato in quasi 600 miliardi di dollari l’anno, e l’82% di questo greggio è destinato all’Asia. La Cina, da sola, importa circa il 90% del petrolio iraniano e lo utilizza per la produzione di beni destinati al mercato mondiale. Un blocco prolungato non colpisce quindi solo il Medio Oriente, ma si riverbera sulle economie globali, aumentando l’inflazione e mettendo pressione sulle banche centrali. Secondo Goldman Sachs, se le interruzioni dovessero durare cinque settimane, il prezzo del Brent potrebbe toccare i 100 dollari al barile.
Le tensioni attuali evocano memorie storiche. Negli anni ’80, durante la guerra tra Iran e Iraq, attacchi alle petroliere neutralizzarono rotte vitali, costringendo gli Stati Uniti a scortare le navi attraverso il Golfo in quella che rimane una delle più grandi operazioni navali di superficie dalla Seconda Guerra Mondiale. Oggi, la posta in gioco è altrettanto alta: il controllo dello Stretto non è solo una questione di geopolitica regionale, ma di stabilità economica globale.
L’obiettivo comune dei governi mondiali resta la riapertura della navigazione. Ogni giorno di passaggi bloccati spinge i prezzi del petrolio e del gas verso l’alto, alimenta l’incertezza e può avere effetti a catena sul costo dei beni di consumo e sulla crescita economica. Hormuz non è soltanto un corridoio marittimo: è il termometro della vulnerabilità energetica del pianeta, dove ogni minaccia si traduce immediatamente in numeri, conti e mercati.






