«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.
Bombardamenti in Siria (Ansa)
Oltre 140.000 sfollati e decine di morti. Pure la Turchia è pronta a scendere in campo.
Da secoli, la vecchia cittadella osserva Aleppo dall’alto. Passano gli eserciti che la scalfiscono e la distruggono ma lei resta. Certo, a volte viene scalfita dalla guerra. Perde pezzi. A volte le vengono sottratti. Ma lei rimane fissa. E, in questi giorni, vive un altro conflitto. L’ennesimo.
Ieri erano i ribelli a occupare gran parte della città e a essere bombardati da Bashar al Assad, insieme ai suoi alleati russi e sciiti (Hezbollah e Pasdaran iraniani). Oggi, invece, sono i curdi a resistere contro quegli stessi gruppi ribelli, in gran parte legati ad Al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda, che ieri occupavano Aleppo e che oggi governano a Damasco.
La minoranza curda ha sempre cercato una propria autonomia dalla capitale. Per questo, durante la guerra civile, era stata blandita dagli Stati Uniti per combattere sia contro le fazioni jihadiste sia contro il regime. Finita la guerra, gli alleati si sono dimenticati delle promesse fatte e i curdi si sono ritrovati così, ancora una volta, soli.
Il vecchio Al Jolani, che ora si fa chiamare Ahmad Al Sharaa, ha provato, almeno sulla carta, a tendere loro la mano, come alle altre minoranze. Ma farlo è impossibile. Il governo di Damasco, infatti, è troppo legato alle fazioni islamiste e per loro i curdi, con le loro aspirazioni di autonomia, rappresentano un corpo estraneo. Per questo motivo, l’esercito regolare vuole riprendere il controllo di alcuni quartieri in mano alla minoranza, che non intende cedere. Che fare, quindi? L’unica cosa che Al Sharaa è in grado di fare: bombardare pesantemente la città e fiaccarla. Un obiettivo in parte realizzato, visto che gli sfollati sono già oltre 140.000. Aleppo deve cadere. Ancora una volta.
L’Unione europea, come suo solito, si dice preoccupata senza far nulla. Anche perché non può. Parla di riforme che devono essere fatte. Di una Siria che va accompagnata verso il progresso e la modernizzazione. Ma lo si può davvero fare con un ex (o forse no) jihadista? La Turchia si dice pronta a schierare le sue truppe al fianco di Damasco nel caso in cui la situazione dovesse degenerare. Israele, invece, in questo grande scacchiere di questo piccolo Paese, sostiene i curdi, anche per indebolire Al Sharaa.
«Lo schieramento di carri armati e dell’artiglieria nei quartieri di Aleppo, i bombardamenti e lo sfollamento di civili disarmati e i tentativi di assaltare le aree curde durante il processo di negoziazione minano le possibilità di raggiungere accordi, creano le condizioni per pericolosi cambiamenti demografici ed espongono i civili intrappolati in questi quartieri al rischio di massacri», ha scritto su X il comandante delle Forze democratiche siriane, Mazloum Abdi. Che poi ha aggiunto: «Continuare a usare la forza armata e il linguaggio bellico per imporre soluzioni unilaterali è inaccettabile e ha già portato a massacri che costituiscono crimini di guerra sulla costa siriana e a Suwayda».
In realtà, nel corso di questi ultimi anni, i crimini di guerra non si sono mai fermati. La Siria infatti è stata insanguinata da vendette e rappresaglie. Una guerra civile mai sopita e che forse ora si è solo palesata con maggior forza. Niente di nuovo, come sa la cittadella di Aleppo. Che guarda, ancora una volta, passare eserciti con nuove divise e nuove ideologie. Sperando di trovare un po’ di pace dopo tanti anni di conflitti.
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Nuuk, capitale della Groenlandia (iStock)
Già nel 1985 gli inuit mollarono l’Unione: a Bruxelles non importò di perdere una terra strategica. Che, alla fine, l’America otterrà.
L’Europa ha scoperto la Groenlandia, ma ormai è decisamente tardi. Del resto che fosse un amore di ghiaccio gli inuit lo avevano messo nero su bianco con un referendum nell’85 che sancì l’uscita dalla Cee pur restando sorellastra del Regno di Danimarca, Paese Ue (non nell’euro) e Nato. A Bruxelles non si stracciarono le vesti: che volete che gliene importasse di quella isola gigantesca di ghiaccio; loro avevano altre mire, altre ambizioni.
A conti fatti, se la Groenlandia già si sente poco danese - tanto da aver messo le cose in chiaro negli ultimi decenni conquistando una maggiore autonomia - figurarsi europea. Certo, nemmeno si può dire che il «corteggiamento» americano abbia aperto una breccia ma gli abitanti hanno capito che stavolta non finirà come negli anni passati, quando dalla Casa Bianca allungarono gli occhi su quell’insediamento incardinato nel circolo polare artico. Questo sebbene per effetto di una legge entrata in vigore il 1° gennaio del 2026, i cittadini e le società straniere potranno acquistare proprietà o diritti di utilizzo del suolo groenlandese solo se sono stati residenti permanenti e hanno pagato tutte le tasse in Groenlandia negli ultimi due anni.
Dire «Artico» significa dire: 1,5.000 miliardi di metri cubi di gas; 83 miliardi di barili di petrolio non esplorato; giacimenti inestimabili di terre rare, cioè i minerali delle nuove frontiere industriali. Dire «Artico» significa inoltre fare i conti con uno dei più grossi bacini di acqua potabile, cioè l’oro blu. E infine dire «Artico» significa indicare la nuova rotta commerciale navale, il by-pass tra l’Atlantico e il Pacifico. Senza ovviamente considerare la grande piattaforma militare dove posizionare missili di lunga gittata come hanno fatto Russia e Cina dopo la recente intesa.
Dunque ora la Groenlandia - avamposto strategico - è un prezioso oggetto dei desideri: la Danimarca si è ricordata della sua «contea», un tempo colonia; l’Europa la considera politicamente «sua»; e l’America di Trump ha in mano un libretto degli assegni per farne un suo nuovo Stato. Mettiamola giù brutalmente: l’America se vuole la Groenlandia se la prenderà. Si tratta di capire le modalità: sarà un approccio hard o un approccio soft?
Dopo il discusso (ma anche discutibile) blitz in Venezuela, è chiaro che il gioco si è fatto assai duro. E la sfida è all’insegna della forza più che del diritto, anche se è spiacevole dirlo. L’Europa oggi paga la sua evanescenza politica e la presunzione di pensare che gli Stati sovrani fossero un reperto novecentesco e che il mercato fosse mappa e bussola nello stesso tempo per affrontare le sfide del nuovo secolo. Invece gli Stati sovrani ci sono eccome e si stanno affrontando per spartirsi diversamente il mondo nel nuovo secolo. Un secolo che sarà segnato in buona parte dalle sfide della digitalizzazione.
È il motivo per cui si cercano le terre degli altri onde conquistarle in un nuovo colonialismo digitale (che fa il paio con il nuovo feudalesimo digitale, dove i Nuovi Padroni controllano le nostre vite). Una conquista che avviene o con la spada (la Russia in Ucraina, l’America in Venezuela) o con la moneta (la Cina sui mercati europei; l’America accordandosi con gli emiri del Golfo). La Groenlandia potrebbe rientrare più nella conquista per via economica che per via militare: non è un caso che Trump, per bocca di Rubio, parli di acquisto come fu per la Louisiana e per l’Alaska. La conquista di Nuun avverrà per via commerciale, con intese di prelazione di utilizzo delle ricchezze in loco, e poi guidando una secessione dalla Danimarca, presupposto di un nuovo accordo bilaterale così che gli americani potranno accaparrarsi al più presto le ricchezze di terre rare, di tutti gli altri minerali fondamentali per le nuove frontiere digitali, e di mettere mano alle riserve di petrolio e di gas. Per la sola ricchezza mineraria in Groenlandia, si dice che l’America ridurrebbe di parecchio il gap con la Cina, attualmente monopolista delle terre rare emerse.
C’è poi il capitolo delle nuove rotte artiche: lo scongelamento dei ghiacci aprirà nuovi collegamenti, con valenza sia commerciale che militare. C’è infine la logistica per le infrastrutture di raccolta dati di tutto ciò che dal cielo i satelliti inviano e che dai fondali degli oceani i cavi trasmettono. Per farla breve la Groenlandia non è più il pourparler del primo mandato di Trump; stavolta The Donald vuole chiudere. E non si farà minimamente scrupolo a puntare contro l’Europa se da Bruxelles o da altre cancellerie qualcuno tenterà di opporre resistenza. Il match globale con la Cina e con la Russia è arrivato a una intensità tale che, nell’ottica della Casa Bianca, non c’è spazio per i dibattiti filosofici. È tornato il tempo di Marte: è per questo che la Venere Europa è fuori gara.
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Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Friedrich Merz: «Per la missione serve il consenso di Mosca». Che minaccia: «Le truppe saranno un obiettivo».
Che le truppe occidentali in Ucraina fossero aria fritta, lo si era intuito. La novità è che, a trarre vantaggio dalla messinscena dei volenterosi - con Emmanuel Macron che pontifica di autonomia strategica europea, mentre Keir Starmer, previo consenso del Parlamento, non ci metterebbe più di 7.500 soldati britannici per 60.000 chilometri quadrati di territorio da sorvegliare - potrebbe essere una potenza in tutti i sensi levantina, abituata a tenere i piedi in due scarpe e a condurre la sua partita con disinvolto cinismo: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.
Ieri, un comunicato del ministero della Difesa di Ankara informava che il Paese è pronto «all’invio di una forza militare in Ucraina, una volta che sarà definita un’intesa per un cessate il fuoco». Si tratta sempre di aspettare una tregua che, al momento, non sembra tanto vicina, benché Steve Witkoff e Jared Kushner, a Parigi, abbiano visto anche il negoziatore russo, Kirill Dmitriev. I turchi, comunque, si sono detti «disponibili ad assumere la leadership nella stabilizzazione e pacificazione del Mar Nero. Obiettivi per i quali rimane centrale il trattato di Montreux, che regola il passaggio delle navi dagli stretti del Bosforo e dei Dardanelli». La convenzione, risalente al 1936, attribuiva all’ex impero ottomano prerogative speciali: la facoltà di limitare il transito delle imbarcazioni commerciali in caso di pericolo per la nazione, oltre al diritto di essere informato in anticipo del movimento di unità belliche. All’epoca, l’accordo venne sottoscritto dall’Unione sovietica - e la Russia lo ha ereditato. Ma se uno degli scopi della guerra nel Donbass, della presa di Mariupol sul Mar d’Azov, dell’occupazione della penisola di Crimea e del tentativo di annettere Odessa, è assicurare a Mosca un presidio sul Mar Nero e, quindi, uno sbocco sul Mediterraneo, dal canto suo Ankara, da sempre in rapporti ambivalenti con il vicino, intende ribadire il proprio primato su quei corridoi strategici. La mente corre alla guerra di Crimea del 1853-1856, quando Francia, Gran Bretagna, Regno di Sardegna e gli stessi ottomani arrestarono l’espansione dello zar verso il Mare Nostrum. Trascorrono i secoli, cambiano i leader e i sistemi politici, eppure il risiko internazionale si gioca attorno alle solite poste. Ed è proprio nel Mar Nero che, ieri, una petroliera, battente bandiera di Palau e diretta in Russia, ha subito l’attacco di un drone, rendendo necessario il soccorso della guardia costiera turca.
Per un Sultano che scende in campo, c’è un cancelliere che se ne tira fuori. Friedrich Merz, già subito dopo il vertice del 6 gennaio, aveva frenato sull’ipotesi di una partecipazione tedesca alla missione anglofrancese. Ieri, visti i paletti della sua Cdu e le titubanze degli alleati di governo della Spd, secondo cui è «prematuro» discutere di contingenti al fronte, ha messo la pietra tombale sull’iniziativa. «L’ordine delle azioni» per il dispiegamento della forza nazionale, ha spiegato Merz, «dev’essere il seguente: prima un cessate il fuoco, poi garanzie di sicurezza per l’Ucraina, poi un accordo di pace a lungo termine con la Russia. E tutto questo è impossibile senza il consenso della Russia, dal quale, a quanto pare, siamo ancora piuttosto lontani». Il numero uno della Germania ci ha anche tenuto a ridimensionare la grandeur transalpina: «Stiamo parlando di garanzie di sicurezza che arriveranno solo dopo la tregua», ha appunto precisato. E pure quando si smetterà di sparare, ha aggiunto Merz, non potrà agire da solo: «Servirà una decisione del governo e poi un’approvazione del Parlamento». La democrazia funziona così. Anche in Spagna, dove Pedro Sánchez, ieri, ha comunicato di essere favorevole all’invio di uomini sia in Ucraina sia in Medio Oriente. Il giorno prima, però, Madrid aveva richiesto un coinvolgimento dell’Onu, che sarebbe improbabile: nel Consiglio di Sicurezza siede, con potere di veto, la Russia stessa. Sarebbe per lo più simbolico il contributo della Lituania: si vocifera di alcune centinaia di soldati e niente più.
Mosca non condivide affatto l’idea di ritrovarsi gli occidentali a un passo dalla linea di contatto con gli ucraini. La creazione di basi militari in Ucraina, ha specificato ieri la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, sarà considerata alla stregua di un «intervento straniero» e di una «minaccia diretta». Di conseguenza, gli uomini eventualmente inviati nell’area diventeranno «obiettivi legittimi». La Zakharova ha accusato Kiev e l’Europa di aver dato vita a un «vero asse della guerra».
Volodymyr Zelensky, preoccupato per un possibile massiccio attacco nemico in nottata, ha assicurato che il testo con le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti sta per essere consegnato a Donald Trump. L’Ue ha aggiunto che «l’impegno degli Usa», finora restii a firmare alcunché, «c’è e si tratta di un cambiamento davvero significativo rispetto al passato». Non si sa se davvero gli americani fornirebbero assistenza logistica e di intelligence al contingente in Ucraina, né quanto a lungo offrirebbero assistenza in caso di nuovo attacco, in virtù della clausola stile articolo 5 Nato, suggerita dall’Italia: Trump aveva proposto 15 anni, Zelensky sperava di strapparne 50. Alla fiera dell’Est.
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Reza Pahlavi (Getty Images)
Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià: «Rubio è il primo Segretario di Stato a capire il mio Paese. Gli ayatollah presto cadranno». Anche i Mojahiddin del popolo rilanciano: «Teheran è ormai corrotta fino al midollo, non è più in grado di soddisfare nessuno».
Il presidente statunitense Donald Trump ha più volte messo in guardia l’Iran, ventilando un possibile intervento militare nel caso in cui il regime intervenisse con violenza contro i manifestanti che da settimane protestano contro il caro vita. Le parole di Trump non sono piaciute a Teheran che ha parlato di una linea rossa da non superare e il Maggior Generale Amir Hatami, capo delle Forze armate degli Ayatollah, ha minacciato un’azione militare preventiva contro infrastrutture americane presenti in Medio Oriente.
La crisi economica sta strangolando il Paese e, per evitare il crollo, il regime iraniano ha iniziato a versare l’equivalente di circa 6 euro al mese per sovvenzionare l’aumento dei costi dei prodotti alimentari essenziali, come riso, carne e legumi. Alcuni economisti hanno però previsto che molti beni di base triplicheranno il loro costo per il crollo della moneta iraniana e la fine del tasso di cambio agevolato tra dollaro e rial sostenuto dal governo per importatori e i produttori. Inoltre, ieri, come segnalato da Netblocks a Teheran e in gran parte del Paese non è possibile accedere a Internet. La crisi della Repubblica islamica è però molto più profonda e le proteste dimostrano come un cambio di regime possa essere vicino. Le due principali organizzazioni di opposizione all’estero sono il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il braccio politico del gruppo dei Mojahiddin del Popolo, e i cosiddetti monarchici radunati intorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Shahin Gobadi è il portavoce del Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, cofondatrice del movimento. «Il regime sta crollando e dopo 47 anni di dittatura, corruzione e spargimenti di sangue, è giunto ad un punto morto», racconta a La Verità, «non è più in grado di soddisfare nemmeno i bisogni più elementari del popolo iraniano, come dimostrano le proteste scoppiate nei bazar di Teheran. Il nostro popolo è stremato dal costante crollo del potere d’acquisto degli stipendi, causato dal saccheggio delle ricchezze nazionali utilizzate per finanziare la Guardia rivoluzionaria. La crisi economica è profonda con l’inflazione annua al 43%, che sui beni essenziali supera addirittura il 100%. Il crollo della valuta nazionale, il rial, sembra inarrestabile, nell’ultimo anno ha perso circa il 70% del suo valore». Gobadi descrive una situazione economica allo stremo, ma quella politica sembra addirittura peggiore. «Nel 2025 ci sono state 2.200 esecuzioni e la risposta di Ali Khamenei alle proteste è stata l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e la nomina del generale Ahmad Vahidi, come vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc). Sulla testa di Vahidi pende un mandato di arresto internazionale e sembra sia stato uno dei responsabili dell’attentato al centro comunitario ebraico di Buenos Aires nel 1994 che causò la morte di 85 persone. Il regime non ha più base sociale e le Unità di Resistenza, i rappresentanti interni del nostro movimento, si stanno espandendo in tutte le province e le giovani generazioni si stanno unendo al movimento». Ma sul futuro del Paese mediorientale il rappresentante dei Mojahiddin del Popolo ha le idee chiare. «Gli iraniani rifiutano sia le dittature monarchiche che quelle religiose e vogliono un futuro basato sulla volontà sovrana del popolo. Ma una guerra dall’esterno non è la risposta e coloro che hanno riposto le loro speranze in un intervento militare esterno sono stati screditati. La vera soluzione risiede nella resistenza organizzata e nella rivolta popolare, noi abbiamo la forza di abbattere Il regime da soli». Il principe Pahlavi è invece visto dalla diaspora come una grande risorsa e lui non si tira indietro. «Nonostante riconosca che durante il regno di mio padre siano stati commessi degli errori, in tanti in Iran rimpiangono il periodo dello Scià. Ci sono tutte le condizioni perché il regime crolli, continue defezioni, fame e mancanza di acqua. Vogliono addirittura spostare la capitale, perché manca l’acqua per gli abitanti, dopo aver distrutto ed inquinato tutte le falde sotterranee. Per le strade c’è la protesta più forte che abbiamo mai visto e questa volta alla Casa Bianca non ci sono Barack Obama o Joe Biden che non hanno appoggiato le proteste. Biden ha anche permesso al regime di avere accesso ad oltre 200 miliardi di entrate petrolifere ed il regime ha utilizzato quei fondi per finanziare i suoi alleati e questo ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il presidente Trump la pensa diversamente e lo stiamo vedendo anche perché Marco Rubio è il primo Segretario dai tempi della rivoluzione che capisce l’Iran». Ma su un intervento militare a Teheran anche Pahlavi frena. «Non credo sia necessario fare come in Venezuela, perché il cambiamento in Iran deve essere nelle mani del popolo iraniano. Il mondo deve sostenere la lotta contro questa dittatura religiosa che adesso può crollare. Io mi metto a disposizione per guidare questo cammino ed è già pronto il Progetto di Prosperità dell’Iran, un piano per i primi 100 giorni dopo il crollo. Garantiremo un passaggio di consegne tranquillo ed eviteremo il caos, visto in Iraq e Libia. Dobbiamo sostituire il regime con una formula secolare e democratica coinvolgendo sia monarchici che repubblicani».
Il principe Pahlavi guarda anche ad Israele. «Teheran dovrebbe creare un Accordo di Ciro, per entrare nel gruppo degli Accordi di Abramo. L’ho detto due anni fa a Gerusalemme incontrando Netanyahu: Iran ed Israele hanno una relazione biblica da 25 secoli».
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