Mala tempora currunt nel Regno Unito. Non che il resto dell’Europa ultimamente se la passi benissimo, ma dall’isola di Sua Maestà Re Carlo - già travolta dal caso Epstein, con il principe Andrea finito in custodia cautelare - continua davvero ad arrivare un considerevole numero di notizie sconfortanti; solo nelle ultime ore ne sono arrivate un paio, una più drammatica dell’altra.
La prima riguarda l’aborto, che a quelle latitudini è già una piaga devastante se si pensa che un bimbo su tre viene eliminato nel ventre materno e che gli ultimi dati sicuri tra i disponibili, quelli del 2023, parlano di quasi 278.000 aborti: oltre 760 al giorno. Ancora troppo pochi, però, secondo il Parlamento britannico, che mercoledì a tarda ora ha pensato bene di allargare ulteriormente le maglie per facilitare la pratica abortiva. Lo si è fatto con la Camera dei Lord che, approvando la clausola 208 all’interno del Crime and Policing Bill, ha ratificato quanto già approvato lo scorso giugno dalla Camera dei Comuni, vale a dire l’abrogazione di una norma di epoca vittoriana che ancora disciplinava penalmente l’aborto. La norma in questione era l’Offences against the person act del 1861, del quale la norma sull’aborto - l’Abortion act del 1967 - già rappresentava una deroga, e rendeva ancora perseguibili le donne che, per qualsivoglia motivo, avessero abortito dopo le 24 settimane di gestazione.
Per questo, secondo un’inchiesta diffusa dalla Bbc, solo dal 2020 ad oggi oltre 100 donne erano state indagate, incluse alcune che avevano partorito prematuramente o costrette ad abortire da partner violenti. Per porre fine a simili episodi, si è dunque abrogata la vetusta normativa. Il che, se da un lato potrebbe suonare condivisibile, dall’altro alimenta un problema di non poco conto. Sì, perché se l’Abortion act resta vigente, e quindi gli aborti sono legali e regolamentati fino a 24 settimane, ma viene meno la perseguibilità penale di quelli successivi, ciò significa solo una cosa: che ora nel Regno Unito la pratica abortiva, di fatto, è libera fino al parto.
Non per nulla nei giorni scorsi anche la Chiesa cattolica, con l’arcivescovo John Sherrington, aveva manifestato la sua contrarietà. La sigla antiabortista Right To Life Uk ha invece diffuso l’appello che oltre 1.000 professionisti del settore medico avevano scritto, con riferimento appunto alla clausola 208, esprimendo «gravi preoccupazioni» rispetto alla possibilità di aborti fino al nono mese di gravidanza ed esortando a sostenere l’emendamento 424 della baronessa Monckton, volto appunto ad eliminare quella clausola. Quest’ultimo emendamento è stato respinto. Allo stesso modo, è stato respinto un altro emendamento dei conservatori per reintrodurre l’obbligo per le donne di sottoporsi a una consultazione di persona, prima di assumere la pillola abortiva a casa. Con tali premesse ci sarà poco da stupirsi se, a breve, nel Regno Unito si toccherà la cifra di 300.000 aborti.
Purtroppo, tornando a quanto si diceva in apertura, questa non è la sola novità poco allegra che arriva dall’isola britannica. Una seconda riguarda l’intenzione del governo gallese di eliminare le statue di «vecchi uomini bianchi». Non è uno scherzo: l’attivista anti-apartheid Gaynor Legall ha realizzato uno studio, catalogando fino a 209 tra statue, nomi di strade e altri monumenti che commemorano persone «direttamente coinvolte» nella tratta degli schiavi. Nello stesso studio si fa presente come in Galles siano poche le persone di origine africana o asiatica commemorate. Una cosa che pare abbastanza normale per ovvie ragioni storiche o geografiche; per le stesse ragioni è del resto difficile immaginare dei gallesi che, in Asia o Africa, possano lamentarsi del fatto che i loro avi non sono abbastanza celebrati. Eppure nel Galles non ci si limita ad attaccare il passato ma si vuole procedere a cancellarlo, passando dalle parole ai fatti.
Come infatti ha sottolineato sul Daily Mail la giornalista Elizabeth Haigh, il governo locale, con apposite linee guida - elaborate dal viceministro gallese per le Arti Dawn Bowden e attualmente in fase di rifinitura per essere pronte entro fine mese - sta pensando a delle rimozioni di questi monumenti a beneficio delle minoranze presenti in Galles. L’idea è quella, così facendo, di arginare quella che viene definita un’«allarmante» mancanza di diversità nelle commemorazioni pubbliche. Per questo, ha fatto presente Craig Simpson sul Telegraph, le statue di personalità come il Duca di Wellington e l’Ammiraglio Horatio Nelson potrebbero essere nascoste o distrutte a beneficio di una «giusta narrazione storica». La cultura woke cui l’elezione negli Stati Uniti di Donald Trump sembrava aver inferto un colpo letale, insomma, torna a riaffacciarsi nel Regno Unito; così come quella abortista, secondo cui è giusto che l’autodeterminazione della donna possa spingersi, in buona sostanza, fino all’infanticidio. Ci vuole fegato a chiamarlo progresso.







