Il caso Hannoun e i risvolti dell’inchiesta che mostra come dall’Italia sono stati raccolti oltre sette milioni di euro diretti ad Hamas.
Volodymyr Zelensky continua a negare la responsabilità dell’attacco alla casa dello zar. Parigi lo appoggia: «Nessuna prova». Il 6 gennaio riunione dei Volenterosi in Francia. Ipotesi dispiegamento di truppe Usa in Ucraina.
Il processo diplomatico ucraino prosegue nei suoi percorsi tortuosi. Ieri, il ministro degli Esteri di Kiev, Andrii Sybiha, ha respinto l’accusa russa, secondo cui l’Ucraina avrebbe effettuato un attacco contro la residenza di Vladimir Putin. «Non è mai avvenuto alcun attacco del genere», ha dichiarato Sybiha, per poi aggiungere: «La Russia ha una lunga storia di false affermazioni: è la loro tattica distintiva». Del resto, l’altro ieri, Volodymyr Zelensky aveva bollato le accuse del Cremlino come «una completa invenzione volta a giustificare ulteriori attacchi contro l’Ucraina».
Di parere opposto continua invece a mostrarsi Mosca. Ieri, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha accusato Kiev di aver condotto un «attacco terroristico», volto a «ostacolare gli sforzi del presidente Trump per facilitare una risoluzione pacifica del conflitto ucraino». «Vediamo che lo stesso Zelensky sta cercando di negarlo, e molti media occidentali, facendo il gioco del regime di Kiev, stanno iniziando a diffondere la narrazione che ciò non è accaduto. Si tratta di affermazioni assurde», ha proseguito Peskov, specificando inoltre che «la Russia continuerà il processo di negoziazione e il dialogo principalmente con gli americani». «Non credo che dovrebbero esserci prove se viene condotto un attacco di droni di tale portata, che è stato fermato grazie al lavoro ben coordinato del sistema di difesa aerea», ha continuato il portavoce del Cremlino. Nel frattempo, il premier indiano, Narendra Modi, si è detto «profondamente preoccupato» per «le notizie relative all’attacco alla residenza» di Putin, sottolineando che «gli attuali sforzi diplomatici rappresentano la strada più praticabile per porre fine ai combattimenti e raggiungere la pace». Ricordiamo che Mosca e Nuova Delhi hanno ulteriormente rafforzato i loro rapporti, come testimoniato dal recente viaggio dello zar in India.
In questo quadro, le relazioni tra Stati Uniti e Russia appaiono articolate. Da una parte, i due Paesi mostrano un avvicinamento reciproco. «L’amministrazione statunitense sta conducendo un lavoro di intermediazione attivo e mirato», ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, aggiungendo che «l’iniziativa strategica spetta interamente all’esercito russo». Tutto questo, mentre, lunedì, Donald Trump aveva ostentato irritazione per la notizia dell’attacco alla residenza del presidente russo. «Il presidente Putin me ne ha parlato stamattina presto. Ha detto di essere stato attaccato. Non va bene», aveva affermato l’inquilino della Casa Bianca. Dall’altra parte, Mosca ha tuttavia espresso preoccupazione per la linea dura, promossa da Trump nei confronti dell’Iran. Peskov, ieri, ha infatti difeso le strette relazioni tra la Russia e la Repubblica islamica, esortando sia Washington che Teheran a evitare un’escalation. La posizione del portavoce del Cremlino è stata espressa dopo che, lunedì, il presidente americano ha minacciato di «fare a pezzi» il regime khomeinista, qualora quest’ultimo dovesse riprendere il suo programma nucleare e balistico.
In tutto questo, Zelensky ha reso noto lunedì che gli Stati Uniti hanno proposto all’Ucraina garanzie di sicurezza per 15 anni: un’offerta che Kiev considera troppo timida, chiedendo che il termine sia invece fissato a 50 anni. Il presidente ucraino e quello americano restano inoltre distanti sulla questione del destino del Donbass: area da cui il Cremlino vuole che le forze di Kiev si ritirino completamente. Dall’altra parte, ieri Zelensky ha annunciato non solo che i leader della coalizione dei volenterosi si incontreranno in Francia il 6 gennaio ma anche che è in fase di discussione l’eventualità di un impiego di truppe americane per attività di peacekeeping in territorio ucraino. Un punto su cui, almeno fino a ieri sera, la Casa Bianca non ha rilasciato commenti.
Nel frattempo, i leader europei continuano a tentare di acquisire peso nel processo diplomatico. «Stiamo portando avanti il processo di pace», ha affermato Friedrich Merz, dopo aver tenuto nuove consultazioni con i partner europei e canadesi. «Ora servono trasparenza e onestà da parte di tutti, anche della Russia», ha continuato il cancelliere tedesco. «La pace è all’orizzonte, non c’è dubbio che siano accaduti fatti che lasciano sperare che questa guerra possa finire, e anche piuttosto in fretta, ma è pur sempre una speranza, ben lungi dall’essere certa al 100%», ha dichiarato, dal canto suo, il premier polacco, Donald Tusk, per poi specificare: «Quando dico che la pace è all’orizzonte, mi riferisco alle prossime settimane, non ai prossimi mesi o anni. Entro gennaio, dovremo unirci tutti per prendere decisioni sul futuro dell’Ucraina, sul futuro di questa parte del mondo». Secondo il Guardian, Tusk «ha suggerito che Kiev dovrà scendere a compromessi sulle questioni territoriali». Infine, fonti vicine a Emmanuel Macron hanno riferito che non ci sono prove dell’accusa russa di un attacco ucraino contro la residenza di Putin.
In tutto questo, ieri Mosca ha reso noto di aver schierato i propri missili Oreshnik, con capacità nucleare, in territorio bielorusso. Stando al ministero della Difesa russo, questi missili hanno una gittata di circa 5.000 chilometri. Nel frattempo, la Marina militare ucraina ha affermato che due navi civili sono state colpite a seguito di un attacco di Mosca nel Mar Nero.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
A Milano, ma non solo, mi succede con una certa frequenza di incrociare auto di grossa cilindrata con targa ucraina. Non penso si tratti di turisti, né di imprenditori in viaggio d’affari. Immagino siano persone che possono permettersi di fuggire dalla guerra.
Ovviamente non li biasimo: al posto loro probabilmente anche io cercherei di salvare la pelle, mettendo migliaia di chilometri tra me e le bombe di Putin. Però è un dato di fatto che a quasi quattro anni di distanza dall’inizio dell’invasione russa, gli ucraini non ne possano più dei missili che cadono sulle loro teste ogni giorno. Domenica un lettore, che ringrazio perché spesso mi segnala articoli apparsi sulla stampa estera, insieme con gli auguri mi ha mandato un rapporto dell’Unhcr (cioè dell’Onu) sul numero di rifugiati con passaporto di Kiev. Dei 41 milioni di ucraini, almeno otto milioni sarebbero da tempo lontani dalla madre patria. Cioè, un quinto dei residenti a seguito dell’invasione è scappato. Più di un milione e mezzo avrebbe trovato asilo in Polonia, quasi un milione in Germania, 500.000 nella Repubblica Ceca, poi a seguire vengono tutti gli altri Paesi europei: con un’eccezione, gli oltre due milioni e mezzo di profughi che sarebbero riparati in Russia.
Sono certo che tra gli otto milioni di ucraini fuggiti dal loro Paese e dalle bombe ci sono molte donne e bambini. Tuttavia, del numero diffuso dall’alto commissariato delle Nazioni unite fa parte un milione o due di maschi, molti dei quali hanno l’età per essere spediti al fronte. E infatti, per non finirci, disertano: in totale, sarebbero centinaia di migliaia gli ucraini con i requisiti per essere arruolati che se la sono data a gambe levate. Qualcuno attraversando la frontiera a rischio della vita, qualcun altro pagando, perché così come esiste la corruzione nelle forniture (che ha consentito alla nomenclatura di Kiev di farsi i cessi d’oro), esiste anche la corruzione nelle esenzioni e chi se lo può permettere paga per non dover finire in prima linea, accampando malattie e facendo perdere il prima possibile le proprie tracce.
Come detto, non li biasimo: la guerra ha già mietuto centinaia di migliaia di vittime. È di ieri la notizia che negli ultimi dieci mesi del 2025 i russi avrebbero perso 350.000 soldati. Un numero che, se confermato, sarebbe spaventoso. Tuttavia, di fronte ai caduti di Mosca nessuno ci svela quanti siano quelli di Kiev. Possibile che Putin abbia visto morire più di 350.000 uomini e Zelensky nessuno? Vogliamo dire che gli ucraini abbiano subito la metà delle perdite degli invasori? Oppure un quarto? Fosse anche così sarebbero pur sempre 80-90.000 persone, una cifra enorme, soprattutto se confrontata con la popolazione ucraina, per non parlare degli effettivi delle forze armate di Kiev.
Lo so, le mie possono apparire banali considerazioni. Ma in realtà, quando sento dire che Putin manda al macello centinaia di migliaia di russi penso che anche Zelensky stia mandando al macello centinaia di migliaia di ucraini. E senza una pace - oppure, se credete ancora nella pace giusta, chiamatela tregua - non vedo possibilità alcuna di porre fine alla carneficina. Chi se lo può permettere scappa, gli altri vanno a morire. Ma fino a quando? Chi verrà mandato al fronte a combattere per Kiev quando le guarnigioni rimarranno sguarnite? Putin può arruolare con la forza o con le menzogne molti disgraziati che provengono da regioni lontane, ma Zelensky chi può schierare? In teoria l’Europa ha milioni di uomini e molti hanno l’età per essere mandati al fronte, ma non credo che ci sia un solo governo della Ue (ma anche dell’Occidente) che sia pronto a perdere i propri soldati in guerra. L’opinione pubblica delle cosiddette democrazie non potrebbe accettare di vedere tornare le bare dei caduti avvolte nelle bandiere. Dunque, continuare a inviare armi e soldi non ha senso. Così come non ha senso invocare altre sanzioni. Se quattro anni fa si fosse cercata un’intesa per raggiungere una tregua ci saremmo risparmiati milioni di morti, centinaia di migliaia di danni e una crisi economica che ha reso fragile e vulnerabile l’industria europea. Soprattutto avremmo evitato un conflitto con cui si è dimostrato al mondo che non sempre, come nei film, vincono i buoni. La prima e la seconda guerra mondiale hanno rappresentato nella percezione collettiva il trionfo del bene sul male. Il conflitto in Ucraina rischia di testimoniare che, a volte, ad averla vinta è il male. E non è un bell’insegnamento in un mondo in cui le dittature governano gran parte della popolazione mondiale.
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Mauro Micillo, vertice della divisione IMI Corporate & Investment Banking
La banca investe negli Emirati Arabi Uniti per sostenere innovazione e infrastrutture.
Intesa Sanpaolo rafforza la propria proiezione internazionale nel Medio Oriente, consolidando il ruolo della Divisione IMI Corporate & Investment Banking come partner finanziario di riferimento nell’area del Golfo. Dal 2023 la banca, unica italiana con una presenza diretta nella regione, ha partecipato insieme ad altri istituti a operazioni di finanziamento ed emissioni obbligazionarie per un valore complessivo superiore a 60 miliardi di euro, confermando il Medio Oriente come uno dei pilastri della strategia di crescita internazionale del gruppo.
Nel dettaglio, IMI CIB ha operato come Mandated Lead Arranger in finanziamenti per oltre 30 miliardi di euro e come Bookrunner in emissioni obbligazionarie per ulteriori 30 miliardi, affiancando fondi sovrani, istituzioni pubbliche e grandi corporate attive nei settori energetico e infrastrutturale. A queste attività si aggiungono operazioni di advisory e di copertura del rischio di tasso.
Un tassello centrale di questa strategia è rappresentato dalla recente partnership con il ministero dell’Economia e del Turismo degli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo del Green innovation district presso Expo City Dubai, progetto destinato a diventare un hub di innovazione industriale sostenibile e uno strumento chiave per la diversificazione economica del Paese. Intesa Sanpaolo è inoltre coinvolta in iniziative coerenti con la «Vision 2031» emiratina, tra cui il Memorandum of Understanding firmato con Masdar per rafforzare la collaborazione nelle operazioni di M&A nel settore delle rinnovabili e l’Accordo quadro strategico sull’economia circolare siglato nel 2020 con il ministero dell’Economia degli Eau.
«Gli Emirati e più in generale l’area del Medio Oriente rappresentano un pilastro strategico del nostro percorso di crescita internazionale», ha dichiarato Mauro Micillo, vertice della divisione IMI Corporate & Investment Banking. «Supportiamo la trasformazione energetica e industriale della regione, mobilitando capitali e competenze per accelerare lo sviluppo di progetti innovativi e sostenibili».
Tra le operazioni più recenti figurano il Green Sukuk da circa 2,4 miliardi di euro per Saudi Electricity Company, il collocamento dual tranche di Adq, l’emissione subordinata ibrida di Aldar Properties e le emissioni green di Masdar. Sul fronte dei finanziamenti e dell’advisory, IMI CIB ha affiancato Masdar in importanti acquisizioni nel settore delle rinnovabili in Spagna e nel Regno Unito e ha strutturato il primo finanziamento in Qatar nell’ambito del programma Sace Push Strategy.
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I passeggeri camminano sotto un pannello LED che mostra i voli in ritardo durante le esercitazioni militari cinesi con fuoco vivo intorno a Taiwan (Ansa)
Pechino critica Panama, rientrata nell’orbita Usa, per la rimozione di un monumento.
La tensione nello Stretto di Taiwan è tornata a salire improvvisamente dopo una serie di manovre militari cinesi che hanno circondato l’isola in modo rapido e coordinato. Pechino ha avviato una vasta esercitazione senza preavviso, coinvolgendo Aviazione, Marina e Guardia costiera. Per Taipei si tratta di un’operazione di accerchiamento senza precedenti per estensione e tempistica.
Taiwan è un’isola di 23 milioni di abitanti che si governa in modo autonomo, ma che la Cina considera parte integrante del proprio territorio. È uno dei principali nodi geopolitici del mondo e ogni mossa militare attorno all’isola ha un significato che va ben oltre l’Asia orientale.
Secondo le autorità taiwanesi, l’Esercito popolare di liberazione ha schierato 89 aerei militari e 28 unità navali, delimitando cinque zone di interdizione marittima e aerea valide per 48 ore. Le aree interessate ricadono all’interno della zona di identificazione della difesa aerea di Taiwan e di fatto bloccano l’accesso ai principali porti e alle rotte commerciali. A completare il dispositivo, quattro formazioni della Guardia costiera cinese stanno pattugliando l’intero perimetro dell’isola, muovendosi da Nord e da Sud e concentrandosi soprattutto nell’area Sudorientale, vicino alla città di Hualien.
L’operazione è stata battezzata da Pechino «Missione di giustizia». Nella narrazione ufficiale si tratta di un’azione «legittima e necessaria» per difendere la sovranità e l’unità nazionale. Il ministero degli Esteri ha parlato di un «avvertimento serio» contro le spinte indipendentiste e contro le interferenze esterne, accusando in particolare gli Stati Uniti di sostenere Taipei sul piano militare. Secondo Pechino, questo approccio rischia di trasformare lo Stretto di Taiwan in una zona di instabilità permanente.
Le esercitazioni prevedono anche l’uso di munizioni reali nelle acque che separano l’isola dalla Cina continentale. I media ufficiali cinesi hanno diffuso immagini dei principali sistemi d’arma impiegati: caccia stealth, radar aerotrasportati, missili balistici e antinave schierati lungo la costa, oltre ai bombardieri H-6 impegnati nel controllo delle aree marittime.
Da Taipei la risposta è stata immediata. La presidenza ha definito le manovre una «provocazione unilaterale», mentre il governo parla di «intimidazione militare». Il ministro della Difesa ha assicurato che le forze armate sono in stato di massima allerta. Colonne di mezzi corazzati sono state dispiegate verso le postazioni anti sbarco, rendendo visibile alla popolazione il livello di allarme.
Le conseguenze si riflettono anche sul traffico civile. Sono 857 i voli commerciali programmati nelle aree interessate dalle manovre, con circa 100.000 passeggeri rimasti a terra. Per ragioni di sicurezza, almeno 74 collegamenti sono stati cancellati, causando disagi negli aeroporti regionali.
Gli Stati Uniti hanno reagito inviando un drone da sorveglianza Triton della Us Navy, decollato dalla base giapponese di Okinawa, mentre anche Tokyo ha effettuato una missione di ricognizione aerea. Il Giappone considera da tempo un’eventuale crisi su Taiwan una minaccia diretta alla propria sicurezza.
Il confronto tra Cina e Occidente si riflette anche lontano dall’Asia. A Panama, le autorità locali hanno ordinato la rimozione di un monumento dedicato al contributo della comunità cinese alla costruzione del Canale. La decisione ha provocato una protesta ufficiale di Pechino, che la interpreta come un gesto politico ostile, inserito nel recente riallineamento del Paese centroamericano verso Washington.
Nel complesso, gli sviluppi confermano una fase di crescente pressione geopolitica, con Taiwan al centro di un confronto che coinvolge equilibri militari, rotte commerciali e infrastrutture strategiche globali.
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