Accelerazione sulla dorsale Brembo-Cina. Il gruppo bergamasco ha annunciato una partnership con Ningbo Huaxiang Electronic, formalizzata attraverso accordi di joint venture, per localizzare nel mercato cinese Sensify, la piattaforma di frenata intelligente sviluppata dall’azienda italiana.
Non si tratta di una cessione di controllo né di una vendita di asset industriali: Brembo resta protagonista del progetto e l’operazione viene presentata come un passaggio necessario per diffondere su larga scala una tecnologia destinata ai veicoli di nuova generazione.
Certo, il tema tecnologico c’è. Sensify non è un componente qualunque. È una piattaforma brake-by-wire, priva di fluido, che combina hardware, software e capacità di adattamento al veicolo. In altre parole, contiene competenze chiave in uno dei settori più sensibili dell’auto del futuro: la gestione digitale della sicurezza, dell’elettronica e dell’interazione tra meccanica e software. Localizzarla in Cina significa entrare nel più grande mercato automobilistico mondiale, ma anche esporre parte dell’ecosistema tecnologico a un contesto in cui la linea tra collaborazione industriale, trasferimento di know-how e costruzione di capacità domestiche è spesso sottile.
Il caso Stellantis è esemplificativo, anche se diverso. Il gruppo ha investito 1,5 miliardi di euro in Leapmotor, diventandone azionista strategico, e ha dato vita a Leapmotor International, joint venture 51% Stellantis e 49% Leapmotor, con diritti esclusivi per vendere e produrre fuori dalla Greater China i prodotti del costruttore cinese. Nel 2026 la collaborazione è stata ulteriormente rafforzata. Qui il flusso tecnologico appare in parte invertito: non è solo l’Europa che porta know-how in Cina, ma anche la Cina che porta piattaforme elettriche, velocità di sviluppo e costi competitivi in Europa. Il punto, però, resta lo stesso: l’industria automobilistica occidentale sta accettando una dipendenza crescente da architetture, fornitori e partner cinesi.
Anche l’Italia conosce bene questa dinamica. Ferretti, simbolo della nautica di lusso, passò sotto il controllo del gruppo cinese Weichai nel 2012, con un investimento complessivo da 374 milioni di euro e una quota del 75% dopo la ristrutturazione del debito. Negli anni successivi la presenza cinese si è ridotta, ma Weichai è rimasto un azionista centrale del gruppo. Pirelli è un altro precedente emblematico: l’ingresso di ChemChina nel 2015 fu letto anche come accesso cinese a tecnologia e competenze nel settore degli pneumatici premium; nel 2023 il governo italiano è poi intervenuto con il Golden power per limitare l’influenza di Sinochem sulla governance del gruppo.
La lista non si ferma qui. Negli anni gli investitori cinesi sono entrati in dossier come Ansaldo Energia, Terna, Snam, Cdp Reti e in varie partecipazioni industriali e finanziarie italiane.
Certo, nel caso di Brembo non si tratta di una vendita, ma di una collaborazione. Una joint venture non equivale a perdere il controllo dell’azienda. Inoltre, produrre e vendere in Cina senza un partner locale è spesso difficile, soprattutto in un settore dominato da costruttori e supply chain cinesi. Ma il tema vero è la protezione del vantaggio competitivo. Anche perché nell’auto elettrica e connessa il valore non sta più soltanto nel singolo pezzo meccanico, ma nell’intelligenza di tutto il sistema. E se la frenata diventa software, il trasferimento di competenze non riguarda più solo una fabbrica: potrebbe interessare il cervello del veicolo.
Di certo, però, ieri a Piazza Affari il mercato ha dimostrato di apprezzare l’accordo voluto dall’azienda della famiglia Bombassei. Ieri il titolo di Brembo è salito del 4,62% a 10,86 euro.







