Donald Trump continua imperterrito a svolgere il ruolo di «picconatore» dell’Alleanza atlantica. Il presidente americano ha infatti annunciato nel pomeriggio di ieri (quindi durante la mattinata a Washington) che durante il discorso alla nazione previsto durante serata americana di ieri, avrebbe parlato del suo «disgusto» nei confronti della Nato per non aver aiutato gli Stati Uniti in Iran. Lo ha detto lo stesso presidente a Reuters, sottolineando di considerare «assolutamente» un possibile ritiro dall’alleanza da parte degli Stati Uniti.
Alla Nato la parola d’ordine dopo l’annuncio del tycoon è stata: «Mantenere la calma». Secondo quanto confidato da fonti alleate interpellate dall’Ansa, Trump non viene considerato infatti nuovo a quelle che vengono definite «provocazioni». Per questo, in un certo senso, la Nato ha sviluppato in questi ultimi mesi una sorta di tolleranza alle dichiarazioni forti. L’attitudine è di guardare ai fatti e, si sottolinea, sia l’opinione pubblica americana sia il congresso sono, in maggioranza, «favorevoli» all’alleanza transatlantica. Del resto, il presidente americano non può lasciare la Nato senza un via libera del Congresso. Inoltre, anche se il Parlamento statunitense approvasse l’uscita dall’alleanza transatlantica, il ritiro richiederebbe un anno sulla base delle norme della Nato. Come si legge sul sito del Congresso americano, «nel 2023, il Congresso ha promulgato una legge che proibisce al presidente di “sospendere, terminare, denunciare o ritirare gli Stati Uniti dal Trattato del Nord Atlantico” - che ha istituito l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (Nato) - senza il consiglio e il consenso del Senato o un atto del Congresso». Al Senato servirebbe una maggioranza di due terzi mentre il Congresso dovrebbe approvare una legge nuova. La norma di tre anni fa fu adottata perché durante il primo mandato di Trump gli avvocati del dipartimento di Giustizia spingevano per far passare la tesi che il presidente aveva il potere esclusivo di ritirare il Paese dai trattati.
E anche a Bruxelles le esternazioni del presidente americano non hanno suscitato particolare allarme. Un portavoce della Commissione Ue nel corso del briefing con la stampa, ha risposto così ad una domanda sulla minaccia del tycoon: «In termini di sicurezza e difesa, ovviamente siamo impegnati a mantenere un forte legame transatlantico, che rimane cruciale per la nostra sicurezza. Insieme siamo più forti, e in questo la Nato è fondamentale».
Anche in governo tedesco sembra non aver preso molto sul serio la sparata di Trump: «Lo ha già fatto in passato», ha dichiarato il portavoce del governo Stefan Kornelius. «Trattandosi di un fenomeno ricorrente, potete probabilmente giudicarne le conseguenze da soli», ha aggiunto.
Più articolata la posizione del Regno Unito, che non intende «scegliere» fra la storica «special relationship» con gli Usa e l’alleanza con i partner europei. A ribadirlo ieri è stato il premier britannico Keir Starmer, a margine dell’intervento in diretta tv da Downing Street con cui ha aggiornato la nazione sui contraccolpi della guerra in Medio Oriente innescata dall’attacco di un mese fa di Usa e Israele all’Iran.
Rispondendo ad alcune domande dei giornalisti che lo sollecitavano su questo tema, ha evitato qualunque riferimento diretto alle accuse del presidente americano, limitandosi a dire che il suo governo continua a ritenere vitale «per l’interesse nazionale» del Regno avere «una forte relazione sia con gli Usa sia con l’Europa». Quindi è tornato a difendere la Nato, presa di mira da Trump. E infine ha ribadito il ruolo solo «difensivo» attribuito al suo Paese nello scenario del conflitto mediorientale e il suo no a un coinvolgimento militare diretto contro l’Iran (al di là degli sforzi per creare una coalizione allargata impegnata a favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco); non senza rimarcare ancora una volta il peso dei contraccolpi «energetici ed economici» destinati, stando alle sue parole, a continuare a colpire anche l’isola per un periodo di tempo non breve. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha invece reso noto di aver avuto un colloquio con Trump in cui i due hanno avuto «discussioni costruttive e scambi di idee su Nato, Ucraina ed Iran. Ci sono problemi da risolvere, in modo pragmatico», ha commentato Stubb.
Secondo il Financial Times, inoltre, il mese scorso il presidente Usa chiese alla Nato di aiutarlo a riaprire lo stretto, ma fu respinto dalle capitali europee. Tre funzionari a conoscenza delle discussioni hanno affermato che Trump rispose minacciando di interrompere le forniture di armi a Kiev.
Sullo sfondo delle ultime esternazioni del tycoon si intravede però anche la querelle scatenata dal divieto da parte del governo italiano all’utilizzo della base aerea di Sigonella nelle operazioni contro l’Iran.
Una scelta cavalcata dall’ambasciata iraniana a Roma che sul suo profilo X ha condiviso un post del ministro della Difesa Guido Crosetto, parlando di «una scelta intelligente, fondata sul diritto internazionale e sulla tutela degli interessi e dell’indipendenza dell’Italia». Un portavoce del dipartimento della Guerra Usa ha però gettato acqua sul fuoco: «Gli accordi di cooperazione tra le forze armate italiane e statunitensi rimangono solidi».
Il leader del M5s, Giuseppe Conte, ha però comunque provato a cavalcare l’onda: «Per me non solo Sigonella, ma nessuna base deve essere mai fornita, neppure per un supporto logistico, come sta facendo la Spagna. Nessun supporto diretto, indiretto e logistico per un’azione che va contro il diritto internazionale: l’ho ripetuto ieri durante l’incontro con l’inviato speciale di Trump», ha detto l’ex premier, facendo riferimento a un incontro - che forse doveva restare riservato - con Paolo Zappolli. Per la vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Augusta Montaruli, però, «spicca il silenzio assordante del leader del M5s su una contraddizione che ha dell’incredibile: come può, Conte, tentare di infiammare le piazze Pro-Pal la mattina e correre a pranzo con gli inviati speciali di Donald Trump il pomeriggio?
Intanto, Crosetto si è detto disponibile a riferire in Parlamento, così come richiesto da diversi gruppi parlamentari di maggioranza e opposizione. L’informativa sull’utilizzo delle basi militari Usa nel territorio italiano si potrebbe svolgere martedì prossimo.
Libano, pure Roma chiede stop ai raid
Le parole del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha illustrato i piani per occupare una parte del Libano meridionale, hanno ribadito l’intenzione di Tel Aviv di controllare la regione anche dopo la fine dell’invasione di terra. Il responsabile del dicastero della Difesa ha affermato che le forze israeliane manterranno il controllo sull’intera area dal confine fino al fiume Litani, anche dopo la conclusione dell’offensiva e che ciò comporterà la demolizione di intere città di confine e che ai residenti non sarà consentito ritornare alle proprie abitazioni fino alla definitiva eliminazione di Hezbollah.
Questa mossa porterebbe all’evacuazione di circa 600.000 residenti che dovranno abbandonare questa zona, dove l’Idf vorrebbe istituire una zona cuscinetto per proteggere città e villaggi della parte settentrionale di Israele. Tel Aviv aveva già occupato una parte del Libano meridionale dal 1982 al 2000, sempre con l’obiettivo di creare una zona cuscinetto. In quel caso era stato utilizzato il sedicente esercito del Libano del sud, guidato dal maggiore Haddad, che durante la guerra civile libanese aveva disertato e creato una milizia personale strettamente legata ad Israele.
Michel Menassa è un ex generale di divisione che da poco più di un anno guida il ministero della Difesa di Beirut ed esprime la sua preoccupazione alla Verità. «Le parole del mio omologo Katz non sono più semplici minacce, ma si sono trasformate in un piano ben preciso per occupare la nostra nazione. Riteniamo questo fatto inaccettabile e contrario al diritto internazionale. Il loro obiettivo è quello di imporre una nuova occupazione del territorio libanese, sfollare con la forza centinaia di migliaia di cittadini e distruggere sistematicamente villaggi e città nel Sud. La Comunità internazionale non deve permettere che questo accada.»
Il ministro Menassa, fedelissimo del presidente libanese Joseph Aoun, è stato fra i promotori del programma di disarmo di Hezbollah, un impegno che secondo Israele è stato totalmente disatteso. «Da agosto l’esercito nazionale ha iniziato a prendere il controllo di alcune caserme e tre depositi di armi di Hezbollah sono stati confiscati, ma serve tempo. I nostri soldati sono armati ed equipaggiati in maniera insufficiente per essere un vero deterrente per una milizia potente come Hezbollah, servono finanziamenti internazionali come hanno fatto gli Stati Uniti che ci hanno permesso di comprare armi moderne. Tel Aviv con questa occupazione indebolisce il governo libanese e rafforza la presa di Hezbollah sulla popolazione del sud.
Il Partito di Dio è anche presente in Parlamento e gli sciiti libanesi credono che facciano i loro interessi. La società libanese è molto complessa e azioni come quella israeliana possono distruggere i fragili equilibri che ci tengono insieme.» Secondo Katz l’operazione in Libano si ispirerà a quella di Gaza arrivando al fiume Litani, anche se la settimana scorsa gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano si erano estesi fino al fiume Zohran a 40 km di distanza dal confine. «La nostra nazione è sotto attacco, Beirut viene bombardato così come il sud e la valle della Bekaa- continua Menassa - se Tel Aviv tornerà ad occupare il territorio libanese tutto potrebbe crollare senza risolvere minimamente la questione di Hezbollah».
Un appello a fermare le operazioni in Libano è intanto arrivato da 15 nazioni europee, compresa l’Italia, che hanno esortato Israele a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale libanese invitando tutte le parti a sospendere le operazioni militari. La Turchia ha condannato l’offensiva israeliana in Libano e ha messo in guardia da una nuova catastrofe umanitaria che vede nel Paese dei Cedri già 1,2 milioni di sfollati, un numero che rappresenta circa il 25% della popolazione totale.