È arrivato il giorno del contestatissimo Board of peace. La creatura voluta e presieduta a vita (anche oltre il suo mandato alla Casa Bianca) da Donald Trump, è pronta a fare le sue prime bracciate nuotando in mezzo a un oceano di proteste.
Era nato per supervisionare il percorso di pace a Gaza, il suo scopo è stato esteso alla soluzione di tutti i conflitti mondiali. Ne fanno parte le 23 nazioni che a Davos hanno firmato l’accordo come membri fondatori e, quindi, anche finanziatori (già promessi più di 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza). Ma i Paesi che vogliono ottenere un seggio permanente nel «Consiglio di pace» devono anche contribuire con almeno un miliardo di dollari. I dubbi principali sul nascente organismo riguardano il ruolo di Trump e il fatto che possa essere una struttura in competizione col sistema multilaterale. Una sorta di «anti Onu», concepita come un club privé.
Francia, Spagna e Regno Unito hanno declinato l’invito. Lo stesso ha fatto la Polonia. Bulgaria e Ungheria sono gli unici due Paesi Ue ad aver aderito. A far storcere il naso, la decisione americana di invitare il presidente russo, Vladimir Putin. L’Ucraina, ovviamente, si è tirata fuori.
L’Italia ci sarà. Come osservatore, rappresentata dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che arriverà stamani a Washington alle 10 ora italiana. La riunione del Board è prevista dalle 16 ora italiana, al Donald J. Trump Institute of peace. Hanno deciso di partecipare come osservatori anche la Commissione europea, rappresentata dalla commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, Cipro (che ha la presidenza di turno dell’Ue), Romania, Slovacchia, Croazia, Grecia. L’Austria, che in un primo momento aveva detto di andare, ieri ha cambiato idea. La Germania, al contrario, che non voleva partecipare, ieri ha annunciato che invierà il direttore generale per gli affari politici del ministero degli Esteri, Christian Buck. Tajani ritiene che «l’assenza dell’Italia a un tavolo in cui si discute di pace nel Mediterraneo sarebbe politicamente incomprensibile». «L’Italia è sempre stata protagonista nell’area del Mediterraneo», ha aggiunto ieri al suo arrivo a Tirana per la riunione ministeriale sul Corridoio VIII. «Non possiamo non essere parte di una strategia che dovrà vederci ancora in prima linea». E a quanti definiscono il Board of peace un «comitato d’affari della famiglia Trump», Tajani risponde che «non partecipiamo ad alcun comitato d’affari né scodinzoliamo dietro a nessuno. Vogliamo continuare a lavorare per la crescita della popolazione palestinese, siamo il Paese che ha accolto più cittadini palestinesi in tutto l’Occidente». Ieri, in serata, la Casa Bianca ha definito «molto spiacevole» il no del Vaticano a partecipare al Board: «Non credo che la pace debba essere di parte, politica o controversa», ha commentato la portavoce Karoline Leavitt.
Ma anche ieri, una pletora di rappresentanti della sinistra si è messa a strillare. Angelo Bonelli, deputato di Avs, accusa la Meloni di aver scelto «di isolarsi dall’Europa e di restare politicamente accanto ai dittatori. Questa non è sovranità: è sudditanza politica». Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana, gli va dietro: «Dopo il tragico, c’è il ridicolo. La figura dell’osservatore non esiste. Il Board non ha nulla a che vedere con la pace». Anche Giuseppe Conte, presidente del M5s, ritorna sulla questione: «Il fatto che Meloni si infili in quel Board da una finestra laterale, rende ancor meno dignitosa tutta la sceneggiata. La sua politica estera è stata un disastro per Gaza e continua a esserlo anche adesso».
Anche gli europarlamentari di sinistra si tuffano nella mischia. Il dem Matteo Ricci, su Rai 3, ad Agorà, addirittura rimpiange Bettino Craxi: «Ridateci Craxi con Sigonella e Giulio Andreotti nei rapporti con i Paesi arabi. Il Board non discute dei diritti dei palestinesi e di due popoli due Stati ma di come spartirsi la loro terra». E figuriamoci se non ci sguazzava dentro anche l’eurodeputata di Avs, Ilaria Salis, che su X definisce tale scelta un «contesto inquietante», nel quale «lo spettro di un conflitto globale diventa ogni giorno più vicino». Strano che non si sia ancora fatta sentire Francesca Albanese con qualche sua sparata antisemita. Per Giuseppe Provenzano, responsabile esteri del Pd, «partecipare al Board è uno strappo alla collocazione internazionale del nostro Paese, l’ennesimo attacco all’Onu».
Dà manforte a Tajani il collega, ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, che ospite a Start su Sky TG24, vede come «un dovere» la nostra presenza. La posizione di Futuro nazionale di Vannacci è espressa dal suo adepto alla Camera, Edoardo Ziello: «Se non si è al tavolo, si è nel menù. Il Board è un organo per superare il fallimento dell’Onu. Vogliamo che ci sia anche la Russia». Per Andrea Orsini, capogruppo di Forza Italia in commissione Esteri alla Camera, la sinistra vive di contraddizioni: «Per mesi, per anni, abbiamo sentito l’opposizione invocare la necessità di occuparci di Gaza. Oggi vorrebbe che l’Italia si chiamasse fuori. Grazie a questo accordo da quattro mesi a Gaza non si muore più. Dobbiamo essere dove si decide, anche per dissentire se necessario».
Si affacciano anche due mai rimpianti ex premier, Mario Monti e Matteo Renzi. Per il primo «il Board è la quintessenza del trumpismo, una gigantesca privatizzazione della politica internazionale». Il bullo di Rignano sull’Arno, invece, scrive sulla sua Enews: «Quello che mi colpisce è la totale subalternità del governo agli Stati Uniti: dovevano fare i patrioti italiani, sono i più scatenati sudditi americani».
Tutti d’accordo che l’Onu sia stato un fallimento. Tutti felici quando, a ottobre, Trump annunciò il cessate il fuoco a Gaza. Oggi, però, per quelle stesse persone quel Board è l’inferno.







