A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump all’Iran, previsto allo scoccare delle 20 di oggi (ora della costa Est Usa), a tenere con il fiato sospeso è l’ultimo post pubblicato su Truth dal presidente americano. Un messaggio dai toni estremi, che segna uno dei passaggi più delicati di queste settimane di conflitto: «Stasera un'intera civiltà morirà, per non tornare mai più. Non voglio che ciò accada, ma probabilmente accadrà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse potrà accadere qualcosa di rivoluzionalmente meraviglioso, Chi lo sa? Lo scopriremo stasera, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte finiranno finalmente. Dio benedica il grande popolo iraniano!».
La prima e immediata reazione di Teheran, come riportato dal media governativo Teheran Times, è stata quella di chiudere tutti i canali di comunicazione diplomatici e indiretti con Washington. Al tempo stesso, una fonte vicina al regime iraniano ha riferito alla Reuters che l'Iran, attraverso il Qatar, ha informato gli Stati Uniti che nell'eventualità di un attacco alle centrali elettriche, l'intera regione del Golfo persico, Arabia Saudita compresa, sarà lasciata al buio. La stessa fonte ha inoltre dichiarato che «non c'è nessun negoziato in corso tra Iran e Stati Uniti» e che «gli Usa vogliono che l'Iran si arrenda sotto la pressione degli attacchi», che «l'Iran mostrerà flessibilità quando vedrà flessibilità dal lato americano» e che «lo stretto di Hormuz non sarà riaperto sulla base di promesse vuoti», minacciando inoltre la chiusura di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi, qualora «la situazione dovesse andare fuori controllo».
Già nei giorni scorsi il regime degli ayatollah aveva risposto a Trump dicendo che «la sua retorica non ha alcun effetto». Di contro, il tycoon era stato ancora più categorico: «Senza un accordo, potremmo distruggerli in 4 ore». Uno scambio di messaggi che ha portato al post pubblicato poche ore fa da Trump che ha messo in allarme le cancellerie di tutto il mondo.
Il quadro che emerge, infatti, è quello di un conflitto che si sta progressivamente allargando anche a infrastrutture civili o a uso misto, alimentando le preoccupazioni internazionali. L’Unione europea ha ribadito la necessità di evitare attacchi contro obiettivi sensibili, mentre dal Golfo il Qatar avverte che la situazione è ormai vicina a un punto in cui l’escalation potrebbe diventare incontrollabile. Nonostante l’intensità degli attacchi, da Washington arrivano segnali contrastanti. Il vicepresidente JD Vance, in visita a Budapest per la campagna elettorale dell'alleato Viktor Orbán, ha dichiarato che «gli obiettivi militari degli Stati Uniti sono stati raggiunti» e che la guerra potrebbe concludersi a breve, sottolineando però che l’esito dipenderà dalle decisioni di Teheran. Nelle ore che precedono la scadenza dell’ultimatum, sono attesi contatti e negoziati, in un tentativo di evitare un ulteriore salto di livello dello scontro.
Sul fronte iraniano, tuttavia, la risposta resta dura. I pasdaran minacciano ritorsioni su larga scala, parlando apertamente della possibilità di colpire le infrastrutture energetiche degli alleati degli Stati Uniti e di estendere il conflitto oltre la regione. Parallelamente, le autorità hanno lanciato un appello alla mobilitazione interna, invitando i cittadini a proteggere le centrali elettriche formando «catene umane». A rendere ancora più incerto lo scenario contribuiscono le notizie che arrivano dai vertici della Repubblica islamica. Secondo valutazioni dell’intelligence israeliana e statunitense, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sarebbe in stato di incoscienza e ricoverata a Qom, in condizioni tali da escluderlo da qualsiasi processo decisionale. Un elemento che, se confermato, rischia di aprire una fase di ulteriore instabilità interna proprio nel momento più critico. All’interno del Paese emergono anche tensioni politiche. Il presidente Masoud Pezeshkian, secondo fonti vicine alla presidenza, avrebbe accusato i vertici delle Guardie rivoluzionarie di aver compromesso ogni possibilità di cessate il fuoco, spingendo l’Iran verso una crisi economica e militare sempre più difficile da sostenere.
Intanto il conflitto supera i confini iraniani. Missili sono stati lanciati verso gli Emirati Arabi Uniti, mentre Teheran rivendica l’attacco a una nave israeliana in un porto emiratino. In Arabia Saudita, frammenti di missili intercettati sono caduti nei pressi di impianti energetici, confermando la crescente estensione regionale della crisi. E tutto questo mentre il bilancio umano continua a peggiorare. Secondo organizzazioni per i diritti umani, le vittime dall’inizio delle ostilità sono migliaia, con un numero significativo di civili coinvolti. Un dato che restituisce la dimensione reale di una guerra che, al di là delle dichiarazioni politiche, sta già producendo conseguenze profonde.
In questo contesto, la notte indicata da Trump si avvicina come uno spartiacque. Tra la prospettiva di un’escalation irreversibile e quella, ancora incerta, di una soluzione negoziale, il conflitto entra in una delle sue fasi più delicate.







