E se Donald Trump fosse intenzionato a giocare di sponda con Vladimir Putin per chiudere la crisi iraniana? Ieri, i due presidenti hanno avuto una telefonata di un’ora e mezza. Secondo Ria Novosti, hanno discusso di quanto sta accadendo nella Repubblica islamica e nel Golfo Persico.
Nell’occasione, il capo del Cremlino avrebbe messo sul tavolo delle proposte per risolvere la questione del nucleare di Teheran. I due hanno inoltre affrontato il capitolo ucraino.
Trump ha sottolineato l’importanza di un cessate il fuoco in Ucraina, mentre lo zar, dal canto suo, ha aperto alla possibilità di una tregua entro il Giorno della vittoria (vale a dire il 9 maggio). Putin ha anche affermato che Kiev dovrebbe accettare le proposte già delineate. Non dimentichiamo che il regime khomeinista è uno dei principali alleati della Russia in Medio Oriente. Ritagliandosi il ruolo di mediatore, Putin punta a rafforzare l’influenza regionale di Mosca, che era diminuita a seguito della caduta di Bashar al Assad in Siria. Trump, dal canto suo, potrebbe avere interesse a una sponda con lo zar, proprio per chiudere il conflitto e scongiurare così il pantano.
Del resto, sempre ieri, il presidente americano ha mostrato segni di impazienza sulla crisi iraniana. Ha, in particolare, esplicitato di non aver gradito l’ultima proposta di pace, avanzata da Teheran. «L’Iran non riesce a organizzarsi. Non sanno come sottoscrivere un accordo non nucleare. Farebbero meglio a darsi una regolata», ha affermato su Truth, postando anche un fotomontaggio che lo ritraeva con in braccio un fucile d’assalto, mentre il territorio iraniano, sullo sfondo, veniva bombardato. Non solo: a corredo dell’immagine, compariva anche la scritta «Datevi una regolata. Non sono più il signor Persona gentile». Sempre ieri, parlando con Axios, il presidente americano ha confermato che lo sbarramento navale resterà in vigore, almeno fin quando non verrà raggiunta con Teheran un’intesa sull’energia atomica. La stessa testata ha tuttavia anche riportato che, in caso di stallo prolungato, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe ricorrere a un’azione di tipo militare. Tutto questo, sebbene secondo il Washington Post, la portaerei Gerald Ford starebbe per lasciare il Medio Oriente.
Trump resta comunque insoddisfatto della proposta di pace iraniana. Il regime khomeinista aveva chiesto di risolvere innanzitutto due nodi: quello della riapertura di Hormuz e quello della revoca del blocco navale statunitense. Solo in un secondo momento, avevano proposto gli ayatollah, si sarebbe discusso della spinosa questione nucleare. Una questione che, tuttavia, Washington punta ad affrontare sin da subito. È anche davanti all’intransigenza di Trump che, secondo la Cnn, gli iraniani potrebbero presentare a breve una nuova proposta di pace «rivista». Ieri la Casa Bianca ha comunque confermato che i contatti con Teheran sono ancora in corso, mentre il ministero degli Esteri iraniano ha invocato una soluzione di tipo diplomatico, anziché la ripresa del conflitto, marcando così implicitamente una distanza dalle Guardie della rivoluzione.
D’altronde, stando a Bloomberg News, il blocco navale americano starebbe creando crescenti problemi di stoccaggio di greggio all’Iran: il che potrebbe danneggiare seriamente il settore petrolifero della Repubblica islamica. Tutto questo, mentre la valuta iraniana ha raggiunto ieri il suo minimo storico. «Il nemico è entrato in una nuova fase e vuole attivare pressioni economiche e divisioni interne attraverso il blocco navale e la propaganda mediatica per indebolirci o addirittura farci collassare dall’interno», ha affermato il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Al contempo, secondo Axios, una fonte di Teheran ha fatto sapere che il blocco americano «sarà presto contrastato con azioni concrete e senza precedenti».
Davanti alla pressione economica statunitense, l’ala dialogante del regime khomeinista, che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian, ha quindi fretta di raggiungere un’intesa. Il che continua a metterla in rotta di collisione con i pasdaran, che vorrebbero proseguire a tenere in pugno Hormuz per danneggiare politicamente Trump alle Midterm di novembre. Il punto è infatti che anche il presidente americano ha fretta di chiudere un conflitto che, secondo quanto rivelato dal Pentagono, è costato finora 25 miliardi di dollari. Un conflitto che, in particolare, ha fatto innalzare il prezzo della benzina negli Stati Uniti: una situazione che rende vulnerabile il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato. Del resto, il costo del petrolio continua a salire: ieri il Wti era a 105 dollari, mentre il Brent si attestava a 117,5 dollari.
Nel frattempo, bisognerà vedere come si evolverà la situazione al Pentagono, dopo che è emerso che JD Vance ne avrebbe messo in dubbio i briefing sulla guerra in corso. Ieri, in un’audizione alla Camera dei rappresentanti, Pete Hegseth ha difeso a spada tratta la gestione del conflitto, definendolo uno «sbalorditivo successo militare», senza poi rinunciare ad accusare di disfattismo i critici dem e repubblicani.







