«I negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi.
Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo». Non è stupito Dario Fabbri, direttore della rivista di geopolitica Domino e scrittore, in libreria con il suo libro Il destino dei popoli, dell’esito delle trattative fallite in Pakistan.
Niente da fare, i negoziati sono falliti. Il faccia a faccia a Islamabad tra il vicepresidente Usa, JD Vance, e lo speaker del Parlamento iraniano iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, non ha portato a nessun accordo. Se lo aspettava?
«Come tutti i negoziati, anche quello iraniano, vive momenti di alti e bassi, non dobbiamo stupirci. Soprattutto, già da quello che era trapelato in queste ore, mi stupiva il fatto che gli americani chiedessero le stesse condizioni del 28 febbraio, cioè prima che la guerra iniziasse, come se nulla fosse successo nel frattempo. Mi faccio una domanda semplice: se già allora, o meglio alla fine di febbraio, l’Iran aveva detto no alle proposte Usa perché avrebbe dovuto farlo ora? Ora, e aggiungo, che gli iraniani sono in una posizione di vantaggio, soprattutto perché controllano Hormuz».
Le due parti si incolpano a vicenda. L’Iran parla di richieste irragionevoli degli Stati Uniti. Vance dichiara: noi siamo stati flessibili ma non abbiamo fatto progressi. Dove sta la ragione?
«Mi sembra davvero difficile trovare una nuova ragione oggettiva sul fallimento di questo negoziato.
Gli Stati Uniti credevano di poter bluffare, mi spiego meglio, far credere che il minacciare l’Apocalisse potesse cambiare una situazione per loro non favorevole. Ma in realtà Trump sa bene di aver discretamente perso questa guerra, almeno arrivati fino a questo punto. Possiamo dire che il tavolo è saltato, le minacce americane sono state scoperte e quindi era difficile che l’Iran dicesse sì a queste condizioni immutate».
La domanda che tutto il mondo si sta ponendo ora è: che ne sarà ora della tregua che prevedeva un cessate il fuoco di due settimane?
«Teoricamente lo stop agli attacchi rimane, anche perché gli americani non hanno molte opzioni da prendere in considerazione. Staremo a vedere ovviamente nelle prossime ore, ma credo che a Trump convenga rispettare la tregua ma necessita di una narrazione per mascherare la realtà».
In realtà in molti, a partire per esempio dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei, non si aspettavano un accordo da questo primo round di incontri. Tradotto: c’è ancora spazio per l’ottimismo?
«Direi di sì, o quantomeno non possiamo escluderlo, i negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi. Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo».
Ma entriamo in uno dei nodi irrisolti che avrebbero ostacolato l’accordo: lo stretto di Hormuz. Come deve fare l’America per riaprirlo?
«Hormuz è un nodo molto complicato ed è questa la vera sconfitta statunitense, perché nasce da una grande novità e una sfida che non può passare inosservata: l’Iran non aveva mai osato interdire lo stretto tanto a lungo. Finora non era accaduto. E Trump sa bene che l’unico modo per ripristinare il passaggio è l’occupazione da terra della sponda iraniana, attraverso l’invio di truppe boots on the ground. Una decisione che inevitabilmente comporterebbe troppi morti per l’amministrazione americana, va detto, e un’opzione che prima non esisteva, o quantomeno era il bluff di cui parlavamo: il coinvolgimento diretto delle forze militari sul campo».
Questa guerra riguarda o non deve coinvolgere l’Europa?
«Stiamo parlando del nodo del contendere occidentale, ovvero il ruolo della Nato e degli europei. L’Unione europea finora ha messo in chiaro la propria disponibilità soltanto in caso di un cessate il fuoco, perché quello che serve ai governi europei è la certezza di non morire. L’atteggiamento che hanno i governi europei, a mio avviso anche giustamente, nasce da un ragionamento molto semplice: il disastro lo avete procurato voi? E perché chiedete a noi di aggiustarlo? Diverso è il ragionamento sul futuro ruolo dei membri Nato post conflitto. Detto questo, può succedere che gli Usa riescano a convincere le cancellerie europee a intervenire e si tratterebbe di un grande colpo per Trump. Gli Usa non potranno continuare a dire che a loro non serve Hormuz e che non hanno bisogno di quella giugulare, anche se per il momento non hanno forzato la situazione nello stretto».
Come dicevamo, in queste ore Islamabad è caput mundi. L’Europa, invece, è stata fortemente criticata da Trump per essere rimasta fuori dal conflitto. In questo modo l’Ue esce indebolita negli equilibri mondiali?
«Certamente sì, ma già prima nelle grandi questioni geopolitiche l’Europa non ha mai toccato palla. E poi è inimmaginabile che i negoziati potessero tenersi all’interno dell’Ue. L’Iran non avrebbe mai accettato di sedersi a un tavolo se l’incontro si fosse consumato dentro a un satellite Nato, che per loro equivale agli Usa. Sarebbe stato impensabile. Noi entriamo in gioco soltanto per chiederci di aiutare gli Usa».
Secondo punto irrisolvibile, da quanto emerge in queste ore: il programma atomico iraniano. Ma l’Iran rappresenta una minaccia per l’Occidente?
«Stiamo parlando di 450 kilogrammi sepolti nella pancia della montagna iraniana, o almeno parzialmente, e che gli americani chiedono di eliminare. E la risposta è un po’ come se gli iraniani dicessero: va bene, venite a prendervelo. Gli americani sembrano dimenticare che gli Usa hanno dimostrato di non volere o di non potere cambiare le sorti di questo conflitto. Almeno per il momento».
Chi esce vincitore al momento da questa guerra?
«L’Iran, e per spiegare il motivo della mia risposta basta prendere in considerazione un unico parametro: il cessate fuoco. Gli Usa, tra i tre Paesi coinvolti in questa guerra, sono l’unico attore che rispetta la tregua. Non Israele, non l’Iran. Questo perché gli Usa sono la parte che ha più interessa a negoziare, mi sembra evidente».
Trump ha sbagliato a non chiudere la partita subito, cioè una volta tagliata la testa al regime, ovvero dopo la morte di Khamenei?
«L’amministrazione Trump ha sbagliato tutto fin dall’inizio, si è fidata del solito pregiudizio per cui gli iraniani sono pronti a consegnarsi a noi occidentali, a essere noi e a diventare come noi. Se tu non conosci il tuo nemico e prendi le decisioni in base a ciò che ti racconti, rischi che poi la situazione ti sfugga di mano e si ingarbugli come sta succedendo ora all’amministrazione americana. Gli Usa non hanno avuto cognizione e ricognizione del territorio e ha capito soltanto dopo che il grosso dei persiani non era pronto a cedere. Questa guerra si può vincere dal punto di vista tattico ma non strategico, perché è un’altra cosa. Ora a Trump non resta che provare a uscire da questa situazione divenuta ancora più complessa dopo il fallimento dei negoziati».
JD Vance è l’uomo giusto per trattare per la sua natura non interventista che lo contraddistingue dall’altro vicepresidente Rubio?
«JD Vance era la persona giusta da mandare al tavolo dei negoziati, prima di tutto perché era quello più contrario all’intervento in Iran. È stato spedito in Pakistan perché è il numero 2 di Trump e ha i galloni per affrontare le trattative. E infatti gli iraniani volevano lui e hanno chiesto lui per poter intavolare i negoziati, perché sapevano come tutti che c’era la buona fede nel voler chiudere la partita. Penso al negoziato precedente in Oman: si è trattato di un escamotage per arrivare al confitto in corso ed era chiaro a tutti che non ci fosse la volontà di trovare, invece, una soluzione».
Lei è un grande conoscitore dell’antropologia dei popoli, come scritto nel suo libro Il destino dei popoli: si aspettava che gli ayatollah resistessero così a lungo agli attacchi degli americani?
«Certamente sì, sinceramente non c’ era alcun dubbio perché gli iraniani hanno una grande concezione di sé. Sono un popolo giovane e massimalista, e i giovani hanno una grande capacità, una bravura superiore agli altri. Il che non vuol dire resistere per sempre, sia chiaro, ma siamo di fronte alla questione imperiale nonostante l’esistenza del regime: la teocrazia in questo caso passa in secondo piano anche perché soltanto il 55% della popolazione è persiana e quando si tratta di difendersi e contenere le altre etnie, i persiani vanno in modalità protettiva. E questo perché non vogliono che l’Iran diventi una maionese etnica.







