La stessa testata ha riferito che il capo delle Forze armate pakistane, Asim Munir, potrebbe recarsi oggi nella Repubblica islamica, per annunciare formalmente la bozza finale di intesa tra i due belligeranti. Non solo. I colloqui tra Washington e Teheran potrebbero riprendere a Islamabad alla fine del mese. In particolare, secondo alcune indiscrezioni trapelate ieri, il Pakistan starebbe spingendo la Repubblica islamica a riaprire Hormuz, mentre i Paesi del Golfo sarebbero pronti a riprendere i rapporti con l’Iran, se quest’ultimo accettasse l’intesa con gli Stati Uniti. Ieri pomeriggio veniva inoltre riferito che Teheran avrebbe circa 48 ore per decidere che cosa fare.
Del resto, sarà un caso, ma, sempre ieri, il ministro dell’Interno pakistano, Mohsin Naqvi, era nella capitale iraniana, dove ha incontrato il comandante delle Guardie della rivoluzione, Ahmad Vahidi. Ora, non è un mistero che finora i pasdaran abbiano costantemente ostacolato l’approccio diplomatico, promosso dal presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. È possibile quindi ipotizzare che Naqvi abbia cercato di addolcire le loro posizioni in vista di una possibile intesa tra Washington e Teheran. Frattanto, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha confermato che i colloqui tra Washington e Teheran stanno proseguendo «attraverso la mediazione del Pakistan». Ha inoltre specificato che, al momento, il punto di partenza della discussione sarebbe la proposta iraniana articolata in 14 punti.
Al contempo, dall’altra parte, Donald Trump sta frenando l’impeto bellico di Benjamin Netanyahu. Dopo aver rimandato la ripresa degli attacchi contro l’Iran, l’inquilino della Casa Bianca ha detto ieri di non avere fretta di raggiungere un accordo, aggiungendo che il premier israeliano farà «tutto ciò che io gli chiederò» sulla questione di un’eventuale nuova offensiva contro la Repubblica islamica. «È un brav'uomo, farà tutto quello che gli chiederò. Ed è una persona fantastica. Non dimenticate che è stato primo ministro in tempo di guerra», ha dichiarato il presidente americano, riferendosi a Netanyahu, con cui Trump, secondo Channel 12, avrebbe avuto una telefonata «lunga e intensa».
Non è un mistero che lo Stato ebraico voglia rispolverare la linea dura contro gli ayatollah. Non a caso, ieri l’Idf ha reso noto di essere «al massimo livello di allerta» in riferimento a una possibile ripresa delle operazioni belliche contro la Repubblica islamica. Come che sia, Trump, ieri, ha affermato che gli Stati Uniti sono nelle «fasi finali» dei colloqui con Teheran. «L’Iran ora ci rispetta. Finiamo il lavoro o firmeranno il documento? Vedremo che cosa succede», ha anche detto, non escludendo del tutto il ricorso all’opzione militare. «Potremmo dover colpire l’Iran più duramente. Forse no», ha continuato, tornando a ribadire che Teheran non possa dotarsi dell’arma nucleare.
Insomma, sembra che il processo diplomatico si sia rimesso in moto. E che il traguardo sia particolarmente vicino. Bisognerà capire se il Pakistan riuscirà realmente ad ammorbidire i pasdaran. Dall’altra parte, sarà anche necessario comprendere se Trump sarà realmente in grado di far digerire a Netanyahu un eventuale accordo con l’Iran. È comunque abbastanza chiaro come Washington e Teheran puntino a un’intesa. Il presidente americano vuole evitare il pantano e portare i prezzi del greggio a scendere rapidamente: Trump vuole infatti cercare di rendere il Partito repubblicano meno vulnerabile in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Dall’altra parte, il regime khomeinista soffre significativamente sotto la pressione delle sanzioni e del blocco navale statunitense. Al contempo, anche Cina e Russia ci stanno rimettendo dalla guerra in Iran: Pechino sconta il peso della crisi di Hormuz, mentre Mosca fatica a recuperare influenza politica nella regione mediorientale.







