- La proposta prevede la cessazione delle ostilità su tutti i fronti e la riapertura di Hormuz. I negoziati sul nucleare inizierebbero solo in un secondo momento. La Casa Bianca non chiude ma specifica: «Linee rosse rimangono». Putin si offre di ricevere l’uranio.
- Netanyahu: «Lavoro non finito in Libano». Parole forti di Smotrich in Cisgiordania.
Lo speciale contiene due articoli.
Nelle ultime ore da Teheran è emerso un nuovo tentativo di riaprire il negoziato con Washington, mentre sul terreno politico, militare ed economico continuano a intrecciarsi tensioni e contraddizioni. Secondo fonti vicine alla Repubblica islamica, sarebbe allo studio un piano articolato in tre fasi con l’obiettivo di sbloccare lo stallo diplomatico e riportare le parti al tavolo. Una proposta che, nelle intenzioni iraniane, punta ad aggirare il nodo più delicato - quello nucleare - rinviandolo a una fase successiva. Il progetto, fatto filtrare anche da fonti americane, prevede in primo luogo una cessazione stabile delle ostilità su tutti i fronti, con particolare attenzione al Libano e con garanzie concrete per evitare una nuova escalation. Solo in una seconda fase verrebbe affrontata la questione dello Stretto di Hormuz, oggi epicentro della crisi, mentre il dossier nucleare verrebbe relegato a un terzo momento negoziale. Secondo quanto riportato dal sito Axios, il cessate il fuoco potrebbe essere esteso a lungo termine o trasformarsi in una cessazione definitiva del conflitto, aprendo così la strada a negoziati più strutturati.
Negli Stati Uniti, il presidente Donald Trump ha convocato il suo team per la sicurezza nazionale per valutare le opzioni disponibili. Dalla Casa Bianca filtrano segnali di cautela. La portavoce Karoline Leavitt ha ribadito che «le linee rosse del presidente rispetto all’Iran sono molto chiare», senza però chiudere completamente alla proposta. «Non direi che la stiamo prendendo in considerazione, ma se ne è discusso», ha precisato, lasciando intendere che il dossier resta aperto ma senza impegni concreti. Sul piano diplomatico, Teheran prova a rafforzare il proprio posizionamento internazionale. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi si trova in Russia, dove ha incontrato Vladimir Putin. Da San Pietroburgo ha definito la sicurezza dello Stretto di Hormuz «una questione globale di primaria importanza», ribadendo la volontà iraniana di garantire un transito sicuro «a beneficio dei Paesi vicini e del mondo intero». Nei colloqui con l’Oman, altro attore chiave nell’area, Teheran ha sottolineato la convergenza di vedute sulla necessità di mantenere aperti i canali di navigazione. Dal Cremlino arrivano segnali di sostegno politico. Putin ha rivelato di aver ricevuto un messaggio dalla Guida Suprema Mojtaba Khamenei, chiedendo ad Araghchi di trasmettere «gratitudine e i migliori auguri» e confermando l’intenzione di proseguire le relazioni strategiche tra Mosca e Teheran. Il portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che una nuova escalation «non è nell’interesse dell’Iran, dei Paesi dello Stretto di Hormuz né dell’economia globale». Nonostante i segnali diplomatici, il clima resta estremamente teso. Araghchi ha accusato apertamente Washington di aver fatto fallire i precedenti tentativi di dialogo a causa di «richieste eccessive», mentre i colloqui avviati a Islamabad all’inizio di aprile si sono conclusi senza risultati. Sul fronte interno, la retorica iraniana resta improntata alla mobilitazione: il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha parlato di «30 milioni di iraniani pronti al sacrificio», evocando una resistenza nazionale contro le pressioni esterne.
Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare il nodo strategico della crisi. Nelle ultime 24 ore solo sette navi hanno attraversato il passaggio, contro una media di circa 140 transiti giornalieri prima del conflitto. Il dato conferma il crollo dei traffici e l’impatto immediato sulle rotte commerciali globali. Dal 13 aprile, data di avvio del blocco, almeno 37 imbarcazioni sono state dirottate, mentre parte del petrolio iraniano continua comunque a filtrare attraverso il dispositivo di controllo. Cresce l’attivismo diplomatico internazionale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione di avviare un confronto diretto con Teheran per «affrontare il problema alla radice», indicando nella riapertura dello Stretto una condizione essenziale per stabilizzare i mercati energetici. Anche l’Italia si muove. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato la disponibilità della Marina militare a partecipare a un’eventuale missione internazionale per lo sminamento dell’area: «Siamo pronti a fare tutto ciò che serve, lavorando sia con gli iraniani sia con gli americani». Sullo sfondo si inserisce anche l’azione diplomatica di altri attori regionali, come l’Egitto e i Paesi del Golfo, impegnati in una fitta rete di contatti per favorire la de-escalation.
Dall’Europa emergono tuttavia critiche alla strategia americana. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha parlato di un intervento «privo di una linea chiara», sostenendo che Teheran si è dimostrata «più forte del previsto» e ha «umiliato» gli Stati Uniti. Più duro il giudizio degli Emirati Arabi Uniti, con il consigliere Anwar Gargash che ha definito «fallimentari» le politiche di contenimento adottate finora.
Sul tavolo resta il nodo più sensibile: il programma nucleare iraniano. Teheran si dice pronta a discuterne solo dopo la riapertura dello Stretto e la revoca del blocco, mentre Washington insiste su uno stop all’arricchimento dell’uranio per almeno dieci anni e sulla rimozione del materiale sensibile che i russi, ancora una volta, si sono offerti di ricevere dall’Iran per mediare. Intanto, Teheran ha già attivato un sistema di pedaggi sul transito nello Stretto, aprendo conti in diverse valute e trasformando il controllo dell’area in una leva economica diretta. Un segnale che conferma come, al di là delle aperture diplomatiche, la partita resti ancora tutta da giocare.
In Israele si salda l’asse anti Bibi. Hezbollah: «Torniamo ai kamikaze»
Le Forze di Difesa israeliane hanno dato il via a una serie di attacchi contro le infrastrutture di Hezbollah nella valle della Bekaa e nel Libano meridionale. Le Idf hanno anche reso noto che in un attacco aereo sono stati uccisi tre miliziani, vicino alla linea gialla. L’obiettivo principale è stato il quartier generale sciita del settore di Bint Jbeil, dove sono stati fatti saltare in aria anche alcuni depositi di armi leggere. Le Idf hanno dichiarato di aver distrutto oltre 50 siti di Hezbollah negli ultimi giorni, compreso un grande complesso di tunnel. Tutta la fascia dei villaggi vicino al confine ha visto una recrudescenza degli scontri ed è stato necessario l’intervento dell’Unicef per aiutare le famiglie della zona.
Naim Qassem, leader di Hezbollah, ha lanciato un appello a continuare la lotta contro Israele, per permettere a tutti i libanesi di tornare alle proprie case. «Non ci ritireremo, non ci piegheremo, non saremo sconfitti», ha ribadito sull’emittente al Manar: «I sacrifici sono grandi, ma sono il prezzo della liberazione e della vita stessa, pagato dal nostro grande popolo libanese con la sua onorevole resistenza, di fronte a una scelta tra due opzioni: liberazione e orgoglio od occupazione e umiliazione». Un importante comandante militare della milizia ha dichiarato che torneranno alle tattiche degli anni Ottanta, con squadre di attentatori suicidi, al fine di evitare che Israele possa consolidare la sua presenza. Qassem ha anche chiesto di riaprire un dialogo interno con il governo di Beirut, che deve parlare con loro e non con Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun ha risposto al Segretario generale di Hezbollah, che l’aveva criticato per aver avviato i negoziati: «Ciò che stiamo facendo non è tradimento. Il tradimento è commesso da coloro che portano il proprio Paese in guerra per servire interessi stranieri». Aoun ha anche rassicurato tutti che non accetterà mai un accordo umiliante con Israele e che sta lavorando per il bene del popolo libanese. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha invece minacciato Qassem e Aoun che non ci sarà nessun cessate il fuoco se le comunità della Galilea continueranno ad essere attaccate. L’Arabia Saudita, invece, sta tornando a giocare un ruolo da protagonista in Libano e sta lavorando per un accordo, sia politico che militare, che possa stabilizzare la nazione. Sul campo si continua a combattere, ma gli animi si stanno scaldando anche nella politica israeliana.
Gli ex premier Naftali Bennett e Yair Lapid hanno annunciato la fusione dei rispettivi partiti, Bennett 2026 e Yesh Atid, in un’unica formazione politica che si chiamerà Beyahad, cioè insieme. L’obiettivo è sconfiggere l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu come già successo nel 2021. «Io e Lapid abbiamo opinioni diverse su molte questioni e non lo nascondiamo; al contrario, ne siamo orgogliosi. Sono orgoglioso che due leader con visioni divergenti possano lottare insieme per Israele», ha dichiarato Bennett. «La nostra unità è un messaggio per tutto il popolo di Israele. L’era della divisione è finita. Quando lavoriamo insieme, vinciamo». Netanyahu, invece, ha dichiarato che i lavoro in Libano «non è finito».
Intanto ad Ariel, nella parte settentrionale della Cisgiordania, è stata posata la prima pietra di un nuovo quartiere per un insediamento di 12.000 unità abitative, che porterebbe a un totale di 80.000 abitanti questo insediamento israeliano. «Non c’è rumore più gioioso di quello dei bulldozer che stanno costruendo Israele e distruggendo l’idea dello Stato palestinese», ha dichiarato il ministro Bezalel Smotrich durante la cerimonia.







