Per il generale Marco Bertolini dietro la decisione di proibire l’ingresso al santo sepolcro al cardinal Pizzaballa nasconde una precisa strategia politica. E una sfida al Vaticano.
Mohammad bin Salman (Ansa)
L'Arabia Saudita ufficialmente spinge per la diplomazia, ma dietro le quinte sostiene la linea dura contro Teheran. Tra rapporti con Turchia, tensioni nel Golfo e interessi strategici, Mohammad bin Salman prova a bilanciare alleanze e rivalità nel nuovo scenario mediorientale.
Sono numerose le domande innescate dal conflitto in Iran. Tuttavia, tra le tante, ne emerge forse soprattutto una: a che gioco sta giocando l’Arabia Saudita?
Ufficialmente, nei mesi scorsi, Riad ha più volte auspicato che Washington e Teheran risolvessero le loro divergenze attraverso una soluzione di tipo diplomatico. Una posizione, questa, che i sauditi condividevano con Ankara. Non è inoltre un mistero che proprio l’Arabia Saudita abbia recentemente partecipato a dei colloqui in Pakistan insieme a Egitto e Turchia per discutere di come far concludere l’attuale crisi mediorientale.
Tuttavia, dietro le quinte, pare proprio che Mohammad bin Salman si sia mossa ben diversamente. Axios raccontò che, durante la sua visita a Washington dello scorso gennaio, il ministro Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe auspicato un intervento armato americano contro Teheran nel corso di un incontro a porte chiuse con i rappresentanti di think tank e organizzazioni ebraiche. Non solo. La settimana scorsa, il New York Times ha rivelato che, sempre dietro le quinte, il principe ereditario saudita starebbe premendo affinché la Casa Bianca prosegua nel conflitto contro l’Iran.
Insomma, a che gioco sta giocando Riad? È abbastanza chiaro come l’Arabia Saudita stia cercando di tenere il piede in due scarpe. Nonostante la distensione con Teheran avviata nel 2023 attraverso la mediazione di Pechino, bin Salman ha continuato a temere le ambizioni nucleari iraniane, vedendo nella Repubblica islamica una minaccia alle proprie ambizioni regionali. Dall’altra parte, il principe ereditario saudita ha man mano rafforzato la propria sponda con la Turchia soprattutto per quanto concerne il delicato dossier siriano. In tal senso, per non inimicarsi Ankara, Riad ha ufficialmente auspicato una soluzione diplomatica alla crisi iraniana. Non va infatti trascurato come Recep Tayyip Erdogan sia stato tra i più aspri critici dell'offensiva israelo-americana contro il regime khoeminista.
Tutto questo, mentre le ritorsioni di Teheran contro i Paesi del Golfo hanno riavvicinato i sauditi agli emiratini: non dimentichiamo che, negli ultimi tempi, Riad e Abu Dhabi erano ai ferri corti su varie questioni: dallo Yemen al Sudan, passando per il Somaliland. Il che lascia intendere che possa sotterraneamente registrarsi una sponda tra i sauditi e gli israeliani. D'altronde, secondo il New York Times, Benjamin Netanyahu temere che Donald Trump concordi troppo presto un cessate il fuoco con Teheran: una posizione, quella del premier israeliano, che Riad potrebbe condividere.
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Recep Tayyip Erdogan (Ansa). Nel riquadro l'analista geopolitico di Limes, Daniele Santoro
L’analista geopolitico di Limes Daniele Santoro: «Oggi Erdogan ha un ascendente maggiore sulle masse arabe. All’Italia può far comodo. Trump doveva dichiarare vittoria dopo la morte di Khamenei, ora è nei guai».
Gli Stati Uniti hanno perso l’attimo, avrebbero dovuto dichiarare vittoria dopo la morte di Khamenei e, in qualche modo, accontentarsi per non finire impantanati. Ma Daniele Santoro, che ha vissuto per anni in Turchia, aggiunge anche una nuova pedina sulla scacchiera mediorientale. Dove ormai noi forse siamo abituati a considerare Stati Uniti, Israele e Iran attori principali in questa guerra, l’analista geopolitico di Limes attacca un tassello, quello che un tempo veniva considerato soltanto un ponte tra Oriente e Occidente e, invece, oggi conta molto di più: ovvero il Paese di Erdogan.
Trump ha rinviato di una settimana il suo ultimatum per l’attacco contro le infrastrutture elettriche della Repubblica islamica: è un tentativo di trovare un accordo diplomatico?
«Sicuramente sì, si tratta di provare a trovare una via diplomatica. Ma più che altro testimonia la disperazione con cui Trump sta implorando i persiani di concedergli un accordo. Lui rischia di uscire con le ossa rotte da questa guerra e ne è consapevole. Il presidente Usa è stato convinto da Netanyahu che si sarebbe trattato di una guerra facile, ora ha capito che non sarà così e sta cercando una via d’uscita. L’Iran è in vantaggio e non è detto che gli ayatollah vogliano cedere, potrebbero voler andare avanti».
In queste ore si parla molto di fine della guerra. Lei ci crede?
«No, queste guerre non finiscono mai: abbiamo visto a Gaza o in Ucraina, conflitti che si protraggono per il dilettantismo con cui vengono prima intrapresi, poi condotti. La guerra andrà avanti, seppur con delle tregue, ma ormai non ci sarà una fine vera e propria e soprattutto non ci sarà un happy ending. La verità è che Israele e Iran hanno tutto l’interesse perché la guerra continui: il loro è un tornaconto che, invece, gli Stati Uniti non hanno, soprattutto dal punto di vista economico».
Cioè mi sta dicendo che l’Iran paradossalmente rischia di uscirne rafforzato?
«L’Iran oggi è più forte e si trova in una posizione di vantaggio rispetto a prima della guerra: ha conquistato Hormuz, ha le carte in mano ed è competitivo con gli altri Paesi. Basti pensare che gli iraniani hanno provocato uno shock energetico quasi senza precedenti, un blocco che ha investito tutto il mondo, e per questo la Repubblica islamica esce rafforzata dalla guerra. Oggi, facciamo un esempio concreto, l’Iraq non può stoccare greggio, non può esportarlo via Hormuz e quindi perde capacità di commercio. Invece, con l’ok di Trump alla cancellazione delle sanzioni nei confronti dell’Iran, il Paese degli ayatollah sfrutta l’opportunità commerciale e con questi dollari guadagnati potrà finanziare un’espansione in Iraq e affiliare la popolazione alla guerra contro l’Occidente. Quest’ultimo invece perde miliardi di dollari perché non può più esportare. Quello economico è un verdetto fondamentale che fa la differenza e decreta il vantaggio dell’Iran: l’Iran ha vinto perché controlla Hormuz. Trump causa uno shock petrolifero, poi piuttosto che alimentare lo shock fa entrare in circolazione il petrolio iraniano, facendo chiaramente un autogol».
Trump, in caso, potrà dichiarare «vittoria» anche senza un regime change?
«Lui ci prova e ci proverà, attraverso una narrazione che lo faccia passare per vittorioso nonostante l’esito della guerra. Però sarà difficile, al di là della questione economica di cui abbiamo parlato, far passare il concetto. Penso alle petromonarchie del Golfo (per esempio non potrà più difendere i propri alleati del Golfo, su tutti il Qatar che va incontro ad almeno 6 anni di blocco dell’esportazione di gas), che hanno la percezione di essere stati coinvolti in un conflitto che non volevano, ma soprattutto sarà difficile convincere la sua base.
Il vicepresidente J.D. Vance ha criticato aspramente Netanyahu per aver venduto agli Usa il conflitto nel Golfo come un conflitto lampo, quando invece così non è stato. Il rapporto tra gli alleati di ferro del Medio Oriente potrebbe cambiare?
«La base Maga pensa che l’America sia stata trascinata in guerra senza un reale interesse, di questo ne sono convinti dal primo minuto. Per Vance e una buona fetta del partito repubblicano, infatti, si tratta di una guerra che, anzi, va palesemente contro gli interessi americani. Una guerra dove le monarchie del Golfo, alleate degli Usa in Medio Oriente, sono diventate le principali vittime. Trump aveva promesso in campagna elettorale di interessarsi soltanto degli Usa e di non farsi carico di guerre non sue, che portassero l’America fuori dai confini. Così non è stato».
Dal costo del petrolio, al crollo di Wall Street, all’insoddisfazione della base Maga: il prezzo della guerra è diventato troppo alto per il presidente Usa?
«Trump guarda alle elezioni di Midterm ed è molto preoccupato dell’opinione pubblica statunitense. Gli iraniani, d’altra parte, potrebbero non concedergli un accordo proprio perché sanno che impantanarlo in una guerra a pochi mesi da una votazione rischierebbe di essere letale per il suo futuro da presidente. Quindi la strada diplomatica potrebbe diventare impervia in modo calcolato. E pensare che nella testa di Trump, invece, avrebbe dovuto trattarsi di una guerra per distrarre gli americani dai problemi dell’economia interna, dai files di Epstein… un grande errore di calcolo».
Secondo lei, alla fine la Casa Bianca sarà obbligata a inviare truppe sul terreno per occupare l’isola di Kharg, snodo commerciale cruciale per tutto l’Occidente?
«Questo dipende ancora una volta non dagli Stati Uniti ma dall’Iran: so che può sembrare un paradosso ma l’Iran non aspetta altro, ovvero vorrebbe un’escalation. Perché gli Usa hanno perso l’attimo. Mi spiego, oggi non hanno più possibilità di vincere la guerra: gli americani avrebbero dovuto accontentarsi di avere ucciso Khamenei e uscire dal conflitto dichiarando vittoria. L’Iran sarebbe stato azzoppato per anni, anche per via degli attacchi strategici. Adesso gli strateghi americani sanno che rispondere con una potenziale operazione di terra a Kharg potrebbe essere un rischio perché l’Iran si è preparato da anni a questa guerra. L’America fino a oggi ha voluto evitare il coinvolgimento diretto con truppe di terra (ricordiamoci Afghanistan, Iraq…) risultato sempre fallimentare. Perché il regime è detestato dalla maggior parte della popolazione iraniana. Ma il meccanismo è semplice: gli iraniani odiano vivere sotto gli ayatollah ma se il nemico diventa l’Occidente, la popolazione iraniana diventa patriottica e sotto le bombe si stringe intorno a quello che ha. Il regime prima della guerra era debole, oggetto di proteste e scontri violentissimi in piazza, ma la guerra distrae dai diritti umani e riporta l’attenzione alla mera sopravvivenza».
Il capo dell’Agenzia navale Dominguez ha dichiarato che nessuna task force militare infiltrata e nessun drone potrà rompere lo stallo di Hormuz: è d’accordo?
«Penso che se gli Usa avessero avuto la capacità di rompere il blocco di Hormuz, lo avrebbero già fatto. L’America non ha un piano. L’Iran si prepara a questa guerra da anni, sapevano che questo momento sarebbe arrivato ed erano e sono prontissimi».
Quella che lei stesso ha definito «la guerra di Trump e Netanyahu» come cambierà il Medio Ooriente?
«Questa guerra ha già cambiato il Medio Oriente, sicuramente il primo effetto è stato quello di rafforzare il regime persiano e quello israeliano. Israele però vuole staccare gli Usa dalla Turchia che resta il suo nemico numero uno. La Turchia sta accerchiando Israele. Questo attacco circoscrive l’operato della Turchia ed è una dinamica che crea attrito con gli Usa perché ne limita il raggio di azione. E poi bisogna capire cosa succederà: Netanyahu dovrà fare i conti con i suoi soldati. Israele e Iran senza la guerra, ovvero un nemico dichiarato, stanno in piedi? Come evolverà il rapporto Usa-Israele? Torniamo agli attacchi alle petromonarchie, nodo cruciale. Israele, da una parte, potrebbe garantire sicurezza a questi Stati, ma dall’altra l’Arabia saudita sta facendo asse con Turchia e Pakistan, per sfuggire al conflitto».
Lei è un esperto del mondo turco e ha detto che la Turchia uscirà come la vera vincitrice di questa guerra. Per quale motivo?
«Sicuramente nel medio e lungo periodo la Turchia è l’unica ad avere un’idea imperiale. Evidentemente Iran e Israele hanno una loro idea di Medio Oriente, mentre la Turchia ha un’idea diversa, di pace e sicuramente non bellica. Credo che sia probabile che convinca molti altri Paesi e le masse arabe a pensarla così e ad allearsi».
La Turchia è ormai un nostro vicino, visto che si è insediata in Libia. Come la dovremmo considerare? Un’amica che potrebbe servirci?
«Innanzitutto, penso che la Turchia andrebbe almeno presa in considerazione, questo sarebbe già un passo avanti: sicuramente dovremmo approcciare la Turchia come non abbiamo mai fatto perché non abbiamo le risorse mentali. L’Italia dovrebbe provare a ricomporre le fratture con i nostri partner, dalla Libia alla Francia. In Libia, per esempio, i turchi fanno fatica a controllare tutto, l’Eni potrebbe essere una pedina di scambio per recuperare influenza sul territorio, idem Cipro… Insomma la Turchia può essere una possibilità da sfruttare per noi».
Ci sta dicendo che dovrebbe essere un nostro interlocutore privilegiato?
«La Turchia non è più il ponte tra Oriente e Occidente come l’abbiamo sempre inteso, la Turchia è la Turchia. Loro non sono né occidentali né orientali, sono turchi. Una cerniera di collegamento tra Europa e Oriente, inteso come vari Orienti, dal Caucaso ai Balcani, fino al Medi Oriente. Quello che prima poteva sembrare uno strumento, invece, oggi è un attore principale. Un Paese che tiene insieme molte dimensioni culturali».
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Donald Trump (Ansa)
Il «Washington Post»: «Il Pentagono si prepara a settimane di invasione». Aumentano i marines nel Golfo. L’Iran punta gli atenei in Medio Oriente. Vertice Arabia, Turchia, Egitto. Aspides: allerta Huthi nel Mar Rosso.
L’offensiva diplomatica per contenere il conflitto tra Stati Uniti e Iran si intreccia con un rapido peggioramento della situazione sul terreno. Nelle ultime ore alti rappresentanti di Turchia, Egitto e Arabia Saudita sono arrivati a Islamabad per incontri con le autorità pakistane, con l’obiettivo di individuare un percorso negoziale capace di ridurre la tensione.
Secondo quanto riferito da Reuters, nei colloqui iniziali a Islamabad le discussioni si sono concentrate anche su possibili proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico mondiale ma la strada è in salita. Mentre proseguono i contatti diplomatici, sul piano militare emergono scenari più complessi. Secondo indiscrezioni della stampa americana, il Pentagono starebbe preparando opzioni per eventuali operazioni terrestri in Iran della durata di settimane.
Le ipotesi riguarderebbero incursioni mirate di forze speciali e fanteria, non una invasione su vasta scala. Il portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha precisato che si tratta di preparativi per offrire al presidente tutte le opzioni disponibili e l’arrivo in Medio Oriente della 31ª Unità di Spedizione dei Marines amplia inoltre le opzioni militari a disposizione di Washington. A questo proposito in Iran è stata lanciata la campagna «Janfada» per reclutare volontari pronti a combattere contro eventuali operazioni terrestri statunitensi.
Il conflitto si è esteso ad altri teatri. Dopo l’ingresso degli Huthi a fianco di Teheran, la tensione si è spostata sul Mar Rosso e nello stretto di Bab el Mandeb. L’operazione militare dell’Unione europea Aspides ha avvertito che potrebbero riprendere gli attacchi contro le navi mercantili nel Mar Rosso e nella parte orientale del Golfo di Aden: «Si consiglia a tutte le navi di procedere con cautela», ha indicato la missione. L’esercito israeliano ha annunciato di aver intercettato un missile proveniente dallo Yemen. Sul fronte marittimo la Marina iraniana ha dichiarato di aver esteso il controllo sullo Stretto di Hormuz fino al Golfo dell’Oman, avvertendo che aprirà il fuoco contro la portaerei statunitense Uss Abraham Lincoln appena entrerà nel raggio d’azione.
La tensione ha coinvolto anche altri Paesi del Golfo. In Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme e una grande azienda del settore dell’alluminio ha riferito che alcune strutture sono state colpite con due feriti lievi.
A Erbil la difesa aerea ha abbattuto un drone nei pressi della residenza di Masoud Barzani, mentre Kuwait, Emirati e Bahrein hanno annunciato di aver intercettato missili e droni provenienti dall’Iran. Sul territorio iraniano raid statunitensi e israeliani hanno colpito il porto di Bandar Khamir, vicino allo Stretto di Hormuz, provocando vittime e feriti. Le Forze di difesa israeliane hanno dichiarato di aver preso di mira centri di comando temporanei e infrastrutture militari a Teheran. Due forti esplosioni hanno inoltre scosso la zona nord della capitale mentre i sistemi di difesa risultavano attivi. Nella stessa giornata l’Università di Isfahan, nell’Iran centrale, ha riferito di essere stata colpita per la seconda volta dall’inizio della guerra da raid aerei attribuiti a Stati Uniti e Israele.
Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane ha minacciato di colpire le università statunitensi in Medio Oriente dopo la distruzione di due atenei in Iran da parte di raid aerei statunitensi e israeliani. «Se il governo degli Stati Uniti vuole che queste università nella regione evitino ritorsioni, deve condannare il bombardamento delle università con una dichiarazione ufficiale entro mezzogiorno di lunedì 30 marzo», hanno affermato i Pasdaran. Nel frattempo la leadership iraniana ha ribadito una linea di fermezza. «Non usciremo da questa guerra se non con la vittoria», ha dichiarato il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, definendo il conflitto una «grande guerra mondiale» e sostenendo che l’Iran non accetterà umiliazioni.
A conferma dell’escalation, le sirene d’allarme sono tornate a suonare nell’area di Gerusalemme nel centro e nel sud di Israele per attacchi missilistici, mentre un ulteriore allarme è stato diramato anche nel nord del Paese dopo l’identificazione di nuovi lanci. Un impianto chimico nel sud di Israele è stato colpito da un missile e da detriti provenienti da un ordigno iraniano, causando un vasto incendio e facendo scattare l’allarme sanitario per i residenti dell’area. Dopo una riunione operativa al Comando Nord delle Forze di Difesa Israeliane a Safed, alla presenza dei vertici militari, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato di aver ordinato alle Idf di «ampliare ulteriormente» la zona di sicurezza in Libano. Ha inoltre sostenuto che le operazioni israeliane stanno producendo «crepe evidenti nel regime di Teheran» e che Iran, Hezbollah e Hamas «non sono più gli stessi».
In serata, il regime di Teheran ha diffuso un messaggio scritto attribuito alla Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, nel quale si ringraziano il popolo iracheno e la leadership religiosa per il sostegno all’Iran. Di lui, tuttavia, non si hanno più apparizioni pubbliche dall’inizio del conflitto.
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Gli Huthi lanciano missili su Israele, la nostra Marina può essere coinvolta per difendere le navi. Base Usa bombardata dall’Iran.
Finora, l’entrata in guerra degli Huthi a fianco dell’Iran si è tradotta in un razzo scagliato verso Israele; una provocazione alla quale Tel Aviv e gli americani non hanno nemmeno risposto. Ma la minaccia dei ribelli yemeniti si proietta subito sull’altro Stretto strategico, dopo quello di Hormuz, chiuso dai pasdaran: Bab el-Mandeb.
Un braccio di mare lungo 50 chilometri e largo massimo 26, da cui transita quasi il 12% del commercio mondiale marittimo di petrolio. È un passaggio che, sulla direttrice che porta al canale di Suez e quindi al Mediterraneo, insiste sul Mar Rosso già presidiato dalle navi Usa e dalla missione europea Aspides. Le quali si sono rivelate insufficienti a neutralizzare le doti offensive del nemico: tra il 2024 e il 2025, gli Huthi hanno affondato quattro imbarcazioni; intanto, la coalizione occidentale ha speso oltre un miliardo di dollari in testate antimissile e antiaeree. Il giudizio di Reuters, che ne ha scritto pochi giorni fa, è stato definitivo: si parla di proteggere Hormuz, ma il «tentativo simile» nel Mar Rosso «alla fine è fallito».
La nuova escalation del conflitto in Medio Oriente ci espone, in quanto italiani ed europei, anche sul piano militare. Inutile nascondersi: quando l’Ue e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno risposto all’appello di Donald Trump per il Golfo proponendo di rafforzare Aspides, lo hanno fatto anche per trarsi d’impaccio dalla polveriera di Hormuz. Ma ora la stessa tensione potrebbe riproporsi a Bab el-Mandeb. E noi ci siamo dentro fino al collo.
«Gli Huthi non hanno la capacità per bloccare lo Stretto come hanno fatto gli iraniani», spiega alla Verità il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani. Tuttavia, segnala il generale Marco Bartolini, «un’operazione che si svolge in mare chiuso, lungo costa, dove ci si trova costantemente sotto tiro, presenta difficoltà molto maggiori rispetto a una in mare aperto». I ribelli hanno a disposizione sciami di droni e missili da crociera in abbondanza. La nostra incognita riguarda proprio gli approvvigionamenti. Per rispondere agli attacchi dovremmo utilizzare, continua Gaiani, «cannoni con munizionamento antidrone e missili da difesa aerea». Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, sottolinea che, contro i velivoli senza pilota, abbiamo già usato, «con grande soddisfazione, il cannone da 76 millimetri, reso ancor più efficace dal munizionamento guidato. Tant’è che Leonardo ne ha prodotto anche una versione terrestre», oltre a quella per le navi. Tuttavia, avverte Gaiani, «noi abbiamo un problema di quantità. Già l’anno scorso, gli americani hanno provato a colpire depositi e infrastrutture degli Huthi, a differenza degli europei, che si limitavano ad abbattere le minacce sul mare. Ma persino gli statunitensi hanno finito i missili antiaerei sulle navi e, nonostante i raid, non hanno distrutto i depositi sotterranei degli Huthi. Per riuscire nell’intento, bisognerebbe avere molte navi, con molti missili e con molti proiettili; cosa che nessuno, oggi, ha».
Prima che si aprissero le ostilità con Teheran, gli Usa erano riusciti a raggiungere un accordo con i ribelli: voi non provate a colpire i natanti, noi smettiamo di colpire voi. Il punto è che, alla luce delle permanenti insidie, alle quali le compagnie assicurative hanno peraltro risposto prontamente, sospendendo in vari casi le polizze, molti mercantili hanno già smesso di avventurarsi nel Mar Rosso, preferendo circumnavigare l’Africa. Aggirare il pericolo, però, comporta un aggravio di costi indipendente dall’effettivo blocco manu militari di Bab el-Mandem. La minaccia di chiudere lo Stretto è essa stessa la chiusura dello Stretto.
Il nostro Paese, protagonista di alcuni interventi a protezione delle imbarcazioni civili, ha contribuito ad Aspides con i pezzi d’élite della Marina, tra cui i cacciatorpediniere lanciamissili Caio Duilio e Andrea Doria e le fregate Virginio Fasan e Federico Martinengo. Roma svolge un ruolo da protagonista: la guida della missione, il 2 luglio 2025, era stata trasferita dal contrammiraglio greco Michail Pantouvakis al contrammiraglio italiano Andrea Quondamatteo; il comando tattico, invece, è in capo a un gruppo composto da otto Paesi membri e, lo scorso 14 marzo, a bordo della frega italiana Luigi Rizzo, che fungerà da quartier generale, è stato affidato al contrammiraglio friulano Milos Argenton. Il 23 febbraio, cinque giorni prima che Trump iniziasse a bersagliare l’Iran, l’Ue aveva prorogato Aspides fino al 28 febbraio 2027, stanziando altri 15 milioni. Poi, è arrivata la promessa di potenziarla con più navi e migliori capacità d’intercettazione dei vettori nemici. Sarebbe più difficile adattarne il mandato giuridico: Bruxelles si vanta di aver varato un’operazione puramente difensiva, che in quanto tale, però, non può rendere gli Huthi inoffensivi. Adesso, oltre ad aver subìto una guerra che non voleva, l’Europa potrebbe essere anche costretta a combatterla.
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