Stretto di Hormuz bloccato, gli alleati si sfilano sulle scorte. Magistrati contro il governo. Poi Cuba, Oscar e il centenario di Jerry Lewis.
A febbraio, i Paesi Ue hanno comprato il 100% del gas liquido prodotto nella penisola Jamal. E nonostante la stretta, continua ad arrivare anche il greggio. Tanto vale agire allo scoperto e tamponare l’emergenza.
Non abbiamo grosse alternative: o tappiamo le falle causate della crisi di Hormuz con le forniture russe, approfittando della sospensione delle sanzioni Usa sulle petroliere già in mare, o rischiamo il crollo dell’economia. In fondo, il passo da compiere sarebbe più formale che sostanziale: il Vecchio continente, infatti, continua a ricevere energia da Mosca. Nonostante i proclami dei dirigenti dell’Ue.
Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: riapriamo i rubinetti e spieghiamo alla gente come stanno le cose. È meglio perdere la faccia che finire con le zampe per aria. C’è la guerra, ci sono i rincari, c’è il pericolo concreto che sull’industria europea e sui redditi dei cittadini si abbatta il colpo di grazia, dopo anni di euromasochismi verdi. Stiamo precipitando. L’unico paracadute è quello offerto, con mossa pelosa, da Vladimir Putin? Amen. Meglio fare un favore al cattivo che schiantarsi. Tanto più se, come dimostrano i dati, sottotraccia eravamo rimasti clienti del nostro arcinemico.
Le statistiche sono eloquenti. Ad esempio, quelle sugli acquisti di gas liquefatto russo: a febbraio, l’Ue ha importato 1,54 milioni di tonnellate di Gnl dall’impianto artico Jamal Spg, localizzato nell’omonima penisola, nel villaggio di Sabetta. Territorio della Federazione guidata dallo zar. I 21 cargo giunti in Europa, 17 dei quali attraverso compagnie britanniche e greche, la Seapeak del Regno Unito e l’ellenica Dynagas, rappresentavano il 100% della produzione del sito. Già a gennaio, gli acquirenti dell’Ue si erano accaparrati il 93% del gas liquido di Jamal. A gennaio 2027, come deciso dal Consiglio europeo un mese e mezzo fa, scatterà il bando totale sul Gnl di Putin; ma fino a quel momento, chi può e ne ha bisogno, ne farà incetta. E pazienza se quei soldi contribuiranno a finanziare la campagna bellica in Ucraina. Sulla Verità, d’altronde, lo avevamo già scritto: a gennaio 2026, le ribelli Ungheria e Slovacchia non sono state le uniche a mantenere attivi i flussi di metano e greggio da Mosca; la Francia, il Belgio e la Spagna hanno ricevuto grandi quantità di Gnl. Si può fare ma non si può dire?
Si badi bene: il Cremlino traffica anche petrolio, sebbene siano entrate in vigore le nuove regole Ue, che costringono i Paesi attraverso i quali avvenivano le triangolazioni a dimostrare, prima di vendercela, che la loro merce non proviene da raffinazione di materia prima russa. Ebbene: stando alle elaborazioni del Centre for research on energy and clean air (Crea), a febbraio, almeno 17 spedizioni riconducibili all’oro nero di Mosca sono entrate nei Paesi del blocco europeo. Circa i due terzi dei prodotti importati da raffinerie di Stati quali India e Turchia sono di origine russa. Stabilire in che percentuale pesi il greggio di Putin sul fabbisogno europeo è complicato, visto che i commerci avvengono in modo indiretto, in parte tramite le flotte fantasma. Ma una stima realistica oscilla tra il 7 e il 15% del petrolio consumato nell’Ue. Sarebbe tanto drammatico aumentare la quota? Gli ucraini, che bersagliano le navi ombra nel Mediterraneo fregandosene di provocare disastri ambientali, storceranno il naso. Ma per loro non sarebbe peggio se le nazioni che li sostengono collassassero?
Intanto, Oltrecortina sghignazzano. Ieri, Kirill Dmitriev, il capo del fondo sovrano russo per gli investimenti, coinvolto nei negoziati con gli Usa per il Donbass, ha rilanciato un articolo di Bloomberg sull’impennata dei prezzi del gas, vaticinando «un disastro per l’industria e le famiglie»: «Prevediamo cifre almeno del 100% superiori a quelle ipotizzate in precedenza», ha scritto, «poiché ci vorrà del tempo prima che l’Europa inizi inevitabilmente a implorare ulteriori quantitativi di gas russo». Ci si contorcono le viscere ad ammetterlo, però potrebbe aver ragione. Di sicuro, le prospettive economiche sono tragiche; altrettanto evidente è l’ostinazione di Bruxelles nel mantenere il calamitoso approccio del fiat iustitia, pereat mundus; resta da vedere se, davvero, a un certo punto saremo costretti a cospargerci il capo di cenere. E se, quando arriverà quel momento, non sarà già troppo tardi.
Basti vedere che il premier belga, Bart de Wever, dopo i reiterati appelli a riallacciare le comunicazioni con Mosca, ieri ha dovuto precisare che le sue parole sono state decontestualizzate e che il dialogo dovrebbe essere subordinato al conseguimento di una pace giusta con Kiev: «Se si raggiungerà un accordo accettabile per l’Ucraina e l’Europa, dovremmo essere in grado di ristabilire le relazioni economiche con la Russia». In questi termini, è una banalità: ufficialmente, noi non siamo mica in guerra con la Federazione. Semmai, viste le circostanze, una linea andrebbe ripristinata subito. Invece, il presidente del Consiglio Ue, António Costa, insiste: «Verrà il giorno» in cui dovremo riparlare con i russi, ha riconosciuto, ma «non è ancora il momento giusto». Già. Aspettiamo di tappezzare il continente di pannelli solari? Di mettere in funzione migliaia di mini reattori nucleari? Di trovare una quadra sulla revisione degli Ets? Con Hormuz sotto embargo, ha senso incartarsi nelle contraddizioni del commissario all’Energia, Dan Joergensen, che ha proposto un bando totale sul petrolio russo, ma al contempo, per sbloccare il prestito da 90 miliardi, ha costretto gli ucraini a cedere e a riparare l’oleodotto Druzhba, cioè quello che porta a ungheresi e slovacchi lo stesso petrolio russo?
Un vecchio adagio recita: «Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni». I fatti sono cambiati. E se essi rovinano i piani di Bruxelles, bisognerebbe aggiornare i piani piuttosto che ignorare i fatti. È l’Unione europea o l’Unione sovietica?
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Donald Trump (Getty Images)
Il presidente Usa sembra confuso e impantanato dopo l’offensiva a Teheran. Gli alleati storici attendono risposte sui reali obiettivi, tuttora incerti. Malumori anche nella base Maga, consensi in calo verso il Midterm.
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
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Joe Kent (Getty Images)
Si dimette Joe Kent, capo dell’Antiterrorismo: «Non posso sostenere il conflitto». La replica del tycoon: «Era un debole. Stiamo vincendo, faremo a meno della Nato».
Si è aperta una crepa nell’amministrazione americana in merito alla guerra in Iran: il capo del Centro per l’antiterrorismo americano, Joe Kent, ha rassegnato le dimissioni, rimproverando al presidente americano Donald Trump di essere cascato nella trappola di Israele e della lobby americana. Soprattutto perché «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente».
Il malcontento sulla linea adottata dal tycoon emerge chiaramente nella lettera che l’alto funzionario gli ha indirizzato: «Non posso in buona coscienza sostenere la guerra. L’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». Secondo Kent «all’inizio di questa amministrazione, alti funzionari israeliani e membri influenti dei media americani hanno messo in atto una campagna di disinformazione che ha completamente minato l’America first» e «incoraggiato la guerra».
Kent, che ha prestato servizio nelle Forze speciali dell’esercito e nella Cia, nella lettera ha ricordato anche la moglie uccisa dall’Isis in Siria nel 2019. Con le sue dimissioni, la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard ha perso uno dei suoi principali collaboratori di stampo più moderato in politica estera.
A screditare l’analisi del capo del Centro per l’antiterrorismo americano è stata la Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt ha subito dichiarato: «Ci sono molte false affermazioni», tra cui quella che «l’Iran non rappresentava una minaccia imminente». E Trump non si vuole mostrare toccato dalla questione: «Sono felice che sia fuori. Era un bravo ragazzo ma molto debole sulla sicurezza».
La stessa sicurezza il tycoon l’ha ostentata anche nei confronti degli alleati della Nato. Dopo il loro rifiuto a intervenire nello Stretto di Hormuz, Trump ha scritto su Truth: «Grazie ai successi militari che abbiamo ottenuto, non abbiamo più bisogno dell’assistenza dei Paesi della Nato». Ma Trump si è spinto oltre. Ha avvertito che gli Stati Uniti dovranno «riflettere» sulla loro adesione all’Alleanza atlantica. Anche perché: «la Nato ha appoggiato la nostra azione, nessuno ha detto «non dovresti farlo'». Ora sta commettendo un errore stupido. Noi, come Stati Uniti, dovremo ricordarcene».
Si dice convinto, in ogni caso, che sarà ripristinata la sicurezza dello Stretto di Hormuz a breve: «Non credo che ci vorrà molto. Stiamo mettendo in sicurezza la costa. Si tratta fondamentalmente della costa e delle acque» ha fatto sapere. E sul tema, ha elogiato, oltre a Israele, anche «i Paesi mediorientali», tra cui il Qatar, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che «hanno aiutato molto» gli Stati Uniti. Dall’altra parte, l’Iran ha fatto sapere che «la situazione dello Stretto non tornerà al suo status pre-bellico».
Tra l’altro pare che proprio i Paesi del Golfo stiano spingendo il tycoon a proseguire l’operazione contro l’Iran. A rivelarlo sono state tre fonti a Reuters. Gli Stati arabi dell’area non hanno chiesto alla Casa Bianca di iniziare la guerra, ma la posizione sarebbe cambiata dopo che Teheran ha «oltrepassato ogni linea rossa». Parallelamente, pare che l’amministrazione americana stia facendo pressione su questi Paesi per convincerli a entrare nel conflitto a fianco degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre, sempre secondo l’agenzia britannica, pare che Washington, poco prima dello scoppio del conflitto, avesse chiesto alla Siria di inviare le sue forze nel Libano orientale per disarmare Hezbollah. Ma Damasco avrebbe rifiutato.
Sulle tempistiche del conflitto, il presidente americano è stato ancora vago. Ha comunicato: «Non siamo ancora pronti ad andarcene, ma ce ne andremo nel prossimo futuro». E dopo che Teheran ha avvertito che un’invasione di terra diventerebbe una nuova Vietnam, Trump ha risposto di «non avere paura di nulla». A tal proposito, stando a quanto riferito dalla Cnn, prosegue il tragitto della nave da guerra USS Tripoli con a bordo migliaia di marines per arrivare in Medio Oriente. Partita dal Giappone, ieri si stava avvicinando allo Stretto di Malacca, al largo di Singapore.
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Ansa
L’annuncio del ministro Guido Crosetto: «Sono usciti dall’Iraq, presto saranno a casa. Stiamo facendo rientrare i militari che correvano troppi rischi nella missione. Chi resta deve avere garanzia di sicurezza». Massima allerta per il contingente Unifil in Libano.
«Tutti i soldati italiani nelle basi militari che era troppo pericoloso lasciare lì a causa del conflitto in Iran sono stati fatti rientrare. E ne saranno fatti rientrare altri»: il ministro della Difesa, Guido Crosetto, al Tg4, pronuncia le parole che gli italiani da giorni aspettavano di ascoltare. L’azzardo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che attaccando l’Iran hanno scatenato una guerra che ha infiammato l’intero Medio Oriente, non può e non deve mettere in pericolo la vita dei soldati italiani, fino a ora solo sfiorati (per fortuna) dalle bombe di Teheran piovute sulla base di Erbil, in Iraq, su un hotel di Baghdad, ancora in Iraq e sulla base di Ali Al Salem, in Kuwait, mentre la base Unifil di Shama, sede del Comando del Settore Ovest a guida italiana nel Sud del Libano, con 1.300 nostri soldati, che operano insieme a tanti contingenti di altri Paesi, è sotto il fuoco incrociato di israeliani e Hezbollah.
A Baghdad questa notte (la scorsa notte, ndr)», sottolinea Crosetto, «abbiamo fatto evacuare alcuni nostri militari in totale sicurezza: sono usciti dall’Iraq e sono arrivati in Kurdistan e adesso arriveranno in Turchia e quindi in Italia. Quelli che rimangono devono avere la garanzia di sicurezza e di avere qualcosa da fare. Non si può far rimanere qualcuno che non abbia una missione e non sia fondamentale per ciò che deve fare in quel luogo, per cui tutti gli altri sono stati fatti rientrare e altri ne saranno fatti rientrare a breve. Altri soldati saranno fatti rientrare da Erbil e dal Kuwait e quelli che restano devono avere totali garanzie di sicurezza». Sulla sicurezza delle basi americane in Italia, è intervenuto anche il vicepremier Antonio Tajani: «Non vedo pericoli di attacchi militari sull'Italia o sulle basi americane, anche perché sono super protette. Non credo che la Sicilia sia raggiungibile, i missili sono arrivati a Creta, ma non credo che possano arrivare fino alla Sicilia».
Analizziamo, ora, nel dettaglio queste operazioni di alleggerimento dei militari italiani. Come spiegano fonti altamente qualificate alla Verità, già al momento dell’invio delle navi Usa in Medio Oriente i contingenti italiani in queste basi sono stati ridotti; all’inizio dei bombardamenti Usa-Israele c’è stato un ulteriore alleggerimento; infine, in questi giorni si sta provvedendo a una ulteriore, drastica riduzione delle nostre truppe. Per quel che riguarda la base di Erbil, la presenza è stata più che dimezzata: da più di 100 soldati italiani, ne restano poche decine, che rientreranno tutti in patria; a Baghdad come detto, non c’è più nessuno; nella base di Ali Al Salem, in Kuwait, rispetto ai 300 soldati italiani presenti prima dello scoppio della guerra, ne erano rimasti una ottantina e anche questo numero è stato ulteriormente ridotto all’osso. Anche i già pochissimi soldati italiani, meno di 20 in tutto, presenti in Qatar e Bahrein sono stati fatti rientrare o sono sul punto di essere rimpatriati.
Allargando il compasso che ha al centro l’Iran, abbiamo altri soldati italiani a Gibuti e in Somalia, che forniscono supporto logistico alle missioni Atalanta e Aspides. Aspides è una missione navale europea prettamente difensiva che opera dal febbraio 2024 nel Mar Rosso e protegge le navi commerciali dagli attacchi degli Houthi dello Yemen: gli assetti aeronavali sono forniti da Italia, Francia, Germania, Grecia, Belgio e Paesi Bassi. Aspides, che potrebbe essere potenziata, è stata affiancata alla missione Atalanta, istituita nel 2008 dalla Ue per contrastare la pirateria nell’area del Corno d’Africa.
Passiamo alla missione Unifil. La situazione qui è complessa, come spiega lo stesso Crosetto: «Le Nazioni Unite», evidenzia il ministro della Difesa, «hanno già deciso che Unifil finirà il prossimo anno; per quanto riguarda questi giorni, questi momenti, dobbiamo preoccuparci innanzitutto di garantire la sicurezza dei nostri militari e di quelli degli altri contingenti, cosa che finora siamo riusciti a fare, ma i primi a chiederci di rimanere in questa fase sono gli stessi libanesi e le stesse Nazioni Unite. Gli stessi contingenti si rendono conto del valore di questa missione di pace per far finire anche la guerra che è in corso, perché le alternative sono due: o in qualche modo gli Hezbollah vengono disarmati da una missione multilaterale delle Nazioni Unite o li disarma Israele con la guerra come sta facendo adesso. Non c’è una terza via, la nostra presenza è la salvezza del Libano ed è un modo per evitare una nuova guerra civile che infiamma il Libano, poi magari dal Libano si trasferisce alla Siria».
Infine, su Hormuz: «I Paesi non hanno detto no a mettere in sicurezza Hormuz», sottolinea ancora Crosetto, «hanno detto no a una missione che poteva sembrare quasi un ingresso in guerra in quel canale. Invece ciò che auspicano tutti i Paesi è una missione multilaterale internazionale che in qualche modo possa garantire la sicurezza a Hormuz. Bisognerebbe che le le Nazioni Unite si mettessero alla testa di questa cosa e poi a quel punto, probabilmente tutte le nazioni ma non soltanto quelle europee, non soltanto quelle della Nato, ma a quel punto anche tutte quelle asiatiche e l’India, parteciperebbero perché l’impatto energetico di Hormuz è principalmente verso l’Asia». Dire sì a una missione Onu, ora come ora, significa buttare la palla in tribuna.
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