Mentre la sinistra italiana festeggia la sconfitta di Viktor Orbán, i dati raccontano una realtà diversa: il nuovo vincitore, Péter Magyar, si muove su una piattaforma tutt'altro che progressista e la sinistra tradizionale è di fatto scomparsa dal Parlamento di Budapest.
Ansa
Dopo il primo round di colloqui che non ha prodotto svolte, la diplomazia tra Stati Uniti e Iran resta in salita. In questo stallo emerge il Pakistan: negli ultimi mesi Islamabad ha rafforzato i rapporti con Washington e ora si propone come snodo decisivo per riaprire il dialogo.
La diplomazia tra Washington e Teheran è in salita. Ciononostante, i colloqui tenutisi sabato a Islamabad certificano il crescente peso del Pakistan.
Negli scorsi anni, i rapporti tra lo stesso Pakistan e gli Stati Uniti erano stati tutt’altro che idilliaci. Eppure, la situazione ha iniziato a mutare a maggio dell’anno scorso: in particolare, dopo che Donald Trump aveva dichiarato di aver mediato un accordo di cessate il fuoco tra Nuova Delhi e Islamabad. Il governo pakistano aveva quindi candidato il presidente americano al Nobel per la Pace. Non solo. Da allora, Trump ha costantemente rafforzato la propria sponda con il capo delle Forze armate di Islamabad, il generale Asim Munir.
È in questo quadro che, a luglio, Stati Uniti e Pakistan hanno raggiunto un accordo sulla cui base Washington si è impegnata a ridurre i propri dazi a Islamabad. Inoltre, sempre in virtù dell’intesa, gli Usa hanno acquisito la possibilità di effettuare esplorazioni petrolifere in territorio pakistano. Era inoltre lo scorso gennaio, quando Islamabad ha formalmente accettato l’invito di Trump a entrare nel Board of Peace per Gaza. Senza trascurare che, il mese precedente, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva ringraziato il Pakistan per la sua offerta a prender parte alle forze di stabilizzazione nella Striscia.
Insomma, negli ultimi dodici mesi i rapporti tra Washington e Islamabad si sono significativamente rafforzati. Tanto che la Casa Bianca si è affidata principalmente al Pakistan per cercare di avviare un processo diplomatico volto a chiudere la guerra in Iran. Ma quali sono state le ragioni di questa svolta? Trump ha innanzitutto visto nel Pakistan un attore che gli consentisse di controbilanciare l’India: quell’India con cui gli Stati Uniti, nel 2025, hanno avuto notevoli tensioni commerciali. In secondo luogo, la Casa Bianca punta a indebolire gli storici legami che intercorrono tra Islamabad e Pechino. Infine, ma non ultimo, Trump guarda con interesse anche alle risorse minerarie del Pakistan (non a caso, a ottobre il Paese ha de facto avviato con gli Usa una partnership nel settore dei minerali strategici).
Dall’altra parte, anche Islamabad fa ovviamente i suoi calcoli. Il Pakistan voleva ricucire con Washington dopo anni di rapporti complicati. Inoltre, venendo al conflitto iraniano, Islamabad teme di finirci coinvolta a causa di un patto di mutua assistenza che ha sottoscritto con l’Arabia Saudita. È anche per questo che il governo pakistano sta cercando in tutti i modi di promuovere la diplomazia tra Washington e Teheran.
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Vladimir Putin (Getty Images)
Il Cremlino si fa avanti, Trump minaccia blocchi e confische su Hormuz e sanzioni alla Cina. Carro Idf contro soldati italiani.
Si è concluso senza alcuna intesa il ciclo di colloqui tra Stati Uniti e Iran ospitato a Islamabad, in Pakistan. A certificare lo stallo è stato il vicepresidente americano JD Vance: «Per 21 ore abbiamo avuto discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo».
Un fallimento che, secondo Washington, pesa soprattutto su Teheran: «È una cattiva notizia per l’Iran, molto più che per gli Stati Uniti». Le delegazioni hanno negoziato a lungo senza riuscire a superare le divergenze, soprattutto sul programma nucleare. Vance ha evitato dettagli, ma ha ribadito la linea americana: serve «un impegno esplicito» a non sviluppare armi nucleari né strumenti per ottenerle rapidamente. Per la Casa Bianca, il nodo non riguarda soltanto l’attuale fase del confronto, ma la possibilità di ottenere da Teheran una garanzia stabile, verificabile e di lungo periodo sulla rinuncia a ogni opzione militare. Secondo Washington, parte della capacità iraniana sarebbe già stata compromessa: «Le strutture di arricchimento che avevano in precedenza sono state distrutte». Resta però il nodo politico: «Vediamo un impegno reale e duraturo da parte degli iraniani? Questo ancora non lo abbiamo visto». Il vicepresidente ha lasciato Islamabad con un ultimatum: «Questa rappresenta la nostra offerta finale e migliore. Vedremo se gli iraniani la accetteranno». Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha confermato lo stallo parlando di divergenze su «due o tre questioni importanti», pur riconoscendo alcuni punti di intesa. Teheran respinge anche la versione americana sulle cause dello stop. Secondo fonti iraniane è «falso» sostenere che il fallimento sia legato al rifiuto di rinunciare al programma nucleare. «Non cerchiamo armi nucleari, ma rivendichiamo il diritto all’energia nucleare per scopi pacifici», riferisce una fonte citata dal Times of Israel, sottolineando la disponibilità a limitare alcune attività, inclusi i livelli di arricchimento dell’uranio, per costruire fiducia. In sostanza, la Repubblica islamica tenta di accreditarsi come parte disponibile a un’intesa, ma solo a condizione che venga riconosciuto il principio del diritto sovrano allo sviluppo nucleare.
Dopo lo stop ai negoziati, il presidente russo Vladimir Putin si è inserito nel quadro diplomatico con una telefonata al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, offrendo la disponibilità a favorire una soluzione politica. Pezeshkian durante la telefonata ha accusato gli Stati Uniti di «aver ostacolato un accordo con la loro politica dei doppi standard», definita il principale freno ai negoziati di Islamabad, durante la telefonata con Putin. In un’intervista alla Cbs, il premier pachistano Shehbaz Sharif ha chiarito: «I negoziati non sono falliti, siamo in una fase di stallo». Una sfumatura lessicale che però non cambia la sostanza: al momento un accordo non c’è e la distanza tra le parti resta significativa. Più duro l’ex ministro Mohammad Javad Zarif: «Gli Usa devono imparare che non si possono dettare condizioni all’Iran». Nel frattempo, la crisi si estende. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha attaccato Israele accusandolo di aver ucciso «centinaia di libanesi innocenti» e ha lanciato una minaccia diretta: «Come siamo entrati in Libia e nel Karabakh, possiamo entrare in Israele».
Le dichiarazioni arrivano dopo le accuse del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che aveva sostenuto che Erdogan «massacra i curdi». Il premier israeliano ha visitato il sud del Libano per valutare le aree sotto controllo dell’Idf, nella prima missione dall’inizio del conflitto con l’Iran e a ridosso dei colloqui di Washington con Beirut. Nello stesso contesto, in due episodi distinti, mezzi israeliani hanno urtato veicoli italiani dell’Unifil con un carro Merkava, causando danni e bloccando una strada a Bayada. Nessun ferito. Sul fronte militare, l’Idf riferisce che Hezbollah ha lanciato circa 20 razzi verso il nord di Israele: intercettati o caduti in zone aperte, senza conseguenze. L’Unifil accusa inoltre Israele di aver danneggiato i sistemi di sorveglianza lungo la Blue Line, distruggendo telecamere a Naqoura e in altre basi e oscurando con vernice alcune strutture del quartier generale. La missione Onu denuncia violazioni della Risoluzione 1701 e rischi per la sicurezza dei peacekeeper, ribadendo però che continuerà a operare e a riferire in modo imparziale al Consiglio di Sicurezza. Cresce anche la tensione nello Stretto di Hormuz, dove l’Iran ha schierato le forze speciali della Marina. I Guardiani della rivoluzione rivendicano il pieno controllo dell’area e avvertono che «i nemici rischiano di restare intrappolati in un vortice mortale in caso di errore di valutazione».

Il presidente americano Donald Trump ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, affermando che Teheran non può decidere quali navi possano transitare nello Stretto. «Sarà tutto o niente», ha dichiarato a Fox News, evocando anche uno scenario di blocco navale simile a quello applicato al Venezuela, ma su scala più ampia. In tal senso Trump ha disposto alla Marina statunitense di bloccare il traffico nello stretto e di intercettare, fino al sequestro, le imbarcazioni che versano pagamenti a Teheran per ottenere il passaggio. Una pratica che il presidente americano ha definito «una forma di estorsione su scala globale». Poi Trump si è detto convinto che l’Iran tornerà al tavolo negoziale: «Prevedo che torneranno e ci daranno tutto ciò che vogliamo. Loro non hanno carte». Ha poi rilanciato la minaccia militare: «Potrei eliminare l’Iran in un solo giorno», sostenendo che gli Stati Uniti potrebbero colpire infrastrutture energetiche e centrali elettriche in tempi rapidissimi.
Infine, Washington ha aperto un nuovo fronte con Pechino. Trump ha minacciato dazi fino al 50% sui beni cinesi qualora emergessero forniture militari all’Iran, uno scenario che, secondo l’intelligence statunitense, viene considerato sempre più concreto.
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Dario Fabbri (Imagoeconomica)
L’analista geopolitico Dario Fabbri: «Iran e Israele hanno vinto e continuano con i bombardamenti. Hormuz adesso è una ferita per Trump che, per aprirlo, pensa a un’occupazione».
«I negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi».
Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo». Non è stupito Dario Fabbri, direttore della rivista di geopolitica Domino e scrittore, in libreria con il suo libro Il destino dei popoli, dell’esito delle trattative fallite in Pakistan.
Niente da fare, i negoziati sono falliti. Il faccia a faccia a Islamabad tra il vicepresidente Usa, JD Vance, e lo speaker del Parlamento iraniano iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, non ha portato a nessun accordo. Se lo aspettava?
«Come tutti i negoziati, anche quello iraniano, vive momenti di alti e bassi, non dobbiamo stupirci. Soprattutto, già da quello che era trapelato in queste ore, mi stupiva il fatto che gli americani chiedessero le stesse condizioni del 28 febbraio, cioè prima che la guerra iniziasse, come se nulla fosse successo nel frattempo. Mi faccio una domanda semplice: se già allora, o meglio alla fine di febbraio, l’Iran aveva detto no alle proposte Usa perché avrebbe dovuto farlo ora? Ora, e aggiungo, che gli iraniani sono in una posizione di vantaggio, soprattutto perché controllano Hormuz».
Le due parti si incolpano a vicenda. L’Iran parla di richieste irragionevoli degli Stati Uniti. Vance dichiara: noi siamo stati flessibili ma non abbiamo fatto progressi. Dove sta la ragione?
«Mi sembra davvero difficile trovare una nuova ragione oggettiva sul fallimento di questo negoziato.
Gli Stati Uniti credevano di poter bluffare, mi spiego meglio, far credere che il minacciare l’Apocalisse potesse cambiare una situazione per loro non favorevole. Ma in realtà Trump sa bene di aver discretamente perso questa guerra, almeno arrivati fino a questo punto. Possiamo dire che il tavolo è saltato, le minacce americane sono state scoperte e quindi era difficile che l’Iran dicesse sì a queste condizioni immutate».
La domanda che tutto il mondo si sta ponendo ora è: che ne sarà ora della tregua che prevedeva un cessate il fuoco di due settimane?
«Teoricamente lo stop agli attacchi rimane, anche perché gli americani non hanno molte opzioni da prendere in considerazione. Staremo a vedere ovviamente nelle prossime ore, ma credo che a Trump convenga rispettare la tregua ma necessita di una narrazione per mascherare la realtà».
In realtà in molti, a partire per esempio dal portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei, non si aspettavano un accordo da questo primo round di incontri. Tradotto: c’è ancora spazio per l’ottimismo?
«Direi di sì, o quantomeno non possiamo escluderlo, i negoziati sono fatti apposta per sbattere le porte, per pronunciare i “basta, me ne vado” e poi tornare sui propri passi. In una guerra la rottura di un negoziato è probabile che accada, fa parte dei giochi. Sicuramente, per far sì che questo non succeda di nuovo, all’orizzonte sono necessari dei cambiamenti e delle nuove proposte sul tavolo».
Ma entriamo in uno dei nodi irrisolti che avrebbero ostacolato l’accordo: lo stretto di Hormuz. Come deve fare l’America per riaprirlo?
«Hormuz è un nodo molto complicato ed è questa la vera sconfitta statunitense, perché nasce da una grande novità e una sfida che non può passare inosservata: l’Iran non aveva mai osato interdire lo stretto tanto a lungo. Finora non era accaduto. E Trump sa bene che l’unico modo per ripristinare il passaggio è l’occupazione da terra della sponda iraniana, attraverso l’invio di truppe boots on the ground. Una decisione che inevitabilmente comporterebbe troppi morti per l’amministrazione americana, va detto, e un’opzione che prima non esisteva, o quantomeno era il bluff di cui parlavamo: il coinvolgimento diretto delle forze militari sul campo».
Questa guerra riguarda o non deve coinvolgere l’Europa?
«Stiamo parlando del nodo del contendere occidentale, ovvero il ruolo della Nato e degli europei. L’Unione europea finora ha messo in chiaro la propria disponibilità soltanto in caso di un cessate il fuoco, perché quello che serve ai governi europei è la certezza di non morire. L’atteggiamento che hanno i governi europei, a mio avviso anche giustamente, nasce da un ragionamento molto semplice: il disastro lo avete procurato voi? E perché chiedete a noi di aggiustarlo? Diverso è il ragionamento sul futuro ruolo dei membri Nato post conflitto. Detto questo, può succedere che gli Usa riescano a convincere le cancellerie europee a intervenire e si tratterebbe di un grande colpo per Trump. Gli Usa non potranno continuare a dire che a loro non serve Hormuz e che non hanno bisogno di quella giugulare, anche se per il momento non hanno forzato la situazione nello stretto».
Come dicevamo, in queste ore Islamabad è caput mundi. L’Europa, invece, è stata fortemente criticata da Trump per essere rimasta fuori dal conflitto. In questo modo l’Ue esce indebolita negli equilibri mondiali?
«Certamente sì, ma già prima nelle grandi questioni geopolitiche l’Europa non ha mai toccato palla. E poi è inimmaginabile che i negoziati potessero tenersi all’interno dell’Ue. L’Iran non avrebbe mai accettato di sedersi a un tavolo se l’incontro si fosse consumato dentro a un satellite Nato, che per loro equivale agli Usa. Sarebbe stato impensabile. Noi entriamo in gioco soltanto per chiederci di aiutare gli Usa».
Secondo punto irrisolvibile, da quanto emerge in queste ore: il programma atomico iraniano. Ma l’Iran rappresenta una minaccia per l’Occidente?
«Stiamo parlando di 450 kilogrammi sepolti nella pancia della montagna iraniana, o almeno parzialmente, e che gli americani chiedono di eliminare. E la risposta è un po’ come se gli iraniani dicessero: va bene, venite a prendervelo. Gli americani sembrano dimenticare che gli Usa hanno dimostrato di non volere o di non potere cambiare le sorti di questo conflitto. Almeno per il momento».
Chi esce vincitore al momento da questa guerra?
«L’Iran, e per spiegare il motivo della mia risposta basta prendere in considerazione un unico parametro: il cessate fuoco. Gli Usa, tra i tre Paesi coinvolti in questa guerra, sono l’unico attore che rispetta la tregua. Non Israele, non l’Iran. Questo perché gli Usa sono la parte che ha più interessa a negoziare, mi sembra evidente».
Trump ha sbagliato a non chiudere la partita subito, cioè una volta tagliata la testa al regime, ovvero dopo la morte di Khamenei?
«L’amministrazione Trump ha sbagliato tutto fin dall’inizio, si è fidata del solito pregiudizio per cui gli iraniani sono pronti a consegnarsi a noi occidentali, a essere noi e a diventare come noi. Se tu non conosci il tuo nemico e prendi le decisioni in base a ciò che ti racconti, rischi che poi la situazione ti sfugga di mano e si ingarbugli come sta succedendo ora all’amministrazione americana. Gli Usa non hanno avuto cognizione e ricognizione del territorio e ha capito soltanto dopo che il grosso dei persiani non era pronto a cedere. Questa guerra si può vincere dal punto di vista tattico ma non strategico, perché è un’altra cosa. Ora a Trump non resta che provare a uscire da questa situazione divenuta ancora più complessa dopo il fallimento dei negoziati».
JD Vance è l’uomo giusto per trattare per la sua natura non interventista che lo contraddistingue dall’altro vicepresidente Rubio?
«JD Vance era la persona giusta da mandare al tavolo dei negoziati, prima di tutto perché era quello più contrario all’intervento in Iran. È stato spedito in Pakistan perché è il numero 2 di Trump e ha i galloni per affrontare le trattative. E infatti gli iraniani volevano lui e hanno chiesto lui per poter intavolare i negoziati, perché sapevano come tutti che c’era la buona fede nel voler chiudere la partita. Penso al negoziato precedente in Oman: si è trattato di un escamotage per arrivare al confitto in corso ed era chiaro a tutti che non ci fosse la volontà di trovare, invece, una soluzione».
Lei è un grande conoscitore dell’antropologia dei popoli, come scritto nel suo libro Il destino dei popoli: si aspettava che gli ayatollah resistessero così a lungo agli attacchi degli americani?
«Certamente sì, sinceramente non c’ era alcun dubbio perché gli iraniani hanno una grande concezione di sé. Sono un popolo giovane e massimalista, e i giovani hanno una grande capacità, una bravura superiore agli altri. Il che non vuol dire resistere per sempre, sia chiaro, ma siamo di fronte alla questione imperiale nonostante l’esistenza del regime: la teocrazia in questo caso passa in secondo piano anche perché soltanto il 55% della popolazione è persiana e quando si tratta di difendersi e contenere le altre etnie, i persiani vanno in modalità protettiva. E questo perché non vogliono che l’Iran diventi una maionese etnica.
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2026-04-12
Elezioni Ungheria, se Orbán perde è una sberla a Trump ma di sicuro non è la rivincita dell’Ue
Viktor Orbán e sua moglie Aniko Levai votano alle elezioni generali a Budapest (Ansa)
Benché si venda come europeista, lo sfidante del leader ungherese è uomo di destra, attento ai confini e poco favorevole all’ingresso di Kiev nell’Unione. E se la spuntasse, cadrebbe il mito del pericolo di ingerenze russe.
Messaggi su Telegram a favore di Viktor Orbán manovrati dal Cremlino. Una ricerca di Vox Harbor, società di analisi dati, ha rivelato che i post affiliati alla Russia rappresentano una quota significativa dei contenuti filo-Orbán, diffusi tramite Telegram dopo averli tradotti e adattati al pubblico ungherese.
Molte narrazioni rispecchiano le tesi dello stesso primo ministro, ovvero che l’Unione europea vuole minare la sovranità dell’Ungheria, che i leader filo-europei di Kiev stanno complottando contro Orbán, che si cerchi di trascinare l’Ungheria nella guerra tra Ucraina e Russia e che si tenterà di manipolare il risultato elettorale per negargli la vittoria. Obiettivo, dunque, diffondere timore su quello che accadrà se sarà eletto Péter Magyar di Tisza, il principale rivale del premier.
Il Financial Times e il Washington Post avevano già riportato che la Russia avrebbe aiutato il partito di Orbán a vincere le elezioni, promuovendone l’immagine sui social media come «leader forte con amici in tutto il mondo», e screditando il principale rivale, Magyar, fatto passare come un «pupazzo dell’Ue».
Secondo il sito investigativo indipendente russo Agentstvo, quasi la metà del personale dell’ambasciata russa in Ungheria potrebbe avere legami con i servizi segreti. Quindici dipendenti dell’ambasciata hanno confermato di avere contatti con i servizi segreti e altri sei sono sospettati di averne. Il governo di Orbán e Mosca hanno sempre smentito qualsiasi interferenza russa. E Bruxelles ha negato interferenze nella politica ungherese. Di certo, se vince Magyar sarà la dimostrazione che la pressione di Putin non è così influente.
Ieri a Budapest si è svolto l’ultimo comizio del premier uscente. «Stringiamo la mano a un milione di ungheresi e diciamo loro che domani (oggi per chi legge, ndr) ci sono le elezioni, che l’Ungheria ha bisogno di pace e sicurezza, che Fidesz è la scelta sicura», aveva invitato a fare dalle prime ore del mattino. «Se ti fai degli amici, avrai qualcuno su cui contare in caso di problemi. Buone notizie», scriveva sabato il primo ministro sulla sua pagina social, riferendosi al fatto che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in un post pubblicato sulla piattaforma Truth, aveva assicurato a Orbán e al popolo ungherese il suo sostegno.
Magyar ha girato tutto il Paese, senza concedersi una tregua, ma la capitale l’ha lasciata all’ex alleato, al leader che oggi cercherà di sconfiggere. Nei suoi ultimi video, il quarantacinquenne avvocato si è rivolto a coloro che potrebbero essere bersaglio di «ricatti e pressioni da parte di Fidesz», esortandoli a pensare al proprio futuro e a quello dei loro figli. «Anche voi siete cittadini ungheresi liberi, il vostro voto vale esattamente quanto il mio o quello di chiunque altro. Fidesz perderà le elezioni di domenica e non dovrete più temerli», è stato il suo messaggio conclusivo.
Una sua affermazione alle urne sarebbe uno smacco per Trump ma non è affatto certo che rappresenti una vittoria dell’Unione europea. Magyar è stato il leader dell’opposizione a Orbán però rimane sempre uomo di destra. Si descrive come un liberale e un europeista, eppure è ben determinato a non cedere su sovranità nazionale e controllo dei confini, quindi non sarà molto compiacente verso Bruxelles. In campagna elettorale ha preferito concentrarsi su temi dell’economia e della corruzione nel suo Paese. Quanto al conflitto russo-ucraino, Magyar ha più volte espresso posizioni non dissimili dal premier uscente, schierandosi contro all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue e a nuovi miliardi a Kiev.
Ha fatto della lotta alla corruzione, del ripristino dello Stato di diritto gli argomenti principali del programma Tisza. Di frodi, provocazioni o eventi che potrebbero influenzare il voto, di video che riprendono presunti pagamenti e distribuzioni di pacchi di viveri se ne è continuato a parlare fino alle ultime battute di questa campagna elettorale.
Tra i veleni dell’ultima ora, sparsi sui social, non è passato certo inosservato il post dell'ex moglie di Péter Magyar e già ministro della Giustizia, Judit Varga. Non ha dichiarato che voterà per Fidesz, ma l’ha fatto capire chiaramente: «Io voto per la pace, non per la guerra. Per la pace, non per il caos. Per il vero amore, non per la manipolazione. A coloro che costruiscono la nazione, non ai distruttori e a coloro che incitano gli ungheresi contro gli ungheresi. Alla resistenza silenziosa, non al tradimento sfacciato. Forza Ungheria!», ha scritto pubblicando una sua foto sorridente al bar.
Oggi l’Ungheria vota ma le polemiche non finiranno presto. Il portavoce del governo, Zoltán Kovács, ha condannato la scelta di Magyar di riunirsi la notte elettorale a piazza Batthyany, di fronte al Parlamento e a pochi minuti dalla residenza del premier. «Bastano pochi minuti a piedi per passare dall’osservare i risultati all’agire», ha avvertito, alludendo al rischio che, nel caso di esito sfavorevole per Tisza, «in un momento di tensione la reazione si trasformi in escalation».
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