«Jeffrey Epstein tentò di sfruttare la mia infedeltà coniugale». Parole di Bill Gates, pronunciate ieri in audizione di fronte al Congresso americano, che dicono tanto del faccendiere pedofilo quanto del patron di Microsoft.
Come noto, Gates incontrò Epstein nel 2011, tre anni dopo la prima condanna per reati sessuali e incitazione alla prostituzione minorile. «Ricordo di essere stato consapevole che Epstein avesse affrontato precedenti problemi legali», spiega Bill ai parlamentari, «ma non avevo compreso appieno l’entità dei crimini che aveva commesso. Ho accettato la richiesta di presentazione senza applicare lo scrutinio che avrei dovuto». Dunque: un ricco faccendiere finisce condannato per abusi sessuali su minori, ma uno degli uomini più ricchi del mondo, che da anni si fregia di voler salvare il mondo guidando le intere politiche sanitarie globali, non aveva «compreso appieno l’entità dei crimini» commessi. Insomma, non si era informato abbastanza.
Lo schema dei ricatti di Epstein pare interamente compreso nella vicenda. Prima ancora che per i suoi stessi reati sessuali, il faccendiere è diventato famoso perché sospettato di ricattare i potenti attraverso informazioni compromettenti su di loro (è noto che le sue proprietà fossero disseminate di telecamere nascoste). Gates sostiene che le sue relazioni fedifraghe non avessero «nulla a che fare» con i suoi rapporti con il finanziere, ma su questo punto i dubbi sono più che leciti. Tutti i racconti di chi ha frequentato Epstein sono concordi - ed emerge chiaramente anche dalle numerose email desecretate - nel descriverlo costantemente circondato da un folto gruppo di ragazze. Insomma, non è impensabile che chi ha dimostrato una certa fragilità, chiamiamola così, verso le giovani donne frequentasse Epstein non solo per il piacere della sua compagnia e per la vastità dei suoi contatti (che Gates, verosimilmente, era tranquillamente in grado di procurarsi da sé).
Al di là delle congetture, però, ci sono due file tra quelli desecretati che hanno travolto del tutto l’immagine del «filantropo»: due bozze di email che Epstein inviò a sé stesso nel 2013, forse come memo o forse in vista di un futuro invio, in cui sosteneva di aver facilitato incontri sessuali per Gates e di averlo aiutato a ottenere farmaci per nascondere alla moglie un’infezione sessualmente trasmessa. Si parla anche di richieste di antibiotici da somministrare di nascosto a Melinda, la sua ex moglie, che dopo lo scandalo ha chiesto il divorzio.
«A quanto pare Jeffrey ha scritto un’email a sé stesso. Quell’email non è mai stata inviata, è falsa», si è difeso Gates. «Quindi non so cosa stesse pensando. Mi ricorda semplicemente che ogni minuto passato con lui lo rimpiango e mi scuso di averlo fatto». Di Jeffrey Epstein si possono dire tante cose brutte, ma non che fosse pazzo: era ovunque e aveva interessi dappertutto. Non sembra il tipo di squilibrato che invia email inventate a sé stesso. Tutti questi rimpianti, d’altra parte, non sono così evidenti: nelle oltre 3 milioni di pagine rilasciate dal dipartimento di Giustizia americano, ci sono centinaia di riferimenti a Gates, tra cui diverse email in cui sono documentati programmi con riunioni, pasti, telefonate, proposte e tentativi di Epstein volti a organizzare incontri con il patrono di Microsotf. Scambi felicemente intercorsi dopo la condanna del 2008. Ah già: Gates non aveva capito che l’incitazione alla prostituzione minorile fosse così grave.







