La conduzione degli Stati Uniti da parte di Donald Trump è certamente un’anomalia in relazione al passato, includendo anche la sua prima presenza alla Casa Bianca nel 2016-2020. Nella seconda spinge con discontinuità politiche interne e geopolitiche esterne, le seconde con impatto molto sfidante nei confronti degli alleati tradizionali, in particolare gli europei. Ma è sbagliato sia demonizzarlo sia utilizzare questa anomalia per prevedere/invocare un distacco totale tra Usa e Ue.
Mentre è giusto, sul piano del realismo e dell’interesse nazionale, capire, negoziare e salvaguardare la convergenza euroamericana puntando a un futuro rafforzamento dell’alleanza globale delle democrazie, configurata concretamente in un formato espansivo G7+: durante l’amministrazione Trump sarà difficile strutturare un G7+, ma nel prossimo triennio va salvaguardata la possibilità di farlo mantenendo l’inclusione di Washington in questo progetto globale che potrà decollare solo con un forte pilastro euroamericano. Devo esplicitare il mio pregiudizio analitico come atto dovuto, in quanto professore/ricercatore e suggeritore di strategie in geopolitica economica e finanziaria: io perseguo il dominio delle democrazie alleate sul pianeta combinato con una loro configurazione interna che faciliti il capitalismo di massa e che, grazie a tale modello internazionale/nazionale, la democrazia conquisti sempre più nazioni, anche perché aiutata da un potere prevalente, cioè un mercato internazionale a integrazione crescente tra democrazie.
Chi desidera criticarmi, mi attacchi per la mia adesione a questo disegno strategico ispirato dal liberalismo che vuole fornire a ogni individuo più libertà e opportunità di ricchezza. Nel mondo c’è un conflitto tra nazioni autoritarie, guidato dalla Cina, e democrazie guidate dall’America. Ma questa, pur restando superpotenza, è ormai troppo piccola per gestire un presidio mondiale da sola. Lo scrissi nel libro La grande alleanza (Angeli, 2006) e presentai la versione in inglese a Washington sostenendo la necessità di una strutturazione più forte del G8 dei tempi, anche per evitare la convergenza tra Russia e Cina. A porte chiuse ricevetti consenso, ma i politici presenti, repubblicani e democratici (con l’eccezione di alcuni collaboratori di John McCain che nella campagna presidenziale del 2008 contro Barack Obama presentò il progetto di «Lega delle democrazie»), mi avvertirono che un’alleanza necessariamente portatrice di limitazioni della sovranità difficilmente riceverebbe consenso da un elettorato convinto dell’eccezionalismo americano.
Nei primi anni Settanta, Henry Kissinger formulò la dottrina della transizione dell’America da gestore singolo del pianeta a collettivo: percepiva già allora un’America troppo piccola per gestire lo sforzo planetario economico e militare da sola. Saltiamo nel presente: Trump ha preso atto che, senza azioni forti sia di supremazia nazionale sia di imposizione agli alleati di maggiori costi per la loro sicurezza, l’America non poteva reggere lo sforzo dopo aver tentato di condividerlo senza successo con gli alleati stessi per quasi 50 anni. Da un lato Trump ha usato un metodo troppo aggressivo per il ribilanciamento del dare e avere tra alleati, sul lato economico anche tecnicamente molto discutibile. Dall’altro, la sua azione è stata ed è una risposta agli alleati che l’America perseguiva da decenni. Quindi l’anomalia è stata nello stile non conforme alla diplomazia, ma la sostanza era una necessità: America troppo piccola per pagare il conto per tutti. Capire questo punto è essenziale: Trump va criticato per gli eccessi caratteriali, ma ricordando che sta gestendo un vero problema di scala contro la Cina e altre complicazioni. Infatti sta cercando di staccare la Russia dalla Cina perché se convergono sarebbe difficile sconfiggerle. Da un lato, è criticabile per la compressione del giusto diritto dell’Ucraina; dall’altro sta cercando uno scambio con Mosca usando bastone e carota. Qui un’altra critica: non ha abbastanza bastone perché non vuole usarlo fino in fondo, e spera che basti la deterrenza in quanto non ha consenso interno sufficiente per segnali bellici più impegnativi. Appunto, lo slogan «fare l’America di nuovo grande» implica la percezione che sia troppo piccola. Lo stile di Trump è deprecabile, ma ciò non deve oscurare la sua difficoltà di trovare la soluzione per un’America rimpicciolita, ma ancora eccezionalista nel consenso, di fronte a un gigante emergente come la Cina comunista capace di elaborare strategie furbe, puntute e silenziose di dominio. Si consideri che anche l’Ue ha lo stesso problema nei confronti di Pechino. Pertanto è razionale sia mantenere un dialogo con Trump sia convergere, pur con tentativi di correzione, nelle azioni di pacificazione in corso che in realtà tentano di arginare l’influenza cinese sul mondo.
In conclusione, ritengo sbagliato criticare il governo italiano perché cerca di mantenere una convergenza con l’America. Certamente l’Ue dovrà fare un grande cambiamento sul piano militare e mostrare espansione dei suoi trattati doganali con il resto del mondo compatibile, per esempio a breve quello con l’India è fondamentale. Ma cercando una Nova Pax che integri la Pax Americana cedente, mantenendo inclusa l’America.
Prima o poi anche Washington si accorgerà che le è più utile un impero condiviso che uno solitario.







