Gianandrea Gaiani, direttore della rivista Analisi Difesa ed esperto militare: molti particolari di questo conflitto sfuggono all’opinione pubblica occidentale. Lei condivide la preoccupazione per la minaccia nucleare che arriva da Teheran?
«Non sono un ammiratore degli ayatollah, ma la storia della minaccia atomica non mi convince. Nei rapporti dell’Onu non si trova traccia di un pericolo imminente. Nel giugno scorso Trump dichiarava di aver azzerato il programma nucleare iraniano: com’è possibile che oggi Teheran sia quasi in possesso della bomba?».
Se non il rischio atomico, qual è la motivazione dietro l’attacco?
«È una guerra per l’energia. Da quando gli Usa sono diventati energeticamente autosufficienti, i loro interessi divergono dai nostri. Hanno il problema dei costi dell’export via nave, che rendono la loro energia sul mercato più costosa di quella mediorientale o nordafricana. Da qui la necessità di destabilizzare le aree chiave. Non è un’idea di Trump, lo facevano anche Biden e Obama, anche se con uno stile meno arrogante».
Come può dirlo?
«Mettiamo insieme i pezzi. Nel 2011 Obama sostiene e alimenta le primavere arabe, per destabilizzare un’area energetica che alimenta Europa, Cina e Corea. Nel 2014 il cambio di regime a Kiev – su cui gli Usa hanno investito 5 miliardi di dollari – colpisce il territorio dove passano i gasdotti verso l’Europa. E oggi la guerra si abbatte sul petrolio che esce da Hormuz. La Cina ha sei mesi di autonomia senza il petrolio iraniano: l’obiettivo numero uno è tagliare le gambe a Pechino».
Una guerra che pagherà anche l’Europa?
«La stiamo già pagando. Dopo aver rinunciato al gas russo, dovremo rinunciare anche all’energia mediorientale, per acquistare solo dagli Usa. E poi si riaccederanno gli Huthi nel Mar Rosso, che colpiranno le rotte commerciali con l’Italia. Nulla di ciò che sta accadendo risponde ai nostri interessi».
E militarmente?
«I droni e i missili che arrivano a Cipro colpiscono le basi inglesi, cioè territorio britannico, e scaraventano la Ue in prima linea. Ad Akrotiri c’è anche un grosso centro di ascolto d’intelligence che copre tutto il Medio Oriente».
Il coordinamento europeo in difesa di Cipro è un embrione di difesa europea?
«Sono Paesi con interessi diversi. La Grecia ne approfitta per risaldare la presenza dell’etnia greca sull’isola. La Francia vuole ritagliarsi una leadership militare. Ma nessuno in Europa ha il coraggio di dire agli americani: fermatevi, perché questa iniziativa mette a repentaglio la nostra stabilità».
Ma tra il terrore degli ayatollah che annega nel sangue i dissidenti, e gli Stati Uniti, dovremmo sapere da che parte stare.
«Ci andrei piano con le questioni morali. Il regime degli ayatollah è certamente odioso e antidemocratico. Ma lo è anche quello del presidente dell’Azerbaijan da cui compriamo il gas. Chiamiamo “terroristi” i pasdaran, quando hanno ripulito l’Iraq dall’Isis. Nel frattempo riconosciamo come leader della Siria Al-Jolani, che faceva parte di al-Qaeda, dell’Isis, fondatore di Al-Nusra, con 10 milioni di dollari di taglia americana sulla testa. C’è un cortocircuito assoluto».
Sta dicendo che dovremmo scaricare l’alleato americano?
«Dagli alleati ti aspetti condivisione e rispetto. O perlomeno un avviso, prima di scatenare l’apocalisse nel nostro cortile di casa. Un alleato rispettoso, per esempio, non fa esplodere il gasdotto Nord Stream, per poi dare la colpa a quattro palombari ucraini. Noi europei non siamo alleati, ma vassalli. E forse è giunto il momento di “liberarci dei liberatori”».
Addirittura?
«Non parlo di ostilità. Sto dicendo che dobbiamo costruire un nuovo rapporto, non di sudditanza. In un anno Trump ci ha imposto 750 miliardi di dollari di acquisti di energia americana, 600 miliardi di dollari di investimenti nella loro industria, il 5% del Pil della difesa nell’acquisto di armi americane. A tutti questi diktat gli europei hanno risposto “yes daddy”, per dirla con le parole del segretario Nato Rutte. Gli americani, a prescindere da chi governa, perseguono i loro interessi. Ma noi europei siamo disposti a difendere i nostri?».
Ce l’ha con Bruxelles?
«La Ue non è la soluzione ai problemi, ma una delle fonti. È una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze».
E allora? Dovremmo forse metterci sotto l’ombrello di altre potenze imperiali?
«I pezzi d’Europa economicamente più avanzati, Francia, Germania e Italia, hanno spazi di manovra per muoversi insieme. Hanno la capacità culturale e spero anche politica per non inchinarsi a nessuno. E possono adoperarsi per chiudere le guerre, non per alimentarle».
E l’Italia, come ne sta uscendo?
«Noi italiani consideriamo area strategica prioritaria il Mediterraneo allargato, oggi compromesso. Siamo il ponte tra Occidente, Russia e mondo arabo, pur restando amici di Israele. Ma in questo momento non vedo più un ruolo propositivo dell’Italia, né dei Paesi europei. Qualcuno si è mosso per avviare un’iniziativa diplomatica che faccia fermare questi conflitti? Mi pare di no, né per l’Ucraina né per il Medio Oriente».
Concederemo le basi agli Stati Uniti, ma solo per i rifornimenti.
«Sul piano militare gli americani non hanno bisogno delle nostre basi in questo momento, perché sono troppo lontane. Sigonella, ad esempio, ospita i droni strategici americani Global Hawk, che volano sul Mar Nero per fare disturbo elettronico e ricognizione contro i russi, ed è molto lontana dal teatro operativo iraniano. Fra il Golfo Persico e Israele gli americani hanno una marea di basi: non hanno bisogno di altro».
Dunque non ci verrà richiesto di scendere in campo?
«Potrebbero chiedercelo in futuro per mettere alla prova la nostra fedeltà o per testare il governo, però non ne hanno militarmente bisogno in questo momento».
Quindi «non siamo in guerra», come dice il governo?
«Non siamo in guerra, a parte il sostegno logistico. E a dir la verità non siamo in guerra neanche con la Russia, pur avendo sostenuto Kiev con uno sforzo non risolutivo, perché l’Ucraina la guerra la sta perdendo. In questa fase così delicata, sarebbe opportuno riprendere i rapporti con la Russia, per motivi strettamente pragmatici, sennò andiamo a fondo. Dove prendiamo l’energia, con il Golfo in fiamme, e un muro tra noi e Mosca?».
Chiudiamo con qualche considerazione militare. Quanti missili rimangono all'Iran?
«Non lo so. L’Iran sta combattendo per la sua sopravvivenza, e credo abbia depositi di missili balistici molto in profondità sottoterra. Molti esponenti del Pentagono avevano avvisato Trump che iniziare una guerra con l’Iran era rischioso, avendo i magazzini mezzi vuoti dopo i rifornimenti verso l’Ucraina e Israele».
Rischiamo una cronicizzazione del conflitto in stile Afghanistan?
«Se l’Iran si sfalda e scoppia la guerra civile, finiamo nel caos, anche se in questo momento il regime sembra saldo. Il punto è che all’Iran è sufficiente resistere, e sopravvivere. Come ha fatto Hamas, che è ancora al suo posto. Il tempo gioca a favore di Teheran, che nel frattempo riceve grande aiuto da Cina e Russia».
Cina e Russia fanno parte del risiko?
«Da settimane si registra un forte traffico di aerei da trasporto russi e cinesi, che hanno scaricato materiale militare in Iran: qualcuno dice radar, forse anche batterie di missili per la difesa aerea, probabilmente anche qualcosa di offensivo, armi ipersoniche che possono essere usate per colpire le navi americane nel Golfo».
E lo scambio di informazioni?
«Pechino fa circolare da tempo le immagini nitidissime delle basi americane, scattate dai loro satelliti, e le gira agli iraniani che così possono prendere meglio la mira. È un messaggio di deterrenza agli Usa: evitate di attaccare, perché l’Iran non è solo».
Ipotesi escalation?
«Scenario possibile: se ci fosse una prolungata chiusura di Hormuz, la Cina potrebbe mandare a scopo deterrente la sua flotta all’imboccatura dello stretto, rivendicando la libertà di navigazione».
E i Paesi arabi?
«Se tra qualche settimana chiederanno missili da difesa, e gli americani risponderanno di non averne neanche per sé stessi, potrebbe cambiare la percezione dalla guerra. L’opinione pubblica del Golfo non è così filo-americana da sopportare a lungo questa situazione. Insomma, in questa fase Stati Uniti ed Israele si giocano buona parte della loro reputazione nel mondo, e del loro status di potenza militare. L’Europa invece, la reputazione se l’è giocata da tempo».







