È stato adottato da tutte le cancellerie europee: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto la vittoria di Péter Magyar alle elezioni politiche del 12 aprile dichiarando che l’Ungheria «è tornata al cuore stesso dell’Europa», lunedì il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha salutato il risultato come «una delle migliori notizie di ieri», il primo ministro polacco Donald Tusk ha parlato di «portata storica», dichiarandosi «felice quando in politica moralità, decenza, onestà e verità vincono contro il male, la violenza e le bugie».
In Italia hanno esultato, se possibile, più le opposizioni che le forze di governo, nonostante gli eurodeputati di Tisza a Bruxelles siedano nel Partito popolare Europeo: «Hanno vinto la libertà, la democrazia e la voglia d’Europa», ha commentato il leader del Partito democratico Elly Schlein e mentre Ilaria Salis festeggiava, il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni definiva l’esito elettorale un «segnale di incoraggiamento per tutte le forze progressiste europee e per l’Italia».
Ma, 72 ore dopo il risultato, il primo ministro in pectore, che ha sconfitto l’ex premier Viktor Orbán, ha rilasciato alcune dichiarazioni che molto probabilmente lasceranno spiazzati i suoi estimatori progressisti. «Dopo la formazione del governo di Tisza, sospenderemo il servizio di informazione dei media pubblici», ha annunciato Magyar. Il futuro premier intende interrompere i programmi di informazione dei media statali, in attesa di una modifica della legge sui media per «garantire pluralismo e imparzialità da parte di un’informazione pubblica compromessa» nel lungo periodo di governo del suo predecessore.
Magyar dunque inaugura il suo mandato con un insolito bavaglio su cui le autorità di Bruxelles, al momento, non si sono ancora pronunciate. Eppure, la sua vittoria sul rivale, al governo da 16 anni, è stata netta, nonostante i compagni progressisti avessero annunciato che Orbán avrebbe «impedito al popolo sovrano di esprimersi» e «fatto di tutto per inquinare il responso delle urne».
I conti non tornano. Soprattutto dopo che Magyar, che ancora deve formare il nuovo governo (previsto intorno al 6 o 7 maggio), ha intimato oggi al presidente della Repubblica Tamás Sulyok di dimettersi: «Il popolo ungherese ha votato per il cambio di regime, non per il cambio di governo», è stata la curiosa argomentazione di Magyar già domenica sera, «ai miei occhi e agli occhi del popolo ungherese, egli è indegno e incapace di difendere lo Stato di diritto, di essere uno standard morale o un modello per il popolo ungherese (…). Se non se ne andrà volontariamente, useremo il mandato costituzionale dei due terzi e», ha aggiunto minaccioso, «lo rimuoveremo insieme a tutti gli altri burattini».
Secondo il futuro premier ungherese, Sulyok avrebbe «preso in considerazione» la sua richiesta. Non è tutto: Magyar ha anche messo in agenda l’estensione dei poteri della carica di presidente della Repubblica, che attualmente nell’ordine costituzionale ungherese è eletto dall’Assemblea nazionale e ha una funzione poco più che cerimoniale, pur svolgendo anche un ruolo nel controllo normativo. Secondo alcune testate ungheresi, non si può escludere che gli elettori tornino presto alle urne per scegliere con elezione diretta un nuovo presidente della Repubblica. Le dichiarazioni di Magyar appaiono in un momento molto delicato per Budapest ma anche per Kiev: a febbraio, il governo Orbán ha utilizzato il proprio potere di veto per bloccare il mega-prestito dell’Unione europea da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026-2027. L’opposizione del leader ungherese uscente era legata al tentativo di sbloccare i fondi comunitari destinati a Budapest ma congelati da Bruxelles per «violazioni dello Stato di diritto», quelle che comunque hanno consentito all’oppositore di Orbán di vincere con ampio margine le elezioni del 12 aprile. Il prestito da 37 miliardi di euro rappresenta il totale stimato dei fondi europei (tra fondi di coesione e Pnrr) spettanti all’Ungheria, che la Commissione europea tiene bloccati. Magyar ha chiesto a Orbán (che opererà ancora come governo esecutivo per tre settimane) di revocare al più presto il veto sul prestito ucraino prima di lasciare l’incarico e il commissario europeo all’economia Valdis Dombrovskis si è mostrato ottimista. Ma la decisione del primo ministro uscente è condizionata alla riparazione, da parte degli ucraini, dell’oleodotto Druzhba - che trasporta petrolio russo a basso costo - irrimediabilmente sabotato tra agosto 2025 e gennaio 2026. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha promesso che lo farà, ma ci vorrà del tempo. Nel frattempo, le ultime dichiarazioni di Magyar sull’Ucraina non consoleranno Bruxelles: «Non sosteniamo l’accelerata adesione dell’Ucraina all’Ue, è un Paese in guerra ed è impossibile per l’Unione europea accogliere un Paese in guerra».






