Eravamo convinti degli argomenti neoisolazionisti in base ai quali - vale la pena ricordarlo - si stabilì quella convergenza generale del mondo Maga che portò lo stesso JD Vance a ricredersi su Donald Trump sino ad accettare la vicepresidenza e che fece individuare nella candidatura di Trump il momento di chiusura della visione neocon.
Ci eravamo sentiti dire che gli Stati Uniti, dopo le numerose e destabilizzanti operazioni in Medio Oriente, spesso dai risultati ambigui, avrebbero scelto di chiudere il Novecento e di muoversi in un’ottica multipolare senza rinunciare al proprio ruolo di preminenza. Qualcosa è intervenuto e ha portato gli Usa, dopo due operazioni rapide e di successo, a tornare al vecchio interventismo dal quale ora non si sa con chiarezza come uscire. Ma questo non può essere letto come semplice avventurismo né tantomeno con le vecchie categorie del «caos trumpiano» o con i patetici semplicismi del «matto che va fermato».
Per comprendere il quadro nel suo insieme, almeno per quanto riguarda il suo significato di massima, occorre considerare la strategia comunicativa di Donald Trump come indice della più grande operazione di disintermediazione della storia moderna, un’operazione che può essere letta come una vera e propria inversione della distinzione straussiana tra esoterico ed essoterico, operazione con la quale Trump rende pubblico il messaggio destinato agli interlocutori apicali e lascia le masse davanti a un testo che non possono decifrare, disinteressandosi della narrazione mediatica e anzi massimizzando l’incertezza e lo spaesamento prodotti. La dichiarazione sulla «imminente fine della civiltà» rimarrà nella storia delle forme di comunicazione politica ma non tanto per brutalità o scarsa cautela bensì perché, probabilmente per la prima volta nel mondo moderno, i messaggi e i toni che da sempre nella storia erano riservati alle stanze segrete delle trattative tra i capi dei Paesi in conflitto sono stati resi pubblici e utilizzati essi stessi come armi.
Secondo lo schema formale moderno, accettato implicitamente da tutti, il sovrano o il capo di Stato adoperava particolare attenzione nel costruire narrazioni che producessero consenso di massa così da risultare non solo «vincente» agli occhi del popolo ma soprattutto «giusto», «legittimo« e «animato da senso di responsabilità». Ma nelle segrete stanze tale esigenza veniva a mancare ed era lì che emergevano le mosse strategiche che dell’esigenza narrativa non avevano alcun bisogno. Tutto il Novecento si è giocato su questo tipo di rapporti tra Usa e Urss, fintamente minacciosi o fintamente amichevoli, salvo poi basarsi su narrazioni e retoriche del tutto differenti per ciò che concerneva il rapporto con i media e con il pubblico.
In questi giorni abbiamo, invece, assistito a una sorta di «inversione trumpiana» nell’ambito delle strategie comunicative, un’inversione per la quale le masse non sono più l’elemento da guidare, motivare e acquietare ma diventano semplici spettatrici di un linguaggio che non capiscono. E non stupisce affatto che le stesse élite che per vent’anni hanno teorizzato la preminenza delle narrazioni sulla realtà, secondo la lezione del post-strutturalismo, le stesse che conferivano il Nobel per la pace a Barack Obama mentre bombardava Libia e Siria, oggi si scandalizzino perché Trump non parla «in modo lineare». Il motivo della scelta di Trump non è soltanto dettato da una diversa concezione del negoziato e del suo uso strategico ma rappresenta altresì la risposta spiazzante nei confronti di un mondo dei media a lui quasi interamente ostile e nei confronti del quale si sarebbe trovato costantemente nel ruolo dell’inseguitore.
La tecnica del flooding - cioè il saturare i canali mediatici attraverso un sovraccarico di notizie - l’imprevedibilità dei tempi e soprattutto l’uso funzionale della contraddizione, hanno il preciso fine di rendere irrilevante l’intermediazione mediatica e di mantenere sempre il controllo della cornice narrativa. Ciò naturalmente a scapito del controllo dell’opinione pubblica che viene così relegata ad aspetto secondario da un politico che tale in realtà non è mai stato.
Trump non è affatto un’anomalia populista come i media novecenteschi e i loro lettori scandalizzati cercano di dire ma è il più postmoderno dei postmoderni, talmente fuori dagli schemi da rifarsi oggi più a Cesare Borgia che a Henry Kissinger. Per colmo di paradosso Trump sta facendo con i media globali la stessa cosa che gli iraniani stanno facendo con lui: una guerra talmente asimmetrica da risultare sorprendentemente efficace ma tra i tanti errori strategici che gli Usa stanno commettendo si farebbe un grave errore ad annoverare anche la comunicazione di Donald.







