Geopolitica

Un testo d’intesa di circa due pagine, ribattezzato «Memorandum di Islamabad», ha posto fine alle ostilità tra Stati Uniti e Iran, aprendo però la strada a nuovi colloqui che dovrebbero proseguire nei prossimi 60 giorni. L’accordo prevede la sospensione immediata della guerra e l’interruzione delle operazioni militari sui fronti coinvolti. Restano però aperte diverse questioni centrali per il futuro negoziato, a partire dalle garanzie sul programma nucleare iraniano, dalle sanzioni internazionali e dagli equilibri regionali.

Dragamine e 500 uomini già in allerta da settimane per Aspides. Meloni e Tajani confermano la volontà di contribuire dopo il via libera in Aula. L’Eliseo: «Fregate e portaerei dispiegabili in 48 ore». Merz più cauto.

C’è ancora incertezza sul regime che avrà lo stretto di Hormuz dopo l’accordo preliminare fra Usa e Iran. Se gli americani affermano che la navigazione sarà libera, gli iraniani ribattono che continueranno a imporre un pedaggio, sospeso solo nei 60 giorni che serviranno a raggiungere un’intesa definitiva.

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Secondo Trump la guerra è finita. I vincitori per ora sono i pasdaran
Donald Trump (Getty Images)
Ogni conflitto è stupido: questo di più. L’ala militare del regime è cresciuta e non ci sono certezze sull’uranio. Nel frattempo, sono stati introdotti pedaggi che prima non c’erano. Nel mezzo, migliaia di civili sterminati.

C’è l’accordo, evviva. Dobbiamo essere felici. C’è la firma digitale, la guerra è finita, andate in pace e rendete grazie agli ayatollah.

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Meloni rafforza l’asse con Tokyo e vola al G7
Giorgia Meloni insieme alla premier giapponese Sanae Takaichi (Ansa)
Annunciate iniziative comuni nell’ambito del Piano Mattei e sullo Spazio. Poco dopo in Francia inizia il delicato summit. Subito il bilaterale tra Macron e Trump, che si prende la scena già prima di partire: «Se importi persone del Terzo mondo, lo diventi».

«Il mondo è cambiato profondamente dall’ultima volta che i leader si sono incontrati qui. È più frammentato. Più competitivo. Più incerto», osservava ieri su X la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, poche ore prima dell’inizio dei lavori del G7 a Évian-les-Bains.

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Il Tigray si riarma e l’Etiopia torna sull’orlo del baratro
Getty Images
Miliziani armati sarebbero tornati a reclutare giovani con la forza nella capitale regionale Mekelle. L’ex presidente nigeriano Obasanjo prova a salvare gli accordi di pace mentre crescono le tensioni con l’Eritrea e nelle altre regioni del Paese.

La pace in Etiopia, faticosamente raggiunta dopo due anni di guerra, sembra davvero appesa a un filo. Da alcuni giorni un gruppo secessionista del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT), il movimento che ha combattuto l’esercito federale, ma che aveva accettato la pace, ha deciso di riprendere le armi.

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