In attesa della firma definitiva del memorandum d’intesa tra Usa e Iran venerdì in Svizzera, Donald Trump ha messo dei paletti. «È un memorandum d’intesa.
Se non mi piace, se non si comportano bene, torneremo a sganciare bombe proprio in mezzo alla loro testa, d’accordo? Perché si sono comportati male per 47 anni», ha detto ieri il presidente americano al vertice del G7 in Francia. «L’accordo è un grande affare per molte ragioni ma la più importante in assoluto, il 99,9%, è che non avranno mai un’arma nucleare», ha proseguito, per poi aggiungere: «È un accordo molto solido». Ieri è stata resa nota la versione ufficiale dell’intesa in 14 punti.
«Lo Stretto di Hormuz verrà aperto. È già stato parzialmente aperto. Sarà aperto completamente entro uno o due giorni», ha continuato. Il presidente americano ha anche bollato come «falsa» la notizia, secondo cui il memorandum prevederebbe la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran. «Le persone possono investire se vogliono. Voglio dire, cosa dovrei fare? Dire che a nessuno è mai permesso investire? Noi non investiamo. Non mettiamo nemmeno dieci centesimi. Le persone possono decidere di farlo, ma è una loro scelta», ha comunque precisato.
Poco dopo, in conferenza stampa, Trump ha rivelato di aver discusso dei dettagli del memorandum con i leader del G7. «Sono entusiasti del fatto che abbiamo concluso un accordo», ha detto. «Non volevo vedere una catastrofe economica», ha continuato, sottolineando di ritenere che gli attuali leader iraniani «si comporteranno molto differentemente» rispetto a quelli che sono stati eliminati nel corso del conflitto. Il presidente statunitense è inoltre tornato a criticare l’intesa sul nucleare negoziata da Barack Obama nel 2015 e da cui lui stesso, nel 2018, si era ritirato.
L’accordo in 14 punti prevedrebbe che l’Iran riapra Hormuz e che gli Usa revochino il blocco ai porti iraniani: «La Repubblica islamica prenderà misure facendo tutti gli sforzi per consentire il passaggio sicuro di navi commerciali senza pedaggi per 60 giorni solo dal Golfo persico al Mare dell’Oman e viceversa. Il traffico di navi commerciali comincerà immediatamente e, considerato il bisogno di rimuovere ostacoli tecnici e militari e di sminare da parte della Repubblica islamica, sarà in vigore entro 30 giorni».
Al contempo, l’Iran assicura che «non acquisirà né svilupperà armi nucleari», mentre Washington eliminerà tutte le sanzioni al regime khomeinista, Inoltre, gli Usa «renderanno pienamente disponibili tutti i fondi e i beni iraniani congelati o soggetti a restrizioni», si legge nel memorandum, ed «emetteranno deroghe che autorizzano l’esportazione di petrolio iraniano, prodotti petroliferi, derivati e tutti i servizi associati». Oltre a decretare la fine del conflitto tra Israele ed Hezbollah in Libano, il memorandum darebbe anche avvio a un periodo di 60 giorni in cui Usa e Iran dovrebbero risolvere i contenziosi sul nucleare: dall’arricchimento dell’uranio alle scorte attualmente detenute da Teheran. Sotto questo aspetto, Trump ieri, durante la conferenza stampa, è tornato a ribadire che, se un’intesa sull’energia atomica non dovesse essere raggiunta con la Repubblica islamica entro i prossimi due mesi, Washington riprenderà i suoi bombardamenti.
Se Pakistan, Turchia, Arabia Saudita e il G7 hanno espresso soddisfazione per l’intesa, Israele è invece su tutt’altra posizione. Lo Stato ebraico teme infatti che la Repubblica islamica possa usare il periodo di 60 giorni per dotarsi dell’arma nucleare. Benjamin Netanyahu non vede inoltre di buon occhio il fatto che il memorandum contenga la cessazione delle ostilità in Libano. Le elezioni di ottobre per la Knesset si avvicinano e il premier israeliano è sotto pressione tanto dall’ala destra del suo governo quanto dall’opposizione per tenere la linea dura contro Hezbollah: il che è alla base delle sue ben note fibrillazioni con Trump. «Voglio che Israele sia in grado di proteggersi, ma voglio anche che usi il buon senso», ha, non a caso, affermato ieri il presidente americano, per poi ammettere di aver avuto una «piccola lite» sul Libano con Netanyahu, che non ha comunque rinunciato a definire un «buon partner».
Nel mentre si registrano spaccature all’interno tanto degli Usa quanto dell’Iran. A Washington, l’accordo è sostenuto dal vicepresidente JD Vance, nonché dagli inviati presidenziali, Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre tra gli scettici figurerebbero il segretario di Stato, Marco Rubio, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e il direttore della Cia, John Ratcliffe. Dubbi sul memorandum sono anche arrivati dall’ala più filo-israeliana del Partito repubblicano statunitense. A Teheran, i fautori della diplomazia si sono invece compattati attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, che teme gli effetti della pressione economica americana sul regime. Di ben altro avviso risultano i pasdaran, che hanno sempre promosso la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
In tutto questo, sempre ieri Axios riferiva che una seconda firma elettronica dell’accordo avrebbe potuto aver luogo già in giornata: il che avrebbe, in caso, anticipato l’applicazione delle clausole relative allo Stretto di Hormuz. Più in generale, il successo o il fallimento di Trump in Iran passerà dall’accordo che eventualmente emergerà dagli imminenti negoziati sul nucleare. Tuttavia, non si può negare che l’accordo sia una vittoria per Teheran, che avrà 60 giorni per trovare un’intesa «migliore» sul nucleare, oltre ad ottenere più potere e più soldi, senza alcun cambio di regime.
I prossimi due mesi si riveleranno quindi decisivi per il futuro del Medio Oriente e della stessa amministrazione statunitense.







