Tutto quello che non torna dell'attentato: dall'acount social inattivo che si riaccende solo per indicare il nome dell'attentatore alla sicurezza che mette in salvo prima il vicepresidente JD Vance e solamente in un secondo tempo Trump. Ne parliamo con Giacomo Gabellini e Stefano Graziosi.
Ansa
Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani e il Fronte di Liberazione dell’Azawad ufficializzano la cooperazione e lanciano un’offensiva coordinata su larga scala: città conquistate, attacchi fino a Bamako e ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara. La giunta di Goita sotto pressione, il Paese verso una fase decisiva.
Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) non avevano mai formalizzato pubblicamente la loro cooperazione. La svolta è arrivata il 25 aprile, quando le due formazioni hanno annunciato di fatto la loro alleanza attraverso un’offensiva coordinata su larga scala contro numerosi centri strategici del Mali. Entro il 27 aprile, Kidal risultava sotto il controllo del Fla, mentre il Jnim aveva colpito uno dei principali pilastri del potere militare di Bamako: il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso in un attentato suicida contro la sua residenza a Kati, alle porte della capitale. L’esplosione che ha devastato la villa del ministro ha provocato anche gravi danni alla moschea adiacente, come documentato da immagini satellitari. Nell’attacco hanno perso la vita anche una delle mogli di Camara e diversi membri della sua famiglia, circostanza confermata con ore di ritardo dalle autorità. Il governo ha reso omaggio al generale proclamando due giorni di lutto nazionale, una misura simbolica che difficilmente basterà a colmare il vuoto lasciato ai vertici della giunta guidata da Assimi Goita.
A partire da sabato, la coalizione jihadista guidata dal Jnim, affiliato ad al-Qaeda, insieme alle milizie del Fla — che riuniscono gruppi tuareg e arabi — ha ampliato l’offensiva conquistando, totalmente o in parte, diverse città sottraendole al controllo dello Stato maliano e dei suoi alleati russi. Si tratta della più vasta operazione militare dal 2012, quando le forze qaediste e i ribelli presero il controllo dell’intero nord del Paese, innescando l’intervento francese. Gli attacchi sono stati lanciati quasi simultaneamente su più fronti: spari ed esplosioni sono stati registrati dalle aree prossime a Bamako fino a Kidal, nel profondo nord. Le milizie hanno combinato assalti convenzionali con tattiche avanzate, impiegando autobombe e droni kamikaze per aumentare l’efficacia dell’azione.
Nel nord, le operazioni congiunte si sono concentrate su Kidal e Gao. La prima è stata rapidamente conquistata, mentre nella seconda la situazione resta fluida: le forze governative e i mercenari russi si sono rifugiati in ex strutture ONU, resistendo all’avanzata. Non mancano voci, al momento non verificate, su possibili contatti tra i contractor russi e i ribelli. Nel centro e nel sud del Paese, l’iniziativa è stata invece condotta dal solo Jnim. I jihadisti hanno colpito obiettivi sensibili a Kati e Bamako, inclusi l’aeroporto e diverse installazioni militari. Attacchi sono stati segnalati anche a Senou, nella regione di Koulikoro, mentre la principale arteria tra Bamako e Sikasso sarebbe stata interrotta. Nel Mali centrale, Mopti e Sevare risultano oggi divise tra le forze governative e i gruppi armati. Sebbene formalmente sotto il controllo statale, queste aree sono da tempo soggette all’influenza del Jnim, che ha imposto sistemi paralleli di tassazione, blocchi economici e l’applicazione della Sharia.
Kidal, storica roccaforte tuareg, era rimasta sotto il controllo delle fazioni ribelli dopo gli Accordi di Algeri del 2015. Tuttavia, nel novembre 2023, l’esercito maliano, sostenuto dai mercenari russi del Gruppo Wagner — oggi riorganizzati nel cosiddetto Corpo Africa — aveva riconquistato la città. Proprio da quella fase è emerso il Fla, nato per coordinare le forze ribelli del nord. Gao, invece, era tornata sotto il controllo di Bamako già nel 2013 grazie all’intervento franco-maliano. Nonostante ciò, l’area resta strategica e contesa.Le dichiarazioni diffuse dai due gruppi confermano la collaborazione: il Jnim ha rivendicato attacchi diretti fino alla capitale e il controllo di diverse città, mentre il Fla ha annunciato la conquista totale di Kidal e parziale di Gao, ribadendo l’alleanza operativa. Entrambe le organizzazioni hanno criticato apertamente il legame tra Bamako e Mosca, anche se il Jnim ha invitato i combattenti russi a non intervenire direttamente. L’offensiva apre interrogativi profondi sul futuro del Mali. Il Paese rischia di cadere sotto l’influenza di una coalizione che include la principale emanazione di al-Qaeda nell’Africa occidentale? E quale equilibrio potrebbe emergere tra jihadisti e gruppi ribelli non islamisti? Il Fla accetterà l’imposizione della Sharia? E quale sarà il destino delle diverse comunità civili, della presenza dello Stato Islamico nel nord e dell’influenza russa?
Al momento non esistono risposte definitive. È però evidente che l’operazione mira a mettere sotto pressione la giunta militare, dimostrando la capacità dei gruppi armati di colpire ovunque, anche nelle aree più protette. Oltre all’aspetto militare, l’offensiva ha un forte valore simbolico: la sua ampiezza punta a delegittimare il potere centrale, evidenziandone la fragilità. Da anni il Jnim esercita un controllo di fatto su ampie porzioni del territorio, soprattutto nel centro e nel sud, imponendo blocchi, tasse e una propria amministrazione, fino a ostacolare i rifornimenti di carburante diretti a Bamako. Negli ultimi mesi, la pressione è aumentata, con attacchi sempre più frequenti e penetranti verso il sud del Paese. Resta da capire se questa offensiva lampo sia destinata a provocare il crollo della giunta, favorire un golpe interno o costringere Bamako a negoziare. Ciò che appare certo è che l’autorità dello Stato maliano si trova oggi in una fase di estrema debolezza. La scelta di sostituire i partner occidentali con i mercenari russi non ha garantito stabilità. Anzi, secondo alcune stime, le forze governative sarebbero responsabili di un numero di vittime civili superiore a quello dei jihadisti, un fattore che potrebbe spingere parte della popolazione a considerare i gruppi armati come alternative più efficaci. Il confronto tra lo Stato e la coalizione ribelle entra così in una fase decisiva, destinata a ridisegnare gli equilibri del Mali nel prossimo futuro.
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Il Cold War Museum Regan Vest viene inaugurato a Rebild, in Danimarca, il 10 febbraio 2023. Al centro del museo si trova il bunker antiatomico, costruito segretamente negli anni Sessanta per ospitare il governo danese, funzionari e il reggente danese in caso di guerra nucleare (Ansa)
Nel 95% delle simulazioni belliche, Claude, Gemini e ChatGpt hanno gestito l’escalation minacciando o usando armi nucleari tattiche. Vincoli morali? Nessuno.
Nei conflitti in corso, da quello in Ucraina a quello in Medio Oriente, di certo l’Intelligenza artificiale è ampiamente impiegata. Tuttavia, in guerra sarebbe opportuno moderare il ricorso all’IA, perché rischia – anche più di quanto già non faccia l’uomo – di portare il mondo verso l’apocalisse nucleare. Non è purtroppo uno spauracchio, bensì una evidenza piuttosto solida. È quanto si evince dalle 46 pagine di Ai arms and influence, un recente studio del King’s College London, condotto dal professor Kenneth Payne del dipartimento di studi sulla Difesa.
In breve, questa ricerca è frutto d’un esperimento con cui si è voluto esaminare una cosa molto semplice e al contempo drammatica, vale a dire in che modo modelli avanzati di IA - come ChatGpt Claude Sonnet 4 e Gemini 3 Flash - reagiscano in simulazioni di crisi nucleari. Per testare lo scenario, e comprendere come questi sistemi valutano l’escalation del conflitto, si sono inseriti i tre diversi dispositivi di IA in 21 scenari strategici simulati, con oltre 300 decisioni e circa 780.000 parole di ragionamento generate, un numero superiore alla lunghezza complessiva di Guerra e pace di Lev Tolstoj e dell’Iliade di Omero.
A tanta attività non è però corrisposto un esito confortante. Payne ha difatti riscontrato come nel 95% delle simulazioni almeno uno dei modelli abbia minacciato o avviato l’uso di armi nucleari tattiche e il 76% abbia optato per minacce nucleari strategiche. Claude e Gemini hanno trattato le armi nucleari in particolare come opzioni strategiche legittime, senza considerazioni morali, in genere discutendone solo in termini strumentali. Anche ChatGpt ha rappresentato un’eccezione solo in parte, limitando gli attacchi agli obiettivi militari, evitando i centri di popolazione o inquadrando l’escalation come «controllata» e «una tantum».
In generale, come si può ben comprendere, è stata allora non piccola la sorpresa nel registrare dunque come modelli apparentemente passivi, allorquando messi di fronte a scadenze temporali critiche, si trasformino in strateghi aggressivi e incuranti degli scenari apocalittici cui il loro atteggiamento conduce. Sembra insomma lontano quanto raccontato nel film Wargames diretto da John Badham e Matthew Broderick, dove un cervellone informatico, interpellato proprio sulla guerra e i suoi scenari, alla fine affermava: «Strano gioco. L’unica mossa vincente è non giocare». Una saggezza che, a distanza di oltre 40 anni, l’Intelligenza artificiale pare ignorare.
Viceversa, di tale saggezza l’uomo – proprio di fronte allo scenario nucleare – ha già dato prova. La mente corre al 26 settembre 1983, quando nella base militare di Serpukhov a circa 150 chilometri da Mosca scattò un allarme per mezz’ora rischiando di annientare decine di milioni di esseri umani, fino alla possibile estinzione dell’uomo. L’allarme scattò perché un computer, connesso a un sistema antimissilistico segnala la partenza di alcuni missili da una base Usa diretti verso l’Unione Sovietica.
Il colonnello Stanislav Petrov ritenne che fosse un falso allarme e decise di aspettare quei 15-20 minuti che all’epoca servivano a un missile balistico per arrivare dagli Usa in Unione Sovietica. Furono minuti salvavita; se il militare avesse informato i superiori sarebbe partito un contrattacco con la distruzione del mondo. Ma Petrov è morto nel 2017 e altri militari con la sua prudenza ultimamente pare scarseggino. Invece avanza l’uso bellico dell’IA che, se fosse stata applicata quella volta nella base di Serpukhov, chissà quali abissi avrebbe spalancato.
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Influencer, commentatori e cospirazionisti si scatenano: gli spari all’Hilton sarebbero stati una messinscena per santificare il presidente americano per fare dimenticare guerre e scandali.
True
2026-04-27
Progetti arenati e pochi soldi. Nel deserto saudita tramonta l’utopia della città «green»
Mohammed bin Salman (Ansa)
- La guerra nel Golfo potrebbe dare il colpo di grazia alla costruzione di Neom. Ma per la futuristica metropoli senza auto e a zero emissioni i problemi erano iniziati da tempo.
- Era uno dei cardini del piano del principe bin Salman per ridurre la dipendenza del Regno dal petrolio. Però solo un terzo della nuova energia pulita è stato prenotato. Così il maxi impianto previsto sarà ridimensionato.
Lo speciale contiene due articoli
L’Arabia Saudita rivede i piani del suo progetto simbolo. La decisione di cancellare una serie di contratti edilizi legati a Neom segna infatti un passaggio chiave nella trasformazione del maxi investimento da 500 miliardi di dollari, considerato il pilastro della strategia di modernizzazione del regno. Il ridimensionamento arriva in una fase di crescente instabilità regionale. Le tensioni con l’Iran e l’escalation militare nel Golfo hanno aumentato i rischi per le infrastrutture energetiche e per le rotte commerciali, incidendo sulla fiducia degli investitori. In questo contesto, anche i flussi finanziari internazionali mostrano segnali di rallentamento, mentre le aziende globali iniziano a riconsiderare la propria esposizione nell’area.
Le rescissioni riguardano interventi cruciali, tra cui lavori di scavo indispensabili per The Line, il progetto urbano più iconico di Neom: una città lineare lunga 170 chilometri, concepita come due strutture parallele senza traffico automobilistico, immerse nel deserto saudita. Attorno a questa visione ruotano anche altri sviluppi strategici, come Oxagon, hub industriale galleggiante, e Trojena, destinazione turistica di montagna pensata per offrire attività all’aperto durante tutto l’anno, compresi sport invernali. Fin dalla sua presentazione nel 2017 da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, Neom è stato immaginato come il motore della transizione economica saudita, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio e costruire un’economia basata su tecnologia, sostenibilità e attrazione di capitali internazionali. Nelle intenzioni, si tratta di un ecosistema completamente green, alimentato da energie rinnovabili e progettato per azzerare l’impatto ambientale, diventando un modello globale di sviluppo sostenibile.
Tuttavia, la portata del progetto ha sollevato sin dall’inizio interrogativi sulla sostenibilità finanziaria e sulla sua effettiva realizzabilità. Negli ultimi mesi, queste perplessità si sono intensificate. Il regno si trova infatti a sostenere contemporaneamente numerosi investimenti legati al programma Vision 2030, tra cui grandi opere infrastrutturali, espansione del settore turistico e preparativi per eventi globali come Expo 2030 a Riad. Sebbene le entrate petrolifere restino rilevanti, la necessità di distribuirle tra più priorità ha ridotto i margini di manovra. I recenti attacchi a infrastrutture energetiche e le tensioni sulle rotte marittime hanno aumentato l’incertezza.
Il risultato è un clima di cautela che si riflette sia nelle decisioni degli investitori sia nelle strategie operative delle aziende coinvolte. In questo scenario, i grandi progetti ancora in fase iniziale risultano particolarmente vulnerabili. Il rallentamento o la revisione delle opere appare quindi come una scelta strategica più ampia, piuttosto che un intervento limitato. Le autorità saudite non sembrano intenzionate ad abbandonare Neom, ma piuttosto a rimodularne le ambizioni. I segnali più recenti indicano una riduzione degli elementi più visionari di The Line e uno spostamento verso iniziative con ritorni economici più immediati, come infrastrutture logistiche, centri dati e sviluppi turistici più selettivi. L’obiettivo sembra essere quello di privilegiare interventi capaci di produrre risultati concreti in tempi più rapidi, riducendo l’esposizione finanziaria delle componenti più complesse e costose. Una trasformazione di questo tipo non è insolita nei megaprogetti. Nel caso saudita, però, la differenza sta nel valore politico attribuito a Neom, presentato per anni come il manifesto della nuova Arabia Saudita. Resta però un elemento distintivo: Neom non è un progetto qualsiasi, ma un simbolo della nuova identità economica saudita. Il suo successo rappresenterebbe la prova della capacità del regno di diversificare la propria economia, mentre eventuali difficoltà rischiano di alimentare dubbi sulla velocità e sostenibilità di questa transizione. Un ruolo centrale continua a essere attribuito al turismo, considerato uno dei pilastri della Vision 2030. Resort, infrastrutture costiere e città intelligenti sono stati progettati per trasformare l’Arabia Saudita in una destinazione globale.
Tuttavia, il settore turistico è fortemente influenzato dalla percezione di sicurezza. Anche tensioni circoscritte possono incidere sui flussi di visitatori, sui costi assicurativi e sulle operazioni delle compagnie aeree. Anche gli investimenti esteri risentono di questa volatilità. Società internazionali, appaltatori e lavoratori altamente qualificati tendono a diventare più prudenti quando il contesto regionale appare meno prevedibile. Le difficoltà incontrate da Neom evidenziano quindi come il successo di progetti di questa portata non dipenda soltanto da risorse finanziarie e capacità tecnologiche, ma anche dalla stabilità geopolitica. Con l’avvicinarsi di Expo 2030, il tempo a disposizione per dimostrare risultati concreti si riduce. Il cantiere nel deserto resta attivo, ma il cambio di approccio appare evidente: l’enfasi si sposta da una visione illimitata a una gestione più pragmatica delle priorità.
La questione centrale non è più se Neom verrà realizzato, ma in quale forma. Gli aggiustamenti finanziari in corso incidono sull’intera Vision 2030, suggerendo un possibile riequilibrio delle priorità verso iniziative più sostenibili nel breve periodo. In un contesto di entrate petrolifere meno prevedibili, un approccio selettivo agli investimenti potrebbe rivelarsi obbligatorio. Secondo diversi analisti, una strategia più mirata consentirebbe al regno di gestire meglio le risorse disponibili, concentrandosi su settori con ritorni più rapidi. Tra questi emergono anche i grandi eventi sportivi internazionali, come i Giochi asiatici invernali del 2029 e i Mondiali di calcio del 2034, considerati leve per stimolare la crescita economica e rafforzare l’immagine globale del Paese.
Neom si trasforma così in un banco di prova. Non solo per la capacità dell’Arabia Saudita di realizzare un progetto senza precedenti, ma anche per la sua abilità nel muoversi in un contesto internazionale complesso, dove economia, sicurezza e reputazione si intrecciano sempre di più. Il futuro del progetto dipenderà dalla gestione di queste variabili, in un equilibrio ancora tutto da costruire. Ma resta un nodo di fondo: l’idea di un sistema urbano completamente sostenibile, a emissioni zero e autosufficiente nel deserto saudita appare, almeno allo stato attuale, più come una visione teorica che una prospettiva concreta. Più che un modello replicabile nel breve periodo, Neom rischia di restare il simbolo di un’ambizione estrema, sospesa tra innovazione e realtà, tra strategia e utopia.
L’idrogeno verde costa troppo. E Riad non trova più acquirenti
Il maxi progetto saudita per la produzione di idrogeno verde nella regione di Oxagon, all’interno della futuristica Neom, entra in una fase critica. Nonostante l’avanzamento dei lavori, emergono segnali di difficoltà che potrebbero portare a un ridimensionamento dell’iniziativa, considerata finora uno dei pilastri della strategia energetica del Regno. L’idrogeno verde è un combustibile prodotto senza emissioni di CO2, ottenuto separando l’acqua nei suoi componenti – idrogeno e ossigeno – attraverso un processo chiamato elettrolisi. L’energia usata per questo processo proviene da fonti rinnovabili come sole, vento o idroelettrico. A far scattare l’allarme sono le indiscrezioni riportate da Bloomberg, secondo cui il sito sarebbe in affanno a causa della mancanza di acquirenti certi per il combustibile verde.
Eppure, sul piano industriale, i progressi sono evidenti. La Neom Green Hydrogen Company (Nghc), joint venture tra Acwa Power, Air Products e Neom, ha annunciato il completamento dell’80% della costruzione. Il traguardo riguarda tutte le componenti chiave: dall’impianto di produzione di idrogeno verde ai parchi eolici e fotovoltaici, fino alla rete di trasmissione. Sul sito di Oxagon sono già installati turbine eoliche, elettrolizzatori, serbatoi di stoccaggio, cold box e condotte.
L’infrastruttura si estende su oltre 300 chilometri quadrati e sarà alimentata da 4 gigawatt di energia rinnovabile. I siti di generazione dovrebbero essere completati entro metà 2026, mentre la prima produzione di ammoniaca verde è prevista nel 2027. Tuttavia, è sul fronte della domanda che si concentrano le principali criticità. Secondo fonti vicine al dossier, la richiesta internazionale di idrogeno verde si sta rivelando molto più debole del previsto. Due fonti anonime citate da Bloomberg parlano di una «crisi profonda e silenziosa», che starebbe spingendo i promotori a valutare un rallentamento o una revisione del progetto. In origine, l’impianto era stato concepito per esportare l’intera produzione. Oggi però solo un terzo dell’idrogeno previsto ha trovato uno sbocco commerciale. L’unico accordo formalizzato è quello con TotalEnergies, che prevede la fornitura di 70.000 tonnellate annue tra il 2030 e il 2045. Il progetto Oxagon rappresentava uno dei simboli della Vision 2030, il piano lanciato da Mohammed bin Salman per ridurre la dipendenza dal petrolio. Ma proprio l’assenza di clienti sta ora costringendo i promotori a rivedere la strategia, orientandosi verso uno sviluppo modulare, da attivare progressivamente solo dopo la firma di nuovi contratti di fornitura. Un cambio di rotta significativo, soprattutto alla luce degli obiettivi iniziali: produrre fino a 600 tonnellate al giorno di idrogeno verde entro il 2027, grazie a un sistema di elettrolizzatori alimentati da energie rinnovabili. Anche i costi hanno subito un’impennata. Il budget è passato dai 5 miliardi iniziali agli attuali 8,4 miliardi. Air Products, principale partner industriale, ha ribadito che i lavori procedono secondo i piani, ma ha anche confermato il rinvio degli investimenti previsti in Europa. «Nel breve termine ci concentriamo sulla costruzione e sulla vendita di ammoniaca verde dall’Arabia Saudita, in attesa che i regolamenti sull’idrogeno si stabilizzino», ha dichiarato l’azienda. Secondo Bloomberg, le difficoltà di Neom riflettono un problema più ampio che riguarda l’intero settore: il costo ancora elevato dell’idrogeno verde e la mancanza di mercati maturi per i prodotti derivati, come i carburanti sintetici.
Riad non sembra intenzionata a rinunciare al progetto. L’idrogeno verde resta infatti un elemento centrale della strategia saudita per mantenere un ruolo di primo piano nel mercato energetico globale anche dopo la transizione ecologica. Tuttavia, la sfida ora è trasformare un’ambizione industriale senza precedenti in un modello economicamente sostenibile ma la missione appare molto difficile.
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