Geopolitica

Trump ha strutturato la sua strategia di guerra contro Teheran su tre livelli: calmare i mercati del petrolio, rassicurare l'elettorato interno in vista delle Midterms e gestire il dialogo geopolitico con Putin.

«A Teheran non c’è più nulla da colpire». Trump alla ricerca di una exit strategy
Donald Trump (Ansa)
Il presidente Usa prova a rassicurare gli americani colpiti dai rincari: «Il conflitto terminerà presto». L’Fbi teme raid in California.

È una quadra non semplice quella che Donald Trump deve trovare sulla crisi iraniana: una quadra che ruota principalmente attorno alla questione petrolifera. Da una parte, secondo il Wall Street Journal, vari consiglieri del presidente americano lo stanno esortando a chiudere in fretta la faccenda, essendo preoccupati per l’aumento del prezzo del greggio: una situazione che, visto l’incremento del costo della benzina negli Stati Uniti, potrebbe avere ricadute assai problematiche per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.

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Libano in fiamme, 800.000 sfollati. Israele: «Hezbollah servo dell’Iran»
Ansa
Oltre 600 morti per i raid Idf a Beirut. Giorgia Meloni: rivedere le regole d’ingaggio dell’Unifil.

Il ministero della Sanità libanese ha aggiornato il numero delle persone uccise dall’inizio degli attacchi delle Idf: sono 634. Parallelamente, il governo di Beirut ha fornito anche le cifre degli sfollati, arrivati a oltre 800.000. Una cifra molto significativa in un Paese che ha meno di sette milioni di abitanti.

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GUERRA A OROLOGERIA
Forze armate americane (Getty)
Le economie di Europa e Paesi del Golfo non possono reggere un conflitto lungo. Usa e Israele spendono 1 miliardo al giorno. Ma i pasdaran resistono e Donald Trump non si può permettere di non vincere: rischio disastro.

E se il conflitto con l’Iran finisse come quello in Afghanistan? Se cioè la macchina da guerra degli Stati Uniti e quella israeliana non riuscissero ad averla vinta sugli ayatollah? Nel passato è già accaduto che la resistenza di forze apparentemente inferiori tenesse testa a quello che è considerato un esercito invincibile. Basta pensare, oltre che a Kabul, a Corea, Vietnam, Iraq e perfino Somalia, dove l’operazione Restore Hope, nata per stabilizzare il Paese e spazzare via i signori della guerra, si concluse con un ritiro umiliante dopo la morte di 19 marines.

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L’Ue minaccia di levare 2 milioni alla Biennale
Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco (Ansa)
Polemica per la presenza di artisti russi presso la fondazione veneziana. Oltre 20 Paesi dell’Unione europea sono contrari e fanno la voce grossa. Ma il padrone di casa Buttafuoco insiste per ospitarli e ricorda: hanno un padiglione dal 1914.

The Wall, quello dei Pink Floyd. Per ora è l’opera metafisica più visibile della prossima Biennale Arte per via della polemica sulla presenza oppure no degli artisti targati Russia. Ancora una volta, ancora dopo quattro anni, ancora con due posizioni graniticamente contrapposte. Da una parte l’Europa, governo italiano compreso, a dire no alle opere provenienti da Mosca e a piazzare (avanti con la metafora) «another brick», un altro mattone sul muro. Dall’altra, in fremente solitudine, il presidente dell’ente culturale Pietrangelo Buttafuoco che ha dato il via libera a scultori, pittori, filosofi russi e vorrebbe trivellare un buco nel cemento ideologico. E dalla trincea sintetizza: «La Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto».

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Le Firme

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