L’ipotesi di una tregua in Ucraina sta producendo una frenetica attività diplomatica e militare, soprattutto nella coalizione dei cosiddetti «volenterosi». Messe ai margini da Washington e Mosca, sia Londra che Parigi - ma anche Bruxelles - stanno tentando in tutti i modi di recuperare credibilità e peso specifico. Con un ottimismo a tratti ingenuo, Francia e Regno Unito si sono già proiettati su un possibile «dopoguerra» che, nei fatti, è ancora tutto da costruire.
I contorni delle iniziative promosse dai diplomatici anglofrancesi, tuttavia, rimangono piuttosto vaghi.
La Francia, in particolare, sta lavorando a un piano per l’invio di circa 6.000 soldati in Ucraina una volta raggiunto un cessate il fuoco. Questo contingente avrebbe il compito di fungere da forza di «rassicurazione» e stabilizzazione, dispiegata lontano dalla linea del fronte e concentrata nelle retrovie, con funzioni di deterrenza simbolica, supporto logistico e assistenza alle forze ucraine. Parigi insiste sul fatto che non si tratterebbe di una missione di combattimento, ma di una presenza militare volta a dare credibilità alle garanzie di sicurezza occidentali nel dopoguerra.
Pochi giorni fa, peraltro, il Times aveva rivelato che anche il Regno Unito starebbe valutando il dispiegamento di circa 7.500 militari nell’ambito di una forza multinazionale a guida franco-britannica. E ieri, non a caso, Londra ha deciso di stanziare 200 milioni di sterline per preparare le proprie forze a un’eventuale missione. Tuttavia, al di là dei numeri sbandierati e dei fondi messi a bilancio, l’impressione diffusa è che questi «sforzi» anglofrancesi siano il classico specchietto per le allodole utile sul piano interno e propagandistico, ma difficilmente in grado di incidere davvero sugli equilibri strategici senza un coinvolgimento diretto e sostanziale degli Stati Uniti.
Proprio questa narrazione europea, peraltro, è bastata a far scattare la dura reazione di Mosca. Con toni volutamente caustici, Dmitrij Medvedev ha liquidato il progetto come l’ennesima prova che «i governanti idioti europei continuano a cercare la guerra in Europa». In un messaggio pubblicato su X, il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ha ribadito che il Cremlino non accetterà «né truppe europee né della Nato in Ucraina», attaccando direttamente Emmanuel Macron per aver rilanciato l’idea di una forza multinazionale nonostante i ripetuti avvertimenti di Mosca. Il post si è chiuso con una minaccia esplicita - «bene, lasciateli venire: ecco cosa li aspetta» - accompagnata da un video del bombardamento su Kiev costato quattro morti e una ventina di feriti, nel quale è stato impiegato anche un missile ipersonico Oreshnik. Un messaggio che chiarisce come, dal punto di vista russo, qualsiasi presenza militare occidentale su suolo ucraino - foss’anche etichettata come missione di stabilizzazione - verrebbe trattata non come garanzia di pace, ma come atto ostile.
Lo stesso Volodymyr Zelensky, del resto, pare abbia capito che, in questa fase, ha poco senso avventurarsi in ipotesi poco futuribili, che non fanno altro che ostacolare le trattative di pace. Ieri, infatti, il presidente ucraino ha fatto sapere che «continuiamo a comunicare con la parte americana ogni giorno», in particolare tramite il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov. «Questo è il nostro compito strategico: il dialogo con l’America», ha affermato Zelensky, «deve essere al 100% costruttivo. L’Ucraina non è mai stata e non sarà un ostacolo alla diplomazia, e la nostra efficienza nel lavoro con i partner è sempre al più alto livello. E continuerà a esserlo».
Nel frattempo, Kiev sta tentando di consolidare il legame con Washington anche in vista della ricostruzione. In un’intervista a Bloomberg, Zelensky ha rilanciato l’ipotesi di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, presentandolo come uno strumento capace non solo di accompagnare la ripresa postbellica, ma anche di offrire all’Ucraina una forma di sicurezza economica che possa rendere meno volatile il sostegno occidentale. L’obiettivo dichiarato è creare un regime a dazi zero che renda competitive le aree industriali devastate dal conflitto e che favorisca l’ingresso strutturale di capitali e imprese americane, riducendo la dipendenza di Kiev dagli aiuti straordinari.
Accanto a questa idea, in ogni caso, è allo studio un progetto di dimensioni ancora più vaste, anticipato dal Telegraph: un maxi accordo da circa 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina, distribuito su più anni e destinato a infrastrutture, energia e apparato industriale, con un coinvolgimento massiccio del settore privato americano. La firma dell’intesa potrebbe arrivare a Davos, a margine del Forum economico mondiale, in un incontro diretto tra Zelensky e Donald Trump. Nelle speranze dei diplomatici ucraini, questa mossa trasformerà sul lungo periodo la ricostruzione economica in una vera leva geopolitica, ancorando definitivamente Kiev agli Stati Uniti e all’intero Occidente.
Gli Stati Uniti rischiano, ancora una volta, di diventare una polveriera pronta a scoppiare. Come già accadde nel 2020, quando la morte di George Floyd innescò un’ondata di proteste violentissime in tutto il Paese, anche oggi la miccia si è riaccesa a Minneapolis. A provocarla è stata l’uccisione di Renee Nicole Good per mano di un agente dell’Ice, le forze federali anti immigrazione. La dinamica è ancora da chiarire in tutte le sue sfaccettature, ma la polemica politica tra repubblicani e democratici ha già assunto toni particolarmente aspri, mentre le manifestazioni si sono diffuse ben oltre i confini del Minnesota, arrivando in grandi metropoli come New York, Miami e San Francisco.
La donna ha perso la vita durante un raid dell’Ice a Minneapolis. Secondo i federali, la Good - compagna di un noto attivista pro immigrazione - avrebbe ostacolato l’operazione. Intimata di scendere dalla sua auto, la donna avrebbe disobbedito all’ordine, ingranando la retromarcia e dirigendo il suo Suv contro gli agenti dell’Ice. Uno di questi ha quindi ucciso la donna esplodendo tre colpi di pistola contro la vettura.
Benché in Rete abbiano iniziato rapidamente a circolare alcuni video dell’accaduto, le immagini non chiariscono in maniera univoca il reale svolgimento dei fatti. Il governo federale sostiene con forza la tesi della legittima difesa dell’agente dell’Ice, mentre i dem - incluso il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey - hanno parlato di un abuso di autorità e di un vero e proprio «assassinio» (murder). In attesa che vengano svolte indagini più approfondite, rimane comunque evidente che la Good, disobbedendo platealmente ai federali, ha tenuto un comportamento rischioso che ha messo in pericolo sé stessa e gli agenti.
Ma chi era la donna rimasta uccisa? Secondo le informazioni raccolte dai media statunitensi, Renee Nicole Good (coniugata Macklin) aveva 37 anni ed era madre di tre figli, mentre il suo attuale compagno è un noto attivista di sinistra. Poetessa, ha vinto nel 2020 un premio letterario grazie al suo componimento intitolato Imparando a dissezionare feti di maiale (una metafora che fa riferimento a un comune esercizio di dissezione anatomica praticato in licei e college americani).
Al di là dell’identità della vittima, però, la sua morte rischia di diventare un simbolo simile a quello di George Floyd, strumentalizzato da Black lives matter per mettere a ferro e fuoco il Paese. Non a caso Donald Trump e l’amministrazione federale hanno difeso senza esitazioni l’operato dell’agente dell’Ice, parlando di legittima difesa e di una reazione inevitabile di fronte a una condotta illegale. Trump, che ha definito la Good «un’agitatrice di professione», ha diffuso sui social alcuni spezzoni video dell’accaduto, sostenendo che le immagini dimostrerebbero come la donna abbia cercato «in maniera violenta, deliberata e brutale» di travolgere gli agenti con la propria auto. «Questo è ciò che succede quando le forze dell’ordine sono costrette ad affrontare individui violenti e fuori controllo», ha scritto, accusando i democratici di voler «demonizzare chi mette a rischio la propria vita per far rispettare la legge».
Sull’altro fronte, le dichiarazioni del governatore del Minnesota, Tim Walz, hanno contribuito ad alzare ulteriormente il livello dello scontro. Walz non si è limitato a chiedere chiarezza, ma ha attaccato frontalmente la versione federale, parlando addirittura di «propaganda» costruita per legittimare un’azione che «presenta tutti i tratti di un abuso di potere». I toni si sono fatti ancora più accesi quando Walz - peraltro già mediaticamente screditato per lo scandalo delle frodi degli immigrati somali nel Minnesota - ha accusato l’amministrazione Trump di voler esasperare il clima sociale, parlando di una «gestione della sicurezza pubblica da reality show». «Capisco la rabbia dei cittadini, la sento anch’io», ha detto, aggiungendo però che il governo di Washington «sembra voler provocare una reazione» e che il Minnesota «non ha bisogno di truppe federali per mantenere l’ordine». A tal proposito, per prevenire eventuali violenze, Walz ha annunciato di aver già allertato la Guardia nazionale.
Nella notte tra venerdì e sabato gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare su vasta scala contro il Venezuela, culminata nella cattura del presidente, Nicolás Maduro, e della moglie, Cilia Flores. L’attacco è iniziato poco dopo le 2 del mattino (ora locale), con una serie di esplosioni a Caracas e nei pressi di diverse installazioni strategiche. Alcuni testimoni hanno riferito di forti boati, sorvoli a bassa quota di velivoli militari statunitensi e blackout in diverse zone della Capitale. Tra gli obiettivi colpiti figurano la base militare di Fuerte Tiuna, il principale complesso delle forze armate venezuelane, e la base aerea di La Carlota. I raid - compiuti da oltre 150 velivoli - avevano il chiaro scopo di neutralizzare sistemi di difesa, comunicazioni e capacità di reazione immediata dell’esercito venezuelano, preparando il terreno alla cattura del presidente.
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.





