Tanto tuonò che infine piovve. Dopo giorni di indiscrezioni, retroscena e voci di congiura interna, Wes Streeting ha rassegnato ieri le dimissioni da ministro della Sanità, aprendo ufficialmente la crisi del Partito laburista e, di fatto, dello stesso governo britannico.
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
- Gli emendamenti hanno modificato l’accordo Usa-Commissione che favoriva Friedrich Merz. E provocato la reazione della Casa Bianca.
- Il discorso di re Carlo III d'Inghilterra doveva essere occasione di rilancio per il premier Keir Starmer, ma ormai i labour che lo vogliono fuori sono 90. Wes Streeting e il sindaco di Manchester in pole per sostituirlo.
Lo speciale contiene due articoli
Gli ultimi sviluppi relativi alla vicenda dei dazi tra Usa e Ue possono essere seguiti credendo alla bufala dell’ennesimo «assalto» (titolo del Corriere della Sera del 3 maggio) di Donald Trump alla Ue. In alternativa, si può partire dalla dichiarazione dell’ad della Bmw Oliver Zipse (Financial Times di lunedì): «Abbiamo molto sostegno (nell’amministrazione Usa ndr), ma naturalmente solo se anche la prima parte dell’accordo verrà attuato dall’Unione Europea». Parole che descrivono la clamorosa inadempienza di cui è stata ed è tuttora colpevole la Ue nel dare attuazione all’accordo quadro di Turnberry in Scozia tra Donald Trump e Ursula von der Leyen del 27 luglio 2025. Quell’accordo non aveva un’efficacia giuridica in senso stretto, ma costituiva la «cornice» a cui i rispettivi governi avrebbero dovuto attenersi per gli atti giuridici vincolanti per l’attuazione di quelle intese.
Ebbene, sono passati 289 giorni e gli Usa hanno tenuto fede ai loro impegni - riducendo quasi immediatamente i dazi sull’import di merci dalla Ue al 15% onnicomprensivo - mentre la Ue, per attuare i propri impegni, è tuttora impastoiata in una procedura legislativa di cui non si conosce la fine e, soprattutto, come vedremo l’esito.
Prima di elencare tutti i passaggi che provano e avvalorano questa conclusione, bisogna chiarire il contesto in cui si è arrivati a quelle intese e chi ha spinto decisamente per la loro rapida definizione. Il contesto è stato quello di un settore automotive europeo in ginocchio per i dazi al 27,5% in vigore dal «Liberation Day» del 3 aprile e, contestualmente, in pressing asfissiante sulla Commissione per raggiungere un accordo con gli Usa, a qualsiasi costo.
E il costo è stato altissimo. La Ue si è impegnata ad eliminare i dazi sulle importazioni della gran parte dei beni industriali Usa e ha concesso contingenti a dazio limitato su prodotti agricoli e ittici. Come se non bastasse, quel giorno la Von der Leyen ha assunto alcuni impegni di tipo politico o amministrativo, come acquisti di petrolio e gas, investimenti europei negli Usa, acquisto di chip, cooperazione nella difesa, ecc, il cui rispetto è ancora oggi tutto da verificare. Si è praticamente venduta la fontana di Trevi, pur di salvare le auto tedesche, non facendone peraltro mistero.
Ma quel giorno non c’era tempo da perdere, l’accordo doveva chiudersi perché l’associazione dell’industria automobilistica tedesca (Vda) e lo stesso cancelliere Friedrich Merz in persona premevano da mesi in questo senso, con un’intensa azione di lobbying. L’automotive tedesco – dopo la concorrenza cinese e le difficoltà della transizione energetica – non poteva reggere il peso di altri problemi. Per i tedeschi, gli Usa costituiscono tuttora – nonostante il calo del 9% accusato nel 2025 - il primo mercato di esportazione extra UE e pesano per il 13% circa sull’export complessivo di auto, con circa 410.000 veicoli esportati nel 2025.
Tuttavia, la Von der Leyen non aveva fatto i conti con la farraginosa procedura legislativa della Ue e con la volontà dell’Europarlamento, in particolare di Bernd Lange (presidente della Intra, Commissione Commercio internazionale), un ex sindacalista tedesco noto per essere ideologicamente avverso a Trump.
I primi sospetti hanno subito trovato conferma: ci sono volute ben quattro settimane per capire i dettagli dell’accordo. Infatti è arrivata solo il 21 agosto la dichiarazione congiunta Ue-Usa che riportava l’elenco di quanto concordato il 27 luglio, sia pure in linea di principio. E qui le strade si sono divise. Dal lato Usa, il nuovo dazio ridotto al 15% era esecutivo già il 25 settembre, con applicazione retroattiva dal 1° agosto o 1° settembre, sia pure con alcune cautele per salvaguardare la reciprocità.
A Bruxelles è invece cominciato un percorso infernale. La Commissione già il 28 agosto aveva fatto i suoi compiti, avanzando due proposte legislative per eliminare o ridurre i dazi sui prodotti Usa. Proposte che il 21 novembre erano subito diventate la posizione del Consiglio «Commercio», con modifiche tutto sommato modeste rispetto all’impianto iniziale. Anche la Commissione Intra aveva lavorato con una certa celerità tra novembre e dicembre e si prevedeva un voto al più tardi entro fine gennaio. Ma, con una decisione tutta politica, Lange si è vestito da paladino anti Usa e a gennaio ha sospeso i lavori della Commissione «finché non cesseranno le minacce alla Groenlandia e alla sovranità Ue». A fine febbraio si sono aggiunte le incertezze sollevate dalla sentenza della Corte Suprema sui dazi e così i lavori sono ripresi solo ad inizio marzo, arrivando a definire la posizione dell’Europarlamento con la plenaria del 26 marzo.
Il problema più serio è che gli emendamenti dei parlamentari hanno modificato profondamente la proposta della Commissione, introducendo delle clausole di salvaguardia – finalizzate sostanzialmente a prevenire eventuali inadempimenti da parte Usa e condizionando la liberalizzazione dei dazi sui prodotti Usa - molto stringenti e distanti dalla posizione assunte dal Consiglio, appiattito sulla volontà tedesca di chiudere in fretta. L’accordo è così diventato un gatto che si morde la coda: la Ue non adempie se gli Usa non adempiono o minacciano nuovi dazi, ma gli Usa non adempiono o minacciano ritorsioni proprio perché la Ue non mantiene gli impegni. Uno stallo totale.
Con queste posizioni apparentemente inconciliabili tra l’Europarlamento e il Consiglio è partito ad aprile il trilogo, cioè il negoziato per consentire ai co-legislatori (Consiglio e Europarlamento) di approdare a un testo condiviso. I primi due round negoziali (metà aprile e 6-7 maggio) si sono conclusi con un nulla di fatto, con avvicinamenti su alcuni punti e distanze immutate sulle salvaguardie più forti volute dai parlamentari. Il prossimo incontro è fissato per il 19 maggio e sull’intero processo incombe la scadenza del 4 luglio fissata da Trump che ha nuovamente preso di mira il settore auto. La definitiva conferma, ove mai fosse necessario, dell’oggetto dell’accordo frettoloso e asimmetrico raggiunto a Turnberry, di cui Trump attende il rispetto da nove mesi. Altrimenti presenterà il conto direttamente a Berlino.
Starmer assediato si aggrappa al re
Tra carrozze, cocchieri in livrea, velluti scarlatti e parrucche cerimoniali, Westminster ha celebrato ieri uno dei rituali più solenni della secolare monarchia britannica. Re Carlo III ha pronunciato alla Camera dei Lord il tradizionale «king’s speech», il discorso che inaugura la nuova sessione parlamentare e che illustra il programma legislativo del governo. Nelle intenzioni di Downing Street, la cerimonia avrebbe dovuto rappresentare il grande rilancio politico di Keir Starmer dopo il recente tracollo elettorale. Ma il risultato è stato quasi opposto: mentre il sovrano leggeva il testo preparato dal gabinetto dello stesso Starmer, il governo continuava a perdere pezzi, lasciando il premier sempre più solo.
Nel discorso pronunciato da Carlo III, ciò che rimane dell’esecutivo di Londra ha insistito su sicurezza, crescita e riavvicinamento all’Unione europea. Il sovrano ha parlato della necessità di ricomporre una «rinnovata intesa» con i partner europei, puntando su cooperazione economica, difesa comune e sicurezza energetica. Insomma, il Labour punta forte su un «reset» dei rapporti con Bruxelles, pur senza mettere formalmente in discussione la Brexit (proposta politicamente perdente, per non dire suicida).
Poche ore dopo, peraltro, è stato lo stesso Starmer a prendere la parola. Intervenendo alla Camera dei Comuni, il premier ha promesso una «completa rottura» con lo status quo dopo la disfatta subita alle elezioni locali in Inghilterra, Scozia e Galles. «La nostra risposta, questa volta, deve essere diversa, sarà una completa rottura», ha dichiarato il leader laburista. E ancora: «Non ci limiteremo a tornare alla modalità precedente, perché il discorso del re ci dà la forza di cui abbiamo bisogno». Ma qualcuno ha avvisato Starmer che, negli ultimi due anni, al governo c’era proprio lui? Anche da uomo di partito, inoltre, Starmer ha promesso «un governo laburista attivo nel ridare potere ai lavoratori», dopo che la working class l’ha di fatto giubilato alle urne. Ma ormai sembra troppo tardi. Tanto che il discorso del sovrano è stato oscurato dalla crisi devastante che ha travolto sia l’esecutivo sia i vertici del Partito laburista. A Westminster, infatti, continuano a moltiplicarsi le richieste di dimissioni del premier e si discute apertamente sulla successione a Downing Street. Sarebbero ormai oltre 90 i deputati laburisti ostili alla leadership di Starmer.
L’emorragia di ministri e sottosegretari, del resto, è ancora in atto. Il prossimo a rassegnare le dimissioni potrebbe essere Wes Streeting, ministro della Sanità e figura emergente del Labour, indicato da diversi retroscenisti come possibile sfidante interno del premier, con cui si è visto ieri. La sua linea non è molto diversa da quella «blairiana» di Starmer. Eppure, al contrario dell’attuale primo ministro, Streeting è un comunicatore più capace e popolare. L’eventuale avvicendamento a Downing Street, tuttavia, non sarà rapido: per quanto il partito appaia sempre più spaccato, le sue regole interne rendono complicata una sostituzione immediata del leader.
Oltre al giovane Streeting, un altro candidato forte alla successione è Andy Burnham, storico esponente dell’ala sinistra del Labour e attuale sindaco di Manchester, oramai ex storica roccaforte del partito. Considerato più vicino all’elettorato popolare, Burnham potrebbe rappresentare una vera alternativa al moderatismo tecnocratico di Starmer. Il problema è che, numeri alla mano, la classe operaia si è chiaramente espressa a favore di Nigel Farage.
Dopo la batosta elettorale e l’avanzata travolgente di Nigel Farage, Keir Starmer ha scelto la strada dello scaricabarile. Anziché assumersi la responsabilità della crisi politica, economica e sociale che attraversa il Regno Unito dopo mesi di governo laburista, il premier britannico ha deciso di puntare il dito contro il bersaglio preferito dell’establishment europeista: la Brexit. E soprattutto contro l’uomo che più di ogni altro continua a incarnarla politicamente, cioè Farage, oggi vero vincitore delle urne britanniche. Nel suo intervento, Starmer ha attaccato frontalmente il leader di Reform Uk e l’eredità del referendum del 2016.
«Nigel Farage disse che la Brexit avrebbe reso la Gran Bretagna più ricca», ha dichiarato il premier, «e invece l’ha resa più povera». Poi l’affondo sull’immigrazione: Farage «disse che avrebbe ridotto i flussi, ma l’immigrazione è schizzata alle stelle». E ancora: la Brexit avrebbe dovuto rendere il Paese «più sicuro», mentre secondo Starmer «lo ha reso più debole».
Parole che suonano come un disperato tentativo di trovare un capro espiatorio dopo settimane difficilissime per Downing Street. Le amministrative e le elezioni locali, infatti, hanno certificato il crollo del consenso laburista e la contemporanea crescita di Reform Uk, ormai sempre meno forza di protesta e sempre più partito di massa con consensi strutturali. Non a caso, Starmer ha ammesso apertamente che gli elettori sono «frustrati dallo stato della Gran Bretagna». Eppure, anziché interrogarsi sugli effetti delle proprie politiche fallimentari, il leader laburista - assediato all’interno del suo stesso partito - si è abbandonato al gioco delle tre carte, trasformando ogni problema del presente in una conseguenza della Brexit.
L’operazione appare tanto più evidente in quanto Starmer, in realtà, non propone affatto un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea: nessuna ipotesi di rientro nell’Ue, nessun ritorno al mercato unico o all’unione doganale. Il premier, d’altronde, sa bene che una simile proposta sarebbe politicamente insostenibile e probabilmente suicida. Per questo motivo, la sua strategia sembra piuttosto quella di un graduale riavvicinamento politico e diplomatico a Bruxelles, soprattutto attraverso il rafforzamento dell’asse con Emmanuel Macron e Friedrich Merz, già cementato dalle numerose iniziative dei «volenterosi». Non è un caso che Starmer abbia parlato della necessità di «una nuova direzione per la Gran Bretagna» e di un rapporto più stretto con l’Europa. Una linea, questa, che rischia però di apparire scollegata dall’umore reale del Paese. Anche perché né Macron né Merz attraversano un momento particolarmente brillante sul fronte interno: il presidente francese continua a fare i conti con una popolarità fragile e continui cambi di governo, mentre il cancelliere tedesco è alle prese con un crescente malcontento che si riflette in sondaggi disastrosi per sé e il suo partito.
Nel frattempo è Farage a raccogliere i frutti della disfatta laburista, capitalizzando al massimo i fallimenti del governo sia sul fronte economico che su quello delle politiche migratorie. Tant’è che 55 parlamentari laburisti hanno esplicitamente chiesto le dimissioni di Starmer o che questi fissi una data per le sue dimissioni da primo ministro britannico. E più Starmer insiste nell’additare la Brexit come la causa principale di ogni singolo problema del Regno Unito, tanto più il leader di Reform Uk riesce a presentarsi come il bersaglio privilegiato di un establishment europeista che, a dieci anni esatti dal referendum, non ha ancora accettato il verdetto delle urne. Per questi signori, dopotutto, il popolo vota bene solo quando vota per loro.





