Berlino alza il livello di allerta sull’energia e porta la questione direttamente sul terreno della sicurezza nazionale. «La sicurezza degli approvvigionamenti energetici ha la massima priorità», ha scandito Friedrich Merz intervenendo all’apertura della Fiera di Hannover, a cui era presente anche il presidente brasiliano Lula.
In questo contesto, il cancelliere tedesco ha annunciato ieri la convocazione a breve del Consiglio nazionale di sicurezza. Un passaggio, questo, tutt’altro che formale: il governo federale si prepara a discutere la tenuta delle forniture di carburanti essenziali (diesel, benzina e cherosene) in un contesto internazionale sempre più instabile. «Dobbiamo garantire in ogni momento la disponibilità dei prodotti essenziali», ha aggiunto Merz, sottolineando che «economia e cittadini devono poter contare su forniture stabili».
Il Consiglio, istituito lo scorso anno, riunisce esecutivo e autorità di sicurezza, e può essere esteso anche ai Länder. In questa occasione, secondo quanto indicato dallo stesso Merz, sarà convocato pure il presidente della Bassa Sassonia, Stephan Weil, a conferma della volontà di coordinare la risposta alla crisi su più livelli. «Agiremo in stretto raccordo con i Länder e con tutti gli attori coinvolti», ha spiegato il cancelliere, ribadendo che «la sicurezza energetica è parte integrante della sicurezza del Paese». Il messaggio è chiaro: l’energia non è più soltanto una questione prettamente economica, ma un nodo strategico che incide direttamente sulla stabilità nazionale.
Dietro l’annuncio, d’altronde, c’è una preoccupazione concreta. La Germania, cuore industriale d’Europa, deve garantire continuità produttiva e sicurezza logistica, evitando interruzioni che potrebbero avere effetti a catena sull’intero sistema economico. «Non possiamo permetterci interruzioni nelle catene di approvvigionamento», ha avvertito il cancelliere, ricordando che «le tensioni internazionali rendono il quadro più incerto e richiedono un’attenta preparazione». Il riferimento, ovviamente, è alla crisi in Medio Oriente e alle sue ricadute sui mercati energetici globali.
A rendere ancora più evidente la portata del problema sono le indiscrezioni rilanciate da Die Welt, secondo cui ci sarebbe anche il rischio di carenze di cherosene per il settore dell’aviazione. La discussione, insomma, non verte più soltanto sui prezzi elevati, ma anche e soprattutto su eventuali difficoltà operative che possono investire infrastrutture cruciali. Sempre secondo il quotidiano tedesco, in effetti, il governo starebbe valutando un confronto diretto con tutti gli operatori del settore, dalle compagnie aeree ai gestori degli approvvigionamenti. L’idea, in pratica, è che occorre essere pronti a ogni scenario.
Il quadro, del resto, è reso più incerto dalla situazione geopolitica, con lo stallo delle trattative tra Washington e Teheran che ovviamente non aiuta. Le tensioni legate al dossier iraniano e alla sicurezza delle rotte energetiche internazionali - a partire dallo Stretto di Hormuz - continuano a pesare sulle aspettative dei mercati, alimentando volatilità e timori di possibili scossoni. In questo contesto, la scelta di Merz di convocare il Consiglio di sicurezza assume un significato preciso: anticipare gli scenari e preparare strumenti di intervento adeguati. «Non aspetteremo che la crisi si manifesti», è il senso politico dell’iniziativa, che punta a rafforzare la capacità di reazione del sistema tedesco.
Un approccio, quello di Merz, che contrasta ccon quello italiano. Mentre Berlino porta l’energia dentro il perimetro della sicurezza nazionale, Roma mantiene una linea più prudente, legata all’evoluzione dei prezzi. «Settanta euro al megawattora è la soglia per valutare un eventuale ritorno al carbone», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, chiarendo che «al di sotto di quel livello non c’è alcuna necessità di intervento». Allo stato attuale, ha aggiunto, «non c’è alcuna difficoltà negli approvvigionamenti», con il gas che viaggia intorno ai 40 euro.
Il carbone, sostiene Pichetto Fratin, resta una soluzione di emergenza: «È una misura residuale, che terremo pronta nel caso in cui i prezzi dovessero salire». Una linea accompagnata da altre due precisazioni: «Non torneremo al gas russo» e, inoltre, «eventuali decisioni saranno prese in un quadro europeo condiviso». Si tratta di un’impostazione che, nei fatti, rinvia ogni scelta a un eventuale peggioramento del quadro energetico.
Il confronto tra le due impostazioni è evidente. Da un lato la Germania, che si prepara a gestire la crisi prima che si manifesti in tutta la sua portata, trattando l’energia come un tema di sicurezza strategica non solo industriale. Dall’altro l’Italia, che lega le proprie mosse a una soglia di prezzo e a un’eventuale emergenza futura, mantenendo un approccio attendista.
La domanda, a questo punto, si pone da sola: bisogna davvero aspettare che il gas tocchi quota 70 euro per intervenire? Come recita un noto adagio popolare, del resto, prevenire è meglio che curare.
Mentre Donald Trump continua a polemizzare con gli alleati europei, al di qua dell’Atlantico si rafforza sempre di più l’asse tra Parigi e Londra, con il Vecchio continente che si muove di conseguenza.
Il vertice dei «volenterosi di Hormuz» andato in scena ieri all’Eliseo, infatti, ha rivelato chi è che mena davvero le danze: sono Francia e Regno Unito, con Emmanuel Macron e Keir Starmer nella doppia veste di anfitrioni e registi dell’operazione navale che intende sorvegliare lo Stretto, che è notoriamente uno snodo cruciale e imprescindibile per il commercio energetico mondiale. L’obiettivo condiviso della «coalizione dei volenterosi», non a caso, è la riapertura della rotta e il ripristino della libertà di navigazione, in un contesto che continua a intrecciarsi con il più ampio negoziato Usa-Iran sul Medio Oriente.
A dettare la linea, come detto, sono stati sin da subito Macron e Starmer, ossia i promotori dell’iniziativa. «Il nostro scopo è la riapertura del canale di Hormuz nell’ambito della guerra che interessa la regione», ha spiegato Macron, sottolineando come «il blocco dello stretto avviato dall’Iran abbia conseguenze particolarmente gravi nel mondo intero». Il presidente francese ha parlato di un «messaggio di speranza» ma anche di «unità» della comunità internazionale, chiamata a garantire la sicurezza marittima in un passaggio da cui dipende una quota decisiva degli scambi energetici globali.
Sulla stessa linea Starmer, che ha posto l’accento sulla dimensione operativa della coalizione. «Accogliamo positivamente l’annuncio» iraniano sulla riapertura, «ma abbiamo bisogno di accertarci che questo accordo sia durevole e funzionale». Il premier britannico ha chiarito che «la missione che abbiamo predisposto è difensiva e segue il cessate il fuoco», ribadendo che «lo Stretto deve essere riaperto e senza pedaggi» perché «il mondo intero ha bisogno di una soluzione». Non solo sicurezza, dunque, ma anche stabilità economica: «Abbiamo bisogno di uno stretto totalmente aperto», ha aggiunto, «perché è così che possiamo mantenere i prezzi bassi ed evitare ulteriori danni».
A pesare nell’ambito del summit è stata anche la voce di Giorgia Meloni. Il premier italiano ha evidenziato l’urgenza di agire per risolvere una questione cruciale a livello mondiale: «La libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz è una questione assolutamente centrale per l’Italia, per l’Europa, per la comunità internazionale nel suo complesso. Si tratta di affermare un principio cardine del diritto internazionale». Un principio che ha anche un impatto diretto sull’economia globale: «Dallo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquido, ma non solo: basti pensare ai fertilizzanti, da cui dipende la sicurezza alimentare di milioni di persone».
Il presidente del Consiglio ha inoltre collegato la riapertura dello Stretto al quadro negoziale più ampio: «Riaprire Hormuz significa costruire un elemento essenziale per qualsiasi soluzione del conflitto mediorientale», sottolineando che «la riapertura è parte di qualsiasi serio progetto di negoziato». Ma sul piano operativo la Meloni ha fissato paletti precisi: «L’Italia offre la sua disponibilità a mettere a disposizione proprie unità navali», ha detto, «chiaramente sulla base di una necessaria autorizzazione parlamentare per quelle che sono le nostre regole costituzionali». Un passaggio, questo, che introduce un elemento di cautela nell’allestimento della missione, in linea con una presenza che - ha precisato - potrà essere avviata «soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità» e con «una postura esclusivamente difensiva».
La linea italiana, dopotutto, si sposa bene con quella tedesca. Anche Friedrich Merz, infatti, ha indicato condizioni stringenti per un eventuale coinvolgimento di Berlino, parlando della necessità di «una forte base giuridica», di un via libera «del Parlamento tedesco» e di «una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». La Germania, ha aggiunto il cancelliere, potrebbe contribuire in particolare alle operazioni di sminamento, uno degli aspetti tecnici più delicati per garantire la sicurezza della navigazione.
La Meloni ha poi insistito sulla dimensione europea dell’iniziativa. Il vertice di Parigi, ha spiegato l’inquilina di Palazzo Chigi, «dimostra come l’Europa sia pronta a fare la sua parte nel quadro della sicurezza internazionale insieme ai suoi partner», all’interno di «uno sforzo più ampio» che riguarda non solo il Medio Oriente, ma anche altri teatri di crisi. Un ruolo che, peraltro, si traduce anche in strumenti concreti: l’Unione, ha ricordato la Meloni, è già impegnata con missioni come Aspides, che «può rappresentare un’esperienza preziosa» per quanto si sta pianificando nello Stretto. Su questo punto sono intervenute anche Ursula von der Leyen, che ha sottolineato il contributo dell’Ue nella condivisione dei dati satellitari, e Kaja Kallas, la quale ha rimarcato che «Aspides è già operativa e può essere rapidamente potenziata».
Insomma, l’Europa anglofrancese si è mossa per difendere i suoi interessi vitali che passano per Hormuz. Anche se, va detto, è entrata in gioco solo in zona Cesarini. E non è detto che basti la solita manifestazione di buone intenzioni, dato che la vera partita si sta giocando altrove. Sullo sfondo rimane la questione italiana: andata in frantumi la relazione privilegiata con Trump, per Roma unirsi ai «volenterosi» significa di fatto riallinearsi pericolosamente a Bruxelles. E il rischio concreto è quello di ritrovarsi a intonare un grottesco e avvilente «più Europa».
- Il tycoon furioso per il mancato sblocco di Hormuz. Iran fermo. La minaccia Usa: «Stiamo caricando le migliori munizioni».
- Al via oggi il fragilissimo tavolo a Islamabad. Vance al regime: «Non ci prenda in giro».
Lo speciale contiene due articoli.
Gli Stati Uniti si preparano ai colloqui previsti oggi a Islamabad. E la Casa Bianca guarda con interesse soprattutto alla delicata questione di Hormuz. «Ci sono notizie secondo cui l’Iran starebbe imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz: è meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, è meglio che smettano subito!», ha affermato Donald Trump su Truth. «L’Iran sta facendo un pessimo lavoro, qualcuno direbbe vergognoso, nel permettere al petrolio di attraversare lo Stretto di Hormuz. Questo non è l’accordo che abbiamo», ha anche detto. «Gli iraniani sembrano non rendersi conto di non avere altre carte da giocare se non quella di estorcere denaro al mondo a breve termine, usando le vie di navigazione internazionali. L’unica ragione per cui sono ancora in vita è per negoziare!», ha poi rincarato la dose, sostenendo che Teheran sarebbe più brava a gestire le pubbliche relazioni che a combattere. D’altronde, sempre ieri, l’esercito iraniano ha annunciato di voler mantenere l’iniziativa per il «controllo» dello Stretto.
Non è del resto un mistero che la questione di Hormuz aleggi pesantemente sui colloqui pakistani. Agli occhi di Trump, l’apertura dello Stretto è necessaria per abbassare strutturalmente il costo dell’energia e, in particolare, il prezzo della benzina negli Stati Uniti: un obiettivo cruciale per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Basti pensare che ieri è stato rivelato che, a marzo, l’inflazione Oltreatlantico è salita dello 0,9% rispetto a febbraio proprio a causa del conflitto contro Teheran. «Ci aspettiamo una rapida riduzione dei prezzi dell’energia una volta che lo Stretto sarà riaperto. Attualmente ci sono navi che lo attraversano, ma a circa il 10% del ritmo normale. Una volta tornati al ritmo normale, prevediamo che la situazione si normalizzerà», ha affermato, sempre ieri, il direttore del National Economic Council della Casa Bianca, Kevin Hassett. «Abbiamo mandato la squadra migliore in Pakistan per negoziare con gli iraniani, e abbiamo anche piani di riserva, se necessario», ha aggiunto. È in questo quadro che il premier britannico, Keir Starmer, ha detto di aver discusso con Trump delle «capacità militari» e della «logistica» per il transito nello Stretto.
Insomma, l’atteggiamento di Teheran su Hormuz sta irritando non poco l’inquilino della Casa Bianca. Dall’altra parte, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che, prima dell’avvio dei negoziati con Washington, la Repubblica islamica si aspetta che vi sia un cessate il fuoco in Libano, oltre al «rilascio dei beni iraniani bloccati». Se i nodi sul tavolo non sono pochi, JD Vance, poco prima di partire per Islamabad (dove oggi guiderà il team negoziale statunitense), ha mostrato un cauto ottimismo. «Attendiamo con interesse la fase di negoziazione. Credo che sarà positiva. Vedremo, ovviamente», ha dichiarato. «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, noi siamo certamente disposti a tendere la mano», ha proseguito, per poi aggiungere: «Se proveranno a metterci in difficoltà, scopriranno che il team negoziale non è molto disponibile».
Chiaramente, oltre a Hormuz, gli americani oggi punteranno a discutere di vari argomenti: dalla liberazione dei cittadini statunitensi detenuti in Iran alla questione dell’arricchimento dell’uranio, senza dimenticare il programma missilistico del regime khomeinista e i suoi pericolosi proxy regionali. Teheran, dal canto suo, mirerà soprattutto a far leva su un punto: la richiesta di revoca delle sanzioni internazionali. Date queste premesse, e a meno che i negoziati non saltino all’ultimo momento, Trump ha comunque intenzione di trattare con la pistola poggiata sul tavolo. «Stiamo caricando le navi con le migliori munizioni, le migliori armi mai realizzate», ha detto ieri, parlando col New York Post. «Se non raggiungeremo un accordo, le utilizzeremo, e le utilizzeremo in modo molto efficace», ha proseguito. «Lo scopriremo tra circa 24 ore. Lo sapremo presto», ha altresì affermato, quando gli è stato chiesto se i colloqui avranno successo.
Ciò detto, Trump non sta mettendo sotto pressione soltanto Teheran. Il presidente americano sta infatti ponendo dei paletti anche a Benjamin Netanyahu. Ieri, la Cnn ha rivelato che, poco prima che il premier israeliano annunciasse dei colloqui diretti con il Libano due giorni fa, Trump avrebbe avuto una telefonata «tesa» con lui. «Netanyahu ha capito che, se non avesse chiesto colloqui diretti con il Libano, Trump avrebbe potuto semplicemente dichiarare un cessate il fuoco», ha riportato la testata. D’altronde, pur avendo ufficialmente escluso che l’accordo di tregua con l’Iran includesse il Libano, il presidente americano temeva che i bombardamenti israeliani sul Paese dei cedri potessero far saltare il tavolo diplomatico con Teheran. È quindi in questo senso che ha spinto Netanyahu ad attenuare gli attacchi e ad avviare trattative con Beirut. Il destino dell’iniziativa diplomatica statunitense con l’Iran naviga tra Scilla e Cariddi. La strada è in salita, certo. Ma non è detto che, alla fine, Vance non riesca a portare a casa qualche risultato concreto.
Teheran all’America: «I colloqui? Stop ai raid e sbloccate gli asset»
Islamabad blindata, strade deserte, posti di blocco sulle arterie principali e sicurezza rafforzata con l’invio di truppe e forze dell’ordine. La capitale pachistana si prepara ai colloqui tra Stati Uniti e Iran con misure eccezionali, mentre il governo ha imposto due giorni festivi per limitare gli spostamenti. I negoziati, in teoria, dovrebbero partire oggi. In pratica, restano appesi a un filo.
L’incertezza è totale. Da un lato è attesa la delegazione americana guidata dal vicepresidente JD Vance, dall’altro Teheran continua a non confermare la propria presenza, lasciando intendere che tutto dipenderà dal rispetto di alcune condizioni. «Finché gli Stati Uniti non rispetteranno il loro impegno a un cessate il fuoco su tutti i fronti, i negoziati restano in sospeso», ha fatto sapere una fonte citata dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran. Un messaggio che, già alla vigilia, mette in dubbio l’avvio stesso del tavolo di confronto. Washington prova comunque a mostrarsi fiduciosa: «Non vediamo l’ora che inizino i negoziati. Credo che saranno positivi», ha detto Vance ai giornalisti prima della partenza. L’apertura, però, è accompagnata da un avvertimento molto chiaro: «Se gli iraniani sono disposti a negoziare in buona fede, siamo pronti a tendere la mano. Se invece cercheranno di prenderci in giro, scopriranno che la nostra delegazione non è poi così disponibile». Una linea che combina disponibilità e fermezza, nel tentativo di tenere aperto il dialogo senza concedere margini a manovre dilatorie.
Sul fronte iraniano, il tono resta decisamente più rigido. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha ribadito che lo svolgimento dei colloqui è «subordinato all’ottenimento di garanzie» sul rispetto del cessate il fuoco. Ancora più esplicito il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, destinato a guidare la delegazione insieme al ministro degli Esteri, Abbas Araghchi: «Due delle misure concordate», ha dichiarato Ghalibaf, «devono essere ancora attuate: un cessate il fuoco su tutti i fronti e il rilascio degli asset iraniani bloccati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima che i negoziati inizino». Condizioni che, di fatto, trasformano l’avvio del dialogo in un passaggio tutt’altro che scontato.
A complicare ulteriormente il quadro c’è anche la confusione sulle stesse tempistiche. Il Wall Street Journal aveva parlato ieri di una delegazione iraniana già arrivata a Islamabad, ma la notizia è stata smentita da Teheran. «Sono completamente false», ha assicurato una fonte iraniana, precisando che i colloqui restano «in fase di revisione e pianificazione». Un cortocircuito informativo che fotografa bene il clima attorno al negoziato: nulla è davvero confermato, tutto può ancora saltare.
Nel frattempo, sul tavolo si accumulano dossier destinati a complicare ulteriormente il confronto. Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti intendono inserire nelle trattative anche il tema del rilascio dei detenuti americani in Iran, allargando così il perimetro del negoziato oltre la sola questione della tregua. Un elemento che rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni e di rendere ancora più difficile trovare un’intesa rapida.
E non è l’unico fattore di pressione. Da Washington arriva anche un avvertimento sul possibile coinvolgimento di altri attori globali. Il rappresentante commerciale americano, Jamieson Greer, ha sottolineato che un eventuale ingresso della Cina nel dossier iraniano «complicherebbe il quadro», segnalando il rischio che il confronto tra Stati Uniti e Iran possa trasformarsi in una partita più ampia sul piano geopolitico.
Insomma, tutto rimane appeso a un filo. Lo dimostra anche il messaggio arrivato dal Comando centrale iraniano: le forze armate di Teheran tengono «il dito sul grilletto» e qualsiasi nuovo attacco contro Hezbollah e il Libano «avrà una risposta devastante e dolorosa».





