Quando nell’ottobre del 2022 acquistò Twitter, poi ribattezzato X, Elon Musk spiegò più volte quale fosse il suo obiettivo: trasformare la piattaforma in uno spazio libero capace di sfidare il monopolio culturale e informativo dei media tradizionali. Secondo il miliardario americano, troppo spesso le grandi testate selezionano o filtrano le notizie attraverso una lente ideologica, enfatizzando alcuni fatti e ignorandone altri.
Comunque la si pensi su Musk e il suo stile comunicativo, negli ultimi mesi due vicende sembrano aver dato sostanza concreta a questa promessa: l’omicidio di Iryna Zarutska negli Stati Uniti e quello di Henry Nowak nel Regno Unito. Due storie tragiche che, almeno inizialmente, avevano ricevuto una copertura relativamente limitata rispetto alla loro gravità e che sono diventate casi di respiro internazionale soprattutto grazie all’intervento del proprietario di X.
Iryna Zarutska era una giovane rifugiata ucraina residente nel Connecticut. Nell’estate del 2025 fu assassinata in metropolitana in maniera efferata, con il video dell’omicidio che suscitò un’ondata di indignazione. A rendere la vicenda ancora più controversa - e «censurabile», per qualcuno - era il profilo dell’uomo accusato dell’omicidio: un afroamericano pluripregiudicato con alle spalle ben 14 precedenti (anche per reati gravi) che non avrebbe dovuto trovarsi in libertà.
Nonostante la brutalità del delitto e le polemiche sulle responsabilità delle autorità, la storia rimase inizialmente confinata soprattutto alla cronaca locale e all’infosfera dei social. Fu allora che Musk iniziò a occuparsene personalmente. Attraverso una serie di post su X denunciò il silenzio delle grandi testate giornalistiche, arrivando a osservare che una ricerca del nome di Zarutska sul sito del New York Times non produceva alcun risultato. Ma il suo intervento non si limitò ai social. Musk sostenne economicamente una campagna commemorativa dedicata alla giovane ucraina, contribuendo con un milione di dollari alla realizzazione di murales e iniziative pubbliche in sua memoria. La vicenda, rilanciata a ripetizione sulla piattaforma, uscì così dal circuito dei social per diventare oggetto di un dibattito internazionale sulle responsabilità della giustizia, sulla gestione dei criminali recidivi e sul silenzio assordante dei grandi media.
Uno schema simile si è ripetuto nel caso di Henry Nowak, lo studente britannico di 18 anni ucciso a Southampton nel dicembre 2025 da Vickrum Digwa, un sikh britannico che l’accoltellò durante una rapina. Per sfuggire alla giustizia, l’imputato sostenne di aver pugnalato lo studente per difendersi da un’aggressione a sfondo razziale. Tuttavia, i giudici hanno dimostrato che era tutta una montatura, tanto che Digwa è stato condannato all’ergastolo per omicidio. A suscitare indignazione, in particolare, è stato anche il comportamento della polizia, che non soccorse Nowak, ma lo ammanettò credendo alle menzogne dell’assassino.
Anche in questo caso, diffondendo il video dell’arresto dello studente inglese, Musk ha trasformato una vicenda locale in una questione di rilevanza mondiale. Con una serie di post pubblicati su X, il magnate ha accusato apertamente le autorità britanniche di aver trattato il caso con leggerezza e si è chiesto perché la morte di Nowak non abbia suscitato il polverone mediatico che è stato invece riservato a George Floyd. «Questo povero ragazzo stava scappando da chi lo aveva accoltellato e derubato del telefono, ma la polizia britannica ha aggredito lui invece del suo assassino», ha scritto Musk in uno dei suoi post più virali. Non solo: il patron di X si è detto disposto a finanziare un’azione legale della famiglia di Nowak contro le autorità coinvolte. Insomma, Musk potrà piacere o non piacere come personaggio. Ma una cosa è certa: la promessa di utilizzare X come strumento di controinformazione non è rimasta lettera morta.
Cinque anni fa il Canada e gran parte dell’Occidente furono attraversati da un’ondata di indignazione e sgomento. Giornali, televisioni, governi e istituzioni religiose parlarono di «resti di bambini», «tombe anonime», «fosse comuni» e di una nuova prova delle sevizie perpetrate dall’«uomo bianco» contro gli indiani d’America. Oggi, però, a distanza di cinque anni dall’annuncio che fece il giro del mondo, resta un dato difficilmente contestabile: a Kamloops, nella Columbia britannica, non è stato rinvenuto alcun resto umano.
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
La Corte di Leeds ha emesso ieri una sentenza storica: 20 persone, per la stragrande maggioranza uomini di origine pachistana, sono state condannate complessivamente a 277 anni di reclusione per aver stuprato e abusato sessualmente di ragazze minorenni, una delle quali aveva appena 12 anni. I fatti si sono consumati tra il 1995 e il 2003 nell’area di Kirklees, nel West Yorkshire. I verdetti sono arrivati al termine di ben sei processi separati e sono stati resi pubblici solo ora.
Secondo le ricostruzioni dell’accusa, le minorenni venivano adescate, drogate con cocaina, eroina e altre sostanze pesanti, e poi «trattate come oggetti a disposizione di predatori senza scrupoli». La polizia del West Yorkshire ha definito gli abusi «veramente orribili» e ha lodato pubblicamente la forza morale delle vittime: «Queste donne hanno dimostrato un coraggio straordinario nel testimoniare durante processi lunghi e difficili. Devono provare orgoglio per la determinazione con cui hanno cercato giustizia e nel vedere finalmente dietro le sbarre persone che non hanno posto nella nostra società».
Tra le pene più pesanti figurano i 28 anni inflitti a Sajid Majid, 53 anni, per cinque stupri e tre aggressioni sessuali; i 25 anni a Manaf Hussain, 51 anni, per sei stupri e spaccio di droga; e i 24 anni a Tariq Azam, 57 anni, per cinque stupri e quattro aggressioni sessuali. Tra i condannati c’è anche Ibrahim Khalifa, 87 anni, che dovrà scontare 11 anni e che, vista l’età, con ogni probabilità morirà in carcere. L’unica donna del gruppo, Donna Lynn, 45 anni, ha invece ricevuto tre anni per sfruttamento della prostituzione.
Questo caso agghiacciante si inserisce in un fenomeno ormai ben documentato nel Regno Unito: quello delle temute grooming gang. Si tratta di bande organizzate, attive soprattutto nel Nord dell’Inghilterra - da Rotherham a Rochdale, da Telford a Oxford, fino a Huddersfield - che per anni hanno sfruttato sistematicamente migliaia di ragazze vulnerabili, perlopiù bianche britanniche. In moltissimi di questi scandali, gli autori erano prevalentemente uomini di origine pachistana.
Inchieste indipendenti come quella condotta dall’accademica scozzese Alexis Jay sulla cittadina di Rotherham - dove si stimano circa 1.400 vittime tra il 1997 e il 2013 - hanno mostrato una chiara sovrarappresentazione del gruppo etnico pachistano. Il punto più inquietante, però, è che autorità locali, servizi sociali e forze di polizia hanno spesso minimizzato o ignorato questi abusi per paura di essere accusati di razzismo, lasciando così le vittime alla mercé dei loro aguzzini. E non si trattava di pochi criminali isolati, ma di vere e proprie reti organizzate che condividevano vittime, luoghi e metodologie: regali, alcol, droga, violenze ripetute e minacce. Le ragazze venivano considerate «sporche» e quindi facili prede, in un intreccio di misoginia, senso di impunità e disprezzo culturale nei confronti delle donne occidentali.
Naturalmente, sarebbe assurdo attribuire responsabilità collettive all’intera comunità pachistana. Ma negare per anni la dimensione etnica e culturale del fenomeno, come ha fatto gran parte della sinistra britannica, ha oggettivamente ostacolato la comprensione del problema e ritardato gli interventi delle autorità competente. Il timore di «stigmatizzare una comunità», infatti, ha spesso finito per proteggere gli autori degli abusi anziché le vittime. Ed è per questo che oggi, nel Regno Unito, cresce il dibattito sul fallimento delle politiche multiculturaliste, sul controllo dell’immigrazione e sulla necessità di mettere la tutela dei minori davanti a qualsiasi sensibilità ideologica o battaglia «antirazzista». La giustizia ha finalmente dato una risposta alle vittime di Kirklees. Resta ora da capire se la politica britannica avrà il coraggio di trarne le dovute conseguenze.





