- Il presidente Usa minaccia la teocrazia: «Finora ho risparmiato gli impianti petroliferi». Poi fa un bilancio: «Armi del nemico decimate». E sui presunti aiuti di Putin: «Difficile recriminare, noi lo abbiamo fatto con Kiev». Witkoff apre un canale con il ministro iraniano.
- Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Da giorni, voci lo danno in Russia per ricevere cure. Teheran: «Non vogliamo tregue».
Lo speciale contiene due articoli.
Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
- Gli Usa: «Operazione riuscita, infrastrutture petrolifere risparmiate, per ora». Il regime teme un’invasione di terra.
- Emirati nel mirino: «Intercettati nove razzi e 33 droni». Colpito il consolato a Erbil. Stessa sorte per l’ambasciata Usa a Baghdad. E Teheran minaccia pure l’Ucraina.
Lo speciale contiene due articoli
Dopo essere stata risparmiata per due settimane dagli attacchi americani e israeliani, l’isola iraniana di Kharg è stata colpita dagli Usa, che mirano a ripristinare la sicurezza di Hormuz, ma anche a colpire il cuore dell’economia iraniana.
Conosciuta dalla popolazione come «l’isola proibita» per via dei controlli militari serrati, Kharg dista solo 24 chilometri dalla costa iraniana e 483 dallo Stretto di Hormuz. E nonostante le piccole dimensioni, l’isola è di vitale importanza per il regime: gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano. Dal terminale transitano tra 1,3 e 1,6 milioni di barili al giorno. Grazie alle acque profonde che la circondano, consente l’attracco di superpetroliere che dall’isola risalgono il Golfo, passando in mezzo allo Stretto, con le destinazioni principali in Asia, in primis la Cina.
Ad annunciare nella notte il raid è stato il presidente americano, Donald Trump: «Su mio ordine, il Comando centrale Usa ha condotto uno dei più potenti bombardamenti nella storia del Medio Oriente, annientando completamente ogni obiettivo militare sull’isola di Kharg, gioiello della corona iraniana». E pur spiegando di «non aver distrutto le infrastrutture petrolifere» per «ragioni di decenza», ha avvertito il regime che riconsidererà «immediatamente questa decisione» qualora «l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto».
Chi è entrato più nello specifico degli obiettivi presi di mira è stato il Comando centrale delle forze armate statunitensi (Cencom): «L’attacco ha distrutto depositi di mine navali, bunker per missili e numerosi altri siti militari». Si parla di «oltre 90 obiettivi militari iraniani» colpiti a Kharg. E anche il Centcom ha confermato che sono state «preservate le infrastrutture petrolifere».
Sull’isola, stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono state sentite almeno 15 esplosioni. E a essere stati bersagliati sarebbero una postazione di difesa aerea, una base navale, la torre di controllo dell’aeroporto, un hangar per elicotteri di una compagnia petrolifera offshore. Altri media iraniani hanno confermato che le infrastrutture petrolifere non hanno subito danni, con le esportazioni di petrolio che da Kharg, quindi, continuano «senza interruzioni». Il vicegovernatore della provincia di Bushehr, nel Sud dell’Iran, Ehsan Jahanian, ha anche dichiarato che «nessun militare, dipendente di compagnie petrolifere o residente dell’isola ha subito perdite nell’attacco». Nel frattempo, il comandante della Marina del corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, Alireza Tangsiri, ha sostenuto che lo Stretto di Hormuz «non è ancora stato bloccato militarmente» ma è sotto «il controllo» iraniano.
Se da una parte questa è la fotografia attuale, dall’altra si rincorrono voci su un’eventuale invasione di terra degli americani che porterebbe a un’ulteriore escalation e a pericolose conseguenze per l’economia globale. Il Pentagono ha infatti inviato nel Golfo una task force che include una nave d’assalto anfibio e unità di appoggio. Si parla di almeno 2.000 Marines a bordo, oltre agli elicotteri e ai caccia F-35. Il target potrebbe essere l’isola di Kharg, ma anche le tre piccole isole situate al centro dello Stretto di Hormuz. Il dipartimento della guerra degli Stati Uniti si è però rifiutato di commentare queste indiscrezioni. A esporsi su questo scenario è stato il parlamentare iraniano, Manouchehr Mottaki, che ha dichiarato: «Se osano commettere un simile atto e occupare una parte del nostro territorio, perché non dovremmo andare in una parte del loro territorio, che ora esiste sotto forma delle loro basi regionali, effettuare un atterraggio con gli elicotteri e catturare le loro forze?».
È evidente che lo stato di salute dell’isola è legato a doppio filo alla tenuta economica del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. Già nel 1984, nel pieno della guerra tra Iran e Iraq, un documento della Cia sottolineava: «Gli impianti petroliferi sull’isola di Kharg sono i più vitali del sistema petrolifero iraniano e il loro continuo funzionamento è essenziale per il benessere economico dell’Iran e per la sua capacità di finanziare lo sforzo bellico contro l’Iraq». Qualche anno prima, nel 1979, nel pieno della cosiddetta crisi degli ostaggi in Iran, il presidente americano Jimmy Carter aveva valutato i piani dei generali per conquistare l’isola, salvo poi non ordinare gli attacchi su Kharg. Tornando al presente, recentemente il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid ha spiegato che la distruzione del terminal «paralizzerebbe l’economia iraniana» e addirittura «rovescerebbe il regime».
L’isola, anche in virtù della geopolitica marittima, è estremamente militarizzata, con l’accesso che è sorvegliato dal Corpo delle guardie rivoluzionarie e dalla Marina, inclusa la 112° brigata di combattimento di superficie Zolfaghar. Come riporta Iran international, questa unità opera con motovedette d’attacco rapido. Le imbarcazioni sono anche equipaggiate con missili antinave, razzi e mine navali. A ciò si aggiungono lanciatori costieri di missili e sistemi radar, ma anche reti di sorveglianza e basi per droni con lo scopo di tenere sotto controllo le attività presenti nel Golfo Persico settentrionale.
La frattura tra Washington e Londra è ormai sfociata in uno scontro politico aperto. Dopo le dure accuse lanciate nei giorni scorsi da Donald Trump, ieri il premier britannico Keir Starmer ha risposto al tycoon per le rime, rivendicando la scelta di Londra di non partecipare agli attacchi contro Teheran.
«Il Regno Unito non è coinvolto negli attacchi contro l’Iran perché ha imparato la lezione della guerra in Iraq», ha dichiarato il leader laburista, intervenendo a un evento con i rappresentanti delle comunità pachistane e palestinesi in occasione del Ramadan. Starmer ha sottolineato la necessità di «pace, giustizia e sicurezza in Medio Oriente», ricordando che «abbiamo già perso troppe vite, tra cui donne e bambini a Gaza».
Le parole del premier britannico arrivano come risposta alle bordate di Trump, che il giorno precedente aveva messo sotto accusa Londra in un’intervista al Sun. Il presidente americano aveva parlato senza mezzi termini di una crepa nella storica alleanza angloamericana: «Era la relazione più solida di tutte ed è molto triste vedere che, evidentemente, non è più quella di una volta», aveva affermato Trump, lamentando la scarsa collaborazione del governo laburista nelle operazioni contro Teheran. La critica di Trump, però, non si era fermata qui. Dallo Studio Ovale il presidente aveva accusato il governo britannico di aver rallentato la cooperazione militare con gli Stati Uniti: «Non sono contento del Regno Unito, ci sono voluti tre o quattro giorni per capire dove potevamo atterrare». Poi l’affondo più umiliante: «Starmer? Non abbiamo certo a che fare con Winston Churchill».
Lo scontro con Washington, peraltro, arriva in un momento politicamente delicato per Starmer anche sul piano interno. Un sondaggio YouGov ha certificato una scossa profonda nel sistema politico britannico: per la prima volta conservatori e laburisti sono stati superati da due forze alternative, Reform Uk di Nigel Farage e i Verdi di Zack Polanski. Questo dato, inedito nella storia recente della Gran Bretagna, riflette una crescente frammentazione dell’elettorato e arriva pochi giorni dopo la sconfitta subita dal Labour alle elezioni suppletive di Manchester, dove i Verdi sono riusciti a espugnare una roccaforte storica del partito laburista intercettando corposi segmenti di elettorato urbano e musulmano, particolarmente sensibili alle posizioni sulla guerra a Gaza.
Come se non bastasse, nelle stesse ore il Labour - già provato per le dimissioni di Peter Mandelson a causa dei suoi legami con Jeffrey Epstein - è stato travolto dall’ennesimo scandalo. Nel Regno Unito, infatti, tre uomini sono stati arrestati con l’accusa di aver collaborato con i servizi segreti cinesi nell’ambito di attività di interferenza politica. Tra loro figura anche David Taylor, marito della deputata laburista scozzese Joani Reid: una circostanza che ha inevitabilmente imbarazzato il partito di Starmer e riacceso il dibattito sulle vulnerabilità dell’establishment britannico di fronte alle pressioni di potenze straniere ostili. Sarà anche per questo che, alla fine, le pressioni di Trump hanno avuto effetto: come riportato dal Telegraph, «nel giro di pochi giorni» i bombardieri stealth statunitensi B-2 atterreranno nella base britannica di Diego Garcia e in quella della Raf Fairford, nel Gloucestershire, per unirsi agli attacchi contro l’Iran.
Se Londra piange, Madrid di certo non ride. Anche Pedro Sánchez è stato accusato da Trump di aver ostacolato le operazioni contro l’Iran rifiutando l’utilizzo delle basi militari statunitensi sul territorio spagnolo. La Casa Bianca ha persino minacciato di «tagliare tutti gli accordi commerciali» con la Spagna, accusando il governo socialista di sabotare l’unità dell’Occidente. Sánchez, però, ha respinto le accuse, rilanciando con forza lo slogan «No alla guerra». In una dichiarazione dalla Moncloa, il leader socialista ha rivendicato la scelta di non autorizzare l’uso delle basi congiunte di Rota e Morón per l’operazione militare contro l’Iran e ha evocato il precedente dell’invasione dell’Iraq: «Un’altra amministrazione statunitense ci trascinò 23 anni fa in una guerra ingiusta», ha affermato Sánchez, sostenendo che quel conflitto produsse «più terrorismo e più instabilità».
Anche sulla minaccia dei dazi Sánchez ha risposto con fermezza: «Non saremo complici di qualcosa che danneggia tutto il mondo per paura di ritorsioni». Questa posizione così netta, tuttavia, sta alimentando forti polemiche sul piano interno. Il Partito popolare spagnolo, infatti, ha accusato Sánchez di condannare la Spagna all’isolamento e, anzi, ha chiesto che il premier riferisca presto al Congresso. Nella serata di ieri, la Casa bianca ha affermato di aver convinto Madrid a cooperazione con gli Usa. Una notizia però smentita dalla Spagna in pochi secondi.
Come nel caso britannico, anche lo scontro di Madrid con Washington è intrecciato alle dinamiche interne spagnole. Con la legislatura in scadenza e diversi dossier aperti, Sánchez ha scelto di rispolverare il motto che animò le piazze spagnole nel 2003 contro la guerra in Iraq, sperando così di ricompattare il frastagliato fronte di sinistra. Una linea che, non a caso, ha trovato sponde anche fuori dalla Spagna: la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha dichiarato di condividere la posizione del premier socialista di fronte alle minacce commerciali di Trump. Intanto, a Bruxelles, il caso è già arrivato sul tavolo delle istituzioni europee. Alla Conferenza dei capigruppo del Parlamento Ue, però, un asse tra popolari, conservatori e patrioti ha bocciato la proposta dei Verdi, che avevano chiesto di aprire un dibattito in plenaria sulle minacce di sanzioni americane contro la Spagna.




