Ieri sera si è tenuto a Bruxelles il vertice informale dei capi di Stato e di governo dell’Unione europea, convocato dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, per discutere delle relazioni transatlantiche alla luce delle tensioni degli ultimi giorni sulla Groenlandia. La riunione è stata confermata nonostante il clima apparisse «più positivo» rispetto alle 24 ore precedenti, dopo la parziale marcia indietro annunciata da Donald Trump a Davos sulle minacce di dazi e sull’uso della forza. Come hanno fatto trapelare alcune fonti europee, proprio questo miglioramento del contesto ha reso comunque «rilevante» il confronto tra i leader, chiamati a fare i conti con quella che a Bruxelles viene ormai definita una «nuova normalità» nelle relazioni con Washington: più imprevedibile e segnata da ricorrenti elementi di instabilità.
Secondo le stesse fonti, la discussione si è concentrata su come stabilizzare il rapporto con gli Stati Uniti e su quali lezioni politiche trarre dagli sviluppi degli ultimi giorni. Da un lato, è stato rivendicato il coordinamento rapido tra gli Stati membri dopo le minacce americane. Dall’altro, è riemerso con forza il tema dell’«autonomia strategica» europea. «L’altra lezione è che l’Ue deve accelerare sulla sua autonomia strategica», hanno infatti sottolineato funzionari europei, precisando però che questo percorso resta inscindibile dal quadro delle relazioni transatlantiche».
La distensione annunciata da Trump dal palco di Davos, con l’esclusione dell’uso della forza e la rinuncia ai dazi immediati contro alcuni partner europei, ha contribuito soprattutto ad abbassare la tensione alla vigilia del Consiglio europeo, senza però modificare l’agenda americana. Come riferito da fonti citate da Politico, la svolta della Casa Bianca «toglie pressione» al vertice, ma non elimina la necessità di una discussione di fondo sui rapporti con Washington. In questo quadro, il dossier Groenlandia viene sempre più considerato come un problema di sicurezza da affrontare in ambito Nato, piuttosto che come una questione da gestire esclusivamente con strumenti comunitari. Non a caso, al vertice informale non erano previsti ospiti esterni e il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, non ha partecipato.
Da parte italiana, Antonio Tajani ha ribadito proprio ieri che «tutto ciò che riguarda l’Artico deve essere affrontato in sede europea e in sede Nato». Del resto, ha ricordato il ministro degli Esteri, la strategia italiana per l’Artico individua proprio nella cooperazione transatlantica il perno della sicurezza della regione. Tajani ha inoltre sottolineato che «il futuro della Groenlandia è esclusivamente nelle mani dei groenlandesi e dei danesi» e che le legittime preoccupazioni di sicurezza espresse dagli Stati Uniti vanno affrontate «nel quadro dell’Alleanza atlantica, evitando logiche unilaterali». Insomma, l’impressione è che Trump abbia centrato il suo obiettivo: per quanto rivendichi una sua autonomia strategica, Bruxelles continuerà comunque a muoversi saldamente all’interno del perimetro tracciato da Washington. Intanto, i leader europei fanno la ruota. «Quando l’Europa è unita, forte e reagisce rapidamente, le cose tornano alla normalità e alla calma. E sono lieto che abbiamo iniziato la settimana con una sorta di escalation, minacce, minacce di invasione e minacce tariffarie, e siamo tornati a una situazione che mi sembra molto più accettabile. Anche se restiamo vigili», ha dichiarato Emmanuel Macron, al suo arrivo alla riunione a Bruxelles. Gli fa eco Friedrich Merz: «L’unità e la determinazione da parte europea possono davvero fare la differenza. Sono molto grato Trump abbia abbandonato i suoi piani iniziali. Tutto questo è il risultato dei nostri sforzi congiunti tra Europa e Stati Uniti». Sollievo da parte dell’Alto rappresentante per la politica estera Ue, Kaja Kallas: «Oggi ci riuniamo qui per discutere delle relazioni transatlantiche. E anche se penso che tutti siano sollevati dai recenti annunci, abbiamo anche visto che in questo anno siamo pronti ad affrontare molta imprevedibilità. La parola d'ordine di quest'anno è stata imprevedibilità, ed è ciò che stiamo vivendo».
- L’editoriale del direttore di ieri prendeva le mosse da una provocazione: meglio farci annettere dall’America che morire di Ue. Addio euro, col dollaro non chiederemmo il permesso a nessuno. Così cambierebbe la vita.
- Governo tedesco disunito nella risposta alle nuove tasse minacciate dalla Casa Bianca.
Lo speciale contiene due articoli
A un certo punto la realtà si mescola con la fantasia rendendo possibile qualsiasi ipotesi. Anche la più ardita. Anche la più impensabile. Anche quella che, fino a ieri, si sarebbe liquidata con un’alzata di sopracciglio e un «ma per favore». Ecco, quel momento per l’Italia è adesso. E l’ipotesi è semplice, lineare, quasi banale nella sua audacia: uscire dall’Unione europea e diventare la stella numero 51 della bandiera americana. Quella in alto: la più luminosa. Calma. Nessuna invasione, nessuna portaerei al largo di Civitavecchia con gli F-35 che scaldano i motori. Nessun cowboy che porta il cavallo a bere nelle fontane di San Pietro (come un tempo avrebbero potuto fare i cosacchi). Solo una domanda, maliziosa quanto basta: ma siamo proprio sicuri che sarebbe una cattiva idea?
Cominciamo dai numeri, che sono noiosi ma fanno miracoli. Con i suoi 60 milioni di abitanti, l’Italia diventerebbe lo Stato più popoloso degli Stati Uniti d’America. Altro che California, Texas o Florida. Noi, da soli, con il nostro voto da Capo Passero a Vipiteno potremmo fare la differenza nelle elezioni per la Casa Bianca. I candidati, invece di farsi fotografare nei diner dell’Iowa, verrebbero a mangiare la carbonara a Trastevere. Gli elettori di Campobasso non sarebbero meno importanti di quelli di Minneapolis. E come la mettiamo sul derby al Meazza fra l’Inter FC di Milano e l’Inter Miami? Certo ci sarebbe sempre il rischio che qualche tifoso in delirio calcistico si possa mettere a tifare per la squadra sbagliata?
Il presidente degli Stati Uniti, qualunque sia il suo nome, non potrebbe ignorarci. Dovrebbe pronunciare «Italia» correttamente e magari imparare che Napoli non è la marca di pizza surgelata. Finalmente conteremmo qualcosa, non perché lo «prevede il Trattato» , ma perché i numeri - quelli veri - contano. Poi c’è la finanza. Qui smettiamo di scherzare. O forse no. Piazza Affari, sventolando la bandiera a stelle e strisce, diventerebbe una destinazione molto sexy. Basta con questi snobismi delle aziende italiane che vanno a quotarsi a Wall Street. Altro che spread, altro che vigilanza arcigna: gli investitori globali smetterebbero di chiederci se siamo affidabili e inizierebbero a chiedersi quanto rendiamo. E vogliamo parlare del dollaro? Addio ansie da euro malaticcio, addio vertici notturni, addio riunioni dell’Eurogruppo concluse con un «abbiamo deciso di non decidere». L’euro andrebbe in crisi? Pazienza. Noi avremmo il dollaro, e con esso una moneta che non chiede permesso per farsi rispettare. Capitolo regolamenti europei: qui la liberazione avrebbe un segno quasi mistico. Fine dell’utopia green obbligatoria, quella che ti spiega come devi scaldarti, che auto devi guidare, quanto devi inquinare e persino come devi sentirti in colpa. Fine delle direttive scritte in burocratese stretto da persone che non hanno mai visto una caldaia accesa né una fabbrica vera.
E soprattutto: addio al feticcio del 3% deficit/Pil, davanti al quale tutti i governi italiani nell’ultimo quarto di secolo sono stati costretti a genuflettersi. Un numero magico, scolpito nella pietra, che nessuno sa spiegare: (perché il 3% e non il 4 o il 2?) ma tutti devono rispettare. Negli Usa il deficit non è un peccato mortale: è uno strumento. A volte si esagera, certo. Ma almeno senza ipocrisia.
Resta il tema della lingua. È vero: passare dall’italiano all’inglese non è una passeggiata. Ma diciamocelo: l’inglese si impara. Soprattutto quando serve per lavorare, investire, sopravvivere. E poi, dopo anni di «recovery fund» di «green deal», «spending review» e «fiscal compact», siamo già linguisticamente pronti.
Al massimo nascerà un nuovo dialetto: l’italoamericano, con accento romano e gestualità obbligatoria. Non diversamente dai nonni che dopo lo sbarco a New York parlavano il «broccolino», varietà linguistica degli italiani di Brooklyn.
Se però tutto questo dovesse sembrare troppo radicale, troppo destabilizzante, troppo «fuori protocollo», esiste una soluzione diplomatica elegante e geniale. Un compromesso territoriale degno di una formidabile trattativa internazionale: Trump rinuncia alla Groenlandia e si prende la Sicilia. Sono entrambe isole, d’accordo. Ma qui il confronto è impietoso. Una è un frigorifero naturale, l’altra è baciata dal sole assai più della Florida. Una offre iceberg, l’altra arancini. Una ha l’orso polare, l’altra il tonno rosso e il cannolo. Vogliamo davvero discutere? La Sicilia, peraltro, è già mezza americana per vocazione, storia, destino. Gli antichi legami tra le famiglie siciliane e gli Stati Uniti non si contano: storie di partenze, ritorni, rimesse, sogni diventati grattacieli. Traffici commerciali della cui origine non val la pena perdere tempo. Così come sarebbe tedioso occuparsi di Michele Sindona e dei suoi amici. Non a caso si parla di ripristinare il volo diretto Palermo-New York. Non è un collegamento aereo: è uno strappo che si ricompone.
In fondo, questa provocazione serve a dire una cosa semplice: l’Italia è molto più grande di come viene trattata. Più popolosa, più centrale, più strategica. E forse, ogni tanto, avrebbe bisogno di guardarsi allo specchio e chiedersi se il recinto europeo in cui si trova è davvero quello giusto.
Merz: no escalation con l’America. Ma il suo vice chiede contromisure
Da quando Donald Trump ha minacciato di imporre dazi pesantissimi ai Paesi europei che hanno inviato soldati in Groenlandia, le cancellerie del Vecchio continente sono andate in fibrillazione. Anche perché si parla di aliquote del 10 e del 25%. E per Bruxelles, com’è noto, il mercato americano è di vitale importanza. Questo giovedì, pertanto, i capi di Stato e di governo dell’Unione europea si incontreranno in un vertice speciale per discutere quale risposta recapitare al tycoon.
Per adesso sembra prevalere la strategia del compromesso. Eppure Emmanuel Macron - come suo solito - ha ventilato l’ipotesi di una reazione muscolare, agitando lo spauracchio delle contro-sanzioni. In maniera tutt’altro che sorprendente, tuttavia, Friedrich Merz ha sostenuto la necessità di riappianare gli attriti con Washington. Non è un mistero, infatti, che Francia e Germania non riescano più a trovare un punto d’incontro sui principali dossier all’ordine del giorno: l’asse di Aquisgrana è ormai un lontano ricordo.
Il cancelliere tedesco, dopotutto, ha miliardi di motivi per puntare alla de-escalation: sono i miliardi che andrebbero in fumo qualora gli Stati Uniti punissero la Germania con sanzioni economiche in doppia cifra. L’Unione dell’industria automobilistica tedesca (Vda) - settore strategico, anzi vitale per Berlino - ha fatto sapere ieri che i dazi americani avrebbero «costi enormi» per l’intera filiera, dal prezzo finale delle vetture fino ai componenti e ai semilavorati: un vero e proprio bagno di sangue per un ramo industriale già duramente provato dalla transizione all’elettrico e dalle imposizioni green di Bruxelles. Aggiungere i dazi sul florido mercato americano vorrebbe dire compromettere seriamente l’intero settore automobilistico. Non solo tedesco, ma anche europeo.
Non a caso, capita la mal parata, Merz ha prontamente fatto rientrare i 15 soldati tedeschi inviati in Groenlandia. Berlino ha cercato di giustificare questa ritirata come una mossa già programmata: i militari sono tornati a casa, ha detto il governo in camera caritatis, non appena è finita l’esercitazione. Ma diversi media internazionali hanno già fatto notare che, con ogni probabilità, le minacce di Trump hanno avuto successo nel ridurre Merz a più miti consigli.
Eppure, non sarà facile per il cancelliere tedesco tenere la barra dritta sulla via della pacificazione. A intralciarlo c’è, infatti, il suo alleato di governo, Lars Klingbeil, che sulla Groenlandia ha scelto una linea decisamente più rigida. Il leader socialdemocratico ha parlato apertamente di «ricatto» da parte di Washington, invitando Berlino e Bruxelles a non piegarsi alle minacce sui dazi e a preparare una risposta europea compatta. Una posizione che, appunto, stride con l’approccio prudente di Merz e che riporta alla luce le tensioni strutturali all’interno dell’esecutivo teutonico.
Non è la prima volta, in questi primi mesi di governo, che Unione e Spd finiscono ai ferri corti: dalla riforma dell’imposta di successione al freno al debito, fino alle priorità di politica industriale, i dossier su cui la coalizione ha mostrato crepe non mancano. La crisi groenlandese rischia così di trasformarsi nell’ennesimo terreno di scontro, mettendo in difficoltà un esecutivo già sorretto da una maggioranza risicata e da equilibri interni precari. Tra l’esigenza di evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti e la tentazione socialdemocratica di alzare il tiro in nome dell’orgoglio europeo, la stabilità del governo tedesco appare oggi tutt’altro che granitica. Siamo ancora ben lontani da una crisi aperta, beninteso. Ma la sintesi politica tra Unione e Spd non può certo limitarsi alla pura e semplice volontà di rimanere incollati alla poltrona.
- Donald Trump ha annunciato tariffe del 10% e poi del 25% ai Paesi che hanno mandato militari nell’isola artica che vuole comprare Tra questi, anche Danimarca, Francia, Uk, e Olanda. L’Italia, che ieri ha aperto a missioni in ambito Nato, è avvertita...
- Su Gaza c'è l'ira di Israele: «Nessun coordinamento». Giorgia Meloni: «Disponibili per ruolo di primo piano».
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Il dibattito sulla Groenlandia è sempre più incandescente e si sta trasformando in un braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato ancora Donald Trump. Ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato l’introduzione di dazi doganali al 10% contro i Paesi europei che hanno inviato truppe sull’isola artica, con l’avvertimento che l’aliquota salirà al 25% a partire da giugno. Nel mirino di Washington finiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, tutti accusati di aver preso parte a quello che Trump ha definito un «gioco pericoloso».
Si tratta, com’è evidente, di una pressione economica esplicita, che resterà in vigore - ha scritto il tycoon su Truth - «fino a quando non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Tra i Paesi citati, attualmente, non figura l’Italia. Una circostanza che ha fatto esultare la Lega: «La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là», ha affermato il Carroccio sui social, «raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali. Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter, dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso», il ministro della Difesa Guido Crosetto rispondendo a un tweet di Claudio Borghi in cui si diceva pronto a festeggiare per i dazi a Francia e Germania.
Con i suoi consueti toni muscolari e irriverenti, peraltro, Trump ha dichiarato: «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione Europea, e altri ancora, per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca: la pace mondiale è in gioco! Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo. Attualmente hanno due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente».
«Per ora sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri dell'Ue su questo tema», ha fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Più duro Emmanuel Macron: «Le minacce tariffarie sono inaccettabili e non trovano posto in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate». «Non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. Keir Starmer si unisce al coro: «Imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato».
È in questo contesto (tutt’altro che sereno) che vanno lette le parole pronunciate ieri da Giorgia Meloni, che segnano un cambio di registro sul delicato dossier groenlandese, pur senza trasformarsi in una svolta radicale. Parlando a Tokyo il premier ha detto di «non escludere» una futura presenza italiana in Groenlandia, chiarendo però che si tratterebbe di un’eventualità da valutare esclusivamente «nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica». Una posizione che, al momento, mantiene Roma fuori dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi americani. Ma è chiaro che un eventuale invio di truppe esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni analoghe. Per la Meloni, la Groenlandia «va considerata territorio di responsabilità della Nato» e il tema del rafforzamento della sicurezza nella regione resta «un tema serio», sollevato legittimamente dagli Stati Uniti. Proprio per questo, ha spiegato, «il ragionamento di rafforzare la nostra presenza è un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza atlantica», perché quello è «l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Il premier ha comunque insistito sulla necessità di non muoversi in ordine sparso, invitando a non interpretare le iniziative militari europee in Groenlandia come un atto «divisivo» nei confronti di Washington. Allo stesso tempo, la Meloni ha ridimensionato apertamente l’ipotesi di un intervento armato su suolo groenlandese, definendo «molto difficile» un’operazione militare di terra e ribadendo di essere convinta che «la questione sia politica e che politicamente verrà risolta». Più categorico, invece, è stato Pietro Parolin: «Le soluzioni di forza non sono accettabili», ha dichiarato il segretario di Stato della Santa Sede.
Sulla stessa linea della Meloni si è poi attestato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Abbiamo sempre detto che tutta la questione dell’Artico, compresa la Groenlandia, deve essere affrontata in sede Nato, per garantire la sicurezza», ha dichiarato. Tajani ha inoltre escluso esplicitamente iniziative autonome
Al tavolo di Donald per la pace a Gaza pure Blair e Rubio. Invitato Erdogan
La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Consiglio per la pace di Gaza (Board of Peace, BoP), l’organismo incaricato di guidare la ricostruzione dell’enclave e accompagnare il processo di disarmo di Hamas. L’annuncio comprende l’elenco dei membri del BoP, la nomina del comandante della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) e la definizione del Consiglio esecutivo di Gaza, nel quale siedono anche rappresentanti di Turchia e Qatar. Secondo la comunicazione americana, Ali Sha’ath, figura legata a Fatah, assumerà la guida del Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Il suo mandato, viene specificato, sarà quello di «supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine». Il Board of Peace è formato da sette membri fondatori con funzioni esecutive: il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, Jared Kushner, Sir Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. A questo nucleo, secondo quanto trapela da Washington, potrebbero affiancarsi anche figure politiche di primo piano a livello internazionale. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei e il primo ministro canadese Mark Carney.
L’Italia, al momento, non compare nella lista. Tuttavia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’esistenza di contatti in corso: «Abbiamo dato la disponibilità ad avere un ruolo di primo piano. È stato ufficializzato il board di livello esecutivo, manca quello politico. Attendiamo le decisioni definitive». Washington ha inoltre chiarito che l’ex inviato delle Nazioni unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, opererà sul terreno come Alto rappresentante per Gaza, con il compito di fungere da cerniera tra il BoP e l’amministrazione del Ncag. La documentazione diffusa indica che la Forza internazionale di stabilizzazione sarà guidata dal maggior generale Jasper Jeffers, chiamato a «guidare le operazioni di sicurezza, sostenere la smilitarizzazione completa e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione». Parallelamente è stato annunciato anche il Consiglio esecutivo di Gaza, incaricato di contribuire a «sostenere una governance efficace e la fornitura di servizi di prima classe che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza». Oltre ad alcuni membri già presenti nel BoP, ne faranno parte, tra gli altri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, il generale egiziano Hassan Rashad, la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, Yakir Gabay e Sigrid Kaag. Giovedì Donald Trump aveva sintetizzato l’impostazione dell’iniziativa affermando: «Sosterrò un governo tecnocratico palestinese di nuova nomina, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, supportato dall’Alto rappresentante del Consiglio, per governare Gaza durante la sua transizione».
La reazione israeliana non si è fatta attendere. Complice la presenza di Turchia e Qatar, da tempo protettori di Hamas, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto integralmente l’operazione: «L’annuncio relativo alla composizione del consiglio di governo di Gaza, che è subordinato alla Conferenza di pace, non è stato coordinato con Israele ed è in contrasto con la politica israeliana. Il primo ministro ha incaricato il ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato americano in merito a questa questione». Ancora più dura la presa di posizione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che in un post su X ha attaccato l’esecutivo dopo l’annuncio statunitense sul Consiglio di pace. «Da un anno dico al governo: Se non promuovete la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e il mondo, finirete con la Turchia e il Qatar a Gaza. Ieri sera è stata annunciata la composizione del Consiglio di pace: la Turchia al suo interno, il Qatar al suo interno e, secondo l’Idf, Hamas con 30.000 uomini armati a Gaza», ha scritto Lapid. La frattura tra Israele e Stati Uniti arriva in un momento drammatico per il Medio Oriente, tra la guerra infinita a Gaza e la rivolta che continua a scuotere la Repubblica islamica.





