Due mesi fa era soltanto uno dei tanti nomi che circolavano nei corridoi di Westminster come possibile successore di Keir Starmer. Oggi, invece, molti laburisti lo considerano già il prossimo inquilino di Downing Street. Andy Burnham, con la netta vittoria alle elezioni suppletive di Makerfield, ha infatti trasformato una crisi strisciante del governo in una sfida aperta per la leadership del Partito laburista.
Burnham, sindaco della Greater Manchester dal 2017 e figura tra le più popolari della sinistra britannica, ha conquistato il seggio con il 54% dei voti, tornando così alla Camera dei comuni dopo quasi un decennio di assenza. Un risultato, questo, che gli consente finalmente di giocare la partita decisiva: quella per la guida del partito e, potenzialmente, dello stesso governo. Il diretto interessato, d’altronde, non ha nascosto le proprie ambizioni. Nel tradizionale discorso pronunciato dopo la vittoria, Burnham ha dichiarato che il Labour «ha bisogno di una nuova energia e di una nuova direzione», dicendosi pronto ad assumersi le proprie responsabilità per il futuro del Paese. Parole che, seppur circospette, suonano inevitabilmente come un lancio del guanto di sfida a Starmer.
Non solo: secondo fonti vicine al neodeputato di Makerfield, rilanciate dai media inglesi, l’entourage di Burnham starebbe già lavorando all’ipotesi di una «transizione ordinata» ai vertici del governo. L’obiettivo, cioè, sarebbe evitare una lunga guerra intestina e arrivare a un avvicendamento entro l’inizio di settembre. Alcuni collaboratori di Burnham avrebbero addirittura confidato di preferire che sia lo stesso Starmer a passare il testimone a Burnham, consentendo così una successione non traumatica.
E pensare che, solo pochi mesi fa, uno scenario del genere sarebbe apparso fantapolitica. Quando il Labour conquistò Downing Street nel 2024 con una maggioranza schiacciante, Starmer sembrava destinato a dominare la politica britannica per anni. Da allora, però, il consenso del governo si è progressivamente eroso. La crisi economica, il malcontento per i disastri dell’immigrazione, le tensioni interne al partito e, soprattutto, l’avanzata di Reform Uk di Nigel Farage, infatti, hanno finito per fiaccare il partito di governo e il suo leader, provocando la ribellione di diversi deputati laburisti.
La fronda anti Starmer, in particolare, imputa al premier di non essere riuscito a incarnare una chiara identità politica. Nel tentativo di riconquistare l’elettorato operaio attratto da Farage, Starmer ha persino irrigidito i toni sull’immigrazione. Ma, così facendo, si è alienato una parte della base progressista, specialmente quella urbana delle Ztl, senza però riuscire a fermare la fuga di voti verso Reform Uk. E i risultati, ora, sono sotto gli occhi di tutti.
È in questo contesto caotico che emerge la figura di Burnham. Cinquantacinque anni, ex ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, più volte candidato alla leadership laburista, il sindaco di Manchester si è costruito negli anni un’immagine assai peculiare. Più vicino alla tradizione socialdemocratica rispetto al centrista Starmer, ma al contempo lontano dagli eccessi ideologici di Jeremy Corbyn, Burnham ha saputo conquistare un vasto consenso nelle ex regioni industriali del Nord dell’Inghilterra. Durante la pandemia, divenne una figura di rilievo nazionale sfidando pubblicamente Boris Johnson sulle restrizioni imposte alla Greater Manchester. Di qui il suo soprannome di «re del Nord».
Starmer, tuttavia, non sembra intenzionato ad arrendersi. Rispondendo alle indiscrezioni sul suo futuro, il premier ha ribadito di voler continuare a guidare il Paese: «Non intendo farmi da parte», ha dichiarato ai cronisti. Eppure, già il fatto che nel Labour si discuta apertamente di una possibile successione, parlando persino della data, mostra quanto il consenso di Starmer sia ormai compromesso.
Su X è diventato di nuovo virale un video che ha fatto rabbrividire molti utenti britannici. Nella clip, realizzata nel 2023 da una scuola gallese e successivamente rilanciata dal Welsh refugee council, alcune ragazzine di circa 12 anni danno il benvenuto ai rifugiati, spiegando loro quali mirabolanti opportunità li attendono in Galles.
«Accogliamo tutti», affermano le giovani protagoniste, illustrando i servizi messi gentilmente a disposizione degli immigrati: corsi di inglese, assistenza per trovare un alloggio, accesso alla sanità pubblica, istruzione gratuita e sostegno per l’inserimento lavorativo. Una delle ragazze cita persino la collaborazione tra Ikea e il Welsh refugee council per favorire l’assunzione dei rifugiati.
Il video era già finito al centro delle polemiche nel gennaio 2025, quando venne condiviso da Elon Musk per mostrare le storture della propaganda immigrazionista. Oggi, però, è tornato a circolare sui social senza un intervento diretto del patron di Tesla. E il motivo è semplice: il contesto britannico è radicalmente cambiato. Se fino a poco tempo fa quel messaggio veniva presentato come un esempio virtuoso di integrazione e solidarietà, oggi molti cittadini lo interpretano come l’emblema di una stagione politico-culturale in cui istituzioni, scuole, enti pubblici e organizzazioni legate al mondo dell’accoglienza non esitavano a coinvolgere persino i minori nella promozione dell’immigrazione di massa. L’indignazione generale, del resto, è ancora più veemente di allora perché adesso il Regno Unito è stato letteralmente travolto da uno degli scandali più gravi della sua storia recente: quello delle grooming gang.
Negli ultimi mesi, infatti, il dibattito è andato ben oltre le responsabilità dei criminali delle «bande di adescamento». Al centro dell’attenzione, ormai, c’è soprattutto il comportamento delle istituzioni che, per anni, non riuscirono a proteggere migliaia di ragazze vulnerabili. Le recenti condanne inflitte a una ventina di persone, per la maggior parte uomini di origine pachistana, hanno riacceso i riflettori sul fenomeno, ma le polemiche sono state ulteriormente alimentate dal rapporto della baronessa Louise Casey e dall’avvio di una nuova inchiesta nazionale.
Secondo la Casey, per troppo tempo le istituzioni britanniche hanno affrontato il problema con un approccio burocratesco e superficiale. Le sue conclusioni, peraltro, hanno contribuito a far emergere nuove testimonianze delle vittime, molte delle quali sostengono di essere state trattate come responsabili del proprio destino, anziché come minorenni da proteggere. Alcune raccontano di essere state ignorate dalla polizia, mentre altre accusano servizi sociali e autorità locali di aver ignorato i loro ripetuti segnali d’allarme.
Nelle scorse settimane sono emersi nuovi casi di donne che, durante gli anni degli abusi, finirono per essere perseguite o condannate per reati collegati allo sfruttamento subito. Alcune di queste sentenze potrebbero ora essere riesaminate alla luce delle conclusioni dell’inchiesta Casey. Nel frattempo, in Parlamento sono state lette testimonianze drammatiche di sopravvissute che descrivono anni di violenze, intimidazioni e stupri sistematici consumati nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto intervenire. E si tratta di vittime che, in alcuni casi, avevano appena 12 anni quando iniziarono gli abusi. Non stupisce che il video con le ragazzine gallesi abbia ripreso a spopolare sui social. Per molti britannici, quelle immagini rappresentano il simbolo di una stagione politica fallimentare.
L’omicidio di Henry Nowak, lo studente di 18 anni accoltellato a Southampton nel dicembre scorso, continua a infiammare il dibattito politico nel Regno Unito. Dopo la condanna all’ergastolo dell’assassino, il sikh Vickrum Digwa, l’attenzione si è infatti spostata sul comportamento della polizia intervenuta quella notte. Un’inchiesta pubblica, richiesta dal coroner, dovrà stabilire se la condotta «anti razzista» degli agenti abbia contribuito alla morte del ragazzo.
Il caso, ormai noto a livello mondiale, ha suscitato profonda indignazione dopo la recente diffusione dei filmati delle bodycam dei poliziotti. Le immagini mostrano Nowak che ripete più volte di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, mentre gli agenti lo ammanettano dopo che Digwa aveva sostenuto di essere stato vittima di un’aggressione a sfondo razziale. Nel corso del processo, tuttavia, questa versione è stata smentita dalle prove presentate dall’accusa, che hanno portato alla condanna dell’aggressore.
Il capo della polizia dell’Hampshire, Alexis Boon, ha chiesto pubblicamente scusa alla famiglia del giovane, definendo il video «una tragedia assoluta». Boon ha riconosciuto l’errore commesso nell’ammanettare Nowak, ma ha respinto le accuse di una «politica dei due pesi e due misure». Dopo lo scoppio di numerose proteste in tutto il Paese, la vicenda è arrivata fino a Downing Street. Ieri il premier Keir Starmer ha incontrato la famiglia di Nowak, così come ha fatto la leader conservatrice Kemi Badenoch. Entrambi hanno espresso vicinanza ai familiari e chiesto che sia fatta piena luce sull’accaduto.
Sul piano politico, tuttavia, le letture restano profondamente diverse. Nigel Farage, leader di Reform Uk (oggi primo partito nei sondaggi britannici), ha accusato le forze dell’ordine di aver dato credito alle accuse di razzismo formulate da Digwa senza verificare adeguatamente i fatti, denunciando una «politica dei due pesi e due misure» destinata a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Starmer, da parte sua, ha replicato accusando Farage, Elon Musk e altri commentatori di «alimentare le divisioni» nel Paese. Il premier ha ribadito che la Gran Bretagna resta una nazione composta in larga maggioranza da persone «ragionevoli e tolleranti», invitando a non strumentalizzare la tragedia.
Mentre Starmer tenta di gettare acqua sul fuoco, il dibattito si è già esteso all’intera architettura delle «politiche di diversità, equità e inclusione» (Dei) adottate negli ultimi anni dalle forze dell’ordine britanniche. Un sondaggio dell’Università di Reading, condotto su oltre 2.600 membri della polizia dell’Hampshire, ha rilevato che una parte degli agenti sottoposti ai corsi obbligatori del programma «L’inclusione conta» si sentiva «sotto pressione» e temeva di «dire la cosa sbagliata» o di subire conseguenze professionali in caso di errori.
Le critiche, peraltro, non arrivano soltanto dall’opposizione conservatrice. Jack Straw, ex ministro laburista dell’Interno e tra i principali promotori delle riforme antirazziste introdotte negli ultimi decenni, ha sostenuto che queste politiche sono «andate troppo oltre». Straw ha inoltre criticato alcune linee guida emanate dal National police chiefs’ council che, nel perseguire la cosiddetta «equità razziale», sostengono che trattare tutti allo stesso modo non sempre produrrebbe risultati equi. Anche il ministro della Polizia, Sarah Jones, ha definito quel documento «sbagliato», mentre lo stesso organismo ha annunciato una prossima revisione del testo.
Le accuse più dure, però, sono arrivate dalle pagine del Telegraph. In un editoriale destinato a far discutere, la nota opinionista Allison Pearson ha affermato che la morte di Nowak rappresenta il risultato estremo di una cultura istituzionale ormai ossessionata dalle accuse di razzismo. La Pearson ha parlato apertamente di «razzismo antibianco», accusando i programmi Dei di aver fatto «il lavaggio del cervello» agli agenti e chiedendo una profonda riforma del College of policing, l’organismo che sovrintende alla formazione delle forze dell’ordine britanniche.





