Dopo la batosta elettorale e l’avanzata travolgente di Nigel Farage, Keir Starmer ha scelto la strada dello scaricabarile. Anziché assumersi la responsabilità della crisi politica, economica e sociale che attraversa il Regno Unito dopo mesi di governo laburista, il premier britannico ha deciso di puntare il dito contro il bersaglio preferito dell’establishment europeista: la Brexit. E soprattutto contro l’uomo che più di ogni altro continua a incarnarla politicamente, cioè Farage, oggi vero vincitore delle urne britanniche. Nel suo intervento, Starmer ha attaccato frontalmente il leader di Reform Uk e l’eredità del referendum del 2016.
«Nigel Farage disse che la Brexit avrebbe reso la Gran Bretagna più ricca», ha dichiarato il premier, «e invece l’ha resa più povera». Poi l’affondo sull’immigrazione: Farage «disse che avrebbe ridotto i flussi, ma l’immigrazione è schizzata alle stelle». E ancora: la Brexit avrebbe dovuto rendere il Paese «più sicuro», mentre secondo Starmer «lo ha reso più debole».
Parole che suonano come un disperato tentativo di trovare un capro espiatorio dopo settimane difficilissime per Downing Street. Le amministrative e le elezioni locali, infatti, hanno certificato il crollo del consenso laburista e la contemporanea crescita di Reform Uk, ormai sempre meno forza di protesta e sempre più partito di massa con consensi strutturali. Non a caso, Starmer ha ammesso apertamente che gli elettori sono «frustrati dallo stato della Gran Bretagna». Eppure, anziché interrogarsi sugli effetti delle proprie politiche fallimentari, il leader laburista - assediato all’interno del suo stesso partito - si è abbandonato al gioco delle tre carte, trasformando ogni problema del presente in una conseguenza della Brexit.
L’operazione appare tanto più evidente in quanto Starmer, in realtà, non propone affatto un ritorno del Regno Unito nell’Unione europea: nessuna ipotesi di rientro nell’Ue, nessun ritorno al mercato unico o all’unione doganale. Il premier, d’altronde, sa bene che una simile proposta sarebbe politicamente insostenibile e probabilmente suicida. Per questo motivo, la sua strategia sembra piuttosto quella di un graduale riavvicinamento politico e diplomatico a Bruxelles, soprattutto attraverso il rafforzamento dell’asse con Emmanuel Macron e Friedrich Merz, già cementato dalle numerose iniziative dei «volenterosi». Non è un caso che Starmer abbia parlato della necessità di «una nuova direzione per la Gran Bretagna» e di un rapporto più stretto con l’Europa. Una linea, questa, che rischia però di apparire scollegata dall’umore reale del Paese. Anche perché né Macron né Merz attraversano un momento particolarmente brillante sul fronte interno: il presidente francese continua a fare i conti con una popolarità fragile e continui cambi di governo, mentre il cancelliere tedesco è alle prese con un crescente malcontento che si riflette in sondaggi disastrosi per sé e il suo partito.
Nel frattempo è Farage a raccogliere i frutti della disfatta laburista, capitalizzando al massimo i fallimenti del governo sia sul fronte economico che su quello delle politiche migratorie. Tant’è che 55 parlamentari laburisti hanno esplicitamente chiesto le dimissioni di Starmer o che questi fissi una data per le sue dimissioni da primo ministro britannico. E più Starmer insiste nell’additare la Brexit come la causa principale di ogni singolo problema del Regno Unito, tanto più il leader di Reform Uk riesce a presentarsi come il bersaglio privilegiato di un establishment europeista che, a dieci anni esatti dal referendum, non ha ancora accettato il verdetto delle urne. Per questi signori, dopotutto, il popolo vota bene solo quando vota per loro.
Le amministrative britanniche si trasformano in un incubo per Keir Starmer e in un trionfo per Nigel Farage. Mentre lo spoglio era ancora in corso in alcune aree del Regno Unito, del resto, il quadro politico appariva già chiarissimo: il Labour ha subìto una rovinosa disfatta, perdendo terreno perfino nei suoi storici bastioni operai.
Reform Uk, al contrario, ha sfondato sia nei feudi conservatori sia in quelli laburisti: ormai non è più un partito di protesta, ma una vera e propria forza sistemica. «È una svolta storica nella politica britannica», ha esultato Farage. Che poi ha fotografato così la rivoluzione politica in atto in Gran Bretagna: «Il sistema bipartitico è finito».
Lo stesso Starmer è stato costretto ad ammettere la disfatta. «Sono risultati molto duri», ha riconosciuto il premier, assumendosi «la responsabilità» del tracollo. Ma il leader laburista ha anche chiarito di non avere alcuna intenzione di farsi da parte: «Non me ne andrò». Parole che riflettono bene il clima che si respira all’interno del partito: un capo del governo già assediato, ma deciso a restare aggrappato alla poltrona.
Il colpo più simbolico arriva dal Galles, storico fortino del Labour, dove il partito arretra pesantemente e vede incrinarsi un dominio politico che sembrava quasi inscritto nelle leggi di natura. Ma il terremoto attraversa soprattutto il cosiddetto «red wall», la cintura operaia del Nord e delle Midlands che, per decenni, ha rappresentato il cuore identitario del laburismo britannico. Hartlepool, Wigan, Tameside, Newcastle-under-Lyme: in molte di queste aree Reform Uk avanza con percentuali clamorose, intercettando il voto popolare anti-establishment e anti-immigrazione.
A Manchester, altro baluardo storico della sinistra britannica, il deputato laburista Graham Stringer ha parlato addirittura del «peggior risultato degli ultimi 60 anni». Ma, soprattutto, ha lanciato un attacco devastante contro Starmer e il suo governo: «Hanno di fatto reciso il legame con le persone che hanno sostenuto il Partito laburista fin dalle sue origini». Secondo Stringer, Downing Street avrebbe ormai perso ogni contatto con l’elettorato tradizionale: «Stanno perseguendo politiche che interessano a loro e ai loro amici, ma non funzionano». Una denuncia che va ben oltre il semplice malcontento elettorale e che colpisce al cuore la leadership del premier.
Non si tratta, infatti, di una contestazione isolata. Anche l’ex ministro ombra John McDonnell ha apertamente messo in discussione la guida di Starmer, mentre altre figure laburiste chiedono una svolta «significativa e urgente». Persino alcuni sindacati, storica colonna portante del Labour, iniziano a scaricare il governo. Il problema, per Starmer, è che la sua strategia centrista sembra ormai incapace di tenere insieme le diverse anime del partito: da un lato l’elettorato urbano progressista, dall’altro la working class delle periferie industriali, sempre più attratta dal populismo sovranista di Farage.
Ed è proprio il leader di Reform Uk il vero vincitore politico della tornata. Per anni liquidato come eterno agitatore antisistema, Farage sta ora costruendo qualcosa di molto più ambizioso: un blocco trasversale capace di pescare voti sia tra gli ex elettori Tory sia tra gli operai delusi dal Labour. Reform cresce nei consigli locali, conquista seggi in territori simbolici e si accredita come principale canale di protesta contro l’establishment britannico.
Nel frattempo, anche i conservatori continuano a navigare in cattive acque. Pur limitando in parte le perdite in alcune aree, i Tory restano schiacciati tra un Labour in crisi ma ancora centrale e l’avanzata aggressiva di Reform. E il risultato complessivo è un sistema politico sempre più frammentato. Persino nel Regno Unito, patria del maggioritario puro e del tradizionale bipolarismo westminsteriano, l’asse Labour-Tory appare oggi più fragile che mai.
I Verdi, invece, avanzano ma senza la valanga annunciata da parte della stampa progressista. Il partito di estrema sinistra, infatti, ha ottenuto alcuni risultati simbolici, soprattutto nelle grandi città, ma non è stato sostanzialmente in grado di capitalizzare il suo successo mediatico in un vero consenso diffuso e trasversale. Il vero terremoto politico, semmai, porta il nome di Nigel Farage. Che ha promesso: «Il bello deve ancora venire».
E così anche Starmer finisce per trasformarsi nell’ennesimo idolo infranto dell’establishment europeista. Doveva essere il leader rassicurante, pragmatico e competente capace di archiviare la stagione populista britannica. Oggi, invece, appare come un premier logorato, contestato dentro il suo stesso partito e travolto dall’ascesa di Reform Uk. Non molto diverso, in fondo, da Friedrich Merz in Germania: il cancelliere tedesco, altro paladino dell’europeismo al caviale, di recente è stato descritto da Bloomberg come una «balena spiaggiata», mentre l’Afd continua a volare nei sondaggi. Da Londra a Berlino, insomma, i leader moderati, che certa stampa ha celebrato come l’antidoto definitivo ai populismi, sembrano sempre più in difficoltà.
Mentre tratta con Washington sui dazi e rivendica una sempre più urgente autonomia tecnologica, l’Unione europea apre un canale diretto con una delle aziende simbolo dell’Intelligenza artificiale americana (peraltro «nemica» di Donald Trump).
E il paradosso è evidente: Bruxelles rischia di trasformarsi in una cavia per tecnologie sviluppate Oltreoceano proprio mentre prova, almeno sulla carta, a emanciparsene. In queste ore, infatti, sono in corso contatti con Anthropic per sottoporre banche e imprese europee ai test del suo nuovo modello. «In effetti ci sono contatti con Anthropic», ha confermato il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, spiegando che la società americana ha già illustrato alla Commissione Ue le «capacità e i rischi informatici» dello strumento. L’obiettivo dichiarato è offrire alle aziende europee «la possibilità di effettuare questi test di resilienza informatica». Ma dietro la formula tecnica affiora una questione ben più politica: chi controlla davvero le tecnologie che garantiscono la sicurezza del sistema finanziario? Il modello in questione, noto come Mythos, è in grado di individuare vulnerabilità anche sconosciute nei sistemi informatici, le cosiddette «falle zero-day». Una capacità che lo rende prezioso per rafforzare la cybersicurezza delle banche, ma anche estremamente pericoloso. Non a caso, lo stesso Dombrovskis ha ammesso che «esistono preoccupazioni circa un potenziale uso improprio» di Mythos e che «l’utilizzo di questo modello è strettamente controllato».
È proprio questo il nodo: l’accesso limitato al sistema e la concentrazione della tecnologia nelle mani di pochi attori americani alimentano i timori delle autorità europee. Il rischio è che, senza un coinvolgimento diretto, il sistema finanziario del Vecchio continente resti esposto a minacce difficili da prevedere. Da qui la spinta dei ministri dell’Eurogruppo ad aprire un dialogo, anche a costo di accettare una posizione di evidente subordinazione. «Non credo che possiamo permetterci il lusso di non cercare di stabilire canali di comunicazione con gli Stati Uniti», ha ammesso il presidente dell’Eurogruppo, Kyriakos Pierrakakis, sottolineando come tecnologie di questo tipo richiedano «quadri di governance internazionale» proprio mentre il multilateralismo appare sempre più fragile. Tradotto: l’Europa non è in grado, almeno per ora, di fare da sola. Tra l’altro, proprio mentre discute con una big tech americana per testare la sicurezza delle proprie infrastrutture, Bruxelles porta avanti un ambizioso piano da 20 miliardi di euro per costruire gigafactory dedicate all’Intelligenza artificiale, con l’obiettivo dichiarato di creare un ecosistema autonomo. Un progetto che, però, sconta ritardi, incertezze e soprattutto l’assenza di veri campioni industriali in grado di competere con i colossi statunitensi. È un bel cortocircuito strategico: da un lato, si investono risorse ingenti per inseguire una sovranità tecnologica che, però, appare ancora lontana; dall’altro, si finisce per affidarsi proprio a quelle tecnologie straniere da cui ci si vorrebbe affrancare.
La questione, in ogni caso, resta aperta. I ministri delle Finanze torneranno a discuterne nei prossimi incontri, consapevoli che «i modelli di intelligenza artificiale di frontiera si stanno evolvendo rapidamente e potrebbero presto presentare sfide di natura potenzialmente sistemica», come ha avvertito ancora Pierrakakis. La partita, insomma, è appena iniziata. Ma il rischio è che l’Europa la giochi, ancora una volta, più da spettatrice - o da cavia - che da protagonista.





