Mentre il leone ruggisce, Bruxelles fa la parte del micino spelacchiato. Di fronte all’operazione «Ruggito del leone» lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, l’Unione europea reagisce come spesso accade nei momenti decisivi: convocando riunioni. Per oggi, l’Alta Rappresentante Ue, Kaja Kallas, ha convocato un Consiglio Affari Esteri straordinario in collegamento video con i ministri degli Stati membri.
«A seguito della situazione in corso in Iran, lunedì convocherò un collegio speciale dei commissari», ha scritto su X la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Nelle stesse ore, la numero uno dell’esecutivo comunitario ha sottolineato che «per la sicurezza e la stabilità regionale è di fondamentale importanza che non si verifichi un’ulteriore escalation attraverso gli attacchi ingiustificati dell’Iran contro i partner della regione». Dalla Commissione Ue e dal Servizio europeo per l’azione esterna è arrivato anche l’ormai rituale invito alla «massima moderazione», al «pieno rispetto del diritto internazionale» e alla protezione dei civili. Il lessico è quello tipico delle crisi internazionali: «grande preoccupazione», «stabilità regionale», «de-escalation». Nessuna iniziativa diplomatica autonoma, insomma, ma l’annuncio di un collegio straordinario e l’ennesimo appello alla prudenza.
Leggermente diverso, almeno nelle forme, l’atteggiamento dei cosiddetti «volenterosi». Germania, Francia e Regno Unito hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui affermano di «condannare gli attacchi iraniani nella regione» e chiedono che Teheran «si astenga da ulteriori azioni destabilizzanti e torni al tavolo dei negoziati». I tre leader precisano di «non aver partecipato ai raid», ma di restare «in stretto coordinamento con gli alleati». È un ricompattamento che mira a dare un segnale politico, pur muovendosi dentro il perimetro atlantico e, di fatto, oltre Bruxelles, ancora una volta scavalcata. Il premier britannico Keir Starmer ha inoltre confermato che «jet britannici sono stati coinvolti in operazioni di difesa degli alleati», chiarendo che Londra non ha preso parte all’attacco. Anche Berlino si è mossa sul piano dei contatti diretti: il cancelliere Friedrich Merz ha parlato al telefono con il premier israeliano Benjamin Netanyahu nelle ore successive all’inizio dell’operazione, secondo quanto riferito da fonti del governo tedesco. Parigi, dal canto suo, ha chiesto la convocazione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il presidente Emmanuel Macron ha parlato di «gravi conseguenze per la pace e la sicurezza internazionali» e ha sollecitato una ripresa dei negoziati sul programma nucleare e sui missili iraniani, insistendo sulla necessità di «evitare un allargamento del conflitto» e di «privilegiare la via diplomatica».
Posizioni ritenute evidentemente morbide dal repubblicano Lindsey Graham, che ha definito «un eufemismo» dire di essere deluso dalla posizione europea, sostenendo che le democrazie occidentali «perdono la passione per la giustizia e il senso del bene e del male quanto più l’evento si svolge lontano dalle loro coste».
Ben diverse le reazioni di Mosca e Pechino. Il ministero degli Esteri russo ha definito i raid «un atto di aggressione armata non provocata», denunciando il rischio di una «pericolosa escalation» e chiedendo la convocazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Anche la Cina si è detta «fortemente preoccupata» e ha chiesto «l’immediata cessazione delle operazioni militari», richiamando al rispetto della «sovranità, sicurezza e integrità territoriale» dell’Iran. Pechino ha invitato tutte le parti a «evitare ulteriori escalation» e a tornare «al dialogo e ai negoziati» per salvaguardare pace e stabilità in Medio Oriente.
Lo scandalo Epstein continua a tenere banco sulla stampa di tutto il mondo e, soprattutto, continua a mietere vittime illustri. Tra i pesci più grossi a farne le spese c’è senz’altro Bill Gates. Il fondatore di Microsoft, infatti, ha chiesto scusa ai dipendenti della sua fondazione per i rapporti intrattenuti in passato con Jeffrey Epstein, definendo quelle frequentazioni «un enorme errore di giudizio».
Durante un incontro interno, Gates ha riconosciuto che la pubblicazione dei file ha riacceso dubbi e interrogativi sulla sua condotta, ribadendo tuttavia di non aver mai commesso alcun illecito né di essere mai stato a conoscenza dei crimini del finanziere. «Mi assumo la responsabilità per il mio errore», avrebbe detto, ammettendo che le sue scelte hanno danneggiato l’immagine dell’organizzazione.
Dopo aver colpito Gates, la valanga dei file Epstein ha travolto addirittura il World economic forum. Børge Brende, presidente e amministratore delegato del Wef, ha rassegnato ieri le dimissioni dopo che nei documenti diffusi erano emersi incontri e scambi di messaggi con Epstein tra il 2018 e il 2019. Il Forum ha parlato di una decisione presa per «evitare distrazioni» rispetto alle attività dell’organizzazione, precisando che un’indagine interna non avrebbe rilevato nuovi elementi oltre a quanto già noto. Ma il fatto che una delle istituzioni simbolo della governance globale venga associata alle attività del finanziere pedofilo la dice lunga sugli intrecci di potere che Epstein era riuscito a tessere ai più alti livelli.
Oltre a Davos, del resto, a tremare è anche Bruxelles. La Commissione Ue, infatti, ha chiesto all’Ufficio europeo per la lotta antifrode di esaminare eventuali violazioni delle proprie norme da parte dell’ex commissario europeo Peter Mandelson, in carica dal 2004 al 2008, alla luce delle rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein. Bruxelles intende verificare se Mandelson abbia rispettato il codice di condotta previsto per i funzionari europei, sia durante il mandato sia dopo aver lasciato l’incarico. Negli ultimi anni il nome dello storico esponente laburista era già riemerso per incontri e contatti con il finanziere pedofilo, anche successivi alla sua condanna del 2008.
Intanto continua a tenere banco il giallo sulla sorte di Thorbjørn Jagland. L’ex primo ministro norvegese ed ex segretario generale del Consiglio d’Europa è stato ricoverato nei giorni scorsi in circostanze ancora poco chiare. Alcune indiscrezioni hanno parlato di un possibile tentativo di suicidio, ipotesi però respinta dal suo avvocato, che ha attribuito il ricovero a un malore in un contesto di forte pressione mediatica comunque legata ai file. Jagland è finito nel mirino della stampa norvegese dopo la pubblicazione dei file e l’apertura di un’indagine per presunte irregolarità legate ai suoi rapporti con il finanziere pedofilo. In ospedale, peraltro, è finito anche re Harald V, 89 anni, ufficialmente per un’infezione mentre si trovava in vacanza a Tenerife. Ad aggravare la già precaria salute del sovrano ha contribuito pure lo scandalo che ha travolto la nuora Mette-Marit, più volte citata nei file per suoi contatti con Epstein.
Parallelamente, negli Stati Uniti proseguono gli scossoni nel mondo accademico. Larry Summers, già segretario al Tesoro e presidente di Harvard, è tornato al centro delle polemiche per i suoi rapporti con Epstein e per consulenze retribuite ricevute negli anni. Questo scandalo di prim’ordine, naturalmente, ha riacceso il dibattito a Harvard sulla gestione dei finanziamenti e sui controlli interni. Discorso simile anche per il neuroscienziato Richard Axel, premio Nobel e docente della Columbia University, i cui contatti con Epstein sono stati richiamati nei documenti desecretati. Alla Columbia sono partite verifiche interne e crescono le pressioni su professori e membri dei board che in passato hanno avuto legami - diretti o indiretti - col finanziere. Per molte università dell’Ivy league è un enorme problema di reputazione: per anni hanno accettato donazioni cospicue senza interrogarsi a fondo sulla loro provenienza. E ora devono pagarne il prezzo.
Il caso Epstein continua a produrre nuove scosse. E a finire sotto i riflettori è, ancora una volta, Andrea Mountbatten-Windsor. Le ultime rivelazioni provenienti dal Regno Unito, infatti, aggiungono dettagli sempre più imbarazzanti ai suoi già controversi rapporti con Jeffrey Epstein. Secondo ricostruzioni emerse da fonti britanniche, durante gli anni in cui ricopriva incarichi ufficiali come inviato speciale per il commercio, Andrea avrebbe inserito, tra le note spese rimborsate dallo Stato, anche servizi di «massaggi» non meglio specificati, insieme a spese particolarmente elevate per voli e soggiorni alberghieri.
Il punto, ovviamente, non è soltanto contabile. Ex funzionari citati dalla stampa inglese descrivono un quadro sconcertante: nel corso di missioni istituzionali all’estero, all’ex principe sarebbero state messe a disposizione prostitute in quantità tale da destare preoccupazioni anche sotto il profilo della sicurezza nazionale. Il timore - ventilato in ambienti governativi - è che un simile comportamento abbia potuto produrre materiale compromettente, rendendo l’ex principe una facile preda di servizi segreti stranieri.
I timori, del resto, aumentano proprio perché di mezzo c’è di nuovo il nome di Epstein. Secondo le stesse ricostruzioni, infatti, alcune di queste frequentazioni si sarebbero intrecciate con i viaggi sul jet privato del finanziere pedofilo, il famigerato «Lolita Express». In un filone d’inchiesta ancora oggetto di accertamenti, si ipotizza perfino che giovani donne possano essere state fatte arrivare nel Regno Unito a bordo di quell’aereo, con transiti che avrebbero coinvolto anche basi della Royal air force. Allo stato attuale, non ci sono ancora conferme, ma il solo fatto che l’ipotesi venga presa in considerazione descrive bene la gravità della situazione.
A rendere l’intreccio ancora più ingarbugliato c’è anche un dettaglio operativo: le guardie del corpo di Andrea, pagate dai contribuenti britannici, avrebbero svolto mansioni di sicurezza privata in contesti estranei a impegni ufficiali, fungendo da «buttafuori» in eventi collegati all’entourage di Epstein. Se confermata, una simile circostanza renderebbe la posizione dell’ex principe ancora più indifendibile.
A fare da appendice a questa nuova fase dello scandalo c’è anche la posizione di Sarah Ferguson. Dalle email emerse nei file risulta che l’ex duchessa di York ebbe scambi cordiali con Epstein tra il 2009 e il 2011. Dopo l’arresto dell’ex marito, la Ferguson avrebbe prontamente lasciato il Regno Unito, rendendosi irreperibile. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, si troverebbe tra l’Europa e gli Emirati Arabi Uniti.
Ma il terremoto non colpisce soltanto il ramo degli York. Ieri è arrivato un altro colpo di scena: l’arresto di Peter Mandelson, storico esponente laburista, già ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown e fino a poco tempo fa ambasciatore britannico negli Stati Uniti. Mandelson è stato fermato con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica nell’ambito delle indagini sui file Epstein. Le email rese pubbliche nelle scorse settimane avevano già documentato rapporti e scambi tra Mandelson ed Epstein, anche successivi alla condanna del finanziere pedofilo nel 2008, tanto che un paio di settimane fa l’ex ministro aveva lasciato sia la Camera dei Lord sia il Partito laburista. Nel mirino i documenti condivisi col faccendiere americano. Secondo il Financial Times, l’inchiesta ha messo sotto forte pressione il primo ministro Keir Starmer, che aveva nominato Mandelson ambasciatore a Washington nonostante i legami noti con Epstein.
Lo scandalo, però, non si limita solo al Regno Unito. Oltre Atlantico, infatti, lo scorso fine settimana un giovane di 21 anni, identificato ieri come Austin Tucker Martin, è stato ucciso dopo aver tentato di introdursi armato a Mar-a-Lago, la residenza di Donald Trump in Florida. Secondo le ricostruzioni delle principali testate americane, il ventunenne era ossessionato dai documenti resi pubblici sul caso Epstein e avrebbe scritto a conoscenti di essere convinto che il governo stesse coprendo le responsabilità di potenti figure dell’establishment statunitense. Armato di fucile, si sarebbe rifiutato di deporre l’arma davanti agli agenti del servizio di sicurezza, che hanno quindi aperto il fuoco. L’Fbi sta ora ricostruendo il profilo del giovane e il ruolo che le teorie del complotto hanno avuto nel suo gesto.
Ma non è finita qui. Un’inchiesta pubblicata ieri dal Guardian racconta anche della rivolta di docenti e studenti di prestigiose università americane - dalla Columbia a Yale, passando per Harvard e l’Ucla - dopo la pubblicazione dei file che documentano legami, donazioni e frequentazioni tra Epstein e gli ambienti accademici. In alcuni casi sono state chieste dimissioni o rimozioni da incarichi di vertice, mentre in altri sono state avviate revisioni interne sui meccanismi di accettazione delle donazioni. Le università dell’Ivy league, accusate per anni di aver chiuso gli occhi di fronte a generose elargizioni di dubbia provenienza, si trovano ora costrette a pagare il fio per il loro comportamento, che mina pesantemente la credibilità dell’intero sistema filantropico degli atenei americani.





