Il 12 aprile è una data cerchiata in rosso nei palazzi di Bruxelles. Quel giorno gli ungheresi torneranno alle urne e, se Viktor Orbán dovesse ottenere un nuovo mandato, l’Unione europea si troverebbe di fronte a uno scenario che molti, nelle istituzioni comunitarie, considerano ormai inevitabile: la necessità di andare avanti anche senza il consenso di Budapest.
Il rapporto tra il premier ungherese e l’Ue è da anni attraversato da tensioni profonde, ma negli ultimi mesi lo scontro sembra aver raggiunto il suo culmine. Il veto posto da Budapest su un prestito destinato all’Ucraina, dopo un via libera iniziale, ha irritato diversi governi europei. «Nessuno può ricattare il Consiglio europeo», ha dichiarato il presidente António Costa, dando voce a un malumore diffuso tra Bruxelles e Strasburgo. A questo si sono aggiunte le accuse - tutte da verificare - di contatti costanti tra esponenti ungheresi e Mosca, in un momento in cui la guerra in Ucraina resta il principale banco di prova della coesione europea.
È in questo clima che, secondo un’analisi pubblicata da Politico, le capitali europee starebbero già discutendo possibili contromisure nel caso di una nuova vittoria di Orbán. Non si tratta di decisioni formali, beninteso, ma di ipotesi ancora allo studio, riferite da fonti diplomatiche, che delineano però un cambio di passo potenzialmente radicale: non più solo tentativi di mediazione, ma strumenti per limitare la capacità di veto di uno Stato membro considerato sempre più «ingombrante».
La prima strada riguarda il cuore del processo decisionale europeo: il voto. Alcuni Paesi spingono per estendere il ricorso alla maggioranza qualificata anche in ambiti oggi soggetti all’unanimità, come la politica estera o parti del bilancio pluriennale. In sostanza, si tratterebbe di ridurre il potere di blocco dei singoli governi, rendendo più rapida l’azione dell’Ue. Una soluzione, questa, che avrebbe il vantaggio dell’efficacia, ma che tocca uno dei pilastri dell’Unione, fondato proprio sull’accordo tra tutti gli Stati membri.
Un’altra opzione sarebbe quella di un’Europa «a più velocità», con gruppi di Paesi pronti a procedere insieme su singoli dossier, lasciando indietro chi non intende partecipare. Formati flessibili, coalizioni di «volenterosi», cooperazioni rafforzate: strumenti già utilizzati in passato e che potrebbero diventare più frequenti. Il rischio, tuttavia, è quello di una frammentazione crescente, con un nucleo centrale che decide e altri Paesi relegati ai margini.
Più diretta sarebbe, invece, la leva finanziaria. Bruxelles potrebbe cioè rafforzare i meccanismi che legano l’accesso ai fondi europei al rispetto dello Stato di diritto, arrivando a sospendere o bloccare i finanziamenti in caso di violazioni (vere o presunte, non importa). In teoria, è un’eventualità già prevista nelle proposte sul prossimo bilancio pluriennale, ma che resta politicamente delicata e giuridicamente complessa. Anche perché Budapest ha già fatto sapere che, in assenza di risorse europee, non avrebbe interesse a sostenere l’intero impianto del bilancio.
Come quarta opzione, c’è poi lo strumento più drastico previsto dai Trattati: l’articolo 7, che consentirebbe di sospendere i diritti di voto di uno Stato membro. Una procedura già avviata nei confronti dell’Ungheria, ma di fatto bloccata, perché richiede l’unanimità degli altri Paesi. E proprio qui emerge il paradosso: per aggirare il veto di Budapest, servirebbe un accordo che, nei fatti, rischia di essere a sua volta paralizzato da altri governi, a partire dalla Slovacchia.
Infine, ci sarebbe l’ipotesi più estrema e, al momento, puramente teorica: l’espulsione dell’Ungheria dall’Unione. I Trattati non la prevedono, ma in ambienti diplomatici circolano riflessioni su possibili soluzioni giuridiche alternative, come un uso «creativo» delle norme sull’uscita volontaria (come l’articolo 50, attivato dal Regno Unito per abbandonare la baracca e avviare la Brexit). Si tratta, tuttavia, di uno scenario che gli stessi funzionari europei definiscono irrealistico, anche per le possibili conseguenze geopolitiche.
Il quadro che emerge, insomma, è quello di un’Unione che si prepara a gestire un conflitto interno sempre più aspro. Da un lato, la volontà di evitare che un singolo Paese possa bloccare decisioni ritenute strategiche. Dall’altro, il rischio di mettere in discussione princìpi fondamentali come l’uguaglianza tra Stati e il rispetto delle dinamiche democratiche nazionali.
A Bruxelles, per adesso, si parla di «piani di contingenza». Ma il fatto stesso che queste opzioni siano sul tavolo appare piuttosto inquietante. Se fino a pochi anni fa si cercava - almeno a parole - di integrare e convincere, oggi si ragiona anche su come aggirare le norme, arrivando persino a ipotizzare ingerenze politiche - sotto forma di pressioni e ricatti - ai danni di un governo democraticamente eletto. Alla faccia dello Stato di diritto.
- Mentre le bombe ucraine hanno ridotto del 40% la capacità di export russo verso l’Europa, il bando totale, previsto per metà aprile, scompare dall’agenda della Commissione. Mistero su dove finisca il petrolio sequestrato alla «flotta fantasma» di Vladimir Putin.
- Gnl, stoccaggi, movimenti finanziari: troppi indizi ci dicono che le bollette saliranno.
Lo speciale contiene due articoli
Il petrolio russo è sotto attacco. Non solo per le sanzioni, ma anche per azioni di sabotaggio che colpiscono direttamente infrastrutture, rotte e capacità di esportazione. Secondo calcoli diffusi da Reuters, almeno il 40% del potenziale export di Mosca - circa due milioni di barili al giorno - risulta oggi fermo a causa di tre fattori: raid ucraini, danni agli oleodotti e sequestri di petroliere. Un colpo senza precedenti per il secondo esportatore mondiale di greggio, arrivato proprio mentre il prezzo del petrolio è tornato a superare i 100 dollari al barile.
Nelle ultime settimane Kiev ha intensificato gli attacchi contro il sistema energetico russo, colpendo tutti i principali terminali occidentali: dai porti baltici di Primorsk e Ust-Luga fino a Novorossiysk, sul Mar Nero. I raid condotti tramite droni hanno provocato incendi, rallentamenti e, in alcuni casi, la sospensione delle operazioni di carico, con effetti immediati sulle esportazioni di Mosca. Sotto pressione anche l’oleodotto Druzhba, arteria storica che attraversa l’Ucraina e rifornisce diversi Paesi dell’Europa centrale. L’obiettivo di Kiev è chiaro: ridurre le entrate energetiche del Cremlino, che rappresentano circa un quarto del bilancio statale, indebolendo così la capacità russa di sostenere il suo sforzo bellico.
Le conseguenze dell’offensiva voluta da Volodymyr Zelensky, d’altronde, si fanno sentire ben oltre il teatro di guerra ucraino. Con le rotte occidentali colpite o rallentate, Mosca è costretta a spostare una quota crescente del proprio export verso l’Asia, in particolare Cina e India. Ma anche queste direttrici presentano limiti: capacità logistiche ridotte, costi più elevati e tempi più lunghi. In un contesto già segnato dalle tensioni in Medio Oriente, il risultato è un aumento dell’incertezza sui mercati energetici globali.
In questo contesto tanto delicato, Bruxelles ha deciso di rinviare ancora la proposta di bando totale delle importazioni di petrolio russo. Il provvedimento, atteso inizialmente per metà aprile, è scomparso dall’agenda a breve termine della Commissione e, al momento, non è stato neanche ricalendarizzato. A livello ufficiale, i funzionari di Ursula von der Leyen ribadiscono l’impegno europeo a portare avanti il piano. Nei fatti, però, pesano le divisioni interne dell’Ue e la difficoltà di alcuni Stati membri a rinunciare completamente alle forniture russe. Il nodo, insomma, resta quello dell’unanimità. Ungheria e Slovacchia, fortemente dipendenti dal greggio che arriva attraverso il Druzhba (noto come «oleodotto dell’Amicizia»), hanno già ottenuto deroghe alle sanzioni e continuano a opporsi a una stretta definitiva. Non a caso, Viktor Orbán ha minacciato di interrompere le forniture di gas all’Ucraina qualora Kiev non riattivi i rifornimenti che passano per il Druzhba.
Nel frattempo, una parte crescente del petrolio russo continua a circolare al di fuori dei canali ufficiali. È il caso della cosiddetta «flotta ombra», una rete di petroliere spesso vecchie, registrate sotto bandiere di comodo e con proprietà difficilmente tracciabili, utilizzate per aggirare le sanzioni. Attraverso questi circuiti opachi passa ormai una quota rilevante del greggio di Mosca, che riesce così a raggiungere comunque i mercati internazionali. Negli ultimi mesi, tuttavia, anche questo sistema è finito nel mirino delle nazioni occidentali. Diversi Paesi europei e gli Stati Uniti hanno iniziato a fermare e sequestrare petroliere sospettate di trasportare petrolio russo in violazione delle restrizioni. Secondo operatori del settore citati da Reuters, circa 300.000 barili al giorno provenienti dall’Artico, con partenza dal porto di Murmansk, risulterebbero oggi bloccati proprio a causa di queste operazioni. Ufficialmente si tratta di applicazione delle sanzioni. Ma resta aperta una questione: che fine fa il petrolio sequestrato? Viene davvero sottratto al mercato o rientra attraverso altri canali, magari sotto nuove etichette?
Negli ultimi giorni, peraltro, il Regno Unito ha autorizzato le proprie forze navali ad abbordare le petroliere sospette: una misura che segna il passaggio da una logica puramente sanzionatoria a un intervento più attivo sulle rotte marittime, con il rischio di aumentare tensioni e incidenti. Ieri, per esempio, nel Mar Nero una petroliera turca in arrivo dalla Russia è stata colpita - a poche miglia dal Bosforo - da quello che Ankara ritiene un veicolo sottomarino senza equipaggio. Nessun ferito, ma danni alla sala macchine. Un episodio che conferma come le rotte energetiche siano ormai parte integrante del confronto bellico, non solo sul piano economico, ma ora anche su quello più strettamente militare.
Insomma, il petrolio russo continua a scorrere, ma in un circuito sempre più frammentato e instabile. Non è solo una questione di sanzioni o di mercato: è una guerra parallela, meno visibile ma altrettanto decisiva, in cui si gioca una parte rilevante dell’equilibrio economico e strategico del conflitto russo-ucraino.
Occhio, i prezzi del gas ingannano: il peggio deve ancora arrivare
Nuova giornata di rialzo dei prezzi del gas al mercato Ttf ieri, con il mese di aprile che ha chiuso a 55,22 euro/MWh (+4,55%) e il contratto annuale 2027 che ha chiuso a 44,17 euro/MWh (+4%). L’altalena di notizie dal Golfo Persico prosegue e ieri c’è stato anche ampio spazio per le dichiarazioni di Donald Trump e del segretario al Tesoro americano Scott Bessent sull’andamento della guerra in Iran e sui suoi effetti. Mentre il presidente seminava una certa confusione con una serie di affermazioni contraddittorie, Bessent ha cercato di tranquillizzare notando come alcune navi abbiano iniziato a transitare dallo stretto di Hormuz. Al di là delle dichiarazioni, però, vi sono alcuni elementi che avranno un impatto molto forte sui prezzi del gas anche se la guerra finisse tra pochi giorni.
I dati mostrano che, mentre il sistema fisico inizia ad entrare in tensione, i prezzi non stanno ancora incorporando pienamente questo rischio e dunque potremmo assistere nei prossimi giorni e settimane ad un aumento vigoroso dei prezzi del gas. L’alta probabilità che i prezzi possano muoversi rapidamente verso l’alto è legata a diversi fattori di base. Innanzitutto, l’offerta globale di gnl, dopo il grave fuori servizio del Qatar, si è ristretta rispetto alla domanda e questo sbilancio fa aumentare i prezzi. Il vero stop al gnl si percepirà da aprile, quando le navi che avrebbero dovuto arrivare in Europa dal Qatar non arriveranno. Il secondo elemento è rappresentato dai movimenti degli stoccaggi europei. Gli spread stagionali si stanno comprimendo fino quasi ad annullarsi e in alcuni punti si rovesciano, con l’estate 2026 sopra l’inverno successivo. Questo distrugge l’economia dello stoccaggio.
Se il differenziale tra estate e inverno si riduce troppo, infatti, il meccanismo di arbitraggio di iniezione perde convenienza. Comprare gas oggi, stoccarlo e rivenderlo in inverno non remunera più il rischio e il capitale e il risultato è che uno dei meccanismi fondamentali di stabilizzazione del mercato si indebolisce. Il sistema cioè diventa più vulnerabile agli shock esterni, proprio mentre il bilancio fisico si sta deteriorando. La decisione dell’Ue di ridurre gli obblighi di riempimento all’80% anziché al 90% a fine stagione estiva aiuta in minima parte a contenere la domanda, ma mette a rischio la tenuta del sistema in inverno. Anche la dinamica della curva dei prezzi futuri conferma questa tensione. Il front month accelera più rapidamente delle scadenze a tre e sei mesi e poi la curva si appiattisce, segnale di stress immediato ma senza il premio necessario a incentivare il refill.
Vi sono poi in gioco le posizioni finanziarie. Esiste una relazione positiva tra variazioni delle posizioni nette dei fondi di investimento e l’andamento dei prezzi. Dopo avere venduto molti volumi nelle settimane passate, ora i fondi stanno ricostituendo posizioni in acquisto (cosiddette lunghe). Dal rapporto sugli impegni dei trader sul mercato Ttf, diffuso settimanalmente dal mercato Ice, si ricava che le posizioni nette lunghe dei fondi finanziari ammontano a circa 293 terawattora, pari a circa 28 miliardi di metri cubi, e tendono a crescere ancora.
Questo significa che il capitale speculativo non sta coprendo un rischio che aveva precedentemente assunto, ma sta prendendo posizione su uno scenario di rialzo. Il numero di fondi attivi è inferiore ai massimi, quindi il mercato è sostenuto da meno operatori ma con esposizioni medie più elevate. Ne deriva una maggiore sensibilità ai movimenti di prezzo, cioè una maggiore volatilità. Inoltre le posizioni si stanno estendendo anche sulle scadenze lunghe, fino al 2028, segnale che chi ha molti capitali e la vista lunga vede la salita dei prezzi come strutturale e non transitoria.
Dunque, il bilancio fisico mondiale si sta deteriorando, la struttura dei prezzi futuri disincentiva gli stoccaggi e il capitale finanziario si posiziona aggressivamente al rialzo. Il risultato è un mercato che nei prezzi correnti non riflette ancora il potenziale rialzista della situazione, che ha perso una buona parte dei suoi meccanismi di stabilizzazione. In queste condizioni, se la domanda non cala, anche un piccolo shock sul lato dell’offerta può tramutarsi in una impennata dei prezzi.
- Il regime si vendica e lancia la controffensiva. Due morti a Tel Aviv e diversi feriti. I pasdaran promettono attacchi contro i siti petroliferi vicini e colpiscono il maggior complesso di Gnl del Qatar. Khamenei: «I criminali pagheranno per il sangue di Larijani».
- Lo Stato ebraico neutralizza Khatib, titolare dei servizi segreti, e con gli States colpisce il maxi giacimento di South Pars. Critiche Abu Dhabi, Mascate e Doha: «Irresponsabili». Ucciso in Libano un comandante sciita.
- Per il dialogo serve la rivolta interna. Decapitare la leadership persiana produce risultati militari, ma non politici. Senza ribellione popolare e col «moderato» Pezeshkian ai margini, il potere resterà ai falchi.
Lo speciale contiene tre articoli.
Con l’attacco agli impianti di gas di South Pars, nel sud della Repubblica islamica, il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sta salendo di livello. E la risposta di Teheran non si è fatta attendere. Sul piano operativo, l’Iran ha lanciato una nuova offensiva contro Israele. Missili balistici hanno raggiunto il centro del Paese, provocando due morti a Tel Aviv e feriti tra Ramat Gan e Petah Tikva. Diversi i danni materiali, con abitazioni colpite, una stazione distrutta e detriti che hanno raggiunto anche l’area dell’aeroporto Ben Gurion, dove tre velivoli privati sono stati danneggiati. In contemporanea, le sirene d’allarme sono risuonate in Galilea, sulle Alture del Golan e a Eilat, mentre attacchi con droni attribuiti a Hezbollah si sono sovrapposti ai lanci balistici iraniani. Un missile è stato inoltre intercettato nell’area di Al-Kharj, nella regione di Riad.
I pasdaran hanno rivendicato l’operazione parlando di oltre cento obiettivi colpiti nel territorio israeliano, nell’ambito della «sessantunesima ondata» dall’inizio dell’operazione «True Promise 4». Stando al corpo d’élite iraniano, i missili avrebbero penetrato il sistema israeliano di difesa aerea, colpendo obiettivi militari «nel cuore dei territori occupati». L’azione è stata esplicitamente collegata alla volontà di vendicare la morte di Ali Larijani, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ucciso in un raid di Israele. Sulla sua morte si è espresso ieri Mojtaba Khamenei, che ha promesso vendetta: «Ogni sangue ha un prezzo, che i criminali assassini dovranno presto pagare». Ma non c’è solo Israele nel mirino: le Guardie rivoluzionarie hanno indicato come «obiettivi legittimi» una serie di infrastrutture energetiche in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati, invitando esplicitamente civili e lavoratori ad allontanarsi da raffinerie e complessi petrolchimici. Tra i siti citati figurano la raffineria Samref e il polo industriale di al-Jubail in Arabia Saudita, il giacimento di gas di al-Hosn negli Emirati e i complessi di Mesaieed e Ras Laffan in Qatar. Proprio in Qatar ieri un incendio è divampato nel principale impianto di gas sulla costa settentrionale, dopo un attacco iraniano. L’Arabia Saudita ha distrutto invece in serata un drone diretto verso un impianto a gas nell’Est del Paese. In parallelo, la marina dei pasdaran ha avvertito che anche le infrastrutture energetiche statunitensi rientrano tra i possibili bersagli.
La partita non si gioca solo sul piano militare. Lo ha sottolineato con forza il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, che ha parlato apertamente di una «guerra economica su larga scala», sostenendo che la sicurezza energetica della regione ha ormai raggiunto «il punto zero» e definendo l’attacco a South Pars un «suicidio politico» da parte di Stati Uniti e Israele. Sulla stessa linea anche il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha parlato di «nuovo livello di confronto», evocando la «legge del taglione» e definendo l’attacco alle infrastrutture un atto destinato a ritorcersi contro i suoi autori. Sempre ieri, l’Iran ha anche eseguito la condanna a morte di un cittadino con doppia nazionalità svedese-iraniana, accusato di spionaggio a favore di Israele. Stoccolma ha reagito con una dura protesta, convocando l’ambasciatore iraniano. Un episodio che, pur avulso dall’ambito militare, testimonia un atteggiamento sempre più duro da parte della Repubblica islamica, sia all’esterno sia sul fronte interno. E in effetti, gli appelli americani alla dissidenza non sembrano sortire risultati apprezzabili: ieri, in piena crisi bellica, i cittadini di Teheran sono scesi in piazza, dove hanno dato alle fiamme i fantocci di Trump e Netanyahu. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha anzi ribaltato la narrativa americana, condividendo su X il messaggio di dimissioni del funzionario statunitense Joe Kent: «Questa guerra», ha scritto Baghaei, «non è la guerra del popolo americano; prendere le distanze da questa guerra illegale è il minimo che ogni cittadino o funzionario americano con una coscienza limpida può e dovrebbe fare». Come sul piano comunicativo, anche sul piano militare - nonostante i colpi subiti - Teheran non appare del resto priva di risorse. Le stime più recenti e accreditate indicano che prima del conflitto l’Iran disponeva del più ampio arsenale missilistico del Medio Oriente, con una dotazione compresa tra i 2.500 e i 3.000 vettori. Alcune valutazioni arrivano fino a 6.000, secondo analisi citate da Reuters. Una parte significativa è già stata utilizzata o distrutta, e la capacità di lancio è stata ridotta dai raid israelo-americani. Ma, sempre secondo fonti occidentali riportate da Reuters, il Paese conserverebbe ancora una quota rilevante delle proprie scorte. In altre parole, l’Iran è ancora in grado di combattere.
Eliminato il super 007 degli iraniani. Blitz Usa-Israele su un impianto di gas
Contro il regime iraniano, Israele ha alzato l’asticella: oltre a continuare a spazzare via i vertici, ha attaccato per la prima volta il più grande giacimento di gas del Paese, aprendo a una fase di ripercussioni ancora più critica. Innanzitutto, Teheran deve fare i conti con la perdita del ministro dell’Intelligence iraniano, Esmail Khatib. A confermare ufficialmente la sua uccisione è stato il ministro della Difesa di Israele, Israel Katz. Che ha pure annunciato: «Nel corso della giornata (ieri, ndr) sono previste importanti sorprese su tutti i fronti, che intensificheranno la guerra che stiamo conducendo contro l’Iran e Hezbollah». Le Idf hanno svelato che Khatib è stato eliminato nella notte tra martedì e mercoledì a Teheran in «un attacco mirato» condotto «dall’aviazione israeliana». Khatib aveva assunto l’incarico nel 2021: nominato da Ali Khamenei, è stato quindi a capo del dicastero sia durante la presidenza di Ebrahim Raisi sia in quella di Masoud Pezeshkian. In Iran, come riferisce una nota delle forze di difesa israeliane, il ministero dell’Intelligence «costituisce uno dei principali meccanismi di repressione e terrorismo del regime. Possiede capacità di intelligence avanzate e funge da braccio centrale nella supervisione, nello spionaggio e nell’esecuzione di operazioni segrete in tutto il mondo». Tra l’altro il ministro è stato tra i protagonisti delle recenti repressioni contro le proteste interne e allo stesso modo «ha agito contro i cittadini iraniani nel contesto delle proteste per l’hijab» nel 2022.
Ma le operazioni contro i vertici iraniani proseguiranno. Visto che «in Iran sono tutti nel mirino», Katz e il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, hanno autorizzato l’esercito a «eliminare qualsiasi alto funzionario iraniano senza che sia necessaria un’ulteriore approvazione». Tra l’altro, le Idf hanno reso noto che a Beirut è stato ucciso il comandante della divisione Imam Hussein, Hassan Ali Marwan. Il terrorista, insediatosi solo sei giorni prima, «in precedenza ricopriva il ruolo di capo delle operazioni della divisione ed era responsabile del collegamento tra quest’ultima e gli alti ufficiali militari di Hezbollah e della Forza Quds».
Riguardo ai raid di Israele contro la leadership iraniana, c’è da dire che non hanno smantellato il regime. A confermarlo, durante un’audizione al Senato statunitense, è stata la direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, Tulsi Gabbard: «Il governo di Teheran è intatto» seppur «ampiamente indebolito a causa degli attacchi alla sua leadership e alla sua capacità militare».
Ciononostante, le «sorprese» preannunciate da Katz non sono tardate ad arrivare, con Israele che ha colpito un impianto di gas iraniano nel Sud del Paese, innescando un pericoloso effetto domino sul mercato energetico globale con la rappresaglia del regime che è già iniziata. Il primo a confermare l’attacco è stato il vicegovernatore della provincia meridionale di Bushehr alla tv di Stato iraniana: «Pochi istanti fa, alcune parti degli impianti di gas» della raffineria strategica di South Pars, situata nella città di Kangan, «sono state colpite da proiettili del nemico americano-sionista». Stando a quanto riferito dall’agenzia di stampa iraniana Fars, sono stati bersagliati i serbatoi di gas e parti di una raffineria. Altri funzionari iraniani hanno parlato di quattro sezioni degli impianti petrolchimici di South Pars colpiti. In merito ai danni, il governatore di Asaluyeh, centro iraniano per il gas e la petrolchimica, alimentato dal giacimento di South Pars, ha comunicato che «non è stata segnalata alcuna perdita di sostanze tossiche dopo l’attacco». Si tratta della prima volta, dall’inizio dell’operazione Furia epica, di un attacco contro gli impianti iraniani di gas, di vitale importanza per l’economia del Paese. South Pars, che fa parte del più grande giacimento di gas naturale al mondo, è infatti fondamentale per la produzione di energia elettrica dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Financial Times, le sue infrastrutture forniscono oltre due terzi del gas consumato nel Paese. E non è escluso che l’iniziativa di Israele abbia ricevuto l’appoggio del presidente americano, Donald Trump. A confermare ad Axios il via libera degli Stati Uniti sono state alcune fonti israeliane. Poco dopo, un funzionario statunitense ha però smentito alla Cnn il coinvolgimento di Washington. A reagire duramente contro l’attacco è stata Doha, anche perché il giacimento finito nel mirino è condiviso con il Qatar attraverso il Golfo. Il portavoce del ministro degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha dichiarato: «Il fatto che Israele prenda di mira le infrastrutture legate al giacimento di gas iraniano di South Pars, che rappresenta un’estensione del giacimento di North Field del Qatar, è un passo pericoloso e irresponsabile». Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno criticato il raid, sostenendo che «colpire le infrastrutture energetiche rappresenta una minaccia diretta per la sicurezza energetica globale, nonché per la sicurezza e la stabilità della regione». Sulla stessa linea l’Oman: «L’attacco israeliano è una pericolosa escalation, una minaccia diretta alla sicurezza e alle forniture energetiche della regione».
Per il dialogo serve la rivolta interna
La guerra in Iran sta seguendo una direttrice strategica precisa: colpire i vertici del potere per disarticolare l’intero sistema. Non si tratta più soltanto di neutralizzare infrastrutture militari, ma di smontare progressivamente la catena di comando attraverso eliminazioni mirate. Dopo la morte di Ali Larijani, un nuovo raid ha colpito anche Esmail Khatib, capo dell’intelligence dal 2021 e figura centrale nella gestione della sicurezza interna e nella repressione delle proteste. L’ipotesi operativa di Israele è che la pressione aerea stia producendo effetti concreti sul funzionamento dello Stato iraniano. I centri decisionali sono costretti a spostarsi continuamente, alla ricerca di luoghi ritenuti sicuri, mentre jet e droni mantengono una presenza costante nei cieli. In alcuni casi, le attività operative vengono trasferite in strutture civili, scuole o impianti sportivi, segno di una crescente difficoltà logistica anche considerato che tutte le comunicazioni sono intercettate. A questo si aggiungono segnali di cedimento interno, con defezioni tra esercito e forze di polizia che indicano una prima erosione della coesione.
Misurare però l’efficacia reale della campagna resta complesso. Teheran ha imposto un rigido controllo dell’informazione: accesso limitato alla rete, censura sistematica e arresti per chi diffonde immagini dei danni. La guerra si gioca così, anche sul piano della percezione, in un contesto opaco dove è difficile distinguere tra realtà e narrazione. All’origine del conflitto vi è una rottura diplomatica maturata nei negoziati di Ginevra. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rivendicato il diritto dell’Iran a proseguire l’arricchimento dell’uranio, scontrandosi con la posizione statunitense. Il confronto è rapidamente degenerato. L’assenza di segnali distensivi ha offerto alla Casa Bianca il contesto per autorizzare un’operazione militare già pianificata da tempo con Israele.
La strategia israelo-americana appare orientata a svuotare progressivamente il sistema di potere iraniano, eliminando i suoi principali protagonisti fino a renderlo incapace di funzionare. Ma questa impostazione si scontra con la natura stessa della Repubblica islamica, che in oltre 40 anni ha costruito una struttura complessa, resiliente e profondamente radicata. Pensare di provocarne il collasso esclusivamente con la forza militare rischia di essere una valutazione incompleta. Il nodo centrale resta l’assenza di un’opposizione interna in grado di raccogliere il vuoto di potere. Senza una mobilitazione popolare organizzata e armata, la pressione esterna difficilmente può tradursi in un cambio di regime. Alcuni segnali si sono intravisti, come gli attacchi dei Mojahedin del Popolo contro installazioni dei pasdaran a Teheran prima dell’inizio del conflitto, con un numero elevato di vittime, e le ipotesi di un coinvolgimento curdo, che Washington ha lasciato intendere di voler valutare. Poi più nulla. Nonostante l’intensità degli attacchi, il sistema iraniano non è collassato. Secondo la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense Tulsi Gabbard, il governo resta in piedi, pur essendo stato fortemente degradato. Se la leadership dovesse sopravvivere, Teheran potrebbe ricostruire rapidamente le proprie capacità militari, in particolare nel settore dei droni e dei missili. Proprio sul dossier nucleare emerge una contraddizione significativa. Nella relazione scritta presentata al Senato, Gabbard aveva affermato che dopo i bombardamenti del giugno 2025 contro le infrastrutture nucleari iraniane non era stato compiuto «alcuno sforzo» per ricostruire le capacità di arricchimento dell’uranio. Una valutazione che metteva in discussione una delle principali giustificazioni utilizzate dall’amministrazione Trump per lanciare l’offensiva. Durante l’audizione orale, però, la stessa Gabbard ha corretto il tiro, sostenendo che Teheran starebbe «cercando di riprendersi» dai danni subiti. Il senatore democratico Mark Warner ha contestato apertamente questa discrepanza, accusandola di aver omesso gli elementi in contrasto con la linea della Casa Bianca. Resta inoltre aperto il nodo del materiale nucleare che si ritiene ancora nascosto nell’area di Isfahan. Un’eventuale operazione per sequestrarlo o distruggerlo comporterebbe rischi elevatissimi, legati sia all’incertezza sulla localizzazione sia alla possibilità di dispersione di sostanze radioattive o reazioni incontrollate.
Sul piano politico interno, il quadro appare molto incerto e frammentato. Della nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, indicato come successore del padre, si sono perse le tracce nelle prime fasi del conflitto. Il presidente Masoud Pezeshkian, considerato più aperto al dialogo, appare marginale e privo di reale potere decisionale. A dominare restano le figure della linea dura, come il capo della magistratura Mohseni-Ejei e il vertice dei pasdaran Ahmad Vahidi, mentre altri attori chiave come Alireza Arafi e Mohammad Bagher Ghalibaf continuano a muoversi in un equilibrio ancora fluido.
Di fatto mantengono ancora un ruolo centrale nella gestione politica e finanziaria della risposta bellica, senza essere finora stati colpiti, segno di una possibile valutazione strategica su equilibri ancora in evoluzione. Il quadro complessivo evidenzia una contraddizione strutturale: la strategia della decapitazione sta producendo risultati sul piano militare, ma non si traduce in un esito politico. Senza una leadership alternativa e senza una dinamica interna capace di accompagnare la pressione esterna, il rischio è quello di un conflitto lungo e logorante. L’Iran è stato colpito duramente, ma non è crollato, e continua a dimostrare una capacità di adattamento che rende incerto qualsiasi sviluppo futuro.





