Negli Stati Uniti continua a far discutere lo scandalo che ha travolto il Southern poverty law center (Splc), potente Ong antifascista e antirazzista che, secondo le accuse circostanziate del Dipartimento di Giustizia, avrebbe dirottato parte delle sue ingenti donazioni - circa 3 milioni di dollari - agli stessi gruppuscoli suprematisti che dichiarava di combattere.
Sulla carta si trattava di contributi ad agenti infiltrati ma, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, questi flussi di denaro sarebbero avvenuti attraverso una rete di intermediari e conti schermati, senza che le autorità - né tanto meno i donatori dell’Ong - fossero debitamente informati.
Le accuse di Todd Blanche, del resto, sono particolarmente pesanti: «L’Splc fabbrica il razzismo per giustificare la propria esistenza», ha dichiarato il procuratore generale degli Stati Uniti. Che poi ha spiegato: «L’uso del denaro dei donatori per trarre profitto da membri del Ku Klux Klan non può restare impunito. Il Dipartimento di giustizia chiamerà a rispondere l’Splc e ogni altra organizzazione fraudolenta che operi secondo lo stesso schema ingannevole. Nessuno è al di sopra della legge».
Anche il direttore dell’Fbi, Kash Patel, ha sostenuto che «l’Splc avrebbe messo in piedi una vasta operazione fraudolenta per ingannare i propri donatori, arricchirsi e nascondere al pubblico le proprie attività ingannevoli». Secondo Patel, i vertici dell’Ong progressista «hanno mentito ai donatori, promettendo di smantellare gruppi estremisti violenti, e invece hanno finito per pagare i leader di quegli stessi gruppi, arrivando persino a utilizzare quei fondi per alimentare attività criminali a livello statale e federale. Questo è illegale, e l’indagine su tutti i soggetti coinvolti è ancora in corso».
A rimetterci, insomma, sono soprattutto i donatori, i quali «hanno versato il loro denaro credendo di sostenere la lotta contro l’estremismo violento: un simile inganno mina la fiducia pubblica e la coesione sociale», ha dichiarato il procuratore federale ad interim Kevin Davidson. E come ha chiarito anche Sara J. Jones, agente speciale responsabile dell’Fbi di Mobile, «i donatori meritano trasparenza sull’uso dei loro contributi, e chi tradisce questa fiducia deve essere chiamato a risponderne».
Le accuse, che vanno dalla frode alle false dichiarazioni fino al riciclaggio, sono gravissime. L’Splc le ha respinte, affermando di aver finanziato infiltrati fin dagli anni Ottanta, in teoria per raccogliere informazioni e smantellare i gruppi estremisti dall’interno. Una versione che, però, non convince i pubblici ministeri, i quali sostengono che i finanziamenti siano andati ben oltre la semplice raccolta di informazioni e che le «talpe» avrebbero utilizzato i fondi dell’Splc per diffondere contenuti d’odio e organizzare eventi estremisti. Stando all’atto d’accusa, infatti, non aver avvisato né le forze dell’ordine né i donatori di queste attività equivale a «dichiarazioni, rappresentazioni, promesse e omissioni sostanzialmente false e fraudolente».
Anche dal mondo progressista, del resto, si sono levate parole di profonda indignazione. Liora Rez, fondatrice di Stop Antisemitism, ha per esempio ipotizzato che l’Splc possa avere avuto un secondo fine: riempire le proprie casse agitando lo spauracchio suprematista. «Per noi è inconcepibile che un’organizzazione per i diritti civili possa costruire ad arte episodi di intolleranza per sollecitare donazioni da parte di cittadini preoccupati», ha dichiarato al New York Post. «Se davvero l’Splc ha agito in questo modo», ha chiosato la Rez, «si tratta di qualcosa di vergognoso e inaccettabile».
Ma chi sono, appunto, i donatori truffati? Trattandosi di un’Ong dichiaratamente antifascista e antirazzista, la maggior parte dei finanziamenti proveniva dalla galassia liberal. Oltre a semplici cittadini, non mancano nomi di peso, tra cui George Soros, Jp Morgan, Tim Cook (l’ex ad di Apple) e George Clooney. Come spiega il New York Post, l’Splc - già molto potente - ha sensibilmente incrementato le sue entrate a partire dal 2017, poco dopo i famigerati scontri di Charlottesville tra i suprematisti bianchi e i contromanifestanti di sinistra. Sulla scia di quegli avvenimenti, Clooney elargì all’Ong la bellezza di 1 milione di dollari, esattamente come Tim Cook, mentre JP Morgan donò altri 500.000 dollari. E pensare che, dalle carte del Dipartimento di Giustizia, emerge che una delle talpe che organizzò quel raduno estremista (noto come Unite the Right) avrebbe incassato circa 270.000 dollari dall’Splc tra il 2015 e il 2023.
Ecco, sfruttando la buona fede dei «buoni», negli anni l’Ong antifascista ha messo insieme un patrimonio di 786 milioni di dollari. Senza contare l’influenza politica: media e istituzioni utilizzano proprio le liste dell’Splc per identificare e classificare i «gruppi d’odio». Per esempio, è stato sempre l’Splc a diffamare come «estremiste» associazioni conservatrici come Turning point Usa, fondata dal compianto Charlie Kirk, e Moms for liberty, gruppo di mamme di destra che si battono contro la diffusione delle tematiche woke nelle scuole. Insomma, se le accuse saranno confermate, non sarà in discussione solo l’Splc, ma un intero sistema che per anni l’ha coccolato, arricchito e usato come una clava politica.
L’organizzazione che da anni si presenta come uno dei principali baluardi contro l’estremismo di destra finisce ora sotto accusa per aver finanziato proprio quegli ambienti che dice di combattere. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, infatti, ha avviato un’inchiesta sul Southern poverty law center (Splc), contestando il trasferimento di oltre 3 milioni di dollari a soggetti legati a gruppi suprematisti bianchi, tra cui movimenti riconducibili al famigerato Ku Klux Klan. In altre parole, si tratta di una vicenda che solleva numerosi interrogativi sui metodi e la trasparenza di una delle Ong più influenti del panorama americano.
Secondo quanto ricostruito finora dal Dipartimento di Giustizia, i flussi di denaro si sarebbero sviluppati nel corso di diversi anni attraverso canali indiretti, conti schermati e intermediari, finendo per raggiungere individui inseriti in organizzazioni estremiste come il National socialist movement e Aryan nations. Al centro dell’indagine ci sono ipotesi di frode, riciclaggio e false dichiarazioni, con l’accusa - formulata in termini ancora preliminari - che una parte dei fondi raccolti per contrastare l’estremismo sia stata invece convogliata, almeno indirettamente, verso gli stessi ambienti oggetto di monitoraggio. Il procuratore generale Todd Blanche, subentrato di recente a Pam Bondi, ha parlato in una conferenza stampa di «serie preoccupazioni» sui meccanismi finanziari dell’organizzazione, sottolineando la necessità di chiarire «se si tratti di attività investigativa legittima o di qualcosa che va oltre». Senza girarci intorno, Blanche ha dichiarato che l’Splc «faceva l’esatto opposto di ciò che dichiarava ai propri donatori», arrivando a evocare il rischio che l’organizzazione «non smantellasse l’estremismo, ma finisse per finanziarlo». Per comprendere la portata di questo scandalo, è necessario ricordare che cos’è il Southern poverty law center. Fondato nel 1971, l’Splc è una Ong specializzata nella difesa dei diritti civili e nel monitoraggio dei cosiddetti «hate groups». Nel corso degli anni ha acquisito sempre più peso nel dibattito pubblico americano: le sue liste sulle organizzazioni estremiste vengono utilizzate da media, piattaforme digitali e istituzioni come riferimento per identificare e classificare i movimenti radicali. L’Splc, peraltro, è dotato di una struttura finanziaria imponente, con entrate annuali nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari e un patrimonio accumulato che supera i 700 milioni. Un attore privato, dunque, ma con un peso crescente nel definire i confini stessi dell’estremismo negli Stati Uniti.
Insomma, la situazione è delicata, dato che i democratici hanno spesso agitato lo spauracchio del suprematismo bianco per meri calcoli elettorali. Basti pensare che Joe Biden lo citò come una delle principali minacce alla stabilità del sistema politico americano, nonché come uno dei motivi che lo avevano spinto a candidarsi contro Donald Trump (ovviamente accusato di complicità con questi ambienti). Ed è proprio grazie a questa presunta emergenza che il ruolo di organizzazioni come l’Splc si è rafforzato, contribuendo a orientare la percezione pubblica e, indirettamente, alcune scelte politiche. Ora l’inchiesta del Dipartimento di Giustizia rischia seriamente di rompere il giocattolo dei dem.
Dal canto suo, l’Ong respinge le accuse e rivendica la legittimità della propria condotta. I fondi finiti sotto la lente degli investigatori, sostiene l’Splc, sarebbero stati utilizzati per pagare informatori infiltrati all’interno di gruppi estremisti, con l’obiettivo di monitorarne le attività e prevenire possibili violenze. Una strategia che, secondo la difesa, rientra nelle normali tecniche investigative e che sarebbe stata adottata anche da altre realtà impegnate nel contrasto al radicalismo.
È qui, però, che si apre una zona grigia destinata a pesare sull’esito dell’indagine. Da un lato, l’uso di informatori retribuiti è una pratica nota e, in determinati contesti, considerata legittima. Dall’altro, la natura e l’entità dei flussi finanziari sollevano inquietanti interrogativi sul labile confine tra monitoraggio e sostegno indiretto. Nelle sue dichiarazioni, Blanche ha insistito proprio su questo punto, parlando della necessità di «fare piena luce su un sistema che presenta elementi difficili da conciliare con la missione dichiarata dell’organizzazione». La questione è davvero delicata. Qualora fosse provato il finanziamento di questi gruppuscoli suprematisti, l’interrogativo si pone da sé: escludendo un’improbabile complicità ideologica tra l’Ong e ambienti contigui al Ku Klux Klan, sorgerebbe il sospetto che l’Splc finisca per alimentare proprio quei «gruppi d’odio» da cui trae influenza, visibilità e risorse. Per ora, l’indagine è alle fasi iniziali e non sono state emesse condanne. Ma il caso ha già riaperto la discussione sul ruolo e i metodi di quegli attori privati che, pur non essendo istituzioni, contribuiscono in modo decisivo a definire le categorie del dibattito pubblico. Con il rischio, però, di inquinarlo per portare acqua al proprio mulino.
Berlino alza il livello di allerta sull’energia e porta la questione direttamente sul terreno della sicurezza nazionale. «La sicurezza degli approvvigionamenti energetici ha la massima priorità», ha scandito Friedrich Merz intervenendo all’apertura della Fiera di Hannover, a cui era presente anche il presidente brasiliano Lula.
In questo contesto, il cancelliere tedesco ha annunciato ieri la convocazione a breve del Consiglio nazionale di sicurezza. Un passaggio, questo, tutt’altro che formale: il governo federale si prepara a discutere la tenuta delle forniture di carburanti essenziali (diesel, benzina e cherosene) in un contesto internazionale sempre più instabile. «Dobbiamo garantire in ogni momento la disponibilità dei prodotti essenziali», ha aggiunto Merz, sottolineando che «economia e cittadini devono poter contare su forniture stabili».
Il Consiglio, istituito lo scorso anno, riunisce esecutivo e autorità di sicurezza, e può essere esteso anche ai Länder. In questa occasione, secondo quanto indicato dallo stesso Merz, sarà convocato pure il presidente della Bassa Sassonia, Stephan Weil, a conferma della volontà di coordinare la risposta alla crisi su più livelli. «Agiremo in stretto raccordo con i Länder e con tutti gli attori coinvolti», ha spiegato il cancelliere, ribadendo che «la sicurezza energetica è parte integrante della sicurezza del Paese». Il messaggio è chiaro: l’energia non è più soltanto una questione prettamente economica, ma un nodo strategico che incide direttamente sulla stabilità nazionale.
Dietro l’annuncio, d’altronde, c’è una preoccupazione concreta. La Germania, cuore industriale d’Europa, deve garantire continuità produttiva e sicurezza logistica, evitando interruzioni che potrebbero avere effetti a catena sull’intero sistema economico. «Non possiamo permetterci interruzioni nelle catene di approvvigionamento», ha avvertito il cancelliere, ricordando che «le tensioni internazionali rendono il quadro più incerto e richiedono un’attenta preparazione». Il riferimento, ovviamente, è alla crisi in Medio Oriente e alle sue ricadute sui mercati energetici globali.
A rendere ancora più evidente la portata del problema sono le indiscrezioni rilanciate da Die Welt, secondo cui ci sarebbe anche il rischio di carenze di cherosene per il settore dell’aviazione. La discussione, insomma, non verte più soltanto sui prezzi elevati, ma anche e soprattutto su eventuali difficoltà operative che possono investire infrastrutture cruciali. Sempre secondo il quotidiano tedesco, in effetti, il governo starebbe valutando un confronto diretto con tutti gli operatori del settore, dalle compagnie aeree ai gestori degli approvvigionamenti. L’idea, in pratica, è che occorre essere pronti a ogni scenario.
Il quadro, del resto, è reso più incerto dalla situazione geopolitica, con lo stallo delle trattative tra Washington e Teheran che ovviamente non aiuta. Le tensioni legate al dossier iraniano e alla sicurezza delle rotte energetiche internazionali - a partire dallo Stretto di Hormuz - continuano a pesare sulle aspettative dei mercati, alimentando volatilità e timori di possibili scossoni. In questo contesto, la scelta di Merz di convocare il Consiglio di sicurezza assume un significato preciso: anticipare gli scenari e preparare strumenti di intervento adeguati. «Non aspetteremo che la crisi si manifesti», è il senso politico dell’iniziativa, che punta a rafforzare la capacità di reazione del sistema tedesco.
Un approccio, quello di Merz, che contrasta ccon quello italiano. Mentre Berlino porta l’energia dentro il perimetro della sicurezza nazionale, Roma mantiene una linea più prudente, legata all’evoluzione dei prezzi. «Settanta euro al megawattora è la soglia per valutare un eventuale ritorno al carbone», ha spiegato il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, chiarendo che «al di sotto di quel livello non c’è alcuna necessità di intervento». Allo stato attuale, ha aggiunto, «non c’è alcuna difficoltà negli approvvigionamenti», con il gas che viaggia intorno ai 40 euro.
Il carbone, sostiene Pichetto Fratin, resta una soluzione di emergenza: «È una misura residuale, che terremo pronta nel caso in cui i prezzi dovessero salire». Una linea accompagnata da altre due precisazioni: «Non torneremo al gas russo» e, inoltre, «eventuali decisioni saranno prese in un quadro europeo condiviso». Si tratta di un’impostazione che, nei fatti, rinvia ogni scelta a un eventuale peggioramento del quadro energetico.
Il confronto tra le due impostazioni è evidente. Da un lato la Germania, che si prepara a gestire la crisi prima che si manifesti in tutta la sua portata, trattando l’energia come un tema di sicurezza strategica non solo industriale. Dall’altro l’Italia, che lega le proprie mosse a una soglia di prezzo e a un’eventuale emergenza futura, mantenendo un approccio attendista.
La domanda, a questo punto, si pone da sola: bisogna davvero aspettare che il gas tocchi quota 70 euro per intervenire? Come recita un noto adagio popolare, del resto, prevenire è meglio che curare.





