Nella notte tra venerdì e sabato gli Stati Uniti hanno lanciato un’operazione militare su vasta scala contro il Venezuela, culminata nella cattura del presidente, Nicolás Maduro, e della moglie, Cilia Flores. L’attacco è iniziato poco dopo le 2 del mattino (ora locale), con una serie di esplosioni a Caracas e nei pressi di diverse installazioni strategiche. Alcuni testimoni hanno riferito di forti boati, sorvoli a bassa quota di velivoli militari statunitensi e blackout in diverse zone della Capitale. Tra gli obiettivi colpiti figurano la base militare di Fuerte Tiuna, il principale complesso delle forze armate venezuelane, e la base aerea di La Carlota. I raid - compiuti da oltre 150 velivoli - avevano il chiaro scopo di neutralizzare sistemi di difesa, comunicazioni e capacità di reazione immediata dell’esercito venezuelano, preparando il terreno alla cattura del presidente.
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
Accordo Usa-Russia rinviato. L’Ucraina al buio dopo i raid arretra ancora nel Donetsk
- Rappresaglia dello zar con droni e missili, conquistata Siversk. Negoziati tra Casa Bianca e Cremlino in sospeso. Mosca: «Questioni irrisolte, se ne parla in primavera».
- Helsinki annuncia l’innalzamento del limite d’età per i riservisti da 60 a 65 anni. La riforma, in vigore dal 2026, punta a portare i coscritti a un milione entro il 2031.
Lo speciale contiene due articoli
A ridosso delle feste di Natale, sull’Ucraina è piombata la rappresaglia della Russia con oltre 30 missili e 650 droni. L’allerta era già massima: il presidente russo, Vladimir Putin, aveva negato la possibilità di un cessate il fuoco per le festività e la scorsa settimana aveva promesso una risposta russa agli attacchi ucraini alle petroliere nel Mar Nero. Dopo i bombardamenti, il ministero della Difesa russo, nel rivendicare i raid, ha affermato che sono stati condotti «in risposta agli attacchi terroristici dell’Ucraina contro obiettivi civili in Russia».
Il primo ad aspettarsi la risposta russa è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Qualche ora prima degli attacchi, il leader di Kiev ha dichiarato: «È nella natura» di Mosca «sferrare un attacco massiccio al nostro Natale», che da due anni viene celebrato il 25 dicembre anziché il 7 gennaio. E ha aggiunto: «Stiamo approfondendo nuovamente la questione della difesa aerea e della protezione delle nostre comunità». Di conseguenza, lunedì sera, su Telegram, Zelensky ha condiviso le sue indicazioni: «I militari devono prestare attenzione direttamente e proteggere al meglio delle loro possibilità. Non è facile, perché purtroppo c’è carenza di equipaggiamento per la difesa aerea. E la gente deve prestare attenzione in questi giorni perché questi “compagni” possono colpire: niente è sacro».
Nelle prime ore di ieri, l’allarme aereo è scattato su tutto il territorio ucraino, con gli attacchi che sono stati segnalati a Kiev e in altre 13 regioni. E dato che la parte occidentale dell’Ucraina è stata presa particolarmente di mira, anche i caccia della Polonia sono decollati al fine di proteggere lo spazio aereo e «lo stato di prontezza» è stato raggiunto «dai sistemi di difesa aerea terrestri» e «dai sistemi di ricognizione radar» polacchi. Zelensky su X ha subito scritto: «Putin non riesce ancora ad accettare di dover smettere di uccidere» e «questo significa che il mondo non sta facendo pressioni a sufficienza» su Mosca. Il leader di Kiev ha anche sottolineato che si tratta di un massiccio attacco «alla nostra energia, alle infrastrutture civili, praticamente a tutta l’infrastruttura della vita». Si contano almeno tre morti nelle regioni di Kiev, Khmelnytskyi e Kharkiv, tra cui un bambino di quattro anni, e oltre dieci feriti. E ancora una volta, i cittadini ucraini sono rimasti senza corrente, soprattutto nelle regioni di Rivne, Ternopil e Khmelnytskyi. A Odessa, la prima a essere colpita, sono stati danneggiati più di 120 edifici e a riportare danni sono anche le infrastrutture energetiche e portuali.
Anche sul campo Mosca continua ad avanzare: il ministero della Difesa russo ha annunciato che è stato conquistato il villaggio di Andreevka, situato nella regione di Dnipropetrovsk. Ma non solo. Nella regione di Donetsk, a Siversk, le truppe ucraine si sono ritirate. A renderlo noto è stato lo Stato maggiore delle forze armate di Kiev su Telegram: «Per preservare la vita dei nostri soldati e la capacità di combattimento delle unità, i difensori ucraini si sono ritirati dall’insediamento».
E se i bombardamenti procedono a tappeto, le trattative di pace proseguono senza accelerazioni. Che l’esito positivo non sia dietro l’angolo è evidente dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov: «Non possono essere considerati una svolta» i negoziati tra la delegazione russa e quella americana a Miami, ma si tratta di un «work in progress». Al quotidiano Izvestia, Peskov ha precisato che «la cosa principale era ricevere informazioni dagli americani sul lavoro preparatorio svolto con gli europei e gli ucraini e, in base a ciò, capire in che misura questo lavoro preparatorio corrisponda allo spirito di Anchorage». Peraltro, che l’orizzonte della fine della guerra non sia così vicino sembra emergere anche dalle dichiarazioni del viceministro Esteri russo, Sergej Ryabkov. Parlando delle relazioni bilaterali tra Mosca e Washington, ha reso noto che pur avendo affrontato «nel ciclo di contatti» gli aspetti «irritanti» che ostacolano la normalizzazione dei rapporti, «non sono stati compiuti progressi significativi» visto che «le questioni principali restano irrisolte». E ha annunciato che «il prossimo round» in tal senso potrebbe svolgersi «all’inizio della primavera».
A non essersi sbilanciato sui negoziati per la pace è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «I colloqui su Ucraina e Russia stanno procedendo bene» ha fatto sapere da Mar-a-Lago, ribadendo che «c’è un odio enorme tra questi due leader, tra il presidente Putin e il presidente Zelensky».
Il leader di Kiev è stato intanto informato dai negoziatori Rustem Umerov e Andrii Hnatov sull’esito dei colloqui tra la delegazione ucraina e quella americana dello scorso weekend. A tal proposito, ha dichiarato: «Abbiamo lavorato in modo produttivo con i rappresentanti del presidente Trump e ora sono state preparate bozze di diversi documenti. In particolare, ci sono documenti riguardanti le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, il ripristino e la struttura di base per porre fine a questa guerra». E attende «con impazienza di proseguire il dialogo con gli Stati Uniti». Nel tentativo di aumentare la pressione sulla Russia, si è poi sentito telefonicamente con il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. I due hanno discusso «dell’importanza di sostenere la resilienza dell’Ucraina e di rafforzare le nostre posizioni al tavolo dei negoziati».
La Finlandia arruola i pensionati
La Finlandia si prepara a innalzare il limite massimo di età dei riservisti fino a 65 anni, rafforzando in modo significativo il proprio sistema di difesa territoriale. La riforma, firmata dal presidente della Repubblica e destinata a entrare in vigore dal 1° gennaio 2026, estenderà l’obbligo di permanenza nella riserva militare per decine di migliaia di cittadini, in un Paese che considera la difesa nazionale un pilastro costituzionale. La Costituzione finlandese, infatti, stabilisce che ogni cittadino ha il dovere di partecipare alla difesa dello Stato, nei tempi e nei modi stabiliti da una legge ordinaria che disciplina la coscrizione. Fino a oggi, il sistema prevedeva che gli uomini fossero chiamati al servizio militare obbligatorio a partire dai 18 anni, con una durata variabile dai sei ai 12 mesi, al termine dei quali entravano nella riserva.
Il limite massimo di età era fissato a 50 anni per la truppa e a 60 anni per sottufficiali e ufficiali. Con la nuova normativa, invece, tutti i riservisti resteranno mobilitabili fino al compimento dei 65 anni, uniformando il sistema e prolungando di 5 o 15 anni - a seconda del grado - la permanenza in riserva. Secondo le stime del ministero della Difesa, questa misura consentirà di aumentare la riserva di circa 125.000 unità nei prossimi anni, portandola progressivamente verso la quota di un milione di cittadini mobilitabili entro il 2031. Un bacino di forza significativo, che si aggiunge a una forza armata permanente relativamente ridotta ma altamente addestrata, pensata per reagire rapidamente in caso di crisi. Il ministro della Difesa Antti Häkkänen ha spiegato che l’innalzamento del limite di età risponde al mutato contesto di sicurezza regionale: «Il rafforzamento della riserva aumenta la capacità di difesa della Finlandia in modo rapido ed efficace», ha dichiarato, sottolineando come l’esperienza e le competenze dei riservisti più anziani rappresentino una risorsa preziosa. Häkkänen ha inoltre precisato che la riforma non implica una mobilitazione automatica, ma amplia il bacino di personale che potrebbe essere richiamato in caso di necessità.
La riforma va letta nel quadro del profondo mutamento strategico vissuto dalla Finlandia, che nel 2023 ha abbandonato la sua tradizionale neutralità per aderire alla Nato: una scelta chiaramente dettata da una possibile minaccia militare russa. In questo contesto, l’ampliamento della riserva rappresenta uno degli strumenti principali di deterrenza, fondato sulla capacità di mobilitare rapidamente l’intera società in caso di crisi. La leva obbligatoria, infatti, continua a godere di un consenso molto elevato: secondo sondaggi recenti dell’Advisory board for defence information, oltre l’80% dei finlandesi si dichiara favorevole al mantenimento del sistema di coscrizione come irrinunciabile pilastro della difesa nazionale. Un dato che contribuisce a spiegare perché l’innalzamento del limite di età dei riservisti venga presentato da Helsinki non come una misura eccezionale, ma come un adeguamento strutturale a un contesto di sicurezza europea profondamente cambiato.
- Fanil Sarvarov era tra i vertici della Difesa. Sospetti sui servizi di Kiev. Prima di lui diverse vittime sono morte in attacchi simili, da capi militari alla figlia dell’ideologo Dugin.
- Zelensky ottimista sul piano di pace: «Pronto anche se imperfetto». Il Cremlino ribadisce l’impegno a non attaccare Ue e Nato. Ma parla di progressi lenti nei negoziati.
Lo speciale contiene due articoli.
L’esplosione che ieri mattina ha ucciso il tenente generale Fanil Sarvarov ha scosso Mosca e l’intero apparato militare russo. L’attentato è avvenuto all’alba, quando l’auto di servizio del capo della Direzione per l’addestramento operativo dello Stato maggiore è stata distrutta da un ordigno collocato con un magnete sotto il veicolo (una Kia Sorento di colore chiaro), vicino al sedile del conducente. Secondo le ricostruzioni basate su fonti investigative russe citate dalle agenzie Tass e Rbk, la bomba sarebbe esplosa nel momento in cui Sarvarov ha azionato il freno. Le autorità hanno confermato la morte del generale e l’apertura di un’indagine per omicidio, mentre la Commissione investigativa ha fatto sapere che i rilievi sono iniziati immediatamente dopo la deflagrazione. Gli inquirenti puntano con decisione su una pista: il coinvolgimento dei servizi speciali dell’Ucraina. In serata, la commissione ha precisato che «una delle principali versioni allo studio riguarda il ruolo dei servizi d’intelligence ucraini».
Da Kiev non è arrivata alcuna rivendicazione né commenti ufficiali, ma i media russi ricordano che Sarvarov figurava da tempo nel database del sito nazionalista ucraino Myrotvorets, che ieri lo ha classificato come «liquidato». Un segnale interpretato a Mosca come una sorta di firma indiretta. Il Cremlino ha reagito con durezza. Il portavoce Dmitri Peskov ha dichiarato che «il presidente Vladimir Putin è stato informato immediatamente» dell’attentato e ha definito l’esplosione «un terribile omicidio» e «un atto terroristico diretto contro la Federazione russa». Ha aggiunto che «i responsabili saranno individuati e puniti», lasciando intendere che Mosca considera l’attacco parte di una strategia ostile che richiede una risposta. Le autorità non hanno fornito ulteriori dettagli, limitandosi a confermare l’apertura di un’indagine per omicidio e a ribadire che tutte le piste restano aperte.
Sarvarov, nato nel 1969 nella regione di Perm, aveva trascorso quasi tutta la carriera nelle forze corazzate, combattendo nelle campagne cecene e partecipando alle operazioni russe in Siria prima di entrare nei vertici dello Stato maggiore. Da due anni guidava la Direzione per l’addestramento operativo, un incarico cruciale nell’attuale fase del conflitto: a lui facevano capo la preparazione delle truppe di terra, l’aggiornamento delle tattiche d’impiego e la valutazione delle esperienze maturate sul fronte ucraino. Pur non essendo una figura mediatica, il suo ruolo era considerato strategico per mantenere lo sforzo bellico russo su livelli costanti nonostante le perdite e l’usura del conflitto.
L’uccisione di Sarvarov si inserisce in una serie di eliminazioni mirate che negli ultimi anni ha colpito tanto i vertici militari quanto alcuni volti simbolici del nazionalismo russo. Nell’agosto 2022 Daria Dugina, figlia dell’ideologo Aleksandr Dugin, era stata assassinata con un’autobomba nella regione di Mosca: l’ordigno, piazzato sotto la sua Toyota Land Cruiser, era esploso mentre rientrava da un festival culturale. Le autorità russe avevano attribuito l’attacco ai servizi speciali ucraini, mentre Kiev aveva negato ogni coinvolgimento. Nell’aprile 2023, a San Pietroburgo, era stato il turno del blogger militare Maksim Fomin. Noto come Vladlen Tatarsky e allineato sulle posizioni più radicali della propaganda patriottica, il blogger è rimasto ucciso nell’esplosione di un ordigno nascosto in una statuetta consegnatagli durante un evento pubblico: un attacco che provocò decine di feriti e suscitò forte clamore mediatico.
Nel dicembre 2024, invece, era stato ucciso il generale Igor Kirillov, capo delle truppe di difesa nucleare, biologica e chimica, colpito da una bomba nascosta in un monopattino elettrico: le autorità di Mosca avevano indicato Kiev come responsabile, mentre fonti dei servizi ucraini (Sbu) avevano confermato ai media il coinvolgimento, pur senza una rivendicazione ufficiale. Infine, lo scorso aprile, un ordigno collocato sotto la sua vettura ha ucciso a Mosca il generale Iaroslav Moskalik, figura di rilievo dello Stato maggiore. Si tratta di attacchi diversi per modalità ma accomunati, secondo le ricostruzioni russe, dall’intento di colpire personalità legate allo sforzo bellico o alla narrativa patriottica del Cremlino, a conferma di un conflitto che si è esteso ben oltre le linee del fronte. In questo contesto, infatti, la morte di Sarvarov rappresenta per Mosca un duro colpo soprattutto a livello simbolico: non un semplice comandante operativo, ma uno dei funzionari incaricati di garantire l’efficienza e la continuità dell’apparato militare impegnato in Ucraina. E la rapidità con cui il Cremlino ha parlato di «atto terroristico» indica che la risposta politica - qualunque forma assumerà - non tarderà ad arrivare.
Zelensky: «Risultati concreti vicini»
Dopo i due giorni di colloqui sulla pace in Ucraina con l’inviato americano, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, al club Shell Bay di Miami, il rappresentante del Cremlino, Kirill Dmitriev, si prepara ad aggiornare il presidente russo, Vladimir Putin, sugli ultimi sviluppi.
Ciò che emerge, al momento, è che le trattative tra la Russia e la Casa Bianca si sono concluse in un clima cordiale. Dmitriev ha scritto su X: «La prossima volta a Mosca», non escludendo quindi che il prossimo bilaterale con gli americani si possa tenere sul suolo russo. Nel frattempo, Witkoff ha descritto gli incontri con la delegazione ucraina e con quella russa con gli stessi termini: «Produttivi e costruttivi». Riguardo al faccia a faccia con Dmitriev, l’inviato americano ha aggiunto su X che «la Russia resta pienamente impegnata a raggiungere la pace in Ucraina» e che «apprezza molto gli sforzi e il sostegno degli Stati Uniti». A rispondere direttamente alle parole di Witkoff è stato lo stesso Dmitriev: «Grazie costruttori di pace per il vostro lavoro attento e instancabile».
In ogni caso vige la massima cautela. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, in un’intervista a UnHerd, ha affermato che nonostante «tutte le questioni siano ora alla luce del sole», non è certo che venga raggiunto un accordo. Ha precisato che l’Ucraina «probabilmente perderà» la regione di Donetsk «tra 12 mesi o anche più avanti». E pare che «privatamente» i leader di Kiev ne siano consapevoli. Anche il viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, ha riconosciuto «i lenti progressi» nei negoziati con Washington, ma ha puntato il dito contro «i dannosi e nefasti tentativi di un gruppo di Paesi influenti che cercano di far deragliare il processo diplomatico». Ha osservato che Mosca «è favorevole a un accordo di pace che garantisca il suo assetto costituzionale tenendo conto dei nuovi territori», ma esclude la tregua. Ryabkov ha anche ribadito la disponibilità russa a «formalizzare legalmente» l’impegno a non attaccare la Nato e l’Ue. Anche perché «permangono rischi significativi di uno scontro» tra Mosca e l’Alleanza atlantica «a causa delle azioni ostili e inappropriate dei Paesi europei». Sullo stesso tema è intervenuto Dmitriev: «L’Europa dovrebbe smettere di fomentare la Terza guerra mondiale con false narrazioni e imparare di nuovo la diplomazia». E affermando che è arrivato «il tempo di liberarsi dalla visione del mondo di Biden», ha aggiunto che «l’Ungheria, la Slovacchia e la Repubblica Ceca indicano la strada». Ma Bruxelles, per ora, approva «la strada» del presidente francese, Emmanuel Macron: un portavoce della Commissione Ue ha espresso il benestare sulla volontà del leader francese di dialogare con l’omologo russo negli «sforzi per la pace».
Dall’altra parte, a esprimere ottimismo è il leader di Kiev, Volodymyr Zelensky. Riguardo alle trattative a Miami tra la delegazione ucraina e quella statunitense, pur aspettando «i dettagli» questa mattina, ha dichiarato: «Siamo molto vicini a un risultato concreto». Ha spiegato che «il piano prevede 20 punti» e che ci sono «garanzie di sicurezza» tra l’Ucraina, gli Stati Uniti e l’Europa. A ciò si aggiunge «un documento separato» tra Kiev e Washington che riguarda «garanzie di sicurezza bilaterali» che «devono essere esaminate dal Congresso degli Stati Uniti». E ha annunciato che è in itinere «la prima bozza dell’accordo sulla ricostruzione dell’Ucraina». Questo non frena le sanzioni contro la Russia, anzi Zelensky ha dichiarato che, oltre ai russi e ai cinesi, nel mirino rientrano pure gli atleti: «Stiamo preparando misure sanzionatorie contro coloro che giustificano l’aggressione russa e promuovono l’influenza russa attraverso la cultura di massa, nonché contro gli atleti che utilizzano la loro carriera sportiva e l’attenzione del pubblico verso lo sport per glorificare l’aggressione russa».





