Dopo la fragorosa caduta di Keir Starmer, a breve potrebbe saltare un altro simbolo della sinistra europea. Pedro Sánchez, infatti, arriva all’appuntamento con il Congresso dei deputati più isolato che mai, travolto da scandali giudiziari, accuse di corruzione e alleati che iniziano apertamente a prenderne le distanze.
E se fino a pochi mesi fa il premier spagnolo poteva denunciare un presunto accanimento politico e mediatico, la condanna definitiva del suo ex braccio destro, José Luis Ábalos, rischia di rendere quella linea difensiva molto più difficile da sostenere.
Di recente la Corte suprema ha inflitto ad Ábalos, ex ministro dei Trasporti ed ex numero tre del Partito socialista, una condanna a 24 anni e tre mesi di carcere nell’ambito del cosiddetto caso Koldo, lo scandalo sulle forniture di mascherine durante la pandemia. Con lui è stato condannato anche il suo storico collaboratore, Koldo García, mentre il faccendiere Víctor de Aldama ha ottenuto una pena più lieve grazie alla collaborazione con la giustizia. Si tratta della prima condanna definitiva che colpisce un esponente del cerchio ristretto di Sánchez e rappresenta un durissimo colpo politico per il premier.
A complicare ulteriormente la situazione vi sono poi le vicende che riguardano la moglie del presidente del governo, Begoña Gómez, attesa oggi davanti al giudice Juan Carlos Peinado nell’ambito del procedimento per corruzione, traffico di influenze e appropriazione indebita. Sullo sfondo restano inoltre le inchieste che hanno coinvolto il fratello David Sánchez e le ombre che continuano ad addensarsi attorno ad alcune figure storiche del socialismo spagnolo, tra cui l’ex premier José Luis Zapatero. Di fronte a questo scenario, il governo ha scelto la linea dello scontro frontale. La portavoce dell’esecutivo, Elma Saiz, ha definito l’inchiesta contro Begoña Gómez «una persecuzione» e «una campagna di logoramento che sembra non avere fine». Secondo la Saiz, ci si troverebbe di fronte a «un procedimento che fin dall’inizio è stato assurdo e anomalo», tanto che l’esecutivo attende che «gli organi superiori mettano ordine» nella vicenda. Insomma, la linea difensiva è sempre la stessa: si tratta di puro accanimento contro il povero governo socialista. La stessa portavoce ha poi cercato di minimizzare le conseguenze politiche della sentenza contro Ábalos (che farà ricorso alla Corte suprema spagnola e alla Cedu), sostenendo che «le responsabilità politiche sono state assunte dal primo momento». Il governo, cioè, rivendica di aver preso le distanze dall’ex ministro già quando emersero le prime indagini e insiste sul proprio «fermo impegno» contro la corruzione, richiamando il piano di misure presentato nei mesi scorsi. Il problema per Sánchez, però, è che le critiche non arrivano più soltanto dal Partito popolare o da Vox. A colpire il premier sono ormai anche forze che appartengono allo stesso campo progressista. La leader di Podemos, Ione Belarra, ha infatti lanciato ieri un attacco durissimo a Sánchez: «In politica non basta la capacità di resistere, servono anche dignità ed etica», ha dichiarato, sostenendo che una condanna a 24 anni di carcere inflitta «al principale collaboratore di un presidente del governo non può essere normalizzata come se nulla fosse accaduto». Ancora più significativa la valutazione politica: secondo Belarra, la legislatura sarebbe «ormai finita» e la Spagna si troverebbe «di fatto già in campagna elettorale».
Ma non è finita qui. La dirigente di Podemos si è spinta oltre, insinuando che i vertici socialisti sapessero da tempo dei problemi che riguardavano Ábalos. La sua destituzione improvvisa nel 2021, ha affermato Belarra, dimostrerebbe che all’interno del governo «si sapesse già cosa stava accadendo» e che vi fosse la volontà di occultarlo. Come se non bastasse, ieri è tornato a parlare anche Víctor de Aldama, il faccendiere al centro del caso mascherine. In un’intervista all’emittente Telecinco, l’imprenditore ha rilanciato le accuse contro il premier affermando che «Sánchez era informato di tutto». De Aldama ha precisato di non riferirsi necessariamente alla vicenda delle mascherine, ma ad altri possibili filoni ancora aperti. «È il numero uno», ha dichiarato, e per questo «era informato di tutto». L’imprenditore ha inoltre sostenuto che Ábalos avrebbe ora «l’opportunità di collaborare con la giustizia» anche su altre indagini riguardanti opere pubbliche, possibili finanziamenti irregolari al partito e il controverso salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra. Al momento non esistono accuse formali nei confronti di Sánchez, ma le parole del pentito pesano inevitabilmente come macigni. Per anni Pedro Sánchez è stato idolatrato come il modello vincente della sinistra europea: capace di sopravvivere a ogni crisi, di costruire maggioranze improbabili e di sconfiggere avversari che sembravano più forti di lui. Oggi, però, il quadro appare molto diverso. Dopo la caduta di Starmer, anche l’inossidabile Sánchez rischia di essere detronizzato. E sarebbe una vera mazzata: la sinistra, che per anni ha rivendicato una presunta superiorità morale rispetto agli avversari, ne uscirebbe inevitabilmente a brandelli.
La guerra a Est continua a produrre frizioni non soltanto sul campo di battaglia, ma anche tra alcuni dei principali alleati dell’Ucraina. Ieri il presidente polacco, Karol Nawrocki, ha revocato a Volodymyr Zelensky l’Ordine dell’aquila bianca, la più alta onorificenza della Polonia, aprendo uno scontro diplomatico che rischia di incrinare ulteriormente i rapporti tra Varsavia e Kiev.
Alla base della decisione vi è la scelta di Zelensky di intitolare un’unità delle forze speciali agli «eroi dell’Upa», ossia l’Esercito insurrezionale ucraino che durante la Seconda guerra mondiale combatté per l’indipendenza del Paese ma che, in Polonia, è ricordato soprattutto per i massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945.
Storico di formazione, da anni impegnato nella valorizzazione della memoria delle vittime polacche del nazionalsocialismo e del comunismo, Nawrocki ci ha tenuto a precisare che la sua decisione non rappresenta un cambiamento della linea strategica polacca sulla guerra russo-ucraina, ma ha sostenuto che «i polacchi non devono tradire con il silenzio i sacrifici dei loro antenati». Il capo dello Stato ha inoltre affermato che «intitolare una delle unità militari ucraine ai criminali dell’Upa ha un significato che va ben oltre gli affari interni dell’Ucraina».
La replica di Kiev non si è fatta attendere. Zelensky ha ricordato che «l’Ucraina è grata al popolo polacco per il sostegno e la cooperazione» ricevuti dall’inizio dell’invasione russa, ma ha annunciato la restituzione dell’onorificenza, che comunque non considerava come un titolo personale: «Credevamo che l’Ordine dell’aquila bianca, assegnato nel 2023, fosse destinato al popolo ucraino e al nostro esercito, o così almeno ci era stato detto». La polemica è stata ulteriormente alimentata da alcuni alti funzionari ucraini, tra cui il ministro degli Esteri, Andrij Sybiha, il capo dell’intelligence militare, Kyrylo Budanov, e l’ambasciatore a Varsavia, Vasyl Bodnar, che hanno deciso di rinunciare a loro volta alle decorazioni ricevute dalla Polonia. Budanov, in particolare, ha definito la scelta di Nawrocki «un regalo all’aggressore moscovita» e ha ricordato polemicamente che l’onorificenza non era stata revocata neanche a Benito Mussolini.
Proprio la storia dell’Ordine dell’aquila bianca, in effetti, costituisce uno degli aspetti più curiosi della vicenda. Istituita nel 1705, la decorazione è stata assegnata nel corso dei secoli a personalità eminenti come papa Giovanni Paolo II, al leader di Solidarnosc, Lech Walesa, e all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, noto per i suoi stretti rapporti con Vladimir Putin. Ma anche, appunto, allo stesso Mussolini. Come precisa Politico, la revoca decisa da Nawrocki rappresenta un caso senza precedenti, poiché l’onorificenza non era mai stata ritirata in modo permanente a nessun destinatario. Non a caso, Zelensky ha osservato che, se si ritiene che «tale riconoscimento possa continuare a essere associato a figure come Caterina II, Mussolini e Schröder, allora noi ucraini non abbiamo nulla da eccepire».
A cercare di contenere l’escalation è stato il premier polacco Donald Tusk, avversario politico di Nawrocki, che nelle scorse settimane aveva invitato le parti a evitare uno scontro pubblico. Come osserva sempre Politico, tuttavia, la disputa sull’Upa si inserisce in un quadro più ampio di progressivo raffreddamento dei rapporti tra Varsavia e Kiev. Oltre alle controversie storiche, infatti, pesano le tensioni legate ai rifugiati ucraini, alle proteste degli agricoltori polacchi contro le importazioni agricole provenienti dall’Ucraina e alle discussioni sulle conseguenze di una futura adesione di Kiev all’Unione europea.
La crisi diplomatica, peraltro, arriva mentre sul terreno continuano i combattimenti e i tentativi di rilanciare i negoziati faticano a produrre risultati concreti. Nella notte tra venerdì e sabato la Russia ha lanciato un nuovo attacco contro Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina. Secondo le autorità locali, le bombe hanno colpito il quartiere di Kholodnohirsky provocando almeno cinque vittime civili, tra cui un bambino, e alcune persone potrebbero trovarsi ancora sotto le macerie.
Malgrado tutto, però, Donald Trump ha ribadito il proprio ottimismo sulla possibilità di porre fine al conflitto. Prima di partire per Camp David, il presidente americano ha dichiarato di aver «risolto otto guerre» e di ritenere che anche quella tra Russia e Ucraina possa essere risolta. In un’intervista ad Axios, Trump è inoltre tornato a criticare l’espulsione della Russia dal G8, sostenendo che si sia trattato di «un errore» e che, se Mosca fosse rimasta nel gruppo, «probabilmente non ci sarebbe stata la guerra tra Russia e Ucraina».
Eppure, nonostante l’ottimismo professato da Trump, proseguono senza sosta anche gli attacchi reciproci lontano dalla linea del fronte. Il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha per esempio annunciato che la difesa aerea russa ha abbattuto due droni diretti verso la capitale. Tanto che il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitrij Medvedev, ha dichiarato che ormai «non esistono più regole» nei confronti del «regime neonazista di Kiev». I negoziati, insomma, appaiono ancora lontani.
Due mesi fa era soltanto uno dei tanti nomi che circolavano nei corridoi di Westminster come possibile successore di Keir Starmer. Oggi, invece, molti laburisti lo considerano già il prossimo inquilino di Downing Street. Andy Burnham, con la netta vittoria alle elezioni suppletive di Makerfield, ha infatti trasformato una crisi strisciante del governo in una sfida aperta per la leadership del Partito laburista.
Burnham, sindaco della Greater Manchester dal 2017 e figura tra le più popolari della sinistra britannica, ha conquistato il seggio con il 54% dei voti, tornando così alla Camera dei comuni dopo quasi un decennio di assenza. Un risultato, questo, che gli consente finalmente di giocare la partita decisiva: quella per la guida del partito e, potenzialmente, dello stesso governo. Il diretto interessato, d’altronde, non ha nascosto le proprie ambizioni. Nel tradizionale discorso pronunciato dopo la vittoria, Burnham ha dichiarato che il Labour «ha bisogno di una nuova energia e di una nuova direzione», dicendosi pronto ad assumersi le proprie responsabilità per il futuro del Paese. Parole che, seppur circospette, suonano inevitabilmente come un lancio del guanto di sfida a Starmer.
Non solo: secondo fonti vicine al neodeputato di Makerfield, rilanciate dai media inglesi, l’entourage di Burnham starebbe già lavorando all’ipotesi di una «transizione ordinata» ai vertici del governo. L’obiettivo, cioè, sarebbe evitare una lunga guerra intestina e arrivare a un avvicendamento entro l’inizio di settembre. Alcuni collaboratori di Burnham avrebbero addirittura confidato di preferire che sia lo stesso Starmer a passare il testimone a Burnham, consentendo così una successione non traumatica.
E pensare che, solo pochi mesi fa, uno scenario del genere sarebbe apparso fantapolitica. Quando il Labour conquistò Downing Street nel 2024 con una maggioranza schiacciante, Starmer sembrava destinato a dominare la politica britannica per anni. Da allora, però, il consenso del governo si è progressivamente eroso. La crisi economica, il malcontento per i disastri dell’immigrazione, le tensioni interne al partito e, soprattutto, l’avanzata di Reform Uk di Nigel Farage, infatti, hanno finito per fiaccare il partito di governo e il suo leader, provocando la ribellione di diversi deputati laburisti.
La fronda anti Starmer, in particolare, imputa al premier di non essere riuscito a incarnare una chiara identità politica. Nel tentativo di riconquistare l’elettorato operaio attratto da Farage, Starmer ha persino irrigidito i toni sull’immigrazione. Ma, così facendo, si è alienato una parte della base progressista, specialmente quella urbana delle Ztl, senza però riuscire a fermare la fuga di voti verso Reform Uk. E i risultati, ora, sono sotto gli occhi di tutti.
È in questo contesto caotico che emerge la figura di Burnham. Cinquantacinque anni, ex ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, più volte candidato alla leadership laburista, il sindaco di Manchester si è costruito negli anni un’immagine assai peculiare. Più vicino alla tradizione socialdemocratica rispetto al centrista Starmer, ma al contempo lontano dagli eccessi ideologici di Jeremy Corbyn, Burnham ha saputo conquistare un vasto consenso nelle ex regioni industriali del Nord dell’Inghilterra. Durante la pandemia, divenne una figura di rilievo nazionale sfidando pubblicamente Boris Johnson sulle restrizioni imposte alla Greater Manchester. Di qui il suo soprannome di «re del Nord».
Starmer, tuttavia, non sembra intenzionato ad arrendersi. Rispondendo alle indiscrezioni sul suo futuro, il premier ha ribadito di voler continuare a guidare il Paese: «Non intendo farmi da parte», ha dichiarato ai cronisti. Eppure, già il fatto che nel Labour si discuta apertamente di una possibile successione, parlando persino della data, mostra quanto il consenso di Starmer sia ormai compromesso.





