Professor Nicola Pedde, lei è direttore generale dell’Institute for Global Studies. Quindi la geopolitica è il suo mestiere.
«Così pare»
Parto da questa sollecitazione. Donald Trump ha speso un capitale politico enorme per arrivare a un negoziato in Ucraina. Senza successo ed attirandosi anche le critiche di essere filo putiniano. Ora però, con le ultime mosse – mi riferisco all’esfiltrazione di Maduro, all’atteggiamento assertivo in Groenlandia, al sequestro delle petroliere russe nell’Oceano Atlantico e a quello che sta accadendo in Iran – sembra che Trump abbia cambiato strategia. Se sì, dove vuole arrivare, professore?
«Più che un cambio di strategia, è un cambio di obiettivi sul piano geografico. L’amministrazione Trump è sicuramente caratterizzata dalla volontà di lasciare un segno epocale, una legacy unica nella storia degli Stati Uniti. Per raggiungere questo risultato, sono necessari successi significativi in politica estera, economica e sociale».
Tutto nel segno della continuità della sua azione?
«Trump ha avviato una serie di operazioni con la stessa spettacolarità. Hanno riguardato questioni interne ed esterne. Inizialmente, si parlava molto dei dazi, che avrebbero dovuto portare grandi introiti, ma i primi dati non sono stati incoraggianti, mostrando quantomeno un profilo di stabilità nella bilancia economica statunitense, se non peggioramenti. Ora siamo in una fase in cui la politica internazionale è l’opportunità per questa spettacolarizzazione. Trump cerca opportunità alla portata della capacità risolutiva del presidente. La pace tra Russia e Ucraina, che in campagna elettorale diceva di poter raggiungere in un giorno, si è rivelata molto più difficile. Anche a Gaza, la soluzione per la prosperità palestinese non ha portato a progressi significativi. Quindi, l’obiettivo si è spostato su azioni più gestibili come interventi sanzionatori e operazioni di forze speciali».
Come in Venezuela?
«Ma spesso però, queste azioni non si traducono in un reale miglioramento delle condizioni degli Stati Uniti o della comunità internazionale, caratterizzando la politica di Trump con uno spostamento costante da un’operazione spettacolare all’altra, da un Paese all’altro, senza un’effettiva capacità di trasformazione epocale».
Professore, possiamo però dire che in queste ultime settimane c’è un confronto fra Stati Uniti da una parte e Cina e Russia dall’altra, anche se indiretto? E quindi Trump sta provando a smontare pezzo per pezzo il «Sud Globale» di Pechino concentrandosi su Caracas e poi su Teheran. In questo momento la Cina, che è una potenza economica, sotto il profilo militare e geopolitico non può ancora competere con gli Stati Uniti. Condivide questa impressione oppure no?
«Sicuramente la Cina è il primo e più importante competitor di lungo periodo per gli Stati Uniti. Il vero grande attore globale che rappresenta una minaccia economica e potenzialmente militare. Questo è un dato di continuità presente nei documenti sulla sicurezza nazionale di ogni amministrazione americana. La Cina è una straordinaria potenza economica, con capacità di accesso e penetrazione in mercati, soprattutto africani ed emergenti, sostanzialmente ineguagliabile da altri attori. Ha investito sul proprio potenziale interno, facendo salti da gigante: la qualità della produzione cinese odierna è incomparabile con quella di 10-15 anni fa. Oggi la Cina è un competitor alla pari, se non superiore, in certi campi tecnologici e industriali. Questo rappresenta una enorme minaccia per gli Stati Uniti come principale attore economico globale, con una capacità di attrazione politica ed economica estera ineguagliabile. È verissimo però ciò che dice lei: sul piano militare, la Cina non ha ancora la capacità di sfidare gli Stati Uniti. La sua forza militare è inferiore tecnologicamente. Tuttavia, anche in questo campo, c’è stato un salto quantico negli ultimi dieci anni, e verosimilmente nei prossimi dieci la Cina potrà essere in grado di tenere testa all’apparato militare americano dal punto di vista qualitativo, quantitativo e capacitivo. Questa è la grande sfida per gli Stati Uniti. L’obiettivo delle ultime amministrazioni è stato impedire o limitare la capacità della Cina di espandersi militarmente, economicamente e geograficamente in aree considerate di interesse primario per la sicurezza nazionale americana».
Ultimo quadrante, professore. Andiamo in Iran. I media tradizionali non parlano molto di quello che sta accadendo in Iran. Ma ci sono proteste molto forti e sembra che Trump abbia incontrato Reza Pahlavi, il figlio dello Shah che fu destituito con la rivoluzione del 1980.
«1979 per l’esattezza».
La domanda che le faccio è: cosa sta succedendo in Iran e, soprattutto, in base a quello che potrebbe succedere, come cambieranno gli equilibri? Perché l’Iran non è propriamente un soggetto secondario in tutto lo scacchiere geopolitico internazionale. Anzi.
«In Iran sono in corso proteste importanti soprattutto se si tiene conto di chi protesta. Nel corso degli anni abbiamo assistito a diverse rivolte, anche significative. Però non avevano una reale leadership».
Erano improvvisate?
«Spontanee e non definivano un programma politico, come dovrebbe fare un vero movimento di opposizione. Le proteste si sono anemizzate. E sono state fortemente represse senza produrre effetti. Questa protesta attuale presenta però elementi di novità e di continuità. L’elemento di novità è che è scaturita nell’ambito del settore del commercio, dei piccoli commercianti dei bazar. I piccoli imprenditori, che storicamente sono sempre stati ai margini del dissenso politico».
La tradizione mercantile persiana.
«È nata in questo contesto per protestare contro la gravissima crisi economica. Contro l’incapacità del governo di frenare l’inflazione costante e la svalutazione del rial. Che ha toccato cifre record. Questa protesta è scesa in strada invitando la popolazione ad unirsi. Si è affiancata la componente giovanile, tradizionale motore delle proteste in Iran. E c’è anche una componente etnica, soprattutto in aree curde o dove vivono minoranze. La composizione ampia e variegata la rende unica nella storia della Repubblica Islamica e potenzialmente molto pericolosa per i vertici del regime, avendo assunto dimensioni imponenti con manifestazioni in quasi tutte le 31 province iraniane e attacchi ad alcune caserme di polizia e palazzi istituzionali».
Poi ci sono gli elementi di continuità cui si riferiva.
«L’elemento di continuità, purtroppo, è che è ancora difficile individuare una leadership della protesta e un programma unitario che la inquadri in un meccanismo prerivoluzionario o rivoluzionario. Rischia di essere un elemento di debolezza che, attraverso la repressione del regime e l’affaticamento dei manifestanti, potrebbe spegnere il fenomeno. Ma dimenticavo un altro elemento di novità. Per la prima volta c’è un forte riferimento alla monarchia e al figlio dell’ex Shah, Reza Pahlavi, che vive in esilio negli Stati Uniti dal 1979. Mai stata una figura carismatica. Sempre ai margini e incapace di catalizzare la diaspora iraniana. Solo di recente c’è stato un forte battage mediatico che lo ha portato sulle prime pagine dei giornali, e in questa fase il suo nome è tornato centrale, sia negli slogan di parte dei manifestanti, sia nella narrazione estera come potenziale figura di coesione per traghettare il Paese verso la democrazia. Adesso bisogna capire quanto effettivamente Pahlavi sia rappresentativo delle aspirazioni e quali potrebbero essere i possibili scenari evolutivi».
Già, quali?
«Sono in linea di principio pessimista. E ne intravedo quattro. Il primo scenario è che, attraverso la repressione da parte del regime, si assista alla solita anemizzazione della protesta. Una rapida conclusione, senza effetti duraturi. Il secondo scenario, forse più pericoloso sotto il profilo della sicurezza interna, è relativo all’intervento di un attore esterno in questo processo di crisi. Immagino un attacco di Israele o degli Stati Uniti. O altre manovre da parte degli Stati Uniti a sostegno dei manifestanti. Qualsiasi mossa percepita come ingerenza esterna potrebbe essere sfruttata dal governo come strumento per una feroce repressione. Questo potrebbe portare a una vera e propria implosione della sicurezza. Un aumento della violenza legittimerebbe le autorità del regime a incrementare la propria, rendendo la situazione drammatica e instabile. Il terzo scenario è quello “migliorativo”. Il figlio dello Shah o qualcun altro riesce a dare un programma alla protesta e, attraverso questo, si arriva a concludere il processo di rivolta con un’assunzione delle istituzioni di legge e la restaurazione di un primo embrione di sistema democratico. Il quarto scenario, forse il più probabile, è un passaggio dei poteri interno all’establishment islamico. Una trasformazione politica promossa all’interno delle forze di regime. Da quelle componenti che costituiscono oggi la seconda generazione del potere, ovvero tutte quelle componenti vicine all’espressione dei Pasdaran».
Operazione Gattopardo. Cambia tutto perché nulla cambi.
«Esattamente. Si rimuove semplicemente una parte o tutto dell’aspetto della teocrazia, ma si lascia il Paese praticamente in mano a una nuova aristocrazia militare. Una soluzione “all’egiziana” o “alla pakistana”. In un certo qual modo, si lascia ciò che c’era e si toglie semplicemente il vertice. Del resto questo sembra quanto avvenuto in Venezuela»



