Isolamento, disagio psichico e chat: le radici del male dei nuovi terroristi

A furia di procedere per opposti estremismi e luoghi comuni figli di una ideologia ottusa rischiamo di perderci dettagli fondamentali per comprendere alcuni dei pericoli a cui stiamo andando incontro.
La sensazione è che per capire fino in fondo che cosa sia il nuovo terrorismo di cui negli ultimi giorni abbiamo avuto strazianti manifestazioni sia necessario per tutti un cambio di paradigma, che non può prescindere dalla presa di coscienza di alcune evidenze e dall’abbandono di vecchi stilemi.
A Modena un trentunenne di origini marocchine si lancia sulla folla con l’auto, emulando di fatto gli attentatori dell’Isis di una decina di anni fa. A Reggio Emilia salta fuori l’ennesimo adolescente aspirante jihadista che mostra - come lo stragista di Modena - segni di precarietà psichica e un livello notevole di risentimento. Entrambi a quanto pare erano piuttosto isolati, entrambi navigavano sul Web dove è probabile che abbiano trovato qualche forma di innesco per la violenza pronta a deflagrare.
Da un lato costoro corrispondono al profilo del terrorista islamico europeo-occidentale che l’ultimo decennio ci ha abituato a vedere. Spostati, persone disadattate e problematiche, male integrate a ogni livello, che a un certo punto danno libero sfogo alle loro intenzioni di morte. Dall’altro lato, però, questi individui sono in parte diversi. Sono molto più indipendenti dei loro predecessori, cioè spesso si autoradicalizzano, hanno meno bisogno di una propaganda pressante e invasiva, hanno poca o nessuna frequentazione della religione che hanno semmai annusato in famiglia.
Ed è qui che si nota una somiglianza con altri casi che non si può ignorare. Parliamo del quindicenne che nel febbraio 2025 fu individuato a Bolzano. Fu arrestato con l’accusa di «partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, porto abusivo di armi, danneggiamento aggravato e detenzione e diffusione di materiale pedopornografico». Era «noto agli agenti della sezione antiterrorismo di Bolzano, che in passato avevano perquisito l’abitazione, dove il minore viveva con la famiglia, sequestrando due pc, uno smartphone e un’ascia, oltre a diverso materiale che ha confermato la sua appartenenza a un gruppo satanista e neonazista suprematista». Costui frequentava gruppi online e «conservava sul proprio dispositivo immagini e video di aggressioni, omicidi e sparatorie scolastiche, contenuti pedopornografici, oltre che filmati delle frange più radicali dell’Islam, come video sullo Stato islamico, attentati, decapitazioni, e sostanze esplosive auto-prodotte». La frequentazione di simili ambienti digitali è stata ipotizzata anche per un altro minore, il tredicenne che qualche mese fa a Bergamo ha accoltellato la sua professoressa.
Nulla di totalmente inedito. Esistono esperti che da tempo studiano i gruppi satanisti online, tra cui l’Ordine dei nove angoli. Uno dei fondatori di questa setta, David Myatt, è noto per aver supportato nei primi anni Duemila i gruppi radicali musulmani in stile Al Qaeda. Ciò dimostra che esistono singolari corrispondenze, sovrapposizioni e inquietanti intrecci fra queste entità oscure e feroci che si annidano nei meandri della Rete.
A questo punto dobbiamo evitare il primo e grossolano errore, ovvero il relativismo. È sbagliato sostenere che tutti i casi si equivalgano, che vi sia un generico estremismo che prescinde dalle idee, dalle fedi e dalla politica. Esiste al contrario uno specifico islamico, che riguarda persone cresciute in famiglie musulmane e con un background migratorio. La mancata integrazione ha una influenza notevole, contribuendo a creare figure di disadattati rancorosi. Ma queste stesse figure partecipano di un malessere che tocca anche altri, giovani europei e occidentali, i quali con modalità differenti possono arrivare a compiere atti egualmente spaventosi. Per intendersi: se il radicalizzato islamico prenderà l’auto per lanciarsi sulla folla, l’adolescente disturbato americano magari prenderà il fucile per fare strage a scuola, o il coltello per uccidere una professoressa. La serie «Adolescence», con tutti i limiti del prodotto commerciale e qualche asperità politicamente corretta, ha fornito un quadro piuttosto credibile del processo di radicalizzazione. In alcuni casi, come notava Olivier Roy, tale radicalizzazione viene islamizzata, in altri prende vie diverse.
Sempre presente, però, è il Web. È piuttosto evidente, lo dicono i dati, che esista un profondo disagio soprattutto fra le nuove generazioni che spesso sfocia nell’isolamento sociale. Come scrive in Hikikomori d’Italia la pedagogista Chiara Vergani, «il gruppo di ricerca Musa (Mutamenti sociali, valutazione e metodi) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Cnr-Irpps) ha pubblicato nel 2025 uno studio sulla rivista Scientific Reports, analizzando il ritiro sociale tra gli adolescenti italiani. Basandosi su indagini condotte nel 2019 e nel 2022 su studenti delle scuole secondarie di secondo grado, lo studio ha identificato tre profili di adolescenti: farfalle sociali, amico centrici e lupi solitari. È emerso che la percentuale di lupi solitari che non incontrano più i loro amici al di fuori della scuola è quasi raddoppiata, passando dal 5,6 per cento nel 2019 al 9,7 per cento nel 2022. Lo studio sottolinea l’importanza dell’iperconnessione e della sovraesposizione ai social media come fattori che contribuiscono all’isolamento sociale e al deterioramento del benessere psicologico degli adolescenti. Nel 2024, l’Istituto superiore di sanità ha condotto una ricerca focalizzata sulla fascia d’età 11-17 anni, indagando le dipendenze comportamentali e il ritiro sociale tra gli studenti italiani. Utilizzando un questionario specifico per l’hikikomori, lo studio ha rilevato che oltre 60.000 studenti mostrano tendenze al ritiro sociale. Tuttavia lo studio si concentra solo sugli studenti ancora frequentanti, escludendo coloro che hanno abbandonato la scuola, il che potrebbe indurre a sottostimare la reale portata del fenomeno». Sono numeri impressionanti. Tra queste persone che si isolano, alcune possono entrare in contatto con materiale radicale o con gruppi online molto violenti. Non tutti ovviamente diventano terroristi, per fortuna. Alcuni maschi però finiscono per entrare in comunità digitali in cui si celebrano lo stupro e l’odio per la donna. Altri possono trasformarsi in bulli, o trovare una legittimazione ai comportamenti da maranza. Altri ancora trovano una rapida soluzione ai loro problemi di identità in siti e profili che pubblicizzano il cambio di sesso. Sono sfumature diverse di uno stesso problema. Ed è chiaro che, trattandosi di questioni delicatissime, ogni sfumatura fa tutta la differenza del mondo. Ma è abbastanza evidente che esista un malessere diffuso, amplificato dalla reclusione negli anni di pandemia, che provoca distacco dalla realtà e che può assumere forme molto pericolose. La violenza diventa per troppi un via di uscita: più o meno potente, rivolta verso gli altri o verso di sé. Indagare le cause del malessere non significa togliere un grammo di responsabilità ad altri fattori ambientali: la propaganda satanica, islamica etc. Ma tocca prendere atto che in questa modernità esplosa qualcosa non funziona. Fallisce la società liquida, fallisce l’integrazione forzata, fallisce rovinosamente il sistema progressista a ogni livello. Il disagio mentale non è una scusa o una giustificazione: è parte di un dramma che non si risolve blaterando di razzismo o di mancanza di psicologi.






