Due giorni alla preapertura della Biennale di Venezia e proseguono le polemiche sollevate intorno al caso della presenza di artisti russi. Dopo che l’Ue ha persino revocato i suoi finanziamenti, e la Giuria internazionale ha annunciato le sue dimissioni, la gestione della Biennale continua a far discutere.
La scelta di invitare i russi non è stata condivisa anche da buona parte dell’esecutivo italiano, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che si è opposto con durezza da un lato, mentre dall’altro, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni pur non condividendo l’idea ha rivendicato l’autonomia del presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco. È proprio a lui che ieri è arrivata una lettera con l’elenco degli artisti detenuti o morti in carcere in Russia, con la richiesta di non ridurre il dissenso a un cocktail, «di non continuare a ridurre il dialogo a una performance superficiale», come lo si accusa di voler fare con l’iniziativa «Il dissenso e la pace» che prevede l’intervento del regista Aleksandr Sokurov, organizzata in risposta alle critiche per il ritorno della Russia all’Esposizione d’arte internazionale, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre. Una lettera firmata da alcuni intellettuali che evidentemente pretendono di decidere quali debbano essere gli artisti invitati alla Biennale. A firmare il documento accademici, attivisti e artisti italiani e russi, fra cui Nadia Tolokonnikova, fra le fondatrici delle Pussy Riot ed ex detenuta politica, il filmmaker premio Oscar con Mr Nobody Against Putin, Pavel Talankin, la presidente di Memorial Italia Giulia De Florio, il vicepresidente dell’organizzazione, Andrea Gullotta, la traduttrice e scrittrice Elena Kostyoukovitch e l’artista e attivista Katia Margolis. «La sollecitiamo ad aprire questa iniziativa a coloro che sono realmente perseguiti per il loro dissenso e a onorare il lascito del 1977 (l’anno in cui si era tenuta la Biennale del Dissenso, ndr) come spazio di confronto, non della sua simulazione» si legge nella lettera. E poi: «Ha spesso insistito nel dire che la Biennale deve essere aperta a tutte le voci. Le chiediamo di essere coerente con le sue dichiarazioni. “Il dissenso e la pace” onori e dia voce al dissenso reale non al suo simulacro». Eloquente la risposta che arriva indiretta dai social di Buttafuoco. Il presidente della Biennale ha pubblicato una lunga intervista-ritratto firmata dalla scrittrice Lila Azam Zanganeh sulla rivista New Voyager, e simbolicamente intitolata «A Free Man», cioè «un uomo libero».
«Ci si aspettava che l’intellettuale conservatore Pietrangelo Buttafuoco portasse la sua visione politica alla Biennale di Venezia. Si è rivelato molto più eccentrico - e più libero - di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare», si legge nel catenaccio dell’articolo al cui interno si aggiunge: Buttafuoco ha fatto a Venezia scelte completamente in controtendenza rispetto al nativismo e all’ortodossia di destra europei contemporanei». E poi: «Buttafuoco si erge, per così dire, su un’altra sponda. È un uomo quasi estraneo al conformismo di questo momento culturale. L’Europa del dopoguerra ha in gran parte aderito al vangelo liberale, mentre Buttafuoco vive con una visione narrativa anticonformista e fondamentalmente libertaria, nella sfera pubblica, nella vita privata e nella sua narrativa». Intanto a Venezia fervono i lavori per la messa a punto dei dettagli di «In Minor Keys», che martedì prossimo vedrà l’apertura dei cancelli per la stampa selezionata. A documentarlo sono i video postati sui social dell’istituzione culturale, che stanno ottenendo un boom di visualizzazioni.
Marco Agnoletti: caduta e rinascita dell'uomo della comunicazione di Silvia Salis
Di lui si comincia a parlare nel 2010 in quanto uomo della comunicazione di Matteo Renzi. Poi la caduta e quindi la rinascita. Oggi tutti lo vogliono e mezzo mondo della televisione e dell'informazione gira intorno alla sua società, Jump.
Firenze, classe 1973, è nel capoluogo fiorentino che cresce come spin doctor di molti politici fiorentini dell'area dem. Tra questi c'è il futuro premier Matteo Renzi. In una recente intervista rilasciata a Mowmag, Marco Agnoletti racconta il suo percorso fatto di cadute e rinascite e della sua società di comunicazione richiestissima: Jump.
Conosciuto come problem solver è soprattutto un abile stratega della comunicazione, in più ci aggiunge grandi capacità relazionali. Agnoletti è amico di tutti e ha buoni rapporti con tutti. Se ne è tornato a parlare per la gestione della comunicazione di Silvia Salis, il sindaco di Genova che mira a diventare premier. Per farlo c'è bisogno di costruire un personaggio forte, pop e soprattutto credibile. Chi meglio di lui? Matteo Renzi infatti esiste grazie a lui anche se l'ex premier lo ha messo all'angolo all'apice del successo. «Sì, ci ho pianto. Ma come, ti accompagno fino alla porta di Palazzo Chigi e poi vengo messo da parte? Però col tempo ho capito che aveva ragione lui, non ero ancora pronto» riconosce a Mowmag raccontando tutta la genesi della vicenda. «Quando Renzi diventa segretario del partito, cioè a dicembre del 2012, per mesi ha il doppio incarico: sindaco e segretario. Mi dice: “Serve qualcuno a Roma che segua il partito”. Gli suggerisco di prendere Filippo Sensi, mio amico e dipendente del PD. La verità è che, da lì a poco, le cose più importanti le concentra su di lui. Io mi ricordo benissimo dov’ero e che giorno era quando ho capito che era finita». E nella sostanza finì così: «Avevo fissato a Matteo un’intervista con Il Messaggero. Quel pomeriggio mi chiama e mi dice: “No, però questa intervista falla seguire a Filippo”. E io balbetto: “Matteo, ma l’ho fissata io”. E lui: “No, no, fidati di me, meglio lui”. Fine. Era domenica, ero in un negozio di scarpe con la mia famiglia. Riattacco la telefonata e in quel momento realizzo che Filippo era diventato l’uno e io il due. Infatti, pochi mesi dopo, Renzi viene nominato presidente del Consiglio e sceglie Filippo portavoce. A me chiede solo dopo di andare comunque a lavorare per Palazzo Chigi, ma nel frattempo avevo scelto di stare al fianco di Dario Nardella, mio amico da almeno 20 anni, ed ero tornato a vivere, diciamo, perché Matteo negli ultimi tempi era stato durissimo».
Non solo Renzi, oggi Agnoletti segue la Salis appunto, ma non solo. Nel suo portafoglio clienti ci sono nomi importanti e a chi dice che prende clienti gratis solo per avere un ritorno d'immagine spiega: «Gratis mai, per fortuna. Per le campagne elettorali, si sa, inutile chiedere grandi cifre, ma infatti noi con la politica facciamo il dieci per cento del nostro fatturato».
Tra gli altri ci sono Francesca Fagnani, Aldo Cazzullo, Monica Maggioni, Fabio Fazio. E poi Eugenio Giani e Sara Funaro e altri dem. Segue molti programmi Rai e non solo e ha stretto consulenze di prestigio e clienti di alto profilo, tra i quali Gruppo FS, MSC Crociere, ANCE, Alia Spa e altre ancora. L'anno scorso il suo compleanno ha radunato tante personalità del mondo politico e dello spettacolo. In questo modo ha rappresentato plasticamente la sua idea di politica pop e per questo è divenuto uno degli eventi più esclusivi dell'anno. Oggi di fatto è uno degli uomini più potenti in Italia, che sa perfettamente quanto il potere, tuttavia, sia «un esercizio temporaneo che nel mio piccolo per un po’ ho esercitato».
- È Eithan Bondì, 21 anni, di Roma, il ragazzo che ha preso di mira una coppia nel giorno della Liberazione. Agli inquirenti dichiara di far parte della «Brigata», ma il museo milanese smentisce: «Non lo conosciamo».
- Accuse alla Comunità: «Squadristi». Il responsabile romano, Victore Fadlun, prende le distanze dal gesto, ma intanto l’Associazione partigiani e Gad Lerner denunciano una «deriva estremistica».
Lo speciale contiene due articoli.
I simboli sul casco nero tipo jet, lo stesso che indossa mentre con il suo smartphone si spara un selfie poi pubblicato sui social, e la targa dello scooter bianco Honda direttamente riconducibile a lui. Due indizi. Troppo visibile per essere un professionista. Poi, a casa, un sacchetto di un brand del cibo da asporto (lo stesso che aveva con sé mentre faceva il pistolero), la mimetica chiara che indossava il 25 aprile, una pistola da soft air simile a quella usata in via Ostiense e alcuni coltelli.
Le conferme, disseminate ovunque, sono diventate subito reperti. Eithan Bondì, 21 anni, ragazzo della comunità ebraica romana. Un profilo che, sulla carta, non racconta nulla di straordinario, ma che dentro l’inchiesta prende una forma precisa. Estremista di Sion e idealmente sostenitore della Brigata ebraica della quale davanti agli investigatori avrebbe affermato di fare parte (ovviamente sono fioccate le smentite), per gli inquirenti è il cecchino che il 25 aprile ha dato la caccia ai militanti dell’Associazione nazionale partigiani, ferendone due (marito e moglie) con la pistola a pallini di cui poi si sarebbe disfatto. Un’arma che non è letale, ma che usata in quel modo, a distanza ravvicinata e con il braccio teso, per gli inquirenti ha cambiato significato. La polizia l’ha rintracciato l’altra notte nell’abitazione dei genitori, dopo aver incrociato i dati parziali della targa dello scooter con le immagini delle telecamere di sicurezza. Un incastro di elementi che ha fornito ai pm romani il materiale su cui costruire il decreto di fermo col quale è stato disposto il trasferimento del ragazzo a Regina Coeli. Le immagini acquisite raccontano l’azione meglio di qualsiasi verbale. Lo collocano prima in via Ostiense, dove si stava concludendo la manifestazione, nei pressi del parco Schuster, e poi sul lungotevere di Pietra Papa. Le testimonianze hanno fatto il resto: mimetica verde e un casco integrale scuro. «Si muove su uno scooter bianco». Combacia tutto. E l’indagine cambia passo. Rossana Gabrieli, una delle due vittime, racconta di averlo visto «fermarsi e puntare» contro di loro «con il braccio teso». Almeno quattro colpi. La sequenza è stata ripresa in pieno da una telecamera. Lei e Nicola Fasciano restano feriti in modo lieve. Ma il gesto, nella ricostruzione della Procura, prende un’altra dimensione: tentato omicidio (la contestazione comprende anche porto e detenzione illegale di armi). Il movente? Politico.
L’azione, ritiene chi indaga, si inserirebbe nel clima già segnato da tensioni simboliche sempre più accese attorno alle piazze in cui identità, memoria e conflitti internazionali si sono spesso sovrapposti. Il motorino è intestato a lui. È uno dei punti fermi. Che ora un giudice dovrà valutare. Assieme alla richiesta di convalida del fermo d’indiziato di delitto avanzata da Piazzale Clodio (alla quale seguirà l’interrogatorio dell’indagato). Rider di professione, ex studente universitario della facoltà di Architettura e poi, per un breve periodo, agente immobiliare. Una traiettoria personale discontinua. Bondì, interrogato, confessa. Ammette. Ed è in questo momento che avrebbe aggiunto l’elemento identitario: dice di far parte della «Brigata ebraica (che, però, è ufficialmente presente solo a Milano, ndr)». Un’affermazione che viene smentita dal Museo della Brigata ebraica. Il direttore Davide Romano chiarisce: «Non lo conosciamo e non abbiamo fra i nostri membri persone che rispondano a questo nome» e «nemmeno alcun rappresentante, né iscritto nella città di Roma». Poi aggiunge: «Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta» chi usa quel nome «per compiere atti di violenza». L’Unione delle Comunità ebraiche italiane «denuncia l’accostamento del nome del presunto responsabile alla Brigata ebraica». Questo è di certo uno dei punti che l’indagine dovrà chiarire. Ma ora si indaga sul passato del ragazzo per capire se il suo nome (un omonimo ieri mattina si è visto costretto a pubblicare un post su Facebook per far sapere che non era lui il cecchino No-Anpi) possa essere riconducibile anche ad altre azioni analoghe in occasione di manifestazioni di piazza, come quelle pro Pal degli ultimi anni. E per verificare se faccia veramente parte di un gruppo di estremisti filo-sionisti responsabili di episodi di violenza nella Capitale. Perché, di certo, c’è almeno un altro caso.
L’aggressione a una donna il 25 aprile di due anni fa a Testaccio, al termine di un’altra iniziativa. Fu circondata da un gruppo di uomini mentre andava a riprendere il motorino e insultata anche con epiteti sessuali perché indossava la kefiah palestinese. La vittima ha postato un messaggio ieri mattina per chiedere se il giovane fermato sia coinvolto anche nella sua vicenda (all’epoca denunciata in Questura). Le indagini, infatti, non si fermano al pomeriggio del 25 aprile. Potrebbero estendersi anche ad aggressioni e spedizioni punitive commesse da piccoli gruppi ai danni di simpatizzanti dei movimenti palestinesi o dell’Anpi. Dal telefono cellulare del ragazzo potrebbero saltare fuori riscontri o nuove piste: contatti, conversazioni ed eventuali elementi utili a ricostruire relazioni. Ma soprattutto si potrà verificare se esistano collegamenti con gli altri episodi o con altri obiettivi. Il punto, adesso, è capire se l’operazione portata a termine da Bondì il 25 aprile sia una deriva individuale o solo l’ultimo tassello di qualcosa di più strutturato.
Accuse alla Comunità: «Squadristi»
«Non può sfuggire a nessuno l’estrema gravità della vicenda. Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma»: così l’Anpi in una nota commenta l’arresto del ragazzo di 21 anni fermato per aver colpito, lo scorso 25 aprile, due persone con una pistola ad aria compressa. Un invito a nozze per l’associazione che già soffriva un rapporto teso con la brigata ebraica (a cui il giovane ha dichiarato di appartenere) a causa dell’esclusione dalle celebrazioni del giorno della Liberazione. L’Anpi ha anche chiesto «alla magistratura non solo di appurare l’esistenza di eventuali mandanti dell’aggressione armata avvenuta a Roma, ma anche di aprire un’inchiesta su tali presunti gruppi paramilitari presenti nella Comunità ebraica romana».
La vicenda ha però indignato soprattutto la Comunità ebraica di Roma che «condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica», ha dichiarato il presidente Victor Fadlun. «Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti e fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità. In una fase così tesa rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza». Un appello non molto ascoltato considerate le polemiche che sono seguite. «Ci piacerebbe che (Fadlun, ndr) dicesse qualche parola anche nei riguardi della nostra associazione che, negli anni, qui a Roma, ha sempre cercato di mantenere un rapporto costante e inclusivo con questa comunità anche se è sempre stato molto difficile», ha puntualizzato Marina Pierlorenzi, presidente dell’Anpi di Roma, nel corso di un presidio organizzato ieri pomeriggio proprio nel luogo dove sono stati esplosi i colpi con l’arma softair.
«Le forze dell’ordine devono andare avanti e il ragazzo deve rispondere dei propri errori in proporzione al reato commesso. Non amo sottrarmi. La comunità ha condannato e sono orgoglioso della condanna e dello sdegno del presidente Fadlun. Se posso aggiungere: io mi vergogno. Un conto è reagire a un attacco, ma così, a sangue freddo e da solo, no», la durissima reazione di Riccardo Pacifici vicepresidente della European Jewish Association (EJA) ed ex presidente della Comunità ebraica di Roma. E circa la polemica sollevata a proposito della militarizzazione della Brigata ebraica precisa: «A me non risulta alcuna militarizzazione della Brigata ebraica. Ci sono genitori e nonni che fanno attività di vigilanza fuori dalle scuole e dalle sinagoghe nella totale legalità. Certo, una riflessione la dobbiamo fare. Mi chiedo: gli ebrei hanno il dovere di essere migliori? Non possiamo avere anche noi criminali, prostitute, o quello che è? Va distinta la responsabilità: non può essere un unicum. Viviamo in una città dove in chat di cittadini di Monteverde scrivono “in questo quartiere vivono troppi ebrei, alzano gli affitti”», ha proseguito. Ad alzare la tensione già tesa ci ha pensato il giornalista Gad Lerner parlando di radicalizzazione: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele». Severa la risposta di Pacifici: «La Brigata ebraica ha ricevuto la medaglia al valore. E ora Gad Lerner, con il suo egocentrismo, sente la necessità di dire certe cose? Io ho avuto nemici ed ero minacciato dalla destra: sono cresciuto in questo clima, che apparteneva ai mondi della destra estrema. Tutte “saponette”, era linguaggio dell’estrema destra. Ora è tutto capovolto. Dovremmo tentare di capire. C’è un sentimento di caccia all’ebreo e non si chiede ai russi tutto quello che si chiede all’ebreo o all’israeliano. L’Anpi si prenda le proprie responsabilità».





