In Europa si insiste: l’obiettivo è eliminare il diritto di veto per i Paesi membri nelle materie in cui è richiesta l’unanimità. Una proposta che comincia a prendere forma perché è arrivata una richiesta ufficiale in un documento firmato da Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo.
Nel documento si legge: «L’Ue dovrebbe iniziare un approfondito dibattito sulla possibilità di limitazioni temporanee e transitorie dei diritti di voto per i nuovi Stati membri, in particolare nelle parti dell’acquis dell’Ue in cui è richiesta l’unanimità». Nel testo si fa riferimento a qualche esempio come l’allargamento, la Politica estera e di sicurezza comune e il Quadro finanziario pluriennale.
Nel documento vengono citate anche ulteriori forme di salvaguardia, tra cui una clausola di non regressione vincolante sullo Stato di diritto, che abbia conseguenze automatiche in caso di violazione; la partecipazione alla Procura europea (Eppo) come precondizione per l’adesione; l’estensione delle clausole di salvaguardia esistenti a sicurezza economica e interferenze straniere, con misure transitorie anche per Politica agricola comune e coesione; una revisione dell’articolo 7 Tue (quello che permette di privare del diritto di voto uno Stato membro che non rispetta i valori fondamentali) in modo tale che non sia più richiesta l’unanimità ma un voto a maggioranza dei 4/5; e una clausola che richiami il principio di leale cooperazione, con possibili meccanismi per affrontare possibili violazioni. «I Paesi candidati hanno bisogno di una prospettiva chiara per l’allargamento. Dobbiamo quindi mantenere lo slancio nella nostra politica di allargamento, garantendo che i negoziati di adesione conducano a risultati concreti» si spiega nel testo. «Facendo tesoro delle lezioni apprese dai precedenti cicli di allargamento, occorre una nuova prospettiva sui trattati di adesione».
La sostanza è proprio nella revisione dell’articolo 7 del Tue. Una proposta sollevata da tempo per via dell’impasse creata dal veto che l’Ungheria di Viktor Orbán aveva posto sul sostegno all’Ucraina e resa più urgente dalla necessità di velocizzare gli iter decisionali dell’Unione. Una proposta che tuttavia continua a sollevare forti dubbi perché potrebbe costringere certi Stati membri a subire decisioni che si ripercuotono nel loro diritto interno senza che i propri cittadini ne siano decisori. Potrebbe quindi inquadrarsi come una violazione del diritto di autodeterminazione dei popoli.
L’Italia si è posta fin qui con atteggiamento critico sul tema. La stessa premier Giorgia Meloni ha sollevato dubbi sul superamento del diritto di veto. «Continuiamo a difendere l’idea fondativa dell’Unione come una confederazione di Stati. Non come un superstato» ha detto poche settimane fa Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr. Completamente diversa la posizione del Pd che in una risoluzione oggi impegnerà il governo a «favorire il superamento del potere di veto e una coerente riforma dei Trattati, come richiesto dal Parlamento europeo per abolire l’unanimità nel sistema decisionale dell’Unione europea» e «rilanciare la pratica istituzionale delle cooperazioni rafforzate, per avviare da subito progetti e politiche comuni con gli Stati membri che vogliono farlo». Si tratta di due degli impegni, indirizzati al governo, presenti nella risoluzione del Partito democratico sulle comunicazioni, domani in Parlamento, della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.
«L’Italia non è la repubblica delle banane». Non le manda a dire il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, all’assemblea di Confcommercio che si è tenuta ieri all’auditorium della Conciliazione di Roma. «Qui si rispettano le regole: come ricordava il presidente Sangalli, non c’è mercato senza regole, e senza regole non ci sono imprese sane e non c’è crescita».
E per «qui» si intende in Italia, perché «l’Italia», ha detto Meloni, «malgrado le profezie di chi la dipinge come “spacciata”, sta scalando le classifiche globali del turismo e dell’export. E Confcommercio si conferma, in questo scenario, il ponte necessario per trasformare la resilienza in uno sviluppo duraturo, capace di guardare alle sfide dell’Intelligenza artificiale e della transizione ecologica senza smarrire la propria identità profonda».
Per il presidente del Consiglio, «il commercio di vicinato non è un retaggio del passato ma l’ossatura indispensabile per costruire il futuro del Paese», perché «ogni serranda alzata è una luce, un punto di riferimento, un presidio di sicurezza e socialità: è qualcosa che nessuna piattaforma come l’IA potrà mai sostituire». Meloni ha elogiato il pragmatismo di Confcommercio: «Colonna del sistema Italia che non ha mai anteposto l’interesse di categoria a quello generale». Poi ha risposto anche a chi critica il governo per aver fatto poco per il ceto medio: «Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio», ha sottolineato rivendicando quanto fatto fin qui. «Con il taglio del cuneo e la riforma Irpef rimettiamo nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro l’anno». E poi la stoccata a distanza alla segretaria del Pd, Elly Schlein: «Il taglio delle tasse è uno dei grandi obiettivi di questo governo. Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo affinché gli italiani possano avere un patrimonio dopo decenni di lavoro e di sacrifici».
Meloni ha poi puntato su un «patto tra generazioni», incentivando la trasmissione delle competenze attraverso sgravi contributivi per chi assume giovani affiancandoli a lavoratori esperti. Il premier ha parlato anche di IA. «Andiamo verso un mondo nel quale diventa difficile distinguere quello che è vero da quello che non lo è. Noi abbiamo fatto una proposta a livello internazionale, cioè che quando tu vedi qualcosa che è prodotto dall’intelligenza artificiale, deve essere scritto in sovraimpressione “è prodotto dall’intelligenza artificiale”». E ancora: «Se vedi la Meloni in camicia da notte, sul letto, mezza nuda, non puoi pubblicare la foto dicendo: “Si può un presidente del Consiglio dei ministri presentare così?”, perché ci sarà scritto “la Meloni è nuda perché l’immagine è stata creata con l’intelligenza artificiale”». E proprio di intelligenza artificiale si è occupato il Consiglio dei ministri di ieri, dove è stato emanato un pacchetto attuativo per dare «una risposta normativa organica alla trasformazione tecnologica in corso».
«L’Italia è la prima nazione che si dota di una normativa nazionale organica in materia», ha sottolineato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che tra le misure approvate ha citato la novità «della responsabilità civile» per danni da IA. I decreti attuativi (che andranno al vaglio delle commissioni parlamentari, della Conferenza delle Regioni e delle Authority competenti) da una parte disciplinano i poteri delle autorità nazionali, dall’altra introducono un quadro giuridico per l’impiego dell’IA nelle attività di polizia, nel lavoro, nella giustizia, nell’istruzione e nella ricerca. Il filo conduttore è l’impostazione antropocentrica, un’IA governata da una visione etica e umanistica, in sintonia con l’enciclica di papa Leone XIV Magnifica Humanitas. Per l’intelligenza artificiale nell’ambito della sicurezza, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha precisato che «non è previsto alcun sistema di sorveglianza di massa o di “Grande fratello” generalizzato, ed è vietato l’utilizzo di grandi banche dati biometriche».
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha spiegato che «tutte le attività di rilievo biometrico possono avvenire solo con il controllo della magistratura e su richiesta del pubblico ministero al gip. Solo in caso di urgenza possono essere adottate dal pm, con successiva convalida da parte del gip».
«Sono sfide complesse quelle che attendono l’Europa, troppo complesse per essere affrontate con vecchi schemi ideologici e con regole non più attuali, che vanno evidentemente ridiscusse per renderle maggiormente aderenti ai nostri tempi». È solo l’ultimo di una serie di appelli del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che spiega: «Non è tempo di esitare. Occorre un cambio di passo in Europa.
Occorre prima di tutto che la politica torni a svolgere un ruolo centrale, quello che le spetta». Il ministro ancora una volta è costretto a precisare: «Non siamo destinati al fallimento, ma il risultato dipenderà dalla capacità di passare da un’Europa che gestisce l’emergenza a un’Europa in grado di governare il cambiamento, per trasformare le crisi in opportunità e ridefinire così il nostro futuro». Lo ha detto in occasione della cerimonia di Consegna diplomi e distintivi agli ufficiali frequentatori del 53° Corso superiore di polizia economico-finanziaria.
«L’Europa oggi è percepita come una costruzione di trattati, vincoli e regolamenti. Ma quando la burocrazia e le procedure diventano più importanti dell’obiettivo stesso, si rischia di perdere di vista il fine ultimo, il benessere delle nostre società», insiste Giorgetti. Anche perché «il valore di una scelta politica si misura sull’impatto concreto che ha sulla vita delle persone e sulla coesione sociale, sulla capacità di far arrivare le soluzioni direttamente ai cittadini e alle imprese, riducendo così la distanza tra Bruxelles e la realtà quotidiana». Il numero uno del Mef cita Bismarck: «La “politica è l’arte del possibile”, come sosteneva Otto von Bismarck, dove il possibile va inteso non come limite, ma piuttosto come orizzonte aperto. Nel contesto europeo attuale, il possibile è stato troppo spesso interpretato come un limite sottoposto a veti e rigidi vincoli di bilancio». Quindi, «di fronte a momenti di crisi straordinari, l’arte del possibile diventa la capacità di immaginare soluzioni che ieri sembravano non percorribili, trasformando la necessità in pragmatismo, per trovare risposte tempestive e concrete, sempre ispirate da responsabilità e serietà». Sulla flessibilità, infine, intesta al governo la vittoria dovuta a «la riconosciuta responsabilità di questo governo nella gestione della finanza pubblica».
Giorgetti non è il solo a lanciare l’allarme perché lo fa, ancora una volta, pure Confindustria che, pur dicendosi non contraria alla decarbonizzazione, avverte che qualunque revisione del sistema Ets deve tenere conto delle esigenze industriali, in un momento in cui imprese e produzioni si reggono su equilibri fragili. Un messaggio chiaro a Bruxelles mentre la Commissione europea prepara la revisione del sistema di scambio delle emissioni di carbonio (Ets), che sarà presentata a metà luglio.
«Non basta indicare gli obiettivi, bisogna capire come finanziarli senza cedere quote di mercato alla Cina», sintetizzano da Confindustria. «Senza una revisione profonda di questo meccanismo portiamo l’industria europea e italiana verso una deindustrializzazione che l’Europa non può permettersi. Se non saremo in grado di mantenere questa produzione, la condanniamo a un destino irreparabile».
Messaggio che già il giorno precedente era stato ribadito dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione della riunione informale su competitività: serve uno «sforzo straordinario, a livello europeo, per contrastare gli effetti di breve e medio termine della crisi energetica». E riferendosi agli Ets aveva auspicato che la revisione della direttiva «si concentri sulla mitigazione del suo impatto sui prezzi dell’energia, sulla riduzione della volatilità delle tariffe e sull’eliminazione degli effetti asimmetrici sugli Stati membri».





