Il modello Riace finisce persino all’università. Ieri infatti Mimmo Lucano, europarlamentare dem, è stato chiamato per tenere un seminario all’università Magna Graecia di Catanzaro sull’esperienza di integrazione che lui ha rappresentato nella cittadina in provincia di Reggio Calabria dove è stato sindaco. Il titolo del seminario: «Modello di ospitalità di rifugiati e migranti del comune di Riace», e si è svolto davanti a una ventina di persone in un’aula del dipartimento di giurisprudenza, economia e sociologia.
Fratelli d’Italia ha definito l’iniziativa «grave e inaccettabile». Per Fabio Roscani, deputato Fdi e presidente di Gioventù nazionale, è «inaccettabile che l’università pieghi la propria funzione educativa a finalità politiche, ospitando come relatore Lucano, figura già condannata nell’ambito del cosiddetto “modello Riace” e decaduta dalla carica di sindaco». Una scelta che, per l’esponente di Fdi, «legittima un modello segnato da irregolarità e da una gestione controversa delle risorse pubbliche. Non siamo di fronte a un reale confronto accademico, ma a un’iniziativa unilaterale, priva di contraddittorio, che si configura come propaganda. Un episodio che conferma una deriva ideologica dell’ateneo, con evidenti ricadute sulla sua credibilità e sul suo posizionamento nazionale».
La replica di Lucano è arrivata presto: «Sono stato all’università di Cambridge, a quella di New York e in molti altri atenei prestigiosi per raccontare un’esperienza che rappresenta una soluzione alla drammatica questione dei migranti. Eppure, proprio nella mia terra, la mia presenza suscita contraddizioni così forti da parte di esponenti della destra».
E intanto in Toscana, nonostante la crisi migratoria stia mettendo in grave difficoltà molti Comuni per i diffusi problemi di sicurezza, il governatore Eugenio Giani, ha deciso di mettersi contro la decisione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, di aprire un centro per il rimpatrio in Lunigiana, vicino a Massa Carrara. «La Lunigiana è un’area di straordinaria bellezza, ma anche estremamente delicata sotto il profilo ambientale, sociale ed economico. Pensare di collocare in questo contesto una struttura come un Cpr rappresenta, a mio avviso, un vero e proprio oltraggio a un territorio che va tutelato e valorizzato, non gravato da scelte che rischiano di comprometterne l’equilibrio». Insomma, a lui non va l’idea di mettere immigrati pericolosi tutti insieme in quelle zone. Tuttavia non ne indica altre che, tradotto, significa che non ha alcuna intenzione di voler aprire un Cpr in Toscana. Gli immigrati andassero altrove. Un paradosso per la sinistra. «Non credo che i Centri di permanenza per i rimpatri siano, in questo momento, il metodo più efficace per affrontare la questione migratoria. Si tratta di strutture che, di fatto, assumono le caratteristiche di luoghi di detenzione, pur essendo formalmente configurate come centri d’accoglienza. Questo elemento evidenzia una contraddizione di fondo che dovrebbe essere affrontata a livello normativo».
Spostandoci in un’altra regione rossa accade l’inverso. Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna, ha proposto di riaprire un Cpr, nonostante le forti contrarietà all’interno della sua maggioranza in Regione e il «no» categorico del sindaco di Bologna, Matteo Lepore. E in Assemblea legislativa il governatore ha parlato di «possibilità di riallacciare il dialogo» con il governo dopo aver sentito il ministro Piantedosi, nell’ipotesi di rendere «umani ed efficaci» gli attuali centri di detenzione amministrativa dei migranti irregolari. Infine ha aggiunto: «Sui temi della sicurezza serve uno scatto. La posizione della sinistra non può essere: prevenzione e no a derive securitarie. La prevenzione e le risposte di sicurezza, quelle proprie, devono stare insieme». Il cortocircuito della sinistra.
«La Lega riparte dalla piazza con le proprie proposte per rilanciare l’Italia». Questo lo spirito con cui il sottosegretario a Palazzo Chigi Alessandro Morelli si avvicina alla manifestazione di sabato 18 convocata dalla Lega a Milano. «In Italia ci sono tante proteste ma poche proposte. Noi, come siamo abituati a fare, dalla piazza lanceremo o rilanceremo le nostre proposte nell’ambito del governo e in vista della prossima campagna elettorale. Il partito antidemocratico ancora una volta ha calato la maschera cercando di boicottare la manifestazione qui a Milano, ma per fortuna non ci sono riusciti».
Cosa chiedete, sottosegretario?
«La manifestazione ha un titolo: Padroni a casa nostra. E uno degli argomenti cardine è la rivisitazione di questa Europa: o inizia a fare gli interessi nazionali o troveremo il modo per fare da soli e andare incontro alle esigenze delle nostre comunità. L’immigrazione è un tema, non il solo, ma è importante perché ha la capacità di cambiare i nostri modelli sociali. Dall’altra parte c’è il fronte economico con la Lega che propone il tema degli aiuti di Stato e quello della sospensione del patto di stabilità che per noi è una priorità».
In questo senso come avete preso le parole del presidente della Commissione Ursula von der Leyen? Dice che è ancora presto per sospendere il patto di stabilità…
«Von der Leyen vuole accertarsi che il paziente sia in coma per cercare di fare un miracolo. Io eviterei di arrivare al coma dei vari pazienti europei per dare prova a questa Europa che non ha buoni medici evidentemente. Lo ha dimostrato nel corso dei decenni. Per me prevenire è meglio che curare e quindi bisogna permettere gli aiuti di Stato e rivedere il Patto di Stabilità».
Rivedere non abolire?
«Iniziamo a rivederlo intanto, ma è chiaro che con una maggioranza diversa in Europa si potrebbe anche pensare di abolirlo».
Per quanto riguarda gli Ets?
«Una delle tante follie green europee. Bruxelles dimostra di voler proseguire con l’ideologia ambientalista. Ideologia che la Lega con coerenza ha sempre criticato e mi duole constatare che ancora una volta la Lega aveva ragione. Quando dicevamo queste cose dieci o 15 anni fa ci chiamavano negazionisti del clima. Ora sono tutti sul carro del vincitore, una vittoria di Pirro».
Restando sugli esteri, la Lega è stata la prima a condannare l’attacco di Donald Trump al Papa. Come si riallacciano i rapporti?
«Sono gli Stati Uniti a dover riallacciare i rapporti con il Vaticano. Trump ha sbagliato. Noi non possiamo non condannare la dura posizione di un Paese amico e alleato nei confronti di un potere religioso che rappresenta la nostra sensibilità e anche quella del 90% del popolo italiano».
In questo le parole di Vance correggono il tiro?
«Non posso giudicare quale sia il modo migliore per riparare la frattura che si è creata ma mi auguro che nel periodo più breve possibile si prenda coscienza del ruolo del Papa. Non si può pensare che possa approvare alcun tipo di utilizzo delle armi. Sarebbe impensabile».
Sul fronte interno ci si avvicina al voto e tutti i partiti sono in fermento, chi più chi meno. A dar segnale di grande movimento c’è soprattutto Forza Italia con le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato e quelle di Paolo Barelli a Montecitorio. Al posto di quest’ultimo è stato nominato Enrico Costa, da poco entrato nel gruppo. Per alcuni è un segnale di riposizionamento e c’è chi pensa che Marina Berlusconi potrebbe decidere di rivolgersi anche al centro che guarda più a sinistra. Se così fosse l’elettore di centrodestra cosa dovrebbe aspettarsi? Questa maggioranza, fin qui solida, reggerebbe?
«Per noi le tesi liberali all’interno del centrodestra sono sempre un arricchimento, ma se questo dovesse significare aprire alla sinistra significherebbe rivolgersi a chi in 15 anni di governo non ha fatto altro che distruggere il Paese. Hanno portato milioni di immigrati clandestini, hanno devastato sanità e servizi sociali anche grazie all’ingresso di stranieri che hanno usufruito del nostro welfare senza essere “risorse” come le hanno sempre definite. E poi il fronte del gender, che ha l’obiettivo di disintegrare il nucleo fondamentale della nostra società: la famiglia. Le scelte sbagliate nelle politiche industriali e molto altro. Questi sono gli obiettivi della sinistra italiana ed europea».
Quindi se Fi aprisse ai riformisti del Pd sarebbe un errore? Potrebbero ancora essere alleati?
«Per me è impossibile, ma se così fosse non sarebbe centro, sarebbe sinistra. Significherebbe rinnovare quel logorio che appartiene alla sinistra europea che ha l’obiettivo di costruire una nuova popolazione europea».
Giorgia Meloni, all’indomani delle parole severe contro Trump circa l’intervento di quest’ultimo contro il Papa, conferma la linea e non cambia idea. «Quello che ho detto è quello che penso, che le dichiarazioni in particolare sul Pontefice fossero inaccettabili» ha spiegato arrivando al Vinitaly a Verona.
«Ho espresso ed esprimo la mia solidarietà a papa Leone. Dico di più: francamente io non mi sentirei a mio agio in una società nella quale i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici. Non in questa parte del mondo».
«A me pareva che il post pubblicato alle 8.30 del mattino fosse un segnale chiaro» ha aggiunto, «poi ovviamente servivano parole più chiare e abbiamo detto anche parole più chiare. Non so quanti leader le abbiano espresse, questo per quanti dicono che ci sarebbe una sudditanza».
Severa, decisa, ancor più con un alleato di quanto forse non farebbe con un leader che non lo fosse. «Consideriamo gli Stati Uniti un nostro alleato strategico, prioritario; però, quando si è amici e si hanno alleati, particolarmente se sono strategici, bisogna anche avere il coraggio di dire quando non si è d’accordo. È quello che faccio ogni giorno: quando sono d’accordo lo dico, quando non sono d’accordo dico di non esserlo, perché credo che questo faccia bene all’Europa, agli Stati Uniti e all’Occidente in generale». Non una rottura perché «non penso che da domani i nostri alleati strategici debbano essere altri, non penso che dovremmo guardare a un’altra parte del mondo, le alleanze tra le nazioni non cambiano in base a chi le governa. La nostra collocazione storica, geopolitica, lo ha ribadito anche il presidente Mattarella nel discorso di fine anno, è europea e occidentale e io mi attengo a quella, che tra l’altro condivido pienamente. Poi quando ci sono delle cose che non condividiamo agiamo di conseguenza, le alleanze tra le nazioni non cambiano in base a chi le governa». Non una rottura ma una presa di distanza decisa, quella di Meloni, ma non è l’unica per il governo. All’indomani della convocazione dell’ambasciatore italiano a Tel Aviv l’esecutivo «ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele». Anche «in considerazione della situazione attuale».
Una situazione attuale che comprende tante cose, a guidare l’azione del governo in questo momento c’è la crisi economica: «Sospendere il Patto di stabilità potrebbe aiutare. L’Ue non dovrebbe sottovalutare l’impatto che la crisi potrà avere, muoversi troppo tardi è un enorme errore di valutazione. Stiamo chiedendo sia la sospensione del Patto, sia dell’Ets. Dar battaglia in Ue su questi temi è per il bene dell’Ue».
Sui cambiamenti a Bruxelles ha particolarmente insistito: «Noi stiamo ponendo una serie di questioni in Europa, come il tema di prendere anche in considerazione una sospensione del Patto di stabilità. Non intesa come misura che può essere fatta dal singolo Stato membro, ma come misura generalizzata. Siamo determinati a dare battaglia in Europa per il bene dell’Europa, perché non si può rimanere sempre identici a sé stessi mentre il mondo intorno a noi cambia in maniera vorticosa. Crediamo che chi oggi pone queste questioni sia responsabile e non irresponsabile come invece alcuni vorrebbero».
Politica estera e crisi energetica sono legate a doppio filo in questo momento. Non solo per il blocco dello stretto di Hormuz, resta anche il tema del gas russo su cui era intervenuto l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, spiegando che «sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di Gnl (gas naturale liquefatto, ndr) che vengono dalla Russia». Meloni ha chiarito di comprendere le motivazioni che hanno portato l’ad dell’Eni a fare queste dichiarazioni. «Descalzi è un operatore del settore e ha il dovere di porre le questioni per come le vede sul gas russo, io continuo a sperare che quando il problema dovesse porsi, a gennaio 2027, saremo riusciti a fare un passo avanti e a portare pace la pace in Ucraina. Io capisco il punto di vista di Descalzi ma non dobbiamo dimenticare che la pressione economica esercitata sulla Russia è l’arma più efficace per costruire pace, per cui dobbiamo fare molta attenzione a come ci muoviamo». E poi la chiosa: «È comunque presto per parlare di questa dinamica».
A Meloni viene chiesta anche una battuta sulle reazioni ai risultati elettorali in Ungheria. «Mi fa un po’ sorridere questo fatto che la sinistra italiana è così contenta di un risultato di un’elezione in cui la sinistra non è pervenuta. Lascia ben sperare per il futuro: contenti loro che quello sarà lo scenario che avremo in tutta Europa, io ci metto la firma». Il presidente del Consiglio ha poi ribadito che «Italia e Ungheria continueranno a lavorare insieme. Per difendere gli interessi italiani non mi interessa capire da dove viene l’interlocutore».





