È apparentemente incomprensibile il motivo che ha spinto il segretario generale della Nato, Mark Rutte, a dire che l’Italia avrebbe consentito 500 decolli aerei dalle basi Nato presenti in Italia.
Eppure un’ipotesi potrebbe essere quella di un maldestro tentativo di riavvicinare Donald Trump a Giorgia Meloni spiegando che non è vero che i Paesi europei non avrebbero aiutato. Parole che però hanno sortito l’effetto opposto e alle quali il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto seccamente. L’ennesimo caso diplomatico che ha preceduto la riunione in formato E5 che si è tenuta a Berlino in vista del summit Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara. La riunione si è tenuta tra i capi di Stato e di governo di Germania, Francia, Regno Unito e Polonia, oltre al segretario generale della Nato Mark Rutte, in videocollegamento da Washington dove si trovava per un incontro con il presidente degli Usa Donald Trump.
Un incontro preceduto da un breve colloquio tra Meloni e il primo ministro della Polonia Donald Tusk. Dopodiché Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico (dimissionario) Keir Starmer e Tusk si sono salutati sulla terrazza del palazzo della Cancelleria, rinfrescandosi con un bicchiere d’acqua e fermandosi a parlare per qualche minuto prima di entrare nei saloni del palazzo che ospitano il vertice. La premier si è soffermata in particolare a parlare con Tusk, entrambi appoggiati al parapetto, mentre alle loro spalle andava in scena un altro breve colloquio a due fra Merz e Macron. È chiaro anche dalle dinamiche che Meloni in questo formato esce forte del fatto di essere l’unico leader stabile e quindi capace di poter dare una linea ed essere credibile.
«Ci aspettano decisioni e appuntamenti importanti e l’Italia come sempre farà la propria parte» spiega Meloni ma «l'Europa deve assumersi le proprie responsabilità in termini di difesa e sicurezza portando avanti con decisione il cammino intrapreso per una componente più forte e solida dell’Alleanza atlantica» ha detto nel punto stampa congiunto al termine del vertice. E poi lancia un ramoscello di pace direzione Washington: «Bisogna rafforzare l’Alleanza Atlantica, rendere ancora più solido il legame transatlantico che rimane uno dei pilastri costitutivi dell’unità dell’Occidente». Su Hormuz ribadisce: «Sul Medio Oriente, la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è per tutti chiaramente un segnale molto positivo, ma siamo consapevoli di quanto il contesto resti precario, di quanto sia necessario contribuire e compiere ogni sforzo per consolidare il quadro» anche perché come già detto al Giorno della Verità «restano centrali il dossier nucleare, la stabilità regionale e la sicurezza delle rotte marittime internazionali con annessa libertà di navigazione. Lo Stretto di Hormuz è una priorità strategica per tutti. Su questo l’Italia ha già offerto la propria disponibilità a dare una mano, ferme restando ovviamente le autorizzazioni che nel caso sarebbero necessarie». Mentre «sull’Ucraina ribadiamo il nostro impegno per una pace giusta e duratura all’interno di uno scenario che richiede prima di tutto garanzie di sicurezza efficaci per la nazione aggredita. Ma niente è possibile se noi non continuiamo a sostenere Kiev fino a quando non sarà possibile avere una pace giusta e duratura». E poi: «L’Italia come sapete in questo senso continua a essere impegnata, in particolare siamo impegnati per quanto riguarda le infrastrutture critiche e la resilienza energetica, fronte decisivo che il presidente Zelensky ha rimarcato anche nei giorni scorsi durante il G7 e il Consiglio europeo». Merz, il padrone di casa, ha spiegato che «percorsi solitari sulla difesa sarebbero un errore». È Tusk che ha portato le spese per la Difesa della Polonia al 7%, a spingere affinché l'Europa e i singoli Paesi europei si impegnino di più sul rafforzamento delle capacità di difesa. Per Emmanuel Macron bisogna «consolidare con grande forza il pilastro europeo della Nato, che è estremamente importante». E anche lui sull’Ucraina riconosce che «è un risultato importante il fatto che per la prima volta da 18 mesi tutti i membri del G7 abbiano firmato insieme lo stesso testo e che gli americani, con noi, abbiano dichiarato di sostenere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina, di assumere un sostegno militare ed energetico all’Ucraina, di adottare sanzioni contro la Russia e di impegnarsi nello stesso percorso». Macron ha anche riconosciuto che il primo ministro britannico Keir Starmer ha «fatto molto in questi ultimi due anni per rafforzare il ruolo del Regno Unito in Europa e nella Nato». Per Starmer è il giorno dei saluti che arrivano anche da Meloni e gli altri leader.
Non esiste l’impegno di portare le spese per la Difesa al 3,5%. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato al «Giorno della Verità», al direttore Maurizio Belpietro ribadisce quali sono i termini dell’accordo preso con la Nato.
Quando si parla di aumento al 5% del Pil, chiarisce che comprende anche «la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035». Ricorda, quindi, che l’impegno preso dal Parlamento consiste «in un incremento dello 0,15% del Pil ogni anno». Un aumento che «quest’anno non c’è stato», ha riconosciuto il ministro, che ha aggiunto: «Mi è chiaro il motivo, non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha, però, detto di aspettarsi che nella Finanziaria del prossimo anno «l’impegno che ci siamo presi venga portato avanti». Il ministro si è detto convinto che Giancarlo Giorgetti sia «assolutamente consapevole di questa cosa».
Il ministro, a Belpietro, ha spiegato che con Giorgetti non c’è alcun tipo di discussione e non c’è mai stata. «Sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo». Ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Crosetto viene interrogato anche sulla pubblicazione della famosa telefonata-sfogo del presidente degli Stati Uniti che avrebbe provocato la rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump. «Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell’Italia», ha chiarito subito Crosetto, ma, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste, da parte degli Stati Uniti, un malessere dovuto al fatto che l’Europa, negli ultimi anni, abbia speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che, però, «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». E che il ministro riconosce come fatto oggettivo.
Per Crosetto il nodo più grosso per Trump resta Israele, perché «la sua capacità militare non può reggere senza l’aiuto degli Usa». Tuttavia, resta convinto che il rapporto con gli Stati Uniti non si romperà. Il problema che considera insuperabile è il seguente: «Israele considera Hezbollah un male da eradicare ma sarà difficile eliminarla completamente perché vorrebbe dire eliminare completamente il Libano». Interrogato su Unifil, risponde così: «Non ha funzionato perché le regole d’ingaggio non erano adatte». In sostanza, si tratta della «possibilità degli eserciti multinazionali Onu, con l’aiuto delle forze armate libanesi, di andare dove ci sono le armi, sequestrarle e portarle via». Un’azione che, secondo il ministro, dovrebbe avvenire «necessariamente con la forza. Che non significa andare in guerra, ma significa fare cose che adesso le truppe delle Nazioni unite non possono fare, ad esempio entrare in una cantina per controllare se ci sono delle armi o meno». Il ministro ha spiegato di avere posto il tema alle Nazioni unite «più volte da oltre due anni e mezzo, avvertendo che senza una modifica delle regole di ingaggio sarebbe accaduto ciò che poi è accaduto».
Per quanto riguarda una eventuale missione di sminamento nello Stretto di Hormuz da parte dell’Italia, ha chiarito che il nostro Paese dispone di una capacità specialistica riconosciuta e potrebbe metterla a servizio della navigazione, ma solo dentro una cornice chiara: autorizzazione del Parlamento, assenza di una zona di guerra e garanzie da parte di tutti gli attori regionali. «Se io mando le mie navi per sminare, bisogna che nessuno mi attacchi da tutte le parti», ha detto, evidenziando che, una volta ottenuta l’autorizzazione parlamentare e definite le condizioni politiche e operative, l’Italia potrebbe essere «tra le nazioni meglio accette» dai Paesi che si affacciano su quel mare.
Su Mosca e le spese in Difesa in Europa, si chiede: «I Paesi del Nord ed Est Europa sono spaventati da Vladimir Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in Difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono, visto che sono troppi anche per l’Ucraina». Per Crosetto il mediatore «deve essere una persona che abbia la forza di 27 nazioni». «Difficile, quindi, che si mettano d’accordo», commenta Belpietro, che aggiunge: «Qualcuno vuole Mario Draghi». «È una soluzione», la risposta del ministro, che poi sintetizza: «Io vorrei arrivare a una soluzione il prima possibile perché non voglio mettere Putin nella situazione di aver nulla da perdere», lasciando intendere, senza dirlo, che potrebbe ricorrere al nucleare. Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni fa e che sta arrivando a un punto di rottura». D’altro canto, la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull’Intelligenza artificiale, su chi arriva prima sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo Spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un’unica regia e un unico attore che è lo Stato», con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell’umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati», ha precisato Crosetto, riferendosi a SpaceX di Elon Musk che ha «una capacità di lanciare satelliti che è dieci volte superiore alla Cina».
Per Crosetto, il confronto tra Stati uniti e Cina è destinato a ridisegnare gli equilibri globali ben oltre il piano militare: dalle rotte marittime alle materie prime, dall’energia all’Ia, fino allo Spazio. Interrogato sul generale Roberto Vannacci, infine, si concede una battuta: «Io sono ministro della Difesa non faccio politica. L’accordo con Vannacci vedranno altri se farlo».
- Il premier invita i ministri a partecipare alla festa del 2 luglio con l’ambasciatore Fertitta, che dice: «Rimanga la partnership». Una delegazione di Fdi incontrerà a Washington membri del Congresso e della Casa Bianca.
- Il sospetto della corrispondente Mediaset, Rossi Hawkins: «All’ultimo G7 qualche capo straniero potrebbe aver voluto provocare attriti per strapparci qualche commessa».
Lo speciale contiene due articoli.
La lite tra Giorgia Meloni e Donald Trump «non deve impattare sui rapporti del governo con gli Stati Uniti». Lo ha detto ieri la premier Giorgia Meloni in Consiglio dei ministri, commentando lo scontro con il tycoon. La Meloni ha invitato i ministri a partecipare al ricevimento del 2 luglio all’ambasciata Usa per la festa dell’Indipendenza, anche perché, secondo fonti di governo, ha sottolineato come «l’ambasciatore Fertitta è sempre stato estremamente disponibile e professionale nei nostri confronti».
Si confina così nel perimetro di un ruvido scambio di opinioni tra i due leader il botta e risposta tra la Meloni e Trump degli ultimi giorni. Un Trump che del resto appare ormai un personaggio che ha fatto della maleducazione nei confronti di leader mondiali, giornalisti e giornaliste e avversari interni la cifra della sua seconda presidenza, così come è destinata a entrare nei libri di storia la sua sindrome compulsiva da social, che lo spinge a postare decine di dichiarazioni al giorno, alcune particolarmente squinternate. Intanto, ogni occasione di confronto tra esponenti politici di Fratelli d’Italia e degli Stati Uniti è benvenuta: può collocarsi in questa cornice la missione della settimana prossima a Washington di Carlo Fidanza e Antonella Sberna, rispettivamente capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo e vicepresidente dell’Eurocamera, che andranno negli Stati Uniti insieme a una delegazione di parlamentari di Ecr, il gruppo dei Conservatori europei. La delegazione incontrerà membri del Congresso ed esponenti dell’amministrazione Usa, oltre a rappresentanti di think tank. La missione era prevista da mesi, ma è evidente che ora assume, per l’Italia, un significato particolare: «I fatti», argomenta Fidanza, «hanno visto una polemica che la presidente Meloni ha dichiarato chiusa e per noi è chiusa. Il rapporto con gli Stati Uniti è un rapporto che è solido per ragioni storiche, è un rapporto che non può venire meno, fatto di una interazione culturale, economica, di interessi geopolitici comuni che non possono assolutamente essere intaccati da diatribe che noi riteniamo che debbano essere superate. Non a caso Giorgia Meloni non risponderà più a questo tipo di critiche, non parteciperà più a questo dibattito perché la nostra stella polare è tenere insieme l’interesse nazionale», aggiunge Fidanza, «e lo stiamo facendo in maniera molto determinata, con l’unità dell’Occidente».
Sul piano militare, assolutamente fondamentale nelle relazioni tra Roma e Washington, il legame resta solido. Appena una settimana fa il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato in visita ufficiale a Washington, dove ha incontrato il ministro della Guerra (sic) Pete Hegseth. «Ho accolto al Pentagono», ha scritto Hegseth su X, « il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. Abbiamo ribadito la solidità delle relazioni bilaterali in materia di difesa tra Stati Uniti e Italia e abbiamo concordato sull’urgente necessità che gli alleati della Nato aumentino la spesa per la difesa, amplino la produzione industriale nel settore della difesa e schierino forze militari credibili in combattimento». Hegseth, che Crosetto ha anche sentito nelle ore della lite Meloni-Trump, ha avuto parole d’elogio per il nostro governo: «Siamo particolarmente grati», ha detto il ministro ultra-trumpiano, «per il sostegno costante che il vostro governo e il popolo italiano dimostrano nell’ospitare le forze statunitensi in Italia. Gli alleati europei, inclusa l’Italia, devono assumersi, e so che lo stanno facendo, la responsabilità principale della difesa convenzionale dell’Europa, dimostrando la disponibilità a farsi carico di una quota maggiore dell’onere; l’Italia», ha sottolineato Hegseth, «è certamente uno dei partner che stanno guidando questo processo».
Non si capisce cosa sia cambiato in sette giorni. Tra l’altro, una delle accuse di Trump alla Meloni è stata questa: «Non ci ha nemmeno concesso di utilizzare le piste di atterraggio o di decollo italiane, causando un notevole disagio logistico». Fonti della Difesa fanno notare che, per quel che riguarda il famoso recente caso di Sigonella, quando lo scorso maggio è stato negato a un bombardiere Usa diretto in Iran l’atterraggio nella base in Sicilia, gli accordi vigenti prevedono l’utilizzo delle basi italiane solo per funzioni addestrative o logistiche, come sanno perfettamente anche gli Usa. Ci voleva l’ok del Parlamento, quindi, ma non c’erano i tempi e il semaforo è rimasto rosso. Per quel che riguarda l’aspetto politico, a quanto ci risulta, le relazioni tra Fratelli d’Italia e i Repubblicani americani non sono in discussione, in quanto la reazione della Meloni agli attacchi di Trump è stata compresa. Certo, secondo alcune fonti, se Trump ascoltasse di più i suggerimenti di Marco Rubio non si verificherebbero questi incidenti diplomatici. Così come viene considerato un interlocutore ottimo e affidabile l’ambasciatore americano in Italia Tilman J. Fertitta, come ha sottolineato ieri in Cdm la stessa Meloni. Ieri il diplomatico ha precisato che «possono esserci momenti di disaccordo tra due leader. Ciò che conta è che il rapporto tra Usa e Italia continui a essere una vera partnership cooperativa tra i nostri due Paesi».
Manina europea dietro lo scontro?
Alla Casa Bianca non si lavora per ricucire i rapporti con l’Italia perché i rapporti sono e restano solidi. Ne è convinta Maria Luisa Rossi Hawkins, corrispondente Mediaset dalla Casa Bianca che ieri ha intervistato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo il suo post su Truth in cui è tornato all’attacco del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Dopo aver speso miliardi di dollari per la Nato, l’Italia e il suo premier non sembrano nemmeno disposti a prendere parte all’azione contro l’Iran e la sua seria minaccia nucleare. Da decenni li difendiamo, ma quando arriva il momento di difendere noi e il resto del mondo, non ci sono. Non va bene». A Rossi Hawkins ha spiegato poi di non essere «solo deluso dall’Italia, ma anche da tutti i leader della Nato».
«L’Italia è considerata un fortissimo alleato e partner, il legame tra i due leader è solido e lo hanno dimostrato anche nell’ultimo G7», ha commentato Hawkins alla Verità facendosi una domanda: «A questo punto io mi chiederei: chi è che lavora per allontanare i due?». Il sospetto è lecito ed è utile fare un passo indietro e notare che a Evian il presidente americano ha speso molto tempo con il presidente francese Emmanuel Macron ed è quindi probabile che ci siano interessi economici e commerciali molto forti che potrebbero spingere qualcuno a tentare di provocare lo sgambetto. Per ora restano ricostruzioni, ma è bene sottolineare che secondo quanto riportato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso «lo scorso anno il nostro export verso gli Stati Uniti è cresciuto del 7,2%, malgrado i nuovi dazi; ad aprile ha registrato un ulteriore +12,1% su base annua, la migliore performance tra i Paesi europei».
Invidia forse? Rossi Hawkins: «Il rapporto dal punto di vista commerciale e diplomatico non si è mai interrotto. Quindi chi è che sta cercando di nuocere ai rapporti con l’Italia? Forse c’è qualcuno che lavora per prendersi qualche commissione? Ci sono cose che non sappiamo e che dobbiamo sapere? Trump non ce l’ha con Meloni, ce l’ha con l’Europa che secondo il presidente non ha fatto quello che si aspettava». Secondo Rossi Hawkins, Trump potrebbe fare un «roboante annuncio» al prossimo vertice Nato di Ankara e fa riferimento a quella frase che gli ha strappato nella sua intervista: «Non so se ritirarmi dall’Alleanza atlantica». Secondo Rossi Hawkins, Trump se la prende con Meloni perché era da lei che si sarebbe aspettato di più sull’Iran, si aspettava che facesse da sponda. «Detto questo», ribadisce, «l’Italia è parte integrante degli Stati Uniti, i rapporti non si romperanno mai, non sono come i rapporti con i francesi o i tedeschi, l’America non sarebbe l’America se non ci fosse l’Italia. Potrebbe esserci, non credo all’interno della Casa Bianca, qualche leader straniero che al G7 mette in cattiva luce l’Italia in modo da favorire e provocare attriti tra Roma e Washington. Qualcuno che vuole inserirsi nei rapporti commerciali».
Rossi Hakwins, che era presente nello Studio ovale quando i due si sono incontrati, ricorda perfettamente quel momento: «Lui disse: “Per me lei è l’Europa”, e quindi è così che si traduce l’attacco. Rappresentando l’Europa se la prende con lei». A suo avviso quello che si dovevano dire se lo sono detti e il rapporto potrebbe persino guadagnarne perché «Trump rispetta chi gli tiene testa, chi lo contrasta, non rispetta i sottomessi. Li utilizza, ma non li rispetta». Lo dimostra il post su Truth perché «dopo l’attacco vibrante che ha sferrato Meloni, Trump non risponde ma scrive un post in cui sposta lo scontro sull’argomento Nato». E poi è a Rossi Hawkins che il presidente americano consegna un ramoscello di pace: «Io non ce l’ho con Meloni, ce l’ho con l’Europa». Il suo modo, maldestro, di fare un passo indietro.





