Niente accise mobili, niente piano casa, niente decreto fiscale. Il Consiglio dei ministri ha disatteso le aspettative. Anche se, non è esclusa una nuova riunione del cdm nel corso della settimana, forse già venerdì, nella quale potrebbe essere esaminato un intervento specifico sui carburanti.
Secondo alcune fonti il motivo del ritardo risiede nel fatto che le accise mobili da sole non basterebbero per temperare l’emergenza prezzi. Si starebbe quindi lavorando ad un pacchetto più ampio che potrebbe entrare nel dl bollette. Resta il tema delle coperture, difficile reperirle nella situazione attuale, problema a cui il Mef sta lavorando in queste ore.
Ma la lentezza di intervento è un’epidemia europea. Uno dei pochi casi in cui sembrano tutti allineati. Anche in Francia il dibattito sul caro-carburante domina la scena ma il governo guidato da Sébastien Lecornu punta a rafforzare i controlli (così come annunciato dall’esecutivo Meloni) chiudendo all’ipotesi di un taglio delle accise per mancanza di risorse. «Bisogna aspettare» ha detto su Tf1 il ministro del Commercio escludendo ad ogni modo un taglio delle tasse su benzina e gasolio. L’opinione più diffusa è che si tratti di una bolla speculativa. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, in conferenza stampa a Strasburgo ha detto: «Abbiamo imparato delle lezioni dal 2022. Non siamo in una situazione neanche lontanamente così grave come nel 2022, ma abbiamo comunque tratto degli insegnamenti da quell’esperienza. Se ciò accadrà, ci dovranno essere misure temporanee e mirate. Quindi non stiamo parlando di cambiare in modo fondamentale la struttura della determinazione dei prezzi, per esempio il prezzo del carbonio (Ets) o altri meccanismi». La vicepresidente della Commissione europea, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha aggiunto: «Il design del mercato dell'energia elettrica è stato rivisto nel 2023 e fornisce una serie di strumenti che non sono pienamente sfruttati. Sappiamo che c’è chi ritiene che potremmo aver bisogno di un disaccoppiamento dei prezzi dell’energia sul mercato ma forse il disaccoppiamento non aiuterebbe a ottenere prezzi più bassi».
La Commissione europea ha inviato una comunicazione in cui raccomanda agli Stati di permettere il cambio di fornitori di elettricità più rapidamente (entro un giorno), oneri più bassi sulle bollette e più trasparenza sulle informazioni relative a contratti e fatture.
Il punto di partenza è che tasse e oneri sull’elettricità rappresentano in media il 25% del prezzo per le famiglie e per questo Bruxelles dice di voler sostenere gli Stati membri anche se, nel contesto delle regole di bilancio che permettono una flessibilità decisamente limitata.
Al termine del Consiglio dei ministri il premier, Giorgia Meloni, ha preso parte a una videocall convocata da Italia, Germania e Belgio tra leader per fare il punto su semplificazione ed energia nel quadro della crisi dei prezzi causata dal conflitto in Iran e nel Golfo. Meloni «si è in particolare soffermata sulla necessità di una sospensione temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (ETS) sulla produzione di energia, in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe ETS nonché dell’interazione del meccanismo ETS con le regole del mercato elettrico europeo. Attenzione è stata anche riservata al completamento del Mercato unico e alla semplificazione regolatoria europea».
Il cdm è durato circa un’ora e tra le misure c’è stata la «ratifica ed esecuzione dell’accordo di partenariato tra la Costa d'Avorio e la Comunità europea uno schema di ddl di «ratifica ed esecuzione dell’accordo in materia di coproduzione cinematografica con la Cina». E ancora, l’attuazione della direttiva su prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani. Infine si è discusso dei meccanismi che gli Stati membri devono istituire per prevenire l’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Accolta la proposta del ministro della protezione civile Nello Musumeci sullo stato di emergenza in Calabria per un anno stanziando 15 milioni di euro per «i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture». Infine, il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi «ha definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei conti».
- Il ministro: «Servono misure straordinarie, come quelle adottate dopo la guerra in Ucraina. L’instabilità energetica compromette la nostra sicurezza economica». In agenda anche un pezzo del «piano casa».
- Sui tassi arriva una doppia mazzata. Il mercato ormai dà per quasi certi due rialzi nel 2026, per un totale di 50 punti base. Così la Bce punta ad arginare l’inflazione. Ma a farne le spese sarà la crescita.
Lo speciale contiene due articoli.
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
Ambasciatore Ettore Sequi, lei ha una lunga e prestigiosa carriera diplomatica. Già segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, già ambasciatore d’Italia a Pechino, prima a Kabul e Capo Delegazione dell’Unione Europea a Tirana. Cosa dobbiamo aspettarci dalla guerra in Iran?
«La chiave è che Usa e Israele hanno obiettivi in parte diversi: Washington vuole cancellare la minaccia iraniana e uscire dal conflitto; Israele punta a spezzare in modo definitivo il regime. Per Teheran la questione non è vincere la guerra ma sopravvivere alla guerra, e questo dipenderà anche dalla tenuta interna del regime, in particolare dei Pasdaran. I Paesi della regione guardano con preoccupazione a entrambe le ipotesi: un Iran aggressivo o un Iran imploso destabilizzerebbero comunque l’equilibrio regionale».
Possiamo parlare di terza guerra mondiale?
«No: non è uno scontro diretto tra grandi potenze ma una guerra regionale con effetti globali, capace di destabilizzare energia, rotte marittime e sicurezza regionale senza trasformarsi in un conflitto mondiale».
Non si fa che parlare di basi Usa e del loro utilizzo. Potrebbero essere usate come basi di attacco?
«Le basi americane in Italia non sono automaticamente piattaforme offensive perché il loro impiego richiede il consenso politico italiano nel quadro degli accordi bilaterali e dei limiti costituzionali sull’uso della forza. Per questo il tema è politicamente delicato».
Qual è il suo punto di vista sullo stato della guerra in Ucraina?
«Il volto di questo conflitto è cambiato diverse volte. Si è passati dallo “sfondamento” allo “sfinimento”, all’usura. C’è un’area di una trentina di chilometri che è governata dal controllo dei droni e in questa zona l’obiettivo è ammazzare più nemici possibili. Si sta prendendo atto che la sicurezza europea si sta progressivamente separando dalla sicurezza americana e mentre la guerra in Ucraina è solo una parte del rapporto tra Usa e Ue, per l’Europa si tratta di un conflitto più esistenziale. Due sono gli aspetti da considerare: da un lato una frammentazione europea, dall’altro le garanzie di sicurezza di cui si parla tanto non possono prescindere da una garanzia degli Usa che le renda effettive. Obiettivamente poi è sotto gli occhi di tutti la frammentazione della visione politica europea, il che rende queste garanzie non sufficienti per gli ucraini e poco credibili per i russi».
Il modello dei volenterosi è stato un fallimento?
«Il grande fraintendimento è stato credere che ci fosse la volontà di andare a combattere sul campo contro i russi prima di una pace. L’idea invece era quella di creare un contesto di deterrenza per la Russia in vista di un eventuale nuovo attacco. I volenterosi sono un tentativo di risposta ad un’Europa che non funziona. Sono il risultato di un’Europa che non sa prendere decisioni. Con l’allargamento dell’Unione europea, la situazione può peggiorare. È per questo che alcuni Paesi come Serbia e Albania chiedono di poter entrare rinunciando al potere di veto, e quindi alla possibilità di entrare nel sistema del voto unanime. I volenterosi rappresentano la risposta ad un’Europa che non sa decidere, ma la loro operatività è tutta da dimostrare».
Quindi che differenza c’è tra i volenterosi e il Board of peace di Trump? Non è anche quella una risposta al fallimento dell’Onu?
«Credo che una risposta dovrebbe essere universale. Pensiamo al fatto che non c’è l’Africa e, considerato che le proiezioni demografiche parlano di una stima di due miliardi e mezzo di persone, andrebbe considerata. E poi c’è un tema di governance, perché se è solamente il presidente del board a decidere chi entra e chi non entra, si arriva a una soluzione estrema rispetto all’obiettiva crisi delle Nazioni Unite. Crisi che passa da un importante aspetto: bisogna ricordare che nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, organo deputato al mantenimento della pace internazionale, attualmente siede un Paese in guerra, la Russia. Un organismo che dovrebbe decidere sulla pace di una guerra in cui è coinvolto un suo componente».
La decisione della Corte Suprema Usa sui dazi ha creato trambusto.
«La prima volta che Trump ha parlato di dazi si è aperto un grande dibattito economico. C’erano idee diverse sul tema, anche se effettivamente veniva riconosciuto il problema dello squilibrio della bilancia commerciale americana. Dietro ai dazi c’era la volontà di accorciare le catene del valore e quindi di riportare le produzioni strategiche negli Usa, ma esiste anche un evidente argomento geopolitico. La minaccia dell’imposizione di dazi è stata spesso usata come leva geopolitica. Ad esempio, Trump ha minacciato nuovi dazi ai Paesi europei che hanno osato mandare sparute truppe in Groenlandia per un’esercitazione».
Una leva economica che si traduce in guerra commerciale. Non è quello che fa la Cina da anni?
«La Cina ha saputo trarre vantaggio dalle opportunità derivanti dall’ingresso, ai tempi di Clinton, nel Wto. Si pensava che il progresso economico della Cina avrebbe favorito e consentito una democratizzazione, ma così non è stato, e comunque non nei termini immaginati. Anche l’ingresso della Cina ha inciso profondamente sulla struttura del commercio internazionale, e ha creato alcune patologie che poi si sono riversate sul consumatore europeo, come nel caso della sovrapproduzione cinese».
È questo che ha contribuito all’indebolimento dell’Europa?
«In Europa abbiamo il problema di barriere tariffarie e non, e di forte concorrenza cinese. L’Europa cerca di trovare nuovi sbocchi: India, Mercosur. Si sta cercando di trovare circuiti alternativi per il commercio. Faccio un esempio sull’automotive. Prendiamo le auto tedesche, considerato anche che in alcuni casi il 50% della componentistica è italiana. In Cina le auto tedesche endotermiche hanno un mercato intorno al 30%, se passiamo all’elettrico, noi sappiamo che le auto tedesche vendono tra l’1 e il 3% perché le rivali cinesi sono troppo più competitive. Rivali cinesi che poi vengono esportate in Europa, infatti anche qui l’auto elettrica cinese si sta imponendo sul mercato».
In un mondo che va verso il bipolarismo, Stati Uniti da una parte e Cina dall’altra, come si recupera terreno? Dove si colloca l'Europa?
«Quando parliamo di debolezza o lentezza dell’Ue dimentichiamo un punto essenziale: la Ue non è un’entità astratta o metafisica, ma il risultato delle decisioni, o delle non decisioni, degli Stati membri. Quando ero ambasciatore dell’Unione europea ricordo che, di fronte a dossier delicati come i diritti umani in Cina, si preferiva spesso una dichiarazione congiunta per evitare esposizioni nazionali dirette. Nessuno voleva assumersi il costo politico individuale».
Quindi noi siamo rimasti indietro perché nessuno ha avuto il coraggio di prendere posizione?
«Siamo rimasti indietro perché è difficile e costoso avere la lungimiranza di comprendere che, di fronte ai macrosistemi globali, i singoli Stati europei sono troppo piccoli. Tuttavia, è politicamente più semplice mantenere la frammentazione che cedere sovranità. La cooperazione rafforzata non risolve tutto, ma può essere uno strumento. Un esempio concreto: per produrre un F-35 servono circa 25 chili di un magnete speciale al samario, la cui produzione è concentrata in Cina. Se Pechino ne blocca l’export, la produzione si ferma. Siamo in competizione ma anche in interdipendenza. Restando divisi rischiamo di essere schiacciati.»
L’Ue è indietro anche sui dati. Non c’è un social europeo, lo stesso vale per l’intelligenza artificiale.
«Quello è un disastro serio. Partiamo da un punto fermo: la proprietà, ma anche la gestione e il controllo del dato, risiedono o nelle mani dei governi, come in Cina, o in quelle di grandi società private statunitensi. L’Europa non ha nulla di paragonabile. Non si tratta solo di possesso, ma anche di concreta influenza, se vogliamo parlare in termini di soft power. Il dato alimenta l’algoritmo dell’Intelligenza artificiale. Queste grandi piattaforme, pubbliche o private, oltre a possedere i dati, gestiscono le infrastrutture digitali che determinano come i dati vengono combinati e utilizzati. Servono per addestrare i modelli di intelligenza artificiale tramite gli algoritmi. Tradotto: chi controlla i social controlla gran parte dell’ecosistema informativo. Gli algoritmi indirizzano e selezionano le informazioni, modellando ciò che gli utenti percepiscono come normale o importante. Diventano quindi attori di costruzione culturale di significati, valori e opinioni. La competizione geopolitica oggi si è estesa alla sfera cognitiva. Chiamarlo semplicemente soft power è forse riduttivo. Non si compete più solo su armamenti e risorse, ma su infrastrutture digitali, standard tecnologici e modelli di intelligenza artificiale».
La capacità di influenzare le masse che ti porta ad avere consenso oggi passa per la tecnologia?
«Sì, esatto. Se la situazione è questa, è evidente che la tecnologia è diventata un’importante vettore di consenso, di controllo, di influenza e di potenza. Tornando ai dazi, gli Stati Uniti li hanno usati anche come strumento di pressione verso l’Europa nella regolamentazione dell’Intelligenza artificiale del governo dei dati. L’Ue, pur non possedendo i dati e le piattaforme, cerca almeno di garantire la trasparenza degli algoritmi e di imporre vincoli regolatori alle piattaforme. A mio avviso è un tema di sovranità o di autonomia strategica. Nell’epoca dell’Intelligenza artificiale la sovranità non si misura soltanto nella capacità di difendere i confini fisici, ma anche nella capacità di governare o disciplinare gli strumenti, come i dati o gli algoritmi, che modulano la percezione collettiva. La domanda resta aperta: l’Europa si sta muovendo bene?»





