- È Eithan Bondì, 21 anni, di Roma, il ragazzo che ha preso di mira una coppia nel giorno della Liberazione. Agli inquirenti dichiara di far parte della «Brigata», ma il museo milanese smentisce: «Non lo conosciamo».
- Accuse alla Comunità: «Squadristi». Il responsabile romano, Victore Fadlun, prende le distanze dal gesto, ma intanto l’Associazione partigiani e Gad Lerner denunciano una «deriva estremistica».
Lo speciale contiene due articoli.
I simboli sul casco nero tipo jet, lo stesso che indossa mentre con il suo smartphone si spara un selfie poi pubblicato sui social, e la targa dello scooter bianco Honda direttamente riconducibile a lui. Due indizi. Troppo visibile per essere un professionista. Poi, a casa, un sacchetto di un brand del cibo da asporto (lo stesso che aveva con sé mentre faceva il pistolero), la mimetica chiara che indossava il 25 aprile, una pistola da soft air simile a quella usata in via Ostiense e alcuni coltelli.
Le conferme, disseminate ovunque, sono diventate subito reperti. Eithan Bondì, 21 anni, ragazzo della comunità ebraica romana. Un profilo che, sulla carta, non racconta nulla di straordinario, ma che dentro l’inchiesta prende una forma precisa. Estremista di Sion e idealmente sostenitore della Brigata ebraica della quale davanti agli investigatori avrebbe affermato di fare parte (ovviamente sono fioccate le smentite), per gli inquirenti è il cecchino che il 25 aprile ha dato la caccia ai militanti dell’Associazione nazionale partigiani, ferendone due (marito e moglie) con la pistola a pallini di cui poi si sarebbe disfatto. Un’arma che non è letale, ma che usata in quel modo, a distanza ravvicinata e con il braccio teso, per gli inquirenti ha cambiato significato. La polizia l’ha rintracciato l’altra notte nell’abitazione dei genitori, dopo aver incrociato i dati parziali della targa dello scooter con le immagini delle telecamere di sicurezza. Un incastro di elementi che ha fornito ai pm romani il materiale su cui costruire il decreto di fermo col quale è stato disposto il trasferimento del ragazzo a Regina Coeli. Le immagini acquisite raccontano l’azione meglio di qualsiasi verbale. Lo collocano prima in via Ostiense, dove si stava concludendo la manifestazione, nei pressi del parco Schuster, e poi sul lungotevere di Pietra Papa. Le testimonianze hanno fatto il resto: mimetica verde e un casco integrale scuro. «Si muove su uno scooter bianco». Combacia tutto. E l’indagine cambia passo. Rossana Gabrieli, una delle due vittime, racconta di averlo visto «fermarsi e puntare» contro di loro «con il braccio teso». Almeno quattro colpi. La sequenza è stata ripresa in pieno da una telecamera. Lei e Nicola Fasciano restano feriti in modo lieve. Ma il gesto, nella ricostruzione della Procura, prende un’altra dimensione: tentato omicidio (la contestazione comprende anche porto e detenzione illegale di armi). Il movente? Politico.
L’azione, ritiene chi indaga, si inserirebbe nel clima già segnato da tensioni simboliche sempre più accese attorno alle piazze in cui identità, memoria e conflitti internazionali si sono spesso sovrapposti. Il motorino è intestato a lui. È uno dei punti fermi. Che ora un giudice dovrà valutare. Assieme alla richiesta di convalida del fermo d’indiziato di delitto avanzata da Piazzale Clodio (alla quale seguirà l’interrogatorio dell’indagato). Rider di professione, ex studente universitario della facoltà di Architettura e poi, per un breve periodo, agente immobiliare. Una traiettoria personale discontinua. Bondì, interrogato, confessa. Ammette. Ed è in questo momento che avrebbe aggiunto l’elemento identitario: dice di far parte della «Brigata ebraica (che, però, è ufficialmente presente solo a Milano, ndr)». Un’affermazione che viene smentita dal Museo della Brigata ebraica. Il direttore Davide Romano chiarisce: «Non lo conosciamo e non abbiamo fra i nostri membri persone che rispondano a questo nome» e «nemmeno alcun rappresentante, né iscritto nella città di Roma». Poi aggiunge: «Provo orrore e condanno nella maniera più risoluta» chi usa quel nome «per compiere atti di violenza». L’Unione delle Comunità ebraiche italiane «denuncia l’accostamento del nome del presunto responsabile alla Brigata ebraica». Questo è di certo uno dei punti che l’indagine dovrà chiarire. Ma ora si indaga sul passato del ragazzo per capire se il suo nome (un omonimo ieri mattina si è visto costretto a pubblicare un post su Facebook per far sapere che non era lui il cecchino No-Anpi) possa essere riconducibile anche ad altre azioni analoghe in occasione di manifestazioni di piazza, come quelle pro Pal degli ultimi anni. E per verificare se faccia veramente parte di un gruppo di estremisti filo-sionisti responsabili di episodi di violenza nella Capitale. Perché, di certo, c’è almeno un altro caso.
L’aggressione a una donna il 25 aprile di due anni fa a Testaccio, al termine di un’altra iniziativa. Fu circondata da un gruppo di uomini mentre andava a riprendere il motorino e insultata anche con epiteti sessuali perché indossava la kefiah palestinese. La vittima ha postato un messaggio ieri mattina per chiedere se il giovane fermato sia coinvolto anche nella sua vicenda (all’epoca denunciata in Questura). Le indagini, infatti, non si fermano al pomeriggio del 25 aprile. Potrebbero estendersi anche ad aggressioni e spedizioni punitive commesse da piccoli gruppi ai danni di simpatizzanti dei movimenti palestinesi o dell’Anpi. Dal telefono cellulare del ragazzo potrebbero saltare fuori riscontri o nuove piste: contatti, conversazioni ed eventuali elementi utili a ricostruire relazioni. Ma soprattutto si potrà verificare se esistano collegamenti con gli altri episodi o con altri obiettivi. Il punto, adesso, è capire se l’operazione portata a termine da Bondì il 25 aprile sia una deriva individuale o solo l’ultimo tassello di qualcosa di più strutturato.
Accuse alla Comunità: «Squadristi»
«Non può sfuggire a nessuno l’estrema gravità della vicenda. Da tempo assistiamo a una deriva estremistica e intimidatoria di parte di alcuni esponenti della Comunità ebraica di Roma»: così l’Anpi in una nota commenta l’arresto del ragazzo di 21 anni fermato per aver colpito, lo scorso 25 aprile, due persone con una pistola ad aria compressa. Un invito a nozze per l’associazione che già soffriva un rapporto teso con la brigata ebraica (a cui il giovane ha dichiarato di appartenere) a causa dell’esclusione dalle celebrazioni del giorno della Liberazione. L’Anpi ha anche chiesto «alla magistratura non solo di appurare l’esistenza di eventuali mandanti dell’aggressione armata avvenuta a Roma, ma anche di aprire un’inchiesta su tali presunti gruppi paramilitari presenti nella Comunità ebraica romana».
La vicenda ha però indignato soprattutto la Comunità ebraica di Roma che «condanna e si dissocia senza riserve da qualsiasi forma di violenza antidemocratica», ha dichiarato il presidente Victor Fadlun. «Esprimiamo piena solidarietà e vicinanza ai feriti e fiducia nel lavoro della Procura e delle Forze dell’ordine affinché sia fatta piena luce sulla dinamica dei fatti e su ogni responsabilità. In una fase così tesa rivolgiamo un appello alle forze politiche e alla società civile a evitare ogni strumentalizzazione che possa alimentare l’odio e generare nuova violenza». Un appello non molto ascoltato considerate le polemiche che sono seguite. «Ci piacerebbe che (Fadlun, ndr) dicesse qualche parola anche nei riguardi della nostra associazione che, negli anni, qui a Roma, ha sempre cercato di mantenere un rapporto costante e inclusivo con questa comunità anche se è sempre stato molto difficile», ha puntualizzato Marina Pierlorenzi, presidente dell’Anpi di Roma, nel corso di un presidio organizzato ieri pomeriggio proprio nel luogo dove sono stati esplosi i colpi con l’arma softair.
«Le forze dell’ordine devono andare avanti e il ragazzo deve rispondere dei propri errori in proporzione al reato commesso. Non amo sottrarmi. La comunità ha condannato e sono orgoglioso della condanna e dello sdegno del presidente Fadlun. Se posso aggiungere: io mi vergogno. Un conto è reagire a un attacco, ma così, a sangue freddo e da solo, no», la durissima reazione di Riccardo Pacifici vicepresidente della European Jewish Association (EJA) ed ex presidente della Comunità ebraica di Roma. E circa la polemica sollevata a proposito della militarizzazione della Brigata ebraica precisa: «A me non risulta alcuna militarizzazione della Brigata ebraica. Ci sono genitori e nonni che fanno attività di vigilanza fuori dalle scuole e dalle sinagoghe nella totale legalità. Certo, una riflessione la dobbiamo fare. Mi chiedo: gli ebrei hanno il dovere di essere migliori? Non possiamo avere anche noi criminali, prostitute, o quello che è? Va distinta la responsabilità: non può essere un unicum. Viviamo in una città dove in chat di cittadini di Monteverde scrivono “in questo quartiere vivono troppi ebrei, alzano gli affitti”», ha proseguito. Ad alzare la tensione già tesa ci ha pensato il giornalista Gad Lerner parlando di radicalizzazione: «Da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che in nome dell’autodifesa minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele». Severa la risposta di Pacifici: «La Brigata ebraica ha ricevuto la medaglia al valore. E ora Gad Lerner, con il suo egocentrismo, sente la necessità di dire certe cose? Io ho avuto nemici ed ero minacciato dalla destra: sono cresciuto in questo clima, che apparteneva ai mondi della destra estrema. Tutte “saponette”, era linguaggio dell’estrema destra. Ora è tutto capovolto. Dovremmo tentare di capire. C’è un sentimento di caccia all’ebreo e non si chiede ai russi tutto quello che si chiede all’ebreo o all’israeliano. L’Anpi si prenda le proprie responsabilità».
La Meloni scagiona Nordio: «Grazia chiesta al Quirinale. Le indagini le fa la Procura»
Se sul tavolo dell’affaire Minetti si intende mettere le dimissioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la risposta è chiara e arriva direttamente dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «A oggi escludo l’ipotesi di dimissioni», ha detto ai giornalisti, «il ministero non ha strumenti per fare indagini».
Perché è «ovvio che il ministero difficilmente potesse sapere qualcosa che non sapeva la Procura generale, competente più di chiunque altro per verificare che ci siano tutte le condizioni». Più cauta sul presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Non è il mio ruolo dire che cosa il presidente della Repubblica debba fare rispetto alla concessione di una grazia, che è stata chiesta alla presidenza della Repubblica».
Intanto sul caso Minetti adesso indaga anche l’Interpol. «Di concerto con il procuratore generale siamo già attivati per le verifiche, dalle forze nostre di polizia a quelle dell’Interpol, con massima urgenza». Lo ha detto il sostituto procuratore della Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa. «Andremo avanti finché non troviamo tutti gli elementi, positivi o negativi. Ripeteremo accertamenti anche in Italia sull’autenticità di documenti sanitari e altro. Tutte le circostanze sono oggetto di accertamento: dalle modalità di adozione all’estero alla morte del legale della madre biologica del bimbo. Se incontreremo ostacoli faremo un passo successivo per una rogatoria». Nicole Minetti, ex igienista dentale ed ex consigliere di Regione Lombardia, era stata condannata in via definitiva a 3 anni e 11 mesi per induzione alla prostituzione e peculato nei processi Ruby bis e Rimborsopoli. Il Quirinale, dopo averle concesso la grazia, a seguito di un articolo del Fatto quotidiano, è intervenuto inviando una lettera al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per chiedere ulteriori verifiche sulle modalità di adozione del figlio di Minetti. Il ministero ha avviato le procedure di verifica e mentre si attende un nuovo parere sulla vicenda la Procura di Milano si è attivata a livello internazionale. «Abbiamo ricevuto dal ministero un’autorizzazione ampia a svolgere tutti gli accertamenti a 360 gradi», ha continuato Brusa, che, riguardo al precedente mandato del ministero della Giustizia per le verifiche, avvenute nelle scorse settimane, ha spiegato: «Il ministero, come da prassi, ci ha fornito uno specchietto con tutti gli accertamenti che vanno svolti. Questa volta abbiamo accertamenti liberi».
I magistrati vogliono avere informazioni e documenti anche dall’estero, come dall’Uruguay, «su tutte le persone» di cui si parla, anche la stessa ex igienista dentale e il compagno, Giuseppe Cipriani, oltre alla documentazione del tribunale uruguayano sulla causa per il minore. Il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, ha aggiunto: «Dopo le nuove verifiche siamo sempre tenuti a dare un parere e potremo evidentemente anche modificarlo e anche il ministero darà un parere e poi il presidente deciderà».
C’è da capire per quale motivo nella prima istruttoria non siano stati fatti controlli all’estero. Nanni e Brusa lo hanno spiegato così: «Abbiamo agito sulla base della delega del ministero, che è una delega classica, attivata in casi simili, né più né meno. Normalmente il ministero ci dice se ritiene gli accertamenti non completi, li ha ritenuti idonei per il proprio parere e la presidenza della Repubblica li ha ritenuti sufficienti».
E poi Nanni ha precisato: «Magari il giornalista è stato molto bravo o qualcuno non ha detto a noi ciò che doveva dire. Potremmo alla fine anche ammettere di non essere stati perspicaci, seppure diligenti, ma prima dobbiamo fare tutte le verifiche». Sulle tempistiche, il procuratore generale ha chiarito che «a mano a mano che arriveranno gli esiti degli accertamenti della nostra delega a 360 gradi, quando riterremo di aver soddisfatto le richieste istruttorie del Quirinale, manderemo il nostro parere al ministero su quei fatti indicati gravissimi», per come emergono dai media. L’Interpol nel più breve tempo acquisirà «tutte le informazioni». Un dietrofront ma nessun mea culpa, insomma. La Procura generale di Milano ha anche spiegato che, se l’istanza di grazia di Nicole Minetti si rivelasse fondata su elementi incongruenti e non veritieri, trasmetterà gli atti alla Procura per l’apertura di una indagine a suo carico. Insomma, se Minetti avesse mentito e fornito prove false, sarebbe chiamata a risponderne.
All’Interpol si chiede di accertare i fatti che riguardano il periodo in cui Minetti avrebbe soggiornato a Ibiza, negli anni in cui faceva la dj. Il sostituto procuratore Brusa, probabilmente vista anche l’attenzione mediatica, avrebbe chiesto di essere informato per qualsiasi novità anche a indagini non concluse e quindi in caso di esiti parziali degli accertamenti. «L’interesse di tutti è chiarire», commentano in Procura. Bisogna verificare se ci siano eventuali procedimenti penali in Uruguay o all’estero «su tutte le persone» e si dovranno raccogliere documenti anche dal tribunale uruguaiano.
Minetti in una nota ha chiarito: «L’intero percorso adottivo si è svolto nel pieno rispetto della legge, seguendo la procedura ordinaria, come documentalmente dimostrato. Preciso, con assoluta chiarezza, di non essere mai stata indagata né di aver mai ricevuto comunicazioni di indagini a mio carico, né in Uruguay né in Spagna».
Via libera ufficiale al decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio scorso. La firma del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è arrivata ieri a un giorno dalla scadenza per la conversione in legge dopo una complicata negoziazione con l’esecutivo.
Immediatamente dopo, come annunciato, è stato emanato anche un decreto legge correttivo con un Consiglio dei ministri durato pochi minuti. I rilievi del presidente della Repubblica su questo dl sono arrivati a scoppio ritardato, tre giorni dopo l’approvazione dell’emendamento sugli avvocati, dopo che era passato anche in Commissione senza che le opposizioni muovessero obiezioni. La polemica in sostanza è scattata solo dopo che il Consiglio nazionale forense si è dissociato. Nella migliore delle ipotesi si può dire che in questo modo sia stata attirata l’attenzione di Mattarella, che pure non molto tempo fa aveva sottolineato di firmare anche leggi che non condivide (non in questo caso evidentemente). Per «blindarsi» ulteriormente, il capo dello Stato ha voluto firmare i due decreti, quello approvato dal Parlamento e quello correttivo, in contemporanea, evidentemente temendo sorprese se avesse lasciato del tempo tra il primo e il secondo.
Alla fine dell’emendamento si mantiene il contributo di 615 euro per chi assiste un migrante nella pratica di rimpatrio volontario, ma indipendentemente dall’esito della richiesta e non è più esclusiva degli avvocati. Potrebbero beneficiarne anche associazioni e onlus. I termini della collaborazione con il Viminale li deciderà un decreto ministeriale. Di certo sparisce il coinvolgimento esplicito del Consiglio nazionale forense e il budget del premio aumenta di circa 170.000 euro. Stanziati in tutto 1,4 milioni fino al 2028 (distinti in 281.055 per quest’anno e 561.495 per ciascuno degli altri due anni). «Siamo soddisfatti del fatto che sono state considerate le nostre preoccupazioni e le nostre osservazioni in ordine ad un improprio coinvolgimento del Consiglio nazionale forense nel procedimento che riguardava il rimpatrio volontario assistito», ha commentato il presidente del Consiglio nazionale forense, Francesco Greco.
«Con l’approvazione definitiva del decreto Sicurezza» , ha commentato sui social il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, «il governo compie un altro passo concreto per rafforzare la tutela dei cittadini, difendere chi indossa una divisa e affermare con chiarezza un principio semplice: in Italia la legalità non è negoziabile. Più strumenti per contrastare violenza, degrado, occupazioni abusive, criminalità diffusa e immigrazione illegale. Più tutele per le forze dell’ordine, per i cittadini onesti, per chi ogni giorno chiede solo di vivere in sicurezza. Noi andiamo avanti così: con serietà, determinazione e con la volontà di dare risposte concrete agli italiani».
La legge definitiva si compone di 33 articoli che spaziano da misure per la lotta alla criminalità, specie giovanile; sanzioni più severe per manifestazioni e cortei; norme su organici e tutele delle forze dell’ordine e altre sulla gestione dell’immigrazione. Si interviene sui maranza con una legge che vieta di portare fuori casa, e senza motivo valido, un coltello di almeno 8 centimetri. Chi viene beccato rischia il carcere da sei mesi a tre anni e se questo avviene su mezzi di trasporto come treni e bus, si applica l’aggravante. Viene poi estesa la procedibilità d’ufficio ai casi di lesioni personali compiute nei confronti del personale impiegato nei servizi di trasporto pubblico. Possibilità di arresto in flagranza di reato in caso di lesioni verso docenti, dirigenti scolastici, personale tecnico e ausiliario della scuola, nonché in danno del personale impiegato nei servizi di trasporto pubblico nell’atto o a causa dell’adempimento delle loro funzioni.
Ulteriore stretta sui cortei è il fermo preventivo: può essere disposto fino a 12 ore nei confronti di persone ritenute pericolose per la sicurezza pubblica in vista di una manifestazione.
Tra le norme più contestate a sinistra, c’è il cosiddetto scudo penale per chi commette un reato con «causa di giustificazione» cioè in servizio, come succede ad agenti e militari. In quel caso viene iscritto in un registro indagati ad hoc.
Su questo esprime particolare soddisfazione Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera dei deputati. «Un decreto estremamente concreto, che punta a ridurre i fenomeni di microcriminalità, e a garantire più sicurezza e maggior legalità» e precisa: «Chi non ha diritto a restare nel nostro Paese non può continuare a circolare nelle nostre strade. I cittadini hanno diritto a vivere in tranquillità senza paura di dover subire molestie, di imbattersi in situazioni di spaccio tra pusher o di subire atteggiamenti violenti e aggressivi». In materia di immigrazione viene poi abrogata la norma che concedeva il gratuito patrocinio per i ricorsi degli stranieri contro i provvedimenti di espulsione; esteso l’obbligo di cooperazione ai fini dell’accertamento dell’identità anche allo straniero ’detenuto o internato’, e introdotte nuove norme sulla notifica degli atti ai richiedenti protezione internazionale e disposizioni in materia di respingimento alla frontiera, espulsione e rimpatrio. «La verità è che anni di lassismo e di mancate assunzioni sotto i governi dominati dalla sinistra hanno creato non pochi danni, cui il governo Meloni ha dovuto porre rimedio» il commento del capogruppo al Senato di Fratelli d’Italia Lucio Malan.




