Non è diplomazia: è campagna elettorale. A pochi giorni dal voto ungherese, JD Vance è volato a Budapest per schierarsi al fianco di Viktor Orbán e attaccare frontalmente Bruxelles, accusata di interferire nelle elezioni e di voler ricattare l’Ungheria. «Siamo qui per aiutare», ha detto ieri il vicepresidente americano.
Pur ribadendo che Washington è pronta a collaborare con qualsiasi primo ministro, Vance ha di fatto operato un endorsement esplicito, che trasforma la sua visita in un atto politico e rende ancora più evidente la frattura profonda che attraversa ormai da mesi l’Occidente.
Il bersaglio principale delle parole di Vance è l’Unione europea, accusata di esercitare pressioni indebite sul processo elettorale ungherese. «Se il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che l’ingerenza della burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa». E ha aggiunto, con tono polemico: «L’Ungheria ha il diritto di scegliere la propria strada», quindi «non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare lo stesso».
Accanto all’attacco all’Unione, il vice di Donald Trump ha confermato la piena legittimazione del premier ungherese. «Voglio aiutare il più possibile il primo ministro in vista di questa stagione elettorale», ha dichiarato, rendendo esplicito il sostegno a Orbán, presentato da Vance come un alleato politico e culturale di Washington. Nel corso del suo intervento, d’altronde, è intervenuto telefonicamente Trump in persona, che si è rivolto agli ungheresi dicendo che il loro primo ministro «non ha permesso a nessuno di prendere d’assalto il vostro Paese e invaderlo come hanno fatto altri, rovinando le loro nazioni. Ha mantenuto il vostro Paese solido e ha fatto un lavoro fantastico». Da parte sua, Orbán ha lodato Trump, affermando che il tycoon «ha messo fine al potere dell’élite progressista globale, affermando che il patriottismo non è un crimine ma una virtù».
Insomma, tra Washington e Budapest c’è totale sintonia. Il terreno su cui questa convergenza si manifesta con maggiore evidenza, in particolare, è quello della guerra in Ucraina. Vance ha ribadito la necessità di puntare su una soluzione negoziale, criticando implicitamente la linea europea fondata sul sostegno militare a Kiev. «Serve una soluzione negoziata, non un’escalation senza fine», ha detto, indicando la necessità di aprire un canale diplomatico con Mosca. L’Ungheria, in questa prospettiva, può diventare un interlocutore utile per favorire un dialogo e ridurre la tensione tra le controparti.
Non meno significativo è il passaggio sull’energia. In proposito, anzi, Vance ha definito Orbán come «il leader più autorevole d’Europa» in materia di «sicurezza e indipendenza energetica». Peraltro, ha aggiunto, «è divertente vedere i primi ministri e i leader di alcune capitali dell’Europa occidentale parlare della crisi energetica, mentre avrebbero dovuto seguire le politiche di Orbán in Ungheria». In questo modo, ha evidenziato, la crisi «sarebbe stata molto meno grave».
Durante il suo intervento, il vicepresidente americano ha anche evocato il tema delle interferenze straniere in senso più ampio, sostenendo che vi sarebbero state ingerenze da parte dell’intelligence ucraina sia nelle elezioni americane sia in quelle ungheresi, senza però fornire elementi a sostegno di questa accusa. Un passaggio tutto da verificare, certo, ma che contribuisce ad alimentare un clima già fortemente polarizzato e a rendere ancora più profonda la distanza tra le due sponde dell’Atlantico.
Non a caso, la Commissione europea ha reagito con durezza alle parole di Vance, ritorcendo contro il vicepresidente la stessa accusa di ingerenza: «Le elezioni sono una scelta esclusiva dei cittadini, da noi le elezioni non sono decise dalle Big Tech e dai loro algoritmi», ha commentato un portavoce di Ursula von der Leyen.
Il 12 aprile, insomma, non si voterà soltanto in Ungheria: si vedrà fino a che punto arriva la frattura tra Europa e Stati Uniti.
«Non c’è una situazione economica tale da giustificare la sospensione del Patto di stabilità». Una sentenza praticamente che arriva da un portavoce della Commissione europea. L’attivazione della clausola generale del Patto è prevista solo in caso «di grave recessione e a condizione che non metta in pericolo la sostenibilità fiscale nel medio termine. E al momento non siamo in questo scenario», spiega, aggiungendo che «non abbiamo ricevuto richieste dagli Stati per valutare la possibilità di attivare la clausola nazionale di salvaguardia che sospende il Patto di stabilità per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia.
Le due procedure sono molto diverse perché, per attivare la clausola generale, serve l’iniziativa della Commissione, mentre per quella nazionale sono gli Stati che possono avviare il processo».
«La nostra Ue ha già superato una crisi energetica grazie all’unità e alla determinazione. La sicurezza energetica dell’Europa è la nostra priorità e responsabilità comune. Nessuno Stato membro può proteggersi da solo. Ma come Unione possiamo farcela insieme, attingendo ai punti di forza che ci consentono di superare ogni crisi: stabilità, resilienza e forza di volontà», il messaggio del presidente Ursula von der Leyen, che ribadisce velatamente quanto già spiegato dal portavoce: «Le eventuali misure nazionali non devono portare inflazione e aumento del deficit, ed è nostro compito vigilare affinché ogni iniziativa nazionale sia coordinata a livello europeo».
Eppure, lo scorso venerdì, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha avvisato che se la crisi in Medio Oriente proseguisse sarebbe inevitabile per l’Ue valutare un nuovo stop del Patto, come già avvenuto dopo il Covid. Inoltre, il commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis ha fornito uno scenario (non una vera previsione economica) secondo cui a causa della situazione attuale l’economia dell’Ue e dell’Eurozona crescerà quest’anno dello 0,4% in meno rispetto alle precedenti previsioni (rispettivamente 1,4% e 1,2%), mentre con un conflitto più lungo l’impatto sarà dello 0,6% sia nel 2026 e sia nel 2027. A questo punto si attendono le prossime previsioni in arrivo il 21 maggio per capire se lo scenario fornito sarà effettivamente confermato.
L’emergenza, in ogni caso, esiste ed è concreta. Per questo si pensa a diverse ipotesi. Cinque Paesi, tra cui Italia e Germania, hanno chiesto di tassare gli extra profitti delle società energetiche per ridurre i prezzi di benzina e gas. Lo ha fatto sapere Bruxelles. «La Commissione la sta valutando e agirà a tempo debito. Riconosciamo di non trovarci nella stessa situazione, ma è comunque importante tenere conto di quanto accaduto nel 2022 e trarre insegnamenti da quanto appreso», la spiegazione del portavoce della Commissione. A chiedere una tassa sugli extra profitti in Italia è soprattutto Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 stelle sui social ha scritto: «Urge un intervento serio sul piano interno. Questo caro carburante è costato agli italiani in 2 giorni 1,3 miliardi: un vero salasso.
Il premier Meloni convochi un Consiglio dei ministri straordinario ma non per adottare le solite misure elettoralistiche e palliative, ma per introdurre una vera tassa sugli extra profitti», perché, secondo Conte, «in questi anni, non in questi giorni, le aziende energetiche, le imprese bancarie assicurative, le industrie delle armi hanno accumulato profitti ingenti: utilizziamo quelli con la tassa sugli extra profitti per redistribuirli alle famiglie in difficoltà e alle stesse imprese a cui un anno fa, ricordiamocelo, Giorgia Meloni aveva promesso 25 miliardi di aiuti. Gli italiani sono stanchi, basta con le promesse, vogliono fatti concreti».
Il caldo di Pasquetta è niente se paragonato alla settimana bollente che attende l’esecutivo. Oggi alle 16 è prevista un’informativa urgente con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nell’Aula della Camera, sull’Iran e sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle Forze armate statunitensi. Crosetto parlerà di Sigonella e, al contrario di quanto avviene per le comunicazioni in Aula, essendo un’informativa, non ci saranno risoluzioni né voti. Il ministro ha già spiegato che ha fatto scattare il divieto perché mancava la consultazione preventiva, come previsto dagli accordi internazionali. Puntualizzerà anche che nulla è cambiato e nulla vuole cambiare nei rapporti con gli Stati Uniti. «Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti Usa. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato». A rinforzare il concetto ci penserà poi il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, giovedì in Aula. La sua informativa è stata calendarizzata per le 9 a Montecitorio cui seguirà alle 12 quella nell’Aula del Senato. Sarà un intervento articolato, ad ampio spettro, dai temi strettamente legati alla politica interna, con le tensioni seguite alla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia, alle grandi questioni internazionali, a cominciare dai rincari dell’energia dovuti al conflitto in Iran ed al blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz: a tal proposito, il premier farà quasi sicuramente un resoconto del suo recente viaggio a sorpresa, di 48 ore, nei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), missione che ha avuto l’obiettivo, come da lei stessa dichiarato, di «difendere l’interesse italiano». Anche qui, trattandosi di una informativa, non è previsto alcun voto delle Assemblee parlamentari su risoluzioni.
Tutto avviene in uno scenario sempre più complicato. I razionamenti sono già realtà perché all’aeroporto di Brindisi ieri sera è terminato il carburante per gli aerei «almeno fino alle 12 del 7 aprile» scrivono sui nuovi Notam, i bollettini aeronautici, emessi nelle ultime ore. Viene spiegato che il carburante in quello scalo non è disponibile e si prega le compagnie di calcolare la quantità di carburante sufficiente dall’aeroporto precedente per le tratte di volo successive. Sono disponibili «quantità limitate» concesse solo per voli statali, Sar e ospedalieri. Mentre alla lista degli aeroporti italiani con quantità limitate di carburante se ne aggiungono altri due. Oltre a Milano Linate, Venezia, Treviso e Bologna adesso anche quelli di Reggio Calabria, e Pescara fanno sapere di poter fornire una quota massima di rifornimento.
D’altronde il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, aveva avvertito: «È chiaro che siamo pronti al razionamento, se necessario. Valutiamo diverse possibili azioni, ma non ci sono ancora le condizioni per intervenire» ha detto a Repubblica. «Al ministero lavora una commissione apposita per studiare il piano per l’emergenza, vedremo dove e come intervenire, calcoliamo le possibili misure, anche se certo non reagiremmo con le domeniche in bicicletta come cinquant’anni fa». In questo caso «le azioni dovranno essere misurate sulla situazione attuale. Noi sappiamo che se tutto si blocca, con le riserve si va avanti un mese», ha chiarito riferendosi a una ipotesi «di choc», di un blocco generalizzato, ma per il ministro «è possibile che le cose vadano diversamente, la penuria potrebbe incidere di più in un settore o un altro, per una risorsa o un’altra».
Insomma il caro energia è al centro così come spiegato da Meloni al suo viaggio di rientro dai Paesi del Golfo. Si apre una fase molto delicata per il Paese, e in questa fase è convinzione di molti che non ci sia spazio elettorale. Bisogna andare avanti e farlo nel miglior modo possibile. Dopo le dimissioni all’interno dell’esecutivo si attendono nuovi innesti per rinforzare le squadre. Sono troppi i sottosegretari caduti, almeno quattro non sono mai stati rimpiazzati. Oltre a quello di Andrea Del Mastro (le cui deleghe sono state spacchettate) sempre al ministero della Giustizia c’è da sostituire il posto lasciato da Augusta Montaruli. Mentre alla Cultura adesso bisognerebbe sostituire il posto di Gianmarco Mazzi che ha preso la guida del Turismo. Così come manca la figura che andrà a sostituire Vittorio Sgarbi che già da un po’ ha lasciato alla Cultura. Non solo ruoli politici, adesso parte il valzer di nomine delle aziende. Dovrebbe saltare Roberto Cingolani, ad di Leonardo. Al suo posto potrebbe andare il bravo Alessandro Ercolani, Ceo di Rheinmetall Italia. Si confermeranno Claudio Descalzi e Flavio Cattaneo in Eni ed Enel mentre ancora non si è sciolto il nodo sul nome di Federico Freni alla Consob.
In questo quadro le opposizioni si concentrano sul caso che vede protagonista il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi al quale la premier ha finora ribadito la fiducia e il ministro pare sia pronto a denunciare chiunque insinui che vi siano mai state forme di favoritismo nei confronti della protagonista della vicenda, Claudia Conte. Il problema è di poco conto quindi ma se si somma alla crisi energetica e al carovita ha il suo peso. Una settimana che dovrebbe essere corta con il lunedì di Pasquetta ma che promette di essere invece la più lunga dall’inizio della legislatura. L’obiettivo non può essere solo quello di sopravvivere perché è il momento di dare risposte convincenti.





