Inevitabile quindi, fisiologico probabilmente, ma andare al voto anticipato a questo punto è un’opzione diventata improvvisamente percorribile per questo esecutivo. Erano in molti a dire che in caso di vittoria del Sì, si sarebbero potute anticipare le elezioni, in pochissimi ragionavano su questa possibilità in caso di vittoria del No. Ma qui siamo perché l’esito del referendum ha segnato uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo, Meloni lo sa e resta da capire se guidare o subire quello che verrà.
Nel frattempo, come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro, tra le dimissioni e il voto c’è di mezzo il Colle. Non è nei poteri dell’esecutivo indire elezioni, è una facoltà che spetta al presidente della Repubblica che potrebbe ricorrere a consultazioni per formare un governo tecnico. Formalmente però non ci sono i numeri per tenerlo in piedi, ma guardando all’orizzonte vitalizio (si raggiunge ad aprile 2027) tutto può succedere.
Sono in tanti a sperare che si vada presto al voto. «Può aiutare l’economia» dice Francesco Giavazzi economista e già braccio destro di Mario Draghi. Una frase che ricorda un po’ quel «fate presto», il titolo che nel 2011 il Sole 24 Ore ripropose quando lo spread era alle stelle e tutti chiedevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Quello che è successo dal 2011 in poi è storia ben nota: governo Monti, austerity e tutto ciò che ne è seguito.
Oggi di nuovo le leve sono quella economica e quella del tempo. «Prendere tempo», spiega Giavazzi, «significa effettivamente perdere tempo, e l’Italia oggi non può permettersi di perdere tempo». E prosegue: «L’Italia ha un problema serio di crescita asfittica, di salari compressi, di risposte sull’energia che non riescono a essere all’altezza della situazione» e il governo, «ha al suo interno ministri ben più dannosi dei soggetti che si sono dimessi in queste ore». L’economista fa riferimento, al ministro dello Sviluppo Adolfo Urso sfiduciato a parole anche «dal presidente di Confindustria».
E Confindustria da alleata di governo, in queste ore sembra si sia unita allo stormo di avvoltoi con la scusa del dl Fisco approvato venerdì in cdm e che ha rivisto gli impegni presi alla luce di «uno choc esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina», ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che costringe ora l’esecutivo «a fare delle riflessioni su cosa fare, chi aiutare, chi incentivare». A Confindustria questo non è piaciuto: «Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia». Insomma è il momento del «piove, governo ladro». In questi momenti di acque agitate il più bravo a navigare resta l’ex premier Matteo Renzi: «È solo l'antipasto di ciò che accadrà nei prossimi mesi. Il governo Dracula ha portato ai massimi la pressione fiscale e finalmente le imprese iniziano a farlo notare». Opposizioni, parti sociali ma anche i giornali. Sono in molti a chiedere il voto anticipato, alcuni per interesse, altri per opportunità. Tra i leader di opposizione sicuramente ne gioverebbe la segretaria dem Elly Schlein. Con poco tempo per andare al voto potrebbero non esserci le primarie e questo le consentirebbe di evitare il confronto diretto con il temutissimo Giuseppe Conte, assicurandosi così la guida del campo largo. Nel centrodestra c’è chi suggerisce che avere Elly come leader di opposizione significherebbe assicurarsi una nuova vittoria e chi dice invece che andare avanti fino a fine mandato potrebbe tradursi in una lunga agonia.
Quello che è certo è che votare è un rischio, ma si considera poco un aspetto: Giorgia Meloni non ha paura di perdere e chi la conosce da tempo lo sa. Meloni viene da un mondo che ha perso tanto e questo non le ha mai impedito di prendere la decisione giusta e di andare avanti. A Meloni adesso interessa sapere se ha o meno il mandato degli italiani per continuare a governare. I sondaggi dicono di sì. Nonostante quello che racconta il campo largo, il centrodestra non solo tiene, ma resta saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto (45,2% contro 44,3% anche senza Vannacci, secondo la Ghisleri).
Resta quindi l’ipotesi rimpasto, sconfessata però da due big del governo.
Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, «non lo vede all’orizzonte», e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida spiega: «Se dovesse servire il mio posto è sempre a disposizione ma non mi pare che ci sia questo tipo di richiesta».
Intanto il ministero del Turismo rimane guidato ad interim da Meloni, ma in ballo c’è Luca Zaia, l’ex presidente veneto che in molti vorrebbero al governo e di lui si parla anche per la guida del Mimit al posto di Urso. Due posti in quota Fratelli d’Italia però e affidarne uno a Zaia e quindi alla Lega comporterebbe anche altri ragionamenti. Insomma si prende tempo, niente fretta per evitare scelte sbagliate, con buona pace degli economisti del «fate presto».
Finita la sbornia dei festeggiamenti rischia di arrivare la botta di hangover con il bagaglio di malumori che si porta dietro. Sì perché la sinistra reduce dalla vittoria del no al referendum ora deve fare i conti con se stessa e non è affare da poco. Leadership e programma al centro del tavolo.
Per la prima si pensa alle primarie sulle quali non c’è unità neanche sull’opzione di farle o meno. Silvia Salis, sindaco di Genova, favorita di Dario Franceschini, ha già detto che non ritiene utile farle perché dividono piuttosto che unire. Elly Schlein pure sembra titubante. «La scelta del leader non è una priorità» ripete. Il timore è quello di non fare in tempo, di non riuscire a trovarsi pronti per eventuali elezioni anticipate. Un voto in estate o in autunno non è più un tabù, infatti, e il campo largo di cui tanto si è parlato non è neanche lontanamente vicino all’essere messo a terra. A Schlein l’ipotesi che piace di più è quella della premiership assegnata al partito che prende più voti. Idea che piace meno ai 5 stelle, che preferiscono «primarie aperte», sapendo già che non potrà essere il loro il partito che prende più voti.
In questi giorni è Stefano Bonaccini, europarlamentare e presidente del Partito democratico, a dettare la linea. Duro con chi parla di premiership: «Se noi ci mettessimo nelle prossime settimane a discutere dello strumento per chi farà il leader commetteremmo un errore clamoroso». Per il programma Bonaccini punta sulla sicurezza: «argomento che la sinistra ha lasciato per troppo tempo alla destra e che oggi il Pd vuole mettere al centro del programma con cui ci presenteremo alle prossime elezioni politiche». Lo scrive sui social spiegando: «Sicurezza è libertà (e viceversa). Una comunità che non si sente sicura non è una comunità libera. E a differenza della destra noi sappiamo mescolare prevenzione e integrazione a repressione. Perché la sola repressione (pur necessaria) da sola non basta, se mancano politiche inclusive, servizi e opportunità, che contrastino l’illegalità e la paura».
La sicurezza, in questo momento, sembra essere l’unico tema che non divide le opposizioni. Il Movimento intanto comincia a mettere i suoi paletti: «Il M5s deve determinare quell’insieme di pezzi di un programma politico che sono per noi irrinunciabili in vista del programma di coalizione», ha precisato Stefano Patuanelli che parte proprio con la politica estera. «Con noi al governo stop agli aiuti militari a Kiev». I riformisti dem non hanno atteso per ribattere: «Continueremo a inviarli». Anche Matteo Renzi dice la sua: «Non c’è spazio per chi vuole stare nel mezzo. O altri cinque anni di questi qua che ci governano o vince il centrosinistra». E lancia l’appello: «A tutti quelli che credono che si possa stare nel centrosinistra con idee più riformiste e meno radicali di Schlein, Conte e Avs. È tempo di unire le forze». Su una cosa tutti sono d’accordo: «Partiamo dalle idee». Peccato che ognuno abbia le sue.
La maggioranza Giorgia da eccezione diventa una regola seppellendo, forse definitivamente, la coalizione Ursula. In Europa passa la linea Meloni sulle politiche dei rimpatri. Con 389 voti a favore 206 contrari e 32 astenuti il Parlamento europeo ha dato il via libera all’avvio dei negoziati interistituzionali sulla direttiva rimpatri con una maggioranza composta da Ppe, Ecr, Patrioti e le altre destre. Voto contrario di S&D, Verdi, Sinistra e gran parte di Renew.
Furiosa la reazione dei socialisti, anche perché le delegazioni danese e maltese del gruppo si sono unite alla maggioranza di destra-centro nell’approvare il regolamento.
Un testo che rappresenta la posizione ufficiale del Parlamento nei triloghi con Consiglio e Commissione e che in sostanza promuove il modello Albania. La direttiva, (tra i relatori anche il meloniano Alessandro Ciriani), si propone di dare priorità al rimpatrio coercitivo rispetto alla partenza volontaria e prevede la possibilità di creare centri di rimpatrio (return hubs) in Paesi terzi. Si ampliano inoltre le possibilità di individuare un «Paese di ritorno» includendo non solo il Paese di origine ma anche Paesi terzi.
Una formulazione che lascia agli Stati membri un ampio margine di discrezionalità nell’individuazione delle condotte penalmente rilevanti e non introduce un obbligo di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio nei termini previsti dall’ordinamento italiano perché si dispone già di un articolato sistema di reati che sanzionano condotte illecite dei pubblici ufficiali, sufficiente per soddisfare i requisiti della direttiva. «L’Europa va finalmente nella direzione giusta, su una linea che l’Italia ha sostenuto con forza» scrive sui social il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. «Con i return hubs si amplia la possibilità di individuare una nazione di rimpatrio per gli immigrati irregolari includendo non solo i Paesi di origine ma anche i Paesi terzi. È un passaggio importante per rendere i rimpatri più efficaci, rafforzare il controllo dei confini e dare all’Europa una politica migratoria finalmente più credibile». La responsabile dell’immigrazione di Fratelli d’Italia Sara Kelany avvisa «la sinistra che continua a dire che i centri per i migranti in Albania sono contrari al diritto europeo» di fare «mea culpa» e chiedere «scusa a tutti gli italiani. Dopo anni di destrutturazione delle politiche migratorie da parte del Pd e del M5S, che hanno portato al caos cui il governo attuale sta cercando di rimediare, l’Europa va nella direzione indicata per prima da Giorgia Meloni. Oggi è ancora più chiaro che chi ha ostacolato in tutti i modi il pieno funzionamento dei centri in Albania lo ha fatto sulla base di una ideologia che fa l’interesse di una parte e va a discapito dell’interesse nazionale».
«Stati membri e popoli europei, da oggi, possono riprendere il controllo delle proprie politiche migratorie. Grazie al lavoro e al voto della Lega e del gruppo dei Patrioti, è stato confermato un sistema di regole più stringenti per il rimpatrio dei migranti» scrivono gli eurodeputati della Lega.
«Un passo in avanti per rafforzare la legalità e rendere le procedure più rapide ed efficaci», il commento del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
«Oggi stiamo dimostrando chiaramente che esistono soluzioni europee per affrontare il fenomeno dell’immigrazione clandestina», ha commentato il presidente del Ppe Manfred Weber. «I cittadini europei si aspettano un intervento deciso, e noi stiamo rispondendo alle loro aspettative. Chiunque non abbia il diritto di rimanere nell’Ue deve andarsene».
E come già scritto, non la prendono bene i socialisti. Il dem Sandro Ruotolo ha sottolineato come il Ppe insegua ormai «l’estrema destra sulla strada della paura e della propaganda». Si disperano totalmente quelli di Avs accusando i popolari di «collaborare con l’estrema destra per promuovere politiche migratorie di carattere populista e discriminatorio richiamando modelli già adottati negli Stati Uniti». Tanto che Cristina Guarda (Avs) appende un cartello scritto in verde fluo con su scritto: «No Ice in Eu». Infine secondo Cecilia Strada, il regolamento rischia di trasformare i rimpatri in «deportazioni». Il sentiero è ormai tracciato: è già partito il primo trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione, con l’obiettivo di arrivare a un accordo già nei prossimi mesi. Non sarà un percorso semplice, soprattutto in seno al Consiglio, dove non tutti i Paesi membri sono sulla linea tracciata dal regolamento. L’intesa dovrà poi tornare all’esame dell’Aula. All’Eurocamera, invece, soprattutto sui temi migratori, la convergenza tra Ppe e destre appare sempre più strutturata grazie al lavoro dell’Italia: «Siamo stati protagonisti nel costruire questa nuova maggioranza» ha sottolineato il capodelegazione di Fdi Carlo Fidanza.
Resta un quesito inevitabile: ora che cambia il diritto europeo, i magistrati che vi si sono sempre appellati per mettere i bastoni fra le ruote alle politiche migratorie del governo Meloni che faranno? A quale norma si rifaranno? Gli scenari sono diversi e le vie della giustizia infinite. Probabilmente si cercherà di fare riferimento alla Corte Ue. Deve ancora arrivare la sentenza che riguarda l’Albania. Quella dell’anno passato già chiariva che è facoltà del giudice decidere se un provvedimento di espulsione sia legittimo o meno. Una scelta che le toghe avranno possibilità di fare caso per caso.





