Non si vuole farla diventare una battaglia tra bande, ma la legge sul fine vita sembra aver schierati due fronti opposti all’interno del centrodestra. Da un lato chi si oppone con forza all’idea di un possibile coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale nel percorso del suicidio assistito, dall’altro chi invece si colloca in una posizione più laica e si dice aperto anche a questa ipotesi.
Guai a sbottonarsi, ma il senso è quello di cercare di trovare una sintesi prima del 3 giugno, come spiegato già dal presidente della Commissione Franco Zaffini: «Il 3 giugno siamo calendarizzati in Aula al Senato, a termine di regolamento, con il ddl Bazoli sul fine vita, ovvero il testo messo a disposizione dal Pd e dall’opposizione nella precedente legislatura. Ma contemporaneamente c’è un testo di maggioranza che sta camminando in commissione e mi auguro che potremo portare in Aula questo».
Il disegno di legge presentato in questa legislatura da Bazoli è nella sostanza il testo approvato dalla Camera nel marzo 2022 e rimasto incompiuto con la fine anticipata della legislatura. Disciplina la morte volontaria medicalmente assistita come un atto autonomo della persona malata, inserito in un percorso svolto con il supporto e sotto il controllo del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Contrari all’ipotesi di un coinvolgimento del Ssn ci sarebbero soprattutto esponenti di Fratelli d’Italia e parte della Lega che, come Forza Italia, ha precisato che in assenza di un testo condiviso lasceranno libertà di coscienza ai loro parlamentari. In Forza Italia l’ultima a esprimersi è stata Stefania Craxi in un’intervista rilasciata al Dubbio. «Sul tema del fine vita proveremo, nei modi che saranno possibili, a formulare una proposta chiara e coerente, capace di rappresentare un compromesso non al ribasso ma ragionevole e rispettoso di tutte le sensibilità. L’obiettivo per noi è costruire un terreno d’incontro reale, perché su questioni come il fine vita non può prevalere la logica di parte. Il testo Zanettin-Zullo, che potrà naturalmente essere emendato, corretto e integrato in alcune parti, rappresenta un buon punto di partenza», ha spiegato il presidente dei senatori di Forza Italia. «Sono convinta che la maggioranza possa e debba restare unita intorno a un testo alto ed equilibrato. Spero che nessuno pensi o lavori in senso contrario. Non sarebbe un torto a Forza Italia, ma un errore politico, perché il Paese attende riposte ed esige responsabilità su una materia così delicata».
Il testo cui fa riferimento Craxi è quello base su cui stanno lavorando le commissioni presentato dai senatori Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia) che mette insieme diversi disegni di legge presentati sul fine vita, compreso quello di Bazoli cambiando però un punto essenziale: il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale. Il testo Zanettin-Zullo interviene sull’articolo 580 del Codice penale e stabilisce in quali casi l’aiuto al suicidio non deve essere punito. Secondo Zullo, che rappresenta tuttora la posizione di Fratelli d’Italia, il suicidio assistito non può rientrare «nelle finalità proprie del Servizio sanitario nazionale». Al contrario del testo Bazoli che parla di «trattamenti sanitari di sostegno vitale», questa proposta parla di «trattamenti sostitutivi di funzioni vitali». Craxi nell’intervista ha auspicato che «nel rispetto delle prerogative dei rispettivi presidenti, la riunione congiunta delle commissioni competenti» sia convocata «al più presto per proseguire la discussione e il voto sul testo unificato Zullo-Zanetti, così da consentirne l’approdo in Aula nei tempi stabiliti. Cerchiamo dialogo e confronto, senza pregiudizi. E spero che anche il presidente Zaia, con la sua autorevolezza e il suo peso politico, voglia spendersi e contribuire a questo percorso, con tutto il suo partito. Tutti insieme possiamo lavorare affinché questo sforzo non finisca in un nulla di fatto».
Il fine vita sarà uno degli argomenti al centro del punto azzurro, un foglio di comunicazione periodico ad uso interno sugli argomenti della settimana, all’interno del quale viene esplicitata la linea tenuta dagli azzurri. Sul fine vita l’idea è quella di trovare «una sintesi umana e costituzionalmente solida». Ad ogni modo a livello nazionale il centrodestra dovrebbe fare il punto all’inizio della prossima settimana, mentre a sinistra la sintesi si trova nel testo a prima firma di Alfredo Bazoli (Pd), il quale è tornato a esprimersi proprio ieri nel merito: «Siamo alla finestra. Vediamo intanto se matura qualcosa nella maggioranza», anche perché «al momento non ci sono interlocuzioni. Se dalla maggioranza ci sarà qualche passo avanti, valuteremo e verificheremo la proposta. Io continuo a pensare che il nostro testo sia un buon punto di partenza» ma «non è un testo scolpito nella pietra. Se dovesse andare in Aula a giugno, si potrà eventualmente anche emendare». Infine ha aggiunto: «Inviterei tutte le forze politiche a non dare vincoli di partito e lasciare libertà di coscienza ai singoli parlamentari perché possano decidere come ritengono più giusto. Stiamo parlando di un tema trasversale agli schieramenti e soprattutto agli elettori».
La comunicazione ufficiale l’ha data direttamente al premier Giorgia Meloni e ai vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Federico Freni, sottosegretario leghista al Mef, non intende correre per la presidenza della Consob. Ritira dunque la sua candidatura dopo che il suo nome per la guida dell’Authority era stato avanzato dal numero uno del Mef Giancarlo Giorgetti.
Freni parlando a Repubblica ha spiegato: «Ho fatto prevalere il dovere istituzionale. Non voglio creare problemi al governo, alla Consob e al Paese», aggiungendo: «Non sono e non voglio essere un elemento di divisione». E circa il «veto» di Forza Italia per una figura politica: «Mi dispiace che fare politica possa essere considerato un limite». La Meloni «ha preso atto della mia decisione. Avevo, ho e avrò sempre la massima stima per la presidente del Consiglio. Sono parte di una squadra e giocherò sempre per la squadra».
I retroscenisti parlano di attriti riaccesi tra le file degli azzurri che avrebbero posto un veto sul nome di Freni per una questione di opportunità. Il sottosegretario leghista è stato il regista della legge Capitali e non ha fatto mancare il suo endorsement sia all’ultimo round della privatizzazione di Mps che all’Opa lanciata dalla banca senese a Mediobanca. Raffaele Nevi, parlamentare e portavoce di Fi, commenta: «Freni? Non siamo soddisfatti né scontenti. Non è mai stata una questione legata al suo nome, la nostra posizione è sempre stata chiara: non era la figura giusta. Domani o quando sarà decideranno i leader. Non ne abbiamo mai fatto una questione personale». Circa l’opportunità Freni ha spiegato: «Le nuove regole del mercato non sono state calate dall’alto o scritte in stanze segrete: sono il risultato di due anni di lavoro e di un percorso aperto, trasparente e condiviso. Forse qualcuno», ha quindi affermato, «si è troppo appassionato a complotti e concerti. La realtà, però, è molto più lineare. Potrei citare decine e decine di riunioni del tavolo sulla riforma del Tuf, alle quali hanno partecipato operatori di mercato, associazioni di categoria, tecnici, professori universitari. Tutti hanno offerto il loro contributo, alla luce del sole».
«Da persona di grande responsabilità ed elevato senso istituzionale, Freni ha preso atto della situazione e ha scelto di sfilarsi dalla corsa per la presidenza della Consob. In questo modo, Freni dimostra di non voler creare problemi al governo, all’Authority e al Paese», la reazione del Carroccio secondo alcune fonti leghiste. «Sono decisioni sue, che rispetto. Sono contento, così rimane a lavorare con me», il commento a caldo di Giorgetti fermato in Transatlantico dai cronisti.
Il cerchio si stringe intorno a pochi nomi, ma in realtà nessuno sa ancora cosa si deciderà oggi in consiglio dei ministri. In pole position il più quotato resta Federico Cornelli, che come già scritto su queste colonne sembra essere il favorito per ricoprire il ruolo. Caldeggiato da Forza Italia, è l’unico componente ad aver incassato il via libera bipartisan in Parlamento. Sull’ipotesi della sponsorizzazione da parte di Forza Italia di Cornelli, Freni ha replicato: «Ho la buona abitudine di non parlare mai di chi parla troppo di me. Non farò un’eccezione stavolta». La guida della Consob però sembrava essere destinata alla Lega: rinunciando Freni, il Carroccio cosa ottiene? Da qui nasce l’ipotesi di Donato Masciandaro, consigliere di Giorgetti. Un’ipotesi. Così come lo è quella della nomina di Carlo Deodato che in Consob tornerebbe, ma da Palazzo Chigi riferiscono che si ritiene un errore cambiare a pochi mesi dalla fine del mandato il segretario generale della presidenza del Consiglio. Un altro nome papabile è quello di Gabriella Alemanno, commissario all’Authority dal 2023, nominata, come Cornelli, dal governo Meloni. Non ci sono frizioni, assicurano in maggioranza, si discuterà in cdm, ma certo, dopo il passo indietro di Freni, la Lega farà un ragionamento sulle caselle libere.
È durata poche ore la polemica sull’Albania, che si è trasformata presto nell’ennesima figuraccia per la sinistra. Neanche il tempo di rilasciare dichiarazioni ed emettere comunicati contro il governo, che ci ha pensato il premier albanese Edi Rama a mettere un punto.
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.





