È durata poche ore la polemica sull’Albania, che si è trasformata presto nell’ennesima figuraccia per la sinistra. Neanche il tempo di rilasciare dichiarazioni ed emettere comunicati contro il governo, che ci ha pensato il premier albanese Edi Rama a mettere un punto.
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
Un’ora di colloquio a Palazzo Chigi per tentare di chiarirsi. Ieri il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, per un confronto franco su quanto avvenuto negli ultimi giorni. Dopo le polemiche con il presidente della Fondazione La Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, circa il padiglione russo maldigerito a via del Collegio Romano, è trapelato che Giuli avrebbe firmato un decreto di revoca per Emanuele Merlino, responsabile della segreteria tecnica del Mic e per Elena Proietti, a capo della segreteria personale del ministro.
Qualcuno lo ha definito, forse esagerando, «un terremoto». Sicuramente si può dire che al Mic in queste ultime due settimane c’è stato grande fermento. Nelle ricostruzioni, tuttavia, c’è qualcosa che non torna. Merlino viene definito «l’uomo di fiducia di Fazzolari», si sostiene quindi che il ministro firmando la sua revoca avrebbe voluto colpire il sottosegretario di Palazzo Chigi, considerato la mente di questo esecutivo. Eppure, fino al giorno prima, a fare da sponda a Giuli nella battaglia contro il padiglione russo alla Biennale c’era proprio Fazzolari, che con ben due note a stretto giro ha spalleggiato la posizione del numero uno del Mic ribadendo, come già fatto dal premier Meloni, che la linea di Giuli fosse la stessa del governo. Quindi perché attaccare l’uomo di governo che ha legittimato la tua posizione? E se anche fosse lui l’obiettivo, perché proprio ora? Non avrebbe avuto molto senso. Merlino oltretutto non è un politico, si fa fatica a considerarlo «l’uomo di Fazzolari». Il capo della segreteria tecnica viene nominato al Mic in quanto tecnico per la sua professionalità e competenza perché si è sempre occupato di cultura nella sua ricca carriera che, di certo, non comincia a via del Collegio romano nel 2022. Un tecnico quindi, probabilmente maldigerito da Giuli così come la Proietti per dinamiche squisitamente interne al Mic. Certo è che le motivazioni addotte nei retroscena non trovano motivo di esistere e hanno più l’aria di deboli scuse per legittimare la revoca degli incarichi. Revoche che forse Giuli avrebbe voluto firmare ben prima, dal giorno del suo ingresso al Mic, e non per incapacità dei due stimati dirigenti, ma per criticabili equilibri di potere. Tradotto: Giuli si è trovato due tecnici di alto profilo che avevano il difetto di non esser stati scelti da lui.
Tra i palazzi si vocifera che questi due nomi non fossero gli unici della lista nera del ministro. Alcune fonti parlano di altri due dirigenti «morti che camminano» e che soprattutto sanno di esserlo. Voci non confermate naturalmente e che si sono magicamente sopite dopo il colloquio con il presidente Meloni.
Un colloquio che, secondo le fonti di Palazzo Chigi, è servito a «confermare e a ribadire la piena sintonia all’interno dell’azione di governo». Chigi nega anche le «presunte divergenze di opinione tra il ministro Giuli, il presidente del Consiglio e altri esponenti del governo, ricostruzioni prive di fondamento. Da parte del presidente del Consiglio è stata ribadita la piena volontà di sostenere l’azione di un ministero centrale per l’Italia. È emersa, anche sul piano formale, la solidità di un rapporto cordiale e proficuo tra il capo del governo e il ministro Giuli, relegando le polemiche emerse nelle ultime settimane alla normale dialettica politica, in un contesto reso particolarmente complesso dall’attuale scenario internazionale». Insomma traspare un confronto cordiale e disteso che più verosimilmente è stato invece più franco e chiarificatorio. L’impressione è che si siano messe le cose in chiaro: «Testa bassa e lavorare», come si ripete da settimane nelle stanze di Palazzo Chigi.
Uscito da Palazzo Chigi, Giuli avrebbe dovuto proseguire i suoi impegni come da programma: ha fatto rientro nella sede del ministero e oggi si sarebbe dovuto recare alla riunione dei ministri della Cultura a Bruxelles. Appuntamento che però salterà. Il che consente alle opposizioni di tornare all’attacco del governo. A cominciare da Piero De Luca (Pd): «L’Italia non verrà rappresentata, qualcosa si è incrinato per la Biennale nei rapporti con l’Ue. Giuli non ha più l’agibilità politica». Mentre il collega di partito Walter Verini torna a criticare le epurazioni: «Non è un normale avvicendamento di persone che hanno rapporti fiduciari. È una guerra di potere che riguarda Fratelli d’Italia come epicentro, ma che riguarda questa destra».
I capigruppo del Movimento 5 stelle in commissione Cultura al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Antonio Caso, si chiedono cosa si siano detti per più di un’ora Giuli e Meloni a Palazzo Chigi. Mentre il leader di Azione, Carlo Calenda, allarga il perimetro commentando così: «Salvini polemizza con Tajani, Giuli e anche Meloni. O esiste un problema Salvini per il governo o c’è un problema del governo nel suo complesso. Decidete».
La Biennale di Venezia continua a essere terreno di scontri politici che riflettono le turbolenze internazionali. Dopo le polemiche sul padiglione russo, ieri 27 stand hanno chiuso in protesta contro la presenza della delegazione israeliana. Fuori, tremila manifestanti pro Pal si sono scontrati con la polizia. Matteo Salvini si è recato in visita: «Gli artisti non sono portavoce dei conflitti, no ai boicottaggi. Buttafuoco? Una persona eccezionale».
«Godiamoci l’arte, godiamoci gli artisti al di là delle polemiche, delle bandiere, dei boicottaggi»: così esordisce il vicepremier, ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini al suo arrivo ai Giardini della Biennale di Venezia nel giorno di pre-inaugurazione, annunciando di voler vedere tutti i padiglioni.
«Io continuo a ritenere che il presidente della Fondazione La Biennale Pietrangelo Buttafuoco abbia ragione», ha ribadito. «Penso che l’arte, come lo sport debbano essere esenti da conflitti. Non penso che gli artisti americani, cinesi, israeliani o russi siano portavoce di conflitti in corso».
L’idea, l’intenzione è quella di abbassare i giri della tensione che si sono alzati intorno alla vicenda del padiglione russo che ha visto scontrarsi duramente il presidente Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli.
«Sono qui per Venezia e per la Biennale e per mettere il mio mattoncino per porre fine alle polemiche», ha puntualizzando. E ha aggiunto: «Polemiche che non dovrebbero coinvolgere una realtà straordinaria come la Biennale» perché «non penso che gli artisti siano protagonisti o complici delle guerre che ci sono in corso. Questo vale per tutti i Paesi».
I veri scontri si sono avuti infatti tra i manifestanti del corteo pro Pal e le forze dell’ordine per via del boicottaggio verso il padiglione di Israele. Tremila persone «sono partite da Via Garibaldi a Venezia per la mobilitazione contro la presenza del padiglione israeliano alla Biennale d’Arte». Al corteo si è aggiunta la chiusura di 27 padiglioni che in segno di protesta per la presenza di Israele hanno chiuso per partecipare al corteo che nel tardo pomeriggio si è trasformato come spesso accade in uno scontro tra polizia e manifestanti. Il contatto c’è stato quando il corteo ha caricato il blocco della polizia per avvicinarsi all’entrata dell’Arsenale dove si trova il padiglione di Israele.
«Mi sembra che stiano boicottando Israele, ieri la Russia, domani gli Stati Uniti, dopodomani magari l’Italia. Io penso che l’arte non debba conoscere né censure, né bavaglio, né boicottaggio, né chiusure. Sono cento Paesi che portano il meglio della loro arte a Venezia e io ne sono orgoglioso», la sintesi del vicepremier che su Buttafuoco ha detto: «Una persona eccezionale, importante per Venezia e per la cultura italiana». I due si sono incontrati in occasione dell’inaugurazione del padiglione Venezia a cui erano presenti il sindaco Luigi Brugnaro e l’ex governatore Luca Zaia, attuale presidente del Consiglio regionale del Veneto.
Al padiglione russo Salvini ha rinnovato la sua speranza affinché «dopo quattro anni di conflitto, di sanzioni e di morti si vada al tavolo e sia la diplomazia a decidere e a chiudere il conflitto. Qua ai Giardini, all’Arsenale non si parla di guerra, non si parla di conflitti. Vengo dal padiglione degli Stati Uniti, passo da quello russo, vado a quello cinese, passo per quello israeliano, vado all’italiano e spero di vederne tanti altri. La cultura e lo sport dovrebbero essere campi neutri, campi d’incontro anche perché chi entra in questo padiglione russo penso che ne esca con un’idea di serenità che poi magari traspone nell’attività politica».
E ancora: «Penso che l’arte e la Biennale servano a riavvicinare. Il fatto che padiglioni di Paesi attualmente in conflitto siano aperti, che ci siano giovani belli, innovativi è un bel segnale».
Sul ministro Giuli ha commentato: «Il mio commento sugli assenti era sui cosiddetti artisti che boicottano altri artisti, non sui colleghi ministri, ognuno fa quello che ritiene. Io rispetto la sensibilità degli altri, mi aspetto che gli altri rispettino la mia. Più che mandare ispezioni, verificare se è stata rispettata la legge, che è stata rispettata e basta». Salvini coglie l’occasione per attaccare anche l’Europa la cui «ingerenza è volgare. È come dire “non fai quello che ti dico” allora “ti tolgo i soldi”, come i bambini che perdono sul campo di pallone e vanno via col pallone. Possiamo fare a meno dei loro 2 milioni di euro», ha chiosato.
E mentre Giuli si concentra sul padiglione russo, passa totalmente indifferente l’installazione inquietante di Ei Arakawa-Nash, artista e genitore queer, che ha allestito uno spazio punteggiato di bambole «bambini», dove sono presenti anche lavori di altri artisti giapponesi. Il visitatore è invitato a compiere il percorso con in braccio una delle 200 bambole messe a disposizione, a cambiare loro i pannolini, mentre si diffonde nella sala la voce dei gemellini dell’artista. Un terribile inno all’utero in affitto sovvenzionato con i soldi pubblici.
Per il resto è un’edizione straordinariamente ricca. In totale sono cento i padiglioni nazionali: 25 ai Giardini, 29 all’Arsenale e altri 46 distribuiti in varie sedi veneziane, tra cui la Santa Sede che è in due luoghi diversi. Assente l’Iran, Israele spostata all’Arsenale rispetto al tradizionale padiglione ai Giardini. Da oggi tutto questo sarà aperto al pubblico.





