Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
Mentre continuano a volare gli stracci in casa Rai tra la direzione approfondimenti e il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, il Foglio fa sapere che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, starebbe preparando un’«azione risarcitoria in sede civile» nei confronti del conduttore di Rai 3. La causa scatta a causa delle gravi dichiarazioni rilasciate su Rete 4 nella trasmissione È sempre Cartabianca.
Al centro la storia della grazia concessa a Nicole Minetti sulla quale è intervenuto il Fatto Quotidiano con un articolo che insinuava ci fossero dubbi circa la veridicità della documentazione presentata dall’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. Una grazia concessa da Sergio Mattarella per ragioni umanitarie per via della necessità che ha la donna di assistere il figlio adottivo gravemente malato. Le notizie riportate dal quotidiano di Marco Travaglio hanno sollevato dei dubbi al Colle che ha chiesto al ministero della Giustizia di tornare a verificare il caso. La palla a questo punto passa, o meglio ritorna, alla Procura di Milano che aveva lavorato al caso. È così che si innesca un dibattito politico acceso per definire di chi sia la responsabilità di quello che molti giornali definiscono un pasticcio. Ci pensa il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a mettere ordine ricordando ai cronisti, in più riprese, che oltre a rinnovare la piena fiducia nei confronti del ministro Nordio, «non spetta al ministero indagare, bensì alla Procura».
Un nuovo attacco al Guardasigilli arriva poi martedì sera su Rete 4 quando il conduttore di Report, Ranucci, dice in diretta: «Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay». Ranucci si riferisce a una delle proprietà in Sudamerica di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Una notizia grave ma non verificata come ammette lo stesso conduttore: «Se fosse vero, sarebbe una notizia. Stiamo verificando». La reazione sconcertata di Nordio arriva presto. Il ministro al telefono definisce la ricostruzione del tutto infondata considerandola il punto più basso di una polemica ormai degenerata sul piano mediatico e politico.
Il giorno seguente la Rai, con una lettera firmata dal direttore Approfondimento, Paolo Corsini, richiama Ranucci contestandogli di non aver rispettato «i principi di correttezza dell’informazione, verifica delle fonti e tutela della reputazione dei soggetti coinvolti, a maggior ragione quando si tratta di esponenti istituzionali». Regole che valgono anche quando un dipendente è ospite di altre emittenti. Ranucci avrebbe violato anche la liberatoria della Rai che gli concedeva di parlare esclusivamente del suo libro.
«Noi difendiamo il giornalismo d’inchiesta. Ma non quello fondato su fonti non verificate», ha spiegato l’ad della Rai, Giampaolo Rossi, in un’intervista al Sole 24 Ore. «La Rai ha a cuore il giornalismo d’inchiesta che fa parte della sua storia. Ma il servizio pubblico tutela un giornalismo fondato su fatti verificati, rigorosi. Non può tollerare che un’accusa a un ministro, o a qualsiasi cittadino, si basi su una fonte che si dichiara non verificata. Ranucci era stato autorizzato ad andare in una trasmissione per presentare il suo libro, non per partecipare a un talk». Nell’istanza di risarcimento che presenterebbe Nordio, si farebbe riferimento al danno alla reputazione e all’immagine del Guardasigilli prodotto dalla diffusione di notizie non ancora verificate. Le somme eventualmente ottenute al termine della causa saranno devolute in beneficenza.
Ma per quanto riguarda la tutela legale del conduttore, nonostante quello che si legge, va chiarito che la Rai non copre legalmente le azioni e le parole dei propri dipendenti al di fuori del contesto dell’azienda. Ranucci per quello che fa o dice al di fuori della Rai, come tutti, risponde personalmente in sede civile e penale. Ranucci oltretutto parla a Mediaset partecipando a un talk politico senza che ne avesse facoltà dal momento che la liberatoria firmata gli consentiva di parlare solo del libro.
Il Movimento 5 stelle interviene così sul tema per soccorrere l’amico Ranucci: «Nel giorno in cui si celebra la libertà di stampa, puntualmente il ministro Nordio fa sapere al Foglio che farà causa a Sigfrido Ranucci» accusano le capogruppo M5s in commissione Giustizia alla Camera e al Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato. «Nordio fa partire l’azione vendicativa nonostante Ranucci non abbia mosso alcuna accusa nei suoi confronti durante la trasmissione di Bianca Berlinguer, il conduttore di Report si era limitato a riportare una possibile notizia, precisando che per quanto attendibile fosse la fonte, era ancora da verificare. Il ministro ha avuto la possibilità di replicare e smentire, la sua azione giudiziaria, dunque, si inserisce in una lunga serie di attacchi verso un giornalista scomodo per il potere, che ha svelato tante sue magagne e che, come tale, è visto come un nemico». E a proposito di notizie non verificate proseguono le indagini su Minetti e le presunte carte false presentate per richiedere la grazia.
Il presidente dell’Instituto Nacional del Niño el Adolescente Uruguayo, Pablo Abdala, intervistato dal Corriere della Sera, ha assicurato che l’adozione del bambino è stata «condotta con successo e nel rispetto della legge». Questa mattina i magistrati titolari del fascicolo si riuniranno per fare il punto sui primi esiti, parziali, degli accertamenti esteri, in Spagna e in Uruguay, chiesti dalla Procura generale di Milano.
Due giorni alla preapertura della Biennale di Venezia e proseguono le polemiche sollevate intorno al caso della presenza di artisti russi. Dopo che l’Ue ha persino revocato i suoi finanziamenti, e la Giuria internazionale ha annunciato le sue dimissioni, la gestione della Biennale continua a far discutere.
La scelta di invitare i russi non è stata condivisa anche da buona parte dell’esecutivo italiano, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che si è opposto con durezza da un lato, mentre dall’altro, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni pur non condividendo l’idea ha rivendicato l’autonomia del presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco. È proprio a lui che ieri è arrivata una lettera con l’elenco degli artisti detenuti o morti in carcere in Russia, con la richiesta di non ridurre il dissenso a un cocktail, «di non continuare a ridurre il dialogo a una performance superficiale», come lo si accusa di voler fare con l’iniziativa «Il dissenso e la pace» che prevede l’intervento del regista Aleksandr Sokurov, organizzata in risposta alle critiche per il ritorno della Russia all’Esposizione d’arte internazionale, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre. Una lettera firmata da alcuni intellettuali che evidentemente pretendono di decidere quali debbano essere gli artisti invitati alla Biennale. A firmare il documento accademici, attivisti e artisti italiani e russi, fra cui Nadia Tolokonnikova, fra le fondatrici delle Pussy Riot ed ex detenuta politica, il filmmaker premio Oscar con Mr Nobody Against Putin, Pavel Talankin, la presidente di Memorial Italia Giulia De Florio, il vicepresidente dell’organizzazione, Andrea Gullotta, la traduttrice e scrittrice Elena Kostyoukovitch e l’artista e attivista Katia Margolis. «La sollecitiamo ad aprire questa iniziativa a coloro che sono realmente perseguiti per il loro dissenso e a onorare il lascito del 1977 (l’anno in cui si era tenuta la Biennale del Dissenso, ndr) come spazio di confronto, non della sua simulazione» si legge nella lettera. E poi: «Ha spesso insistito nel dire che la Biennale deve essere aperta a tutte le voci. Le chiediamo di essere coerente con le sue dichiarazioni. “Il dissenso e la pace” onori e dia voce al dissenso reale non al suo simulacro». Eloquente la risposta che arriva indiretta dai social di Buttafuoco. Il presidente della Biennale ha pubblicato una lunga intervista-ritratto firmata dalla scrittrice Lila Azam Zanganeh sulla rivista New Voyager, e simbolicamente intitolata «A Free Man», cioè «un uomo libero».
«Ci si aspettava che l’intellettuale conservatore Pietrangelo Buttafuoco portasse la sua visione politica alla Biennale di Venezia. Si è rivelato molto più eccentrico - e più libero - di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare», si legge nel catenaccio dell’articolo al cui interno si aggiunge: Buttafuoco ha fatto a Venezia scelte completamente in controtendenza rispetto al nativismo e all’ortodossia di destra europei contemporanei». E poi: «Buttafuoco si erge, per così dire, su un’altra sponda. È un uomo quasi estraneo al conformismo di questo momento culturale. L’Europa del dopoguerra ha in gran parte aderito al vangelo liberale, mentre Buttafuoco vive con una visione narrativa anticonformista e fondamentalmente libertaria, nella sfera pubblica, nella vita privata e nella sua narrativa». Intanto a Venezia fervono i lavori per la messa a punto dei dettagli di «In Minor Keys», che martedì prossimo vedrà l’apertura dei cancelli per la stampa selezionata. A documentarlo sono i video postati sui social dell’istituzione culturale, che stanno ottenendo un boom di visualizzazioni.





