Meloni e Macron si sciolgono: «Mai più relazioni glaciali». Via alla coalizione in Libano
È il primo vertice intergovernativo tra Francia e Italia da quando Giorgia Meloni è presidente del Consiglio. Il trentaseiesimo nella storia della Repubblica. Un incontro particolarmente significativo considerato il burrascoso rapporto tra i due, soprattutto nei primi anni, ma adesso, sempre per tutelare l’interesse nazionale, si cambia registro.
Il presidente Emmanuel Macron ha accolto Meloni intorno alle 17.30 a Villa Eilenroc a Cap d’Antibes. «Giorgia, da quanto tempo». E lei replica lo stesso, scherzando. Il clima è leggero prima di entrare e dopo. Meloni viene acclamata «Giorgia, Giorgia, Giorgia» dai passanti all’uscita del bilaterale. A chi chiede dei rapporti glaciali del passato Macron risponde che non c’è più nulla di glaciale. Meloni racconta di essersi divertita sui retroscena su di loro: «Noi difendiamo i nostri interessi nazionali, questo chiede franchezza talvolta, ma le nostre relazioni non sono mai state glaciali. I rapporti sono più complicati di come si raccontano».
Ed è molto cortese l’intervento del presidente del Consiglio che inizia congratulandosi per il G7 organizzato a Evian la scorsa settimana. «Avevamo preso da tempo l’impegno di un incontro bilaterale fra noi. Senza Italia e Francia, l’Europa e l’occidente non sarebbero quello che sono. Molte le intese che sono state firmate oggi nei settori di Difesa, tecnologia, autonomia strategica e penso al Samp T. Abbiamo capito quanto sia fondamentale nel momento complesso che stiamo attraversando collaborare insieme su questo». Meloni sul tema dei satelliti è autocritica: «abbiamo bisogno di fare dei passi in avanti». La Francia è il primo investitore estero in Italia ricorda «e io penso che si possa anche fare meglio». «Ci siamo confrontati anche sui temi internazionali» aggiunge. «Garantire la percorribilità dello Stretto di Hormuz è una priorità strategica per tutti». Su questo punto, rispondendo ai giornalisti spiega che l’Italia non ha mai partecipato al conflitto in Iran, al contrario di quanto sostiene Teheran. «Abbiamo rispettato i nostri impegni, cedendo le basi per attività non cinetiche ma di logistica e tecnica e quando si sono prospettate richieste che esulavano da quel perimetro non abbiamo concesso l’autorizzazione. Il governo ha fatto quel che ha dichiarato in Parlamento. Come lo stesso Mark Rutte ha confermato dallo Studio Ovale». E sulle parole del segretario generale della Nato spiega: «Il segretario generale nella sua, diciamo così, entusiastica ricostruzione ha messo insieme cose che in realtà sono diverse tra loro, confondendo la tipologia dei voli autorizzati, e lui stesso poi ha corretto e puntualizzato. Non so dire come sia emersa questa semplicistica ricostruzione. È probabilmente un tentativo di preparare al meglio il prossimo vertice della Nato, ma in ogni caso credo che si debba essere prudenti quando si parla di queste materie». Sulla questione libanese spiega che Italia e Francia possano fare molto. «Abbiamo deciso di lanciare una coalizione per il post Unifil» perché «c’è la necessita di non lasciare un vuoto bisogna garantire una presenza internazionale. Sono due nazioni che possono naturalmente guidare una coalizione internazionale sul territorio. Il governo libanese deve avere il pieno controllo del territorio. Sono importanti i dialoghi che si stanno tenendo a Washington su Libano e Israele. Noi vogliamo organizzare un vertice che coinvolga i Paesi europei ma anche quelli della regione in una cornice che possa dare un mandato chiaro strutturato che possa fare la differenza». Per Meloni proprio la chiarezza del mandato è stato uno degli elementi più critici della missione Unifil. Macron ha spiegato di dover dare nuove prospettive in Libano. «Sulla base di questo programma bisogna cercare di creare una collaborazione più ampia possibile, una forza multinazionale che agisca a fianco delle forze armate libanesi». E nomina Arabia Saudita e Qatar come possibili membri di questa missione. Meloni interrogata su Marine Le Pen risponde: «Non conosco i termini giudiziari della causa contro Marine Le Pen e non sono in grado di giudicarli: ho rispetto di chiunque abbia il consenso dei cittadini, perché la democrazia funziona così». E aggiunge: «Sono una persona che non crede automaticamente a tutto quello che legge, perché ricordo che cosa veniva scritto su di me prima che io diventassi presidente del Consiglio».
«Italia e Francia sono partner naturali e indispensabili, l’obiettivo di questo vertice è proiettare la nostra relazione verso il futuro con obiettivi chiari» esordisce Macron nella conferenza stampa congiunta. Particolarmente interessante il punto in cui il presidente francese parla di nucleare sottolineando l’intenzione di «costruire con l’Italia una partnership industriale nel campo del nucleare civile». Ha anche annunciato che «è stata decisa la creazione di una squadra mista italo-francese contro l'immigrazione irregolare». Un vertice intergovernativo che ha chiuso diversi accordi e a cui naturalmente hanno partecipato diversi i Ministri italiani e francesi. Per l’Italia erano presenti Antonio Tajani, (Esteri), Matteo Piantedosi, (Interni); Guido Crosetto, (Difesa); Adolfo Urso, (Imprese), Francesco Lollobrigida, (Agricoltura); Gilberto Pichetto Fratin, (Ambiente), Anna Maria Bernini, (Università e Ricerca); Alessandro Giuli, (Cultura). Per il ministero delle Infrastrutture era presente il viceministro Edoardo Rixi.
È apparentemente incomprensibile il motivo che ha spinto il segretario generale della Nato, Mark Rutte, a dire che l’Italia avrebbe consentito 500 decolli aerei dalle basi Nato presenti in Italia.
Eppure un’ipotesi potrebbe essere quella di un maldestro tentativo di riavvicinare Donald Trump a Giorgia Meloni spiegando che non è vero che i Paesi europei non avrebbero aiutato. Parole che però hanno sortito l’effetto opposto e alle quali il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto seccamente. L’ennesimo caso diplomatico che ha preceduto la riunione in formato E5 che si è tenuta a Berlino in vista del summit Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara. La riunione si è tenuta tra i capi di Stato e di governo di Germania, Francia, Regno Unito e Polonia, oltre al segretario generale della Nato Mark Rutte, in videocollegamento da Washington dove si trovava per un incontro con il presidente degli Usa Donald Trump.
Un incontro preceduto da un breve colloquio tra Meloni e il primo ministro della Polonia Donald Tusk. Dopodiché Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico (dimissionario) Keir Starmer e Tusk si sono salutati sulla terrazza del palazzo della Cancelleria, rinfrescandosi con un bicchiere d’acqua e fermandosi a parlare per qualche minuto prima di entrare nei saloni del palazzo che ospitano il vertice. La premier si è soffermata in particolare a parlare con Tusk, entrambi appoggiati al parapetto, mentre alle loro spalle andava in scena un altro breve colloquio a due fra Merz e Macron. È chiaro anche dalle dinamiche che Meloni in questo formato esce forte del fatto di essere l’unico leader stabile e quindi capace di poter dare una linea ed essere credibile.
«Ci aspettano decisioni e appuntamenti importanti e l’Italia come sempre farà la propria parte» spiega Meloni ma «l'Europa deve assumersi le proprie responsabilità in termini di difesa e sicurezza portando avanti con decisione il cammino intrapreso per una componente più forte e solida dell’Alleanza atlantica» ha detto nel punto stampa congiunto al termine del vertice. E poi lancia un ramoscello di pace direzione Washington: «Bisogna rafforzare l’Alleanza Atlantica, rendere ancora più solido il legame transatlantico che rimane uno dei pilastri costitutivi dell’unità dell’Occidente». Su Hormuz ribadisce: «Sul Medio Oriente, la firma del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è per tutti chiaramente un segnale molto positivo, ma siamo consapevoli di quanto il contesto resti precario, di quanto sia necessario contribuire e compiere ogni sforzo per consolidare il quadro» anche perché come già detto al Giorno della Verità «restano centrali il dossier nucleare, la stabilità regionale e la sicurezza delle rotte marittime internazionali con annessa libertà di navigazione. Lo Stretto di Hormuz è una priorità strategica per tutti. Su questo l’Italia ha già offerto la propria disponibilità a dare una mano, ferme restando ovviamente le autorizzazioni che nel caso sarebbero necessarie». Mentre «sull’Ucraina ribadiamo il nostro impegno per una pace giusta e duratura all’interno di uno scenario che richiede prima di tutto garanzie di sicurezza efficaci per la nazione aggredita. Ma niente è possibile se noi non continuiamo a sostenere Kiev fino a quando non sarà possibile avere una pace giusta e duratura». E poi: «L’Italia come sapete in questo senso continua a essere impegnata, in particolare siamo impegnati per quanto riguarda le infrastrutture critiche e la resilienza energetica, fronte decisivo che il presidente Zelensky ha rimarcato anche nei giorni scorsi durante il G7 e il Consiglio europeo». Merz, il padrone di casa, ha spiegato che «percorsi solitari sulla difesa sarebbero un errore». È Tusk che ha portato le spese per la Difesa della Polonia al 7%, a spingere affinché l'Europa e i singoli Paesi europei si impegnino di più sul rafforzamento delle capacità di difesa. Per Emmanuel Macron bisogna «consolidare con grande forza il pilastro europeo della Nato, che è estremamente importante». E anche lui sull’Ucraina riconosce che «è un risultato importante il fatto che per la prima volta da 18 mesi tutti i membri del G7 abbiano firmato insieme lo stesso testo e che gli americani, con noi, abbiano dichiarato di sostenere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina, di assumere un sostegno militare ed energetico all’Ucraina, di adottare sanzioni contro la Russia e di impegnarsi nello stesso percorso». Macron ha anche riconosciuto che il primo ministro britannico Keir Starmer ha «fatto molto in questi ultimi due anni per rafforzare il ruolo del Regno Unito in Europa e nella Nato». Per Starmer è il giorno dei saluti che arrivano anche da Meloni e gli altri leader.
Non esiste l’impegno di portare le spese per la Difesa al 3,5%. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervistato al «Giorno della Verità», al direttore Maurizio Belpietro ribadisce quali sono i termini dell’accordo preso con la Nato.
Quando si parla di aumento al 5% del Pil, chiarisce che comprende anche «la parte di sicurezza, quindi le forze di polizia. Un impegno fatto al 2035». Ricorda, quindi, che l’impegno preso dal Parlamento consiste «in un incremento dello 0,15% del Pil ogni anno». Un aumento che «quest’anno non c’è stato», ha riconosciuto il ministro, che ha aggiunto: «Mi è chiaro il motivo, non siamo usciti dalla procedura di infrazione». Crosetto ha, però, detto di aspettarsi che nella Finanziaria del prossimo anno «l’impegno che ci siamo presi venga portato avanti». Il ministro si è detto convinto che Giancarlo Giorgetti sia «assolutamente consapevole di questa cosa».
Il ministro, a Belpietro, ha spiegato che con Giorgetti non c’è alcun tipo di discussione e non c’è mai stata. «Sa perfettamente quali sarebbero le cose che io vorrei. Io so perfettamente quali sono le cose che lui può fare e i tempi con cui può farle, per cui è impossibile che noi litighiamo». Ma «sul Safe dipende dalla possibilità che lui ha». Crosetto viene interrogato anche sulla pubblicazione della famosa telefonata-sfogo del presidente degli Stati Uniti che avrebbe provocato la rottura dei rapporti tra Giorgia Meloni e Donald Trump. «Per gli Usa non esiste alcuna ragione per lamentarsi dell’Italia», ha chiarito subito Crosetto, ma, incalzato dal direttore Belpietro, ha riconosciuto che esiste, da parte degli Stati Uniti, un malessere dovuto al fatto che l’Europa, negli ultimi anni, abbia speso troppo poco per la Difesa. Un argomento che, però, «aveva già sollevato Obama prima e Biden poi, prima di lui». E che il ministro riconosce come fatto oggettivo.
Per Crosetto il nodo più grosso per Trump resta Israele, perché «la sua capacità militare non può reggere senza l’aiuto degli Usa». Tuttavia, resta convinto che il rapporto con gli Stati Uniti non si romperà. Il problema che considera insuperabile è il seguente: «Israele considera Hezbollah un male da eradicare ma sarà difficile eliminarla completamente perché vorrebbe dire eliminare completamente il Libano». Interrogato su Unifil, risponde così: «Non ha funzionato perché le regole d’ingaggio non erano adatte». In sostanza, si tratta della «possibilità degli eserciti multinazionali Onu, con l’aiuto delle forze armate libanesi, di andare dove ci sono le armi, sequestrarle e portarle via». Un’azione che, secondo il ministro, dovrebbe avvenire «necessariamente con la forza. Che non significa andare in guerra, ma significa fare cose che adesso le truppe delle Nazioni unite non possono fare, ad esempio entrare in una cantina per controllare se ci sono delle armi o meno». Il ministro ha spiegato di avere posto il tema alle Nazioni unite «più volte da oltre due anni e mezzo, avvertendo che senza una modifica delle regole di ingaggio sarebbe accaduto ciò che poi è accaduto».
Per quanto riguarda una eventuale missione di sminamento nello Stretto di Hormuz da parte dell’Italia, ha chiarito che il nostro Paese dispone di una capacità specialistica riconosciuta e potrebbe metterla a servizio della navigazione, ma solo dentro una cornice chiara: autorizzazione del Parlamento, assenza di una zona di guerra e garanzie da parte di tutti gli attori regionali. «Se io mando le mie navi per sminare, bisogna che nessuno mi attacchi da tutte le parti», ha detto, evidenziando che, una volta ottenuta l’autorizzazione parlamentare e definite le condizioni politiche e operative, l’Italia potrebbe essere «tra le nazioni meglio accette» dai Paesi che si affacciano su quel mare.
Su Mosca e le spese in Difesa in Europa, si chiede: «I Paesi del Nord ed Est Europa sono spaventati da Vladimir Putin, non so se a torto o a ragione, ma stanno spendendo in Difesa più di chiunque altro. Putin arriverà a 2,4 milioni di soldati. Qualcuno mi deve spiegare a cosa servono, visto che sono troppi anche per l’Ucraina». Per Crosetto il mediatore «deve essere una persona che abbia la forza di 27 nazioni». «Difficile, quindi, che si mettano d’accordo», commenta Belpietro, che aggiunge: «Qualcuno vuole Mario Draghi». «È una soluzione», la risposta del ministro, che poi sintetizza: «Io vorrei arrivare a una soluzione il prima possibile perché non voglio mettere Putin nella situazione di aver nulla da perdere», lasciando intendere, senza dirlo, che potrebbe ricorrere al nucleare. Per Crosetto le crisi e le guerre sono dovute alla «sfida degli Usa con la Cina, iniziata 15-20 anni fa e che sta arrivando a un punto di rottura». D’altro canto, la guerra ha cambiato faccia e questa sfida «sarà sempre di più sull’Intelligenza artificiale, su chi arriva prima sulla quantistica, sul computer quantistico, sullo Spazio», ha detto Crosetto, osservando che la Cina ha «un’unica regia e un unico attore che è lo Stato», con una strategia centrale e investimenti massicci. Gli Stati uniti, al contrario, stanno fondando una parte della propria risposta su grandi multinazionali tecnologiche, alcune delle quali hanno ormai capacità superiori a quelle degli Stati. «Perché è la prima volta nella storia dell’umanità che ci sono aziende private che dispongono di strumenti tecnologici superiori a quelli di cui dispongono gli Stati», ha precisato Crosetto, riferendosi a SpaceX di Elon Musk che ha «una capacità di lanciare satelliti che è dieci volte superiore alla Cina».
Per Crosetto, il confronto tra Stati uniti e Cina è destinato a ridisegnare gli equilibri globali ben oltre il piano militare: dalle rotte marittime alle materie prime, dall’energia all’Ia, fino allo Spazio. Interrogato sul generale Roberto Vannacci, infine, si concede una battuta: «Io sono ministro della Difesa non faccio politica. L’accordo con Vannacci vedranno altri se farlo».





