Washington e Vaticano cercano di ricucire i pezzi di una rottura che non fa bene a nessuno. Lo sa papa Leone XIV che per primo ha cercato di stemperare le parole del presidente Usa Donald Trump chiarendo di non volerci dibattere. Una reazione molto gradita al vicepresidente americano e cattolico JD Vance: «Sono grato a papa Leone per aver detto questo.
Mentre la narrazione dei media alimenta costantemente i conflitti (e sì, disaccordi reali ci sono stati e ci saranno) la realtà è spesso molto più complicata» ha commentato aggiungendo: «Il Papa predica il Vangelo, come deve, questo inevitabilmente significa che offre le sue opinioni su questioni morali del momento. Il presidente e la sua intera amministrazione lavorano per applicare questi principi morali in un mondo nel caos. Lui sarà nelle nostre preghiere e spero che noi saremo nelle sue».
Leone aveva precisato che i suoi discorsi erano stati preparati prima delle parole di Trump e che quindi non dovevano essere interpretati «come se cercassi di dibattere nuovamente con il presidente Trump, cosa che non è nel mio interesse». Poi aveva precisato: «Si è diffusa una certa narrazione, non del tutto accurata, a causa della situazione politica creatasi quando, il primo giorno del viaggio, il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato alcune dichiarazioni su di me». Ma «gran parte di ciò che è stato scritto da allora non è altro che un commento su commento, nel tentativo di interpretare quanto è stato detto», ha aggiunto facendo riferimento all’incontro di preghiera per la pace a Bamenda due giorni fa. «Quel discorso era stato preparato due settimane prima, ben prima che il presidente commentasse su di me e sul messaggio di pace che sto promuovendo. Eppure, è stato interpretato come se stessi cercando di dibattere nuovamente con il presidente, cosa che non è affatto nel mio interesse».
Oltre all’opportunità di discutere con il leader religioso più importante del mondo, per Trump c’è anche la questione del consenso. L’attacco al Papa non è piaciuto ai cattolici americani e il fatto che non abbia ancora chiesto scusa ancora meno. Ed è per questo probabilmente che il presidente Usa ha deciso di partecipare a una lettura pubblica della Bibbia nell’ambito del processo di integrazione della religione, in particolare del cristianesimo, nelle attività ufficiali dell’amministrazione. «Il 21 aprile, il presidente Trump leggerà le Sacre Scritture tramite un videomessaggio dallo Studio Ovale alle ore 18», hanno scritto gli organizzatori dell’evento dal titolo «L’America legge la Bibbia». La notizia secondo la Cnn è particolarmente significativa proprio considerato tutto quello che è successo con il Papa. Un modo per riavvicinarsi ma senza chiedere scusa. Il brano che leggerà dovrebbe contenere questo passaggio: «Se il mio popolo, che è chiamato con il mio nome, si umilierà, pregherà, cercherà il mio volto e si convertirà dalle sue vie malvagie, io ascolterò dal cielo, perdonerò il suo peccato e guarirò la sua terra».
Nelle stesse ore prosegue la missione di Leone in Africa. Dopo un volo in elicottero da Luanda, in Angola, il Papa è giunto al santuario mariano di Muxima. Al suo arrivo all’eliporto è stato accolto da alcune autorità locali per recarsi al Santuario di Nossa Senhora per la preghiera del Santo Rosario accompagnato dal Vescovo di Viana, S.E. monsignor Emílio Sumbelelo. Davanti a lui 30.000 persone. Al termine della preghiera, il Pontefice ha reso omaggio alla Madonna con un’offerta di fiori prima di raggiungere il palco nella spianata. Nella vasta radura erano in migliaia ad attenderlo da giorni. Il Santuario un tempo era il luogo della tratta di schiavi. Costruito nel XVII secolo dai portoghesi e per anni, infatti, punto d’incontro per gli schiavi che venivano condotti verso la costa, per iniziare il loro viaggio senza ritorno nel continente americano.
Al mattino, a Kilamba, durante la messa della domenica mattina, Leone XIV ha lanciato un nuovo appello per la pace in Ucraina e in tutto il Medio Oriente.
«La tregua annunciata in Libano è motivo di speranza perché rappresenta un segnale di sollievo per il popolo libanese e per l’Oriente». Leone ha incoraggiato «coloro che sono impegnati nella ricerca di una soluzione diplomatica a proseguire il dialogo per la pace affinché si raggiunga la stabilità in tutto il Medio Oriente e rimanga permanente. Uniti a Dio ci sforziamo oggi ogni giorno di fare crescere i frutti dell’amore, dell’autentica giustizia e della pace al di là di tutti gli ostacoli e le difficoltà».
Parlando in portoghese, il Santo Padre ha chiesto anche la fine della corruzione in Angola, attraverso la guarigione della «piaga della corruzione». «Possiamo e vogliamo costruire un Paese in cui le antiche divisioni siano superate per sempre, in cui l’odio e la violenza scompaiano, in cui la piaga della corruzione sia sanata da una nuova cultura della giustizia e della condivisione».
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Il modello Riace finisce persino all’università. Ieri infatti Mimmo Lucano, europarlamentare dem, è stato chiamato per tenere un seminario all’università Magna Graecia di Catanzaro sull’esperienza di integrazione che lui ha rappresentato nella cittadina in provincia di Reggio Calabria dove è stato sindaco. Il titolo del seminario: «Modello di ospitalità di rifugiati e migranti del comune di Riace», e si è svolto davanti a una ventina di persone in un’aula del dipartimento di giurisprudenza, economia e sociologia.
Fratelli d’Italia ha definito l’iniziativa «grave e inaccettabile». Per Fabio Roscani, deputato Fdi e presidente di Gioventù nazionale, è «inaccettabile che l’università pieghi la propria funzione educativa a finalità politiche, ospitando come relatore Lucano, figura già condannata nell’ambito del cosiddetto “modello Riace” e decaduta dalla carica di sindaco». Una scelta che, per l’esponente di Fdi, «legittima un modello segnato da irregolarità e da una gestione controversa delle risorse pubbliche. Non siamo di fronte a un reale confronto accademico, ma a un’iniziativa unilaterale, priva di contraddittorio, che si configura come propaganda. Un episodio che conferma una deriva ideologica dell’ateneo, con evidenti ricadute sulla sua credibilità e sul suo posizionamento nazionale».
La replica di Lucano è arrivata presto: «Sono stato all’università di Cambridge, a quella di New York e in molti altri atenei prestigiosi per raccontare un’esperienza che rappresenta una soluzione alla drammatica questione dei migranti. Eppure, proprio nella mia terra, la mia presenza suscita contraddizioni così forti da parte di esponenti della destra».
E intanto in Toscana, nonostante la crisi migratoria stia mettendo in grave difficoltà molti Comuni per i diffusi problemi di sicurezza, il governatore Eugenio Giani, ha deciso di mettersi contro la decisione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, di aprire un centro per il rimpatrio in Lunigiana, vicino a Massa Carrara. «La Lunigiana è un’area di straordinaria bellezza, ma anche estremamente delicata sotto il profilo ambientale, sociale ed economico. Pensare di collocare in questo contesto una struttura come un Cpr rappresenta, a mio avviso, un vero e proprio oltraggio a un territorio che va tutelato e valorizzato, non gravato da scelte che rischiano di comprometterne l’equilibrio». Insomma, a lui non va l’idea di mettere immigrati pericolosi tutti insieme in quelle zone. Tuttavia non ne indica altre che, tradotto, significa che non ha alcuna intenzione di voler aprire un Cpr in Toscana. Gli immigrati andassero altrove. Un paradosso per la sinistra. «Non credo che i Centri di permanenza per i rimpatri siano, in questo momento, il metodo più efficace per affrontare la questione migratoria. Si tratta di strutture che, di fatto, assumono le caratteristiche di luoghi di detenzione, pur essendo formalmente configurate come centri d’accoglienza. Questo elemento evidenzia una contraddizione di fondo che dovrebbe essere affrontata a livello normativo».
Spostandoci in un’altra regione rossa accade l’inverso. Michele De Pascale, presidente della Regione Emilia-Romagna, ha proposto di riaprire un Cpr, nonostante le forti contrarietà all’interno della sua maggioranza in Regione e il «no» categorico del sindaco di Bologna, Matteo Lepore. E in Assemblea legislativa il governatore ha parlato di «possibilità di riallacciare il dialogo» con il governo dopo aver sentito il ministro Piantedosi, nell’ipotesi di rendere «umani ed efficaci» gli attuali centri di detenzione amministrativa dei migranti irregolari. Infine ha aggiunto: «Sui temi della sicurezza serve uno scatto. La posizione della sinistra non può essere: prevenzione e no a derive securitarie. La prevenzione e le risposte di sicurezza, quelle proprie, devono stare insieme». Il cortocircuito della sinistra.





