- Il premier invita i ministri a partecipare alla festa del 2 luglio con l’ambasciatore Fertitta, che dice: «Rimanga la partnership». Una delegazione di Fdi incontrerà a Washington membri del Congresso e della Casa Bianca.
- Il sospetto della corrispondente Mediaset, Rossi Hawkins: «All’ultimo G7 qualche capo straniero potrebbe aver voluto provocare attriti per strapparci qualche commessa».
Lo speciale contiene due articoli.
La lite tra Giorgia Meloni e Donald Trump «non deve impattare sui rapporti del governo con gli Stati Uniti». Lo ha detto ieri la premier Giorgia Meloni in Consiglio dei ministri, commentando lo scontro con il tycoon. La Meloni ha invitato i ministri a partecipare al ricevimento del 2 luglio all’ambasciata Usa per la festa dell’Indipendenza, anche perché, secondo fonti di governo, ha sottolineato come «l’ambasciatore Fertitta è sempre stato estremamente disponibile e professionale nei nostri confronti».
Si confina così nel perimetro di un ruvido scambio di opinioni tra i due leader il botta e risposta tra la Meloni e Trump degli ultimi giorni. Un Trump che del resto appare ormai un personaggio che ha fatto della maleducazione nei confronti di leader mondiali, giornalisti e giornaliste e avversari interni la cifra della sua seconda presidenza, così come è destinata a entrare nei libri di storia la sua sindrome compulsiva da social, che lo spinge a postare decine di dichiarazioni al giorno, alcune particolarmente squinternate. Intanto, ogni occasione di confronto tra esponenti politici di Fratelli d’Italia e degli Stati Uniti è benvenuta: può collocarsi in questa cornice la missione della settimana prossima a Washington di Carlo Fidanza e Antonella Sberna, rispettivamente capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo e vicepresidente dell’Eurocamera, che andranno negli Stati Uniti insieme a una delegazione di parlamentari di Ecr, il gruppo dei Conservatori europei. La delegazione incontrerà membri del Congresso ed esponenti dell’amministrazione Usa, oltre a rappresentanti di think tank. La missione era prevista da mesi, ma è evidente che ora assume, per l’Italia, un significato particolare: «I fatti», argomenta Fidanza, «hanno visto una polemica che la presidente Meloni ha dichiarato chiusa e per noi è chiusa. Il rapporto con gli Stati Uniti è un rapporto che è solido per ragioni storiche, è un rapporto che non può venire meno, fatto di una interazione culturale, economica, di interessi geopolitici comuni che non possono assolutamente essere intaccati da diatribe che noi riteniamo che debbano essere superate. Non a caso Giorgia Meloni non risponderà più a questo tipo di critiche, non parteciperà più a questo dibattito perché la nostra stella polare è tenere insieme l’interesse nazionale», aggiunge Fidanza, «e lo stiamo facendo in maniera molto determinata, con l’unità dell’Occidente».
Sul piano militare, assolutamente fondamentale nelle relazioni tra Roma e Washington, il legame resta solido. Appena una settimana fa il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato in visita ufficiale a Washington, dove ha incontrato il ministro della Guerra (sic) Pete Hegseth. «Ho accolto al Pentagono», ha scritto Hegseth su X, « il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. Abbiamo ribadito la solidità delle relazioni bilaterali in materia di difesa tra Stati Uniti e Italia e abbiamo concordato sull’urgente necessità che gli alleati della Nato aumentino la spesa per la difesa, amplino la produzione industriale nel settore della difesa e schierino forze militari credibili in combattimento». Hegseth, che Crosetto ha anche sentito nelle ore della lite Meloni-Trump, ha avuto parole d’elogio per il nostro governo: «Siamo particolarmente grati», ha detto il ministro ultra-trumpiano, «per il sostegno costante che il vostro governo e il popolo italiano dimostrano nell’ospitare le forze statunitensi in Italia. Gli alleati europei, inclusa l’Italia, devono assumersi, e so che lo stanno facendo, la responsabilità principale della difesa convenzionale dell’Europa, dimostrando la disponibilità a farsi carico di una quota maggiore dell’onere; l’Italia», ha sottolineato Hegseth, «è certamente uno dei partner che stanno guidando questo processo».
Non si capisce cosa sia cambiato in sette giorni. Tra l’altro, una delle accuse di Trump alla Meloni è stata questa: «Non ci ha nemmeno concesso di utilizzare le piste di atterraggio o di decollo italiane, causando un notevole disagio logistico». Fonti della Difesa fanno notare che, per quel che riguarda il famoso recente caso di Sigonella, quando lo scorso maggio è stato negato a un bombardiere Usa diretto in Iran l’atterraggio nella base in Sicilia, gli accordi vigenti prevedono l’utilizzo delle basi italiane solo per funzioni addestrative o logistiche, come sanno perfettamente anche gli Usa. Ci voleva l’ok del Parlamento, quindi, ma non c’erano i tempi e il semaforo è rimasto rosso. Per quel che riguarda l’aspetto politico, a quanto ci risulta, le relazioni tra Fratelli d’Italia e i Repubblicani americani non sono in discussione, in quanto la reazione della Meloni agli attacchi di Trump è stata compresa. Certo, secondo alcune fonti, se Trump ascoltasse di più i suggerimenti di Marco Rubio non si verificherebbero questi incidenti diplomatici. Così come viene considerato un interlocutore ottimo e affidabile l’ambasciatore americano in Italia Tilman J. Fertitta, come ha sottolineato ieri in Cdm la stessa Meloni. Ieri il diplomatico ha precisato che «possono esserci momenti di disaccordo tra due leader. Ciò che conta è che il rapporto tra Usa e Italia continui a essere una vera partnership cooperativa tra i nostri due Paesi».
Manina europea dietro lo scontro?
Alla Casa Bianca non si lavora per ricucire i rapporti con l’Italia perché i rapporti sono e restano solidi. Ne è convinta Maria Luisa Rossi Hawkins, corrispondente Mediaset dalla Casa Bianca che ieri ha intervistato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo il suo post su Truth in cui è tornato all’attacco del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Dopo aver speso miliardi di dollari per la Nato, l’Italia e il suo premier non sembrano nemmeno disposti a prendere parte all’azione contro l’Iran e la sua seria minaccia nucleare. Da decenni li difendiamo, ma quando arriva il momento di difendere noi e il resto del mondo, non ci sono. Non va bene». A Rossi Hawkins ha spiegato poi di non essere «solo deluso dall’Italia, ma anche da tutti i leader della Nato».
«L’Italia è considerata un fortissimo alleato e partner, il legame tra i due leader è solido e lo hanno dimostrato anche nell’ultimo G7», ha commentato Hawkins alla Verità facendosi una domanda: «A questo punto io mi chiederei: chi è che lavora per allontanare i due?». Il sospetto è lecito ed è utile fare un passo indietro e notare che a Evian il presidente americano ha speso molto tempo con il presidente francese Emmanuel Macron ed è quindi probabile che ci siano interessi economici e commerciali molto forti che potrebbero spingere qualcuno a tentare di provocare lo sgambetto. Per ora restano ricostruzioni, ma è bene sottolineare che secondo quanto riportato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso «lo scorso anno il nostro export verso gli Stati Uniti è cresciuto del 7,2%, malgrado i nuovi dazi; ad aprile ha registrato un ulteriore +12,1% su base annua, la migliore performance tra i Paesi europei».
Invidia forse? Rossi Hawkins: «Il rapporto dal punto di vista commerciale e diplomatico non si è mai interrotto. Quindi chi è che sta cercando di nuocere ai rapporti con l’Italia? Forse c’è qualcuno che lavora per prendersi qualche commissione? Ci sono cose che non sappiamo e che dobbiamo sapere? Trump non ce l’ha con Meloni, ce l’ha con l’Europa che secondo il presidente non ha fatto quello che si aspettava». Secondo Rossi Hawkins, Trump potrebbe fare un «roboante annuncio» al prossimo vertice Nato di Ankara e fa riferimento a quella frase che gli ha strappato nella sua intervista: «Non so se ritirarmi dall’Alleanza atlantica». Secondo Rossi Hawkins, Trump se la prende con Meloni perché era da lei che si sarebbe aspettato di più sull’Iran, si aspettava che facesse da sponda. «Detto questo», ribadisce, «l’Italia è parte integrante degli Stati Uniti, i rapporti non si romperanno mai, non sono come i rapporti con i francesi o i tedeschi, l’America non sarebbe l’America se non ci fosse l’Italia. Potrebbe esserci, non credo all’interno della Casa Bianca, qualche leader straniero che al G7 mette in cattiva luce l’Italia in modo da favorire e provocare attriti tra Roma e Washington. Qualcuno che vuole inserirsi nei rapporti commerciali».
Rossi Hakwins, che era presente nello Studio ovale quando i due si sono incontrati, ricorda perfettamente quel momento: «Lui disse: “Per me lei è l’Europa”, e quindi è così che si traduce l’attacco. Rappresentando l’Europa se la prende con lei». A suo avviso quello che si dovevano dire se lo sono detti e il rapporto potrebbe persino guadagnarne perché «Trump rispetta chi gli tiene testa, chi lo contrasta, non rispetta i sottomessi. Li utilizza, ma non li rispetta». Lo dimostra il post su Truth perché «dopo l’attacco vibrante che ha sferrato Meloni, Trump non risponde ma scrive un post in cui sposta lo scontro sull’argomento Nato». E poi è a Rossi Hawkins che il presidente americano consegna un ramoscello di pace: «Io non ce l’ho con Meloni, ce l’ho con l’Europa». Il suo modo, maldestro, di fare un passo indietro.
È evidente la difficoltà del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: non è più solo percepita, ormai si legge. Il bullo può pure a continuare a fare quello che vuole, consapevole però che dall’altra parte Meloni risponderà punto per puno. Dopo aver mentito a un giornalista di La7 raccontando che il presidente del Consiglio italiano lo avrebbe implorato per una foto, sbugiardato, è tornato ad attaccare il presidente del Consiglio. Una vera ossessione ormai.
Trump è tornato a criticarla, questa volta con un post su Truth. «Meloni ha chiesto, ripetutamente, di fare una foto con me durante il vertice del G7 in Francia» ha ribadito. «Sta andando male in Italia in termini di popolarità, forse perché ha rifiutato gli Stati Uniti d’America, un Paese che davvero ama e protegge l’Italia, quando si è trattato di impedire all’Iran di ottenere o sviluppare un’arma nucleare (ma anche la Nato ha fatto lo stesso!). Non ci ha neppure permesso di utilizzare le piste o le basi aeree italiane, creando un grande problema logistico, e questo nonostante gli Stati Uniti contribuiscano con centinaia di miliardi di dollari all’anno per proteggere l’Italia e gli altri cosiddetti alleati della Nato», ha insistito. «Ora, dopo che gli Stati Uniti hanno sconfitto militarmente l’Iran, vuole tornare a essere amica per far risalire i suoi numeri. No grazie!!!».
Un messaggio con un (forse voluto) refuso, in cui invece di scrivere Giorgia, scrive «Gigiorgia». Un infantilismo tipico di chi ha evidenti accenni di demenza senile. Peggiore di quella di Biden, che almeno se ne andava per prati e Truth non lo sapeva utilizzare. Trump, che è convinto di aver sconfitto militarmente l’Iran, sta collezionando una figuraccia dopo l’altra, una figura pessima davanti al mondo, uno spettacolo da asilo nido. A bloccare tutto, almeno dal canto su, ci pensa Meloni, che scrive: «Non tornerò sull’argomento, perché credo ancora nell’unità dell’Occidente e non credo che questo sia uno spettacolo all’altezza del nostro compito».
Prima però ha risposto con una frecciata sanguinosissima: «Presidente Trump, questi continui e gratuiti attacchi sono privi di senso. Quanto alla mia popolarità, esserti amica non mi ha certamente aiutata, né dipende dal mio rapporto con te. La mia popolarità dipende dalla mia capacità di difendere l’interesse nazionale italiano, ed è esattamente quello che ho sempre fatto. È quello che ho fatto anche riguardo alle basi militari americane in Italia. Il loro utilizzo è regolato da accordi che abbiamo sempre rispettato, e che non possono essere violati finché sarò presidente del Consiglio. L’Italia è ancora una nazione sovrana. In ogni caso, la mia popolarità non ti riguarda. Ti suggerirei di concentrarti sulla tua».
Resta unanime il coro a sostegno del premier. Il vicepremier Matteo Salvini si schiera senza indugio: «Litigare con gli alleati non è utile, lo dico dal punto di vista della presidenza americana. L’Italia è un Paese alleato responsabile, sempre presente e generoso. Nessuno può mettere in discussione i buoni rapporti fra Italia e Stati Uniti, sicuramente c’è un problema in questo momento perché, ribadisco, chi attacca il nostro presidente del Consiglio attacca tutto il governo e tutto il Paese. Tuttavia, questo non può e non deve mettere in discussione i buoni rapporti e le relazioni diplomatiche e commerciali fra Italia e Stati Uniti, che prescindono dal presidente attuale o dal presidente futuro». Lo ha detto a margine delle primarie del partito per la scelta del candidato sindaco di Milano, e sul nuovo botta e risposta ha commentato: «È chiaro che sono parole gratuite, inutili, sgradevoli, però non c’è una guerra fra Italia e Stati Uniti, ci sono già troppe guerre e spero che gliUsa ci aiutino a porre fine ad alcune di queste guerre, visto che anche in Iran mi sembra che le cose non stiano andando benissimo. Mentre in Iran, in Libano, in Israele, in Ucraina e in Russia si continua a sparare, ritengo che la più importante potenza mondiale debba rivolgere le sue attenzioni a questi fronti di guerra e non ad altro». Il movimento 5 stelle coglie l’occasione per attaccare il premier: «Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all’ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano. Chi ha ridotto l’Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi», scrive Giuseppe Conte, «Risparmiateci la favoletta del governo Meloni che tutela l’Italia con la schiena dritta. La premier si guardi allo specchio». A sinistra, nel Pd, c’è chi pensa al complotto: «Mi pare evidente che, con i suoi attacchi sconsiderati e arroganti a Meloni, Trump stia provando a tutti i costi a far vincere la destra al governo alle prossime elezioni. Ma ti abbiamo sgamato, mascherina» ha scritto il senatore Filippo Sensi.
Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato è più istituzionale: «Per qualsiasi italiano la reazione immediata è la difesa della dignità delle nostre istituzioni» dichiara, ma sottolinea anche Meloni ha puntato su un rapporto personale con Trump che «non ha rafforzato il peso dell’Italia».
Livello bassissimo per Matteo Renzi, che non attacca e non difende, ma si limita a dire: «Bei tempi quando il G7 ospitava discussioni politiche e non litigi da asilo». Ahhh quando c’era lui…
- La Meloni e altri 18 leader chiedono di accelerare sugli hub nei Paesi terzi. Macron: «Non è conforme ai nostri principi».
- Immigrati scatenati nel Nord d’Italia: a Brescia un africano, regolare, aggredisce un piccolo di 3 anni al parco. Nella Bergamasca, un magrebino entra in una casa e prova a stuprare una ventitreenne.
Lo speciale contiene due articoli.
Migranti e bilancio europeo. Su questo si concentra l’azione di Giorgia Meloni che ieri, nella seconda giornata di Consiglio europeo, ha riunito 13 leader proprio per parlare delle soluzioni basate sui Paesi terzi. «Negli ultimi mesi l’Europa ha compiuto passi avanti significativi: dalla lista europea dei Paesi sicuri di origine al nuovo concetto di Paese terzo sicuro, dalla Dichiarazione di Chisinau all’accordo sul nuovo regolamento Rimpatri, fino al sostegno finanziario dell’Unione europea per soluzioni innovative in materia migratoria», ha dichiarato Meloni sui social.
Ora serve accelerare. È il momento di passare dalle regole ai fatti, a partire dall’attuazione del regolamento Rimpatri. Con la lettera congiunta inviata oggi insieme al primo ministro Frederiksen e ad altri 17 Capi di Stato e di governo, chiediamo di avviare rapidamente progetti pilota concreti, efficaci e replicabili. Valutando anche ipotesi di centri di rimpatrio congiunti in Paesi terzi». La lettera indirizzata al presidente del Consiglio Ue Antonio Costa firmata, oltre che dalla premier italiana e danese, dai leader di Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia. Si legge: «Dobbiamo mostrare risultati concreti che facciano una reale differenza per i nostri cittadini e procedere con soluzioni basate in Paesi terzi il prima possibile». Per i leader si tratta del modello «più efficace per scardinare i modelli di business dei trafficanti di migranti, rimuovere gli incentivi alla migrazione irregolare verso l’Europa e garantire che coloro che non hanno il diritto legale di soggiornare in Europa siano rimpatriati».
Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che nel corso della riunione è stato mostrato apprezzamento per i risultati conseguiti negli ultimi mesi, tra cui l’istituzione della lista europea dei Paesi sicuri di origine, l’introduzione del nuovo concetto di Paese terzo sicuro, l’adozione della Dichiarazione di Chisinau sulla migrazione, l’accordo politico sul nuovo regolamento Rimpatri e, più recentemente, l’inserimento di un riferimento al sostegno finanziario dell’Unione per le soluzioni innovative in materia migratoria nell’ambito dei negoziati sul prossimo Quadro finanziario pluriennale.
Nella lettera mancano le firme di Spagna e Francia. Infatti se da un lato il cancelliere tedesco Friedrich Merz si pone contro la linea italiana in materia di bilancio Ue, il presidente francese Emmanuel Macron e il premier spagnolo Pedro Sanchez, prendono le distanze dal modello Albania.
«La Francia non sostiene il modello dei cosiddetti “return hubs” i centri per il rimpatrio dei migranti irregolari in Paesi terzi sostenuti da un gruppo di Stati membri guidato da Italia, Danimarca e Paesi Bassi», ha spiegato Macron al termine del Consiglio europeo. «Per quanto riguarda la Francia, noi non effettuiamo rimpatri verso Paesi terzi perché non credo che sia né efficace né conforme ai principi della nostra comunità», ha affermato il capo dell’Eliseo esprimendo anche contrarietà all’ipotesi di utilizzare il bilancio dell’Unione europea per finanziare questo tipo di strumenti. «Per quanto mi riguarda, occorre rispettare le politiche di ciascuno Stato». Fonti diplomatiche spagnole assicurano invece che non ci sarebbe stato alcuno scontro tra Meloni e Sánchez, sulla politica Ue per le migrazioni, ma che si sarebbe trattato di uno «scambio» di opinioni, un «dialogo» che non avrebbe restituito le sensazioni di un vero e proprio scontro come riportato dai media. Sánchez ha rivendicato i risultati dell’approccio alla migrazione spagnolo, chiarendo che si tratta di una competenza specifica di ogni Paese e che non tutti devono usare gli stessi strumenti. Il premier spagnolo avrebbe anche ribadito il pieno impegno per il controllo delle frontiere dell’Ue, nel rispetto del patto per la migrazione europeo e in tutte le relazioni dell’Unione. I due leader, precisa la fonte, hanno avuto anche un incontro bilaterale al termine della riunione degli amici della Coesione, in cui non sarebbe emerso nessun problema.
Acqua sul fuoco rispetto a quanto riportato da Politico che ha scritto che i due si sarebbero scontrati sulla decisione di Madrid di regolarizzare la posizione di circa 500.000 richiedenti asilo. Comunque sia andata, la distanza dei due Paesi su questi temi resta. Una posizione quella spagnola e francese, che però risulta evidentemente minoritaria in Europa.
Una posizione che non rispetterebbe neanche i desideri dei propri cittadini perché secondo un sondaggio di Swg commissionato da Will media, mostrato nella trasmissione di La7, Tagadà, più della metà dei cittadini spagnoli e francesi è favorevole all’attuazione dei centri di rimpatrio in Paesi terzi. Un dato più alto di quello italiano, in cui la fetta di popolazione che è favorevole si aggira intorno al 40% mentre circa il 25% sarebbe contrario. Ad ogni modo il tema migranti verrà ampiamente discusso a ottobre, quando è prevista una riunione strategica così come spiegato nelle conclusioni del vertice sul quadro finanziario pluriennale, migrazione, droghe e altri temi del vertice dei leader Ue a Bruxelles. Il Consiglio europeo ha fatto il punto sui progressi compiuti nell’ambito dell’agenda legislativa e nell’attuazione delle sue precedenti conclusioni e alla luce della recente lettera della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il Consiglio europeo sollecita la prosecuzione dei lavori intensificati su tutti i fronti, compresa la dimensione esterna e i partenariati globali, in linea con il diritto dell’Ue e internazionale.
Nigeriano tenta di strangolare bimbo. Tunisino cerca di violentare ragazza
Prima un bambino di dieci anni, poi uno di appena tre. Presi per il collo in un parco pubblico, davanti alle famiglie, in pieno giorno. Una scena che a Brescia, e non solo, nessuno riesce a togliersi dalla testa. Un video di pochi secondi, diffuso dal Tg1, mostra gli istanti successivi all’aggressione. Si vede un uomo agitato che cerca di divincolarsi dalla presa di chi lo ha fermato. Poi l’arrivo della polizia e il trasferimento in Questura. La polizia lo identifica: cittadino nigeriano di 29 anni con permesso di soggiorno ma con precedenti per droga. Lo straniero era nel parco Guido Alberini e, secondo gli investigatori, era «in evidente stato di alterazione psicofisica». A un certo punto, hanno raccontato i presenti, ha afferrato al collo i due bambini. Il primo sarebbe riuscito a sfuggire alla presa e a scappare. Il secondo, un bambino di tre anni, sarebbe stato invece afferrato con forza al collo, strattonato violentemente e scaraventato a terra. Gli investigatori parlano di un tentativo di strangolamento. Poi, uno dei presenti, Aslam Naveed, pakistano, si è lanciato contro il nigeriano. «L’ho messo a terra, l’ho stretto e ho detto a mia moglie di chiamare la polizia». Ma le ha prese anche lui: «Sono malato di cuore e mi ha colpito al petto, avevo dolore ma non l’ho lasciato andare», ha aggiunto Naveed. Poteva trasformarsi in una tragedia. Le accuse sono pesanti: lesioni personali aggravate, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Durante il fermo avrebbe infatti colpito gli agenti intervenuti con calci e pugni. Le notizie diffuse successivamente parlano anche di un disagio psichico. E siccome sono state avviate le pratiche per la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione, questo è un dettaglio che potrebbe avere un peso. Perché se dovesse finire in un Cpr qualche camice bianco (come è accaduto in modo seriale a Ravenna) potrebbe certificare l’incompatibilità con il trattenimento. Per ora il giudice ha disposto gli arresti domiciliari. Ma il caso merita particolare attenzione sul fronte giudiziario. I due bambini presi di mira non hanno riportato conseguenze fisiche e non hanno avuto giorni di prognosi. Ma l’episodio, considerato particolarmente grave, ha provocato sgomento in città. A intervenire è stata anche il sindaco di Brescia, Laura Castelletti: «Quanto accaduto al parco Alberini è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità». E, con una certa preoccupazione, ha richiamato anche la questione delle misure adottate nei confronti dell’aggressore: «In queste ore è stato annunciato l’avvio delle procedure per la revoca del permesso di soggiorno e per l’espulsione dell’uomo coinvolto. Allo stesso tempo, però, molti cittadini faticano a comprendere come, dopo un episodio di questo tipo, la persona si trovi agli arresti domiciliari in attesa di giudizio. È una situazione che evidenzia una distanza palese tra il sentimento diffuso nella popolazione e le risposte che lo Stato riesce a fornire di fronte a fatti che coinvolgono minori e suscitano sconcerto».
Lo Stato, in realtà, ha risposto subito. È la via giudiziaria quella che appare più scivolosa. Il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha definito la notizia «raccapricciante» e la situazione «inaccettabile», sostenendo che «non si può negare che esista un problema di ordine pubblico e sicurezza». Ma quello di Brescia non è stato ieri l’unico caso che ha alterato la quotidianità della città lombarde. A Ponteranica, alle porte di Bergamo, cambia lo scenario, ma resta la stessa sensazione di vulnerabilità.
Il pomeriggio di paura si è consumato all’interno di una palazzina. Una ragazza di 23 anni era sola in casa e si stava preparando per fare la doccia quando uno sconosciuto è entrato nell’abitazione.
Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l’uomo avrebbe prima scavalcato la recinzione della proprietà, poi raggiunto l’appartamento al primo piano e infine infranto una porta a vetri per fare irruzione. Una volta dentro avrebbe sorpreso la ragazza, l’avrebbe presa per i capelli, trascinata verso il giardino condominiale nel probabile tentativo di violentarla. Uno dei presenti ha raccontato che «lei urlava» e «chiedeva aiuto». Ma anche che «lui l’ha spogliata in un secondo». A salvarla sono state le sue urla. I vicini si sono precipitati all’esterno e hanno compreso immediatamente la gravità della situazione. Sono intervenuti. Uno di loro ha aperto una canna dell’acqua e ha puntato il getto contro l’aggressore, mentre gli altri l’hanno immobilizzato (anche con una corda che era in giardino) e lo hanno trattenuto fino all’arrivo dei carabinieri. Sul posto sono arrivati i militari del Radiomobile della Compagnia di Bergamo che hanno preso in custodia l’uomo, identificato come un cittadino di origine tunisina con lo status di richiedente asilo.
La ventitreenne è stata soccorsa dal personale sanitario e trasportata all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo per gli accertamenti e il supporto medico e psicologico. A raccontare quei momenti è il padre della ragazza. «Avevo appena finito di lavorare a Bergamo quando ho ricevuto la chiamata di mia figlia. Era disperata, gridava, diceva che c’era qualcuno in casa e mi chiedeva di venire subito. Mi sono precipitato a Ponteranica in tempo record e lì ho scoperto l’agghiacciante aggressione che aveva appena subìto, da uno sconosciuto che ha cercato di violentarla nel nostro giardino. Sono intervenuti i vicini che hanno fermato quell’uomo». In entrambi i casi, la differenza tra una tragedia e una notizia di cronaca l’hanno fatta le persone presenti sul posto.





