- Ursula: «Collaboriamo con Roma. Ogni Stato necessita di misure ad hoc». Disponibilità della presidente tedesca anche a revisione dei crediti per le emissioni. Giorgia: «Meccanismo perverso. Confido nel via libera dell’Ue». Foti e Urso: «Ascoltato il governo».
- Orbán blocca gli aiuti a Kiev, ira dei leader. Merz: «Sleale». Vance a Budapest a inizio aprile, a ridosso delle elezioni.
Lo speciale contiene due articoli.
Come previsto già dalle prime ore del Consiglio Ue, alla fine l’abolizione degli Ets, ossia il sistema di scambio delle quote di emissione, non è stata neanche discussa. A giugno si parlerà di una sua rimodulazione, ma l’impressione generale è che qualcuno abbia fatto il doppio gioco. L’Italia fin dall’inizio ha chiesto l’abolizione di questi strumenti, convinta che fosse la soluzione migliore per sollevare l’enorme pressione che grava oggi sulle imprese. Eppure, la maggior parte dei Paesi ha ragionato di rivedere gli Ets, non di abolirli, ma con calma, prima dell’estate.
Lo sforzo dell’Italia è stato notevole e qualcosa si è riuscito a ottenere. «Abbiamo portato a casa il risultato che era per noi irrinunciabile e sono soddisfatta di questo lungo Consiglio europeo», ha detto il premier Giorgia Meloni a Bruxelles nella notte tra giovedì e sabato. Scartata l’abolizione degli Ets, si puntava alla revisione. «Siamo riusciti a ottenere la possibilità per gli Stati membri di negoziare con la Commissione per affrontare le distorsioni che alcune regole europee producono», ha aggiunto ieri intervenendo in Rai. «Una di queste, e chiaramente è il nostro obiettivo, è l'Ets, una tassa sulle forme più inquinanti di energia che finisce per determinare un aumento del costo anche per quelle meno inquinanti». «Con il decreto bollette», ha continuato, «puntiamo alla sospensione di questo meccanismo perverso, ma serve un via libera della Commissione europea. E quello che c'è scritto nelle conclusioni del Consiglio ci dà la possibilità di ottenere quel via libera». Per la revisione sistemica, invece, Meloni guarda al prossimo vertice, previsto il 18 e 19 giugno.
«Le conclusioni del Consiglio europeo vanno nella direzione indicata dal governo italiano, grazie un’intensa azione diplomatica del presidente Meloni fatta di pragmatismo e buon senso», ha spiegato l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, «l’Europa si muove sulla strada indicata dall’Italia». Ha parlato di «una svolta storica» in merito «al riconoscimento che la prossima revisione dell’Ets affronterà, da subito, proprio le questioni rilevanti per il nostro Paese, come l’estensione delle quote gratuite per le industrie energivore e la volatilità del prezzo degli Ets, condizionata anche dalla speculazione finanziaria. Altrettanto significativo è che la Commissione lavorerà già da lunedì con il nostro governo proprio su quanto previsto dal decreto Bollette per affrontare le specificità italiane». Tradotto: il governo incassa una prima apertura al decreto Bollette, non ancora notificato a Bruxelles.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che inizialmente sembrava aperturista sull’abolizione dello strumento finanziario, ha poi virato per una sua modulazione. Anche lui si è mostrato soddisfatto della sua possibile revisione, e esaltandone però la funzione. «Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è un grande successo. Esiste ormai da più di 20 anni, è un sistema basato sul mercato, aperto a diverse tecnologie», ha detto, aggiungendo che l’Unione europea intende apportare «alcuni aggiustamenti» volti «a migliorare e preservare l’Ets, e non di un cambiamento fondamentale che incide sul cuore del sistema». Infine precisa: «Le misure destinate a beneficiare i singoli Stati membri particolarmente colpiti dagli alti prezzi dell’energia sono fatte su misura, mirate e di natura temporanea: riteniamo che questo sia l’approccio giusto».
Merz alla fine diventa così un alleato in più contro il muro «green» di Paesi nordici, Spagna e Portogallo, rafforzato dall’affondo di Pedro Sánchez contro chi «usa la crisi in Medio Oriente per indebolire la politica climatica» e dalla linea del neo premier olandese Rob Jetten, che non è disposta a retromarce.
L’Italia, insieme ai leader di Visegrád, Austria, Croazia, Grecia, Romania e Bulgaria, ha chiesto anche interventi europei incisivi per raffreddare i prezzi e una proroga delle quote gratuite per le industrie energivore. Un’esortazione affiancata dal presidio della linea intransigente rappresentato da Confindustria che, per bocca del presidente Emanuele Orsini, a Bruxelles ha lanciato un «grido d’allarme», chiedendo il congelamento dell’Ets e riportando al centro il tema del debito comune, per evitare che il ricorso ai soli aiuti di Stato finisca per penalizzare ulteriormente l’Italia, frenata dal deficit di bilancio da tenere sotto sorveglianza.
Nell’immediato, è pronto il via libera a una massiccia flessibilità sugli aiuti di Stato per l’industria, già ampiamente utilizzati durante la pandemia e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Ai Paesi membri è stato raccomandato di effettuare «interventi mirati» di stampo nazionale su tasse, reti e sostegno alle industrie energivore. Nel medio periodo, la strada resta quella spiegata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: più indipendenza energetica e puntare ancora su rinnovabili e, per fortuna, anche sul nucleare.
In Italia le conclusioni del Consiglio Ue vengono interpretate dalle opposizioni come una sconfitta: «A questo punto il decreto Bollette non è più sostenibile nella sua impostazione attuale», controbatte Sergio Costa del Movimento 5 stelle. Perché «nasce dall’idea di sterilizzare l’Ets, un’opzione che l’Europa ha respinto».
Orbán blocca ancora gli aiuti a Kiev: «Prima garanzie sul greggio russo»
Le tensioni tra l’Unione europea e l’Ungheria hanno raggiunto l’apice dopo che il premier ungherese Viktor Orbán non ha concesso il via libera al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina.
Durante il Consiglio europeo, infatti, non è arrivata la fumata bianca. A pesare sul veto di Budapest è l’interruzione della fornitura di petrolio che proviene dall’oleodotto di Druzhba attraverso l’Ucraina. L’impianto, dopo essere stato preso di mira dai raid russi, è fuori uso da due mesi perché, a detta dell’Ungheria, Kiev non ha ancora voluto rimetterlo in moto per ragioni politiche. Dunque, nonostante la promessa recente del presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, di riparare l’oleodotto in sei settimane, Orbán è stato inflessibile: «Quello che ho fatto oggi (giovedì, ndr) è stato spezzare il blocco petrolifero imposto da Zelensky. Ho difeso gli interessi del Paese». Peraltro, il premier ungherese ha sottolineato: «Non si tratta solo di far arrivare il petrolio da noi, dobbiamo anche ottenere garanzie dall’Ucraina che questo non accadrà di nuovo».
Ma il dossier relativo a Kiev si intreccia con quello mediorientale sulla questione energetica. E quindi, dopo il rifiuto poco lungimirante di Bruxelles ad aprire al gas e al petrolio di Mosca, Orbán è apparso ancora più intransigente. A tal proposito, ha commentato: «Il comportamento e la strategia degli europei in questo caso sono semplicemente folli» visto che i Paesi dell’Ue hanno bisogno del greggio russo per «sopravvivere».
Che la tensione si tagliasse col coltello, durante il Consiglio, è evidente dalle parole del primo ministro olandese, Rob Jetten: l’atmosfera è stata «gelida». A svelare il dietro le quinte è stato Politico: all’invettiva contro Orbán capeggiata dal presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, sarebbe corrisposta una maggiore comprensione sulle vedute ungheresi da parte di alcuni premier, tra cui Giorgia Meloni e il belga Bart De Wever. Meloni ha però smentito questa versione: «Ho letto delle ricostruzioni bizzarre su quello che avrei detto. Ho sempre detto che la questione è risolvibile e per farlo serve flessibilità».
Di certo, la reazione dei leader europei è stata veemente. Costa ha dichiarato che «nessuno può ricattare le istituzioni europee». Il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha puntato il dito contro Orbán per «non aver rispettato la parola data». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha affermato che il veto, arrivato dopo il consenso formale a dicembre, «costituisce una grave violazione della lealtà tra gli Stati membri». Per il presidente francese, Emmanuel Macron, l’accordo sul prestito «deve essere attuato senza indugio».
La questione sarà di nuovo al centro del dibattito tra almeno un mese, con i leader del Vecchio continente che auspicano l’assenza di Orbán visto che le elezioni in territorio ungherese sono alle porte. «Sperano che il 12 aprile ci sarà un cambio in Ungheria e che si formerà un governo filo-Bruxelles e filo-ucraino», ha detto in merito il primo ministro ungherese. Che ha pure rincarato la dose: «Abbiamo molte carte in mano. Il 40% dell’approvvigionamento elettrico dell’Ucraina passa attraverso l’Ungheria» e, se l’Ue «vuole dare soldi all’Ucraina nel prossimo bilancio settennale, noi non lo approveremo».
A sostenere la rielezione di Orbán sono i leader oltreoceano. A inizio aprile, il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, dovrebbe arrivare in Ungheria per ribadire il suo appoggio. Il viaggio arriva a distanza di un mese da quello del segretario di Stato americano, Marco Rubio. A unire i due Paesi è peraltro la comune visione sulla riapertura al gas russo per far fronte alla crisi energetica. Nel frattempo, oggi Budapest accoglierà il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che si incontrerà con il leader ungherese.
- Al Consiglio europeo Meloni spinge, insieme ad altri nove Paesi, per mitigare l’impatto dell’Ets sui prezzi energetici. Merz però per adesso non si espone. Confindustria: «Stop al meccanismo, è problema serio».
- Buttarsi a capofitto sulle rinnovabili rimane una strategia da kamikaze. Il panico da guerra ignora i limiti delle fonti green e la rischiosa dipendenza dalla Cina.
Lo speciale contiene due articoli.
In Europa è battaglia dura sugli Ets, l’Emissions Trading System, il sistema di scambio delle quote di emissione di Co2, introdotto dall’Unione europea come uno dei principali strumenti di politica climatica per ridurre l’impatto ambientale delle attività industriali. L’Italia guida il fronte di chi intende abolirli. Insieme ad altri nove Paesi Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, si chiede una «revisione approfondita» di questo strumento. L’obiettivo è quello di sollevare l’industria in questo momento così difficile. Di questo ha parlato Giorgia Meloni ieri prima del Consiglio Ue con il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il primo ministro belga Bart de Wever. La riunione si è concentrata sui temi urgenti: il conflitto in Medio Oriente e le sue conseguenze sul mercato globale delle fonti energetiche e sulle possibili iniziative da adottare rapidamente per contenere la spinta dei prezzi dell’energia. L’Italia spinge per l’abolizione degli Ets, ma in quest’incontro non è riuscita a trovare sponde. Sintonia invece in tema di semplificazione, mercato unico e investimenti.
«Chiediamo un intervento di sospensione, almeno per quanto riguarda gli aspetti legati all’energia elettrica», ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlando con la stampa a Bruxelles. L’Europa però si è spaccata. Germania e Francia vorrebbero preservare lo strumento degli Ets. Il presidente francese Emmanuel Macron ha spiegato di voler tenere questo meccanismo perché, «consente di effettuare la transizione preservando la competitività e quindi di conciliare i nostri obiettivi di competitività e di clima». Tuttavia «nel contesto attuale», secondo il presidente francese bisogna «trovare flessibilità ed elasticità che consentano di rispondere alla crisi» ma anche «mantenere la struttura, la filosofia, l’approccio e non perdere di vista proprio ciò che è importante anche per gli europei». D’altronde il commissario all’Energia, Dan Jorgensen in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera ha spiegato di voler puntare su questo strumento anche lui e che all’ultimo Consiglio Energia la grande maggioranza dei Paesi membri era «favorevole a mantenere la rotta attuale». Ha spiegato di voler puntare ancora sulle rinnovabili perché «se vogliamo davvero porre fine alla nostra esposizione ai mercati globali volatili, la decarbonizzazione e una maggiore produzione interna di energia pulita rappresentano la strada migliore».
Sulla linea italiana si schiera il premier ceco Andrej Babis che entrando alla riunione del Consiglio europeo ha detto: «L’unica soluzione è rivedere il sistema Ets, è la soluzione più rapida» perché tutte le altre proposte dall’integrazione del mercato unico all’unione del mercato dei capitali, passando per autostrade energetiche e tecnologie, «richiederanno molto tempo. E l’unica che stiamo proponendo è esentare l’industria ad alta intensità energetica dal sistema Ets-1 dal sistema di quote» perché «è l’unica via». Babis, poi, spiegando che «l’industria ceca ha pagato 13 miliardi di euro per le quote Ets» ha ricordato il rapporto Draghi: «Diceva chiaramente che l’industria metallurgica e altre industrie stanno perdendo capacità. E naturalmente non sono competitive contro Cina e Stati Uniti». Per il premier spagnolo Pedro Sánchez invece «il sistema Ets è uno dei pilastri della politica climatica europea e mondiale. Noi siamo aperti ad una qualche riforma che possa adattarli a questa congiuntura, ma non certo ad un suo smantellamento. Anzi, va rafforzato» ha avvertito arrivando al Consiglio europeo.
Nella bozza finale delle conclusioni del Vertice Ue viene indicato che «i recenti picchi nei prezzi dei combustibili fossili importati dimostrano che la transizione energetica rimane la strategia più efficace per raggiungere l’autonomia strategica dell’Europa, rafforzare la resilienza, ridurre strutturalmente i prezzi dell’energia e fornire l’energia pulita, abbondante e prodotta internamente necessaria per alimentare l’economia del futuro». Insomma non si è trovata unità per sospendere il sistema Ets come ha chiesto l’Italia. Il messaggio che si vuole far passare è: abbiamo i mezzi per fronteggiare la crisi. Secondo quanto aveva già anticipato il presidente della Commissione Ursula von der Leyen la strategia è quella di ricorrere a contratti a lungo termine per disaccoppiare i prezzi dell’energia industriale dal mercato all’ingrosso e permettere aiuti di Stato per «fornire un sollievo immediato sui prezzi dell’elettricità ai settori ad alta intensità energetica più colpiti». Lo stesso è possibile per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti. Ci sarà più flessibilità. Tuttavia quella degli aiuti pubblici è una scelta che mette gli Stati più indebitati in una posizione difficile e svantaggiosa: chi ha spazio di bilancio per agire può farlo, chi non ce l’ha (come l’Italia) non potrà avvalersene. Intanto sono chiaramente gli industriali a protestare per primi. «Chiediamo la sospensione dell’Ets e il nostro è un grido d’allarme» così Emanuele Orsini, in un punto stampa a Bruxelles.
Buttarsi a capofitto sulle rinnovabili rimane una strategia da kamikaze
Un vantaggio che esiste solo perché il rivale sta male non è un vantaggio, è una circostanza. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz e i bombardamenti sugli impianti di gas e petrolio nel Golfo Persico, in quanto gravi e straordinarie anomalie, rendono subito più costosi petrolio e gas. Ed ecco che le energie rinnovabili sembrano improvvisamente molto convenienti. «Sappiamo per certo che ci sono due cose che faranno abbassare i prezzi dell’energia in Europa: più rinnovabili il più velocemente possibile» ha detto due giorni fa Dan Jorgensen, commissario europeo per l’Energia.
Questa convenienza non nasce però da un cambiamento nei fondamentali energetici, bensì da una distorsione patologica del mercato. La convenienza relativa può migliorare, ma la condizione che la produce è eccezionale e temporanea. In condizioni normali i combustibili fossili rimangono imbattibili per densità energetica, trasportabilità, erogabilità e costo marginale di produzione. È su quel prezzo, non sul prezzo che emerge in tempo di guerra, che si costruiscono le politiche industriali. La normalità è un concetto statistico. Nonostante tutto, gas, petrolio e carbone rappresentano ancora la stragrande maggioranza dei consumi primari di energia, in tutto il mondo.
Nel periodo tra il 2010 e il 2020 il prezzo medio del gas sul mercato Ttf si è mantenuto generalmente stabile in un intervallo compreso tra 15 euro/MWh e 25 euro/MWh. Tanto è vero che per spingere le aziende a non utilizzare più il gas si è creato il mercato dell’Ets, che al prezzo del combustibile aggiunge una tassa al fine di rendere le fonti rinnovabili più competitive. Si tratta di una prima distorsione introdotta ex lege per orientare i consumi, con un fine politico.
È solo a seguito della turbativa nei rapporti con la Russia che i prezzi del gas in Europa si sono alzati a livelli straordinari. Così come oggi è una nuova guerra a provocare rialzi consistenti.
Si dirà che non si può ridurre la questione solo in termini di costi e che occorre rendersi indipendenti energeticamente. È un ragionamento corretto, ma attenzione alle illusioni ottiche. Se è vero che le fonti rinnovabili (che peraltro richiedono prima l’elettrificazione dei consumi energetici, altro passaggio epocale e costoso) non hanno necessità di combustibili, è altrettanto vero che le relative tecnologie e materiali sono un monopolio di fatto di un grande paese asiatico, la Cina. E sostituire la dipendenza dai combustibili fossili con una dipendenza dalle terre rare cinesi, per esempio, non appare un grosso passo avanti. Non è passato molto tempo da quando Pechino ha ridotto l’export di certi materiali mettendo in crisi gli obiettivi di sviluppo di fonti rinnovabili in Europa. Né da quando l’Unione europea, improvvisamente consapevole del vicolo cieco in cui si è infilata, ha emesso regolamenti per cercare di costruire in casa propria le filiere sui materiali critici. Senza riuscirvi ed essendone molto, molto lontana.
Le rinnovabili sono un complemento importante nell’ottica di una integrazione in un portafoglio equilibrato e diversificato di fonti energetiche. Ma non si può pensare di costruire un intero sistema energetico solo su quelle. Persino la Cina, indicata come pioniera nelle fonti rinnovabili, prevede ancora un quarto del suo consumo primario di energia al 2060 fatto da carbone, gas e petrolio, con il nucleare in grande evidenza.
Le fonti rinnovabili restano appesantite dai loro limiti strutturali, dalla producibilità ai costi di integrazione. Per forzare il cambio verso le rinnovabili serve mantenere un mercato del carbonio robusto, con prezzi alti della CO2, ma in un contesto di prezzi energetici alle stelle, un Ets costoso non produce transizione verde, bensì deindustrializzazione.
Una transizione forzata da un’emergenza geopolitica temporanea, che scambia la distorsione eccezionale per segnale strutturale, assomiglia più al panico che ad una visione strategica. Ciò di cui il sistema industriale ha bisogno adesso è energia abbondante che mantenga i prezzi bassi e permetta all’economia reale di respirare, poiché la scarsità energetica produce recessione, non transizione verso il green. Per molte applicazioni industriali l’elettrificazione dei consumi è impraticabile e il passaggio all’auto elettrica è in un costoso pantano da cui non si sa come uscire, se non forse con la riduzione della mobilità personale e il predominio industriale della Cina. Qualcuno ha detto, in questi giorni, che il sole non passa dallo Stretto di Hormuz. È vero, passa soprattutto da Pechino.
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