Barbara D’Urso ha aspettato quasi tre anni per presentare causa a Mediaset, l’azienda per la quale ha lavorato per oltre vent’anni. Come è noto, la sua caduta nei rapporti col Biscione è iniziata il giorno del funerale di Silvio Berlusconi quando, intervistata dai cronisti, decise di impegnare i minuti dei microfoni accesi per parlare anche del proprio programma. Tempo poche settimane e si ritrovò fuori dall’azienda.
E così, dopo tre lunghi anni, ieri la D’Urso ha deciso di fare causa a Mediaset. La conduttrice avrebbe scelto di portare il Biscione in tribunale dopo il fallimento della procedura di mediazione con la società. Tra le altre cose, la conduttrice attenderebbe le scuse per un post sui social del profilo ufficiale «Qui Mediaset» nel quale veniva insultata per aver inviato un videomessaggio alla concorrenza di Domenica In, Rai 1. Poco dopo, il commento fu rimosso e Mediaset sostenne di avere subito un hackeraggio: «Abbiamo rilevato un accesso anomalo al nostro profilo. A seguito dell’intervento tecnico necessario, potremo avere malfunzionamenti dell’account. Ci scusiamo per il disagio».
Gli avvocati contesterebbero anche il mancato corrispettivo dei diritti d’autore per i programmi da lei firmati come autrice in 16 anni di lavoro e per il format di sua proprietà Live Non è la D’Urso.
Con l’occasione la D’Urso ha deciso anche di togliersi qualche sassolino dalle scarpe denunciando di aver sempre dovuto comunicare la lista degli ospiti per avere l’approvazione di Silvia Toffanin e di Maria De Filippi. Oggi la Fascino (la società di produzione di Maria De Filippi) fa sapere che non sono mai esistite liste di ospiti preventivamente approvate per andare in altri programmi, smentendo di fatto quanto sostenuto dai legali della conduttrice.
Andrea Di Porto, avvocato di Mediaset, ha fatto sapere che «l’azienda respinge ogni addebito mosso dalla signora D’Urso» e che la ricostruzione dei fatti sia «strumentale e non corrispondente alla realtà». Pertanto «le pretese risarcitorie della conduttrice sono del tutto infondate». Mediaset, ha proseguito poi l’avvocato, «ha sempre agito nel rispetto degli obblighi assunti e in conformità con la propria linea editoriale, pertanto è fiduciosa sull’esito positivo della controversia».
La reazione di Cologno Monzese è decisamente dura: «In fase di rinnovo del contratto, nel 2023 è stata proposta a D’Urso la prosecuzione di Pomeriggio 5. Il rinnovo non si è concretizzato a fronte della pretesa da parte di D’Urso della conduzione di due prime serate, non ritenute compatibili con le esigenze di palinsesto». L’allontanamento della conduttrice non ha «niente a che fare con il cambio della linea editoriale». Infine i soldi. L’azienda sostiene che solo grazie ai contratti la conduttrice ha raggiunto «una cifra vicina ai 35 milioni di euro per i suoi anni di collaborazione con Mediaset, ai quali sono da aggiungere gli introiti ricevuti dagli investitori pubblicitari, che non sono quantificabili». Inoltre «nel 2003 Pier Silvio Berlusconi e l’azienda le affidarono la conduzione del Grande Fratello, programma di punta della rete, offrendole la possibilità di tornare in onda in un momento in cui era ferma da anni».
La D’Urso, dopo aver lasciato Mediaset, è comparsa solo poche volte in televisione. Salvo la partecipazione come concorrente di Ballando con le stelle e poche altre comparsate. Secondo molti, la D’Urso vorrebbe continuare a fare televisione, magari con un ruolo di primo piano. Ed è per questo che si pensa che sia pronta a tirare fuori qualcosa dal suo cilindro. E la causa contro Mediaset potrebbe essere solo l’inizio del suo rilancio.
È in Europa che il governo sta cercando risposte per la grave situazione economica ed energetica globale scatenata dalla guerra. Giorgia Meloni, a margine del vertice informale Ue di Cipro, è stata chiara: «Sarebbe un errore se credessimo di dover seriamente affrontare queste questioni solo quando siamo arrivati “oltre”, come in passato; perché quando ci si muove troppo tardi, il prezzo che si paga è più alto».
Il presidente del Consiglio fa riferimento alla sospensione del Patto di stabilità, negata per il momento dalla Commissione europea che considera lo scenario non sufficientemente grave. Eppure la questione è diventata ancora più urgente almeno per l’Italia, dal momento che si è appreso che non uscirà dalla procedura d’infrazione, nonostante tutti gli sforzi, per un banale 0,1%. «Nella proposta della Commissione si parla di una flessibilità sugli aiuti di Stato», ha detto Meloni commentando, «ok, ragionevole, corretto. Ma noi sappiamo che quando si parla di aiuti di Stato lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti e quindi, ovviamente, in quel caso bisogna ragionare su un modello per cui anche queste spese non vengano conteggiate, per esempio come si fa con il Safe sulle spese di Difesa».
Meloni ha chiarito che l’emergenza, almeno in Italia, è legata all’autotrasporto: «Tutti capiscono, ovviamente, che di fronte a una situazione che sfugge di mano su quel settore, noi ci ritroviamo con un aumento che rischia di impattare su tutti i beni di consumo e quindi diventa un problema di inflazione». Qui il ragionamento: «Tenere a bada l’inflazione non era una priorità dell’Unione europea? Perché se non si risponde per tempo su questi temi, rischia di farci molto male». Meloni sul punto si mostra decisa e a chi le chiede se andrà avanti a chiedere lo scostamento di bilancio risponde: «A oggi non stiamo escludendo niente, ovviamente la nostra priorità è dare delle risposte, però preferiremmo farlo in una cornice, diciamo, più confortevole». Anche perché, «abbiamo oggettivamente la priorità delle spese energetiche, ho la priorità di dare risposta ai bisogni dei cittadini. Poi chiaramente vogliamo mantenere tutti i nostri impegni e fare un lavoro che abbiamo sempre considerato importante e che consideriamo importante, dipende però da quali sono le priorità che dobbiamo affrontare».
Infine, sui conti pubblici italiani ha chiarito che «sono molto in ordine», al contrario di quello che vogliono far intendere le opposizioni. «Quando ci siamo insediati avevamo un deficit all’8,1%, oggi ce l’abbiamo al 3,1%. La previsione del governo era il 3,3%, abbiamo fatto meglio delle nostre stesse previsioni. Avrei voluto scendere sotto il 3%? Certo, avrei voluto fare ancora meglio, ma nessuno può dire che l’Italia oggi non ha i conti in ordine».
C’è da mettere in evidenza infatti che l’Istat ha mostrato una ingiustificata rigidità, pur sapendo quanto avvenuto negli anni passati con le prime stime del Pil. Infatti, secondo l’Osservatorio sui sonti pubblici italiani (Ocpi), think tank indipendente dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano diretto da Carlo Cottarelli, l’Istat ha mostrato, dati alla mano, una tendenza a sottostimare che è aumentata negli ultimi anni. Così anche nell’ultimo anno perché nel 2025 il Pil è stato stimato in 2.258 miliardi. Sarebbero stati sufficienti poco più di 20 miliardi in più per avere un rapporto deficit/Pil che avrebbe consentito all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione. 20 miliardi che corrispondono allo 0,9% del Pil. «Finirò di pagare i debiti del Superbonus alle Politiche. E quindi qualcuno ha lasciato dei debiti che il governo successivo doveva per cinque anni ripagare, e questo purtroppo pesa. Un impatto di 140 miliardi è un impatto importante, perché sono 40 miliardi l’anno, 38 miliardi l’anno, 35 miliardi l’anno... e impattano. Certo, io faccio leggi di bilancio da 18 miliardi...». E qui il riferimento a Giuseppe Conte non è affatto casuale.
- Il ministro: «Con questi costi le aziende non possono asfaltare le strade. Per farlo c’è da litigare con l’Unione». Pesanti le ricadute sull’edilizia. Il vicepremier assicura: «Farò di tutto per evitare il b.locco dell’autotrasporto».
- Farmindustria: «Filiera sotto pressione per il conflitto». Federfarma: «Non serve fare scorte». Marcello Gemmato (Fdi): «Se cessassero le forniture di Cina e India, sarebbero guai».
Lo speciale contiene due articoli
Si allarga la mappa dei settori sui quali sta impattando la crisi energetica causata dalla guerra in Iran. Anche le grandi opere, le infrastrutture e l’edilizia rischiano di essere travolte dall’aumento dei prezzi dei materiali legati al petrolio o in transito dallo Stretto di Hormuz. Il bitume è aumentato del 70%. «Questo vuol dire che le aziende non possono asfaltare le strade», è l’allarme lanciato dal ministro per i Trasporti, il vicepremier Matteo Salvini, che domanda in modo provocatorio: «Quindi cosa si fa? Non asfaltiamo più le strade a Firenze in Italia perché a Bruxelles hanno deciso che non le dobbiamo più asfaltare? Ce ne freghiamo e lo facciamo lo stesso, però significa litigare». E mette il dito nella piaga: «Non basta lo sconto accise. Certo, è meglio pagare 25 centesimi in meno che in più, ma non è sufficiente».
Il tema è sempre quello della possibilità di allentare i vincoli di bilancio previsti dal Patto di stabilità, con la tagliola del rapporto deficit-Pil non oltre il 3%, che invece per Bruxelles sono indiscutibili. Come non si toccano le scadenze della transizione energetica.
Già nei giorni scorsi l’Ance, l’associazione dei costruttori, aveva parlato di rincari fino al 40% nei derivati del petrolio e nei materiali legati all’energia come rame, alluminio, conglomerati bituminosi e cementizi, che mettono a rischio i cantieri. Tutto il comparto delle costruzioni potrebbe subire rallentamenti o essere soggetto ad aumenti che si andrebbero a scaricare prima sulle aziende e poi sugli utenti. Significa rincari per le ristrutturazioni degli edifici e per i prezzi delle nuove abitazioni.
Sono situazioni legate soprattutto alla difficoltà di risolvere nel breve tempo la crisi nel Golfo. Confindustria traccia tre tipi di scenari, proprio legati alla tempistica del conflitto. «Se la guerra si fosse conclusa velocemente saremmo allo 0,5% del Pil, se dovessimo continuare così per ancora altri tre mesi saremmo a uno zero, se arriviamo a fine anno c’è il rischio, quasi con certezza, della recessione», ha affermato il presidente degli industriali, Emanuele Orsini.
Ma al di là delle ipotesi, c’è l’emergenza trasporti sul tavolo del governo. Ieri si è svolto, al ministero dei Trasporti, l’incontro con le principali associazioni dell’autotrasporto. Al centro del dibattito, l’impatto dell’aumento dei costi energetici sulle imprese e le ripercussioni sull’intero sistema produttivo. È stato analizzato il fabbisogno reale delle imprese per definire interventi strutturali nelle prossime settimane. Contenere l’impennata dei costi dei carburanti è una priorità. Parallelamente, è emersa l’esigenza di contrastare la speculazione. Salvini ha detto che vuole evitare lo sciopero di fine maggio, «che significa avere i negozi vuoti e bloccare l’Italia», e si attende un segnale da Bruxelles, considerato che l’aumento del gasolio è il più alto degli ultimi 30 anni, «altrimenti procediamo da soli».
La categoria ha posizioni diverse sullo sciopero. Assotir è contrario e ha proposto di creare un punto di monitoraggio del mercato presso il Porto di Civitavecchia, presso il quale segnalare, anche in forma anonima, le anomalie, e sollecitare l’intervento dell’Antitrust per contrastare la speculazione lungo la filiera. Secondo Claudio Donati, segretario nazionale del sindacato di categoria, «il credito d’imposta e il taglio delle accise non sono sufficienti per compensare l’impennata dei costi del gasolio».
«Ogni giorno», ha sottolineato Patrizio Loffarelli, rappresentante dell’autotrasporto presso l’Adsp del Mar Tirreno centro settentrionale, «i prezzi dei beni di consumo aumentano con la scusa dei maggiori costi di trasporto, ma i trasportatori lamentano di non riuscire a coprire i maggior costi. Qualcosa non torna: i trasportatori non hanno modificato le tariffe. Bisogna vigilare sulle potenziali distorsioni del mercato».
Altro settore caldo è quello dei voli. Secondo i dati elaborati da Cirium, le prenotazioni dall’Europa verso gli Stati Uniti hanno registrato un calo del 15,34% su base annua, di poco inferiore la contrazione dei flussi nella direzione opposta, pari all’11,19%, a cui si aggiungono dati sempre a livello internazionale che parlano di una flessione compresa fra il -14% e il -7% sulle tratte transatlantiche.
L’Agenzia internazionale dell’energia, continua a dire che l’Europa dispone di scorte per circa sei settimane. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jørgensen, ha paragonato l’attuale scenario a una combinazione letale tra lo shock petrolifero del 1973 e la crisi dei prezzi del 2022. E ha spiegato che «anche se la pace tornasse domani, servirebbero anni per ricostruire le rotte del gas».
Dagli Stati Uniti invece arrivano messaggi meno pessimisti. Secondo il segretario all’Economia, Scott Bessent, «quando finirà la guerra in Iran la benzina costerà meno di prima del conflitto». Affermazioni in contrasto con quelle del segretario all’Energia, Chris Wright, secondo il quale ci vorrà almeno un anno affinché i prezzi della benzina calino.
E c’è anche un’emergenza farmaci
I farmaci costano di più e l’approvvigionamento comincia a essere a rischio. L’allarme è stato rilanciato da Farmindustria, che addebita al blocco dello Stretto di Hormuz la responsabilità di un principio di una nuova carenza di medicinale in Italia e in Europa.
L’effetto della guerra tra Iran e Usa ha causato «uno stress per le filiere del farmaco» spiega Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, aggiungendo che «ci sono stati ulteriori incrementi del 25% sull’alluminio, del 15% sugli ingredienti attivi, del 25% sul vetro. L’alluminio non è estratto in Europa, ma viene da Cina, India e Australia. Nel momento in cui si è presentata questa quarta crisi energetica, vengono ridotti i volumi perché si scatena l’accaparramento. Noi cerchiamo di gestire la situazione diversificando l’approvvigionamento, ma ci sono dei limiti oggettivi». È per questo che Federfarma invita la popolazione a non fare scorte, chiarendo che dal loro punto di vista non ci sarebbe una stretta emergenza nell’immediato. «Nessuna carenza generalizzata di medicinali sul territorio, ma solo eventuali difficoltà temporanee legate a produzione, distribuzione o picchi di domanda». Eppure, lo stesso allarme è stato dato anche da Pierluigi Petrone, presidente di Liphe (Logistica integrata pharma healthcare), che ha spiegato che il 76% dei principi attivi che curano l’80% delle malattie croniche proviene da quell’area: «Per ora le scorte tengono, ma se il conflitto si prolungasse per alcune settimane le scorte ospedaliere di alcuni medicinali a breve durata potrebbero iniziare a scarseggiare».
Il rischio è concreto perché in India si produce il 20% dei farmaci generici e si importa annualmente 4,35 miliardi di dollari in principi attivi farmaceutici, il 74% dei quali dalla Cina». L’Europa, con la sua proposta di regolamento del Critical Medicines Act, mostra che quasi il 70% dei farmaci dispensati nella regione è costituito da generici, e che la produzione dei loro ingredienti si è nel tempo spostata fuori dall’Unione.
Insomma, la carenza di farmaci, come scriviamo da anni sulla Verità, in Europa non è più un fenomeno occasionale ma una criticità strutturale. Un nuovo report del Pharmaceutical group of the European union (Pgeu), presentato al Parlamento europeo e basato sui dati raccolti in 27 Paesi dell’Unione europea e dell’Efta, segnala che in diversi Stati membri oltre 600 medicinali risultano attualmente carenti.
Secondo il rapporto, il 96% dei Paesi intervistati segnala carenze di medicinali e nel 70% dei casi la situazione resta stabile a un livello considerato inaccettabile. In più di un terzo dei Paesi analizzati il numero di farmaci indisponibili supera le 600 unità. Il documento evidenzia inoltre che le carenze non rappresentano più interruzioni episodiche ma una caratteristica persistente del panorama farmaceutico europeo. Il dato più preoccupante riguarda il tipo di farmaci coinvolti. Le difficoltà di approvvigionamento colpiscono sempre più spesso terapie clinicamente critiche e quindi farmaci salvavita. E non c’è da star tranquilli, considerato che i precursori chimici necessari per sintetizzare metanolo e glicole etilenico (principi attivi) dipendono da India e Cina, che li utilizzano per produrre la gran parte dei farmaci generici mondiali. Purtroppo India e Cina sono anche tra i Paesi più esposti al blocco del canale di Hormuz. Secondo il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, «se dovessimo avere un incidente diplomatico con questi Paesi, o se banalmente dovessero smettere di inviarci principi attivi, avremmo l’orizzonte di qualche settimana per curare gli italiani e dopo rimarremmo senza farmaci».





