Crisi internazionale e crisi energetica. Soprattutto questo sul tavolo del vertice di maggioranza che si è svolto ieri a Palazzo Chigi. Con Giorgia Meloni, a fare il punto sulle priorità, il vicepresidente del Consiglio e segretario di Forza Italia Antonio Tajani, il vicepresidente del Consiglio e segretario della Lega Matteo Salvini e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi.
«Il nucleare non è una scelta, non è un’opzione, è un obbligo, è un dovere» ha detto Salvini commentando i contenuti della riunione di maggioranza. «Abbiamo tutta l’intenzione di accelerare sul nucleare, perché sono passati troppi mesi, e quindi arrivare entro la fine di quest’anno a un quadro normativo che permetta dal 1° gennaio 2027 alle imprese che vorranno di investire per nucleare in Italia. I tecnici dicono che poi nell’arco di 5-6 anni ci sarà la prima energia pulita prodotta col nucleare, perché non possiamo rimanere l’unico grande Paese al mondo senza energia nucleare».
Nella riunione si è parlato anche della necessità di lavorare in Europa per un trattamento di favore agli investimenti sull’energia, nei vincoli di bilancio, sulla falsa riga di quanto accade per la difesa. I leader hanno anche ribadito la necessità di lavorare per un cessate il fuoco duraturo in Medio Oriente cui si associ il rafforzamento della missione Unifil in Libano. Quanto al decreto Bollette, dopo che la Commissione Ue ha detto che non si può intervenire su schemi che riguardano gli Ets, Salvini ha spiegato che il governo farà tutto quello che è legalmente possibile per aiutare cittadini e imprese in difficoltà per i costi dell’energia, «piaccia o non piaccia a Bruxelles» perché «la Commissione sbaglia e non capisce il momento di difficoltà che stiamo vivendo». A chi gli ha chiesto delle nomine risponde tranchant: «Non abbiamo minimamente parlato».
Insomma sulle nomine la quadra ancora non si è trovata. A bloccare tutto ci sarebbe quella di Federico Freni a presidente della Consob. Un nome su cui Forza Italia starebbe ancora facendo delle riflessioni. Il problema è che una nomina in stallo sta bloccando a cascata anche tutte le altre designazioni. L’esecutivo prende tempo ma rischia anche di perderlo e ancora una volta a trovare la sintesi ci penserà il presidente del Consiglio Meloni. L’auspicio è che lo faccia in tempo per il Consiglio dei ministri di oggi, anche se resta difficile.
L’esecutivo procede intanto con la riforma della legge elettorale ribadendo la disponibilità a confrontarsi con le opposizioni per la stesura di un testo che sia il più possibile condiviso. Lupi sulla legge elettorale ha detto: «Abbiamo condiviso di andare avanti, perché c’è bisogno di una legge elettorale che dica subito chi ha vinto e chi ha perso nel nostro paese e garantisca quindi la stabilità. Questo deve avvenire nel dialogo con l’opposizione, e da parte nostra abbiamo sottolineato l’importanza anche di introdurre le preferenze all’interno della nuova legge elettorale». Il Partito democratico, tuttavia, sembra ben lontano dall’accettare l’invito alla condivisione offerto dal centrodestra: «La linea emersa dal vertice di maggioranza sulla legge elettorale è grave e preoccupante. Annunciare di voler “procedere dritti”, come fatto da Matteo Salvini, significa ignorare deliberatamente quanto sta emergendo in modo chiaro dalle audizioni in corso» ha detto Simona Bonafè, capogruppo del Pd in Commissione Affari Costituzionali della Camera. «Per noi questo testo è irricevibile. Non si possono cambiare le regole fondamentali della democrazia a colpi di maggioranza, senza ascolto e senza confronto. Serve equilibrio, serve rispetto delle istituzioni e serve soprattutto la capacità di costruire regole condivise, non di imporle» conclude Bonafè aggiungendo il solito benaltrismo: «Stupisce che davanti alle gravi emergenze del paese per la maggioranza e il governo la priorità sia la legge elettorale». Punti di contatto con altre forze di opposizione invece sembrano esserci, oppure tornare. «Qui il toro va preso per le corna e siamo già fuori tempo massimo: abbiamo presentato un atto a firma Scerra per premere in questi giorni in Parlamento sul governo affinché si attivi urgentemente in Europa per rivedere immediatamente il Patto di stabilità che gli stessi Meloni e Giorgetti hanno sottoscritto, commettendo un errore storico che, a causa dei vincoli che ci siamo autoimposti, non ci permette di investire su una rete di protezione contro la crisi economica ed energetica», ha scritto sui social il presidente del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte cercando di intestarsi la battaglia di buona parte dell’esecutivo, che chiede con forza di sospendere il fiscal compact. «Con la nostra mozione chiediamo la revisione integrale del patto e chiediamo che non si faccia nessuno scostamento di bilancio per l’acquisto di armi. Per una volta mettano per primi gli interessi degli italiani e non di von der Leyen, Trump e Netanyahu» aggiunge il capogruppo M5s alla Camera Riccardo Ricciardi , dimenticando che a permettere l’elezione di von der Leyen fu proprio il Movimento 5 stelle.
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
Mentre continuano a volare gli stracci in casa Rai tra la direzione approfondimenti e il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, il Foglio fa sapere che il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, starebbe preparando un’«azione risarcitoria in sede civile» nei confronti del conduttore di Rai 3. La causa scatta a causa delle gravi dichiarazioni rilasciate su Rete 4 nella trasmissione È sempre Cartabianca.
Al centro la storia della grazia concessa a Nicole Minetti sulla quale è intervenuto il Fatto Quotidiano con un articolo che insinuava ci fossero dubbi circa la veridicità della documentazione presentata dall’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. Una grazia concessa da Sergio Mattarella per ragioni umanitarie per via della necessità che ha la donna di assistere il figlio adottivo gravemente malato. Le notizie riportate dal quotidiano di Marco Travaglio hanno sollevato dei dubbi al Colle che ha chiesto al ministero della Giustizia di tornare a verificare il caso. La palla a questo punto passa, o meglio ritorna, alla Procura di Milano che aveva lavorato al caso. È così che si innesca un dibattito politico acceso per definire di chi sia la responsabilità di quello che molti giornali definiscono un pasticcio. Ci pensa il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a mettere ordine ricordando ai cronisti, in più riprese, che oltre a rinnovare la piena fiducia nei confronti del ministro Nordio, «non spetta al ministero indagare, bensì alla Procura».
Un nuovo attacco al Guardasigilli arriva poi martedì sera su Rete 4 quando il conduttore di Report, Ranucci, dice in diretta: «Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay». Ranucci si riferisce a una delle proprietà in Sudamerica di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Una notizia grave ma non verificata come ammette lo stesso conduttore: «Se fosse vero, sarebbe una notizia. Stiamo verificando». La reazione sconcertata di Nordio arriva presto. Il ministro al telefono definisce la ricostruzione del tutto infondata considerandola il punto più basso di una polemica ormai degenerata sul piano mediatico e politico.
Il giorno seguente la Rai, con una lettera firmata dal direttore Approfondimento, Paolo Corsini, richiama Ranucci contestandogli di non aver rispettato «i principi di correttezza dell’informazione, verifica delle fonti e tutela della reputazione dei soggetti coinvolti, a maggior ragione quando si tratta di esponenti istituzionali». Regole che valgono anche quando un dipendente è ospite di altre emittenti. Ranucci avrebbe violato anche la liberatoria della Rai che gli concedeva di parlare esclusivamente del suo libro.
«Noi difendiamo il giornalismo d’inchiesta. Ma non quello fondato su fonti non verificate», ha spiegato l’ad della Rai, Giampaolo Rossi, in un’intervista al Sole 24 Ore. «La Rai ha a cuore il giornalismo d’inchiesta che fa parte della sua storia. Ma il servizio pubblico tutela un giornalismo fondato su fatti verificati, rigorosi. Non può tollerare che un’accusa a un ministro, o a qualsiasi cittadino, si basi su una fonte che si dichiara non verificata. Ranucci era stato autorizzato ad andare in una trasmissione per presentare il suo libro, non per partecipare a un talk». Nell’istanza di risarcimento che presenterebbe Nordio, si farebbe riferimento al danno alla reputazione e all’immagine del Guardasigilli prodotto dalla diffusione di notizie non ancora verificate. Le somme eventualmente ottenute al termine della causa saranno devolute in beneficenza.
Ma per quanto riguarda la tutela legale del conduttore, nonostante quello che si legge, va chiarito che la Rai non copre legalmente le azioni e le parole dei propri dipendenti al di fuori del contesto dell’azienda. Ranucci per quello che fa o dice al di fuori della Rai, come tutti, risponde personalmente in sede civile e penale. Ranucci oltretutto parla a Mediaset partecipando a un talk politico senza che ne avesse facoltà dal momento che la liberatoria firmata gli consentiva di parlare solo del libro.
Il Movimento 5 stelle interviene così sul tema per soccorrere l’amico Ranucci: «Nel giorno in cui si celebra la libertà di stampa, puntualmente il ministro Nordio fa sapere al Foglio che farà causa a Sigfrido Ranucci» accusano le capogruppo M5s in commissione Giustizia alla Camera e al Senato, Valentina D’Orso e Ada Lopreiato. «Nordio fa partire l’azione vendicativa nonostante Ranucci non abbia mosso alcuna accusa nei suoi confronti durante la trasmissione di Bianca Berlinguer, il conduttore di Report si era limitato a riportare una possibile notizia, precisando che per quanto attendibile fosse la fonte, era ancora da verificare. Il ministro ha avuto la possibilità di replicare e smentire, la sua azione giudiziaria, dunque, si inserisce in una lunga serie di attacchi verso un giornalista scomodo per il potere, che ha svelato tante sue magagne e che, come tale, è visto come un nemico». E a proposito di notizie non verificate proseguono le indagini su Minetti e le presunte carte false presentate per richiedere la grazia.
Il presidente dell’Instituto Nacional del Niño el Adolescente Uruguayo, Pablo Abdala, intervistato dal Corriere della Sera, ha assicurato che l’adozione del bambino è stata «condotta con successo e nel rispetto della legge». Questa mattina i magistrati titolari del fascicolo si riuniranno per fare il punto sui primi esiti, parziali, degli accertamenti esteri, in Spagna e in Uruguay, chiesti dalla Procura generale di Milano.





