Non Sparate sul Pianista | Chiara Muti: «Il Macbeth di Verdi tra Caino e l’occhio di Dio»
Alla vigilia della Prima del Macbeth di Giuseppe Verdi al Teatro Regio di Torino, sotto la direzione di Riccardo Muti, la regista Chiara Muti anticipa e spiega le sue scelte alla luce della musica, del libretto e della tragedia di Shakespeare.
Dopo la débâcle della Rai a San Siro, Milano-Cortina saluta il mondo dall’Arena di Verona. In tv torna Bulbarelli, estromesso dall’apertura per colpa del Colle. Opera, jazz, balletto e dance, i Vip non si contano: López Moreno, Fresu, Bolle e Gabry Ponte.
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Cerimonia di chiusura Olimpiadi Milano-Cortina 2026.pdf
Ed eccoci, 16 giorni dopo la débâcle di Mamma Rai, alla cerimonia conclusiva (introdotta a partire da Londra 1908) dei Giochi olimpici invernali 2026 che si svolgerà all’interno dell’Arena di Verona. La prova per i telecronisti sarà ancora più complicata dell’apertura visto il motivo conduttore (l’opera lirica) dello spettacolo. L’arduo compito è stato affidato all’esperto Auro Bulbarelli, che a inizio mese era stato esautorato dopo le telefonate furiose di uno dei consiglieri del Quirinale al Comitato olimpico e ai vertici della Rai. La colpa del giornalista? Avere svelato che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva preparato una sorpresa in vista della sua partecipazione all’evento (l’arrivo sul tram guidato dal pluricampione Valentino Rossi).
Adesso Bulbarelli è stato rimesso al suo posto dopo il disastro della telecronaca di Paolo Petrecca (costretto alle dimissioni da direttore di Rai Sport). Ci auguriamo che saluti tutti senza sbagliare la location e che si accorga che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni (attesa a Verona), avrà vicino il presidente del Comitato olimpico internazionale, Kirsty Coventry (scambiato il 6 febbraio per la figlia di Mattarella).
Bulbarelli sarà affiancato dallo scrittore Fabio Genovesi e da Cecilia Gasdia, che è una sicurezza. Non solo perché ha alle spalle una grande carriera da soprano, ma perché da anni è il sovrintendente del teatro lirico all’aperto più grande del mondo, l’Arena, appunto. Ai grandi eventi è abituata e anche i critici d’opera progressisti le perdonano la collocazione a destra (la sua candidatura con Fratelli d’Italia alle comunali del 2017 è stata una parentesi) davanti al suo lavoro all’insegna della qualità e della tradizione.
Ma veniamo al programma, pensato appositamente per l’Arena (era da Atene 1896 che una cerimonia non si svolgeva dentro a un monumento antico). Tutto avrà origine da una goccia d’acqua, elemento primigenio che, passando dallo stato liquido a quello solido, rende possibili gli sport invernali, e che cadrà idealmente al centro della scena. Il resto lo farà la forza della musica. Si parte da Giuseppe Verdi e da uno dei suoi titoli più rappresentati al mondo (insieme alla Traviata): ovvero Rigoletto. La storia potentissima (tratta da un celebre dramma di Victor Hugo e che debuttò nel 1851 alla Fenice di Venezia) di un buffone di corte storpio che finirà per rendersi responsabile della morte di sua figlia. Per come è stata pensata la cerimonia di chiusura di Milano-Cortina, questo personaggio sinistro abita nelle viscere dell’Arena, dov’è stato protagonista un’infinità di volte, tra scenografie, costumi e memorie di centinaia di altri titoli arcinoti come Aida e Madama Butterfly), ognuna delle quali è rinchiusa nella sua «scatola magica». L’opera, quindi, resta al centro di tutto il racconto e qui un applauso va agli organizzatori (Maria Laura Iascone, direttrice delle cerimonie di Milano-Cortina 2026, mentre per la chiusura veronese i meriti andranno ad Alfredo Accatino, direttore artistico, e Adriano Martella, direttore creativo), che non hanno ridotto l’Italia alla pizza, agli spaghetti e al mandolino, ma hanno giocato fin dall’inizio con le icone di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gaetano Donizetti.
Quando si aprirà un sipario verde (sino al primo Ottocento il colore tipico delle falde) avrà inizio la grande notte dell’Opera, con la proiezione di un vero e proprio film con protagonisti gli attori Benedetta Porcaroli, in rappresentanza della beltà italica, e Francesco Pannofino (l’indimenticabile regista René Ferretti nella serie cult Boris), nei panni di un direttore di scena che bussa ai camerini. Violetta, protagonista della Traviata (interpretata dalla stella della lirica Carolina López Moreno, soprano nato in Germania reduce dai grandi successi della Bohème di Puccini a Firenze e Roma), minaccia di non uscire in scena e rovescia un vaso di fiori con un gesto di stizza. La goccia d’acqua, che torna ancora una volta, arriverà nelle viscere del teatro, risvegliando Rigoletto (Stefano Scandaletti) e le grandi icone dell’Opera rinchiuse in «scatole magiche», come Rigoletto, Figaro, Aida e Madama Butterfly. Saranno proprio i personaggi dell’Opera, ambasciatori dell’Italia intera, a raggiungere piazza Bra all’esterno dell’Arena per accogliere gli sportivi. In scaletta è previsto più avanti anche Roberto Bolle, étoile di fama internazionale e icona di grazia. A lui toccherà il compito di trasformare l’acqua in un sole, segnando l’alba di un mondo nuovo, pieno di speranza.
Stasera non mancherà il momento patriottico. La bandiera italiana verrà portata in scena da persone comuni che provengono dai territori olimpici (nella scaletta sono ben identificati per evitare scene mute come quelle della telecronaca di apertura), profondamente legate alle loro comunità, per l’impegno nel volontariato, nello sport e nell’organizzazione dei Giochi, o per averne incarnato nel tempo i valori.
L’inno sarà eseguito dal coro della Fondazione Arena di Verona che si esibirà dal Teatro Filarmonico, secondo palcoscenico di questa cerimonia, insieme al trombettista sardo Paolo Fresu, simbolo del jazz italiano nel mondo, dall’Arena. Carabinieri in grande uniforme speciale riceveranno il vessillo e lo isseranno.
Ci sarà anche il passaggio di testimone con il Paese che organizzerà i prossimi Giochi invernali tra Nizza, Savoia, Alta Savoia e Briançon, la Francia del presidente transalpino Emmanuel Macron, il quale, dopo le recenti incomprensioni con la Meloni, diserterà l’evento. Una versione spettacolare della Marsigliese monopolizzerà questo momento (protagonisti dell’intermezzo il compositore Thomas Roussel e il mezzosoprano Marine Chagnon).
Nel video di presentazione di French Alps 2030, verranno valorizzati i paesaggi, dalle montagne sino al mare della Costa Azzurra. Sembra che i francesi abbiano imparato la lezione e dovrebbero evitare pacchianate come la pseudo Ultima cena con improbabili personaggi assortiti, salvo sorprese non svelate nella scaletta.
Gli atleti sfileranno tutti insieme in segno di amicizia come accade da Melbourne 1956 e saranno protagonisti della festa finale in musica, tradizione inaugurata a partire da Los Angeles 1984 (allora ad animare l’evento fu Lionel Richie).
Non mancheranno medley musicali con canzoni indimenticabili della nostra musica leggera come Nessuno mi può giudicare, Se bruciasse la città, Sarà perché ti amo, Ma il cielo è sempre più blu, Maledetta primavera, A fare l’amore comincia tu, Se telefonando, E la vita la vita, Senza fine. Un gigantesco karaoke che farà cantare l’Italia con l’aiuto dei Calibro 35, gruppo strumentale «cult» per chi ama il suono dei film poliziotteschi in salsa jazz-funk, reinterpreterà anche immortali colonne sonore cinematografiche di Ennio Morricone, Nino Rota, Stelvio Cipriani, Luis Bacalov.
La festa sarà guidata da un gruppo di musicisti che farà più Sanremo o X-factor, o addirittura Concertone di Capodanno, che non Arena di Verona. Per esempio sul palco salirà il «giudice» del talent Manuel Agnelli, insieme, all’ex campionessa Deborah Compagnoni, con sci e abito da sera, Achille Lauro, «in un elegantissimo frac» (riproporrà Incoscienti giovani, già cantata a Sanremo), lo chef pluristellato Davide Oldani e il sindaco di Verona, Damiano Tommasi (anche se la scaletta non specifica in quale veste).
Nel cast c’è pure un ex concorrente proprio di X-Factor, David Shorty, due ex concorrenti di Sanremo, Joan Thiele e Alfa (quest’estate ha spopolato con una riedizione di A me mi piace di Manu Chao), ma a far ballare tutti dovrebbero pensarci il dj Gabry Ponte (nel 2025 ha realizzato la sigla di Sanremo Tutta l’Italia, arrivando ultimo all’Eurovision come rappresentante di San Marino) che riproporrà il suo pezzo più celebre: Blu (Da ba dee) del 1998.
Un’esplosione dance sarà garantita pure dal collettivo californiano Major Lazer con alcuni special guest: MØ, Nyla e il già citato Alfa. La loro hit Lean On ha più di 2,5 miliardi di riproduzioni su Spotify. Alla fine della cerimonia verranno spenti entrambi i bracieri olimpici: una tradizione inaugurata a Berlino 1936 e che a Roma 1960 gli spettatori esorcizzarono accendendo per la prima volta gli accendini in uno stadio. La fiamma tornerà ad ardere nel 2028 a Los Angeles per i prossimi Giochi estivi.
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Il Verdi che non t’aspetti: «Desidero che gli artisti servano meglio il poeta che il Maestro». Il testo che scavalca il suono. Altro che Prima la musica e poi le parole, per citare Salieri. Nel suo Macbeth il Cigno di Busseto vuole l’esatto opposto. Non solo, chiede l’impossibile: «voce repressa», «suono muto», «senza voce». Per i direttori d’orchestra e i cantanti son grattacapi. Nel 1847 il compositore che sta per dare vita alla trilogia popolare (Rigoletto, Il trovatore, La traviata) non è impazzito: la Prima al Teatro della Pergola di Firenze è un trionfo clamoroso da 27 standing ovation.
«Supera il Belcanto, preannuncia l’espressionismo e anticipa quello che Arnold Schönberg avrebbe definito Sprechgesang, ovvero il “canto parlato”», spiegava il Maestro Riccardo Muti in una delle lezioni-concerto di un’edizione dell’Italian Opera Academy di qualche anno fa. Martedì la leggendaria bacchetta tornerà a dirigere il capolavoro verdiano al Teatro Regio di Torino con un cast che ha definito «fantastico» e nel quale brillano Luca Micheletti (Macbeth) e Lidia Fridman (Lady Macbeth). Mentre la regia è nelle mani di Chiara Muti, che oggi regala al videopodcast Non sparate sul pianista un’anticipazione delle sue scelte, meditate in oltre due anni di lavoro.
Scavando nella tragedia di William Shakespeare, nella musica di Giuseppe Verdi e nel libretto di Francesco Maria Piave a che conclusione è arrivata? Chi è Macbeth?
«Un eroe cavaliere che crede di poter aspirare a qualcosa che il destino non gli ha dato in dote. Macbeth non sarà mai Re Artù, è un Lancillotto, ma sceglie di essere un eroe al contrario condannando sé stesso all’assassinio di un sovrano, Duncan, che fondamentalmente ama».
Il generale valoroso che torna dalla battaglia e decide di ascoltare le ingannevoli profezie delle streghe è artefice del suo destino?
«È cosciente e quindi imperdonabile. Non è Riccardo III o Iago, personaggi che agiscono senza scrupoli e si compiacciono della loro negatività. Alla base è buono ma per “eccesso di fiducia”, come spiega Shakespeare, uccide solo per sete di potere e se ne rende conto. È un uomo che resterà chiuso all’interno della propria coscienza sporca. Proverà continuamente a lavarla, senza riuscirci, prigioniero del pensiero fisso di aver compiuto un assassinio. In questi anni di ricerca mi è tornato in mente il finale de La conscience di Victor Hugo: “L’œil était dans la tombe et regardait Caïn”. “L’occhio era nella tomba e guardava Caino”».
Il cavaliere che per indossare la corona fa scorrere il sangue di un re, dell’amico Banco e ordina di sterminare la famiglia del rivale Macduff somiglia al figlio fratricida di Adamo ed Eva?
«Nel momento in cui uccide Abele, Caino cerca di sfuggire Dio, ma l’occhio del Signore, attraverso quello della vittima, gli resterà dentro per sempre. In questo senso Macbeth è Caino: anche lui uccide il suo Dio. Vedrete infatti l’occhio tornare continuamente sulla scena».
Ma cosa rappresenta veramente?
«Il passaggio tra la realtà e il mondo del sogno, tra visibile e invisibile. È su quella soglia che il dramma si svolge. Ci parla di un uomo che ha perso il sonno per sempre e finisce in una spirale di morte, quasi un suicidio programmato».
È solo il primo atto. Il protagonista ha appena dato inizio alla sua catena di delitti, ma già intuisce la rovina: «Tutto è finito».
«Una frase potentissima. Da quel momento Macbeth non sarà più lui, ma solo il fantoccio di un re. Quel duetto con la Lady è uno dei momenti nei quali Verdi è più potente di Shakespeare».
È lei ad avere il comando?
«Ha la materia delle streghe, come se fosse una di loro. Regge il peso della colpa, soverchiando le leggi della giustizia divina e trascinando il marito verso gli inferi. Anche se lei, grazie alla follia, riuscirà a scappare da quella gabbia che descrivevo prima, insieme al marito forma una coppia infertile di luce e generatrice di morte».
Chi sono le streghe? Agenti del male o demoni della mente?
«Il mormorio gracchiante della nostra coscienza nel momento in cui siamo chiamati a una scelta che ci definirà. Non sono il male, sono al limite tra il buono e il cattivo. La decisione spetta a noi. “Fair is foul, and foul is fair”, sussurrano all’inizio della tragedia del Bardo. “Il bello è brutto e il brutto è bello”. Parole che si confondono e che fanno pensare al capolavoro di Akira Kurosawa (Il trono di sangue, ndr) dove Macbeth e Banco, all’inizio di tutto, si perdono in una foresta che ride. In questo c’è un elemento di modernità».
Cosa intende?
«La confusione che regna, il brutto che sembra bello, il capovolgimento dei valori».
Per questo ha scelto un’ambientazione fuori dal tempo?
«In parte sì, la storia di un uomo che perde sé stesso vale ieri, oggi e domani. Ma serviva un legame con il mondo di Macbeth, vissuto quando la battaglia era sporcizia, peso delle armature e sangue per chi la conduceva. Non come quella di oggi che si fa con i droni. Qui è l’antitesi shakespeariana a essere attuale: anche la guerra che sembra vinta ti sporca e quindi è persa».





