Ovunque si cerchi di parlare di remigrazione scattano richieste di censura, intimidazioni e minacce. A Milano è prevista una manifestazione dei patrioti europei per sabato 18 e da giorni i centri sociali promettono di accerchiare l’evento e di togliere ogni spazio alla destra, cosa che però non sembra aver generato particolare sdegno o allarme: a parti invertite fioccherebbero comunicati stampa ed editoriali indignati, ma finché i toni minacciosi provengono da sinistra a quanto pare tutto va bene.
Nel frattempo a Bondeno, in provincia di Ferrara, si è tenuto un incontro promosso dal comitato remigrazione, e di nuovo tutti i progressisti si sono scatenati. Sono arrivate le immancabili richieste alle istituzioni di impedire l’iniziativa, la Cgil ha dato in escandescenze, è stato organizzato un presidio di protesta contro l’evento. Tutto legittimo, per carità: mai una volta, però, che qualcuno da sinistra scelga la via del dialogo e non quella dell’attacco frontale o del tentativo di oscuramento. Del resto i primi a dare l’esempio sono stati i parlamentari di sinistra che hanno fisicamente impedito la conferenza sulla remigrazione alla Camera dei deputati, gesto nobile che è costato cinque giorni di sospensione a 22 deputati, di cui dieci del Pd, otto del Movimento 5 stelle e quattro di Avs. Altri dieci deputati, di cui cinque del Pd e cinque del Movimento 5 stelle, si sono presi quattro giorni di sanzione. E sono ancora lì che gridano contro il fascismo e l’ingiusta punizione.
In estrema sintesi, secondo il pensiero buonista dominante, la remigrazione è tema proibito, proibitissimo. Anche se non prevede alcuna deportazione o discriminazione, bensì un aiuto economico agli stranieri per il rimpatrio volontario, cosa che per altro è già messa in pratica dall’Italia e da altre nazioni europee. In compenso, però, l’immigrazione di massa che continua a produrre morti, sfruttamento e disagi sociali può essere non solo promossa ma pure celebrata in ogni modo.
Piccolo esempio. Giusto un paio di giorni fa, nella prestigiosa sede della Radio Vaticana è stato presentato il Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre di quest’anno in varie città italiane. Per questa edizione il titolo sarà: «Donne migranti - Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture». Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione che gestisce la kermesse, ha spiegato che «il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro». Ecco, questa è la retorica che bisogna utilizzare quando si parla di immigrazione: bisogna celebrare il multiculturalismo, sostenere che agli sbarchi tocca abituarsi, spiegare che lo spostamento è un diritto. Mai che si faccia cenno a tutti gli orrori e le sofferenze che tale meccanismo produce. Del resto se si dovesse parlare del lato oscuro dell’immigrazione mica si potrebbero organizzare festival e altre belle iniziative con ricchi premi e cotillons. Sappiamo come funziona ormai da anni: la celebrazione delle migrazioni è divenuta essa stessa un business, e ci sono professionisti della propaganda che ne traggono sostentamento e beneficio.
Il Festival della migrazione, per altro, gode del sostegno di numerosi enti pubblici e privati. L’edizione 2025 è stata foraggiata dalla Regione Emilia Romagna e ha avuto il patrocinio di parecchi comuni emiliani, oltre a vantare la collaborazione di atenei prestigiosi: Firenze, Padova, Bologna, Ferrara. Poi ci sono gli immancabili aiuti di banche e fondazioni. Chiaro: basta accodarsi al pensiero dominante e arrivano fondi, spazi e applausi. Che i vari profeti dell’accoglienza usano a proprio vantaggio soprattutto per mandare messaggi politici.
Alla presentazione del festival migratorio, tanto per fare un esempio, ha preso la parola il presidente della Fondazione Migrantes, monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e Abate di Pomposa, che come ogni volta se l’è presa con il governo e pure con le autorità europee tra cui Frontex.
«L’azione di Frontex che doveva essere un’azione di supporto al soccorso, in realtà sta diventando di supporto a quegli accordi con la Libia e con la Tunisia e quindi ai respingimenti», ha detto, «mentre stiamo vedendo come il soccorso sia ancora un’emergenza grave. Così come emergenza grave sono mille morti in tre mesi che non si sono mai avuti dal 2017, quando erano 36.000 le persone che attraversavano il Mediterraneo. Lasciar morire la gente, come abbiamo visto in questo triduo pasquale, in mare è certamente un fatto vergognoso per la politica europea, ma anche per l’Italia». A parte che Frontex servirebbe a proteggere i confini europei e non ad altro, ci si chiede che bisogno ci sia di un festival della migrazione quando Perego e gli altri che la pensano come lui possono esternare il loro pensiero ogni giorno e praticamente ovunque. Se ne deduce che per la propaganda c’è sempre spazio. I problemi sorgono quando emerge un pensiero radicalmente alternativo come quello della remigrazione.
Il bersaglio, al solito, sono i «perfidi fascisti», nello specifico quelli che si ritroveranno a Milano il prossimo 18 aprile per parlare di remigrazione. Non appena si è diffusa la notizia dell’iniziativa, i sinceri democratici sono corsi a invocare la mordacchia. Elena Buscemi, presidente del Consiglio comunale di Milano in quota Partito democratico, ha presentato in fretta e furia un ordine del giorno per chiedere al prefetto e al questore di vietare l’evento. Purtroppo per lei viviamo ancora in una democrazia, seppure malandata, dunque le autorità non hanno vietato un bel nulla: piaccia o meno al Pd, in Italia si può parlare di remigrazione.
A malincuore, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dovuto ammettere che in effetti un evento non si può cancellare solo perché la sinistra non lo gradisce. «Se si parla di remigration si evocano deportazioni, situazioni che abbiamo già visto e, a mio parere, sulle parole bisogna porre un po’ di attenzione», ha detto Sala. «È evidente che questo evento non si può evitare, coloro che possono negare l’autorizzazione sono solo il prefetto e il questore. Ne avevo parlato già in precedenza e mi avevano spiegato che non era possibile proibirlo. Continuo a essere negativo ma continuo assolutamente, da uomo delle istituzioni, a rispettare chi è nelle condizioni di prendere decisioni, in questo caso il prefetto e il questore». Se non fosse drammatico ci sarebbe davvero da riderne. Il primo cittadino parla di rispetto delle istituzioni e intanto spiega che, se fosse stato per lui, avrebbe serenamente vietato all’opposizione cittadina di tenere un dibattito. Ma purtroppo, nonostante ci abbia provato in ogni modo, proprio non gli è concesso di censurare.
Ma ecco che - laddove le procedure democratiche impediscono abusi e spinte autoritarie - intervengono coloro che della democrazia e della libertà di opinione possono fregarsene amabilmente, ovvero i centri sociali. Come in risposta ai disperati appelli del Pd, gli antagonisti hanno fatto sapere di essere pronti alla guerra contro i Patrioti.
«I centri sociali ci saranno», dice un comunicato diffuso sui profili social del centro sociale Lambretta. «Il 18 aprile i Patrioti europei, di cui fa parte la Lega di Salvini, si raduneranno a Milano, in un ripugnante comizio in piazza Duomo. Nella capitale della Resistenza partigiana, i neofascisti invocheranno odio, razzismo, repressione, militarizzazione e suprematismo. Nel contesto della stretta virata a destra dell’occidente», continuano i fini analisti del Lambretta, «i Patrioti per l’Europa sono protagonisti di una battaglia politica suprematista e guerrafondaia all’insegna del riarmo, del sovranismo e della remigrazione. La Lega, ovviamente, è tra i primi sostenitori e tirapiedi dell’iniziativa e cerca spazio nelle strade e nelle piazze di Milano».
Dopo la sempre pacata e rispettosa disamina politica, arrivano le minacce. Salvini vuole spazi? Risposta del centro sociale: «A Milano non ne troverà. Nella nostra città non c’è spazio per fascisti e aspiranti dittatori, non c’è spazio per razzismo e segregazione, non c’è spazio per imperialismo, falsi miti e falsi dei. Parlano di sicurezza e vendono repressione, parlano di libertà di espressione e criminalizzano il dissenso, proponendo persino una taglia per l’antifascismo. Ebbene, ai nostri posti ci troveranno. Milano è antirazzista, Milano è partigiana, Milano è il 25 aprile, Milano è antifa. Parliamo di casa, parliamo di lavoro, parliamo di sanità, parliamo di istruzione e difendiamo il diritto alla Resistenza. Non vogliamo padroni, né in casa né altrove, né ora né mai. Il 18 aprile scendiamo in piazza e accerchiamo piazza del Duomo, i centri sociali ci saranno. Combatti la paura, distruggi il fascismo».
Fantastico, prima di scrivere il comunicato devono aver rivisto Il gladiatore due o tre volte. Fatto sta che questi gentili signori promettono di accerchiare piazza Duomo e la manifestazione di destra, ed è facile immaginare quali potrebbero essere le conseguenze. Certo al sindaco di Milano e al Pd questo non interessa: per loro la minaccia sono leghisti e Patrioti che vogliono tenere un convegno o un comizio.
Comunque sia, sabato 18 in piazza non ci sarà solo il Lambretta. Sono annunciate - come scrive Radio Città Fujiko - due «manifestazioni, coese e unitarie, una della Rete No Cpr e una dei centri sociali: la partenza del corteo sarà da largo Cairoli, le due manifestazioni confluiranno nello stesso spezzone che si concluderà all’Università Statale». Insomma, tutta la sinistra estrema è mobilitata. «Il tema della remigrazione sia per partiti politici di destra, come la Lega e il nuovo movimento di Vannacci, ma soprattutto per tutte le formazioni di estrema destra neofasciste, è il tema centrale di questi mesi», dice sempre a Radio Fujiko Walter Boscarello di Memoria Antifascista. «Noi stiamo da tempo cercando di contrastare questa proposta, perché riteniamo che il concetto di remigrazione sia un modo elegante per parlare di deportazione. Noi cercheremo, circondando piazza Duomo, di far sentire la nostra voce per dire che Milano è migrante e che non è la Milano che vuole Matteo Salvini».
Il Pd suona la tromba, i centri sociali partono alla carica. Come sia finita anche di recente lo sappiamo: non bene. E se l’atteggiamento dei dem non stupisce, sorprende già di più quello di Amir Atrous, responsabile immigrazione di Forza Italia a Milano, secondo cui «la città non merita di ospitare il remigration summit, un evento in odore di xenofobia e razzismo». Atrous promette di organizzare una sorta di contro convegno dedicato ai nuovi italiani, sempre per sabato 18. Per carità, capiamo il desiderio di alcuni di differenziarsi. Abbiamo però il sospetto che i centri sociali, alla bisogna, non farebbero molte differenze tra leghisti e azzurri.
Che sia lui il colpevole non ci sono dubbi. Iryna Zarutska - rifugiata ucraina di 23 anni - è stata ammazzata il 22 agosto dello scorso anno a Charlotte, negli Stati Uniti, mentre si trovava a bordo di una metropolitana. Ogni istante di quella morte atroce è stato ripreso dalle telecamere. DeCarlos Brown, senza tetto afroamericano che aveva collezionato ben 14 procedimenti penali (tra cui rapina a mano armata, effrazione, furto, aggressione), si è seduto dietro di lei e le ha conficcato per tre volte un coltello in corpo, colpendola almeno una volta al collo.
Iryna ha avuto tempo di sentire il dolore, di vedere il sangue fluire dalla gola. Si è resa conto che sarebbe morta prima di perdere conoscenza. Nessuno dei passeggeri ha mosso un dito. Brown l’ha uccisa perché era bianca, in seguito ha sostenuto che potesse leggergli la mente.
I media di tutto il mondo evitarono accuratamente, per giorni, di raccontare quanto era avvenuto. La notizia si diffuse sul Web: troppo politicamente scorretto il caso per farne oggetto di polemica politica su quotidiani e talk show. Il killer aveva beneficiato della tolleranza del sistema giuridico americano, più e più volte, era socialmente pericoloso ma si trovava libero. A lasciare che circolasse senza problemi è stata la giudice - pure lei afroamericana - Teresa Stokes, su cui vari esponenti del partito repubblicano hanno sollevato parecchi interrogativi: sembrava che occupasse quel posto in virtù delle quote stabilite dalle politiche inclusive e qualcuno suggerì pure che avesse un conflitto di interessi in quanto risultava essere tra i responsabili di una clinica per persone con disturbi mentali (gente come Brown, per intendersi). Comunque sia, lo psicopatico DeCarlos non era detenuto né controllato e a 34 anni ha coronato la sua agghiacciante carriera di brutalità uccidendo una ragazza innocente che si trovava in America per fuggire dalla guerra. A seguito dell’omicidio, lo Stato del North Carolina ha promulgato una legge utile a impedire altri casi analoghi: la norma ha vietato la liberazione «su cauzione senza contanti», cioè quella di cui Brown ha beneficiato.
Il problema è che ora il killer rischia di vedersi ridurre la pena per via di una perizia secondo cui non sarebbe in grado di sostenere un processo. I suoi avvocati, il 7 aprile, hanno presentato una istanza in cui hanno dato conto di una valutazione psichiatrica a cui Brown è stato sottoposto, su richiesta del tribunale, il 29 dicembre scorso presso il Central Regional Hospital. La relazione degli esperti ha stabilito che l’uomo, per via dei suoi problemi psichici, non sarebbe in grado di sottoporsi al giudizio di un tribunale.
La faccenda è già grottesca così: Brown non è abbastanza sano per affrontare un processo, ma lo era a sufficienza per circolare per le strade di Charlotte e ammazzare una ragazza. A questa follia, purtroppo, si aggiunge una ulteriore complicazione burocratica. Il fatto è che l’uomo, attualmente, è sottoposto a due tipi di procedimenti: uno statale e uno federale. «DeCarlos Brown è in custodia federale in seguito a un’incriminazione federale. Il procedimento statale, compresa qualsiasi valutazione della sua capacità di intendere e di volere, è completamente separato», ha scritto ieri l’ufficio del procuratore degli Stati Uniti per il distretto occidentale della Carolina del Nord. Ed è esattamente qui che sorge il problema. L’avvocato di Brown ha chiesto al giudice statale di rinviare il processo fino a quando non sarà data al suo cliente la possibilità di ripristinare la sua capacità di intendere e di volere. Significa che il killer dovrebbe essere internato in una clinica su mandato del giudice. Ma - come si evince dalle ricostruzioni della stampa statunitense - finché si trova in custodia federale Brown non può affrontare una udienza statale sulla capacità di intendere e di volere.
Non è tutto. Come scrive il New York Post, a Brown «è stato ordinato di sottoporsi a una valutazione psichiatrica nell’ambito del suo caso federale, ma i documenti del tribunale mostrano che la valutazione non è stata completata e che il periodo di valutazione è stato prorogato» Inoltre, «il ripristino della capacità di intendere e di volere può richiedere molto tempo in North Carolina a causa della limitata disponibilità di posti nelle strutture psichiatriche statali, e non è raro che gli imputati debbano aspettare un anno o più prima che si liberi un posto letto».
In buona sostanza, il processo statale di Brown è fermo per via di una valutazione psichiatrica che lo giudica incapace di intendere, quello federale va per le lunghe perché una valutazione psichiatrica analoga deve ancora essere completata. Il risultato è che l’uomo che ha ucciso Iryna non è ancora stato giudicato, potrebbe evitare la pena di morte e magari un domani finire ricoverato in una clinica. Ai vari e pesanti danni si aggiunge la beffa: la giustizia americana certifica ora che Brown è pazzo, cosa che tutti sapevano ma che non è bastata a farlo rinchiudere. A farne le spese è stata una innocente di 23 anni morta per niente su una metropolitana sporca.





