ai loro genitori perché, secondo il tribunale dell’Aquila, lo stile di vita a cui erano sottoposti li stava gravemente danneggiando. Giudici, assistenti sociali e curatori hanno elencato una serie incredibile di misfatti che i poveri Nathan e Catherine Trevallion avrebbero compiuto a danno dei figli: mancata scolarizzazione, vestiti cambiati una volta la settimana, isolamento, addirittura esposizione mediatica tramite intervista concessa alle Iene. Un vero inferno. In buona fede si sarebbe dunque portati a pensare che ora le istituzioni stiano colmando tutte queste atroci lacune, che stiano lavorando per garantire ai piccoli tutto ciò di cui sono stati ferocemente privati.
Eppure, a quanto risulta, la situazione è un po’ diversa. Ai giornali, negli ultimi mesi, sono giunte - diffuse chissà da chi - notizie allarmanti di ogni tipo. La tutrice, Maria Luisa Palladino, disse al Messaggero che i piccoli «non sanno leggere, stanno imparando l’alfabeto. La bambina più grande, sotto dettatura, sa scrivere solo il suo nome. Nella struttura colorano, fanno i puzzle, interagiscono con gli altri coetanei e stanno capendo che le attività che stanno facendo sono per il loro interesse». Vere o meno, queste informazioni avrebbero dovuto restare sconosciute alle masse. Si potrebbe infatti sostenere che, rivelandole, si sia lesa la privacy dei bambini esponendoli alla pubblica gogna. Ma c’è di peggio. Risulta infatti che dal 20 di novembre i tre bambini non stiano svolgendo alcuna attività scolastica. Il 7 di gennaio avrebbe dovuto presentarsi nella casa famiglia in cui i piccini si trovano attualmente una insegnante individuata (sembra) con l’aiuto del sindaco di Palmoli che avrebbe dovuto iniziare un percorso con loro. Ma non si è presentata per ragioni sconosciute. «La maestra la stiamo cercando», dice la tutrice. «È urgente. L’avevo trovata, ma adesso pare che siano nati dei problemi. Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini». Dunque da un mese e mezzo niente scuola per i piccoli Trevallion. Forse i genitori non erano docenti strabilianti, ma qualche insegnamento, a modo loro, provavano a impartirlo. Già questo particolare basterebbe a fare sorgere parecchi dubbi sul modo in cui i bambini vengono attualmente gestiti. Purtroppo però c’è molto altro.
Da settimane, sulla famiglia vengono diffuse notizie di tutti i tipi, e soprattutto indiscrezioni e voci attribuite a coloro che dovrebbero gestirli. Sempre la tutrice Palladino ha concesso qualche giorno fa una intervista alla Vita in diretta in cui ha detto: «La madre rifiuta tutto, che dobbiamo fare? Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini. Da quando lei ha cambiato il legale, non parlo più con la madre, parlo con gli avvocati. In casa famiglia parlo con gli educatori, la responsabile e i bambini, guardo loro», ha aggiunto. «È chiaro che lei è molto rigida nelle sue posizioni, vede dei cambiamenti anche nei bambini. Ma l’educazione la decide la struttura in base alle regole». Ieri il Messaggero ha rilanciato queste parole, spiegando che nel fine settimana si sarebbe tenuto un incontro fra la Palladino, gli assistenti sociali e i responsabili della casa famiglia in cui i bambini sono ospitati assieme alla madre, che però vive a un piano diverso. Secondo il quotidiano romano, i vari responsabili starebbero valutando di allontanare mamma Catherine dalla struttura perché ostacolerebbe il percorso dei figli. Beh, anche ammettendo che fosse vero, resta un problema: la madre e il padre da novembre non hanno più la responsabilità genitoriale, quindi non sono loro a decidere alcunché. Le istituzioni sono responsabili di tutto, a prescindere dall’atteggiamento di madre e padre. Dunque sostenere che la madre sia in qualche modo ostativa è semplicemente assurdo. Oppure - e questa sarebbe l’ipotesi peggiore - diffondere queste indiscrezioni serve a uno scopo soltanto: mettere ulteriormente in cattiva luce i genitori, cosa particolarmente sgradevole e scorretta.
Forse qualcuno ritiene che alimentare malelingue su Catherine e Nathan possa giovare alla reputazione del tribunale, facendolo apparire meno «cattivo». Del resto è noto che la gran parte dell’opinione pubblica non approvi granché il fatto che i piccoli Trevallion siano stati allontanati. In ogni caso, il bilancio non è dei migliori. I bambini hanno subìto un traumatico allontanamento da casa e dai genitori, e chissà per quanto tempo resteranno separati. Non hanno visto insegnanti né svolto attività didattiche, sono stati esposti ripetutamente agli occhi della folla, spesso in modo degradante. Davvero non si poteva evitare tutto questo? Davvero non si poteva approntare un percorso senza portarli via da casa? Le istituzioni aquilane sostengono di no, ma viene da dubitarne, specie se si fanno confronti con altre vicende.
Piccolo esempio. Nei giorni scorsi si è tornati a parlare del campo rom di Castel Romano sulla Pontina a Roma, dopo che un poliziotto brasiliano e la sua famiglia hanno rischiato di essere malmenati dagli abitanti della baraccopoli. I brasiliani, in vacanza nella Capitale, avevano subito il furto dei bagagli e di vari effetti personali, compreso uno smartphone. Geolocalizzando il telefono hanno scoperto che i loro beni si trovavano nel campo rom, e si sono recati sul posto per recuperarli. Lì se la sono vista brutta: la polizia locali li ha salvati da un trattamento ruvido ma non ha permesso il recupero delle proprietà sottratte. Soffermiamoci un attimo su quel campo rom. Sentite che cosa scrive a riguardo non una pericolosa congrega di nazisti ma una organizzazione umanitaria impegnata da molto tempo nel sostegno ai rom: «Dal 25 agosto 2025, Associazione 21 luglio è impegnata nelle azioni per il superamento di Castel Romano. Castel Romano, nata nel 2005 e ampliata negli anni successivi, è stata per lungo tempo la baraccopoli più popolosa di Roma: nel 2017 ospitava oltre 1.000 persone. Oggi, tra l’area K e l’area M, vivono ancora un’ottantina di nuclei per un totale di circa 300 persone di cui la metà sono minori. Le condizioni restano estremamente difficili: container fatiscenti, spazi insufficienti e gravi criticità igienico-sanitarie». Capito? In quella baraccopoli dovrebbero esserci più o meno 150 minorenni. Chiariamo subito: non siamo di quelli secondo cui bisognerebbe togliere i figli ai rom alla velocità della luce. Pensiamo anzi che andrebbero lasciate integre le famiglie ma costrette a trovarsi una sistemazione civile e un lavoro onesto. Sappiamo pure che, in alcuni casi, i bambini rom sono stati effettivamente allontanati dai genitori (i dati a riguardo sono piuttosto vaghi e spannometrici, va detto). Con tutta evidenza, nel caso della Pontina, i servizi sociali e il Comune di Roma hanno scelto di lasciare che bambini e famiglie proseguissero a languire nell’incuria e nel disagio, in mezzo a ladri e criminali. Ma siamo magnanimi, mettiamo che vi sia della buona fede in questa decisione. Che le istituzioni abbiano scelto una via morbida per trattare con i rom e farli uscire. Ebbene, anche ammettendo questo, rimane una domanda pesante come un macigno: perché a Castel Romano si sceglie di non portare via tutti i minori e invece alla famiglia del bosco di Palmoli sono stati tolti tre figli per molto meno? A casa dei Trevallion, a novembre, sono entrati assistenti sociali e forze dell’ordine per portare via i bambini. A Castel Romano la polizia non entra nel campo rom nemmeno per portare via i bagagli rubati a un turista.
Tivù Verità | Belpietro: «Incredibile, condannato il carabiniere che ha sparato per difesa»
Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, denuncia un paradosso inquietante: un carabiniere che salva la vita a un collega viene condannato e costretto a risarcire la famiglia dell’aggressore. Morale: chi difende la legge rischia il carcere, mentre criminali e clandestini restano liberi.
Stavolta non si può nemmeno dire che bisogna attendere chissà quale indagine o inchiesta giornalistica: il video diffuso dai militanti di Gioventù nazionale è piuttosto chiaro. Si vedono i cosiddetti Antifa avanzare in gruppo, una decina, verso quattro ragazzi di destra, e poi via con le legnate. Hanno le spranghe, mollano calci e pugni, casomai le armi non bastassero. Tutto si è svolto a Roma, nel parcheggio di un supermercato. I militanti meloniani stavano attaccando manifesti nel giorno della commemorazione di Acca Larentia, e sono stati assaltati da un commando nella migliore tradizione della violenza politica da anni di piombo. Vedremo poi se la Digos fermerà qualcuno per l’aggressione.
Niente di strano, per chi abbia una pur superficiale conoscenza dell’attivismo: queste scene si ripetono da tempo immemore, spesso nella stessa maniera vigliacca. Di solito, la stampa e la politica progressiste usano ripetere che «la violenza è fascista» per definizione. È una bugia, ovviamente, ma che tutti sembrano avere serenamente accettato. E infatti, guarda un po’, anche in questa occasione non si respira certo grande sdegno per le legnate ammollate ai destrorsi. La sinistra politica ha per lo più evitato di fiatare in merito all’aggressione, per quanto fosse chiarissima e conclamata. Non un moto onesto di solidarietà, non una parola chiara di condanna o riprovazione, al massimo qualche riflessione persa in un mare di distinguo.
Dice ad esempio Francesco Boccia del Pd che «c’è un clima preoccupante. L’aggressione ai ragazzi di Gioventù nazionale e i colpi di pistola contro la sede della Cgil a Primavalle sono gravissimi. C’è una tensione alta che le forze politiche devono, tutte, stemperare». E fin qui è un bel pastone ma accettabile. Ecco però la precisazione: «È necessario», spiega Boccia, «essere netti nelle prese di distanza da violenze verbali e fisiche. Serve una assunzione comune di responsabilità. E vedere centinaia di braccia alzate che facevano il saluto romano, nel ricordo di Acca Larenzia, senza che ci fossero parole di critica e prese di distanza da parte dei partiti della destra mi ha preoccupato». Ah, ma dai, occorre esser netti. Meloni dovrebbe distinguersi da gente da cui ha preso le distanze da anni, ma il Pd può fare finta che gli sprangatori rossi siano passanti senza storia e senza connotazione politica.
È un atteggiamento che non stupisce affatto, per carità. Ma che stona in maniera irritante con tutte le patetiche uscite di tutti i leader e leaderini e mezze tacche progressiste che hanno passato anni a blaterare di «matrici». Ve lo ricordate? Dicevano: «Giorgia Meloni riconosca la matrice!». Che si trattasse dell’assalto alla Cgil o di una baruffa in centro storico, di una strage del passato o di un fatto di guerra, il coro intonava sempre la stessa richiesta: la matrice, la matrice! E allora adesso la riconoscano loro, la matrice. Affermino che è una matrice antifascista, e ammettano che il più delle volte l’antifascismo - oggi - è questo: violenza di piazza e di strada ai danni degli avversari politici.
Sappiamo già che non diranno niente del genere, mai. Continueranno a usare i soliti metodi: evitare, ignorare, censurare, giustificare. Lo hanno fatto dopo l’attacco alla Stampa, dopo ogni manifestazione in cui i sedicenti pro Pal hanno scatenato la guerriglia in strada, dopo ogni espressione di odio politico. Quando a pestare sono gli amici, si tace o si approva e si passa oltre. Anzi, spesso se le vittime appartengono a qualche titolo al mondo della destra, si cerca di suggerire che si siano meritato il trattamento brutale, le si demonizza e le si accusa.
In questo caso l’operazione di mistificazione è difficile da svolgere. Il commando antagonista ha aggredito dei giovani che non avevano nulla di bellicoso, e li ha menati anche forte, con colpi di bastone e di casco da moto. Le immagini sono evidenti: non sono stati assaliti chissà quali energumeni tatuati, chissà quali gerarchi in divisa. Se la sono presa, in branco acefalo, con dei ragazzi disarmati e inoffensivi. Proprio come avvenne nel 1978 ai ragazzi che stavano nella sede del Movimento sociale ad Acca Larentia: Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta furono assaltati da un commando rosso e finirono ammazzati. Intensità diversa, ma identici metodi (appena diverso il discorso per Stefano Recchioni, morto poco dopo duranti gli scontri di piazza con le forze dell’ordine).
I politici tuttavia sorvolano. E i giornali danno manforte. Ieri qualcuno non aveva nemmeno la notizia in prima pagina. Altri parlavano di generica aggressione, senza citare le ragioni politiche dell’assalto, senza aggiungere commenti strappalacrime o allarmi sulla tenuta della democrazia, come sempre avviene quando invece sono coinvolti a vario titolo militanti sinistrorsi.
In compenso, c’è grande attenzione a quanti hanno partecipato al tradizionale rito del presente. Dalle agenzie di Stampa si apprende che «la procura di Roma è in attesa delle informative da parte delle forze dell’ordine sulla commemorazione di Acca Larentia, che ha visto la partecipazione di oltre 1.000 appartenenti a movimenti di estrema destra, molti vestiti di scuro e incappucciati. Dopo l’arrivo del dossier da parte delle forze dell’ordine, i pm di piazzale Clodio apriranno formalmente un fascicolo di indagine per violazione delle leggi Mancino e Scelba».
Chiaro no? I veri violenti su cui insistere sono quelli che fanno i saluti romani in ricordo dei morti, mica quelli che bastonano.
Su questo (e non sul resto) si è espresso Angelo Bonelli di Avs, spiegando che l’appello alla pacificazione pronunciato da Giorgia Meloni contro la violenza politica non è «credibile se viene pronunciato proprio nel giorno in cui centinaia di neofascisti si radunano per fare apologia del fascismo, tra saluti romani e croci celtiche». Già, invece i militanti Antifa sono chiaramente impegnati a pacificare, a diffondere l’amore. Lo fanno con le spranghe non perché siano cattivi, ma solo per risultare un po’ originali.





