È in effetti un luogo comune la tesi secondo cui a scatenare la violenza non sono le armi ma chi le maneggia. Ma a ben vedere la banalità oggi assume una tonalità meno scontata nei commenti di politici e giornalisti alle varie tragedie che ci affliggono. Se ad alzare il coltello per difendersi è Jonathan Rivolta di Lonate Pozzolo, provincia di Varese, i media insinuano subito il sospetto che sia un violento e un mezzo razzista. Si sprecano ritratti in cui si rivela che teneva un sacco da boxe sul balcone e praticava arti marziali sferrando pugni e calci fin dal primo mattino. Come a dire: era uno abituato allo scontro, non una pecorella. Dipingerlo così serve a toglierli il cappotto della vittima, e a vittimizzate un po’ il suo aggressore, Adamo Massa, delinquente abituale uscito da un campo nomadi che «di lavoro» rapinava onesti cittadini e truffava anziani fragili. Lavorava, Adamo Massa - così dice il cugino a Ore 14 di Milo Infante - quando è entrato nella villetta di Lonate per rubare e ha aggredito Rivolta. E allora il fatto che sia morto male a colpi di coltello andrebbe ritenuto uno sfortunato incidente sul lavoro: se fai il ladro, può capitare. Invece da queste parti si fa sempre esibizione di buoni sentimenti, ci si strugge per il malvivente e non per chi si è difeso, pur uccidendo.
Diverso il discorso se e maneggiare la lama è un maranza marocchino di 19 anni come Zouhair Atif, il ragazzo che ha infilzato a morte, a scuola, il diciottenne Abanoub Youssef, egiziano. Ecco, in questo caso i toni sono molto diversi. Orde di psicologi sono pronte a intervenire per sostenere che le coltellate siano il prodotto del «disagio giovanile» che va combattuto non con nuove leggi sulle armi da taglio o con multe. No, dice l’esperto Matteo Lancini sulla Stampa, «non serve repressione ma un adulto autentico capace di stare in relazione». Interessante: bisognerebbe illustrare questi concetti a una banda di maranza e osservarne la reazione, sarebbe un esperimento istruttivo.
«La morte di Abanoub Youssef, lo studente di 18 anni accoltellato all’interno dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, ci lascia sgomenti e profondamente addolorati», dice Sandro Ruotolo del Pd. «Si muore e si uccide a 18, 19, 15, 16 anni. È il segno di un tempo attraversato dall’odio e dalla violenza, sempre più normalizzati, come se fossero inevitabili. Avanza una cultura del fai-da-te: armi che circolano con facilità, solitudini che si radicalizzano, modelli violenti che diventano linguaggio quotidiano. Ma non basta rispondere solo con la repressione. Punire senza prevenire non cura, non ricostruisce, non salva». Vero, bisognerebbe prevenire. Ad esempio evitando che certi soggetti entrassero in Italia o cacciandoli quando arrivano. Ma questo tipo di prevenzione alle anime belle non interessa.
Dunque sì, come vedete le armi producono effetti diversi a seconda di chi le usa. Se le sventola il marocchino per colpire, povero lui figlio della mancata integrazione. Se l’arma la utilizza invece il carabiniere Emanuele Marroccella per difendere un collega aggredito, sé stesso e la collettività, non si fanno tante chiacchiere: lo si punisce con tre anni di galera e un risarcimento monstre da versare alla famiglia del criminale che ha ucciso. Perché su Marroccella non si fanno tanti psicologismi? E se le multe e la repressione non servono, perché i sinceri progressisti non si indignano per la pena che gli è piovuta addosso? «La via securitaria intrapresa dalla destra di governo mostra tutti i limiti. Chi sbaglia non deve semplicemente pagare. Deve poter cambiare», dice ancora Sandro Ruotolo. Eppure Marroccella paga, deve sborsare e zitto.
Si svela qui quale sia il reale pensiero della sinistra occidentale sulle armi. Esse vanno osteggiate e proibite e demonizzate quando sono utilizzate per difendersi e fare valere i propri diritti. Cioè quando servono a difendere una sovranità, quella dell’individuo su sé stesso e i propri beni. Che le armi siano utili a questo fine lo insegna la tradizione libertaria americana: un cittadino deve poter portare pistole o altro perché ha il diritto di tutelare la proprietà e, eventualmente, di rivoltarsi contro il governo che lo opprime. Nella tradizione progressista e oppressiva europea, invece, l’arma va tolta al cittadino proprio per le stesse ragioni: egli deve restare imbelle, non può opporsi ai governanti e ai malviventi che questi governanti lasciano liberi per strada. Analogo discorso vale per gli Stati: se questi si armano per rivendicare la sovranità militare, che è parte della loro libertà e tutela il diritto di esistere, ecco che i progressisti si oppongono e strepitano. Ma se il riarmo serve ad arricchire qualche grande azienda, magari tedesca o americana, allora va tutto bene. Le armi diventano indispensabili se a gestirle sono le burocrazie europee, magari con la scusa di rivolgerle contro Vladimir Putin (cosa che tutti sanno essere falsa).
Questo è il nodo: i progressisti devono poter gestire lo spazio e le proprietà. Hanno deciso che una marea di stranieri deve entrare nel territorio europeo e opporsi non si può, nemmeno con un decreto sicurezza. Hanno deciso che il singolo cittadino deve essere in balia delle decisioni dei vari apparati di controllo senza possibilità di difesa e opposizione. Hanno deciso che il denaro pubblico deve essere utilizzato per finanziare un certo tipo di industria militare e certi precisi interessi geopolitici. La verità è semplice: il modello progressista non è nemico della violenza in generale, ma solo di quella che non giova ai suoi scopi.
Monsignor Antonio Suetta risponde alle polemiche sulla campana che ogni sera suona a Sanremo per ricordare i bambini non nati. Accusato di patriarcato e violenza simbolica, ribadisce: non è una provocazione, ma un richiamo alla coscienza e al valore inviolabile della vita.
Anche la politica estera è fatta di dilemmi morettiani: mi si nota di più se bombardo o non bombardo? Se esporto la democrazia o se mi faccio gli affari miei incurante del mondo? Questioni complicatissime da sciogliere, sebbene pure la destra talvolta tentenni, soprattutto per la sinistra italiana. La quale sembra aver optato per un modello di intervento veltroniano: esportiamo la democrazia ma anche no. Per esempio: ieri il Partito democratico e i suoi alleati verdi e sinistri sono scesi in piazza (non con grande seguito, visto che è rimasta mezza vuota) a sostegno del popolo iraniano. In Aula il Pd vota con 5 stelle e Avs, e Peppe Provenzano dichiara: «Il Pd ha votato la mozione che esprime pieno sostegno al popolo iraniano contro un regime che sta massacrando la sua gente. Abbiamo votato a favore del punto proposto dal Movimento 5 stelle perché riteniamo che abbiano ragione quegli attivisti iraniani che ci stanno dicendo che il cambiamento arriverà dal popolo e non da interventi esterni che rischiano di creare il caos nella regione». Problema: dal solo popolo, almeno per ora, il cambiamento non arriverà.
«Scendiamo in piazza contro le guerre, contro i genocidi, contro la repressione, sempre», afferma Marco Grimaldi di Avs, che ribadisce: «La libertà non arriva con un intervento militare straniero e il cambiamento può nascere solo dal coraggio delle iraniane e degli iraniani». Tutto meraviglioso, peccato che così Avs faccia la figura di quelli che per strada ti chiedono una firma contro l’Aids, come se il virus venisse sconfitto da una petizione.
Dunque viva la democrazia in Iran, ma se Trump non interviene restano gli ayatollah. E infatti i cosiddetti riformisti dem, da Pina Picierno in giù, scalpitano e vorrebbero un intervento muscolare. E persino Dario Nardella va in televisione a dire che «evidentemente a Trump interessa più il business con i Paesi del Golfo e l’idea di invadere la Groenlandia che portare un aiuto concreto all’Iran». Ma quindi che deve fare Donald? Sganciare o non sganciare? Invadere o non invadere? Sgominare i dittatori o lasciarli al potere?
La risposta è: dipende se sono amici nostri oppure no. Nicolás Maduro, per dire, è compagnuccio di giochi, almeno per una larga parte dei progressisti, a partire da Maurizio Landini della Cgil secondo cui l’ex caudillo era «un presidente eletto dal popolo». Ebbene, la stessa Cgil ieri era in piazza per chiedere libertà in Iran. Ma a chi la chiedevano esattamente? Al governo italiano? Agli ayatollah ma manifestando a migliaia di chilometri di distanza? A Trump che dovrebbe dare un segno concreto come dice l’amico Nardella? Ah, saperlo.
Del resto quando Trump interviene non va bene, se non interviene non va bene uguale. Se scalza Maduro lo accusano di essere un imperialista perché il caudillo è amico di Landini e della sinistra italica in crisi di nervi e di identità. Se minaccia di intervenire contro l’ayatollah, la sinistra rimane un po’ spiazzata, perché l’ayatollah era un amico (e anche piuttosto caro) fino a qualche decennio fa, però ora è amico solo a metà e per giunta indifendibile, dunque lo si può anche mollare al suo destino, ma senza schierarsi con gli Usa. Se però Donald minaccia solo di intervenire ma non interviene, allora gli danno del codardo affarista che pensa solo ai soldi e al petrolio. E ancora. Se Trump dice che la guerra in Ucraina deve finire lo accusano di putinismo e sono guai. Ma se pretende la Groenlandia per danneggiare lo stesso Putin e la Cina, beh, in quel caso torna immediatamente a essere un imperialista perché lede gli interessi dei danesi. E che poi quei danesi abbiano voce in capitolo sulla Groenlandia proprio grazie a una catena di imperialismi che parte da Erik il rosso e passa per la Norvegia, beh, fa lo stesso.
Davvero a questo punto diventa difficile orientarsi. Dicevamo che la regola è: l’imperialismo è accettabile finché non danneggia i sodali progressisti. Però dobbiamo ammettere che è troppo semplicistica. Capire quali siano i sodali dei progressisti, in effetti, è piuttosto difficile, perché hanno o hanno avuto rapporti con tutti i cattivi o presunti tali del globo e ogni due per tre cambiano idea e fingono di non ricordarselo.
Comunque sia, noi come sempre abbiamo pronto un consiglio non richiesto per Trump e tutti gli altri. Dato che come si fa si sbaglia, tanto vale usare i metodi della vecchia scuola e tornare alla vecchia cara esportazione della democrazia con la forza. Una volta tanto, però, si potrebbe esportarla per davvero, questa benedetta democrazia, restituendo la libertà a un popolo senza combinare troppi casini. Suggeriamo dunque di esportare la democrazia nel Regno Unito. Un bel regime change per rimuovere Keir Starmer e i laburisti. Cioè un governo di sinistra che ha fatto arrestare oltre 12.000 persone per dei commenti online considerati scorretti, che spia la popolazione e fa schedare persino i ragazzini dalla polizia per linguaggio di odio, che nasconde la verità sulle gang di stupratori pakistani insultandone le vittime, che fa entrare i criminali ma mette al bando Eva Vlaardingerbroek e lo scrittore Renaud Camus, che censura, controlla e imbavaglia senza pietà. E, tra le altre cose, insiste per continuare la guerra in Ucraina.
Lasciamo perdere allora l’Iran, il Venezuela e persino Gaza e Israele. Un bel golpe inglese è quello che ci vuole per riportare un filo di libertà in quell’isola. Che poi, con quello che ha fatto in passato, se lo meriterebbe pure, se non altro per il karma.





