Secondo Maurizio Belpietro, l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela non è una novità ma l’ennesima prova che le grandi potenze agiscono per interesse, non per ideali. Da Donald Trump a Nicolás Maduro, il direttore de La Verità smaschera le contraddizioni della sinistra italiana, pronta a indignarsi solo quando fa comodo.
«Per l’audio sugli “occhi spaccanti” ho subito un’uccisione pubblica. Mi hanno trattato come un appestato, mi sono sentito solo». Lo ha detto Raoul Bova dal palco di Atreju nel corso di un dibattito sul bullismo, raccontando degli insulti che gli sono arrivati online dopo la diffusione di alcuni suoi audio messaggi inviati alla ventitreenne Martina Ceretti. Non erano messaggi molesti o non richiesti, no. Erano scambi privati fra due persone apparentemente consenzienti. «Sono stato sbeffeggiato, ridicolizzato, tutto è diventato virale, tutti gli strati sociali, tutti sapevano di questa storia, di questa parola famosa, occhi spaccanti, è stata la parola più in voga: prima della guerra, prima delle persone uccise, prima dei femminicidi, questa è stata l’Italia nell’estate che mi ha massacrato», ha detto ancora Bova. E ovviamente c’è chi lo ha accusato di fare troppo la vittima.
Riportiamo queste parole e ritorniamo sulla faccenda degli «occhi spaccanti» non perché ci interessi giudicare l’attore e la sua gestione dei rapporti amorosi e famigliari. Sono affari suoi, può fare quello che vuole e ha diritto alla privacy anche se è un personaggio pubblico. Ci torniamo perché quelle sue frasi di qualche mese fa cozzano un po’ con le parole pubblicate sui social (e riprese con enfasi da alcuni quotidiani) da Beatrice Arnera, comica e attrice di successo che risulta essere l’attuale compagna di Bova.
Quest’ultima, è noto, era legata al collega Andrea Pisani, con cui ha avuto una figlia. La cosa non era affatto un mistero né un affare privato: ogni giorno i due pubblicavano online momenti della loro vita quotidiana, hanno trasformato la loro coppia e la loro vita reale in una sorta di sitcom per altro molto simpatica. Solo che poi si sono lasciati e la Arnera si è messa con Bova. Pisani non l’ha presa bene, anche comprensibilmente. È stato a lungo in silenzio, poi - in ottobre - si è fatto scappare una feroce battuta (in cui citava Bova) nella trasmissione Lol e in novembre ha concesso una intervista a Gianluca Gazzoli nel podcast Basement in cui si mostrava sostanzialmente devastato dall’accaduto.
Ebbene, secondo la Arnera quella intervista ha acceso la miccia dell’odio contro la «donna traditrice». Da lì lo sfogo sui social. «Una donna che si separa e mesi dopo sceglie di iniziare una nuova relazione è perseguitata da messaggi di odio, minacce e inviti al suicidio», ha scritto la Arnera. «Nel 2026. Sono mesi che vivo questa condizione. Mesi. Precisamente dall’uscita della puntata del Basement in cui il conduttore Gianluca Gazzoli si improvvisa psicoterapeuta e il padre di mia figlia racconta una storia piena di inesattezze».
E ancora: «Nessuna donna dovrebbe avere paura di lasciare il proprio partner. Nessun essere umano dovrebbe provare vergogna o timore di subire ripercussioni se decide di lasciare il proprio partner. [...] Insegnerò a mia figlia che, se non sta più bene, è libera di andarsene, da qualsiasi situazione. Senza nemmeno dover dare troppe spiegazioni, a mamma, a papà, ai social o all’Italia intera. Perché grazie a Dio non siamo sassi, siamo esseri umani e se non stiamo bene dove siamo, siamo liberi di andarcene. E dovrebbe essere un diritto, che non dovrebbe subire conseguenze violente, insulti, minacce di morte o gravi ripercussioni sul lavoro. Nel 2026».
Sinceramente ci importa davvero poco della dinamica della rottura fra Arnera e Pisani. Sono fatti loro, e di certo non spetta a noi giudicarli. A dirla tutta, ci dispiace pure che gli affari della coppia vengano pubblicamente discussi (e con pochissima sensibilità) sui giornali e sui social. Purtroppo era inevitabile che accadesse. Se le masse vengono coinvolte nella vita privata nei momenti felici, poi si sentiranno per forza di cose coinvolte e titolate a parlare anche negli istanti difficili, per quanto possa essere sgradevole. Ecco perché suono un filo fastidiosa la polemica pseudo femminista abbozzata dalla Arnera. La quale si lamenta che le donne vengano sottoposte «nel 2026» a scariche di odio poiché hanno interrotto una relazione. Come dimostrano le parole di Raul Bova, la stessa cosa accade ai maschi. I quali, per altro, sono quotidianamente sottoposti a una sorta di grottesca analisi collettiva che si risolve nella criminalizzazione un tanto al chilo. Si dice che i maschi vadano decostruiti perché violenti e oppressivi, si dice che siano responsabili del patriarcato imperante. E adesso si arriva a dire che se una celebrità riceve insulti online è colpa del sessismo che infetta l’Italia.
Sì, entrare con violenza anche solo verbale nella vita privata di persone che non hanno commesso alcun crimine è orrendo e disumano. E forse ha ragione Arnera quando rivendica di poter lasciare il suo compagno «senza nemmeno dover dare troppe spiegazioni, a mamma, a papà, ai social o all’Italia intera». Però i social e l’Italia intera, piaccia o no, non si sono intromessi da soli nella quotidianità della coppia famosa: sono stati coinvolti, e hanno portato visibilità, benefici e fama. Ora - ripetiamo: purtroppo - è emerso il lato oscuro e doloroso del meccanismo virtuale, che non ha pietà per nessuno. Nessuna minaccia è giustificata, in ogni caso. Ma si contesti allora la gogna social, si rifletta sull’uso di internet e la società del controllo a cui a volte si presta il fianco senza pensare alle conseguenze. Si tenga fuori il sessismo: l’odio online, in questa epoca contorta, investe tutti. E scaricare la colpa sui maschi cattivi serve soltanto a lavarsi la coscienza.
La bellezza e la potenza di Norimberga, film di James Vanderbilt ora nelle sale, non stanno tanto nel soggetto trattato - sempre perversamente affascinante - e nemmeno nella straordinaria interpretazione di Russell Crowe, calatosi con grande talento nelle trippe strabordanti di un Hermann Göring gonfiato e imbolsito dal potere. Sì, certo, il lungometraggio ha una trama affascinante e scorre tutto sommato veloce, beneficia del lavoro di bravi interpreti e di una bella sceneggiatura. Quando affronta l’enorme tema dell’Olocausto cerca di evitare la retorica e opta per un orrore brutale che lascia congelati. Ma questi sono elementi accessori, benché importanti.
Il fatto è che Norimberga non è un film sul nazismo o sulla seconda guerra mondiale o sullo sterminio degli ebrei. È, invece, una profonda esplorazione delle debolezze e malvagità degli individui, un film sul peccato e sulla disponibilità dell’essere umano a commettere il male. Proprio per questo è un’opera che parla di noi, del nostro tempo, delle nostre tentazioni.
La trama è semplice. Douglas Kelley (interpretato dal premio Oscar Rami Malek) è uno psichiatra in forze all’esercito americano a cui viene chiesto - peraltro senza troppa convinzione - di valutare la condizione mentale di Hermann Göring (il già citato Crowe). Kelley ha così l’occasione di parlare per ore e ore con il secondo in comando di Adolf Hitler, il più importante rappresentante ancora vivente del nazismo. L’obiettivo è il più scontato possibile: capire se Göring sia matto, se commetta il male in virtù di qualche turba mentale o per via di qualche particolarità antropologica o culturale.
Kelley, dal canto suo, nutre sogni di grandezza. Vuole approfittare dell’occasione per scrivere un libro sulla mente dei nazisti e diventare famoso. Facile immaginare quale sia il risultato, visto che il nome di Kelley è sconosciuto ai più, ma non vale la pena di svelare altro.
Il nodo della questione è la pretesa degli americani di definire, circoscrivere e poi asportare chirurgicamente il male. Göring va studiato perché bisogna stabilirne la diversità, bisogna marcare la distanza fra lui, illustre rappresentante del Male Assoluto, e i Buoni che hanno vinto la guerra. Göring va processato - benché già condannato dalla Storia e dal mondo - perché i vincitori possano non tanto definire lui colpevole, ma sé stessi innocenti, migliori.
È una pretesa antica quella di rimuovere chirurgicamente il Male dalla faccia della terra e dall’esistenza umana, a cui Robert Louis Stevenson ha dato corpo nel capolavoro Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui un medico cerca di estrarre l’oscurità da sé stesso e finisce per esserne divorato. Ecco, la vicenda del dottor Kelley e del signor Göring si muove lungo lo stesso, pericolosissimo crinale. Perché, in fondo, la storia è sempre la stessa: il male non si può isolare né cancellare, il legno storto dell’umanità non si raddrizza e ciascuno di noi si riflette nello specchio oscuro.
Lo psichiatra e il maresciallo del Reich si confrontano in scene memorabili, e Crowe assume colori diabolici quando tiene testa al suo avversario e gli insinua il dubbio: noi abbiamo i lager, sorride, voi avete la bomba atomica e Hiroshima e Nagasaki, davvero volete giudicarci?
Kelley scopre che non esiste precisamente un tipo umano sterminatore di ebrei. Esiste un tipo umano, punto. E di questo tipo fanno parte il narcisismo e l’ambizione, la crudeltà e la pretesa di superiorità. La stessa che si manifesta - ovviamente in forme molto diverse - negli imputati di Norimberga e nell’accusa. Ciò non significa, badate bene, che ogni azione si equivalga e che male e bene non esistano. Talvolta, piuttosto, essi sono mortalmente intrecciati, convivono nella stessa persona. La quale può decidere di commettere l’abominio o di fermarsi prima.
Questa scoperta atterrisce il dottor Kelley, il quale cerca disperatamente di convincere il mondo che l’orrore è ricorrente, si può ripetere anche se si è tentato di neutralizzarlo per sempre. Non che veicolare oggi queste idee sia più facile, anzi. Norimberga ci parla perché demolisce il manicheismo da cui ci siamo fatti infettare, sbriciola la pretesa superiorità morale e le divisioni quasi biologiche che in Occidente si usano fare tra buoni e cattivi. Mostra, in aggiunta, che sono le azioni a definirci e non i pensieri o le credenze. Certo, le ideologie possono aiutare, ma non sono sufficienti e soprattutto non ci levano dalle spalle un grammo di responsabilità.
Il processo allestito contro i gerarchi nazisti doveva essere un rito di purificazione, bisognava bruciare le streghe per confermarsi più giusti, più sani. Ma i protagonisti scoprono che le streghe sono sì terribili, ma pure terribilmente somiglianti a loro. Buoni e cattivi esistono, come no, e la linea di demarcazione dovrebbe essere a tutti chiara. Ma la rivelazione terribile è che varcarla è molto facile, la ricerca del potere conduce alla soppressione dell’umano e nessuno può credersi immune, protetto dal contagio. Il Male non è banale, ma è diffuso, e inestirpabile. Si può combattere, ma questo richiede un coraggioso atto di responsabilità (quello che compirà a un certo punto Kelley). Tutto il resto è illusione. È superiorità morale di chi pensa di poter eliminare il Nemico e non si rende conto di essere nemico lui stesso.





