Noelia Castillo Ramos è morta ieri a 25 anni per eutanasia. La sua storia è un ritratto angosciante dell’Occidente di oggi, anche se per lei ormai non fa molta differenza. È la storia di una bambina di Barcellona devastata dal divorzio dei suoi genitori, che viene tolta alla famiglia e collocata in una casa protetta.
Dall’età di 13 anni comincia a soffrire di gravi problemi psichici che non sono mai cessati, per cui le è stata addirittura riconosciuta una invalidità del 67% (poi passata al 74% quando sono sopravvenuti anche problemi fisici). In una lunga intervista concessa a una tv spagnola, Noelia ha raccontato di avere subito violenze sessuali, prima dal suo ex compagno (con cui ha raccontato di aver convissuto per quattro anni), stupro avvenuto dopo che lei aveva assunto sonniferi. Poi è stato il turno di un altro aggressore in una discoteca, e infine un ennesimo assalto sessuale nel 2022, sempre in un locale, da parte di un gruppo di ragazzi, forse tre. Quest’ultima violenza sarebbe stata la spinta definitiva verso il baratro: depressa e disperata, il 4 ottobre di quattro anni fa Noelia si è gettata da una finestra del quinto piano per ammazzarsi, ma non ci è riuscita. Non è morta. Ha riportato una grave e irreversibile lesione al midollo spinale, che la ha causato una paralisi alle gambe e dolori neuropatici. Il 18 luglio del 2024, Noelia ha chiesto di morire per vie legali, tramite eutanasia, e la Commissione catalana di garanzia e valutazione ha autorizzato il procedimento. Suo padre, tuttavia, ha deciso di opporsi, rivolgendosi al Tribunale amministrativo di Barcellona, che ha bloccato il meccanismo eutanasico. Dopo un paio di settimane di riflessione, la corte ha deciso che Noelia poteva morire: «Conserva la capacità di prendere qualsiasi tipo di decisione, inclusa quella di sottoporsi all’eutanasia», ha stabilito il giudice. I problemi psichiatrici le garantivano una robusta invalidità, ma per il tribunale era comunque abbastanza lucida per decidere di ammazzarsi.
Sono seguiti due anni di battaglie, di ricorsi e udienze. Alla fine l’Alta corte catalana, la Corte costituzionale spagnola e pure la Corte europea dei diritti dell’uomo hanno deciso che Noelia, ancora giovanissima e con disturbi psichici, poteva liberamente scegliere di suicidarsi medicalmente. Nell’intervista concessa al programma Y ahora Sonsoles di Antena 3, Noelia ha voluto spiegare le sue ragioni: «Non sopporto più questa famiglia, il dolore, tutto ciò che mi tormenta, tutto quello che ho passato. Voglio solo andarmene in pace e smettere di soffrire». Nella stessa conversazione, la ragazza dice di essersi sentita «sola per tutta la vita», spiega che non le «piace la direzione che sta prendendo il mondo». Dice di avere dolori cronici ma aggiunge anche: «Non sono costretta a letto; mi lavo e mi trucco da sola».
Che soffra non vi è dubbio. Il problema è che secondo le perizie a cui è stata sottoposta nel tempo Noelia presenta sintomi depressivi cronici nonché un disturbo dell’adattamento con sintomi di ansia e depressione. È dimostrato poi che soffra di disturbo ossessivo-compulsivo (Doc) e disturbo borderline di personalità. Eppure tutto questo, per i giudici spagnoli, non compromette la sua capacità decisionale. Noi non abbiamo certo le competenze per sostituirci a psichiatri e giuristi, e non vogliamo nemmeno permetterci di giudicare chi ha trascorso anni e anni nella sofferenza, prima morale e poi fisica. Sappiamo che importanti associazioni come Christian Lawyers hanno presentato vari e fondati ricorsi, tirando in ballo anche i conflitti di interessi di alcuni decisori spagnoli, la corruzione e la falsificazione di documenti, e in alcuni casi hanno anche ottenuto ragione dalle corti, senza che questo bastasse per impedire la morte di Noelia. Possiamo concludere che di sicuro si tratta di un caso che presenta diverse ombre, non tutte fugate in questi anni dalle autorità ispaniche.
Ma ancora prima di esaminare le carte giudiziarie e di sindacare su torti e ragioni ci sono altre e più pressanti considerazioni da fare, in larga parte riassunte dalla Conferenza episcopale spagnola. «Contempliamo con profondo dolore la situazione di Noelia, questa giovane di 25 anni la cui storia riflette una accumulazione di sofferenze personali e carenze istituzionali, che interpellano tutta la società», dicono i vescovi in una nota, sostenendo che la situazione della ragazza «non può essere interpretata solo in chiave di autonomia individuale». Per i vescovi spagnoli, «l’eutanasia e il suicidio assistito non solo solo un atto medico, ma la rottura deliberata del legame di cura e costituiscono una sconfitta sociale. Non siamo di fronte a una malattia terminale, ma a ferite profonde che richiedono attenzione, trattamento e speranza. Ignorare questo significherebbe ridurre la dignità umana, che non dipende dallo stato di salute o dall’autonomia. La risposta al dolore non può essere provocare la morte, ma offrire vicinanza, accompagnamento e sostegno integrale».
Sono frasi delicate e dolenti che non si possono non condividere. È mostruoso pensare che la civiltà che si vanta delle sue strepitose conquiste tecnologiche e umane non sia in grado di sostenere una ragazza sofferente ma giovane, che non sappia alleviare il suo dolore - spirituale prima che fisico - e se la cavi soltanto consentendole di levarsi di mezzo per sempre. La tragedia di Noelia è la storia di un fallimento che inizia con l’allontanamento dai genitori e si conclude con il suicidio istituzionalizzato. Noelia non era malata terminale. Lo è la società che la accompagnata così presto alla fine.
Gianluigi Paragone analizza il terremoto politico post-referendario e le dimissioni di Delmastro e Santanchè. Il cuore del problema è la tenuta reale dell’esecutivo. «A chi serve un governo che dura cinque anni se non risolve il caro vita, l’energia e la crisi delle piccole imprese?».
Ieri, mentre rientravano in Abruzzo da Roma, Nathan e Catherine Trevallion continuavano a ripetere di essere «emozionati e felici». E in effetti, per la prima volta dopo mesi, hanno avuto l’occasione di incontrare un rappresentante delle istituzioni che non li ha trattati da genitori degeneri o da pericolosi fanatici.
Intorno alle 12.30, a Palazzo Giustiniani, sono stati ricevuti dal presidente del Senato, Ignazio La Russa. Una visita annunciata che aveva sollevato l’ennesima, spietata polemica pre referendaria. Passata la buriana del voto - o quasi - la parola è stata mantenuta e i Trevallion si sono presentati col massimo della loro eleganza silvestre e, soprattutto, con tante cose da dire. Dopo settimane e settimane di mutismo, in cui a parlare sono stati soltanto i giornali e le relazioni ostili di assistenti sociali e curatori, la famiglia nel bosco ha ritrovato la parola e ha potuto elencare le proprie ragioni, con delicata fermezza. Catherine ha letto un testo scritto di suo pugno, una lettera che dice tanto di lei, di sicuro molto di più della coriacea ostinazione e riottosità che le hanno attribuito da troppo tempo a questa parte. «Dopo mesi di completo silenzio, Nathan e io vorremmo esprimere la nostra sincera gratitudine a tutti coloro che ci hanno sostenuto in questi giorni lunghi e profondamente difficili, pieni di dolore e tristezza per i nostri figli», ha scritto. «Abbiamo scelto l’Italia perché condivideva gli stessi valori con cui volevamo crescere i nostri figli. Ovvero famiglia, amore, unione, vita e alimentazione biologica e, soprattutto, un’esistenza serena e pacifica in cui le persone si prendevano cura l’una dell’altra». Una risposta ferma ma garbata che dovrebbero leggere quanti, soprattutto sui social, si divertono a descrivere i Trevallion quasi come dei privilegiati a cui vengono concessi casa e sostentamento.
«Abbiamo vissuto in pace e in armonia», ha continuato Catherine. «Abbiamo vissuto nel rispetto delle leggi statali e costituzionali che l’Italia ci ha fornito e non abbiamo mai fatto del male ai nostri figli, trascurato i loro bisogni o causato danni ai nostri vicini, al la comunità e alla terra in cui vivevamo. Siamo sempre stati rispettosi delle leggi e delle regole e non abbiamo mai giudicato, discusso o instillato nei nostri figli odio o sfiducia nei confronti dei leader e delle figure di autorità giudiziarie e istituzionali che ci circondavano. Abbiamo scelto consapevolmente la nostra vita, frutto di una scelta chiara e consapevole, basata sui nostri viaggi, la nostra formazione e le nostre esperienze».
Prima i ringraziamenti, poi la giusta rivendicazione. «Come genitori che adorano i nostri figli, che hanno sempre messo i loro bisogni al primo posto, che hanno sempre agito con la consapevolezza e la conoscenza di ciò che era giusto per loro, pur essendo pienamente consapevoli di non essere perfetti o di non possedere verità assolute, essere presi di mira e attaccati in questo modo è al di là della nostra capacità di accettare e comprendere», ha scritto la mamma. «Ciò che io e Nathan siamo venuti a offrire oggi è la nostra verità e il nostro continuo impegno a essere genitori responsabili, rispettosi e amorevoli. E con questa verità, nel dolore più insopportabile, ci siamo rivolti a voi, chiedendo di essere ascoltati e di permetterci di essere di nuovo una famiglia. La nostra famiglia». La conclusione è, di nuovo, un pensiero rivolto agli italiani: siamo grati, dicono i Trevallion, «a tutta l’Italia per la sua bontà e il suo amore. Grazie di cuore».
La Russa, che secondo il Pd non avrebbe nemmeno dovuto incontrare la famiglia, non ha esondato dal ruolo istituzionale. «È stato per me un piacere ricevere Nathan e Catherine, perché era mia intenzione cercare di stemperare il clima che si è creato attorno a questa vicenda», ha detto rivolgendosi ai due genitori. «Io non ho né titoli né intenzione di mettere in discussione i provvedimenti dell’autorità giudiziaria né tantomeno voglio giudicare lo stile di vita di Nathan e Catherine. Quello che spero possa essere utile è invitare tutti - è la mia moral suasion - affinché vengano eliminate le rigidità, tutte le rigidità, in modo da favorire il più possibile il ritorno a una famiglia unita, come voi la desiderate, con i figli che come naturale possano stare col padre e con la madre, dopo che vengano assicurate delle condizioni normali».
Il presidente del Senato ha detto ai Trevallion di essere «molto lieto di aver appreso che da parte vostra non vi è nessuna obiezione a che i bambini possano frequentare il dopo scuola, che la casa possa avere i servizi igienici che sono richiesti. Sono fermamente convinto», ha spiegato, «che non vi sia maggiore felicità per i bambini che quella che stare col proprio papà e con la propria mamma ed è quello che io vi auguro e che spero sia possibile eliminando tutte le rigidità esistenti». Rigidità che, a dirla tutta, finora hanno esibito soprattutto le istituzioni, e che saranno nuovamente messe alla prova il 21 aprile, data in cui dovrebbe tenersi l’udienza di appello sulla gestione dei tre bambini attualmente ancora collocati in casa famiglia a Vasto. Una situazione che, secondo i periti di parte Tonino Cantelmi e Martina Aiello «Ha costituito per i minori un evento traumatico di eccezionale intensità, inserito in un quadro di sofferenza già marcato e preesistente». I traumi si manifesterebbero anche attraverso l’apparente calma dei piccoli che «non è un segno di distacco affettivo né di miglioramento: al contrario è l’espressione di un sistema emotivo sopraffatto che tenta di difendersi riducendo al minimo i contatti che potrebbero riaprire la ferita o determinare ulteriori perdite». Vedremo se il tribunale deciderà una buona volta di riunire la famiglia oppure insisterà con quella che appare a tratti una incomprensibile chiusura. Dopo tutto, i Trevallion ormai hanno ceduto su tutta la linea: «Non voglio più litigare con nessuno, sto dicendo sì a tutte le richieste che mi fanno», ha detto ieri Catherine. Hanno dovuto piegarsi per non uscirne totalmente spezzati. E in ogni caso per loro e i loro figli nulla sarà più come prima.
Anche per questo suonano sgradevolmente inappropriate le battute di chi si schiera contro la famiglia nel bosco, come se attaccarla significasse fare un dispetto alla destra. Fanno così sul fronte progressista: accusano il governo di strumentalizzare i Trevallion a fini politici e poi li insultano per le stesse ragioni. Esempio radioso il sindaco di Milano Beppe Sala, che martedì sera - non avendo di meglio da fare - ha pubblicato su Instagram un commento che evidentemente riteneva simpatico: «Si è dimessa anche la famiglia nel bosco». Come si possa ridere di un famiglia separata a forza e sofferente solo lui lo sa. E per fortuna che ama dipingersi come quello attento ai diritti di donne e minoranze.





