Giuseppe Iannaccone, autorevole storico della letteratura, è presidente del Centro per il libro e la lettura, cioè una delle istituzioni che finanziano con denaro pubblico la manifestazione Più libri più liberi, organizzata in collaborazione con l’Associazione italiana editori (Aie), i cui gestori hanno pensato di imporre una sorta di green pass antifascista nel tentativo di escludere editori di destra.
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
La sinistra italiana, è un fatto, non è mai uscita dalla logica del green pass. Anzi, si potrebbe dire che l’introduzione di lasciapassare sia la sua ambizione ultima, il compimento dei sogni progressisti di controllo sociale e rieducazione permanente. Non a caso Elly Schlein ha apprezzato l’idea che per partecipare alla fiera Più libri più liberi di Roma venga introdotto un patentino antifascista.
«Anche Giorgia Meloni ha giurato sulla Costituzione e la Costituzione è antifascista», ha detto Schlein. «Nel garantire la libertà di manifestazione del pensiero non considera il fascismo un’opinione, ma lo mette al bando. Viviamo in un Paese che ha una Costituzione scritta da chi ha fatto la Resistenza per liberarci dal regime fascista e dall’occupazione nazista». È il solito falso storico: non solo nella Costituzione non si parla mai di antifascismo, ma di sicuro non è previsto che i cittadini, per potere esercitare i propri diritti, debbano firmare dichiarazioni in cui si impegnano a rinunciare a questa o quella posizione politica. Se una casa editrice non viene chiusa perché in qualche modo tenta di ricostituire il partito fascista, ha diritto di lavorare esattamente come le altre, e non deve in alcun modo subire ostracismi e discriminazioni.
C’è poi un’altra questione decisamente rilevante, che riguarda la definizione stessa di fascismo. Va precisato che in questo caso non si sta discutendo di concedere o meno ai fascisti il diritto di parola. Non si tratta nemmeno di ricordare, come ha fatto il ministro Nordio, che grandi strutture dello Stato liberale sono state edificate su fondamenta fasciste. Qui, a dirla tutta, il fascismo non c’entra proprio un accidente. Il fatto è questo: non esiste un partito o un movimento fascista sovrapponibile a quello storicamente esistito (e di cui la Costituzione proibisce la ricostruzione), e di sicuro non esiste un regime fascista. Dunque che cosa sia in effetti il fascismo oggi è assolutamente opinabile. Ciò che fanno i progressisti è fissare i limiti del campo semantico: sono loro a stabilire che cosa sia fascista e che cosa no. Sarebbe facile dimostrarlo concretamente. Se una delle case editrici definite fasciste dovesse in effetti firmare una dichiarazione di antifascismo, pensate che i gendarmi rossi della cultura la lascerebbero in pace e le consentirebbero di presentarsi in fiera senza problemi? Certo che no. Comincerebbero a spulciarne il catalogo per dimostrare che mente, che è fascista ma non vuole dichiararlo. La mossa successiva sarebbe dunque l’introduzione di regole sulla pubblicazione dei libri, di bandi ad hoc per questo o quell’altro autore e via perseguitando.
Funziona sempre così: i progressisti segnano i confini e pretendono che si esibisca un passaporto per poterli oltrepassare. È, appunto, la stessa logica del green pass: il potere decide chi sia sano e chi malato, stabilisce una definizione di malattia del tutto artificiale, fondata su criteri arbitrari, e in base a quella procede a dividere la popolazione tra sommersi e salvati. È una logica totalitaria, che in teoria contraddice potentemente lo spirito e la lettera della «Costituzione più bella del mondo».
Si potrebbe anche sostenere, per paradosso, che siamo di fronte a una sorta di perversione del concetto - tanto odiato dalla sinistra - di remigrazione. Spieghiamo. Il progetto della remigrazione prevede, in una fase decisamente avanzata, che gli stranieri non assimilati vengano rimpatriati. Come noto, i progressisti sostengono che si tratti di un piano nazistoide e razzista, ferocemente esclusivo. Provate dunque a immaginare che cosa direbbero se agli stranieri venisse richiesto di firmare una sorta di dichiarazione di assimilazione al fine di ottenere un patentino di italianità: di sicuro si strapperebbero i capelli gridando che stanno tornando le leggi razziali. Peccato che, tramite il patentino antifascista, loro facciano la stessa cosa: pretendono assimilazione culturale, e vogliono escludere chi non la accetta. La differenza è che la remigrazione è notevolmente più rispettosa. Non prevede patentini e non pretende di valutare le posizioni politiche. E quando parla di assimilazione lo fa a proposito di un patrimonio culturale, sociale e storico millenario, a cui aderire è facile oltre che piacevole. La remigrazione non pretende uniformità di pensiero, ma lavora per preservare le differenze e le culture. Esattamente ciò che i progressisti vogliono cancellare in nome dell’uniformità, salvo poi fare la morale agli altri accusandoli di essere disumani.
Comunque sia, ci sono notevoli elementi per sostenere che il patentino antifascista sia - quello sì, a differenza della remigrazione - profondamente razzista e discriminatorio. Come il green pass, appunto. Toccherebbe allora che qualcuno ci spiegasse per quale motivo venga sostenuta da denaro pubblico una manifestazione culturale (o sedicente tale) che mostri spinte razziste. Ricordiamo che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il Centro per il libro e la lettura, dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Se fosse introdotto il patentino antifascista, sarebbe il caso di interrompere immediatamente tutte queste erogazioni, perché non è accettabile che una manifestazione foraggiata dai contribuenti promuova esplicite e immotivate discriminazioni. Ci auguriamo che qualcuno, almeno al ministero della Cultura, prenda su questo immediati provvedimenti. A dirla tutta, sarebbe il caso che il governo - dato che il presidente del Consiglio ha affrontato con tanto coraggio l’argomento - aprisse una seria riflessione pure sulle varie «dichiarazioni di antifascismo» che numerosi Comuni richiedono a chi voglia organizzare incontri pubblici, presentazioni di libri e conferenze. Non solo a Roma: in mezza Italia esistono i green pass della cultura, e sarebbe ora di toglierli di mezzo.
A sinistra qualcuno ha scoperto che esistono intolleranti censori, e che la censura non è per niente gradevole. Lo hanno scoperto grazie all’ennesimo psicodramma esploso attorno a Eshkol Nevo, scrittore israeliano accusato di non avere condannato a sufficienza il massacro del governo Netanyahu ai danni dei palestinesi.
Contro la sua partecipazione al festival letterario di Polignano a mare è partita diverse settimane fa una petizione firmata dal vicesindaco di Bari, Giovanna Iacovone, dal sindaco di Molfetta, Manuel Minervini, e persino da Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, che parlando alla Stampa ha rivendicato il gesto spiegando che Nevo di fatto avalla lo sterminio dei palestinesi. Il caso è particolarmente emblematico (e grottesco) per varie ragioni. La prima è che Nevo è scrittore famoso e fino all’altro giorno coccolatissimo dalla sinistra intellettuale e dalla stampa di area, ha collaborato pure con Vanity Fair, rivista di riferimento del progressismo chic, e Repubblica non gli nega mai paginate ogni volta che esce un suo nuovo libro. C’è poi il dettaglio della posizione politica del nostro. Come praticamente tutti gli esponenti del mondo letterario, Nevo è ostile a Netanyahu e al suo governo, ma non abbastanza. Condanna cioè gli attacchi israeliani ma non il genocidio dei palestinesi. È dunque dalla parte giusta, ma non del tutto. Cioè non usa le precise parole, i precisi toni e i precisi concetti richiesti dalla mente collettiva dell’artista di sinistra. Almeno Erri De Luca si era dichiarato sionista, Nevo nemmeno quello: ne si richiede la censura non perché non si conforma, ma perché non si conforma a sufficienza.
Certo, anche stavolta ci sono i difensori progressisti della libertà di espressione, che hanno preso la penna per contestare la mordacchia al collega. Paolo Giordano ha scritto sul Corriere che non si può annegare uno scrittore in una ideologia e attribuirgli le malefatte di un governo. Anna Foa paventa la discriminazione ai danni dell’ebreo in quanto tale. Posizioni interessanti ma comunque curiose. Giordano era fra quelli che appoggiavano la censura del padiglione russo alla Biennale, la Foa ha scritto che cacciare De Luca da un festival «non è censura».
Di nuovo, tocca notare alcuni particolari. Il primo è che non c’è nessuno che si schieri contro la censura a prescindere, tutti fanno sempre dei distinguo. Chi ha difeso De Luca e chi si schiera con Nevo deve ogni volta ricordare che «hanno condannato Netanyahu», per spiegare che non sono poi così cattivi. Significa che non si tutela la libertà dell’artista: si difende un membro della corporazione cercando di dimostrare che non è troppo distante dall’ortodossia. Si difende quello che comunque è ostile al governo di Israele, che comunque è di sinistra, che comunque è «uno di noi». Su tutti gli altri la mannaia può calare serenamente. Non risulta infatti che ci siano stati accorati dibattiti fra illustri romanzieri sulle esclusioni di putiniani, no vax, razzisti, fascisti, e spauracchi assortiti. Questi discutono fra loro sull’opportunità di sanzionare il compagno che sbaglia, ma con i nemici del popolo nessuna pietà.
Non a caso non si leva mezza voce a contestare il delirante patentino antifascista che l’organizzazione del festival romano Più libri più liberi vuole imporre agli editori partecipanti, con il chiaro fine di escludere case editrici non conformi. Ricorderete la polemica: Passaggio al bosco ottenne regolarmente lo stand e subito si levarono appelli e proteste. Zerocalcare decise di boicottare la kermesse (sì, lo stesso fumettista autore del manifesto dell’assurdo corteo di sabato organizzato dalla Cgil per chiedere l’oscuramento della marcia per la remigrazione e della manifestazione per la vita). Ebbene, per evitare che alla prossima edizione di Più libri più liberi qualche sincero democratico si indisponga, ecco il patentino antifascista: se vuoi partecipare, devi aderire al pensiero prevalente.
«È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono», ha detto ieri Giorgia Meloni. «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica». Sante parole che dovrebbero essere pronunciate da scrittori e intellettuali, non da un premier. Ma gli intellettuali tacciono, perché ovviamente approvano la mordacchia. Non tacciono i politici del campo largo, che però aprono bocca per sostenere la censura. Giuseppe Conte ad esempio dice che la Meloni fa polemiche surreali sulla fiera del libro. Capito? È surreale lei, non il patentino da attribuire ai diligenti servi del potere.
Questo è il livello della sinistra italiana. Censura gli avversari politici, censura gli amici che dicono una parola di troppo o una di meno, censura (o prova a farlo) le manifestazioni pacifiche e autorizzate che non gradisce. Poi però evoca il ritorno del regime blaterando di Vannacci, di estrema destra e di onda nera. E lo fa stando all’opposizione: pensate che cosa accadrebbe se questa gente tornasse a governare, se riprendesse in mano anche le poche leve del potere che in questi anni ha dovuto abbandonare. Grazie alle polemiche su De Luca, Nevo, Vannacci eccetera sappiamo che cosa aspettarci da un eventuale ritorno dei progressisti: saranno più feroci di prima, e non faranno prigionieri.





