Nemmeno il documentario pubblicato su Netflix nell’agosto del 2025 riesce a raccontare tutta la verità. Confonde le carte, insinua dubbi. Fa venire il sospetto che la storia raccontata da Jussie Smollett nel gennaio del 2019 possa essere vera. E il bello è che c’è ancora gente convinta che lo sia, tra quelli che la ricordano.
Per i più, almeno dalle nostre parti, quella vicenda è al massimo l’eco di uno sbiadito ricordo. Eppure è l’emblema (uno dei tanti, ma anche uno dei più efficaci) del livello a cui è giunto il dibattito politico e culturale nel mondo occidentale. Si può sostenere che dica praticamente tutto dell’uso che facciamo della libertà di pensiero e di parola.
Smollett all’epoca recitava in una serie di successo, Empire, ed era in attesa del rinnovo del contratto. Una notte, a Chicago, chiamò la polizia e denunciò di essere stato picchiato da alcuni sostenitori di Donald Trump con tanto di accessori Maga. Costoro lo avrebbero menato fuori da un fast food, gli avrebbero messo un cappio al collo e versato addosso candeggina o simili per «sbiancarlo». Il dettaglio del cappio ovviamente rendeva il tutto un perfetto «linciaggio del XXI secolo». Smollett dichiarò di essere stato aggredito perché nero e gay e nel giro di poche ore divenne un eroe americano, cioè una vittima cui tutti sentivano di dovere compassione e solidarietà. Mezza Hollywood lo elesse a simbolo della ferocia razzista scatenata in America da Donald Trump, politiche come Kamala Harris e Alexandria Ocasio-Cortez attribuirono ai Maga l’aumento dei crimini di odio, attivisti di ogni ordine e grado si scatenarono contro le destre. Peccato che nessuno si premurò di verificare che la storia di Smollett fosse vera.
Non lo era.
L’attore aveva pagato due nigeriani per picchiarlo un po’ e mettergli un cappio al collo. Era una messinscena per farsi notare gridando al razzismo. Smollett non ha mai ammesso di avere organizzato tutto, nemmeno quando le autorità di Chicago gli hanno fatto causa. Nemmeno uno tra i Vip che lo hanno difeso ha chiesto scusa o ha pensato di fare un piccolo esame di coscienza. Diversi anni dopo, Netflix può diffondere un documentario che mistifica la realtà. Perché? Perché ai sedicenti buoni tutto è concesso, anche la menzogna, anche la mistificazione. Si prende un granchio? Poco male, si fa finta di niente e si tira dritto. Si difende un attentatore sostenendo che sia un pazzo vittima del razzismo e non un terrorista, ma poi si scopre che davvero voleva spargere terrore? Si sorvola e si ricomincia con le tirate moraliste su un altro caso. Così si comportano gli odierni padroni del pensiero.
Sono davvero pochi coloro che hanno il coraggio di denunciare l’odioso livello di polarizzazione e intolleranza che la discussione pubblica ha raggiunto in Occidente. Tra questi c’è Thomas Chatterton Williams, scrittore e critico culturale che vive a Parigi e lavora per lo più negli Stati Uniti. Uomo di sinistra, detesta nemmeno troppo cordialmente Donald Trump, e a sua volta pare vittima di qualche pregiudizio di troppo sui conservatori. Tuttavia ha avuto il fegato di scrivere un saggio intitolato L’età del malcontento (Mondadori) in cui addossa alla destra fin troppe responsabilità per il degradato stato delle cose, ma riesce a denunciare tanti dei vizi culturali della sinistra intellettuale e politica. Quasi nessuno è stato capace di una così profonda autocritica, e benché il suo libro sia almeno in parte - per chi non appartiene al circolo dei «buoni&giusti» - la scoperta dell’acqua calda, ne va ammirato non solo il coraggio ma anche l’eccezionale capacità di analisi e la spietatezza.
Riguardo al caso Smollett e all’ossessione per l’antirazzismo, egli scrive che «l’ossessione per l’identità e per i racconti eroici di emarginazione e oppressione, a cui non solo ci siamo aggrappati, ma che abbiamo anche coltivato e rafforzato, potrebbe di fatto aver alimentato proprio quelle divisioni e tensioni che dichiarava di voler combattere. In certi casi, questa fissazione ha persino prodotto razzismo e oppressione dal nulla, quando la realtà concreta non ne offriva una quantità sufficiente». Mostruoso a tale riguardo il caso della città di Minneapolis, nota per essere stata il teatro dell’omicidio di George Floyd. Dopo quel triste episodio divenne l’epicentro di una ondata globale di antirazzismo militante. Alcuni politici locali arrivarono a sostenere l’abolizione della polizia, tra gli applausi di folle militanti. Risultato? «Nel novembre dello stesso anno, il Washington Post riferiva che gli omicidi a Minneapolis erano aumentati di un vertiginoso 50%, con un bilancio di quasi 75 morti ammazzati in città. Erano state bersaglio di colpi d’arma da fuoco più di 500 persone, la cifra più alta da oltre un decennio e il doppio rispetto al 2019. E si sono registrati più di 4.600 reati violenti - tra cui centinaia di furti d’auto e rapine -, il dato più alto degli ultimi cinque anni». La maggior parte di quegli episodi di violenza era avvenuta dopo l’uccisione di Floyd e la successiva pressione per «porre fine al sistema di polizia così come lo conosciamo: un azzardo retorico che, a detta del capo della polizia, il latinoamericano Medaria Arradondo, aveva spinto oltre cento agenti - più del doppio rispetto al tasso annuale - ad abbandonare il corpo». L’ennesima battaglia dei padroni del pensiero, dei Grandi Educatori dell’umanità aveva prodotto un disastro di cui tutti, anche le minoranze oppresse che a parole si volevano difendere, hanno fatto le spese.
Thomas Chatterton Williams non ha timore nemmeno di parlare del delirio Covid. Resta, a quanto sembra, un illuminato sostenitore della scienza, non si arrischia a parlare di tutte le tremende falsità e degli abusi compiuti in quel periodo. Ma riesce comunque a mettere il dito nelle piaghe dolenti dei progressisti. Ricorda ad esempio una clamorosa contraddizione che avrebbe dovuto manifestare a tutti l’assurdità del regime sanitario allora in vigore. A un certo punto, nel 2020, dopo i primi lockdown e le prime prove di totalitarismo medico, il mondo scoprì che in determinati casi le ferree regole di reclusione si potevano violare per «una buona causa», cioè per consentire le proteste antirazziste di Black Lives Matter.
«È un semplice dato di fatto che, come diretta conseguenza dei lockdown e delle quarantene, molti milioni di persone in tutto il mondo sono rimaste senza reddito, hanno finito i risparmi, non hanno potuto dire addio ai propri cari né partecipare ai loro funerali, hanno rimandato screening oncologici, non hanno vissuto lauree e feste di fine anno, a tratti non hanno avuto il minimo contatto umano e, in generale, hanno messo la propria vita in pausa a tempo indeterminato. Hanno accettato quei sacrifici come terribili ma necessari di fronte a un virus altrimenti inarrestabile», scrive Chatterton Williams. «E poi, da un giorno all’altro, è stato detto loro, con la massima serietà, che era stato tutto inutile. “Il rischio di assembramento durante una pandemia globale non dovrebbe impedire di protestare contro il razzismo”, dichiarava Npr (radio pubblica americana, ndr) con una sicumera sconcertante, citando una lettera firmata da decine di funzionari della sanità pubblica ed esperti di malattie americani. “La supremazia bianca è un problema di salute pubblica letale che ha preceduto il Covid-19 e vi ha contribuito” proseguiva la lettera. Un noto epidemiologo si è spinto persino oltre, sostenendo che i rischi in termini di salute pubblica derivanti dal non protestare per porre fine al razzismo sistemico “superano di gran lunga i danni causati dal virus”. Che cosa avrebbe dovuto pensare una persona sensata di un messaggio tanto contraddittorio?».
Beh, avrebbe dovuto pensare che l’inganno era svelato. Ma nessuno ebbe il coraggio di dirlo, in quei giorni, anzi fior di esperti spiegarono che le manifestazioni, pur provocando assembramenti, non avevano fatto diffondere il virus. «Quando è diventato ancora più urgente convincere le masse scettiche a sottoporsi a un vaccino non ancora verificato, o a rispettare una nuova tornata di rigidissimi obblighi di isolamento domiciliare, esperti e autorità hanno scoperto con stupore che sempre meno gente aveva voglia o volontà di obbedire. Stiamo ancora facendo i conti con le molteplici ripercussioni di quell’incoerenza morale e intellettuale autoinflitta», chiosa Chatterton Williams.
Sono esempi che ben conosciamo, ma è davvero suggestivo che a portarli sia un uomo di sinistra. Dimostra che esiste ancora l’onestà intellettuale, e soprattutto rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Anzi, non proprio. Le stesse tesi, le stesse argomentazioni non vengono prese altrettanto sul serio se ad avanzarle è qualcuno proveniente dal novero degli impresentabili, cioè da qualcuno che non faccia parte del circolo dei moralmente e intellettualmente superiori. Chatterton Williams viene tollerato perché non è trumpiano, non è di destra e comunque è probabile che la sua richiesta di riflessione sia ignorata.
In fondo, pur a ormai molti anni di distanza, una seria analisi delle aberrazioni del periodo pandemico non è stata fatta, soprattutto in Italia. Non è difficile capire perché. Gli illuminati padroni del pensiero sono al di là del bene e del male. Dettano le regole e tutti le devono rispettare. Se sbagliano, danno la colpa ai sudditi che non hanno adeguatamente rispettato le prescrizioni, oppure semplicemente negano di avere sbagliato, e riprendono a dettare legge. Fino al prossimo errore, oppressione dopo oppressione, diktat dopo diktat. E non importa chi governi una nazione: gli eletti resistono nei luoghi di potere, e alla fine anche chi ne è stato lungamente vittima prima o poi, per servilismo o quieto vivere, si piega al pensiero prevalente. Chi non lo fa è cancellato, o svilito, o demolito. I più cedono: la libertà, capite bene, è un pasto fin troppo frugale.
L’Inghilterra va al contrario. Un bianco viene accoltellato? Anziché aiutarlo, l’arrestano
Il senso di questa storia sta tutto nelle parole di Brendan O’Neill, caporedattore della rivista Spiked: «Ecco dove ci ha trascinato il wokismo. In un abisso morale dove un ragazzo viene ammanettato dai poliziotti mentre muore dissanguato. In una landa desolata di virtù dove un diciottenne, accoltellato cinque volte, viene trattato come un criminale mentre esala gli ultimi respiri».
È esattamente questa la morale della favola nerissima che ha per protagonista Henry Nowak, diciottenne studente al primo anno di università ammazzato a coltellate il 3 dicembre 2025 a Southampton, in Inghilterra.
Nowak è stato pugnalato più volte con un coltello cerimoniale sikh, ventuno centimetri di lama che non gli hanno lasciato scampo. Giovedì, per il suo omicidio è stato condannato Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh. Questo però non è un assassinio come tanti. Ha un sottofondo etnico-culturale che non può lasciare indifferenti. Infatti, curiosamente, di questo caso al di fuori del Regno Unito si è parlato pochissimo. E siamo sicuri che, se le parti fossero state invertite - cioè se fosse stato ferocemente massacrato un immigrato e il colpevole fosse un giovane bianco - avremmo letto paginate indignate sul razzismo imperante e sull’odio in crescita nell’Inghilterra fascista in cui Nigel Farage fa incetta di consensi. Invece è morto un ragazzo bianco europeo, e poco importa.
Ma l’aspetto più atroce della faccenda riguarda gli ultimi istanti di vita di Nowak. Henry tornava da una serata con gli amici del calcio, è stato aggredito e colpito più volte. Nel disperato tentativo di sfuggire al suo aggressore si è trascinato oltre una recinzione, lasciando dietro di sé una spessa striscia di sangue. Quando la polizia è intervenuta, Henry era ancora vivo. Gli agenti accordi sul posto hanno fermato Digwa, e gli hanno chiesto che cosa fosse accaduto. Lui ha dichiarato di avere con sé il pugnale tradizionale che la fede sikh gli impone di portare, e ha detto di avere agito per legittima difesa, dato che Nowak - ubriaco - gli aveva urlato insulti razzisti, lo aveva aggredito e colpito facendogli cadere il prezioso turbante. Ebbene, i poliziotti senza pensarci su troppo gli hanno creduto. Hanno preso Henry Nowak sanguinante e moribondo e lo hanno ammanettato, trattandolo appunto come un criminale razzista.
Digwa ha ripetuto la sua versione al processo, ma in aula le sue «bugie malvagie» sono state smentite: a giugno sarà pronunciata la sentenza definitiva nei suoi riguardi. Non solo. Anche Kiran Kaur, la madre di Digwa, è finita a processo con l’accusa di favoreggiamento per aver tentato di nascondere l’arma del delitto, ovvero il lungo coltello che i sikh pretendono di portare ovunque in virtù delle loro credenze.
Dopo la sentenza, l’organismo di controllo sull’operato della polizia britannica ha avviato un’indagine sul fermo di Nowak. «Stiamo conducendo un’indagine indipendente sui contatti che gli agenti dell’Hampshire e dell’Isola di Wight hanno avuto con il signor Nowak prima della sua morte, avvenuta il 4 dicembre, compreso l’uso delle manette da parte degli agenti e il primo soccorso prestato», si legge nel comunicato ufficiale. «La nostra indagine, avviata a seguito di una segnalazione obbligatoria da parte delle forze dell’ordine, è tuttora in corso e gli agenti coinvolti sono attualmente considerati testimoni».
Nel frattempo, il vicecapo della polizia ad interim, Robert France, parlando alla Bbc, ha presentato scuse formali ai famigliari di Nowak. «È una tragedia che gli agenti non abbiano capito immediatamente cosa fosse successo a Henry», ha detto. «Mi dispiace che sia stato ammanettato e arrestato mentre perdeva conoscenza. Non voglio nascondere i fatti. Voglio che le persone comprendano i fatti nella loro interezza. Gli agenti che inizialmente hanno interagito con Henry sono gli stessi che hanno iniziato la rianimazione cardiopolmonare, che hanno lottato per salvargli la vita e non ho dubbi sul profondo impatto che questo ha avuto su di loro».
Non c’è dubbio che gli agenti abbiano tentato di rianimare Henry quando si sono accorti che stava morendo. Ma su quanto accaduto prima è persino superfluo svolgere approfondimenti, perché è tutto fin troppo chiaro. Sono anni ormai che le forze dell’ordine britanniche sono costrette a occuparsi non solo dei cosiddetti «crimini di odio», ma persino di «episodi di odio non criminali». Centinaia di persone sono state arrestate per post sui social network ritenuti razzisti, tra cui madri di famiglia e comici famosi finiti in manette per una battuta. Altre migliaia di cittadini (minorenni compresi) sono state monitorate e schedate perché qualcuno le aveva sentite usare un linguaggio non appropriato magari durante una lite. Non scherziamo: sono stati schedati ragazzini che avevano dato del ciccione a un compagno di classe nel corso di un litigio, vicini hanno segnalato altri vicini per una risposta maleducata. Ed ecco il risultato di anni e anni di lavaggio del cervello. La polizia - che pure ha più volte protestato per l’enorme quantità di tempo perso a occuparsi di psicoreati inesistenti e stupidaggini - è stata condizionata al punto da credere che un ragazzo sanguinante e morente sia un criminale perché è bianco. E perché un immigrato di seconda generazione lo ha accusato di razzismo. Ripensate alla scena: c’è un uomo agonizzante che gronda sangue, e dall’altra parte un uomo senza un graffio con un coltello di ventuno centimetri. Chi potrebbe essere la vittima? La risposta che gli agenti si sono dati è: l’uomo con il coltello, perché è scuro di pelle e di origini straniere. E nella retorica woke, si sa, gli stranieri sono sempre vittime del bianco oppressore. Di fronte a questo orrore distopico, non c’è dichiarazione di scuse che tenga.
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul motivo per cui vengono creati allarmi sanitari farlocchi, grazie ad Avvenire può trovare una spiegazione più che cristallina.
Il quotidiano dei vescovi ha intervistato Aurélia Nguyen, vice ad di Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, sulle due ultime minacce virali che hanno riempito e ancora riempiono le cronache: Hantavirus e Ebola. Il primo ha tenuto banco per una decina di giorni, ma si è capito fin da subito che non costituiva un pericolo reale. Nonostante ciò gli stessi giornalisti, commentatori e virostar che impazzavano ai tempi del Covid lo hanno pompato all’inverosimile allo scopo di sostenere che, a causa dell’abbandono dell’Oms da parte degli Usa, la situazione sanitaria sarebbe peggiorata drasticamente mettendo a rischio anche noi. Rispetto ad Hantavirus, ovviamente, Ebola rappresenta una minaccia reale, ma solo nei Paesi africani dove ormai è endemico e dove da anni causa morte e sofferenze. Anche se ci hanno provato, è difficile sostenere che l’attuale e mortifera diffusione in Congo dipenda da Donald Trump o dai sovranisti nemici della scienza. Ed è anche piuttosto complicato sostenere che il virus della foresta rappresenti un fattore di rischio in grado di scuotere l’Occidente. Eppure ancora adesso si leggono fior di titoli allarmistici. Si è parlato con ansia di due persone a Milano con febbre, che non sono risultate positive a Ebola ma che hanno fatto palpitare i media per giorni. Ora si discute di una donna sbarcata a Roma dopo essere venuta in contatto con persone infette. Giusto per chiarire: si tratta di una dottoressa di Medici senza frontiere che è stata portata allo Spallanzani scientemente, per essere curata, non di una paziente X che - magari contagiata - si è serenamente imbarcata su un aereo per arrivare qui. Anche perché risulta un po’ difficile prendere Ebola e avere il tempo e le forze per trasferirsi da un continente all’altro. È dunque sacrosanto parlare di ciò che avviene in Congo, e delle difficoltà che la Repubblica democratica sta attraversando. Ma sostenere che vi siano rischi per la popolazione europea è quantomeno molto discutibile. Nonostante ciò, la tendenza è esattamente questa: sfruttare il virus per creare allarme diretto o indiretto.
E qui giungiamo ad Avvenire. Che intervista Aurélia Nguyen e titola: «Ebola e Hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo». La signora spiega con sussiego: «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti».
I toni del giornale non sono certo distesi. Sentite qui: «Prima l’Hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come Emergenza sanitaria internazionale e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia “estremamente grave e difficile da gestire”. I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni». Capito? Presto o tardi potrebbe toccare a noi.
Poiché è impossibile sostenere senza farsi deridere che Ebola e ancora di più Hantavirus siano un pericolo concreto anche per noi italiani, si cerca una strada diversa. Cioè si usano le malattie esotiche come spauracchi per suggerire che tutt’attorno a noi si muovano virus letali fuori controllo di fronte ai quali siamo privi di difese perché non ascoltiamo abbastanza l’Oms o non seguiamo a sufficienza i profeti della Scienza in camice bianco.
Ad Avvenire, la signora Nguyen prima elenca tutti i rischi che possono essere causati dalla globalizzazione. Poi, con involontaria ironia, spiega che «viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi». Ma pensa: esistono virus che possono fuggire dai laboratori... Il nome Covid dice qualcosa? Non risulta però che la stampa italiana abbia voluto approfondire granché il tema...
Quello che conta, per i nostri media, è alimentare la tensione. Ma il meccanismo si svela appunto facilmente se solo ci si prende la briga di capire che cosa sia davvero Cepi. Trattasi, nei fatti, di una lobby dei vaccini fondata su impulso principale del World Economic Forum, finanziata da varie nazioni, dalla Commissione Ue e dal solito Bill Gates. Guarda caso, Cepi è stato il primo finanziatore di Moderna (con 900.000 dollari nel gennaio 2020) per lo sviluppo del farmaco Covid, e continua a collaborare attivamente con la casa farmaceutica per lo sviluppo di vaccini. Ecco perché ci tiene a parlare del rischio pandemico: perché deve spingere per ottenere finanziamenti pubblici a favore di Big Pharma. E per farlo sfrutta minacce immaginarie come Hantavirus (su cui Moderna ha guadagnato bei soldi soltanto annunciando di essere al lavoro su un vaccino che è lontanissimo dall’essere prodotto) e più concrete ma lontane come Ebola. La prossima volta che leggerete un articolo allarmistico o inquietante su una malattia esotica, saprete perché viene pubblicato.





