Roccella: «L’allontanamento va sospeso. Hanno preso una decisione brusca con i piccoli molto provati»
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Ministro Eugenia Roccella, come valuta questo provvedimento del Tribunale dei minori dell’Aquila che separa Catherine Trevallion dai suoi tre figli?
«Da tutte le parti, in tutti i documenti che riguardano l’infanzia, abbiamo sempre il principio del best interest, del miglior interesse del bambino. Accertiamo qual è il miglior interesse del bambino, di solito c’è almeno una seconda opinione. Quando si parla di questioni sanitarie, c’è sempre la possibilità di chiedere un secondo parere. In questo caso c’è stata una mossa radicale che, per altro, interviene su una situazione in cui già c’è stata una separazione e sicuramente ci sono stati traumi. Parliamo di un’ulteriore separazione dei bambini, anche dalla struttura in cui sono stati in questi mesi. Sembra davvero che in questo caso non si abbia come stella polare il migliore interesse dei minori. A mio parere, prima si dovrebbe accertare quali potrebbero effettivamente essere le ricadute di un atto su questa famiglia e poi, eventualmente, si dovrebbe decidere quale misura prendere. Non mi sembra un percorso accettabile quello di prendere prima i provvedimenti e poi, successivamente, verificare quali siano le ricadute».
La sensazione è che da parte delle istituzioni in questo caso ci sia stato un irrigidimento. È stato preso un provvedimento e lo si vuole difendere a ogni costo, anche se ci sono tante voci che invitano a cambiare idea. Nelle carte del tribunale si leggono toni molto duri, eppure le istituzioni dovrebbero prendersi cura della famiglia.
«Certo, la famiglia va sostenuta, si dice che i figli non sono dei genitori, ma non sono nemmeno dello Stato. I figli prima di tutto sono minori da tutelare e per tutelarli bisogna, in qualche modo, trovare un accordo, il massimo di condivisione possibile fra istituzioni e famiglie. Le istituzioni devono sostenere la famiglia, coinvolgerla in un percorso e mi sembra che questo percorso fosse stato avviato. Se poi la signora Trevallion non è sufficientemente collaborativa, allora si dovrebbero trovare percorsi accettabili anche per lei, anche a questo servono gli psicologi, anche a questo servono gli esperti».
In teoria sì.
«Penso che, comunque, il nodo del problema sia il metodo. Prima di tutto bisogna accertare l’effetto che le misure che si vogliono prendere potrebbero avere sui bambini. La Garante per l’infanzia ha chiesto quello che mi sembra proprio il minimo sindacale: un approfondimento sull’effetto che avrebbe questa ulteriore separazione su minori che già sono provati da traumi precedenti. Questo mi sembra un passaggio fondamentale: qui c’è un problema di salute emotiva e psichica e questa è la linea guida che dobbiamo seguire. Non si tolgono i bambini o le famiglie se non in caso di pericoli veramente radicali. E non, come abbiamo letto nella prima ordinanza del tribunale, perché i bambini non avevano una sufficiente vita sociale con i pari. Perché bisognerebbe vedere se il rapporto con i pari sia prioritario rispetto al rapporto con i famigliari».
Ha citato la Garante per l’infanzia, Marina Terragni. A nome dell’Autorità chiede la sospensione di quest’ultimo provvedimento. Dice che bisogna prendersi un attimo per riflettere. Forse questa potrebbe essere la soluzione adeguata, non crede?
«Io non posso che associarmi a questa richiesta della Garante: la richiesta di sospendere questo provvedimento e di un approfondimento sugli effetti che potrebbe avere sui bambini. Mi sembra veramente un passaggio di buon senso educativo, di tutela minima nei confronti di questi bambini. Non credo che questo offenda la magistratura o il tribunale. Non mi sembra che quella di una sospensione - nell’ottica della tutela del migliore interesse del minore - sia una richiesta offensiva o strabiliante. Penso che su questo potremmo essere tutti d’accordo, potrebbe essere un punto di caduta di questo dibattito».
E se per caso questo suggerimento non fosse accolto dal tribunale, ci sono secondo lei delle altre strade percorribili?
«A me pare che, per forza di cose, la via si quella di ripensamento da parte del tribunale. Finora si è sempre agito con grande rispetto nei confronti delle decisioni del giudice. Non c’è mai stato, nonostante l’opinione pubblica sia molto divisa su questo caso, alcun tipo di pressione nei confronti né degli operatori né del tribunale. Anzi, c’è sempre stata solo una richiesta di approfondimento, una richiesta di valutazioni ulteriori, di un secondo parere. Cosa che, insisto, anche da un punto di vista sanitario, è il minimo che si possa chiedere. Il confronto fra operatori, esperti, medici è una cosa assolutamente normale. Proprio tenendo conto di questo, credo che davvero il tribunale potrebbe accogliere la richiesta della Garante che, tra l’altro, è la stessa che fa anche l’Asl del territorio».
Insomma, bisogna riaprire una riflessione su questa vicenda.
«Il punto è capire se si vuole aiutare la famiglia o se c’è un’idea di conflitto, con il tribunale da una parte e, dall’altra, la famiglia. Io non credo che sia giusto impostare tutto in questo modo. L’intervento sui minori ha successo se la famiglia viene coinvolta. Chiediamo sostanzialmente collaborazione. Da parte della famiglia, per quello che era possibile, non c’è stato un irrigidimento. Adesso chiediamo collaborazione da parte di chi, in maniera un po’ brusca, ha stabilito di spostare i bambini senza ulteriori approfondimenti o verifiche».
Quello che traspare è quasi un irrigidimento, come se il tribunale dovesse difendersi in da attacchi. Ma mi sembra di capire da lei che non ci sia alcuna intenzione di attaccare o di farne uno scontro politico o altro.
«Ma no, appunto. Attacchi non ce ne sono stati, c’è un grande dibattito e anzi io ringrazio il vostro giornale in particolare, perché mantenere vivo questo dibattito serve anche a dare fiducia all’opinione pubblica, a far capire all’opinione pubblica che non viene ignorata. Quello che noi chiediamo è un’attenzione ai bambini, ma un’attenzione preventiva, non successiva. Non si può con i bambini avere superficialità, non considerare che ogni cosa che si fa ha delle ricadute, ha degli effetti. E a volte ha degli effetti che durano per sempre. Il rapporto con i genitori, quello con la mamma in particolare, sono questioni su cui non si può intervenire in maniera brutale, in maniera così radicale. Un atto di responsabilità sarebbe quello di sospendere il provvedimento e fare altre verifiche su come prenderebbero, questi bambini, una separazione ulteriore. Qui non ci si può muovere senza la dovuta delicatezza, le dovute cautele, la dovuta considerazione per le conseguenze che tutto questo può avere. Penso, da genitore, che ognuno di noi senta questo provvedimento come davvero troppo brusco».
- La famiglia nel bosco paga il fatto di essere troppo bianca ed educata. Perché da noi ci sono toghe che tutelano gli stranieri violenti e assassini, non le persone normali.
- Ieri sera Catherine Birmingham è stata invitata a lasciare la struttura che la ospitava. Il Tribunale: «Si illudeva di tornare a casa presto». Il premier: «Scelta ideologica». Lo strazio della figlia, avvinghiata alla gamba della donna.
Lo speciale contiene due articoli
Poiché a pensare male spesso si coglie nel segno, viene da credere che se i Trevallion si comportassero come fanno altri e ben più pericolosi stranieri, non si troverebbero a vivere l’inferno a cui attualmente sono inchiodati. Viene da crederlo perché, con allarmante frequenza, ci troviamo a osservare casi allucinanti di immigrati verso i quali la magistratura utilizza ogni cautela e molta creanza. Forme di attenzione che, al contrario e inspiegabilmente, non sono tributate alla famiglia nel bosco.
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato almeno due vicende agghiaccianti. Giorgia Meloni ha citato gli stranieri irregolari che erano stati trasferiti in Albania e che per volontà dei giudici sono rientrati in Italia nonostante avessero condanne per reati odiosi come spaccio, violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo. Ad esempio Fathallah Ouardi, marocchino di 39 anni che aveva collezionato tutte le imprese di cui sopra. Poiché questo gentile signore aveva presentato richiesta di protezione internazionale, non può essere espulso né portato oltre l’Adriatico, ma deve essere ricondotto in Italia a piede libero.
E poi c’è la storia - tanto mostruosa da risultare grottesca - del pakistano presunto omicida che la Corte di appello di Firenze ha deciso di lasciare a spasso per l’Italia, benché sia colpito da mandato di arresto europeo. Il signore in questione non può essere estradato in Grecia - non in chissà quale feroce dittatura, ma in una civilissima nazione europea - perché rischierebbe, secondo i giudici, di trovarsi male in carcere. Intendiamoci: sappiamo molto bene che ogni sentenza fa storia a sé, che ogni vicenda giudiziaria ha le sue asperità e talvolta le sue contraddizioni.
Eppure è evidente che qui c’è qualcosa che non va. In virtù di quale delirante sistema si possono favorire spacciatori, omicidi e violentatori e ci si mostra, invece, ferocemente duri nei riguardi di una famiglia che non ha fatto niente di male? I Trevallion non hanno stuprato, molestato, ucciso o pestato nessuno. Ma chissà, forse avrebbero dovuto, perché a quel punto sarebbero stati trattati come tutti gli altri immigrati, clandestini compresi. Le istituzioni italiane si sarebbero preoccupate molto del loro benessere, avrebbero esibito grande rispetto per le differenze culturali, avrebbero tirato in ballo tolleranza e accoglienza. E i due poveri anglo-australiani avrebbero potuto continuare a vivere al limitare del bosco. Invece no, invece Nathan e Catherine non sono abbastanza stranieri. Sono troppo bianchi e troppo educati, non pretendono chissà quali privilegi, non hanno richiesto particolari favoritismi: volevano solo essere lasciati in pace. E questo, a quanto pare, per le nostre istituzioni non è accettabile.
L’astio nei confronti in particolare di Catherine che traspare dalle carte giudiziarie è talmente palese che solo un cieco non lo vedrebbe. Su di lei pesa una colpa terribile: vuole proteggere i suoi figli ed è arrabbiata perché glieli hanno tolti. Dunque, va punita. Se rubasse portafogli in stazione la tratterebbero con più rispetto.
Mamma Trevallion divisa dai figli. Ira di Meloni: «Non sono dello Stato»
Non veniteci più a raccontare che la priorità è l’interesse dei minori. L’ordinanza del Tribunale dei minorenni dell’Aquila ha ordinato l’allontanamento dei tre piccoli Trevallion-Birmingham «dalla comunità in cui sono attualmente ospitati e il loro collocamento in diversa struttura, senza la madre».
Non bastasse l’orrore del provvedimento, il giudice «autorizza l’esecuzione dell’ordine di allontanamento con l’assistenza della forza pubblica». La bambina di otto anni e i due gemelli di sei, sottratti lo scorso novembre alla coppia che abitava nel bosco di Palmoli, nel Chietino, sono amati dai genitori. Mai è stata commessa violenza nei loro confronti eppure non si vuole che tornino in famiglia.
E, se un peggio ancora doveva accadere, vengono separati dalla mamma. Anche con la forza, poco importa ai giudici gli effetti devastanti su quei tre piccoli. Ieri sera Catherine Birmingham era stata invitata senza mezzi termini ad abbandonare subito la struttura: scene strazianti con la bambina avvinghiata alla mamma per non lasciarla andare via mentre la febbre le saliva a 38. La motivazione di tutto ciò? Appare mostruosa: «L’umore materno è andato col tempo peggiorando verosimilmente poiché la signora mostra di avere per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità molto breve e di un sollecito ripristino della convivenza di tutta la famiglia presso la propria abitazione», scrive Cecilia Angrisano, presidente del Tribunale dei minorenni.
Pensa un po’, la mamma si era illusa di avere la famiglia riunita: come ha potuto essere così sventata? Siamo in Quaresima e la Via Crucis della famiglia nel bosco non sembra potersi concludere con la liberazione dei Trevallion-Birmingham dal giogo dei giudici e dei servizi sociali. L’ordinanza parla di «condotta indisciplinata», dei tre piccoli. Afferma che la relazione del 12 febbraio 2026 della casa famiglia descrive il peggioramento del loro comportamento. «Si sono moltiplicati i tentativi dei minori di accedere autonomamente ai piani superiori della struttura, dove sono ubicati l’ufficio della responsabile, lo spazio neutro per gli incontri protetti, la stanza studio e l’appartamento assegnato alla madre». Proprio dei cattivi bambini, volevano il libero accesso alla parte della comunità dove è confinata la loro mamma.
Nella relazione si dichiara pure che «nell’ultimo periodo la donna consente ai bambini di soggiornare a qualsiasi ora nel proprio appartamento, chiudendo la porta. […] Tale condotta espone i minori a rischi significativi, considerata la loro tendenza a muoversi senza controllo in tutta la struttura». Preoccupazione per i possibili rischi, o rifiuto di accettare che delle creature vogliano passare più tempo con la mamma? Il giudizio su Catherine continua a essere inspiegabilmente duro. Nessuna attenzione per il dolore, la sofferenza di questa mamma.
L’ordinanza attinge sempre a piene mani dalla relazione dei servizi sociali e della casa famiglia, affermando che «la condotta tenuta dalla madre dalla fine di gennaio ha iniziato a essere, invece, fonte di grave pregiudizio, non solo per l’istruzione dei figli, ma anche per il loro equilibrio psichico, per la loro educazione e persino per la loro incolumità. Tale condotta legittimerebbe pertanto un provvedimento cautelare di allontanamento». Marina Terragni, Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, chiede la sospensione del provvedimento e una nuova perizia medica indipendente. «È l’unico modo in cui posso muovermi, tutelando la salute dei minori», afferma Terragni, oltremodo preoccupata perché «si rischia di infliggere ai bambini un ulteriore trauma dopo la separazione dal padre». Il garante si chiede: «Se le condizioni psicofisiche di questi piccoli si aggravassero, ipotesi poi non così remota considerati i ripetuti traumi che hanno subito, qualcuno sarà chiamato a risponderne?».
«Le ultime notizie mi lasciano senza parole», ha commentato il premier Giorgia Meloni, «il mio pensiero va ai bambini e ai loro genitori colpiti da una assurda concatenazione di decisioni dal chiaro tenore ideologico. Il compito dei tribunali per i minorenni è quello di tutelare i bambini e gli adolescenti di fronte ai casi di maltrattamento, abuso o abbandono, agendo nel superiore interesse del minore. Non è compito della giustizia, e dello Stato in generale, sostituirsi ai genitori, decidere come vadano educare i figli, imporre uno stile di vita fondato su standard che sono chiaramente ideologici. Perché i figli non sono dello Stato: i figli sono delle mamme e dei papà. Il governo era già intervenuto su questa materia, varando un disegno di legge apposito, che spero che il Parlamento possa approvare nel minor tempo possibile, per restringere l’arbitrio e combattere esclusivamente il superiore interesse dei minori», ha concluso Meloni.
Alessandra De Febis, Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Abruzzo, interviene osservando che «Non è pensabile che bambini già così gravemente esposti a cambiamenti e situazioni traumatiche vengano caricati di ulteriori choc, con nuovi stravolgimenti della loro quotidianità, dopo aver già cambiato radicalmente vita solo pochi mesi fa». Duro il commento dello psichiatra Tonino Cantelmi, consulente della difesa dei coniugi anglo-australiani. «Ci siamo dichiarati disponibili a una collaborazione equilibrata, ma tutto ciò è caduto nel vuoto».
Il professore osserva che il provvedimento «accoglie l’ostinazione del servizio sociale ad attribuire tutte le cause di difficoltà a Catherine e con incredibile tranquillità non esita a smembrare ulteriormente la famiglia e a generare un nuovo trauma a questi bambini, che dovranno essere trasferiti in un’altra struttura, confrontarsi con altri adulti sconosciuti e inserirsi in altri contesti problematici».
Il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, «pur nel pieno rispetto delle decisioni assunte dall’autorità giudiziaria», parla di decisione che, «anziché accorciare le distanze, allarga la frattura».
Secondo il presidente dell’Osservatorio sui diritti dei minori e già Garante per l’infanzia e l’adolescenza della Regione Calabria, Antonio Marziale, «era del tutto prevedibile che la madre potesse manifestare atteggiamenti oppositivi in una condizione del genere».
La Lega ha commentato sui social: «Una famiglia divisa e distrutta per cattiveria e arroganza. Chiederemo ispezione urgente del ministero della Giustizia».
Il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità interviene sulla vicenda della famiglia Trevallion: «I giudici facciano un passano indietro rispetto alla decisione presa di separare la madre dai tre bambini».





