Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul motivo per cui vengono creati allarmi sanitari farlocchi, grazie ad Avvenire può trovare una spiegazione più che cristallina.
Il quotidiano dei vescovi ha intervistato Aurélia Nguyen, vice ad di Cepi - Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, sulle due ultime minacce virali che hanno riempito e ancora riempiono le cronache: Hantavirus e Ebola. Il primo ha tenuto banco per una decina di giorni, ma si è capito fin da subito che non costituiva un pericolo reale. Nonostante ciò gli stessi giornalisti, commentatori e virostar che impazzavano ai tempi del Covid lo hanno pompato all’inverosimile allo scopo di sostenere che, a causa dell’abbandono dell’Oms da parte degli Usa, la situazione sanitaria sarebbe peggiorata drasticamente mettendo a rischio anche noi. Rispetto ad Hantavirus, ovviamente, Ebola rappresenta una minaccia reale, ma solo nei Paesi africani dove ormai è endemico e dove da anni causa morte e sofferenze. Anche se ci hanno provato, è difficile sostenere che l’attuale e mortifera diffusione in Congo dipenda da Donald Trump o dai sovranisti nemici della scienza. Ed è anche piuttosto complicato sostenere che il virus della foresta rappresenti un fattore di rischio in grado di scuotere l’Occidente. Eppure ancora adesso si leggono fior di titoli allarmistici. Si è parlato con ansia di due persone a Milano con febbre, che non sono risultate positive a Ebola ma che hanno fatto palpitare i media per giorni. Ora si discute di una donna sbarcata a Roma dopo essere venuta in contatto con persone infette. Giusto per chiarire: si tratta di una dottoressa di Medici senza frontiere che è stata portata allo Spallanzani scientemente, per essere curata, non di una paziente X che - magari contagiata - si è serenamente imbarcata su un aereo per arrivare qui. Anche perché risulta un po’ difficile prendere Ebola e avere il tempo e le forze per trasferirsi da un continente all’altro. È dunque sacrosanto parlare di ciò che avviene in Congo, e delle difficoltà che la Repubblica democratica sta attraversando. Ma sostenere che vi siano rischi per la popolazione europea è quantomeno molto discutibile. Nonostante ciò, la tendenza è esattamente questa: sfruttare il virus per creare allarme diretto o indiretto.
E qui giungiamo ad Avvenire. Che intervista Aurélia Nguyen e titola: «Ebola e Hantavirus? Sono due avvertimenti. I rischi di nuove epidemie stanno crescendo». La signora spiega con sussiego: «Viviamo oggi più minacce tra urbanizzazione, crisi climatica e guerre. Dobbiamo essere pronti».
I toni del giornale non sono certo distesi. Sentite qui: «Prima l’Hantavirus su una nave da crociera, poi Ebola in Repubblica democratica del Congo. Il primo è rimasto un focolaio, la seconda è invece stata classificata dall’Oms come Emergenza sanitaria internazionale e ha numeri che salgono ogni giorno: più di 200 sospetti decessi e più di 900 sospetti casi in Rdc. Per il direttore dell’Oms Ghebreyesus è un’epidemia “estremamente grave e difficile da gestire”. I due casi sollevano una domanda: come ci stiamo preparando, a livello globale, per nuove epidemie e pandemie? La questione è attuale perché il rischio di nuovi focolai è destinato ad aumentare nei prossimi anni». Capito? Presto o tardi potrebbe toccare a noi.
Poiché è impossibile sostenere senza farsi deridere che Ebola e ancora di più Hantavirus siano un pericolo concreto anche per noi italiani, si cerca una strada diversa. Cioè si usano le malattie esotiche come spauracchi per suggerire che tutt’attorno a noi si muovano virus letali fuori controllo di fronte ai quali siamo privi di difese perché non ascoltiamo abbastanza l’Oms o non seguiamo a sufficienza i profeti della Scienza in camice bianco.
Ad Avvenire, la signora Nguyen prima elenca tutti i rischi che possono essere causati dalla globalizzazione. Poi, con involontaria ironia, spiega che «viviamo in un tempo in cui un’epidemia potrebbe verificarsi accidentalmente, per esempio per un errore umano in un laboratorio ad alto contenimento. E purtroppo c’è anche un rischio di uso deliberato di virus. Con le tecnologie di oggi e con l’intelligenza artificiale, potrebbero esserci virus modificati per essere più trasmissibili o più letali. In Cepi stiamo lavorando moltissimo proprio per portarci più avanti possibile rispetto a tutti i possibili rischi». Ma pensa: esistono virus che possono fuggire dai laboratori... Il nome Covid dice qualcosa? Non risulta però che la stampa italiana abbia voluto approfondire granché il tema...
Quello che conta, per i nostri media, è alimentare la tensione. Ma il meccanismo si svela appunto facilmente se solo ci si prende la briga di capire che cosa sia davvero Cepi. Trattasi, nei fatti, di una lobby dei vaccini fondata su impulso principale del World Economic Forum, finanziata da varie nazioni, dalla Commissione Ue e dal solito Bill Gates. Guarda caso, Cepi è stato il primo finanziatore di Moderna (con 900.000 dollari nel gennaio 2020) per lo sviluppo del farmaco Covid, e continua a collaborare attivamente con la casa farmaceutica per lo sviluppo di vaccini. Ecco perché ci tiene a parlare del rischio pandemico: perché deve spingere per ottenere finanziamenti pubblici a favore di Big Pharma. E per farlo sfrutta minacce immaginarie come Hantavirus (su cui Moderna ha guadagnato bei soldi soltanto annunciando di essere al lavoro su un vaccino che è lontanissimo dall’essere prodotto) e più concrete ma lontane come Ebola. La prossima volta che leggerete un articolo allarmistico o inquietante su una malattia esotica, saprete perché viene pubblicato.
A furia di procedere per opposti estremismi e luoghi comuni figli di una ideologia ottusa rischiamo di perderci dettagli fondamentali per comprendere alcuni dei pericoli a cui stiamo andando incontro.
La sensazione è che per capire fino in fondo che cosa sia il nuovo terrorismo di cui negli ultimi giorni abbiamo avuto strazianti manifestazioni sia necessario per tutti un cambio di paradigma, che non può prescindere dalla presa di coscienza di alcune evidenze e dall’abbandono di vecchi stilemi.
A Modena un trentunenne di origini marocchine si lancia sulla folla con l’auto, emulando di fatto gli attentatori dell’Isis di una decina di anni fa. A Reggio Emilia salta fuori l’ennesimo adolescente aspirante jihadista che mostra - come lo stragista di Modena - segni di precarietà psichica e un livello notevole di risentimento. Entrambi a quanto pare erano piuttosto isolati, entrambi navigavano sul Web dove è probabile che abbiano trovato qualche forma di innesco per la violenza pronta a deflagrare.
Da un lato costoro corrispondono al profilo del terrorista islamico europeo-occidentale che l’ultimo decennio ci ha abituato a vedere. Spostati, persone disadattate e problematiche, male integrate a ogni livello, che a un certo punto danno libero sfogo alle loro intenzioni di morte. Dall’altro lato, però, questi individui sono in parte diversi. Sono molto più indipendenti dei loro predecessori, cioè spesso si autoradicalizzano, hanno meno bisogno di una propaganda pressante e invasiva, hanno poca o nessuna frequentazione della religione che hanno semmai annusato in famiglia.
Ed è qui che si nota una somiglianza con altri casi che non si può ignorare. Parliamo del quindicenne che nel febbraio 2025 fu individuato a Bolzano. Fu arrestato con l’accusa di «partecipazione ad associazione con finalità di terrorismo, fabbricazione e utilizzo di ordigni esplosivi, porto abusivo di armi, danneggiamento aggravato e detenzione e diffusione di materiale pedopornografico». Era «noto agli agenti della sezione antiterrorismo di Bolzano, che in passato avevano perquisito l’abitazione, dove il minore viveva con la famiglia, sequestrando due pc, uno smartphone e un’ascia, oltre a diverso materiale che ha confermato la sua appartenenza a un gruppo satanista e neonazista suprematista». Costui frequentava gruppi online e «conservava sul proprio dispositivo immagini e video di aggressioni, omicidi e sparatorie scolastiche, contenuti pedopornografici, oltre che filmati delle frange più radicali dell’Islam, come video sullo Stato islamico, attentati, decapitazioni, e sostanze esplosive auto-prodotte». La frequentazione di simili ambienti digitali è stata ipotizzata anche per un altro minore, il tredicenne che qualche mese fa a Bergamo ha accoltellato la sua professoressa.
Nulla di totalmente inedito. Esistono esperti che da tempo studiano i gruppi satanisti online, tra cui l’Ordine dei nove angoli. Uno dei fondatori di questa setta, David Myatt, è noto per aver supportato nei primi anni Duemila i gruppi radicali musulmani in stile Al Qaeda. Ciò dimostra che esistono singolari corrispondenze, sovrapposizioni e inquietanti intrecci fra queste entità oscure e feroci che si annidano nei meandri della Rete.
A questo punto dobbiamo evitare il primo e grossolano errore, ovvero il relativismo. È sbagliato sostenere che tutti i casi si equivalgano, che vi sia un generico estremismo che prescinde dalle idee, dalle fedi e dalla politica. Esiste al contrario uno specifico islamico, che riguarda persone cresciute in famiglie musulmane e con un background migratorio. La mancata integrazione ha una influenza notevole, contribuendo a creare figure di disadattati rancorosi. Ma queste stesse figure partecipano di un malessere che tocca anche altri, giovani europei e occidentali, i quali con modalità differenti possono arrivare a compiere atti egualmente spaventosi. Per intendersi: se il radicalizzato islamico prenderà l’auto per lanciarsi sulla folla, l’adolescente disturbato americano magari prenderà il fucile per fare strage a scuola, o il coltello per uccidere una professoressa. La serie «Adolescence», con tutti i limiti del prodotto commerciale e qualche asperità politicamente corretta, ha fornito un quadro piuttosto credibile del processo di radicalizzazione. In alcuni casi, come notava Olivier Roy, tale radicalizzazione viene islamizzata, in altri prende vie diverse.
Sempre presente, però, è il Web. È piuttosto evidente, lo dicono i dati, che esista un profondo disagio soprattutto fra le nuove generazioni che spesso sfocia nell’isolamento sociale. Come scrive in Hikikomori d’Italia la pedagogista Chiara Vergani, «il gruppo di ricerca Musa (Mutamenti sociali, valutazione e metodi) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Cnr-Irpps) ha pubblicato nel 2025 uno studio sulla rivista Scientific Reports, analizzando il ritiro sociale tra gli adolescenti italiani. Basandosi su indagini condotte nel 2019 e nel 2022 su studenti delle scuole secondarie di secondo grado, lo studio ha identificato tre profili di adolescenti: farfalle sociali, amico centrici e lupi solitari. È emerso che la percentuale di lupi solitari che non incontrano più i loro amici al di fuori della scuola è quasi raddoppiata, passando dal 5,6 per cento nel 2019 al 9,7 per cento nel 2022. Lo studio sottolinea l’importanza dell’iperconnessione e della sovraesposizione ai social media come fattori che contribuiscono all’isolamento sociale e al deterioramento del benessere psicologico degli adolescenti. Nel 2024, l’Istituto superiore di sanità ha condotto una ricerca focalizzata sulla fascia d’età 11-17 anni, indagando le dipendenze comportamentali e il ritiro sociale tra gli studenti italiani. Utilizzando un questionario specifico per l’hikikomori, lo studio ha rilevato che oltre 60.000 studenti mostrano tendenze al ritiro sociale. Tuttavia lo studio si concentra solo sugli studenti ancora frequentanti, escludendo coloro che hanno abbandonato la scuola, il che potrebbe indurre a sottostimare la reale portata del fenomeno». Sono numeri impressionanti. Tra queste persone che si isolano, alcune possono entrare in contatto con materiale radicale o con gruppi online molto violenti. Non tutti ovviamente diventano terroristi, per fortuna. Alcuni maschi però finiscono per entrare in comunità digitali in cui si celebrano lo stupro e l’odio per la donna. Altri possono trasformarsi in bulli, o trovare una legittimazione ai comportamenti da maranza. Altri ancora trovano una rapida soluzione ai loro problemi di identità in siti e profili che pubblicizzano il cambio di sesso. Sono sfumature diverse di uno stesso problema. Ed è chiaro che, trattandosi di questioni delicatissime, ogni sfumatura fa tutta la differenza del mondo. Ma è abbastanza evidente che esista un malessere diffuso, amplificato dalla reclusione negli anni di pandemia, che provoca distacco dalla realtà e che può assumere forme molto pericolose. La violenza diventa per troppi un via di uscita: più o meno potente, rivolta verso gli altri o verso di sé. Indagare le cause del malessere non significa togliere un grammo di responsabilità ad altri fattori ambientali: la propaganda satanica, islamica etc. Ma tocca prendere atto che in questa modernità esplosa qualcosa non funziona. Fallisce la società liquida, fallisce l’integrazione forzata, fallisce rovinosamente il sistema progressista a ogni livello. Il disagio mentale non è una scusa o una giustificazione: è parte di un dramma che non si risolve blaterando di razzismo o di mancanza di psicologi.
Edoardo Codraro, professore di Pordenone, ha pagato abbastanza cara la sua prontezza. Ha visto due studenti che si prendevano a calci e pugni nel cortile della scuola e si è precipitato a separarli. Ne ha ricavato un pugno sul collo che, non molto tempo dopo, gli ha provocato un notevole malessere.
Codraro ha chiesto che la scuola prenda provvedimenti contro lo studente, ma ha deciso di non denunciarlo. Ricevendo per questo il plauso del segretario generale della Flc Cgil di Pordenone, Giuseppe Mancaniello, che ha dichiarato al Gazzettino: «L’insegnante si è comportato bene non denunciando, perché in questo caso si trattava di giovanissimi sotto i 14 anni».
È la stessa decisione che hanno preso, a Parma, i due professori pesantemente malmenati da un gruppo di maranza in un parco fuori da un istituto tecnico. Sdegno sì, ma niente vie legali. Sulle prime anche il provveditore di Parma, Andrea Grossi, aveva caldeggiato la linea morbida, spiegando che la scuola «educa ma non sanziona». Poi però, forse riflettendoci un poco di più, ha cambiato opinione: «La scuola educa anche sanzionando».
Sulla rissa di Pordenone interviene invece Silvia Burelli, vicepreside della scuola secondaria di primo grado Terzo Drusin, che afferma: «Da domani ci attiveremo per tutte quelle azioni educative che possiamo avviare, in accordo con la famiglia. Azioni che prevedono attività con le tante associazioni del territorio che ci supportano». Insomma, il ragazzino picchiatore se la caverà con un po’ di volontariato.
È un fatto: ogni volta che esplodono casi di violenza adolescenziale si assiste a un profluvio di dichiarazioni di tenore più o meno analogo. C’è chi sostiene che si ascoltino poco e male i giovani, chi propone ore di educazione affettiva, chi se la prende con gli adulti che fanno la guerra. E può anche darsi che ci sia del vero in tutte queste affermazioni. Il problema, nel frattempo, resta e peggiora. Il che suggerirebbe, forse, di cambiare prospettiva.
A Parma il disastro era annunciato. Anzi è stato preceduto da altri e numerosi disastri. Sono anni che dal territorio si levano voci allarmate riguardo all’esorbitante presenza di maranza intemperanti. Fuori dal coro e altre trasmissioni hanno dedicato servizi alla (un tempo) placida città emiliana. Le denunce pubbliche di cittadini e politici, negli anni, sono state fin troppe. Il fenomeno è talmente evidente che l’anno scorso qualcuno ha avuto la brillante idea di girare un video musicale in stile trap intitolato Parma città di maranza, interpretato da studenti anche minorenni. Una operazione perfino divertente a testimonianza di una situazione drammatica. Segno che qualche provvedimento si poteva e si doveva prendere anche prima. Il massimo che le istituzioni sono riuscite a escogitare è l’introduzione dei cosiddetti «street tutor», figure a metà tra gli addetti alla sicurezza delle discoteche (da cui in effetti sembra che alcuni provengano) e i mediatori culturali che dovrebbe occuparsi di «prevenzione dei rischi e mediazione dei conflitti», anche grazie alla conoscenza dell’arabo. Insomma, vigilantes anti maranza che però non sono vigilantes e non hanno compiti di polizia ma di mediazione culturale. Boh.
È chiaro: non esistono soluzioni semplici e immediatamente efficaci. Tuttavia, è abbastanza ovvio che servano due approcci congiunti: uno politico (più misure di sicurezza) e uno culturale. Quest’ultimo potrebbe seguire alcune direttrici che vari analisti nel corso del tempo hanno indicato. Tra questi c’è il filosofo Stefano Zecchi, che sul tema dei maranza e della violenza giovanile ha le idee piuttosto chiare.
«Cominciamo dalla scuola e dalla famiglia che sono le due istituzioni che educano i ragazzi», dice. «In entrambe quello che viene a mancare ormai da tanti anni è l’autorità, il senso del rispetto di un’autorità che oltrepassa, trascende le singole persone. Questa autorità è stata sostituita da uno sfrenato individualismo, per cui ognuno pensa per sé e pensa di raggiungere da solo certi risultati. Questo porta evidentemente a situazioni paradossali, come nei casi in cui i genitori fanno da schermo per evitare danni ai figli oppure essi stessi aggrediscono i professori».
In tanti lo hanno detto: manca il padre simbolico, cioè colui che fissa le regole e i limiti. «Il padre è l’autorevolezza, non voglio dire la parola autorità che oggi sembra sconcia, nella famiglia», spiega Zecchi. «Non dico che debba prendere le decisioni da solo, deve certo condividerle, ma il suo compito è cercare di portare una razionalità all’interno della famiglia: soprattutto il padre ha questa funzione. Nella scuola vale lo stesso con la figura dell’insegnante. Sento dire che la scuola educa, ma non è vero. La scuola non educa, deve insegnare. Ha un compito molto complesso, quello di insegnare e attraverso l’insegnamento far capire i modi di comportamento. A scuola non vengono insegnate le buone maniere: si prende semmai, dico per fare un esempio, una poesia di Pascoli e attraverso quella poesia si comincia anche a capire il mondo e a rispettare gli altri».
La mancanza del padre non è una banalità da psicologi: è un tema serissimo che trova conferma nella rinuncia dei docenti alle denunce e a un approccio più severo: sembra che l’autorità debba essere sempre smorzata.
Quanto alla mancanza di dialogo con gli adolescenti, Zecchi appare scettico. «Questo discorso lo sento fare in continuazione», dice. «Mi sembra una via di fuga e anche una specie di giustificazione. Non è che i ragazzi non vengano ascoltati, semmai i ragazzi non hanno intenzione di parlare. Oggi il mondo dei ragazzi è una specie di recinto chiuso da questa ipnotica visione del cellulare che sostituisce i discorsi. Non è che i genitori non ascoltano i figli, i figli non parlano con i genitori, questo è il problema. Questa retorica di dare la colpa sempre ai genitori perché non ascoltano è sociologistica, non riflette bene su ciò che accade. Io mi muovo a Milano con la metropolitana: non c’è una persona adulta, meno adulta, piccola, non piccola che non abbia in mano il cellulare. L’altro giorno sempre in metropolitana è arrivata una banda di ragazzini delle elementari, erano proprio piccoli: erano festosi, gridavano, scherzavano tra di loro, toccavano... Il cellulare non esisteva. Ma piano piano, andando avanti con l’età, tutto questo sparisce».
Forse allora bisogna pensare a limitazioni serie sull’uso della tecnologia, e ragionare sul rapporto che hanno con essa anche gli adulti, non solo i più piccoli. E poi c’è un altro tema enorme che non si può eludere: l’immigrazione.
«È un elemento di rottura di uno schema convenzionale, tradizionale», dice Zecchi. «Ormai dobbiamo abituarci a convivere con questa realtà e a scuola si fa molto per favorire l’integrazione. Che però resta una cosa, come dire, non naturale. Non voglio usare parole troppo dure ma è qualcosa fuori dalla naturalezza, a cui non c’è un’adeguata preparazione. L’integrazione in fondo è una violenza, è sradicare la persona dalla sua storia, dalla sua tradizione, dalla sua religione. Sono state tentate tante vie per l’integrazione: c’è quella inglese, c’è quella tedesca e c’è quella francese... Non ha funzionato nessuna delle tre».
Come si vede, le questioni sono stratificate e complesse, e tocca agire a più livelli. Ma una bussola, spiega Zecchi, l’abbiamo: «Non bisogna aver paura di sostenere l’autorità, di sostenere le figure paterne dentro la famiglia e gli insegnanti dentro la scuola».
Viene da dire che anche gli insegnanti, in questo senso, talvolta potrebbero offrire un maggiore contributo. Ai fini di difendere la presenza di una autorità non sembra molto utile evitare di denunciare chi picchia e bastona.





