Sta crollando tutto e non è nemmeno colpa dei fascisti. Il bello è che a sinistra stanno facendo tutto da soli: il woke sconfessato da tutti non ha smesso di avvelenare i pozzi del pensiero dominante, infetta e crea zombie intellettuali che si azzannano fra loro. La cultura progressista deflagra, è sbriciolata dall’onda d’urto prodotta dai suoi cortocircuiti interni.
Erri De Luca, venerato maestro rosso-rossissimo è stato bandito da un festival e macellato pubblicamente dai suoi ex compagni, ex amici ed ex leccapiedi per un paio di frasi sul sionismo che per altro continua a ripetere da settimane, e che ripeteva anche negli anni passati senza destare scandalo. I suoi colleghi e presunti ammiratori, oltre a un pugno di Vip e Vippetti, si sono scannati per un paio di settimane al massimo, inscenando psicodrammi e scrivendo post accorati sui social. Poi lo scandalo è svaporato come un peto in una calda giornata di giugno. Di quella diatriba e di Gaza non frega più nulla a nessuno, perché ora si deve parlare della meravigliosa vicenda di Michele Mari.
Altro giro, altro venerato maestro. Lo beccano a proferire, sul torpedone che conduce a un evento i finalisti del Premio Strega (per cui è gran favorito), qualche parola poco elegante su Michela Murgia, facendo inviperire la scrittrice Teresa Ciabatti. Si spalanca il cielo e piove grandine per 24 ore quando Repubblica sputtana lui e i suoi colleghi (tra cui si suppone qualche delatore) nelle pagine culturali. Poi inizia lo spettacolo circense: le grandi firme del Corriere della Sera e della stessa Repubblica (Aldo Cazzullo, Michele Serra, Corrado Augias) lo difendono, invocano il diritto alla privacy e sdoganano - così Massimo Recalcati - la normalità della maldicenza, che diviene accettabile perché diffusa. Altre firme, sui social, suggeriscono che vi sia un complotto per fare perdere lo Strega a Mari, altre ancora - senza fare nomi, per carità - suggeriscono che Teresa Ciabatti abbia fatto esplodere il casino per biechi fini personali. Nel frattempo, tutte le annose discussioni sul linguaggio politicamente corretto, il sessismo, il patriarcato da combattere con l'educazione sessuo-affettiva finiscono nello sciacquone e si tira l’acqua.
Tanto i progressisti rompono le balle sulla rieducazione nelle scuole per i figli degli altri che non hanno commesso nulla di male, tanto sono garantisti e tolleranti quando è uno dei loro a sbarellare e a pronunciare qualche bestialità. Quando quest’ultima eventualità si verifica, l’atteggiamento degli intellettuali di sinistra dimostra che le insistenze sul controllo del linguaggio e le invettive contro chi usa toni ruvidi sono tutte idiozie, falsità da ripetere in pubblico e negare in privato.
Mentre ancora sul Web si scannano per Mari, ecco che piomba sulla scena una nuova tragedia. Protagonista è Ray Banhoff, fotografo molto noto e amato negli ambienti alternativi-chic milanesi e non solo. Firma di Rolling Stone e dell’Espresso, talvolta ospite di prestigiose trasmissioni tv. Improvvisamente il tribunale inquisitorio dei social de sinistra scopre che il nostro eroe, dieci anni fa, ha pubblicato un libro che raccoglie alcune delle 3.000 foto scattate di nascosto a Milano, molte delle quali ritraggono ragazze e donne colte nella loro intimità. Tutto noto, tutto alla luce del sole: Banhoff aveva una sezione del suo sito dedicata a questo progetto, nel 2015 al Corriere disse candido: «Tutto è nato per gioco: scattavo di nascosto. Poi condividevo le foto con gli amici su Whatsapp... non immaginavo di farci un libro». In un’intervista più recente ha rincarato la dose: «Scattavo senza farmi vedere. Diventavo invisibile, leggevo Don Winslow, James Ellroy per imparare come si fa un pedinamento. Burroughs lo chiama l’Hombre invisible, cioè diventavo lo strumento. La gente non mi vedeva più. Io sono alto 1.86, andavo con l’iPhone in mano e scattavo qua (nel video indica il viso) o sotto la gonna e non mi vedevano. Nelle foto c’era questa esplosione di sensualità e c’era un occhio che catturava donne giovani, magre, grasse». Banhoff fotografava culi e mutandine, rubava scatti e li condivideva, poi ne ha tratto un progetto artistico di un certo successo. Ora però è diventato il nemico pubblico numero uno.
Cathy La Torre, avvocato arcobaleno sempre in lotta per le minoranze, invita le donne a denunciare in massa il fotografo, ora ridotto al più tristo ruolo di guardone. I giornali pubblicano articoli indignati sullo sfruttamento del corpo delle donne. Banhoff ha cercato di difendersi, ha rimosso dal suo sito alcune delle foto più piccanti nella speranza di sedare gli animi, ma non è bastato.
L’inquisizione lavora alacremente, e nessuno sembra notare il fatto che fino a un paio di giorni fa Banhoff era considerato un talentuoso intellettuale meritevole di grande considerazione. Nessuno si era mai posto il problema delle chiappe che fotografava per strada: dopo tutto, era un artista, uno del gruppo che conta, mica si poteva trattarlo da sporcaccione. In pratica, il fotografo ha fatto esattamente ciò che facevano i dipendenti Atm finiti nel tritacarne per avere condiviso e commentato in chat immagini di passeggere e passeggeri dei mezzi pubblici milanesi. Solo che questi poveretti non possono stendere una patina artistica sul loro operato, dunque sono divenuti immediatamente il simbolo del patriarcato imperante e meritevole di demolizione. A Banhoff è andata bene per dieci anni, poi la furia cancellatoria si è rivolta contro di lui. Lo macinerà per qualche giorno, magari emergerà qualche collega pronto a difenderlo, poi tutto sarà dimenticato. Certo, probabilmente il bravo Ray in futuro farà più fatica a lavorare. E probabilmente Michele Mari non vincerà l’ambito Strega. Ma altri li sostituiranno alla gogna. Altri sinceri progressisti divenuti all’improvviso perfidi reazionari, ex puri meritevoli di epurazione, ex amici da mandare al patibolo in nome del rispetto delle minoranze e della democrazia, ex buoni che non sopravvivono al cambiamento degli standard di modalità o che semplicemente sono divenuti sacrificabili. Così finisce la cultura di sinistra: con un insulto a una femminista e migliaia di foto di culi scattate a tradimento.
A confronto, i dipendenti Atm sono tipi da Pulitzer. O per lo meno da Premio Strega.
Una moratoria internazionale sull’utero in affitto. La chiede da fin troppo tempo Reem Alsalem, la relatrice speciale Onu contro la violenza sulle donne, autrice di un report dettagliatissimo e sconvolgente sulla realtà tremenda della cosiddetta maternità surrogata.
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
Alla fine di marzo di quest’anno nel Regno Unito c’erano circa 4.000 minori in attesa di essere ricevuti in una delle strutture del servizio sanitario nazionale, che si occupano di problematiche relative al genere. Di questi, oltre 250 frequentano le scuole primarie.
E almeno una decina ha poco meno di 6 anni (gli altri vanno dai 7 agli 11). Stephanie Davies-Arai, direttrice del gruppo Transgender trend composto da genitori, accademici e professionisti critici verso il cosiddetto approccio affermativo, ha spiegato al Daily Telegraph che «i dati relativi alle liste d’attesa mostrano chiaramente che si tratta prevalentemente di una tendenza adolescenziale. Sappiamo che questo gruppo sarà composto in maggioranza da donne, persone omosessuali, autistiche o adolescenti con problemi di salute mentale preesistenti o affidate ai servizi sociali. Il numero di bambini più piccoli è maggiore rispetto al passato, il che non sorprende visto che ora i genitori sono incoraggiati a credere che il proprio figlio sia trans se non si conforma a rigidi stereotipi di genere». Davies-Arai consiglia ai genitori di aspettare, avere pazienza e attendere che superino la fase. Ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi. In teoria, dal 2024, nel Regno Unito è vietato somministrare ai minori i farmaci bloccanti della pubertà. Lo stop è arrivato grazie al governo conservatore allora in carica e i laburisti lo hanno prolungato per andare incontro alle richieste della popolazione. Ma nel frattempo le autorità sanitarie hanno escogitato un altro modo per continuare sulla via del cambio di sesso dei minori. Si tratta di un progetto chiamato Pathways, uno studio approvato dall’Agenzia di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (Mhra) e dall’Autorità per la ricerca sanitaria (Hra). Prevede che i bloccanti siano somministrati a minorenni, poi sottoposti a monitoraggio, per verificarne gli effetti. Stando alla Bbc, pare che «i nuovi limiti di età siano 11 anni per le partecipanti di sesso femminile registrate alla nascita e 12 anni per i partecipanti di sesso maschile registrati alla nascita». Insomma, si potranno avviare al cambio di sesso delle bambine di 11 anni. La cosa è di per sé mostruosa, ma lo diventa ancora di più se si considera che una settimana fa il governo laburista ha dato il via libera al divieto totale di utilizzo dei social network ai minori di 16 anni. In pratica un ragazzino potrà cambiare sesso, ma non usare Instagram.
Questa è l’Inghilterra di Keir Starmer. O almeno lo era fino a ieri, giorno in cui il primo ministro laburista ha rassegnato le dimissioni. Non che ci siano da attendersi grandi cambiamenti, ma sarà difficile fare peggio del Grande Timoniere progressista. Nel giro di pochi anni è riuscito a trasformare la sua nazione in una sorta di terrificante distopia liberal, qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettati di vedere in Occidente. La storia del cambio di sesso parla da sé. Il divieto di social network si può leggere come una sorta di regalo d’addio del simpatico Keir. L’obiettivo del provvedimento, ovviamente, non aveva nulla a che fare con la protezione dei bambini, ai quali è del resto concesso sottoporsi ai peggiori trattamenti sanitari. Il punto vero è giungere al monitoraggio degli adulti. La stretta digitale infatti prevede l’introduzione di controlli sull'identità online per i maggiorenni, ergo controllo sociale. Non stupisce: lo Stato di polizia digitale è sempre stato il chiodo fisso laburista. Nel Regno Unito non è mai esistita una carta d’identità obbligatoria, ma Starmer e soci hanno avviato l’iter per l’introduzione della Britcard, documento digitale che dovrebbe divenire pienamente operativo nel 2028 e che servirà per controllare l’accesso ai servizi. Per noi potrebbe sembrare scontato, ma per gli inglesi è un cambio epocale.
Giusto per restare sul monitoraggio digitale, vale la pena ricordare alcuni dati forniti dalla Free speech union britannica. Nel Regno Unito la media di arresti viaggia sui 30 al giorno per i reati legati alla comunicazione online. Ogni anno vengono fermate dalla polizia circa 12.000 persone per via di ciò che hanno scritto sui social network, e circa 1.000 ogni anno vengono condannate. Tra queste ci sono coloro che negli anni passati hanno pubblicato post giudicati razzisti in occasione delle numerose manifestazioni contro l’immigrazione. È il caso di citarne una su tutte: Lucy Connolly, madre di famiglia con un marito gravemente malato, arrestata e condannata a 31 mesi di carcere per un commento su X (rimosso dopo poche ore) giudicato razzista. Commento che per altro reagiva alla strage di bambine commessa a Southport da un uomo, allora minorenne, di origini ruandesi.
Già: con i cittadini britannici bianchi Starmer è inflessibile. Gli esponenti del suo partito in varie città arrivano a proibire l’esibizione della bandiera con la croce di San Giorgio perché sarebbe un simbolo identitario e dunque intrinsecamente fascista. Però, quando si tratta di fare chiarezza su reati veri e non sugli psicoreati, il Labour è più tenero. Starmer ha rifiutato più volte di creare una commissione d’inchiesta sulle gang di stupratori pakistani che hanno abusato negli anni di decine di migliaia di ragazzine bianche e per lo più povere. Costretto infine dalle pressioni della stampa a dare il via alla commissione, il governo progressista ha fatto di tutto per sabotarla.
Chiaro no? Nella distopia buonista i crimini degli stranieri passano in secondo piano. La polizia, sottoposta a costanti corsi di rieducazione affinché impari il rispetto delle minoranze, ha ottenuto risultati eccezionali. Per esempio ha arrestato il moribondo e sanguinante Henry Nowak, preferendo credere al sikh che lo aveva pugnalato. Si sospetta che le autorità sanitarie abbiano atteggiamenti simili: hanno lasciato libero di circolare almeno un assassino, dopo aver ricevuto pressioni per ridurre la presenza di neri nelle strutture psichiatriche.
In compenso, il primo settembre 2025 all’aeroporto di Heathrow, a Londra, si sono mossi cinque poliziotti per arrestare il comico irlandese Graham Linehan con l’accusa di istigazione alla violenza in virtù di alcuni post pubblicati su X, in cui criticava gli attivisti transgender. Linehan, mesi dopo, è stato prosciolto. E la polizia si è scusata anche per la morte di Nowak. Ma quale sia il clima culturale Oltremanica è fin troppo chiaro.
Anzi, a dirla tutta, era già chiaro quando - mesi fa - è emersa la vicenda dei cosiddetti episodi di odio non criminali: migliaia di persone, minorenni compresi, sono state schedate dalle forze dell’ordine dopo essere state segnalate per post politicamente scorretti sui social o per banali liti in cui avevano pronunciato frasi offensive. Sono stati schedati persino dei ragazzini che avevano chiamato «ciccione» un compagno di scuola.
Di Starmer ricorderemo queste imprese: la continua e feroce violazione delle libertà, il tentativo di vietare il fumo fuori dai pub e quello di imporre nello statuto dei lavoratori norme che consentissero a baristi e camerieri di cacciare da bar e ristoranti clienti colpevoli di avere espresso qualche opinione offensiva delle minoranze. E mentre in patria Starmer imponeva questo allucinante sistema poliziesco, si faceva bello all’estero come capo dei volenterosi intenzionati a spingere per la prosecuzione delle ostilità in Ucraina. Si vantava di difendere la democrazia a Kiev e intanto distruggeva la democrazia in casa sua. Decisamente non mancherà a nessuno.





