Un paio di anni fa avrebbero parlato di riscaldamento globale. Ancora prima, con Matteo Salvini ministro, si sarebbero spesi con gli occhi lucidi a favore dell’immigrazione di massa. Adesso va di moda la Palestina, e dunque registi, scenografi, attori e Vip assortiti premiati ai David di Donatello si sono scatenati sul tema: chi deprecava il genocidio, chi plaudiva alla Flotilla...
Tutto secondo copione, anche l’impegno sociale ha la sua sceneggiatura e talvolta le sue maschere da commedia dell’arte da indossare su gentile suggerimento del pensiero prevalente. Ma era prevedibile: gli appelli e le dichiarazioni a effetto delle stelline di celluloide a favore della causa di turno sono attesi e per questo trascurabili, strappano al massimo qualche like sui social, due applausi adolescenziali, depotenziati perché telefonati.
Appena più originale, nella premiazione andata in scena mercoledì sera, è stata la conclamata protesta antigovernativa, il pianto antico rinnovato per l’occasione sui denari che mancano e i fondi che latitano. E dunque ecco le dive e i mattatori pronti a solidarizzare con i picchetti delle maestranze in lotta. Ci si commuoveva quasi a vederli impegnati in questo melodrammatico ritorno agli anni Settanta, quando pure gli attori milionari dovevano atteggiarsi a compagni per non rischiare la scomunica. Tutti presi dalla verve militante, alcuni famosi ci hanno regalato emozioni irripetibili. Valeria Bruni Tedeschi, una che sempre giochicchia col ruolo della svampita, della sognante ingenua, si è lanciata in favore di obiettivo in un’analisi storico-politologica sfavillante. «C’è stato un periodo nella storia, in cui il cinema italiano è stato quasi messo sotto un coperchio dai regimi, quello fascista e da Berlusconi. Perciò è molto pericoloso questo, il cinema è fragile», ha zufolato dal tappeto rosso. Poi, sulla protesta delle maestranze ha aggiunto contrita: «Penso che avremmo potuto essere anche noi lì a protestare, avremmo potuto reagire diversamente a questo periodo. C’è stata una lettera che è stata scritta, che in parte è stata letta al Quirinale. C’è un movimento in cui le persone, che siano attori, registi, produttori, tecnici o tutti coloro che lavorano nel cinema, lanciano un allarme, perché il cinema se non c’è intelligenza adesso può essere in pericolo». Viene il vago - ma vago, eh! - sospetto che la Bruni Tedeschi non sappia di che cosa parla. Per cominciare, sotto il fascismo il cinema italiano è stato sostenuto come mai prima (e probabilmente dopo). Si devono al fascio la mostra del cinema di Venezia, Cinecittà, l’istituto Luce, il Centro sperimentale di cinematografia. Quanto a Berlusconi, al netto dell’improvvido paragone con il Ventennio, la brava attrice sorvola sui vari lungometraggi da lei interpretati (anche girati da sinceri sinistrorsi come Paolo Virzì) prodotti da Medusa, casa cinematografica berlusconiana. Certo la Bruni sarà capace a ricordare le battute, ma sul resto fatica un po’. In ogni caso, anche lei deve cedere il passo al cospetto della vera leonessa del cinema italico, l’attrice che tutti desiderano e che dà corpo e voce sensuale a tutte le eroine del metaverso progressista, ovvero Matilda De Angelis, premiata per un film ispirato a Goliarda Sapienza. Salita sul palco a ritirare il riconoscimento, ha prodotto una sorta di manifesto, un bignamino di ciò che l’artista impegnato deve dire, che lo pensi o meno. «Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento importante della cultura e mi spiace che si debba umiliare una categoria come quella dei lavoratori e delle lavoratrici del cinema, che sono la mia famiglia», ha dichiarato. «Non capisco perché ci siamo fatti addomesticare. Il cinema deve tornare a essere sociale e politico come un atto d’amore. Io ho questa speranza e vedo questo futuro». Il nostro Paese sta vivendo un impoverimento culturale? E che significa? Ricorda un po’ le frasi della Bruni su «questo momento difficile». Che si riferiscano al fatto che c’è un governo di destra? È possibile. Del resto si sa: la destra è nemica della cultura per definizione.
Sorge tuttavia qualche domanda a proposito delle frasi della sublime Matilda. Primo: forse lei si riduce il compenso per aiutare le maestranze? Forse ha donato il premio ai «lavoratori del cinema»? E ancora: esattamente di quanti soldi avrebbe bisogno secondo lei lo spettacolo italiano? Dalle casse dello Stato arrivano circa 616 milioni di euro, più altri 20 in aggiunta appena promessi: non sembra che ci sia la fila di privati disposti a investire cifre analoghe, come mai? Forse perché molte pellicole non hanno alcun successo di pubblico? Anche su questo si potrebbe fare una riflessione. Quali trionfi ha ottenuto di recente il nostro cinema? Forse ha sbancato Cannes? Forse ha travolto gli Oscar? Non risulta. Se esiste un impoverimento culturale - ed esiste eccome - forse non è per colpa dei soldi pubblici, che non sono mai mancati. Forse la responsabilità è anche dei registi, attori e sceneggiatori che hanno prodotto un cinema ombelicale e stantio, che ha bisogno di Checco Zalone per respirare. Questo cinema in realtà non ha mai smesso di essere sociale e politico, e si vedono i grandi risultati. La politica o, meglio, il potere e l’ideologia hanno dominato per anni, rendendolo arido. Solo laddove queste incrostazioni sono state lentamente eliminate - anche grazie all’arrivo delle piattaforme - allora qualcosa di nuovo e buono è emerso. Ma il vero nodo, ormai, non è neppure ideologico. Il problema è il conformismo, l’appiattimento sulle logiche del potere ridicolo dei circolini culturali e artistici, la posa antagonistica esibita da chi, per status, non se la può permettere. Su un punto la De Angelis ha ragione: si sono fatti addomesticare. Ma non dalla perfida destra o dal capitale: si sono addomesticati fra di loro. Ed è con loro stessi che devono prendersela.
Non vediamo l’ora di assistere al grande evento. Parliamo di una occasione davvero imperdibile: la festa dell’Europa che si celebra sabato. A Roma verrà srotolata una bandiera europea di dimensioni record e saranno illuminati di blu Campidoglio e Colosseo. A Ravenna il sindaco del Pd farà suonare la banda e ha chiamato in piazza i cittadini. A Torino ci saranno musica e conferenze, idem a Bologna. Tutto davvero meraviglioso.
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
Una bambina ricoverata in ospedale che rimane da sola, senza i genitori, perché qualcuno non ha voluto avvisare la mamma al telefono. Anche questo è capitato alla famiglia nel bosco, eppure le istituzioni continuano a ripetere che ora, finalmente, i tre piccoli Trevallion sono al sicuro e curati come si deve.
Di fronte a certi fatti, però, è difficile non porsi qualche interrogativo. In particolare, riguardo a quanto è successo a questa piccina di appena 7 anni. A ricostruire l’accaduto è Tonino Cantelmi, super esperto che lavora con la famiglia. «Domenica sera la bimba di 7 anni ha avuto una crisi respiratoria», racconta. «È stato predisposto un ricovero d’urgenza e avrebbero cercato verso le 22 Nathan, il cui cellulare era però spento. Nessuno, e ribadisco nessuno, ha pensato di chiamare Catherine, il cui cellulare era raggiungibile. Solo il giorno dopo i genitori hanno saputo che la bimba era stata ricoverata. Viene loro concesso di visitarla, ma alla presenza di una operatrice della casa famiglia senza alcuna intimità. Sono tre notti che accanto alla bimba ricoverata non ci sono i genitori. Martedì ho fatto chiedere dagli avvocati l’autorizzazione alla tutrice per parlare - da medico, su richiesta dei genitori - con la primaria. Nessuna risposta ad ora. Non ho dubbi: in questa circostanza sono i genitori, che non sono né delinquenti né abusatori e perfino sani di mente secondo la perizia della consulente tecnica d’ufficio, a dover rimanere vicino alla bimba. E in quanto medico, su richiesta dei genitori, ho il diritto e il dovere di interloquire con i medici del reparto. Si continua a gestire questa triste faccenda della famiglia smembrata con una sostanziale insensibilità. La Garante nazionale per l’infanzia ha fatto benissimo a sollevare il problema: perché la mamma in questa circostanza straordinaria non può stare vicino alla bimba?».
In effetti, professore, è una bella domanda. Altre domande sorgono quando si esamina la perizia firmata dalla psichiatra nominata dal tribunale, a cui lei prima ha fatto riferimento. Una perizia che lascia molti dubbi.
«Questa perizia, così clamorosamente ingenua dal nostro punto di vista, sul piano scientifico, però qualcosa di buono lo dice».
Cioè?
«Non è stata in grado di dimostrare che Catherine e Nathan abbiano qualche malattia psichiatrica, qualche disturbo psichiatrico. Non dimostra che abbiano disturbi della personalità. La perizia non è in grado di dimostrare tutto ciò, dunque dice: non ci sono malattie, sono sani di mente. Cosa che peraltro sapevamo da tempo».
Tuttavia la perizia dice anche che Nathan e Catherine non sono adeguati a fare i genitori.
«Su questo presenteremo tutta la documentazione scientifica. Perché con illazioni basate su test assolutamente deboli, che contestiamo radicalmente, la perizia dice che ci sono dei tratti, per esempio la rigidità, che rendono questi genitori inadeguati. Che è un’affermazione clamorosa dal punto di vista tecnico. Un tratto, perché possa pregiudicare la capacità genitoriale, deve avere delle caratteristiche specifiche. Qualunque genitore ha tratti particolari: ci sono genitori perfezionisti, per esempio, genitori rigidi, genitori più rilassati. Ognuno di noi come genitore ha dei tratti, poi però bisogna dimostrare che questi tratti siano un guaio per i bambini».
Restiamo un attimo sulla perizia. Tanto spazio è dedicato a dei test grafici. Viene chiesto ai genitori e ai bambini di disegnare ad esempio degli alberi. E a partire da questi disegni si giunge a una lunga serie di valutazioni sulla loro personalità. Con sguardo da profani, queste valutazioni lasciano un po’ perplessi…
«Capisco la perplessità. Quando la gente si stufa di seguire i voli pindarici degli psicologi, gli psicologi si lamentano e dicono di non venire creduti a sufficienza, di non avere sufficiente riconoscimento sociale. Il problema è che il riconoscimento sociale bisogna conquistarselo con l’attività scientifica. Lei parlava dei test grafoproiettivi. Ho letto vari articoli esilaranti sul tema. Per altro i giornalisti hanno visto la perizia prima di me, ma passi. Credo che purtroppo la satira su questi test sia tutta meritata. Su quei test si lavora in modo possibilistico, probabilistico, ipotetico. Ma proprio per tirare fuori delle prescrizioni limitative per la vita delle persone è clamoroso. Come si fa a decidere della vita delle persone sulla base di questi disegni? C’è poi un’altra cosa da notare».
Notiamola.
«La perizia aveva un focus, cioè stabilire la capacità genitoriale dei Trevallion. E a questo proposito c’è un gravissimo vulnus: non c’è alcun test oggi riconosciuto per determinare la capacità genitoriale, che è un costrutto complesso».
Cioè per valutare la capacità genitoriale andavano fatti test diversi da quelli somministrati?
«C’erano test specifici per valutare la capacità genitoriale che non hanno saputo o voluto fare. E non è tutto. L’Mpi è un test che valuta la qualità della salute mentale delle persone: Nathan e Catherine sono risultati del tutto normali. Il colloquio clinico ha la sua validità e, di nuovo, anche qui sono risultati normali. Quanto ai test grafoproiettivi, che abbiamo esaminato con l’Intelligenza artificiale, hanno una validità del 25%. Quindi stiamo parlando del niente. Ma c’è un vulnus ancora più clamoroso».
Quale?
«La psichiatra non ha fatto colloqui clinici con i bambini, non ha fatto alcuna attività clinica con i bambini e soprattutto non ha fatto alcuna osservazione sul rapporto bambini-genitori. Tutto quello che viene detto sui bambini nella perizia non ha nessun riscontro clinico, sono considerazioni desunte da altri test grafo-proiettivi assolutamente deboli, inattendibili, e che oltretutto sono stati somministrati in un modo sbagliato perché la psicologa che è stata scelta per fare i test non conosce la lingua inglese».
Stiamo parlando della stessa psicologa che pubblicava post irridenti sulla famiglia. Ha somministrato i test senza conoscere la lingua inglese?
«Siamo arrivati ad alcune cose assurde. A un certo punto, di fronte a certe domande, si vedeva che il bambino rimaneva perplesso e allora si andava sul telefonino a cercare la traduzione corretta di una parola che poi gli veniva mostrata. Secondo voi queste sono le condizioni per fare dei test attendibili? Veramente questa perizia fa acqua da tutte le parti. A cominciare dalla bibliografia».
Cioè?
«Il 75% della bibliografia ha più di 25 anni, ma di che stiamo parlando? Si citano i fondatori di una scuola e si dimentica tutto quello che è stato fatto nei decenni successivi in cui abbiamo elaborato teorie, prassi… In questi anni è cambiato il mondo, tutto questo viene ignorato. Ci sono citazioni a caso, testi che non c’entrano nulla con l’elaborato. Non è questo il modo giusto di operare».




