Monsignor Antonio Suetta risponde alle polemiche sulla campana che ogni sera suona a Sanremo per ricordare i bambini non nati. Accusato di patriarcato e violenza simbolica, ribadisce: non è una provocazione, ma un richiamo alla coscienza e al valore inviolabile della vita.
Anche la politica estera è fatta di dilemmi morettiani: mi si nota di più se bombardo o non bombardo? Se esporto la democrazia o se mi faccio gli affari miei incurante del mondo? Questioni complicatissime da sciogliere, sebbene pure la destra talvolta tentenni, soprattutto per la sinistra italiana. La quale sembra aver optato per un modello di intervento veltroniano: esportiamo la democrazia ma anche no. Per esempio: ieri il Partito democratico e i suoi alleati verdi e sinistri sono scesi in piazza (non con grande seguito, visto che è rimasta mezza vuota) a sostegno del popolo iraniano. In Aula il Pd vota con 5 stelle e Avs, e Peppe Provenzano dichiara: «Il Pd ha votato la mozione che esprime pieno sostegno al popolo iraniano contro un regime che sta massacrando la sua gente. Abbiamo votato a favore del punto proposto dal Movimento 5 stelle perché riteniamo che abbiano ragione quegli attivisti iraniani che ci stanno dicendo che il cambiamento arriverà dal popolo e non da interventi esterni che rischiano di creare il caos nella regione». Problema: dal solo popolo, almeno per ora, il cambiamento non arriverà.
«Scendiamo in piazza contro le guerre, contro i genocidi, contro la repressione, sempre», afferma Marco Grimaldi di Avs, che ribadisce: «La libertà non arriva con un intervento militare straniero e il cambiamento può nascere solo dal coraggio delle iraniane e degli iraniani». Tutto meraviglioso, peccato che così Avs faccia la figura di quelli che per strada ti chiedono una firma contro l’Aids, come se il virus venisse sconfitto da una petizione.
Dunque viva la democrazia in Iran, ma se Trump non interviene restano gli ayatollah. E infatti i cosiddetti riformisti dem, da Pina Picierno in giù, scalpitano e vorrebbero un intervento muscolare. E persino Dario Nardella va in televisione a dire che «evidentemente a Trump interessa più il business con i Paesi del Golfo e l’idea di invadere la Groenlandia che portare un aiuto concreto all’Iran». Ma quindi che deve fare Donald? Sganciare o non sganciare? Invadere o non invadere? Sgominare i dittatori o lasciarli al potere?
La risposta è: dipende se sono amici nostri oppure no. Nicolás Maduro, per dire, è compagnuccio di giochi, almeno per una larga parte dei progressisti, a partire da Maurizio Landini della Cgil secondo cui l’ex caudillo era «un presidente eletto dal popolo». Ebbene, la stessa Cgil ieri era in piazza per chiedere libertà in Iran. Ma a chi la chiedevano esattamente? Al governo italiano? Agli ayatollah ma manifestando a migliaia di chilometri di distanza? A Trump che dovrebbe dare un segno concreto come dice l’amico Nardella? Ah, saperlo.
Del resto quando Trump interviene non va bene, se non interviene non va bene uguale. Se scalza Maduro lo accusano di essere un imperialista perché il caudillo è amico di Landini e della sinistra italica in crisi di nervi e di identità. Se minaccia di intervenire contro l’ayatollah, la sinistra rimane un po’ spiazzata, perché l’ayatollah era un amico (e anche piuttosto caro) fino a qualche decennio fa, però ora è amico solo a metà e per giunta indifendibile, dunque lo si può anche mollare al suo destino, ma senza schierarsi con gli Usa. Se però Donald minaccia solo di intervenire ma non interviene, allora gli danno del codardo affarista che pensa solo ai soldi e al petrolio. E ancora. Se Trump dice che la guerra in Ucraina deve finire lo accusano di putinismo e sono guai. Ma se pretende la Groenlandia per danneggiare lo stesso Putin e la Cina, beh, in quel caso torna immediatamente a essere un imperialista perché lede gli interessi dei danesi. E che poi quei danesi abbiano voce in capitolo sulla Groenlandia proprio grazie a una catena di imperialismi che parte da Erik il rosso e passa per la Norvegia, beh, fa lo stesso.
Davvero a questo punto diventa difficile orientarsi. Dicevamo che la regola è: l’imperialismo è accettabile finché non danneggia i sodali progressisti. Però dobbiamo ammettere che è troppo semplicistica. Capire quali siano i sodali dei progressisti, in effetti, è piuttosto difficile, perché hanno o hanno avuto rapporti con tutti i cattivi o presunti tali del globo e ogni due per tre cambiano idea e fingono di non ricordarselo.
Comunque sia, noi come sempre abbiamo pronto un consiglio non richiesto per Trump e tutti gli altri. Dato che come si fa si sbaglia, tanto vale usare i metodi della vecchia scuola e tornare alla vecchia cara esportazione della democrazia con la forza. Una volta tanto, però, si potrebbe esportarla per davvero, questa benedetta democrazia, restituendo la libertà a un popolo senza combinare troppi casini. Suggeriamo dunque di esportare la democrazia nel Regno Unito. Un bel regime change per rimuovere Keir Starmer e i laburisti. Cioè un governo di sinistra che ha fatto arrestare oltre 12.000 persone per dei commenti online considerati scorretti, che spia la popolazione e fa schedare persino i ragazzini dalla polizia per linguaggio di odio, che nasconde la verità sulle gang di stupratori pakistani insultandone le vittime, che fa entrare i criminali ma mette al bando Eva Vlaardingerbroek e lo scrittore Renaud Camus, che censura, controlla e imbavaglia senza pietà. E, tra le altre cose, insiste per continuare la guerra in Ucraina.
Lasciamo perdere allora l’Iran, il Venezuela e persino Gaza e Israele. Un bel golpe inglese è quello che ci vuole per riportare un filo di libertà in quell’isola. Che poi, con quello che ha fatto in passato, se lo meriterebbe pure, se non altro per il karma.
Tivù Verità | La sinistra inglese fa entrare gli stupratori ma mette al bando Eva Vlaardingerbroek
L’attivista Eva Vlaardingerbroek racconta il bando imposto dal governo Starmer, denuncia la repressione della libertà di espressione e avverte l’Europa: immigrazione, sicurezza e controllo statale stanno cambiando il volto delle nostre democrazie.





