Tonino Cantelmi è uno psichiatra di grande esperienza e autorevolezza. Professore associato all’Istituto di Psicologia dell’Università Gregoriana, componente del Comitato nazionale per la bioetica presso la presidenza del Consiglio dei ministri, nel 2020 fu nominato da papa Francesco consultore del dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. Gli avvocati dei Trevallion, la cosiddetta famiglia nel bosco, lo hanno nominato consulente di parte, in vista della valutazione a cui saranno sottoposti nei prossimi giorni per volontà del tribunale dei minori dell’Aquila.
Professore, quanto accaduto ai bambini Trevallion pensa che abbia provocato loro dei traumi?
«È quello che ho cercato di dire, fatta salva la buona fede di chi finora ha operato e ha tentato, in qualche modo, di ricomporre la situazione. Penso che per ora non abbiamo risposte, abbiamo soltanto delle domande. E la prima domanda che dobbiamo porci riguarda proprio la condizione di questo bambini. Che sono stati eradicati da un contesto affettuoso - perché di fatto si trattava di un contesto affettuoso - non maltrattante, non abusante, non violento. I genitori non sono mascalzoni: sono eccentrici, sicuramente. Ma eradicare tre bambini di 6 e di 8 anni da questo contesto, sottrarre loro la figura genitoriale... Immaginiamo il dramma di questi bambini: cosa potranno pensare, che strumenti possono avere per capire un’eradicazione netta di questo genere?».
Insomma, il trauma c’è stato.
«Mi sembra molto traumatico anche il fatto che non sia stata accompagnata l’intera famiglia lungo un percorso. E questo, al di là delle buone intenzioni, è molto rischioso. C’è trauma per i bambini ma anche per i genitori tutto questo è traumatico. Parliamo di genitori che esprimono dell’affetto, una presenza, una cura per questi bambini. A modo loro, magari, ma lo esprimono».
Sicuramente sono stati molto presenti rispetto alla media dei genitori moderni.
«Presenti, attenti... Dunque anche per loro tutto questo è molto traumatico. Quindi mi sembra che la strada scelta - che è lecita - probabilmente esprima una visione che non è in grado di affrontare una condizione così peculiare come questa. E va detto anche che non è l’unica condizione di questo genere».
Ci sono anche altre famiglie in situazioni simili.
«In realtà questa situazione ci fa riflettere su tante, tante altre situazioni che hanno delle analogie. E questa credo sia l’unica cosa buona del clamore mediatico che si è sviluppato. Portando alla ribalta questa situazione abbiamo la possibilità di riflettere su questo tema. E io penso che dovremmo immaginare degli strumenti nuovi».
Cioè?
«Credo che la prima cosa da fare sia rivedere i tentativi di composizione, di accompagnamento che sono stati fatti e che sono falliti. Di nuovo, dobbiamo domandarci: tutto ciò che è stato fatto in precedenza, perché è fallito? Siamo sicuri che tutto sia legato alla rigidità dei genitori? Non conta forse anche la rigidità del sistema? Questa è un’altra domanda che vorrei pormi. Vorrei riproporre il tema dell’accompagnamento paziente, che è un tema complesso, ma secondo me questa è la strada. Parlo di accompagnamento paziente alla famiglia, dello strumento dell’accomodamento ragionevole. La società, il sistema, deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste della famiglia e la famiglia deve accomodarsi in modo ragionevole alle richieste del sistema».
La famiglia sembra che un pochino ci abbia provato ad accomodarsi, anche se sotto ricatto.
«Se è vero che la famiglia ha espresso una rigidità, è anche vero che il sistema ha espresso una rigidità. Di fatto a rigidità si è opposta a rigidità. Prendiamo questa storia, se è esattamente come è stata riferita, della visita pediatrica».
La visita specialistica per la figlia con la bronchite richiesta dalla madre tempo fa e negata dalla tutrice.
«Ecco. Ma cosa dovrebbe impedire a una madre non convinta di chiedere un’opinione a un professore di cui magari ha più fiducia? Ma quale madre non lo farebbe? Oppure prendiamo questa ulteriore rigidità che si sta manifestando da parte del sistema: si parla di una scolarizzazione accelerata, ma io vorrei dare un consiglio di cuore alla tutrice, suggerire di non accelerare questa situazione».
Potrebbe essere traumatico inserire i bambini in una scuola pubblica?
«Assolutamente traumatico. Provi a immaginare: c’è un gruppo di classe già formato, composto da ragazzini che hanno già un intreccio di relazioni e che hanno già contezza di quello che è successo perché hanno guardato la tv o perché hanno parlato con i loro genitori. Ebbene, noi immettiamo in questo sistema altri ragazzini che non hanno mai avuto una scolarizzazione, e lo facciamo senza preparare il contesto, anche perché non si prepara in due secondi. Ci vuole tempo per creare un contesto, e fare una cosa del genere senza preparare i ragazzini, senza preparare la famiglia significa fare uno strappo a mio parere eccessivo. Per questo dico che probabilmente abbiamo bisogno di strumenti più flessibili e quindi di un paradigma di intervento diverso».
In sostanza le istituzioni devono essere più flessibili.
«Guardi, mi rendo conto che i Servizi Sociali e il Tribunale hanno fatto ciò che è loro compito fare. Da parte mia nessuna polemica, nessuna contrapposizione, nessun giudizio. Io collaboro tantissimo con i tribunali, con i servizi sociali, non ho alcun problema, sono professionisti che lavorano per il bene dei ragazzi. Ma probabilmente dobbiamo immaginare paradigmi nuovi. Per questo dicevo che sono inefficaci o inattuali o inadeguate le misure prese finora nel caso dei Trevallion. O addirittura sono misure - e questa è purtroppo l’insidia peggiore - che possono fare male ai bambini e ai genitori, misure che possono impattare in maniera troppo traumatica. Anche per questo credo che ci sia tanta attenzione nei confronti di queste persone, della famiglia: non tanto perché ne si condivida l’eccentricità o perché si vogliano difendere scelte di vita che io per esempio non farei. Ma perché si vuole ribadire la necessità di tutelare davvero questi bambini».
Le domande a questo punto sono due. La prima è: basta essere eccentrici per farsi privare dei figli? E poi: cosa penseranno questi bambini, in particolare del padre che è lontano da loro?
«Ma proprio questo è il dramma. Le famiglie vanno accompagnate, ci vuole un accompagnamento paziente e ragionevole. Un bambino di 6 anni che non ha strumenti mentali, cognitivi, affettivi, emotivi per giustificare il fatto che a suo padre sia stato impedito di passare il Natale con lui, penserà che probabilmente il parre ha fatto qualcosa di orribile, oppure penserà che c’è una società orribile che gli sta facendo del male. E questo potrebbe essere altamente traumatico».
Non ha la sensazione che da parte del sistema ci sia ostilità nei riguardi della famiglia?
«Sinceramente credo che sia più che altro una forma di rigidità del sistema. Ripeto: come la famiglia ha manifestato sicuramente in passato delle rigidità, è anche vero che il sistema ha delle rigidità. Quindi si è arrivati a una decisione estrema, quella del prelievo e della eradicazione. Tra l’altro pure qui vorremmo capire meglio come sono andate queste cose, perché anche i prelievi vengono fatti con modalità che potrebbero essere traumatiche... Insomma è tutto il sistema che secondo me fa un cortocircuito, per rigidità reciproche. La mia idea invece è quella di evitare contrapposizioni, lasciare sufficiente libertà alla famiglia, ma anche seguire i ragazzini perché non c’è dubbio che, per esempio, una scolarizzazione adeguata sia una buona cosa. Io dico anche un’altra cosa alla tutrice che vuole inserirli in una scuola pubblica, al di là del fatto che accelerando così si fanno solo lacerazioni».
Che cosa vuole dirle?
«Questo: se la volontà dei genitori è fare una scuola parentale, forse l’aiuto che va dato a questa famiglia sta nel consentire loro di fare una buona scuola parentale».
Anche perché la scuola parentale è legale.
«Se è legale, allora il tema non è tanto impedire di farla, perché questo mi sembrerebbe un modo di violare la libertà delle persone. Piuttosto bisogna fare in modo che la scuola parentale venga fatta bene, quindi il compito della tutrice sarebbe quello di rispettare la volontà dei genitori, coinvolgerli in una buona scuola parentale, una vera scuola parentale. Poi non c’è dubbio che bisogna garantire la salute fisica di questi bambini. La salute psichica non sembra onestamente compromessa in maniera così significativa come forse viene detto. Per garantire la salute fisica bisogna ricostruire un po’ di fiducia dei genitori in un sanitario che ovviamente non ha nessuna voglia di fare del male alle persone. L’accompagnamento paziente è questo: significa cercare di venire incontro ai genitori sulle loro volontà in modo tale che i bambini vengano tutelati. Dobbiamo chiederci se si può fare meglio di come si è fatto finora. Io penso che si possa fare meglio».
Francesco Borgonovo, Gianluca Zanella e Luigi Grimaldi fanno il punto sul caso Garlasco: tra nuove indagini, DNA, impronte e filoni paralleli, l’inchiesta si muove ormai su più livelli. Un’analisi rigorosa per capire a che punto siamo, cosa è cambiato davvero e quali nodi restano ancora da sciogliere.
Il «selvaggio» piace solo in film e favole. Se scegli il vero bosco ti trattano da matto
Da quando è uscito, il 17 dicembre scorso, il terzo film della serie Avatar, intitolato Fuoco e cenere, è stato visto in Italia da diverse decine di migliaia di spettatori incassando oltre 15 milioni di euro. Ovviamente il successo è globale: negli Stati Uniti ha raggiunto i 218 milioni di dollari di incassi, che diventano 760 e passa milioni di dollari a livello mondiale. Non stupisce, dopo tutto Avatar è un franchise che si adatta perfettamente allo spirito del tempo, anzi si può dire che abbia largamente contribuito a plasmarlo. Non c’è dubbio che anche il nuovo capitolo sia godibile e visivamente straordinario: è un fantasy classico, in fondo, che mette in scena l’antica lotta fra le forze del bene e quelle del male, semplicemente con qualche sfumatura woke. Ci sono i colonizzatori bianchi occidentali, per lo più maschi, che invadono il pacifico mondo dei Na’vi, popolazione umanoide di colore blu molto simile ai nativi americani, insomma siamo a Balla coi lupi fra le stelle. Hollywood cerca ancora di fare i conti con il genocidio degli indiani risarcendoli tramite la produzione di immaginario: i buonissimi selvaggi si trovano per l’ennesima volta a fronteggiare gli spietati visi pallidi, una trama che dagli anni Settanta in poi abbiamo visto ripetersi con una certa frequenza.
Gli indigeni azzurri, come noto, sono devoti alla Grande Madre, cioè a una natura divinizzata a cui letteralmente si connettono tramite una sorta di spina naturale di cui sono dotati dalla nascita. Il sottofondo culturale di tutto ciò ha tinte new age nemmeno troppo vaghe: da una parte l’aggressività maschile (condivisa pure da alcune donne che hanno evidentemente introiettato il patriarcato); dall’altro la pacifica accoglienza del femminile. Praticamente tutto Fuoco e cenere è una riflessione sulla paternità che si conclude con la cancellazione del padre biologico, che è ovviamente autoritario e bellicoso. Trionfa invece un padre aperto e inclusivo, capace di gestire una famiglia allargata e per certi versi moderna. Insomma, anche da questo punto di vista si ripropongono alcuni vecchi stereotipi che ottengono sempre grande successo nel racconto progressista, a partire dal classico «maschile violento contro femminile pacifico».
Va senza dirlo che, nell’universo narrativo di Avatar, la natura personificata è sempre buona, disancorata dall’eterno ritorno terribile di nascita e morte. È una natura plastificata, spogliata della violenza che invece caratterizza profondamente la vita reale. È una natura in qualche modo «democratica», e per forza di cose sono «democratizzate» e patinate pure le comunità tradizionali dei Na’vi. L’elemento guerriero appare secondario, la gerarchia è edulcorata, il senso del sacro è reso tutto sommato marginale. Tutto è molto comodo, molto piacevole e luccicante. Tutto molto progressista, appunto. Il che è una robusta contraddizione in termini, dato che l’ideologia progressista da cui Avatar in larga parte scaturisce è in realtà rabbiosamente ostile a tutto ciò che è sacro, tradizionale e gerarchico. Semplificando un po’ si potrebbe dire che, con Avatar, Hollywood celebra il mondo che ha contribuito a distruggere. È facile supporre che molti spettatori, soprattutto di giovane età, usciranno dal cinema sognando di abitare nel dolce villaggio dei Na’vi, di stabilire connessioni con l’Anima del mondo e i saggi animali che popolano il pianeta Pandora. Qualcuno si troverà persino d’accordo con l’idea di soppiantare il maschile con il femminile, trascurando il fatto che a livello di dominio l’avvicendamento è già avvenuto, e da tempo. Il femminile, oggi, trionfa ovunque a livello simbolico, anche se è un femminile perverso che ha condotto una folle lotta contro il maschile e si mostra nel suo aspetto più oscuro e terrificante. Il potere invasivo e controllante dei nostri tempi ha, in effetti, fattezze femminili.
È interessante, a tale riguardo, ripensare a quanto sta accadendo alla cosiddetta famiglia del bosco (anzi, alle famiglie del bosco visto che ci sono almeno due casi analoghi in corso). Ed è ancora più suggestivo riesaminare la vicenda proprio alla luce del successo di Avatar. Padre e madre Trevallion hanno deciso di valorizzare nella realtà il legame con la natura, lo hanno esaltato e praticato nella vita vera: fanno i conti con la fatica, il freddo, le difficoltà e le mancanze che il rifiuto della modernità comporta. Il loro universo non è quello favoloso dei Na’vi: è più complicato, più duro. Anche i Trevallion, per certi versi, devono fronteggiare dei colonizzatori, qualcuno che vuole distruggere il loro stile di vita. Ma, guarda un po’, questi colonizzatori non sono maschi bianchi occidentali militaristi. Il controllo a cui è richiesto loro di sottoporsi, la sottomissione a cui devono piegarsi è quella di uno Stato madre apparentemente molto accogliente, che si mostra preoccupato per i figli e pretende di agire per il loro superiore interesse, per il loro bene. I Trevallion vanno rieducati in nome del progresso, c’è un Leviatano che pretende di accoglierli nel suo amorevole abbraccio (abbraccio stritolatore, in verità).
Nel mondo reale, i valori maschili oggi contano ben poco, eppure sono esattamente quelli che regolavano l’esistenza della grandissima parte delle civiltà tradizionali, comprese quelle che veneravano divinità femminili. L’ordine sacro, verticale e gerarchico dei guerrieri e dei cacciatori è quanto di più lontano dall’attuale ordine orizzontale e sedicente democratico, che schiaccia l’individuo in nome di un collettivo anonimo e slavato, e riduce il creato a caricatura buona per abbellire i salotti. Il rapporto con la terra, la tradizione e la natura, oggi, va bene soltanto finché è confinato al cinema, magari in 3d. La favola di Avatar è apprezzata in quanto favola, il selvaggio è buono solo quando è inoffensivo e addomesticato al cinema e in tv. La tecnica non tollera opposizione se non quella che essa stessa costruisce: il film di James Cameron è la tecnologia al suo apice che assume pose antitecnologiche, la modernità turbo che si finge antimoderna, l’ipocrisia che serve da consolazione.
Siamo davvero curiosi di sapere che cosa racconterà il quarto capitolo della saga. Ci permettiamo di dare una piccola idea per una trama possibile: i Na’vi devono affrontare una nuova minaccia. Dal pianeta Bibbia’no sono giunti invasori apparentemente molto gentili, ma temibili: vogliono portare via tutti i piccoli indigeni per farli vivere in case riscaldate e non più in capanne, e per farli andare a scuola come tutti gli altri minori del cosmo. Che ne dite? Più realistico no?





