Innocenzo Cipolletta, presidente dell’Associazione italiana editori, risponde rapidamente e sorridendo: «E certo!». Lo abbiamo colto alla sprovvista con la nostra telefonata, e gli abbiamo domandato a bruciapelo: «Ma quindi nonostante tutte le polemiche il patentino antifascista per accedere alla fiera Più libri più liberi è ancora in vigore?». La risposta è appunto quella: «E certo». Cipolletta ci dice anche che sull’argomento non vuole intervenire. E rispettiamo la sua volontà, anche perché gli riconosciamo di aver avuto in passato posizioni molto apprezzabili. Mesi fa, quando esplose il delirio perché alla fiera editoriale romana era presente la casa editrice di destra Passaggio al bosco, il presidente tenne il punto, e rifiutò di procedere a epurazioni.
E proprio perché l’ultima volta non è stato possibile censurare, ecco che a questo giro i responsabili della fiera si sono inventati il patentino. Secondo il vertice dell’Aie si tratta del modulo di adesione alla manifestazione, che è stato inviato a tutte le case editrici interessate. Il problema è che di quel modulo, rispetto alle passate edizioni, sono state cambiate alcune parti, e viene fatta esplicita richiesta di «riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana». Facile: o ti dichiari antifa o resti fuori. Quel passaggio è rimasto identico nonostante numerose voci - a partire da quella della presidente del Consiglio - ne abbiano fatto notare nelle scorse settimane il piglio liberticida e il gusto per la mordacchia.
Cipolletta non vuole commentare, ripete che sul tema, dopo la pioggia di critiche, è stata aperta una riflessione. Anche altri operatori dell’Aie confermano: stiamo riflettendo. E sarà pure. Ma viene da chiedersi: quanto dura questa riflessione? Quanto si devono arrovellare gli editori? Il sospetto è che sperassero nemmeno troppo segretamente che dalla faccenda non si parlasse più. In effetti, dopo qualche giorno di furibonda polemica, altre grane hanno preso il sopravvento, a partire dal polverone sollevato dalle parole di Michele Mari sul torpedone del Premio Strega. Ieri però a riaccendere il fuoco ci ha pensato Marco Travaglio sul Fatto quotidiano. Nell’editoriale di prima pagina ha raccontato che Paper First, la casa editrice legata al giornale, ha ricevuto il famigerato modulo di adesione. Cioè il patentino antifascista.
Travaglio, con gesto che riscuote tutto il nostro apprezzamento, ha fatto sapere che non firmerà. Nel modulo, scrive il direttore del Fatto, si richiede non solo la dichiarazione di antifascismo, ma si impone agli editori di «impegnarsi a rispettare tutte le disposizioni di legge e i regolamenti... inclusi quelli in materia di diritto d’autore, pubblica sicurezza, prevenzione incendi, igiene e sicurezza sul lavoro...». Non è solo un patentino antifascista, dunque, ma pure un patentino antincendio. Travaglio, dunque, non firma per «sacro rispetto del senso del ridicolo». E aggiunge: «Siccome nessuna norma impone a privati cittadini, come gli editori, di essere democratici e antifascisti (e meno male, sennò chi lo è per scelta spontanea verrebbe accomunato a chi finge di esserlo per farla franca), l’obbligo di firma per presentare libri non ha senso. A meno che non miri a discriminare chi non si riconosce nella democrazia e nella Costituzione, cosa del tutto legittima per chi non ricopre né cerca cariche pubbliche». Conclusione feroce: «Era il fascismo che pretendeva dichiarazioni e giuramenti per discriminare gli antifascisti. Una democrazia che usi lo stesso trattamento a chi non vi si riconosce non è più tale: è, appunto, una nuova forma di fascismo».
Più che una nuova forma di fascismo a noi sembra di vedere una vecchia forma di comunismo, ma in fondo si tratta di sottigliezze. Il punto, semmai, è capire come sia possibile che non siano ancora stati presi provvedimenti. Giorgia Meloni è intervenuta due settimane fa circa sulla questione. Da allora alcuni editori coraggiosi, per primo Manuel Grillo di Settecolori, hanno dichiarato pubblicamente che non avrebbero firmato il modulo considerandolo assurdo e discriminatorio. Fior di intellettuali si sono espressi con vigore contro il patentino. Massimo Cacciari ha fatto sapere che non avrebbe più pubblicato per Adelphi se l’editore avesse approvato il modulo. Luciano Canfora ha demolito le tentazioni censorie degli organizzatori della fiera. Giuseppe Iannaccone, vertice del Centro per il libro e la lettura che finanzia con svariate decine di migliaia di euro la fiera ha detto al nostro giornale che se il patentino rimanesse forse si dovrebbe valutare un miglior impiego di quei fondi.
Eppure nulla si è davvero mosso. Giova ricordare che Più libri più liberi, rassegna organizzata dalla Associazione italiana editori, prende fondi pubblici dal ministero della Cultura tramite il suddetto Centro per il libro e la lettura, ma percepisce denaro anche dalla Regione Lazio, da Roma Capitale e dalla Camera di Commercio di Roma. Domandiamo: il Comune di Roma approva il patentino? La Camera di commercio lo gradisce? Soprattutto: il ministero non dovrebbe esprimersi con chiarezza e determinazione? Forse qualche parola del ministro della Cultura sarebbe opportuna, e spingerebbe gli editori a ragionare più rapidamente. La riflessione l’hanno aperta, come no. Ma sarebbe anche ora di chiuderla, e alla svelta. Quel patentino è un insulto alla libertà e all’intelligenza, e che venga pagato con il nostro denaro è una ingiustizia a cui va posto rimedio prima di subito.
Alla fine di marzo di quest’anno nel Regno Unito c’erano circa 4.000 minori in attesa di essere ricevuti in una delle strutture del servizio sanitario nazionale, che si occupano di problematiche relative al genere. Di questi, oltre 250 frequentano le scuole primarie.
E almeno una decina ha poco meno di 6 anni (gli altri vanno dai 7 agli 11). Stephanie Davies-Arai, direttrice del gruppo Transgender trend composto da genitori, accademici e professionisti critici verso il cosiddetto approccio affermativo, ha spiegato al Daily Telegraph che «i dati relativi alle liste d’attesa mostrano chiaramente che si tratta prevalentemente di una tendenza adolescenziale. Sappiamo che questo gruppo sarà composto in maggioranza da donne, persone omosessuali, autistiche o adolescenti con problemi di salute mentale preesistenti o affidate ai servizi sociali. Il numero di bambini più piccoli è maggiore rispetto al passato, il che non sorprende visto che ora i genitori sono incoraggiati a credere che il proprio figlio sia trans se non si conforma a rigidi stereotipi di genere». Davies-Arai consiglia ai genitori di aspettare, avere pazienza e attendere che superino la fase. Ma la cosa è più facile a dirsi che a farsi. In teoria, dal 2024, nel Regno Unito è vietato somministrare ai minori i farmaci bloccanti della pubertà. Lo stop è arrivato grazie al governo conservatore allora in carica e i laburisti lo hanno prolungato per andare incontro alle richieste della popolazione. Ma nel frattempo le autorità sanitarie hanno escogitato un altro modo per continuare sulla via del cambio di sesso dei minori. Si tratta di un progetto chiamato Pathways, uno studio approvato dall’Agenzia di regolamentazione dei medicinali e dei prodotti sanitari (Mhra) e dall’Autorità per la ricerca sanitaria (Hra). Prevede che i bloccanti siano somministrati a minorenni, poi sottoposti a monitoraggio, per verificarne gli effetti. Stando alla Bbc, pare che «i nuovi limiti di età siano 11 anni per le partecipanti di sesso femminile registrate alla nascita e 12 anni per i partecipanti di sesso maschile registrati alla nascita». Insomma, si potranno avviare al cambio di sesso delle bambine di 11 anni. La cosa è di per sé mostruosa, ma lo diventa ancora di più se si considera che una settimana fa il governo laburista ha dato il via libera al divieto totale di utilizzo dei social network ai minori di 16 anni. In pratica un ragazzino potrà cambiare sesso, ma non usare Instagram.
Questa è l’Inghilterra di Keir Starmer. O almeno lo era fino a ieri, giorno in cui il primo ministro laburista ha rassegnato le dimissioni. Non che ci siano da attendersi grandi cambiamenti, ma sarà difficile fare peggio del Grande Timoniere progressista. Nel giro di pochi anni è riuscito a trasformare la sua nazione in una sorta di terrificante distopia liberal, qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettati di vedere in Occidente. La storia del cambio di sesso parla da sé. Il divieto di social network si può leggere come una sorta di regalo d’addio del simpatico Keir. L’obiettivo del provvedimento, ovviamente, non aveva nulla a che fare con la protezione dei bambini, ai quali è del resto concesso sottoporsi ai peggiori trattamenti sanitari. Il punto vero è giungere al monitoraggio degli adulti. La stretta digitale infatti prevede l’introduzione di controlli sull'identità online per i maggiorenni, ergo controllo sociale. Non stupisce: lo Stato di polizia digitale è sempre stato il chiodo fisso laburista. Nel Regno Unito non è mai esistita una carta d’identità obbligatoria, ma Starmer e soci hanno avviato l’iter per l’introduzione della Britcard, documento digitale che dovrebbe divenire pienamente operativo nel 2028 e che servirà per controllare l’accesso ai servizi. Per noi potrebbe sembrare scontato, ma per gli inglesi è un cambio epocale.
Giusto per restare sul monitoraggio digitale, vale la pena ricordare alcuni dati forniti dalla Free speech union britannica. Nel Regno Unito la media di arresti viaggia sui 30 al giorno per i reati legati alla comunicazione online. Ogni anno vengono fermate dalla polizia circa 12.000 persone per via di ciò che hanno scritto sui social network, e circa 1.000 ogni anno vengono condannate. Tra queste ci sono coloro che negli anni passati hanno pubblicato post giudicati razzisti in occasione delle numerose manifestazioni contro l’immigrazione. È il caso di citarne una su tutte: Lucy Connolly, madre di famiglia con un marito gravemente malato, arrestata e condannata a 31 mesi di carcere per un commento su X (rimosso dopo poche ore) giudicato razzista. Commento che per altro reagiva alla strage di bambine commessa a Southport da un uomo, allora minorenne, di origini ruandesi.
Già: con i cittadini britannici bianchi Starmer è inflessibile. Gli esponenti del suo partito in varie città arrivano a proibire l’esibizione della bandiera con la croce di San Giorgio perché sarebbe un simbolo identitario e dunque intrinsecamente fascista. Però, quando si tratta di fare chiarezza su reati veri e non sugli psicoreati, il Labour è più tenero. Starmer ha rifiutato più volte di creare una commissione d’inchiesta sulle gang di stupratori pakistani che hanno abusato negli anni di decine di migliaia di ragazzine bianche e per lo più povere. Costretto infine dalle pressioni della stampa a dare il via alla commissione, il governo progressista ha fatto di tutto per sabotarla.
Chiaro no? Nella distopia buonista i crimini degli stranieri passano in secondo piano. La polizia, sottoposta a costanti corsi di rieducazione affinché impari il rispetto delle minoranze, ha ottenuto risultati eccezionali. Per esempio ha arrestato il moribondo e sanguinante Henry Nowak, preferendo credere al sikh che lo aveva pugnalato. Si sospetta che le autorità sanitarie abbiano atteggiamenti simili: hanno lasciato libero di circolare almeno un assassino, dopo aver ricevuto pressioni per ridurre la presenza di neri nelle strutture psichiatriche.
In compenso, il primo settembre 2025 all’aeroporto di Heathrow, a Londra, si sono mossi cinque poliziotti per arrestare il comico irlandese Graham Linehan con l’accusa di istigazione alla violenza in virtù di alcuni post pubblicati su X, in cui criticava gli attivisti transgender. Linehan, mesi dopo, è stato prosciolto. E la polizia si è scusata anche per la morte di Nowak. Ma quale sia il clima culturale Oltremanica è fin troppo chiaro.
Anzi, a dirla tutta, era già chiaro quando - mesi fa - è emersa la vicenda dei cosiddetti episodi di odio non criminali: migliaia di persone, minorenni compresi, sono state schedate dalle forze dell’ordine dopo essere state segnalate per post politicamente scorretti sui social o per banali liti in cui avevano pronunciato frasi offensive. Sono stati schedati persino dei ragazzini che avevano chiamato «ciccione» un compagno di scuola.
Di Starmer ricorderemo queste imprese: la continua e feroce violazione delle libertà, il tentativo di vietare il fumo fuori dai pub e quello di imporre nello statuto dei lavoratori norme che consentissero a baristi e camerieri di cacciare da bar e ristoranti clienti colpevoli di avere espresso qualche opinione offensiva delle minoranze. E mentre in patria Starmer imponeva questo allucinante sistema poliziesco, si faceva bello all’estero come capo dei volenterosi intenzionati a spingere per la prosecuzione delle ostilità in Ucraina. Si vantava di difendere la democrazia a Kiev e intanto distruggeva la democrazia in casa sua. Decisamente non mancherà a nessuno.
Due giorni, due colpi di scena. Ieri è toccato al caso di Alessia Pifferi, condannata per avere ucciso la figlia Diana di appena 18 mesi nel 2022.
La Procura generale della Cassazione ha chiesto ai giudici della prima sezione penale della Suprema Corte di annullare con rinvio la sentenza di secondo grado con cui la donna era stata condannata a 24 anni di reclusione. In primo grado, alla Pifferi era stato (giustamente) dato l’ergastolo. Poi, però, alla madre assassina sono state concesse le attenuanti.
A riguardo, la sostituta procuratrice generale della Cassazione, Valentina Manuali, è stata durissima. «Gli elementi sulla base dei quali la sentenza fonda il riconoscimento delle attenuanti generiche sono carenti. La bimba è morta perché privata per giorni di acqua e cibo», ha detto, rimarcando poi che «le condizioni psichiche dell’imputata non hanno minimamente inciso sulla sua capacità di intendere e volere». La corte di Cassazione, tuttavia, nel giro di poche ore ha confermato la condanna a 24 anni. E la decisione, va detto, lascia molto perplessi. Per quale motivo si dovrebbero concedere attenuanti a una donna che ha lasciato morire di stenti una bambina piccola, abbandonandola in casa e lasciandola crepare di fame tra sofferenze inaudite? Come si può mostrare clemenza verso una persona del genere? Il fatto che fosse disturbata non significa che non fosse capace di intendere e volere. E se era capace di farlo, per quale motivo si dovrebbe alleviarle la pena per un delitto tanto atroce? Mistero giudiziario. Eppure il dubbio è talmente legittimo che anche la Procura lo ha espresso con forza, ripetutamente. Ma niente da fare.
Quello della Pifferi non è l’unico notevole caso di cronaca nera di cui si è ritornati a parlare in questi giorni. C’è anche la mostruosa vicenda di Alessandro Impagnatiello, che ammazzò con decine di coltellate la compagna Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, nel maggio del 2023. Sono uscite le motivazioni della sentenza con cui il 9 aprile la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale di Milano e ha disposto un processo di appello bis, il cui scopo sarebbe quello di rivalutare l’elemento della premeditazione che era stato escluso in appello.
«L’idea di sopprimere Giulia Tramontano potrebbe essere già emersa molti mesi prima dell’episodio aggressivo del 27 maggio 2023», sostengono i giudici della Cassazione, che hanno riesaminato la sentenza dei loro colleghi notando «carenza motivazionale nella parte in cui è stata trascurata la valutazione dell’incremento della somministrazione di veleno per topi proprio nell’ultimo mese e mezzo della gravidanza». Allo stesso modo, sarebbero state trascurate le ricerche risalenti al 7 gennaio 2023 con cui Impagnatiello aveva «assunto informazioni sul quesito “quanto veleno per topi è necessario per uccidere una persona? Veleni inodori e insapori”». Certo, per l’ex barista fattosi killer la condanna rimane la stessa: ergastolo. Tuttavia, l’elemento della premeditazione è determinante. Ed è allucinante che sia stato escluso nel secondo grado di giudizio. Impagnatiello, prima di massacrare a colpi di lama la madre di suo figlio, ha cercato di ucciderla con il topicida per liberarsi di un fardello che non voleva. Ha evidentemente premeditato l’omicidio. Il fatto che poi, scoperto e messo alle strette, abbia deciso rapidamente di ricorrere a metodi più brutali e veloci non cambia lo stato dei fatti.
Viene davvero da chiedersi come operi in certi casi la giustizia italiana, da quale bussola sia guidata. Abbiamo sotto gli occhi due dei più spaventosi casi di cronaca degli ultimi decenni, ed entrambi coinvolgono dei bambini: una piccolissima e uno in procinto di venire al mondo. Si è molto insistito sul carattere di femminicida di Impagnatiello, perché con tutta evidenza il tema stuzzicava editorialisti e politici. Ma sul fatto che abbia eliminato un nascituro si tende a sorvolare. Anzi, forse proprio quel nascituro è stato all’origine dei peggiori progetti criminali. Con tutta evidenza, Impagnatiello è un narcisista patologico e manipolatore, non voleva farsi carico di una famiglia, preferiva vivere la sua vita spensierata fatta di conquiste nei locali e divertimento. In modo analogo, Alessia Pifferi non voleva fare la madre: cercava un uomo che la sollevasse dalle difficoltà dell’esistenza, di quel povero fagottino abbandonato in casa non sapeva che farsene. Dunque ha lasciato sola la figlia con un biberon e si è volatilizzata, donandole una morte terribile e spietata.
Non si tratta di infierire su persone malate o di fare i moralisti fuori tempo massimo. Qui si tratta di capire quali siano i limiti che separano il garantismo dall’ingenuità, la ragionevole sospensione dell’emotività dall’ingiustizia. Leggeremo tutte le motivazioni di questo mondo, per carità. Ma come ci possano essere delicatezza e indulgenza per questi due assassini resta francamente incomprensibile.





