- Nel suo ultimo romanzo, Christelle Dabos, famosa per la saga dell’«Attraversaspecchi», racconta un’umanità in cui tutti pensano allo stesso modo. E raccoglie l’eredità di Zamjatin e Rand, i precursori del genere distopico.
- Nell’«Asse del lupo», lo scrittore Tesson ripercorre l’eroico cammino di Rawicz: il polacco fuggito dall’inferno e trattato come un pazzo perché anticipò Solzenicyn.
Lo speciale contiene due articoli.
Ottant’anni fa, nel 1946, Ayn Rand riprese in mano uno dei suoi più celebri capolavori, una favola distopica intitolata Anthem (Antifona) che aveva scritto dieci anni prima. Solo uno scrittore l’aveva preceduta nell’invenzione della distopia: il sovietico Evgenij Zamjatin, che tra il 1919 e il 1921 si dedicò alla stesura di Noi, riconosciuto quale capostipite del genere e primo romanzo proibito dall’ente governativo sovietico che si occupava della censura delle opere d’arte.
In fondo i due romanzi erano curiosamente simili. Erano, prima di tutto, entrambi anticomunisti: in modo più violento quello di Rand, in maniera forse più dolorosa quello di Zamjatin, se non altro perché l’autore era rimasto a vivere in Russia almeno fino all’inizio degli anni Trenta. La Rand in Russia ci era nata, a San Pietroburgo, nel 1905. Poi però, grazie agli studi di cinema, nel 1925 aveva ottenuto un visto per visitare alcuni parenti in America, e non fece più ritorno. Zamjatin era più vecchio, nacque nel 1884, e cercò di restare in patria fino a quando non cominciarono a trattarlo come un nemico del popolo, cosa che significava rischiare pesantemente la pelle. Era molto stimato da autori graditi al regime come Gorkij, da Anna Achmatova, e fu tradotto molto all’estero prima che in patria (cosa che per altro gli valse la riprovazione delle autorità). A un certo punto, proprio grazie a Gorkij, gli concessero di lasciare il Paese, a differenza di quanto accadde a un altro grande come Michail Bulgakov.
Noi e Antifona sembrano quasi la stessa storia vista da due punti diversi. Zamjatin, dando pennellate di fantascienza alla sua opera, finge di tessere un elogio della collettivizzazione, di un mondo in cui trionfa il Noi, una società che ha raggiunto tanto e tale successo da poter essere esportata. Rand non finge nemmeno entusiasmo quando racconta di un mondo futuro basato sull’eguaglianza più totale.
Anche chi non condividesse l’amore di Rand per il capitalismo difficilmente potrebbe sostenere che alcune sue riflessioni non siano rabbiosamente attuali. «L’obbligo compulsivo al lavoro è oggigiorno presente o propugnato in ogni paese della terra», scriveva Rand nel 1946. «E su cosa esso si basa, se non sull’idea che lo Stato sia il più qualificato a decidere come un uomo può essere utile agli altri, avendo tale utilità come unico criterio, mentre i suoi obiettivi, desideri o la sua felicità andrebbero ignorati perché di nessuna importanza? Abbiamo Consigli per le Vocazioni, Consigli per l’Eugenetica, ogni possibile tipo di Consiglio, incluso un Consiglio Mondiale e se questi Consigli non detengono ancora un potere totale su di noi, è forse per una loro mancanza d'intenzione? “I guadagni sociali”, “gli scopi sociali”, “gli obiettivi sociali” sono diventati i bromuri quotidiani del nostro linguaggio. La necessità di una giustificazione sociale per ogni attività e ogni forma di esistenza viene data per scontata».
Certo, si può eccepire sul fatto che oggi non è necessariamente lo Stato a rendersi responsabile di un certo tipo di imposizioni, ma lo fanno serenamente anche le istituzioni private e le grandi corporation. Difficile tuttavia negare che in nome del presunto bene comune si compiano molto facilmente tremende nefandezze. Ancora più difficile è negare che esista una tendenza sempre più pronunciata all’affermazione di un pensiero unico che è favorita da tutti i mezzi di comunicazione e fa molto, molto comodo alla politica. Rand aveva immaginato esattamente un futuro in cui pensare in autonomia equivale a eresia. Sin dal memorabile incipit di Antifona, capiamo che la colpa del protagonista, Eguaglianza 7-2521, è esattamente quella di pensare con il proprio cervello, di coltivare una visione difforme.
«È una colpa scrivere questo» scrive il malcapitato narratore nelle prime righe del romanzo. «È una colpa pensare a parole che nessun altro pensa e scriverle su un foglio che nessun altro vedrà. È meschino e immorale. È come se parlassimo da soli, a nessun altro orecchio se non il nostro, e sappiamo bene che non c’è trasgressione più oscura del fare o pensare da soli. Abbiamo infranto le leggi. Quelle leggi che vietano agli uomini di scrivere, a meno che non venga ordinato loro dal Consiglio delle Vocazioni. Che ci sia perdonato!». Poco dopo, Eguaglianza 7-2521 descrive sé stesso e il suo enorme difetto: «Siamo nati con una maledizione che ci ha sempre spinto a fare pensieri proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere immorali, ma non c’è in noi né la volontà né il potere di resistere loro. Questa è la nostra meraviglia e la nostra paura segreta: sappiamo e non resistiamo. Ci sforziamo di essere come i nostri fratelli, per-ché tutti gli uomini devono assomigliarsi».
Per tutta la vita Ayn Rand ha difeso con le unghie e con i denti la potenza virile del pensiero autonomo. Viene ricordata come una gretta capitalista ma seppe più di ogni altro autore cantare la grandezza degli uomini e delle donne disposti a tutto per far trionfare le proprie idee, le proprie visioni. Era nemica del collettivismo economico, come no, ma prima di tutto deprecava il collettivismo del pensiero che rende gli uomini massa e la massa gregge. Anche per questo le sue opere, come del resto quelle di Zamjatin, parlano con forza al nostro tempo. Dopo tutto, siamo forse più vicini adesso alla fine della proprietà privata di quanto non lo fossero gli occidentali di un secolo fa. Di sicuro siamo sottoposti a una burocrazia acefala e ottusamente feroce degna di una distopia. E, soprattutto, è difficile trovare qualcuno che sia disposto a seguire le proprie idee facendone armatura, senza cedere alla tentazione di abbandonarsi al flusso del pensiero livellato e permanente.
Non è forse un caso che una delle autrici più celebrate degli ultimi anni, e più amate anche da un pubblico molto giovane, abbia deciso per certi versi di remixare le opere di Zamjatin e Rand. La scrittrice francese Christelle Dabos ha raggiunto la fama internazionale con la saga - vendutissima - dell’Attraversaspecchi. E ora torna con un romanzo inaspettato e godibile da lettori di diversa età. Si intitola, guarda un po’, Noi, ed è ambientato in un mondo in cui i singoli annegano in una sorta di mente collettiva. Ciascuno è dotato di un istinto che lo condanna a svolgere questo o quel lavoro per tutta la vita, e non può deviare dalla volontà della sorta di sciame che è divenuta l’umanità. Si sale nella scala sociale soltanto compiendo azioni che vadano a beneficio del Noi, un collettivo quasi metafisico, assurto al ruolo di divinità. Tutto meraviglioso, all’apparenza, salvo che non tutti si sentono a loro agio dentro il recinto. Ed è esattamente qui che sta il punto. Il romanzo di Dabos non è un elogio dell’individualismo fine a sé stesso, anche se certo potrebbe essere letto così. E non è nemmeno una celebrazione di ciò che attualmente si intende per valorizzazione dell’individuo, cioè l’assenza di impedimenti nel dare sfogo alle proprie pulsioni immediate. Questa storia sembra dire piuttosto che occorre prendersi la responsabilità della propria esistenza, e usare la libertà per compiere qualcosa di grande, per sé e per gli altri. La relazione è vitale, per l’esistenza umana, ma non può prescindere da una decisione individuale, da una presa di coscienza autonoma, da un atto di coraggio intellettuale prima che fisico. Esattamente quell’atto che nel nostro tempo solo pochissimi hanno la tempra di compiere. Quell’atto che Zamjatin e Rand hanno magnificato prima di tutti, straordinari aedi dell’umanità eroica e non sottomessa.
Quei prigionieri in fuga dai gulag comunisti, ma snobbati dall’Occidente
Nel 1956, mentre i carri armati sovietici schiacciavano l’Ungheria e nonostante ciò del comunismo reale si diceva un gran bene in larga parte del mondo, un libro che descrivesse l’universo concentrazionario russo avrebbe potuto apparire ai più come un romanzo di fantascienza, una distopia particolarmente orwelliana, solo un po’ più feroce. Arcipelago Gulag, il capolavoro di Solzenicyn, sarebbe stato concepito solo due anni più tardi e sarebbe stato accettato e digerito dall’Occidente molto tempo dopo. Slavomir Rawicz, infatti, non fu creduto quando pubblicò il suo volume autobiografico A marche forcee, il racconto di una allucinante fuga dai Gulag attraverso un percorso quasi disumano. Lo accusarono di avere inventato tutto, dissero che l’autore aveva sbagliato descrizioni, che non avrebbe potuto compiere quel percorso, non in quel modo almeno, che aveva inventato luoghi e personaggi.
A Sylvain Tesson - straordinario autore francese di racconti e resoconti di viaggio e orgoglioso libertario - non importa nulla che la storia di Rawicz sia inventata o colorita. Anzi, in qualche modo ha provato a dimostrarne la veridicità mettendo in gioco la sua pelle e il suo corpo. Ha percorso gli stessi sentieri, ha seguito lo stesso itinerario dei fuggiaschi dal Gulag e il risultato è lo splendido L’asse del lupo, ora pubblicato in Italia da Piano B.
«Rawicz è un ufficiale polacco di 24 anni che fu arrestato durante la seconda guerra mondiale dal Nkvd e deportato, prima in treno e poi a piedi, in un campo di prigionia situato a 300 chilometri dal circolo polare artico siberiano, nella taiga della Jacuzia», racconta Tesson. «Lavori forzati, inverno gelido, vita da subumani: il gulag. Rawicz deve scontare una pena di 20 anni. La sua colpa? Essere polacco. La sua unica speranza? La morte o la fuga. Nell’aprile del 1941, sei mesi dopo la sua carcerazione, fugge nella taiga in pieno inverno, con una squadra di sei camerati: altri due polacchi, un lettone, un lituano, uno jugoslavo e un americano. Hanno in comune due cose: la prima è l’essere naufragati sugli scogli del terrore rosso inaugurato con la Grande Rivoluzione d’Ottobre e prolungato con le purghe staliniane; la seconda è l’aver rifiutato a rischio della vita stessa il destino di schiavi che era stato loro assegnato. Non hanno altra scelta che dirigersi verso Sud. Verso l’India. Non hanno viveri, né mappe, né equipaggiamenti e nemmeno armi. Immaginano di raggiungere il golfo del Bengala in poche settimane, senza rendersi conto di quante migliaia di chilometri siano distanti».
Tesson rimane conquistato dal libro del polacco, e non è ingenuo: «L’energia dei detrattori di Rawicz ha anche una radice politica», nota. «Il libro esce in un’epoca in cui l’Europa non ne voleva sapere della tragedia carceraria russa: l’Arcipelago Gulag non era stato ancora scoperto, Una giornata di Ivan Denisović non era stato pubblicato, Solzenicyn era ancora nei campi di concentramento e nelle democrazie occidentali i comunisti portavano ancora la corona della vittoria sulla Germania nazista. Ed ecco che un polacco, presumibilmente uscito dalle taighe dell’inferno, dipinge un affresco dell’orrore dei campi di concentramento. Come si poteva credere, nel 1956, che fosse possibile fuggire da questi campi, la cui esistenza non era nemmeno ufficialmente riconosciuta?».
Non è la politica che interessa a Tesson. E nemmeno la riabilitazione di Rawicz, morto a Londra nel 2004. Quel che gli interessa celebrare ripercorrendo l’asse del lupo è la lotta per la libertà. Meglio: vuole dimostrare che senza lotta non vi è libertà, che senza fatica non vi è indipendenza. «Quello che voglio celebrare è lo spirito di evasione», scrive, «che consiste nel raccogliere tutte le forze, le speranze e le competenze per fare tutto il possibile senza mai lasciare che lo scoraggiamento si frapponga all’ostinazione, per riconquistare la libertà perduta. Evadere significa passare da uno stato di sottomissione (la detenzione) a uno stato di sopravvivenza (la fuga) per amore della vita». Un amore che si celebra attraverso il rischio: amare la vita significa anche essere disposti a perderla pur di non restare sottomessi.
ai loro genitori perché, secondo il tribunale dell’Aquila, lo stile di vita a cui erano sottoposti li stava gravemente danneggiando. Giudici, assistenti sociali e curatori hanno elencato una serie incredibile di misfatti che i poveri Nathan e Catherine Trevallion avrebbero compiuto a danno dei figli: mancata scolarizzazione, vestiti cambiati una volta la settimana, isolamento, addirittura esposizione mediatica tramite intervista concessa alle Iene. Un vero inferno. In buona fede si sarebbe dunque portati a pensare che ora le istituzioni stiano colmando tutte queste atroci lacune, che stiano lavorando per garantire ai piccoli tutto ciò di cui sono stati ferocemente privati.
Eppure, a quanto risulta, la situazione è un po’ diversa. Ai giornali, negli ultimi mesi, sono giunte - diffuse chissà da chi - notizie allarmanti di ogni tipo. La tutrice, Maria Luisa Palladino, disse al Messaggero che i piccoli «non sanno leggere, stanno imparando l’alfabeto. La bambina più grande, sotto dettatura, sa scrivere solo il suo nome. Nella struttura colorano, fanno i puzzle, interagiscono con gli altri coetanei e stanno capendo che le attività che stanno facendo sono per il loro interesse». Vere o meno, queste informazioni avrebbero dovuto restare sconosciute alle masse. Si potrebbe infatti sostenere che, rivelandole, si sia lesa la privacy dei bambini esponendoli alla pubblica gogna. Ma c’è di peggio. Risulta infatti che dal 20 di novembre i tre bambini non stiano svolgendo alcuna attività scolastica. Il 7 di gennaio avrebbe dovuto presentarsi nella casa famiglia in cui i piccini si trovano attualmente una insegnante individuata (sembra) con l’aiuto del sindaco di Palmoli che avrebbe dovuto iniziare un percorso con loro. Ma non si è presentata per ragioni sconosciute. «La maestra la stiamo cercando», dice la tutrice. «È urgente. L’avevo trovata, ma adesso pare che siano nati dei problemi. Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini». Dunque da un mese e mezzo niente scuola per i piccoli Trevallion. Forse i genitori non erano docenti strabilianti, ma qualche insegnamento, a modo loro, provavano a impartirlo. Già questo particolare basterebbe a fare sorgere parecchi dubbi sul modo in cui i bambini vengono attualmente gestiti. Purtroppo però c’è molto altro.
Da settimane, sulla famiglia vengono diffuse notizie di tutti i tipi, e soprattutto indiscrezioni e voci attribuite a coloro che dovrebbero gestirli. Sempre la tutrice Palladino ha concesso qualche giorno fa una intervista alla Vita in diretta in cui ha detto: «La madre rifiuta tutto, che dobbiamo fare? Spero di trovare la quadra per il bene dei bambini. Da quando lei ha cambiato il legale, non parlo più con la madre, parlo con gli avvocati. In casa famiglia parlo con gli educatori, la responsabile e i bambini, guardo loro», ha aggiunto. «È chiaro che lei è molto rigida nelle sue posizioni, vede dei cambiamenti anche nei bambini. Ma l’educazione la decide la struttura in base alle regole». Ieri il Messaggero ha rilanciato queste parole, spiegando che nel fine settimana si sarebbe tenuto un incontro fra la Palladino, gli assistenti sociali e i responsabili della casa famiglia in cui i bambini sono ospitati assieme alla madre, che però vive a un piano diverso. Secondo il quotidiano romano, i vari responsabili starebbero valutando di allontanare mamma Catherine dalla struttura perché ostacolerebbe il percorso dei figli. Beh, anche ammettendo che fosse vero, resta un problema: la madre e il padre da novembre non hanno più la responsabilità genitoriale, quindi non sono loro a decidere alcunché. Le istituzioni sono responsabili di tutto, a prescindere dall’atteggiamento di madre e padre. Dunque sostenere che la madre sia in qualche modo ostativa è semplicemente assurdo. Oppure - e questa sarebbe l’ipotesi peggiore - diffondere queste indiscrezioni serve a uno scopo soltanto: mettere ulteriormente in cattiva luce i genitori, cosa particolarmente sgradevole e scorretta.
Forse qualcuno ritiene che alimentare malelingue su Catherine e Nathan possa giovare alla reputazione del tribunale, facendolo apparire meno «cattivo». Del resto è noto che la gran parte dell’opinione pubblica non approvi granché il fatto che i piccoli Trevallion siano stati allontanati. In ogni caso, il bilancio non è dei migliori. I bambini hanno subìto un traumatico allontanamento da casa e dai genitori, e chissà per quanto tempo resteranno separati. Non hanno visto insegnanti né svolto attività didattiche, sono stati esposti ripetutamente agli occhi della folla, spesso in modo degradante. Davvero non si poteva evitare tutto questo? Davvero non si poteva approntare un percorso senza portarli via da casa? Le istituzioni aquilane sostengono di no, ma viene da dubitarne, specie se si fanno confronti con altre vicende.
Piccolo esempio. Nei giorni scorsi si è tornati a parlare del campo rom di Castel Romano sulla Pontina a Roma, dopo che un poliziotto brasiliano e la sua famiglia hanno rischiato di essere malmenati dagli abitanti della baraccopoli. I brasiliani, in vacanza nella Capitale, avevano subito il furto dei bagagli e di vari effetti personali, compreso uno smartphone. Geolocalizzando il telefono hanno scoperto che i loro beni si trovavano nel campo rom, e si sono recati sul posto per recuperarli. Lì se la sono vista brutta: la polizia locali li ha salvati da un trattamento ruvido ma non ha permesso il recupero delle proprietà sottratte. Soffermiamoci un attimo su quel campo rom. Sentite che cosa scrive a riguardo non una pericolosa congrega di nazisti ma una organizzazione umanitaria impegnata da molto tempo nel sostegno ai rom: «Dal 25 agosto 2025, Associazione 21 luglio è impegnata nelle azioni per il superamento di Castel Romano. Castel Romano, nata nel 2005 e ampliata negli anni successivi, è stata per lungo tempo la baraccopoli più popolosa di Roma: nel 2017 ospitava oltre 1.000 persone. Oggi, tra l’area K e l’area M, vivono ancora un’ottantina di nuclei per un totale di circa 300 persone di cui la metà sono minori. Le condizioni restano estremamente difficili: container fatiscenti, spazi insufficienti e gravi criticità igienico-sanitarie». Capito? In quella baraccopoli dovrebbero esserci più o meno 150 minorenni. Chiariamo subito: non siamo di quelli secondo cui bisognerebbe togliere i figli ai rom alla velocità della luce. Pensiamo anzi che andrebbero lasciate integre le famiglie ma costrette a trovarsi una sistemazione civile e un lavoro onesto. Sappiamo pure che, in alcuni casi, i bambini rom sono stati effettivamente allontanati dai genitori (i dati a riguardo sono piuttosto vaghi e spannometrici, va detto). Con tutta evidenza, nel caso della Pontina, i servizi sociali e il Comune di Roma hanno scelto di lasciare che bambini e famiglie proseguissero a languire nell’incuria e nel disagio, in mezzo a ladri e criminali. Ma siamo magnanimi, mettiamo che vi sia della buona fede in questa decisione. Che le istituzioni abbiano scelto una via morbida per trattare con i rom e farli uscire. Ebbene, anche ammettendo questo, rimane una domanda pesante come un macigno: perché a Castel Romano si sceglie di non portare via tutti i minori e invece alla famiglia del bosco di Palmoli sono stati tolti tre figli per molto meno? A casa dei Trevallion, a novembre, sono entrati assistenti sociali e forze dell’ordine per portare via i bambini. A Castel Romano la polizia non entra nel campo rom nemmeno per portare via i bagagli rubati a un turista.
Tivù Verità | Belpietro: «Incredibile, condannato il carabiniere che ha sparato per difesa»
Maurizio Belpietro, direttore de La Verità, denuncia un paradosso inquietante: un carabiniere che salva la vita a un collega viene condannato e costretto a risarcire la famiglia dell’aggressore. Morale: chi difende la legge rischia il carcere, mentre criminali e clandestini restano liberi.





