Non molti giorni fa i sinceri democratici hanno sfilato in piazza per celebrare la libertà e la fine della dittatura. E adesso, puntualissimi, in nome della medesima libertà che cosa fanno? Chiedono censure, pretendono di cancellare una manifestazione pacifica e regolarmente autorizzata.
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Abbiamo ampiamente raccontato come gli antagonisti di Askatasuna abbiano celebrato il primo maggio: scontrandosi con la polizia. Cioè tentando di menare dei lavoratori in divisa costretti ogni volta a confrontarsi con le intemperanze del centro sociale. Questo però è solo uno spicchio del curioso rapporto che i militanti torinesi hanno con il lavoro. Un’altra parte, rimasta decisamente più in ombra, emerge dalle carte del processo che nel 2025 ha portato ad alcune condanne per vari attivisti e all’assoluzione per un reato particolarmente grave, cioè associazione a delinquere.
Da qualche settimana è iniziato il processo di appello, e diventa interessante osservare ciò che gli investigatori hanno scoperto nel corso degli anni.
Emerge infatti come molti antagonisti abbiano lavorato o lavorino per una cooperativa torinese che si chiama La Testarda. Una realtà imponente, che conta tanti dipendenti (ovviamente non tutti gravitanti nell’orbita di Askatasuna) e un fatturato robusto: 11.154.928, stando all’ultimo bilancio disponibile sul sito, cioè quello relativo al 2023. Lo stesso bilancio mostra come fra i consiglieri di amministrazione della coop vi sia un nome notevole, quello di Guido Borio. Si tratta di un pezzo di storia della sinistra radicale torinese. Settant’anni, durante gli anni di piombo militò nei Nuclei Comunisti Territoriali, formazione dell’autonomia, che nel 1980 si rese responsabile di un sabotaggio alla ditta Framtek del gruppo Fiat. Durante l’azione morì un sorvegliante e negli anni successivi Borio si prese una condanna molto pesante che ha scontato in carcere e in semilibertà. Borio è stato anche fra gli imputati del procedimento a carico di Askatasuna conclusosi nel 2025 e che ora affronta la fase d’appello.
Nelle carte giudiziarie, il pm «osserva che come risulta dagli estratti conto contributivi Inps, al servizio della Cooperativa La Testarda hanno lavorato, negli anni, oltre a Borio Guido numerosi imputati e, segnatamente, Bosser Peverelli Maya, Gentile Stella, Munari Sara Andrea, Raise Silvano, Raviola Umberto, Bruni Francesco, Cientanni Luca, Collovati Loris, Fiumara Alessandro, Piana Costanza».
E fin qui poco male. Si trova tuttavia una conversazione del giugno 2020 in cui due militanti (Lauriola e Raviola) «recriminano sul fatto che Borio Guido metta dentro la cooperativa “I compagni peggiori e che prima di procedere a qualche assunzione dovrebbe chiedere a loro”». A quanto pare, dunque, sono gli stessi militanti a lamentarsi del fatto che alla coop La Testarda vengano presi a lavorare antagonisti che non si meritano il posto. E non sono i soli.
Nel luglio del 2020 è un dipendente della coop, tale Claudio, a dire a Borio in una telefonata: «A me sembra che certe persone hanno la precedenza su tutti e so, non li vedo cosi bravi, ste persone che hanno tempi indeterminati, cioè sta arrivando tutta l’Askatasuna cioè, non mi sembrano cosi bravi rispetto ad altri che noi mandiamo via». Sembra dunque che vi sia una sorta di canale preferenziale per i militanti di Aska, i quali però non si distinguono per capacità. È lo stesso Borio a notarlo nel marzo del 2020, irritandosi per via di «tutti questi giovinastri in cooperativa e che non lavorano mai». Alcuni, dice Borio, si sono «messi in mutua»: «A volte sono agli arresti, e una volta è una cosa, e una volta è un’altra». Insomma, i militanti di Aska che lavorano nella coop non sembrano rendere felice nessuno se non loro stessi, percepiscono stipendi ma non si danno da fare.
C’è poi un altro aspetto della questione. La Testarda è una coop aperta dai primi anni Ottanta che lavora tanto con le istituzioni torinesi. Con la sanità, con il Comune. Sara Sonnessa, collega di TorinoCronaca, ha scoperto che ha in dotazione una decina di appartamenti popolari tra la città di Torino e Nichelino. Ebbene, è curioso che tanti antagonisti lavorino per una coop sostenuta anche da molti soldi pubblici. Ed è ancora più curioso che i militanti vadano a organizzare proteste contro gli sgomberi delle case popolari davanti all’Atc (l’ente che gestisce l’edilizia pubblica) quando alcuni di loro lavorano per una coop che da Atc riceve appartamenti.
«Sicuramente La Testarda lavora con il Comune di Torino per quel che riguarda le politiche sociali», dice l’assessore piemontese Maurizio Marrone. «Abbiamo visto emergere il nome di questa cooperativa su un progetto di assistenza alle persone senza fissa dimora nel circuito degli enti del Terzo settore a cui il Comune dà affidamenti in tale ambito. E sappiamo anche che, sempre il Comune, porta avanti dei progetti di assistenza sul tema casa. Utilizzando delle case che sarebbero destinate a essere alloggi popolari e che vengono invece tagliate fuori dalle assegnazioni alle famiglie che aspettano in graduatoria e sono utilizzate per progetti definiti “sociali”. È molto particolare», continua Marrone, «per non dire vergognoso, trovare persone attive a livello professionale in ambito sociale e pagate con soldi pubblici che poi animano i picchetti antisfratto».
Marrone intende approfondire la questione. Non gli va giù l’idea che ci possano essere «cooperative che servano a garantire stipendi agli antagonisti, al punto che chi vi lavora davvero si lamenta del fatto che deve lavorare anche per chi invece va in piazza». L’assessore spiega che «finora le norme hanno previsto da parte della regione solo un controllo formale tecnico, ma anche alla luce di questi ultime evidenze cambieremo la normativa in modo che via sia un controllo nel merito sui vari progetti».
Sia chiaro: non è un reato il fatto che molti antagonisti lavorino per una cooperativa. E secondo i giudici che hanno esaminato il caso in primo grado le assunzioni alla Testarda non servivano al presunto «sodalizio criminale» del centro sociale. Resta però che i ribelli di Aska hanno mostrato di avere negli anni una certa frequentazione con una coop che lavora tantissimo con il pubblico, ricevendo denaro da Comune e Ausl e casa dall’Atc. Pretendono di combattere il sistema, ma a quanto pare c’è, a Torino, un tipo di sistema che fa comodo pure a loro.





