Le terribili parole sessiste sarebbero state udite dalla scrittrice Teresa Ciabatti, e - vere o meno - sono finite sui giornali. «Non ho mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mi sarei permesso», dice Mari a Repubblica. Il tribunale woke, però, è apparentemente inflessibile.
E conta fino a un certo punto che la Fondazione Bellonci, che gestisce lo Strega, ieri sera abbia confermato che lo scrittore resta in gara: «L’ipotesi di escluderlo non è consentita dal regolamento». Perché secondo i bene informati, l’editore Einaudi che pubblica il romanziere sta provando a trattare, ma dal trionfo annunciato sarà già tanto se si arriverà a una dignitosa sconfitta: il premio Strega è diventato premio Caccia alle Streghe. Insomma la santa inquisizione progressista si è messa in moto, e Mari potrebbe persino essere innocente, ma non importa più: come nei più efferati regimi, basta il pettegolezzo, il venticello del sospetto, e si diventa comunque colpevoli.
Come sempre accade, i toni degli articoli sui quotidiani che contano (Corriere, Repubblica e un po’ La Stampa, quelli frequentati dal bel mondo letterario) sono duri. Il Corriere ha ospitato un commento indignato di Bianca Pitzorno che se la prende con gli «scrittori maschi», rei di giudicare le colleghe «per l’aspetto», come se fossero tutti uguali e tutti colpevoli in quanto uomini. Di nuovo, sono riflessi condizionati, bagatelle per un massacro annunciato.
Stavolta, tuttavia, c’è anche qualcosa di estremamente diverso. Ci sono, dicevamo, le passioni ribollenti del linciaggio che si scatena ogni volta che il maschio bianco finisce nel tritacarne. Ma c’è anche un diffuso imbarazzo che s’accompagna al silenzio. E, soprattutto, c’è una sorprendente e inedita ondata di dissenso garantista. Se le cronache dei quotidiani sono tendenzialmente ruvide, i commenti delle grandi firme sono straordinariamente benevoli.
Michele Serra, per esempio. «Non sono tra quelli che pensano che non si può più dire niente, e cerco nel mio piccolo di tenere conto, quando scrivo o quando parlo in pubblico, di sensibilità e di suscettibilità che ho imparato a conoscere, e a rispettare, proprio grazie al famigerato politicamente corretto», scrive. «Ma così, scusate, non si può andare avanti. Specie in sede letteraria e artistica, laddove capita spesso di bivaccare ai confini del lecito e del condiviso, forse sarebbe meglio estrarre il cartellino rosso solo in casi di irrecuperabile e rivendicata violenza contro il prossimo. Darebbe scandalo trovare nella cinquina dello Strega, o in sedi consimili, l’autobiografia di Ben-Gvir, ammesso che sappia scrivere, o di un ministro afghano che nega la scuola alle bambine. Ma quando leggo Michela Murgia o Michele Mari, perché mai dovrei pretendere che vadano d’accordo?».
Capito? Censurare va bene, ma con giudizio. Se si dovesse oscurare un orrendo sionista o un fascista, suggerisce Serra, non ci sarebbero problemi. Ma con uno dei buoni, con un venerato maestro come Mari, perbacco, bisogna usare un metro differente. La pensa così anche Aldo Cazzullo, che lamenta il «dileggio preventivo e sistematico» e la fine della privacy. «Le parole di Mari, sbagliate o meno, condivisibili o no, erano parole private», dice Cazzullo. «Pronunciate in una conversazione privata. Ora, non dico che sia bello dire una cosa in privato e il suo contrario in pubblico. Non nego che per un personaggio pubblico, com’è uno scrittore favorito per lo Strega, sia difficile mantenere una propria considerazione nella sfera privata. Però insomma tra privato e pubblico un minimo di diaframma dovrebbe essere salvaguardato». Ah, molto interessante. Quindi la prossima volta che un agente provocatore di Fanpage o di La7 si infiltrerà in una manifestazione di destra il Corriere invocherà il rispetto della privacy? La prossima volta che Vannacci parlerà del femminicidio si invocherà il rispetto delle opinioni diverse?
Il punto è esattamente questo. Michele Mari è innocente fino a prova contraria. E anche se avesse effettivamente detto ciò che lo accusano di aver detto, non si capisce perché dovrebbe essere bandito dallo Strega. Ma siamo certi che se al suo posto ci fosse stato un altro autore, magari non pubblicato da Einaudi e non annoverato fra i grandi nomi del salottino buono della cultura italica, a quest’ora sarebbe già stato crocifisso in sala mensa, i giornali gronderebbero commenti feroci, i social traboccherebbero di insulti. Invece, guarda un po’, stavolta c’è persino chi - su Facebook - avanza teorie del complotto: Mari era favorito e lo hanno fatto fuori, la Ciabatti ha scritto un libro sulla Murgia che così otterrà grande risalto... Dietrologie che altrimenti sarebbero derise.
Se c’è da imporre il patentino antifascista a una fiera o da insultare chi devia dall’ortodossia progressista, il circolino intellettuale si compatta. Ma se un esponente di spicco del giro che conta finisce sulla graticola, tocca giustificare, difendere, puntualizzare. E, stavolta più che mai, lo si può lasciare in gara essendoci in ballo Einaudi e lo Strega. Dopo tutto, sosteneva Thomas Bernhard, ritirare un premio letterario è come farsi cagare in testa. E proprio per questo tanti scrittori sono pronti a tutto per vincere. O per far vincere il proprio editore di riferimento.
È un anno davvero strabiliante per la cultura italiana, specialmente quella di marca progressista che da tempo immemore domina sui festival, i premi letterari, le rassegne artistico-librarie di ogni ordine e grado.
E il bello è che il governo destrorso c’entra poco o nulla: hanno fatto tutto da soli, talvolta sbranandosi da soli. Gli animi hanno cominciato ad arroventarsi quando Francesco De Gregori ha dichiarato in una conferenza stampa di non amare gli artisti impegnati che fanno proclami dai palchi: si è scatenato uno psicodramma con conseguenti sbriciolamenti di identità degli intellò, divisi fra la venerazione per il grande maestro e la stizza per le sue parole che coglievano nel segno. Poi è toccato a Salerno letteratura con la patetica polemica su Erri De Luca, e lì è esploso il livore: un altro venerato maestro ridotto a solito stronzo, colpevole di avere rilasciato dichiarazioni inaccettabili (perché devianti rispetto alla linea comune) a un giornale israeliano. Il sionista nemico di Gaza è stato allontanato dalla rassegna letteraria, e ne è seguito un ulteriore psicodramma. Il curatore del festival, Paolo Di Paolo, ha scritto post addolorati in cui spiegava di non aver censurato nessuno, ma aggiungeva anche che non aveva potuto fare altrimenti. In pratica: aveva censurato, ma se ne vergognava un po’ e comunque ci teneva a mantenere i rapporti con De Luca. Scrittori, filosofi e pensatori si sono divisi, hanno riflettuto soffrendo, e alla fine hanno lasciato che la censura si consumasse. Era destino. Per Eshkol Nevo non c’è stato altrettanto clamore: troppo importante e ben inserito l’autore perché lo si censurasse, dunque la faccenda si è risolta con una petizione che lo accusa di non essere abbastanza critico verso la sua nazione, Israele. La vetta si è però raggiunta grazie a Più libri più liberi, fiera editoriale che ogni anno regala emozioni. Stavolta si sono inventati il patentino antifascista, un modulo che gli editori dovrebbero firmare al fine di ottenere il green pass culturale: se sei troppo di destra e rifiuti l’autodafé, vieni cancellato. La trovata è stata giudicata idiota da pesi massimi quali Luciano Canfora e Massimo Cacciari, e tanto basterebbe a liquidarla. Ma la grandissima parte degli autori sinistrorsi ancora non si rassegna e continua a sostenere l’opportunità del lasciapassare psicopolitico. Giuseppe Iannaccone, vertice del Centro per il libro e la lettura che elargisce denaro a Più libri più liberi, sulle nostre pagine ha fatto presente che ai censori sarebbe meglio togliere fondi, e questo ha suscitato un’ondata di indignazione social. La scrittrice Loredana Lipperini si è precipitata a scrivere che si trattava di una minaccia: insomma, prima i sinceri democratici impongono la mordacchia, poi si indignano se qualcuno pensa di fermarli.
Pensavamo che fosse finita qui, che questo grottesco spettacolo fosse sufficiente. E invece ecco un nuovo tormentone, forse il più allucinante e per questo più memorabile di tutti. Stavolta c’è di mezzo il premio Strega, niente meno. E infatti toni e dettagli sono adeguati all’importanza dell’evento. Qui non si tratta di interviste scorrette rilasciate a qualche giornale, di petizioni o mobilitazioni social. No, qui siamo addirittura nel campo della delazione, del pettegolezzo che scorre sotterraneo e poi affiora sui giornali. Di nuovo, la lite (ferocissima) si consuma tutta in famiglia e quasi ricorda i bei tempi del Me Too.
La scenografia è meravigliosa. Siamo sul torpedone che conduce i finalisti dello Strega verso Benevento, per una tappa del tour a cui devono sottoporsi gli autori selezionati. Michele Mari, scrittore pubblicato da Einaudi ed entrato da qualche tempo nel novero dei venerati maestri (sempre quelli), sta chiacchierando con una collega, pare Elena Rui, tra le outsider del premio. Stando alla ricostruzione fornita da Repubblica, «lo scrittore avrebbe espresso apprezzamenti che suonano più o meno così: Michela Murgia per il suo aspetto fisico era intransigente. Poi avrebbe commentato, sempre riferendosi a Murgia: «Le persone insoddisfatte e che non piacciono diventano rabbiose». Insomma, Mari sul torpedone dello Strega dice che la Murgia era brutta e per questo era diventata una femminista incattivita («Con i suoi atteggiamenti aggressivi faceva pagare agli altri la sua bruttezza»). Peccato che, come nei migliori cinepanettoni, l’imprevisto sia in agguato. Teresa Ciabatti, altra scrittrice nota e piuttosto impegnata, già amica della Murgia, sente ciò che Mari ha appena detto e va su tutte le furie. Si racconta di telefonate della Ciabatti ad altri autori e intellettuali, del progetto di una uscita pubblica di condanna dell’inaccettabile sessismo di Mari. Il bubbone però esplode prima del previsto e prima che qualcuno possa firmare un appello. Repubblica, bene informata, spiattella tutto in pagina, e si scatena l’inferno. La fondazione Bellonci che gestisce il premio Strega emette un comunicato implacabile: «In relazione a quanto riportato dalla stampa circa le dichiarazioni attribuite a Michele Mari, la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del premio Strega». La tensione è alle stelle. Il super favorito per la vittoria, Mari, rischia di essere epurato. Ecco allora che, tramite Einaudi, arriva una smentita del presunto colpevole: «In relazione alle voci incontrollate che stanno circolando in merito a un mio diverbio con Teresa Ciabatti, tengo a precisare di non aver mai parlato dell’aspetto fisico di Michela Murgia, né mai mi sarei permesso», dichiara Mari. «Mi sono comunque scusato con lei, se qualcosa nelle mie parole poteva averla ferita; così come non volevo certo offendere Michela Murgia, ma soltanto rievocare, peraltro in un contesto privato, un lontano episodio di reciproca incomprensione». Lo scrittore smentisce ma si scusa.
E adesso? Beh, Repubblica suggerisce che Mari potrebbe essersi giocato il premio per questa sporca faccenda. Chissà, magari per allontanare lo spettro del sessismo faranno vincere una sua collega. Noi ci limitiamo a notare che, sull’argomento, l’intellighenzia progressista è stata stranamente silente. Loredana Lipperini, per dire, ha pubblicato un post sibillino e garantista: «Perché taccio? Perché, in questo caso come in altri, aspetto non i fatti, ma il modo in cui i fatti si intendono gestire. Si tratti di letteratura, migranti, femminismi. I fatti sono importanti, le parole anche. Fin qui, né fatti né parole mi convincono. In ogni settore. Non mi piacciono i tranelli. Non mi piace caderci, non mi piace che ci si cada». Che vorrà dire? Che Mari è una vittima? Chi lo sa. L’unica cosa certa è che se nei panni di Mari ci fosse stato un maestro meno venerato, sarebbe già il nuovo Weinstein. A noi spettatori non resta che la trepidante attesa di nuovi sviluppi della telenovela. Chissà, magari lo Strega, per venirne fuori bene, deciderà di introdurre un patentino antisessista.
Eravamo in ansiosa attesa, in effetti, di sapere che cosa pensasse dell’attuale quadro politico Dario Franceschini uno dei grandi vecchi e dei più acuminati strateghi del Partito democratico.
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.





