L’assistente sociale che prima diserta l’incontro con il Garante dell’infanzia, poi polemizza con lei tramite il suo legale. Poi la stessa assistente che denuncia gli avvocati dei Trevallion. Il caso della famiglia nel bosco sembra avere raggiunto un livello di conflittualità molto elevato, persino all’interno delle istituzioni.
Eugenia Roccella, ministro della Famiglia, non le sembra troppo?
«Mi sembra che il livello di conflittualità non sia solo elevato, ma anche un po’ improprio. Il Garante nazionale è una figura - secondo le convenzioni internazionali - indipendente, che deve essere terza, e serve proprio a fare quello che la Garante Terragni sta facendo. Quindi ha sempre lo scopo di tutelare il migliore interesse del bambino. Deve fare controlli, verificare, dare il proprio parere. E non accettare il parere del Garante vuol dire non accettare alcun tipo di supervisione. Non dico di critica, ma di verifica con una figura che ha questo compito a livello istituzionale. Significa non accettare una verifica che è prevista dagli organismi internazionali, quindi mi sembra un po’ improprio. È come se il garante dei detenuti non fosse accolto quando va a visitare un carcere».
La garante ha detto che bisogna ragionare sulla preparazione degli assistenti sociali.
«Non è in discussione la preparazione individuale dei singoli operatori, caso mai il percorso più generale di preparazione. La Garante ha messo in discussione questo, si è chiesta se il percorso di preparazione degli assistenti sociali sia sufficientemente approfondito rispetto al ruolo delicatissimo che svolgono. Comunque nessuno, quando un Garante entra per le verifiche che sono di sua competenza, si lamenta. Ripeto: mi sembra un po’ improprio questo tentativo di conflitto con una figura di garanzia».
Se un servizio sociale entra in conflitto in questo modo, possiamo ancora fidarci del fatto che lavori per il bene della famiglia? Non sarebbe forse il caso di riflettere se cambiare persone? Altrimenti viene da pensare che alla base di tutta questa storia ci sia un’incomprensione umana.
«Direi che c’è stata perché aver allontanato prima il padre e poi la madre perché la si riteneva ostativa vuol dire che non si è riusciti a stabilire un rapporto di collaborazione con la famiglia. Ma lo scopo dell’intervento degli assistenti sociali non è separare i bambini dalla famiglia bensì cercare di ripristinare in famiglia il miglior rapporto possibile fra le diverse componenti allo scopo di tutelare i figli, i bambini. Da quello che dicono ora i servizi, sembra che per avere un buon rapporto con i bambini sia bastato allontanare la madre. Si dice che adesso non c’è più bisogno di cambiare la collocazione dei piccoli perché con loro si può stabilire un rapporto senza di lei. Mi chiedo: ma è questo l’obiettivo?».
Già, la scopo è questo?
«Lo scopo io credo che sia non aumentare o addirittura produrre un conflitto fra i genitori, perché anche questo c’è: è meglio il padre, è meglio la madre... Non è questo lo scopo dell’intervento esterno in una famiglia. Per altro in una famiglia in cui c’è amore. Quante volte abbiamo sentito dire che basta l’amore?».
In altre circostanze è una frase che viene ripetuta costantemente.
«Guardi, io sono convinta che l’amore non sia l’unica cosa che serva ai bambini e quindi è giusto che ci siano tutta una serie di garanzie per i minori. Però lo scopo finale dell’azione dei servizi è proprio cercare di fare in modo che la famiglia abbia il miglior rapporto possibile sul piano educativo e affettivo, che abbia la migliore competenza genitoriale da sola. I servizi servono come intervento di supporto, non come intervento sostitutivo. Questo deve essere in linea generale il modo di intervenire, secondo me, e non so se in questo caso tale sia obiettivo sia stato perseguito nel migliore dei modi. Io mi fido della Garante, della sua capacità di giudizio».
Stupisce in effetti quella che sembra una tendenza a separare. Risulta che i servizi abbiano incontrato il solo Nathan proprio nel giorno della visita della Garante. Poi dalla casa protetta si dice che, allontanata la madre, i rapporti con i bambini si sono ricomposti. Si ripete che la madre è ostile e invece il padre si mostra più malleabile e più dialogante...
«Come dicevo, questa era una famiglia in cui i rapporti erano forse discutibili dal punto di vista delle finalità educative, della scolarizzazione, della socializzazione, tutto quello che vogliamo. Però era sicuramente una famiglia armoniosa dal punto di vista affettivo. Due genitori che si volevano bene e che volevano bene ai propri figli. Ecco, secondo me bisognava partire da lì, non separare e mettere un po’ in conflitto soprattutto i genitori. Io spero che questo da parte dei genitori sia un po’ un gioco delle parti per riavere i figli. Però mi sembra che l’intervento sia molto discutibile. Insisto: si parte da una situazione affettivamente armoniosa e la si scombina pensando che questo possa avere effetti positivi sui figli. Io non credo che abbia effetti positivi, io non credo che allontanare la madre possa mai avere effetti positivi».
Eppure si dice questo.
«Certo, è chiaro. Forse i bambini ora si sentono, come dire, senza le spalle coperte, e quindi probabilmente sono molto più disponibili. Ma pensiamo davvero che questo sia qualcosa che aumenta loro fiducia in sé stessi, la loro sicurezza, la sicurezza dell’amore genitoriale? Io credo che un bambino, quando viene separato dalla mamma, si senta sempre un po’ in colpa, c’è sempre questo retropensiero: in qualche modo è colpa mia, cosa ho fatto per essere separato dalla mamma? Questo è anche quello che dicono psicologi, neuropsichiatri, infantili eccetera. Penso dunque che ci voleva molta più delicatezza di intervento e più rispetto per il senso della famiglia e dei rapporti interfamiliari».
Forse serve un intervento più generale sul sistema minorile. Avete fatto passare una nuova legge che interviene proprio su questo. Saranno censiti i minori fuori famiglia, per cominciare.
«Sì, questo ovviamente non riguarda direttamente la famiglia nel bosco, ma adesso questa proposta di legge è stata approvata definitivamente al Senato. E questo è un passo importante perché dà alla politica, al governo, la possibilità di monitorare la situazione degli allontanamenti. Vorrei che il pubblico sapesse che non esistono dati a riguardo. Abbiamo dei macro dati, ma non sappiamo per esempio quante siano le richieste di allontanamento e quante siano state effettivamente adottate. E poi: quali sono i motivi per cui sono richiesti gli allontanamenti? Cioè: separazione conflittuale, violenza domestica, incapacità di svolgere il compito genitoriale? Ce ne possono essere mille. E ancora: quanti sono gli incontri protetti e con chi eventualmente sono svolti? Con un genitore, con entrambi i genitori? Quanto dura l’allontanamento a seconda delle diverse motivazioni? Si tutto questo abbiamo solo macro dati. E dati più precisi si possono avere soltanto interrogando di volta in volta i singoli tribunali. L’ultima volta una indagine di questo tipo è stata fatta nel 2018. E si è visto che in media gli allontanamenti erano 23 al giorno. La legge che abbiamo fatto ci darà strumenti importanti, si farà un osservatorio al Dipartimento della Famiglia e da lì si potrà intervenire sulle anomalie segnalate dai dati. Si potranno osservare e poi segnalare queste anomalie alle autorità competenti».
L’altro giorno Chiara Saraceno, autorevole sociologa, in un articolo sulla Stampa ha sostenuto che l’Italia rispetto ad altre nazioni ha meno allontanamenti.
«Ci sono dati su infanzia e adolescenza in altri Paesi che sono dati molto preoccupanti. Vorrei dire, anche alla professoressa Saraceno, che forse uno dei motivi per cui può darsi che noi abbiamo meno allontanamenti è proprio perché esiste quel tipo di famiglia che spesso la sinistra, compresa la professoressa Saraceno, ha criticato. C’è una famiglia avvolgente, una famiglia presente, una famiglia protettiva. La famiglia italiana ha perso molte delle sue caratteristiche nel tempo, però è rimasta una famiglia che ancora, per tanti versi, regge. E ha attenzione nei confronti dei propri figli, cosa che in altri Paesi avviene sempre meno. Altrove la tendenza è molto diversa, gli stili educativi sono molto diversi. In ogni caso, anche qui il numero degli allontanamenti è comunque troppo elevato. Può darsi che qui siano meno che in Inghilterra, ma a me sembrano comunque tantissimi. Per un minore, il migliore interesse è sempre quello di vivere nel suo ambiente affettivo, con il papà e la sua mamma, i suoi genitori. Io vorrei che gli interventi sulla famiglia fossero veramente a sostegno della famiglia, perché credo che davvero il miglior luogo per un bambino non possa che essere la famiglia. Ha scritto un bellissimo articolo Susanna Tamaro proprio sul fatto che la famiglia è il luogo in cui ognuno può sviluppare al meglio la propria personalità, anche quando ci sono disfunzionalità. E comunque lo scopo dei servizi è correggere queste disfunzionalità, non smembrare, separare, spacchettare e trasferire i bambini».
Pensavamo di avere già visto tutto riguardo al caso della famiglia nel bosco quando abbiamo scoperto che a somministrare i test a genitori e figli è una psicologa che li derideva sui social. Ma da qualche giorno assistiamo a uno spettacolo perfino più sconcertante, che è culminato nella denuncia per violenza privata dall’assistente della famiglia Trevallion da cui è partito poi il percorso che ha portato all’allontanamento.
La professionista, a quanto pare, era entrata in conflitto con Catherine, la madre, e sembra proprio che il dissidio non sia finito. Giovedì, quando la garante nazionale dell’infanzia Marina Terragni è scesa a Vasto per visitare i bambini in casa protetta dopo la decisione del Tribunale di allontanare la mamma, la D’Angelo non si è fatta trovare nonostante avesse preso accordi per un colloquio. Non si è resa disponibile nemmeno al telefono. Sappiamo però che nella stessa mattinata, assieme alla garante dell’infanzia abruzzese, ha organizzato un incontro con il padre dei bambini, Nathan. Una chiacchierata da cui è stata esclusa la madre: pare che l’assistente sociale abbia voluto rimarcare la «correttezza» del proprio operato e, stando alle indiscrezioni riportate da Repubblica, avrebbe proposto a papà Trevallion un percorso per sistemare in qualche modo la situazione. Di tutto questo la professionista non ha voluto parlare con la Terragni: sebbene l’incontro con Nathan fosse concluso da un’ora, la D’Angelo ha deciso di non essere presente a Vasto.
In compenso, venerdì l’assistente ha inviato al tribunale una lunga lettera in cui elenca le sue ragioni e, di nuovo, spiega di aver sempre agito per il meglio. Passaggi evidentemente parte di una strategia difensiva che punta a scaricare ogni colpa su mamma Catherine, e a sollevare il servizio sociale da ogni responsabilità. La missiva riporta una versione sorprendente, soprattutto quando descrive la giornata di venerdì e la partenza di Catherine dalla casa protetta. «Venerdi 06/03/2026 i minori hanno dunque trascorso l’intera giornata con i familiari e anche al momento del congedo dalla madre erano tranquilli nel colorare alcuni disegni, nonostante i momenti di tensione venutisi a creare per quanto esposto nella nota allegata», si legge.
«È necessario precisare altresì che la Responsabile della Casa di Accoglienza si è accorta della presenza di un telefono cellulare, probabilmente di proprietà della zia materna, posizionato in verticale e in modalità videoregistrazione sullo stesso tavolo dove erano i bambini. I presenti sono stati invitati pertanto a sospendere le registrazioni. È stato agevolato il momento dei saluti per alcune ore, durante le quali i bambini non hanno pianto. Soltanto la primogenita, che era in braccio alla madre, ha comprensibilmente manifestato le proprie emozioni e dopo alcuni minuti è stata portata dalla madre all’esterno della struttura, a favore di telecamere e giornalisti, nonostante la febbre e gli inviti della scrivente e degli educatori a rientrare. Nel momento in cui le figure adulte di riferimento hanno messo i bambini nella condizione di poter procedere al distacco con serenità, questo si è realizzato con molta tranquillità. Con il padre è stato possibile parlare per brevi istanti, ma non si è mai mostrato oppositivo o aggressivo, ha al contrario agevolato la circostanza».
Dunque secondo l’assistente sociale i bambini erano addirittura sereni dopo avere appreso la notizia della separazione e solo l’atteggiamento negativo della madre avrebbe causato problemi. A noi risultano cose molto diverse, compresi pianti disperati e tensione fra i piccoli che non volevano affatto salutare la mamma. Tutte scene di cui esiste più di un testimone.
Nella lettera un’altra affermazione lascia perplessi. Si scopre che «è stato messo un letto aggiuntivo nella stanza dei bambini, i quali dormono con la presenza costante di un’educatrice al loro fianco». Ma pensa. Quando la madre chiedeva di dormire con loro veniva giudicata riottosa e indisciplinata, ma ora si può consentire che un educatore passi la notte con i piccini. Aspettate, però, perché non è finita. Della strategia autoassolutoria del servizio sociale fa parte anche una comunicazione diffusa ieri dall’avvocato che i servizi hanno assunto giorni fa a spese dei contribuenti per tutelare la propria immagine. «Gli operatori della casa famiglia di Vasto hanno ripristinato buone relazioni con i minori facendo venir meno le ragioni del disposto trasferimento e, pertanto, il Tribunale potrà ora valutare tale nuovo assetto», scrive il legale Maria Pina Benedetti, in rappresentanza dell’Ecad 14 Alto Vastese.
L’avvocato spiega poi che «l’assistente sociale non ha potuto incontrare la Garante perché impegnata, nelle stesse ore, nella delicata gestione del caso. Ha dato seguito nel pomeriggio ad un contatto telefonico». Infine, l’allucinante conclusione: «Dopo l’allontanamento della madre e in attesa di reperire altra struttura, si è verificato che gli operatori della casa famiglia di Vasto hanno ripristinato buone relazioni con i minori facendo venir meno le ragioni del disposto trasferimento e, pertanto, il Tribunale potrà ora valutare tale nuovo assetto». Capito? Mandata via Catherine tutto è tornato tranquillo. Inoltre, l’avvocato invita la Garante Terragni a «una corretta dialettica istituzionale» fondata «su dati oggettivi e sul rispetto dei ruoli». Sempre lo stesso ritornello: a creare problemi sono i giornali, Catherine, e tutti coloro che si immischiano nella faccenda, compresa la Terragni. Con cui, si dice, non è stato possibile incontrarsi per via di impegni professionali (ma, come detto sopra, l’incontro segreto con Nathan era già concluso).
La risposta della garante non si è fatta attendere, ed è durissima. «Apprendiamo con stupore di un comunicato stampa diffuso da Ecad 14 Alto Vastese, gestore del Servizio Sociale dei comuni d’ambito, compreso Palmoli, riguardo alla nostra visita alla casa famiglia che ospita i tre minori Trevallion. Detto comunicato stampa merita ben più di una precisazione», dice Marina Terragni. «Smentisco in modo categorico. L’assistente sociale non si è resa disponibile a un colloquio con me. I servizi sociali non mi hanno nemmeno dato il contatto telefonico, che ho dovuto reperire per altre strade. Non ho mai detto che i bambini stanno bene. Ho detto e scritto che i bambini stanno fisicamente bene, ma la loro notevole agitazione psicomotoria, insieme a un atteggiamento di paura e diffidenza nei confronti degli estranei rivela un disagio evidente che non sorprende, visto i ripetuti traumi a cui sono stati sottoposti. Con le balle non si va da nessuna parte».
Terragni giudica «gravemente lesiva» l’accusa di avere fatto «affermazioni non corrispondenti alla realtà», e spiega che la visita effettuata a Vasto rientra perfettamente nelle sue competenze. «Resta l’amarezza», conclude la garante, «a fronte della perdurante sofferenza di tre minori esposti a ripetuti traumi, di dover constatare il persistere di un atteggiamento non disponibile a qualsivoglia riflessione autocritica che quanto meno problematizzi - come sta avvenendo a livello nazionale - il tema della propria formazione in considerazione del delicatissimo ruolo che i servizi sociali sono chiamati a svolgere».
Ciliegina sulla pessima torta, la denuncia che la D’Angelo ha presentato contro Danila Solinas e Marco Femminella, i legali della famiglia, i quali a suo dire l’avrebbero pesantemente intimidita e le avrebbero impedito di svolgere le sue funzioni di pubblico ufficiale. Che si denuncino degli avvocati è piuttosto raro, con questi toni poi ancora di più. Comunque sia, viene da domandarsi se non si sia giunti a un livello di conflittualità veramente esagerato.
Ecco, questa è la situazione in cui si trovano a vivere i Trevallion. Sono separati e devono fare i conti con istituzioni che dal primo giorno non fanno che mettere nel mirino Catherine accusandola di essere fonte di ogni male. L’assistente sociale, che dovrebbe supportare in ogni modo la famiglia, cerca invece di tutelarsi scrivendo al tribunale e avvalendosi di un avvocato gentilmente offerto da tutti noi, attacca e denuncia, però non si sente in dovere di incontrare la garante nazionale dell’infanzia.
Purtroppo, più che l’interesse dei minori, qui sembra prevalere l’interesse dei singoli.
Molte anime belle sostengono, come ha fatto l’altro giorno la celebre sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa, che attorno alla vicenda della ex famiglia nel bosco (ora famiglia dilaniata in nome del presunto superiore interesse dei minori) si è scritto e parlato troppo.
E in effetti anche le istituzioni sembrano molto preoccupate dalla presenza della stampa: per non attirare l’attenzione dei cronisti il tribunale ha impedito a Marina Terragni di farsi accompagnare da esperti per visitare i bambini, per il timore dei colleghi sembra che l’assistente sociale che segue i Trevallion abbia disertato l’incontro con la garante dell’infanzia. In ogni caso va di gran moda fra gli intellettuali più raffinati, quelli che sdegnano il populismo, la pancia del Paese, e senza aver ragionato un secondo sulle carte affermano che se i giudici hanno deciso così un motivo ci sarà pure, e che non bisogna fidarsi di quegli svalvolati in odore di antivaccinismo. Ovviamente, tutti questi fenomeni non solo danno dimostrazione di non aver approfondito i fatti, ma confermano che quella del silenzio è la via auspicata dalle istituzioni. Se i giornali e di conseguenza la politica non avessero seguito la storia di questa famiglia, il dramma si consumerebbe lontano da sguardi indiscreti, non si sarebbe mossa la garante e non ci sarebbero ispettori al tribunale dell’Aquila. In pratica, senza la stampa qualora ci fosse una ingiustizia (e a nostro parere già c’è) nessuno potrebbe porvi rimedio.
Qualcuno che ha scelto la strada del silenzio pressoché totale tuttavia c’è, anche se purtroppo si tratta di qualcuno che dovrebbe invece parlare e farsi sentire per una serie di motivi che ci apprestiamo a elencare. Si tratta della diocesi di Chieti-Vasto, la cui presenza sulla scena di questo triste spettacolo è evanescente, per usare un eufemismo. I Trevallion sono una famiglia che vive un momento di enorme difficoltà e attraversa una prova pesante. Avrebbero bisogno di un sostegno e un supporto, e ci pare che rientri tra le prerogative della istituzione cattolica dare conforto alle famiglie.
Ma c’è ovviamente di più. La casa protetta in cui si trovano i bambini - e i cui responsabili hanno preteso l’allontanamento della madre - è gestita dalla Fondazione casa accoglienza Genova Rulli che la carità cristiana come bussola, almeno stando allo statuto. Nel documento fondativo si legge che «l’assistenza, la cura, la vigilanza, l’educazione civile e religiosa degli ospiti della Casa Accoglienza è stata affidata, per espressa volontà dei Fondatori, alla Congregazione, delle Suore Figlie della Croce, dette di S. Andrea. In mancanza della disponibilità della suddetta Congregazione ad assolvere ai citati compiti, il Consiglio di amministrazione può affidarli ad altra Congregazione di suore con carisma specifico, ovvero ad una equipe educativa, composta da psicologi, educatori ed altre figure ritenute idonee».
Nel medesimo statuto si legge anche che «la Fondazione è amministrata da un Consiglio di amministrazione composto da sette membri, dei quali tre nominati dall’Ordinario Diocesano della Diocesi di Chieti-Vasto, due dal Sindaco della Città di Vasto e due dal Presidente del Capitolo della Concattedrale di Vasto». Insomma la diocesi indica direttamente tre membri del cda su sette, dunque ha per forza di cose un ruolo fondamentale. Ma come è possibile allora che proprio la struttura di accoglienza abbia richiesto di allontanare mamma Catherine dai suoi bambini?
Qualche giorno fa, parlando a Tv Verità, l’autorevole Tonino Cantelmi, esperto molto apprezzato nel mondo cattolico, si è rivolto direttamente al vescovo di Chieti-Vasto chiedendo un suo intervento. Per altro, come lo stesso Cantelmi ha notato, il monsignore in questione non è uno qualsiasi, ma un nome noto e apprezzato, un intellettuale e saggista famoso, un teologo che a dicembre ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Vasto: l’arcivescovo Bruno Forte.
Sua eminenza, in effetti, ha preso parola sulla vicenda, ma ormai molto tempo fa, a novembre, pochi giorni dopo l’allontanamento dei bambini da casa. In quella occasione, su Il Centro, Forte aveva scandito parole pacate ma pregnanti. «Era proprio necessario un pronunciamento da parte dell’autorità giudiziaria?», scrisse. «Non sarebbe potuta bastare un’interlocuzione più articolata fra le istituzioni locali, scolastiche e amministrative, e i detentori dell’autorità parentale? In coscienza, ritengo che questo dialogo poteva e doveva essere proposto e perseguito con determinazione: non so se e fino a che punto questo sia avvenuto, ma da quanto i media ci hanno fatto conoscere non mi sembra che sia stata la via prioritariamente perseguita».
Frasi più che condivisibili, le quali però non sono evidentemente state accolte dal tribunale e nemmeno dalla casa protetta. Da allora, più nulla nonostante le numerose sollecitazioni. Per questo abbiamo provato a chiamare monsignor Forte, che però non sembra avere gradito molto. Ci ha risposto di avere già parlato, e ci ha rimandato al suo vecchio articolo. Gli abbiamo fatto notare che nel frattempo era successo di tutto, e che la casa protetta dipende in buona parte dalla diocesi. Ma il monsignore ci ha risposto che non intende esprimersi, anche perché, dice, i media non hanno fatto un buon servizio in questa storia. Viene da dire che i media, almeno, un servizio hanno provato a farlo, altrimenti sarebbe appunto calato il silenzio. Forte ci ha anche detto di avere già incontrato la famiglia, ma ci risulta che in realtà non abbia avuto un vero e proprio incontro: sotto Natale è passato a visitare la casa protetta, una visita ordinaria, viene da dire, come se ne fanno tante. Non ha incontrato Nathan Trevallion, e non pare abbia avuto chissà quale interazione con Catherine.
In ogni caso, il tempo per rimediare non manca. I Trevallion hanno bisogno di appoggio per affrontare le assurde peripezie a cui una parte dello Stato li sta sottoponendo. Un piccolo segnale del vescovo sarebbe importante, e nemmeno troppo faticoso da mandare.





