Eravamo in ansiosa attesa, in effetti, di sapere che cosa pensasse dell’attuale quadro politico Dario Franceschini uno dei grandi vecchi e dei più acuminati strateghi del Partito democratico.
Fortuna che Repubblica ci è venuta incontro con una corposa intervista realizzata nella «officina meccanica adibita a studio» del fine pensatore. Il quale ci ha reso edotti di un grave pericolo di cui non sospettavamo l’esistenza: il ritorno del fascismo.
Franceschini, parlando al suo invero sterminato pubblico, ha fornito informazioni rilevantissime anche e soprattutto per la destra italiana. «Stiamo tutti dicendo che il vero pericolo è Vannacci», ha ragionato il senatore dem. «Ma così normalizziamo Meloni, la facciamo sembrare una moderata, che è ben lontano da quel che lei è davvero». Ah, perbacco: stai a vedere che la Meloni è un pericolo per la democrazia, chi lo avrebbe mai detto.
«Se passa la nuova legge elettorale, anche con la limitata riduzione del premio, il centrodestra potrà eleggersi il presidente della Repubblica da solo», spiega Franceschini. «Poiché oltre ai parlamentari votano anche i delegati delle Regioni, avrebbero un margine di 44 grandi elettori sopra la soglia stabilita dal quarto scrutinio».
Colpita da tanta arguzia, la collega di Repubblica Giovanna Vitale ha posto una domanda cristallina: non vale lo stesso se vincesse il centrosinistra? Ed ecco la risposta memorabile: «C’è una bella differenza. Meloni in questi quattro anni, con il premierato e la riforma della giustizia, ha dimostrato di avere un disegno: non governare ma comandare senza l’ingombro delle garanzie democratiche. E siccome dopo la batosta referendaria si è resa conto che scardinare la Costituzione non è facile, utilizza la legge elettorale per raggiungere lo stesso scopo. Perciò dico che il rischio è stato sottovalutato. Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali».
Insomma, in queste condizioni Giorgia prenderebbe i «pieni poteri» e, aggiunge Franceschini, «non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo...».
La riflessione è fulminante, e svela con inaudita chiarezza quale sia il pensiero prevalente nella sinistra italiana. In pratica, Franceschini dice: se vinceremo noi andrà tutto bene, perché potremo eleggere il capo dello Stato e comandare in ogni caso. Se vince la destra ci sarà la dittatura. Perché? Perché la destra è totalitaria e la sinistra invece è buona e democratica. Quindi non va bene una legge che consenta a entrambi gli schieramenti di governare sul serio in caso di vittoria: quel che conta è che la destra non elegga il presidente, perché è brutta è cattiva. Davvero fenomenale: superiorità antropologia e vocazione autoritaria in purezza.
C’è però un altro elemento da valutare con attenzione oltre al consueto disprezzo per l’avversario e la democrazia. Queste parole di Franceschini segnano un cambio di atteggiamento. Finora la linea fra i liberal-progressisti prevedeva di spingere sulla mostrificazione di Vannacci, e di chiedere contestualmente alla Meloni di prendere le distanze facendosi più moderata. Vecchio gioco: gli illustri soloni dicono alla destra di farsi meno destra, nella speranza che si snaturi, si sbricioli e perda. Ma Franceschini apre a uno sguardo diverso. Sotto sotto, suggerisce che la vittoria della sinistra non è affatto scontata. E spiega agli alleati che occorre fare fronte comune: «Niente gelosie, veti, rancori, astio; bisogna guardare avanti, non indietro, e mettersi tutti in un’alleanza costituzionale che difenda i valori e la democrazia. Come gli italiani hanno fatto al referendum». In sostanza propone di costituire una sorta di fronte antifascista come quello creato in Francia contro Marine Le Pen: tutti dentro, compresi i centristi, perché l’unica cosa che conta è che la destra non vinca. Per la serie: contano i programmi e le idee...
Emerge, da questa visione, la netta preoccupazione dei progressisti, la cui sicumera dal referendum in avanti è andata spegnendosi. Ed emerge, volendo, un segnale per il centrodestra: annacquarsi e dividersi significa fare ciò che desiderano gli avversari. I quali sono atterriti al pensiero che una futura coalizione possa includere anche Futuro nazionale. Occorre allora chiedersi: se la prospettiva di una destra-destra compatta spaventa i progressisti al punto che un volpone come Franceschini si mette a teorizzare la grande ammucchiata contro i nemici, perché non insistere proprio su questo terreno? Meglio inseguire Calenda come suggeriscono i falsi amici o meglio regalare qualche notte insonne ai maggiorenti del Pd? Chi ha ancora dei dubbi forse gioca nella squadra sbagliata.
Non è semplicemente «una cosa di destra»: è una scelta intelligente e coraggiosa, che si spera non rimanga isolata. Nelle tracce dell’esame nei maturità per quello che una volta era il tema di italiano e che oggi si chiama «testo argomentativo» è comparso un brano di Frank Furedi tratto dal libro I confini contano, pubblicato qualche anno fa da Meltemi. Furedi è uno dei più interessanti intellettuali europei: nato nel 1948 in Ungheria, professore emerito di Sociologia all’Università del Kent, nel corso degli anni ha sfornato bestseller corrosivi come Contro la psicologia e, appunto, I confini contano. L’ultimo si chiama La guerra contro il passato, e demolisce la cultura della cancellazione. Anche per via di queste posizioni non esattamente omologate, Furedi ha sempre suscitato accesi dibattiti e si attira si frequente non poche critiche dai sostenitori del politicamente corretto. Piccolo esempio: tempo fa una nota libreria italiana di Bruxelles ha deciso di cancellare una sua presentazione già programmata, adducendo come scusa che lo studioso fosse «troppo politicizzato» (cioè troppo di destra). In realtà, Furedi non è affatto un classico destrorso. E certo fa politica, ma a livello altissimo, di sicuro senza mescolarsi con le beghe dei partiti o dei leader di ogni latitudine. Anzi, a dirla tutta le sue opere sono per lo più tradotte in italiano da editori come Feltrinelli e Raffaello Cortina, non esattamente marchi reazionari. Lo stesso vale per Fazi che ha stampato La guerra contro il passato. E pure il saggio da cui è stata tratta la citazione fornita ai maturandi italiani è stato pubblicato da un editore di sinistra, e anche piuttosto radicale come Meltemi. Quel libro tuttavia potrebbe essere a buon diritto considerato un manifesto conservatore proprio perché insiste sull’importanza dei confini intesi come limiti, oltre che come barriere fisiche. Ai ragazzi è stato presentato un passaggio tutto sommato blando, cioè poco scorretto rispetto al pensiero dominante, in cui l’autore insiste sulla scomparsa delle divisioni tra adolescenza e età adulta. Si tratta comunque di un tema fondamentale, la cosiddetta «adultescenza»: proprio perché mancano i confini e sono venuti meno i cosiddetti riti di passaggio, ci troviamo di fronte generazioni di adulti che in realtà non sono cresciuti, non sono davvero maturi. Si spiega così l’ossessione per il trauma che viviamo di questi tempi, la fragilità diffusa che trasforma gli individui in vittime o aspiranti tali.
«Il problema con ciò che io chiamo cultura terapeutica», ha spiegato Furedi a chi scrive tempo fa, «è che parte da un assunto: gli individui non sono in grado di gestire le tensioni, la critica e il conflitto. Quindi se ti critico, se ti sfido, sto attaccando la tua persona invece di avere una normale discussione tra individui. Dunque non posso utilizzare parole che ti offendano. Perché se ti offendo questo potrebbe diventare traumatizzante per te».
Furedi ha infilato il dito in una piaga purulenta della contemporaneità: siamo tutti dei pazienti potenziali. «E questo è soprattutto vero per quanto riguarda i giovani, i quali vanno a scuola e sembra che non vengano mai criticati. È molto raro», continua il sociologo, «che gli insegnanti dicano che i giovani non si sono comportati bene o sono stati un po’ pigri. Anche in Italia riscontro tracce di questa cultura, un po’ angloamericana, secondo cui tutte le pressioni della vita non appaiono come problemi da risolvere ma addirittura come malattie che ci rendono tutti quanti pazienti, potenziali vittime di burnout. Quante volte oggi sentiamo dire “sono in burnout, ho bisogno di un intervento medico”… Abbiamo perfino assimilato il linguaggio medicalizzato». Le conseguenze sono evidenti: «Siamo sempre meno tolleranti rispetto alla sfida, al conflitto, anche alla discussione», dice Furedi. «Una semplice discussione, un semplice confronto. Comprendere questo credo che sia molto importante, perché ne va dei valori della democrazia. Il confronto ci fa bene perché, ci rende partecipi, fa sì che tutti possiamo dire la nostra. Ma se ci offendiamo per ogni cosa non andiamo più da nessuno parte. Nella storia tutte le buone idee hanno sicuramente offeso qualcuno, in modo o nell’altro».
Tra le cose che non tolleriamo più e che non siamo in grado di gestire c’è appunto il limite di cui Furedi parla ne I confini contano. «In quel libro non parlo soltanto dei confini fisici tra le nazioni, tra i Paesi, ma anche dei confini, dei limiti che in qualche modo sono emersi nel corso della civilizzazione», ci ha detto il sociologo. «Esistono confini tra bambini e adulti, c’è una distinzione chiara tra uomo e donna, tra la sfera privata e la sfera pubblica, tra l’essere umano e l’animale. Oggi però pretendiamo che non vi siano due sessi, che non esistano più uomo e donna ma una serie di generi, dunque guardare al sesso biologico non è sufficiente. Più in generale, non accettiamo più i limiti. Nemmeno quelli fra bambini e adulti: rendiamo adulti i nostri bambini e viceversa. Vi sono degli adulti che ancora fanno finta di essere degli adolescenti mentre sono già degli esseri umani parecchio cresciuti. Non abbiamo quasi più distinzione tra animali e esseri umani. Qualcuno arriva a dire addirittura che sarebbe possibile per gli animali dare il proprio consenso ad avere un rapporto sessuale con un essere umano. È un fenomeno che stiamo vivendo in maniera crescente, in modo esasperato».
Questi, con tutta evidenza, sono i temi centrali del presente e del futuro prossimo, e che facciano capolino alla maturità è un importantissimo segno di cambiamento. Poi certo, se fosse stato scelto un passaggio di Furedi sui confini intesi come frontiere e la necessità di rispettarli l’impatto sarebbe stato ancora più dirompente, ma è anche vero che l’effetto sarebbe probabilmente finito sommerso dalla polemica (già ieri c’era chi blaterava del «sociologo di Orbán»). Dunque accogliamo con grande soddisfazione la positività novità e aggiungiamo una speranza: che testi come quello di Furedi non siano commentati solo all’esame ma anche nelle classi.
Come era prevedibile, la grandissima parte dei media italiani ieri ha riportato con grande entusiasmo alcune frasi che il pontefice ha dedicato alla remigrazione, rispondendo fugacemente a una domanda sul tema che gli è stata posta mentre usciva da Castel Gandolfo. «Non mi sembra una risposta cristiana», ha detto Prevost.
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?





