Con il Presidente degli Stati Uniti andare allo scontro frontale non ha mai portato risultati a nessuno. Nemmeno ai leader europei tanto incensati dalla sinistra. Giorgia Meloni ha fatto bene a mettere alcuni punti fermi senza andare alla rottura.
Se si vuole capire qualcosa in più riguardo alle ragioni profonde dello scontro fra Donald Trump e papa Leone e soprattutto all’impatto politico-culturale che può avere in particolare sugli americani, si può sfogliare Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, un breve ma fondamentale testo di Eric Voegelin appena ripubblicato in Italia dal coraggioso editore Settimo Sigillo.
Si tratta di un libro indispensabile per la lettura di quasi tutti i fenomeni politici odierni, e che ha molto da dire su questa ultima vicenda poiché parte dall’esame di un carattere costitutivo della religiosità prima e della mentalità statunitense poi. Nel 1970 Eric Voegelin, filosofo politico tedesco formatosi a Vienna, pubblicò il suo capolavoro: Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo. Voegelin aveva trascorso un ventennio negli Usa (1938-1958) e vi era ritornato nel 1969 per insegnare a Stanford. Esperto conoscitore dei legami antichi fra religione e politica, concentrò la sua attenzione su quello che chiamava «atteggiamento gnostico». Ovvero un modo di vedere il mondo che si manifestò inizialmente nelle elitarie sette gnostiche dei primi secoli dopo Cristo. Questi movimenti - sintetizziamo - tendevano a vedere il mondo, la creazione, come un’opera corrotta, e pensavano che la salvezza dell’uomo fosse possibile tramite una conoscenza segreta in possesso di pochi illuminati. Il fenomeno gnostico è variegato e complesso, ma è estremamente difficile negare che abbia esercitato un’influenza potentissima sul cristianesimo protestante e sui numerosi movimenti religiosi che di fatto hanno creato gli Stati Uniti. Lo ha mostrato con estrema chiarezza un altro studioso, lo statunitense Michael Walzer, ne La rivoluzione dei santi, corposo studio sul puritanesimo. Degli gnostici, alcune frange del protestantesimo mantengono l’atteggiamento di fondo esaminato da Voegelin. Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice il filosofo, «nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso di un processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono». Mentre per il cristiano cattolico la salvezza avviene per grazia di Dio, l’atteggiamento gnostico esprime la «convinzione che un mutamento nell’ordine dell’essere rientri nell’ambito dell’azione umana, che questo atto salvifico sia possibile grazie agli sforzi personali dell’uomo». Capite bene che un atteggiamento di questo tipo non può non risultare, alla fine dei conti, fortemente politico. La salvezza non è lontana, ultraterrena: si manifesta qui e ora. Il paradiso può sorgere in Terra o, a seconda delle visioni, in Terra si può avere un anticipo del paradiso. Alcuni individui illuminati possono guidare le masse, alcuni baciati dalla grazia ne manifestano gli effetti tramite il successo mondano. In ogni caso, la potenza salvifica si manifesta nel mondo, e le azioni umane vi partecipano. Il puritanesimo innervato di gnosticismo punta, non a caso, alla costruzione di un nuova Gerusalemme, una città sulla collina che i coloni provenienti dall’Inghilterra immaginavano di fare sorgere nel Nuovo Mondo. La spinta alla creazione di un «mondo nuovo» sviscerata da Voegelin è la stessa che ritroviamo nella cultura Woke, che pretende di rifare la creazione normando il linguaggio e i comportamenti. Non sempre, sia chiaro, le conseguenze di tale visione sono nefaste, anzi spesso spingono a un deciso e importante impegno sociale e politico (non per nulla Martin Luther King era un battista, per citare un celebre esempio). In ogni caso è difficile sostenere che non vi siano tracce dello stesso atteggiamento anche nel sostrato politico e religioso trumpiano. Il mondo nuovo, dopo tutto, ha bisogno di profeti e messia. E chiunque li ostacoli non è semplicemente un avversario ma un nemico esistenziale, che non comprende la grandezza del salvatore e di fatto impedisce la realizzazione del paradiso in Terra. Il puritanesimo, non a caso, stabilisce una ferrea distinzione fra puro e impuro, fra bene e male. Qualcosa che - notava Jean Guitton molti anni fa - non appartiene al cattolicesimo che ben conosce le sfumature di grigio. Non intendiamo sostenere che Trump sia un puritano o un fervente fedele. Sosteniamo però che vi siano nella sua politica tracce di atteggiamento gnostico, e che ve ne siano di molto profonde nello spirito americano, dall’idea di destino manifesto a quella di nuovo ordine mondiale. A ciò va aggiunto che la gran parte dei movimenti protestanti, anche solo per questioni di sopravvivenza, nel corso della storia hanno dovuto esprimersi politicamente, spesso con foga. Ne deriva che è molto più naturale, per un cristiano americano, schierarsi su un versante partitico e attribuire tratti salvifici a una autorità politica che egli consideri affine. Per quanto la democrazia americana non sia certo teocratica, fede e impegno politico possono intrecciarsi e talvolta addirittura coincidere. E può accedere che un politico si atteggi a Messia. Ciò non è possibile nella cultura cattolica. Il che, paradossalmente, pone ora un problema ai cattolici statunitensi impegnati in politica: a quale autorità votarsi? All’autorità spirituale e per forza superiore della Chiesa e del vicario di Cristo o a quella del presidente sedicente unto del Signore che si scaglia contro il Pontefice?
J.D. Vance si è barcamenato con qualche difficoltà, rimarcando una separazione fra fede e politica che esiste ma non pone i due concetti sullo stesso piano. Qui non si tratta di dare a Cesare quel che gli spetta: semmai si tratta di fronteggiare un Cesare che talvolta si sente Dio o un suo emissario. Cosa che, per un cattolico, non è accettabile.
È quasi emozionante assistere a questo ritorno di fiamma medievale: tutti stanno col Papa contro il (sedicente) imperatore d’Occidente. Il guelfismo si diffonde a ogni latitudine, soprattutto a sinistra, anche se ha un nemico meno nobile di Federico Barbarossa, ovvero Donald Capelloarancione.
E va senz’altro detto che Trump questa ostilità se l’è cercata in ogni modo, proferendo giudizi più che deliranti all’indirizzo di Leone XIV, accusandolo nei fatti d’essere un ingrato. Prima Donald si è attribuito il merito dell’elezione del pontefice, poi lo ha trattato da amico dei regimi, collaborazionista dei criminali. Leone sarebbe «debole» perché non approva la guerra, e ci mancherebbe altro. Ieri, in una rapida conversazione con il Corriere della Sera, ha rincarato la dose, spiegando che Leone «non capisce, e non dovrebbe parlare di guerra, perché non ha idea di quello che sta succedendo. Non capisce che in Iran hanno ucciso 42.000 manifestanti lo scorso mese». Viene il dubbio che a non capire, in realtà, sia Trump.
Sul punto ha totalmente ragione Antonio Spadaro, quando spiega che il Papa sta procedendo allo «smantellamento di ogni teologia politica che arruoli il sacro nella legittimazione della forza. Il Gott mit uns è sempre stato un modo per giustificare la guerra elevando il conflitto a livello metafisico. Leone smonta questo meccanismo dall’interno: svuota la grammatica morale che giustifica la guerra». Questa posizione fa infuriare il presidente americano, che trova nella Chiesa cattolica un interlocutore sempre disponibile, ma mai controllabile, proprio perché radicalmente indipendente da ogni potere politico, a differenza di molte chiese nazionali che nella politica troppo spesso trovano un fondamento che altrimenti non avrebbero.
Detto dunque tutto il male possibile riguardo alle uscite dell’inquilino della Casa Bianca, tocca però riflettere sul fatto che oltre a prendere le distanza da Trump in sé dovremmo anche stare attenti al Trump in noi. E cioè alla tentazione sempre viva e presente di fare, in senso eguale e contrario, esattamente ciò che fa Donald, usando politicamente il Papa solo quando fa comodo. Questa è una tendenza particolarmente in voga sul fronte progressista, dove solitamente si apprezzano i pontefici quando si esprimono su temi funzionali alla causa.
«Insultare e attaccare il Papa per il suo purissimo richiamo alla pace, al dialogo, alla dignità umana è un atto gravissimo che rivela fino in fondo la cultura di sopraffazione di chi non tollera le voci libere», ha detto ieri Elly Schlein, e di certo sono parole condivisibili. Dubitiamo tuttavia che avremmo sentito eguale sdegno e identica foga qualora Leone avesse detto qualcosa di affine alla sensibilità trumpiana o sovranista più in generale. Ne è prova il fatto che le istanze e le esortazioni pontificali vengono regolarmente ignorate quando riguardano la famiglia, la differenza dei sessi, il fine vita e l’aborto. Se invece il Papa parla di immigrazione, sollecita l’accoglienza e l’apertura delle frontiere, o sfiora qualche tema attinente alle istanze ecologiste, ecco che diventa un baluardo della libertà e della giustizia. In fondo, questo è un uso politico della religione del tutto analogo a quello che fa Trump, o che vorrebbe fare in questo caso, ma senza riuscirci per via dell’opposizione fiera di Leone. Diciamo allora che, per quanto detestabili siano le ripetute uscite di Trump contro il vicario di Cristo e per quanto siano sgradevoli le sue immagini prodotte con intelligenza artificiale in cui si raffigura come Cristo, appaiono decisamente ipocrite anche certe intemerate papiste dei nostri politici.
In queste ore essi richiamano con forza la separazione tra fede e politica, tra Stati e Chiesa. Se la prendono con certe radicalità protestanti oppure invocano il rispetto della dignità del pontefice chiedendo duri interventi alla destra. Peccato però che siano i primi a non praticare affatto la separazione tra fede e politica quando si tratta di invocare la carità cristiana al fine di sostenere Ong e cooperative. Al contrario, di quella separazione fanno grande vanto quando devono spingere proposte frontalmente ostili alla cultura e alla sensibilità dei cattolici, vedi ad esempio la legge sul fine vita.
Ieri il vicepresidente americano JD Vance, camminando su un filo sottile, ha detto che «in alcuni casi, sarebbe preferibile che il Vaticano si attenesse alle questioni morali e lasciasse che il presidente degli Stati Uniti si occupasse di definire le politiche pubbliche americane». Ebbene, parole come queste le abbiamo sentite molto spesso sulla bocca dei politici italiani liberal-progressisti. Gli stessi che poi brandivano Francesco come un Che Guevara perché potevano sfruttarne il verbo. Più o meno fanno lo stesso con Leone, a corrente alternata. La destra, va riconosciuto, in questo frangente ha fatto esibizione di maggior coerenza: Matteo Salvini ha giustamente ribadito che «non è intelligente attaccare il Papa»; Giorgia Meloni ha preso le parti del pontefice tanto da suscitare l’ira funesta di The Donald. Dubitiamo fortemente che i neoguelfi della sinistra italica sarebbero in grado di fare lo stesso. A loro questo Papa piace molto adesso perché scontenta Trump. Vedremo quanto lo ameranno la prossima volta che scontenterà loro.





