Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.
Certe verità sono così lampanti che persino la Cgil riesce a coglierle. Solo che poi, essendo la Cgil, di tale verità non sa che farsene e non riesce a cavarne mezza riflessione utile. Prendiamo il caso di Pesaro. Giovedì scorso la Squadra mobile locale effettua un giro di ricognizione in una delle aree più problematiche della città. Tra i vari soggetti identificati c’è un gambiano - già noto alla polizia - che dà in escandescenze, aggredisce gli agenti e ne ferisce quattro (totale: 77 giorni di prognosi).
Drogato e con problemi psichici, il gambiano viene portato al pronto soccorso dove replica la sua furia, causando problemi anche lì. Niente di inedito, ovviamente: di storie come queste se ne leggono ogni giorno. Ma ecco che sul tema interviene Pierpaolo Frega, segretario della Cgil pesarese, il quale fornisce una analisi perfetta dell’accaduto: «Cosa si è fatto nel tempo?», s’indigna giustamente il segretario. «L’uomo, oltre che tossicodipendente è affetto da una grave patologia psichica, ma nel corso degli anni non si è mai riusciti ad espellerlo, si sono utilizzati provvedimenti dettati dalla politica totalmente inefficaci come Daspo e fogli di via, non esistono strutture per misure detentive psichiatriche che potrebbero contenere e gestire le sue patologie».
Il fatto è che l’ottimo Frega ha assolutamente ragione. Un personaggio del genere, estremamente problematico e già conosciuto dagli agenti, dovrebbe essere fuori dall’Italia, e invece non si riesce a espellerlo. Tutte le altre misure, dice giustamente il segretario, sono assolutamente inutili. Bravo, bis. C’è solo un problema: perché Frega non condivide le sue preoccupazioni e la sua indignazione con i suoi compagni del sindacato? Perché non se la prende con la sua compagine politica di riferimento, che da anni si batte per spalancare le frontiere e osteggia ogni tentativo di espellere gli stranieri che causano guai? Già: da una parte il sindacalista si arrabbia perché non si riesce a cacciare gli immigrati che causano disastri, dall’altra però è pur sempre un esponente dalla Cgil, dunque deve prendersela con il governo e con la destra, mica può trovare altri colpevoli. «Le forze dell’ordine sono lasciate sole a gestire un problema sanitario, importante, facendolo diventare un problema di polizia, sperando solo che la magistratura, allo stesso modo impotente, mandi in carcere un soggetto che di fatto è incompatibile con la detenzione», insiste Frega. «Le forze dell’ordine sono chiamate a lavorare cercando di dare risposte concrete ai cittadini, provando a rimanere incolumi, consapevoli che però, dopo di loro, esiste un vuoto e un silenzio assoluto per mancanza atavica di strumenti, di supporto e soprattutto di soluzioni concrete che non spostino solo il problema più in là. Ma è la politica che dovrebbe intervenire ed evitare che il disagio sociale diventi uno scaricabarile tra forze dell’ordine e strutture sanitarie». Già, la politica dovrebbe intervenire, e in effetti interviene. Peccato che quando lo fa ci si mettano di mezzo tutti, dal sindacato alla magistratura, al fine di impedire che il caos migratorio sia risolto.
Il sindacalista pesarese non è affatto isolato. È molto interessante pure ciò che scrivono in queste ore i suoi colleghi della Flai Cgil che rappresentano i lavoratori agricoli. Costoro hanno giustamente preso la parola sul terribile caso di Alagie Singathe, migrante di 29 anni, che si è impiccato a Torretta Antonacci, in Puglia: straziante approdo di anni di sfruttamento come bracciante nei campi di pomodori.
«C’è una similitudine brutale che si consuma nei campi. Da un lato, il pomodoro: colto, schiacciato, spremuto fino a diventare polpa pronta per il consumo. Dall’altro, la vita di chi quel frutto lo ha raccolto: vite spremute con brutale ferocia, svuotate di dignità e diritti, condotte fino alla soglia dell’annientamento», dice Matteo Bellegoni, capo dipartimento Politiche migratorie e Legalità della Flai Cgil. «Non è una questione privata, ma l’ennesima morte politica nell’Italia e nell’Europa dei diritti traditi». Sacrosanto: non si può attraversare i continenti per finire a fare gli schiavi nei campi del Sud Italia. È per questo che l’immigrazione di massa va fermata a ogni costo: perché serve precisamente a rifornire di lavoratori a basso costo la macchina dello sfruttamento. Ancora una volta, il sindacato si indigna per un episodio intollerabile. Ma poi che fa? Facile, se la prende con i bersagli sbagliati.
«Ci ritroviamo in un’Europa che sulla carta vanta dignità e giustizia sociale, ma nei fatti applica decreti rimpatri e caccia al migrante», continua l’esponente della Flai. «La scelta definitiva che ha compiuto Alagie Singathe è il risultato diretto di scelte che rendono le persone invisibili, negando loro lo status di lavoratori per confinarli in quello di clandestini, di delinquenti». Gli fa eco Antonio Ligorio, segretario generale della Flai Puglia: «Torretta Antonacci è oggi il simbolo di una doppia fragilità: quella di un territorio non curato e quella di un’umanità calpestata», dice. «Non accetteremo più il silenzio o la retorica della fatalità. È necessario un impegno chiaro per dire, una volta per tutte: mai più ghetti. Non è più accettabile parlare di fatalità quando da anni denunciamo condizioni di vita disumane nei ghetti agricoli, senza che ci sia stata una reale volontà di intervenire. Quelle denunce sono rimaste inascoltate». Giusto, giustissimo: basta ghetti. Solo che per eliminare i ghetti bisogna prima fermare l’immigrazione soprattutto irregolare che li rifornisce di materiale umano, altrimenti tutto continuerà come prima. Il sindacato, però, questo finge di non capirlo: si strugge per i danni dell’immigrazione, ma continua a sostenerla. In fondo non stupisce: se fornisse soluzioni vere ai problemi concreti, non sarebbe la Cgil.
Complici anche le gentilezze di alcuni tribunali che continuano da alcune settimane ad annullare i fermi disposti dalle autorità e a concedere risarcimenti agli attivisti, le Ong hanno ripreso le antiche e mai dimenticate abitudini. L’altro giorno la nave Aurora di Sea Watch ha recuperato 44 persone che si trovavano a bordo della piattaforma abbandonata Didon, tra la Libia e la Tunisia.
Nessuno ovviamente si chiede perché si trovassero lì. Non c’è un articolo di giornale che si soffermi sul fatto che queste persone sono state impunemente mollate in mezzo al mare in attesa di qualcuno che venisse a recuperarle per portarle in Europa. Non ci interessa il meccanismo mortifero che le ha portate lì, a rischio della vita. Ci interessa soltanto quello che succede dopo, che è poi esattamente ciò che le Ong vogliono che vediamo. Il loro obiettivo politico è questo: cancellare la prima parte del circuito migratorio e puntare il riflettore soltanto sulla seconda parte, quella che a loro parere dovrebbe chiamare in causa gli europei.
«Il tempo è pessimo, le vite delle persone sono a rischio. Temono di essere intercettate e di essere rimandate forzatamente in Libia. Abbiamo informato le autorità e chiediamo un salvataggio in un luogo sicuro», ha scritto Sea Watch con il solito tono impositivo. Poi ha provveduto al recupero degli stranieri e, come sempre accade, le autorità italiane hanno assegnato un porto di sbarco alla nave Aurora, alla faccia della crudeltà dei governi di destra. La destinazione avrebbe dovuto essere Porto Empedocle, ma la Sea Watch ha deciso di fare altrimenti: ha fatto sapere che le coste agrigentine erano troppo lontane e si è diretta a Lampedusa dove ha fatto sbarcare gli immigrati. Siamo appena ad aprile, questo è solo l’inizio.
Vedremo con la bella stagione, il mare meno ostico e le temperature più miti quanti viaggi riusciranno a fare queste navi sedicenti umanitarie, anche aggirando i decreti governativi che in teoria dovrebbero limitarne l’azione discrezionale. Del resto sappiamo come operino le Ong: fanno ciò che desiderano, violano i confini, se ne infischiano delle indicazioni delle autorità, ignorano gli accordi internazionali. Però possono contare su una buona fetta di giudici pronti a difenderle. Giusto un paio di giorni fa il tribunale di Trapani ha dichiarato illegittimo il fermo della nave Mare Jonio (che fa capo a Mediterranea di Luca Casarini) disposto nell’ottobre 2023. Il Viminale è stato di conseguenza condannato al pagamento delle spese legali. Vale la pena di ricordare che la nave era stata fermata perché, al solito, aveva scelto in totale autonomia e in maniera del tutto autoreferenziale di dirigersi verso l’Italia evitando di coinvolgere nel recupero dei migranti altre nazioni. In teoria gli stranieri erano stati presi in area di competenza libica, ma per il tribunale sarebbe «espressamente e chiaramente escluso che la Libia, Paese che non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, soddisfi i criteri per essere designata come luogo sicuro ai fini dello sbarco». Chiaro no? A decidere le politiche migratorie italiane non è un governo eletto, dunque non sono gli italiani: sono magistrati e attivisti. I quali godono, per altro, di sostegni eccellenti.
Non appena le Ong sono tornate in scena con prepotenza, sono ricomparsi anche gli immancabili prelati pro invasione, gli stessi che per un decennio circa hanno martellato con ogni mezzo l’opinione pubblica al fine di imporre l’idea che il sistema migratorio fosse buono e santo. Parliamo ovviamente degli stimati esponenti della Cei, in particolare l’arcivescovo di Ferrara-Comacchio Giancarlo Perego, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, il quale non perde occasione per alimentare la retorica dell’accoglienza senza limiti. Circa un mese fa si era espresso molto duramente nei riguardi del modello Albania, da lui ritenuto uno spreco di soldi. Ora Perego, parlando a Rai news, è tornato alla carica: «Non si può rimanere indifferenti come il governo italiano di fronte a questo… non ci si può fermare sui rimpatri come ha fatto l’Europa in questi giorni e non impegnarsi nel soccorso e nella tutela di un diritto fondamentale che è il diritto all’asilo». Già, non appena l’Ue dà segno di muoversi in una direzione anche solo leggermente diversa da quella che prevede sempre e solo frontiere aperte, subito spunta un vescovo a lagnarsi, e a bacchettare il governo. Del tutto incurante della realtà italiana e europea, Perego insiste a ripetere il mantra integrazione-accoglienza, pretende l’apertura di altri corridoi umanitari e sembra incolpare le destre - proprio come fanno sinistra e Ong - per i naufragi nel Mediterraneo.
È sempre la stessa canzone, una nenia che ci viene ripetuta da anni e produce sempre gli stessi risultati: guarda caso, quando riprende con insistenza il traffico in mare, ricomincia anche a morire la gente. Riprendono i naufragi, si rivedono persone abbandonate su piattaforme in mezzo alle onde. E tutto questo, per certi tribunali, certi sacerdoti e per tutti gli attivisti, è da considerarsi un modello amorevole e umanitario.





