È davvero ammirevole la solidarietà che ha suscitato Erri De Luca, prima attaccato dagli ex amichetti della conventicola per alcune opinioni diciamo così storte su Israele e Gaza e poi, sempre per via delle stesse opinioni, escluso dal festival Salerno Letteratura.
Per qualche giorno, come sempre accade in questi casi, l’intellettuale unico progressista - una sorta di organismo pluricellulare ma monopensiero che si esprime tramite formule preconfezionate - si è mobilitato sui social per deprecare ciò che Erri aveva dichiarato. Poi, come qualche funghetto nel sottobosco, sono spuntate alcune voci divergenti. Paolo Flores D’Arcais, fondatore di MicroMega, parlando con il Foglio si è molto irritato per la cacciata di Erri dalla kermesse letteraria salernitana: «La sua esclusione non ha giustificazione. Si finisce per additare De Luca come un amico di Netanyahu, è inaccettabile». Posizione molto interessante, soprattutto perché viene da un intellettuale che è stato tra i più feroci nella persecuzione (culturale) di berlusconiani e destrorsi, scrivendone per anni peste e corna. Curioso che ora con l’amico Erri si riscopra libertario e attento alle sfumature.
Ancora più strabiliante è il caso di Nicola Lagioia, che sempre al Foglio dichiara: «Bene dissentire, ma ritirare l’invito è scorretto. L’arte è libera». Bravo, bravissimo Nicola. «Trovo scorretto, anzi assurdo, escluderlo dal Festival Salerno Letteratura», insiste Lagioia. «Da direttore di istituzioni culturali posso ben dire che mai lo avrei escluso. Mai. Lui ha idee diverse dalle mie, ma le idee diverse si ascoltano». E ancora: «Sarebbe utile che ci fosse un dibattito culturale. Ciò detto, io trovo perlomeno bizzarro che De Luca fosse in auge fino a una settimana fa e adesso sia decaduto per la sua posizione su Gaza. Che sia addirittura indegno di invito. Intendiamoci: chi redige il programma esercita un filtro editoriale. È legittimo. Scorretto, invece, è chiamare un autore e poi fare marcia indietro».
Davvero, strabuzziamo gli occhi. Siamo ammirati per il coraggio di Lagioia, gravidi di gioia per la sua apertura al diverso, la sua ampiezza di vedute. E ci stupiamo ancora di più proprio perché ci ricordiamo che Lagioia, da direttore del Salone del libro di Torino, permise che fosse cacciata la casa editrice Altaforte dopo che un suo consulente (Christian Raimo) aveva stilato una sorta di lista di proscrizione di intellettuali sgraditi. Sempre Lagioia assistette inerme, anzi quasi approvò, quando vocianti neofemministe impedirono a Eugenia Roccella di parlare a Torino. Viene quindi da pensare che Lagioia, da direttore di istituzioni culturali, Erri De Luca non lo avrebbe mai cacciato: ben altri sono quelli da allontanare, cioè i fascisti, i bigotti, i destrorsi. Con loro si può usare il pugno di ferro. Con De Luca tocca andarci piano, non perché si condivida ciò che dice, ma perché è un amico o amichetto, è famoso e celebrato, metti che domani torni in auge mica ce lo si può inimicare così.
È dura, lo sappiamo, la vita dell’intellettuale di sinistra. È un balletto continuo fra una posizione e l’altra, una intolleranza e l’altra. Un giorno devi venerare un autore come un maestro, il giorno dopo devi coprirlo di merda perché altrimenti fai brutta figura e vieni coperto di merda pure tu. Si producono in questo modo formidabili contraddizioni, scoppiettanti cortocircuiti. Tipo quelli di cui è rimasto vittima il povero Paolo Di Paolo, scrittore molto bene inserito nella società letteraria, nonché co-curatore di Salerno letteratura. Sulla vicenda di De Luca, Di Paolo è entrato in un profondo conflitto tutto interno: censurare o no? Difendere il grande maestro o prenderne le distanze? Nel dubbio, Paolo ha scelto entrambe le posizioni. Prima ha difeso De Luca sui social, poi lo ha cacciato dalla rassegna. La singolare capriola - ciliegina sulla torta - è stata notata da Repubblica, quotidiano con cui Di Paolo collabora, che gli ha riservato un trattamento particolarmente feroce. Come ha immancabilmente notato Dagospia, su Repubblica è apparso un pezzullo non firmato gonfio di veleno, che merita di essere riportato per intero. «Abbiamo letto con sorpresa le parole con cui Paolo Di Paolo, condirettore del festival Salerno Letteratura, ha spiegato la decisione di cancellare la prevista prolusione di Erri De Luca», scrive Repubblica. «“Dopo le sue prese di posizione su Gaza non era facile fare finta di nulla”, ha detto Di Paolo. Le posizioni di De Luca erano note anche prima dell’invito, ha ammesso il condirettore, tuttavia “articolarle in quel modo non è la stessa cosa”. In effetti, quanto siano decisivi i tempi e l’articolazione di un concetto lo testimonia plasticamente proprio Di Paolo che in un post del 26 maggio, poco più di una settimana fa, si scagliava contro la persecuzione a De Luca biasimando che il legittimo dissenso rispetto a un’opinione potesse trasformarsi in “stupida ferocia”. “Che c… di immaginario abietto e nazista abbiamo digerito?”, si domandava il Di Paolo 1. Pochi giorni ed entra in scena il Di Paolo 2, dotato di minore tolleranza ma, in compenso, di un formidabile apparato digerente».
Va detto che i colleghi di Repubblica hanno infilato il dito nella piaga. Ma hanno perso un pezzetto per strada. Esiste il Di Paolo 1 che difende De Luca. Il Di Paolo 2 che lo caccia da Salerno Letteratura. Ma pure il Di Paolo 3 che, all’Ansa, dichiara di non aver mai cacciato nessuno: «Credo che non si possa parlare di esclusione, di censura in nessun modo. Sarebbe ingiusto. Certo se uno prende una decisione nella direzione artistica di un festival può sbagliare». Sfavillante: se ritiri l’invito a una persona, la stai escludendo, che altro?
Ma attenzione, c’è anche un Di Paolo 4. Cioè quello più intimista e sofferente che scrive a Dagospia per rispondere all’anonimo corsivo apparso su Repubblica. Quest’ultimo Di Paolo 4 è simile al Di Paolo 3. Anch’egli, cioè, sostiene che non vi è stata censura. Poi, però, dice che sta molto male perché lui De Luca lo adora da tempo, ha letto quasi tutti i suoi libri. E sta male perché a Repubblica, il giornale dove ha sempre voluto scrivere, gli fanno i corsivi cattivi. Sta male perché non è censura, ma comunque lui non voleva fare a meno di De Luca, però lo hanno obbligato un po’ tutti, e alla fine ha dovuto scegliere. Soffre, Paolo Di Paolo, e vorrebbe dire a De Luca che gli dispiace. E spiega pure che a Erri avevano proposto una via di uscita «politica»: «La proposta - discutibile, criticabile, quello che ti pare, accetto tutto - fatta a De Luca è stata semplicemente quella di fare uscire l’incontro dalla cornice della prolusione, in modo da essere meno sotto riflettori, diciamo così, strumentalizzanti. E da evitare che l’evento di apertura di una rassegna con 200 ospiti - una specie di editoriale, un viatico, un timbro - risentisse di dichiarazioni che io e molti come me non abbiamo condiviso. È così difficile da capire?».
No, no, è facilissimo da capire. Han provato a limitare i danni ma De Luca non si è prestato. E adesso tocca giustificarsi, buttarla sul patetico. Comprendiamo, sì, lo stordimento di Di Paolo. Comprendiamo anche le amnesie di Lagioia. Sul serio. Se vuoi fare parte dell’organismo chiamato intellettuale unico ti devi adattare, essere dotato di grande faccia tosta, memoria corta e selettiva, eccellente aderenza agli specchi. Il caso De Luca, poi, è un vero ginepraio. Se lo inviti ti dicono che dimentichi Gaza. Se lo cacci ti dicono che sei troppo duro e si guastano i rapporti. E metti poi che fra un paio d’anni quello torna in auge, è un casino. Così ti tocca mandarlo via e chiedergli scusa, e poi dire che comunque non è censura, e poi piangere perché ti è toccato censurare e gli altri non ti capiscono.
Sai che c’è? Che Di Paolo è innocente. La colpa non è sua. Il colpevole, vero, è De Luca. No, non per quello che ha detto su Israele. Ma perché è di sinistra, mannaggia a lui. Fosse stato di destra, non ci sarebbe questo casino: un calcio nel sedere e via. E Paolo Di Paolo potrebbe vivere tranquillo nella consapevolezza che non tutti possono essere Pietrangelo Buttafuoco.
Roberto Vannacci, come prevedibile, non è disposto a moderarsi nemmeno un po’. Per commentare la vicenda di Amendolara usa frasi di granito: «Se importi il terzo mondo diventi il terzo mondo», dice. «Lo vediamo sfortunatamente in ogni caso che coinvolge immigrati. C’è il caso di Amendolara, c’è il caso del colombiano che Roma è sceso di casa e ha accoltellato al petto un cittadino italiano per una lite sull’immondizia, c’è il caso dell’italiano di seconda generazione - o meglio, dello straniero naturalizzato italiano - che a Modena si è buttato contro la folla... Questa è la realtà. Si importano persone di culture diverse, spesso non compatibili con la nostra, che si comportano come sono abituate a comportarsi: si uccidono, si bruciano vivi... Solo che purtroppo quando importiamo queste persone non importiamo anche i sistemi di controllo sociale che ci sono nei loro Paesi».
Che intende?
«Probabilmente in Pakistan una cosa come quella di Amendolara non sarebbe successa e neanche in Marocco, perché la polizia pachistana e quella marocchina hanno dei sistemi ben diversi per controllare i loro connazionali. Qui invece abbiamo un sistema sociale che è abituato a una determinata cultura, e importando culture diverse non siamo in grado di controllarle. Diciamo che i nostri sistemi giustamente libertari non sono adeguati per controllare queste persone».
Nel caso di Amendolara però si chiamano in causa le responsabilità del sistema economico, i mancati controlli sul caporalato...
«Sì, diciamo però che alla fine sono sempre dei pachistani che hanno portato a termine questo crimine efferato. Per quale motivo bisogna come al solito trovare una giustificazione di fronte a un fatto oggettivo e assodato? Sono stati addirittura ripresi da telecamere... È come quando riguardo ai maranza si dice “ma è colpa dell’alienazione giovanile, del disagio”...».
Non è così?
«Un paio di ciufoli. È come parlare di gente che rapina e che fa i furti negli appartamenti e dire che è colpa della ridistribuzione della ricchezza... Fino a che non la smetteremo di giustificare qualsiasi cosa e non accetteremo invece di combattere questi fenomeni per quello che sono, continueremo a non risolvere un bel niente».
E lei come risolverebbe questi problemi? Intendo qui e ora, diciamo nel brevissimo periodo.
«Beh, nel brevissimo periodo intanto bisogna ripotenziare e rilegittimare le forze dell’ordine, perché il problema fondamentale è questo. Poi c’è il passo successivo che è la remigrazione. E non possiamo perdere un attimo, non è più un’opzione o una possibilità: la remigrazione è una necessità, abbiamo già superato la soglia limite».
Lei ha sottoscritto il Save Europe Act. Può spiegare in che cosa consista?
«È esattamente quello di cui stavo parlando. Fondamentalmente la remigrazione si basa su strumenti come il rimpatrio di chi non ha diritto di stare in Europa o di chi commette reati o di chi ha una cultura incompatibile. Ma la remigrazione stabilisce anche un criterio assolutamente corretto, ovvero il diritto, il sacrosanto diritto delle popolazioni autoctone di difendere la propria cultura e la propria civiltà. Con la remigrazione vogliamo sostenere una politica di difesa dell’identità e della cultura delle popolazioni autoctone. Identità e cultura senza le quali queste popolazioni scomparirebbero. Il manifesto che ho firmato e che viene portato avanti da Eva Vlaardingerbroek sostiene tutto questo. Guardi, sono in realtà cose perfino banali e scontate, ma sembrano quasi eccezionali dopo decenni di pensiero unico che ci hanno abituato a considerare chi viene da noi per approfittare del nostro sistema in maniera più favorevole rispetto ai cittadini autoctoni».
Pensa che altre forze di centrodestra oltre a Futuro nazionale sottoscriveranno questo manifesto?
«Spero che qualsiasi cittadino di buonsenso lo faccia. Al di là dell’appello alle forze politiche, è un appello a tutti i cittadini europei, a tutti i cittadini italiani. Non stiamo chiedendo nulla di strano: stiamo chiedendo di rispettare le civiltà e le culture autoctone e quindi anche di far ritornare nel suo Paese chi non ha diritto di rimanere qua. Stiamo chiedendo anche di modificare il modo in cui oggi si educano le persone, rimettendo al centro di tutto la cultura autoctona prevalente, cosa che invece oggi viene messa ai margini. Sembra quasi che drogare la nostra civiltà e la nostra cultura con elementi esogeni sia diventata la regola principale, il mantra della modernità».
A proposito delle posizioni del centrodestra. A Vigevano il candidato di Futuro nazionale ha preso il 14%. Andranno al ballottaggio la candidata di sinistra e quello di Forza Italia. Voi come vi comporterete? Chi sosterrete?
«Ha già deciso il candidato, ci siamo consultati. Avevamo presentato 3-4 punti che consideravamo le nostre linee rosse. Uno di questi era la chiusura della moschea abusiva che è registrata come un ente ricreativo. Poi c’era un altro punto non negoziabile riguardante i turni notturni della polizia locale e un altro che riguardava l’installazione di videocamere a circuito chiuso per incrementare la sicurezza. Il candidato che va al ballottaggio ha deciso di non prendere in considerazione queste richieste e di non pronunciarsi. Quindi il nostro appello è di andare a votare scheda bianca, non votando questo candidato. Perché se c’è qualcuno che vuole dipingersi di destra ma in realtà fare la politica della sinistra non avrà mai il nostro appoggio».
Scrivono che avete già raccolto 300.000 euro di finanziamenti. «Da petrolieri e carciofari», dice il Corriere della Sera.
«A me andrebbe bene anche il venditore di cipolle, non mi interessa che cosa facciano, sono tutte persone che esprimono condivisione, simpatia e passione per il movimento politico e lo finanziano. Peraltro, senza neanche ricevere gli sconti fiscali previsti dalla legge per i partiti, perché noi ancora non possiamo accedere a questi benefici. Sono donazioni totali, complete, quindi solleviamo tanto di cappello a chi ha voluto finanziarci. E io mi auguro che si vada avanti, perché ci vogliono ben oltre che 300.000 euro per finanziare un partito. Quando l’ho fondato c’erano delle persone che dicevano “Vannacci non andrà da nessuna parte, se non ha milioni di euro per il partito”. Direi che per ora ce la stiamo cavando bene e mi auguro che i finanziatori siano molti altri, anche privati cittadini che vogliano finanziarci con piccole somme. E poi non ho capito: ma gli altri partiti non ricevono finanziamenti? Fanno clamore solamente i finanziatori di Vannacci?».
Lei ora è sotto i riflettori...
«Le dico un’altra cosa sui finanziatori. Non mi sono sfuggite negli ultimi giorni le solite illazioni, assolutamente false, secondo cui ci sarebbero dei finanziamenti occulti da parte della Russia, un articolo su Repubblica lo ha detto chiaro e tondo e ha sostenuto addirittura che ci aspettiamo qualcosa nei prossimi giorni, come se ci fossero delle inchieste giudiziarie».
E non li ha, questi finanziamenti?
«Mi piacerebbe avere la villa in Crimea, ci andrei almeno in vacanza. Purtroppo ancora non ce l’ho».
I giornali dicono anche che lei sia imbarazzato dalla vicenda di Emanuele Pozzolo.
«Pozzolo purtroppo ha fatto un incidente. Se un incidente così l’avesse fatto un professore, esso universitario o di liceo, gli avremmo proibito di andare a fare lezione in aula dal giorno dopo? E se l’avesse fatto un giudice? Gli avremmo proscritto l’ingresso in tribunale per il resto della carriera? Sono tutte strumentalizzazioni. Pozzolo ha avuto un incidente e non ha causato danno ad altri, fortunatamente. Si prenderà la sanzione che si merita, perché è giusto, la legge è uguale per tutti. Io non faccio come Giani che è andato a proteggere la sua assessora quando si è messa nella corsia di sorpasso e le hanno ritirato la patente. Se Pozzolo ha sbagliato pagherà quello che è previsto che paghi, ma io - se non c’è dolo e non c’è malafede - non scarico gli appartenenti al mio partito, come non ho mai scaricato i miei uomini in combattimento».
Andrea Tosatto analizza il doppio pesismo del sistema culturale italiano citando il caso di Enrico Ruggeri a Codogno che dimostra una realtà amara: la caccia alle streghe non è mai finita. Se sei un artista e ti uniformi alla narrazione di volta in volta imposta dal potere vieni applaudito e coccolato dal sistema ma se provi ad avere "spina dorsale", se esprimi dubbi legittimi o mostri onestà intellettuale, scatta immediatamente il veto politico. Arrivano le richieste di cancellazione, i boicottaggi nei teatri e il linciaggio mediatico.





