Delitto di Garlasco: Chiara vide i p*rno sul PC di Stasi? Ecco la verità | Segreti - Ep.24
Nel nuovo episodio di Segreti torniamo sul delitto di Garlasco e sul presunto movente legato ai file p*rnografici del PC di Alberto Stasi. Le ricostruzioni della parte civile vengono messe a confronto con i dati tecnici: cosa ha davvero visto Chiara Poggi, per quanto tempo e con quale contesto?
Alla fine ci sono arrivati. Dopo giorni di elucubrazioni sono giunti ad affermare la grande verità che i progressisti italiani tengono nel cuore ma non avevano finora avuto il coraggio di esprimere pienamente. Se nelle nostre strade c’è una epidemia di violenza, è il succo, la colpa è della destra. Concita De Gregorio, su Repubblica, lo ha scritto meglio, con più infiorettature e ampi giri attorno all’argomento centrale, ma il risultato finale è il medesimo. Colpa della destra, che morettianamente parla male perché pensa male e di conseguenza agisce peggio. «Leggevo ieri i titoli dei giornali di destra, a proposito della violenza fra ragazzi», scrive Concita.
«Ogni parola uno sfregio, un’irrisione, una caricatura offensiva, un’accusa arbitraria, un insulto. È così ogni giorno, da anni. Nei giornali e in tv, sui canali social del leader politici e dei loro devoti luogotenenti. In quei titoli c’è la voce dominante, che rispecchia e a cui si intonano le moltitudini: siamo la maggioranza, non vedete?». In realtà, e non da oggi, la voce dominante sui media ripete esattamente il contrario, e cioè che bisogna accogliere, aprire le frontiere, essere inclusivi e tolleranti, occuparsi del disagio sociale dei giovani. È la medesima voce dominante di cui la De Gregorio si appropria: «I coltelli armano le mani dei ragazzi dopo che altre lame hanno armato il loro modo di pensare e di agire», sostiene. «Su questo non ci sono dubbi. Le parole vengono prima. Sono ciò che ci definisce come esseri umani, ci distinguono da ogni altra specie vivente, e sono la prima cosa che impariamo. Sillabe, suoni, parole. Le parole con cui cresciamo costruiscono il nostro mondo, a ogni latitudine diverso. Le filastrocche, le favole, le parabole, le canzoni, le conversazioni dei genitori in cucina, poi la scuola, le parole degli altri, poi la Rete, le parole del mondo. Immagini e parole».
Dunque si dovrebbe «disarmare le parole», a cominciare da quelle violente dei destrorsi. «La violenza epidemica non si risolve con la repressione. Anzi, la repressione può persino esacerbarla, nella sfida», continua Concita. «I ministri del Merito pensano che sia buona cosa trasformare la scuola nel luogo che premia le prestazioni, i risultati dei test a crocette. È già successo. Guai a parlare di confronto, di dialogo, di ascolto fra culture. Guai serissimi a nominare l’educazione affettiva e sessuale, già solo la parola sessuale li imbarazza».
Di sicuro, l’editorialista di punta e di tacco di Repubblica è efficacissima nel riportare il pensiero prevalente (a sinistra ma non solo), che tuttavia fa riverberare almeno due mistificazioni. La prima è che esista un monolitico «problema dei giovani». È senz'altro vero, come sostiene Concita citando fior di psicologi, che c’è «un’epidemia conclamata e ignorata di disagio psichico» e che i giovani «soffrono di ansia, insonnia, depressione, deficit di attenzione, disturbi alimentari, sono pieni di rabbia e di dolore. Si misurano solo sul consenso che riescono ad ottenere». Ed è persino vero che «trasformare le scuole in gate di aeroporti, con i metal detector e le perquisizioni, non significa cambiare questa idea di mondo ma confermarla. In un Paese dove mancano le aule e la carta, a scuola, poi». Ma il disagio non è tutto uguale. Esiste una emergenza psichica che riguarda i giovani italiani, della quale tuttavia ci si occupa soltanto quando fa comodo, e ignorando gli effetti disastrosi che hanno avuto a riguardo le politiche di sinistra: le restrizioni Covid, le aperture scriteriate sull’uso dei supporti digitali a scuola e fuori, la santificazione della fluidità identitaria e sessuale, l’opposizione a ogni forma di autorità, la distruzione del senso dell’esistenza. Queste, soprattutto, sono le ragioni del disagio contemporaneo, giovanile o meno.
C’è però un altro problema grande come una casa: l’immigrazione. Se il maranza accoltella, molesta e picchia non è perché ha letto le parole di un politico di destra o un articolo su un quotidiano conservatore. Di ciò che dicono gli adulti, al maranza frega decisamente poco, soprattutto se si tratta di adulti italiani, ai quali egli non riconosce alcuna autorità. Semmai è vero il contrario, e cioè: se sui media o sulla Rete si leggono o ascoltano talvolta posizioni feroci e rabbiose dobbiamo ringraziare l’esasperazione diffusa, la sensazione che di fronte ai soprusi costanti e agli sfregi deliberati non ci sia possibilità di risposta se non la silenziosa accettazione che coincide con la sottomissione.
Può darsi che il ragazzino che si ferisce e il maranza che sventra siano due facce della stessa medaglia. Entrambi, dopo tutto, sono immersi in una modernità che il pensiero progressista (e non quello tradizionale) ha plasmato: i social esasperano ogni comportamento, l’esibizione e l’egocentrismo sono la regola. Ma il fattore culturale, e dunque migratorio, è esattamente il discrimine fra i lati della moneta. Negarlo è patetico, soprattutto se a farlo è la sinistra che le cosiddette periferie le evita accuratamente da decenni, salvo impancarsi ogni volta pretendendo di fornire la soluzione ai guai che le affliggono.
Ancora più patetico è che si incolpino le forze oscure della reazione in agguato. La sinistra che adesso grida contro la repressione è la stessa che non perde occasione per reprimere e controllare i cittadini onesti affinché obbediscano alle sue volontà. Con i delinquenti, però, allarga le braccia e pretende atteggiamenti materni, carezze e baci. E allora avanti così: dopo aver disarmato in ogni senso gli italiani, disarmiamo pure le parole, cioè riprendiamo a censurare e a invocare la repressione del «linguaggio di odio». E se un maranza accoltella, ascoltiamo il suo disagio: se sbudella, non fa apposta, a dominarlo è il perfido fascista che qualcuno ha fatto crescere dentro di lui.
Dicono tutti la stessa cosa, ripetono a pappagallo le stesse banalità. Silvia Salis, sindaco di Genova, sostiene che per farla finita con la violenza dei maranza accoltellatori si debba ascoltare il disagio dei ragazzi e «potenziare l’educazione sessuo-affettiva». Patrizia Imperato, procuratore minorile a Napoli, afferma che si devono versare «più fondi al sociale». Walter Veltroni sul Corriere della Sera chiama in causa «il male di vivere adolescenziale» e spiega che il disagio sociale «non si risolve soltanto inasprendo le pene». Dario Ianes, psicologo dell’educazione, ribadisce che «punire non serve» e che per una scuola sicura è necessaria l’inclusione. Maurizio Ambrosini, su Avvenire, ha la soluzione a ogni problema: «Integrare». E dettaglia: «Il problema non si risolverà con la mera repressione del crimine, e nemmeno con un’impossibile (e deleteria) remigrazione. Servono interventi su almeno tre piani: politiche dell’edilizia sociale e per il risanamento delle periferie; misure per il sostegno del successo educativo e la prevenzione del disagio minorile; interventi a favore dell’aggregazione, dello sport e del tempo libero. Più giovani saranno socialmente integrati e messi in condizione di aspirare a un futuro migliore, più sicure diventeranno le nostre città».
Siamo quasi commossi nel notare che a nessuno di questi autorevoli esperti e politici sia ancora venuta a noia la ripetizione dei medesimi slogan con cui da anni si riempiono la bocca. Siamo altresì certi che se a sventolare il coltello fossero militanti di destra tutti costoro invocherebbero arresti, perquisizioni, retate e pene esemplari. Se fossero tutti maschi bianchi, si chiederebbero restrizioni sulla libertà di espressione, rieducazioni forzate, codici rossi e rossissimi.
Soprattutto, però, ci dispiace che non si rendano conto di quanto siano offensivi i loro interventi per tutti coloro che fino ad oggi hanno lavorato nella scuola e nei servizi educativi di ogni ordine e grado. Forse coloro che invocano inclusione e ascolto pensano che gli insegnanti, in tutti questi anni, non abbiano mai ascoltato nessuno. Forse non sanno o fingono di non sapere che la scuola italiana è inclusiva eccome, che esistono decine di lodevoli e persino utili iniziative di formazione fuori e dentro le classi, che ci sono miriadi di occasioni in ogni Comune per socializzare, ottenere ascolto e conforto psicologico, per leggere, sviluppare eventuali talenti artistici o praticare sport. Quanti adesso chiedono più attenzione al disagio dei giovani parlano come se fino a ieri in Italia ci fosse il deserto educativo, e non un plotone di docenti, formatori, tutor, assistenti sociali, bibliotecari, cooperatori di ogni tipo pronti a rispondere a ogni tipo di esigenza. La scuola italiana non è classista, non lascia indietro le persone, non nega possibilità a nessuno. Ma nonostante ciò i maranza accoltellano lo stesso, e talvolta lo fa pure qualche italiano di antica stirpe.
Il fatto è che l’educazione può funzionare fino a un certo punto, mentre la rieducazione - come ha mostrato una volta per tutte il romanzo Un’arancia a orologeria - non funziona quasi mai. Anzi, la verità è che gli unici rieducati qui sono gli italiani, i quali si stanno abituando a subire, ad avere paura in strada e a guardarsi le spalle quando escono di casa.
Quanto all’integrazione, la storia insegna che è possibile solo se i soggetti da integrare sono estremamente motivati, se l’ambiente in cui integrarsi è sano e esprime qualche forma di autorità oltre che di attrazione, e se esistono adeguate possibilità economiche. Tutti fattori che oggi difettano. Ergo resta una sola soluzione, cioè esattamente quella che tutti deprecano: la remigrazione. Chi delinque va spedito altrove, e rapidamente. La remigrazione, questa sì, è estremamente educativa, perché mostra che chi rispetta il prossimo viene premiato, chi non lo fa non ottiene benefici. Non è vero che non si possa fare, semplicemente non si vuole mettere in pratica, proprio perché si ha timore di ristabilire l’autorità, e si preferisce fingere di non vedere la realtà.
Se proprio bisogna educare qualcuno, qui, non è il maranza: è l’italiano. A cui andrebbe insegnato a difendersi e ad avere un po’ di stima per sé stesso.





