Non c’è legge che valga se non quella che stabiliscono loro. Non c’è diritto che rilevi se non quello che loro hanno deciso di imporre. La democrazia? Vale soltanto quando loro sono d’accordo, altrimenti si può serenamente trascurare.
Questo è ciò che insegna la mobilitazione di questi giorni contro il ddl Valditara sul consenso informato. Una norma fin troppo aperta e tollerante che tuttavia ha suscitato la rivolta dei soliti Vip con la firma facile (e passi) e soprattutto quella di alcune amministrazioni comunali. A guidare la protesta, pensa un po’, è Elly Schlein che ieri ha dichiarato guerra annunciando che il Pd è «pronto a mobilitarsi» contro il ddl. Prima della segretaria dem il Comune di Genova guidato da Silvia Salis aveva annunciato che avrebbe continuato a svolgere i corsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole per l’infanzia, semplicemente cambiando nome all'iniziativa. Poi è intervenuto pure il Comune di Roma, nella persona dell’assessore alla Scuola Claudia Pratelli. «Il governo utilizza il consenso informato come una clava ideologica contro l’educazione affettiva e sessuale e ciò rappresenta un grave errore politico e culturale», sostiene la Prateli. «Proprio mentre assistiamo a una preoccupante crescita della violenza di genere, del bullismo, dell’omotransfobia e di molte forme di discriminazione che coinvolgono sempre più spesso anche i più giovani, si è scelto di alzare ostacoli anziché rafforzare gli strumenti educativi a disposizione della scuola».
Questi presunti ostacoli, in realtà, non esistono. L’educazione sessuale nelle scuole è prevista, così come quella affettiva. Semplicemente si consente ai genitori di non acconsentire a progetti arbitrari e contestabili che contemplino la presenza di militanti, attivisti e simili. È a questo che si oppongono le amministrazioni di sinistra: alla possibilità per le famiglie di esercitare il diritto a tutelare i minori. «Continueremo a educare al rispetto, alla libertà e all’uguaglianza: non è un’opzione ideologica, è una responsabilità pubblica e democratica», afferma l’assessore romano Pratelli. Subito spalleggiato da Cittadinanzattiva, che addirittura invita alla «disobbedienza civile». Se non fosse tragico, questo spettacolo farebbe scompisciare. Invocano la disobbedienza civile gli stessi che invocavano galera e fucilazione per i non vaccinati. Gli stessi che si strappavano le vesti quando, ai tempi, qualcuno a destra propose la disobbedienza fiscale per protesta. Gli stessi che presentavano leggi regionali per discriminare i medici obiettori di coscienza sull’aborto.
Ecco come funziona: una legge dello Stato non piace ai progressisti? Loro si sentono liberi di violarla, di calpestare la democrazia e di fregarsene della libertà delle famiglie. Per questo speriamo che ProVita, come ha annunciato, denunci il sindaco Gualtieri se eviterà di rispettare la norma ora vigente. In ogni caso, gioca ripeterlo, il ddl Valditara non toglie l’educazione sessuo-affettiva (anche se sarebbe bello che lo facesse), si limita a garantire un minimo di possibilità di difesa ai genitori dai tentativi di indottrinamento coatto. Ma anche questo non è ammesso, poiché le associazioni amiche della sinistra rischiano di perdere soldi e perché non è concepibile che qualcuno sfugga alla rieducazione.
Del resto si comportano così in ogni occasione. Se non ti adegui alla loro visione del mondo, meriti ogni forma di punizione. Emblematico in questo senso il caso dell’influencer leghista Eterno. Si ferma a girare un video in centro a Parma, riprendendo sé stesso. Viene insultato da un gruppo di stranieri che gli lanciano oggetti e bottiglie. Lui cerca di trattare, allunga pure la mano a uno in segno di pace, ma quelli proseguono. Lui si fa comprensibilmente girare le scatole e si lascia scappare un insulto («scimmie») e uno slogan («remigrazione»). Quelli lo inseguono e lo picchiano. Un amico lì presente evita il peggio, perché uno dei gentili signori stranieri aveva già estratto il coltello. Risultato? I giornali di sinistra raccontano che Eterno ha provocato e lanciato improperi razzisti, i video che documentano la scena vengono tagliati ad arte. E qualche genio tipo l’attivista-giornalista Saverio Tommasi e vari suoi degni compari scrivono che il leghista si è meritato le botte, che i razzisti si trattano così e anche peggio. Tutto da copione: il nemico va eliminato, la legge del nemico va violata.
Resta da capire chi sia, questo nemico. O, meglio, resta da insegnare alle masse a riconoscere i nemici e a toglierli di mezzo. Per questo bisogna entrare nelle scuole, cominciare a educare fin da piccoli gli individui a guardare il mondo da una prospettiva progressista. Istruirli a riconoscere il razzista, l’omofobo, il fascista, il misogino, il maschio tossico.
Così, un passo alla volta, si arriverà al risultato finale tanto auspicato, alla costruzione di una visione del mondo del tutto artificiale capace di trascurare completamente la realtà in nome dell’ideologia. La visione che abbiamo visto all’opera nel Regno Unito con il povero Henry Nowak: un ragazzo ferito e morente che non respirava e sputava sangue ma è stato ammanettato e trattato da criminale. Non perché avesse fatto qualcosa di male, ma perché era semplicemente un maschio bianco, cioè il malvagio per eccellenza.
È a questa visione del mondo che il ddl Valditara dà diritto a opporsi. E infatti i progressisti quel diritto lo vogliono cancellare: sono fuorilegge, ma pretendono di comandare. Invocano la disobbedienza civile ma non accettano che qualcuno rifiuti di obbedire ai loro ordini.
Se non avessero un secondo fine, sarebbero quasi ammirevoli. E in effetti è esattamente così che vogliono apparire: idealisti coraggiosi che sfidano un potere ottuso e retrogrado.
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
Il 13 giugno 2023, a Nottingham, Valdo Calocane, originario della Guinea Bissau, ha accoltellato a morte Barnaby Webber, Grace O’Malley-Kumar e Ian Coates. Li ha massacrati, scrissero gli agenti di polizia intervenuti sul posto. Dopo gli accoltellamenti, Calocane ha rubato il furgone di una delle vittime e lo ha usato per investire i Wayne Birkett, Sharon Miller e Marcin Gawronski, che avevano l’unica colpa di passare per strada in quel momento. Non li ha uccisi, ma ha provocato loro lesioni gravissime e in alcuni casi permanenti.
In seguito, Calocane si è dichiarato colpevole di omicidio colposo e i suoi legali hanno invocato l’incapacità di intendere e di volere, che è stata parzialmente riconosciuta portando all’internamento del killer in un ospedale psichiatrico di massima sicurezza. Ma sul suo caso è stata allestita una commissione di inchiesta il cui lavoro si è appena concluso, portando alla luce una serie incredibile di errori e sottovalutazioni da parte delle autorità di polizia britanniche. Calocane, affetto da schizofrenia paranoide, avrebbe dovuto essere arrestato ben prima di compiere la strage. Si era già reso responsabile di numerosi episodi violenti, disertava gli incontri con gli psichiatri, si scelse di non internarlo e di lasciarlo libero anche se era evidentemente pericoloso.
Il Daily Telegraph, nei giorni scorsi, ha scritto che la commissione di inchiesta «ha anche rivelato che nel 2020 gli operatori della salute mentale decisero di non sottoporre Calocane a un ricovero coatto in seguito a un violento incidente, dopo aver preso in considerazione una ricerca che suggeriva una sovrarappresentazione dei giovani uomini di colore nelle carceri». Questo particolare è stato smentito con forza da alcuni dei medici auditi dalla commissione, ma è inevitabile che sorgano profondi dubbi a riguardo, soprattutto dopo quello che è accaduto a Henry Nowak, ucciso a pugnalate da un sikh e trattato da criminale mentre moriva soltanto perché bianco.
Emma Webber, madre di una delle vittime di Calocane, ha avuto parole piuttosto chiare sul punto. «Quello che dobbiamo fare è essere coraggiosi e affrontare queste discussioni davvero difficili in questo Paese» ha detto alla stampa. «Calocane era un uomo di colore che ha ucciso tre persone bianche e ha tentato di ucciderne altre tre, e questo non è mai stato oggetto di discussione. Se fosse successo il contrario, lo sarebbe stato». Difficile darle torto. Soprattutto se si legge l’inchiesta realizzata dal Telegraph sul modo in cui il sistema di salute mentale britannico è stato messo sotto pressione in questi anni al fine di «ridurre le diseguaglianze». Nove medici che servono e hanno servito nei servizi di salute mentale inglesi hanno raccontato di essere stati ripetutamente invitati a ridurre il numero di pazienti neri.
«Un medico che lavorava nello stesso ente ospedaliero in cui era stato curato Valdo Calocane ha affermato che l’organismo di controllo aveva visitato il suo reparto poco prima dell'attacco del killer di Nottingham e gli era stato detto che c’erano troppi pazienti neri», riporta il Telegraph. Non è tutto. Il Mental Health Act britannico, la legge che regola appunto i servizi di salute mentale, stabilisce che si svolgano periodiche revisioni indipendenti sulle strutture. Ebbene, nel 2018 la relazione conclusiva di tale revisione spiegò che «cercare di trovare modi per ridurre i ricoveri coatti di persone di origine africana e caraibica in particolare è una delle principali sfide».
E ancora: «Nel 2023, il servizio sanitario nazionale», scrive il Telegraph, «ha raccomandato agli enti ospedalieri di esaminare i ricoveri per problemi di salute mentale spiegando che “nel tempo dovrebbero essere in grado di dimostrare una riduzione delle disuguaglianze”. La Commissione per l’uguaglianza e i diritti umani, consultata sul Mental Health Act del 2025, ha affermato che gli enti ospedalieri dell’NHS dovrebbero essere tenuti a fornire un “piano d’azione completo se non sono in grado di dimostrare una riduzione anno su anno dei tassi di detenzione sproporzionati subiti dai gruppi di minoranza etnica, in particolare dalle persone di colore”». Insomma è piuttosto evidente che ci sia stata una notevole pressione da più fronti e soprattutto da attori istituzionali per ridurre il numero di pazienti di colore. I risultati, purtroppo, si sono visti: morti e feriti. Il fatto è che, come ha notato qualcuno, la malattia mentale non si cura con la sociologia, il crimine non si ferma con l’inclusione. E la realtà, piaccia o meno, non si può annullare per volontà ideologica.





