Verrebbe da riprendere antichi titoli di Cuore per descrivere la faccia tosta dei progressisti italiani. Soprattutto dopo avere letto il lungo servizio che ieri Tuttolibri della Stampa dedicava a Zerocalcare per farlo parlare del caso di Maja T, «antifascista non binaria» condannato in primo grado in Ungheria a 8 anni di carcere per le aggressioni a manifestati di destra nel 2023, durante il Giorno dell’onore (sono gli stessi fatti per cui è finita nei guai Ilaria Salis).
L’autrice dell’intervista riesce, restando seria, a scrivere che il noto fumettista romano «non smette di interrogarsi sulle responsabilità collettive che è necessario prendersi, o meglio, accollarsi, in una società non sempre giusta, e continua a coltivare un pensiero etico e politico che rifiuta qualsiasi ideologia incline all’odio e alla sopraffazione». Come no, Zerocalcare e i suoi sostenitori rifiutano ogni forma di violenza. Tranne quella rivolta verso i presunti fascisti, cioè verso coloro che tutti identificano come tali. Non a caso, nonostante si parli di un attivista di sinistra condannato a 8 anni per violenze contro la parte avversa, l’unico problema a cui Zerocalcare e la sua intervistatrice sono interessati è la «violenza nazifascista». «Chi è cresciuto nei centri sociali», spiega Calcare, «soprattutto fino agli anni dieci del 2000, si è dovuto quasi ogni settimana confrontare con aggressioni neofasciste. Macchine bruciate, gente che ti aspettava all’uscita dei concerti, persone accoltellate - Renato Biagetti è uno dei morti di quella stagione. È un fenomeno vicino, con radici che affondano indietro nel tempo. E poi non c’è solo la violenza di strada. Se rispetto a prima i gruppi neofascisti che menano la gente per strada sono meno vivaci non è perché l’Italia ha risolto i conti col passato, ma semplicemente perché molte di quelle istanze adesso stanno direttamente al governo e possono diventare legge». Il prestigioso inserto culturale della Stampa, incredibilmente, non spende mezza parola su fatti che pure dovrebbero interessare il giornale torinese, e cioè gli scontri avvenuti proprio a Torino durante la manifestazione organizzata a sostegno del centro sociale Askatasuna. Nemmeno un fiato sui disastri provocati dagli antagonisti in strada che hanno prodotto danni per decine di milioni di euro.
Nemmeno un sospiro sui filmati che mostrano militanti del centro sociale impegnati ad aggredire un agente di polizia privo del casco, colpirlo con calci, pugni e colpi di martello (quest’ultima una pratica che gli antagonisti piemontesi sembrano condividere con i loro colleghi italiani che hanno agito in Ungheria). Almeno una domanda sulla questione non sarebbe stata fuori luogo. Zerocalcare è un fervente sponsor dell’ambiente dei centri sociali, da cui proviene e che rivendica di non aver mai abbandonato anche se lavora per multinazionali come Netflix. Non solo: il fumettista ha realizzato la locandina della manifestazione pro Askatasuna, e a quanto risulta non ha alcuna intenzione di prendere le distanze dalle botte ai poliziotti e dai disastri di piazza.
Non potrebbe esserci migliore dimostrazione della plateale ipocrisia della sinistra nostrana. Cioè quella che non perde occasione per chiedere la censura di manifestazioni, eventi e presentazioni di libri con la scusa che siano in odore di fascismo. Lo stesso Zerocalcare si è distinto per aver disertato la kermesse Più libri più liberi di Roma perché era presente la casa editrice di destra Passaggio al bosco. A lui, però, è concesso parlare ovunque, dai pulpiti più prestigiosi, anche se difende o addirittura spalleggia gli antagonisti martellatori. Nobili giornali progressisti gli danno spazio affinché tenga lezioni sull’odio e la violenza, fingendo di non sapere quali siano i violenti che egli apprezza.
Questa evidente doppia morale, sia chiaro, ci irrita ma non ci stupisce. È, in effetti, il più comune atteggiamento a sinistra. Da giorni infatti sui quotidiani, nei talk show, alla radio e in televisione sentiamo ripetere la stessa, snervante tiritera. Sentiamo ribadire che il corteo di Torino è stato pacifico e si è svolto senza problemi fino a che non sono intervenuti pochi violenti che hanno rovinato tutto. E questa è la ricostruzione più moderata. Perché c’è pure chi sostiene che i violenti non fossero organici al mondo antagonista, ma fossero infiltrati, magari direttamente manovrati dalle istituzioni, o comunque funzionali al perfido disegno governativo che bramava il caos per giustificare l’imposizione di decreti sicurezza totalitari e oppressivi. Sentiamo queste stupidaggini da giorni, ovunque. Anche se tutti sanno benissimo che picchiatori e devastatori sono una componente stabile dell’universo dei centri sociali, e non da oggi. Qualcuno, fra i più intellettualmente onesti, lo ammette a mezza bocca. Allo stesso modo, tutti sanno benissimo che la sfilata di Torino non era motivata da profonde urgenze sociali o da afflati libertari. Era una manifestazione sulla carta legittima, di per sé stessa discutibile. Le persone riunite marciavano per chiedere che fosse consentito ad Askatasuna di occupare uno stabile illegalmente, e non per chissà quale fine umanitario, ma per il proprio esclusivo interesse politico. I manifestanti di Torino chiedevano che potessero continuare a esistere indisturbati i militanti rossi, compresi quelli che nel corso degli ultimi decenni hanno collezionato violenze e condanne.
È dunque grottesco, oltre che ipocrita, raccontare la favola di un corteo giusto e apprezzabile inquinato da pochi facinorosi. Perché questa favola nasconde la stessa convinzione che permea le parole di Zerocalcare, e cioè che chi sta a sinistra è migliore degli altri, e poiché è nel giusto tutto deve essergli concesso, anche l’intolleranza e la maniere forti.
A questo punto, è persino più apprezzabile la postura di Askatasuna rispetto a quella assunta dai suoi difensori d’ufficio apparentemente moderati. I leader del centro sociale, o almeno alcuni di loro tra i più visibili, hanno giudicato la manifestazione di Torino un grande successo e hanno perfino pubblicamente rivendicato gli scontri. Gli antagonisti veri non hanno timore di giustificare la violenza come metodo di azione politica e - almeno in questo caso - non si sono nascosti dietro una moralina da quattro soldi. Sono meglio loro di quelli che giurano di «condannare ogni violenza» ma poi tollerano le botte rosse o comunque le assolvono. Sono meglio loro del compagno di giochi Zerocalcare, che s’impanca a predicare contro la presunta violenza del governo fascista ungherese e intanto tira la volata agli sprangatori delle okkupazioni. Meglio Askatasuna della sinistra che lo protegge, perché appena più onesto e trasparente, è persino orgoglioso delle botte che dà. Anche se, talvolta, dovrebbe avere il buongusto di tacere quando le prende meritandosele.
Namibia, Angola e Congo accettano migliaia di rimpatri dopo le minacce del governo laburista di togliere i visti, pur di rimandare indietro i condannati. E la linea dura è quella della titolare dell’Interno, Shabana Mahmood.
Di solito, non appena si accenna a un discorso sulla remigrazione, vengono immediatamente avanzate due obiezioni. La prima è che si tratti di una pratica disumana basata sulle «deportazioni» e degna di un regime nazista. La seconda è che, al netto delle condanne morali, sia impossibile da realizzare. Ebbene, quanto accade nel Regno Unito smentisce entrambe le affermazioni.
La notizia è che il ministro degli Interni britannico Shabana Mahmood ha deciso qualche tempo fa di negare i visti d’ingresso ai ministri, ai diplomatici e ai turisti di alcune nazioni, per la precisione, Repubblica Democratica del Congo, Namibia e Angola. Soprattutto il Congo aveva rifiutato il rimpatrio dei suoi cittadini che avessero commesso reati sul territorio inglese, così il governo ha cancellato i visti per i suoi diplomatici e ministri e ha impedito ai suoi cittadini di accedere rapidamente al Regno Unito, compresi i cosiddetti Vip. In buona sostanza, per gli onesti cittadini congolesi entrare in Inghilterra è diventato un incubo, con conseguenze sugli affari e la vita privata. Risultato: dopo questa cura le tre nazioni hanno acconsentito a riprendersi circa 4.000 criminali condannati. Tra questi ci sono assassini e stupratori. Oltre ad essi, saranno rimpatriati anche numerosi migranti irregolari. Visto il successo dell’operazione, ora la minaccia di restrizioni verrà allargata a India, Pakistan, Nigeria, Bangladesh, Somalia, Egitto e Gabon, che si sono dimostrati poco disponibili ad accettare i rimpatri. Giova ricordare che il governo del Regno Unito è guidati dai laburisti di Keir Starmer e che la responsabile degli Affari interni è la succitata Shabana Mahmood, che ha - come si dice nel mondo anglosassone in modo politicamente corretto - un background migratorio.
Costei ha deciso di imitare i provvedimenti di restrizione ai visti applicati da Donald Trump a una quarantina di nazioni. «Il mio messaggio è chiaro», ha detto il ministro. «Se i governi stranieri si rifiutano di accettare il ritorno dei loro cittadini, ne subiranno le conseguenze. I migranti illegali e i criminali pericolosi saranno ora allontanati e rimpatriati in Angola, Namibia e Repubblica Democratica del Congo. Farò tutto il necessario per ripristinare l’ordine e il controllo ai nostri confini».
Un discorso che dalle nostre parti starebbe bene in bocca a un esponente della destra, e che probabilmente le formazioni di sinistra attaccherebbero blaterando di razzismo e propaganda autoritaria. Ora, se a attuare le espulsioni è un ministro di origini straniere di un governo progressista, è evidente che i rimpatri di massa non sono affatto una misura nazista, ma un atto di buonsenso. Non solo se riguardano i criminali, ma anche se toccano gli stranieri irregolari.
A quanto risulta, da quando i laburisti sono al governo, hanno espulso circa 60.000 persone. Un bel punto di partenza per la remigrazione. Di questi, il 32 per cento sono criminali e il 45 per cento immigrati irregolari. Secondo Mahmood, questo è solo l’inizio. Si smentisce così la presunta verità secondo cui la remigrazione sarebbe impossibile: i rimpatri, quando si usano maniere decise, diventano possibili, basta volerlo e avere il coraggio di fare ogni tanto la voce grossa. Certo, il percorso remigratorio prevede anche altre fasi, l’espulsione è solo una prima parte. Ma è anche la più complicata, e se si riesce a mettere in pratica e si mostra che l’atteggiamento delle autorità è cambiato, allora diviene più semplice anche tutto il resto, a partire dall’organizzazione di rimpatri volontari, che del resto sono praticati e incentivati anche in Italia (se ne contano alcune centinaia ogni anno, per altro ben retribuiti).
Comunque sia, il punto è comprendere che la remigrazione non ha nulla di disumano e violento. Al contrario è un atto umanitario e di giustizia. Allontanare omicidi e stupratori (che per altro sono presenti in gran numero nelle nazioni occidentali) significa rendere migliore la vita delle persone oneste e civili. Rimpatriare i clandestini significa invece togliere molte persone dall’illegalità, evitare che possono essere esposte alle lusinghe e ai ricatti della criminalità organizzata o sfruttate da questo o quel padrone disonesto. In più, si costringono le nazioni africane ad assumersi la responsabilità dei loro cittadini, cosa che finora hanno rifiutato di fare, come se la faccenda non le riguardasse. La remigrazione non è impossibile: bisogna soltanto avere il coraggio di realizzarla, demolendo pregiudizi e mistificazioni che finora hanno inquinato il dibattito sull’immigrazione. Se la sinistra caccia criminali e irregolari a migliaia, persino la destra ci può riuscire.
Gianluigi Paragone racconta la sua esperienza in Italexit e ammonisce il generale Vannacci sulla difficoltà di superare la soglia di sbarramento alle elezione senza una struttura partitica forte alle spalle.





