Giampaolo Pansa fu il primo a comprenderlo, almeno tra le grandi firme del giornalismo italiano. Quando a Genova un gruppetto di rivoluzionari comunisti lasciò un morto sul terreno, il formidabile cronista lo affermò senza mezzi termini: ad avere aperto il fuoco erano stati dei «tupamaros» italiani. Non criminalità comune, come scriveva soprattutto l’Unità a cui poi si accordavano i giornali borghesi. No, a uccidere erano terroristi. Rossi.
Non furono in molti a credergli. Anzi i più - a partire da Giorgio Bocca che poi fece pubblica autocritica - ripetevano che i guerriglieri dovevano essere banditi affamati di soldi, o provocatori fascisti, o fascisti al soldo dei servizi segreti. Comunque fascisti. Perché la regola, negli anni di piombo come oggi, allora è sempre, è la medesima: la violenza è soltanto nera, i rossi sono incapaci di fare male. E anche quando lo fanno, è a fin di bene dunque perdonato.
Pansa stigmatizzò questo atteggiamento in un libro straordinario, Carte false, uscito nel 1986. Era vicedirettore di Repubblica, e viene il sospetto che adesso una voce come la sua su quelle pagine, ormai militarizzate, non la si potrebbe udire. Lo ripeté poi in un altro volume intitolato L’utopia armata. «Quelli che sparavano», scrisse, «non venivano da una terra di nessuno né ci erano sconosciuti. Li avevamo incontrati nelle università occupate, nei cortei contro la repressione, negli “scazzi” durante le assemblee. Erano giovani leninisti o cattolici radicali o anarchici disperati, o niente di tutto questo e tutto questo assieme. Passati attraverso le allucinazioni ideologiche dell’era contestativa e convinti davvero che «lo Stato si abbatte e non si cambia», alla fine della grande festa si erano ritrovati vittime della frustrazione per quel Sessantotto passato invano, profughi di una politica senza pazienza e senza modestia, impegnati in una corsa cieca lungo la scorciatoia pericolosa del “mai più senza fucile”».
Gli armati erano tutti - lo avrebbe scritto molto dopo Rossana Rossanda - nell’album di famiglia. Ma la sinistra, soprattutto quella borghese o addirittura aristocratica, in superficie fingeva che la parentela non esistesse. Ma sotto sotto si eccitava, copriva, appoggiava, talvolta collaborava attivamente. «Fu l’epoca del camuffamento», scrisse Pansa. «Per non confessare che il terrorismo veniva dalle file della sinistra, si cominciò a parlare di «sedicenti» Brigate rosse, di fascisti travestiti, di provocatori organizzati dal padrone, di agenti dei servizi segreti addetti alla strategia della tensione, di mercenari al seguito di qualche complotto straniero. Più tardi si ricorse a un camuffamento meno lontano dalla verità: i terroristi, in fondo, sono soltanto dei compagni che sbagliano. Quel “compagni” suggeriva molte cose e avrebbe dovuto condurre le sinistre a un esame accurato dei rispettivi album di famiglia, primo passo verso un giudizio politico netto su chi si era dato alla macchia. Ma l’immagine aveva anche un suono quasi affettuoso, vi si sentiva la voce di chi è disposto a comprendere e poi a giustificare e infine a perdonare, una voce che diceva: tu spari, però sei uno dei nostri, io non condivido ma sono pronto a capire. Così il compagno che sbaglia non rappresentò soltanto un’altra figura di comodo: fu l’alibi per rimandare sempre la condanna politica e morale dei gruppi clandestini».
Di questo camuffamento si accorsero osservatori destrorsi, ma anche qualcuno a sinistra. Tra questi un giovanissimo Giovanni Fasanella, al tempo militante comunista con un breve trascorso nei gruppi extraparlamentari, poi divenuto firma di Panorama e maestro del giornalismo che indaga le trame oscure della Repubblica. Lui e altri comunisti torinesi, prima ancora della Rossanda, seppero intuire e poi riconoscere che l’album di famiglia esisteva eccome, ed era pieno di figurine.
Fasanella, che da cronista dell’Unità fu minacciato dalle Br, anni dopo conobbe e intervistò a lungo uno dei fondatori delle Brigate rosse, Alberto Franceschini. Da quegli scambi nacque un libro che ora torna in nuova edizione per Fuoriscena e che meriterebbe d’essere obbligatoriamente diffuso nelle scuole. Non solo perché parla dello stagno putrido di ideologia in cui il brigatismo attecchì e poi si riprodusse. Ma soprattutto perché offre un quadro vivido e sconvolgente di una epoca che oggi sembra lontana e che invece ci è più intima di quanto pensiamo.
Fasanella rievoca ad esempio la vicenda terribile di Maurizio Puddu, esponente torinese della Dc che fu ferito dalle Br. Prima fu esibito dai suoi alla stregua di un eroe, poi quando smise di essere un utile simbolo lo mollarono. E intanto lui continuava a girare in fabbriche e incontri pubblici in cui l’estrema sinistra lo fischiava e minacciava. Puddu si ritirò dalla politica e torno in università, adulto e invalido. Mentre saliva faticosamente le scale della facoltà gli studenti attivisti lo insultavano, gli facevano capire che non era il benvenuto.
Anche alla luce di questi episodi non stupiscono le parole - fatali, terribili, di pietra - pronunciate da Alberto Franceschini nel libro-intervista: «Le Brigate rosse non sono nate dal nulla. Non sono un prodotto da laboratorio, magari di qualche Servizio segreto, ma il frutto di una cultura e di una tradizione politica della sinistra italiana. Quindi, hanno radici nella storia di questo Paese. Questo voglio dirlo senza ambiguità e senza reticenze. Perché l’errore più grande, le cui conseguenze paghiamo ancora oggi, è stato quello di aver rimosso il problema, evitando di fare i conti ognuno con le proprie responsabilità. Insomma, se oggi c’è ancora qualcuno che spara, è anche perché c’è stata una rimozione. [...] È un errore innanzitutto della sinistra. Pur sapendo chi eravamo e da dove venivamo, per anni a sinistra ci hanno definito “sedicenti rossi” o “fascisti camuffati”. E hanno cercato di spiegare tutto in chiave dietrologica: era più facile dare la colpa alla Cia, a un «complotto anticomunista», che ammettere una responsabilità propria».
Certo, ci fu anche il terrorismo nero, e ci furono le trame occulte degli apparati statali. Ma il terrorismo rosso, quel terrorismo rosso, aveva una origine diversa. Era la forma estrema di una patologia mortale: la pretesa di superiorità morale e antropologica, la convinzione di dover redimere il mondo a ogni costo, spazzando via i nemici mortali che impedivano la realizzazione del paradiso in terra. È la stessa patologia che, in forme diverse e meno tragiche, si manifesta oggi. I compagni che sbagliano esistono ancora in ogni corteo di conclamati violenti - dal centro sociale Askatasuna in giù - a cui viene concessa agibilità politica. Si ode ancora il ritornello secondo cui «il male è di destra», e in nome di questa convinzione ancora si censura, ancora si discrimina. Il disprezzo e l’intolleranza arrogante a sinistra ci sono ancora, anche senza pistole.
Il modo migliore per comprendere a fondo che cosa sia davvero il mondo della cosiddetta cultura italiana consiste nell’esaminare con attenzione le esternazioni di coloro che ne fanno parte e ne sono addirittura considerati autorevolissimi esponenti. A tale riguardo ci vengono in aiuto due nomi pesanti, due istituzioni: il sommo giurista Gustavo Zagrebelsky e il premio Nobel Giorgio Parisi. Il primo, intervistato dalla Stampa al Salone del libro di Torino, dichiara che «dall’alto la cultura non si cambia». Subito dopo, l’illustre Zagrebelsky spiega che esistono due tipi di egemonia culturale.
La prima è quella gramsciana: «L’espressione egemonia viene da Gramsci che aveva posto nei Quaderni dal carcere l’obiettivo alla classe operaia. Il suo pensiero era rivolto alla fermentazione dal basso, alla libertà degli artisti, dei filosofi e dei cittadini comuni che condividono un modo di stare insieme legato a certi valori, che più si diffondono e più diventano egemoni, cioè dominanti ma sempre basati sulla libertà». La seconda egemonia è invece quella «che parte dall’alto. Il fascismo aveva il ministero della Cultura popolare. Era la cultura promossa dall’alto, occupando i posti nell’università, cacciando i dissidenti, chiudendo i giornali. Cioè l’occupazione dei posti della cultura».
Dispiace contraddire il fine giurista, ma la realtà dimostra che le due egemonie da lui citate sono in realtà due aspetti del medesimo esercizio del potere. Da una parte si teorizza che il popolo deve fare propri certi valori armonizzandosi ad essi, dall’altra gli si impongono questi valori più o meno dolcemente occupando tutti i posti che contano. Che è esattamente ciò che per decenni ha fatto la sinistra in Italia. Quando la destra ha provato, maldestramente e solo in parte, a fare lo stesso, apriti cielo. Potremmo dunque sintetizzare il discorso di Zagrebelsky in questo modo: esistono due egemonie, una buona e una cattiva. Se comanda la sinistra, c’è quella buona. Il resto è pessimo. La verità, signori, è che la cultura si cambia solo dall’alto. Le élite dispongono, e il popolo può fare più o meno resistenza a seconda del suo stato di salute e della sua prontezza di spirito. In Italia le imposizioni progressiste hanno fatto breccia solo in parte, ma ciò non impedisce ai maestri del pensiero di considerarsi gli unici depositari della verità e di arrogarsi il diritto di dettare legge su un territorio - quello politico-culturale - che ritengono essere di loro esclusiva competenza.
Ed è qui che Giorgio Parisi - personalità nota per parlare di tutto tranne di ciò di cui è realmente esperto - ci fornisce un fulgido esempio dell’autoreferenzialità supponente della classe intellettuale dominante. Il Nobel fu tra i 67 scienziati che impedirono a Benedetto XVI di aprire l’anno accademico della Sapienza di Roma. Uno sfregio alla cultura e alla libertà di parola che è stato solo parzialmente sanato dalla visita di papa Leone XIV all’università romana dell’altro giorno. Ebbene, Parisi a distanza di quasi un ventennio coglie l’occasione di ribadire che fu giusto osteggiare Ratzinger. Se ne scaturì un putiferio, spiega, fu solo colpa del rettore del tempo. «Nella nostra lettera», argomenta Parisi, «consigliavamo al rettore di non consentire la visita se questo era possibile. La lettera finì sui giornali a gennaio senza data, pochi giorni prima della visita, ma era del novembre 2007 ed era stata mandata privatamente al rettore. Non volevamo minimamente annullare una visita già annunciata coram mundo: sarebbe stato un atto di scortesia. Era un consiglio ragionevole, se il rettore avesse accettato di programmare la visita in un’altra occasione, ma andò avanti e le cose non sono andate bene».
Chiaro no? Se il rettore avesse obbedito in silenzio non sarebbe accaduto nulla. Poi, Parisi chiarisce che a Prevost è stato permesso di entrare in ateneo, ma solo a determinate condizioni. «Benedetto XVI doveva inaugurare l’anno accademico, non compiere una visita pastorale, cosa che cambia moltissimo il contesto. La differenza è fondamentale», dice il Nobel. Già: Leone è andato in visita, ma sappiamo bene che non gli sarebbe stato concesso di tenere alcuna lezione: «La cosa più importante è il contesto differente, perché come non si invita il presidente della Repubblica ad aprire l’Anno Santo così non si invita un Papa ad aprire un anno accademico. In ogni caso sono contento di tutto quello che questo Papa sta facendo». Che gentile, Parisi. È così magnanimo da dare la benedizione al Papa. Ma solo perché - sia evidente a tutti - esprime garbatamente posizioni politiche che al nostro scienziato non dispiacciono troppo.
Eccola, l’egemonia culturale in purezza. Sono loro, gli eletti, i veri rappresentanti del Verbo in terra, a decidere chi possa parlare in una università, chi possa tenere lezioni e chi debba invece limitarsi a una visitina o addirittura tacere. Sono loro a decidere se un Papa è accettabile oppure no, se al Salone del libro può entrare un editore o un altro. Sono loro, sempre loro. Perché la cultura non si cambia dall’alto solo se non fai parte del circolino giusto.
- «Repubblica» scrive che i medici sono preoccupati. Insomma, tira aria di vaccino. Che per lo scopritore cileno del ceppo Andes, «oggi non è né utile né necessario». Incredibilmente, la pensa uguale persino la virostar Andrea Crisanti: «Non ci sono le basi per farlo».
- Gli episodi registrati nel mondo restano undici. Il ministro Orazio Schillaci predica calma.
Lo speciale contiene due articoli
L’allarme non è mai esistito, ma i titoli allarmistici continuano a sbocciare sulle prime pagine. C’è chi ha soffiato sul fuoco e ora se la prende con presunti complottisti; chi, come Repubblica, insiste a scrivere che i medici sono preoccupati. La verità la dice Juan Bertoglio, internista immunologo cileno con esperienza quarantennale che diversi decenni fa si trovò alle prese con il primo caso di virus Andes. «Il problema principale, qui, è quella che io chiamo disinfodemia. Una epidemia o pandemia di disinformazione. Una propaganda che evidentemente serve a creare un mercato».
In effetti, a beneficiare della tormenta mediatica finora sono state soltanto società come Moderna, a cui è bastato annunciare di essere al lavoro su un possibile vaccino per aumentare i profitti in Borsa. «Parlare di vaccini è come parlare di automobili», sorride Bertoglio. «Sono tanti, sono diversi. Oggi ne abbiamo di due classi: quelli naturali, con il patogeno inattivato, oppure mRna sintetici. Questi ultimi sono farmaci perché sono assolutamente artificiali. Io sono un ottimista prudente con i vaccini. Penso che abbiano fatto molto bene, qui da noi hanno salvato tante vite, 50 anni fa le malattie infettive erano al primo posto come causa di morte, adesso sono al ventesimo. Però, se parliamo di virus Andes, un vaccino non è utile né necessario. Un vaccino mRna avrebbe tutti i problemi della biotecnologia mRna senza, però, alcun vantaggio. Mentre un vaccino naturale noi ce l’abbiamo, è stato sviluppato in Cile, lo utilizziamo adesso per ottenere anticorpi negli animali per sperimentazione biologica, per fare il test diagnostico e come antidoto per la infezione acuta nei pazienti gravi».
L’idea, però, di un vaccino su larga scala di cui molto si è discusso in questi giorni, secondo Bertoglio è assurda. «Quante sono le persone a rischio?», dice. «In Argentina, nel Sud della Bolivia, in Cile ci sono 80/90 milioni di persone. E quanti casi abbiamo all’anno? 80-90 casi e 90 milioni di persone, uno per milione, tutti sparsi in un grande territorio. Come si fa a vaccinare la popolazione a rischio? Si dovrebbero vaccinare almeno 10 milioni di persone che sono sparse dappertutto, lavoratori che stanno nella foresta, gente così». Anche il focolaio sulla ormai famigerata nave da crociera Hondius, spiega l’esperto, non dovrebbe generare allarmi. «La contagiosità del virus è molto bassa nonostante la patogenicità. La virulenza del virus è molto alta, 40% di mortalità, ma ha una trasmissibilità che dopo 45 anni di studi non siamo riusciti a confermare virologicamente, infettivologicamente. Si trasmette o no tra le persone? C’è evidenza e correlazione epidemiologica ma non c’è una conferma infettivologica precisa: correlazione non significa necessariamente un nesso di causalità». Tradotto: non sappiamo nemmeno se questo virus passa da uomo a uomo, ci sono pochi casi e parlare di vaccino sostanzialmente non ha senso.
Il bello è che sembra pensarla così anche Andrea Crisanti, esponente del Pd e virostar di chiara fama. Gli chiediamo se sia vero che i medici, come sostiene Repubblica, sono preoccupati. Risposta: «Io non so preoccupato. Questo è un virus che conosciamo da tantissimo tempo. È chiaro che i contatti vanno seguiti, vanno controllati. Ma bisogna distinguere tra contatti e contagiati. Guardi, questa è una cosa che io continuo a leggere, ed è frutto di un’ignoranza totale. Un conto è una persona che è entrata in contatto con il virus, un altro conto è una persona contagiata. Contagiato è chi si è ammalato. Contatto è chi, in qualche modo, ha passato del tempo insieme alla persona malata».
Secondo Crisanti, «è evidente che i passeggeri quel virus se lo sono presi sulla nave. Che è un ecosistema estremamente fragile. Ci saranno dentro 7-8.000 persone che condividono tutta una serie di servizi, le cucine, i sistemi di scarico, le piscine... È una struttura, dal punto di vista epidemiologico, estremamente fragile. Quindi non bisogna fare parecchia attenzione». Nonostante ciò, Crisanti ripete che allarmarsi è assurdo. «Questo virus ha diverse varianti. Il virus europeo non si trasmette mai da uomo a uomo perché colpisce l’apparato urinario, punto. Quello americano più o meno è la stessa cosa. Quello sudamericano colpisce i polmoni, si moltiplica nelle fasi finali della malattia, il paziente tossisce ed emette delle goccioline in cui c’è il virus. Però, anche in quel caso, il virus è fragilissimo, non resiste nell’ambiente. Come lo dobbiamo dire?».
Incredibilmente, Crisanti è ancora più duro riguardo alle discussioni sul vaccino. «Guardi, il vaccino non è possibile da fare, cominciamo a chiarire subito questa cosa», taglia corto. «Perché un conto è realizzare una molecola, un conto è dimostrare che la molecola funziona. Ora, lei mi spiega come - con 200 casi all’anno - si riesca a fare un vaccino e quali controlli possano essere fatti? Veramente sono sconcertato quando sento queste stupidaggini, veramente». Tuttavia Moderna un vaccino lo ha annunciato. «Penso che sia più un effetto notizia che un vero e propro investimento. Io non credo che ci siano case che investano per fare un vaccino per una malattia che colpisce 200 persone all’anno e che ha una trasmessibilità umana bassissima, a meno che non si voglia fare un vaccino per curare i topi. Guardi, mi creda, sviluppare un vaccino è un’impresa costosissima e qui non ci sono proprio le basi né economiche né scientifiche né di sanità pubblica che la giustifichino». Insomma, a parlare non sono i presunti complottisti e pericolosi no vax evocati da alcuni giornali. Sono esperti molto autorevoli e pure medici prestati alla politica. I quali dall’Hantavirus non sono preoccupati nemmeno per scherzo.
Restano tre domande. Prima: perché certi media ancora alzano i toni? Seconda: perché qualcuno parla di vaccino se non ha alcun senso? Terza: secondo voi, tra le prima e la seconda c’è qualche correlazione?
Negativi tutti i test sui casi sospetti in Italia
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha comunicato che i casi segnalati di possibili contatti con l’Hantavirus sono undici, dei quali otto confermati, due probabili e uno non conclusivo; che i decessi restano i tre iniziali e che il rischio per la popolazione rimane «molto basso». In Italia, il test dell’Hantavirus è risultato negativo nelle persone sotto osservazione e che rimangono in isolamento: non c’è alcun nuovo caso.
Negative anche le 26 persone in quarantena ospedaliera in Francia, per aver viaggiato sulla nave da crociera olandese Mv Hondius o sul volo Klm dove uno dei passeggeri era stato, seppur per pochi minuti, Mirjam Schilperoord, 69 anni, deceduta poi a Johannesburg per Hantavirus come il marito Leo, di 72 anni, il paziente «zero» morto l’11 aprile per il virus dei ratti. Negativi pure il passeggero greco ricoverato ad Atene e lo statunitense che inizialmente era risultato «debolmente positivo». Tutto è sotto controllo al momento, pare, e il ministro della Salute, Orazio Schillaci, va ripetendo: «Nessun allarmismo». Nella sua circolare dell’11 maggio ha richiamato l’attenzione sulla necessità di gestire eventuali casi sospetti, probabili, confermati o contatti ad alto o basso rischio «seguendo le misure di protezione quali l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (Dpi) basati sulle precauzioni per la trasmissione, inclusi respiratore (ad esempio, Ffp2), guanti, camice e protezione oculare, e di prevenzione e controllo idonei». Misure eccessive? Qualcuno si è soffermato su eccessi di provvedimenti e incoerenza nella loro applicazione, come ha fatto ieri Peter A. McCullough, segnalando su X proprio una situazione italiana. Il cardiologo, epidemiologo, esperto statunitense di Covid 19 e sindromi da danno vaccinale postava: «Immagini di “Biosicurezza”», sopra la foto pubblicata dal Daily Mail del prelievo al B&b di Milano del sessantenne inglese venuto a contatto con due persone contagiate dall’Hantavirus.
McCullough scriveva: «Mostrano un uso iperbolico e incoerente delle tute anticontaminazione. L’uomo sulla barella non ha l’Hantavirus, è stato un contatto casuale […] l’Hantavirus non si trasmette tramite contatto casuale P2P (da persona a persona, ndr)». Il medico, commentando la presenza a meno di un metro di una persona con il solo giubbotto di sicurezza giallo, chiedeva: «Perché le immagini dei lavoratori sembrano sempre mostrare qualcuno vicino alla scena senza Dpi?».
Già, come avevano suscitato proteste le immagini pubblicate da Abc durante le operazioni di sbarco a Tenerife degli ultimi passeggeri della Mv Hondius. In un video si vedeva uno psichiatra, incaricato di fornire supporto psicologico, mentre scendeva da uno degli autobus dell’Unità di emergenza militare con in mano il camice che avrebbe dovuto proteggerlo e senza mascherina. Apriti cielo, era iniziato il processo all’untore. Dimenticando quanta approssimazione ci sia nello stabilire misure di contenimento.





