Andrea Tosatto analizza il doppio pesismo del sistema culturale italiano e il caso di Enrico Ruggeri a Codogno dimostra una realtà amara: la caccia alle streghe non è mai finita. Se sei un artista e ti uniformi alla narrazione di volta in volta imposta dal potere vieni applaudito e coccolato dal sistema ma se provi ad avere "spina dorsale", se esprimi dubbi legittimi o mostri onestà intellettuale, scatta immediatamente il veto politico. Arrivano le richieste di cancellazione, i boicottaggi nei teatri e il linciaggio mediatico.
Quanto accaduto ad Amendolara, in provincia di Cosenza, è talmente atroce che risulta difficile persino immaginare come qualcuno possa arrivare a concepire qualcosa di simile. Quattro braccianti pakistani sono stati chiusi dentro un minivan e bruciati vivi. Tutto è stato ripreso in un video. Si vedono due uomini bloccare le portiere e gettare liquido infiammabile sul veicolo, poi il rogo mostruoso.
Su questa storia terrificante abbiamo letto commenti di vario genere. Chi depreca il lavoro nero, chi se la prende con il caporalato. Molti hanno titolato sulla «strage dei braccianti». Piccolo particolare: risulta che per il disumano omicidio plurimo siano stati arrestati due pakistani. Ed è possibile o peggio probabile che si sia trattato di regolamento di conti fra gruppi di immigrati. Raramente tuttavia l’immigrazione viene citata tra le cause della mattanza. Eppure nulla più del massacro di Amendolara è emblematico del mortifero meccanismo dell’immigrazione di massa. Gente che viene dall’altra parte del mondo nell’illusione di sfuggire alla povertà che finisce sfruttata dai peggiori criminali e alla fine arsa viva: è lo sconcertante olocausto del multiculturalismo. Ed è senz’altro uno dei crimini più orrendi, ma di sicuro non l’unico.
Proprio in queste ore, nel Mantovano, si è scoperta un’altra realtà di brutale sfruttamento, gestita da un cinese che aveva escogitato un sistema diabolico. Lavorava con regolare appalto durante il giorno per una grossa ditta della provincia. La notte metteva all’opera stranieri pagati pochi euro per lavorare irregolarmente in condizioni micidiali fino al mattino. Quante ce ne sono di realtà simili? È sempre l’immigrazione la ragione profonda dell’omicidio di Genova, sempre l’immigrazione ha di fatto prodotto lo stupro di Tor Cervara a Roma, dove una donna colombiana è stata sequestrata e violentata per tre giorni. È un caso, quest’ultimo, che è immediatamente stato cancellato dalle cronache, chissà come mai. Esattamente come il rogo di Amendolara, è perfettamente riassuntivo delle storture del melting pot forzato. Una donna avvicina uno spacciatore immigrato per comprare hashish. Questo si fa seguire fino a un furgone, la trascina dentro e la consegna ai suoi amici. La stuprano in cinque per 72 interminabili ore, in gruppo. La donna alla fine riesce a scamparla, interviene la polizia e scopre nel palazzo ben 22 clandestini.
Poi certo, ci viene detto che l’immigrazione non è soltanto questo. Che ci sono anche persone che lavorano onestamente e non fanno male a nessuno, e non v’è dubbio che sia vero. Ma il prezzo che si deve pagare con l’attuale modello immigratorio è decisamente troppo alto. Violenze, stupri, omicidi, stragi. Poi ci sono i minorenni che si radicalizzano e progettano attentati, i presunti malati di mente che investono la folla con la macchina, i maranza che rendono invivibili interi quartieri. E il fatto è che lo sanno tutti. Questa realtà è immediatamente evidente a chiunque, a partire da coloro che ne traggono profitto. Questo sistema si regge sulla sopraffazione e sulla morte, ne sono vittime gli immigrati e gli autoctoni, quelli freschi di sbarco e le seconde e terze generazioni. Da anni si blatera di palliativi, di correttivi, toppe e rammendi che si rivelano o troppo lenti o inutili.
Prendiamo il caporalato. Ricordate quanto divenne ministro Teresa Bellanova? Si disse che avrebbe risolto i problemi dei braccianti grazie alla lunga esperienza di sindacalista proprio tra i lavoratori dei campi. Organizzò anche una bella sanatoria. Ebbene, il caporalato esiste ancora e non lo gestiscono nemmeno più gli italiani bensì gli stessi stranieri. Ci hanno riprovato in seguito con Soumahoro: anche lui doveva essere il messia sinistrorso dei lavoratori stranieri, e si è visto che bella carriera ha avuto. Non c’è da stupirsi: le tante presunte soluzioni ragionevoli e umane della sinistra alla questione migratoria finiscono sempre così. A questo punto restano solo due vie percorribili. O la resa totale, o un radicale cambio di prospettiva. Questa seconda opzione è la più umana, la più giusta, e non è affatto impossibile. Basta mettere in pratica quanto chiede il Save Europe Act, per cui sono state già raccolte online sul sito dedicato oltre centomila firme: quando si arriverà a un milione le autorità europee dovranno tenere in considerazione la proposta. È una azione dal basso, profondamente democratica, e per questo dovrebbe piacere pure a sinistra. La portabandiera è l’attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, il contenuto è semplice e chiaramente comprensibile. Il Save a Europe Act propone di «dichiarare una moratoria formale sui nuovi canali di immigrazione extra-occidentali/extra-europei, compresa la sospensione dell’esame delle domande di asilo per i migranti economici e i richiedenti provenienti da Paesi di origine sicuri, il blocco del rilascio di nuovi visti di studio e di ricongiungimento familiare per i non europei e la rigorosa limitazione dei canali di migrazione legale fino al ripristino della coesione sociale e della continuità culturale negli Stati membri». Inoltre, la proposta prevede di «attuare una riforma fondamentale dei sistemi di migrazione e asilo dell’Ue durante il periodo di questa moratoria, compresa una riforma completa dell’attuale quadro migratorio incentrata sulla protezione delle frontiere esterne, sulle barriere fisiche e tecnologiche alle frontiere, sullo screening rapido e sui meccanismi di rimpatrio immediato. Garantire il rimpatrio sistematico e accelerato dei migranti che soggiornano illegalmente, dei richiedenti asilo respinti e delle persone che hanno commesso reati o che rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico, con il pieno riconoscimento reciproco delle decisioni di rimpatrio in tutta l’Unione e una maggiore cooperazione con i paesi terzi per la riammissione. Istituire un quadro armonizzato a livello dell’Ue per una più ampia politica di rimpatrio, comprese misure di rimpatrio volontarie e incentivate per i migranti extraeuropei non integrati o che costituiscono un grave onere culturale o finanziario per gli Stati membri, al fine di ridurre i costi di applicazione delle norme e favorire il ripristino dell’equilibrio demografico».
Sentiamo già le critiche. Sentiamo i soliti noti sostenere che «è una proposta razzista, fascista, nazista...». Tutte balle. Razzista e disumano è consentire che una donna venga violentata per giorni in una casa abbandonata da clandestini, restare indifferenti di fronte a quattro braccianti bruciati vivi, fingere di non vedere i casi di radicalizzazione che sono sempre più frequenti. Disumano è lasciare che l’Europa - con le possibilità e i diritti che garantisce - vada in rovina in nome di falsi ideali e di bontà. Chi non lo capisce non è ingenuo: è complice.
Quando in un talk show o in un dibattito pubblico si osa ricordare il folle periodo del Covid c'è sempre qualcuno che sbuffa e alza il sopracciglio come a dire: «Basta con questa storia, è acqua passata». Invece non è passato proprio nulla.
Alle prime avvisaglie di possibile emergenza sanitaria - vera e soprattutto farlocca, vedi hantavirus - la macchina della propaganda impiega un secondo a riavviarsi. Ma non è nemmeno necessario che all’orizzonte si profili una nuova peste: anche il buono vecchio Coronavirus continua a suscitare le stesse passioni liberticide, le medesime velleità censorie. Lo conferma quando accade a Codogno, la terra delle prime chiusure, zona che più di molte altre dovrebbe e potrebbe rimproverare ai governanti d’allora scelte scriteriate e omissioni clamorose.
Succede che il Comune ha deciso di invitare come ospite di prestigio per la Notte bianca del prossimo 4 luglio Enrico Ruggeri. La decisione però non è piaciuta a Maria Cristina Baggi, capogruppo consiliare del Partito democratico. Motivo? Sempre il solito: alla esponente dem non sono piaciute le prese di posizione del cantautore all’epoca della pandemia. La Baggi, nell’esporre le sue argomentazioni, è parecchio sottile. Spiega che il Comune ha di recente negato il patrocinio a un convegno sugli effetti avversi dei vaccini e alla proiezione del documentario «Invisibili». Ciò dimostrerebbe che l’amministrazione utilizza «due pesi e due misure».
«Un’amministrazione pubblica ha il diritto, e in alcuni casi il dovere, di valutare se concedere il proprio patrocinio a iniziative che rischiano di avallare posizioni antiscientifiche», dice la Baggi. «Nessuno mette in discussione il valore professionale o il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni. Ma se determinate posizioni sul Covid sono ritenute incompatibili con il patrocinio istituzionale, allora quel principio dovrebbe essere applicato in modo uniforme. Se invece diventano irrilevanti quando a esprimerle sono figure di grande notorietà, il rischio è che il criterio non sia fondato sui contenuti ma sul peso mediatico».
La capogruppo dem non ce l’ha solo con l’invito a Ruggeri ma anche con la nomina, risalente al 2021, di Vittorio Sgarbi a commissario generale per le Belle Arti di Codogno. Entrambi gli intellettuali sarebbero colpevoli di avere criticato le misure di sanità pubblica prese contro il Covid: «Durante gli anni della pandemia, hanno assunto pubblicamente posizioni molto critiche nei confronti del Green Pass, degli obblighi vaccinali, delle mascherine e di numerose misure di contenimento adottate per fronteggiare l’emergenza sanitaria».
Ruggeri sarebbe addirittura recidivo: «Recentemente l’artista ha ribadito quelle convinzioni, confermando di non aver preso le distanze dalle posizioni sostenute negli anni del Covid», sostiene la Baggi. «Non si tratta quindi di dichiarazioni appartenenti a una fase ormai superata». L’esponente Pd è convintissima: «La questione non riguarda Sgarbi o Ruggeri e nemmeno la legittimità delle loro opinioni. Riguarda la coerenza delle istituzioni. Perché se la memoria del Covid viene richiamata per giustificare il mancato patrocinio di alcuni eventi, non dovrebbe essere accantonata quando si scelgono le persone chiamate a rappresentare la città o a caratterizzare le sue manifestazioni più importanti. Quando la coerenza lascia spazio all’opportunità, il problema non è più chi viene invitato o chi riceve un incarico, ma la credibilità delle scelte di chi governa la città».
Il sindaco di Codogno, Francesco Passerini (centrodestra), ha risposto mostrando, per fortuna, una certa fermezza. Ha ribadito che quel che conta è la qualità professionale di Ruggeri e Sgarbi. Poi ha voluto precisare quanto segue: «Come Comune non abbiamo concesso il patrocinio ad eventi specifici il cui dibattito riguardava la divulgazione di teorie no vax e di revisioni storiche del periodo pandemico di carattere politico, e detto questo nessuno ha mai impedito come secondo noi dovrebbe essere in un Paese democratico lo svolgimento in luoghi comunali di queste iniziative. E non crediamo che ci sia bisogno di spiegare alla consigliera Baggi la differenza tra un dibattito di questo tipo e il concerto di un artista, tra i più grandi, che ripercorre le canzoni che hanno fatto la storia della musica italiana».
Questa polemica, per più di un verso delirante, ha però un piccolo risvolto positivo. Permette infatti di comprendere a che punto si trovi ancora oggi la riflessione pubblica sul Covid e quale sia davvero il livello di libertà di pensiero consentito nel nostro Paese.
Per prima cosa, ci permettiamo di notare che il sindaco di Codogno è liberissimo di avere le sue opinioni, e ci complimentiamo per la scelta di non osteggiare eventi con cui evidentemente non si trova molto in sintonia. Notiamo tuttavia che il documentario «Invisibili» e i convegni sugli effetti avversi non sono «divulgazione di teorie no vax», ma sacrosanta, sana e scientifica riflessione su argomenti che meritano ancora profondo e puntuale approfondimento, come testimonia tra le altre cose ciò che ancora esce dalla commissione Covid. Che si eviti la censura è il minimo sindacale: più giusto sarebbe che tutti i politici e amministratori a ogni livello partecipassero alla ricerca della verità.
Per quanto riguarda i sinistrati, invece, non vale nemmeno la pena spendere troppe parole. È più forte di loro: non riescono a non chiedere oscuramenti e mordacchie. La libertà non sanno nemmeno dove stia di casa. Il bello è che alcuni di loro in queste ore polemizzano con Francesco De Gregori perché ha criticato gli artisti che prendono posizioni politiche con troppa superficialità. E in effetti non stupisce: la sinistra approva l’impegno solo se è a favore delle cause a lei gradite. A tutte le altre riserva oblio e censura.
Ed è esattamente qui che si dimostra la grandezza di uno come Enrico Ruggeri. Ha avuto il coraggio di parlare quando tutti tacevano. Lo ha fatto con intelligenza e garbo, senza farneticare di argomenti che non conosceva. Non si è omologato, non ha fatto le prediche che De Gregori detesta. Ha avuto coraggio e ancora oggi paga, trovandosi a subire lo starnazzare e il ragliare di gente che vale la metà di lui. Chi lo ospita dovrebbe stendergli il tappeto rosso: di musicisti bravi come lui ce ne sono pochissimi, ma gli uomini del suo valore sono ancora meno.





