Mentre Sempio entra nel mirino degli inquirenti, la figura di Stasi torna in discussione. Se gli elementi contro Sempio dovessero concretizzarsi, lo Stato italiano si troverebbe davanti a un cortocircuito giuridico senza precedenti.
A cura di Matteo Carnieletto e Francesco Borgonovo con la partecipazione di Benedetta Giacinti e Cuno Jacob Tarfusser.
Francesco Vaia, componente dell’Autorità garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità, è stato direttore dello Spallanzani e direttore generale della prevenzione sanitaria al ministero della Salute. E quando parla di hantavirus è uno dei pochi che non si baloccano con i facili allarmismi.
«Diciamo le cose chiare, in maniera molto netta: non dobbiamo assolutamente avere paura. La cosa più grave che ci può accadere è quella di entrare nella psicosi. Stamattina ho ricevuto varie telefonate di persone semplici, normali, che mi chiamavano per chiedere: “Professore, ma dobbiamo preoccuparci? C’è un po’ di ansia a casa nostra”. Il messaggio chiaro che deve essere, secondo me, lanciato dai media è che non bisogna avere paura di questo hantavirus. È una malattia che si manifesta prevalentemente negli animali, in particolare nei roditori, quindi nei ratti, nei topi, e che si trasmette da animale ad animale. In determinate condizioni, come sembra sia accaduto, ci può essere uno spillover, cioè un salto di specie dall’animale all’uomo. Rarissimamente - sottolineiamo questa parola: rarissimamente - ci può essere un contagio uomo-uomo».
E in che condizioni può avvenire?
«Deve esserci un contatto strettissimo: dormo con questa persona, faccio sesso con questa persona, respiro con questa persona... Allora può esserci in questi casi eccezionali un’esposizione di contiguità, ma non basta avvicinarsi una volta. Per cui non ci facciamo prendere dall’ansia. Sento dire: stiamo lontani dalle persone, distanziamoci, mettiamoci la mascherina... Attenzione, non facciamoci prendere da queste ansie che fortunatamente abbiamo superato. Un’altra cosa».
Dica.
«Bisogna che ci vacciniamo? Assolutamente no, non c’è bisogno che ci vacciniamo né che ci inventiamo un nuovo vaccino».
Beh si dice che il vaccino potrebbe essere già pronto...
«Sì, magari di un’azienda americana... Guardi, anche qui bisogna essere netti. La scienza deve continuare a fare il suo lavoro, deve continuare a sperimentare, a verificare e quant’altro. Però non bisogna confondere l’obiettivo con lo strumento. Cioè noi non possiamo utilizzare sempre e comunque un farmaco, un vaccino, per risolvere i problemi. Ci sono tante possibili soluzioni, anzi c’è bisogno che si facciano determinate azioni per prevenire. Se ogni qualvolta ho un raffreddore, un’influenza eccetera devo prendere per forza un farmaco, mi tocca stare per tutta la vita a vaccinarmi in ogni momento. E questo è un grave errore. Quindi non si tratta di non sperimentare, non innovare, non finanziare la ricerca: questo bisogna farlo. È bene che si faccia in Italia, è bene che lo faccia anche Trump negli Stati Uniti. Ma non possiamo adesso approfittare di questo virus per continuare a mettere in atto politiche i cui eccessi si sono dimostrati assolutamente negativi, soprattutto per la psiche degli italiani, e non solo».
Su questo mi pare non ci sia alcun dubbio.
«Io, è noto, penso che il vaccino sia uno strumento utilissimo, ma va utilizzato nei casi necessari e non bisogna farne un cattivo uso. Questo lo dico non solamente adesso, ma come ricorderà l’ho detto in periodi in cui il Covid imperversava, dissi con nettezza che non bisognava vaccinare i bambini, che la bilancia rischio-beneficio pendeva troppo sul rischio e non sul beneficio. Quindi non sono sospetto di parzialità su questo tema».
A parte i vaccini, quindi, che si dovrebbe fare secondo lei?
«Qui ci sarebbe da chiamare in causa anche i media. Non possiamo parlare di certi argomenti solamente quando c’è una emergenza o qualcosa di simile. Dobbiamo fare prevenzione delle malattie. Non significa, lo dicevo prima, che a ogni cosa che succede si debba prendere un farmaco o un vaccino, e utilizzare questa scorciatoia. Prevenzione significa un’altra cosa».
Cioè?
«Per esempio: cosa facciamo nelle città per tenere lontani i roditori, i cinghiali, animali che possono essere fonti di contagio, essere portatori di malattie infettive? Tra poco verranno le zanzare e so già che ci chiameranno anche tanti vostri colleghi. Ma anche qui: invece di chiedere a noi quando arrivano le zanzare, chiediamo piuttosto ai Comuni a febbraio e marzo che cosa fanno per prevenire. Quando dico non esageriamo col vaccino, sono pronto a ripeterlo fino alla noia. È una scorciatoia, non possiamo risolvere tutti i problemi così. Che tipo di società vogliamo costruirci? Una società che tiene presente la centralità della prevenzione oppure no? Chiediamoci ancora: come sono tenuti oggi i luoghi della socialità? Sono sempre più reietti, poco curati. Pensiamo tanto, e giustamente, ai cellulari. La gente sta troppo sui social. Ma cosa diamo in alternativa? Dobbiamo costruire una società che punti sempre di più sulla prevenzione attiva a 360 gradi, che non sia medicalizzata. Io sono contrario a una società medicalizzata: le innovazioni farmacologiche sono importantissime, ma vanno utilizzate al momento opportuno. Dobbiamo costruire una società che eviti il consumo del farmaco, non che lo aumenti».
Ha detto cose molto sagge Sergio Mattarella intervenendo alla Fondazione Renzo Piano, nel Campus Leonardo del Politecnico di Milano. Il presidente della Repubblica ha parlato del «valore del dubbio: il dubbio verso ciò che si sta facendo, che sembra certo a prima vista, contro il forte rischio di fossilizzarsi dietro le apparenze. Sottoporsi al beneficio del dubbio aiuta costantemente a trovare la strada migliore a capire i possibili errori», ha continuato Mattarella.
«Il dubbio è un beneficio anche per altri aspetti: impedisce di irrigidirsi, di essere raccolti e cementificati nelle apparenze. Ma è anche uno degli ingredienti fondamentali della democrazia». Secondo il presidente, «sottoporsi a verifica costante consente di avere più fiducia in ciò che si fa». Sante parole, condivisibili dalla prima all’ultima sillaba.
Proprio per questo è un peccato che siano state pronunciate soltanto adesso. Viene in effetti da chiedersi che cosa sarebbe accaduto se il presidente ne avesse dette di simili pochi anni fa, magari nel pieno dell’emergenza Covid, o anche solo a margine di essa. Chissà, magari si sarebbe evitato di fare scempio dei diritti di una parte consistente della popolazione, si sarebbe potuto evitare di imporre chiusure devastanti sulla base di dati scientifici carenti o piegati ai desideri della politica. Più in generale si sarebbe evitato, forse, di annichilire ogni forma di dubbio, di perseguitare chiunque esprimesse un pensiero critico, di massacrare i dissidenti e di ricattare parte della popolazione. Se il dubbio è uno degli ingredienti fondamentali della democrazia, come giustamente dice il presidente, si deve dedurne che nei giorni del Covid la democrazia fu sospesa. Cosa che tutti sanno ma che in pochissimi ancora oggi hanno il fegato di dire.
Il fatto è che in questi anni abbiamo (noi italiani, europei, occidentali) evitato accuratamente di condurre una seria riflessione su ciò che è stato davvero il Covid. Meglio: tantissime persone, molti medici, qualche commentatore e qualche politico hanno continuato con ostinazione a occuparsi della materia, ma il sistema politico e mediatico nel suo complesso e le istituzioni pubbliche, per non parlare di quelle sanitarie, si sono ben guardate dall’affrontare di petto il tema. E dire che ormai non si tratta nemmeno più di dare spazio al dubbio, bensì di affermare certezze che esistono e che i più non vogliono considerare.
Lo spettacolo triste e paranoide a cui ci tocca assistere in queste ore riguardo all’hantavirus è piuttosto eloquente. Stanno accadendo esattamente le stesse cose che accaddero con il Covid. Esperti che parlano a vanvera e vengono smentiti nel giro di poche ore ma continuano a esibire convinzioni ferree, titoli di giornali e tg che pompano l’allarme, istituzioni sanitarie che alimentano la paura da una parte e commettono errori (in buona o cattiva fede) dall’altra. Sentiamo le stesse voci, ritroviamo gli stessi protagonisti della stagione pandemica. Il Covid è stato occultato, loro sono sempre sulla breccia e non vedono l’ora di riguadagnare la luce dei riflettori.
Tra i vari luminari riappare come sempre David Quammen, divulgatore scientifico che rese noto il fenomeno dello spillover. A Repubblica, spiega che dal Covid non abbiamo imparato abbastanza. «Siamo meno preparati a una nuova pandemia rispetto a prima del Coronavirus», dice. «Da una parte abbiamo sviluppato una capacità migliore di sviluppare e produrre vaccini molto velocemente, soprattutto grazie alla tecnologia mRna. Allo stesso tempo, però, le autorità, soprattutto americane, hanno soppresso o diminuito la ricerca scientifica sui virus. L’amministrazione Trump ha smantellato le agenzie della sanità e anche istituzioni della ricerca scientifica, punendole senza motivo e ritirandosi addirittura dall’Organizzazione mondiale della sanità».
È la solita tiritera. Tra le poche cose buone fatte da Trump tramite Robert Kennedy jr c’è proprio la totale messa in discussione di istituzioni sanitarie internazionali che hanno prodotto il disastro Covid. Sono le stesse che ancora oggi dettano legge, e che sull’hantavirus hanno riproposto gli antichi stilemi. In sottofondo, c’è lo stesso giro di affari di case farmaceutiche, lobby, circolini vicini a Bill Gates (l’amico di Epstein appassionato di virus) e simili. Dunque sì: dal Covid non abbiamo imparato niente.





