Eminenza, ha notato un cambiamento nella Chiesa con il pontificato di Leone XIV rispetto al pontificato di Francesco?
«Papa Francesco è venuto dall’America Latina con il proprio stile pastorale e politico. Si basava sulla grande spiegazione della dottrina fatta dal più grande teologo nella sede di San Pietro, papa Benedetto XVI. Ma adesso abbiamo un Papa che vive nella linea del grande teologo e padre della Chiesa sant’Agostino, e si sente questo cristocentrismo nelle sue omelie, prediche e testi, nella visione della trascendenza... E questo dà il primato ai temi teologici e pastorali rispetto ai temi dell’immigrazione e ad altre cose che riguardano la dimensione sociale. C’è più la dimensione di Dio, perché noi siamo convinti che l’uomo senza Dio non può vivere e pensare, non ha nessuna speranza».
C’era bisogno di rimettere Cristo al centro della Chiesa?
«Cristo è sempre al centro del Concilio Vaticano II, della Lumen Gentium... La luce del mondo è Cristo, Cristo è l’unico mediatore fra Dio e gli uomini. Dio si è fatto uomo nella divinità di Gesù Cristo come fondamento della sua vera umanità e natura umana. Questa è la base di tutto il messaggio cristiano e non è una cosa soggettiva, un’idea privata, ma è la grande missione. E questo è il centro del papato. Il Papa non ha solo una importanza secolare, non è un oggetto delle foto, del populismo, ma è il primo testimone della verità che Cristo è l’unico salvatore. E la Chiesa non è un’organizzazione umanitaria con dimensioni sociali, caritatevoli, ma è in Cristo il sacramento della salvezza universale».
A volte, nel mondo di oggi, sembra che sia difficile persino per i sacerdoti enunciare questa verità.
«Il mondo di oggi è il risultato del grande processo della secolarizzazione, dell’immanentizzazione, a partire dall’illuminismo. Questo ha i suoi lati buoni: la nuova tecnologia, tutti i progressi nella scienza naturale, nella sociologia, nella psicologia... Ma abbiamo visto che questo progresso, questo umanesimo senza Dio, ha effetti che si sono manifestati già nella Rivoluzione francese, con migliaia e migliaia di morti innocenti causati dai rivoluzionari atei. Parlavano, i giacobini, di una decristianizzazione come programma per tutta l’Europa e in seguito abbiamo avuto questi grandi sistemi totalitari atei: nazionalsocialismo, fascismo, comunismo, con milioni e milioni di morti, feriti, famiglie distrutte. Queste sono le conseguenze dell’esistenza dell’uomo senza Dio. Se Dio è negato - lui, il nostro unico amico nel mondo, il nostro creatore e il redentore - ci si presentano altri dei».
Quali?
«Dei che in realtà sono uomini e si presentano come dittatori, come tiranni. Vogliono dirci ciò che dobbiamo pensare, come parlare, cosa mangiare... Oggi abbiamo questo totale controllo che viene dall’Europa, anche i social media sono totalmente controllati. Noi siamo cittadini liberi: lo Stato è al servizio degli cittadini, i cittadini non sono qui come servi o schiavi dello Stato. E tutta questa divinizzazione dello Stato è un segno del paganesimo. Il cristianesimo - ancora prima il giudaismo, ma soprattutto il cristianesimo - ha introdotto la dedivinizzazione del mondo: il mondo è una creazione, l’uomo è una creatura, solo Dio è Dio. E questo Dio ci fa liberi, mentre questi uomini, questi dei del mondo, ci fanno schiavi, come ha detto san Paolo. Per noi è molto importante la libertà, la gloria dell’uomo, la libertà dei figli di Dio. Ma siamo quasi sudditi di funzionari politici che vivono nella ricchezza, e questo è segno del nostro tempo, dell’umanesimo senza Dio. Prendiamo per esempio questo sistema di Epstein, questa rete di malvagi, di uomini senza i comandamenti di Dio, senza coscienza... E questo è solo un esempio, ma abbiamo tanti altri esempi di questa situazione. Gli Stati di oggi ritornano a una politica dell’imperialismo, Russia, Cina, ma anche America. Anche se l’America, grazie a Dio, adesso sta ritornando un po’ ai valori cristiani. Ma possiamo parlare anche di questo cosiddetto cambio di sesso, che in realtà è un attentato contro il corpo, perché Dio ha creato ognuno con il suo corpo e i suoi significati. La differenza fra uomo e donna è positiva, è la positività della creazione, e ogni ragazzo deve imparare ad identificarsi con la sua esistenza. Quando sei nato come un ragazzo sei un ragazzo, quando sei nato come una ragazza sei una ragazza».
Oggi tanti ragazzi e ragazze invece si identificano con l’altro sesso. Che cosa bisogna dire a queste persone? Come si deve affrontare questo tema?
«Le persone sono vittime di un’industria che fa tanto denaro con i problemi dei ragazzi. È normale per noi, per tutti noi, quando siamo nella pubertà, cercare l’identificazione con la nostra natura. Dobbiamo dire loro di identificarsi con sé stessi, di amare sé stessi, in relazione con Dio e non con queste ideologie che distruggono l’uomo. Abbiamo tanti che hanno cambiato sesso e che hanno sofferto tanti problemi, avanzando nell’età hanno cambiato idea. Alcuni non possono più diventare madri o padri. Ma fa parte della nostra natura umana il desiderio di diventare padre o madre. Anche per noi che viviamo nel celibato: non è contro la nostra natura, il sacerdote deve essere un padre spirituale con l’autorità, con la vicinanza, con la paternità. E le suore sono anche madri in un senso spirituale. Questo è il compimento della nostra natura».
Sembra che lei veda tracce di totalitarismo anche oggi.
«Sì, è evidente, e non solo io, tanti osservatori, filosofi, giornalisti, professori di sociologia, eccetera, vedono questa tendenza a una nuova dittatura anche qui nei nostri Paesi più o meno democratici. La democrazia non rimane automaticamente, ha bisogno anche di uno spirito democratico, uno spirito di accettazione dei diritti basici, elementari, che lo Stato non può cambiare nemmeno con i mezzi moderni. I cittadini devono essere liberi nelle loro opinioni quando non attaccano un’altra persona in maniera criminale. Anche la scienza e i professori devono poter sviluppare le loro teorie, che siano false o no, e non tocca allo Stato intervenire: la scienza e i suoi rappresentanti devono discutere fra loro di questi temi. Non si può lasciare decidere un politico che non sa nulla di queste cose. C’è la tendenza in tanti Paesi d’Europa per cui alcuni politici, alcuni partiti vogliono impadronirsi della totalità della vita sociale, spirituale e intellettuale. Questo Digital Services Act, ad esempio, per me è contro la democrazia. Lo Stato non ha il diritto di controllare i contatti privati degli uomini. La polizia può entrare in una casa solo quando c’è un sospetto di un crimine e non quando uno ha detto qualcosa - intelligente o non intelligente - su un politico. I politici non possono essere una casta speciale con privilegi. Ne vediamo le conseguenze: alcuni gruppi politici e universitari hanno formato questa rete di Epstein. Ma le vediamo anche a Davos. I più ricchi hanno forse il diritto di disegnare il futuro del mondo? Questo lo devono fare i Parlamenti e la discussione libera nella società, la Chiesa, le accademie, le università. Ognuno ha il diritto di partecipare a questa discussione e non solo una cerchia ristretta di super ricchi. Non posso accettarlo».
Quando ha visto gli Epstein Files si aspettava cose così tremende?
«Prima ho parlato di complotti. Ma io non ho mai avuto tanto fiducia in questi gruppi. Io vengo da una famiglia di lavoratori. Mio padre ha lavorato 40 anni in Opel, in una fabbrica di auto. La classe media, penso, è la colonna della società. Queste classi invece si separano dal popolo e vivono nel lusso. Quando uno ha più denaro va bene, ma lo deve investire nel futuro, nella società e non vivere nel superlusso. Quando queste persone hanno tanto denaro pensano di essere al di là, al di sopra della morale. Ridicolizzano la morale cristiana e questi sono gli effetti».
A questo totalitarismo che ha descritto la Chiesa come deve reagire? Serve seguire una via più tradizionale, magari più conservatrice, oppure, come qualcuno ha provato a fare in questi anni, aprirsi di più al mondo, seguire le tendenze della modernità?
«Noi dobbiamo solo seguire il Vangelo e non queste contraddizioni più politiche o ideologiche, questa differenziazione, tra conservatori, liberali, socialisti, sinistra, destra... Questo è un risultato della Rivoluzione francese, quando i gruppi, le classi, si sono confrontati l’uno contro l’altro. Io penso che noi dobbiamo sviluppare la società secondo la nostra ragione umana, secondo le esigenze della realtà. Si possono avere diverse opinioni, ma non una fissazione ideologica e soprattutto dobbiamo orientarci noi, i cristiani, sulla parola di Dio. Abbiamo la parola di Dio, i grandi autori, i padri della Chiesa, la grande teologia nel Medioevo e oggi questi autori, come John Henry Newman o papa Benedetto XVI, che sono grandi intellettuali, ma anche profondamente credenti, pregano, sono in contatto, vivono con Dio. Loro possono darci orientamenti per il futuro. La Chiesa non deve lasciarsi ridurre a un’organizzazione meramente umana, ma d’altra parte non siamo un circolo riservato solo per alcuni “super cristiani”. Siamo un corpus mixtum fra santi e peccatori. Nella rete di Cristo ci sono tanti pesci di tante categorie e dobbiamo accettare gli uomini come sono, e non idealizzarli. Al contempo non dobbiamo pensare che non sappiano nulla o che siano incapaci. Dobbiamo essere realisti: un sano realismo come quello che Gesù Cristo stesso e gli apostoli hanno avuto. San Paolo è una persona realista, e ha questa apertura verso di Dio, la trascendenza, e anche la responsabilità per il mondo immanente. Il Concilio Vaticano II spiega molto chiaramente la vocazione divina dell’uomo di diventare figlio di Dio. Alla fine, dopo la morte, non attendiamo il nulla, ma la visione di Dio, la vita eterna, la felicità eterna. E anche qui, nella propria vita, ognuno ha la sua missione, il suo carisma, il suo talento che deve sviluppare per promuovere la società con la sua professione, che sia l’industria o altro. Anche la pedagogia è necessaria, per questo abbiamo bisogno di buone scuole, buone università, tutte queste istituzioni con persone competenti. E questa è la responsabilità che anche noi abbiamo come cristiani, compresi i pastori, per il futuro anche immanente della società, degli uomini, della Chiesa, ma sempre in questa apertura verso la trascendenza».
Ci sono state polemiche, anche nelle ultime settimane, perché qualche vescovo si è espresso sui temi del referendum. A volte la sensazione è che qualcuno ai vertici della Chiesa faccia un po' troppa politica, lo pensa anche lei?
«Io non conosco esattamente il contesto ma generalmente vorrei dire che i vescovi, come dice il Concilio Vaticano II, hanno la prima responsabilità per la pastorale, per l’evangelizzazione, per i sacramenti. Anche il Papa è un’autorità morale per il mondo, ma i vescovi non si mettono direttamente in politica. Il Concilio Vaticano II, nel Gaudium et Spes, parla di una relativa autonomia delle realtà terrene. Per esempio l’economia: noi possiamo portare la dottrina sociale della Chiesa ma non possiamo agire direttamente, non siamo specialisti di economia. Vale anche per la politica, e tutta la scienza: ho studiato teologia, anche se sono stato professore non posso parlare come un medico nel suo campo. Ho studiato le cose, posso capire qualcosa ma non sono competente, non ho una specializzazione. Per questo la Chiesa è coinvolta con i cristiani che sono presenti nella politica ma i presbiteri devono essere un po’ distaccati, lasciare spazio ai laici, ai credenti fedeli laici. Devono dare la propria opinione quando si tratta dell’aborto, quindi non di politica ma di morale, e la politica la deve rispettare. Ma sul rapporto di un’azienda italiana con un’azienda francese, il vescovo, il parroco non ha nulla da dire».
Le grandi organizzazioni sovranazionali, l’Unione europea e l’Onu, sembrano spingere molto per la normalizzazione dell’aborto.
«Queste organizzazioni hanno l’idea assolutamente erronea che ci siano troppi uomini e vogliono regolare anche le nascite. Ma non hanno alcun diritto di decidere quale vita è degna di sopravvivere e quale no. Questa non è politica, è un’azione assolutamente immorale di decidere sulla vita degli altri. Non capisco dove sia la differenza con i sistemi totalitari che dicevano “questi nemici del comunismo sono superflui e devono andare nel campo di concentramento”. Dove è la differenza? Usano questa falsa affermazione per cui l’embrione non è un uomo: come si può dire questo? Chi è nato dalla madre è un uomo, la madre non fa nascere una cosa. Il figlio è un uomo e non una cosa che diventa poi un uomo. Questo è impossibile filosoficamente, medicalmente, biologicamente, è una idiozia quella che dicono. Tanti sono comunisti o marxisti, seguono questa antropologia secondo cui lo Stato decide sulla dignità dell’uomo, ma noi diciamo che la dignità dell’uomo è coesistente con la sua esistenza e nessuno ha il diritto di decidere sulla vita degli altri uomini. L’embrione o un bambino, un piccolo bambino di uno o due anni dipende totalmente dai suoi genitori ma non vuol dire che loro hanno tutti i diritti su questo bambino. Anzi hanno l’obbligo di essere presenti con amore, di aiutare, educare, nutrire i loro figli perché il rapporto tra genitori e figli è un rapporto di amore fondamentale».
Però questa ideologia sembra funzionare e infatti andiamo verso una denatalità sempre più profonda.
«Per questo abbiamo tanti problemi nei nostri Paesi europei per la denatalità, non c’è un futuro. Dio ha creato l’uomo nel susseguirsi delle generazioni. Questa e l’esistenza umana nella storia, nel tempo, nello spazio. È un suicidio collettivo quello che stiamo facendo, uccidiamo i nostri bambini e rimangono alla fine gli anziani. E cosa facciamo con loro? Anche loro devono fare l’eutanasia? Diciamo agli anziani: tu non sei più utile, devi sparire da questo mondo. Vedere l’uomo solo della prospettiva della utilità è assolutamente inumano. Quando l’uomo perde Dio diventa inumano, non c’è un umanesimo senza Dio. Alla fine arrivano il post-umanesimo il trans-umanesimo e l’anti-umanesimo».
In effetti sentivamo proprio il bisogno di tornare a dibattere pubblicamente di deriva autoritaria, di pericoli per la democrazia e di fascismo di ritorno. A quanto pare, però, l’opposizione manca di argomenti più seri e, dunque, le tocca aggrapparsi ai grandi classici del piagnisteo progressista. I salotti che contano sono già in fibrillazione, lo studio di Lilli Gruber da qualche giorno è percorso da brividi freddi e timori feroci: la dittatura incombe. Ad alimentare l’ansia ci ha pensato l’altra sera Massimo Giannini, il quale ha sobriamente commentato il progetto di legge elettorale appena presentato dal centrodestra.
L’editorialista di Repubblica ha citato Giuseppe Conte spiegando che la nuova norma sarebbe peggiore della legge truffa e della legge Acerbo del 1923 che concesse la maggioranza alla lista di Benito Mussolini. «Stiamo virando dalle democrazie rappresentative alle autocrazie elettive», ha affermato in diretta un preoccupatissimo Giannini. A suo dire, esiste un piano di Giorgia Meloni che coincide con quello di Donald Trump in cui la riforma della giustizia, il premierato e, appunto, la legge elettorale si incastrano quali tasselli di un mosaico eversivo. Il centrodestra sarebbe, dunque, alla «ricerca di pieni poteri» e usa la legge elettorale come «scorciatoia per raggiungerli il prima possibile». Tale norma, infatti, «consente alla maggioranza di prendere tutto, dove tutto significa non solo il Parlamento, ma anche le nomine e le elezioni di tutti gli organi di garanzia, la Corte costituzionale, il Csm e la presidenza della Repubblica».
Ed eccolo qui il vero problema. La sinistra accusa Meloni di voler mettere le mani sul Colle e questo è semplicemente inaccettabile per un sola, cristallina ragione: il Quirinale è prerogativa progressista, non sia mai che vi salga qualcuno su cui il Partito democratico non abbia fatto calare la sua entusiastica benedizione. Per questo motivo i dem dichiarano ai quattro venti che il testo di legge è «inaccettabile» e «irricevibile». Elly Schlein ripete che «può essere molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti. Quindi, da questo punto di vista», ribadisce il segretario del Pd, «rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il presidente della Repubblica».
Ovviamente, queste grida scomposte e allarmate sono strumentali e piuttosto pretestuose. Posto che, come notava qualcuno, questa legge potrebbe persino giovare alla Schlein, garantendole, in mancanza di altri leader credibili, di inchiodarsi alla guida del suo partito, non è affatto detto che una nuova norma avvantaggi la destra. Anzi, la storia recente insegna che le leggi elettorali pensate da una maggioranza per assicurarsi maggiore stabilità non hanno mai funzionato granché, rivelandosi più spesso un boomerang.
In ogni caso, è bene rinfrescarsi un poco la memoria a proposito di alchimie elettorali, premi di maggioranza e pieni poteri, anche solo per svelare l’ipocrisia democratica sul tema. Quelli che ora berciano di deriva autoritaria e si struggono per il premio di maggioranza abbondante, in passato hanno profittato eccome dei premi offerti dalle leggi elettorali vigenti. Nel 2006, per dire, si andò a votare con il famigerato Porcellum di cui va riconosciuta la paternità a Roberto Calderoli. Quella norma prevedeva un premio di maggioranza su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato. Il partito più votato risultò essere Forza Italia, ma vinse l’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, grazie ai famigerati voti esteri. Alla Camera, il centrosinistra prese il 49,81% dei voti contro il 49,74% del centrodestra. Grazie al premio, la sinistra prese 67 seggi in più e tanti saluti. Romano Prodi divenne presidente del Consiglio e, a stretto giro, la sinistra elesse Giorgio Napolitano al Quirinale. Nessuno si fece scrupoli, non ci furono pianti sulla deriva autoritaria e la legge elettorale pensata a destra alla fine fu un bel regalo per la sinistra. Altro giro e altro regalo nel 2013, di nuovo con il Porcellum. Il partito più votato alla Camera risultò essere il Movimento 5 stelle, che si era sempre opposto al Porcellum giudicandolo addirittura immorale. Il centrosinistra prese il 29,54% dei voti, il centrodestra il 29,18%, i grillini arrivarono al 25,5%. Grazie al premio previsto dalla legge, la sinistra ottenne 220 seggi in più e, dunque, la maggioranza alla Camera e, dato che Pier Luigi Bersani non fu in grado di trovare un accordo con i pentastellati, nacque il governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. Il Pd, insomma, si prese senza restarci troppo male la presidenza del Consiglio e di lì a un paio di anni circa si avviò serenamente a scegliere Sergio Mattarella quale presidente della Repubblica.
In buona sostanza, quando c’è stato da prendere il potere, il Partito democratico non si è mai fatto troppi scrupoli, e non si è dato gran pena per il rispetto delle decisioni degli elettori, la concentrazione dei poteri. Come al solito, la deriva autoritaria non è deriva e non è autoritaria se favorisce il Pd.
Se si osserva con attenzione, si nota che il mostruoso caso di Jeffrey Epstein presenta notevoli somiglianze con una storia italiana altrettanto e forse per certi versi persino più spaventosa. È la vicenda del Forteto, la comunità di Vicchio, in provincia di Firenze, in cui venivano inviati minorenni tolti alle famiglie o problematici che invece di essere seguiti e curati venivano vessati e abusati. Tre sentenze in momenti diversi hanno dimostrato che il Forteto non era una comunità e nemmeno una struttura protetta, non lo era per la verità nemmeno formalmente.
Era ufficialmente una cooperativa che ospitava famiglie che si rendevano disponibili per l’affidamento di bambini, anche se poi spesso non si trattava di veri nuclei, bensì di quelle che venivano chiamate «famiglie funzionali», ovvero «nuove famiglie» che nella mente malata dei fondatori della comunità avrebbero dovuto sostituire la famiglia naturale. Soprattutto, però, il Forteto era una setta in cui si commettevano abusi con regolarità. Di più: vessazioni e atti di libidine erano la norma. Proprio come Epstein, il fondatore della cooperativa Rodolfo Fiesoli aveva una fittissima rete di contatti nel sistema di potere locale e nazionale. Conosceva e invitava politici (soprattutto progressisti), ospitava giornalisti e magistrati, era perfettamente inserito negli ambienti che contano, e questi ultimi ricambiavano l’attenzione trattandolo come un guru, un esempio da seguire. Proprio come Epstein, Fiesoli nascondeva la propria faccia oscura alla luce del sole: aveva fondato il Forteto nel 1977 e nel 1985 gli era arrivata una prima e pesante condanna per gli abusi sui minorenni. Eppure fino almeno al 2010 ha continuato ad agire indisturbato, ha goduto dei favori di intellettuali e amministratori, e ha continuato a maltrattare e molestare minorenni, esattamente come faceva - dopo una prima condanna - il faccendiere americano. Se ne deduce che a ogni latitudine il potere nascosto agisce sempre allo stesso modo: ha gli stessi vizi, commette gli stessi feroci peccati, gode delle medesime reti di protezione e si sente al riparo dal giudizio di Dio e degli uomini. Su queste similitudini si dovrebbe riflettere a lungo, e un supplemento di riflessione merita di essere fatto sul caso italiano, su cui è stata fatta giustizia soltanto a metà. Come abbiamo raccontato ieri, alcune vittime di Fiesoli hanno ricevuto o devono ricevere cospicui risarcimenti. A differenza di Epstein, il fondatore del Forteto non è morto in carcere in circostanze molto sospette, ma ha concluso la sua esistenza fuori dalla galera, tanto che chi scrive pubblicò - poco prima che morisse - foto che lo ritraevano in un bar intento ad avvicinare dei ragazzini. Se però Fiesoli è stato per lo meno condannato, nessuna punizione è arrivata per la totalità dei potenti che lo hanno favorito, a partire dai magistrati. Vengono i brividi quando si approfondiscono i rapporti che egli intratteneva con giudici e procuratori del Tribunale dei minori di Firenze. Gian Paolo Meucci, uno dei padri fondatori del diritto minorile italiano, monumento del tribunale fiorentino, se ne andava serenamente in giro a dire che la condanna a due anni che Fiesoli si prese nel 1985 era stata una sentenza politica. E i suoi colleghi sottoscrivevano le sue affermazioni. Già questo è curioso: quando serve, si può dire che le sentenze politiche esistono. Fiesoli era appena stato ritenuto colpevole di atti di libidine violenta quando Meucci affidò al Forteto un bambino down a esclusivo scopo dimostrativo: voleva rendere chiaro a tutti che per lui Fiesoli era puro come un giglio. Errore clamoroso se mai ve ne fu uno.
Meucci passò a miglior vita nel 1985, ma negli anni successivi altri suoi colleghi mantennero comportamenti che hanno dell’incredibile. Prendiamo Andrea Sodi, ex figura di spicco del Tribunale per i minorenni di Firenze. Egli frequentava regolarmente Fiesoli, lo fece fino alla fine, pure quando Fiesoli si trovava (finalmente) ai domiciliari con una condanna a 15 anni per gli abusi. Sodi trascorse giorni di vacanza con Fiesoli, faceva la spesa al Forteto, vi andava a cena. A un certo punto emerse addirittura che il figlio di Sodi, tecnico informatico, aveva lavorato per Fiesoli nella cooperativa assieme al figlio di un altro magistrato, Fabio Massimo Drago. Ma i giudici che passavano per la struttura toscana erano parecchi, e mentre loro compravano il formaggio e cenavano in allegria, chiudevano gli occhi sui bambini abusati. È davvero possibile che nessuno di loro abbia mai pagato?
Sappiamo che il Consiglio superiore della magistratura si è più volte occupato di questi giudici, l’ultima volta nel 2019. L’organo di disciplina dei magistrati ha in effetti usato toni piuttosto duri nei riguardi di quanti hanno avuto legami con Fiesoli, e ha certificato l’esistenza di un sistema terrificante. «Certamente le decisioni di affido che si susseguirono e che sembra furono fortemente influenzate dalla fiducia che i dirigenti dell’ufficio riponevano nella struttura e nei suoi responsabili danno adito a molte perplessità», si legge nella delibera del Csm del 2019. Il consiglio dice chiaramente che i giudici avrebbero dovuto farsi venire dei sospetti sul Forteto, e condividerli fra loro, anche perché c’erano state condanne contro Fiesoli nel 1985 e poi nel 2000 da parte della Corte Ue. «Le decisioni assunte dall’autorità giudiziaria in sede penale, prima, e in sede sovranazionale in ambito di tutela dei diritti umani avrebbero ragionevolmente dovuto indurre i dirigenti dell’Ufficio a condividere con gli altri giudici le informazioni in loro possesso, ad assumere con grande prudenza le decisioni di utilizzare ancora la struttura come luogo sicuro ove collocare dei minori e, comunque, a monitorarle attentamente pur attraverso i servizi sociali affidatari anche perché era noto che in alcuni casi gli affidamenti disposti per il tramite dei servizi si traducevano in collocamenti presso le cosiddette famiglie funzionali, ossia famiglie create appositamente, senza che tra i due coniugi vi fosse un reale legame affettivo», si legge ancora nella delibera. «Del resto anche l’attività di vigilanza che sulla struttura del Forteto doveva essere esercitata da parte della Procura minorile di Firenze fu del tutto carente o esercitata in modo del tutto improprio (si pensi a quanto emerge dalla sentenza di primo grado in ordine al rapporto sistematico che il dott. Andrea Sodi, sostituto procuratore minorile, intratteneva con la struttura in virtù di un legame di amicizia con i responsabili della stessa, ove faceva la spesa e spesso si tratteneva a cena). Tanto meno vennero attivate, anche dalle altre Istituzioni competenti che si susseguirono nel tempo, iniziative ispettive o disciplinari».
Il Csm fa notare poi che i giudici fiorentini come Francesco Scarcella, Piero Tony. Gianfranco Casciano e Andrea Sodi erano «dirigenti piuttosto autorevoli e comunque accentratori, che, sia pure in diversi momenti o con diversi modi, avevano tutti maturato una convinzione positiva (o un pregiudizio positivo) sull’operato del Forteto e del Fiesoli; convenzione che di fatto aveva finito per condizionare gli altri giudici». Insomma, il quadro tracciato dall’organo di disciplina dei magistrati è devastante. Ebbene, sapete come si sono concluse le pratiche aperte presso il Csm? Facile: con l’archiviazione. E così è finita la storia del rapporto fra il Forteto e i magistrati: questi ultimi hanno commesso gravi errori, hanno contribuito a dare mano libera all’abusatore di bambini, ma non hanno avuto alcuna sanzione. Così funziona la giustizia da queste parti.





