Professor Nicola Pedde, lei è direttore generale dell’Institute for Global Studies. Quindi la geopolitica è il suo mestiere.
«Così pare»
Parto da questa sollecitazione. Donald Trump ha speso un capitale politico enorme per arrivare a un negoziato in Ucraina. Senza successo ed attirandosi anche le critiche di essere filo putiniano. Ora però, con le ultime mosse – mi riferisco all’esfiltrazione di Maduro, all’atteggiamento assertivo in Groenlandia, al sequestro delle petroliere russe nell’Oceano Atlantico e a quello che sta accadendo in Iran – sembra che Trump abbia cambiato strategia. Se sì, dove vuole arrivare, professore?
«Più che un cambio di strategia, è un cambio di obiettivi sul piano geografico. L’amministrazione Trump è sicuramente caratterizzata dalla volontà di lasciare un segno epocale, una legacy unica nella storia degli Stati Uniti. Per raggiungere questo risultato, sono necessari successi significativi in politica estera, economica e sociale».
Tutto nel segno della continuità della sua azione?
«Trump ha avviato una serie di operazioni con la stessa spettacolarità. Hanno riguardato questioni interne ed esterne. Inizialmente, si parlava molto dei dazi, che avrebbero dovuto portare grandi introiti, ma i primi dati non sono stati incoraggianti, mostrando quantomeno un profilo di stabilità nella bilancia economica statunitense, se non peggioramenti. Ora siamo in una fase in cui la politica internazionale è l’opportunità per questa spettacolarizzazione. Trump cerca opportunità alla portata della capacità risolutiva del presidente. La pace tra Russia e Ucraina, che in campagna elettorale diceva di poter raggiungere in un giorno, si è rivelata molto più difficile. Anche a Gaza, la soluzione per la prosperità palestinese non ha portato a progressi significativi. Quindi, l’obiettivo si è spostato su azioni più gestibili come interventi sanzionatori e operazioni di forze speciali».
Come in Venezuela?
«Ma spesso però, queste azioni non si traducono in un reale miglioramento delle condizioni degli Stati Uniti o della comunità internazionale, caratterizzando la politica di Trump con uno spostamento costante da un’operazione spettacolare all’altra, da un Paese all’altro, senza un’effettiva capacità di trasformazione epocale».
Professore, possiamo però dire che in queste ultime settimane c’è un confronto fra Stati Uniti da una parte e Cina e Russia dall’altra, anche se indiretto? E quindi Trump sta provando a smontare pezzo per pezzo il «Sud Globale» di Pechino concentrandosi su Caracas e poi su Teheran. In questo momento la Cina, che è una potenza economica, sotto il profilo militare e geopolitico non può ancora competere con gli Stati Uniti. Condivide questa impressione oppure no?
«Sicuramente la Cina è il primo e più importante competitor di lungo periodo per gli Stati Uniti. Il vero grande attore globale che rappresenta una minaccia economica e potenzialmente militare. Questo è un dato di continuità presente nei documenti sulla sicurezza nazionale di ogni amministrazione americana. La Cina è una straordinaria potenza economica, con capacità di accesso e penetrazione in mercati, soprattutto africani ed emergenti, sostanzialmente ineguagliabile da altri attori. Ha investito sul proprio potenziale interno, facendo salti da gigante: la qualità della produzione cinese odierna è incomparabile con quella di 10-15 anni fa. Oggi la Cina è un competitor alla pari, se non superiore, in certi campi tecnologici e industriali. Questo rappresenta una enorme minaccia per gli Stati Uniti come principale attore economico globale, con una capacità di attrazione politica ed economica estera ineguagliabile. È verissimo però ciò che dice lei: sul piano militare, la Cina non ha ancora la capacità di sfidare gli Stati Uniti. La sua forza militare è inferiore tecnologicamente. Tuttavia, anche in questo campo, c’è stato un salto quantico negli ultimi dieci anni, e verosimilmente nei prossimi dieci la Cina potrà essere in grado di tenere testa all’apparato militare americano dal punto di vista qualitativo, quantitativo e capacitivo. Questa è la grande sfida per gli Stati Uniti. L’obiettivo delle ultime amministrazioni è stato impedire o limitare la capacità della Cina di espandersi militarmente, economicamente e geograficamente in aree considerate di interesse primario per la sicurezza nazionale americana».
Ultimo quadrante, professore. Andiamo in Iran. I media tradizionali non parlano molto di quello che sta accadendo in Iran. Ma ci sono proteste molto forti e sembra che Trump abbia incontrato Reza Pahlavi, il figlio dello Shah che fu destituito con la rivoluzione del 1980.
«1979 per l’esattezza».
La domanda che le faccio è: cosa sta succedendo in Iran e, soprattutto, in base a quello che potrebbe succedere, come cambieranno gli equilibri? Perché l’Iran non è propriamente un soggetto secondario in tutto lo scacchiere geopolitico internazionale. Anzi.
«In Iran sono in corso proteste importanti soprattutto se si tiene conto di chi protesta. Nel corso degli anni abbiamo assistito a diverse rivolte, anche significative. Però non avevano una reale leadership».
Erano improvvisate?
«Spontanee e non definivano un programma politico, come dovrebbe fare un vero movimento di opposizione. Le proteste si sono anemizzate. E sono state fortemente represse senza produrre effetti. Questa protesta attuale presenta però elementi di novità e di continuità. L’elemento di novità è che è scaturita nell’ambito del settore del commercio, dei piccoli commercianti dei bazar. I piccoli imprenditori, che storicamente sono sempre stati ai margini del dissenso politico».
La tradizione mercantile persiana.
«È nata in questo contesto per protestare contro la gravissima crisi economica. Contro l’incapacità del governo di frenare l’inflazione costante e la svalutazione del rial. Che ha toccato cifre record. Questa protesta è scesa in strada invitando la popolazione ad unirsi. Si è affiancata la componente giovanile, tradizionale motore delle proteste in Iran. E c’è anche una componente etnica, soprattutto in aree curde o dove vivono minoranze. La composizione ampia e variegata la rende unica nella storia della Repubblica Islamica e potenzialmente molto pericolosa per i vertici del regime, avendo assunto dimensioni imponenti con manifestazioni in quasi tutte le 31 province iraniane e attacchi ad alcune caserme di polizia e palazzi istituzionali».
Poi ci sono gli elementi di continuità cui si riferiva.
«L’elemento di continuità, purtroppo, è che è ancora difficile individuare una leadership della protesta e un programma unitario che la inquadri in un meccanismo prerivoluzionario o rivoluzionario. Rischia di essere un elemento di debolezza che, attraverso la repressione del regime e l’affaticamento dei manifestanti, potrebbe spegnere il fenomeno. Ma dimenticavo un altro elemento di novità. Per la prima volta c’è un forte riferimento alla monarchia e al figlio dell’ex Shah, Reza Pahlavi, che vive in esilio negli Stati Uniti dal 1979. Mai stata una figura carismatica. Sempre ai margini e incapace di catalizzare la diaspora iraniana. Solo di recente c’è stato un forte battage mediatico che lo ha portato sulle prime pagine dei giornali, e in questa fase il suo nome è tornato centrale, sia negli slogan di parte dei manifestanti, sia nella narrazione estera come potenziale figura di coesione per traghettare il Paese verso la democrazia. Adesso bisogna capire quanto effettivamente Pahlavi sia rappresentativo delle aspirazioni e quali potrebbero essere i possibili scenari evolutivi».
Già, quali?
«Sono in linea di principio pessimista. E ne intravedo quattro. Il primo scenario è che, attraverso la repressione da parte del regime, si assista alla solita anemizzazione della protesta. Una rapida conclusione, senza effetti duraturi. Il secondo scenario, forse più pericoloso sotto il profilo della sicurezza interna, è relativo all’intervento di un attore esterno in questo processo di crisi. Immagino un attacco di Israele o degli Stati Uniti. O altre manovre da parte degli Stati Uniti a sostegno dei manifestanti. Qualsiasi mossa percepita come ingerenza esterna potrebbe essere sfruttata dal governo come strumento per una feroce repressione. Questo potrebbe portare a una vera e propria implosione della sicurezza. Un aumento della violenza legittimerebbe le autorità del regime a incrementare la propria, rendendo la situazione drammatica e instabile. Il terzo scenario è quello “migliorativo”. Il figlio dello Shah o qualcun altro riesce a dare un programma alla protesta e, attraverso questo, si arriva a concludere il processo di rivolta con un’assunzione delle istituzioni di legge e la restaurazione di un primo embrione di sistema democratico. Il quarto scenario, forse il più probabile, è un passaggio dei poteri interno all’establishment islamico. Una trasformazione politica promossa all’interno delle forze di regime. Da quelle componenti che costituiscono oggi la seconda generazione del potere, ovvero tutte quelle componenti vicine all’espressione dei Pasdaran».
Operazione Gattopardo. Cambia tutto perché nulla cambi.
«Esattamente. Si rimuove semplicemente una parte o tutto dell’aspetto della teocrazia, ma si lascia il Paese praticamente in mano a una nuova aristocrazia militare. Una soluzione “all’egiziana” o “alla pakistana”. In un certo qual modo, si lascia ciò che c’era e si toglie semplicemente il vertice. Del resto questo sembra quanto avvenuto in Venezuela»
Trump con un blitz ha catturato Maduro. In Venezuela festeggiano. La sinistra in cortocircuito insorge. Ma anche a destra si intravede una certa freddezza. Giorgia Meloni, pur approvando l’operazione, «reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da perseguire». L’impressione è che anche a destra siete rimasti tutti un po’ spiazzati.
«Non so se il termine “spiazzati” sia quello giusto, perché si sapeva che l’amministrazione americana avesse un dossier aperto verso Maduro e le politiche del Venezuela. Tuttavia, queste operazioni nascono sull’effetto sorpresa e l’ottima riuscita dell’operazione, dal punto di vista militare, lo dimostra. Palazzo Chigi ha chiaramente evidenziato come l’opzione militare non sia la prima e prioritaria fra le soluzioni. Ma al tempo stesso ha messo in luce quali siano le gravi motivazioni che hanno indotto gli Usa a intervenire. Ovviamente, a prescindere dalle valutazioni su quanto avvenuto, la speranza è che i venezuelani stiano meglio di quanto siano stati fino adesso!».
Raggiungo Marco Osnato, deputato alla Camera in quota Fdi. Reduce dall’approvazione della legge di bilancio.
Ma ricordiamolo a chi ci legge. Lei presiede la commissione Finanze, che però non c’entra nulla con quella di Bilancio. Avete altri compiti.
«La legge di bilancio viene esaminata alla commissione Bilancio prima di andare in Aula. Le competenze della commissione Finanze spaziano dalle banche alle assicurazioni. Ma si occupa anche di fisco. Tutto ciò che sono entrate per lo Stato».
Le competenze di quello che una volta era il ministro delle Finanze. Quindi voi commissari non siete chiamati a occuparvi di legge di bilancio.
«In realtà si dice in tal caso che noi agiamo in questo frangente in qualità di commissione consultiva».
Se il Parlamento vuol sentire un parere di un banchiere a proposito delle misure, passa da voi?
«Esatto».
Anche se non stavolta, visti i tempi come al solito compressi per l’approvazione della legge. Un grande classico. Non il massimo per chi fa il parlamentare. Esaminata e votata in extremis, poco prima di stappare lo spumante per Capodanno. Secondo lei, si poteva fare di meglio nella gestione dei tempi e del processo di approvazione?
«Nonostante gli ottimi auspici anche del ministro in quel di ottobre, quando la legge è stata presentata, siamo arrivati corti con i tempi. Non è una novità. Anzi, una consuetudine. Confesso che non è la migliore espressione della politica italiana. Però è anche vero che se mi guardo intorno che cosa vedo? Gli Stati Uniti sono stati chiusi durante lo shutdown».
Ed in quei giorni licenziano anche i dipendenti pubblici.
«La Germania ha le sue difficoltà. Per non parlare della Francia, che tuttora non ha una legge di bilancio e andrà in una sorta di esercizio provvisorio. Quindi me ne faccio una ragione. Però l’auspicio è sempre quello di migliorare».
Da uno a dieci - onestamente e non mi dica dieci perché non ci crederebbe nessuno - quanto le piace questa legge di bilancio?
«Un voto? Posso dire più vicino all’otto che al sette. È una legge di bilancio che sostanzialmente non fa un euro in più di deficit rispetto a quanto già previsto. È una legge di bilancio che ci porta fuori dalla procedura di infrazione. Ma non disdegna un obiettivo importante. Restituire potere di acquisto agli italiani. Quindi un taglio dell’aliquota Irpef dal 35% al 33%. Tagliamo la tassazione sugli aumenti contrattuali. Tagliamo le imposte sui premi di produttività. Anche questo è molto importante».
Uno stimolo alle parti sociali perché facciano nuovi contratti.
«Ci sono molti soldi in più per la sanità. Circa 7 miliardi. Ci sono molti soldi, abbastanza comunque, anche per la competitività. Oltre ai 4 miliardi già decisi ne sono stati alla fine dati 3 e mezzo. Allo stesso tempo si può dire che è una manovra seria, prudente ma anche di sviluppo».
I maligni sostengono che questa finanziaria, come si chiamava una volta la legge di bilancio, è sparagnina oggi perché fra un anno, l’ultimo prima delle elezioni, ci saranno fuochi di artificio. Si parla addirittura di 50 miliardi. Insomma, sarà una legge di bilancio molto frizzante quella dell’anno prossimo. Hanno ragione i maligni oppure no?
«(Ride, ndr) Cosa vuole che le dica? Ma speriamo. Perché vorrebbe dire che il Paese è cresciuto oltre le aspettative. Tanto da consentirci di fare una legge di bilancio di 40-50 miliardi. E comunque andrebbero in misure di grande utilità per gli italiani. Penso anche che, se avessimo avuto la possibilità, sarebbe stato molto utile anche in questa legge di bilancio mettere un po’ più di risorse. Le leggi di bilancio vanno messe in fila durante una legislatura. Quindi non eludo la punta di veleno nella sua domanda. Quello dei maligni è un legittimo sospetto, però non è neanche così veritiero».
Più un auspicio che una previsione per Osnato.
«Io lo spererei perché vorrebbe dire che ci sono molte disponibilità per gli italiani».
Decreto armi Ucraina. Ma con uno strascico di polemica. La parola «militari» compare nel titolo del provvedimento. Claudio Borghi nella Lega sostiene che qualcuno dalle parti di Fdi non si sia comportato lealmente. Il titolo non era stato concordato. A chi si riferisce?
«In tutta onestà e franchezza io credo sinceramente che non ci sia necessità di trovare alcun accordo. L’intesa con la Lega sta nei fatti. In Consiglio dei ministri e in Parlamento ha sempre votato mozioni o atti d’indirizzo all’unanimità come tutto il centrodestra. A differenza del centrosinistra, che ogni volta presenta sempre quattro-cinque mozioni diverse su questi temi. Come deputato di Fratelli d’Italia, per me è facile ricordare come la nostra posizione sia stata coerente. Anche dai banchi dell’opposizione. Mettiamo al primo posto sempre il tema dell’integrità territoriale dell’Ucraina. Noi l’abbiamo sempre votata questa impostazione. E quindi per noi è un caposaldo. Non so se Borghi abbia veramente messo in dubbio la lealtà di Fratelli d’Italia. Credo che la prima lealtà sia dovuta alla Nazione, al governo e alla volontà del popolo ucraino di difendere la propria integrità nazionale. Se Borghi ha idee diverse, ne discuta pure col suo partito. Però prenda anche atto che le scelte dell’Italia sono volte alla tutela della libertà e della sicurezza, non solo dell’Ucraina, ma di tutta Europa».
Riapro il capitolo banche. Materia di competenza della sua commissione. Si è molto parlato dell’operazione Mps-Mediobanca. Ma è veramente un successo? Lo Stato si è intromesso in un’operazione di mercato?
«Questo lo vedremo concretamente nei prossimi mesi, ma io credo che sia stata un’operazione di prospettiva molto importante quella di unire una banca come Mps, riorganizzata e risanata, con una realtà come Piazzetta Cuccia, che guarda più al mondo produttivo e finanziario del Nord. E onestamente era da qualche tempo un po’ silente sulle grandi operazioni. Nel complesso, vedo che questi asset importanti e strategici per il Paese, e mi riferisco segnatamente a Generali, rimangono saldamente in mani italiane. E probabilmente con una prospettiva ancora più legata alla tutela del risparmio degli italiani. Aspetto e osservo con fiducia».
Da presidente della commissione Finanze, quindi qui siamo nelle sue competenze, non ha mancato di esprimersi a favore del riconoscimento della proprietà delle riserve auree in capo al popolo italiano. E proprio nel momento forse più complicato. Quando tutti parlavano di bocciatura da parte della Bce. Avete fatto goal alla fine?
«È un ragionamento di principio che nasce da una considerazione storica. La Banca d’Italia ha come azionisti delle banche. Una volta erano tutte di proprietà pubblica. Poi negli anni, con le privatizzazioni, sono diventate di proprietà privata. Con l’adesione all’unione monetaria (quindi con l’euro) è stato necessario ribadire che la proprietà di quella riserva…».
La terza al mondo dopo Stati Uniti e Germania…
«Appunto, quella riserva è di proprietà del popolo italiano. Cosa peraltro scontata in tutti gli altri Paesi. La Francia l’ha sempre scritto, noi non l’avevamo scritto, ma adesso l’abbiamo esteso per tabulas, come dicono quelli che hanno studiato. Per cui nessun oro alla patria, perché l’oro è degli italiani e questo è giusto che si sappia. Andrebbe anche detto che quando si parla di oro alla patria erano gli italiani che donavano l’oro allo Stato. In questo caso è esattamente il contrario.
Le cose importanti riguardano la politica e l’economia nazionale. Ma questo governo è molto fissato con la politica estera. Non mi dica dieci perché non è credibile.
«L’aspetto più evidente e più riconosciuto da tutte le testate e dai leader internazionali, che è anche, credo, il prodromo di quello che è stato poi definito come successo internazionale dell’Italia, è che la nostra è una nazione stabile, rassicurante e affidabile in vari contesti. Che possono essere quelli della difesa, delle finanze, degli investimenti, e dell’export in generale. La figura di Giorgia Meloni ha rassicurato il mondo rispetto a tutti i possibili dubbi del passato. Questa è stata la sua capacità».
Che si sono detti Giorgia Meloni e Donald Trump nell’ultima telefonata di fine anno? Hanno risolto il problema dei super dazi sulla pasta italiana?
«Non conosco il contenuto delle eventuali comunicazioni tra il presidente Meloni e il presidente Trump. Come sempre sostenuto, il tema dei dazi - comunque delicato - non andava trattato sull’onda delle emozioni ma avendo presente il loro reale impatto. Oggi i dati sono meno preoccupanti di qualche mese fa, grazie anche al lavoro del nostro governo. E sulla pasta sicuramente anche l’attività del ministro Lollobrigida ha propiziato il quasi annullamento del loro peso. Speriamo che Trump abbia festeggiato il nuovo anno anche con una bella spaghettata alle vongole, come nella migliore tradizione italiana».
Da ieri la Bulgaria è il ventunesimo Paese dell’Unione Europea ad avere l’euro come moneta. Lo ha scelto senza un governo in carica. Senza una legge di bilancio approvata. Senza il consenso di quasi la metà della popolazione. E contro il parere di importanti economisti. Ma con il plauso della presidente della Bce Christine Lagarde ed un bel po’ di cartelloni pubblicitari pagati dall’esecutivo che però non c’è più e dove campeggia la bandiera blu con le dodici stelle gialle.
La propaganda europeista descrive l’ingresso nell’eurozona come il coronamento di uno sforzo quasi ventennale dopo che la Bulgaria ha aderito prima all’Ue e poi all’area Schengen. «Ma non sembra una favola a lieto fine. Quanto piuttosto un monito» per chi abbia intenzioni analoghe. Sono le parole dei corrispondenti bulgari di Bloomberg. Organo di informazione tutt’altro che ostile a Bruxelles.
Poco più grande del Lazio ma col Pil pro capite paragonabile a quello della Calabria, la Bulgaria è un paese povero. Un reddito pro capite in termini reali di poco superiore ai 20.000 dollari contro una media dell’area euro di 50.000. 6,5 milioni di abitanti e una probabile imminente elezione politica. L’ottava in cinque anni. Ci sono tutti i presupposti per un fallimento epocale della politica di allargamento dell’Area Euro. Serve avere sempre più Paesi aderenti per dimostrare e dimostrarsi di essere un’istituzione viva e vegeta. Ma tutto somiglia sinistramente al più classico dei colpi di coda prima di esalare l’ultimo respiro.
Ripetutamente messa nel mirino da Bruxelles per una legislazione ed un’organizzazione dell’amministrazione non proprio esemplare la Bulgaria non è certo un benchmark in termini di stato di diritto. Più o meno lo stesso trattamento riservato alla Polonia (prima che il turbo europeista Tusk tornasse a governare) e all’Ungheria. Ma non troppo uguale. Anche perché i partiti europeisti in Bulgaria sono appunto la maggioranza. I primi due sono riconducibili alle aree del Partito Popolare Europeo e Renew Europe. Secondo gli ultimi sondaggi arrivano assieme al 45% circa. Ma a differenza della Bulgaria, Ungheria e Polonia saggiamente non hanno ceduto la propria sovranità monetaria. Oggi Budapest e Varsavia vantano un reddito reale pro capite (secondo il Fmi) rispettivamente pari a 26.000 e 28.000 dollari. Niente a che vedere con Sofia.
Secondo i sondaggi Eurobarometro, cioè dell’Unione Europea, il 49% della popolazione è contraria all’ingresso nell’eurozona contro un 42% di favorevoli ed il 9% di indecisi. Se si fosse tenuto un referendum per adottare la moneta unica i No avrebbero ottenuto il 54%. E stiamo parlando di un sondaggio made in Bruxelles. Classico strumento della propaganda federalista ed europeista. Con buona probabilità i No avrebbero quindi vinto con un più ampio margine. Ma il problema non si pone. Perché la decisione è stata presa da un governo che nel frattempo ha tagliato la corda mentre la popolazione non manca di dimostrare il suo dissenso. In piazza e facendo la coda davanti alle stazioni di rifornimento. Il buon senso, e l’esperienza degli altri Paesi aderenti lascia intuire alla popolazione che i prezzi aumenteranno ma i salari rimarranno al palo. È qui che il buon senso dell’uomo della strada si salda con il pensiero di illustri economisti. Il più critico è l’economista americano Steve Hanke docente di macroeconomia applicata alla John Hopkins University di Baltimora. Con cui ho avuto modo di confrontarmi alcuni mesi fa. Liberista e ultraconservatore ma al contempo anti-trumpiano, Hanke conosce la Bulgaria meglio di chiunque altro. La posizione di Hanke non è quindi pregiudiziale. La Bulgaria non dovrebbe assolutamente adottare l’euro essendo la sua moneta già agganciata alla moneta unica per mezzo del cosiddetto «Currency board». È il suo pensiero. «La Banca Nazionale della Bulgaria - più nello specifico il dipartimento dedicato all’emissione di moneta - ha iniziato ad operare con questo sistema a partire dal luglio del 1997. Le regole sono semplici: i lev messi in circolazione dovevano essere pienamente garantiti da riserve di marchi tedeschi (poi trasformate in euro)». Ci spiegava Hanke. In quale misura? Con un tasso di cambio definito. Si chiama «peg» in gergo monetario. La Banca Centrale si impegna a garantire la conversione in euro a richiesta del detentore di moneta nazionale bulgara. Nell’ultimo anno con un euro si potevano avere circa 1,96 lev. Negli ultimi 18 anni il lev non è praticamente quasi mai sceso sotto 1,94 se non sporadicamente ed eccezionalmente per poi tornare. E quasi mai ha superato 1,96 se non sempre sporadicamente ed eccezionalmente. Per poi tornare nella banda di oscillazione 1,94-1,96. È il meccanismo che Hanke, da consulente del governo bulgaro ha ideato e consigliato quando l’iperinflazione da quelle parti aveva toccato la stratosferica cifra del 242%: al mese! «I risultati ottenuti grazie all’adozione del Currency Board sono stati immediati e drammatici. Il tasso di inflazione a metà del 1998 era collassato al 13%: all’anno. Il lev era tornato ad essere una moneta di cui le persone si fidavano». La visione di Hanke è molto pragmatica. «La Bulgaria è già un membro di fatto dell’Eurozona perché il suo Currency board garantisce che il lev sia un clone dell’euro. Di conseguenza, tutto ciò che la Bulgaria otterrebbe adottando l’euro è la rinuncia alla sua sovranità monetaria. Sotto il regime del Currency board bulgaro, la Bulgaria manterrebbe invece la sua sovranità monetaria e l’opzione di cambiare la sua valuta di ancoraggio. Se la Bulgaria adottasse l’euro, sarebbe per sempre legata al destino dell’euro». E così sarà. Auguri Bulgaria. Ne avrai bisogno.





