Da ieri la Bulgaria è il ventunesimo Paese dell’Unione Europea ad avere l’euro come moneta. Lo ha scelto senza un governo in carica. Senza una legge di bilancio approvata. Senza il consenso di quasi la metà della popolazione. E contro il parere di importanti economisti. Ma con il plauso della presidente della Bce Christine Lagarde ed un bel po’ di cartelloni pubblicitari pagati dall’esecutivo che però non c’è più e dove campeggia la bandiera blu con le dodici stelle gialle.
La propaganda europeista descrive l’ingresso nell’eurozona come il coronamento di uno sforzo quasi ventennale dopo che la Bulgaria ha aderito prima all’Ue e poi all’area Schengen. «Ma non sembra una favola a lieto fine. Quanto piuttosto un monito» per chi abbia intenzioni analoghe. Sono le parole dei corrispondenti bulgari di Bloomberg. Organo di informazione tutt’altro che ostile a Bruxelles.
Poco più grande del Lazio ma col Pil pro capite paragonabile a quello della Calabria, la Bulgaria è un paese povero. Un reddito pro capite in termini reali di poco superiore ai 20.000 dollari contro una media dell’area euro di 50.000. 6,5 milioni di abitanti e una probabile imminente elezione politica. L’ottava in cinque anni. Ci sono tutti i presupposti per un fallimento epocale della politica di allargamento dell’Area Euro. Serve avere sempre più Paesi aderenti per dimostrare e dimostrarsi di essere un’istituzione viva e vegeta. Ma tutto somiglia sinistramente al più classico dei colpi di coda prima di esalare l’ultimo respiro.
Ripetutamente messa nel mirino da Bruxelles per una legislazione ed un’organizzazione dell’amministrazione non proprio esemplare la Bulgaria non è certo un benchmark in termini di stato di diritto. Più o meno lo stesso trattamento riservato alla Polonia (prima che il turbo europeista Tusk tornasse a governare) e all’Ungheria. Ma non troppo uguale. Anche perché i partiti europeisti in Bulgaria sono appunto la maggioranza. I primi due sono riconducibili alle aree del Partito Popolare Europeo e Renew Europe. Secondo gli ultimi sondaggi arrivano assieme al 45% circa. Ma a differenza della Bulgaria, Ungheria e Polonia saggiamente non hanno ceduto la propria sovranità monetaria. Oggi Budapest e Varsavia vantano un reddito reale pro capite (secondo il Fmi) rispettivamente pari a 26.000 e 28.000 dollari. Niente a che vedere con Sofia.
Secondo i sondaggi Eurobarometro, cioè dell’Unione Europea, il 49% della popolazione è contraria all’ingresso nell’eurozona contro un 42% di favorevoli ed il 9% di indecisi. Se si fosse tenuto un referendum per adottare la moneta unica i No avrebbero ottenuto il 54%. E stiamo parlando di un sondaggio made in Bruxelles. Classico strumento della propaganda federalista ed europeista. Con buona probabilità i No avrebbero quindi vinto con un più ampio margine. Ma il problema non si pone. Perché la decisione è stata presa da un governo che nel frattempo ha tagliato la corda mentre la popolazione non manca di dimostrare il suo dissenso. In piazza e facendo la coda davanti alle stazioni di rifornimento. Il buon senso, e l’esperienza degli altri Paesi aderenti lascia intuire alla popolazione che i prezzi aumenteranno ma i salari rimarranno al palo. È qui che il buon senso dell’uomo della strada si salda con il pensiero di illustri economisti. Il più critico è l’economista americano Steve Hanke docente di macroeconomia applicata alla John Hopkins University di Baltimora. Con cui ho avuto modo di confrontarmi alcuni mesi fa. Liberista e ultraconservatore ma al contempo anti-trumpiano, Hanke conosce la Bulgaria meglio di chiunque altro. La posizione di Hanke non è quindi pregiudiziale. La Bulgaria non dovrebbe assolutamente adottare l’euro essendo la sua moneta già agganciata alla moneta unica per mezzo del cosiddetto «Currency board». È il suo pensiero. «La Banca Nazionale della Bulgaria - più nello specifico il dipartimento dedicato all’emissione di moneta - ha iniziato ad operare con questo sistema a partire dal luglio del 1997. Le regole sono semplici: i lev messi in circolazione dovevano essere pienamente garantiti da riserve di marchi tedeschi (poi trasformate in euro)». Ci spiegava Hanke. In quale misura? Con un tasso di cambio definito. Si chiama «peg» in gergo monetario. La Banca Centrale si impegna a garantire la conversione in euro a richiesta del detentore di moneta nazionale bulgara. Nell’ultimo anno con un euro si potevano avere circa 1,96 lev. Negli ultimi 18 anni il lev non è praticamente quasi mai sceso sotto 1,94 se non sporadicamente ed eccezionalmente per poi tornare. E quasi mai ha superato 1,96 se non sempre sporadicamente ed eccezionalmente. Per poi tornare nella banda di oscillazione 1,94-1,96. È il meccanismo che Hanke, da consulente del governo bulgaro ha ideato e consigliato quando l’iperinflazione da quelle parti aveva toccato la stratosferica cifra del 242%: al mese! «I risultati ottenuti grazie all’adozione del Currency Board sono stati immediati e drammatici. Il tasso di inflazione a metà del 1998 era collassato al 13%: all’anno. Il lev era tornato ad essere una moneta di cui le persone si fidavano». La visione di Hanke è molto pragmatica. «La Bulgaria è già un membro di fatto dell’Eurozona perché il suo Currency board garantisce che il lev sia un clone dell’euro. Di conseguenza, tutto ciò che la Bulgaria otterrebbe adottando l’euro è la rinuncia alla sua sovranità monetaria. Sotto il regime del Currency board bulgaro, la Bulgaria manterrebbe invece la sua sovranità monetaria e l’opzione di cambiare la sua valuta di ancoraggio. Se la Bulgaria adottasse l’euro, sarebbe per sempre legata al destino dell’euro». E così sarà. Auguri Bulgaria. Ne avrai bisogno.
Alessandro Morelli: «Ora si cambi il decreto Ucraina. L’Ue non boicotti la pace di Trump»
Alessandro Morelli, non è passata inosservata ad alcuni fotografi una sua smorfia di dolore mentre partecipava ai lavori della legge di bilancio fra i banchi della Lega. Pure a lei questa legge non piace?
«Assolutamente no. La smorfia di dolore è legata al fatto che alle Olimpiadi Invernali di febbraio io sto dando letteralmente anima e corpo».
Eh?
«Visitando i cantieri a Livigno per le Olimpiadi e per la Coppa del Mondo di sci (tenutasi ieri, Ndr) sono caduto e purtroppo mi sono rotto tre costole. Ma il giorno dopo ero a votare a Roma (tossisce, Ndr)».
Fa male tossire con le costole rotte. Vero?
«Ancora peggio starnutire».Perché manca il controllo. Un po’ come alla Lega che al Senato ha addirittura dato battaglia al suo ministro Giorgetti. Sicuro che va tutto bene?
«La Lega è solo una, con un unico leader: Matteo. Detto ciò, abbiamo due responsabilità: una di governo - che avvertiamo tutti - e una nei confronti dei nostri elettori».
Giù le mani dalle pensioni quindi…
«In realtà ancora una volta abbiamo trovato la quadra in questa legge di bilancio. Il Governo raggiunge i suoi obiettivi e gli obiettivi Lega sono stati raggiunti. Un segno di maturità nella discussione. Nessuna becera spaccatura».
Il Parlamento avrebbe fatto il suo lavoro. Anche se per poche ore. Solita legge di bilancio calata da Palazzo Chigi. Discussioni zero...
«L’opposizione dice che non si è dato il tempo di discutere».
Questo è vero, su!
«No! E le dico perché. È la settima legge di bilancio che io voto. È una di quelle che in assoluto ha avuto la maggiore discussione parlamentare. Tenga conto che la legge di bilancio si cucina in Commissione. E qui la discussione è stata ampia e approfondita. Come non mai. Poi la legge viene servita in aula. E qui i tempi sono più compressi. Ma la Commissione è Parlamento».
Ponte sullo Stretto. Avete rinunciato a un po’ di fondi per dare più soldi alle imprese.
«Ancora una volta il buonsenso di chi sa governare. Per non sollevare dubbi avremmo potuto lasciare lì quei fondi».
Ma?
«Ma il momentaneo stop della Corte dei conti non ci ha consentito spendere quanto avevamo preventivato nel 2025 (732 milioni) e da bravi amministratori abbiamo spostato quella cifra negli anni successivi. Dove avevamo previsto di spendere molto di più. E questo di più si aggiunge alle coperture extra di questa legge di bilancio. Il ministro Giorgetti ha abilmente sfruttato un ulteriore spazio di manovra».
È anche così che avete racimolato ulteriori 3,5 miliardi. Ieri il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha detto che ci sarà un intervento a favore dell’Ucraina a 360 gradi. Quindi vuol dire aiuti militari. E su questo la Lega ne ha fatto una battaglia identitaria. Cosa ci dobbiamo aspettare dal prossimo decreto Ucraina?
«Che nei 360 gradi ci sia un’assoluta priorità per gli investimenti legati alla difesa delle popolazioni civili. Quindi, per esempio, a strumenti che possono permettere anche la sopravvivenza in situazioni chiaramente di guerra. Pensiamo alla possibilità di produzione energetica, di riscaldamento o d’altro. Nei 360 gradi ci sta un’assoluta priorità relativamente alla difesa e alla tutela dei civili. Coerente con i nostri obiettivi. Per noi è fondamentale innanzitutto cambiare il decreto nella sua struttura. Che non sia fotocopia dei precedenti. Siamo in un momento, vedi l’incontro fra Trump e Zelensky, dove l’iniziativa diplomatica è sempre più avanzata. Fortunatamente in questo caso non abbiamo una flottiglia fra i piedi che per esigenze di visibilità mette i bastoni fra le ruote al processo di pace»
Però, le dico il mio pensiero, c’è l’Unione europea a mettersi nel mezzo. Un finanziamento da 90 miliardi per le esigenze belliche non aiuta secondo me il raggiungimento della pace. Mentre i servizi ucraini avrebbero smascherato un gruppo criminale organizzato per lucrare sugli aiuti. Dentro il quale ci starebbero anche alcuni deputati ucraini.
«Il problema è rappresentato sì dai 90 miliardi, ma ancora peggio dalla posizione che l’Europa continua ad avere. È rimasta a guardare i leader mondiali e non hanno giocato d’anticipo neppure sui leader europei. Ennesima prova che l’Ue è costruita su basi finanziarie più che politiche. L’auspicio è che ora Bruxelles non si metta di traverso di fronte agli sforzi di Trump».
Ultima domanda: Mohammad Hannoun, capo dei palestinesi in Italia, con l’accusa di collateralismo ad Hamas. Sotto sotto vi piace inchiodare l’opposizione alla manifesta vicinanza con questo soggetto.
«Il problema non è tanto Hannoun. Quanto piuttosto la connivenza della sinistra con una strategia politica che sta portando l’estremismo islamico dentro ai confini d’Europa. Cosa che sta avvenendo oramai da anni. I Fratelli musulmani sono considerati terroristi in molti Paesi arabi e invece sono spesso accolti a braccia aperte da noi E questa è solo la punta dell’iceberg. Questo è un caso puramente politico. Questa operazione che dimostra l’altissimo livello di efficienza del Ministero dell’Interno in tutte le sue compagini, dall’altra parte però ci palesa come una buona parte della sinistra sia connivente con frange sicuramente ostili alla nostra cultura e alla nostra politica. Consideri che ci siamo assuefatti alla violenza purtroppo. E glielo dice uno che per aver criticato questo mondo oggi ha le spalle guardate dai poliziotti. Quando arriva un ordine dall’alto pronunciato da un imam, a quel punto chiunque si sente autorizzato ad agire».
Una corsa a chi è più zelante nel realizzare quell’ordine…
«Consideri che i familiari di chi si sacrifica per obbedire all’ordine (oppure viene arrestato) viene poi sostenuta e finanziata dalle organizzazioni. Abitudine questa tipica nelle associazioni criminali organizzate come la mafia».
«Gli Stati Uniti innovano. La Cina imita. L’Europa regolamenta». Recita il vecchio adagio. Che si parli di impresa o di tecnologia. E pure sui dazi, la storiella vale. Le tariffe di Trump hanno fatto parlare tutti di tutto. Dibattiti stucchevoli sui giornali e nei talk show televisivi. Ma alla fine, Trump i suoi dazi li ha imposti. E l’Ue li ha subiti. Del resto, si sa. Il cliente (gli Usa) ha sempre ragione. Neppure smaltita la depressione da parte degli europeisti, che ora pure la Cina mette i suoi di dazi. L’Unione europea si prende un’altra batosta. E gli europeisti muti.
Al momento i dazi sono provvisori ma si fanno sentire eccome. Si va dal 4,9% al 19,8% per le importazioni cinesi della nostra carne di maiale. Misura annunciata lo scorso 16 dicembre. Preceduta da quelli sul brandy pari al 34,9% in vigore dallo scorso 5 luglio. Si arriva ai dazi sulle nostre esportazioni di prodotti a base di latte e formaggio dal 22 dicembre. Si spazia dal 21,95 al 42,7%. È il frutto di un’indagine iniziata da Pechino nell’agosto 2023. Più di un anno prima che arrivasse Trump. Laddove i dazi non sono stati imposti, vedi i prodotti a base di gomma, è perché rimangono sui livelli precedenti con una ciclopica forchetta che spazia dal 12,5% al 222%. Sulle plastiche l’Ue subisce tariffe del 34,9% contro il 74,9% di ciò che importa dagli Usa.
Teoricamente dovrebbe essere Bruxelles ad avere la meglio in un braccio di ferro commerciale con Pechino. Così come Washington l’ha avuta con noi. Noi siamo infatti un grosso cliente per la Cina. Nel 2024 abbiamo importato dal Celeste Impero merci e servizi in misura pari a 562,5 miliardi di euro contro un export di 280,5 miliardi. Abbiamo cioè registrato, stando ai dati Eurostat, un deficit commerciale complessivo di 282 miliardi. Negli ultimi dodici mesi, al settembre 2025, lo sbilancio commerciale per quanto riguarda i soli beni ha toccato la cifra di 356 miliardi. Considerando che tradizionalmente il nostro surplus commerciale riguardo ai servizi non supera i 20 miliardi di euro, vi rendete conto da soli che a fine 2025 il nostro deficit commerciale con la Cina aumenterà considerevolmente. Ma se noi siamo un cliente e la Cina è un fornitore perché ne usciamo pure qui con le ossa rotte? Dovremmo essere noi ad avere la meglio coi cinesi così come Trump l’ha avuta con noi. E perché questo non succede?
Leggendo ciò che scrivono illustri esponenti del «partito cinese» in Europa e in Italia si intuisce perché non si parla di dazi cinesi e perché pure qui ne usciremo becchi e bastonati. L’armata del Dragone conta in Europa supporter di eccezione. Il più illustre è Romano Prodi. Il Professore non ha occhi (a mandorla?) che per Pechino. Appena 20 giorni fa in una delle sue consuete trasferte a Pechino intonava questa lode con sottofondo di violoncelli: «Lo sviluppo e la trasformazione della Cina mi colpiscono in ogni aspetto. I cambiamenti sono davvero straordinari. Prendiamo la tecnologia ad esempio: come economista non avrei mai immaginato che la Cina potesse realizzare un cambiamento simile. La sua capacità manifatturiera e l’efficienza produttiva sono ben note, ma è ancora più sorprendente il balzo nella catena del valore nel campo high-tech. Osservando la società cinese ho notato che il pubblico cinese accetta le nuove tecnologie più rapidamente di quello europeo». Prodi non contiene il suo entusiasmo. «Oggi i cinesi assorbono nuove idee e tecnologie molto velocemente. Il sistema industriale cinese è molto ampio, dall’abbigliamento alla manifattura più avanzata, ed è in grado di integrare queste diverse catene, formando un nuovo paradigma. La catena cinese del valore attraversa attualmente diversi campi produttivi, e questo modello è davvero unico». Ecco spiegato il benevolo atteggiamento dei media mainstream. Che tutto perdonano a Pechino e nulla invece a Trump.
Ma per comprendere la parte iniziale della nostra domanda, vale a dire perché la Cina detta legge nonostante il cliente sia l’Ue, occorre invece ascoltare un’altra illustre economista italiana: Lucrezia Reichlin. Ripetutamente presa di mira dal deputato leghista Alberto Bagnai perché sistematicamente sostiene che la Germania avrebbe un surplus commerciale con la Cina anziché un deficit. Per dirla alla Troisi: pensava fosse amore e invece era un calesse. E lo scorso 9 giugno dalle colonne del Corriere scriveva: «Il disaccoppiamento dalla Cina renderebbe il Green geal europeo irrealizzabile (magari, ndr). Gli analisti di Bloomberg avvertono che i pannelli solari e le componenti per i veicoli elettrici potrebbero aumentare i costi dal 30 al 50% se i Paesi occidentali la escludessero dalle loro filiere» e più avanti esortava a rafforzare il rapporto con la Cina visto che l’Europa considera «la transizione verde un obiettivo strategico e un mezzo per esercitare la sua leadership globale».
Di quale leadership parli l’economista non è dato sapere. Vogliamo dettare legge in qualcosa che non è un business senza neppure averne le tecnologie. E mentre il Pentagono in Usa investe in partecipazioni di minoranza strategica in società del settore minerario garantendo alle stesse commesse con prezzo superiore alla media, pur di sganciarsi dallo strapotere cinese nella fornitura dei minerali necessari, l’Ue invoca l’abbraccio con il Dragone per inseguire la transizione. Cioè per distruggere la nostra industria. In pratica paghiamo il killer perché ci uccida. Facendoci pure soffrire.





