
Donald Trump torna a minacciare Cuba e lo fa a pochi giorni dalla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rilanciando una linea di massima pressione sull’Avana. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente degli Stati Uniti ha accusato l’isola di aver beneficiato per anni di ingenti forniture di petrolio e flussi finanziari provenienti dal Venezuela, offrendo in cambio «servizi di sicurezza» ai vertici del regime chavista.
Secondo Trump, quel sistema sarebbe ormai collassato: gran parte dei cubani coinvolti in quelle attività sarebbe morta nel recente attacco statunitense e Caracas non avrebbe più bisogno della protezione garantita da «delinquenti ed estorsori» che avrebbero tenuto il Paese in ostaggio per anni. Nel messaggio, il presidente americano ha rivendicato il ruolo diretto di Washington nella nuova fase venezuelana: «Il Venezuela ora ha gli Stati Uniti d’America, il più potente esercito del mondo, a proteggerlo e lo proteggeremo». Da qui l’avvertimento all’Avana: non ci saranno più né petrolio né denaro destinati a Cuba. Trump ha, quindi, invitato il governo cubano a «raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi». Secondo i dati della compagnia petrolifera statale Pdvsa, citati da Reuters, le esportazioni venezuelane di greggio e carburanti verso Cuba avevano raggiunto lo scorso settembre i 52.000 barili al giorno, il livello più alto degli ultimi anni. Il governo cubano tramite il ministro degli Esteri, Bruno Rodríguez, ha respinto le accuse sostenendo che Cuba «non riceve, né ha mai ricevuto, compensi monetari o materiali per servizi di sicurezza forniti ad alcun Paese». Su X il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha scritto che «Cuba è pronta a difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue ed è una nazione libera, indipendente e sovrana». Parole che servono solo a rafforzare la narrativa interna ma che si fondano sul nulla vista la drammatica situazione economico-sociale dell’isola.
In questo clima di tensione, Trump ha aggiunto anche una provocazione dal forte valore simbolico. Il presidente statunitense ha ripostato sui social un messaggio che ipotizza un futuro politico per Marco Rubio proprio a L’Avana. Su Truth, Trump ha ricondiviso un post dell’8 gennaio dell’utente Cliff Smith nel quale si affermava che «Marco Rubio sarà presidente di Cuba», accompagnando il rilancio con l’emoji che ride fino alle lacrime. Un gesto interpretato come una chiara provocazione nei confronti del governo cubano: Rubio, figlio di immigrati cubani, è da anni uno dei principali sostenitori della linea di massimo isolamento contro l’isola e una figura di riferimento per l’elettorato anticastrista negli Stati Uniti.
Sul piano geopolitico, resta aperto anche un altro fronte sensibile per Washington e i suoi alleati: quello della Groenlandia. Il premier danese Mette Frederiksen ha confermato che il ministro degli Esteri, Lars Løkke Rasmussen, incontrerà Rubio per colloqui dedicati alla sicurezza dell’isola artica. «Siamo a un bivio», ha dichiarato Frederiksen, sottolineando la delicatezza della fase. Secondo quanto riportato da The Telegraph, anche il primo ministro britannico, Keir Starmer, sta discutendo con gli alleati europei un possibile dispiegamento militare in Groenlandia nell’ambito di una missione Nato per rafforzare la sicurezza nell’Artico. L’iniziativa nasce dalle preoccupazioni espresse dallo stesso Trump e condivise anche da Giorgia Meloni, sulle mosse di Russia e Cina con quest’ultima sempre più presente nella regione. I vertici militari occidentali starebbero valutando opzioni che vanno da una presenza permanente a esercitazioni temporanee, fino a cooperazione di intelligence e sviluppo di capacità operative. Un segnale di come, tra minacce, provocazioni e dossier strategici, la politica estera americana stia ridefinendo equilibri ben oltre il Venezuela.






