Francesco Borgonovo, Gianluca Zanella e Luigi Grimaldi fanno il punto sul caso Garlasco: tra nuove indagini, DNA, impronte e filoni paralleli, l’inchiesta si muove ormai su più livelli. Un’analisi rigorosa per capire a che punto siamo, cosa è cambiato davvero e quali nodi restano ancora da sciogliere.
Gianluca Zanella e Francesco Borgonovo affrontano uno dei nodi più controversi del caso Garlasco: il tema della pedopornografia attribuita ad Alberto Stasi. Dalla denuncia contro la criminologa Anna Vagli alla ricostruzione delle perizie sul computer, la puntata chiarisce cosa fu realmente trovato, cosa no e perché quel presunto movente non è mai entrato nel processo.
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 dicembre 2025. Con il nostro Fabio Amendolara commentiamo gli ultimi sviluppi del caso Garlasco.
Mario Venditti (Ansa)
Dopo lo scoop di «Panorama», per l’ex procuratore di Pavia è normale annunciare al gip la stesura di «misure coercitive», poi sparite con l’istanza di archiviazione. Giovanni Bombardieri, Raffaele Cantone, Nicola Gratteri e Antonio Rinaudo lo sconfessano.
L’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, è inciampato nei ricordi. Infatti, non corrisponde al vero quanto da lui affermato a proposito di quella che appare come un’inversione a «u» sulla posizione di Andrea Sempio, per cui aveva prima annunciato «misure coercitive» e, subito dopo, aveva chiesto l’archiviazione. Ieri, l’ex magistrato ha definito una prassi scrivere in un’istanza di ritardato deposito delle intercettazioni (in questo caso, quelle che riguardavano Andrea Sempio e famiglia) che la motivazione alla base della richiesta sia il fatto che «devono essere ancora completate le richieste di misura coercitiva». Ma non è così. Anche perché, nel caso di specie, ci troviamo di fronte a un annuncio al giudice per le indagini preliminari di arresti imminenti che non arriveranno mai.
Stiamo parlando della comunicazione, firmata il 23 febbraio 2017 da Venditti e dalla sua collega Giulia Pezzino e pubblicata integralmente sull’ultimo numero Panorama. In essa si leggeva questo testo: che i pubblici ministeri, «rilevato che, essendo ancora in corso indagini volte a meglio circostanziare le modalità esecutive dell’azione delittuosa nonché all’identificazione di eventuali concorrenti nel reato, dal deposito dei verbali, delle registrazioni e della documentazione […] può derivare grave pregiudizio alla prosecuzione delle indagini stesse, in quanto devono essere ancora completate le richieste (al plurale, come se ci fossero più persone sotto inchiesta, ndr) di misura coercitiva» chiedevano di essere autorizzati «a ritardare il deposito». Venti giorni dopo, però, come detto avrebbero chiesto l’archiviazione di Sempio.
Si è trattato di sciatteria? È stato utilizzato un modulo prestampato? In realtà Venditti, ieri, dopo avere letto lo scoop di Panorama, attraverso il suo avvocato, Domenico Aiello, ha diramato un comunicato in cui ha rivendicato quell’atto e la spiegazione data al ritardo: «Siamo di fronte alla scoperta dell’acqua calda, l’ennesima», ha spiegato infastidito. «È una prassi comune a tutti gli inquirenti, tutti, dico tutti i pm d’Italia. Nelle inchieste sui reati più gravi, si ritarda il deposito delle intercettazioni adottando nella richiesta di autorizzazione al gip una motivazione che lasci aperte tutte le porte e non pregiudichi qualsivoglia futura iniziativa». Quindi Venditti smentisce sé stesso e, in particolare, le sue precedenti dichiarazioni, quelle in cui aveva assicurato di avere compreso nello spazio di 21 secondi che in quella nuova inchiesta non ci fosse trippa per gatti e che Sempio andasse archiviato senza se e senza ma. Oggi ci fa sapere che due mesi dopo l’apertura del nuovo fascicolo per omicidio a carico del giovanotto si voleva lasciare «aperte tutte le porte» e che, per questo, insieme con la collega Pezzino, avrebbe scritto che stava completando le richieste di arresto.
Una specificazione non richiesta, né prevista dal codice di procedura penale. Infatti, come abbiamo verificato scartabellando in decine di fascicoli giudiziari, il ritardato deposito è quasi sempre giustificato con la medesima formula, praticamente un prestampato o un timbro, e cioè che dalla consegna delle intercettazioni «può derivare grave pregiudizio alla prosecuzione delle indagini». Stop. Per ottenere il rinvio, la grande maggioranza dei pm si guarda bene dall’anticipare per iscritto al giudice la volontà di mandare in carcere gli indagati, soprattutto se questa volontà è labile, al punto da capovolgersi nel giro di tre settimane.
La stessa Procura di Pavia, abbiamo verificato, usa un timbro con poche righe accompagnate dalla firma del pm. Questa la formula prescelta: «Rilevato che […] sono ancora in corso attività di indagine che potrebbero essere pregiudicate dal deposito […] si richiede di autorizzare il ritardato deposito degli atti». Ieri abbiamo provato a chiedere all’avvocato Aiello di fornirci copia di altre richieste di ritardato deposito firmate da Venditti e motivate, come il 23 febbraio 2017, con l’annuncio di «misure coercitive», a cui siano, però, seguite istanze di archiviazione. Abbiamo anche domandato se il suo cliente fosse in grado di dimostrare che la formula indicata da Venditti fosse una specie di fac-simile uguale per tutte le Procure.
Il legale non ce le ha inviate, ma ci ha accusato di avere contrabbandato «una prassi come uno scoop» e ci ha consigliato di «selezionare meglio» le nostre fonti e di «parlare con pm che fanno indagini per reati gravi». Detto fatto, abbiamo contattato magistrati requirenti con un curriculum più importante di quello di Venditti che, al culmine della carriera, è stato aggiunto a Pavia.
Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ci ha confermato che «per il tardato deposito» viene «preparata una motivazione legata al riserbo». E ha spiegato: «La ragione è semplice: dal deposito del materiale intercettativo potrebbe derivare un disvelamento delle attività ancora in atto, che a quel punto potrebbero correre il rischio di essere inquinate. In sostanza, non ci sono altre ragioni se non quella di proteggere quel materiale». Niente annunci di richieste cautelari, insomma. Come a Perugia. Dove il procuratore Raffaele Cantone ha confermato che «è una consuetudine» il ritardato deposito, ma ha aggiunto: «Quando l’attività di indagine è ancora in corso viene inviata al gip una comunicazione per proteggere le intercettazioni da pregiudizio. Lo facciamo con un prestampato che viene compilato all’occorrenza». Ma senza svelare alcunché. Il procuratore di Torino, Giovanni Bombardieri, ripete il concetto quasi con le stesse parole: «Argomentiamo la richiesta al gip in relazione alla tutela della riservatezza delle indagini da qualsiasi pregiudizio, salvo casi particolari che richiedano ulteriori argomentazioni».
E, infine, abbiamo sentito un altro pm in pensione, Antonio Rinaudo, 40 anni con la toga e centinaia di inchieste piemontesi alle spalle, anche di mafia e terrorismo: «Io in tutte le richieste di ritardato deposito non ho mai spiegato il perché. Ho sempre comunicato in poche righe che era necessario depositare in ritardo e nessun gip si è mai permesso di sindacare. Addirittura, a volte, usavamo un semplice timbro che conteneva sempre la medesima motivazione. La ragione di quella richiesta è una soltanto: evitare che le intercettazioni vengano trasmesse a più soggetti, ovvero, oltre al gip, a una segreteria, a una cancelleria e via discorrendo. È una procedura che serve quindi a garantire quel materiale da una sorta di pseudo pubblicità». Quindi resta un mistero perché Venditti, anziché limitarsi a chiedere la tutela della riservatezza delle indagini, abbia puntualizzato che erano quasi pronte delle «misure coercitive». Un’aggiunta che i suoi colleghi non inseriscono, neanche a Pavia, e che risulta quasi inspiegabile. O sospetta, se si considerano le attuali accuse di corruzione piovute addosso al magistrato.
Ma non è finita. Venditti, ieri, nel comunicato diffuso dal suo legale, ha anche specificato: «Ricordo bene che la successiva, approfondita valutazione degli elementi raccolti, gli esiti di Brescia (la bocciatura della revisione del processo ad Alberto Stasi, ndr) e il coordinamento con la Procura generale, ci hanno convinti (me, la collega Pezzino e il procuratore Giorgio Reposo) della insussistenza di elementi a carico dell’indagato Sempio». La norma citata dall’ex procuratore aggiunto prevede il coordinamento con il procuratore generale presso la Corte d’appello soltanto nel caso in cui più Procure stiano svolgendo indagini collegate, ma nel caso di Sempio a procedere era solo Pavia. Resta da capire perché Venditti, il 23 febbraio 2017, abbia scritto al gip di essere pronto ad arrestare Sempio e, dopo appena 20 giorni, abbia deciso di chiederne l’archiviazione. C’entra qualcosa la corruzione in atti giudiziari contestata all’ex magistrato dalla Procura di Brescia? I soldi raccolti dalla famiglia Sempio sono serviti a far cambiare idea a Venditti e alla sua collega? O si tratta, come sostenuto da Aiello, di accuse infamanti? Il procedimento in corso nei confronti di Venditti e del padre di Andrea Sempio, Giuseppe, entrambi accusati di corruzione, dovrà stabilire la concretezza di tali imbarazzanti sospetti.
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Chiara Poggi (a sinistra), Andrea Sempio (a destra) e l'ex procuratore di Pavia Mario Venditti (al centro) (Ansa)
I pm di Brescia contestano al collega in pensione la corruzione in atti giudiziari. Avrebbe ricevuto circa 30.000 euro per chiudere il caso. Il padre del ragazzo disse: «Serve un pagamento non tracciabile».
A Garlasco ieri la giustizia si è sdoppiata: tra l’incidente probatorio e l’ombra della corruzione per archiviare le precedenti indagini su Andrea Sempio, 38 anni, amico storico di Marco Poggi, due archiviazioni alle spalle e ora un’ipotesi di omicidio dalla quale difendersi. Da un lato, a Pavia, l’incidente probatorio con i periti chiamati a sciogliere nodi vecchi e nuovi sull’omicidio di Chiara Poggi. Dall’altro, a Brescia, un’inchiesta che prova a riscrivere la storia giudiziaria del caso, con al centro l’ex procuratore aggiunto e poi reggente (dal 2021) di Pavia, Mario Venditti, indagato per corruzione in atti giudiziari. E mentre il gip di Pavia Daniela Garlaschelli concedeva altri 70 giorni ai consulenti (compreso il nuovo perito che dovrà valutare le impronte sul pacco di cereali e sul sacchetto della spazzatura) anche per i due profili di Dna trovati sotto le unghie della vittima, con la famigerata «impronta 33», quella individuata su una parete delle scale che portano al seminterrato, rimasta fuori dalle verifiche, a Brescia gli investigatori della Guardia di finanza eseguivano nove perquisizioni. E ascoltavano i testimoni. Come l’ex maresciallo dei carabinieri Giuseppe Spoto. Coinvolto, a leggere le pagine del decreto di perquisizione a carico di Venditti, con il luogotenente Silvio Sapone nell’intrigo che i pm di Brescia stanno cercando di sbrogliare. Perché a casa dei genitori di Sempio il 14 maggio scorso è stato trovato un foglietto con scritto: «Venditti/gip archivia x 20-30 €». Per i magistrati di Brescia non è un dettaglio: è un elemento che lascia ipotizzare un accordo corruttivo che avrebbe portato, nel marzo 2017, all’archiviazione dell’indagine. «Sono accuse che mi fanno ridere», ha liquidato la vicenda l’avvocato Massimo Lovati, che difende Sempio. Poi ha precisato: «Il pm può chiedere l’archiviazione ma a disporla è un gip». Ma il decreto di perquisizione evidenzia che quello scritto, messo «in relazione all’omicidio», lascerebbe pensare che «fosse stata proposta o comunque ipotizzata la corresponsione» a Venditti «di una somma di denaro correlata all’archiviazione del procedimento». Le radici dell’inchiesta bresciana, però, sembrano ramificarsi nelle intercettazioni del 2017. Alcuni passaggi, secondo i pm, non furono mai trascritti. In una conversazione del 9 febbraio, alla vigilia dell’interrogatorio, Giuseppe Sempio rassicura il figlio: «Comunque ha detto che ti chiederà le cose che sono state depositate. Non è che… Massimo se ti infila dentro qualche domanda che non… dici: guardi io non mi ricordo, sono passati dieci anni». Il giorno dopo, al termine dell’audizione, Andrea e il padre commentano di aver «cannato una risposta» sullo scontrino del parcheggio che costituiva il suo alibi. Ma ci sono alcuni passaggi, riportati nel decreto di perquisizione, che sembrano ricondurre agli inquirenti: «A parte che erano dalla nostra… perché mi han fatto alcune domande che io ho capito perché me le facevano». Riferendosi a «domande connesse», si legge nel decreto, «alla localizzazione del telefono cellulare dell’indagato». Non solo. Un altro passaggio mai verbalizzato contiene il riferimento alla necessità di «pagare quei signori lì» con modalità «non tracciabili». La Procura di Brescia sottolinea: frasi «di forte valenza indiziaria» mai accompagnate da accertamenti bancari. E allora gli inquirenti hanno ricostruito i flussi di denaro. Tra dicembre 2016 e giugno 2017 le zie paterne di Andrea, Ivana e Silvia Maria Sempio, hanno emesso assegni per 43.000 euro al fratello Giuseppe. Nello stesso periodo padre e figlio hanno prelevato in contanti 35.000 euro, mentre un assegno da 5.000 euro è passato dal padre allo zio Patrizio e subito convertito in contanti. «Mi sembra un normale preventivo di spesa, vuol dire che il costo per gli avvocati sarà di 20-30.000 euro», ha replicato l’avvocato Lovati. «Movimentazioni del tutto incongrue rispetto alle loro ordinarie operazioni bancarie», annotano i pm. «L’archiviazione è in effetti stata richiesta in data 15 marzo 2017 e accolta dal gip in data 23 marzo». Da qui la decisione di perquisire non solo Venditti, ma anche i membri della famiglia Sempio e i due carabinieri ormai in congedo. I nomi sono quelli di Giuseppe Spoto e di Silvio Sapone, all’epoca in servizio nella Sezione di polizia giudiziaria della Procura di Pavia. «Contatti opachi», li definiscono i pm bresciani. Spoto, ad esempio, si trattenne a casa di Sempio per oltre un’ora per una notifica che avrebbe richiesto pochi minuti. «Non sono preoccupato», ha detto all’uscita dalla caserma. «Era una raccolta di sommarie informazioni testimoniali», ha precisato il suo difensore, Marcella Laneri, che ha aggiunto: «È cominciata e finita come tale, il maresciallo ha risposto alle domande in quanto testimone». Sapone, invece, secondo le ipotesi dell’accusa, avrebbe avuto «rapporti di particolare confidenza e correlazione con l’indagato Venditti» e un contatto con Sempio «pur non risultando una ragione investigativa correlata a tale necessità». E, così, la gestione dell’inchiesta è finita nel mirino per «la breve durata dell’interrogatorio di Sempio, la conoscenza anticipata da parte dei membri della famiglia dei temi su cui sarebbero stati sentiti e la conclusione dell’annotazione d’indagine datata 7 marzo 2017 con formula tranchant circa la completa assenza di elementi a supporto delle ipotesi accusatorie a carico dell’indagato», sono per i magistrati bresciani dei tasselli che «denotano una gestione anomala delle indagini». La presenza dei due carabinieri non è un fulmine a ciel sereno. Il nome di Sapone compare anche nei procedimenti Clean 1 e Clean 2 (ribattezzate così per la volontà degli inquirenti di fare pulizia attorno agli uffici giudiziari), le inchieste pavesi che hanno portato al processo di Antonio Scoppetta, altro carabiniere della stessa aliquota di Pg, accusato di aver asservito le funzioni investigative agli interessi del suo ex comandante, il maggiore Maurizio Pappalardo. Nel decreto di giudizio immediato, infatti, si legge che Scoppetta «avrebbe seguito personalmente, insieme al luogotenente Sapone», una denuncia. Un filo rosso che lega le due indagini. E che non è sfuggito al nuovo procuratore di Pavia Fabio Napoleone, che ha trasferito a Brescia gli atti su Venditti e i documenti delle inchieste Clean. Un groviglio di relazioni e frequentazioni che affonda le radici nella piccola geografia giudiziaria pavese, dove ufficiali di polizia giudiziaria si sarebbero mossi all’interno di cerchie ristrette, spesso finite non solo nei fascicoli ma anche sulla stampa. La prima indagine, per «scambi di favori e informazioni coperte da segreto» in cambio «di utilità», del 2023. La seconda, del 2024, sul rapporto personale e patrimoniale tra Scoppetta e Pappalardo. Per ora, stando al decreto di perquisizione, è il solo fascicolo del 2017. Ma finì in archivio in tempi da record anche la seconda indagine, quella del 2020, nella quale Sempio non era stato formalmente iscritto. Il 30 luglio di quell’anno, dopo che Venditti solo il giorno prima aveva chiesto l’archiviazione, il gip Pasquale Villani accolse l’istanza. Il giudice scrisse: «Non sono emersi elementi utili per l’identificazione» di altri «responsabili» dell’omicidio dopo la «condanna definitiva» nel 2015 di Stasi. Non è stato sufficiente a mettere una pietra tombale sulla posizione di Sempio.«Con una simile surreale impostazione si destabilizza l’intero sistema giudiziario», tuona Domenico Aiello, difensore di Venditti, che in una nota indirizzata anche al Guardasigilli Carlo Nordio contesta le accuse nei confronti del suo assistito: «Se un appunto proveniente dall’ambiente familiare di un indagato diventa dopo anni sufficiente a produrre una indagine per corruzione a carico di colui, l’unico di una lunga serie di magistrati, che ha assunto quella che riteneva una decisione giusta, addirittura confermata dalla Cassazione, allora vale tutto, ma per cortesia non parliamo più di Costituzione e di garanzie per gli indagati. Non parliamo di proporzione o di misura, senza la quale la giustizia diventa violenza o vendetta». Non solo, per l’avvocato Aiello, si tratta di «un singolare e variegato iter giudiziario, con diverse istanze di revisione respinte, anni e anni di processo, che cede il passo di fronte a una sola riga di un appunto, allo stato privo di autore, non certo univoco e rinvenuto guarda caso proprio adesso, il cui contenuto è stato già spiegato in diretta dal difensore dell’allora indagato Sempio, con coraggio e onestà. La banalità dell’ovvio». In coda, un passaggio sul circo mediatico: «Ancora prima che entrassi per assistere alle operazioni di perquisizione, sulle Tv scorrevano immagini dei soliti volti che da mesi alimentano il palinsesto Garlasco. Altro che segreto investigativo. Tutto avviene in diretta e forse è ora di smetterla». I coniugi Sempio sono rimasti per sette ore nella caserma della Guardia di finanza di Pavia, dove sono stati ascoltati, e sono rientrati a casa dal figlio nel primo pomeriggio. Ma è il legale di Marco Poggi, Francesco Compagna, a tendere una mano all’amico del suo assistito: «Non è che qualcuno abbia scagionato Sempio a prescindere», spiega, «semplicemente non è mai emerso un solo elemento o una prova contro di lui, a prescindere da quale sia stata la condotta dei familiari o di altri». E i pm di Pavia e di Brescia stanno cercando di capire perché.
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