Un episodio che fa ordine nel caos di ricostruzioni e indiscrezioni sul delitto di Garlasco. Parliamo del filone Venditti, delle decisioni della Cassazione sui sequestri, del libro di Vitelli e delle gravi lacune investigative emerse nel tempo. Francesco Borgonovo, Gianluca Zanella e Fabio Amendolara fanno luce su errori, omissioni e responsabilità che ancora oggi pesano sulla verità del caso.
Gennaro Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia (Imagoeconomica -Ansa)
Gli investigatori hanno perquisito ieri la casa dell’imprenditrice di Pompei indagata dalla Procura di Roma. Nello smartphone e nel computer della donna ci sarebbero i dettagli del suo rapporto con Sangiuliano.
Gli occhiali da 007 che le erano costati il Daspo dai palazzi della politica romana, il telefono cellulare, il computer portatile e i dispositivi informatici dell’imprenditrice pompeiana Maria Rosaria Boccia da ieri sono nelle mani dei carabinieri del Nucleo investigativo di Roma. Dopo la querela presentata dall’avvocato dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano i magistrati di Piazzale Clodio hanno iscritto la Boccia sul registro degli indagati e delegato subito le indagini indagini ai carabinieri. L’atto investigativo a sorpresa è stato disposto ieri mattina dal sostituto procuratore Giulia Guccione ed è stato eseguito nell’abitazione della Boccia a Pompei. Gli occhiali smart erano nel cassetto di un mobile dell’appartamento. E per ammissione dell’indagata sarebbero quelli usati per effettuare i video all’interno della Camera dei deputati. Con la denuncia dell’avvocato Silverio Sica, il difensore di Sangiuliano, che è alla base dell’apertura del fascicolo, sarebbero stati forniti agli inquirenti una serie di elementi: una dettagliata ricostruzione cronologia che parte da quando Sangiuliano è entrato in contatto con la Boccia e termina con la chiusura del loro rapporto. La ricostruzione comprende l’episodio, svelato dalla Verità, della ferita alla testa che l’imprenditrice avrebbe causato a Sangiuliano durante una trasferta a Sanremo, affondando le sue unghia sulla fronte dell’ex ministro la notte tra il 16 e il 17 luglio scorso al culmine di un diverbio e che potrebbe trasformarsi in un’ipotesi di lesioni. A documentarlo ci sono delle fotografie che Sangiuliano si è scattato davanti allo specchio del bagno come una qualunque vittima di abusi. Nelle immagini si vede il giornalista in jeans e polo azzurra mentre immortala le proprie condizioni a futura memoria. E il taglio suscita una certa impressione.
Ma è solo uno dei capitoli della burrascosa relazione tra i due. Con un momento centrale: il 26 agosto, giorno in cui la Boccia annunciò sui social la propria nomina a consigliera del ministro per i Grandi eventi. Sangiuliano aveva appena chiesto ai suoi collaboratori di informarla che il contratto era saltato. Il motivo? Poco prima l’ex ministro aveva esplicitamente fatto riferimento con il capo di gabinetto Francesco Giglioli a «potenziali situazioni di conflitto d’interesse». La Boccia, come ha ricostruito questo giornale, è tuttora titolare di una società di pubbliche relazioni, la Cult communication Srl, anche se in uno dei due curriculum inviati al dicastero di via Collegio romano aveva assicurato di averla chiusa. Appena saputo della bocciatura (ci sarebbe prova della ricevuta comunicazione), la donna avrebbe usato i social per lanciare la fake news dell’avvenuto accordo, mettendo alle strette il ministro. Non mancherebbero anche riferimenti alla valanga di post pubblicati da Boccia nelle ultime settimane, attraverso i quali ha alimentato mediaticamente il clima di tensione attorno a Sangiuliano. I reati che al momento starebbe vagliando la Procura sono quelli di minacce ad appartenente a corpo politico, lesioni aggravate, violazione della privacy e violenza privata. Nonché il presunto furto della fede nuziale dell’ex ministro, che in passato aveva destato l’attenzione dei cronisti. Ora tocca ai magistrati analizzare i dati presenti nei supporti informatici dell’indagata e, probabilmente, anche nei cloud, alla ricerca di elementi che possano confermare le accuse. Elemento chiave dell’inchiesta, oltre alla cronologia delle telefonate e dei contatti nei momenti clou, restano però le chat che i due si sono scambiati. Seppure non ancora depositate ma ampiamente citate nell’esposto (probabilmente per indurre la Procura a intervenire in tempi rapidi e a congelare le prove, cosa che puntualmente è successo), descrivono la complessa relazione tra i due. Le conversazioni, ricche di accuse reciproche e confessioni, tracciano un quadro inquietante: da un lato Sangiuliano, che in un messaggio sembra ammettere di aver compiuto azioni di cui si pentiva, dall’altro Boccia, che descrive un rapporto tormentato, caratterizzato da forti tensioni emotive. In una delle conversazioni l’ex ministro scrive: «Ho fatto delle cose che non avrei mai fatto». E Boccia risponde: «Hai ragione».
Documentabile, oltre che con le fotografie, anche l’episodio della ferita. Lui le ricorda quanto accaduto la notte tra il 16 e il 17 luglio: «Sfregiato […] Se non fossi stata tu avrei picchiato durissimo». Lei ammette di aver perso il controllo: «Mi hai letteralmente mandato fuori di testa […] mi hai portato a un punto imbarazzante […] mi hai fatto diventare una iena».
Sangiuliano cerca di essere conciliante: «Comunque ho sbagliato io». Ma ricorda anche di aver accettato di subire da lei umiliazioni che mai avrebbe sopportato da altri. La donna avrebbe preteso prove d’amore e di sudditanza sempre più estreme. Addirittura gli avrebbe chiesto di poter controllare il cellulare del membro dell’esecutivo, pena, in caso di rifiuto, l’inoculazione di un trojan. E infine gli avrebbe sottratto la fede nuziale. Ma il nodo centrale dell’indagine riguarda anche un’altra questione, forse ancora più delicata: una presunta gravidanza.
Argomento che la Boccia avrebbe sfoderato pure in precedenti relazioni per far valere le proprie ragioni. «Sei incinta?» chiede a bruciapelo l’ex ministro nella chat. Lei non risponde, ma assicura di essere «disposta ad andare anche all’estero». Il 2 agosto scorso, in un messaggio, Sangiuliano si diceva persino felice all’idea di un eventuale figlio: «Sono arrivato al punto di non farmi problemi se tu fossi incinta di me, anzi sarei stato felicissimo». Poco dopo, Boccia scriveva qualcosa di altrettanto sorprendente: «Sarai libero di viverti questa esperienza come vorrai nel rispetto di tuo figlio». Una faccenda, quella della gravidanza, che va di pari passo con un patto di riservatezza sul quale la Boccia appare, dal tenore delle chat, in pressing su Sangiuliano. L’accordo proposto prevedeva che lui non la cercasse più e lei, in cambio, non avrebbe rivelato la loro relazione. Una richiesta che l’ex ministro ha respinto con fermezza, determinato a non lasciarsi intrappolare: «Non ho nulla da firmare, vedrai che appena finisce questa conversazione non ti scrivo più». In realtà, però, deve essersi sentito proprio in trappola. E ha consegnato tutto il materiale al suo difensore. Il lungo esposto sembra aver segnato già la prima tappa dell’inchiesta. E dopo l’estate dai toni bollenti sembra alle porte un autunno giudiziario molto caldo.
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Raffaele Cantone (Imagoeconomica)
Dallo «spione» di Guido Crosetto alla talpa che spifferava indagini, fino ai misteri della Loggia Ungheria: la Procura di Raffaele Cantone al centro di tutti gli intrecci.
Dalla vicenda del medico Francesco Narducci, sospettato senza prove definitive di essere il mostro di Firenze, all’omicidio di Meredith Kercher. La Procura di Perugia da anni affronta casi di cronaca ammantati di mistero. Più di recente, sul tavolo del procuratore Raffaele Cantone, oltre a quello celeberrimo su Luca Palamara, sono finiti i fascicoli riguardanti due presunte «talpe» e una fantomatica associazione massonica piena di giudici, la loggia Ungheria. Partiamo da quest’ultima. Dopo lunghe indagini i pm sono arrivati alla conclusione che il sodalizio fosse il frutto della fantasia del faccendiere Piero Amara, sedicente affiliato.
Da circa un anno l’istanza di archiviazione giace sulla scrivania della gip Angela Avila.
Forse la toga ha deciso di esaminare nel dettaglio tutta la documentazione delle investigazioni svolte dagli inquirenti. In gran parte trasmessa in giro per l’Italia per ulteriori approfondimenti e per perseguire alcune evidenti calunnie.
Gli interrogatori perugini di Amara, al pari di quelli resi a Milano dall’avvocato, sono scoppiettanti e ci sono passaggi ancora inediti che riguardano anche la politica. In particolare l’ex segretario dem Nicola Zingaretti che sarebbe stato legato a un coimputato di Amara, il lobbista Fabrizio Centofanti. Il 26 ottobre 2020 a Perugia il faccendiere siciliano ha parlato a lungo con i magistrati di tale questione. Nel verbale riassuntivo si legge: «So anche che c’è un rapporto molto stretto tra Nicola Zingaretti e Fabrizio Centofanti per avermelo detto quest’ultimo. Giuseppe Calafiore mi ha detto che Centofanti avrebbe finanziato la campagna elettorale di Zingaretti, ma non so nulla di preciso. Ricordo che in occasione della prima candidatura di Zingaretti venne organizzata una cena a casa di un avvocato amministrativista […]; il servizio di ristorazione venne organizzato e gestito da Centofanti». Tra i presenti ci sarebbe stato anche un ex presidente della Corte dei conti. Non sappiamo se queste affermazioni siano giunte alle orecchie dei diretti interessati e se questi abbiano presentato querela come molti degli altri soggetti chiamati in causa da Amara.
Tra gli atti che abbiamo visionato, ci ha colpito anche la denuncia dell’ex pm Maurizio Musco. In essa è riportata la storia dell’Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata, presunto paravento dell’Ungheria, voluto dal defunto procuratore Giovanni Tinebra.
Carte alla mano Musco ricostruisce il circuito che ruotava intorno all’Opco e spiega le sue dimissioni dal Consiglio di presidenza: «Le ragioni del disaccordo erano dovute alla circostanza che i fondi (la Regione stanziava circa 500.000,00 euro l’anno) venivano impiegati, a mio giudizio, in modo insufficiente per lo studio della criminalità organizzata essendo destinati, in modo cospicuo, a cene e pranzi ai quali partecipavano tutti i componenti del Comitato scientifico. Era prassi, infatti, che in tutte le occasioni in cui si riuniva, al termine dei lavori si andava a pranzo o a cena in ristoranti di lusso oppure negli stessi locali dell’Osservatorio nei quali venivano allestiti sontuosi catering. Inoltre, in relazione ai vari convegni che venivano organizzati annualmente (molti dei quali avevano scarsa attinenza con la criminalità organizzata), non solo i relatori ma anche i convegnisti invitati che risiedevano fuori dalla Sicilia venivano ospitati, per due tre giorni, in alberghi a quattro/cinque stelle a spese dell’Opco. La mia impressione era che Tinebra utilizzasse i fondi dell’Osservatorio per costruire una sua rete di rapporti personali con colleghi dì tutt’Italia, avvocati, docenti universitari e rappresentanti apicali delle istituzioni».
I magistrati perugini hanno per le mani anche due fascicoli che affrontano il tema dei rapporti borderline tra fonti e cronisti. Gli indagati sono due presunte talpe.
Uno è l’ex cancelliere della Procura, Raffaele Guadagno, che in agenda aveva i nomi di moltissimi giornalisti e che, prima di andare in pensione, aveva tentato una carriera di scrittore potendo contare su prefazioni e presentazioni di firme di primo piano del panorama giornalistico.
Il secondo è Pasquale Striano, il tenente della Guardia di finanza già distaccato all’ufficio segnalazioni operazioni sospette della Direzione nazionale antimafia.
Entrambi rifornivano importanti giornali di notizie. Del primo non ha scritto praticamente nessuno se non noi, del secondo tutti i principali media e anche noi. Anzi noi per primi in entrambi i casi.
Il gioco delle fonti
Eppure la Procura è sempre la stessa. «Forse l’interesse è legato ai soggetti coinvolti» azzarda una fonte. Infatti il tenente ha «spiato» il ministro della Difesa Guido Crosetto e altri politici del suo calibro, mentre Guadagno fascicoli in cui era coinvolti pesci più piccoli, come l’ex governatrice dell’Umbria Catiuscia Marini. Oltre, ovviamente, al già citato Palamara.
In ogni caso, per gli inquirenti c’è una sostanziale differenza tra far circolare atti di altri e «formare» atti. Quando verranno resi pubblici i contenuti del cellulare di Striano si capirà se il finanziere monitorasse redditi e flussi finanziari solo su commissione dei suoi superiori o anche dei cronisti. Un investigatore ci sconsiglia di trarre conclusioni affrettate visto che i media conoscerebbero solo «un millesimo» del materiale confluito in Procura. In sostanza della storia di Striano noi giornalisti avremmo una conoscenza minima. Ma anche di quella di Guadagno per la verità. In attesa che, entro settembre, i pm inviino al cancelliere in pensione l’avviso di chiusura delle indagini, gli atti preliminari del fascicolo, sorprendentemente, non sono ancora di pubblico dominio. L’ex cancelliere è indagato per accesso abusivo e rivelazione di segreto e anche il contenuto del suo cellulare ha riservato qualche sorpresa.
In particolare i magistrati stanno esaminando alcuni messaggi in cui si parlerebbe di favori a livello giudiziario e «paragiudiziario».
Adesso queste comunicazioni, tutte da verificare (si tratta di millanterie o di reati?), potrebbero essere stralciate e inserite in un nuovo fascicolo. Ma i magistrati sono convinti che le violazioni siano ampiamente assodate, dal momento che sarebbero state trovate le prove del passaggio della richiesta di archiviazione per Ungheria a un giornalista, Antonio Massari del Fatto quotidiano.
La Procura ha sentito il cronista come testimone e questi si è avvalso del segreto professionale. La linea degli inquirenti è quella di salvaguardare il lavoro giornalistico evitando di contestare la ricettazione o il concorso nel reato di accesso abusivo a chi ha chiesto a Guadagno documenti coperti da segreto (anche perché bisognerebbe dimostrare l’effettiva consapevolezza del giornalista dell’illiceità della condotta). Una guerra alla libertà di informazione che la Procura non avrebbe nessuna intenzione di iniziare. E così sulla graticola rischiano di rimanere solo le fonti.
Due pesi, due misure
Guadagno, dopo essere stato compulsato dal cronista amico e messo a rischio di perquisizione, ha denunciato un secondo ictus nelle ore in cui stava cercando di cancellare le prove contenute sul proprio cellulare. A livello mediatico, la sua vicenda ha incuriosito i media molto meno di quanto non abbia fatto quella di Striano che avrebbe effettuato investigazioni su molti uomini potenti. I suoi target venivano selezionati insieme con i magistrati o anche con i giornalisti? Ma soprattutto quei report con che finalità venivano compilati? Puntavano a cercare i collegamenti con il crimine organizzato e con il riciclaggio di denaro sporco o avevano altri fini?
Striano ha raccontato di aver un file in cui ha ricostruito la storia di tutte le sue indagini: oggetto, committente, contenuto. Adesso toccherà alla Procura di Perugia recuperarlo e analizzarlo. Il tenente si incontrava e confrontava pure con i giornalisti del quotidiano Domani e in particolare con Giovanni Tizian e Stefano Vergine, gli stessi del caso Metropol.
Anche nella stesura del report sulle relazioni pericolose con frange della malavita dei fratelli Giovanni e Gaetano Mangione, soci di Crosetto, i cronisti hanno avuto un ruolo. Consulenti interessati? Committenti? Le indagini su Striano potrebbero anche svelare le singolari motivazioni alla base di alcune indagini. Infatti, a quanto ci risulta, alcune inchieste antimafia nascevano per risolvere questioni private di questo o quel magistrato.
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato che una toga avrebbe chiesto a Striano di passare ai raggi x una società che stava realizzando una speculazione edilizia su un terreno posto di fronte all’abitazione del giudice, a cui i villini rischiavano di oscurare la vista mare.
Prima era una proprietà della Curia generalizia dei frati minori conventuali, «poi acquisita da società accostate a più soggetti portatori da più che probabili interessi criminali» scrive Striano in un suo appunto. L’approfondimento, svolto a cavallo tra il 2021 e il 2022 è stato indirizzato alla Dda di Roma.
Insomma in via Giulia interessi personali e piste investigative trovavano felici sintesi.
Persino un filone una truffa legata all’ecobonus sarebbe nato per questioni di famiglia.
Un sostituto procuratore nazionale avrebbe raccolto le lamentele dell’anziana madre sui dipendenti di un’impresa edile che stava effettuando lavori nel palazzo di residenza: brutte facce che circolavano su auto di grossa cilindrata. Allora la toga avrebbe sguinzagliato Striano, il quale con un’incombenza quasi da badante, sarebbe riuscito a trasformare in oro la segnalazione della signora.
Leggiamo quanto scrive l’ufficiale indagato a proposito di questa attività «pre-investigativa» riguardante «una più che probabile truffa nel campo delle concessioni degli ecobonus previsti dal Decreto rilancio». Il dominus dell’affare sarebbe stato un imprenditore del frusinate con le sue ditte edili inserite in una rete di imprese costituita ad hoc. Andando alla ricerca di false fatture e di anomali flussi finanziari, Striano avrebbe scoperto «interessanti collegamenti con noti sodalizi riconducibili alla ‘ndrangheta». Come? «Accertando che proprio un’utenza intestata ad una delle società facenti parte della predetta rete di imprese, risultava in uso all’uomo di fiducia, nonché autista personale e portavoce di Luigi Mancuso, indicato quale il Supremo, esponente di vertice dell’omonima e storica famiglia mafiosa di Limbadi (Vibo Valentia)».
Quindi grazie a una nonnina la Dna sarebbe trovato il collegamento con uno dei clan più temuti della Calabria.
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Ogni giorno della settimana un contenuto diverso: sono sette gli appuntamenti dei podcast de La Verità. Sette come l’orario della pubblicazione online. Ma a partire da Ferragosto, sempre alle 7, ci saranno due novità. Tutto disponibile sul sito del quotidiano, ma anche sulle piattaforme di streaming: Spotify, Apple podcast, Google podcast, Spreaker.
Si comincia il lunedì con K.I.S.S. Keep It Short and Simple, facciamola breve e semplice di Sergio Barlocchetti, che da aviatore ci racconta di tutto ciò che riguarda aerei, missili o satelliti. Il martedì è la volta di Occhi sul terrorismo, l’approfondimento settimanale di Stefano Piazza. Si parla di jihad ma non solo, il terrorismo è ancora tra noi colpisce e recluta ed è bene tenerlo sott’occhio. Il podcast del mercoledì è a firma di Martino Cervo, vicedirettore de La Verità e si chiama Parole testarde. Ogni settimana questo podcast scova testi che spiegano il presente perché vengono da un passato che li ha fatti invecchiare benissimo. Da Fëdor Dostoevskij a Emile Zola e ancora Alessandro Manzoni, Ezra Pound, i loro testi attualissimi nelle pagine di oggi.
Il giovedì esce, sempre alle sette, sempre sul sito e su tutte le piattaforme, Segreti. La serie, firmata da Francesco Borgonovo, vicedirettore de La Verità, racconta le correnti che hanno influenzato il pensiero politico. Dagli antichi gnostici agli antagonisti di oggi, ecco come si sono formati i movimenti rivoluzionari. Camilla Conti, firma de La Verità, pubblica il suo podcast il venerdì. Ritratti è una raccolta di storie di personaggi visionari capaci di fare, di realizzare strategie, di convincere sé stessi prima degli altri, di giocarsi la scena per un’idea. Quindi imprenditori, manager, banchieri. Italiani e italiane che hanno costruito gli ingranaggi di un sistema. Perché se l’economia è il motore della storia, l’uomo è il motore di entrambe.
Il fine settimana escono i podcast di Flaminia Camilletti, giornalista de La Verità. Religione ecologia, che racconta le follie e le perversioni dell’ideologia green portata all’estremo, verrà pubblicata ogni sabato, mentre Ce lo chiede l’Europa, affronterà ogni domenica i nodi più decisivi dell’Unione europea, e di come Bruxelles non riesca a resistere alla tentazione di sottomettere gli Stati membri.
Continuate a seguirci sulla pagina podcast de La Verità perché, dopo Ferragosto, sempre alle 7, ci saranno due novità!
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2023-06-14
«Davigo rivelò gli atti segreti di Amara»: chiesti 16 mesi per il Robespierre delle toghe
Piercamillo Davigo (Imagoeconomica)
È imputato a Brescia per aver diffuso i verbali sulla cosiddetta loggia Ungheria che si è fatto consegnare dal collega Paolo Storari. Il pm Donato Greco: «Pregiudicata l’inchiesta».
Ovunque si trovi in questo momento Silvio Berlusconi, ieri deve essergli scappato un sorriso. Infatti davanti al Tribunale di Brescia la pubblica accusa ha chiesto una condanna a 16 mesi di reclusione (con sospensione della pena) per rivelazione di segreto d’ufficio nei confronti di Piercamillo Davigo, colui che considerava il Cavaliere un incidente del destino, una iattura per l’Italia intera. Ma ora altri magistrati stanno cercando di tirarlo giù dal piedistallo e di ottenere la prima condanna per il Robespierre delle toghe.
I sostituti procuratori Donato Greco e Francesco Carlo Milanesi contestano a Piercavillo di aver distribuito atti riservati per regolare i suoi conti personali all’interno della corrente che guidava, Autonomia & indipendenza, e di aver cercato di condizionare con la vicenda della cosiddetta e inesistente loggia Ungheria le decisioni del Consiglio superiore della magistratura. Infatti nella primavera del 2020 diffuse in modo carbonaro all’interno di Palazzo dei marescialli il contenuto dei verbali del faccendiere Piero Amara, carte che si sarebbe fatto consegnare dal collega milanese Paolo Storari.
La Procura bresciana, guidata da Francesco Prete, ritiene che la divulgazione più grave sia stata quella all’allora senatore M5s Nicola Morra per la quale ha chiesto una condanna a 6 mesi di reclusione, a cui ha aggiunto, riconoscendo la continuazione, un mese per tutti gli altri episodi (una decina) contestati nel capo d’imputazione.
Ieri per Davigo, durante il dibattimento, si è aggiunta una nuova contestazione di rivelazione a favore dell’ex primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, ultimo testimone del processo. L’integrazione del capo di imputazione è stata fatta dopo l’audizione dell’ex ermellino, il quale ha raccontato che nel settembre del 2022 Davigo lo aveva aspettato nel parcheggio del Csm per spifferagli la notizia coperta da segreto: «Volle preannunciarmi che un Csm che già aveva passato vicissitudini molto impegnative sarebbe stato ancora sottoposto a un ulteriore trauma». La presunta «violazione dell’obbligo di segretezza» si estende così temporalmente, essendo adesso l’ipotetico reato «commesso da aprile a settembre 2020».
«Si erge a paladino della giustizia per tutelare una legalità che a suo dire è stata violata, ma l’unica legalità violata è quella nel salotto di casa dove sono usciti dal perimetro investigativo atti coperti da segreto che dopo un po’ di tempo vanno a finire sui giornali pregiudicando una delicatissima indagine» ha detto Greco nella sua requisitoria, ricordando che nell’appartamento di Davigo c’è stato il passaggio della chiavetta Usb con i verbali. «Non è vero che il segreto era inopponibile a lui. Lo ha ammesso lo stesso Davigo nel suo esame. Davigo ha detto a Storari il falso. Se Davigo gli avesse detto il vero, Storari non avrebbe commesso il reato. Non c’è nulla di potenzialmente legittimo nella loro comunicazione».
Per Greco le notizie al Csm «devono passare da un canale ufficiale, non nel corso di un colloquio con un singolo consigliere», lo stesso Davigo, il quale ha «allargato la platea dei destinatari di quella rivelazione», ricorrendo a una «giustificazione bizzarra»: «Il Csm non sa tenere i segreti». Una scusa che Greco ha liquidato così: «Se anche fosse non è che si può violare una norma ed è gravissimo che un’affermazione del genere arrivi proprio da Davigo».
Il collega di Greco, Milanesi, ha rincarato la dose sostenendo che Davigo avrebbe una «concezione privata di prerogative e funzioni» del parlamentino dei giudici. Una posa da Marchese del Grillo: «Siccome io sono membro del Csm, posso sempre e comunque esercitare le prerogative dell’organo di cui faccio parte». Per il pm «sarebbe consolante affermare che si sia trattato di una mera superficialità della persona coinvolta o della scarsa ponderazione degli interessi costituzionali coinvolti», ma «purtroppo il dibattimento ha dato una risposta diversa».
Non è finita. Se il problema era «riportare quel procedimento sui binari della legalità», come sostenuto da Davigo, «che necessità c’era di dare delle trascrizioni e delle registrazioni?» ha chiesto Milanesi. Che si è dato questa risposta: «Si è scelta una via privata a un problema pubblico», anche «per la sfiducia personale» di Davigo nei confronti del magistrato della Procura generale di Milano a cui avrebbe dovuto rivolgersi. «Perché riteniamo una persona inadatta non seguiamo la legge?» ha domandato retoricamente il pubblico ministero, ricordando che «il Csm è attrezzato per gestire notizie riservate».
Quindi ha accusato Davigo di aver commesso il reato «per esigenze private di gestione e influenze di rapporti e dinamiche all’interno del Csm». Il comportamento dell’ex campione di Mani pulite non avrebbe «evitato alcun danno», ma solo consentito di selezionare «chi e quando doveva sapere» con un «chiacchiericcio» incontrollato.
«L’unico fine di Davigo non era la giustizia o salvaguardare le indagini, ma abbattere Sebastiano Ardita» ha attaccato l’avvocato Fabio Repici, legale dello stesso Ardita, parte civile nel processo e in passato amico e coautore di libri con Davigo prima che i due si dividessero nel marzo del 2020 sul voto al Csm per il successore di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma. Davigo inizialmente, come Ardita, perorava la discontinuità, poi, dopo l’esplosione del caso Palamara, si era accodato al cartello dei magistrati progressisti di Area.
Per la parte civile il «movente» di Davigo appare plasticamente nelle chat della sua segretaria, Marcella Contrafatto, laddove, il 24 settembre 2019, commenta con una collega il comportamento dei consiglieri di A&i: «Vabbé salverei Marra (Giuseppe, ndr), solo lui lo ascolta. Ardita va per conto suo, è un ribelle, proprio un talebano».
Alla vigilia del voto per la Procura di Roma, il 4 marzo 2020, la donna scrive a Marra: «Il presidente ha litigato di brutto con Ardita. Ieri. Urla dalla stanza. […]. Ha detto che non ci vuole più parlare. È nero. Molto serio. Non lo ho mai visto così. C’è completa rottura. Lui dice che Ardita ha qualche scheletro nell’armadio». Come se già a marzo sapesse delle dichiarazioni di Amara.
Alla fine il presidente della prima sezione penale di Brescia, Roberto Spanò, ha rinviato a martedì prossimo, 20 giugno, le arringhe dei difensori di Davigo e le eventuali repliche. Dopo ci sarà la camera di consiglio prima della decisione. L’ex presidente dell’Anm ha annunciato che non sarà in aula, dopo aver presenziato a tutte le udienze del processo, per impegni già programmati. Un «legittimo impedimento» che potrebbe risparmiargli l’onta di assistere in diretta alla sua prima condanna.
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