
Capita spesso in questi giorni di sentirsi chiedere: «Ma come, sei favorevole al controllo politico della magistratura?». Se davvero molti credono che la partita si giochi fra chi ha a cuore i valori della Costituzione, da una parte, e chi cura i biechi interessi della politica dall’altra, è perché da sempre la campagna elettorale può essere fatta parlando alla testa, oppure alla pancia della gente. In questa campagna elettorale, l’elettore medio ha la testa piena di slogan e un gran mal di pancia.
Giovanni Genovese, giudice del Tribunale di Vicenza
Chi è per il Sì spesso presenta la riforma come la panacea di tutti i mali della giustizia, associandola a vicende giudiziarie che c’entrano come i cavoli a merenda e attaccando a giorni alterni la magistratura. Spuntano così come i funghi toghe rosse, famiglie nel bosco, delinquenti scarcerati, Ong e migranti risarciti.
Chi è per il No ne distorce i contenuti in modo a volte persino grottesco, evoca ogni tre parole la deriva autoritaria e il controllo politico sulla giustizia, si fionda spasmodicamente sulle dichiarazioni improvvide dei politici che si esprimono in favore della riforma (spesso, i peggiori sponsor della riforma stessa) oppure su quelle del magistrato, dell’avvocato o del professore che finalmente «rivela l’imbroglio», «svela le reali intenzioni», «apre gli occhi agli ingenui».
L’elettore meno attrezzato viene così spinto a votare «di pancia», cioè per paura, per spirito di rivalsa o per semplice appartenenza politica, mentre quello più consapevole non sa a chi dare retta.
Dietro la nebbia fitta della propaganda c’è però una riforma che, letta senza le lenti deformanti dell’ideologia, non si pone affatto contro la magistratura, non scardina l’equilibrio dei poteri, e offrirebbe, anzi, maggiori garanzie agli stessi magistrati e a tutti i cittadini.
Per comprenderne la portata, va spiegato il contesto attuale. Il Consiglio superiore della magistratura (Csm), composto per 2/3 da magistrati e per 1/3 da giuristi di nomina parlamentare, non è - anzi non dovrebbe essere - un «parlamentino», un organo rappresentativo della magistratura, bensì un organo di auto-valutazione, che amministra la carriera dei magistrati gestendone i quattro aspetti fondamentali, cioè «le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari» (articolo 105 della Costituzione), allo scopo di garantire l’autonomia di ciascuno di loro e, quindi, con funzione di garanzia. Lo spiegava chiaramente, già nell’Assemblea costituente, il relatore Meuccio Ruini: «Ciò che importa è fissare nell’articolo della Costituzione, come quattro chiodi, i punti essenziali, su cui è competente il Consiglio».
I Padri costituenti erano perfettamente consapevoli dei rischi che un sistema puramente elettivo avrebbe comportato per l’indipendenza dei singoli magistrati. A differenza di quanto viene oggi sbandierato, essi non hanno mai inteso fondare l’indipendenza della magistratura sull’elettività; al contrario, si può ben dire che i componenti del Csm si trovino a essere «eletti per caso».
Nella seduta dell’Assemblea costituente del 25 novembre 1947, l’onorevole Orazio Condorelli pronunziò un discorso che, riascoltato oggi, mette i brividi: «Credo che non ci siamo preoccupati altrettanto di assicurare l’indipendenza istituzionale o interna dell’ordine giudiziario e dei magistrati. E difatti, io ritengo che l’elettoralismo, così largamente introdotto fra i magistrati, sia veramente un pericolo per l’indipendenza dei magistrati medesimi, perché non è difficile prevedere che questa necessità di riunirsi in corpo elettorale assai di sovente per eleggere i rappresentanti presso il Consiglio superiore, verrà a stabilire delle interdipendenze fra i magistrati, fra coloro che chiedono i voti e coloro che li danno, il che tante volte si traduce in do ut des […]. Queste stesse esigenze, evidentemente, non ci sono quando la scelta è per funzioni che sono esclusivamente tecniche e amministrative, sulle quali i criteri e gli orientamenti politici non c’entrano o, per lo meno, non ci dovrebbero entrare; e quando poi il corpo elettorale è talmente scelto, che si deve supporre che ognuno dei componenti del corpo elettorale sia idoneo».
Egli propose un sistema di designazione automatica che non venne accolto soltanto perché furono ritenuti prevalenti altri inconvenienti, con il testo base che, in quel momento, utilizzava il termine «designati»; tuttavia, il relatore Ruini non mancò di precisare quanto segue: «L’emendamento Condorelli pone una esigenza che l’Assemblea certamente apprezza: di togliere a queste nomine interne della Magistratura il carattere elettorale».
Altro che precisa scelta dei Padri costituenti di creare un organo elettivo! La verità, per quanto sorprendente, è che l’espressione «eletti» non fu affatto frutto di una scelta consapevole, bensì di una contingenza casuale frutto di un fraintendimento sul significato del termine adoperato, della quale i resoconti dei lavori offrono una precisa ricostruzione. Quando l’onorevole Oscar Luigi Scalfaro propose di sostituire «designati» con «eletti», il presidente dell’Assemblea Umberto Terracini chiese il parere di Meuccio Ruini, che, costretto a prendere posizione seduta stante su una questione che avrebbe richiesto ben altro approfondimento, rispose: «Su due piedi io proporrei “nominati” perché “nominati” è più vasto di “designati” e comprende l’elezione senza accentuare il colorito elettoralistico. Ma, se volete, va bene anche “eletti”, che è se ben ricordo, la parola adoperata nella legge attuale sul Consiglio della magistratura». La chiosa finale del presidente Terracini fu: «Adoperiamo intanto questo termine, salvo nella redazione finale vedere quello che è più opportuno… non vi è dubbio che con la semplice indicazione testé votata non è tutto esaurito il problema di queste elezioni, ed è bene quindi rimettere all’ordinamento giudiziario la determinazione dei restanti particolari».
Il Csm elettivo nacque così, letteralmente «su due piedi».
Oggi, il Csm è qualcosa di completamente diverso da ciò che i costituenti avrebbero voluto. Il presidente Sergio Mattarella, il 18 giugno 2020, ha dichiarato: «Sembra presentare l’immagine di una magistratura china su sé stessa, preoccupata di costruire consensi a uso interno, finalizzati all’attribuzione di incarichi […]. È indispensabile porre attenzione critica sul ruolo e sull’utilità stessa delle correnti interne alla vita associativa dei magistrati […]. Il compito primario assegnato dalla Costituzione al Csm impone, in modo categorico, che si prescinda dai legami personali, politici o delle rispettive aggregazioni», rimuovendo «un intreccio di contrapposte manovre, di scambi, talvolta con palese indifferenza al merito delle questioni e alle capacità individuali». Questa stortura non dipende dalle qualità personali, ma è il frutto quasi inevitabile di un sistema che da un lato è fondato sulle elezioni, spinge alla divisione in fazioni e induce il singolo magistrato a prendere partito; dall’altro richiede di operare con obiettività «secondo le norme dell’ordinamento giudiziario» (articolo 105 della Costituzione), che finiscono, invece, sistematicamente calpestate dalle logiche di appartenenza.
La riforma propone di creare due distinti Csm per giudici e pubblici ministeri, mantenendo in ciascuno di essi la proporzione fra laici e togati di 1/3 e 2/3, ma stabilendo che i loro componenti vengano estratti a sorte. Il potere disciplinare viene scorporato dai Csm e attribuito a un’Alta Corte comune per le due categorie, composta con criteri simili: 3/5 sorteggiati fra i magistrati, 1/5 da un elenco predisposto dal Parlamento e 1/5 nominati direttamente dal presidente della Repubblica.
Proprio il sorteggio - molto più della separazione delle carriere - è la vera, dirompente novità della riforma. Elimina in radice i problemi legati al sistema elettivo e attribuisce il potere decisionale non più ai «migliori politicanti», ma a una rappresentativa statisticamente media dei magistrati, che sarebbe assurdo ritenere non all’altezza: se così fosse, quello della composizione del Csm sarebbe il minore dei problemi!
Si tratta di un’innovazione potente ma, come si è visto, pienamente rispettosa dello spirito che animava l’Assemblea costituente. I detrattori sostengono che la magistratura, privata del potere di scelta, ne uscirebbe mortificata, ma è l’esatto contrario: la professionalità dei magistrati sarebbe esaltata, rendendo ciascuno potenzialmente partecipe del meccanismo di autogoverno, senza le storture di un sistema sostanzialmente partitico, e favorendo l’abbandono del criterio delle logiche di appartenenza in favore del merito e della responsabilità, che sarebbero selezionati da organi realmente indipendenti.
Serve essere di destra per approvare la riforma? No, si può essere di sinistra e votare Sì andando a dormire con la coscienza pulita. La fiducia va riposta nel sistema, non nei politici attualmente al governo.
Si tratta del «primo passo per…» un qualche scenario catastrofista? No. Se si vanno a esaminare le proposte che porterebbero a un effettivo stravolgimento del sistema, alcune delle quali effettivamente paventate nel dibattito pubblico, ci si accorge subito che si dividono in due gruppi: quelle che non si potrebbero realizzare neppure dopo la riforma, se non cambiando di nuovo la Costituzione (ad esempio, abolizione dell’obbligo di esercizio dell’azione penale, sottrazione alla magistratura della disponibilità della polizia giudiziaria), e quelle che invece si potrebbero realizzare anche a Costituzione invariata (ad esempio, modifica degli illeciti disciplinari e della responsabilità civile dei magistrati). Nessuna, invece, sarebbe favorita dalla riforma oggi in discussione.
Viene dunque da chiedersi: che vinca il Sì o il No, se davvero in futuro una qualche maggioranza dovesse portare in Parlamento delle proposte lesive dei principi fondamentali, chi oggi grida «al lupo, al lupo!» avrà l’autorevolezza per denunziarle come tali ai cittadini?






