Dai disturbi posturali all’insonnia digitale. Sempre più gente soffre del «mal di smartphone»
C’era una volta il cosiddetto callo dello scrittore, un piccolo rigonfiamento sulla parte interna della falangetta del dito medio della mano destra, derivante dalla pressione della penna, tenuta da pollice e indice, sul dito su cui si appoggiava scrivendo.
Oggi che quasi nessuno purtroppo ha più una penna e un bloc notes dietro, perché se deve annotare qualcosa lo fa sullo smartphone, si potrebbe pensare che «il danno» della scrittura manuale sia stato superato e la trasformazione della scrittura da fisica a elettronica abbia condotto allo stato ideale problemi zero. In realtà, come sempre quando un sistema ne sostituisce un altro, è il contrario: succede che il nuovo sistema cancellerà i vecchi problemi, sì, ma portando con sé i nuovi.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone per fare tutto, ormai, non solo scrivere, sono innumerevoli. Altro che callo. Martin Cooper (Chicago, 26 dicembre 1928) è inventore e imprenditore statunitense figlio di immigrati ebrei ucraini, considerato il padre del telefono cellulare di cui lo smartphone è l’evoluzione. Cooper, pensate, è stato il primo ad effettuare una chiamata in pubblico da un telefono cellulare (era un prototipo), il 3 aprile 1973, in una strada di New York di fronte a passanti e, chiaramente, giornalisti. Il telefonino era il Dyna-Tac, pesava 1,5 kg e aveva una batteria che impiegava 10 ore a ricaricarsi, per poi durare solo 30 minuti. Magari fossero così gli smartphone, oggi, utilizzabili solo 30 minuti ogni mezza giornata. È l’opposto, a dispetto di tutte le prediche sulla sostenibilità, lo smartphone deve essere sempre acceso e ricaricato, quello sì, in 30 minuti. In quella prima telefonata da telefono cellulare si sanciva il momento di passaggio della storia della telefonia mobile, perché si chiamava una persona invece che un luogo. Le telefonate dall’auto erano già possibili. Cooper ha dichiarato, recentemente: «Resto basito quando vedo le persone che attraversano la strada con lo sguardo incollato sullo schermo». Col telefono cellulare normale, questo non avveniva: serviva solo a telefonare e poi a mandare e ricevere sms, nessuno lo teneva sempre in mano. La tragedia si compie quando il telefono cellulare diventa smartphone. Il primo smartphone della storia è considerato l’Ibm Simon, progettato da Ibm e distribuito da BellSouth nel 1993-1994. Si trattava di un dispositivo ibrido con schermo touch, funzionalità fax, e-mail e app, sebbene il termine «smartphone» sia stato usato per la prima volta da Ericsson nel 1997, a disposizione di pochi, professionisti, perché univa telefono e Pda (Personal digital assistant). Poi arrivarono dispositivi come il Nokia 9000 Communicator e i BlackBerry, ancora a disposizione dei soli professionisti, cioè coloro che per lavoro dovevano essere sempre - o quasi - connessi. Si definisce poi Rivoluzione Moderna quella principiata nel 2007 dal fu Steve Jobs di Apple che, con il primo iPhone, ha ridefinito la categoria introducendo l’interfaccia touchscreen con le dita e rendendo, negli anni successivi, lo smartphone un dispositivo di massa, in primis attraverso l’installazione delle app di social network.
Tutto questo per dire che non ci siamo accorti che il telefono cellulare era poi evoluto in qualcosa di completamente diverso rispetto a una semplice cabina telefonica portatile. Telefonare, forse, è la cosa che ormai si fa meno con lo smartphone. Si sta sempre a guardare lo schermo e interagire con esso, di giorno, di sera, di notte, appena svegli, insonni, in casa, al lavoro, in vacanza, all’ospedale, ovunque. Più che diffusione collettiva, ormai è dipendenza collettiva, per i più, ripetiamo, soprattutto dai social network che come le gorgoni della mitologia greca, Medusa la più nota, avevano il potere di pietrificare chi incrociasse il loro sguardo. Uguale fanno i social network.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone sono tanti, da quelli posturali come il cosiddetto tech neck alla sedentarietà, passando per i disturbi del sonno. Derivano da un uso squilibrato degli smartphone, squilibrio indotto dallo smartphone stesso in cui qualcuno non cade, va bene, ma tanti altri sì. Un uso occasionale, 10 minuti al giorno, per esempio, certamente non è in grado di creare problemi.
Tech neck significa collo da smartphone e si tratta dell’assunzione di una postura sbagliata da parte del collo, così come delle spalle e della parte alta della schiena. La postura sbagliata porta anche a un dolore cronico delle parti coinvolte. La postura inclinata e insalubre dipende dal fatto che si tiene il capo chino sui dispositivi elettronici come lo smartphone e simili, per esempio il tablet. Questa inclinazione, pensate, può simulare un peso di oltre 27 kg sul rachide cervicale. Per guardare lo schermo dello smartphone e operarci sopra, pieghiamo la testa verso lo smartphone, curviamo le spalle in avanti, chiudiamo il torace, ingobbendoci e stanziando e addirittura camminando in questa postura totalmente negativa per il nostro benessere. La testa, che di solito pesa sui 5-6 kg, aumenta il suo peso sul corpo man mano che aumenta l’angolo di inclinazione sulle strutture ossee e quelle non ossee (muscoli, tendini, legamenti ecc.) che la tengono. Il capo chino sullo smartphone, poi, provoca tensione e rigidità muscolare che, giorno dopo giorno, possono aggravarsi fino alla contrattura muscolare, cefalee tensive, dolore alle spalle, formicolio alle braccia e alle mani (parestesia), discopatie al rachide (la colonna vertebrale). Perché il corpo sopporti solo il peso della testa occorre tenerla dritta. Una nota a parte meritano gli adolescenti, che stanno finendo di sviluppare l’apparato muscolo scheletrico e rischiano facilmente di sviluppare cattive abitudini posturali che potrebbero evolvere in discopatie al rachide.
A volte, poi, si soffre già di problematiche ortopediche come lordosi, cifosi e scoliosi. Rispettivamente, sono la curvatura naturale della colonna vertebrale a convessità anteriore (inarcata verso l’interno) situata nella zona cervicale e lombare, la curvatura naturale a convessità posteriore (curva verso l’esterno) situata nella zona toracica (dorsale) e sacrale, curve che possono diventare troppo dritte o iperbolizzarsi, e infine la scoliosi è una curvatura laterale anomala della colonna vertebrale. Se si soffre già di uno di questi problemi, aggiungere la cattiva postura del collo a causa dello smartphone può criticizzare quei problemi ed estenderli.
Altro problema dell’uso eccessivo dello smartphone è la sedentarietà. Certamente c’è chi guarda lo smartphone anche facendo jogging o sollevando pesi, ma la verità è che per la maggior parte delle persone lo smartphone è il modo preferito per passare il tempo - attenzione, perché questo è molto grave - sottraendolo a qualsiasi altra attività. Bisognerebbe chiedersi quanto, inconsciamente, si cerchi proprio questo prendendo in mano lo smartphone e facendosi pietrificare per ore: annullarsi. La cosa, come abbiamo detto, è indotta dalla dipendenza che a un certo punto, usandolo oltremodo oggi e usandolo oltremodo domani, si sviluppa. Sono a rischio tutti, anziani, adulti e giovani. L’indagine del 2022 Attività fisica e tempo dedicato ai dispositivi elettronici effettuata da Hbsc (Health Behaviour in School-aged Children) ha indagato i livelli di attività fisica moderata-intensa quotidiana e la frequenza settimanale di attività fisica intensa tra gli adolescenti di 11, 13, 15 e 17 anni. I risultati sono stati preoccupanti: mediamente, solo un adolescente su 10 è risultato svolgere almeno 60 minuti al giorno di attività motoria moderata-intensa e questa abitudine diminuiva all’aumentare dell’età per entrambi i generi.
Altro settore che ha riportato molti danni dall’incontro con lo smartphone è il sonno. Si potrebbe dire che certe persone con lo smartphone attaccato alla faccia sembrano dormire in piedi, nel senso di essere completamenti assenti dal qui ed ora della realtà extra smartphone. Ma se prendiamo la frase letteralmente, e non nel suo significato iperbolico, ebbene a costoro farebbe bene, invece, un po’ di sonno, altro che… Perché chi dipende dallo smartphone dorme poco e male. Molti infatti hanno preso il brutto vizio, ragazzi in primis, di usare lo smartphone - la dipendenza - anche prima di dormire. Si tratta di un fenomeno noto come vamping che - anch’esso, come usare troppo lo smartphone di giorno per guardare i social network, video ecc. - diminuisce le ore a disposizione per dormire. Ma l’uso dello smartphone prima di dormire altera il sonno, rendendolo difficoltoso fino alla vera e propria insonnia. La luce blu, infatti, emessa dagli schermi degli smartphone, inibisce la produzione di melatonina e squilibra il ritmo circadiano del nostro organismo che è determinato dalla nostra reazione alla naturale luminosità. Il ritmo circadiano è l’orologio biologico interno di circa 24 ore che regola le funzioni fisiologiche, inclusi il ciclo sonno-veglia, la temperatura corporea, il metabolismo e la produzione ormonale. Guidato dal nucleo soprachiasmatico nell’ipotalamo, si sincronizza con l’ambiente principalmente attraverso la luce solare.
Il ritmo circadiano è un meccanismo endogeno che gestisce la produzione di melatonina di notte, comunicando all’organismo che è ora di dormire, e di cortisolo la mattina, dicendo al corpo che è l’ora della veglia. Il principale regolatore di questo ritmo, l’elemento che tara l’orologio interno, è appunto la luce naturale: la luce blu emessa dagli schermi simula proprio la luce diurna, ingannando il cervello e dicendogli che anche se fuori è buio nello schermo davanti ai suoi occhi è sempre giorno. Inoltre, gli effetti si vedono anche successivamente all’addormentamento: l’esposizione alla luce blu può diminuire la durata del sonno profondo (fase Rem), fondamentale per le funzioni cognitive. Quindi anche se poi alla fine si dorme, be’, si dorme male e ci si sveglia ogni giorno più rintronati. Una persona su 5, infatti, lamenta insonnia da smartphone. L’insonnia digitale può causare nervosismo, ansia, depressione, mal di testa, capogiri e, a lungo termine, disturbi cardiaci. Anche la stimolazione cognitiva, insieme con le radiazioni elettromagnetiche degli smartphone, sono stimoli che non conducono il corpo al rilassamento necessario a dormire come angioletti.
Con Margherita Mastromauro (presidente pastai Uif) raccontiamo il Carbonara day, la giornata di grande successo dedicata a un piatto simbolo della cucina italiana.
Il Carbonara Day, che si celebra il 6 aprile, giorno che quest’anno ha coinciso con la Pasquetta e non ha visto i quotidiani in edicola, ha compiuto 10 anni. Celebrato per la prima volta il 6 aprile del 2016 (vi sveliamo nel boxino di Food Talk come è nato), in un decennio ha seguito e forse guidato questo sentimento di «carbonara pride» e questa «carbonarizzazione» della pasta italiana che ha visto la carbonara diventare oggetto d’amore mangereccio e culto fuori dai confini della capitale, Roma, dove già era tale.
Viviamo infatti in anni che vedono crescere sempre di più la celebrazione quotidiana della carbonara presso le cucine casalinghe e presso quelle dei ristoranti: ogni giorno, in Italia, sono infiniti i locali e i turisti che mangiano la pasta alla carbonara. La carbonara è diventata un canone con cui ogni chef si misura, sia nei termini della tradizione, sia in quelli dell’innovazione, non solo a Roma. Un po’ come Napoleone Bonaparte negli immortali versi del grande poeta Alessandro Manzoni, «dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno» cioè in tutta Italia ed Europa fino al Nord Africa e Medio Oriente, la carbonara ha conquistato molto del territorio che ne circonda il luogo di nascita, Roma. Sono tanti, infatti, anche gli italiani e non italiani che la mangiano fuori Stivale, nei ristoranti italiani all’estero o nei ristoranti che pur non essendo italiani «mettono le mani» sulla carbonara. D’altronde, la carbonara piace e piace perché è unica ed è molto buona. Ecco perché da piatto romano, piatto tipico della cucina della capitale d’Italia, Roma, è diventata una grande passione di tanti che romani non sono.
Il Carbonara Day oltre che una festa è una festa social che si celebra con l’hashtag #CarbonaraDay e #Carbonara che poi è valido sempre. Oggi, solo su Instagram sono circa 2 milioni i contenuti con l’hashtag #Carbonara e in 10 anni il #CarbonaraDay ha raggiunto una platea potenziale di oltre 1,7 miliardi di persone, diventando un appuntamento imperdibile per food influencer, media, cuochi e appassionati. I primi appassionati sono sicuramente gli italiani: è la carbonara la ricetta da 10 e lode per 1 italiano su 2 (48,6% - molto più del 39,1% che indica la pasta al ragù e poi del 25,9% amatriciana, del 22,5% la cacio e pepe, del 18,7% la pasta al pesto). La carbonara è nel cuore di tutti, dai più giovani ai più adulti, uomini e donne, lungo tutta la penisola: una ricetta che piace alla quasi totalità degli italiani (molto per il 62,5% o abbastanza al 30,1%). Lo ha rivelato l’indagine commissionata dai pastai di Unione Italiana Food ad AstraRicerche in occasione del decimo anniversario del Carbonara Day. La ricerca è stata realizzata nel marzo 2026 mediante interviste online che hanno coinvolto 1.004 italiani tra i 18 e i 65 anni. La carbonara è la pasta regina del nostro Belpaese: nella classifica delle tre ricette di pasta più amate, con il 46% delle preferenze supera anche ricette iconiche come Spaghetti e vongole (42,6%) e Pasta al ragù (42,5%). Nettamente distaccate, seguono nella classifica delle ricette preferite l’Amatriciana (29,4%), Pomodoro e basilico (29,3%) e la Pasta al pesto (27,5%). Poi Orecchiette con cime di rapa (23,5%), Cacio e pepe (21%), Penne all’arrabbiata (20), Pasta alla norma (18,3%). Una curiosità: a dispetto della sua origine territoriale, i carbonara lovers più spiccati sono i residenti nel nord ovest (51%) e nel nord est (54%). Tantissimi sono i motivi per cui non si dice mai di no a un piatto di carbonara, ma uno prevale nettissimamente su tutti: la carbonara piace perché è golosa, è buona (63,9%). Ci sono poi molte altre ragioni per cui si apprezza la carbonara (anche se minoritarie rispetto alla bontà della ricetta): prima di tutto perché è un piatto della tradizione 27,2%, dai sapori bilanciati 21,1%, veloce da preparare 18,9%. Poi il fatto di essere un’icona in tutto il mondo (16,1%), con tante varianti, anche se la ricetta è una sola (12,4%), ed un piatto della convivialità (12,9%). Un piatto di carbonara può assumere significati diversi, accompagnare al meglio varie situazioni della quotidianità: ciascuno la ritrova in momenti, in esperienze diverse. In primo luogo, per circa un italiano su tre, rappresenta da un lato il piatto ideale per una tavolata con gli amici (36,3%), ma dall’altro anche il piatto che fa pensare alla famiglia e/o alla tradizione (30,4%). Poi, in un caso su quattro è lo strappo alla regola che ci si concede nel fine settimana (24,7%). Ma è anche una coccola che ci si fa (19,0%), una «ricompensa» dopo una giornata di lavoro (18,8%), un comfort food per tirarsi su di morale (18,4%). E, in ultimo, è il piatto preferito da ordinare quando si mangia fuori (13,9%) o anche una ricetta per rompere il ghiaccio quando si frequenta qualcuno (9,3%). Secondo gli italiani, la carbonara affonda le sue radici nella cucina romana, piatto simbolo della tradizione culinaria della città. Quasi all’unanimità, il 94,3% del campione associa molto o abbastanza la carbonara alla capitale d’Italia e in oltre due casi su tre l’associazione è molto forte (68,4%). La forte associazione a Roma è spiccata presso i residenti al centro (72%), ma è una convinzione diffusa su tutto il territorio nazionale, dal sud (69%) al nord est (67%) fino al nord ovest (66%). E anche la carbonara migliore è quella mangiata a Roma, lo pensano 2 italiani su 3 (66%). L’alternativa? Più che altre città, è quella di casa propria o di qualche parente (6,4%). Piatto iconico, quasi sempre gli italiani lo condividerebbero volentieri con un personaggio famoso espressione della romanità (solo il 7% del campione non lo farebbe). Il commensale preferito è Carlo Verdone, ma gli italiani si siederebbero volentieri a tavola davanti a una carbonara con Sabrina Ferilli o con Francesco Totti.
Gli italiani spiegano il grandissimo successo della carbonara in Italia e nel mondo prima di tutto con la sua ricetta basata su pochi ingredienti facilmente reperibili (pasta, uova, guanciale, pecorino, pepe) con un gusto speciale (45,1%). Ma il suo successo è da ricercare anche in altri elementi: nel tempo di preparazione, che è quello di cottura della pasta, offrendo un risultato saporito, il che la rende perfetta per la vita moderna e come comfort food (28,3%), nella sua natura «povera» che la rende accessibile e facile da replicare, tipica della cucina popolare (27,1%). E poi, la fama e la notorietà della ricetta sono naturalmente favorite dall’aver superato i confini italiani, diventando uno dei piatti più riconosciuti e ordinati nei ristoranti di tutto il mondo (33,6%). Le varianti della ricetta possono essere tante, ma ci sono alcuni errori nella preparazione che gli italiani proprio non accettano. Il più grave è considerato l’aggiunta della panna alla ricetta (34,9%), segue mettere l’uovo troppo presto (33,7%), con il rischio che diventi troppo cotto e perda la consistenza invece cremosamente strapazzata che deve avere, e l’utilizzo dell’aglio o cipolla (31%). Guai a sostituire gli ingredienti «sacri» della ricetta: per il 23,5% fra gli errori più gravi c’è usare la pancetta al posto del guanciale, per il 22,3% il peperoncino o altre spezie al posto del pepe, per il 17,5% un altro formaggio al posto del pecorino. Infine, il 16,6% indica come errore grave il non farla «al dente», cuocerla più a lungo del dovuto.
Abbiamo chiesto al biologo nutrizionista dottor Andrea Luzi di Bologna (http://www.andrealuzinutrizionista.com) qual è l’impatto della carbonara dal punto di vista dietetico. Dal punto di vista nutrizionale, che piatto è la carbonara? Magro, grasso, equilibrato, squilibrato…? «La carbonara, essendo un primo piatto, vede protagonisti i carboidrati contenuti nell’amido della pasta mentre il tuorlo, il pecorino ed il guanciale apportano proteine e grassi, perlopiù saturi. Sicuramente è un piatto sbilanciato dal punto di vista nutrizionale per l’eccesso di calorie, grassi e sale. Non sono favorevole a stravolgere ricette della tradizione per ricercare un compromesso “light”, ma si possono adottare alcuni accorgimenti nella preparazione della carbonara. Cuocere, ad esempio, la pasta al dente per mantenere l’amido più compatto e quindi rallentare l’assorbimento degli zuccheri durante la digestione. Usare uova biologiche garantisce un apporto di nutrienti e grassi qualitativamente migliori rispetto alle uova di allevamento intensivo. Pulire il guanciale dallo strato esterno, molto salato ed evitare di utilizzare il grasso rilasciato durante la cottura del guanciale stesso».
La pasta alla carbonara si può considerare un pasto completo, eventualmente aggiungendo che tipo di contorno? «La carbonara ha tutte le caratteristiche di un piatto completo per la compresenza di carboidrati, proteine e grassi ma si può consigliare di accompagnarla con una porzione abbondante di verdura: fonte di vitamine, minerali e fibre. Le fibre rallentano l’assorbimento intestinale di carboidrati e grassi, facilitando un rilascio graduale dell’energia. Un contorno di verdura contribuisce inoltre ad aumentare, la sazietà, abbassando le calorie del pasto, soprattutto se ci aiuta a rinunciare ad un secondo piatto di pasta. Restando in tema con la tradizione romana si può abbinare un contorno a base di cicoria o carciofi mentre eviterei di consumare contestualmente alla carbonara pane o patate poiché i carboidrati sono già abbondantemente presenti nella pasta».
Quante volte alla settimana si può mangiare una carbonara come primo piatto? «Le raccomandazioni circa la frequenza di consumo di alcuni piatti devono tenere conto delle abitudini alimentari, dello stile di vita, peso ed eventuali patologie, ricordando comunque che non è mai un solo pasto a pregiudicare una dieta, ma è la somma di più errori ripetuti nel tempo. In linea di principio, possiamo ritenere la carbonara difficilmente inquadrabile nel contesto di una dieta equilibrata, ma deve essere considerata un piatto che può trovare il suo posto a tavola in occasioni saltuarie. Ogni dieta sana ed equilibrata deve prevedere, secondo il gusto personale, dei pasti fuori dalle regole ma che rinfrancano palato e spirito».





