Pochi giorni fa Cecilia Rodríguez ha confidato sul suo profilo Instagram che ha lasciato la sua bimba poche volte, per andare a lavorare o a farsi le unghie. Sono molte le influencer che anziché citare il farsi le unghie, trasformano la seduta al nails salon in un vero e proprio contenuto audio e video da mostrare ai follower. E dunque plauso a Cecilia anche per aver detto «farmi le unghie». Ormai l’incipit del making of della nuova manicure è l’orripilante «Sono andata a farmi le unghiette». Diciamolo: unghiette non si può sentire, le unghiette sono quelle dei bambini, le donne adulte e gli uomini adulti (vedremo meglio dopo cosa c’entra il maschio con le unghie e lo smalto) hanno le unghie e considerarle un accessorio giocoso e infantile quale è diventato grazie alla diffusione dei nails salon non è maturo. Non è maturo nemmeno considerare lo smalto per le unghie un solo strumento di abbellimento. Lo smalto, infatti, può avere anche proprietà curative ed essere dato per proteggere (c’è lo smalto antionicofagico) o fortificare le unghie, oltre che per abbellirle.
Questa possibilità emerge fortemente se pensiamo ai primi smalti per le unghie della storia umana che risalgono a, circa, il 3000 a.C., quando gli Egizi vicino a noi e i Cinesi un po’ più lontano iniziano a colorare le proprie unghie con - ovviamente - soli prodotti naturali che avevano anche l’effetto di rafforzare. I Cinesi laccavano le unghie con una mescola di albume d’uovo, gelatina, cera d’api, gomma arabica oppure petali di fiori, dalla rosa all’orchidea, e allume. Gli Egizi si tingevano le unghie con l’henné, erba tintoria che ancora oggi si usa per tingere pelle e unghie, oltre che capelli. Nel XIX secolo attestiamo invece tinte per le unghie realizzate con oli sui toni del rosso, poco dopo fatte con polveri e creme colorate sempre intorno al rosso, mentre poco dopo ancora, inventata l’automobile e preso piede la carrozzeria, cioè la verniciatura degli esterni dell’auto, si aggiungono altre colorazioni (sempre intorno ai toni del rosso) e lo smalto per le unghie si stabilizza come vernice ispirata a quella per le auto, tanto che in francese, per esempio, smalto per le unghie si dice vernis à ongle e anche in italiano smalto è un termine che appartiene in primo luogo al settore delle vernici, edili e d’arredamento oltre che automobilistiche. Con la recente diffusione dell’ultracapitalismo che crea bisogni inesistenti per vendere i relativi prodotti che li devono soddisfare, la gamma dei colori tipici da unghie si è espansa oltre i rossi e poi i rosa, beige, bianchi poco prima pervenuti, per abbracciare anche i verdi, celesti, blu. Considerato che già gli anni del punk ci avevano regalato (per motivi nichilistici, non commerciali) lo smalto nero, a questo punto tutta la gamma cromatica è completa e, in più, sempre il successore del capitalismo e l’evoluzione tecnica consentita dagli smalti semipermanenti e in gel ci hanno donato tutta una serie di accessori che si possono incollare sulle unghie, dagli strass alle perle (finte) passando per i glitter. La nail art contemporanea ha trasformato le unghie in una tavolozza, al pari della tela di quadro e insieme in una t shirt nella quale affiggere il «mood» del momento. Che stagione è, come mi sento, che festa è, che griffe mi appassiona: ne abbiamo bisogno? No, ma ormai è così. Non è invece, lo smalto, soprattutto se rosso, ciò che secondo alcuni fa la donna. Ricorre questa convinzione presso alcuni, ma è una banalità. Si può essere femminilissime senza le unghie rosse e non solo gli uomini punk si smaltano le unghie oltre alle donne, ormai: lo fa mezzo mondo omosessuale e trans. A farci donne, essendo donne e non identificandosi come tali, quindi, è anche altro.
Ci sono vari tipi di smalto. Innanzitutto, lo smalto classico. È composto da nitrocellulosa, che è un polimero, sciolta in solventi (come acetato di n-butile, toluene) che tengono in sospensione i pigmenti di colore. Lo smalto ad acqua, anche detto a base acquosa, è invece uno smalto per unghie il cui solvente principale è acqua. Dopo l’applicazione sulle unghie, il solvente dello smalto classico evapora e sull’unghia rimane, ben ancorato, un sottile film di nitrocellulosa e colore. L’ancoraggio del film di smalto sull’unghia migliora con accorgimenti quali sgrassare l’unghia (e fare asciugare lo sgrassante all’aria) come solvente per unghie (acetone), aceto da cucina o appositi sgrassanti pre smalto. Tutti compiono lo stesso servizio, eliminano grassi, granelli di polvere e qualsiasi cosa possa mettersi tra smalto e unghia che determinerebbe una minore durata di adesione dello stesso, oltre a velocizzare l’asciugatura. C’è poi lo smalto semipermanente e c’è quello in gel, anche detto smalto per ricostruzione unghie, che sono smalti più densi e che, per polimerizzare, hanno bisogno della lampada UV. Esistono primer sgrassanti appositi.
Da quando sono comparsi sulla scena popolare gli smalti semipermanenti, tutto è cambiato. Parliamo in Italia degli anni tra Duemila e Duemiladieci. Inventati negli Stati Uniti, gli smalti in gel per ricostruzione (la ricostruzione allunga anche l’unghia) e gli smalti semipermanenti, che necessitano entrambi della lampada UV, erano già diffusi da un po’ su suolo americano e la puntata al nails salon per usare questi smalti e non quelli normali era già prassi normale della cura di sé femminile. Da noi la ricostruzione unghie coi suoi smalti in gel e gli smalti semipermanenti giungono presso le estetiste qualificate nei Duemila, col nome ricostruzione unghie, appunto, e costi importanti (c’è stato un momento in cui queste unghie allungate e smaltate come di plastica si vedevano solo sulle mani delle presentatrici tv, in particolare Mediaset). Fino ad allora, la donna media si dava da sé lo smalto normale in casa, comprato in profumeria. Poche andavano dall’estetista per le unghie, essendo più diffuso da noi l’andare, anche ogni settimana a fare shampoo e piega, dal parrucchiere. Poi, per il tramite dei saloni unghie cinesi a prezzo più basso che a un certo punto sono nati come funghi, le unghie ricostruite o con semipermanente sono diventate il tormentone di tutte le donne o quasi, trasversalmente, dalle adolescenti alle anziane, tutte pazze per l’appuntamento nails. Le più appassionate - o più in ristrettezze - hanno acquistato i propri fornetti e i propri kit smalti semipermanenti, le altre vanno al salone ogni 3 settimane. Diversamente dallo smalto normale, lo smalto semipermanente e quello in gel hanno uno spessore alto e anche una texture assai più resistente del normale smalto. Dal punto di vista della performatività, non c’è paragone: lo smalto semipermanente o gel dura fino a 3 settimane, quello normale se dura 10 giorni senza una nemmeno minima scalfitura è praticamente un miracolo. Premesso questo, che spiega il grande successo degli smalti semipermanenti o in gel e la trasformazione della manicure smaltata in una prassi abituale, sia fatta a smalto normale, sia fatta a smalto a lunga durata, l’appuntamento con lo smalto non è solo un momento di cura di sé che aiuta a sentirsi meglio e a farsi più belle per sé. Tutti i tipi di smalto possono avere anche conseguenze sulla nostra salute che spesso non si conoscono. E vanno valutati anche in base a questo. Una prima cosa da sapere è che staccare ogni tanto dal dare smalto è cosa buona e giusta. Un periodo di riposo - ossia senza applicare smalto - ogni tot applicazioni di smalto può aiutare l’unghia. La stesura dello smalto e la sua permanenza sul letto ungueale senza soluzione di continuità alla lunga può rendere l’unghia fragile, sia se parliamo di smalto normale che si rimuove con acetone, sia se parliamo di unghie ricostruite o smalto semipermanente, per cui, oltre ad appositi remover che devono agire su materie molto più dure e spesse del normale smalto, si usa la fresa. La lamina ungueale è la parte dura e visibile dell’unghia, comunemente chiamata «unghia», composta da strati sovrapposti di cheratina, una proteina resistente, ed è ciò che protegge il polpastrello, contribuendo alla sensibilità tattile e alla stabilità del dito. Quello dell’unghia è un tessuto morto, ma in continua rigenerazione, formato da cellule che si induriscono e vengono spinte verso l’esterno, formando il margine libero, cioè la parte dell’unghia che esce dal polpastrello, di colore bianco. Si tratta anche di un tessuto abbastanza permeabile nel senso di assorbente. La lamina è composta da cheratina, acqua, vitamine, minerali e aminoacidi e quindi uno stacco ogni tanto, con una bella seduta di nutrimento, con creme ricche, anziché «smaltamento», può aiutarla a restare più forte possibile e scongiurare indebolimenti, scheggiature e spezzature. Il letto ungueale in buona salute non è bianco e opaco, ma rosato e lucido. Anche un po’ di luce del sole, che non passa se abbiamo su lo smalto, fa bene alle unghie.
Le cuticole non andrebbero mai eliminate completamente, magari con fresa (con punta adatta), né tagliate via. Le cuticole infatti proteggono la lamina ungueale impermeabilizzandone la parte che coprono. L’unghia è un annesso cutaneo, come i capelli. Non è impermeabile. Rimuovere le cuticole tagliandole o eliminandole con la punta della fresa può portare alla perionissi, l’infezione della cute intorno all’unghia. Meglio spingerle indietro col classico bastoncino spingicuticole in legno di arancio, ciò fa restare le cuticole aderenti alla lamina ungueale, anche se ne elimina il bordo allungato sul letto ungueale, rendendo il tutto più gradevole alla vista. Anche le pellicine laterali non vanno strappate, basta tagliare o limare la parte visibile. Dopo ognuna di queste operazioni e anche dopo aver rimosso lo smalto (l’acetone disidrata, la fresa può tirar via parte anche minima dello spessore del letto ungueale normale) è consigliabile idratare unghie e pelle, magari con creme che contengono anche cheratina per rafforzare, in particolare, l’unghia.
Per proteggere le mani dai detergenti per le stoviglie e la casa, si consiglia di usare sempre i guanti. Ciò vale anche per far durare di più lo smalto, se abbiamo smaltato le unghie.
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
C’è chi pronuncia cùrcuma, chi curcùma, ma è più corretto curcùma. Curcuma rima con la nostra parola napoletana cuccuma, cioè la caffettiera in alluminio che, giunta l’acqua a bollore, si gira su sé stessa per ottenere il caffè per percolazione, ma mentre la cuccuma è qualcosa che più tradizionale non si può, la curcuma è stata un po’ adottata come spezia-bandiera dagli antitradizionalisti di casa nostra, i quali anziché preparare il risotto alla milanese con lo zafferano, come ricetta vuole, lo ingialliscono con... la curcuma, l’ingiallente alimentare indiano (sì è una spezia, ma ha anche potenzialità ed uso tintorio). Che a prescindere dall’uso simbolico di militanza un po’ anti italiana, la curcuma sia sempre stata percepita come simile allo zafferano lo testimonia anche uno dei nomi con cui è stata conosciuta nel tempo: zafferano delle Indie. Zafferano e curcuma, a dire il vero, hanno in comune solo il colore «giallo giallo giallo giallo in modo assurdo», direbbe lo Zoolander del film omonimo interpretato da Ben Stiller. I rizomi di curcuma vengono bolliti, seccati, polverizzati e con la polvere, tanto gialla quanto odorosa un po’ di pepe, un po’ piccante, un po’ di terra umida, proprio come il suo sapore, si procede a tingere oppure a insaporire. Si usa anche fresca, naturalmente. Oggi che siamo tutti o quasi molto acculturati sull’altro da noi alimentare, sia che lo amiamo sia che lo detestiamo, nessuno chiama più la curcuma zafferano delle Indie. Altro nome con cui la si può invece trovare nominata è turmerico, dall’italianizzazione del suo nome inglese, turmeric. Se volete sorprendere gli antitradizionalisti, chiamatela così: turmerico.
La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.





