Più che una semplice coda polemica del referendum sulla giustizia, dentro Forza Italia si sta consumando in questi giorni un riassetto più profondo. La sconfitta su una riforma dal forte valore identitario ha accelerato tensioni già presenti, ma da sola non basta a spiegare il clima che si respira tra i gruppi parlamentari e ai piani alti del partito.
Sullo sfondo ci sono i prossimi appuntamenti economici e politici, e soprattutto la necessità, avvertita da molti, di rilanciare il profilo azzurro per tornare a contare di più nella coalizione.
Il primo dossier è quello delle nomine di primavera. La tornata vale 211 incarichi e riguarda soprattutto i vertici in scadenza di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav, con sullo sfondo anche il nodo Consob. È una partita che pesa oltre i nomi, perché misura i rapporti di forza nella maggioranza. E per Forza Italia è tanto più importante perché nelle precedenti tornate il partito non è riuscito a farsi valere davvero fino in fondo con Fratelli d’Italia e Lega. Stavolta, invece, gli azzurri vogliono evitare di restare schiacciati tra gli alleati, anche in vista di passaggi politici cruciali, dalle elezioni comunali di Milano nel 2027 alle prossime regionali fino ai futuri equilibri di governo.
In questo quadro Antonio Tajani prova a tenere insieme stabilità e rilancio. Attorno alle prossime nomine si misurerà anche la capacità di Forza Italia di pesare nei dossier che contano: non mancano differenze di vedute sui nomi. Ma il punto più delicato, tra gli azzurri, non riguarda soltanto le caselle o i singoli profili. È piuttosto il diverso accento con cui Marina Berlusconi e Tajani guardano alla fase che si è aperta. Marina continua a non mettere in discussione il segretario e mantiene con lui un rapporto di interlocuzione, anche attraverso Gianni Letta. Eppure, tra gli azzurri cresce l’idea che Giorgio Mulè, valorizzato dalla campagna referendaria, sia oggi uno dei nomi più forti per la nuova guida di Forza Italia.
Dentro questo quadro in ambienti azzurri si colgono anche diverse sfumature tra gli stessi Marina e Pier Silvio Berlusconi. Marina appare più orientata a una linea di raccordo, pur convinta che il partito debba alzare il proprio profilo e accelerare sul rinnovamento. Pier Silvio viene invece descritto da molti come più netto nel giudizio sulla necessità di una discontinuità profonda, quasi di un azzeramento delle vecchie liturgie, come aveva ricordato lui stesso lo scorso dicembre.
Anche la vicenda dei gruppi parlamentari va letta in questa chiave. L’uscita di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo al Senato e l’arrivo di Stefania Craxi hanno segnato un primo passaggio politico: non tanto una sfiducia formale al segretario, quanto il segnale di un partito che chiede di aprire una fase nuova. La scelta di Craxi, per la quale Marina avrebbe «grande stima», ha anche un valore simbolico evidente. Alla Camera, invece, il dossier è più delicato, perché Paolo Barelli rappresenta un punto di equilibrio importante per Tajani ed è anche suo consuocero: colpire lui, osservano in molti, significherebbe colpire anche il segretario. Poi c’è il peso politico del referendum. La vittoria del No non è stata vissuta solo come una sconfitta. Il fatto che la magistratura esca comunque rafforzata da questo passaggio viene osservato con attenzione da una famiglia che ha sempre vissuto il rapporto con la giustizia anche come una questione personale e storica.
Nel frattempo, altri passaggi economici contribuiranno a misurare il clima generale. Tra questi c’è l’appuntamento del 15 aprile su Monte dei Paschi, osservato come un test dei rapporti di forza tra finanza, grandi soci e politica.
Il punto finale, forse, è che Forza Italia avverte il bisogno di una figura capace di interpretare davvero la nuova fase. Roberto Occhiuto, che per un periodo era sembrato poter rappresentare questa possibilità, non ha convinto fino in fondo. E così, sempre più spesso, nel partito riaffiora un nome che resta sullo sfondo ma che molti considerano il più forte come possibile punto di riferimento futuro: Luigi Berlusconi. È il segno che la transizione è appena cominciata.
La Lega esce dal referendum meglio di quanto dica il dato nazionale. Di sicuro in uno stato più solido e compatto rispetto a Forza Italia e Fratelli d’Italia, che continuano a perdere pezzi. Ma si segnalano alcune tensioni interne che Matteo Salvini non può ignorare. Il No ha prevalso nel Paese e dunque la scommessa del centrodestra sulla giustizia è andata persa. Ma nelle tre regioni dove il Carroccio conserva il suo radicamento più forte - Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia - ha prevalso il Sì. È questo il dato su cui il partito prova a costruire la propria ripartenza: la Lega non sfonda in Italia, ma tiene nel suo vecchio cuore settentrionale.
È un segnale che pesa molto dentro il partito, in via Bellerio, perché conferma una sensazione diffusa da tempo tra i vecchi militanti e i dirigenti: la Lega funziona ancora quando parla al Nord, mentre fatica di più quando insiste su una vocazione nazionale che negli anni del salvinismo ha allargato il perimetro, ma ha anche sfilacciato l’identità originaria. Salvini proverà comunque a trasformare questo risultato in un rilancio politico con la manifestazione del 18 aprile in piazza Duomo, a Milano.
Ma il referendum si intreccia anche con il dopo Bossi. Il funerale del Senatùr, più che chiudere una stagione, sembra aver riaperto la partita sull’eredità politica della Lega. Attorno alla famiglia Bossi e al vecchio mondo nordista si è rimesso in movimento un pezzo di partito che immagina un ritorno a casa dei transfughi, da Marco Reguzzoni a Paolo Grimoldi, fino a figure simboliche come Roberto Castelli. Non si può però attribuire direttamente a Manuela Marrone, la moglie del Capo, una linea ostile a Salvini: sarebbe una forzatura, anche perché nelle ore della morte di Bossi, Salvini è stato accolto a Gemonio. Il malumore esiste, ma appartiene soprattutto a quei rivali interni che vedono nel dopo Bossi l’occasione per riaprire i giochi e ridimensionare il segretario.
In questo quadro resta centrale anche la figura di Luca Zaia. Per una parte del mondo leghista, soprattutto quello più legato ai territori, l’ex governatore veneto continua a rappresentare un modello politico forte, concreto, spendibile, e non a caso c’è chi in queste ore continua a immaginarlo in un ruolo di governo nazionale (magari al posto di Daniela Santanchè). Ma Zaia, al tempo stesso, resta soprattutto il simbolo di una Lega territoriale, amministrativa, profondamente radicata nel Nord: esattamente il profilo che molti dentro il partito considerano oggi da recuperare.
È questo il clima con cui la Lega Nord arriva al consiglio federale di oggi, il primo dopo la morte di Bossi. E non è secondario che il primo punto all’ordine del giorno sia il tesseramento: in un partito come la Lega significa misurare i rapporti di forza reali, capire chi controlla i territori e chi prova a riportare dentro il recinto i pezzi dispersi del vecchio mondo leghista. Prima ancora della linea politica, c’è il controllo della macchina.
Il punto vero è che il referendum rafforza la tesi di chi vuole riportare il partito soprattutto al Nord, dove il consenso tiene, e non inseguire troppo il Sud, dove Salvini continua a fare fatica. Ma qui si apre anche la contraddizione più seria: se la Lega torna nei territori del Lombardo-veneto, ammette che il suo nucleo vitale è ancora quello originario; se invece insiste sulla Lega nazionale e d’assalto, rischia di perdere voti sul terreno più radicale, anche a vantaggio di figure come Roberto Vannacci che organizza le truppe in vista delle Politiche.
Così il partito esce dal referendum senza troppi danni, anzi con la possibilità di rivendicare una tenuta nel suo vecchio cuore settentrionale. Ma esce anche con una domanda aperta su Lega Salvini premier. Perché il Nord risponde ancora, mentre dentro la Lega cresce il malumore di chi pensa che per ripartire serva un nuovo equilibrio, e forse anche una nuova fase politica per affrontare le prossime sfide.
Nei giorni decisivi del referendum di oggi e domani sulla giustizia, nel centrosinistra il punto non è solo il risultato delle urne. Il punto è anche ciò che quel voto dirà sui rapporti di forza nel Pd, sulla tenuta della leadership di Elly Schlein e sulla futura battaglia per le candidature. Proprio in questo quadro prende forma uno dei dossier politici più delicati dei prossimi mesi: la volontà di Beppe Sala di candidarsi alle elezioni politiche del 2027.
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.





