Si è svolto questa mattina un incontro tra il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Stefano Donnarumma. Secondo fonti del ministero, il manager sarebbe pronto a rassegnare le dimissioni e avrebbe convocato a breve una riunione con il management del gruppo.
La guida operativa di Fs potrebbe essere affidata all’attuale amministratore delegato e direttore generale di Trenitalia, Gianpiero Strisciuglio. Prima di lasciare l’incarico, riferiscono fonti del Mit, Donnarumma dovrebbe chiudere nei prossimi giorni alcuni dei dossier più importanti.
Due giorni fa i vertici di Fs e delle principali società operative del gruppo avevano incontrato Salvini per discutere degli interventi infrastrutturali, degli obiettivi del Pnrr, della qualità del servizio e delle misure per ridurre i disagi registrati negli ultimi mesi. Sullo sfondo resterebbero divergenze sulla gestione del gruppo con il ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista di controllo di Fs. «Salvini - affermano da ministero - ha ringraziato l'a.d per il lavoro svolto e gli oltre 90 mila dipendenti Fs che ogni giorno svolgono una funzione essenziale. Entrambi concordano sulla conclusione del mandato in anticipo rispetto ai tempi previsti per far partire la fase due dell'azienda, chiusi positivamente gli obiettivi Pnrr, con a capo una figura scelta dall'interno».,
Dopo l’estate si aprirà davanti alla gup di Milano Tiziana Landoni il passaggio decisivo dell’inchiesta sulla morte di Ramy Elgaml, avvenuta il 24 novembre 2024. Il giudice dovrà valutare la richiesta della Procura di mandare a processo il carabiniere che guidava l’auto durante l’inseguimento, Fares Bouzidi e gli altri militari accusati, a vario titolo, di falso, favoreggiamento e depistaggio.
È in questa udienza preliminare che la nuova sentenza d’appello su Bouzidi potrà avere un peso rilevante. La pena per resistenza a pubblico ufficiale è stata ridotta da due anni e otto mesi a un anno e sei mesi, grazie alle attenuanti generiche equivalenti alla recidiva. Il nucleo della decisione, però, resta intatto. Bouzidi avrebbe dovuto fermarsi, la fuga mise in pericolo l’amico, i passanti e i militari, mentre dai filmati non emerge alcuno speronamento volontario dei carabinieri.
Non assolve formalmente Antonio Lenoci, ma rafforza in modo significativo la sua linea difensiva in vista dell’udienza preliminare. In sostanza la pena di Bouzidi si riduce, mentre cresce il possibile peso della pronuncia nel procedimento principale.
Già il giudice di primo grado aveva definito l’inseguimento un «adempimento di un dovere istituzionale», dunque un intervento legittimo e non arbitrario. La fuga per circa otto chilometri, tra strade percorse contromano, semafori rossi e velocità elevatissime, aveva messo concretamente in pericolo l’incolumità pubblica. Le frasi più ruvide dei militari erano state ricondotte alla concitazione del momento, mentre dopo lo schianto gli stessi carabinieri avevano prestato ai due giovani un soccorso definito immediato e disperato.
La Corte d’Appello aggiunge ora un passaggio destinato a pesare nel futuro. Dalla visione integrale delle dash cam e delle body cam «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario». Una collisione avvenne nelle prime fasi dell’inseguimento, ma non sarebbe stata provocata da una manovra deliberata dell’auto di servizio. La vettura era quasi ferma, non accelerò per colpire il Tmax e l’urto derivò dall’incrocio delle traiettorie, dalla ristrettezza della strada e dall’elevata velocità dello scooter, che rimase in piedi e proseguì la fuga.
Più severe sono le valutazioni su Bouzidi. Secondo la Corte, sarebbe bastato «fermarsi all’alt» per non mettere in pericolo la vita dell’amico, delle altre persone e la propria. Il giovane aveva ammesso di essere fuggito perché guidava senza patente e perché sul Tmax era stato installato un variatore per aumentarne le prestazioni ed evitare il sequestro.
I giudici confermano anche la recidiva. Nel casellario risultano due precedenti per ricettazione e i fatti avvennero pochi mesi dopo l’esito positivo di una messa alla prova. Quel beneficio, secondo la Corte, non avrebbe prodotto un reale cambiamento. La nuova resistenza mostrerebbe una «totale insensibilità» alla funzione rieducativa della pena. Bouzidi viene descritto come incline, «nonostante la sua giovane età», a violare le regole della convivenza civile e il rispetto dell’autorità pubblica.
La pena è stata ridotta valorizzando la collaborazione processuale, la fragilità emotiva e la scelta dichiarata di cambiare vita trasferendosi in un’altra città. Resta però la condanna per resistenza, così come il risarcimento ai sei carabinieri, ridotto da 2.000 a 1.000 euro ciascuno e limitato alla paura patita durante l’inseguimento, mentre la Corte ha escluso dal calcolo l’odio mediatico e le campagne diffamatorie sui social, non direttamente imputabili a Bouzidi. I legali di Lenoci, Roberto Borgogno e Arianna Dutto, considerano la sentenza un elemento favorevole alla difesa. La loro linea è che il consulente della Procura abbia attribuito la collisione alla condotta dello scooter, il primo grado abbia qualificato l’inseguimento come doveroso e l’Appello abbia escluso uno speronamento volontario, lasciando ora all’accusa il compito di spiegare su quali elementi fondi una ragionevole previsione di condanna. Lenoci è accusato di omicidio stradale e lesioni con eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Per la Procura l’intervento era legittimo, ma distanza e velocità sarebbero state inadeguate.
L’assenza di uno speronamento volontario non basta, da sola, a escludere ogni possibile responsabilità di Lenoci. La sentenza resta però favorevole alla difesa, anche perché Bouzidi ha rinunciato a sostenere in appello che l’inseguimento fosse illegittimo e provocato da un abuso dei carabinieri. E mentre il caso Ramy si avvicina all’udienza preliminare, Milano piange l’agente della Polizia locale Francesco Imprezzabile, morto nell’inseguimento scattato dopo che Genti Berisha, cittadino albanese già raggiunto da un’ordinanza cautelare in un’inchiesta per narcotraffico internazionale, aveva ignorato l’alt. Il conducente, che ieri ha incontrato il suo avvocato Francesco Cardinali, ha spiegato di essere fuggito perché aveva con sé alcuni grammi di hashish e, già sottoposto all’obbligo di firma, temeva nuovi guai. Ha ammesso di avere accelerato e superato diverse vetture, pur negando contatti con la moto di servizio. Secondo una prima relazione tecnica, l’agente avrebbe perso il controllo in curva; il tachimetro della moto, fermo sui 180 chilometri orari, farebbe ipotizzare per il Suv una velocità almeno pari, se non superiore.
Sono da poco passate le 21.30 quando un’Audi Q7 nera non si ferma all’alt della Polizia locale in via Vittorini, nella periferia sud-est di Milano, a Ponte Lambro. Alla guida c’è B.G., cittadino albanese nato nel 1999, con altri tre amici. Ha precedenti per droga e l’obbligo di firma.
Il giovane accelera in direzione di Peschiera Borromeo. Tre agenti motociclisti e una pattuglia della Polizia stradale si mettono alle sue spalle. Poco dopo, all’altezza di via Milano, i colleghi perdono di vista Francesco Imprezzabile. Poi trovano prima la moto a terra sul margine della carreggiata. L’agente è poco più avanti, già in arresto cardiaco. Trasportato al Niguarda, morirà poco dopo. Aveva 39 anni e ad agosto ne avrebbe compiuti quaranta.
Per un lavoro svolto anche di notte (e negli interventi più rischiosi), un agente della Polizia locale percepisce in media tra i 1.500 e i 1.600 euro netti al mese. Una retribuzione davvero modesta rispetto alle responsabilità e ai pericoli affrontati ogni giorno, per di più in una delle città più costose e pericolose d’Italia. Imprezzabile credeva profondamente nell’uniforme. «Non è solo un lavoro, è una responsabilità. Non è un mestiere qualunque: è vocazione, passione e senso del dovere», aveva scritto su Instagram appena un mese fa, ricordando «sacrifici, rinunce e fatica» che spesso nessuno vede. Parole che oggi pesano ancora di più, in una città dove troppo spesso la divisa viene sfidata, delegittimata o ignorata. È morto inseguendo chi, a quell’alt, ha scelto di non fermarsi.
«Mi ha intimato l’alt, ma avevo pochi grammi di hashish. Non volevo guai e sono scappato». È la spiegazione che B.G. ha fornito durante l’interrogatorio davanti alla pm Francesca Crupi.
«Ero io alla guida», ha dichiarato, assumendosi la responsabilità della fuga. Ha però sostenuto di non essersi accorto della caduta dell’agente: «Non l’ho visto cadere». Poi ha aggiunto di avere pensato di presentarsi spontaneamente agli inquirenti: «Stavo pensando di costituirmi, volevo prima confrontarmi con il mio avvocato».
Nel corso dell’interrogatorio il ventisettenne ha anche espresso il proprio rammarico: «Mi scuso con lo Stato italiano e con la sua famiglia. Se posso fare qualcosa per loro, sono disponibile». Sono parole pronunciate però dopo essere stato rintracciato a Monza, nell’abitazione di uno dei tre amici che viaggiavano con lui e che, al momento, non risultano indagati.
B.G. è stato arrestato per la fuga pericolosa ed è indagato per omicidio stradale colposo. Si trova nel carcere di San Vittore. Agli inquirenti spetterà ora accertare il nesso tra la sua condotta, la prosecuzione della fuga ad alta velocità e la caduta mortale dell’agente.
Il veicolo, regolarmente noleggiato, è stato individuato attraverso la targa e le immagini delle telecamere comunali e degli esercizi pubblici. L’Audi Q7 e la motocicletta sono state sequestrate. «Ieri sera ho perso uno dei miei uomini, un ragazzo che ad agosto avrebbe compiuto quarant’anni», ha detto il comandante Gianluca Mirabelli. «Amava il proprio lavoro, forse troppo». Poi l’abbraccio ai genitori e la promessa di ricostruire la dinamica «con certezza al mille per cento». Dai primi accertamenti la Procura esclude che il Suv abbia speronato la motocicletta. Restano da chiarire le cause della caduta e l’eventuale presenza di un contatto di altro tipo. Saranno le immagini, le tracce sui mezzi e gli esami tecnici a ricostruire gli ultimi secondi dell’inseguimento.
La morte di Imprezzabile ha riaperto il dossier sulle condizioni di lavoro della Polizia locale. I sindacati ricordano che gli agenti vengono impiegati in servizi sempre più simili a quelli delle forze di polizia statali, senza però disporre delle stesse tutele previdenziali, assistenziali e infortunistiche.
La Cisl Funzione pubblica ha chiesto al Parlamento di accelerare l’approvazione della nuova legge quadro, attesa da oltre quarant’anni, ricordando che gli infortuni nella categoria sono circa 2.000 ogni anno.
Il cordoglio è bipartisan. Il presidente Sergio Mattarella si è detto «profondamente rattristato», il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che «chi indossa una divisa mette ogni giorno la propria vita al servizio degli altri», mentre il sindaco Giuseppe Sala ha espresso vicinanza alla famiglia e al Corpo. Pierfrancesco Majorino (Pd) ha richiamato «il valore dell’impegno e del senso del dovere», Simonetta Matone (Lega) ha scritto che Imprezzabile «ha perso la vita facendo il suo dovere» e Mariastella Gelmini (Fi) ha chiesto che i responsabili siano assicurati alla giustizia.
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato ha accusato «la sciocca ideologia della sinistra» di aver consentito «a degli autentici delinquenti di arrivare in Italia», puntando il dito contro il conducente albanese.
Valter Mazzetti, segretario generale dell’Fsp Polizia di Stato, ha osservato che Milano è ormai «tristemente nota per gli inseguimenti finiti in tragedia» e ha sottolineato come, a differenza di altri casi, alla morte di Imprezzabile non seguiranno verosimilmente cortei, incendi e devastazioni. Il riferimento è al caso di Ramy Elgaml.





