L’inchiesta sulla morte del pusher marocchino Abderrahim Mansouri al boschetto di Rogoredo si allarga. Al centro non c’è più soltanto lo sparo, ma ciò che è stato riferito nelle ore immediatamente successive all’intervento. La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati quattro poliziotti, contestando la ricostruzione dei fatti fornita a caldo. Le accuse ipotizzate sono favoreggiamento personale e omissione di soccorso. Tre degli agenti erano intervenuti poco prima per un altro controllo nella stessa area, il quarto si trovava alle spalle del collega che ha esploso il colpo. Per tutti sono stati notificati inviti a comparire in vista degli interrogatori dei prossimi giorni.
Secondo l’ipotesi del pm Giovanni Tarzia, che coordina l’inchiesta con il procuratore Marcello Viola, i quattro avrebbero aiutato il collega C.C. (accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), a eludere le investigazioni della Squadra mobile. In particolare, avrebbero omesso di riferire la presenza sul luogo di persone diverse dagli operatori della polizia di Stato.
Alla polizia giudiziaria avrebbero inoltre fornito una ricostruzione non conforme al vero sulla successione dei movimenti, sulla posizione degli altri soggetti presenti e sui tempi dell’intervento. L’accusa ipotizza anche un ritardo nella richiesta dei soccorsi, mentre Mansouri era ancora agonizzante.
È su questo punto che la difesa degli agenti potrebbe farsi sentire: le dichiarazioni furono rese a ridosso dei fatti, da operatori ancora sotto choc per uno scontro armato avvenuto in pochi secondi. In un luogo come il boschetto di Rogoredo - caratterizzato da vegetazione fitta, dislivelli, zone d’ombra e visibilità intermittente - la percezione degli spazi, delle distanze e delle presenze può risultare alterata. La stessa Procura, del resto, non ha finora individuato testimoni terzi certi: l’eventuale presenza di altre persone è ipotizzata, ma non riscontrata. E non è un dettaglio secondario che l’attività di spaccio venga organizzata proprio lontano da telecamere, con punti di appoggio mobili e continuamente spostati.
L’agente che ha sparato, interrogato nell’immediatezza, aveva descritto una dinamica rapida e lineare: «La mia idea era rincorrerlo […] Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me». Poi il cambio improvviso: «Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». A quel punto la reazione: «Io, mentre stavo per fare lo scatto, ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo […] per paura». Il collega che era con lui in quei secondi, sentito come teste, aveva fornito una versione analoga. È dal confronto tra queste dichiarazioni, i rilievi balistici, le analisi delle telecamere di contesto e i primi esiti dell’autopsia che la Procura dice di aver ricavato le incongruenze.
Sul piano tecnico, i primi esiti dell’autopsia sono stati letti dalla difesa come un elemento a sostegno della versione dell’agente. Secondo quanto riferito dall’avvocato Porciani, l’esame medico-legale ha confermato che la distanza dello sparo era superiore ai 25 metri, quindi persino maggiore dei circa 20 metri indicati dal poliziotto nell’immediatezza dei fatti. Il proiettile è entrato nella regione temporo-parietale destra con un andamento verso la parte posteriore del cranio, senza fuoriuscire: una traiettoria che, secondo il legale, risulta compatibile con uno sparo esploso mentre l’agente si trovava di fronte a Mansouri. Resta poi incerto anche il capitolo della pistola a salve trovata vicino al corpo: potrebbero essere necessari gli esami del Dna, i cui risultati sono attesi nei prossimi giorni.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla apertamente di «accanimento» e definisce «vergognoso» l’allargamento dell’inchiesta ad altri quattro poliziotti dopo un intervento avvenuto in una delle aree più pericolose della città. Una posizione che intercetta un malessere diffuso tra gli operatori in divisa, alimentato da un clima di crescente conflittualità attorno all’operato delle forze dell’ordine. Solo due giorni fa Ilaria Cucchi è tornata a intervenire pubblicamente sul caso del cittadino maliano ucciso a Verona - episodio poi archiviato - rilanciando critiche che, negli ambienti della polizia, vengono lette come una delegittimazione preventiva dell’azione sul campo.
Non è un meccanismo nuovo. Per i carabinieri coinvolti nell’inseguimento in cui morì Ramy Elgaml, nel novembre 2024, è servito oltre un anno per ricondurre l’imputazione da omicidio stradale a eccesso colposo nell’adempimento del dovere, riconoscendo che stavano svolgendo un attività di servizio. E mentre gli attivisti di Askatasuna restano a piede libero nonostante scontri e tensioni di piazza, sono i poliziotti che intervengono in servizio a finire subito sotto indagine, con un peso personale ed economico che dura ben oltre quei pochi secondi di intervento.
Nel frattempo il contesto resta invariato. Proprio ieri, a poca distanza dal luogo della sparatoria, due pusher sono stati arrestati in via Orwell, vicino alla stazione di Rogoredo: fuga, inseguimento, droga e coltelli sequestrati.
Milano, ma anche Tirana. I Navigli e l’Albania. I cantieri sotto casa e quelli oltre l’Adriatico. Il giro dell’archistar Stefano Boeri, oggi, non è più soltanto una mappa urbana: è una rete di relazioni professionali, incarichi incrociati e concorsi pubblici che, dopo oltre 15 anni di centralità assoluta, è finita sotto la lente della Procura di Milano. Un mondo che ha accompagnato - e in parte guidato - la trasformazione della città e che ora viene raccontato nei fascicoli giudiziari come un sistema compatto, continuo, dove pubblico e privato si sono incrociati molto (troppo) spesso.
Il nuovo capitolo si è aperto ieri con il rinvio a giudizio sul concorso della Biblioteca europea di informazione e cultura (Beic). Il gup Fabrizio Filice ha mandato a processo Boeri e Cino Zucchi per turbativa d’asta e false dichiarazioni sul conflitto di interessi, fissando la prima udienza al 17 aprile. Insieme a loro finiscono davanti al tribunale anche quattro professionisti che, nelle carte, rappresentano l’ossatura del concorso: Pier Paolo Tamburelli (Baukuh), Angelo Lunati (Onsitestudio), Giancarlo Floridi e Andrea Caputo.
Tamburelli è interlocutore storico di Boeri; Lunati e Floridi erano titolari dello studio capogruppo vincitore (nel frattempo Floridi ha aperto un nuovo studio) e ricercatori nello stesso ambiente accademico (legato al Politecnico di Milano) dei commissari; Caputo è l’architetto arrivato terzo, ma comunque premiato, e che - secondo l’accusa - avrebbe avuto contatti con Boeri mentre la commissione era ancora riunita. È proprio questo perimetro che la Procura considera decisivo.
A vincere il concorso Beic, su 44 proposte, è stato il raggruppamento formato da Onsitestudio, Baukuh e Sce Project. Non un dettaglio. Sce Project non è soltanto uno dei vincitori della gara: è il filo che lega la biblioteca a un’altra vicenda giudiziaria, quella di Bosconavigli, e a una serie di progetti firmati da Boeri anche fuori dall’Italia, in particolare a Tirana, dove l’archistar lavora da anni su complessi residenziali e interventi urbani con gli stessi partner tecnici.
La Beic, nelle ricostruzioni della Guardia di finanza, non è descritta come un semplice concorso di idee. Il bando valeva quasi 9 milioni di euro, ma il vero interesse economico - secondo gli inquirenti - stava appunto nei passaggi successivi: progettazione definitiva ed esecutiva, direzione lavori, coordinamento della sicurezza. Una sequenza di affidamenti potenziali che trasformava la gara in un crocevia strategico. Ed è in quei giorni, tra fine giugno e inizio luglio 2022, che si concentra il racconto giudiziario: chat, messaggi, valutazioni sui progetti mentre la commissione era al lavoro, un incontro tra Boeri e Tamburelli la sera prima dell’aggiudicazione.
Gli arresti domiciliari per Boeri e Zucchi erano stati chiesti mesi fa, ma non sono mai scattati. Il gip Luigi Iannelli li aveva respinti, disponendo invece una misura interdittiva: un anno per Boeri, otto mesi per Zucchi, fuori dalle commissioni e dai contratti con la Pubblica amministrazione. Una decisione che, pur senza limitare la libertà personale, ha fissato una valutazione severa sulle modalità di gestione del concorso.
La difesa dei due architetti resta ferma. «Sono molto tranquillo e credo che nel dibattimento si chiarirà tutto», ha detto Zucchi sostenendo che «ci sono prove specifiche del rigore e della correttezza» con cui avrebbe operato. E ha aggiunto: «Non farò mai più una giuria in vita mia».
Anche Boeri ha affidato in una nota la sua replica: «Confermo la fiducia nella magistratura. Confido di poter dimostrare nel corso del dibattimento la mia totale estraneità ai fatti che mi sono contestati».
Il concorso Beic è solo una parte della storia. Perché mentre quella vicenda si avvia al dibattimento, un altro processo è già pronto a partire: Bosconavigli. Non una gara, ma un edificio di oltre 40 metri, 90 appartamenti, tra piazzale delle Milizie e viale Troya. Per anni raccontato come simbolo della nuova Milano residenziale, oggi è uno dei casi più rappresentativi delle inchieste sull’urbanistica.
Il processo inizierà il 16 marzo. Tra gli imputati c’è ancora Boeri, insieme ad altri progettisti, ai costruttori e a dirigenti comunali. La Procura sostiene che quell’intervento sia stato sviluppato senza il necessario piano attuativo e attraverso una procedura amministrativa ritenuta insufficiente, con un possibile danno economico per il Comune stimato in circa 5,5 milioni di euro. Le difese parlano invece di permessi regolarmente rilasciati e di pieno affidamento nelle determinazioni dell’amministrazione.
Anche qui riemerge Sce Project. Il direttore dei lavori di Bosconavigli è Stefano De Cerchio, fondatore proprio di Sce Project, lo stesso studio presente nel raggruppamento vincitore della Beic. Per l’accusa, non sono episodi isolati ma una continuità professionale che avrebbe dovuto essere dichiarata in sede di commissione pubblica.
Il modello Milano, per anni celebrato in tutto il mondo, è oggi al centro di un processo penale. In questo quadro rientra anche la presidenza della Triennale. Boeri, in scadenza, sarebbe rimasto, anche perché non ha neppure ascoltato le richieste di sospensione avanzate da un gruppo di architetti la scorsa estate. E mentre il dibattimento si avvicina, resta una scelta che non passa inosservata: il sindaco, Beppe Sala, non ha costituito il Comune parte civile. Una scelta che lascia aperto più di un interrogativo sul ruolo di Palazzo Marino in questa vicenda. Intanto - come ricordano le Famiglie sospese - è partito lo smantellamento delle residenze Lac, altro capitolo delle inchieste urbanistiche. «Ma il sindaco Sala ha preferito commentare Inter-Juventus. Un mese fa ci parlava di una soluzione ormai vicina...»
In Italia, se hai una lunga carriera da delinquente alle spalle, lo Stato può arrivare a risarcirti fino a 700 euro. È il paradosso che emerge dopo la sentenza del Tribunale civile di Roma sul trasferimento nel centro albanese di Gjader, e che ha come protagonista Laaleg Redouane, cittadino algerino (classe 1970) irregolare nel nostro Paese da 30 anni. Non è un irregolare qualunque, ma un uomo il cui nome ricorre da anni negli archivi giudiziari e amministrativi italiani, con una lunga sequenza di almeno 23 condanne, svariati arresti, 11 detenzioni in carcere ma soprattutto espulsioni mai eseguite.
Redouane risulta entrato illegalmente in Italia dalla frontiera di Ventimiglia intorno al 1995. Da allora, secondo gli atti di polizia, ha fornito 13 diverse generalità, senza mai risultare titolare di un permesso di soggiorno regolare né iscritto alle anagrafi o alle liste di collocamento.
A suo carico figurano 23 sentenze di condanna emesse tra il 1999 e il 2023, oltre a numerosi precedenti per reati contro la persona e il patrimonio, tra cui furto aggravato, spaccio di droga, rapina e lesioni, commessi prevalentemente in Liguria. È stato detenuto in almeno undici occasioni in diversi istituti di pena, da ultimo nella casa circondariale di Cuneo tra agosto 2024 e febbraio 2025.
Una data, più di altre, sintetizza il suo curriculum criminale: il 21 settembre 2015. Quel giorno, secondo quanto accertato dal Tribunale di Genova, Redouane aggredì una donna italiana colpendola con calci e pugni alla testa e agli arti superiori, provocandole un trauma cranico e un trauma oculare con una prognosi superiore ai 20 giorni. Per quell’episodio, commesso in regime di recidiva, venne condannato nel 2018 a nove mesi di reclusione. Non è l’unico capitolo rilevante. Nel tempo, l’uomo è stato anche destinatario di provvedimenti dell’autorità giudiziaria minorile: ha perso la potestà genitoriale e i figli sono stati affidati ai nonni, nell’ambito di un percorso di tutela già segnato da limitazioni e controlli.
È questo profilo che conduce Redouane nel circuito dei Cpr e, in particolare, a Gradisca d’Isonzo. Non un centro di prima accoglienza, ma una struttura che ospita prevalentemente stranieri irregolari destinatari di decreti di espulsione, spesso con precedenti penali e valutazioni di pericolosità sociale. Nel maggio 2021 era stato colpito da un decreto di espulsione del prefetto di Alessandria per motivi di sicurezza pubblica, con ordine di lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, mai ottemperato. Anche all’ingresso nel carcere di Cuneo, nel 2024, informato della possibilità di chiedere protezione internazionale, dichiarò di non voler presentare domanda d’asilo.
Da Gradisca parte il trasferimento verso Gjader, in Albania. È su quel passaggio che interviene il giudice Corrado Bile (noto per sentenze pro migranti e contro lo Stato italiano) del Tribunale civile di Roma, condannando il ministero dell’Interno al pagamento di 700 euro a titolo di risarcimento. Ma per comprendere davvero la portata della decisione occorre leggere con attenzione le motivazioni. La sentenza non dichiara illegittimo il centro albanese, né mette in discussione il quadro normativo che ne consente l’utilizzo.
Il giudice muove dall’assunto che il ricorrente fosse legittimamente trattenuto ai sensi dell’articolo 14 del Testo unico sull’immigrazione e che il trasferimento si inserisse nell’operatività delle strutture previste dal protocollo Italia-Albania, dalla legge di ratifica e dalla normativa attuativa. Non c’è, in altre parole, una bocciatura del «modello Albania».
La censura riguarda altro. Secondo il Tribunale, il trasferimento sarebbe avvenuto senza un provvedimento scritto e motivato e con una comunicazione non corretta sulla destinazione finale.
È su questo piano che il giudice individua una «condotta colposa» dell’amministrazione e una violazione delle regole di buona gestione amministrativa, ritenendo che le modalità del trasferimento abbiano inciso sulla sfera privata del ricorrente. Non vengono accertate violenze, né dichiarata illegittima la misura di trattenimento in sé. Anzi, la sentenza esclude che l’uso delle fascette o le limitazioni ai contatti possano essere considerate automaticamente illegittime, potendo essere giustificate da esigenze di sicurezza. E non ravvisa una compressione effettiva del diritto di difesa.
Il risarcimento nasce dunque da un vizio procedurale, non dalla scelta di utilizzare il centro di Gjader. È una tutela riconosciuta in via equitativa, ancorata all’idea che anche l’esercizio di un potere legittimo debba avvenire nel rispetto di forme e garanzie. Ma è proprio qui che il paradosso diventa evidente. La sentenza prescinde quasi completamente dalla storia giudiziaria dell’uomo, dalle condanne, dalle espulsioni reiterate, dalla perdita della potestà genitoriale già disposta da altri tribunali. Trasforma un errore procedurale in responsabilità civile, senza misurarsi fino in fondo con un contesto segnato da 30 anni di illegalità e recidiva.





