Dopo la sentenza d’Appello che ha confermato la colpevolezza di Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro per rifiuto di atti d’ufficio, il processo di Brescia entra nella fase delle conseguenze economiche. Accertata la responsabilità penale, resta ora da stabilire chi dovrà pagare e quanto. E, secondo quanto risulta a La Verità, il governo Meloni starebbe valutando, attraverso gli uffici legislativi, di chiedere i danni non solo a De Pasquale e Spadaro ma anche a Piercamillo Davigo, riconsiderando la linea seguita in precedenza dal governo Draghi.
I due magistrati sono stati riconosciuti colpevoli per non aver messo a disposizione, tra febbraio e marzo 2021, atti ritenuti rilevanti sulla credibilità del principale accusatore, Vincenzo Armanna, nel processo Eni-Nigeria. La pena, otto mesi di reclusione, sospesa, resta sullo sfondo. In primo piano, ora, c’è il capitolo civile.
La difesa di Gianfranco Falcioni (avvocati Gian Filippo Schiaffino e Alberto Annichiarico), imprenditore assolto nel processo principale milanese Eni-Nigeria come tutti gli altri imputati perché il fatto non sussiste, è pronto a rivolgersi al giudice civile per ottenere un indennizzo che oggi punta a oltre 50.000 euro, dopo che la Corte d’appello ha circoscritto il danno risarcibile a quello morale, legato alla perdita di possibilità difensive.
Il tribunale di Brescia, in primo grado, aveva riconosciuto il diritto della parte civile al risarcimento, rinviando la quantificazione al giudice. Le motivazioni della sentenza d’Appello hanno confermato l’impianto della condanna e ristretto il perimetro del danno, ma non hanno chiuso la partita: l’hanno solo spostata su un altro tavolo. È su quel tavolo che Falcioni torna oggi, forte di una condanna confermata a carico di De Pasquale e Spadaro e di un’impostazione già tracciata fin dall’inizio del processo.
Quando Falcioni si costituisce parte civile, nel settembre 2022, la linea è più ampia. Nell’atto depositato a Brescia chiede il risarcimento dei danni e prospetta anche una somma subito esecutiva, che in udienza verrà indicata in 100.000 euro, come anticipo sul risarcimento complessivo. Con il passaggio in Appello, la strategia si affina: niente più maxi-anticipi, ma una richiesta più mirata, oggi concentrata su una cifra più contenuta, ritenuta coerente con il solo danno morale riconosciuto dalla Corte.
Il punto più delicato resta, però, un altro: la posizione dello Stato. Nel processo di Brescia, il ministero della Giustizia non si è costituito parte civile contro De Pasquale e Spadaro. Non ha chiesto danni per la lesione dell’interesse pubblico. Tuttavia, lo Stato è dentro il processo: la presidenza del Consiglio dei ministri è indicata come responsabile civile e, dunque, può essere chiamata a pagare in solido se il giudice civile riconoscerà il danno.
È una scelta che non nasce con l’attuale esecutivo. Quando Falcioni deposita la sua costituzione di parte civile (21 settembre 2022), il governo è ancora quello guidato da Mario Draghi, con Marta Cartabia ministro della Giustizia. Ed è qui che emerge una linea politica e istituzionale precisa. Sotto il governo Draghi, infatti, lo Stato sceglie di costituirsi parte civile nel processo contro Luca Palamara, rivendicando apertamente un danno all’immagine e al funzionamento della giustizia. Nel procedimento contro l’ex numero uno dell’Anm, la reazione dello Stato è stata di segno opposto. In quel processo si sono costituiti parte civile il ministero della Giustizia, l’Associazione nazionale magistrati e il Consiglio superiore della magistratura, rivendicando un danno diretto all’immagine e al corretto funzionamento dell’ordine giudiziario. In parallelo, la Corte dei Conti ha promosso l’azione contabile, chiedendo a Palamara oltre 120.000 euro per danno erariale.
La stessa scelta non viene fatta nei procedimenti che riguardano De Pasquale e Spadaro, né in quello che ha coinvolto Davigo, condannato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio nella vicenda dei verbali Amara. Su Palamara lo Stato colpisce, sugli altri magistrati si ferma, accettando di rispondere economicamente come datore pubblico. Ora lo scenario potrebbe cambiare con il governo Meloni. Anche il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, ha definito «sconcertante» quanto emerso, anche alla luce dell’articolo pubblicato ieri dalla Verità, sulla condotta dei pm nel processo Eni-Nigeria. Gasparri ha annunciato un’interrogazione al ministro Carlo Nordio, per sapere se De Pasquale e Spadaro siano ancora in servizio e ritenuti idonei a svolgere le loro funzioni in modo imparziale. «E come mai il ministro della Giustizia, non si sia costituito parte civile ai tempi del governo Draghi?», chiede Gasparri. «È anche per questo che la riforma della giustizia rappresenta un passaggio necessario per dire basta a derive che minano la credibilità del sistema giudiziario e la fiducia dei cittadini nello Stato di diritto».
Va, infine, ricordato che Eni e gli altri imputati assolti nel processo milanese non hanno avviato azioni risarcitorie contro i magistrati. La linea del gigante petrolifero è sempre stata quella di ottenere una pronuncia di merito, non una rivalsa economica. Luigi Bisignani, invece, ha spesso ribadito che, come gli aveva insegnato lo storico leader Dc, Giulio Andreotti, «con i giudici quelle poche volte che si vince non si deve mai stravincere…».
Le conclusioni della commissione parlamentare antimafia smontano ogni lettura rassicurante del caso Striano: non fu l’azione isolata di un singolo funzionario, ma il prodotto di un sistema segnato da controlli deboli, omissioni tollerate e responsabilità diluite che avrebbe consentito un uso privatistico delle banche dati dello Stato. È questo il contesto che la relazione delinea prima ancora di entrare nei singoli episodi.
In questo quadro si colloca il rapporto tra Pasquale Striano, tenente della Guardia di finanza in servizio alla Direzione nazionale antimafia, e il quotidiano Domani, fondato e controllato da Carlo De Benedetti, indicato come uno degli snodi attraverso cui quel sistema avrebbe prodotto effetti concreti, con informazioni riservate confluite in articoli di stampa. L’origine dell’indagine viene ricondotta all’ottobre del 2022, quando il ministro Guido Crosetto presenta denuncia dopo la pubblicazione di articoli basati su dati «non acquisibili da fonti aperte», dando avvio agli accertamenti sugli accessi alle banche dati. È da qui che emerge la figura di Striano e, soprattutto, l’anomalia quantitativa delle sue consultazioni: nel periodo analizzato, secondo quanto riportato, il militare avrebbe effettuato oltre 400.000 interrogazioni di banche dati riservate, un volume definito dalla commissione «oggettivamente abnorme» e tale da escludere qualsiasi ricostruzione episodica o casuale. Questo dato diventa centrale non solo per attribuire le singole condotte, ma per chiamare in causa i vertici dell’Antimafia. La relazione, pur escludendo profili di responsabilità penale diretta, parla apertamente di gravi carenze nei sistemi di controllo interno della Dna.
La relazione poi evidenzia il collegamento con l’attività giornalistica. Attraverso il raffronto sistematico tra articoli pubblicati e segnalazioni di operazioni sospette, la commissione richiama atti della Procura di Perugia che parlano di 57 pezzi contenenti informazioni tratte da Sos consultate da Striano prima della pubblicazione, di cui ben 27, editi per lo più tra il 2019 e il 2021, riguardanti la Lega (e un’altra ventina su soggetti legati agli altri partiti del centrodestra). Un dato che, nel documento, non è presentato come neutro o casuale, ma come indice di un metodo.
Secondo quanto riportato negli atti richiamati dalla commissione, questi articoli contenevano dati riconducibili a segnalazioni di operazioni sospette relative a movimentazioni finanziarie e profili patrimoniali di soggetti collegati al partito. Il raffronto tra il contenuto degli articoli e le informazioni estraibili dalle banche dati consultate da Striano porta gli inquirenti a ritenere che «la fonte non possa essere di altri, se non Striano», in assenza di «qualsivoglia interesse istituzionale» della Direzione nazionale antimafia che giustificasse quelle consultazioni.
La relazione non colloca questa vicenda in un vuoto istituzionale. Al contrario, ricostruisce anche le tensioni interne alla magistratura che accompagnano la vicenda. In particolare, viene richiamato il contrasto tra la Procura di Milano, guidata all’epoca da Francesco Greco, e la Direzione nazionale antimafia, allora diretta da Federico Cafiero De Raho. La Commissione ricorda come, già prima dell’esplosione del caso Striano, vi fossero stati attriti e divergenze sul perimetro delle competenze e sull’uso delle informazioni antimafia, culminati in uno scontro istituzionale che evidenziava una frattura tra livelli diversi dell’azione giudiziaria. I nomi dei giornalisti coinvolti sono quelli di Giovanni Tizian, Stefano Vergine e Nello Trocchia. Vengono descritti come interlocutori diretti di Striano, protagonisti di una relazione che la Commissione definisce strutturale e consolidata nel tempo.
La relazione riferisce che «in plurime occasioni» Tizian si sarebbe attivato «nel richiedere i dati dei quali aveva bisogno per collazionare i suoi articoli», indicando in modo mirato i soggetti e l’utilizzo successivo delle informazioni. Non una ricezione passiva, dunque, ma una sollecitazione mirata. In alcuni casi Striano e Tizian «si erano accordati per incontrarsi di persona» per la consegna dei dati, in altri il trasferimento sarebbe avvenuto via email. Il caso Crosetto segna il punto di massima tensione. Dopo la denuncia, secondo la commissione, i giornalisti avrebbero tentato di costruire una giustificazione a posteriori: la relazione parla di una memoria redatta «proprio al fine di dare una veste di liceità all’attività invece illecita per la quale oggi si procede», attribuendone la paternità a Vergine e Tizian.
In questo passaggio del documento si legge: «Sono stati dunque i due giornalisti a “vestire” le visure su Crosetto collegandole a quelle con i fratelli Mangione», e aggiunge che «il Vergine ed il Tizian si sono attivati per assicurare protezione alla loro fonte, cercando di elaborare una giustificazione per quegli accessi illegittimi che hanno consentito la redazione degli articoli oggetto di denuncia». La relazione richiama anche l’audizione di Emiliano Fittipaldi, direttore di Domani, che ha affermato «con vigore» che il giornalismo deve pubblicare notizie vere e di interesse pubblico, «indipendentemente dalla natura della fonte», precisando di aver assunto la direzione solo nel 2023 e negando qualsiasi ingerenza dell’editore Carlo De Benedetti nella linea editoriale. Nelle conclusioni, tuttavia, la Commissione giudica queste affermazioni «quantomeno allarmanti», richiamando i limiti posti dalla giurisprudenza alla libertà di stampa quando si traduce nell’utilizzazione consapevole di condotte illecite di pubblici ufficiali.
L’ordine di abbattimento del cantiere di via Fauché 9 segna uno spartiacque nella gestione urbanistica di Milano: la giunta guidata da Beppe Sala si ritrova smentita nei fatti e nelle aule di giustizia. La decisione presa ieri da Palazzo Marino non è soltanto un atto amministrativo. È prima di tutto un atto politico che arriva fuori tempo massimo e su spinta giudiziaria. E che fotografa un’urbanistica guidata dalle decisioni dei tribunali più che da una strategia di governo della città.
Il Comune parla di «atto dovuto», imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso novembre. Ed è proprio questa formula a inchiodare Sala alle sue responsabilità: se oggi è dovuto, significa che ieri sono stati commessi errori.
Il caso è noto. Al posto di un vecchio fabbricato adibito a laboratorio-deposito era prevista una palazzina residenziale, tre piani fuori terra e uno seminterrato. L’intervento era stato qualificato come «ristrutturazione ricostruttiva» e avviato con una super Scia. Per i giudici amministrativi, però, quelle caratteristiche travalicavano la ristrutturazione e configuravano una nuova edificazione, che avrebbe richiesto un titolo diverso e un quadro pianificatore adeguato.
Tar prima, Consiglio di Stato poi: doppia bocciatura per il Comune. Oggi è arrivata la decisione finale, l’ordine di demolizione. Il primo che riguarda un cantiere finito sotto inchiesta. È qui che la cronaca diventa politica. Perché via Fauché non è un incidente isolato, ma il punto in cui emerge con chiarezza l’assenza di una regia. La città non aveva mai vissuto un periodo di incertezza così marcato sul fronte urbanistico. Mai come ora appare evidente la mancanza di una visione complessiva, soprattutto su un terreno che incrocia sviluppo, diritti dei residenti e tenuta amministrativa. L’impressione è quella di un Comune che non sa come arrivare a fine mandato (manca un anno) e che reagisce agli input esterni: sentenze, sequestri, indagini.
Non a caso, l’opposizione affonda il colpo proprio sull’ordine di abbattimento. Riccardo Truppo (Fdi) parla di un’amministrazione che «si muove a tentoni» e annuncia la richiesta di un Consiglio comunale straordinario urgente sull’urbanistica. Sono parole che intercettano un malessere diffuso: famiglie e acquirenti sospesi, cantieri bloccati, quartieri in attesa di capire quale sarà il loro destino.
Il nodo politico è aggravato da un’assenza che pesa: Milano è senza un assessore all’Urbanistica. Un vuoto di guida che, in questa fase, lascia aperti interrogativi su criteri e decisioni, mentre Sala continua a rivendicare la correttezza dell’azione amministrativa, nonostante le smentite giudiziarie.
In questo contesto si colloca anche l’incontro di oggi tra il comitato delle famiglie sospese e il vicesindaco Anna Scavuzzo, che ha assunto deleghe temporanee sull’Urbanistica, segnale di una tensione sociale crescente dopo mesi di incertezza. Via Fauché non chiude la partita: la decisione del Comune difficilmente si tradurrà in una serie automatica di abbattimenti sugli altri cantieri sotto sequestro. La sentenza segna uno spartiacque per il futuro, ma non si applica automaticamente agli interventi già avviati. Il Consiglio di Stato ha accolto le tesi dell’avvocato Wanda Mastrojanni, che assiste il super-condominio di via Fauché-Castelvetro, parte civile nel processo per abuso edilizio davanti alla decima sezione del tribunale di Milano, il costruttore Luigi D’Ambrosio, il progettista Marco Colombo e l’impresario Gaetano Risi (prossima udienza il 2 febbraio). Il proprietario dell’area avrà 90 giorni per procedere alla demolizione.





