È da qui che parte l’inchiesta della Procura di Milano che ha portato ieri a quattro arresti domiciliari e al sequestro preventivo di oltre 1,2 milioni di euro, con accuse, ancora tutte da verificare, di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione e autoriciclaggio.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, dietro una società che organizzava eventi con sede a Cinisello Balsamo si sarebbe mosso un sistema rodato: reclutamento di donne, tra cui escort di professione, presenza alle serate della movida e disponibilità a prestazioni sessuali per clienti selezionati. Non un contorno occasionale, ma un meccanismo stabile e oliato, con ruoli definiti, soldi in quantità e un’organizzazione capace di trasformare la notte in un business. Le donne, a quanto risulta, in alcuni casi alloggiavano negli stessi locali della società e venivano poi remunerate per trascorrere la serata con imprenditori e, soprattutto, con un numero consistente di calciatori di Serie A.
È questo il punto più delicato del fascicolo ed è anche la ragione del massimo riserbo che circonda l’indagine. Nelle carte, secondo quanto emerso, figurerebbero non solo calciatori residenti in Lombardia, ma anche giocatori in trasferta a Milano che, dopo le partite, avrebbero cercato un dopogara molto diverso da quello ufficiale. I nomi, però, compaiono solo in parte e restano per ora schermati da una cautela rigorosa. La Procura sa bene di muoversi su un terreno esplosivo: perché i personaggi coinvolti sono noti, perché il confine tra interesse pubblico e spettacolarizzazione è sottile, e perché questa è ancora la fase dell’accusa, non della condanna.
A rendere il quadro ancora più ambiguo c’è poi un dettaglio che colpisce. Nel corso di alcune serate, secondo quanto risulta agli atti, sarebbe stato usato anche il gas esilarante, la cosiddetta droga del palloncino: una sostanza che provoca euforia, non lascia tracce e non è classificata come dopante.
L’inchiesta, però, non si ferma al sesso a pagamento né all’inevitabile richiamo dei nomi famosi. La Guardia di Finanza ha lavorato anche sui flussi di denaro e sulla ricostruzione dei patrimoni, rilevando, secondo l’accusa, redditi del tutto sproporzionati rispetto a quelli dichiarati. È qui che il caso cambia peso: perché la movida, nella prospettiva investigativa, non sarebbe stata soltanto la scenografia, ma la copertura di una macchina economica vera e propria, capace di produrre utili ingenti e poi reimmetterli nel circuito legale.
Tre dei quattro arrestati, a quanto risulta, sono assistiti dall’avvocato Marco Martini, penalista di Monza, professionista noto negli ambienti giudiziari brianzoli per aver seguito in passato procedimenti delicati e ad alta esposizione mediatica. Un dettaglio che dice molto della sensibilità del caso e della battaglia difensiva che si annuncia.
Sullo sfondo, quasi inevitabile, riaffiorano vecchi ricordi milanesi. Ai tempi dell’Inter di Ronaldo, tra fine anni Novanta e inizio Duemila, la città aveva già incrociato storie di escort, notti eccessive e calcio. Non serve fare paragoni. Ma il precedente serve a ricordare che attorno al pallone, quando incontra denaro e celebrità, si muove da sempre un sottobosco pronto a vendere discrezione, compagnie e silenzio.
Salvini silura Von der Leyen: «No al lockdown energetico. Usiamo petrolio e gas russi»
- Duro j’accuse all’evento dei Patrioti europei a Milano: «Accoppiata Fmi-Commissione malefica, sospendere Patto di stabilità. Ciao Sala, vogliamo tornare a Palazzo Marino».
- Antagonisti, alcuni tentano di sfondare: respinti dagli idranti. Scritte sui muri: «Celerini lapidati».
Lo speciale contiene due articoli.
A Milano, sotto la Madonnina, il leader della Lega, Matteo Salvini, ha provato a dare alla piazza dei Patrioti un respiro più largo della sola battaglia sull’immigrazione, incorniciando la manifestazione dentro una critica complessiva a Bruxelles, alle sue politiche economiche, energetiche e militari.
Dal palco di piazza Duomo, il ministro ai Trasporti ha attaccato la linea europea sulla crisi energetica, accusando l’Ue di voler affrontare l’emergenza con «un nuovo lockdown» e sostenendo che, per reagire davvero, bisogna prima di tutto sospendere le regole del Patto di stabilità e permettere di usare «i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». Salvini ha richiamato anche le parole del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini («Bisogna cambiare chi governa questa Europa») per rafforzare l’idea di una rottura ormai necessaria con l’attuale classe dirigente europea. Da qui la proposta politica più netta: se gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano commercio e acquisto di petrolio russo, allora deve farlo anche Bruxelles. «Se lo fanno a Washington, lo devono fare anche a Bruxelles», ha detto, rilanciando la richiesta di tornare a prendere gas e petrolio da tutto il mondo, «Russia compresa», pur di non chiudere scuole, fabbriche e ospedali e non scaricare la crisi su famiglie e imprese.
Nello stesso passaggio Salvini ha confermato anche il suo no all’esercito europeo e ha attaccato Commissione europea e Fondo monetario internazionale, definiti una «accoppiata malefica». Piazza Duomo è gremita, ci sono almeno 10.000 persone. «Più di quante ci aspettavamo», dicono gli organizzatori. Ci sono anche storici leghisti come Roberto Calderoli, che compie 70 anni, Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga.
Ma quel quadro economico e geopolitico serviva in realtà a introdurre il cuore ideologico della manifestazione: la convinzione, ripetuta in forme diverse da quasi tutti gli ospiti, che l’Europa stia vivendo una crisi di civiltà e che il punto da cui ripartire sia la difesa della propria identità storica e cristiana contro l’immigrazione di massa, contro l’islam politico e contro il progressismo culturale che avrebbe disarmato il continente. La piazza dei Patrioti ha tenuto insieme tutto questo, trasformando l’area davanti al Duomo in una vetrina europea della destra sovranista e identitaria, dove ogni intervento ha aggiunto un tassello a una stessa narrazione.
Il ministro Giuseppe Valditara ha dato a questo impianto la forma più istituzionale. Ha parlato dell’«orgoglio di una patria», della sua difesa come «sacro dovere» e di un «sano patriottismo» distinto dal nazionalismo aggressivo. Poi ha legato il tema dell’integrazione al rispetto delle leggi e delle regole, fino all’attacco contro schwa, asterischi e generi neutri, giudicati un’offesa alla dignità di uomini e donne. Il giornalista Mario Giordano ha usato, invece, il registro più duro e polemico. Ha contestato la retorica dell’immigrazione come risorsa, l’ha definita un vantaggio per trafficanti, mafie e per il «business della solidarietà», e ha parlato dell’Europa cristiana come di una civiltà che non può accettare la sostituzione delle sue chiese e dei suoi simboli con moschee e sharia. Geert Wilders ha costruito tutto il suo intervento nel nome di Oriana Fallaci, presentata come la voce che aveva capito tutto con decenni di anticipo. Ha parlato di città europee ormai divise in «città nella città» governate dal Corano, ha evocato la jihad come minaccia e ha chiuso con il doppio richiamo alla Fallaci e a Giovanni Paolo II, trasformando la sua presenza in un manifesto di resistenza identitaria. Tom Van Grieken ha parlato di un’Europa che si sta spegnendo e ha citato Milano come città dove una giovane donna ha paura a tornare a casa da sola. Andrej Babiš ha insistito su confini e sovranità, Jordan Bardella ha richiamato le radici comuni di Francia e Italia annunciando che, alle prossime presidenziali, Emmanuel Macron sarà spazzato via dal Rassemblment National; Martin Helme ha denunciato l’Europa delle interferenze contro i governi sovranisti, mentre Afroditi Latinopoulou ha liquidato la sinistra come «un cancro».
A tirare le somme è stato ancora Salvini, che ha parlato dei Patrioti come di «una famiglia», ha ricordato Umberto Bossi e salutato Viktor Orbán. Ma il punto finale non era l’Europa astratta: era Milano, vera protagonista implicito della giornata, raccontata dalla destra come città insicura, snaturata e ostaggio del degrado. I segnali si erano visti già nel corteo partito da Porta Venezia, tra slogan come «Europa cristiana, mai musulmana», attacchi a Von der Leyen e il passaggio davanti a Palazzo Marino, quando Alessandro Corbetta aveva lanciato dal megafono il suo «un bel saluto a Beppe Sala». Da lì in poi, lo scontro con l’amministrazione milanese è entrato nel cuore del comizio. Salvini ha attaccato «certa sinistra che ha l’aggettivo democratico nel nome», ha salutato polemicamente «il sindaco Sala e i centri sociali» e nel finale dal palco è stato scandito il coro «Sala, Sala, vaffanculo». La chiusura è stata netta: «Da milanese, non mi basterà vincere le elezioni politiche». Il vero obiettivo, ha detto, è tornare a vincere le comunali e governare Palazzo Marino dopo 15 anni.
Vandalismi e bottigliate agli agenti. Triste show dei fan dei clandestini
Scene di ordinaria follia cadenzate da momenti in cui la tensione e la preoccupazione hanno raggiunto l’apice. Atti vandalici contro le forze dell’ordine, lancio di bottiglie, di fumogeni, scritte oltraggiose contro il vicepremier Matteo Salvini e contro la polizia. È questo il triste bilancio dello «scontro» tra i manifestanti di area antagonista e le forze dell’ordine, avvenuto nel corso del corteo contro il raduno dei Patrioti europei in corso in piazza Duomo.
Tre contro-manifestazioni hanno preso il via ieri per «bloccare» l’iniziativa della Lega in piazza Duomo partendo da tre luoghi diversi per poi confluire in un unico punto. Ma sin dai primi istanti si è registrata un’escalation della tensione. In particolare, all’angolo tra via Mascagni e via Visconti di Modrone, i manifestanti, oltre 500, hanno proseguito dritto verso il centro, in largo Toscanini, blindato con i mezzi alari. A un certo punto, gli antagonisti in testa, incappucciati e coperti da un lungo striscione protettivo con scritto «Ieri partigiani oggi antifascisti», hanno lanciato fumogeni e bottiglie di vetro contro le forze dell’ordine, inneggiando cori contro la polizia. Gli agenti sono riusciti a bloccare oltre 100 manifestanti soltanto con gli idranti. Loro, intanto, proseguivano urlando «Servi dello Stato» e «Fuori i fascisti da Milano».
Ma le tensioni non sono finite. Infatti, dietro uno striscione rinforzato, un gruppo formato da militanti dei centri sociali Lambretta e Zam ha cercato in ogni modo di avvicinarsi allo sbarramento che si trovava in via Borgogna ,all’altezza di piazza San Babila. I manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e fumogeni in direzione delle barriere mobili e dei mezzi blindati. Diversi i cori di insulti alle forze dell’ordine intonati durante i cortei. Il momento di tensione è durato qualche minuto prima che il serpentone ripartisse su via Visconti di Modrone. Dopo il collegamento avvenuto davanti al tribunale di Milano, i manifestanti hanno raggiunto la biblioteca Sormani. Subito dopo hanno fatto una sosta e alcuni attivisti hanno lanciato messaggi di dissenso con il megafono. E sui muri dei palazzi che si affacciano sulle vie attraversate dal corteo, sono apparse alcune scritte ingiuriose nei confronti del ministro Salvini e anche contro la polizia, frasi del tipo «Salvini appeso» e «celerini lapidati».
Tutto è iniziato nelle prime ore del pomeriggio di ieri quando i manifestanti si sono dati appuntamento in tre punti diversi della città. All’altezza del palazzo di giustizia, gli antagonisti si sono uniti con i collettivi studenteschi e con i gruppi pro Pal, partiti da luoghi diversi. Il primo, in arrivo da piazza Cinque giornate, si è mosso intorno alle 14 da piazza Lima, formato da centinaia di esponenti dei centri sociali, collettivi studenteschi, Avs e Rifondazione comunista, oltre allo spezzone pro Pal che si era ritrovato in piazza Argentina. I manifestanti, in totale, sono stati circa 10.000. Il secondo corteo, in cui sfilava l’ala antagonista, era partito invece da piazza Tricolore poco prima delle 15. Dopo aver percorso via Mascagni, i manifestanti hanno proseguito su via Borgogna, bloccata dai mezzi alari del reparto mobile di Milano. Ed è stato in quel momento che sono esplose le tensioni con le forze dell’ordine con lanci di fumogeni e bottiglie. La polizia aveva predisposto un cordone con le camionette per evitare che potessero proseguire su corso Venezia e avvicinarsi a piazza Duomo. Il gruppo avrebbe poi dovuto raggiungere viale Majno, ma alcuni manifestanti hanno dato vita a un «contro cordone» all’inizio di corso Venezia. A quel punto, qualcuno ha esploso dei fuochi d’artificio, altri hanno iniziato a scrivere sull’asfalto con bombolette di spray rosso con frasi come «Milano antifascista». Poi tutto è ripreso senza disordini e il corteo ha raggiunto corso di Porta Vittoria, dove si è unito all’altro gruppo di manifestanti. Verso le 18.30, in piazza Medaglie d’Oro è giunto anche lo spezzone pro Pal. I tre cortei si sono ricomposti in un blocco unico. Davanti a Palazzo di giustizia, i manifestanti hanno scritto «Salvini ti vogliamo qui» e «Solo sì è sì», con riferimento al Ddl Bongiorno. Gli attivisti, prima di lasciare la piazza, hanno fatto sentire la loro voce: «Abbiamo bloccato la città, siamo tutti antifascisti», hanno detto al megafono.
Alla fine, hanno lanciato anche l’appuntamento con il corteo per il 25 aprile: «Ci vediamo tutti in piazza perché Milano, oggi più che mai, ha bisogno di partigiani e partigiane».
C’è qualcosa di comico nella frase con cui Beppe Sala adesso dice che, se potesse, tasserebbe i ricchi. È una frase che il sindaco di Milano ha regalato ieri al Corriere della Sera a margine di un incontro pubblico. Il primo cittadino non fa altro che scimmiottare Zohran Mamdani a New York, dimenticando quello che diventato il capoluogo lombardo e che i provvedimenti del nuovo idolo della sinistra stanno avendo risultati fallimentari.
Anche perché il problema è che arriva dopo anni in cui Sala ha governato la città in direzione opposta, aprendo ai grandi investitori, agevolando la centralità della rendita immobiliare, trattando il patrimonio pubblico sempre più come qualcosa da valorizzare o dismettere, non da usare come leva sociale.
Il punto non è la battuta, ma sono i provvedimenti favorevoli ai costruttori. Per tredici anni il Comune non ha aggiornato adeguatamente proprio quegli oneri di urbanizzazione che i privati devono pagare quando costruiscono (e che servono alla comunità). E non basta: nelle inchieste urbanistiche è emerso anche il meccanismo di interventi trattati come ristrutturazioni, con semplice Scia, invece che come nuove costruzioni, con contributi ancora più bassi per i privati e un buco potenziale di centinaia di milioni di euro. In altre parole, prima a Milano si è consentito ai costruttori di pagare meno del dovuto, poi Sala ha cominciato a piangere sui soldi che mancavano. E adesso prova perfino a rifarsi una verginità politica parlando di tassa sui ricchi, quando per anni i veri sconti li ha fatti a chi costruiva e speculava sulla città.
Lo stesso schema si vede nella gestione del patrimonio comunale: Largo Treves 1, ex sede dell’assessorato alle Politiche sociali, venduto nel 2021 per 52,7 milioni, e corso Vercelli 22, messo all’asta nel 2020 e poi finito in operazioni di sviluppo privato, non sono episodi isolati, ma il riflesso di una linea che il Comune stesso, nei suoi atti, ha definito di «valorizzazione» e «dismissione» del patrimonio immobiliare pubblico. In sostanza: usare il patrimonio pubblico non come leva sociale, ma come patrimonio da collocare sul mercato.
San Siro è il caso più evidente. La stima dell’Agenzia delle Entrate parla di 197 milioni complessivi, ma Luigi Corbani ha contestato con argomenti precisi proprio quella base di partenza: secondo l’ex vicesindaco, nel valore del Meazza sarebbe stato considerato solo il corrispettivo ordinario della concessione, circa 6 milioni annui, e non l’intero contributo vicino agli 11 milioni. Partendo dai proventi di bilancio 2000-2024, oltre 259 milioni complessivi, Corbani sostiene che il solo stadio potrebbe valere tra 125 e 218 milioni; e che, applicando alle aree il valore di monetizzazione fissato dalla stessa giunta comunale, il totale dell’operazione arriverebbe vicino ai 403 milioni. Anche contestando i numeri resta il punto politico che Corbani ha messo a fuoco: il Comune ha trattato come inevitabile una vendita fondata su una valutazione contestata e ritenuta favorevole ai privati.
Lo stesso vale per la M4: un project financing presentato come modello moderno, ma costruito in larghissima parte con soldi pubblici e poi chiuso con un assegno da circa 225 milioni a Webuild e Hitachi per rilevarne le quote residue attraverso Atm. Più che una prova di forza del pubblico, è sembrata la liquidazione comoda dei soci privati, liberati nel momento in cui i rischi residui e gli eventuali extracosti restano in capo al Comune e quindi ai cittadini. Messa così, la frase di Sala sui ricchi non appare di certo una svolta, ma l’ultimo artificio retorico di un sindaco che, arrivato alla fine del mandato, finisce quasi per prendere in giro i milanesi, parlando come se i problemi della città li scoprisse solo adesso. Eppure, Milano resta sempre più ostile al ceto medio: a marzo 2026 comprare casa costava in media 5.645 euro al metro quadro, mentre affittare 70 metri quadri richiede oltre 1.550 euro al mese.





