Negli ultimi mesi la Procura di Milano ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema di salari sempre più insufficienti e di nuove forme di sfruttamento: dalle inchieste sui rider e sul caporalato digitale a quelle sulla filiera della moda, sui subappalti e sulle catene produttive opache. Un fronte giudiziario che ha acceso i riflettori su realtà spesso invisibili. Ma dentro questa meritevole attenzione c’è una contraddizione che resta sullo sfondo: mentre la giustizia indaga su questi fenomeni, continua a reggersi, al proprio interno, su un sistema che riconosce compensi inadeguati alle competenze richieste.
Basta guardare i numeri. Fino alla sentenza della Corte costituzionale n. 16 del febbraio 2025, il lavoro dei consulenti tecnici veniva retribuito con il sistema delle vacazioni: 14,68 euro per le prime due ore e 8,15 euro per ciascuna delle successive, pari a 4,075 euro lordi l’ora, con una penalizzazione progressiva del tempo di lavoro. La Consulta ha dichiarato illegittimo questo meccanismo, eliminando la riduzione delle vacazioni successive. Il compenso teorico sale così a 14,68 euro ogni due ore, cioè 7,34 euro lordi l’ora: su una giornata di otto ore si passa da circa 39 euro lordi prima della sentenza a circa 58,7 euro lordi oggi, pari a 38–44 euro netti, una cifra che resta comunque molto (e troppo) bassa rispetto alle competenze richieste.
È un livello retributivo che, anche dopo l’intervento della Corte, resta largamente insufficiente rispetto alle capacità tecniche e alle responsabilità del lavoro svolto. Il sistema giudiziario moderno, quello che oggi costruisce prove su telefoni, cloud, chat, video, social network, tracciamenti e flussi di dati, continua a reggersi su un esercito di competenze esterne trattate come un costo da comprimere, e per questo sempre più difficili da trattenere. Lo dimostrano molte delle grandi inchieste degli ultimi mesi, nelle quali l’analisi di dispositivi elettronici è diventata un passaggio decisivo: dai procedimenti su presunti dossieraggi e accessi abusivi a banche dati, come nel filone che ha coinvolto la società Equalize, alle indagini su corruzione, reati economici e criminalità organizzata, in cui telefoni, computer, server e archivi digitali contengono ormai la parte più rilevante della prova. In tutti questi casi, la richiesta dell’autorità giudiziaria non è più solo quella di «acquisire» un device, ma di analizzarne il contenuto in modo scientifico, verificabile e difendibile in aula. Spesso servono ore di lavoro.
La contraddizione diventa ancora più evidente se la si affianca alle stesse inchieste sul lavoro povero condotte dalla magistratura: rider pagati a consegna, compensi che scendono a pochi euro l’ora se rapportati al tempo reale, rischio economico scaricato interamente sul lavoratore. Qui il committente non è una piattaforma privata, ma lo Stato, e la logica, pur nella diversità dei contesti, finisce per assomigliarsi più di quanto si vorrebbe ammettere.
Dentro questa cornice si colloca il disagio crescente dei consulenti informatici forensi che lavorano per le Procure. Professionisti chiamati a svolgere un ruolo ormai decisivo nel processo penale, perché senza una lettura tecnica dei dati digitali non esiste più accertamento dei fatti, ma che devono investire in strumenti costosi, licenze, software specializzati, formazione continua, catene di custodia e protocolli rigorosi, trovandosi però di fronte a compensi bassi, pagamenti che arrivano dopo mesi o anni e, non di rado, a «rideterminazioni» a posteriori che rendono incerto perfino l’importo finale incassato. Nessuna impresa privata accetterebbe un cliente che paga così, eppure è esattamente ciò che accade quando il cliente è la giustizia. Il disagio si riflette anche nei numeri: il passaggio ai nuovi albi telematici dei consulenti tecnici d’ufficio ha registrato un calo netto degli iscritti, passati dai 183.000 dei vecchi albi analogici a circa 150.000 domande, un ridimensionamento che va oltre la fisiologica selezione e racconta un progressivo disimpegno verso incarichi sempre meno sostenibili. È su questo punto che da tempo insistono le analisi dell’Osservatorio nazionale Informatica forense (Onif), secondo cui il problema non è solo economico, ma sistemico: l’informatica forense è ormai un’infrastruttura essenziale del processo penale. Senza competenze adeguate l’accusa pubblica rischia di indebolirsi proprio nei procedimenti più delicati e, quando i professionisti più qualificati si spostano verso incarichi privati più sostenibili, si crea una frattura che incide sull’equilibrio tra accusa e difesa e sulla qualità complessiva della giustizia.
La sentenza della Corte costituzionale, letta in controluce, afferma un principio semplice: non si può pretendere che la giustizia funzioni comprimendo in modo irragionevole i compensi di chi la fa funzionare, perché così finisce per indebolirsi dall’interno. Un richiamo che suona attuale mentre il dibattito pubblico è assorbito dalla riforma della giustizia, dall’efficienza e dalla velocità dei processi, temi destinati a restare astratti se non si guarda alle condizioni materiali di chi rende possibile l’accertamento della verità.
Il problema non è solo quanto si paga, ma come si paga: regole pensate nei primi anni Duemila oggi si applicano a procedimenti in cui un singolo dispositivo può contenere anni di vita digitale e richiedere analisi complesse e prolungate. Alla fine, la domanda più scomoda non è quanto costi adeguare i compensi, ma quanto costi non farlo, perché a lasciare il sistema sono proprio i professionisti più qualificati, e la giustizia rischia così di restare senza le competenze su cui si regge.
Un tempo il controllo sul lavoro aveva un volto: il caporale nei campi, il capo officina davanti alle macchine, il sorvegliante che misurava la produttività. Oggi quel controllo è affidato a un algoritmo, che assegna le mansioni, registra i movimenti, misura i tempi e incide direttamente sul salario senza presentarsi come un superiore gerarchico. È su questo mutamento della forma del comando che si innesta l’inchiesta della Procura di Milano, che ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza di Foodinho srl, la società che gestisce in Italia la piattaforma Glovo, ipotizzando il reato di caporalato aggravato nei confronti di circa 2.000 rider a Milano e 40.000 in tutta Italia. Il provvedimento, firmato dal pubblico ministero Paolo Storari, dovrà essere vagliato da un giudice per le indagini preliminari entro dieci giorni ed è stato eseguito dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro di Milano.
Nel registro degli indagati è finito l’amministratore unico della società, lo spagnolo Oscar Pierre Miquel, insieme a Foodinho ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa degli enti, per aver impiegato manodopera in «condizioni di sfruttamento» e «approfittando dello stato di bisogno» dei lavoratori. Secondo la Procura, a migliaia di rider sarebbero state erogate retribuzioni inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto ai contratti collettivi, in violazione dell’articolo 36 della Costituzione. Il quadro si colloca in un contesto già critico: dati Istat indicano che 1.245 euro netti al mese rappresentano la soglia di rischio povertà per un lavoratore singolo, mentre retribuzioni annue attorno ai 12.000 euro o compensi orari sotto gli 8,5 euro definiscono il lavoro a basso reddito, livelli che nel lavoro su piattaforma vengono raggiunti solo con una elevatissima intensità lavorativa.
Dentro questa cornice giuridica si collocano le storie individuali di rider ascoltati in questi mesi in procura. Ahmed lavora nella zona della Stazione Centrale e racconta: «Resto collegato all’app anche dodici ore al giorno, dalle dieci del mattino fino alle undici di sera, faccio dieci consegne ma a volte anche venti o venticinque, e sono sempre geolocalizzato, se faccio tardi mi penalizzano», per 2,50 euro a consegna e un reddito che a fine mese arriva a malapena tra i 1.000 e i 1.200 euro lordi, insufficienti per affitto e bollette, mentre continua a mandare soldi alla famiglia in Pakistan dichiarando uno stato di bisogno; Muhammad, zona Milano Repubblica, partita Iva, quindici consegne al giorno per dieci ore senza pause, racconta: «Le consegne sono tutte tracciate, se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi chiede perché sono fermo», e il reddito scende attorno agli 800 euro; Chowdhury lavora nel centro di Milano e ripete lo stesso schema: «Sono sempre geolocalizzato, se faccio ritardo mi chiamano e mi dicono di accelerare», mentre il guadagno mensile arriva anche solo a 600 euro; Anjam divide le sue giornate tra Glovo e Deliveroo, tra Duomo e Centrale, e spiega: «Se sono in ritardo mi chiamano subito», per circa 1.400 euro lordi che non cambiano il verdetto della precarietà; Wasim arriva a fare venti o trenta consegne al giorno e dice semplicemente «la paga non basta»; Hassan chiarisce il punto che la Procura considera decisivo, il controllo non ha un volto umano, ma una voce telefonica che arriva quando l’algoritmo rileva un’anomalia: «Se sono in ritardo Glovo mi chiama e mi dice di velocizzare»; Dhali manda soldi alla famiglia in Bangladesh e confessa che il reddito non copre le spese essenziali. C’è chi ha dovuto di tasca propria ripagare una batteria della bici rubata da 800 euro, «perché a Glovo non interessa». Zakhil racconta lo stress continuo «durante la consegna sono controllato tramite Gps e Glovo può vedere se mi fermo o se sono in ritardo»; Rauf, Duomo, undici o dodici ore al giorno, quindici o venti consegne, unico lavoro e famiglia in Pakistan, dice: «Se sono in ritardo vengo chiamato e mi dicono di consegnare più velocemente»; Sweet ricorda come le condizioni siano peggiorate nel tempo: «Prima pagavano a chilometro, ora a consegna, e guadagno meno»; Michael è diretto: «Glovo controlla tutto tramite l’app e se fai ritardo o ti fermi ti contattano per chiedere spiegazioni», poi descrive la sequenza obbligata: «Ricevo una notifica, accetto, vado al ristorante indicato, consegno seguendo il percorso indicato dall’app, durante la consegna sono sempre tracciato», per 600 euro al mese e nessuna alternativa; Appiah è collegato dalle dieci alle ventidue sette giorni su sette per 600 o 700 euro; Idrees arriva a percorrere 80 chilometri al giorno; Hussain lavora fino a dodici ore e ripete che «la paga non basta per vivere».
A questo potere di controllo digitale che incide direttamente sul reddito, la Procura oppone il controllo giudiziario. È stato nominato come amministratore il commercialista Andrea Adriano Romanò: avrà il compito di regolarizzare 40.000 rider e di intervenire sugli assetti organizzativi dell’azienda.
Doveva essere il corteo contro le Olimpiadi «più insostenibili di sempre», ma la manifestazione andata in scena ieri a Milano è finita per scivolare rapidamente nell’ennesima piazza pro-Palestina, con i Giochi ridotti a semplice cornice e gli slogan ripetuti come un riflesso automatico. Nel finale la tensione è salita: dai manifestanti è partita una pioggia di petardi, pietre, fumogeni e fuochi d’artificio ad altezza d’uomo contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con lacrimogeni e con gli idranti schierati a protezione dei blindati.
Una piazza che, dietro la facciata della protesta contro il caro-casa e lo sviluppo urbano, ha concentrato fin dall’inizio la propria energia contro i bersagli consueti - il premier Giorgia Meloni, il governo, gli Stati Uniti, l’Ice e la polizia - e che nel momento più critico ha avanzato verso lo sbarramento di via Marocchetti, dove l’accesso è stato chiuso con mezzi antisommossa e qualche carica di contenimento: sono sette le persone fermate e identificate. Nel mirino sono finiti anche il sindaco Beppe Sala e l’amministrazione comunale. Il risultato è un corteo in cui c’è tutto e il contrario di tutto - dalle Olimpiadi alla Palestina, dall’Ice al Comune - in un accumulo di temi che si sovrappongono fino a cancellarsi a vicenda.
I numeri seguono la consueta geometria variabile delle piazze antagoniste: per gli organizzatori i partecipanti erano quasi 10.000, ma in realtà erano meno della metà. Una forbice evidente fin dall’inizio, quando al concentramento iniziale si contavano poche centinaia di persone, circondate da più telecamere (soprattutto straniere) che manifestanti. In testa hanno sfilato gli alberi di cartone, simbolo dei larici abbattuti a Cortina, e lo striscione «Riprendiamoci le città, liberiamo le montagne». Il corteo ha attraversato corso Lodi sotto il controllo delle forze dell’ordine, mentre il Villaggio Olimpico di via Lorenzini è restato un bersaglio solo evocato. Sul ponte dell’ex scalo di Porta Romana sono volati petardi e fumogeni; più avanti Rifondazione comunista ha esposto il cartello contro Manfredi Catella e, al Corvetto, alcuni manifestantisono saliti sul tetto dell’ex mercato comunale, tra cori cantati sulle note di Hanno ucciso l’uomo ragno contro Sala e i governatori Luca Zaia e Attilio Fontana.
Nello spezzone finale il tema olimpico scompare quasi del tutto. Spuntano i grandi poster con la scritta «Libertà» e i volti di Mohammad Hannoun e di altri suoi sodali, tutti accompagnati da richieste di scarcerazione. Hannoun, leader dell’Api, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Genova che ipotizza un sistema di raccolta fondi presentati come beneficenza e in realtà destinati a Hamas. Dal megafono prende la parola il figlio di Hannoun, che definisce il padre «una delle prime vittime della guerra della destra alla giustizia, alla libertà e alla Palestina» spingendosi poi su un terreno delirante, trasformando l’intervento in un comizio. «Abbiamo visto cosa c’era negli Epstein files. Daranno Gaza a un gruppo di pedofili».
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato di Fdi parla di «un altro patetico corteo», sostenendo che «dietro la facciata della protesta contro Olimpiadi e caro-vita si nasconda il solito odio ideologico contro il premier Meloni, il governatore Fontana e l’Ice». Sottolinea poi che «gli antagonisti hanno attaccato anche il sindaco Sala», segnando una rottura dopo lo sgombero del Leoncavallo, e chiede «sgomberi immediati» dell’ex Palasharp e il ripristino della legalità dopo l’imbrattamento della Casa dello Sport, invocando l’applicazione rigorosa del decreto Sicurezza.





