Il giorno dopo l’uscita di Roberto Vannacci, la Lega sceglie la strada della compattezza e ridimensiona l’impatto politico dell’addio. Nessuna scissione, nessuna fuga. Il messaggio che arriva dal vertice e dai territori è univoco: la Lega resta, l’uscita del generale non cambia la rotta.
Il segretario federale Matteo Salvini aveva già fissato il perimetro della risposta il giorno precedente, il 3 febbraio, rilanciando sui suoi social un video d’archivio in cui Roberto Vannacci assicurava da Pontida che non avrebbe lasciato il partito. «Sono qua, credo nella parola data e nell’onore», diceva allora il generale. Un filmato che, nel racconto leghista, diventa la premessa implicita del day after: non una rottura politica, ma una scelta personale in contraddizione con quanto dichiarato in passato.
Il giorno dopo, Salvini passa oltre. In conferenza stampa sulla riforma della giustizia evita di soffermarsi sul caso, ma lo richiama indirettamente: «In tempi in cui la lealtà e l’onore, il rispetto dell’elettore e del cittadino, sono merce di valore, noi stiamo mantenendo gli impegni». E aggiunge: «L’astensione accade anche perché se ti candidi con un partito e dopo un po’ ne passi a un altro… Non ho tempo da perdere con i bisticci, oggi è una bella giornata». Sul dopo Vannacci, liquida con una battuta: «La linea della Lega? Tra Plutone e Saturno».
Più netta l’analisi del presidente del Veneto Luca Zaia, che è tornato sulla scelta di accogliere Vannacci nella Lega: «È stato un errore imbarcarlo». E ha insistito su «una disponibilità da parte nostra che è stata ripagata con un tradimento», parlando di un’uscita «organizzata e pianificata». Il governatore ha ridimensionato il peso politico dell’operazione: «È stata una meteora», durata «nove mesi». La conclusione resta politica e interna insieme: «L’uscita di Vannacci non mette in discussione la segreteria Salvini. È stato un investimento sbagliato, si gira pagina e si va avanti».
A certificare la tenuta del partito è il vicesegretario federale Andrea Crippa, che fa un bilancio secco: «Non registro abbandoni nel partito, se non quello del consigliere regionale Simoni». Il riferimento è a Massimiliano Simoni, unico eletto in Toscana ad aver seguito Vannacci, già vicino al generale e oggi portavoce del movimento Il Mondo al Contrario, con un passato politico che rafforza il parallelo evocato da Matteo Salvini, che alla vigilia della rottura aveva tagliato corto: «È come Fini, un traditore, è la storia che si ripete e il suo partito farà la fine di Fli». Simoni fu infatti candidato nel 2013 con Futuro e Libertà per l’Italia, la formazione fondata da Gianfranco Fini e poi scomparsa dalla scena parlamentare. Un caso isolato, ribadisce Crippa, che torna a insistere sul punto politico: «Mi aspetto che Vannacci lasci il posto in Europarlamento a chi rappresenta davvero la Lega».
Dai territori arrivano segnali analoghi. In Umbria amministratori e iscritti restano con il segretario federale. In Sicilia la deputata Valeria Sudano assicura che «la scelta di Vannacci non avrà alcun impatto né tra gli amministratori né tra i militanti». In Toscana l’ex capogruppo regionale Elena Meini rivendica sui social la sua scelta: «La politica non è un palcoscenico personale… Io resto. Avanti. A testa alta».
Sulla stessa linea l’europarlamentare Anna Maria Cisint, che parla di «fiducia tradita» e ricorda che «i voti per il Parlamento europeo li ha avuti con il Carroccio». La ministra Alessandra Locatelli sintetizza: «Vannacci non è il primo e non sarà l’ultimo, ma la Lega è una, forte, indivisibile». Il quadro del day after è quello di un partito che vuole archiviare rapidamente la rottura. Vannacci se n’è andato, la Lega rimane.
Novità sulla sparatoria avvenuta a Rogoredo il 26 gennaio in cui è stato ucciso Abderrahim Mansouri: l’autopsia confermerebbe la versione dell’agente: «Si conferma che la distanza di sparo è ben superiore ai 25 metri (il poliziotto aveva dichiarato 20 metri) e che il proiettile entra a livello temporoparietale destro con andamento verso la parte posteriore del cranio, ma senza uscire. Tali considerazioni risultano compatibili con uno sparo quando il poliziotto si trovava di fronte al marocchino». Lo ha comunicato l’avvocato Pietro Porciani, legale dell’agente Carmelo Cinturrino, indagato per omicidio volontario di Mansouri.
Sul versante dell’altra sparatoria avvenuta a Rogoredo nei giorni scorsi, quella di piazza Mistral del 1° febbraio, la Procura ha invece iscritto nel registro degli indagati non solo l’agente che ha materialmente risposto al fuoco del cinese irregolare, ma l’intero equipaggio dell’Uopi: quattro poliziotti, con l’ipotesi di lesioni colpose e il richiamo alla scriminante dell’uso legittimo delle armi.
In Italia l’iscrizione nel registro degli indagati, anche quando è solo tecnica, impone comunque di difendersi: nominare subito un avvocato e anticipare le spese. È il nodo sollevato dal Siulp nelle parole del segretario generale Felice Romano: «Per i poliziotti la maggior preoccupazione non è rischiare la propria vita, ma dover poi entrare nella centrifuga di un sistema giudiziario da cui usciranno strapazzati nel morale e patrimonialmente massacrati».
Nel caso di Milano l’indagine non riguarda solo chi ha sparato: anche chi guidava il mezzo e chi era a bordo si ritrova iscritto. Come osserva Romano, la Procura ha scelto di indagare «non solo chi ha risposto al fuoco, ma tutti e quattro», arrivando a quello che il sindacato definisce un vero cortocircuito, evocato con l’espressione della «responsabilità di gregge».
La conseguenza è immediata e concreta. Anche quando l’esito finale è prevedibilmente favorevole, l’indagine produce effetti reali: la necessità di un legale, le parcelle anticipate, l’incertezza sui rimborsi. A Milano, dove il costo della vita è tra i più alti d’Europa, per un agente che guadagna intorno ai 1.600-1.700 euro al mese, affrontare spese legali iniziali da anche 5.000 euro significa incidere direttamente sull’equilibrio familiare: la parcella finale può arrivare fino a 40.000 euro. Non è solo una questione di stipendio, ma di tempi e di meccanismi: il rimborso delle spese legali non è automatico e passa dal vaglio dell’Avvocatura dello Stato, senza scadenze stringenti e con il rischio, tutt’altro che teorico, di un rifiuto che apre a nuovi contenziosi.
Romano descrive l’iscrizione come l’avvio di un percorso a ostacoli che scatta subito dopo l’avviso di garanzia: «Ciò che il resto del mondo chiama garanzia defensionale per i poliziotti è l’inizio di un tribolato, affannoso percorso», che può durare anni e non restituisce automaticamente quanto anticipato, nemmeno in caso di archiviazione. «Per chi guadagna 1.700 euro al mese e deve mantenere una famiglia non è una passeggiata di salute», avverte. Per l’altro agente accusato di omicidio volontario dopo essersi visto puntare contro una pistola, la trafila sarà inevitabilmente ancora più lunga e costosa.
Andrea Varone, segretario del Siulp di Milano, spiega che l’impatto è immediato: le spese legali vanno anticipate, la parcella deve essere vidimata e inviata all’Avvocatura dello Stato, che entro 45 giorni può concedere solo un anticipo parziale, intorno al 30%. Il resto resta a carico dell’agente.
Il confronto con altri Paesi accentua il divario: nel Regno Unito, in Francia e in Germania l’uso delle armi è prima sottoposto a verifiche interne strutturate e l’intervento penale non è automatico. In Italia, l’assenza di un filtro preliminare attiva subito il circuito penale, scaricando sul singolo operatore il peso economico e psicologico.
C’è una linea comune nelle decisioni di ordine pubblico che rischia di creare qualche polemica: si colpiscono le trasferte, non i derby. È accaduto con l’Inter, sanzionata dopo i fatti di Cremona - il lancio di materiale pirotecnico in campo contro il portiere grigiorosso Emil Audero, per cui ieri è stato arrestato un diciannovenne legato agli ultras interisti, diverso dal soggetto che ha perso tre dita nell’esplosione di un altro ordigno - con divieto di trasferta fino al 23 marzo 2026 e limitazioni alla vendita dei biglietti ai residenti in Lombardia. Una misura temporanea, decisa dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che però non riguarda il derby di Milan-Inter dell’8 marzo, escluso dal provvedimento perché non comporta spostamenti organizzati di tifosi. La stessa logica è stata applicata a Roma. Per Lazio e Roma, dopo gli scontri sull’autostrada A1 con le tifoserie di Napoli e Fiorentina, il Viminale ha disposto divieto di trasferta fino al termine della stagione. Anche qui, però, il derby Roma-Lazio non è stato toccato. La stracittadina, in calendario per il 17 maggio, si giocherà regolarmente allo Stadio Olimpico.
Una scelta coerente con l’impostazione del Viminale: il derby è considerato un evento ad altissimo rischio ma territorialmente confinato, gestibile con un controllo urbano rafforzato. Le trasferte, invece, soprattutto quelle organizzate con furgoni e mezzi privati difficili da monitorare, rappresentano un rischio meno controllabile. La linea è dunque costante: per l’Inter lo stop è a tempo, per romani e laziali fino a fine stagione ma i derby restano. Il punto centrale è che per il Viminale la vera variabile è il movimento dei tifosi. Le trasferte sono diventate negli anni un problema sempre più difficile da governare. Non parliamo soltanto dei pullman ufficiali, scortati e censiti, ma di una galassia di spostamenti paralleli: van a noleggio, furgoni privati, auto che viaggiano in piccoli gruppi, spesso senza segni di riconoscimento evidenti. Mezzi che partono a orari diversi, cambiano percorso, si fermano negli autogrill «giusti», seguono logiche che sfuggono alla pianificazione classica delle forze dell’ordine.
Dentro questo sistema, raccontano da tempo fonti investigative, si inseriscono anche interessi opachi. Non è un mistero che una parte della logistica - dai mezzi ai biglietti, fino all’organizzazione dei viaggi - possa finire sotto il controllo di ambienti vicini alla criminalità organizzata, soprattutto quando si parla di grandi numeri e di trasferte ripetute. Non serve immaginare scenari cinematografici: basta pensare a furgoni intestati a prestanome, noleggiati in blocco, difficili da tracciare in tempo reale. Per chi deve garantire l’ordine pubblico, è un problema operativo. Il derby è diverso. Non genera flussi in uscita dalla città interessata. Non tange stazioni ferroviarie, non riempie aree di servizio lungo le autostrade, non costringe a inseguire colonne di veicoli che possono incrociarsi «per caso» con tifoserie rivali. Tutto resta dentro un perimetro urbano mappato, presidiabile. Gli accessi allo stadio possono essere separati, i quartieri sensibili cinturati, i percorsi scaglionati. È un lavoro enorme, certo, ma è un lavoro statico, non itinerante.
C’è poi un altro elemento, meno dichiarato ma decisivo: al derby meglio avere 10.000 persone rumorose e arrabbiate dentro uno stadio che 1.000 sparse fuori nel piazzale. Dentro l’impianto ci sono tornelli, steward, telecamere, reparti mobili pronti a intervenire. Fuori sarebbe il caos.





