Trenta secondi. È in quell’arco di tempo che si concentra ora l’attenzione degli inquirenti della Procura di Milano, a meno di 24 ore dall’incidente che in viale Vittorio Veneto è costato la vita a due persone e ne ha coinvolte complessivamente più di 50, con decine di feriti ancora ricoverati. Il sistema di sicurezza cosiddetto «uomo morto», installato sui Tramlink (prodotti da una ditta straniera a cui è stato affidato l’appalto nel 2019 per 190 milioni di euro) è progettato per intervenire quando il conducente non è più in grado di agire sui comandi.
Funziona così: sopra i 3 chilometri orari il tranviere deve premere un pulsante ogni 2,5 secondi per dimostrare di essere vigile. Se non lo fa, scatta un allarme sonoro. Se nei successivi 2,5 secondi non arriva alcuna risposta, il sistema attiva la frenata automatica fino all’arresto del mezzo, compatibilmente con lo spazio di frenata necessario. Gli investigatori dovranno chiarire perché, nei momenti che hanno preceduto lo schianto, il dispositivo non abbia evitato l’uscita dai binari.
La pm Elisa Calanducci si appresta ad aprire un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose. L’ipotesi del malore resta al centro dell’inchiesta. Il conducente, già sentito dalla Polizia locale, avrebbe riferito di essersi sentito male prima di perdere il controllo del tram. Non è ancora stato interrogato dal magistrato e al momento non risulta iscritto nel registro degli indagati, ma un’eventuale iscrizione potrebbe avvenire come atto a garanzia per consentire accertamenti tecnici irripetibili. È stato anche sequestrato il cellulare per controllare se non fosse in funzione al momento dell’incidente.
Sono state acquisite le immagini delle telecamere di bordo, ritenute decisive per ricostruire la sequenza dei fatti e verificare se vi siano segnali compatibili con un improvviso malessere. Raccolti anche i dati tecnici relativi alla velocità del mezzo prima dell’uscita dai binari e dell’impatto contro il palazzo in viale Vittorio Veneto. La Procura attende la relazione completa della Polizia locale per procedere con gli atti formali.
Disposte le autopsie sulle due vittime, Ferdinando Favia, 59 anni, e Abdoul Karim Touré, 56. La data degli esami non è ancora stata fissata. Restano ricoverati 16 feriti. Due pazienti sono in neurorianimazione al Policlinico, uno è in terapia intensiva al San Raffaele. Altri sono in osservazione tra Niguarda, Fatebenefratelli, San Carlo, Multimedica e gli altri ospedali coinvolti. I quadri clinici, riferiscono fonti sanitarie, sono per la maggior parte meno complessi rispetto alle prime ore.
Sul luogo dell’incidente è tornato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini: «L’ipotesi più probabile, in questo momento, è il malore perché non ci possono essere altre spiegazioni». Ha ricordato l’esperienza dell’autista di 61 anni e ha parlato delle famiglie sfollate dagli appartamenti danneggiati, ringraziando i vigili del fuoco impegnati nella messa in sicurezza.
Resta da capire se il sistema di vigilanza fosse correttamente attivo e se abbia funzionato secondo protocollo. Se il pulsante sia stato rilasciato. Se l’allarme sia scattato. Se vi fosse lo spazio sufficiente per arrestare il convoglio prima dello scambio orientato a sinistra. In quei secondi si gioca la ricostruzione tecnica dell’incidente che ha provocato due morti e decine di feriti. E la risposta alla domanda che ora attraversa tutta Milano: perché il tram non si è fermato. Nel frattempo, a 24 ore dall’incidente, l’incrocio è affollato di curiosi e fotografi, con i vigili a presidiare la zona.
Nel 2019 il Comune e Atm avevano bandito una gara pubblica internazionale per rinnovare la flotta tranviaria, un accordo quadro fino a 80 nuovi convogli. L’appalto, con un primo contratto da circa 190 milioni di euro, era stato aggiudicato al gruppo svizzero Stadler Rail, con produzione affidata allo stabilimento di Valencia, in Spagna: si era trattato del primo affidamento per i tram milanesi a un costruttore straniero.
I nuovi Tramlink sono entrati in servizio a partire da febbraio 2025, inizialmente sulle linee 7 e 31, per poi essere progressivamente estesi ad altre tratte della rete. Ieri uno di quei convogli - linea 9 - in servizio da oltre un anno, è uscito dai binari in viale Vittorio Veneto e si è schiantato contro un edificio all’incrocio con via Lazzaretto, provocando due morti e decine di feriti. A Milano non deragliava un tram da quasi tre anni. L’ultimo episodio documentato risaliva all’estate 2023. Nella serata di ieri il conducente, ricoverato in ospedale, avrebbe riferito agli inquirenti: «Mi sono sentito male, ho avuto un malore». Un elemento che pesa nell’inchiesta e che potrebbe spiegare perché il mezzo abbia saltato la fermata precedente e imboccato lo scambio a sinistra senza rallentare. Il bilancio è drammatico: due morti e 39 feriti, quindi sono 41 in totale le persone coinvolte, secondo il dato definitivo diffuso da Areu. Il primo a perdere la vita è un uomo italiano nato nel 1966, residente a Rozzano, rimasto incastrato sotto il convoglio. Il secondo è un immigrato senegalese, morto poco dopo l’arrivo all’ospedale Niguarda: era a bordo del mezzo. Il sindaco Giuseppe Sala, arrivato sul posto, ha confermato: «Due morti, uno era un passante e l’altro un passeggero: un residente di Abbiategrasso, italiano del 1966, e un immigrato». Sono da poco passate le 16 quando l’incrocio viene invaso da ambulanze e vigili del fuoco. Il tram 9, partito da piazza della Repubblica e diretto verso Porta Genova, avrebbe dovuto proseguire diritto verso Porta Venezia. I video delle telecamere e quelli girati dai passanti mostrano invece il convoglio arrivare in velocità, saltare la fermata precedente, imboccare lo scambio orientato a sinistra verso via Lazzaretto, inclinarsi, uscire dai binari, attraversare l’incrocio e schiantarsi contro la vetrina a piano terra di un palazzo. «Non si è fermato alla fermata precedente. Questo ci fa pensare a un malore», avevano raccontato a caldo due tranvieri colleghi del conducente. «La lanterna segnava a sinistra. Lo scambio era aperto a sinistra, il 9 doveva andar dritto. Ha preso lo scambio a 20-40 all’ora ed è deragliato. C’è un video dove si vede che si inclina uscendo dai binari, taglia l’incrocio e si schianta». Il sindaco aveva subito escluso, in prima battuta, un guasto evidente al mezzo: «Non appare una questione tecnica del tram, è molto legata al conducente. È un mezzo nuovo, l’autista è molto esperto, in servizio da solo un’ora, quindi non in straordinario. La cosa un po’ particolare è che è stata saltata una fermata». La Procura di Milano ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose. La pm Elisa Calanducci ha disposto l’autopsia sulle vittime e nominerà un consulente per gli accertamenti cinematici, per ricostruire l’esatta velocità del mezzo e verificare il corretto funzionamento dei deviatoi. Il tram è sotto sequestro. Verranno analizzate le telecamere dell’incrocio, quelle dei locali della zona e gli occhi elettronici a bordo. Diciotto feriti in codice verde, 20 in codice giallo, uno in codice rosso trasportato al Policlinico. I codici gialli sono stati distribuiti tra Fatebenefratelli, Niguarda, Policlinico, San Carlo e San Raffaele. I codici verdi tra Istituto clinico Città Studi, San Carlo, Sacco, Policlinico e Niguarda.
Due pulmini della Protezione civile hanno affiancato i mezzi del 118 per il trasporto dei feriti meno gravi. «In 70 anni, da milanesissimo, un incidente di questo tipo non l’ho mai visto», ha raccontato il marito di una donna ricoverata al Fatebenefratelli. «Mia moglie ha preso una botta al costato, nello schianto tre persone le sono cadute addosso. Il tram non andava neanche così veloce». Il comandante della Polizia locale, Gianluca Mirabelli, parla di «tutti gli accertamenti necessari con il coordinamento della autorità giudiziaria e vagliando tutte le ipotesi». Le sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil chiedono un confronto urgente con l’azienda per approfondire le dinamiche dell’incidente. Alla notizia del deragliamento sono arrivati i messaggi delle istituzioni. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini si è detto «addolorato per quanto successo nella mia Milano», esprimendo una preghiera per le vittime e ringraziando i soccorritori «nella certezza che verrà fatta chiarezza». Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiesto che «si faccia quanto prima luce sulla dinamica». Dalla presidenza del Parlamento europeo Roberta Metsola ha rivolto un pensiero ai feriti e un ringraziamento alle forze dell’ordine. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha espresso «profonda e commossa vicinanza» ai familiari delle vittime.
Come per Carmelo Cinturrino, anche le loro versioni hanno retto qualche giorno. Poi hanno iniziato a incrinarsi, a sovrapporsi, a correggersi. Anche grazie alle testimonianze di chi frequenta il boschetto di Rogoredo, come l’afghano che, nascosto tra i cespugli, ha visto tutta la sequenza del controllo antidroga culminato nell’uccisione di Abderrahim Mansouri.
E oggi quei quattro agenti - tutti presenti il 26 gennaio - non sono più al commissariato Mecenate. Indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati assegnati a uffici non operativi della questura di Milano. Un trasferimento deciso mentre le indagini del pm Giovanni Tarzia continuano a scavare non solo sull’omicidio e sulla presunta messinscena, ma anche sulla gestione del commissariato dove Cinturrino ha lavorato dal 2010.
Il primo scarto tra le versioni riguardava la posizione del corpo. Nelle dichiarazioni iniziali, la caduta di Mansouri era stata descritta in modo compatibile con una posizione supina. Ma, negli interrogatori del 19 febbraio, la scena cambia: Davide Picciotto (l’agente che stava dietro all’assistente capo) racconta che il ventottenne, visto estrarre l’arma, avrebbe girato il corpo per fuggire, cadendo «di faccia». Un dettaglio che ha poi incrociato gli accertamenti medico-legali e la presenza di fango sul volto.
La seconda crepa è quella della pistola a salve. All’inizio è l’elemento centrale della legittima difesa. Poi Picciotto ha introdotto la sequenza della valigetta: l’ordine di andare al commissariato, il ritorno con la borsa, Cinturrino che apre l’auto e preleva un oggetto nero, e solo dopo la comparsa della pistola accanto al corpo.
Terzo nodo: i soccorsi. Le carte fissano la chiamata al 118 alle 17.55, oltre 20 minuti dopo lo sparo delle 17.33. Una scansione che contrasta con la rappresentazione iniziale di un intervento tempestivo. L’agente Gaetano Raimondi ha ammesso solo nel secondo interrogatorio che nel bosco «se ne parlava» e che Carmelo «non era tutto pulito e lineare», senza che però fossero mai state fatte segnalazioni. Mentre Luigi Ramundo colloca la svolta al rientro dalla Procura la prima sera, quando, in auto, Picciotto iniziò a riferire particolari taciuti prima, compresa la paura di essere colpito alle spalle. La quarta agente, Federica Morneri, resta sullo sfondo della ricostruzione: così la versione iniziale sulla legittima difesa si è incrinata nei giorni successivi.

In una lettera scritta dal carcere, Cinturrino chiede scusa «a tutti per quello che è successo», spiegando di aver «avuto paura» e di essersi poi sentito «disperato». «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto», scrive, esprimendo pentimento e dolore anche per la famiglia di Mansouri. Rivendica di essere stato «sempre onesto e servitore dello Stato», ricordando encomi e assenza di sanzioni disciplinari, e conclude: «Perdonatemi, pagherò per il mio errore». La famiglia di Mansouri respinge le scuse: «Ammazzare una persona e poi creare una messinscena non è un errore». Se le accuse fossero confermate, aggiungono, l’agente «avrebbe dovuto essere arrestato molto tempo fa». E puntano il dito anche sui colleghi: se qualcuno avesse denunciato prima, «Abderrahim oggi sarebbe vivo».
Cinturrino ha trascorso l’intera carriera al Mecenate, commissariato a ridosso della più grande piazza di spaccio del Nord Italia. In 16 anni si sono succeduti molti dirigenti. Nessuno si è mai lamentato di lui. Il capo della polizia, Vittorio Pisani, ha già fatto sapere di voler arrivare alla destituzione dell’agente, senza attendere il rinvio a giudizio. Ma i tempi del procedimento disciplinare non saranno immediati.





