C’è qualcosa di comico nella frase con cui Beppe Sala adesso dice che, se potesse, tasserebbe i ricchi. È una frase che il sindaco di Milano ha regalato ieri al Corriere della Sera a margine di un incontro pubblico. Il primo cittadino non fa altro che scimmiottare Zohran Mamdani a New York, dimenticando quello che diventato il capoluogo lombardo e che i provvedimenti del nuovo idolo della sinistra stanno avendo risultati fallimentari.
Anche perché il problema è che arriva dopo anni in cui Sala ha governato la città in direzione opposta, aprendo ai grandi investitori, agevolando la centralità della rendita immobiliare, trattando il patrimonio pubblico sempre più come qualcosa da valorizzare o dismettere, non da usare come leva sociale.
Il punto non è la battuta, ma sono i provvedimenti favorevoli ai costruttori. Per tredici anni il Comune non ha aggiornato adeguatamente proprio quegli oneri di urbanizzazione che i privati devono pagare quando costruiscono (e che servono alla comunità). E non basta: nelle inchieste urbanistiche è emerso anche il meccanismo di interventi trattati come ristrutturazioni, con semplice Scia, invece che come nuove costruzioni, con contributi ancora più bassi per i privati e un buco potenziale di centinaia di milioni di euro. In altre parole, prima a Milano si è consentito ai costruttori di pagare meno del dovuto, poi Sala ha cominciato a piangere sui soldi che mancavano. E adesso prova perfino a rifarsi una verginità politica parlando di tassa sui ricchi, quando per anni i veri sconti li ha fatti a chi costruiva e speculava sulla città.
Lo stesso schema si vede nella gestione del patrimonio comunale: Largo Treves 1, ex sede dell’assessorato alle Politiche sociali, venduto nel 2021 per 52,7 milioni, e corso Vercelli 22, messo all’asta nel 2020 e poi finito in operazioni di sviluppo privato, non sono episodi isolati, ma il riflesso di una linea che il Comune stesso, nei suoi atti, ha definito di «valorizzazione» e «dismissione» del patrimonio immobiliare pubblico. In sostanza: usare il patrimonio pubblico non come leva sociale, ma come patrimonio da collocare sul mercato.
San Siro è il caso più evidente. La stima dell’Agenzia delle Entrate parla di 197 milioni complessivi, ma Luigi Corbani ha contestato con argomenti precisi proprio quella base di partenza: secondo l’ex vicesindaco, nel valore del Meazza sarebbe stato considerato solo il corrispettivo ordinario della concessione, circa 6 milioni annui, e non l’intero contributo vicino agli 11 milioni. Partendo dai proventi di bilancio 2000-2024, oltre 259 milioni complessivi, Corbani sostiene che il solo stadio potrebbe valere tra 125 e 218 milioni; e che, applicando alle aree il valore di monetizzazione fissato dalla stessa giunta comunale, il totale dell’operazione arriverebbe vicino ai 403 milioni. Anche contestando i numeri resta il punto politico che Corbani ha messo a fuoco: il Comune ha trattato come inevitabile una vendita fondata su una valutazione contestata e ritenuta favorevole ai privati.
Lo stesso vale per la M4: un project financing presentato come modello moderno, ma costruito in larghissima parte con soldi pubblici e poi chiuso con un assegno da circa 225 milioni a Webuild e Hitachi per rilevarne le quote residue attraverso Atm. Più che una prova di forza del pubblico, è sembrata la liquidazione comoda dei soci privati, liberati nel momento in cui i rischi residui e gli eventuali extracosti restano in capo al Comune e quindi ai cittadini. Messa così, la frase di Sala sui ricchi non appare di certo una svolta, ma l’ultimo artificio retorico di un sindaco che, arrivato alla fine del mandato, finisce quasi per prendere in giro i milanesi, parlando come se i problemi della città li scoprisse solo adesso. Eppure, Milano resta sempre più ostile al ceto medio: a marzo 2026 comprare casa costava in media 5.645 euro al metro quadro, mentre affittare 70 metri quadri richiede oltre 1.550 euro al mese.
Radiografie false con l’intelligenza artificiale: l’allarme su truffe e risarcimenti
- Uno studio dimostra che le radiografie generate dall’intelligenza artificiale possono ingannare anche gli specialisti. E mentre assicurazioni e imprese iniziano a dotarsi di strumenti di verifica, il cyber risk cambia natura: non colpisce solo i sistemi, ma la fiducia nelle prove.
- In Hackerare la mente Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco raccontano come algoritmi, linguaggio e intelligenza artificiale possano orientare scelte e percezioni. Una riflessione che aiuta a capire anche il boom di frodi digitali e contenuti manipolati.
Lo speciale contiene due articoli
A guardarla, sembrava vera. Ma è stato proprio questo il problema. Perché invece quella radiografia era falsa, generata dall'intelligenza artificiale. Eppure ci sono cascati tutti. Perché se un referto medico così importante può apparire autentica anche agli occhi di un medico esperto, allora il rischio non riguarda più soltanto la diagnosi. Riguarda il denaro, i risarcimenti, i contenziosi, le frodi. Riguarda un pezzo crescente della sicurezza digitale che finora è rimasto ai margini del racconto pubblico: la possibilità che immagini cliniche, file audio, video e comunicazioni manipolate con l’AI entrino nei processi assicurativi e sanitari come prove credibili, abbastanza credibili da far scattare pagamenti, perizie o decisioni sbagliate.
Il punto non è più teorico. Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che immagini radiografiche sintetiche create dall’AI possono ingannare sia i radiologi sia gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. Nel test, 17 specialisti di 12 ospedali in sei Paesi hanno esaminato 264 immagini, metà autentiche e metà artificiali: senza sapere della presenza dei falsi, sono riusciti a riconoscerli correttamente solo nel 41% dei casi; anche dopo essere stati avvertiti, l’accuratezza media si è fermata al 75%. Tradotto: il falso ha già raggiunto un livello di qualità sufficiente a entrare nella zona grigia dove una prova non è più immediatamente distinguibile da una manipolazione.
È in questa zona grigia che la cybercriminalità cambia pelle. Per anni il rischio informatico è stato associato soprattutto a intrusioni, ransomware, phishing, furti di dati. I deepfake aggiungono un livello diverso e più insidioso: non attaccano solo i sistemi, attaccano la fiducia. Non forzano una porta, si presentano come qualcosa che sembra legittimo. Una voce che chiede un bonifico urgente. Un video che conferma un ordine. Un’immagine clinica che rafforza una richiesta di rimborso. Una prova che appare tecnica e quindi, per definizione, affidabile.
Il caso di Hong Kong, dove un dipendente ha autorizzato trasferimenti per oltre 25 milioni di dollari dopo una videoconferenza con dirigenti in realtà ricostruiti artificialmente, è diventato il simbolo di questo salto. Non c’entra la sanità, ma spiega bene il meccanismo: il deepfake non serve più soltanto a ingannare l’opinione pubblica, serve a far funzionare una frode dentro procedure ordinarie. È questo il passaggio decisivo. Il falso non si limita a circolare. Entra nei processi.
Per questo la partnership tra identifAI e AmTrust Assicurazioni merita attenzione ben oltre il recinto delle notizie di settore. La compagnia ha deciso di integrare strumenti di rilevamento deepfake dentro la propria offerta cyber per imprese e organizzazioni sanitarie, con servizi di verifica per immagini, video e audio e con un’estensione specifica contro la frode digitale. È il segnale che il mercato assicurativo comincia a considerare il deepfake non come un rischio reputazionale o mediatico, ma come un rischio operativo, economico e potenzialmente assicurabile.
«L'Intelligenza Artificiale generativa» – commenta Marco Ramilli, founder di IdentifAI - «ha reso indistinguibile il vero dal falso, mettendoci di fronte a una scelta. Non possiamo più credere a tutto ciò che vediamo, ma vivere nel sospetto perpetuo è contro la nostra natura umana. Per non rassegnarci alla 'Società del Dubbio', dobbiamo costruire i nostri anticorpi digitali. Sviluppare e adottare strumenti di AI detection è il passo fondamentale per riprenderci il nostro diritto più grande: quello di fidarci ancora. identifAI nasce proprio per colmare questo gap: addestriamo modelli di visione artificiale avanzati per contrastare l'output generativo, garantendo il diritto fondamentale alla verifica dell’autenticità».
La sanità è il terreno più delicato di tutti. Perché qui l’autenticità di un’immagine non ha solo un valore informativo: può incidere su diagnosi, invalidità, responsabilità professionale, liquidazione di sinistri, cause civili. Se una radiografia falsa può sembrare plausibile, il problema non riguarda solo il medico che la interpreta. Riguarda l’intera filiera: chi produce il file, chi lo conserva, chi lo valuta, chi ci costruisce sopra una decisione clinica o un rimborso. In un contesto del genere, il deepfake non è un semplice falso digitale. È un attacco alla catena della prova.
Ed è qui che il tema diventa pienamente cyber. Perché la sicurezza non coincide più soltanto con la difesa delle reti o dei server. Coincide anche con la capacità di verificare l’autenticità di ciò che circola dentro un’organizzazione. Europol da tempo avverte che audio, video e immagini sintetiche possono essere usati per impersonation, frodi e manipolazione delle evidenze. La novità è che adesso questa minaccia sta trovando un punto di contatto diretto con assicurazioni, strutture sanitarie e processi aziendali reali.
La questione di fondo è semplice e scomoda. Per decenni il digitale è stato raccontato come il regno della tracciabilità. Oggi rischia di diventare anche il regno dell’ambiguità. Vedere non basta più. Ascoltare non basta più. Ricevere un’immagine o un documento non basta più. E quando questo accade nei settori dove una prova può generare un risarcimento o orientare una diagnosi, il problema smette di essere tecnologico in senso stretto. Diventa industriale, giuridico, assicurativo.
È questo che la vicenda identifAI-AmTrust porta alla luce. Non la promessa di una soluzione definitiva, che oggi non esiste, ma la presa d’atto che il confine tra vero e falso è ormai diventato un tema di sicurezza economica. E che la prima infrastruttura da proteggere, ormai, non è solo il sistema. È la fiducia.
Hackerare la mente, il cyber attacca dove siamo più fragili
C’è un passaggio, in questo libro, che arriva prima ancora delle singole tesi: la sensazione che il terreno della cybersicurezza si sia spostato. Non più soltanto server, reti, password, malware. Non più soltanto il perimetro tecnico da difendere. Il bersaglio vero, suggeriscono Pierguido Iezzi e Gennaro Fusco in Hackerare la mente. Parole, algoritmi e inganni. Come difendere la propria libertà digitale, è diventato l’uomo, o più precisamente la sua attenzione, la sua emotività, la sua capacità di giudizio. È una tesi molto forte, ma proprio qui sta qui uno dei pregi del volume: affronta un tema che si presta facilmente all’allarmismo con un tono invece misurato, accessibile, spesso persino didattico.
Il libro parte da una constatazione che oggi appare sempre meno evitabile: le tecnologie digitali non si limitano a raccogliere dati, organizzare informazioni o automatizzare compiti. Intervengono nel modo in cui percepiamo la realtà, reagiamo agli stimoli, interpretiamo i messaggi, prendiamo decisioni. Per questo la sicurezza, spiegano gli autori, non può più essere pensata solo come difesa di infrastrutture e archivi. Deve includere la difesa della sfera cognitiva, cioè di quello spazio fragile in cui si formano convinzioni, paure, fiducia, urgenza. Il punto, in sostanza, è che la mente umana è diventata una superficie di attacco.
Iezzi, con la sua lunga esperienza nella cybersecurity, e Fusco, che porta nel libro una sensibilità più legata al linguaggio, alla comunicazione e ai processi decisionali, costruiscono un percorso che tiene insieme tecnica e antropologia del digitale. È proprio questa doppia chiave a rendere il saggio interessante. Da una parte c’è la descrizione del contesto: phishing evoluto, chatbot, notifiche, social network, sistemi predittivi, modelli linguistici generativi. Dall’altra c’è la domanda più importante: perché tutto questo funziona? La risposta è nel titolo. Perché prima ancora di hackerare una macchina, oggi si può hackerare un comportamento.
Il cuore del libro è infatti il cognitive hacking, nozione che qui viene resa in modo chiaro anche per un lettore non specialista. Non si tratta della violazione di un dispositivo, ma dell’influenza esercitata su una persona attraverso messaggi progettati per attivare scorciatoie mentali, emozioni, riflessi automatici. Fiducia, paura, fretta, desiderio di appartenenza: sono questi, più delle vulnerabilità software, i varchi da cui passa la manipolazione contemporanea. In questo senso il saggio ha il merito di ricordare una verità spesso rimossa dal discorso pubblico sulla tecnologia: il fattore umano non è un dettaglio residuale del sistema, è il sistema.
Molto efficace è anche l’insistenza sul linguaggio. Le parole, osservano gli autori, non descrivono soltanto il mondo: lo orientano. Nel paesaggio digitale, questa intuizione diventa ancora più decisiva, perché ogni interfaccia, ogni messaggio, ogni notifica è costruita per suggerire una reazione. Un clic, una conferma, una condivisione, un acquisto, una fiducia accordata quasi automaticamente. In questo quadro l’intelligenza artificiale generativa rappresenta un salto di qualità: rende la persuasione più fluida, più precisa, più personalizzata. Le vecchie truffe si riconoscevano spesso dagli errori, dalle goffaggini, dai segnali vistosi della manipolazione. Le nuove, invece, possono essere impeccabili. E proprio per questo più pericolose.
Il merito del volume è non fermarsi alla denuncia. Hackerare la mente prova anche a offrire strumenti di orientamento. Non promette ricette semplici, e fa bene, perché il tema non si presta a soluzioni miracolose. Ma insiste su alcuni antidoti concreti: una nuova igiene comunicativa, la consapevolezza dei bias cognitivi, la capacità di rallentare davanti ai messaggi costruiti per imporre urgenza, l’esigenza di una alfabetizzazione digitale che non sia solo tecnica ma anche psicologica. È forse questa la parte più utile del libro, quella che lo rende più di un saggio di scenario: una guida civile, nel senso più ampio del termine.
Colpisce il fatto che il libro arrivi in un momento in cui il lessico della cybersicurezza appare improvvisamente insufficiente. Non basta più parlare di dati violati, account compromessi, identità rubate. O almeno non basta se non si comprende che l’attacco si è spostato anche sul piano della percezione. Da questo punto di vista la prefazione di Lorenzo Guerini e la postfazione di mons. Renzo Pegoraro ampliano il raggio della riflessione: non siamo soltanto davanti a una questione tecnica o individuale, ma a un problema che tocca la qualità della democrazia, la libertà personale, l’autonomia del giudizio. Quando gli strumenti di influenza diventano industriali, invisibili e adattivi, la difesa della mente non è più una metafora.
Il titolo del libro può sembrare provocatorio, ma alla fine coglie il punto. Perché ciò che un tempo appariva come una distorsione occasionale oggi rischia di diventare la normalità delle nostre interazioni digitali. Ed è qui che il saggio trova la sua ragion d’essere più solida: nel mostrare che la libertà, nell’ecosistema contemporaneo, non dipende soltanto dall’accesso alle informazioni, ma anche dalla capacità di riconoscere quando quelle informazioni sono costruite per portarci altrove.
Storico ambientalista e voce scomoda di Palazzo Marino, contestò fino all’ultimo il greenwashing della giunta di centrosinistra: da San Siro ad Area B, fino alla cura del verde pubblico. Oggi la maggioranza lo celebra, ma negli ultimi anni lo aveva isolato proprio perché troppo critico.
Adesso che Carlo Monguzzi non c’è più, la sinistra milanese lo celebra come un combattente, un ambientalista puro, una coscienza critica della città. Ed è tutto vero. Ma è vero anche il contrario: negli ultimi anni quello stesso centrosinistra che oggi lo incensa lo aveva progressivamente isolato, tollerato, infine quasi espulso dal racconto ufficiale di Milano. Perché Monguzzi, fino all’ultimo, è stato la voce che continuava a rompere la scenografia del green di Palazzo Marino, a contestare il sindaco Sala su San Siro, sul verde pubblico, su Area B e Area C, sulla distanza crescente tra l’ecologia raccontata e quella praticata. E proprio questo, più ancora delle formule di cordoglio, spiega chi fosse davvero.
Un altro verde, Marco Salamon, nel suo ricordo sui social, ha scritto che Carlo aveva subito «torti gravissimi» da parte di colleghi che avrebbero dovuto imparare dal suo rigore. È un giudizio duro, ma coglie il punto. Monguzzi non era soltanto un consigliere storico dei Verdi, un veterano dell’ambientalismo o un uomo di piazza. Era rimasto, nella Milano di Sala, l’ultimo esponente della maggioranza disposto a dire che dietro il lessico della sostenibilità si stava spesso consumando un’altra storia: più cemento, più retorica, più compromessi. E per questo era diventato scomodo soprattutto ai suoi.
Monguzzi è morto a 74 anni dopo una malattia rapidissima. Ingegnere chimico, insegnante di matematica, tra i fondatori di Legambiente e dei Verdi, ex assessore regionale all’Ambiente, era una figura che sembrava appartenere a un’altra stagione della politica, ma che in realtà era rimasta modernissima proprio per la sua inflessibilità. C’era sempre alle manifestazioni ambientaliste. Sala, salutandolo, ha ricordato che era l’unico in aula a chiamarlo «Beppe» e non «Sindaco».
Quando nel 2021 tornò in Consiglio comunale con Europa Verde, da primo capogruppo, sembrò la consacrazione naturale di una storia politica lunghissima. In realtà fu l’inizio della frattura. Il primo scontro arrivò su piazzale Lavater: Monguzzi denunciò gli alberi «imprigionati» nel calcestre e, pala in mano, provò a «liberarli»; Elena Grandi, assessore al Verde, difese invece la linea del Comune. Da lì il solco si allargò: l’acqua del sindaco nel brick, la cura del verde pubblico, i parchi trascurati, fino alla critica sempre più dura a una giunta che, ai suoi occhi, usava il verde come linguaggio politico ma non come criterio reale di governo.
Su San Siro fu tra i più netti: non vide mai la rigenerazione, ma un’operazione immobiliare raccontata con lessico ecologico. Su Area B e Area C non negava la necessità di limitare traffico e smog, ma accusava il Comune di farne bandiere, con controlli incompleti, deroghe e dati poco trasparenti. Proprio questa coerenza gli valse rispetto anche a destra. La rottura diventò pubblica nell’estate 2025, quando denunciò di essere stato di fatto silenziato dai suoi colleghi di gruppo e parlò di «pochezza morale»: il segno finale di una lunga espulsione simbolica da parte di chi governava in nome di un finto ambientalismo.





