- Con due articoli speculari, Polito e la De Gregorio puntano il dito contro gli appassionati di cronaca nera: «Sono populisti». Peccato che i due quotidiani siano pieni di aggiornamenti sul caso Poggi. E che i primi a ridurre l’informazione a tifo siano loro.
- I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono ricordi diversi sulla vittima e sul suo rapporto con Alberto Stasi. Per la cugina Paola, il legame non era così forte e Alberto trovò subito un’altra ragazza, Stefania nega.
Lo speciale contiene due articoli.
Basta uno starnuto e il popolo diventa popolino. Basta che il Giornalista Collettivo lo decida e quell’armata «saggia e consapevole» che bocciò la riforma della magistratura al referendum in nome della Costituzione, si trasforma in un’accozzaglia di minus habens divanati e affamati di colpi di scena sul delitto di Garlasco. È la teoria stereo del Corriere della Sera e di Repubblica, che ieri hanno dedicato alla curiosa mutazione antropologica (criticandola aspramente) riflessioni da saggio breve, affidate a grossi calibri come Antonio Polito e Concita De Gregorio. E annegate - da settimane, con granitica coerenza - dentro l’oceano di indiscrezioni, retroscena, supposizioni, gossip, interviste, grafici, presunti appunti, fotomontaggi, big data, da pagina due a pagina sei dei loro autorevoli quotidiani.
Le due testate leader nel pretendere di plasmare la coscienza critica del cittadino italiano sono fortemente preoccupate. «L’ossessione per il true crime è il male oscuro del populismo. Ma c’è forse qualcosa di nuovo nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che somiglia sempre più a un’ossessione nazionale in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre per esempio)», scrive il Corriere, incline all’analisi sociologica. Per Repubblica il problema è perfino più grave: «Da sempre spostare il conflitto sul piano individuale è funzionale a distogliere dal malessere collettivo». E quale sarebbe? «L’allontanamento dalla realtà, dalla passione civile; la distrazione dai danni e dalle omissioni di chi governa le cose, dai problemi reali». Come se Andrea Sempio avesse affondato la Flotilla. Come se a nascondere le prove nei 19 anni di scempio giudiziario fosse stata Giorgia Meloni. Ecco l’assassina, fatele la prova del Dna.
Noi del ceto medio poco riflessivo (che ai doppi falli di Garlasco preferiamo gli aces di Yannik Sinner) avremmo una domanda preliminare: ma invece di sdottoreggiare con punte di lirismo che neanche Eugenio Montale, non era più semplice entrare in riunione e far valere l’understatement con la direzione e l’ufficio centrale? Se nelle vostre homepage campeggiano almeno sei titoli al giorno su Garlasco; se il vostro core business quotidiano è «il video della ricostruzione in 3D del delitto con l’avatar di Andrea Sempio», che volete dal popolino? Lasciatelo in pace e parlatevi. Corriere e Repubblica sono due network di riferimento nello stilare il menù informativo, nel decidere la scaletta, nell’influenzare il dibattito. Sia chiaro, tutto questo è un valore. Ma il corto circuito ha qualcosa di grottesco: da una parte si spinge all’inverosimile la merce, dall’altra si alza il ditino dell’elitaria insofferenza contro la merce sorseggiando Sassicaia. Snobismo in purezza mentre riecheggia la metafora di Stefano Ricucci al tempo dei furbetti del quartierino: fare i froci con il c… degli altri.
Oltre a evidenziare la contraddizione, gli editoriali paralleli suscitano un paio di pensieri sparsi. Da sempre il trittico «soldi, sangue, sesso» ha innervato le pagine dei giornali, non solo italiani. Dalla strage di Erba al delitto Yara, da Cogne ad Avetrana passando per Novi Ligure, il mistero ha sempre avuto un posto in prima fila. Indro Montanelli ripeteva spesso una frase di Ugo Ojetti: «Per fare un buon giornale servono un editoriale contro il governo, un po’ di sangue sparso e i risultati delle partite di calcio». E il moltiplicatore social, quell’enorme bar di Guerre Stellari che tutto appiattisce, è una conseguenza non certo una causa.
Sottolinea Polito: «Ci troviamo davanti a un populismo digitale senza precedenti. Tutto molto divertente per chi guarda, ma sicuramente devastante per chi ne è vittima e deve aggiungere, alla paura, la gogna». Ha ragione. Con un dettaglio: la responsabilità del processo mediatico permanente non è di chi lo guarda girando il ragù e buttando lì un like per noia. Ma di chi ne ha fatto un totem nella stagione di Tangentopoli e in 30 anni non ha mai cambiato spartito. Garlasco non è che la nemesi. E ci ricorda ogni giorno, ogni ora, lo sfacelo di un sistema giudiziario tenuto in piedi dalla santa alleanza fra procure e redazioni, dove le prime dettano gli spartiti e le seconde suonano il trombone.
Seconda riflessione. Troppo comodo applaudire il popolo quando va in piazza o si fa turlupinare dai luoghi comuni («Pace o condizionatori», «Chi non si vaccina si ammala e muore» «Arriva l’helicopter money») per poi derubricarlo a feccia populista quando si appassiona ad altro. Privato della sovranità costituzionale sui grandi temi (sui soldi decide la Bce, sulle riforme l’Europa e i giudici, sulla salute Big Pharma) l’uomo della strada si sente più vicino a un caso di cronaca andato a male (diceva Lev Tolstoj: «Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo») piuttosto che al patto di stabilità o al patriarcato tossico. Sicuri che abbia torto? E comunque versatevi un altro calice di Brunello. Dopo Garlasco è in arrivo un nuovo psicodramma collettivo: l’hantavirus. Lo gridano con la sirena i vostri giornali.
Le contraddizioni delle due Cappa: «Chiara era innamorata. Anzi no»
Tra soliloqui di Andrea Sempio, ricostruzioni 3D, impronta 33 e possibile revisione per Alberto Stasi, nel nuovo fascicolo su Garlasco colpisce anche il contrasto tra Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi. I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono due immagini diverse della vittima e dell’andamento del rapporto con Stasi.
Paola racconta che Chiara le avrebbe confidato di non aver avuto intimità con Stasi a Londra: «Questa cosa a mio modo di vedere mi era suonata un po’ strana». Ridimensiona però le vecchie ipotesi sulle «avance respinte»: erano una congettura «molto casuale». E introduce la presunta nuova fidanzata di Stasi: dice di ricordarlo al funerale con Serena S., avendo la sensazione che dal giorno dopo fosse già legato a lei.
Poi sostiene: «Non glielo ho mai sentito dire che fosse innamorata. Diceva che erano fidanzati e stavano bene». Stefania, invece, è netta: «Chiara era innamorata di Alberto». Racconta che la cugina le parlò dei video intimi con Stasi «in maniera molto serena e semplice», senza farle capire di averli fatti controvoglia.
Il nodo diventa la stanza di Chiara. Marco Poggi, sentito nel 2026, spiega che il computer di famiglia era lì e che lui lo usava. Davanti al video di Sempio a scuola trovato sul desktop, dice di essere «caduto dalle nuvole» e ipotizza che Andrea avesse portato un cd per mostrargli «le bravate di scuola». C’è poi la questione dei video intimi trovati su quel computer. Stasi, nel verbale del 20 maggio 2025, conferma che i filmati erano stati girati con la sua fotocamera e inviati a Chiara, tenuti poi su supporti esterni a suo «uso esclusivo». Marco, però, gli chiese prima del fermo se esistessero video sessuali. E quando i pm gli domandano se Sempio potesse averne uno, Marco ipotizza che abbia preso «una penna usb che c’era in camera di Chiara».
La relazione di Paolo Dal Checco aggiunge che il 5 maggio 2007 viene creato sul pc di Chiara «albert.zip», archivio di circa 1 gigabyte; cinque minuti dopo viene impostata una password per l’utente Chiara. L’1 luglio 2007, «1° Maggio.mpg» entra nell’archivio, ormai protetto. Anche fuori dal computer, Chiara appare più vigile: dopo un allarme, secondo Stefania, corse in strada e «non si era calmata subito». Stasi ricorda «cenere» in casa, pur precisando: «Né io né Chiara fumavamo».
Resta poi l’orario: le 9.30. Quattro giorni dopo l’omicidio, in caserma, Stasi ipotizza: «Qualcuno è entrato e lei si è spaventata». Stefania replica: «Ma alle 9.30?». Lui: «Non lo so a che ora». Una frase oggi rilevante, perché l’orario centrale diventerà poi 9.12-9.35. E in altre conversazioni torna l’avvertimento: «Se Chiara è morta alle 9.30-10, ci siete dentro voi altri!».
È il 12 febbraio 2008. Maria Rosa, madre delle gemelle, parla al telefono con la sorella Carla dopo i colloqui con la pm Rosa Muscio, all’epoca titolare dell’inchiesta. E riaffiora quel riferimento temporale: le 9.30. Ma è soprattutto nelle nuove carte della Procura di Pavia che quell’orario diventa il punto attorno a cui ruota la ricostruzione investigativa. Gli inquirenti riportano infatti uno dei soliloqui di Sempio (dell’8 febbraio 2017): «È successo qualcosa quel giorno (inc) era sempre lì a casa (inc) io non so se lei ha detto che lavorava (inc) però cazzo, oh (inc) alle nove e mezza (09.30) a casa… (inc)». Secondo i magistrati, «l’indagato sembra riferirsi all’orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il giorno dell’omicidio». La Procura, basandosi anche sulla consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo, ritiene infatti certo che Chiara abbia disattivato l’allarme della villetta alle 9.12. E aggiunge che, «per semplice somma di orari», essendo trascorsa «al minimo mezz’ora fra l’inizio della digestione» della colazione e la morte, «alle 9.45 Chiara Poggi era viva». Da qui un’altra conclusione investigativa destinata a cambiare il quadro del caso. Per gli inquirenti appare «del tutto irragionevole che possa essere stata uccisa da chi alle 9.35 era a casa propria davanti al proprio computer», cioè Stasi, distante «1,7 chilometri dalla vittima». Diversa, invece, la posizione di Sempio. Per la Procura, quella registrazione ambientale collocherebbe il nuovo indagato all’interno dell’abitazione di via Pascoli intorno alle 9.30. Poi, alle 9.58, secondo i tabulati telefonici, avrebbe chiamato l’amico Mattia Capra. Sempre secondo la consulenza medico-legale, la fase della colluttazione e dell’aggressione sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti. La frase intercettata è delle 17.43. Poche ore dopo che Sempio ha ricevuto la prima notifica per l’invito a comparire nell’indagine aperta nel 2017 e poi archiviata. Ed è proprio attorno alle vecchie indagini che sembrano aprirsi nuovi fronti investigativi. Gennaro Cassese, oggi colonnello dei carabinieri in pensione e all’epoca comandante della compagnia di Vigevano con il grado di capitano, sostiene di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, pur non escludendo l’iscrizione nel registro degli indagati per false informazioni ai pm. A Cassese verrebbe contestato di non aver riferito ai magistrati del malore accusato da Sempio durante l’interrogatorio del 4 ottobre 2008, quello dello scontrino del parcheggio di Vigevano. «È vero, di quell’ambulanza non mi ricordo. Sono passati 18 anni. Ma nessuno può mettere in discussione la massima serietà con la quale ho sempre operato, nel rispetto delle istituzioni». Poi aggiunge: «Io non cambierei nulla di quell’interrogatorio. L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello andava messo».
Lo scontrino del parcheggio, l’alibi di Sempio, resta al centro della vicenda. L’avvocato Liborio Cataliotti invita alla calma: «Già una delle sorelle Cappa parla delle 9.30 come l’orario dell’omicidio». E precisa: «Nel fascicolo non si dice che lo scontrino è falso». Sull’intercettazione tra Giuseppe Sempio e la moglie, Cataliotti richiama la trascrizione: «Lo scontrino l’hai fatto tu (sospiro) dice lui, cioè il testimone. Questa è testualmente la trascrizione».
Il legale ricorda poi che il vigile del fuoco indicato come possibile elemento critico sull’alibi afferma di «incontrare la signora in altro luogo», che «non è mai successo di incontrarla a Vigevano» e che gli incontri «erano preceduti da telefonate». Aggiunge che «è stato provato» che quel giorno il testimone «era in servizio». Da qui la sua valutazione: «Gli inquirenti sono costretti a ipotizzare che lei sia andata a Vigevano per controllare l’effettiva presenza del testimone in caserma».
Si sgretola il castello di prove che ha messo in gabbia Stasi. I legali: «Subito la revisione»
L’inchiesta di Pavia abbatte i pilastri su cui si è retta la condanna della Cassazione. Dal Dna che ora porta a Andrea Sempio, alla mano dell’assassino fino al movente sessuale.- Dalle agende e dai file studiati dagli investigatori emerge il lato oscuro dell’unico indagato. Porno, stupri, autopsie e serial killer descritti come «grandi romantici».
Lo speciale contiene due articoli
La nuova inchiesta su Andrea Sempio non aggiunge soltanto un altro nome al delitto di Garlasco. Nelle indagini dei carabinieri di Milano c’è qualcosa di molto più importante: rilegge la scena del crimine in modo incompatibile con la condanna definitiva di Alberto Stasi. Non lo assolve formalmente - quello potrà accadere solo in sede di revisione - ma smonta, uno dopo l’altro, i pilastri su cui quella condanna era stata costruita. Non a caso l’avvocato Giada Bocellari, che assiste il quarantaduenne con Antonio De Rensis, ieri ha annunciato l’intenzione di accelerare «il più possibile» l’istanza di revisione, pur chiarendo che servirà tempo per leggere gli atti e scrivere la richiesta. Proprio ieri la legale ha mostrato a Stasi per la prima volta le nuove carte.
Il punto di partenza è processuale. Stasi era stato assolto in primo grado nel 2009 e in Appello nel 2011. La condanna arrivò solo dopo l’annullamento della Cassazione e il processo d’Appello bis, concluso nel 2014 con 16 anni di carcere, poi confermati definitivamente nel 2015. Oggi, però, proprio gli elementi che avevano permesso alla Cassazione di confermare quella condanna vengono riletti in senso opposto.
Il primo snodo è il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi. La Suprema Corte aveva valorizzato il dato della perizia di Francesco De Stefano: materiale maschile, degradato, verosimilmente contaminato, tale da rendere impossibile un’«indicazione positiva o negativa di identità». Per i carabinieri, però, quel passaggio ebbe un effetto «esiziale» per Stasi: l’impossibilità di identificarlo fu trasformata, di fatto, nell’impossibilità di escluderlo. Le nuove carte scrivono, invece, che nel materiale genetico isolato nei margini subungueali di Chiara «non ci sia mai stata nessuna incidenza riconducibile ad Alberto Stasi».
La differenza è enorme. Se quel Dna è la traccia della difesa della vittima, e se non appartiene a Stasi, la vecchia architettura della condanna perde una delle sue architravi. Ancora di più perché le nuove analisi, secondo la nota del comando dei carabinieri, hanno escluso anche Marco Poggi e individuato una corrispondenza di uno dei profili maschili con la linea paterna di Andrea Sempio.
l’impronta 33
Poi c’è l’impronta 33. Per i carabinieri è un altro punto importante. Non è una traccia neutra, ma un’impronta «palmare» sul muro del vano scale, vicino al punto in cui venne ritrovato il corpo di Chiara. Gli investigatori ricordano che già nel 2007 i tecnici si concentrarono su quella zona perché la conformazione dei luoghi e la posizione del cadavere la rendevano decisiva. La traccia reagì alla ninidrina (composto chimico usato dalla scientifica) in modo anomalo, con una colorazione intensa, macchie simili a schizzi e caratteristiche compatibili con una «mano bagnata», forse anche con sangue lavato.
In pratica, nella nuova ricostruzione, quella impronta viene attribuita ad Andrea Sempio e diventa la traccia di un aggressore che, dopo aver colpito Chiara sulle scale, sarebbe tornato nel vano scale con la mano bagnata, generando proprio la traccia 33. Da lì, secondo i carabinieri, si sarebbe poi ripulito usando il lavabo della cucina: il bagno non risulterebbe usato, mentre il tappetino davanti al lavello non venne mai campionato, né analizzato con il luminol.
Un altro fronte è il movente. Per anni la sessualità di Stasi, i video intimi e la pornografia, sono stati raccontati come una zona d’ombra. La nota dei carabinieri ribalta quella prospettiva: le chat tra Alberto e Chiara mostrerebbero una coppia complice, anche sessualmente. La sfera sessuale, quindi, non sarebbe il movente di Stasi, ma il possibile terreno su cui qualcun altro avrebbe proiettato desiderio, rifiuto e quindi un’aggressione.
la bicicletta
Anche gli oggetti della vecchia condanna - bicicletta, pedali e scarpe - vengono riletti. La Cassazione aveva escluso uno scambio fisico tra i pedali di due bici del condannato. Ma aveva ritenuto che Stasi avesse comunque sostituito i pedali della sua bici con altri non originali, sui quali era rimasta la traccia genetica di Chiara. Per i carabinieri è una costruzione illogica e paradossale: se Stasi fosse stato un assassino freddo e calcolatore, perché non far sparire la bicicletta invece di smontare e rimontare i pedali? E lo stesso vale per le scarpe: le Frau taglia 42 attribuite all’assassino non sono mai state trovate nella disponibilità di Stasi, mentre le nuove misurazioni indicano per Sempio una compatibilità con calzature 42-43. Ma le nuove carte non si fermano alla scena del crimine.
Spunta anche il nome di Laura Barbaini. È lei che da sostituto procuratore generale di Milano aveva sostenuto l’accusa nell’Appello bis contro Alberto Stasi e, nel 2016, ricevette gli atti della difesa che indicavano, invece, Andrea Sempio come potenziale assassino.
un misterioso post-it
Ed è sempre lei che il 17 gennaio 2017 aveva inviato Mario Venditti, all’epoca procuratore aggiunto di Pavia un documento di 16 pagine in cui sosteneva l’innocenza di Sempio.
Oltre a una possibile fuga temporale di notizie, (già il 23 dicembre 2016, prima che la parte civile acquisisse formalmente gli atti l’11 gennaio 2017 sulla stampa compariva il nome di Sempio), il passaggio più delicato riguarda la circolazione delle carte. Secondo la ricostruzione investigativa, anticipata ieri dalla Verità, il materiale arrivato il 13 gennaio 2017 al generale Luciano Garofano, consulente della famiglia, non sarebbe partito dalla Procura di Pavia, ma forse proprio dalla Procura generale di Milano. I carabinieri, però, non individuano la «manina» che avrebbe distribuito gli atti.
In compenso riportano un’intercettazione di Giuseppe Sempio (padre di Andrea), che descrive un presunto consiglio che la Barbaini avrebbe offerto alla famiglia: «Gliel’ha consigliato ... gliel’ha consigliato la Barbaini di fare un esposto alla Procura generale di Milano […] perché la Procura di Pavia dipende ... ecco […] se la Procura di Milano vede le cose che stanno andando in un senso che è tutto tutto una cosa schifosa, può intervenire, e dire a Pavia “cosa state facendo?"».
Nel fascicolo si fa cenno anche a Venditti, l’ex procuratore aggiunto di Pavia che seguì l’indagine su Sempio nel 2016-2017, poi archiviata. Oggi risulta indagato a Brescia nell’inchiesta sulla presunta corruzione legata proprio a quell’archiviazione. Nella nota dei carabinieri, Venditti compare in forma indiretta: Giuseppe Sempio riferisce che, nel 2017, l’allora procuratore (che Sempio senior pensa sia in realtà il gip) gli avrebbe detto «questa cosa finirà presto». È un racconto de relato, dunque non una prova autonoma di un accordo o illecito, ma per gli investigatori contribuisce a descrivere il clima di quel primo fascicolo, perché in casa Sempio l’archiviazione sembrava quasi attesa.
il fratello
Resta poi Marco Poggi, fratello di Chiara e testimone-chiave del contesto familiare e relazionale della vittima. Non è indagato, ma nelle nuove carte assume un ruolo sensibile perché è il punto di raccordo tra la casa di via Pascoli, il computer di Chiara e la comitiva di amici - compreso Sempio - che poteva frequentare la villetta. Sul video intimo della sorella con Stasi, Marco ha sempre sostenuto di non averlo mai visto: avrebbe solo trovato aperta una chat Msn sul computer di Chiara e intuito che la sorella stesse scaricando da Alberto un file dal contenuto privato. La nota, però, rileva che già nel 2007 Marco sembrava muoversi con familiarità tra foto, video, file, cd e materiali presenti sul computer della sorella.
Il passaggio più delicato arriva nei giorni del lutto. Quando al cimitero, lontano dai genitori, Marco chiede a Stasi se abbia scatti o filmati di Chiara, precisando però di non volere le «cose intime». Dunque, doveva sapere che esisteva materiale riservato della coppia. E, infatti, secondo la ricostruzione, Stasi avrebbe confermato l’esistenza del video, spiegando di non averne parlato ai genitori Poggi.
In questa chiave si inserisce la presunta «commistione» tra famiglia Poggi e quella di Sempio. Angela Taccia, legale di Andrea e già legata alla vecchia comitiva, avrebbe rilanciato la versione delle visite a casa Poggi per giocare alla Playstation. Rita Preda lo riferisce a Marco il 15 marzo 2025. Lui conferma, ma ridimensiona: venivano «ogni tanto», non «due o tre volte a settimana». Il punto è delicato: se Sempio avesse frequentato spesso la villetta, eventuali tracce avrebbero potuta essere pregresse. Se quel ricordo si rafforza solo dopo le nuove prove, diventa una versione utile alla difesa. Lo stesso schema, secondo i carabinieri, emerge il 14 maggio 2025 quando Marco auspica un intervento «al di fuori» della Procura di Pavia e Giuseppe richiama la segnalazione alla Procura generale di Milano. Per gli investigatori, non è solo diffidenza verso la pista Sempio, ma il tentativo di «bloccare l’indagine».
Sempio adorava il Mostro di Parigi
Scrive con ossessione, riempie agende, quaderni, file Word. Al punto che i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano, nell’informativa riassuntiva di 300 pagine che riscrive il giallo di Garlasco, dedicano ai suoi scritti un intero capitolo. Il capitolo più oscuro. Quello che entra nell’intimità di Andrea Sempio rastrellando le tracce che l’unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra, incurante, aver lasciato in giro. Naviga tra serial killer, stupri, autopsie, decapitazioni. Guarda pornografia estrema. Si taglia. Si brucia il torace «perché» gli piace, ammette in uno scritto, «superare i limiti».
Il mosaico è stato costruito dagli investigatori mettendo insieme file sequestrati, cronologie di navigazione, contenuti Cloud e documenti trovati nel suo computer. Non è una diagnosi. È un viaggio attraverso una mente che gli stessi investigatori descrivono come attratta dalla violenza, dalla morte e perfino dalla figura di un «mostro». Quella di Issei Sagawa, «il Mostro di Parigi», il giapponese che nel 1981 stuprò, uccise e mangiò una studentessa olandese, Renée Hartevelt, una vicenda analizzata in un file Word da 626 pagine, creato il 19 giugno 2014, e trovato nel pc di Sempio. Non contiene un semplice riassunto di cronaca nera, né valutazioni processuali. Appare come una narrazione macabra da cui traspare una sorta di empatia: «Penso a Sagawa... il “Mostro di Parigi”... mai fatto del male a una mosca, mai fatto a botte… una vita dedicata alla letteratura». Sempio sembra immedesimarsi. La donna entra in casa. Sagawa sa che lo respingerebbe. Sa che «finite le poesie, lei se ne andrà e lui non l’avrà mai». E allora, «per cristallizzare quell’attimo e fermare il tempo... le spara in testa». Da lì il testo precipita in un romanticismo malato. «La bacia, finalmente. La bacia tutta. La accarezza, trema. Il cuore gli scoppia in gola, ora lei è sua». Poi, la svolta inquietante: «Allora, preso dalla paura che quell’attimo finisca senza che lei faccia parte di lui... la mangia». Il passaggio successivo è probabilmente il più disturbante di tutto il documento: «Non aveva mai avuto fantasie cannibalistiche... ma il cuore gli dice di mettere in bocca ciò che non potrà avere per tutta la vita, perché solo in questo modo saranno una cosa sola per sempre». Alla fine, «si pulisce la bocca con il suo perizoma come tovagliolino». Le valutazioni dell’improvvisato scrittore horror sono queste: «Non so voi... ma io, pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore, di un romanticismo intensissimo».
E infine la domanda che sembra attraversare tutta la narrazione: «È cattivo? È un mostro?». Lo scritto si chiude con questa frase: «Diventerà un mostro. Lo tratteranno da mostro e nessuno proverà a capirlo. Saranno solo tutti d’accordo sul puntargli il dito. Diverso! Assassino! Mostro!». Per gli investigatori queste pagine rivelano un certo «interesse» dell’indagato «verso i predatori sessuali». Ma non è questa l’unica apparente devianza. L’informativa cita «numerose navigazioni Internet» che mostrerebbero «un suo interesse per il satanismo, gli omicidi, gli assassini, i cadaveri e la decapitazione, l’esame autoptico e i fenomeni cadaverici». E annota anche l’apertura di link legati a fatti di cronaca su «stupro» e «violenza sessuale». Legati, in alcuni casi, anche a materiale pornografico. Nel computer di Sempio vengono trovati «vari video porno della categoria Bdsm (Bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo, ndr)». Alcune di queste foto sono state stampate e trasmesse dai carabinieri ai magistrati. Insieme alle valutazioni sul «killer instinct», l’istinto killer, che viene definito in un appunto come «una sega mentale per condizionare i soldatini all'aggressività a comando». Poche righe dopo, però, l’indagato distingue la «cattiveria» dall’istinto «predatorio» con cui «per esempio», si legge nell’appunto, «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera». Scrive Sempio: «Nell’istinto predatorio non c’è l’intenzione di nuocere, ma solo di prendere. Prendere cibo, sesso, soldi. Qualsiasi cosa. Ma la morte della vittima non è altro che un eventuale effetto collaterale». Sullo stesso tema c’è anche un altro passaggio: «Quando parlo di istinto predatorio non ci vedo nemmeno aggressività, ma uno scopo. In alcuni animali l’istinto predatorio si manifesta attraverso il gioco o attraverso l’istinto di rincorrere tutto ciò che corre». Accanto a queste considerazioni compare anche un’analisi profonda della sua stessa vita in terza persona. Dal bullismo subito a scuola, quando da «dark/satanista», così si definisce, «finisce in mezzo e viene preso in giro per tutto il primo anno». Sempio ammette di «odiare quel periodo» e di aver «iniziato a bere» per «evadere». È in quella fase che avrebbe cominciato «a tagliarsi e a bruciarsi». Ricorda, riferendosi a sé stesso in terza persona: «Si riempie braccia e petto di cicatrici». Poco dopo riflette: «Ha problemi, certo». E prima di giustificarsi («C’è da dire che è stato maltrattato un bel po’»), nella ricostruzione dei periodi neri della sua vita, annota ancora una frase che ora stride con il capo d’imputazione: «Non vuole fare del male a nessuno».
È notte piena il 4 gennaio 2011 quando Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, sembra fare i conti con sé stesso. È uno dei tanti racconti che compongono la sua autobiografia diventata un pezzo importante dell’indagine dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano.
L’informativa da 300 pagine che riassume i punti salienti dell’inchiesta è una radiografia della sua intimità tratta da un’enorme massa di appunti, riflessioni, fantasie, ricerche sul Web, sfoghi, sogni violenti, ossessioni sessuali, vuoti temporali e frasi lasciate lì, come se qualcuno, prima o poi, dovesse leggerle. È un viaggio nella mente di Andrea. Che parte dai manoscritti sequestrati durante la perquisizione del 14 maggio 2025 e, come in un film, riavvolge indietro nel tempo il nastro fino al 2018. Proprio in quel momento preciso, secondo gli investigatori, compare un elemento anomalo. Prima del 2017 quasi non esiste nulla. Eppure Sempio, scrivono i carabinieri, appare come una persona che annota riflessioni da sempre. Una grafomania costante. E allora quel vuoto, stando alle ricostruzioni dell’accusa, sarebbe significativo. Perché coincide con gli anni del delitto di Garlasco e con il periodo in cui lui entra nell’inchiesta.
La polizia giudiziaria lo scrive chiaramente: il procedimento aperto a suo carico tra il 2016 e il 2017 avrebbe rappresentato «una barriera di consapevolezza». E una frase intercettata il 27 febbraio 2025 sembra andare esattamente in quella direzione: «Le ho bruciate tutte… vaffanculo, andiamo a processo». Bruciate. In alcuni casi, il periodo successivo alla maturità sparisce dai racconti autobiografici. Altrove compare una formula secca, quasi cinematografica. Sempio annota: «Fast forward», avanti veloce. Per il resto, invece, si racconta senza pudore. Nei diari parla del «bullismo» subito alle superiori, delle difficoltà relazionali, «dell’autolesionismo», del suicidio dell’amico Michele Bertani, del «satanismo», dell’incapacità di integrarsi, della difficoltà ad approcciarsi alle donne. Poi, improvvisamente, il tono cambia. «Commesso cose brutte». Non le spiega. Le lascia lì, accanto ad altre parole: «Paura, dolore, poca esperienza sessuale». E ancora: «Ne ho passate tante… cose che altri non hanno mai vissuto, né vivranno».
Subito dopo arriva un altro passaggio che, nell’informativa, viene isolato: «Perché so difendermi se serve. Perché cazzo ho visto, subìto e fatto cose che fottetevi tutti, provate a vivere la metà di che cazzo ho vissuto io». Una parte sostanziosa dell’informativa riguarda la sessualità. I carabinieri descrivono un uomo che vive il rapporto con le donne quasi sempre con frustrazione, tensione o rifugiandosi nell’autoerotismo. Negli appunti annota incontri mancati, ragazze viste per caso, «eye contact» mai trasformati in approccio reale. Ogni occasione sfumata finisce con la solita mesta conclusione: «Una sega». Come quando era stato a «un passo dal parlare alla bionda».
La difficoltà nel contatto fisico emerge anche nella relazione psicologica del Racis (Raggruppamento carabinieri investigazioni scientifiche), richiamata dai carabinieri. Sempio parla di disagio non solo con le partner, ma perfino con gli amici. Dice di trovarsi meglio nei contesti di gruppo che nel rapporto «faccia a faccia». E torna continuamente su un rifiuto sentimentale subito a 17 anni. «Una vera e propria batosta». Quel tema, il rifiuto, oggi è centrale nell’impostazione accusatoria della Procura di Pavia, che l’ha posizionato come base del possibile movente. L’informativa entra poi in un territorio ancora più delicato: pornografia, fantasie, intrusioni digitali. Nell’iPhone vengono trovate fotografie intime di una collega ricevute tramite Whatsapp dietro compenso economico. Ma per gli investigatori Sempio non si sarebbe limitato a riceverle consensualmente. Avrebbe anche effettuato accessi abusivi impossessandosi illegalmente di foto e video privati. Lo stesso, scrivono i carabinieri, sarebbe accaduto anche nei confronti di un’altra ragazza che lavorava con lui.
Negli atti compare pure un video girato di nascosto: la telecamera inquadra la giovane sotto la gonna. Parallelamente emergono frequentazioni online di forum per aspiranti o sedicenti seduttori e di siti di pornografia estrema. Gli investigatori segnalano «numerosissime visite» a categorie porno «incesto» e «stupro». Ma, soprattutto, ricostruiscono una navigazione Internet che alterna pornografia, torture e violenza. Il 13 luglio 2014 Sempio, per esempio, cerca un «test psicologico killer». Poi visita le pagine «Il test del serial killer» e «Scopri il serial killer che c’è in te». Il 15 gennaio 2014, tra le 19.07 e le 19.40, secondo la ricostruzione dei carabinieri, passa da ebook come Death dealers manual e Manual for the independent assassin a video Youtube di sgozzamenti, esecuzioni, torture e decapitazioni in Siria. Poi torna su forum di seduzione. Poi webcam porno. Poi ancora video su killer professionisti.
Non una consultazione casuale generata «da popup», scrivono gli investigatori, ma una caccia consapevole. E poi ci sono i sogni trascritti in una moleskine. Sempio annota scene violente e sessualmente aggressive, che i carabinieri riassumono con formule come «sogna che accoltella delle persone» o «che stupra E.». In un altro, una donna bionda gli punta contro un taser e «lui le salta addosso e le apre la faccia». L’informativa arriva al punto più scivoloso con un file Word intitolato «Genesi dell’aggressione predatoria»: un testo costruito sull’idea che «nell’istinto predatorio» non vi sia cattiveria, ma desiderio di possesso. Vi si legge che «uno può prendere una donna con la forza perché la desidera» e che la morte può essere «un eventuale effetto collaterale». Compare anche il caso di Issei Sagawa: «Pur rendendomi conto della gravità dell’omicidio, ci vedo una storia d’amore».
Dentro questo universo mentale, il capitolo centrale resta Garlasco. Secondo l’informativa, dal 2013 Sempio consulta pagine sulla vicenda e su Alberto Stasi; dal settembre 2014, però, le ricerche diventano mirate al Dna sotto le unghie di Chiara. Il 29 novembre 2014 cerca «Stasi undici indizi», il 13 febbraio 2015 approfondisce su Wikipedia il «Dna mitocondriale». Per gli investigatori, non è semplice curiosità: dal 2016 Sempio avrebbe capito che le indagini potevano arrivare a lui. Le intercettazioni del 2017 mostrano una famiglia che si prepara a subire indagini. In auto, i genitori rassicurano Andrea: «Tutto quello che è stato detto, è stato riscontrato». La madre gli chiede se sia preoccupato; lui risponde: «No, preoccupato no. Di sicuro non sono tranquillissimo». Il padre gli suggerisce di dire che sono passati dieci anni, se non ricorda, e richiama il Dna come punto da gestire con gli avvocati. Quel tema torna nei monologhi di Andrea: «’Sta merda di Dna», bofonchia. Poi calcola la posta in gioco: «C’è in ballo 30 anni di galera». Le sue annotazioni seguono le tappe processuali di Stasi: «Ha chiesto riapertura», «mamma in panico per la cosa di Stasi», «archiviato ancora».
Altro tema centrale è quello che riguarda lo scontrino del parcheggio di Vigevano. Per anni baluardo difensivo, nelle nuove carte si incrina: nel 2025 Giuseppe dice alla moglie Daniela: «Lo scontrino lo hai fatto tu». Lei piange: «È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino […] gli ho rovinato la vita all’Andrea». Dentro questo snodo entra Antonio, vigile del fuoco in congedo: dai tabulati emergono Sms con Daniela tra il 12 e il 13 agosto, mentre l’utenza di lei si muove verso Vigevano. Sentito nel 2025, ammette incontri «solo ed esclusivamente di natura intima» e non «sentimentale». Così, nella nuova indagine, la sessualità della provincia pavese del 2007 diventa una chiave per rileggere Garlasco: non più zona d’ombra tra Alberto e Chiara. La notte tra l’1 e il 2 agosto 2007, Alberto è a Londra e Chiara a Garlasco. Mancano 12 giorni all’omicidio. Lui le dice di averle comprato dei «regalini», poi precisa: «Sono regalini sexy». Lei non si irrigidisce: chiede se sia stato nel sexy shop visto insieme, lui risponde «non solo» e racconta Soho, «quartiere a luci rosse». Il dialogo di questi due ventenni ci restituisce gli ardori tipici dell’età. Per i carabinieri, quelle chat smontano l’idea che la sessualità fosse terreno di crisi tra i due: mostrerebbero una coppia complice, capace di parlare di sex toys, pornografia e video intimi senza disagio.
Il punto, allora, non è più se i filmati a luci rosse separassero Alberto da Chiara, ma se quell’intimità, vista o desiderata da altri, possa aver trasformato Chiara, agli occhi di qualcuno, da ragazza irraggiungibile a bersaglio. Ed è così che, nelle nuove carte, il movente attribuito a Stasi si sgretola. Mentre quello attribuito a Sempio sembra crescere attorno a un soliloquio in cui l’indagato sembra ammettere di essere stato rifiutato da Chiara: imita la vittima («Non ci voglio parlare con te»); dice di averle chiesto di vedersi e annota che lei «ha messo giù il telefono». Da lì, nella lettura dei carabinieri, il tono si sarebbe fatto rancoroso: «Cioè è stata bella stronza». E si salderebbe a uno dei nodi della condanna di Stasi: il sangue. Sempio evoca la tesi secondo cui Alberto avrebbe «evitato le macchie» e il dibattito sul sangue ormai secco, quasi a ripercorrere il punto più discusso della scena del crimine: come l’assassino potesse muoversi nella villetta senza lasciare addosso le tracce che tutti si aspettavano. Ma anche nella nuova inchiesta al momento sembra mancare una vera «pistola fumante».





