A dispetto di quanto è stato raccontato nelle ultime settimane, la vicenda legata a Nicole Minetti, tra la grazia ricevuta dal Quirinale e il bambino adottato in Uruguay, comincia poco alla volta a rientrare dentro un perimetro più preciso. Restano ancora alcune verifiche da fare.
Ma dagli atti già noti e dalle dichiarazioni arrivate dal Paese sudamericano emerge un punto chiaro: l’adozione non fu di certo una procedura occulta. Anzi, fu un procedimento giudiziario, seguito dall’Inau - l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay - e concluso dal Tribunale di Maldonado, città vicina a Punta del Este. Anche le autorità uruguaiane che hanno avuto un ruolo nella vicenda e l’hanno seguita sin dall’inizio, hanno confermato più volte la regolarità del percorso. Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau, ha spiegato che l’adozione fu condotta nel rispetto della legge. Yuria Troche, avvocata del minore nella fase iniziale, ha spiegato che furono rispettati i requisiti previsti dall’ordinamento uruguaiano.
Del resto, una parte di quegli atti non era sconosciuta. In Uruguay esisteva già una traccia pubblica del procedimento sin dal 2021, con l’editto del Juzgado Letrado de Primera Instancia di Maldonado, relativo al fascicolo «Minetti, Nicole Teresa Christina y Cipriani, Giuseppe» contro i genitori biologici del minore. L’oggetto era indicato chiaramente: separazione definitiva, adozione piena e perdita della potestà genitoriale. Non si trattava di un affidamento informale. Non si trattava di una pratica privata. C’era un procedimento giudiziario, con un numero di fascicolo, davanti a un tribunale uruguaiano. I genitori biologici e gli eventuali familiari interessati furono citati con editto. Avevano 90 giorni per comparire. E non lo fecero. C’era poi un altro elemento già noto: il Tribunale dei minori di Venezia, il 19 luglio 2024, ha dichiarato efficace in Italia l’adozione certificata nel febbraio 2023 dal tribunale uruguaiano di Maldonado. Nel decreto italiano si dà atto dello stato di abbandono del minore e della decadenza dei genitori biologici dalla responsabilità genitoriale.
La Procura di Milano sta ora acquisendo direttamente dall’Uruguay la documentazione ufficiale completa. Il materiale atteso riguarda dunque la sentenza originale, il fascicolo dell’adozione, gli atti dell’Inau, le relazioni tecniche, le verifiche sui genitori biologici, eventuali pendenze all’estero e gli altri profili emersi dopo le inchieste giornalistiche del Fatto Quotidiano e di Report.
La prima voce uruguaiana di rilievo è proprio quella di Abdala, ex presidente Inau dal 2020 al 2023. È stato proprio lui a spiegare che il bambino era entrato nel sistema di protezione nel 2018 e che il rapporto con Minetti e Cipriani si era sviluppato dal 2019. Secondo la sua ricostruzione, il percorso fu valutato dall’Inau, dai tecnici, da psicologi e dai giudici. Abdala ha parlato più volte di un legame affettivo già consolidato. Ha spiegato che il bambino aveva sviluppato un rapporto stabile con la coppia e che l’interesse del minore fu il criterio seguito dalle autorità. Ha anche riconosciuto l’esistenza di un’altra famiglia uruguaiana interessata all’adozione, ma ha chiarito che la decisione finale spettava all’istituto e ai giudici, che ritennero la famiglia italiana la soluzione migliore.
La seconda voce è quella di Yuria Troche. Troche ha seguito il minore nella fase iniziale del procedimento e ha difeso la regolarità dell’adozione. Ha ricordato che in Uruguay le adozioni sono sottoposte a controlli rigorosi, ancora di più quando riguardano minori con patologie.
La vicenda è stata spesso raccontata come una contesa sull’affidamento. Ma dagli atti e dalle ricostruzioni uruguaiane emerge un procedimento diverso: adottabilità del minore, separazione definitiva dalla famiglia biologica, perdita della potestà genitoriale e adozione piena. Resta il tema dell’altra famiglia uruguaiana. Esiste. Ma la sua esistenza non dimostra, da sola, l’irregolarità della procedura. In un procedimento di adozione decide il giudice, sulla base delle valutazioni tecniche, della storia del minore, del legame affettivo già esistente e delle sue condizioni di salute.
C’è poi il capitolo dell’avvocata Ana Mercedes Nieto. Qui le date contano. L’adozione si perfezionò nel 2023. Nieto e il marito Mario Cabrera morirono nel 2024 in un incendio in Uruguay. Giuseppe Cipriani, seguito insieme alla compagna dagli avvocati, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcatera, lo ha sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera di ieri: l’adozione era già conclusa l’anno prima della morte dell’avvocata. Il pm Sebastián Robles ha chiesto il fascicolo dell’adozione per ricostruire il ruolo di Nieto e le perizie tecniche già acquisite sembrano orientare verso l’ipotesi dell’incidente. Secondo la difesa di Minetti e Cipriani, inoltre, Nieto non era l’avvocata della famiglia biologica, ma il difensore d’ufficio del minore dopo Troche. Anche questo cambia il quadro. Se il suo ruolo era quello di tutelare il bambino nel procedimento, e se la sua morte è successiva alla conclusione dell’adozione, il collegamento evocato in alcune ricostruzioni diventa molto più fragile. Cipriani ha detto che l’adozione è durata quasi quattro anni, «per rispettare la procedura: giudici, assistenti sociali, psicologi». Ha aggiunto che l’Uruguay «non è un Paese delle banane» e ha respinto l’accusa di adozione illegale.
Cipriani ha spiegato anche il punto della grazia. Il bambino malato, ha detto, doveva essere monitorato personalmente da Minetti; se lei avesse avuto l’affidamento in prova, non avrebbe potuto andare all’estero né stare con il figlio. Per questo ha definito la decisione del presidente Mattarella un «atto d’amore».
Per capire che cosa sia davvero il Mondiale 2026 che si svolgerà tra giugno e luglio negli Stati Uniti, più che guardare ai tabelloni, alle fasce o alle città ospitanti conviene guardare ai conti e all’impressionante giro di soldi che ci gira intorno. Perché la storia economica della Coppa del Mondo è, in larga misura, la storia di come gli sponsor abbiano smesso di essere un contorno prestigioso per diventare uno dei pilastri dell’intero sistema FIFA. Oggi appare ovvio. Ma non è sempre stato così. Prima serve una premessa. Ospitare un Mondiale resta un investimento di prestigio, oltre che un’operazione economica. Per molti Paesi la Coppa del Mondo è un’occasione per rafforzare l’immagine internazionale e attrarre turismo, ma i risultati non sono sempre uguali. In Germania 2006, secondo il governo tedesco, il torneo avrebbe generato 300 milioni di euro aggiuntivi per il turismo, 2 miliardi per il commercio al dettaglio e 50 mila nuovi posti di lavoro. Negli Stati Uniti, il Mondiale del 1994 produsse invece un surplus di 60 milioni di dollari tra biglietti, sponsorizzazioni e licenze. In altri casi, però, i benefici sono stati molto più incerti: il Sudafrica, per esempio, avrebbe speso 1,48 miliardi di dollari per costruzione e ristrutturazione degli stadi senza ottenere un ritorno finanziario davvero significativo.
Rispetto agli sponsor, in ogni caso, sugli anni Cinquanta e Sessanta, in realtà, è difficile fare un calcolo esatto. Esistono dati storici sul torneo, sugli spettatori e sulla diffusione televisiva, ma non emerge con chiarezza una contabilità comparabile dei ricavi per singola edizione. È un vuoto che indica già qualcosa: a quei tempi il Mondiale era una manifestazione imporante sul piano simbolico, politico e anche diplomatico, ma non era ancora la macchina commerciale strutturata che conosciamo oggi. La sponsorizzazione moderna della Coppa del Mondo prende forma più tardi, soprattutto quando la Fifa inizia a costruire programmi globali più organizzati e più esclusivi. Coca-Cola, sul suo sito, ricorda di essere entrata nel “nuovo progetto globale di sponsorizzazione” nel 1976, uno dei segnali del passaggio verso una commercializzazione più sistematica.
La vera svolta, infatti, si vede negli anni Ottanta. Le ricostruzioni storiche sul marketing sportivo osservano che Fifa si mosse in una direzione sempre più simile a quella adottata dalle Olimpiadi di Los Angeles 1984: meno partner, più esclusività, più valore commerciale per ciascuna categoria. Non si trattava solo di vendere spazi pubblicitari, ma di creare un sistema di diritti strutturati, con sponsor capaci di finanziare in modo sempre più consistente l’evento e la federazione.
Il Mondiale di Messico 1986 mostra già una prima maturazione di questo modello. Le fonti storiche disponibili elencano 15 sponsor ufficiali del torneo, tra cui Budweiser, Canon, Coca-Cola, Fujifilm, Gillette, JVC, Philips e Seiko. E’ difficile trovare un dato esatto sugli introiti di allora, ma il numero stesso di azienda segnala che la Coppa del Mondo era già entrata in una fase di commercializzazione internazionale ben più definita rispetto ai decenni precedenti.
Con Italia ’90 il salto di scala diventa più visibile anche in termini economici. Già nel 1988 il Los Angeles Times scriveva che alcuni sponsor internazionali — fra loro Anheuser-Busch, Canon, Coca-Cola, Fuji Film, Gillette, JVC e Philips — avevano investito circa 10 milioni di dollari ciascuno, secondo le stime citate dal comitato organizzatore. Nello stesso momento risultavano concesse 27 licenze commerciali per 8,8 milioni di dollari in royalties. E il potenziale televisivo del torneo veniva stimato in una platea cumulata di 26 miliardi di contatti in 170 Paesi; per la sola finale si parlava di 1,1 miliardi di spettatori. Numeri che oggi sembrano quasi “normali” per la FIFA, ma che allora raccontavano già un evento capace di attrarre capitali globali su una scala prima impensabile.
Con USA 1994 il Mondiale entra ancora più chiaramente dentro la logica del grande business moderno. I National Archives statunitensi ricordano che dieci grandi corporation — tra cui Coca-Cola, Mastercard, General Motors e McDonald’s — si impegnarono come sponsor ufficiali del torneo. Gli organizzatori stimavano che l’evento avrebbe potuto generare fino a 4 miliardi di dollari per l’economia statunitense. The Sport Journal ricorda che il torneo generò un surplus di 60 milioni di dollari da biglietti, sponsorizzazioni e licensing agreements combinati. In altre parole, il Mondiale americano non fu soltanto un successo di pubblico: fu la prova che la Coppa del Mondo poteva diventare una piattaforma commerciale pienamente integrata in un grande mercato nazionale.
Negli anni Novanta, intanto, cresceva anche il mercato complessivo delle sponsorizzazioni sportive. Nel 1994 la spesa globale per sponsorship sportive, di intrattenimento e cause sociali avrebbe superato 2,8 miliardi di dollari. Quel dato non riguarda solo la FIFA, naturalmente, ma aiuta a capire il contesto: il Mondiale si trovava dentro un mercato che stava accelerando rapidamente, e la sua centralità come evento globale lo rendeva uno dei beneficiari naturali di quella crescita.
Il passaggio decisivo, però, arriva nel nuovo secolo, quando la sponsorizzazione smette di essere soltanto una somma di grandi contratti e diventa un’architettura globale a più livelli. Per il quadriennio 2007-2010, culminato con Sudafrica 2010, The Sport Journal, citando Ieg, parla di 1,6 miliardi di dollari di ricavi da sponsorship nei tre livelli di partnership Fifa. È il momento in cui il business commerciale della Coppa del Mondo entra pienamente nell’ordine del miliardo e consolida la propria struttura industriale.
Da lì in poi il salto è ancora più netto. Per il ciclo 2019-2022, chiuso con Qatar 2022, la FIFA ha registrato ricavi complessivi record pari a 7,568 miliardi di dollari. Di questi, 1,795 miliardi provenivano dai marketing rights, cioè dai diritti commerciali e di sponsorizzazione. La Fifa ha sottolineato che tutti i 14 slot disponibili tra FIFA Partners e FIFA World Cup Sponsors erano stati venduti, insieme a 18 Regional Supporters, risultato che ha portato a ricavi marketing definiti senza precedenti per quel ciclo. Qui non siamo più nel mondo dei dieci milioni per sponsor di Italia ’90: siamo in un sistema in cui il marketing vale quasi 1,8 miliardi in quattro anni.
Ed è a questo punto che il 2026 diventa decisivo. Per il ciclo 2023-2026, inizialmente, la FIFA aveva fissato l’obiettivo di ricavi a 11 miliardi di dollari. Poi lo ha rivisto al rialzo fino a 13 miliardi. Alla fine del 2024, quindi ben prima del torneo, dichiarava di avere già contrattualizzato il 62% del budget del quadriennio. Nello stesso 2024 la FIFA ha registrato 483 milioni di dollari di ricavi annuali, dei quali 304 milioni, cioè il 63%, derivavano dai diritti marketing. Tradotto: ancora prima che il Mondiale cominci, le sponsorizzazioni sono già la prima voce del conto economico annuale della federazione.
È su questo sfondo che va letta la lista degli sponsor del prossimo Mondiale: adidas, Coca-Cola, Visa, Hyundai-Kia, Lenovo, Qatar Airways, Aramco, più gli innesti di Bank of America, Verizon, Frito-Lay e altri partner legati alla geografia nordamericana. Non sono soltanto marchi che comprano visibilità. Sono marchi che presidiano funzioni: il pagamento, il viaggio, la connettività, il consumo domestico, la ritualità del tifo.
Ecco allora il punto. Il Mondiale 2026 non sarà soltanto il più grande di sempre sul piano sportivo, con 48 squadre e 104 partite distribuite in 16 città di tre Paesi. Sarà soprattutto il punto più alto, fin qui, di una lunga trasformazione economica che forse rischia di cambiare per sempre il mondo del calcio.
Da Fischer-Spassky alla Russia di Vladimir Putin, dall’Ucraina ai talebani, da Sara Khadem alle sorelle Polgár: il gioco più silenzioso del mondo resta un campo di battaglia politico, diplomatico e culturale.
C’è stato un tempo in cui bastava un’apertura “gambetto di donna” o cavallo in f3 per scatenare i giornali di mezzo mondo, sull’asse Washington e Mosca. I giornalisti arrivavano a mobilitare il Pentagono, il Cremlino e persino la paranoia nucleare. Eravamo negli anni Sessanta, quando Bobby Fischer, un ragazzo di Brooklyn, scontroso e preciso come un revisore dei conti, aveva deciso di sfidare non soltanto i grandi maestri sovietici, ma un’intera idea del mondo. Il duello simbolico arrivò al suo culmine nel 1972, a Reykjavík, quando Fischer batté Boris Spassky e divenne il primo americano nato negli Stati Uniti a conquistare il titolo mondiale, interrompendo la lunga egemonia sovietica sugli scacchi. Dal 1951 al 1969, ricordano enciclopedie e libri, campioni e sfidanti mondiali erano stati cittadini sovietici: gli scacchi erano quasi un ministero informale dell’intelligenza di Stato, quasi un distaccamento del palazzo della Lubjanka, la storica sede del Kgb, il servizio segreto sovietico.
A Reykjavík non si muovevano soltanto pedoni. Si muovevano sistemi politici. Fischer era l’individualismo americano portato fino alla nevrosi; Spassky era la scuola sovietica, disciplinata, collettiva, metodica, elegantissima. Uno chiedeva più soldi, più silenzio, meno telecamere, più condizioni; l’altro sedeva, aspettava, difendeva non solo un titolo ma un impero culturale. Da allora gli scacchi sono diventati qualcosa d’altro. Hanno continuato a presentarsi come un gioco — sessantaquattro caselle, due colori, nessun contatto fisico — ma ogni generazione vi ha scaricato sopra le proprie tensioni. Un tempo c’era la Guerra fredda , ora c’è la guerra tra Russia e Ucraina, l’Iran, l’Afghanistan o le rivalità tra islam e occidente.
Proprio il mese scorso, nel marzo 2026, il Tribunale arbitrale dello sport ha ordinato alla Federazione russa di scacchi di smettere di organizzare eventi e rivendicare controllo nei territori ucraini occupati entro 90 giorni, pena una sospensione fino a tre anni dalla Fide. Non si tratta di una cosa di poco conto. È una questione di sovranità: se una federazione organizza tornei, affilia circoli, riconosce comitati locali in Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson o Zaporizhzhia, sta implicitamente dicendo a chi appartengono quei luoghi.
La Fide, che dovrebbe amministrare il gioco più logico del mondo, si trova così nel posto meno logico e semplice possibile: tra diritto sportivo, diplomazia e guerra. Nel dicembre 2025 aveva votato per riammettere squadre russe e bielorusse nelle competizioni ufficiali, ripristinando i pieni diritti dei giocatori giovanili e lasciando però gli adulti sotto simboli neutrali in attesa di ulteriori consultazioni con il Comitato olimpico internazionale.
Dall’altra parte del conflitto, l’Ucraina racconta una storia speculare. Roman Dehtiarov, diciassettenne di Kharkiv, è diventato nel 2026 il primo giocatore nella storia a vincere il Campionato europeo senza essere ancora grande maestro. Tornato in patria, è stato ricevuto da Volodymyr Zelensky e insignito del premio “Future of Ukraine”.
La scena è perfetta per un’epoca che ha imparato a trasformare ogni immagine in messaggio diplomatico: un ragazzo, una medaglia e un presidente in guerra. Dehtiarov non è soltanto un talento precoce, è diventato una figura di continuità nazionale.
Poi c’è l’Uzbekistan, che dimostra come gli scacchi siano politici anche quando non c’è una guerra in corso. Javokhir Sindarov, ventenne, ha vinto il Torneo dei Candidati 2026 a Cipro e si è guadagnato il diritto di sfidare il campione del mondo indiano Dommaraju Gukesh. El País ha raccontato Sindarov come un prodigio cresciuto a Tashkent, innamorato di ogni gioco da tavolo fin dall’infanzia. Del resto ha chiuso il torneo imbattuto, con sei vittorie in tredici partite, conquistando il match mondiale con un turno d’anticipo.
L’Uzbekistan, nazione post-sovietica che cerca spazio nell’immaginario globale, ha trovato così negli scacchi una forma di prestigio pulita, poco costosa e molto efficace. Non servono stadi miliardari né Olimpiadi d’inverno nel deserto. Basta un ventenne che sappia sopravvivere a sei ore di aperture e chiusure per poi sorridere davanti alle telecamere.
La politica degli scacchi non riguarda soltanto Stati e bandiere. Riguarda anche le libertà individuali, in particolare delle donne. Sara Khadem, scacchista iraniana oggi cittadina spagnola, vive in Andalusia dopo essersi rifiutata di giocare con il velo al Mondiale rapid di Almaty nel dicembre 2022. In un’intervista del 2026 sempre a El País, ha parlato del suo obbligo morale di continuare a denunciare ciò che accade in Iran. Ma come non ricordare la storia delle sorelle Polgar, raccontate anche in un bel documentario (La Vera regina degli Scacchi) su Netflix. Le sorelle Susan, Sofia e Judit Polgár, cresciute in Bulgaria dal padre László con un esperimento educativo fondato sugli scacchi, demolirono l’idea che il genio scacchistico fosse maschile: Judit divenne la più forte giocatrice della storia e batté anche campioni del mondo come Kasparov, Karpov e Anand.
In Afghanistan, invece, la storia è diversa. Qui il potere ha scelto la via più brutale: proibire il gioco. Nel 2025 il governo talebano ha reintrodotto il divieto degli scacchi, sostenendo che possano favorire il gioco d’azzardo, proibito dalla loro interpretazione religiosa. Erano già stati vietati durante il primo regime talebano, tra il 1996 e il 2001, e poi tollerati dopo il ritorno al potere nel 2021, ma soltanto per gli uomini. Ora non si può più giocare.
Infine, non si può non citare Wijk aan Zee, uno sperduto villaggio olandese dove ogni gennaio il Tata Steel Chess Tournament viene chiamato, con una certa enfasi, il Wimbledon degli scacchi. Nel gennaio 2026 Extinction Rebellion ha bloccato l’ingresso della sede del torneo e scaricato 2.025 chili di carbone davanti al centro De Moriaan, ritardando l’inizio della competizione. Gli attivisti contestavano il ruolo dello sponsor industriale e hanno portato davanti alla sala da gioco la politica climatica, letteralmente in sacchi neri. Forse Fischer si sarebbe fatto una risata, o forse si sarebbe innervosito.
Dopo di lui, nessuno più di Garry Kasparov ha incarnato l’idea che gli scacchi siano una forma di comunicazione politica. Campione del mondo a 22 anni, simbolo dell’ultima grande scuola sovietica, Kasparov lasciò gli scacchi professionistici nel 2005 per entrare nell’opposizione a Vladimir Putin, fondando il Fronte Civico Unito e partecipando alla coalizione “L’Altra Russia”. «Negli scacchi abbiamo regole fisse e risultati imprevedibili. Nella Russia di Putin è esattamente il contrario.» è scritto sul suo sito.
Da anni Kasparov vive fuori dalla Russia; nel 2022 Mosca lo ha inserito nella lista degli “agenti stranieri” e nel 2024 lo ha aggiunto all’elenco dei “terroristi ed estremisti”. Ma lui continua a giocare e a farsi sentire, non solo sulla scacchiera.





