Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
Per più di un quarto di secolo Angelika Niebler è stata una presenza fissa del potere tedesco a Bruxelles. Eurodeputata Csu dal 1999, dirigente del Partito popolare europeo, vicepresidente del partito bavarese, capo della delegazione cristiano-sociale al Parlamento europeo.
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.
Per capire su che cosa sia ancora d’accordo il centrosinistra milanese non bisogna guardare a San Siro, né al gemellaggio con Tel Aviv. Bisogna aspettare il Pride del 27 giugno. Solo lì la coalizione guidata da Beppe Sala sembra ritrovare un linguaggio comune e una linea condivisa. Regione Lombardia nega il patrocinio. Palazzo Marino annuncia che lo concederà. E Sala attacca il Pirellone: «Io non ho più parole. Lo trovo semplicemente assurdo». L’assessore Lamberto Bertolé rivendica una Milano «dalla parte dei diritti, contro ogni discriminazione, senza ambiguità».
È l’immagine più comoda per il centrosinistra. Ma anche la più impietosa. Perché arriva mentre il resto della maggioranza è ormai allo sbando. O meglio, non esiste più. Anche perché sullo sfondo, poi, non c’è solo la linea politica dell’ultimo anno di mandato. C’è anche una partita molto più concreta, quella di salvare la cadrega. Nel Pd milanese la corsa al 2027 è già partita, tra successione a Sala e lotta per le 48 poltrone del Consiglio comunale. Il nodo è la regola dei due mandati, che può bloccare molti uscenti ma lascia spazio a deroghe, trattative e inevitabili tensioni.
Sono più tranquilli i primi mandati come Michele Albiani, Federico Bottelli, Luca Costamagna, Elisabetta Nigris, Valerio Pedroni e Monica Romano. Più delicata la posizione di nomi pesanti come Beatrice Uguccioni, Diana De Marchi, Bruno Ceccarelli, Roberta Osculati, Alice Arienta e Angelo Turco. Per alcuni la partita è politica, per altri è anche personale: capire se ci sarà ancora posto nelle liste, se servirà una deroga, chi avrà la forza di ottenerla e chi resterà fuori.
Del resto, il voto sul gemellaggio tra Milano e Tel Aviv ha reso pubblico ciò che a Palazzo Marino era già evidente, cioè che l’ultimo anno di Sala sarà una verifica politica permanente. Lunedì l’ordine del giorno per interrompere il gemellaggio è stato bocciato con 21 voti contrari e 17 favorevoli. La linea del sindaco, favorevole a mantenere il rapporto istituzionale con Tel Aviv, ha retto. La coalizione no.
Il Pd si è spaccato. I Verdi hanno tirato dritto. Una parte del centrosinistra ha votato per la rottura simbolica con Israele, un’altra ha difeso la diplomazia municipale. Sala ha vinto il voto, ma ha perso la scena politica. Il giorno dopo, infatti, non ha parlato da vincitore: «Non mi sento vincitore. Mi sento amareggiato». Poi ha scelto una parola pesante: «frattura». A irritarlo sono state soprattutto le parole della capogruppo dem Beatrice Uguccioni, che in aula aveva accusato i «piani alti» di avere neutralizzato la precedente volontà del Consiglio sullo stop al gemellaggio. Sala le ha definite «improprie» e ha posto il problema in termini netti: «Se dobbiamo essere gli uni e gli altri, separati, va bene, ragioniamo e capiamo se possiamo essere una cosa sola o no».
Alessandro Capelli (Pd) nega che il voto sia stato «un atto di distacco nei confronti del sindaco o di sfiducia del suo operato», mentre Uguccioni rivendica il «senso di responsabilità» dei democratici e assicura che «c’è ancora da lavorare per Milano». Ma la ricomposizione assomiglia più a un contenimento del danno che a una soluzione. Più che una coalizione, sembra ormai una trattativa permanente tra pezzi che si preparano al dopo Sala.
C’è poi un dettaglio politico. Il primo cittadino ha difeso il mantenimento del gemellaggio, ma non era in aula al momento del voto. Il consigliere di Fratelli d’Italia Enrico Marcora si pone la domanda più semplice: «Dov’era il sindaco durante un voto che sostiene così importante?». Non è solo una questione di presenza. È il segno di una distanza tra il sindaco e la sua stessa maggioranza.
Il caso Tel Aviv arriva dopo San Siro. Anche lì la giunta aveva portato a casa il risultato, ma con numeri stretti, voti contrari interni e una coalizione lacerata. Lo stadio ha diviso il centrosinistra sull’idea di città: urbanistica, grandi operazioni, rapporto con i privati. Tel Aviv lo divide sulla politica internazionale: Gaza, Israele, Palestina, identità internazionale di Milano. In mezzo resta Sala, sempre più solo nel ruolo di sindaco uscente. I civici difendono la linea del dialogo. I Verdi rivendicano la rottura. Il Pd prova a tenere insieme coalizione e posizionamento futuro. Le opposizioni chiedono le dimissioni.
Samuele Piscina, consigliere comunale della Lega, parla di maggioranza «ufficialmente saltata». Quando Sala dice che «qualcosa si è rotto» e accusa il Pd di avergli votato una sfiducia in aula, «il re è nudo». Per Piscina: «più che una Giunta comunale, ormai Palazzo Marino sembra un condominio in autogestione durante un’assemblea straordinaria finita a piatti in faccia».
Il punto, ora, è il dopo. Le primarie del centrosinistra sono già entrate in Consiglio comunale. L’ultimo sondaggio Youtrend dice che la coalizione resta favorita a Milano, con il Pd al 27,3% e Avs al 12,4%, ma segnala anche che la vera partita è interna: Pierfrancesco Majorino è avanti tra gli elettori di centrosinistra con il 35%, seguito da Mario Calabresi al 31%. Se le primarie si faranno, non serviranno solo a scegliere un candidato. Diranno che centrosinistra sarà. Alla fine del secondo mandato, Sala non sembra più controllare il campo politico che aveva costruito. Nel 2021 aveva promesso una Milano «sempre più contemporanea, verde e giusta», capace di tenere insieme crescita, diritti e coesione. Cinque anni dopo, il Pride rischia di essere l’ultima fotografia di famiglia, un po’ poco per una coalizione che prometteva di ridisegnare Milano.





