L’ordine di abbattimento del cantiere di via Fauché 9 segna uno spartiacque nella gestione urbanistica di Milano: la giunta guidata da Beppe Sala si ritrova smentita nei fatti e nelle aule di giustizia. La decisione presa ieri da Palazzo Marino non è soltanto un atto amministrativo. È prima di tutto un atto politico che arriva fuori tempo massimo e su spinta giudiziaria. E che fotografa un’urbanistica guidata dalle decisioni dei tribunali più che da una strategia di governo della città.
Il Comune parla di «atto dovuto», imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato dello scorso novembre. Ed è proprio questa formula a inchiodare Sala alle sue responsabilità: se oggi è dovuto, significa che ieri sono stati commessi errori.
Il caso è noto. Al posto di un vecchio fabbricato adibito a laboratorio-deposito era prevista una palazzina residenziale, tre piani fuori terra e uno seminterrato. L’intervento era stato qualificato come «ristrutturazione ricostruttiva» e avviato con una super Scia. Per i giudici amministrativi, però, quelle caratteristiche travalicavano la ristrutturazione e configuravano una nuova edificazione, che avrebbe richiesto un titolo diverso e un quadro pianificatore adeguato.
Tar prima, Consiglio di Stato poi: doppia bocciatura per il Comune. Oggi è arrivata la decisione finale, l’ordine di demolizione. Il primo che riguarda un cantiere finito sotto inchiesta. È qui che la cronaca diventa politica. Perché via Fauché non è un incidente isolato, ma il punto in cui emerge con chiarezza l’assenza di una regia. La città non aveva mai vissuto un periodo di incertezza così marcato sul fronte urbanistico. Mai come ora appare evidente la mancanza di una visione complessiva, soprattutto su un terreno che incrocia sviluppo, diritti dei residenti e tenuta amministrativa. L’impressione è quella di un Comune che non sa come arrivare a fine mandato (manca un anno) e che reagisce agli input esterni: sentenze, sequestri, indagini.
Non a caso, l’opposizione affonda il colpo proprio sull’ordine di abbattimento. Riccardo Truppo (Fdi) parla di un’amministrazione che «si muove a tentoni» e annuncia la richiesta di un Consiglio comunale straordinario urgente sull’urbanistica. Sono parole che intercettano un malessere diffuso: famiglie e acquirenti sospesi, cantieri bloccati, quartieri in attesa di capire quale sarà il loro destino.
Il nodo politico è aggravato da un’assenza che pesa: Milano è senza un assessore all’Urbanistica. Un vuoto di guida che, in questa fase, lascia aperti interrogativi su criteri e decisioni, mentre Sala continua a rivendicare la correttezza dell’azione amministrativa, nonostante le smentite giudiziarie.
In questo contesto si colloca anche l’incontro di oggi tra il comitato delle famiglie sospese e il vicesindaco Anna Scavuzzo, che ha assunto deleghe temporanee sull’Urbanistica, segnale di una tensione sociale crescente dopo mesi di incertezza. Via Fauché non chiude la partita: la decisione del Comune difficilmente si tradurrà in una serie automatica di abbattimenti sugli altri cantieri sotto sequestro. La sentenza segna uno spartiacque per il futuro, ma non si applica automaticamente agli interventi già avviati. Il Consiglio di Stato ha accolto le tesi dell’avvocato Wanda Mastrojanni, che assiste il super-condominio di via Fauché-Castelvetro, parte civile nel processo per abuso edilizio davanti alla decima sezione del tribunale di Milano, il costruttore Luigi D’Ambrosio, il progettista Marco Colombo e l’impresario Gaetano Risi (prossima udienza il 2 febbraio). Il proprietario dell’area avrà 90 giorni per procedere alla demolizione.
- L’avvocato Caiazza ricorda che nel 2022 «il 40% delle toghe si schierò per cambiare le norme per la composizione del Csm». I vertici però vogliono salvare le correnti.
- Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì. Da Ceccanti a Barbera, mezzo Pd sta con il governo. Centristi ed ex radicali idem.
Lo speciale contiene due articoli.
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
Quando il prezzo non fa il gioco: milioni sprecati e affari riusciti tra Premier e Serie A
I grandi investimenti dell’estate non hanno mantenuto le promesse, mentre operazioni a basso costo hanno prodotto rendimento e continuità. Alla vigilia del mercato di gennaio, il campo ribalta i bilanci e rimette al centro una verità antica: nel calcio non vince chi spende di più, ma chi spende meglio.
Nel calcio dei grandi numeri, l’estate del 2025 ha confermato una regola antica che resiste al tempo: il prezzo pagato per un giocatore non garantisce il rendimento, anzi spesso lo complica. E così nei prossimi giorni inizierà la giostra del campionato di riparazione, tra affari dell'ultimo minuto e speranze di trovare la soluzione per concludere al meglio la stagione calcistica. In Premier League la scorsa estate si era aperta sotto il segno delle spese record. Il Liverpool ha spinto l’acceleratore fino a toccare i 125 milioni di sterline per Alexander Isak, una cifra mai vista prima in Inghilterra.
Il giocatore prometteva bene, dopo la buona stagione dell'anno passato al Newcastle. Ma non è andata come si sperava. Alla fine è arrivato anche uno stop fisico che ha interrotto un inserimento già complicato, con pochi gol e assist. Prima dell’infortunio il contributo in campionato dello svedese è stato modesto, insufficiente per un investimento di quella portata. Nello stesso mercato, sempre ad Anfield, è arrivato Florian Wirtz, operazione da oltre cento milioni complessivi. Talento indiscutibile, estetica raffinata, ma numeri a lungo assenti: poche reti, pochi assist, un impatto inferiore a quello che il prezzo faceva sognare. È la distanza tra bellezza e incisività, che nel calcio moderno pesa quanto un risultato.
Il Manchester United ha vissuto una dinamica simile con Matheus Cunha. Pagato circa 62 milioni di sterline, quasi 72 milioni di euro, doveva portare dal Wolverhampton strappi, creatività e gol. Finora ha restituito poco sul piano statistico, appena tre reti, lasciando la sensazione di un acquisto ancora fuori fase rispetto al contesto e alle aspettative. Non è una bocciatura definitiva, ma è l’ennesima dimostrazione di come in Premier il costo amplifichi tutto: giudizi, pressione, fretta.In Serie A le cifre sono più contenute, ma le delusioni seguono una logica simile. Il Milan ha investito circa 37 milioni per Christopher Nkunku, un’operazione importante per il calcio italiano. L’impatto, però, è stato marginale: presenza discontinua, pochi minuti realmente decisivi, nessuna svolta offensiva. Sono arrivati tre gol, uno in Coppa Italia e due in campionato. Negli ultimi giorni si è parlato di una sua possibile cessione in Turchia. Ma domani a quanto pare sarà titolare nella trasferta di Cagliari.
Ancora più sfortunata la vicenda di Ardon Jashari, pagato oltre 35 milioni e fermato quasi subito da un grave infortunio. Qui il mercato si è scontrato con il fattore più imprevedibile: il corpo. Il prezzo resta a bilancio, il rendimento resta sospeso.Eppure, mentre i riflettori seguono i grandi assegni, il calcio continua a produrre valore lontano dalle copertine. In Premier League i casi più interessanti nascono spesso da investimenti medi o bassi, non da quelli monstre. Il Sunderland ha trovato stabilità grazie a Robin Roefs, portiere pagato poco più di 9 milioni di sterline, diventato titolare affidabile con una serie di clean sheet che valgono punti veri. Il Crystal Palacs ha puntato su un mercato contenuto, spendendo 55 milioni di euro e ottenendo rendimento immediato senza dover trasformare giocatori in simboli. Il Brighton continua a confermare il suo modello: esterni offensivi e centrocampisti pagati tra i 12 e i 18 milioni che garantiscono intensità, assist e sostenibilità. La squadra è a metà classifica, ad appena 8 lunghezze dal Liverpool. In Italia il discorso è ancora più netto. L’Atalanta ha investito circa 17 milioni per Nicola Zalewski, ottenendo corsa, duttilità e continuità. Anche la Juventus, con un mercato da 200 milioni di euro, non ha ricevuto al momento quanto sperato dalle novità arrivate. Anche se Edon Zhegrova e Jonathan David sembrano a poco a poco ingranare. Di sicuro uno dei colpi migliori dei bianconeri degli ultimi anni è stato Khéphren Thuram, pagato intorno ai 20 milioni, si è dimostrato un centrocampista dominante per presenza e affidabilità. Il Bologna ha costruito un’altra stagione solida su acquisti sotto i 10–12 milioni, trasformati in titolari grazie a un sistema che valorizza il collettivo più del nome. E poi c’è il caso che racconta meglio di tutti il senso di questa stagione: Adrien Rabiot al Milan. Arrivato senza costo di cartellino, solo con il peso dell’ingaggio, è diventato subito uno dei perni del centrocampo, con minuti, leadership e inserimenti decisivi. Nessuna cifra-record a schiacciarlo, solo rendimento. Il paradosso è evidente.
I flop più fragorosi nascono quasi sempre dall’eccesso, dall’illusione che il mercato possa comprare certezze. I successi più solidi emergono dalla misura: 8, 10, 15, 20 milioni spesi bene possono incidere più di investimenti cinque volte superiori. Spendere tanto non significa sbagliare, ma significa alzare l’asticella del giudizio, trasformare ogni partita in un processo. Spendere meno consente al calcio di respirare, di crescere senza rumore. E ora, con l’apertura imminente della finestra di mercato di gennaio, questo equilibrio tornerà al centro delle scelte: per correggere errori costosi, ma anche per dimostrare, ancora una volta, che nel calcio il valore vero non si compra a colpi di milioni, si costruisce sul campo.





