Carla Romana Raineri, già magistrato in servizio con funzioni di presidente della Prima sezione civile della Corte d’appello di Milano, concede questa intervista alla Verità dopo l’archiviazione nella vicenda Equalize. Racconta la sua versione dopo mesi di indagini, esposizione mediatica e sofferenza personale.
Che effetto le ha fatto quanto è accaduto?
«È stata un’esperienza davvero sorprendente quanto inimmaginabile. Ma ero certa della mia estraneità agli addebiti contestati. Purtroppo ci è voluto tempo per giungere alla archiviazione, anche perché la Procura di Milano, che era peraltro funzionalmente incompetente sulla mia posizione, ha trasmesso gli atti a Brescia dopo oltre due anni dall’inizio delle indagini».
Chi desidera ringraziare oggi?
«La mia gratitudine è rivolta, primo fra tutti, al mio difensor, Nicola Menardo dello studio Weigmann. Ma vorrei anche ringraziare pubblicamente il presidente della Corte, dottor Ondei, che mai ha dubitato della mia integrità e mi ha sempre sostenuta con autentico affetto. Come del resto i miei colleghi, gli amici e, non da ultimo, la mia splendida famiglia».
C’è qualche precisazione che vuole fare?
«Una precisazione vorrei farla, per evitare fraintendimenti. Innanzitutto non si è trattato affatto di accertamenti in relazione a una presunta infedeltà coniugale, essendo io separata dal lontano 2008 e avendo sempre mantenuto ottimi rapporti con il mio ex marito. Al contrario, i miei figli e io ci siamo attivati proprio a “sua” protezione, in circostanze molto delicate, avendo in animo di presentare una denuncia-querela in sede penale».
E rispetto a Equalize?
«Premesso che non ho mai richiesto a Equalize accessi abusivi a banche dati protette, come correttamente attestato nel provvedimento di archiviazione, anche le informazioni di natura bancaria che avrebbero dovuto sorreggere la denuncia in sede penale - benché attività tipicamente svolte dalle agenzie investigative autorizzate - non erano state sin dall’origine da me richieste ad Equalize, di cui sconoscevo l’esistenza, e mai hanno avuto un seguito, come parimenti emerge dal provvedimento di archiviazione».
C’è qualche sassolino che vuole togliersi?
«In effetti non posso sottacere che sono state commesse molte scorrettezze, per usare un eufemismo. E ne sono molto rammaricata».
Da dove vuole partire?
«Innanzitutto, la Procura di Milano non aveva alcuna competenza funzionale nei miei confronti. I magistrati milanesi sono soggetti alla giurisdizione di Brescia».
Che cosa contesta al pm Francesco De Tommasi?
«Il pm De Tommasi ha indagato su di me per oltre due anni senza neppure iscrivermi nel registro degli indagati e, soprattutto, senza trasmettere gli atti a Brescia, funzionalmente competente. Le informative di cui è venuta in possesso la stampa contenevano dati a me riferibili che non sono stati minimamente riscontrati dal pm milanese. Alcuni passaggi erano talmente surreali che anche un non addetto ai lavori avrebbe potuto desumerne l’assoluta inverosimiglianza. E avrebbero dovuto consigliare il pm ad astenersi dal depositarle, almeno nella parte che mi concerneva, tanto più che la mia posizione esulava dalla sua competenza».
E poi c’è stato il tema delle intercettazioni.
«Sono stati pubblicati stralci di intercettazioni con tanto di nomi, cognomi, ruoli e professioni, soprattutto di parti terze rispetto al procedimento. Una pratica illegale, oltreché incivile in uno Stato di diritto. E non è di poco momento il fatto che il mio nome sia comparso sui quotidiani in relazione all’indagine milanese, nonostante l’incompetenza funzionale di quella Procura, piuttosto che in ragione delle indagini legittimamente svolte dalla Procura di Brescia, in ordine alle quali si è invece mantenuto il massimo riserbo. Certo che se il procuratore capo di Milano avesse esercitato il potere di vigilanza sull’operato del titolare del fascicolo, essendo ciò nelle sue prerogative e nei suoi doveri, almeno lo scempio mediatico si sarebbe potuto evitare. E così i conseguenti pregiudizi reputazionali a mio danno e a danno dei miei familiari».
Ha reagito a quanto accaduto?
«Certo. Ovviamente con gli strumenti che la legge prevede. Mi sono anzitutto difesa e questo ha comportato un notevole dispendio di energie. Inoltre, il mio ex marito e io abbiamo congiuntamente presentato un esposto nei confronti del pm De Tommasi all’attenzione del procuratore generale presso la Cassazione, del ministro della Giustizia, del Consiglio superiore della magistratura, del Garante della privacy».
Ne conoscete già l’esito?
«Ne attendiamo ancora fiduciosamente gli esiti. Ho, però, appreso, seppure in riferimento a tutt’altra vicenda, che il Consiglio giudiziario di Milano, nel dicembre 2025, ha bocciato la valutazione di professionalità del pm De Tommasi per “assenza di equilibrio”. Anche la stampa ne ha dato evidenza. Sulla pratica dovrà ora pronunciarsi il Csm. Devo dire che, in 44 anni di magistratura, non mi è mai capitato di leggere, o di redigere quale presidente, un giudizio del genere in relazione a un collega».
Su Brescia che giudizio dà?
«Non si pensi che la Procura di Brescia abbia usato un occhio di riguardo nei miei confronti. Brescia ha agito con un tale rigore che mi parso giustificato non tanto in virtù dell’applicazione del sacrosanto principio secondo cui “la legge è uguale per tutti”, quanto piuttosto proprio perché ero un magistrato».
Che cosa è stato fatto?
«Non mi è stato risparmiato nulla. Hanno perquisito la mia abitazione ed il mio ufficio. Hanno sequestrato tutti i miei dispositivi informatici e il mio telefono e passato al setaccio tutta la mia vita».
Lo ha vissuto come eccessivo?
«Molti miei colleghi lo hanno considerato eccessivo rispetto a una vicenda squisitamente privata che nulla aveva a che vedere con l’esercizio delle funzioni. Forse lo è stato, ma va bene così. Lo hanno comunque fatto con discrezione e senza clamore. E dopo 19 mesi di penetranti indagini, dopo aver esaminato scrupolosamente tutte le risultanze e aver letto le difese che ho presentato attraverso il mio avvocato (cosa non sempre scontata), hanno chiesto correttamente e lealmente l’archiviazione in ragione della accertata infondatezza della notizia di reato».
Che cosa riconosce ai pm di Brescia?
«Hanno dimostrato un equilibrio e una compostezza istituzionale ineccepibili, purtroppo totalmente assenti nella condotta della Procura di Milano».
E adesso com’è la sua vita?
«La mia è sempre stata e continua a essere una vita piena e appagante. Ed ora decisamente anche più “leggera” visto che si è finalmente chiuso l’incubo di Equalize. Sono, semplicemente, felice, ma è difficile dimenticare».
Per la prima volta, nell’inchiesta Equalize, arriva un provvedimento che non conferma lo schema accusatorio della Procura di Milano, ma lo ridimensiona. Il 19 maggio 2026, il gip di Brescia, Mauro Ernesto Macca, ha archiviato la posizione di Carla Romana Raineri, già magistrato in servizio alla Corte d’appello di Milano, su richiesta dei pm Nicola Serianni e Iacopo Berardi.
È il primo atto di un giudice che incide sul cuore narrativo di una parte dell’inchiesta Equalize: il presunto utilizzo del gruppo di via Pattari per ottenere informazioni riservate attraverso accessi abusivi alle banche dati pubbliche. Non cancella l’indagine principale. Non assolve gli altri indagati. Ma dice che, almeno per Raineri, il collegamento tra la richiesta di informazioni e gli accessi abusivi (di cui era accusata) non regge.
Il caso nasce dentro il più ampio procedimento milanese sul presunto sistema di dossieraggio riconducibile a Carmine Gallo, Samuele Calamucci e agli altri soggetti legati a Equalize. Secondo l’ipotesi iniziale, Raineri avrebbe avuto un ruolo di istigatrice e concorrente morale negli accessi a Sdi e Punto Fisco per acquisire dati sul marito e una donna con cui l’uomo avrebbe avuto una relazione.
La Procura di Brescia, competente per l’ex magistrato, ricostruisce i fatti in modo diverso. Raineri, scrivono i pm, aveva chiesto agli uomini di Equalize «i bancari»: un’analisi dei movimenti patrimoniali dai conti del marito verso quelli della donna, per verificare eventuali «regalie» o un «depauperamento del patrimonio familiare.
Ma quella richiesta, per Brescia, non coincide con gli accessi abusivi a Sdi e Punto Fisco. Gallo e Calamucci, scrivono i pm, avrebbero rivelato a Raineri informazioni che lei «non aveva apparentemente richiesto». Messaggi Whatsapp e intercettazioni «non forniscono elementi di segno contrario». Al contrario, indicano «una divergenza» tra le richieste di Raineri e quanto eseguito, «di propria iniziativa», dal gruppo.
In sostanza, non viene negato che gli accessi abusivi ci siano stati. Viene negato il passaggio decisivo per Raineri: che li avesse chiesti o che avesse concorso nella loro esecuzione.
In pratica, secondo Brescia, il gruppo Equalize avrebbe fatto altro rispetto a ciò che Raineri voleva. Gli accessi a Sdi e Punto Fisco non sarebbero stati l’esecuzione dell’incarico, ma un modo per consegnare comunque qualcosa, dopo l’«impossibilità di acquisire quanto richiesto dal giudice»: i dati bancari. Per quelli, spiegano i pm, non esiste «una banca dati unica»: servivano gli istituti di credito di Galato e referenti in grado di fornire gli estratti conto. Più che una centrale sofisticata di dossieraggio, emerge una pratica da agenzia di piccolo cabotaggio. I pm aggiungono che Raineri non avrebbe avuto bisogno di quegli accessi: sullo Sdi disponeva già di alcune informazioni sulla donna; su Punto Fisco, quei dati sarebbero stati «perfettamente inutili», essendo lei «chiaramente perfettamente a conoscenza dei dati reddituali generali del marito».
Cade anche il secondo capo, quello sulla tentata rivelazione di segreti d’ufficio per ottenere informazioni bancarie: non risulta che alla richiesta sia seguita «una qualsivoglia attività in tal senso». Per Brescia, la contestazione resta nell’«istigazione non accolta». Da qui la conclusione: per i reati contestati a Raineri «non sussiste una ragionevole previsione di condanna». L’archiviazione fa cadere anche l’argomento delle difese di Pasquale Annichiarico e Mattia Danieli che volevano trasferire gli atti a Brescia: per Milano, il decreto «elimina in radice le ragioni di connessione».
Nel linguaggio dell’Aia si chiama dismissione. Significa una cosa semplice: un arbitro viene tolto dall’elenco di quelli che possono dirigere in Serie A e Serie B. Perde le partite più importanti, i compensi collegati e il posto nella categoria più alta. È quello che è accaduto nei giorni scorsi a Federico Dionisi, arbitro della sezione dell’Aquila.
Ed è per questo che il suo presidente di sezione, Guido Alfonsi, ha scritto un esposto alla Procura federale della Figc e a Maurizio Ascione, il pubblico ministero milanese che già sta indagando sulla presunta Arbitropoli nel calcio italiano.
Di sicuro il caso arriva nel momento peggiore per l’Associazione italiana arbitri. La Figc aveva provato a commissariarla, ma il parere del Collegio di garanzia del Coni ha fermato l’operazione: la Federazione, con Gabriele Gravina dimissionario, è in regime di prorogatio e può compiere solo atti ordinari. Così l’Aia continua a restare nelle mani dei suoi organi interni. E proprio quegli organi, senza commissario e con l’ex designatore Gianluca Rocchi autosospeso, continuano a fare ciò che più conta, ovvero designare, valutare, compilare graduatorie, decidere promozioni e dismissioni. In pratica non è cambiato nulla, nonostante una raffica di esposti in Procura e un’indagine in corso. Per vedere qualche cambiamento, forse (e se mai ci sarà), bisognerà aspettare la fine dell’estate.
L’esposto è di due pagine, datato 25 maggio. Parte da un voto: 8,40, assegnato a Maria Sole Ferrieri Caputi dopo Lazio-Pisa, ultima giornata della Serie A 2025-26. Secondo Guido Alfonsi, quella valutazione avrebbe fatto scendere Ferrieri Caputi in classifica e prodotto l’effetto decisivo sulla graduatoria finale: Antonio Rapuano salvo, Federico Dionisi fuori dall’organico degli arbitri di Serie A e Serie B. Il meccanismo è questo. A fine stagione l’Aia fa una classifica interna degli arbitri. I voti degli osservatori pesano sulla graduatoria. Chi finisce troppo in basso rischia di uscire dall’organico. Per gli arbitri con più di dieci anni di anzianità, restare tra i primi 25 è decisivo. Se non ci riescono, possono essere dismessi. Cioè vengono esclusi.
Secondo la ricostruzione dell’esposto, Rapuano era sul limite. Ferrieri Caputi, con un voto più alto, sarebbe potuta restare davanti a lui. In quel caso Rapuano sarebbe uscito dai primi 25 e avrebbe rischiato la dismissione per anzianità. Con l’8,40, invece, Ferrieri Caputi scivola dietro, Rapuano resta dentro e Dionisi, penultimo in graduatoria, viene dismesso.
È qui che nasce l’accusa. Per Alfonsi quel voto non sarebbe stato solo severo. Sarebbe stato decisivo. E, soprattutto, sarebbe arrivato dopo un cambio di osservatore che il presidente della sezione dell’Aquila considera sospetto. Per Lazio-Pisa, scrive Alfonsi, era inizialmente previsto Andrea Antonelli. Poi Antonelli viene spostato su Napoli-Udinese e all’Olimpico arriva Sandro Rossomando, in origine destinato al Maradona.
Alfonsi chiede di capire chi abbia deciso quel cambio e perché. Nell’esposto indica Dino Tommasi, designatore ad interim dopo l’autosospensione di Gianluca Rocchi, come persona da ascoltare. Chiama poi in causa la Commissione osservatori nazionale professionisti guidata da Riccardo Tozzi, sostenendo che Rossomando sarebbe stato mandato a visionare Ferrieri Caputi «ad ogni costo». Dopo la gara arriva l’8,40: per Alfonsi un voto «indotto dall’alto», non coerente con una direzione che definisce «impeccabile e priva di sbavature».
L’esposto chiede anche il sequestro cautelare del portale Aia Sinfonia4You, dove sarebbero registrati il cambio degli osservatori e la relazione su Lazio-Pisa. È il punto documentale della denuncia: capire se la sequenza designazione-voto-graduatoria sia stata ordinaria o costruita. «Andrò fino in fondo a questa vicenda, avranno pane per i loro denti. Mi cacciassero se lo ritengono, questa casta deve cadere», spiegava ieri Alfonsi all’Agi.
Il nome di Ferrieri Caputi, però, non compare per la prima volta con l’esposto dell’Aquila. Era già finito al centro del secondo episodio di «Bunker», il video del direttore di Sportitalia Michele Criscitiello dedicato al mondo arbitrale. In quel video si parla dell’unica donna arbitro e si sostiene che la sua carriera sarebbe stata «particolare». In pratica non ci sarebbe stata soltanto una promozione tecnica, ma anche una scelta di rappresentanza, legata alla necessità dell’Aia di portare una donna stabilmente in Serie A.
Non si tratta di uomo contro donna, ma di merito contro gestione interna. Ferrieri Caputi viene descritta come un arbitro protetto da dinamiche associative e tenuta dentro il sistema anche quando altri, con valutazioni peggiori o carriere più lineari, sarebbero stati mandati fuori.
Lo stesso schema viene esteso a Francesca Di Monte, assistente arbitrale. Anche qui il tema è la gestione delle carriere femminili dentro l’Aia: designazioni concentrate nei momenti decisivi, voti utili, salvataggi di graduatoria. Il sospetto è che voti e designazioni non siano solo strumenti tecnici, ma leve per tenere dentro qualcuno e mandare fuori qualcun altro.
Ed è qui che il caso Dionisi si lega al mancato commissariamento dell’Aia. La Figc voleva fermare la macchina e affidarla a una gestione straordinaria. Secondo le ricostruzioni circolate nei giorni precedenti al Consiglio federale, erano già pronti i nomi di Mauro Vladovich come commissario e Domenico Messina come vicecommissario. Il piano avrebbe dovuto mettere mano a regolamenti, commissioni, nomine e meccanismi elettorali. Non è accaduto.





