- Nove indagati tra ex assessori, manager pubblici e di Inter e Milan. Per i pm ci sarebbero stati «scambi indebiti» tra Comune e società.
- Uomini e strategie flop, però Sala contrattacca: «Interlocuzioni fisiologiche».
Lo speciale contiene due articoli.
La sera del 4 novembre 2021, mentre a Palazzo Marino si chiude una delle delibere decisive sul futuro di San Siro, Giancarlo Tancredi, allora responsabile pubblico del dossier stadio e poi assessore alla Rigenerazione urbana, scrive al sindaco Giuseppe Sala: «Possiamo sentirci un minuto su delibera Stadio? Sono qui con segretario generale. C’è un punto sul Meazza che vorrei condividere con te». Subito dopo parte la telefonata. È anche da qui che la Procura di Milano fa partire la nuova inchiesta su San Siro: non un episodio isolato, ma un’operazione che, secondo i pm, sarebbe stata orientata fin dall’origine attraverso «accordi informali e collusioni», con scambi «non trasparenti e indebiti» tra Comune, Inter, Milan e consulenti.
Gli indagati sono nove, divisi in tre blocchi. Sul fronte pubblico ci sono Christian Malangone, direttore generale del Comune dal 2018; Giancarlo Tancredi, responsabile unico del procedimento per la dismissione dello stadio dal luglio 2019 all’ottobre 2021 e poi assessore; Simona Collarini, direttrice della Pianificazione e programmazione servizi e Rup subentrata dal 29 ottobre 2021. Sul fronte dei club compaiono Mark Van Huukslot, procuratore dell’Inter, e Alessandro Antonello, amministratore delegato nerazzurro fino al marzo 2025. Sul fronte dei consulenti figurano Ada Lucia De Cesaris e Fabrizio Grena per l’Inter, Giuseppe Bonomi e Marta Clara Silvana Spaini per il Milan. A tutti sono stati sequestrati i cellulari e i computer.
L’accusa principale è la turbativa del procedimento amministrativo che conduce all’avviso pubblico del 24 marzo 2025, l’atto con cui il Comune apre la raccolta di eventuali manifestazioni di interesse alternative sulla Gfu San Siro dopo la proposta presentata da Inter e Milan l’11 marzo 2025; a Tancredi e Malangone si aggiunge la rivelazione di segreto d’ufficio sulla delibera del 5 novembre 2021, relativa alla dichiarazione di pubblico interesse, mentre a Tancredi viene contestata anche quella sulla delibera del 19 gennaio 2023, che chiude il dibattito pubblico sul dossier stadio. Per i pm, l’iter sarebbe stato orientato da costanti interlocuzioni informali e scambi di informazioni non trasparenti, fino a determinare nella sostanza il contenuto. Sul tavolo c’è un affare da 197 milioni di euro costruito attorno alla cessione dell’intera Grande funzione urbana San Siro. L’operazione riguarda oltre 280.000 metri quadrati, con una superficie lorda considerata di 98.314 metri quadrati, e secondo la Procura sarebbe stata piegata alle richieste delle società per arrivare alla compravendita e consentire lo «sfruttamento commerciale ed edilizio del territorio circostante». È qui che il decreto usa la formula più dura: il Comune, «discostandosi in parte» dalla ratio della legge stadi, avrebbe assecondato soggetti privati «portatori di interessi principalmente volti alla ottimizzazione dei ricavi», rendendo l’intera operazione «fortemente connotata da una veste speculativa».
Per i pm la storia comincia molto prima del 2019. De Cesaris viene coinvolta già nel 2016 nel progetto San Siro; nel 2017, i club immaginano già nuovo stadio, museo, megastore, hotel, parcheggi e funzioni accessorie sull’intera area; il 24 ottobre di quell’anno De Cesaris invia a Tancredi un memorandum sui «possibili scenari normativi e procedimentali» per consentire a un privato di ristrutturare il Meazza e valorizzare l’area pubblica. In questa lettura, il progetto immobiliare era già pronto e la parte privata contribuiva perfino a indicare al Comune la strada da seguire. Un precedente chiave arriva l’8 novembre 2019, giorno della delibera n. 1905 sul pubblico interesse. Malangone invia a De Cesaris la versione definitiva dell’atto prima della notifica ufficiale; lei commenta «Anche illegittima.. bravi» e la gira subito a Mark Van Huukslot: «Ti ho mandato delibera». Per la Procura è il segno che la circolazione anticipata degli atti fuori dal perimetro istituzionale non sarebbe un’eccezione, ma un metodo. La richiesta di perquisizione (ieri gli inquirenti hanno fatto visita a Palazzo Marino come alle sedi delle due squadre) lo dice chiaramente: i pubblici ufficiali avrebbero favorito la diffusione di notizie riservate interne all’istruttoria, consentendo ai privati di calibrare le proprie istanze e perfino di ottenere modifiche alle bozze ancora da portare in giunta.
Il novembre 2021 è, però, il cuore del fascicolo. Il 27 ottobre De Cesaris invia a Spaini una mail con oggetto «Stadio» che riepiloga i passaggi istruttori della compravendita; il giorno dopo, secondo gli inquirenti, lo stesso file passa da Malangone a Tancredi. Il 31 ottobre Tancredi propone a Malangone di anticipare a De Cesaris il tema dell’indice di edificabilità territoriale. Poi arriva il 4 novembre: l’incontro «in centro», la raccomandazione «Non fate troppa scena», il messaggio a Sala. La mattina dopo, giorno della delibera n. 1379, Simona Collarini scrive che l’atto è stato «sistemato» e «allineato» alle indicazioni di Tancredi; poco dopo Van Huukslot avvisa De Cesaris: «Abbiamo cercato di aggiustare alcune cose... ci sono le cose concordate». Per i pm, è il punto in cui la semplice interlocuzione si trasforma in un confronto sul contenuto degli atti. Le chat del 2022 servono poi a mostrare che, per i club, il vecchio Meazza non era più davvero un’opzione.
Il 12 gennaio Mark Van Huukslot scrive che la vera discussione «non è stadio nuovo versus ristrutturazione Meazza, ma stadio nuovo a San Siro o stadio nuovo altrove» e aggiunge che discutere la ristrutturazione «non è di nostro interesse». Ada Lucia De Cesaris approva, Antonello chiude: «Agenda è nuovo stadio con nostra proposta». È il segno, per gli inquirenti, che la rotta fosse già fissata.
Tra il 2024 e il 2025 ci sarebbero stati decine di incontri tra Comune, club e consulenti prima del dossier del 7 marzo. Il 1° marzo Bruno Ceccarelli chiede una procedura pubblica per certificare le alternative; Tancredi risponde che l’evidenza pubblica verrà solo dopo la proposta delle squadre. Il 18 marzo aggiunge che bisogna chiudere entro l’estate, «se no ad ottobre scadono i 70 anni e arriva il vincolo». Sullo sfondo pesano i numeri: 40 milioni di oneri ed extraoneri, il tunnel Patroclo da oltre 68 milioni e il Meazza valutato da Sala in circa 100 milioni.
Per la Procura è qui che tutto si tiene: il vincolo da battere sul tempo, l’evidenza pubblica rinviata, il valore economico dell’area. E così San Siro smette di essere solo uno stadio: diventa il cuore di un affare che i magistrati ritengono scritto molto prima dell’ultimo atto.
Urbanistica, Corte dei conti e stadio. Mr. Expo si difende ma è accerchiato
Giuseppe Sala, nella nuova inchiesta su San Siro, non figura (al momento) tra gli indagati. Ma il suo nome affiora spesso nelle carte: nelle chat, nei passaggi politici più delicati, nei dossier che ruotano attorno alla vendita del Meazza e dell’area circostante. Ed è proprio questo il punto. Perché l’ultima indagine sulla cessione di San Siro arriva mentre il sindaco di Milano è già coinvolto nel maxi-filone sull’urbanistica e vede stringersi attorno a sé una cintura di procedimenti che tocca Palazzo Marino, la commissione Paesaggio, i grandi progetti immobiliari e ora anche il dossier simbolo della città.
Non è ancora un assedio giudiziario diretto su ogni fascicolo, ma è ormai un accerchiamento politico e amministrativo difficile da ignorare. In mattinata Sala aveva scelto il silenzio annullando una conferenza stampa, poi, in serata ha sottolineato che non ci sono «ipotesi corruttive» e di attendere «con fiducia» gli sviluppi dell’inchiesta: gli uffici hanno operato «in buona fede e per il bene di Milano» e ci sono state «interlocuzioni fisiologiche con i club». Nel maxi-filone urbanistica, Sala è indagato per false dichiarazioni, in relazione alla nomina di Giuseppe Marinoni alla commissione Paesaggio, e per concorso in induzione indebita nel filone Pirellino-Torre Botanica, ipotesi però già ridimensionata dal gip in sede cautelare.
Attorno a questo primo baricentro, il resto del panorama si è fatto sempre più fitto. L’indagine, partita negli anni passati dall’esposto su piazza Aspromonte, si è allargata fino a investire circa 150 progetti con oltre 70 indagati. Da quel troncone sono già nati processi veri e propri, da Torre Milano a Park Towers, da via Fauchè 9 a Bosconavigli. Accanto ai dibattimenti già avviati restano poi aperti o in fase avanzata altri dossier come Hidden garden, The nest, Scalo house, Giardino segreto, SerlioSette, Residenze Lac, Syre a San Siro e Unico-Brera. Non tutto chiama direttamente in causa Sala, ma tutto cade sulla stessa stagione politica e amministrativa e consolida l’immagine di una città in cui l’urbanistica è diventata terreno di scontro giudiziario permanente.
La nuova inchiesta su San Siro pesa soprattutto per il segnale politico che manda. Tra i nove indagati compaiono Giancarlo Tancredi e Christian Malangone, due figure centrali della macchina comunale che con Sala hanno seguito alcuni dei dossier più delicati in questi anni.
Il problema di Sala, ormai, è il cumulo. Oltre ai vari procedimenti urbanistici, ci sono i processi già aperti che continuano ad alimentare l’idea di una «urbanistica Milano» definita dai pm come un sistema. C’è il fronte della magistratura contabile, con una decina di istruttorie aperte. E c’è infine San Siro, il dossier più politico di tutti, quello che tocca identità cittadina, Inter e Milan, valore delle aree e immagine di Milano. Messo in fila così, il quadro racconta non soltanto un sindaco alle prese con alcune grane giudiziarie, ma il capo di un’amministrazione finita stabilmente sotto la lente delle Procure. Il verde Enrico Fedrighini parla di operazione segnata da «opacità» e dall’assenza di un vero interesse pubblico, denunciando una trasformazione trattata «quasi come se fosse una trattativa privata». Claudio Trotta, tra i promotori del Comitato Sì Meazza, insiste sul fatto che vendita e demolizione siano sempre parse «non necessarie, poco trasparenti e contrarie all’interesse pubblico», ribadendo che San Siro andava difeso e riqualificato. Dal fronte del centrodestra, Enrico Marcora (Fdi) chiede ora che il sindaco e la vice Anna Scavuzzo si assumano la responsabilità politica dell’operazione dopo mesi di denunce dei comitati e interventi in aula.
Per Sala, al secondo giro a Palazzo Marino e vicino alla scadenza della legislatura, significa affrontare il finale con la politica schiacciata dal calendario giudiziario. Se poi il quadro nazionale cambiasse e il voto venisse anticipato, tornerebbe il tema di una candidatura alle politiche, con l’effetto di lasciare Milano prima della scadenza.
Più che una semplice coda polemica del referendum sulla giustizia, dentro Forza Italia si sta consumando in questi giorni un riassetto più profondo. La sconfitta su una riforma dal forte valore identitario ha accelerato tensioni già presenti, ma da sola non basta a spiegare il clima che si respira tra i gruppi parlamentari e ai piani alti del partito.
Sullo sfondo ci sono i prossimi appuntamenti economici e politici, e soprattutto la necessità, avvertita da molti, di rilanciare il profilo azzurro per tornare a contare di più nella coalizione.
Il primo dossier è quello delle nomine di primavera. La tornata vale 211 incarichi e riguarda soprattutto i vertici in scadenza di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav, con sullo sfondo anche il nodo Consob. È una partita che pesa oltre i nomi, perché misura i rapporti di forza nella maggioranza. E per Forza Italia è tanto più importante perché nelle precedenti tornate il partito non è riuscito a farsi valere davvero fino in fondo con Fratelli d’Italia e Lega. Stavolta, invece, gli azzurri vogliono evitare di restare schiacciati tra gli alleati, anche in vista di passaggi politici cruciali, dalle elezioni comunali di Milano nel 2027 alle prossime regionali fino ai futuri equilibri di governo.
In questo quadro Antonio Tajani prova a tenere insieme stabilità e rilancio. Attorno alle prossime nomine si misurerà anche la capacità di Forza Italia di pesare nei dossier che contano: non mancano differenze di vedute sui nomi. Ma il punto più delicato, tra gli azzurri, non riguarda soltanto le caselle o i singoli profili. È piuttosto il diverso accento con cui Marina Berlusconi e Tajani guardano alla fase che si è aperta. Marina continua a non mettere in discussione il segretario e mantiene con lui un rapporto di interlocuzione, anche attraverso Gianni Letta. Eppure, tra gli azzurri cresce l’idea che Giorgio Mulè, valorizzato dalla campagna referendaria, sia oggi uno dei nomi più forti per la nuova guida di Forza Italia.
Dentro questo quadro in ambienti azzurri si colgono anche diverse sfumature tra gli stessi Marina e Pier Silvio Berlusconi. Marina appare più orientata a una linea di raccordo, pur convinta che il partito debba alzare il proprio profilo e accelerare sul rinnovamento. Pier Silvio viene invece descritto da molti come più netto nel giudizio sulla necessità di una discontinuità profonda, quasi di un azzeramento delle vecchie liturgie, come aveva ricordato lui stesso lo scorso dicembre.
Anche la vicenda dei gruppi parlamentari va letta in questa chiave. L’uscita di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo al Senato e l’arrivo di Stefania Craxi hanno segnato un primo passaggio politico: non tanto una sfiducia formale al segretario, quanto il segnale di un partito che chiede di aprire una fase nuova. La scelta di Craxi, per la quale Marina avrebbe «grande stima», ha anche un valore simbolico evidente. Alla Camera, invece, il dossier è più delicato, perché Paolo Barelli rappresenta un punto di equilibrio importante per Tajani ed è anche suo consuocero: colpire lui, osservano in molti, significherebbe colpire anche il segretario. Poi c’è il peso politico del referendum. La vittoria del No non è stata vissuta solo come una sconfitta. Il fatto che la magistratura esca comunque rafforzata da questo passaggio viene osservato con attenzione da una famiglia che ha sempre vissuto il rapporto con la giustizia anche come una questione personale e storica.
Nel frattempo, altri passaggi economici contribuiranno a misurare il clima generale. Tra questi c’è l’appuntamento del 15 aprile su Monte dei Paschi, osservato come un test dei rapporti di forza tra finanza, grandi soci e politica.
Il punto finale, forse, è che Forza Italia avverte il bisogno di una figura capace di interpretare davvero la nuova fase. Roberto Occhiuto, che per un periodo era sembrato poter rappresentare questa possibilità, non ha convinto fino in fondo. E così, sempre più spesso, nel partito riaffiora un nome che resta sullo sfondo ma che molti considerano il più forte come possibile punto di riferimento futuro: Luigi Berlusconi. È il segno che la transizione è appena cominciata.
La Lega esce dal referendum meglio di quanto dica il dato nazionale. Di sicuro in uno stato più solido e compatto rispetto a Forza Italia e Fratelli d’Italia, che continuano a perdere pezzi. Ma si segnalano alcune tensioni interne che Matteo Salvini non può ignorare. Il No ha prevalso nel Paese e dunque la scommessa del centrodestra sulla giustizia è andata persa. Ma nelle tre regioni dove il Carroccio conserva il suo radicamento più forte - Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia - ha prevalso il Sì. È questo il dato su cui il partito prova a costruire la propria ripartenza: la Lega non sfonda in Italia, ma tiene nel suo vecchio cuore settentrionale.
È un segnale che pesa molto dentro il partito, in via Bellerio, perché conferma una sensazione diffusa da tempo tra i vecchi militanti e i dirigenti: la Lega funziona ancora quando parla al Nord, mentre fatica di più quando insiste su una vocazione nazionale che negli anni del salvinismo ha allargato il perimetro, ma ha anche sfilacciato l’identità originaria. Salvini proverà comunque a trasformare questo risultato in un rilancio politico con la manifestazione del 18 aprile in piazza Duomo, a Milano.
Ma il referendum si intreccia anche con il dopo Bossi. Il funerale del Senatùr, più che chiudere una stagione, sembra aver riaperto la partita sull’eredità politica della Lega. Attorno alla famiglia Bossi e al vecchio mondo nordista si è rimesso in movimento un pezzo di partito che immagina un ritorno a casa dei transfughi, da Marco Reguzzoni a Paolo Grimoldi, fino a figure simboliche come Roberto Castelli. Non si può però attribuire direttamente a Manuela Marrone, la moglie del Capo, una linea ostile a Salvini: sarebbe una forzatura, anche perché nelle ore della morte di Bossi, Salvini è stato accolto a Gemonio. Il malumore esiste, ma appartiene soprattutto a quei rivali interni che vedono nel dopo Bossi l’occasione per riaprire i giochi e ridimensionare il segretario.
In questo quadro resta centrale anche la figura di Luca Zaia. Per una parte del mondo leghista, soprattutto quello più legato ai territori, l’ex governatore veneto continua a rappresentare un modello politico forte, concreto, spendibile, e non a caso c’è chi in queste ore continua a immaginarlo in un ruolo di governo nazionale (magari al posto di Daniela Santanchè). Ma Zaia, al tempo stesso, resta soprattutto il simbolo di una Lega territoriale, amministrativa, profondamente radicata nel Nord: esattamente il profilo che molti dentro il partito considerano oggi da recuperare.
È questo il clima con cui la Lega Nord arriva al consiglio federale di oggi, il primo dopo la morte di Bossi. E non è secondario che il primo punto all’ordine del giorno sia il tesseramento: in un partito come la Lega significa misurare i rapporti di forza reali, capire chi controlla i territori e chi prova a riportare dentro il recinto i pezzi dispersi del vecchio mondo leghista. Prima ancora della linea politica, c’è il controllo della macchina.
Il punto vero è che il referendum rafforza la tesi di chi vuole riportare il partito soprattutto al Nord, dove il consenso tiene, e non inseguire troppo il Sud, dove Salvini continua a fare fatica. Ma qui si apre anche la contraddizione più seria: se la Lega torna nei territori del Lombardo-veneto, ammette che il suo nucleo vitale è ancora quello originario; se invece insiste sulla Lega nazionale e d’assalto, rischia di perdere voti sul terreno più radicale, anche a vantaggio di figure come Roberto Vannacci che organizza le truppe in vista delle Politiche.
Così il partito esce dal referendum senza troppi danni, anzi con la possibilità di rivendicare una tenuta nel suo vecchio cuore settentrionale. Ma esce anche con una domanda aperta su Lega Salvini premier. Perché il Nord risponde ancora, mentre dentro la Lega cresce il malumore di chi pensa che per ripartire serva un nuovo equilibrio, e forse anche una nuova fase politica per affrontare le prossime sfide.





