Nel linguaggio dell’Aia si chiama dismissione. Significa una cosa semplice: un arbitro viene tolto dall’elenco di quelli che possono dirigere in Serie A e Serie B. Perde le partite più importanti, i compensi collegati e il posto nella categoria più alta. È quello che è accaduto nei giorni scorsi a Federico Dionisi, arbitro della sezione dell’Aquila.
Ed è per questo che il suo presidente di sezione, Guido Alfonsi, ha scritto un esposto alla Procura federale della Figc e a Maurizio Ascione, il pubblico ministero milanese che già sta indagando sulla presunta Arbitropoli nel calcio italiano.
Di sicuro il caso arriva nel momento peggiore per l’Associazione italiana arbitri. La Figc aveva provato a commissariarla, ma il parere del Collegio di garanzia del Coni ha fermato l’operazione: la Federazione, con Gabriele Gravina dimissionario, è in regime di prorogatio e può compiere solo atti ordinari. Così l’Aia continua a restare nelle mani dei suoi organi interni. E proprio quegli organi, senza commissario e con l’ex designatore Gianluca Rocchi autosospeso, continuano a fare ciò che più conta, ovvero designare, valutare, compilare graduatorie, decidere promozioni e dismissioni. In pratica non è cambiato nulla, nonostante una raffica di esposti in Procura e un’indagine in corso. Per vedere qualche cambiamento, forse (e se mai ci sarà), bisognerà aspettare la fine dell’estate.
L’esposto è di due pagine, datato 25 maggio. Parte da un voto: 8,40, assegnato a Maria Sole Ferrieri Caputi dopo Lazio-Pisa, ultima giornata della Serie A 2025-26. Secondo Guido Alfonsi, quella valutazione avrebbe fatto scendere Ferrieri Caputi in classifica e prodotto l’effetto decisivo sulla graduatoria finale: Antonio Rapuano salvo, Federico Dionisi fuori dall’organico degli arbitri di Serie A e Serie B. Il meccanismo è questo. A fine stagione l’Aia fa una classifica interna degli arbitri. I voti degli osservatori pesano sulla graduatoria. Chi finisce troppo in basso rischia di uscire dall’organico. Per gli arbitri con più di dieci anni di anzianità, restare tra i primi 25 è decisivo. Se non ci riescono, possono essere dismessi. Cioè vengono esclusi.
Secondo la ricostruzione dell’esposto, Rapuano era sul limite. Ferrieri Caputi, con un voto più alto, sarebbe potuta restare davanti a lui. In quel caso Rapuano sarebbe uscito dai primi 25 e avrebbe rischiato la dismissione per anzianità. Con l’8,40, invece, Ferrieri Caputi scivola dietro, Rapuano resta dentro e Dionisi, penultimo in graduatoria, viene dismesso.
È qui che nasce l’accusa. Per Alfonsi quel voto non sarebbe stato solo severo. Sarebbe stato decisivo. E, soprattutto, sarebbe arrivato dopo un cambio di osservatore che il presidente della sezione dell’Aquila considera sospetto. Per Lazio-Pisa, scrive Alfonsi, era inizialmente previsto Andrea Antonelli. Poi Antonelli viene spostato su Napoli-Udinese e all’Olimpico arriva Sandro Rossomando, in origine destinato al Maradona.
Alfonsi chiede di capire chi abbia deciso quel cambio e perché. Nell’esposto indica Dino Tommasi, designatore ad interim dopo l’autosospensione di Gianluca Rocchi, come persona da ascoltare. Chiama poi in causa la Commissione osservatori nazionale professionisti guidata da Riccardo Tozzi, sostenendo che Rossomando sarebbe stato mandato a visionare Ferrieri Caputi «ad ogni costo». Dopo la gara arriva l’8,40: per Alfonsi un voto «indotto dall’alto», non coerente con una direzione che definisce «impeccabile e priva di sbavature».
L’esposto chiede anche il sequestro cautelare del portale Aia Sinfonia4You, dove sarebbero registrati il cambio degli osservatori e la relazione su Lazio-Pisa. È il punto documentale della denuncia: capire se la sequenza designazione-voto-graduatoria sia stata ordinaria o costruita. «Andrò fino in fondo a questa vicenda, avranno pane per i loro denti. Mi cacciassero se lo ritengono, questa casta deve cadere», spiegava ieri Alfonsi all’Agi.
Il nome di Ferrieri Caputi, però, non compare per la prima volta con l’esposto dell’Aquila. Era già finito al centro del secondo episodio di «Bunker», il video del direttore di Sportitalia Michele Criscitiello dedicato al mondo arbitrale. In quel video si parla dell’unica donna arbitro e si sostiene che la sua carriera sarebbe stata «particolare». In pratica non ci sarebbe stata soltanto una promozione tecnica, ma anche una scelta di rappresentanza, legata alla necessità dell’Aia di portare una donna stabilmente in Serie A.
Non si tratta di uomo contro donna, ma di merito contro gestione interna. Ferrieri Caputi viene descritta come un arbitro protetto da dinamiche associative e tenuta dentro il sistema anche quando altri, con valutazioni peggiori o carriere più lineari, sarebbero stati mandati fuori.
Lo stesso schema viene esteso a Francesca Di Monte, assistente arbitrale. Anche qui il tema è la gestione delle carriere femminili dentro l’Aia: designazioni concentrate nei momenti decisivi, voti utili, salvataggi di graduatoria. Il sospetto è che voti e designazioni non siano solo strumenti tecnici, ma leve per tenere dentro qualcuno e mandare fuori qualcun altro.
Ed è qui che il caso Dionisi si lega al mancato commissariamento dell’Aia. La Figc voleva fermare la macchina e affidarla a una gestione straordinaria. Secondo le ricostruzioni circolate nei giorni precedenti al Consiglio federale, erano già pronti i nomi di Mauro Vladovich come commissario e Domenico Messina come vicecommissario. Il piano avrebbe dovuto mettere mano a regolamenti, commissioni, nomine e meccanismi elettorali. Non è accaduto.
Per due giorni, a giugno, la Lega proverà a fare quello che le squadre di calcio in crisi fanno quando la classifica comincia a far paura: chiudersi in ritiro. Matteo Salvini ha convocato per il 19 e 20 giugno il consiglio federale, i ministri, i governatori, i capigruppo, gli amministratori e i segretari regionali. Una «due giorni di incontri, proposte e programmi». La sede non è stata decisa (Luca Zaia ha già annunciato che non ci sarà), ma dovrebbe essere in Veneto, a pochi giorni di distanza dall’assemblea costituente di Futuro nazionale di Roberto Vannacci (che poi proseguirà con i congressi regionali). Magari a Verona, dove il 25 maggio il generale inaugurerà una nuova sede del suo partito. Il messaggio politico è chiaro: il Carroccio deve serrare le fila prima che la stagione entri nella fase più delicata. Il 2027 si preannuncia denso di appuntamenti elettorali decisivi per il futuro di via Bellerio.
Salvini è milanista e conosce bene la grammatica dei ritiri. Con Massimiliano Allegri, al Milan, si può giocare male ma restare in partita è imperativo. Il punto è che il Carroccio continua a osservare la crescita, sulla destra, di un avversario che conosce bene lo spogliatoio leghista. Il nome è quello di Vannacci. L’ex generale è diventato un problema elettorale. Swg per il tg di La7 colloca la Lega al 6% e Futuro nazionale al 4,1%. Ipsos/Pagnoncelli, sul Corriere, è ancora più severo: Lega al 5,8%, Vannacci al 4,1%. Meno di due punti di distanza.
Dopo le chiusure a possibili alleanze da parte di Massimiliano Romeo, Roberto Occhiuto e Letizia Moratti, Vannacci ha risposto sui social con una frase che suona come un avvertimento: «Poi non si venga a dare la colpa» a me «se questo centrodestra sbiadito, timido, tentennante e moderato finirà per perdere consensi ed elezioni». È una minaccia preventiva: se il centrodestra perde, la colpa non sarà di chi rompe, ma di chi non ha avuto il coraggio di inseguirlo.
Il caso di Laura Ravetto ha reso il problema visibile. La deputata ha lasciato la Lega per aderire a Futuro nazionale. Per un partito abituato a perdere amministratori verso Fdi, vedere una parlamentare passare direttamente al nuovo concorrente di destra è un segnale diverso. Non c’è più solo Meloni a drenare consensi.
La linea ufficiale resta la compattezza. Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro, respinge l’idea di nuovi «campi larghi» a destra costruiti inseguendo i sondaggi. «Il centrodestra è rodato da anni», dice. «Non si fanno campi larghi soltanto perché può essere indicato favorevole o no in un determinato momento dai vari sondaggi». In fin dei conti la Lega si ritrova con tre grossi problemi da risolvere. Il primo è nazionale: dimostrare di essere ancora indispensabile nel centrodestra. L’altro identitario: impedire che l’elettore più arrabbiato trovi in Vannacci un’offerta più chiara. L’ultimo territoriale: difendere il Nord dall’avanzata di Fdi.
Le elezioni comunali di Milano sono il primo banco di prova. Il centrodestra non ha ancora un candidato per il dopo Beppe Sala. Il nome di Maurizio Lupi circola, ma non decolla. Salvini preferisce un profilo civico. Samuele Piscina, segretario milanese del Carroccio, è stato più esplicito: Lupi «non ha il consenso di tutti».
Il secondo fronte è la Regione Lombardia. Da mesi nel centrodestra si ragiona sull’ipotesi di legare politiche, comunali milanesi e regionali lombarde in un election day nel 2027. L’operazione concentrerebbe la mobilitazione nel territorio più forte della coalizione. Ma aprirebbe subito la guerra per il dopo Attilio Fontana. Fratelli d’Italia considera la Lombardia un obiettivo naturale.
Roberto Calderoli prova a raffreddare il dossier. La legislatura, ricordava ieri, scade naturalmente il 13 ottobre 2027. Di voto anticipato, dice, non se ne parla (lo stesso Salvini aveva rettificato la battuta sulla crisi economica che era stata male interpretata). Il messaggio vale per Palazzo Chigi, ma anche per via Bellerio: la Lega non vuole arrivare logorata alla partita finale.
Il ritiro di giugno serve a questo. Allegri direbbe che conta il risultato. Ma qui il punto non è vincere di corto muso. È evitare che la Lega perda, insieme, pezzi a destra e peso al Nord.
Per più di un quarto di secolo Angelika Niebler è stata una presenza fissa del potere tedesco a Bruxelles. Eurodeputata Csu dal 1999, dirigente del Partito popolare europeo, vicepresidente del partito bavarese, capo della delegazione cristiano-sociale al Parlamento europeo.
Di certo non una figura laterale. Piuttosto, una di quelle europarlamentari che non compaiono spesso davanti alle telecamere, ma frequentano da sempre il retrobottega di Strasburgo, dove si costruiscono maggioranze, compromessi e carriere. Ora il suo nome è finito in un fascicolo che il Parlamento europeo ha scelto di chiudere prima che diventasse davvero un’indagine.
Il 21 luglio 2025, infatti, la Procura europea (Eppo) aveva chiesto la revoca della sua immunità. Voleva verificare se assistenti locali pagati con fondi del Parlamento europeo fossero stati usati per attività estranee al mandato. Secondo l’ipotesi investigativa - le contestazioni riguardano il periodo tra il 2017 e il 2025 - ci sarebbero stati accompagnamenti da Monaco a Bruxelles e Strasburgo, trasferimenti in aeroporto per viaggi privati, supporto ad appuntamenti professionali, riunioni della leadership Csu non direttamente legate al lavoro parlamentare, incombenze personali o politiche.
C’è anche un’accusa più precisa. Un assistente retribuito con fondi europei da Niebler avrebbe lavorato non per lei, ma per un ex eurodeputato del suo stesso partito. In parallelo, vengono citate possibili irregolarità nei rimborsi per viaggi verso Bruxelles e Strasburgo. In sostanza, il sospetto è che denaro pubblico destinato all’attività parlamentare sia stato usato per esigenze private, professionali, di partito o di rete personale.
Niebler respinge ogni accusa. La presunzione di innocenza vale per tutti. Ma qui il punto non è stabilire se sia colpevole. Il punto è capire perché alla Procura europea sia stato impedito di verificarlo.
La commissione Giuridica del Parlamento europeo, la Juri, ha raccomandato di non revocare l’immunità. Niebler, dettaglio non secondario, è supplente proprio in quella commissione. Poi nei giorni scorsi è arrivato il voto dell’Aula. Il 19 maggio 2026, a scrutinio segreto, 309 eurodeputati hanno votato per mantenere la protezione, 283 contro, 53 si sono astenuti. Risultato: l’Eppo non può procedere oltre la fase preliminare. Non può interrogare Niebler come avrebbe voluto. Non può completare l’accertamento.
La struttura dell’accusa ricorda quella che ha travolto Marine Le Pen e il Rassemblement national. Anche lì c’erano fondi europei destinati agli assistenti parlamentari. Anche lì l’accusa sosteneva che collaboratori pagati dal Parlamento europeo lavorassero in realtà per attività non collegate al mandato, ma al partito. Solo che in quel caso la giustizia ha potuto procedere.
Il 31 marzo 2025 Le Pen è stata condannata in primo grado a quattro anni di carcere, due dei quali sospesi, 100.000 euro di multa e cinque anni di ineleggibilità immediata. Una sanzione già efficace, che oggi le impedisce di correre nel 2027. L’appello, atteso il 7 luglio 2026, deciderà se riaprirle la strada.
In quel caso, dopo le verifiche di Olaf (Ufficio europeo per la lotta antifrode) e l’azione del Parlamento europeo per il recupero dei fondi, la giustizia francese ha potuto procedere fino al processo e alla condanna. Nel caso Niebler, invece, l’Eppo è stata fermata prima dell’inizio dell’indagine.
Il paradosso è che Niebler, oggi beneficiaria della protezione parlamentare, era già supplente in Juri negli anni in cui la commissione raccomandava la revoca dell’immunità di Le Pen in altri procedimenti. Non solo. L’europarlamentare tedesca non è una politica qualsiasi. È una dirigente del sistema. Lavora sui dossier industriali, digitali, commerciali. Siede nella commissione Industria e nella commissione Commercio internazionale. Ha seguito dossier sulla cybersecurity, sui dati, sulle imprese. Accanto allo stipendio da eurodeputata, Niebler dichiara redditi esterni tra i più alti dell’Eurocamera: secondo Euobserver, tra i 177.500 e 195.000 euro l’anno. Solo dallo studio legale Gibson, Dunn & Crutcher riceve 63.000 euro l’anno. In passato era già stata criticata per possibili conflitti d’interesse tra attività privata e ruolo parlamentare. Nel confronto con Le Pen, il contesto conta. Quando una figura così interna all’architettura del Ppe viene protetta da un’indagine sui fondi europei, il messaggio politico è evidente. Il Parlamento non sta difendendo solo un principio. Sta difendendo una sua dirigente.





