Per capire su che cosa sia ancora d’accordo il centrosinistra milanese non bisogna guardare a San Siro, né al gemellaggio con Tel Aviv. Bisogna aspettare il Pride del 27 giugno. Solo lì la coalizione guidata da Beppe Sala sembra ritrovare un linguaggio comune e una linea condivisa. Regione Lombardia nega il patrocinio. Palazzo Marino annuncia che lo concederà. E Sala attacca il Pirellone: «Io non ho più parole. Lo trovo semplicemente assurdo». L’assessore Lamberto Bertolé rivendica una Milano «dalla parte dei diritti, contro ogni discriminazione, senza ambiguità».
È l’immagine più comoda per il centrosinistra. Ma anche la più impietosa. Perché arriva mentre il resto della maggioranza è ormai allo sbando. O meglio, non esiste più. Anche perché sullo sfondo, poi, non c’è solo la linea politica dell’ultimo anno di mandato. C’è anche una partita molto più concreta, quella di salvare la cadrega. Nel Pd milanese la corsa al 2027 è già partita, tra successione a Sala e lotta per le 48 poltrone del Consiglio comunale. Il nodo è la regola dei due mandati, che può bloccare molti uscenti ma lascia spazio a deroghe, trattative e inevitabili tensioni.
Sono più tranquilli i primi mandati come Michele Albiani, Federico Bottelli, Luca Costamagna, Elisabetta Nigris, Valerio Pedroni e Monica Romano. Più delicata la posizione di nomi pesanti come Beatrice Uguccioni, Diana De Marchi, Bruno Ceccarelli, Roberta Osculati, Alice Arienta e Angelo Turco. Per alcuni la partita è politica, per altri è anche personale: capire se ci sarà ancora posto nelle liste, se servirà una deroga, chi avrà la forza di ottenerla e chi resterà fuori.
Del resto, il voto sul gemellaggio tra Milano e Tel Aviv ha reso pubblico ciò che a Palazzo Marino era già evidente, cioè che l’ultimo anno di Sala sarà una verifica politica permanente. Lunedì l’ordine del giorno per interrompere il gemellaggio è stato bocciato con 21 voti contrari e 17 favorevoli. La linea del sindaco, favorevole a mantenere il rapporto istituzionale con Tel Aviv, ha retto. La coalizione no.
Il Pd si è spaccato. I Verdi hanno tirato dritto. Una parte del centrosinistra ha votato per la rottura simbolica con Israele, un’altra ha difeso la diplomazia municipale. Sala ha vinto il voto, ma ha perso la scena politica. Il giorno dopo, infatti, non ha parlato da vincitore: «Non mi sento vincitore. Mi sento amareggiato». Poi ha scelto una parola pesante: «frattura». A irritarlo sono state soprattutto le parole della capogruppo dem Beatrice Uguccioni, che in aula aveva accusato i «piani alti» di avere neutralizzato la precedente volontà del Consiglio sullo stop al gemellaggio. Sala le ha definite «improprie» e ha posto il problema in termini netti: «Se dobbiamo essere gli uni e gli altri, separati, va bene, ragioniamo e capiamo se possiamo essere una cosa sola o no».
Alessandro Capelli (Pd) nega che il voto sia stato «un atto di distacco nei confronti del sindaco o di sfiducia del suo operato», mentre Uguccioni rivendica il «senso di responsabilità» dei democratici e assicura che «c’è ancora da lavorare per Milano». Ma la ricomposizione assomiglia più a un contenimento del danno che a una soluzione. Più che una coalizione, sembra ormai una trattativa permanente tra pezzi che si preparano al dopo Sala.
C’è poi un dettaglio politico. Il primo cittadino ha difeso il mantenimento del gemellaggio, ma non era in aula al momento del voto. Il consigliere di Fratelli d’Italia Enrico Marcora si pone la domanda più semplice: «Dov’era il sindaco durante un voto che sostiene così importante?». Non è solo una questione di presenza. È il segno di una distanza tra il sindaco e la sua stessa maggioranza.
Il caso Tel Aviv arriva dopo San Siro. Anche lì la giunta aveva portato a casa il risultato, ma con numeri stretti, voti contrari interni e una coalizione lacerata. Lo stadio ha diviso il centrosinistra sull’idea di città: urbanistica, grandi operazioni, rapporto con i privati. Tel Aviv lo divide sulla politica internazionale: Gaza, Israele, Palestina, identità internazionale di Milano. In mezzo resta Sala, sempre più solo nel ruolo di sindaco uscente. I civici difendono la linea del dialogo. I Verdi rivendicano la rottura. Il Pd prova a tenere insieme coalizione e posizionamento futuro. Le opposizioni chiedono le dimissioni.
Samuele Piscina, consigliere comunale della Lega, parla di maggioranza «ufficialmente saltata». Quando Sala dice che «qualcosa si è rotto» e accusa il Pd di avergli votato una sfiducia in aula, «il re è nudo». Per Piscina: «più che una Giunta comunale, ormai Palazzo Marino sembra un condominio in autogestione durante un’assemblea straordinaria finita a piatti in faccia».
Il punto, ora, è il dopo. Le primarie del centrosinistra sono già entrate in Consiglio comunale. L’ultimo sondaggio Youtrend dice che la coalizione resta favorita a Milano, con il Pd al 27,3% e Avs al 12,4%, ma segnala anche che la vera partita è interna: Pierfrancesco Majorino è avanti tra gli elettori di centrosinistra con il 35%, seguito da Mario Calabresi al 31%. Se le primarie si faranno, non serviranno solo a scegliere un candidato. Diranno che centrosinistra sarà. Alla fine del secondo mandato, Sala non sembra più controllare il campo politico che aveva costruito. Nel 2021 aveva promesso una Milano «sempre più contemporanea, verde e giusta», capace di tenere insieme crescita, diritti e coesione. Cinque anni dopo, il Pride rischia di essere l’ultima fotografia di famiglia, un po’ poco per una coalizione che prometteva di ridisegnare Milano.
La difficile arte di non sparare: perché la polizia cerca nuove difese contro le aggressioni
A Milano il programma BJJ4Police porta il Brazilian Jiu-Jitsu dentro l’addestramento degli agenti. Non per aumentare la forza, ma per ridurre il momento in cui resta una sola alternativa: l’arma. Le statistiche parlano di 2675 annui aggressioni agli operatori in divisa, più di 7 al giorno, una ogni 3 ore.
Quando un controllo delle forze dell'ordine degenera, il tempo per decidere si misura in pochi secondi. Un gesto improvviso, una resistenza fisica, una mano che si avvicina alla cintura o a una tasca possono trasformare un normale intervento in una colluttazione. Per un agente, però, la scelta non è quasi mai quella di allontanarsi: deve restare, contenere, proteggere sé stesso, i colleghi e anche la persona che ha di fronte. È in questo spazio stretto, tra l’aggressione subita e il rischio di dover ricorrere alla forza, che si inserisce il progetto BJJ4Police.
Al Reparto Mobile di Milano, per tre giorni, una quarantina di operatori della Polizia di Stato ha partecipato al programma BJJ4Police, formazione basata su tecniche di Brazilian Jiu-Jitsu adattate al lavoro di polizia. Non si tratta di addestramento sportivo, ma di strumenti pratici per gestire colluttazioni, immobilizzare persone violente e proteggere l’arma di ordinanza durante un intervento.
L’iniziativa, organizzata dal SIULP Milano, nasce dentro un problema sempre più visibile: le aggressioni alle forze dell’ordine durante controlli, interventi su strada, servizi in stazione o operazioni di ordine pubblico. Secondo i dati citati dal sindacato, si registrano 2.675 aggressioni annue agli operatori in divisa, più di sette al giorno, circa una ogni tre ore.
Il punto, per i sindacati di polizia, è che l’operatore non può sempre sottrarsi al rischio. Durante un controllo che degenera, un cittadino può allontanarsi; un agente, invece, deve spesso avvicinarsi, contenere e fermare la persona. È in quello spazio, tra il tentativo di dialogo e l’uso della forza, che si colloca la formazione proposta da BJJ4Police.
Gli esempi recenti mostrano quanto il margine operativo sia stretto. A Milano, nel 2024, il viceispettore Christian Di Martino venne accoltellato alla stazione di Lambrate mentre interveniva per bloccare un uomo che lanciava pietre contro treni e persone. Sempre a Milano, alla Stazione Centrale, un uomo in stato di alterazione avanzò contro gli agenti dopo il tentativo di fermarlo con il taser: uno dei poliziotti sparò, ferendolo alla spalla.
A Padova, nel dicembre 2024, due agenti furono minacciati da un uomo armato di ascia. Dopo un lungo tentativo di mediazione e l’uso di strumenti intermedi, uno dei poliziotti sparò alle gambe per fermarlo. A Crotone, nello stesso anno, un viceispettore sparò durante una colluttazione dopo un inseguimento: l’uomo colpito morì e l’agente venne indagato, oltre a riportare lesioni al volto.
Sono episodi diversi, ma indicano lo stesso problema: quando un intervento precipita nel corpo a corpo, gli agenti hanno pochi secondi per decidere. Ogni scelta può avere conseguenze fisiche, disciplinari, giudiziarie e mediatiche. Anche quando l’uso dell’arma viene ritenuto necessario, per l’operatore si apre spesso una fase complessa fatta di indagini, ricostruzioni e verifiche.
Da qui l’interesse del SIULP per tecniche di difesa e controllo che riducano il rischio di escalation. Il Brazilian Jiu-Jitsu applicato alla polizia serve soprattutto a controllare leve, distanza, postura e cadute. L’obiettivo non è aumentare la capacità offensiva degli agenti, ma dare loro più alternative prima di arrivare all’uso di strumenti più invasivi.
Secondo Andrea Varone, segretario generale del Siulp Milano, il progetto nasce per tutelare sia gli operatori sia le persone refrattarie ai controlli. La formazione, in questa prospettiva, diventa uno strumento di prevenzione: meno improvvisazione, più controllo, minore probabilità che una colluttazione finisca con feriti gravi o con il ricorso all’arma.
«Come diciamo da tempo, i numeri hanno sempre ragione, e le statistiche parlano di 2675 annui aggressioni agli operatori in divisa, più di 7 al giorno, una ogni 3 ore. Per noi non vale il principio del “commodus discessus”, la via di fuga comoda che viene presa in considerazione per i comuni cittadini nell’ambito della difesa legittima, per noi vale al contrario il detto “trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato” che per noi diventa il posto giusto al momento giusto, perché è nei momenti di difficoltà che la legge ci impone di agire e la gente ci chiede di essere». ricorda Varone.
Il tema resta centrale per le forze dell’ordine. Le aggressioni non sono solo un problema di sicurezza degli agenti, ma incidono sulla qualità dell’intervento pubblico. Un operatore formato a gestire il contatto fisico può proteggere meglio sé stesso, i colleghi e la persona da fermare. Per i sindacati, è una risposta concreta a una difficoltà quotidiana: difendersi senza superare il limite della proporzione, intervenire senza trasformare ogni scontro in un caso giudiziario.
La vicenda The Core Milano sbarca alla Procura di Milano. Lo studio Pizzoccaro di Brescia ha presentato un esposto promosso da diversi soci del club privato americano che per anni ha promesso di aprire in corso Matteotti 14, nel cuore della città, senza mai riuscirci.
Nelle prossime settimane, secondo quanto risulta alla Verità, altri aderenti, tra Brescia e Milano, potrebbero unirsi all’iniziativa. È il passaggio che trasforma il caso da storia di lusso, affari, ritardi e promesse mancate in una vicenda giudiziaria. Il paradosso è tutto in una cifra: 1 euro. Mentre ai soci facoltosi (avvocati, banchieri, imprenditori, giornalisti e persino ex calciatori) veniva venduta l’idea di entrare nel club più esclusivo di New York trapiantato a Milano, la società che teneva in mano il rapporto sull’immobile di corso Matteotti 14 veniva prima data in pegno e poi ceduta a Reinvest per un prezzo simbolico. Non il palazzo, naturalmente. Ma il veicolo societario da cui dipendeva l’intero progetto milanese.
Il primo segnale del cedimento arriva il 30 maggio 2025. Core Milan Llc, società del Delaware riconducibile al mondo The Core, costituisce in pegno a favore di Reinvest il 100% delle quote di Core Matteotti srl, la società che deteneva il contratto sull’immobile. Il pegno garantisce un finanziamento da 500.000 euro. Tradotto: la società chiave del progetto viene messa a garanzia di un debito.
Meno di due mesi dopo, il 18 luglio 2025, arriva il passaggio decisivo: Core Milan Llc cede a Reinvest il 100% di Core Matteotti srl per 1 euro. Un prezzo simbolico, non perché l’immobile non valesse nulla, ma perché la società era ormai gravata da debiti, morosità e obblighi non rispettati. Reinvest si accolla così il risanamento della posizione, compresi i debiti accumulati e le somme non pagate dal mondo Core, pur di salvare il contratto sull’immobile. Da quel momento Jennie e Dangene Enterprise, fondatrici americane di The Core, non controllano più la società che reggeva il progetto milanese.
The Core era stato annunciato nel 2019 come il club privato più esclusivo in arrivo da New York, in un palazzo di pregio di proprietà della chiesa. Il contratto di locazione ventennale prevedeva canoni milionari: da 1,056 milioni l’anno fino a 1,5 milioni dal settimo anno.
Dopo la cessione a Reinvest, Core tenta di rientrare con una sublocazione. Il 15 ottobre 2025 Core Matteotti, ormai in mano a Reinvest, firma con Core Milan srl per una porzione dell’edificio: canone da 4,5 milioni l’anno, più 900.000 euro il primo anno, e garanzie per 10,2 milioni da presentare entro il 13 gennaio 2026. Le garanzie non arrivano. Il 6 febbraio 2026 il contratto viene risolto per inadempimento e la sede promessa ai soci esce dal perimetro operativo di The Core.
È qui che la vicenda diventa giuridicamente sensibile. Se i fatti saranno confermati, potranno essere valutate ipotesi di truffa, bancarotta e altri profili legati alla destinazione delle somme. Con 700 soci dichiarati e quote tra 8.000 e 26.000 euro più Iva (fino a fee iniziali da 70.000 dollari) la raccolta teorica potrebbe oscillare tra 7 e oltre 18 milioni di euro.
Un primo fronte era già emerso con lo studio legale Lexia, che assiste alcuni soci per la mancata disponibilità della sede. Ora, con l’esposto dello studio Pizzoccaro, il caso arriverà sul tavolo del procuratore Marcello Viola.
Intanto Jennie e Dangene rassicurano i membri: nella comunicazione del 14 maggio scrivono che Core Llc avrebbe investito oltre 10 milioni di euro e che Milano resta «strategica e prioritaria», con apertura entro 12-14 mesi. Una versione che si scontra con la realtà e con i documenti ora in Procura. Anche la ricerca di una nuova sede, tra corso Magenta e via Meravigli, rischia di apparire più come un modo per prendere tempo che come un vero salvataggio.
Perché banchieri e avvocati sono finiti in The Core? Un socio, anonimo, la sintetizza così: «A Milano questi club vanno di moda perché non puoi non esserci: servono anche a dimostrare che puoi permetterti di spendere».





