A poco più di due mesi dal via, la città messicana che dovrà ospitare quattro partite del Mondiale vive sospesa fra il grande racconto dell'evento e una realtà fatta di violenza, narcotrafficanti, desaparecidos, piani speciali di sicurezza e ferite mai chiuse.
C’è un’immagine che racconta Guadalajara in Messico meglio di qualsiasi slogan promozionale: lo stadio Akron illuminato, i tornelli aperti, le maglie delle nazionali in campo e, tutto attorno, un anello fitto di uomini armati, convogli scortati, pattuglie, controlli, corridoi protetti. Il playoff mondiale del 27 marzo tra Giamaica e Nuova Caledonia, quasi cinquantamila spettatori sugli spalti, è stato presentato come una prova generale riuscita. Ed è vero. Ma è stato anche qualcos’altro: la dimostrazione plastica che, qui, il prossimo Mondiale non arriverà soltanto con il suo carico di bandiere, sponsor e televisioni. Arriverà, semmai, sotto scorta.
Guadalajara è una delle città simbolo del calcio messicano, una metropoli dove il pallone ha una densità emotiva diversa da quella di tanti altri luoghi del centro America. Non è una sede di complemento. Nel 2026 ospiterà quattro partite della fase a gironi, fra cui una gara del Messico, e proprio per questo il suo peso è maggiore del semplice numero delle date in calendario. Una cosa è riempire uno stadio; un’altra è garantire che attorno a quello stadio, e attorno alla città che lo ospita, regga l’ordine pubblico necessario a un evento globale.
Il punto di rottura è arrivato a fine febbraio. Dopo l’operazione militare che ha portato alla morte di Nemesio Oseguera Cervantes, «El Mencho», capo del Cartello Jalisco Nueva Generación, il Jalisco è stato attraversato da una scia di ritorsioni: auto incendiate, blocchi stradali, scontri, paura. Reuters ha riferito che quattro partite del calcio messicano vennero rinviate per ragioni di sicurezza; Ap ha parlato di almeno 70 morti nell’ondata di violenza successiva, con Guadalajara improvvisamente finita al centro di una domanda che fino a poche settimane prima sembrava quasi sconveniente porre: e se il problema, per il Mondiale, non fosse il calcio ma tutto il resto?
In quei giorni il governo federale ha dovuto fare una doppia operazione. Da una parte rassicurare la Fifa e il pubblico internazionale; dall’altra mostrare ai messicani che la situazione non stava sfuggendo di mano. Il presidente Claudia Sheinbaum ha detto che per i visitatori «non c’è rischio»; Gianni Infantino ha parlato di «piena fiducia» nel Messico come Paese ospitante. Sono parole necessarie, quasi obbligate, ma proprio per questo rivelatrici: quando bisogna rassicurare così tanto, è perché la crepa si vede già.
La risposta formale è stata il Plan Kukulkán, illustrato a marzo in Jalisco dalla presidente insieme ai vertici della sicurezza. A quanto pare il piano coinvolge più di 20 agenzie federali e locali; il dispositivo complessivo annunciato per il torneo in Messico ruota attorno a circa 100 mila effettivi fra forze armate, Guardia Nacional, polizie e sicurezza privata. Sono previste task force dedicate per ciascuna delle tre città ospitanti, addestramento specializzato, sistemi di allerta, protezione per stadi, hotel, aeroporti e tratte stradali, oltre a un monitoraggio rafforzato sulla mobilità urbana, tema che Fifa stessa considera cruciale quanto quello della sicurezza pura.
Ma basta leggere le cronache del test-match di marzo per capire che Guadalajara non sta solo «preparando» il Mondiale: lo sta già simulando dentro una cornice eccezionale. Reuters racconta di oltre duemila agenti impiegati per il playoff dello stadio Akron, di scorte alle delegazioni, di una presenza armata ben visibile e di dirigenti locali che lo hanno definito uno dei test più importanti prima del torneo. È un lessico che dice molto. In una città normale, la vigilia di una Coppa del Mondo si misurerebbe in lavori, hospitality, trasporti, percorsi tifosi. Qui si misura in uomini schierati, perimetri e deterrenza.
E tuttavia sarebbe un errore pensare che il caso Guadalajara si esaurisca nella violenza di febbraio. Il nodo è più profondo, più sedimentato, più doloroso. In Messico le persone scomparse sono oltre 132 mila e che il solo Jalisco pesa per circa il 10% del totale nazionale. Nei reportarge giornalistici si legge che, dallo scorso anno, gruppi civici di ricerca hanno rinvenuto almeno 500 sacchi con resti umani in quattro fosse entro un raggio di 20 chilometri dallo stadio Akron. Non è un dettaglio laterale: è il controcampo del Mondiale. Mentre il mondo si prepara a guardare le partite, il territorio che dovrebbe ospitarle continua a fare i conti con una geografia della scomparsa.
A questa ferita se n’è aggiunta un’altra, ancora più simbolica, emersa nei mesi scorsi sempre in Jalisco: il caso del ranch di Teuchitlán, dove attivisti e investigatori hanno trovato ceneri, frammenti ossei, vestiti e strutture compatibili con forni clandestini. Reuters ha riferito che la procura generale messicana ha poi denunciato gravi falle nell’indagine iniziale e ha aperto accertamenti sull’origine dei resti e sulle possibili complicità locali. Teuchitlán dista circa 65 chilometri da Guadalajara: abbastanza per non coincidere con la città-vetrina, troppo poco per poter fingere che si tratti di un altro mondo.
È da questa sovrapposizione di piani che nasce l’inquietudine attorno a Guadalajara. Da una parte c’è il racconto del futuro: i lavori, i flussi turistici attesi, le nazionali che scelgono la città come base, la speranza di un ritorno d’immagine enorme per il Messico. Dall’altra c’è la cronaca del presente: i desaparecidos, i collettivi che cercano fosse clandestine, i cittadini che vedono nell’evento anche il rischio di una gigantesca operazione cosmetica, un modo per ripulire il perimetro urbano senza affrontare la sostanza del problema. Reuters ha raccolto la voce di Héctor Flores, padre di un ragazzo scomparso, che ha definito il Messico una «fossa comune».
Anche la stampa statunitense ha colto questo cortocircuito. Le agenzie di stampa statunitensi raccontanl Guadalajara come il luogo in cui l’hype del Mondiale si scontra più bruscamente con la realtà del Jalisco: da un lato i trofei esibiti, i grandi eventi di avvicinamento, la retorica della normalità ristabilita; dall’altro i dubbi dei residenti, la paura che la morte di «El Mencho» apra nuovi squilibri interni al cartello, l’idea che il torneo finisca per essere protetto da una tregua armata più che da una sicurezza davvero consolidata. È un sospetto che nessun governo dirà mai ad alta voce, ma che attraversa il discorso pubblico.
Eppure il paradosso di Guadalajara è proprio questo: più la città mostra di essere pronta, più rende visibile ciò da cui deve difendersi.
Alla fine, il vero tema non è se lo stadio Akron sia pronto. Probabilmente lo sarà. Il tema è se lo saranno i suoi dintorni, le sue arterie, i suoi quartieri, la sua reputazione, la capacità dello Stato messicano di convincere il mondo che la sicurezza non è soltanto un apparato visibile, ma una condizione reale. Perché il calcio, a Guadalajara, resta la parte semplice: i novanta minuti, il rumore del pubblico, l’inno, la liturgia dell’evento. Il difficile è tutto quello che viene prima. E tutto quello che, fuori dall’inquadratura, continua a ricordare che il Mondiale del 2026, da queste parti, non si giocherà soltanto in campo.
Se ieri, sul fronte San Siro, Giuseppe Sala ha detto che Milano «non merita un sindaco passacarte», il primo processo dell’urbanistica milanese gli presenta il conto proprio lì dove un sindaco non può limitarsi a passare carte: nel paesaggio della città.
Perché via Stresa, zona Maggiolina, non è solo un fascicolo penale. È una torre di 24 piani, alta 82,25 metri, piantata in un tessuto di quartiere che la relazione tecnica della Procura di Milano descrive come alterato nel «soleggiamento, nelle visuali, nel paesaggio urbano e negli standard urbanistici». E ieri, su quel caso, gli inquirenti hanno chiesto otto condanne, ammende complessive per 326.000 euro e la confisca del grattacielo in caso di condanna definitiva: per Giovanni Oggioni la richiesta è di 2 anni e 4 mesi; richieste analoghe sono arrivate anche per i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, oltre che per altri imputati tra tecnici e funzionari.
Oggioni non è un imputato qualsiasi. La relazione tecnica dei pm ricostruisce che la pratica di via Stresa passa dalla determinazione dirigenziale numero 65 del 31 maggio 2018, firmata da Franco Zinna (ex direttore urbanistica) e controfirmata proprio da lui, allora direttore dello Sportello unico edilizia. È quel provvedimento a consentire il ricorso a una Scia con atto d’obbligo; poi arriva il parere favorevole della commissione per il Paesaggio del 14 giugno 2018, e così una torre che, per gli accertamenti della Procura, avrebbe dovuto essere trattata come nuova costruzione viene incanalata come una semplice ristrutturazione edilizia.
Qui sta il nodo del caso. Per l’accusa non si tratta di un errore tecnico, ma del tentativo di trattare come ristrutturazione ciò che era in realtà una nuova edificazione ad altissimo impatto. La relazione richiama, infatti, il peggioramento del paesaggio urbano e il maggior carico urbanistico, già denunciati dai residenti con l’esposto del dicembre 2019 del comitato «Torre Insostenibile». Del resto, nelle carte non emerge l’errore isolato di un singolo funzionario, ma una filiera che tocca i vertici tecnici del Comune.
La memoria del pm aggiunge che quella determina sarebbe illegittima e ricorda che convenzioni di questo tipo avrebbero dovuto chiamare in causa direttamente la giunta di Beppe Sala. La requisitoria di ieri ha alzato ancora di più i toni. Il pm Marina Petruzzella ha parlato di imputati che hanno agito «in sintonia», con «strafottenza», «assoluta assenza di trasparenza» e «noncuranza dell’interesse pubblico», fino a realizzare un «abnorme» abuso attraverso «macroscopiche illegittimità» e una «diabolica Scia» usata in modo improprio.
Secondo l’accusa, qualificare come ristrutturazione la demolizione totale di due edifici e la loro sostituzione con una torre di quelle dimensioni ha consentito di ottenere vantaggi economici, urbanistici ed edilizi in deroga alla disciplina ordinaria, evitando quel piano urbanistico attuativo che sarebbe stato obbligatorio per altezze superiori ai 25 metri. E ancora più grave, nella lettura della Procura, è il contesto: dirigenti, funzionari e progettisti avrebbero «confidato nell’impunità», anche per la pressione esercitata dagli imprenditori sugli uffici del Comune e sull’organo chiamato a valutare l’impatto paesaggistico, che avrebbe autorizzato «volumi stratosferici» con un parere definito «del tutto anomalo». Il caso Oggioni mostra che quell’organismo non era un passaggio marginale, ma uno dei centri attraverso cui passavano le trasformazioni più controverse della città.
Ed è proprio lì, sulla commissione Paesaggio, con la riconferma alla presidenza di Giuseppe Marinoni, che oggi si concentra anche una parte dell’inchiesta su Sala. Resta poi un paradosso: se la confisca arrivasse dopo una condanna definitiva, la torre passerebbe al Comune e in teoria dovrebbe essere abbattuta, nonostante oggi ospiti 102 appartamenti e circa 160 residenti che hanno comprato sulla base di un titolo edilizio che Palazzo Marino continua a ritenere valido. È il nodo dell’«affidamento del terzo in buona fede», richiamato dalla difesa dei costruttori, mentre le Famiglie sospese - quelle con le case sotto sequestro - parlano di mutui pagati, risparmi investiti fidandosi delle istituzioni e di una politica rimasta muta. Intanto una residente, parte civile, ha chiesto 135.000 euro di risarcimento per la perdita di luce e vista. Così via Stresa non riguarda più solo gli imputati: riguarda il cortocircuito di un Comune che continua a difendere il titolo da cui, secondo la Procura, sarebbe nato l’abuso.
Ed è qui che la contraddizione della giunta milanese diventa più evidente. Ieri l’assessore Lamberto Bertolé ha rivendicato la scelta di valutare la costituzione di parte civile nei processi per reati a matrice omolesbobitransfobica, presentandola come un segnale morale della città. Ma è proprio questo a smascherare la linea sull’urbanistica: quando il terreno è quello dei principi, l’amministrazione si mette in scena come presidio istituzionale; quando invece il contenzioso tocca i quartieri, i residenti e atti maturati dentro i suoi stessi uffici, arretra e difende i titoli da cui tutto è partito. Più che coerenza, è un banale calcolo politico: inflessibili nei processi che parlano all’elettorato di una parte del centrosinistra, molto più guardinghi quando il processo porta dritto al cuore della macchina comunale.
Ieri Sala ha detto di non voler fare il passacarte su San Siro: oggi il processo su Torre Stresa gli ricorda che a Milano il punto non è mai stato solo chi firmasse per ultimo. Il punto è chi abbia lasciato passare certi atti, fino a farne pagare ai cittadini e ai proprietari di quelle case il prezzo più alto.
- Il presidente della Figc, al secondo fallimento Mondiale, non si dimette e dileggia gli azzurri vincenti negli altri sport: «Ma loro sono dilettanti». Anche Abodi lo sfiducia sperando in un «sussulto di dignità».
- Il campione del mondo 1982 Beppe Dossena a gamba tesa sul sistema che sta governando il pallone: «Riforme mai avviate e associazioni complici. Appena 400 euro a chi allena i ragazzi?»
Lo speciale contiene due articoli
Lo ha già cacciato un intero Paese, manca solo qualcuno che gli dia la cattiva notizia. Sfiduciato da 60 milioni di commissari tecnici, Gabriele Gravina resiste in trincea meglio della difesa azzurra in Bosnia. Nessuna presa di coscienza, nessun sussulto di dignità. Per il presidente federale quel bambino che da 12 anni non vede l’Italia ai Mondiali di calcio (scusate per la metafora più stucchevole dell’anno) può anche diventare maggiorenne. Contano solo la sua poltrona e il Millechiodi per incollarci i glutei. Così il giorno dopo somiglia curiosamente al giorno prima: volto di marmo e scaricabarile da satrapo democristiano. «La crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio. Si parla della Figc come unico attore ma ci sono le Leghe, i club, la politica». E poi le gomme bucate, le cavallette come in quella scena con John Belushi.
A buttare la palla in tribuna Gravina è un fuoriclasse. Ma sono trascorse 24 ore dalla disfatta epocale (seconda personale, la Macedonia del Nord è stato l’altro suo capolavoro) e lui è ancora lì. Almeno Carlo Tavecchio dopo il crollo contro la Svezia di otto anni fa se n’era andato a testa più o meno alta. Lui no, rimanda e si appella al Consiglio federale che un anno fa lo rielesse con il 98% dei voti, stile Vladimir Putin. Difficile pensare di rinunciare a 240.000 all’anno dalla Figc e quindi anche ai 250.000 come vicepresidente Uefa.
Questa volta la faccenda è seria e con lui dovrebbe andarsene tutto il cucuzzaro. Ieri la sede della Federcalcio è stata pure vandalizzata: uova marce contro il muro d’ingresso, vicino allo stemma, e aiuole distrutte. Un segnale di insofferenza assoluta. Le pressioni dal mondo sportivo, politico e dai suoi sponsor (Giancarlo Abete prima di tutti) sono forti e già oggi è previsto un summit interno con tagliole sparse nell’erba alta. Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è il primo a smarcarsi: «Oggi la Nazionale è un giocattolo in mano ai bambini». E lancia la candidatura dell’evergreen Giovanni Malagò.
Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, non ha intenzione di fare prigionieri: «Tre Mondiali senza l’Italia, è una sconfitta definitiva. Non è un giorno normale e non può bastare lo scaricabarile. Bisogna rifondare il calcio mettendo in discussione tutto, il vertice della federazione deve assumersi le sue responsabilità. Se non lo fa potrei essere costretto, insieme al Parlamento, a prendere decisioni che vorrei lasciare a loro». Poi il siluro definitivo a Gravina: «Prima ancora del ruolo del Consiglio c’è quello della coscienza individuale, e questo mi sembra non emergere. Tavecchio e Abete ebbero un sussulto di dignità. Chiedergli le dimissioni personalmente? Penso di sì. Al di là del garbo istituzionale quello che ho detto è già abbastanza chiaro». Sintesi da titolo: vattene subito.
A peggiorare la situazione del presidente Gravina è arrivata l’uscita «nonsense» nella conferenza stampa dopo il tracollo. In pieno marasma da eliminazione, alla domanda sul motivo per cui il calcio perde e gli altri sport vincono, aveva dichiarato: «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici. Sport di Stato, tolta Arianna Fontana sono tutti dipendenti dello Stato». Tecnicamente non fa una piega ma è come spararsi sui piedi, come far sentire di Serie B chi porta l’Italia in trionfo.
La reazione è una valanga. Francesca Lollobrigida, due ori olimpici un mese fa: «Allora sono una dilettante…». Federica Pellegrini: «I veri professionisti siamo noi». Gimbo Tamberi: «Dilettanti allo sbaraglio». Mattia Furlani: «Questo discorso ammazza i valori dello sport. Non è solo un insulto al calcio ma a tutto lo sport italiano». Durissimo Andrea Bargnani, ex cestista Nba: «La massima espressione di professionismo sarebbe la Serie A che ha chiuso il 2025 con un buco di mezzo miliardo… Non mi sono mai sentito più professionista di chi fa salto in alto per le Fiamme Oro allenandosi 8 ore al giorno». Irma Testa, pugile medaglia olimpica a Tokyo: «Guadagno meno dei cuochi e delle tate dei calciatori ma gareggio e vinco, mentre loro fanno brutte figure. Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno».
Siamo al teatro delle marionette e Gravina è ancora lì. Incapace di gestire il calcio che cambia, responsabile di due eliminazioni sanguinose, offensivo nei confronti dello sport italiano che conquista ori, coinvolto in inchieste giudiziarie per autoriciclaggio, appropriazione indebita, dossieraggio. E pure insignificante nei palazzi che contano, visto che per la partita della vita l’Italia si è vista assegnare un arbitro antipatizzante come il francese Clément Turpin, che non vedeva l’ora di fischiare chirurgicamente contro gli azzurri. Un disastro.
Con lui dovranno prendere la porta d’uscita i deludenti Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Per non parlare del ct Gennaro Gattuso, forse il meno responsabile ma mediocre di suo in panchina. Perché non basta «perdere con umanità». È la fine di un ciclo, è la fine di tutto. L’ha capito perfino Russell Crowe, tifoso dell’Italia, che ha commentato: «È un’alba buia, mi sento male per tutta la nazione». L’hanno capito anche i sassi, tranne il numero uno.
Dossena: «Il Consiglio lo spinga a lasciare»
Beppe Dossena, campione del mondo nel 1982, ex centrocampista della Nazionale, non gira intorno al problema. Il nuovo tracollo dell’Italia per lui non è un incidente né una fatalità: è il punto di arrivo di anni di rinvii, riforme annunciate e mai realizzate, errori di sistema e assenza di coraggio politico.
Dossena, il problema del calcio italiano è tecnico, culturale o di sistema?
«Il problema è che abbiamo sempre coperto, diluito, rinviato. Per anni abbiamo pensato che qualche risultato potesse mascherare problemi strutturali profondi. Adesso che quei risultati non ci sono più, siamo costretti a prendere coscienza di quello che sta accadendo. Ma questi problemi erano già lì, latenti».
Quindi il disastro non nasce oggi.
«No. Dopo tre mancate qualificazioni non si può più far finta di niente. Non si può più procrastinare nulla. E adesso, con un Mondiale allargato a 48 squadre, restare ancora fuori è semplicemente imperdonabile».
Imperdonabile per chi?
«Per tutto il sistema, certo. Ma chi guida il sistema ha più responsabilità degli altri».
Lei chiama in causa Gravina.
«Io dico una cosa molto semplice: un presidente federale non può annunciare riforme - dalla riduzione dei campionati ad altri interventi strutturali - e poi non riuscire a portarle a termine. Questa è una responsabilità precisa. Se il governo dice di non essere ascoltato, magari una parte di ragione ce l’ha. Ma se tu non hai la capacità di persuadere, di mediare, di chiudere il cerchio, anche questa è responsabilità tua».
Gravina sostiene che non sia tutta colpa sua.
«Ed è vero: non è tutta colpa sua. Ma lui ha molte responsabilità. È il presidente federale, è lui che deve fare sintesi, trovare soluzioni, assumersi il peso delle decisioni. Non può limitarsi a spiegare perché non si è riusciti a fare qualcosa».
Lei chiede le dimissioni?
«Io mi auguro che all’interno del Consiglio federale ci sia un sussulto di orgoglio e di maturità. Mi auguro che le altre componenti portino argomenti e valutazioni tali da spingere il presidente a fare un passo indietro. Così non si può andare avanti».
Ce l’ha anche con le altre componenti del calcio italiano?
«Sì. Credo che il compito di un manager sia quello di circondarsi di persone responsabili, adulte, capaci di contraddirti quando serve. E invece alcune componenti del nostro calcio, a cominciare dall’Associazione italiana calciatori e dall’Associazione allenatori, negli anni hanno abbandonato questo ruolo. Sono diventate insignificanti».
Sta dicendo che attorno a Gravina è mancato il contraddittorio?
«Sto dicendo che in un sistema serio devono esserci pesi, contrappesi, visione, competenza e coraggio. Se tutto si appiattisce, se tutti si adattano, poi il conto arriva. E oggi il conto è pesantissimo: l’Italia fuori dal Mondiale».
Questa volta la reazione dell’opinione pubblica è diversa?
«Sì, credo che questa volta Gravina non si aspettasse un’ondata così forte, quasi una sollevazione popolare. Possiamo discutere di tutto, ma il calcio in questo Paese resta una cosa seria. E allora servono decisioni serie e azioni responsabili».
Il punto, però, non è solo cambiare il vertice.
«No, infatti. Il punto è rimettere mano alla struttura. Bisogna investire davvero nei settori giovanili, negli educatori, negli allenatori, nei centri federali e regionali».
Che cosa non funziona oggi, nella crescita dei giovani?
«Le risorse sono usate male. Non puoi pagare 400 euro al mese chi lavora coi ragazzi».
E gli stranieri?
«Chi arriva deve essere qualificato e alzare il livello».
Anche perché gli italiani bravi ci sono.
«I Palestra, i Bartesaghi, vanno seguiti e aiutati anche fuori dal campo. Altrimenti li perdiamo».
Da dove si riparte?
«Dall’azzeramento dei vertici e dal ritorno di persone e talenti. Servono scelte, non slogan».





