Subito dopo il deragliamento del tram in viale Vittorio Veneto il sindaco Beppe Sala aveva indicato come ipotesi principale il malore del conducente, invitando a non attribuire l’incidente a problemi tecnici dei mezzi o della rete. Eppure la storica rete tranviaria milanese - circa 158 chilometri di binari e 17 linee urbane in funzione da più di 100 anni - richiede manutenzioni costanti proprio per le sue dimensioni e per l’età di parte dei mezzi.
E ora c’è un dato che inizia a inquietare molti milanesi: tre tram usciti dai binari in dieci giorni. Un fatto che difficilmente può essere liquidato come coincidenza, anche perché il servizio è oggi meno intenso rispetto al passato. Secondo uno studio del laboratorio Traspol del Politecnico di Milano, tra il 2016 e il 2024 le corse giornaliere dei tram sono diminuite del 19% (filobus -17%, autobus -15%). Da Atm sottolineano che i tre episodi non sarebbero collegati: coinvolti mezzi diversi, Tramlink, Jumbo e Sirio.
L’ultimo caso è avvenuto ieri al confine tra Milano e Rozzano: un tram della linea 15 è uscito dai binari vicino al centro commerciale Fiordaliso mentre ripartiva dalla fermata, senza feriti. Potrebbe essere stato uno «scarrellamento» causato da un guasto meccanico durante la ripartenza dalla fermata, quindi non un deragliamento vero e proprio. Tra le ipotesi tecniche al vaglio c’è anche il possibile blocco di una ruota nel carrello della carrozza centrale, che avrebbe provocato la fuoriuscita del mezzo dalla sede dei binari.
Il secondo incidente è avvenuto la sera dell’8 marzo proprio nei pressi della Stazione Centrale: un tram della linea 12, diretto al deposito di via Leoncavallo, è uscito dai binari nella curva tra via Galvani e via Fabio Filzi. Il convoglio procedeva lentamente e a bordo c’era solo il conducente. Nessun ferito. Secondo i primi accertamenti, a causare lo slittamento sarebbe stato un bullone presente sulla linea.
E pensare che solo poche settimane fa Milano celebrava la propria rete con il video delle Olimpiadi in cui il presidente Sergio Mattarella attraversava la città in tram. Il caso più grave resta però quello del 27 febbraio in viale Vittorio Veneto, quando un convoglio della linea 9 finì contro un palazzo causando la morte di Ferdinando Favia e Lucky Okon Johnson e una cinquantina di feriti.
Su quell’episodio è in corso l’inchiesta della Procura di Milano. Il conducente del tram è indagato per disastro ferroviario, omicidio colposo e lesioni colpose plurime. La sua versione è nota: avrebbe perso il controllo del mezzo dopo aver visto «tutto nero» per qualche secondo a causa di una forte botta all’alluce del piede sinistro subita mentre caricava la carrozzina di una persona disabile alcune fermate prima.
Una ricostruzione che viene contestata però dalla difesa di una delle persone coinvolte. L’avvocato Stefano Benvenuto, legale di Flores Calderon - la donna rimasta ferita nell’incidente e compagna di Ferdinando Favia - mette in dubbio la tesi del malore. Secondo il consulente medico nominato dalla difesa, il tempo trascorso tra il colpo al piede e la perdita di coscienza sarebbe incompatibile con una sincope vasovagale. «La letteratura scientifica», spiega il legale, «indica che i sintomi di questo tipo di svenimento si manifestano nel giro di pochi secondi dallo stimolo. In questo caso, invece, sarebbe trascorso un intervallo molto più lungo».
Il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro dei Trasporti per chiedere chiarimenti sulla manutenzione della rete e dei mezzi Atm. «Non siamo più davanti a una semplice coincidenza». Critiche anche da Amir Atrous (Forza Italia Milano), che parla di «ennesimo campanello d’allarme» e chiede al sindaco e all’assessore ai Trasporti la convocazione urgente dei vertici Atm. Intanto il malcontento cresce anche sui social. Nella pagina Facebook del comitato «AspettaMi - Milanesi in attesa dei bus», tra i commenti di protesta compare una domanda ironica: «Qualcuno ha visto deragliare i vecchi tram? Quelli con gli interni in legno…». La risposta è lapidaria: «Mai in 40 anni».
Più di 20 anni di tempo perduto. Un giacimento offshore tra i più promettenti dell’Africa occidentale rimasto fermo tra contenziosi e processi, mentre sullo sfondo scorrevano miliardi di dollari di investimenti mai partiti e di entrate mai arrivate nelle casse pubbliche nigeriane.
Il blocco petrolifero Opl 245 - con riserve stimate in circa 500 milioni di barili - avrebbe potuto generare 41 miliardi di dollari di crescita economica per la Nigeria, 3,9 miliardi di entrate fiscali aggiuntive e oltre 10 miliardi di benefici indiretti. Ora quella stagione si chiude. Ad Abuja il presidente nigeriano, Bola Ahmed Tinubu, ha incontrato l’ad di Eni, Claudio Descalzi, per rilanciare le attività offshore e sbloccare il dossier della licenza Opl (Oil prospecting licence) 245, rimasto congelato per anni.
La conclusione dei procedimenti giudiziari in Italia e Nigeria ha riaperto la strada allo sviluppo del progetto. Il caso Opl 245 era stato al centro di un’indagine della Procura di Milano sulla presunta corruzione internazionale nell’acquisizione del blocco. Diciannove magistrati italiani, con decisioni definitive, hanno escluso qualsiasi fondamento all’ipotesi di corruzione internazionale nell’acquisizione. Dopo oltre otto anni tra indagini e processi, il 17 marzo 2021 il tribunale di Milano ha assolto Eni e i manager coinvolti con la formula piena: «Il fatto non sussiste». La parola definitiva è arrivata il 19 luglio 2022, quando davanti alla Corte d’Appello di Milano il sostituto procuratore generale, Celestina Gravina, ha rinunciato all’impugnazione dichiarando: «Questo processo deve finire perché non ha fondamento». L’11 novembre 2022 la Corte d’Appello ha inoltre respinto il ricorso della Nigeria, mentre già nel settembre 2019 le autorità Usa avevano chiuso le indagini. Esito opposto per i magistrati dell’accusa: la Corte d’Appello di Brescia ha confermato la condanna a otto mesi per i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro per rifiuto di atti d’ufficio, confermando la necessità di una riforma della giustizia e sull’istituzione di un’Alta corte disciplinare per la responsabilità dei magistrati.
Anche la giustizia nigeriana ha chiuso i contenziosi: il 23 maggio 2025 la Corte d’Appello di Abuja ha respinto le pretese di Malabu Oil & Gas sulla licenza Opl 245. La decisione ha aperto la strada all’accordo del 2026 tra il governo nigeriano ed Eni per la conversione della licenza. L’Opl 245 sarà trasformata in due licenze di sviluppo Pml (Petroleum mining leases) 102 e 103 e due licenze di esplorazione Ppl (Petroleum prospecting leases) 2011 e 2012, assegnate a Nigerian Agip exploration limited con Nigerian national petroleum company e Shell Nigeria exploration and production company. Il progetto riguarda i giacimenti Zabazaba ed Etan, con riserve stimate in 500 milioni di barili, e prevede una Fpso (Floating production storage and offloading) da 150.000 barili al giorno, con gas fino a 200 milioni di piedi cubi al giorno (5,7 milioni di m³) destinato a Nigeria Lng (Liquefied natural gas). Secondo uno studio del 2019 di OpenEconomics (università di Tor Vergata), nei 25 anni di vita del progetto l’Opl 245 avrebbe potuto generare 41 miliardi di dollari di Pil, 3,9 miliardi di entrate fiscali e 10,2 miliardi di benefici indiretti, oltre a 200.000 posti di lavoro, energia per 600.000 persone e istruzione per 1,2 milioni di bambini.
Eni opera in Nigeria dal 1962 e oggi produce circa 55.000 barili equivalenti al giorno, con una quota del 10,4% in Nigeria Lng. La vicenda si chiude quindi con un paradosso: mentre la giustizia ha archiviato il caso, resta il conto di oltre un decennio di sviluppo mancato - decine di miliardi di dollari di crescita rimasti sulla carta. Che nessuno risarcirà mai.
A un anno e mezzo dalla notte milanese del 24 novembre 2024, quella dell’inseguimento dello scooter Tmax guidato da Fares Bouzidi terminato con lo schianto in via Ripamonti all’angolo con via Quaranta e con la morte di Ramy Elgaml, l’inchiesta giudiziaria è ancora aperta e continua a esaminare uno dei punti più discussi: cosa accadde davvero negli ultimi istanti dell’inseguimento.
Per chiarire questi aspetti la Procura ha disposto una consulenza tecnica sui telefoni dei carabinieri presenti durante l’intervento. L’analisi, affidata dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano all’ingegner Marco Tinti (società Donexit), con la collaborazione della dottoressa Gaia Calamari, aveva l’obiettivo di verificare se dalle conversazioni emergessero elementi diversi rispetto alla dinamica già ricostruita.
Al netto di frasi a tratti ruvide, tipiche di conversazioni informali tra colleghi dopo un intervento svolto nell’adempimento del proprio dovere, dalle chat non emerge alcun indizio di depistaggi. Al contrario, si legge nella relazione, «le comunicazioni hanno confermato la dinamica dell’incidente»: in particolare l’auto dei carabinieri non ha effettuato manovre di speronamento nei confronti del Tmax. Un punto centrale, perché proprio lo speronamento è stato per mesi al centro delle polemiche. La relazione precisa, infatti, che l’unico tentativo di contatto emerso dalle conversazioni riguarda una fase precedente della fuga, durante l’inseguimento in centro, e non provocò la caduta dello scooter.
La stessa ricostruzione compare in un messaggio vocale riportato nella consulenza: «Non c’è stato nessun speronamento, c’è stato un inseguimento… questo ha perso il controllo in Ripamonti angolo Quaranta ed è volato per aria». E ancora: «La nostra autoradio, all’atto della frenata sulle strisce, è andata liscia e ha travolto il semaforo, quindi non c’è nessuno speronamento».
Nel messaggio emerge anche il rammarico per un tentativo precedente di bloccare lo scooter: «L’unico speronamento che c’è stato l’ho fatto io in via Moscova… se mi entrava la manovra erano tutti e due sani e salvi». Nelle chat emerge anche il lato umano della vicenda. In una conversazione privata un militare racconta alla compagna la reazione di un collega subito dopo i fatti: «È scoppiato a piangere a un certo punto». Altrove compare la consapevolezza delle conseguenze giudiziarie - «Perché ora lo indagano per omicidio colposo» - e un’amarezza diffusa dopo l’incidente: «Da oggi in poi per me possono scappare». Sono riflessioni confidenziali tra colleghi.
In una chat emerge anche un gesto significativo. Il carabiniere alla guida dell’auto ringrazia per il sostegno ma scrive: «Quei soldi metteteli all’Onomac (l’Opera che sostiene gli orfani dei carabinieri, ndr). Loro hanno più bisogno di me».
La consulenza affronta anche il tema dei presunti video dell’incidente: citati nelle chat ma mai trovati. Né risultano video di dashcam o bodycam, mentre le cancellazioni di messaggi vengono indicate dai consulenti come una pratica abituale dell’utente e non collegata ai fatti.
Dalle chat non emergono prove di depistaggi né di uno speronamento deliberato. L’inchiesta, a oltre un anno e mezzo dai fatti, prosegue con l’ipotesi di omicidio stradale con contestazione di eccesso colposo nell’adempimento del dovere: la Procura dovrà decidere se disporre nuovi accertamenti, chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione.
Nelle conversazioni resta soprattutto il rammarico di chi pensa che fermare quello scooter prima avrebbe potuto cambiare il corso di quella notte.





