Se ieri, sul fronte San Siro, Giuseppe Sala ha detto che Milano «non merita un sindaco passacarte», il primo processo dell’urbanistica milanese gli presenta il conto proprio lì dove un sindaco non può limitarsi a passare carte: nel paesaggio della città.
Perché via Stresa, zona Maggiolina, non è solo un fascicolo penale. È una torre di 24 piani, alta 82,25 metri, piantata in un tessuto di quartiere che la relazione tecnica della Procura di Milano descrive come alterato nel «soleggiamento, nelle visuali, nel paesaggio urbano e negli standard urbanistici». E ieri, su quel caso, gli inquirenti hanno chiesto otto condanne, ammende complessive per 326.000 euro e la confisca del grattacielo in caso di condanna definitiva: per Giovanni Oggioni la richiesta è di 2 anni e 4 mesi; richieste analoghe sono arrivate anche per i costruttori Stefano e Carlo Rusconi, oltre che per altri imputati tra tecnici e funzionari.
Oggioni non è un imputato qualsiasi. La relazione tecnica dei pm ricostruisce che la pratica di via Stresa passa dalla determinazione dirigenziale numero 65 del 31 maggio 2018, firmata da Franco Zinna (ex direttore urbanistica) e controfirmata proprio da lui, allora direttore dello Sportello unico edilizia. È quel provvedimento a consentire il ricorso a una Scia con atto d’obbligo; poi arriva il parere favorevole della commissione per il Paesaggio del 14 giugno 2018, e così una torre che, per gli accertamenti della Procura, avrebbe dovuto essere trattata come nuova costruzione viene incanalata come una semplice ristrutturazione edilizia.
Qui sta il nodo del caso. Per l’accusa non si tratta di un errore tecnico, ma del tentativo di trattare come ristrutturazione ciò che era in realtà una nuova edificazione ad altissimo impatto. La relazione richiama, infatti, il peggioramento del paesaggio urbano e il maggior carico urbanistico, già denunciati dai residenti con l’esposto del dicembre 2019 del comitato «Torre Insostenibile». Del resto, nelle carte non emerge l’errore isolato di un singolo funzionario, ma una filiera che tocca i vertici tecnici del Comune.
La memoria del pm aggiunge che quella determina sarebbe illegittima e ricorda che convenzioni di questo tipo avrebbero dovuto chiamare in causa direttamente la giunta di Beppe Sala. La requisitoria di ieri ha alzato ancora di più i toni. Il pm Marina Petruzzella ha parlato di imputati che hanno agito «in sintonia», con «strafottenza», «assoluta assenza di trasparenza» e «noncuranza dell’interesse pubblico», fino a realizzare un «abnorme» abuso attraverso «macroscopiche illegittimità» e una «diabolica Scia» usata in modo improprio.
Secondo l’accusa, qualificare come ristrutturazione la demolizione totale di due edifici e la loro sostituzione con una torre di quelle dimensioni ha consentito di ottenere vantaggi economici, urbanistici ed edilizi in deroga alla disciplina ordinaria, evitando quel piano urbanistico attuativo che sarebbe stato obbligatorio per altezze superiori ai 25 metri. E ancora più grave, nella lettura della Procura, è il contesto: dirigenti, funzionari e progettisti avrebbero «confidato nell’impunità», anche per la pressione esercitata dagli imprenditori sugli uffici del Comune e sull’organo chiamato a valutare l’impatto paesaggistico, che avrebbe autorizzato «volumi stratosferici» con un parere definito «del tutto anomalo». Il caso Oggioni mostra che quell’organismo non era un passaggio marginale, ma uno dei centri attraverso cui passavano le trasformazioni più controverse della città.
Ed è proprio lì, sulla commissione Paesaggio, con la riconferma alla presidenza di Giuseppe Marinoni, che oggi si concentra anche una parte dell’inchiesta su Sala. Resta poi un paradosso: se la confisca arrivasse dopo una condanna definitiva, la torre passerebbe al Comune e in teoria dovrebbe essere abbattuta, nonostante oggi ospiti 102 appartamenti e circa 160 residenti che hanno comprato sulla base di un titolo edilizio che Palazzo Marino continua a ritenere valido. È il nodo dell’«affidamento del terzo in buona fede», richiamato dalla difesa dei costruttori, mentre le Famiglie sospese - quelle con le case sotto sequestro - parlano di mutui pagati, risparmi investiti fidandosi delle istituzioni e di una politica rimasta muta. Intanto una residente, parte civile, ha chiesto 135.000 euro di risarcimento per la perdita di luce e vista. Così via Stresa non riguarda più solo gli imputati: riguarda il cortocircuito di un Comune che continua a difendere il titolo da cui, secondo la Procura, sarebbe nato l’abuso.
Ed è qui che la contraddizione della giunta milanese diventa più evidente. Ieri l’assessore Lamberto Bertolé ha rivendicato la scelta di valutare la costituzione di parte civile nei processi per reati a matrice omolesbobitransfobica, presentandola come un segnale morale della città. Ma è proprio questo a smascherare la linea sull’urbanistica: quando il terreno è quello dei principi, l’amministrazione si mette in scena come presidio istituzionale; quando invece il contenzioso tocca i quartieri, i residenti e atti maturati dentro i suoi stessi uffici, arretra e difende i titoli da cui tutto è partito. Più che coerenza, è un banale calcolo politico: inflessibili nei processi che parlano all’elettorato di una parte del centrosinistra, molto più guardinghi quando il processo porta dritto al cuore della macchina comunale.
Ieri Sala ha detto di non voler fare il passacarte su San Siro: oggi il processo su Torre Stresa gli ricorda che a Milano il punto non è mai stato solo chi firmasse per ultimo. Il punto è chi abbia lasciato passare certi atti, fino a farne pagare ai cittadini e ai proprietari di quelle case il prezzo più alto.
- Il presidente della Figc, al secondo fallimento Mondiale, non si dimette e dileggia gli azzurri vincenti negli altri sport: «Ma loro sono dilettanti». Anche Abodi lo sfiducia sperando in un «sussulto di dignità».
- Il campione del mondo 1982 Beppe Dossena a gamba tesa sul sistema che sta governando il pallone: «Riforme mai avviate e associazioni complici. Appena 400 euro a chi allena i ragazzi?»
Lo speciale contiene due articoli
Lo ha già cacciato un intero Paese, manca solo qualcuno che gli dia la cattiva notizia. Sfiduciato da 60 milioni di commissari tecnici, Gabriele Gravina resiste in trincea meglio della difesa azzurra in Bosnia. Nessuna presa di coscienza, nessun sussulto di dignità. Per il presidente federale quel bambino che da 12 anni non vede l’Italia ai Mondiali di calcio (scusate per la metafora più stucchevole dell’anno) può anche diventare maggiorenne. Contano solo la sua poltrona e il Millechiodi per incollarci i glutei. Così il giorno dopo somiglia curiosamente al giorno prima: volto di marmo e scaricabarile da satrapo democristiano. «La crisi è grande, bisogna ridisegnare il calcio. Si parla della Figc come unico attore ma ci sono le Leghe, i club, la politica». E poi le gomme bucate, le cavallette come in quella scena con John Belushi.
A buttare la palla in tribuna Gravina è un fuoriclasse. Ma sono trascorse 24 ore dalla disfatta epocale (seconda personale, la Macedonia del Nord è stato l’altro suo capolavoro) e lui è ancora lì. Almeno Carlo Tavecchio dopo il crollo contro la Svezia di otto anni fa se n’era andato a testa più o meno alta. Lui no, rimanda e si appella al Consiglio federale che un anno fa lo rielesse con il 98% dei voti, stile Vladimir Putin. Difficile pensare di rinunciare a 240.000 all’anno dalla Figc e quindi anche ai 250.000 come vicepresidente Uefa.
Questa volta la faccenda è seria e con lui dovrebbe andarsene tutto il cucuzzaro. Ieri la sede della Federcalcio è stata pure vandalizzata: uova marce contro il muro d’ingresso, vicino allo stemma, e aiuole distrutte. Un segnale di insofferenza assoluta. Le pressioni dal mondo sportivo, politico e dai suoi sponsor (Giancarlo Abete prima di tutti) sono forti e già oggi è previsto un summit interno con tagliole sparse nell’erba alta. Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, è il primo a smarcarsi: «Oggi la Nazionale è un giocattolo in mano ai bambini». E lancia la candidatura dell’evergreen Giovanni Malagò.
Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, non ha intenzione di fare prigionieri: «Tre Mondiali senza l’Italia, è una sconfitta definitiva. Non è un giorno normale e non può bastare lo scaricabarile. Bisogna rifondare il calcio mettendo in discussione tutto, il vertice della federazione deve assumersi le sue responsabilità. Se non lo fa potrei essere costretto, insieme al Parlamento, a prendere decisioni che vorrei lasciare a loro». Poi il siluro definitivo a Gravina: «Prima ancora del ruolo del Consiglio c’è quello della coscienza individuale, e questo mi sembra non emergere. Tavecchio e Abete ebbero un sussulto di dignità. Chiedergli le dimissioni personalmente? Penso di sì. Al di là del garbo istituzionale quello che ho detto è già abbastanza chiaro». Sintesi da titolo: vattene subito.
A peggiorare la situazione del presidente Gravina è arrivata l’uscita «nonsense» nella conferenza stampa dopo il tracollo. In pieno marasma da eliminazione, alla domanda sul motivo per cui il calcio perde e gli altri sport vincono, aveva dichiarato: «Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici. Sport di Stato, tolta Arianna Fontana sono tutti dipendenti dello Stato». Tecnicamente non fa una piega ma è come spararsi sui piedi, come far sentire di Serie B chi porta l’Italia in trionfo.
La reazione è una valanga. Francesca Lollobrigida, due ori olimpici un mese fa: «Allora sono una dilettante…». Federica Pellegrini: «I veri professionisti siamo noi». Gimbo Tamberi: «Dilettanti allo sbaraglio». Mattia Furlani: «Questo discorso ammazza i valori dello sport. Non è solo un insulto al calcio ma a tutto lo sport italiano». Durissimo Andrea Bargnani, ex cestista Nba: «La massima espressione di professionismo sarebbe la Serie A che ha chiuso il 2025 con un buco di mezzo miliardo… Non mi sono mai sentito più professionista di chi fa salto in alto per le Fiamme Oro allenandosi 8 ore al giorno». Irma Testa, pugile medaglia olimpica a Tokyo: «Guadagno meno dei cuochi e delle tate dei calciatori ma gareggio e vinco, mentre loro fanno brutte figure. Forza Italia, la pasta e Toto Cutugno».
Siamo al teatro delle marionette e Gravina è ancora lì. Incapace di gestire il calcio che cambia, responsabile di due eliminazioni sanguinose, offensivo nei confronti dello sport italiano che conquista ori, coinvolto in inchieste giudiziarie per autoriciclaggio, appropriazione indebita, dossieraggio. E pure insignificante nei palazzi che contano, visto che per la partita della vita l’Italia si è vista assegnare un arbitro antipatizzante come il francese Clément Turpin, che non vedeva l’ora di fischiare chirurgicamente contro gli azzurri. Un disastro.
Con lui dovranno prendere la porta d’uscita i deludenti Gianluigi Buffon e Leonardo Bonucci. Per non parlare del ct Gennaro Gattuso, forse il meno responsabile ma mediocre di suo in panchina. Perché non basta «perdere con umanità». È la fine di un ciclo, è la fine di tutto. L’ha capito perfino Russell Crowe, tifoso dell’Italia, che ha commentato: «È un’alba buia, mi sento male per tutta la nazione». L’hanno capito anche i sassi, tranne il numero uno.
Dossena: «Il Consiglio lo spinga a lasciare»
Beppe Dossena, campione del mondo nel 1982, ex centrocampista della Nazionale, non gira intorno al problema. Il nuovo tracollo dell’Italia per lui non è un incidente né una fatalità: è il punto di arrivo di anni di rinvii, riforme annunciate e mai realizzate, errori di sistema e assenza di coraggio politico.
Dossena, il problema del calcio italiano è tecnico, culturale o di sistema?
«Il problema è che abbiamo sempre coperto, diluito, rinviato. Per anni abbiamo pensato che qualche risultato potesse mascherare problemi strutturali profondi. Adesso che quei risultati non ci sono più, siamo costretti a prendere coscienza di quello che sta accadendo. Ma questi problemi erano già lì, latenti».
Quindi il disastro non nasce oggi.
«No. Dopo tre mancate qualificazioni non si può più far finta di niente. Non si può più procrastinare nulla. E adesso, con un Mondiale allargato a 48 squadre, restare ancora fuori è semplicemente imperdonabile».
Imperdonabile per chi?
«Per tutto il sistema, certo. Ma chi guida il sistema ha più responsabilità degli altri».
Lei chiama in causa Gravina.
«Io dico una cosa molto semplice: un presidente federale non può annunciare riforme - dalla riduzione dei campionati ad altri interventi strutturali - e poi non riuscire a portarle a termine. Questa è una responsabilità precisa. Se il governo dice di non essere ascoltato, magari una parte di ragione ce l’ha. Ma se tu non hai la capacità di persuadere, di mediare, di chiudere il cerchio, anche questa è responsabilità tua».
Gravina sostiene che non sia tutta colpa sua.
«Ed è vero: non è tutta colpa sua. Ma lui ha molte responsabilità. È il presidente federale, è lui che deve fare sintesi, trovare soluzioni, assumersi il peso delle decisioni. Non può limitarsi a spiegare perché non si è riusciti a fare qualcosa».
Lei chiede le dimissioni?
«Io mi auguro che all’interno del Consiglio federale ci sia un sussulto di orgoglio e di maturità. Mi auguro che le altre componenti portino argomenti e valutazioni tali da spingere il presidente a fare un passo indietro. Così non si può andare avanti».
Ce l’ha anche con le altre componenti del calcio italiano?
«Sì. Credo che il compito di un manager sia quello di circondarsi di persone responsabili, adulte, capaci di contraddirti quando serve. E invece alcune componenti del nostro calcio, a cominciare dall’Associazione italiana calciatori e dall’Associazione allenatori, negli anni hanno abbandonato questo ruolo. Sono diventate insignificanti».
Sta dicendo che attorno a Gravina è mancato il contraddittorio?
«Sto dicendo che in un sistema serio devono esserci pesi, contrappesi, visione, competenza e coraggio. Se tutto si appiattisce, se tutti si adattano, poi il conto arriva. E oggi il conto è pesantissimo: l’Italia fuori dal Mondiale».
Questa volta la reazione dell’opinione pubblica è diversa?
«Sì, credo che questa volta Gravina non si aspettasse un’ondata così forte, quasi una sollevazione popolare. Possiamo discutere di tutto, ma il calcio in questo Paese resta una cosa seria. E allora servono decisioni serie e azioni responsabili».
Il punto, però, non è solo cambiare il vertice.
«No, infatti. Il punto è rimettere mano alla struttura. Bisogna investire davvero nei settori giovanili, negli educatori, negli allenatori, nei centri federali e regionali».
Che cosa non funziona oggi, nella crescita dei giovani?
«Le risorse sono usate male. Non puoi pagare 400 euro al mese chi lavora coi ragazzi».
E gli stranieri?
«Chi arriva deve essere qualificato e alzare il livello».
Anche perché gli italiani bravi ci sono.
«I Palestra, i Bartesaghi, vanno seguiti e aiutati anche fuori dal campo. Altrimenti li perdiamo».
Da dove si riparte?
«Dall’azzeramento dei vertici e dal ritorno di persone e talenti. Servono scelte, non slogan».
- Nove indagati tra ex assessori, manager pubblici e di Inter e Milan. Per i pm ci sarebbero stati «scambi indebiti» tra Comune e società.
- Uomini e strategie flop, però Sala contrattacca: «Interlocuzioni fisiologiche».
Lo speciale contiene due articoli.
La sera del 4 novembre 2021, mentre a Palazzo Marino si chiude una delle delibere decisive sul futuro di San Siro, Giancarlo Tancredi, allora responsabile pubblico del dossier stadio e poi assessore alla Rigenerazione urbana, scrive al sindaco Giuseppe Sala: «Possiamo sentirci un minuto su delibera Stadio? Sono qui con segretario generale. C’è un punto sul Meazza che vorrei condividere con te». Subito dopo parte la telefonata. È anche da qui che la Procura di Milano fa partire la nuova inchiesta su San Siro: non un episodio isolato, ma un’operazione che, secondo i pm, sarebbe stata orientata fin dall’origine attraverso «accordi informali e collusioni», con scambi «non trasparenti e indebiti» tra Comune, Inter, Milan e consulenti.
Gli indagati sono nove, divisi in tre blocchi. Sul fronte pubblico ci sono Christian Malangone, direttore generale del Comune dal 2018; Giancarlo Tancredi, responsabile unico del procedimento per la dismissione dello stadio dal luglio 2019 all’ottobre 2021 e poi assessore; Simona Collarini, direttrice della Pianificazione e programmazione servizi e Rup subentrata dal 29 ottobre 2021. Sul fronte dei club compaiono Mark Van Huukslot, procuratore dell’Inter, e Alessandro Antonello, amministratore delegato nerazzurro fino al marzo 2025. Sul fronte dei consulenti figurano Ada Lucia De Cesaris e Fabrizio Grena per l’Inter, Giuseppe Bonomi e Marta Clara Silvana Spaini per il Milan. A tutti sono stati sequestrati i cellulari e i computer.
L’accusa principale è la turbativa del procedimento amministrativo che conduce all’avviso pubblico del 24 marzo 2025, l’atto con cui il Comune apre la raccolta di eventuali manifestazioni di interesse alternative sulla Gfu San Siro dopo la proposta presentata da Inter e Milan l’11 marzo 2025; a Tancredi e Malangone si aggiunge la rivelazione di segreto d’ufficio sulla delibera del 5 novembre 2021, relativa alla dichiarazione di pubblico interesse, mentre a Tancredi viene contestata anche quella sulla delibera del 19 gennaio 2023, che chiude il dibattito pubblico sul dossier stadio. Per i pm, l’iter sarebbe stato orientato da costanti interlocuzioni informali e scambi di informazioni non trasparenti, fino a determinare nella sostanza il contenuto. Sul tavolo c’è un affare da 197 milioni di euro costruito attorno alla cessione dell’intera Grande funzione urbana San Siro. L’operazione riguarda oltre 280.000 metri quadrati, con una superficie lorda considerata di 98.314 metri quadrati, e secondo la Procura sarebbe stata piegata alle richieste delle società per arrivare alla compravendita e consentire lo «sfruttamento commerciale ed edilizio del territorio circostante». È qui che il decreto usa la formula più dura: il Comune, «discostandosi in parte» dalla ratio della legge stadi, avrebbe assecondato soggetti privati «portatori di interessi principalmente volti alla ottimizzazione dei ricavi», rendendo l’intera operazione «fortemente connotata da una veste speculativa».
Per i pm la storia comincia molto prima del 2019. De Cesaris viene coinvolta già nel 2016 nel progetto San Siro; nel 2017, i club immaginano già nuovo stadio, museo, megastore, hotel, parcheggi e funzioni accessorie sull’intera area; il 24 ottobre di quell’anno De Cesaris invia a Tancredi un memorandum sui «possibili scenari normativi e procedimentali» per consentire a un privato di ristrutturare il Meazza e valorizzare l’area pubblica. In questa lettura, il progetto immobiliare era già pronto e la parte privata contribuiva perfino a indicare al Comune la strada da seguire. Un precedente chiave arriva l’8 novembre 2019, giorno della delibera n. 1905 sul pubblico interesse. Malangone invia a De Cesaris la versione definitiva dell’atto prima della notifica ufficiale; lei commenta «Anche illegittima.. bravi» e la gira subito a Mark Van Huukslot: «Ti ho mandato delibera». Per la Procura è il segno che la circolazione anticipata degli atti fuori dal perimetro istituzionale non sarebbe un’eccezione, ma un metodo. La richiesta di perquisizione (ieri gli inquirenti hanno fatto visita a Palazzo Marino come alle sedi delle due squadre) lo dice chiaramente: i pubblici ufficiali avrebbero favorito la diffusione di notizie riservate interne all’istruttoria, consentendo ai privati di calibrare le proprie istanze e perfino di ottenere modifiche alle bozze ancora da portare in giunta.
Il novembre 2021 è, però, il cuore del fascicolo. Il 27 ottobre De Cesaris invia a Spaini una mail con oggetto «Stadio» che riepiloga i passaggi istruttori della compravendita; il giorno dopo, secondo gli inquirenti, lo stesso file passa da Malangone a Tancredi. Il 31 ottobre Tancredi propone a Malangone di anticipare a De Cesaris il tema dell’indice di edificabilità territoriale. Poi arriva il 4 novembre: l’incontro «in centro», la raccomandazione «Non fate troppa scena», il messaggio a Sala. La mattina dopo, giorno della delibera n. 1379, Simona Collarini scrive che l’atto è stato «sistemato» e «allineato» alle indicazioni di Tancredi; poco dopo Van Huukslot avvisa De Cesaris: «Abbiamo cercato di aggiustare alcune cose... ci sono le cose concordate». Per i pm, è il punto in cui la semplice interlocuzione si trasforma in un confronto sul contenuto degli atti. Le chat del 2022 servono poi a mostrare che, per i club, il vecchio Meazza non era più davvero un’opzione.
Il 12 gennaio Mark Van Huukslot scrive che la vera discussione «non è stadio nuovo versus ristrutturazione Meazza, ma stadio nuovo a San Siro o stadio nuovo altrove» e aggiunge che discutere la ristrutturazione «non è di nostro interesse». Ada Lucia De Cesaris approva, Antonello chiude: «Agenda è nuovo stadio con nostra proposta». È il segno, per gli inquirenti, che la rotta fosse già fissata.
Tra il 2024 e il 2025 ci sarebbero stati decine di incontri tra Comune, club e consulenti prima del dossier del 7 marzo. Il 1° marzo Bruno Ceccarelli chiede una procedura pubblica per certificare le alternative; Tancredi risponde che l’evidenza pubblica verrà solo dopo la proposta delle squadre. Il 18 marzo aggiunge che bisogna chiudere entro l’estate, «se no ad ottobre scadono i 70 anni e arriva il vincolo». Sullo sfondo pesano i numeri: 40 milioni di oneri ed extraoneri, il tunnel Patroclo da oltre 68 milioni e il Meazza valutato da Sala in circa 100 milioni.
Per la Procura è qui che tutto si tiene: il vincolo da battere sul tempo, l’evidenza pubblica rinviata, il valore economico dell’area. E così San Siro smette di essere solo uno stadio: diventa il cuore di un affare che i magistrati ritengono scritto molto prima dell’ultimo atto.
Urbanistica, Corte dei conti e stadio. Mr. Expo si difende ma è accerchiato
Giuseppe Sala, nella nuova inchiesta su San Siro, non figura (al momento) tra gli indagati. Ma il suo nome affiora spesso nelle carte: nelle chat, nei passaggi politici più delicati, nei dossier che ruotano attorno alla vendita del Meazza e dell’area circostante. Ed è proprio questo il punto. Perché l’ultima indagine sulla cessione di San Siro arriva mentre il sindaco di Milano è già coinvolto nel maxi-filone sull’urbanistica e vede stringersi attorno a sé una cintura di procedimenti che tocca Palazzo Marino, la commissione Paesaggio, i grandi progetti immobiliari e ora anche il dossier simbolo della città.
Non è ancora un assedio giudiziario diretto su ogni fascicolo, ma è ormai un accerchiamento politico e amministrativo difficile da ignorare. In mattinata Sala aveva scelto il silenzio annullando una conferenza stampa, poi, in serata ha sottolineato che non ci sono «ipotesi corruttive» e di attendere «con fiducia» gli sviluppi dell’inchiesta: gli uffici hanno operato «in buona fede e per il bene di Milano» e ci sono state «interlocuzioni fisiologiche con i club». Nel maxi-filone urbanistica, Sala è indagato per false dichiarazioni, in relazione alla nomina di Giuseppe Marinoni alla commissione Paesaggio, e per concorso in induzione indebita nel filone Pirellino-Torre Botanica, ipotesi però già ridimensionata dal gip in sede cautelare.
Attorno a questo primo baricentro, il resto del panorama si è fatto sempre più fitto. L’indagine, partita negli anni passati dall’esposto su piazza Aspromonte, si è allargata fino a investire circa 150 progetti con oltre 70 indagati. Da quel troncone sono già nati processi veri e propri, da Torre Milano a Park Towers, da via Fauchè 9 a Bosconavigli. Accanto ai dibattimenti già avviati restano poi aperti o in fase avanzata altri dossier come Hidden garden, The nest, Scalo house, Giardino segreto, SerlioSette, Residenze Lac, Syre a San Siro e Unico-Brera. Non tutto chiama direttamente in causa Sala, ma tutto cade sulla stessa stagione politica e amministrativa e consolida l’immagine di una città in cui l’urbanistica è diventata terreno di scontro giudiziario permanente.
La nuova inchiesta su San Siro pesa soprattutto per il segnale politico che manda. Tra i nove indagati compaiono Giancarlo Tancredi e Christian Malangone, due figure centrali della macchina comunale che con Sala hanno seguito alcuni dei dossier più delicati in questi anni.
Il problema di Sala, ormai, è il cumulo. Oltre ai vari procedimenti urbanistici, ci sono i processi già aperti che continuano ad alimentare l’idea di una «urbanistica Milano» definita dai pm come un sistema. C’è il fronte della magistratura contabile, con una decina di istruttorie aperte. E c’è infine San Siro, il dossier più politico di tutti, quello che tocca identità cittadina, Inter e Milan, valore delle aree e immagine di Milano. Messo in fila così, il quadro racconta non soltanto un sindaco alle prese con alcune grane giudiziarie, ma il capo di un’amministrazione finita stabilmente sotto la lente delle Procure. Il verde Enrico Fedrighini parla di operazione segnata da «opacità» e dall’assenza di un vero interesse pubblico, denunciando una trasformazione trattata «quasi come se fosse una trattativa privata». Claudio Trotta, tra i promotori del Comitato Sì Meazza, insiste sul fatto che vendita e demolizione siano sempre parse «non necessarie, poco trasparenti e contrarie all’interesse pubblico», ribadendo che San Siro andava difeso e riqualificato. Dal fronte del centrodestra, Enrico Marcora (Fdi) chiede ora che il sindaco e la vice Anna Scavuzzo si assumano la responsabilità politica dell’operazione dopo mesi di denunce dei comitati e interventi in aula.
Per Sala, al secondo giro a Palazzo Marino e vicino alla scadenza della legislatura, significa affrontare il finale con la politica schiacciata dal calendario giudiziario. Se poi il quadro nazionale cambiasse e il voto venisse anticipato, tornerebbe il tema di una candidatura alle politiche, con l’effetto di lasciare Milano prima della scadenza.





