Nei giorni decisivi del referendum di oggi e domani sulla giustizia, nel centrosinistra il punto non è solo il risultato delle urne. Il punto è anche ciò che quel voto dirà sui rapporti di forza nel Pd, sulla tenuta della leadership di Elly Schlein e sulla futura battaglia per le candidature. Proprio in questo quadro prende forma uno dei dossier politici più delicati dei prossimi mesi: la volontà di Beppe Sala di candidarsi alle elezioni politiche del 2027.
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
Nel 2019, nella Milano che sognava di diventare capitale europea di grandi patrimoni e manager globali, prendeva forma il racconto di The Core, il club privato più esclusivo in arrivo da New York: soci selezionati, quote altissime, business, benessere, ristorazione di lusso e medicina della longevità, tutto in corso Matteotti 14. Dietro il progetto ci sono Jennie e Dangene Enterprise. Jennie ne è il volto imprenditoriale e relazionale. Ed è anche la donna che, in una mail del 15 aprile 2016 emersa nelle carte americane del caso Epstein-Maxwell, scrive a Jeffrey Epstein chiamandolo il suo «angelo custode».
Il club a Milano non ha mai aperto, anche se il sito ufficiale di The Core continua a presentare la città come sede in sviluppo e invita ancora a entrare nella community. Ma a quanto risulta alla Verità, in quella sede The Core non aprirà mai, perché il rapporto contrattuale che avrebbe dovuto renderlo possibile è stato risolto per inadempimento il 6 febbraio 2026.
Di certo le cifre circolate negli anni per le iscrizioni sono alte: 500 o 600 soci potenziali, fee iniziali da 50 mila dollari oppure formule tra 8.000 e 26.000 euro più Iva. Con 200 adesioni da 10.000 euro si arriva a 2 milioni; con 500, a 5 milioni; con quote da 26.000 euro, si supera quota 13 milioni. Oggi la stessa società parla di 700 soci: se fosse vero, la raccolta teorica salirebbe a 7 milioni di euro con una fee media da 10.000 euro, e potrebbe superare i 18 milioni con formule più alte.
Le carte del 2016 aiutano a capire il contesto. La mail di Jennie a Epstein non è isolata. The Core, già allora, non appare come un semplice club esclusivo, ma come una tessera di un sistema più ampio di relazioni. Gli uffici stampa lavorano. Escono articoli sui quotidiani, sui magazine patinati, sui siti di cucina, design e fitness. The Core sembra destinato a diventare il simbolo della nuova Milano ricca, appariscente, quasi immortale.
Poi arrivano i rinvii: prima il 2020, poi la pandemia, poi nuove date fino al terzo trimestre 2024. Ma il palazzo resta un cantiere. E c’è un dato decisivo: corso Matteotti 14 non è del club, ma della provincia veneta dell’Ordine dei Servi di Maria. Per quella sede si parla di 1 milione e 755.000 euro l’anno di costi di gestione.
Nel frattempo emerge anche una causa civile promossa a New York da Jennie e Dangene Enterprise contro Michael Shvo. Nelle carte, Milano figura tra i tre pilastri dell’espansione del marchio, insieme a New York e San Francisco, dentro un’operazione da circa 100 milioni di dollari. Le stesse carte richiamano il caso di San Francisco, presentato come imminente pur senza reali prospettive di apertura. Letti insieme, questi elementi fanno affiorare il sospetto di uno schema ricorrente: grandi promesse per spingere altri a esporsi sul piano immobiliare e finanziario, seguite dalla rottura quando soldi e garanzie non arrivano.
Come se non bastasse, nel 2025 alcune società del gruppo Core hanno chiuso negli Stati Uniti un contenzioso civile per frode sui fondi Covid. Secondo il governo federale, avevano ottenuto prestiti inammissibili per oltre 4,6 milioni di dollari. Il caso si è chiuso con un accordo da 360.000 dollari e una garanzia da oltre 8,1 milioni firmata da Jennie Enterprise.
Il vero snodo arriva però nel 2025. L’1 agosto Reinvest acquista il 100% di Core Matteotti srl, gravata da debiti, morosità verso la proprietà ecclesiastica e altre inadempienze. Il 15 ottobre 2025 Core Matteotti stipula con Core Milan srl un contratto di sublocazione. Sembra il rilancio decisivo: Core Milan comunica ai soci la ripresa dei lavori e torna a far sottoscrivere membership. Ma secondo quanto ricostruito da La Verità, il 6 febbraio 2026 Core Matteotti risolve per inadempimento il contratto con Core Milan. Eppure, mentre le carte dicono che quel rapporto è saltato, negli ultimi mesi alcuni giornali hanno continuato a rilanciare l’ipotesi di un’apertura nel 2027. Abbiamo chiesto una replica a Reinvest, ma non abbiamo avuto riscontri. Nel frattempo The Core, alle domande decisive - sul titolo contrattuale su corso Matteotti 14 - non ha dato una risposta sostanziale.
Una giacca venduta nelle boutique a centinaia di euro nasceva spesso in stanze che sembrano l’opposto di quel mondo. Locali bassi, con poca aria e quasi sempre senza luce naturale. Camere trasformate in dormitori improvvisati dentro lo stesso capannone dove si lavora: un letto addossato al muro, accanto una piastra elettrica, pentole, bottiglie e vestiti ammassati. Le fotografie scattate durante i controlli mostrano ambienti ingombri di oggetti e utensili, dove mangiare, dormire e vivere avveniva nello stesso spazio. Secondo gli investigatori quei locali erano stati ricavati abusivamente dentro l’opificio, senza adeguata aerazione. È qui che, secondo le carte dell’ultima indagine della procura di Milano sul mondo della moda, si viveva e si lavorava nello stesso tempo.
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È il contesto che emerge dalle carte dell’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari, su un segmento della filiera della moda lombarda. Al centro delle verifiche compare la società M&G Confezioni Srl, con sede a Garbagnate Milanese e amministrata da Xia Jingyun, che secondo gli accertamenti operava come uno degli anelli produttivi nella catena di subfornitura di aziende dell’alta moda. Tra i principali clienti della società risultano Alberto Aspesi, Dama S.p.A. - proprietaria del marchio Paul & Shark - e Herno S.p.A.
Gli indagati indicati negli atti sono Guo Yinli, indicata come amministratrice di fatto di alcune società della filiera, Chen Jianqing, amministratore di diritto della Gmax 365, Xia Jingyun, amministratore della M&G Confezioni, Francesco Umile Chiappetta, presidente del consiglio di amministrazione di Aspesi, e Andrea Dini, amministratore delegato di Dama S.p.A, cognato del governatore lombardo Attilio Fontana (entrambi furono prosciolti nelle indagini sui camici durante il periodo Covid).
I reati contestati riguardano principalmente l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.). Secondo la Procura, i lavoratori sarebbero stati impiegati approfittando dello stato di bisogno, con paghe molto inferiori ai minimi, pagamenti in contanti e assenza di contratti, spesso vivendo negli stessi locali di produzione.
Alle società della filiera è contestata anche la responsabilità amministrativa prevista dal d.lgs. 231/2001, per non avere adottato controlli e modelli organizzativi idonei a prevenire lo sfruttamento nella catena produttiva.
Le dichiarazioni dei lavoratori raccolte dagli investigatori raccontano un sistema che si reggeva su paghe minime e assenza di contratti. C.D.W. ha riferito di cucire abiti interi ricevendo tra 20 e 30 euro per capo; T.H.B. ha parlato di circa 5 euro l’ora per lavori di cucitura, paga indicata anche da Y.X.Z. T.R. ha raccontato di percepire circa 15 euro al giorno per turni dalle 8 del mattino a mezzogiorno, mentre Z.C.Y. ha riferito di avere ricevuto 25 euro il primo giorno e 28 il secondo, per circa cinque ore di lavoro. Un altro operaio ha spiegato di guadagnare circa 1.000 euro al mese lavorando sei giorni alla settimana, mentre un lavoratore che nel laboratorio si occupava anche di cucina e pulizie ha parlato di circa 1.500 euro mensili, parte dei quali inviati direttamente in Cina.
Molti di loro hanno dichiarato di non avere mai firmato un contratto e di essere stati pagati sempre in nero, in contanti. Il lavoro, hanno raccontato, veniva trovato tramite annunci online o conoscenti ed era spesso accettato perché l’azienda offriva vitto e alloggio nei locali di lavoro.
Le testimonianze mostrano anche un altro elemento: diversi operai non erano nemmeno in grado di indicare il nome della società per cui lavoravano e l’indirizzo dove vivevano.
Secondo gli atti dell’indagine, quasi tutti i lavoratori vivevano direttamente nell’opificio, dormendo negli stessi spazi dove durante il giorno si cucivano giacche e altri capi di abbigliamento. Quando sono arrivati i controlli delle forze dell’ordine, alcuni di loro si sarebbero nascosti all’interno dei locali.
Accanto a questo quadro di vita quotidiana, le indagini ricostruiscono anche la dimensione economica del sistema. La M&G Confezioni Srl, costituita nel 2016 con un capitale di 10.000 euro, ha registrato negli anni un volume d’affari in forte crescita: 730.345 euro nel 2019, 1.249.954 euro nel 2020, 1.557.859 euro nel 2021, 2.579.162 euro nel 2022 e 3.398.428 euro nel 2023.
Le fatture analizzate dagli investigatori mostrano che tra il 2019 e il 2024 la società ha lavorato stabilmente per tre clienti principali del settore moda: circa 6,6 milioni di euro fatturati a Dama S.p.A., oltre 3,7 milioni di euro ad Alberto Aspesi & C. S.p.A. e circa 733.000 euro a Herno S.p.A.. Solo nel 2023, ad esempio, risultano oltre 2 milioni di euro di fatture verso Dama, più di 626.000 euro verso Aspesi e 484.000 euro verso Herno.
Secondo gli accertamenti investigativi, mentre erano già in corso verifiche e accertamenti sulla M&G Confezioni, nel 2024 è stata costituita la Gmax 365 Srl nello stesso indirizzo della società, che - secondo la ricostruzione degli inquirenti - avrebbe di fatto proseguito l’attività produttiva rilevandone clienti, attrezzature e gran parte dei lavoratori.
Il fascicolo si inserisce nelle indagini della Procura di Milano sul caporalato nella filiera della moda, già emerso in inchieste che hanno coinvolto marchi come Armani, Dior, Valentino Bags, Loro Piana e Alviero Martini.












