Le Firme

Scopri La Verità

Registrati per leggere gratuitamente per 30 minuti i nostri contenuti.
Leggi gratis per 30 minuti
Nuove storie
Preferenze Privacy
Articles By Author
Mondiali, così gli sponsor hanno riscritto il business del calcio
Ansa
Dagli anni Ottanta al 2026, la crescita dei ricavi commerciali — dai circa 10 milioni di dollari investiti dai grandi sponsor di Italia ’90 fino ai 13 miliardi di dollari di budget previsti dalla FIFA per il ciclo 2023-2026 — racconta la trasformazione del torneo in una macchina economica globale.
Continua a leggereRiduci
La scacchiera dove la geopolitica regola (spesso) i suoi conti
Nella foto lo scacchista americano Bobby Fischer (a destra) e Boris Spassky si stringono la mano, seduti al tavolo degli scacchi, prima di dare inizio all'incontro. Sveti Stefan, 2 settembre 1992 (Ansa)

Da Fischer-Spassky alla Russia di Vladimir Putin, dall’Ucraina ai talebani, da Sara Khadem alle sorelle Polgár: il gioco più silenzioso del mondo resta un campo di battaglia politico, diplomatico e culturale.


C’è stato un tempo in cui bastava un’apertura “gambetto di donna” o cavallo in f3 per scatenare i giornali di mezzo mondo, sull’asse Washington e Mosca. I giornalisti arrivavano a mobilitare il Pentagono, il Cremlino e persino la paranoia nucleare. Eravamo negli anni Sessanta, quando Bobby Fischer, un ragazzo di Brooklyn, scontroso e preciso come un revisore dei conti, aveva deciso di sfidare non soltanto i grandi maestri sovietici, ma un’intera idea del mondo. Il duello simbolico arrivò al suo culmine nel 1972, a Reykjavík, quando Fischer batté Boris Spassky e divenne il primo americano nato negli Stati Uniti a conquistare il titolo mondiale, interrompendo la lunga egemonia sovietica sugli scacchi. Dal 1951 al 1969, ricordano enciclopedie e libri, campioni e sfidanti mondiali erano stati cittadini sovietici: gli scacchi erano quasi un ministero informale dell’intelligenza di Stato, quasi un distaccamento del palazzo della Lubjanka, la storica sede del Kgb, il servizio segreto sovietico.

Continua a leggereRiduci
Il locale di lusso promesso nel centro di Milano non ha mai aperto, ma continua a raccogliere soci e quote. Ora spuntano nuovi documenti e c’è chi valuta azioni legali. Però intanto i conti delle società sono in crisi.

A poco a poco comincia a crollare il castello di carte costruito da Jennie e Dangene Enterprise attorno a The Core, il club privato per super ricchi promesso a Milano in corso Matteotti 14 e mai aperto.

Continua a leggereRiduci