Se un poliziotto spara a un delinquente finisce sotto inchiesta, ma se un magistrato distrugge la vita di un innocente non paga mai. Gianluigi Paragone a valanga contro il sistema giudiziario italiano.
Nicola Gratteri (Ansa)
Patto corporativo nell’organo di autogoverno dei magistrati. Lo stesso che perdona il giudice che ha insultato le colleghe.
La quasi totalità dei consiglieri togati (18 su 20) del Csm ha alzato gli scudi per provare a giustificare le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri sugli elettori del Sì («indagati, imputati, massoneria deviata…»). Una compattezza corporativa che ha messo d’accordo tutte le correnti, da quelle di sinistra alla conservatrice Magistratura indipendente (non ha firmato solo Bernadette Nicotra) e ha attirato gli strali dell’unico togato svincolato dai gruppi, Andrea Mirenda.
Il quale ha individuato il vero problema e lo ha denunciato in una nota, facendo riferimento alla discesa in campo del «partito delle toghe, a correnti riunite» che avrebbe «sdoganata la possibilità per un alto magistrato di bollare negativamente il voto a lui sgradito». La toga ha puntato il dito contro «il solito rassemblement» che propone «la solita litania antipolitica della magistratura a cui nulla si può dire, pena la minaccia all’ultimo baluardo di legalità di un Paese descritto come allo sbando».
Voce isolata
Ma ecco il punto davvero dolente. Mirenda collega la difesa d’ufficio di Gratteri da parte dei colleghi a uno dei tre perni della riforma che a marzo sarà sottoposta al vaglio degli elettori. Non stiamo parlando della separazione delle carriere (che oggi interessa pochissimi magistrati), né del sorteggio dei componenti del Csm (che ridimensionerebbe il potere delle correnti, ma riguarderebbe, comunque, poche toghe), ma della giustizia disciplinare.
La strada ipotizzata dal governo per migliorarla è la creazione di un’Alta Corte esterna ai parlamentini dei giudici. Un ufficio che, almeno sulla carta, dovrà giudicare lavoro e comportamenti (anche fuori dalle funzioni) di tutti i magistrati italiani. Influendo su carriere e stipendi.
Con l’attuale assetto, come dimostra il numero risicato di condanne in questo tipo di tribunali, i giudici non sarebbero in grado di valutarsi con la necessaria oggettività.
E il comunicato dei 18 sarebbe la prova di questa mancanza di obiettività. Mirenda intravvede un possibile corto circuito: «Quei consiglieri togati potrebbero essere chiamati, come effettivi o supplenti, a comporre la Sezione disciplinare del Csm, laddove mai il procuratore generale della Cassazione ravvisasse nelle dichiarazioni del procuratore più potente d’Europa (Gratteri, ndr) una qualche violazione del dovere di equilibrio. Che faranno, allora? Si asterranno in blocco, paralizzando un organo di rilevanza costituzionale?».
La conclusione è sconfortata: «Ancora una volta emergono i limiti della giustizia domestica consiliare. Inevitabile l’Alta Corte, oltre ogni ragionevole dubbio…».
Altri due magistrati fuori dalle correnti, Nadia Ceccarelli e Andrea Reale, rappresentativi del gruppo Articolo 101 che li ha proiettati all’interno del Comitato direttivo centrale dell’Anm, il sindacato delle toghe, ieri, hanno fatto sentire la propria voce su quella che viene definita una «difesa sindacale» da parte del Csm della «libertà di pensiero» di Gratteri. Per i due il comunicato dei colleghi che siedono a Palazzo Bachelet è «poco appropriato al ruolo e alle funzioni istituzionali» del parlamentino dei giudici e «tradisce la volontà di schierarsi, a dispetto della funzione di garanzia rivestita, sotto la presidenza del capo dello Stato».
Ed eccoci di nuovo al problema sollevato da Mirenda. Anche per i due colleghi di Articolo 101, il documento «anticipa indebitamente il giudizio sulla funzione disciplinare che (il Csm, ndr) potrebbe essere chiamato a esercitare su iniziativa degli organi competenti». Senza contare che questa iniziativa, inoltre, «appare una gratuita interferenza rispetto all’esercizio del diritto di voto degli italiani».
Per questo anche Ceccarelli e Reale ritengono «quel documento un pernicioso precedente, che imbarazzerà il capo dello Stato e tutti i magistrati che rivendicano il diritto di esprimere liberamente la loro adesione alla legge di revisione costituzionale».
Ma se dal Quirinale nessuno ha battuto un colpo, ieri, tra alcuni dei cosiddetti «Magistrati per il Sì» che hanno firmato un appello con cui hanno invitato Gratteri a indagarli, circolavano alcune sentenze discutibili della Sezione disciplinare.
In particolare una riguardante un giudice di un Tribunale di sorveglianza che, prima di un’udienza, aveva aggredito a suon di «vaffa» un componente del suo stesso collegio.
In una nota firmata dal presidente dello stesso Tribunale sono indicati gli insulti rivolti ad almeno altre sei donne, tra avvocati e dipendenti dell’ufficio. Ecco un florilegio delle frasi rivolte dal giudice a chi le stava intorno: «’a sputo ‘n faccia», «continenza ‘o cazzo», «mi dispiace solo per quel povero figlio tuo che ha una madre come te», «quella puttana di…», «avvocato mica tenimmu ‘a guallera (termine dialettale napoletano che indica un’ernia inguino-scrotale in fase avanzata, caratterizzata da un vistoso gonfiore, ndr)», «io ti saluto, ma ricordati che vi schifo tutti quanti» (rivolto al personale della cancelleria), frase a cui era seguita una classifica dei più «schifati».
Nel primo caso, quello dell’invito ad andare altrove, la collega insultata (le urla si udirono fuori dalla Camera di consiglio), «scossa per l’accaduto ha chiesto e ottenuto la sostituzione e di non essere più nello stesso collegio del giudice».
La quale, aveva anche minacciato la preparazione di un dossier contro il presidente e i magistrati del Tribunale di sorveglianza. La donna, davanti alla Sezione disciplinare del Csm, ha giustificato il proprio nervosismo con motivi di salute e carichi di lavoro mal distribuiti.
Una mano lava l’altra
Alla fine i membri di Palazzo Bachelet, pur ritenendo «provato» che «l’incolpato abbia mancato a quei fondamentali principi di equilibrio, misura e ponderatezza che costituiscono le precondizioni indispensabili di un esercizio autorevole dell’attività professionale (soprattutto nelle riunioni con i colleghi e le colleghe)» ha derubricato le aggressioni a «mere intemperanze caratteriali» e ha giudicato «il fatto di scarsa rilevanza per entrambi i capi di incolpazione» e quindi non ha ritenuto configurabile l’illecito disciplinare.
Questo è solo uno dei moltissimi casi in cui i magistrati vengono salvati dalle accuse proprio con questa formula.
Intanto, ieri, sulla questione Gratteri, è intervenuto anche l’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera, storico esponente del Pci e giurista favorevole alla riforma. In un’intervista pubblicata sui canali social del Comitato per il Sì ha detto: «All’interno di questo clima avvelenato si sono inserite dichiarazioni, mi si consenta di dire, indecenti, del procuratore Gratteri. Il quale, con un tono che potrebbe anche essere ai limiti dell'eversione, ha tentato di dividere i cittadini e gli elettori italiani in indagati o non indagati, imputati o non imputati, massoni o non massoni». Barbera, pur riconoscendo a Gratteri «meriti importantissimi nella lotta alla ‘ndrangheta, giudica l’uscita del procuratore di Napoli «una cosa disdicevole, un modo rozzo di fare battaglia politica», «una delusione ai limiti dell'indecenza».
Ma che i toni si siano eccessivamente alzati lo denuncia anche l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, usato quasi tutti i giorni dal fronte del No come bersaglio. La sua colpa? Essere favorevole alla riforma e avere patteggiato una pena per traffico di influenze a Perugia.
Reazione orgogliosa
«A chi evoca il mio nome come sinonimo di scandalo, ricordo che non offende me, ma i tanti magistrati che ancora oggi ricoprono ruoli di vertice nei più importanti uffici giudiziari e che sono arrivati in quelle posizioni anche grazie al mio intervento. Chi utilizza il mio nome la faccia finita con questa ipocrisia e abbia il coraggio di rivolgersi a chi oggi è in servizio», spiega l’ex magistrato alla Verità.
«Complesse vicende giudiziarie, come quelle che mi hanno riguardato, non si possono ridurre a slogan di parte, ma andrebbero spiegate solo dopo avere letto attentamente gli atti. A chi mi definisce “impresentabile” rispondo che nessuno può impedirmi di partecipare al dibattito pubblico e di esprimere le mie opinioni». E a chi gli contesta di avere patteggiato che cosa replica l’ex toga? «Che è vero, ma che questo non ha comportato ammissioni di responsabilità. La mia è stata una scelta processuale che ritengo di fatto obbligata, anche alla luce delle chat successivamente emerse che riguardano i pubblici ministeri di Perugia e il loro modo di gestire le inchieste. Comunque va chiarito bene di che cosa si parli: non vi è stata alcuna condanna per corruzione e ho già richiesto la revoca di quel patteggiamento, che sarà discussa in un’apposita udienza agli inizi di marzo, dal momento che parliamo di un fatto che, alla luce delle modifiche normative intervenute, oggi non costituisce più reato nel nostro ordinamento».
E, a proposito delle parole pronunciate da Gratteri che cosa può dire? «Anche se sono state da lui stesso successivamente ridimensionate, hanno rivelato un clima di forte tensione nel dibattito. Io penso che quando si parla di referendum e di scelte ordinamentali non si può trasformare il confronto in una contrapposizione etica tra chi è dalla parte della legalità e chi, invece, votando in modo diverso, viene accostato a interessi criminali».
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2026-02-12
L’ammucchiata del No ha perso ogni freno. Non solo dicono balle: si contraddicono pure
Nicola Gratteri (Imagoeconomica)
Per Nicola Gratteri solo i ricchi potranno difendersi. La figlia di Walter Tobagi tira in ballo la P2. Mentre Luciano Violante si inventa la «Casta dei pm».
Più si avvicina la data del voto e più chi si oppone alla riforma della giustizia le spara grosse. Infatti, non passa giorno senza che dal fronte del No non si minaccino conseguenze catastrofiche se gli italiani il 22 e 23 marzo decideranno di dire Sì alle modifiche costituzionali volute dal ministro Carlo Nordio.
L’ultima sparata che mi è capitato di sentire è uscita dalla bocca del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ormai pare aver preso gusto a fare il capopopolo dell’Anm pur senza esservi iscritto. Il magistrato, famoso per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta, in un’intervista al Fatto Quotidiano ha spiegato che se vincesse il Sì «solo i ricchi e potenti potranno avere giustizia». Boom. E perché? Siccome il pm con la riforma diventa «l’avvocato dell’accusa», secondo Gratteri non avrebbe più alcun obbligo di cercare prove a discarico dell’indagato, né avrebbe motivo di chiedere l’archiviazione di ogni accusa per mancanza di elementi. Dunque, chi è ricco e potente potrà pagarsi legali e indagini difensive per ottenere di essere scagionato, mentre agli altri toccherà fare pippa.
Peccato che ogni giorno i tribunali forniscano prove del fatto che già oggi alcuni pm si comportano come avvocati dell’accusa, arrivando perfino a ignorare elementi a discarico di un indagato. Come si spiega altrimenti il numero crescente di errori giudiziari e di arresti immotivati, di cui per la verità Gratteri è bene a conoscenza perché spesso il tribunale della libertà ha scarcerato persone che lui stesso aveva chiesto di mettere in galera? E come si giustifica pure il caso De Pasquale, ovvero la condanna nei confronti dell’ex viceprocuratore di Milano per il mancato deposito di documenti e prove favorevoli alle difese nel processo Eni-Shell/Nigeria? È evidente che ci sono magistrati che esercitano l’accusa solo in senso contrario all’indagato e spesso non si rassegnano neppure quando l’impianto accusatorio fa acqua da tutte le parti. La storia di Beniamino Zuncheddu, il pastore rimasto in cella 33 anni prima di essere riconosciuto innocente, lo dimostra. Come dice Gratteri, è stato condannato proprio perché non era né ricco né potente e non ha potuto difendersi da un’accusa che lo voleva colpevole a tutti i costi, come fu per Enzo Tortora.
Ma la panzana più grossa l’ha detta, sempre sul Fatto, Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista assassinato dai terroristi della Brigata 28 marzo. Secondo lei, se in passato fosse stata in vigore la riforma della giustizia «non avremmo saputo nulla delle stragi e della P2». Ohibò! E perché? Secondo l’ex consigliera della Rai, con una polizia giudiziaria al servizio di un pm non più parte della magistratura unica le indagini sarebbero state depistate. In realtà l’originalissima tesi cozza con la realtà. La storica per mancanza di storia dimentica infatti che l’inchiesta sulla P2, con la perquisizione di villa Wanda, dove a casa di Licio Gelli i finanzieri trovarono la lista degli appartenenti alla Loggia, è del 1981, mentre la riforma che pone la polizia giudiziaria agli ordini del pubblico ministero è dell’ottobre del 1989. Dunque, delle stragi e della P2, nonostante la pg non rispondesse funzionalmente ai magistrati, abbiamo saputo tutto quello che gli stessi pubblici ministeri hanno scoperto. E così sarà anche dopo la legge Nordio, visto che la riforma non tocca minimamente il ruolo degli agenti al servizio della Procura.
Ma oltre alle balle sesquipedali propalate da magistrati, giornalisti e opposizione, c’è anche tanta confusione. Infatti, non passa giorno che qualcuno non spieghi che con la separazione delle carriere tra pm e giudici avremo i primi sotto il controllo della politica. E perché? Nessuno sa spiegarlo, visto che gli articoli costituzionali che garantiscono indipendenza e autonomia alle toghe restano sia per la magistratura requirente che quella giudicante. Però, dicono, una volta rimasti soli, cioè senza più un Csm comune a quello dei giudici, saranno più deboli. Anche in questo caso, nessuno sa spiegare l’originalissima tesi.
Ma poi si apre il giornale e si può leggere un articolo in cui Luciano Violante - a lungo magistrato e parlamentare del Pci - spiega che le modiche volute da Nordio daranno molto più potere ai pm. Anzi, con la riforma «si istituisce la Casta dei pm», perché con un proprio Csm si potranno autogovernare (come adesso) e, privi di qualsiasi vincolo gerarchico (come ora), saranno «arbitri indiscussi della libertà e della reputazione dei cittadini» (esattamente come accade da decenni). Dunque? «Attraverso il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale i pm avranno piena libertà su tutto il territorio nazionale» (proprio come succede da sempre: si vedano le inchieste di John Henry Woodcock, che andò perfino ad arrestare Vittorio Emanuele di Savoia). Perciò? «Se la politica regala a una categoria di magistrati una quantità sproporzionata di potere, l’esperienza insegna che quei magistrati prima o poi quel potere lo useranno».
Siete confusi dopo aver letto tutto ciò? Anche io. Prima ci spiegano che con la riforma solo i ricchi e i potenti potranno difendersi, poi che non avremmo saputo nulla delle stragi perché la legge Nordio mette i pm sotto la politica; quindi, che saranno i pm a mettere sotto i piedi la politica. Cioè tutto e il contrario di tutto. Risultato, ho capito una sola cosa: per impedire che non siano solo le correnti a decidere nomine e sanzioni, le stanno provando proprio tutte. Finiti gli argomenti dunque sparano le balle.
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Nicolò Zanon (Imagoeconomica)
Nicolò Zanon, presidente del Comitato per il Sì, invia un esposto all’Agcom contro «Report». Intanto gli ultimi sondaggi provano a tirare la volata a chi si oppone al ddl Nordio.
Da quando un ordigno, l’ottobre scorso, esplose davanti all’abitazione del conduttore di Report, Sigfrido Ranucci a Pomezia, distruggendo la sua auto e quella della figlia, per una ragione o per un’altra non si è più smesso di parlare di lui. Prima lo scontro con il Garante per la privacy, poi la lobby gay di Cerno e Giletti, i servizi segreti con Mancini e Renzi, la chat con Maria Rosaria Boccia.
Un continuo di polemiche e sermoni sulla libertà di stampa che il prode scudiero Ranucci difende «anche per i colleghi che non la pensano come me». A parte il disgusto nel vedere giornalisti che si scannano l’uno contro l’altro in diretta tv, addirittura su programmi in onda sulla stessa rete, pare che Report, più che fare inchieste e informare, prediliga pestare cacche.
Come l’ultima. Ieri Ranucci è stato denunciato all’Agcom per non aver rispettato, nella puntata di domenica 8 febbraio, la par condicio sul referendum della giustizia in vista del voto previsto per il 22 e 23 marzo, «esercitando influenza per il No e omettendo di dare tempo e spazio al Sì».
Il professor Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale Sì riforma, professore di diritto costituzionale all’università di Milano, ex vicepresidente della Corte costituzionale e ex membro del Csm, rammenta che «la par condicio è iniziata il 14 gennaio». E l’Agcom ricorda a tutti il regolamento da seguire per garantire «pluralismo, imparzialità, indipendenza, obiettività e completezza» in tv e sulla stampa: «I registi e i conduttori sono tenuti a non esercitare alcuna forma d’influenza e a non fornire, neanche in forma indiretta, indicazioni o preferenze di voto». Non solo: «Il tempo dedicato alle tematiche referendarie deve essere suddiviso in parti uguali tra le posizioni favorevoli e quelle contrarie al quesito». Cosa che Ranucci non ha fatto.
Zanon annuncia in un video di aver inviato un esposto all’Agcom contro Report: «Raramente ho visto una trasmissione più faziosa, unidirezionale, piena di demonizzazioni nei confronti della riforma e dei suoi stessi sostenitori. Ci chiediamo come sia possibile che su una rete del servizio pubblico possa avvenire un comizio a senso unico».
Secondo Zanon, «di fronte a una violazione così evidente non potevamo restare in silenzio. Durante il periodo della pari condizione tra i sostenitori di tesi opposte, non possono essere date indicazioni o preferenze di voto. Ma in questa trasmissione è avvenuto esattamente il contrario. Il conduttore ha esercitato in forma palese e diretta la propria influenza per screditare la tesi che ovviamente non gli piaceva». Ma anche in altre trasmissioni faziose, come Otto e Mezzo di Lilli Gruber, Piazza Pulita di Corrado Formigli, Accordi&Disaccordi di Luca Sommi, si invitano solo testimonial del No, senza contraddittorio.
Zanon sottolinea che «la par condicio non è un dettaglio burocratico, ma una garanzia fondamentale per la correttezza del confronto democratico. Spero che l’Autorità garante voglia svolgere le dovute verifiche e accertare le eventuali irregolarità che a me appaiono palesi e trarne le conseguenze di legge».
Intanto, sembra che il vento del fronte del No stia soffiando sempre più forte per far apparire la partita ancora aperta. Lo spin del momento risulta essere quello del moto inverso. Mentre all’inizio il Sì era nettamente a favore, ultimamente i sondaggi stanno tutti riducendo il divario, in maniera piuttosto sospetta.
Una tattica che ha seguito anche il sondaggio di Youtrend per Sky TG24 diffuso ieri, nel quale, nello scenario ad alta partecipazione (58,5%), il Sì sarebbe leggermente avanti (52,6% contro 47,4%), mentre con un’affluenza bassa (46,5%), la situazione sarebbe 51,1% per il No e 48,9% per il Sì. Il nuovo sondaggio arriva a 24 ore da quello di Swg per La7, che stimava il No al 37%, appaiato al Sì al 38% con un 25% di indecisi.
E siccome la vera partita si giocherà tra astenuti e indecisi, diffondere sondaggi che mostrano una sostanziale parità, potrebbe condizionare le intenzioni di voto. Una nuova tendenza che lascia molte perplessità.
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(Imagoeconomica)
La riforma punta a depotenziare le correnti nell’Anm, i cui danni furono svelati sette anni fa. E che oggi tanti cercano di occultare.
E così il No starebbe recuperando. A credere a certi sondaggi ci sarebbe una specie di pareggio «tecnico», a patto di dare allo strano aggettivo «tecnico» un senso che non sia quello di mettere un po’ le mani avanti, magari perché al pareggio non ci crede nemmeno chi l’ha scritto. Secondo altri, e sono molti di più, il dislivello non accenna affatto a ridursi.
Ragioniamo: ammesso e non concesso che i 9.000 magistrati votino tutti No come una falange macedone (come sentenzia perentoriamente l’Anm), non saranno certo 9.000 voti a spostare l’ago della bilancia. Troppo esiguo il peso elettorale, peraltro alleggerito ulteriormente dai colleghi che votano Sì, che sono molti di più di quelli emersi. Novemila voti non cambiano nulla. Affinché pesino un po’ di più, devono aggiungersi ai voti dell’opposizione politica. Operazione rischiosa per la stessa magistratura, potere neutrale dello Stato, che l’attuale correntismo sta tentando incurante di ogni contraccolpo: stelline dello spettacolo, intellò organici, saltimbanchi e suonatori di cembali, tutti rigorosamente di una sola e specifica area politico-militante, tutti invitati alle manifestazioni dell’Anm «neutrale». Stelline e stelloni tanto equinamente a digiuno della materia quanto impavidamente pronti a fare da megafono per conto terzi. Sicché ai 9.000 No (meno molti Sì) bisogna aggiungere i voti di quella parte del Paese antigovernativa a prescindere. Et voilà: il referendum contro l’«odiato governo fascista» è bello e servito, con tanti saluti alla immagine di indipendenza della magistratura vera, rappresentata - mai così malamente - da quella cosa che magistratura non è e che si chiama «magistratura associata».
Domanda: la somma di voti correntismo + opposizione anti Meloni è sufficiente? Non proprio, perché i sondaggi sull’orientamento politico generale danno l’area di governo in vantaggio netto su quella contraria (Demopolis del 2 febbraio: 47,8% contro il 40,8 %). Ergo: l’operazione di smaccato collateralismo praticata da una Anm prigioniera dei gruppi oltranzisti che hanno fagocitato le correnti moderate, timidine e timidotte, rischia solo di danneggiare la credibilità dei giudici veri, trascinati a suon di fanfara nella più grossolana delle contrapposizioni pseudoideologiste. Il referendum insomma sembra avviarsi verso una riuscita prevedibile, e l’unica cosa che può rovesciarne l’esito sarebbe una mobilitazione di popolo così ampia e inarrestabile da sommergere come un fiume in piena lo schieramento riformatore. Cosa non da escludere, ma che potrebbe avvenire solo in un paio di casi:
1 uno shock economico così improvviso e forte da fare crollare la credibilità del ceto di governo agli occhi di tutta la nazione: una crisi da 1929, un forte declassamento di rating, uno scandalo economico di proporzioni colossali;
2 una politica estera così avventata che rischi di precipitare davvero il Paese in uno scenario di guerra reale.
È probabile che in questi due casi il governo Meloni sarebbe il bersaglio delle contestazioni più generali e finirebbe con l’essere considerato un pericolo di cui disfarsi al più presto per salvare figli e risparmi. Ci sono all’orizzonte simili rischi? Gli osservatori perfino di area avversa parlano di una economia sufficientemente in carreggiata (Affari e Finanza di Repubblica, 3 febbraio); in politica estera - tranne Askatasuna e dintorni - ormai hanno capito un po’ tutti che il governo non sembra intenzionato a dichiarare guerra né alla Russia né al Comune di Abbiategrasso. Sicché questi due rischi non ci sono. Ce ne sarebbe un terzo però, più sottomarino e silenzioso: l’astensionismo, o meglio: una certa pigrizia di fondo, inflaccidita dai troppi sondaggi favorevoli. Che sono favorevoli al Sì, certo, ma a condizione che vadano a votare tutti coloro che i sondaggi danno - appunto - per propensi al Sì. Altrimenti i sondaggi favorevoli servono a poco. Volendo proprio esagerare, di rischio ce ne sarebbe un quarto, quello più insidioso: e cioè che l’area del Sì rimanga impastoiata nella trappola congegnata dallo schieramento conservatore, che consiste in buona sostanza nel sostituire alla visione effettiva della realtà la semplice astrazione metafisica, inducendo migliaia di persone in perfetta buona fede ad occuparsi non dei guasti della correntocrazia, ma dei pericoli puramente ipotetici del dopo-riforma.
Anno 2019: chat su chat, nomi su nomi. Tutto un sistema da manuale Cencelli scoperchiato. Consiglieri Csm dimissionari. Altri consiglieri in carica ricusati da chi li chiamava in correità. Prima pagina di tutti i giornali dell’epoca, instant-book, palinsesti televisivi velocemente ricalibrati sul sistema del correntismo. Perfino moniti del presidente.
Anno 2026: tutto dimenticato e sostituito da discussioni fantasmagoriche, tutte centrate non sul merito delle istanze riformatrici, ma sulle congetturali riforme eventuali e successive del futuro. Una strategia comunicativa che vuole solo impedire al Paese di ricordare lo scandalo del 2019 e annesse chat. L’operazione finora è riuscita, e infatti della realtà correntizia vera non si parla più. E molti magistrati, in perfetta buona fede, ipnotizzati dai pifferai Anm, portano come sonnambuli oro, incenso e mirra a un sistema di cui sono le prime vittime. Si attardano nelle analisi meramente congetturali o assumono posizioni di mero posizionamento preideologico, rinunciando a giudicare senza dogmi i difetti di un sistema oligarchico interno abnorme. Non ci vedono più. E non ci vedono più veramente. È una specie di autodifesa psicologica: una strategia Anm che rende lecita solo la discussione sul futuro futuribile consente a ciascuno di noi la salvezza da ogni contraddizione interiore, perché ci autorizza a sfuggire alla responsabilità di esercitare un giudizio laico sulle macerie attuali della città: l’occupazione dei posti, la caccia alla feluca da esibire, la concentrazione di potere personale di capicorrente che diventano fatalmente anche dirigenti giudiziari, la mancanza di un limite di tempo effettivo e reale agli incarichi direttivi, il ruolo effettivo dei consigli giudiziari: tutte le dinamiche interne che hanno portato alla formazione graduale ma inesorabile di un ceto proprietario inamovibile, eterno, di tale e tanto potere da rivendicare un ruolo apertamente contrappositivo rispetto al libero parlamento.
Una oligarchia cresciuta lentamente e che ormai ostenta apertamente un orientamento ideologico precostituito. Che si presenta come unica depositaria giacobina della virtù: poiché sono loro gli eredi morali di Falcone, il pensiero critico va marchiato col ferro del discredito. Di qui l’insulto, il rifiuto, il sorriso di scherno, la ghigliottina per i girondini più ragionevoli. Di qui la condanna a priori del dissenso. Vero è che qualunque forma di potere ha bisogno di una forte legittimazione: il diritto divino legittimava le monarchie, il consenso popolare legittima le repubbliche. Questa forma di potere oligarchico interna al potere giudiziario non è legittimata né da Dio né dal voto popolare di massa (che non è certo la sonnacchiosa contesa interna domestico-correntizia). L’unica forma di legittimazione che rimane a questo piccolo mondo elitario è la reductio ad Hitlerum degli interlocutori: se Nordio diventa improvvisamente un malfattore piduista, sono automaticamente legittimati i sedicenti avversari del malfattore. La campagna referendaria del No è giocata su questi canovacci: da un lato la demonizzazione dello schieramento riformatore e dall’altro l’astrattezza della ragion pura che nasconde le baraccopoli del sistema, sostituendole con i filmini da istituto Luce dell’Anm, che mettono in bella mostra villette da Mulino Bianco e barbuti pensatori del ben comune. Ma la verità - deformata e censurata - rimane quella che è: la riforma punta espressamente al depotenziamento della élite correntocratica e le eventuali pecche normative non sono sufficienti a cancellarne la urgenza. Occorre impedire che all interno della magistratura associata si consolidi definitivamente un contropotere tecno-politico non controllabile e inamovibile e che pretende ormai di condizionare gli organi elettivi legittimati dal voto democratico. Il controllo giuridico degli atti del potere politico è cosa necessaria. Il controllo politico-ideologico sul libero parlamento è solo una cosa alla Cromwell.
Insomma: un contropotere simile va respinto perché non ha alcuna forma di legittimazione se non quella che proviene da sé stesso. A meno che qualche capocorrente del Komintern, nel chiuso di uno stanzino o simili, non pensi davvero di essere tale perché legittimato non dal voto popolare, ma addirittura dal Padreterno. In tal caso, provateci voi a farlo ragionare. E tanti auguri.
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