riforma giustizia

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La riforma sarà il nostro 25 aprile: così ci libereremo dal correntismo
Andrea MIrenda (Imagoeconomica)
Da oltre vent’anni, dentro il Csm decisioni, incarichi, carriere e trasferimenti sono fortemente condizionati dallo strapotere di gruppi organizzati con chiara postura da partito: destra, centro e sinistra giudiziaria.

Parlo a voi come cittadino, come magistrato, come membro del Csm. Lo voglio fare con parole semplici. Su questo referendum si stanno dicendo da ogni parte - troppe cose, spesso in modo distorto o catastrofico. Io penso, invece, che l’unica via giusta e corretta sia guardare al testo della riforma, per ciò che è, senza paure e senza slogan.

È semplicemente falso, allora, che questa riforma metta in pericolo l’indipendenza della magistratura. Nessuno del Fronte del No saprà indicarvi una sola norma in tal senso, salvo inondarvi di un fiume di chiacchiere, inversamente proporzionale alla sostanza. Le garanzie previste dalla Costituzione restano intatte: viene espressamente sancita l’indipendenza sia del giudice, finalmente terzo, che del pubblico ministero. Altro che controllo della politica!

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Il conto della guerra lo paga il referendum
(Ansa)
Piazze, strumentalizzazioni e bugie sono il segno che il cambiamento sulla giustizia fa paura. Ma i timori per le tensioni in Medio Oriente e per i rincari di pieno e bollette possono condizionare il voto del 22-23: il governo ci pensi per evitare flop.

Dicono che la separazione delle carriere serva a mettere i pubblici ministeri sotto il controllo della politica e dunque a indebolirli per poi porli al servizio del governo. Però allo stesso tempo dicono che la separazione delle carriere creerà un gruppo autoreferenziale di magistrati che non risponderà a nessuno. «Così si trasformano i pm in una casta separata di 2.200 Torquemada autoreferenziali, autogestiti con il loro Csm, più potenti e agguerriti di ieri»: Marco Travaglio scripsit.

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Il Csm degli eletti non rende giustizia. Troppe toghe sono rimaste impunite
Luigi Perina (Imagoeconomica)
Luigi Perina, ex presidente del Tribunale di Vicenza: «Da presidente di tribunale, ho visto magistrati prosciolti che hanno reiterato condotte scorrette e ritardi. Con l’Alta Corte, prevista dalla riforma, la funzione disciplinare (libera dalle correnti) diventa trasparente».

Ho svolto il servizio quasi quarantennale di giudice del lavoro in primo grado e, poi, come presidente della Sezione lavoro in tribunale e Corte d’appello; infine sono stato presidente del tribunale di Vicenza sino al 31 dicembre 2025. Ho rivestito cariche associative, compiti istituzionali di addetto alla formazione decentrata e di componente del Consiglio giudiziario.

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ll Comitato per il No la spara grossa: «Con questa riforma vite in pericolo»
Enrico Grosso (Imagoeconomica)
Il vice di Matteo Zuppi rinuncia all’evento: «Suggerire un’opzione elettorale non mi compete». Ma poi si sbilancia lo stesso.

Mi si nota di più se vengo o se non vengo? Prima che da Sant’Agostino, monsignor Francesco Savino dev’essere stato folgorato da Nanni Moretti. Non solo per le sue posizioni politiche ma anche per gli approcci modaioli. Ieri il vicepresidente della Cei era atteso a Roma al congresso di Magistratura democratica, il braccio armato dell’Anm, front line del No al referendum sulla giustizia. Ma alla kermesse della sinistra giudiziaria non si è fatto vedere.

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Macché Casta, la riforma serve alla gente comune
(Imagoeconomica)

Dicono che la riforma della giustizia del governo Meloni serva alla Casta per garantirsi l’impunità. Niente di più falso.

Se si scorre l’elenco delle persone innocenti finite in carcere, e che con un’Alta corte disciplinare introdotta dalla legge Nordio ci si augura si assottigli, si scopre che gli arrestati ingiustamente non sono né politici né ricchi, ma persone semplici. Beniamino Zuncheddu, in galera per 33 anni prima di essere assolto, faceva il pastore. Giuseppe Gullotta, 22 anni in prigione, era un muratore. Come Angelo Massaro, 21 anni al gabbio.

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