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2026-03-17
La riforma sarà il nostro 25 aprile: così ci libereremo dal correntismo
Andrea MIrenda (Imagoeconomica)
Il vero problema che questa riforma prova ad affrontare è un altro: il sistema delle correnti.
Da oltre vent’anni, dentro il Csm, le decisioni più importanti - incarichi, carriere, trasferimenti, disciplinari - sono fortemente condizionate da gruppi organizzati con chiara postura da partito: destra, centro e sinistra giudiziaria. Le correnti sono potenti associazioni private, estremamente radicate, capaci di controllare ogni aspetto della vita professionale del singolo magistrato. Intuibile, allora, il potere di costoro di mettere in ginocchio la magistratura attraverso promesse, minacce, favoritismi, accordi opachi tra gruppuscoli, ritorsioni, specie verso i «cani sciolti». La perdita di credibilità che ne deriva è sotto gli occhi di tutti: Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e, per finire, il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno severamente stigmatizzato questi metodi improntati a modestia etica.
Il sorteggio serve, allora, a eliminare questo potere parallelo ed è naturale che chi lo detiene vi dica di votare No: non puoi chiedere alla malattia di indicare la cura e ai tacchini di preparare il pranzo di Natale.
Il sorteggio sceglie persone a caso, ma impedisce che tutto sia deciso prima, nelle stanze segrete delle correnti politicizzate.
Chi viene sorteggiato non è meno serio o meno competente di un eletto: è un magistrato come gli altri, che risponde solo alla legge e alla propria coscienza, naturalmente capace di affrontare i processi di chiunque, in qualunque materia, anche la più drammatica. Che, poi, gli «eletti» al Consiglio non siano stati, per ciò solo, «i migliori», lo dicono chiaramente i troppi scandali cui costoro hanno dato vita.
Se volessimo davvero i migliori al Csm, al netto della vuota retorica sulle speciali caratteristiche per far cosa non si sa, si dovrebbero fare concorsi, non certo elezioni.
Un altro punto fondamentale è la separazione netta tra giudici e pubblici ministeri. Oggi giudici e pm decidono reciprocamente sulle rispettive carriere. Questo non è sano. Non lo è per loro né per i cittadini. Rendere questi ruoli più distinti accrescerà la professionalità del pm davanti a un giudice reso ancora più autorevole dalla vera terzietà, con sicuro aumenta della fiducia generale nel processo.
Lo stesso vale per il sistema disciplinare. Non è corretto che le correnti che governano le carriere siano, nello stesso tempo, anche giudici di coloro che amministrano: questa è la realtà. Serve, anche qui, un giudice disciplinare davvero terzo, come accade in ogni sistema equilibrato. Questo non significa vendetta, né velleità di punizioni di massa: semplicemente trasparenza e credibilità. Si dice spesso: «I magistrati già vengono puniti». Ma rispetto a cosa? Moltissimi procedimenti vengono archiviati prima ancora di arrivare davanti a un giudice e l’intera filiera disciplinare, dalla Procura generale al ministero, passando per l’Ispettorato generale e la Sezione autonoma di disciplina, rivela un minimo comune denominatore: la trasversale e tutt’altro che marginale presenza di magistrati sensibili al correntismo. La vera trasparenza ci sarà solo quando anche le archiviazioni disciplinari saranno autorizzate da un organo giudicante imparziale, al pari del giudice delle indagini preliminari.
In questa campagna referendaria i toni sono diventati eccessivi, non c’è alcun dubbio. Si è parlato di giudici sotto la politica, di colpi di Stato, di fine della giustizia, di complotti, di minaccia alla vita dei cittadini. Per l’arrivo degli alieni ci stiamo attrezzando. Tutto allo scopo di disinformare e non far capire. La riforma va giudicata per quello che dice, non per le intenzioni che taluno le attribuisce. E se è vero che essa non risolverà tutti i problemi della giustizia, va anche detto che nessuna riforma, da sola, potrà mai farlo. Credo, però - da cittadino, da magistrato e da membro del Csm - che sarà quel grande passo avanti, nella giusta direzione, che gli Italiani attendono da vent’anni a questa parte. Un passo nobile, per rendere la magistratura più credibile, più trasparente e più vicina ai cittadini. La paura è incomprimibile sentimento umano, ma tocca alla ragione governarla attraverso il peso degli argomenti. E la ragione, leggendo il testo revisionato, non trova alcun motivo vero per temere la perdita di indipendenza della magistratura. Trova, invece, strumenti per correggere storture evidenti che, chi dice No, finge di non vedere.
Per questo, con convinzione e senza polemica, voterò Sì. Liberare la magistratura dalle correnti sarà un nuovo 25 Aprile!
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Da oltre vent’anni, dentro il Csm decisioni, incarichi, carriere e trasferimenti sono fortemente condizionati dallo strapotere di gruppi organizzati con chiara postura da partito: destra, centro e sinistra giudiziaria.Parlo a voi come cittadino, come magistrato, come membro del Csm. Lo voglio fare con parole semplici. Su questo referendum si stanno dicendo da ogni parte - troppe cose, spesso in modo distorto o catastrofico. Io penso, invece, che l’unica via giusta e corretta sia guardare al testo della riforma, per ciò che è, senza paure e senza slogan.È semplicemente falso, allora, che questa riforma metta in pericolo l’indipendenza della magistratura. Nessuno del Fronte del No saprà indicarvi una sola norma in tal senso, salvo inondarvi di un fiume di chiacchiere, inversamente proporzionale alla sostanza. Le garanzie previste dalla Costituzione restano intatte: viene espressamente sancita l’indipendenza sia del giudice, finalmente terzo, che del pubblico ministero. Altro che controllo della politica!Il vero problema che questa riforma prova ad affrontare è un altro: il sistema delle correnti. Da oltre vent’anni, dentro il Csm, le decisioni più importanti - incarichi, carriere, trasferimenti, disciplinari - sono fortemente condizionate da gruppi organizzati con chiara postura da partito: destra, centro e sinistra giudiziaria. Le correnti sono potenti associazioni private, estremamente radicate, capaci di controllare ogni aspetto della vita professionale del singolo magistrato. Intuibile, allora, il potere di costoro di mettere in ginocchio la magistratura attraverso promesse, minacce, favoritismi, accordi opachi tra gruppuscoli, ritorsioni, specie verso i «cani sciolti». La perdita di credibilità che ne deriva è sotto gli occhi di tutti: Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e, per finire, il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, hanno severamente stigmatizzato questi metodi improntati a modestia etica.Il sorteggio serve, allora, a eliminare questo potere parallelo ed è naturale che chi lo detiene vi dica di votare No: non puoi chiedere alla malattia di indicare la cura e ai tacchini di preparare il pranzo di Natale. Il sorteggio sceglie persone a caso, ma impedisce che tutto sia deciso prima, nelle stanze segrete delle correnti politicizzate.Chi viene sorteggiato non è meno serio o meno competente di un eletto: è un magistrato come gli altri, che risponde solo alla legge e alla propria coscienza, naturalmente capace di affrontare i processi di chiunque, in qualunque materia, anche la più drammatica. Che, poi, gli «eletti» al Consiglio non siano stati, per ciò solo, «i migliori», lo dicono chiaramente i troppi scandali cui costoro hanno dato vita. Se volessimo davvero i migliori al Csm, al netto della vuota retorica sulle speciali caratteristiche per far cosa non si sa, si dovrebbero fare concorsi, non certo elezioni.Un altro punto fondamentale è la separazione netta tra giudici e pubblici ministeri. Oggi giudici e pm decidono reciprocamente sulle rispettive carriere. Questo non è sano. Non lo è per loro né per i cittadini. Rendere questi ruoli più distinti accrescerà la professionalità del pm davanti a un giudice reso ancora più autorevole dalla vera terzietà, con sicuro aumenta della fiducia generale nel processo. Lo stesso vale per il sistema disciplinare. Non è corretto che le correnti che governano le carriere siano, nello stesso tempo, anche giudici di coloro che amministrano: questa è la realtà. Serve, anche qui, un giudice disciplinare davvero terzo, come accade in ogni sistema equilibrato. Questo non significa vendetta, né velleità di punizioni di massa: semplicemente trasparenza e credibilità. Si dice spesso: «I magistrati già vengono puniti». Ma rispetto a cosa? Moltissimi procedimenti vengono archiviati prima ancora di arrivare davanti a un giudice e l’intera filiera disciplinare, dalla Procura generale al ministero, passando per l’Ispettorato generale e la Sezione autonoma di disciplina, rivela un minimo comune denominatore: la trasversale e tutt’altro che marginale presenza di magistrati sensibili al correntismo. La vera trasparenza ci sarà solo quando anche le archiviazioni disciplinari saranno autorizzate da un organo giudicante imparziale, al pari del giudice delle indagini preliminari.In questa campagna referendaria i toni sono diventati eccessivi, non c’è alcun dubbio. Si è parlato di giudici sotto la politica, di colpi di Stato, di fine della giustizia, di complotti, di minaccia alla vita dei cittadini. Per l’arrivo degli alieni ci stiamo attrezzando. Tutto allo scopo di disinformare e non far capire. La riforma va giudicata per quello che dice, non per le intenzioni che taluno le attribuisce. E se è vero che essa non risolverà tutti i problemi della giustizia, va anche detto che nessuna riforma, da sola, potrà mai farlo. Credo, però - da cittadino, da magistrato e da membro del Csm - che sarà quel grande passo avanti, nella giusta direzione, che gli Italiani attendono da vent’anni a questa parte. Un passo nobile, per rendere la magistratura più credibile, più trasparente e più vicina ai cittadini. La paura è incomprimibile sentimento umano, ma tocca alla ragione governarla attraverso il peso degli argomenti. E la ragione, leggendo il testo revisionato, non trova alcun motivo vero per temere la perdita di indipendenza della magistratura. Trova, invece, strumenti per correggere storture evidenti che, chi dice No, finge di non vedere.Per questo, con convinzione e senza polemica, voterò Sì. Liberare la magistratura dalle correnti sarà un nuovo 25 Aprile!
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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Nicole Minetti (Ansa)
Ma dagli atti già noti e dalle dichiarazioni arrivate dal Paese sudamericano emerge un punto chiaro: l’adozione non fu di certo una procedura occulta. Anzi, fu un procedimento giudiziario, seguito dall’Inau - l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay - e concluso dal Tribunale di Maldonado, città vicina a Punta del Este. Anche le autorità uruguaiane che hanno avuto un ruolo nella vicenda e l’hanno seguita sin dall’inizio, hanno confermato più volte la regolarità del percorso. Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau, ha spiegato che l’adozione fu condotta nel rispetto della legge. Yuria Troche, avvocata del minore nella fase iniziale, ha spiegato che furono rispettati i requisiti previsti dall’ordinamento uruguaiano.
Del resto, una parte di quegli atti non era sconosciuta. In Uruguay esisteva già una traccia pubblica del procedimento sin dal 2021, con l’editto del Juzgado Letrado de Primera Instancia di Maldonado, relativo al fascicolo «Minetti, Nicole Teresa Christina y Cipriani, Giuseppe» contro i genitori biologici del minore. L’oggetto era indicato chiaramente: separazione definitiva, adozione piena e perdita della potestà genitoriale. Non si trattava di un affidamento informale. Non si trattava di una pratica privata. C’era un procedimento giudiziario, con un numero di fascicolo, davanti a un tribunale uruguaiano. I genitori biologici e gli eventuali familiari interessati furono citati con editto. Avevano 90 giorni per comparire. E non lo fecero. C’era poi un altro elemento già noto: il Tribunale dei minori di Venezia, il 19 luglio 2024, ha dichiarato efficace in Italia l’adozione certificata nel febbraio 2023 dal tribunale uruguaiano di Maldonado. Nel decreto italiano si dà atto dello stato di abbandono del minore e della decadenza dei genitori biologici dalla responsabilità genitoriale.
La Procura di Milano sta ora acquisendo direttamente dall’Uruguay la documentazione ufficiale completa. Il materiale atteso riguarda dunque la sentenza originale, il fascicolo dell’adozione, gli atti dell’Inau, le relazioni tecniche, le verifiche sui genitori biologici, eventuali pendenze all’estero e gli altri profili emersi dopo le inchieste giornalistiche del Fatto Quotidiano e di Report.
La prima voce uruguaiana di rilievo è proprio quella di Abdala, ex presidente Inau dal 2020 al 2023. È stato proprio lui a spiegare che il bambino era entrato nel sistema di protezione nel 2018 e che il rapporto con Minetti e Cipriani si era sviluppato dal 2019. Secondo la sua ricostruzione, il percorso fu valutato dall’Inau, dai tecnici, da psicologi e dai giudici. Abdala ha parlato più volte di un legame affettivo già consolidato. Ha spiegato che il bambino aveva sviluppato un rapporto stabile con la coppia e che l’interesse del minore fu il criterio seguito dalle autorità. Ha anche riconosciuto l’esistenza di un’altra famiglia uruguaiana interessata all’adozione, ma ha chiarito che la decisione finale spettava all’istituto e ai giudici, che ritennero la famiglia italiana la soluzione migliore.
La seconda voce è quella di Yuria Troche. Troche ha seguito il minore nella fase iniziale del procedimento e ha difeso la regolarità dell’adozione. Ha ricordato che in Uruguay le adozioni sono sottoposte a controlli rigorosi, ancora di più quando riguardano minori con patologie.
La vicenda è stata spesso raccontata come una contesa sull’affidamento. Ma dagli atti e dalle ricostruzioni uruguaiane emerge un procedimento diverso: adottabilità del minore, separazione definitiva dalla famiglia biologica, perdita della potestà genitoriale e adozione piena. Resta il tema dell’altra famiglia uruguaiana. Esiste. Ma la sua esistenza non dimostra, da sola, l’irregolarità della procedura. In un procedimento di adozione decide il giudice, sulla base delle valutazioni tecniche, della storia del minore, del legame affettivo già esistente e delle sue condizioni di salute.
C’è poi il capitolo dell’avvocata Ana Mercedes Nieto. Qui le date contano. L’adozione si perfezionò nel 2023. Nieto e il marito Mario Cabrera morirono nel 2024 in un incendio in Uruguay. Giuseppe Cipriani, seguito insieme alla compagna dagli avvocati, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcatera, lo ha sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera di ieri: l’adozione era già conclusa l’anno prima della morte dell’avvocata. Il pm Sebastián Robles ha chiesto il fascicolo dell’adozione per ricostruire il ruolo di Nieto e le perizie tecniche già acquisite sembrano orientare verso l’ipotesi dell’incidente. Secondo la difesa di Minetti e Cipriani, inoltre, Nieto non era l’avvocata della famiglia biologica, ma il difensore d’ufficio del minore dopo Troche. Anche questo cambia il quadro. Se il suo ruolo era quello di tutelare il bambino nel procedimento, e se la sua morte è successiva alla conclusione dell’adozione, il collegamento evocato in alcune ricostruzioni diventa molto più fragile. Cipriani ha detto che l’adozione è durata quasi quattro anni, «per rispettare la procedura: giudici, assistenti sociali, psicologi». Ha aggiunto che l’Uruguay «non è un Paese delle banane» e ha respinto l’accusa di adozione illegale.
Cipriani ha spiegato anche il punto della grazia. Il bambino malato, ha detto, doveva essere monitorato personalmente da Minetti; se lei avesse avuto l’affidamento in prova, non avrebbe potuto andare all’estero né stare con il figlio. Per questo ha definito la decisione del presidente Mattarella un «atto d’amore».
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Ansa
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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Nel riquadro il manifesto della Lega rimosso dopo la protesta degli islamici dell’Ucoii (iStock)
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
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