Con una stima conservativa, si può dire che centinaia di migliaia di studenti di giurisprudenza in Italia si siano formati sui testi di Roberto Bin. I volumi di Diritto costituzionale e di Diritto pubblico scritti con Giovanni Pitruzzella, oggi giudice della Corte costituzionale di nomina quirinalizia, hanno superato entrambi di slancio le 20 edizioni e sono in uso presso molte Facoltà degli atenei italiani. Anche per questo, il professor Bin, ordinario all’Università di Ferrara, è un interlocutore ideale per ragionare sulle mutazioni del diritto, sottoposto a tensioni formidabili tra chi lamenta la fine di quello «internazionale» e chi si interroga sui limiti di quello «europeo» in rapporto a quello costituzionale delle nazioni. Nella conversazione con La Verità, Bin accetta di partire dai fondamentali, aiutando a mettere a fuoco anzitutto il significato di alcuni termini decisamente inflazionati.
Professore, su quali basi si legittima il «diritto internazionale» che molti vedono, di recente, messo a repentaglio?
«Null’altro che il consenso degli Stati. O meglio, il diritto internazionale deve essere accettato dagli Stati più forti, agli altri può essere imposto».
Nessuno schema «dato» in natura, quindi. E invece come ha senso definire lo «stato di diritto»? La sua definizione è assimilabile a quella di «rule of law»?
«I due concetti vengono da tradizioni culturali molto diverse, e hanno assunto significati diversi nel tempo. Oggi sono appiattiti in un generico principio di soggezione del potere al diritto».
Aiutandosi con il cosiddetto «paradosso dell’autorità» elaborato dal filosofo Joseph Raz, lei ha spiegato che - da un certo punto di vista - anche un sistema politico non rispettoso dei diritti umani (ad esempio, un totalitarismo novecentesco) potrebbe essere considerato uno stato di diritto: quindi non è scontato che uno stato di diritto difenda i diritti umani?
«È un tema su cui si discute da sempre: se lo Stato di diritto si riduca al principio di legalità (ovvero: ogni potere pubblico deve essere esercitato in conformità della legge), o implichi qualcosa di più, appunto in termini di rispetto dei diritti umani».
Facciamo un passo avanti su questo aspetto. Lei di recente ha scritto un paper di grande interesse dal titolo «L’Unione europea rispetta i principi del rule of law?» (leggibile qui: shorturl.at/vJjVK), in cui ragiona su una evoluzione dell’architettura istituzionale dell’Ue che sarebbe - sue parole - «in deroga alle regole costruttive dello Stato di diritto». La sua tesi, se si può così riassumere, è che l’Ue «internamente» agisca secondo lo stato di diritto, ma che lo faccia molto meno nei confronti dei Paesi membri. Come motiva questa asserzione?
«Lo sviluppo della Comunità europea è avvenuto grazie a decisioni assunte in deroga alle norme dei Trattati in vigore, sulla base di accordi politici tra gli Stati membri. I Trattati hanno consolidato ciò che la politica aveva già concordato».
Lei ha scritto che le toghe della Corte di giustizia Ue sono «giudici che operano come “funzionari” e perseguono magari obiettivi nobilissimi, ma non tollerano i vincoli posti alla loro “funzione” da chi - legislatore o Stato membro - è investito dalla legittimazione politica, cioè dalla rappresentanza democratica; evadono perciò dal tracciato storico dello Stato costituzionale di diritto in nome di un rule of law che si riduce alla supremazia del diritto europeo e che tradisce lo stesso significato del principio dello Stato di diritto». Sembra parlare di giurisprudenza Ue come intrinsecamente ostile alla democrazia: è così?
«Checché se ne possa pensare, l’organizzazione europea è una organizzazione tra Stati, signori dei Trattati su cui si fonda. Il suo principale obiettivo, la costruzione di un mercato comune, ha fatto prevalere le regole comuni del mercato e della concorrenza sulle istanze sociali che erano al centro delle Costituzioni del dopoguerra. La delocalizzazione delle imprese, alla ricerca di costi minori di produzione, ha lasciato dietro di sé il deserto economico: il diritto dell’Ue non l’ha affatto ostacolata, anzi, l’ha protetta come esercizio di una libertà delle imprese».
Il dibattito italiano tende a dare per scontata la cosiddetta primazia del diritto Ue sul diritto nazionale e costituzionale. Tale supremazia è fondata? E se sì, su cosa?
«Si basa su principi elaborati dalla giurisprudenza della Corte di giustizia, sin dai primi anni di attività. Gli Stati l’hanno contrastata, ma molto debolmente: in fondo faceva comodo a tutti fissare a livello europeo misure che magari nel contesto nazionale avrebbero avuto difficoltà a far digerire».
Che effetto ha quello che lei chiama «rule of european law» sulla giurisprudenza nazionale? E, considerando il nostro Paese, sulla Corte costituzionale, almeno per l’orientamento che essa ha espresso negli ultimi lustri, per esempio durante la crisi economica?
«La supremazia del diritto europeo e l’efficacia diretta delle sue norme negli ordinamenti nazionali hanno posto il giudice nella possibilità di disapplicare le leggi interne per applicare le norme europee. Nel dubbio che le prime siano in contrasto con le seconde, il giudice italiano deve rivolgersi alla Corte di giustizia, che non avrà dubbi a far valere i principi di libertà di mercato sui vincoli “sociali” posti dalla legislazione nazionale. È il ricco imprenditore che può difendere i suoi interessi in giudizio davanti alla Corte di giustizia, rivendicando la tutela della “suoi” diritti di libertà. La Corte costituzionale non ha potuto contestare questo meccanismo, ma ha il merito di aver cercato di limitarne le conseguenze più dannose per i diritti sociali».
Nel paper già citato, secondo lei la Corte di giustizia Ue ha la funzione teorica di un giudice ma in pratica si fa carico di una finalità politica: «Come la Commissione europea», lei scrive, essa «persegue con coerenza la funzione che ritiene sia loro assegnata, quella di promuovere l’integrazione degli ordinamenti europei smantellando qualsiasi tentativo degli Stati membri di salvaguardare “spazi nazionali” di tutela di interessi collettivi, diritti sociali, protezione dei lavoratori». Ma è possibile invertire questa dinamica?
«La Corte di giustizia ha il potere esclusivo di dire cosa il diritto europeo significa in relazione ai casi specifici che le sono sottoposti. Si è sempre mossa dominata dall’obiettivo di rafforzare l’integrazione europea ben oltre al punto che gli Stati avrebbero voluto raggiungere con i Trattati. Non è compito di un giudice, come lo intendiamo noi, puntare a un obiettivo sostanzialmente politico: ma è stato comodo per la politica non contrastare questo atteggiamento con sufficiente determinazione. Anche se spetta ai Trattati definire con precisione il ruolo degli organi dell’Ue, Corte di giustizia inclusa».
Esulando dai temi di puro diritto, che spiegazione dà del fatto che la finalità politica che la Corte Ue si è attribuita e che lei ha descritto risponda a un modello piuttosto economicista, e sia però apparentemente tutelata e protetta soprattutto dalla sinistra politica, in Italia ma tutto sommato in molta parte dell’Europa?
«Non credo che sia la “sinistra europea” ad aver tutelato il modello liberista che ha dominato l’Ue. Quanto all’Italia, è stata l’unico Paese europeo in cui l’adesione e le trasformazioni dei Trattati europei non sono mai state affrontate da un dibattito politico che sfociasse in una norma costituzionale apposita: e ciò è accaduto perché non si voleva uno scontro politico aperto con il Pci, che si era opposto con forza all’adesione alla Comunità europea in cui vedeva la prevalenza degli interessi del grande capitale e dell’industria pesante tedesca. È stato il Trattato di Maastricht (1992) a promuovere un’Unione politica ed economica più stretta e porre le basi dell’euro, definendo anche i criteri di convergenza (i famigerati “parametri di Maastricht”). A firmare il Trattato furono Francesco Cossiga, Guido Carli e Gianni De Michelis. E nel dibattito parlamentare il voto favorevole del Pds fu “una scelta sofferta e non scontata” (dalla dichiarazione di voto di D’Alema alla Camera), motivata dai rischi che sarebbero derivati dal restarne fuori».
Che eco ha nel diritto costituzionale l’apparente momento opaco dell’internazionalismo e del globalismo? Prevede un ritorno del costituzionalismo «statuale» o altre formule sono all’orizzonte?
«Sono sprovvisto di sfera di cristallo. Ma che la globalizzazione sia in crisi non mi dispiace affatto. Il costituzionalismo è nato negli Stati, come risposta al conflitto sociale, che necessariamente si svolgeva nei confini nazionali. Oggi dove si svolge il conflitto sociale, se c’è? Questa è la domanda, a cui però non so dare risposta».
Nelle ore in cui Giorgia Meloni rispondeva ai giornalisti, papa Leone XIV ha tenuto il suo primo incontro con il Corpo diplomatico, nell’Aula della Benedizione: «Una novità per me, che da pochi mesi sono stato chiamato a pascere il gregge di Cristo». Davanti a un uditorio così qualificato e «globale», ha scandito un vero e proprio manifesto geopolitico e culturale, nel quale ha toccato tutti i punti roventi dello scenario mondiale. Fedele alla sua vocazione, il Papa parte da Sant’Agostino e dalla sua Città di Dio, poderosa opera concepita in un «cambiamento d’epoca» come quello della fine dell’Impero romano, «città terrena» che il santo d’Ippona poneva a contatto con la «città di Dio». Sedici secoli dopo, secondo il Pontefice resta l’attualità di una «lettura della storia che non intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato: nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi. [...] Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile».
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
C’è un uomo che brama la vita e desidera giorni felici? Alla domanda del Salmo messa da San Benedetto nella sua Regola risponde, oggi, la madre badessa di un monastero italiano
- Ospite: Suor Maria Francesca Righi, badessa nel monastero cistercense di Valserena
- Fonti: Regola di San Benedetto
- Colonna sonora: F. Chopin, Preludio opera 28 numero 15; Palestrina, Missa “Nasce la gioja mia”, eseguita da The Tallis Scholars
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