Puntuale come a ogni crisi, scocca l’«ora dell’Europa». Nello stesso giorno Corriere della Sera e Repubblica impegnano i rispettivi editoriali per una chiamata alle armi - non del tutto figurata - all’insegna della riscossa del Vecchio continente. Secondo Ernesto Galli della Loggia, infatti, il pacifismo che impedisce alla nostra opinione pubblica di essere convintamente a favore del sostegno militare all’Ucraina deriva da «un sentimento di disprezzo di sé», una «perdita di fiducia in noi stessi»: «non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare», preda di una «sindrome dell’inerte» che ci condanna alla sopravvivenza.
L’ex premier ed ex commissario Ue declina il tema in modo meno sociologico: l’Europa deve «prendere in mano la Nato», alla luce di un’America che - scrive - «abbassa la guardia di fronte alle autocrazie», disimpegnandosi dal fronte ucraino. Dunque, è il ragionamento dell’uomo forte del Pd che studia per il Quirinale, «tocca agli europei. Se l’Europa vuole difendersi e difendere il proprio modello di democrazia, di welfare, di diritti civili. Se vuole prendere in mano la causa dell’Occidente, resistendo all’invasione dell’Ucraina e svolgendo un ruolo di pace nel mondo, allora l’Europa deve diventare adulta». Cioè spendere di più in difesa.
Una volta si chiamava «burden sharing», termine elegante per indurre con grazia i Paesi europei a investire di più in sicurezza militare. A dire più o meno la stessa cosa era Joe Biden, che il 9 luglio 2024, in occasione del 75° anniversario della Nato, scandì queste parole: «Oggi la Nato dispone di maggiori risorse che mai. Nel 2020, l’anno in cui sono stato eletto presidente, solo nove alleati spendevano il 2% del loro Pil per la difesa. Quest’anno, 23 di essi spenderanno almeno il 2%, e alcuni spenderanno anche di più. E i Paesi che non hanno ancora raggiunto questo traguardo lo raggiungeranno presto». Ovviamente l’amministrazione democratica e quella Trump (come si evince anche solo dal documento di strategia nazionale diffuso a fine 2025) non sono la stessa cosa: Biden non ha mai parlato di disimpegno radicale, né di riduzione delle truppe di stanza in Europa. Ma andando al fondo della questione la richiesta di aumento di spesa per la difesa e di riequilibrio dell’impegno finanziario di qua e di là dall’Atlantico è di fatto la stessa che oggi fanno Gentiloni & C. Curiosamente, tale richiesta viene oggi presentata come in contrapposizione alla postura dell’attuale inquilino della Casa Bianca: a ben vedere, però, rappresenta un allineamento piuttosto marcato (e, del resto, inevitabile, checché se ne possa pensare).
Sempre ieri, infatti, e proprio su Repubblica, il nostro capo di Stato maggiore, generale di corpo d’armata Carmine Masiello, spiegava: «Quanto all’ipotesi, recentemente prospettata, che un eventuale ridimensionamento delle forze in Germania possa riguardare anche l’Italia, i fatti sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud che ha coinvolto anche i capi di Stato maggiore degli eserciti africani. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche».
Per quanto il riarmo tedesco possa cambiare anche industrialmente lo scenario produttivo, allo stato attuale il massiccio aumento di spese e di quote di Pil deciso dai membri Nato è netto appannaggio dell’America. Secondo lo Stockholm international peace research institute, l’import di armi dei Paesi dell’Alleanza atlantica nel periodo 2021-25 è coperto per il 58% dall’industria a stelle e strisce.
Un altro discorso è la raccolta e l’indirizzo di tali risorse a livello europeo. Soprattutto per il futuro, un coordinamento a livello Nato tenderà giocoforza a garantire la supremazia americana, mentre la soluzione proposta da Paolo Gentiloni (Eurobond e/o prestiti comuni garantiti dall’Ue) può avere il duplice effetto di togliere leve negoziali ai singoli Paesi e favorire chi, dentro le istituzioni comunitarie, abbia più voce in capitolo (di solito, non noi). È uno dei tanti motivi per cui a Washington preferiscono i rapporti bilaterali.
Resta un fatto: per quanto la strategia del riarmo Ue venga presentata come occasione di emancipazione del Vecchio continente, che coglie l’occasione di diventare alfiere unico del vessillo delle democrazie liberali, per ora la differenza con le richieste americane resta al lato pratico difficile da cogliere.
Posata la polvere dell’inedito cozzo tra «imperi» (quello morale del Vaticano contro quello, secolarissimo, dell’America), si può forse tentare di capire cosa l’abbia generato. Cosa, cioè, abbia provocato, sotto le scintille dei post di Donald Trump, quella divergenza che ora si cerca di ricomporre dopo il «sequestro» dell’allora nunzio Christophe Pierre al Pentagono, dopo le frasi mai viste del primo Papa americano contro il suo presidente, dopo insomma che Casa Bianca e Santa Sede sembrano agli antipodi più che dentro l’alveo di ciò che chiamiamo Occidente.
Le linee di faglia identificabili sono almeno tre. La prima è la più facile da cogliere: l’Iran. Nel metodo, la Chiesa contesta le ragioni dell’intervento bellico, anche alla luce del documento - comunque non valutato con favore - sulla Strategia della sicurezza nazionale del novembre ’25. Qui, a pagina 28, si legge che Teheran, pur restando il primo fattore di destabilizzazione del Medio Oriente, era stata «enormemente indebolita dalle azioni israeliane successive al 7 ottobre 2023 e dall’azione del presidente Trump del giugno 2025, che ha significativamente depotenziato il programma nucleare iraniano». Nel merito, è finora difficile valutare positivamente l’efficacia dell’azione partita il 28 febbraio scorso: di qui l’inesausto richiamo a soluzioni diplomatiche, culminato nell’aggettivo «inaccettabile» scelto da Leone XIV quando Trump ha minacciato di «cancellare un’intera civiltà».
Ma c’è un’altra ragione per cui, in un episcopato complesso come quello americano, l’amministrazione si è trovata con tutti i prelati schierati contro, senza le divisioni tra «conservatori» e «progressisti»: e non è solo per dovere d’ufficio e di difesa del Papa. La seconda linea di faglia che divide non solo Chiesa e Casa bianca ma anche e soprattutto l’anima cattolica e quella evangelica dell’amministrazione è infatti l’immigrazione. Il tratto personale e lo stile di papa Prevost lo rendono meno frontale di quanto fosse Bergoglio sul tema: Leone XIV ha appena invitato gli africani a servire il proprio Paese resistendo alla «tendenza migratoria». Tuttavia, oltre a contestare metodi ritenuti brutali nella gestione dell’immigrazione clandestina, c’è un fattore non indifferente. Quando in Italia o in Europa si parla di rimpatri, statisticamente ciò impatta su persone provenienti da Paesi in larga parte di religione islamica, o comunque di culture e storia diverse da quelle del nostro Continente. In America la «remigrazione», a voler usare un termine così abusato da essere inservibile, riguarda tanti latinos, molto spesso cattolici. Il rilievo generale dei vescovi non dipende dalla religione degli immigrati, ma sarebbe sbagliato non considerare questo tema. Secondo un articolo di Commonweal del 2025, addirittura «un cattolico su cinque» negli Usa è «vulnerabile» a un’applicazione severa dei criteri di rimpatri di massa. Paradosso ulteriore: come noto, il blocco elettorale cattolico americano, pur variegato, è considerato fondamentale per conquistare la Casa Bianca, e lo è stato anche per Trump. Tutti i sondaggi stimano che la maggioranza degli elettori cattolici lo abbia preferito a Kamala Harris, e in prospettiva il peso di questa fetta di popolazione sta diventando sempre più «pesante» rispetto ai protestanti, perché sta crescendo, a differenza dei secondi. La figura più rappresentativa di questo doppio attrito (guerra e immigrazione) è senza dubbio Stephen Miller, vice capo di gabinetto e consigliere per la sicurezza interna di Trump. Oltre a essere l’ispiratore principale della linea sull’immigrazione, Miller - proveniente da famiglia ebraica - lo scorso 16 aprile ha dichiarato che se l’Iran sceglierà la strada sbagliata, gli Stati Uniti hanno il potere di continuare «indefinitamente» la stretta bellica ed economica.
C’è una terza frattura, più latente e in un certo senso indipendente da Trump, che pure si trova a doverla gestire come presidente, sia nel Partito repubblicano sia nel Paese. Si può partire da un’inconsueta presa di posizione da parte dei patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme pubblicata sabato 17 gennaio 2026. Non tocca né la politica internazionale né l’America, ma cita «ideologie dannose, come il sionismo cristiano», che «ingannano il pubblico, seminano confusione e attentano all’unità del nostro gregge». Non si tratta di una faida religiosa in una zona infuocata quale la Terra Santa, ma di una linea di faglia teologica che attraversa anche l’America: tanto che a quel documento ha risposto duramente Mike Huckabee, ex pastore battista e ambasciatore degli Usa in Israele.
Come ha spiegato un recente articolo di Giacomo Maria Arrigo su Limes, il sionismo cristiano è «una credenza religiosa con considerevoli riflessi politici, che sostiene attivamente il ritorno degli ebrei in Israele e vede la nascita dello stato di Israele come parte del piano profetico», interpretando alla lettera la Bibbia in una dottrina «dispensazionalista». Per semplificare una faccenda stratificata e complessissima, il mondo evangelico americano e la sua sporgenza politica considera attuali, valide, storicamente predittive e politicamente impegnative le promesse veterotestamentarie fatte da Dio al suo popolo. Quando il popolarissimo conduttore Tucker Carlson ha chiesto al senatore repubblicano Ted Cruz se considerasse la nazione citata nella Genesi quella oggi governata da Netanyahu, Cruz ha risposto affermativamente. Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, aderisce a tale impostazione, che non può non entrare in conflitto con la sensibilità cattolica. Del resto, è sotto la sua guida che, la scorsa Pasqua, il Pentagono si è premurato di far sapere che non ci sarebbero state celebrazioni cattoliche ma solo protestanti per il Venerdì Santo. Quanto tale profonda frizione sia destinata a caratterizzare il mandato di Trump, che pure allinea tra le sue fila una nutritissima schiera di cattolici dichiarati, lo testimonia persino l’ex miss California Carrie Prejean Boller, cattolica, che sostiene di essere stata licenziata dalla Commissione per la libertà religiosa per aver esercitato la sua, dichiarando che la fede nella Chiesa di Roma non sposa il sionismo politico come compimento dei Testi.
Episodio forse marginale, nella sua perfetta americanità, ma che rientra nel grande scontro teologico che anima il più materialista dei Paesi occidentali. Il sacro, espulso, trova sempre strade impreviste.
Musk: reddito universale alto per aiutare i disoccupati dell'intelligenza artificiale
Ma Elon Musk è Beppe Grillo? Con un post a seguito di un’intervista video, ieri il genio e padrone di X ha sintetizzato una sua visione del futuro non inedita, ma ribadita in modo molto chiaro: «Un ALTO REDDITO universale (maiuscole nel testo, ndr) tramite assegni erogati dal governo federale è il modo migliore per gestire la disoccupazione causa dall’Intelligenza artificiale.
La combinazione di IA e robotica produrrà beni e servizi di gran lunga superiori all’aumento di offerta di moneta, quindi non ci sarà inflazione».
Poche righe delineano uno scenario possibile che sembra quasi rimandare al reddito di cittadinanza grillino, condito del vaticinio del fondatore di Tesla (e molto altro), nonché uomo più ricco del mondo. Come detto, lo spunto non è nuovo. Musk non è completamente assimilabile nel filone iper ottimista e sa che l’impatto tecnologico (di cui è come ovvio attore primario) sta già avendo effetti in termini di riduzione degli occupati. Quando parla di combinazione di IA e robotica, cita due filoni in cui è protagonista assoluto: già l’anno scorso aveva previsto un impiego in tempi relativamente rapidi dei suoi robot Optimus nelle fabbriche delle sue automobili elettriche. Difficile immaginare che in un’azienda sempre più robotizzata gli impiegati aumentino: da qui il problema, in capo a 5-10 anni, di come gestire probabili masse di esuberi nei Paesi sviluppati. E non solo operai, ma anche - e soprattutto - colletti bianchi, investiti da software in grado di fare il loro lavoro più rapidamente e senza ferie, maternità, problemi di salute, permessi, aspettative. Soprattutto: senza salario. In questo momento molti di loro sono pagati - benino - per addestrare un’IA che potrebbe sostituirli a breve.
In Italia, il Crisp della Bicocca ha provato a fare una stima dell’impatto dell’IA sui settori professionali calcolando la cosiddetta «esposizione» di compiti specifici del lavoro (detti «task») ad applicativi realizzati con Intelligenza artificiale. Il sito è Terminator economy, e i risultati non sono tranquillizzanti. Come i ricercatori del Crisp, Musk non si rifugia nel ritornello della ricollocazione/formazione del personale «sostituito». Il patron di Starlink ha in mente da anni, uno scenario ardito, tra il distopico e l’idilliaco. Nella biografia scritta da Walter Isaacson e tradotta in Italia da Mondadori (Elon Musk, 2024), è riportata la seguente frase: «Bisognerà forse istituire un reddito universale. E lavorare potrebbe diventare una libera scelta». Su questo, gli va riconosciuta coerenza. Nel futuro di Musk i Paesi sviluppati conosceranno forti aumenti dell’indicatore che da lustri catalizza l’attenzione degli economisti di tutto il mondo: la produttività. Tecnicamente, il valore della produttività si calcola con il rapporto tra il valore aggiunto di una produzione e le ore lavorate per realizzarla. Se prendiamo per buono l’assunto sull’impatto combinato di IA e robotica, non è sbagliato immaginare che, aumentando il numeratore (ad esempio con procedure industriali meccanizzate in modo impeccabile) mentre cala il denominatore (ad esempio con un progetto, uno spot, un testo realizzati in pochi secondi anziché in settimane), la produttività schizzi verso l’alto. Seguiamo la profezia dell’inventore di Grok: un’industria che evolva verso uno scenario robotizzato, lecite inquietudini fantascientifiche a parte, produrrebbe beni e servizi tali da eccedere strutturalmente la domanda perché si produrrebbe di più, meglio e più in fretta. Problema: se nessuno lavora, chi compra?
Qui si fa strada la soluzione di Musk, che in realtà è concettualmente piuttosto diversa dal reddito di cittadinanza. L’idea non è quella di un sussidio di sussistenza ma di un reddito «alto» (una «giusta mercede»? Ma di cosa?), erogato direttamente dai governi in un ambiente economico caratterizzato da eccesso costante di produzione (che metterebbe al riparo dall’inflazione figlia di restrizioni nell’offerta). Più ricchezza prodotta significa anche più raccolta fiscale, ma non per forza più vendite, come detto. Verrebbe da dire che tale reddito servirebbe anche a guidare una domanda non certo trainata dai salari. È difficile non registrare un paradosso tra la logica ultra liberista dell’imprenditore globale (ma che deve comunque parte dei ricavi smodati ai contratti col pubblico, Pentagono in testa) e l’invocazione di una misura a carico della collettività. Tuttavia, la distanza dalla logica del reddito «grillino» c’è: non si tratta di garantire la pace sociale evitando gli assalti ai forni, ma di fronteggiare il rischio di un mondo senza lavoro spaccato tra un manipolo di padroni che governino le macchine, un piccolo esercito di ingegneri che le programmino, un vasto secondo mondo di residui lavoratori manuali e uno sterminato esercito di inoccupati.
Se il futuro renderà davvero il lavoro un’opzione, sarà insieme un ritorno a ciò che ha preceduto quello che Hilaire Belloc chiamava lo «Stato servile» e un tuffo in un futuro incognito in cui trovare un senso al nostro posto nel mondo potrebbe diventare di colpo drammaticamente problematico. Basta chiedere a un quarantenne disoccupato: bastano i soldi a placare il desiderio di significato? La Rerum novarum di Musk, col suo stile allucinato e rapsodico, è abbozzata. In attesa di quella cui starebbe lavorando Leone XIV, in mezzo a catastrofismi e disinteresse, non si vede granché d’altro.





