Si chiama «Indicazioni procedurali del sistema sanitario regionale in materia di morte medicalmente assistita» ed è il protocollo approntato dal gruppo di lavoro scelto dall’assessore al Welfare della regione Lombardia, Guido Bertolaso. Come da lui stesso anticipato al Corriere della Sera, è di prossima entrata in vigore. E ieri ha riaperto un tema piuttosto rilevante in maggioranza al Pirellone, proprio nel giorno in cui si riaccende la discussione parlamentare sul fine vita, che arriverà in Senato il prossimo 3 giugno.
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
Nella settimana tra il 20 e il 25 aprile scorso una delegazione di Bank of America-Merrill Lynch, una delle maggiori istituzioni finanziarie mondiali, ha avuto alcuni incontri con personalità politiche italiane tra cui il segretario del Partito democratico, Elly Schlein, e l’ex premier ed ex Commissario Ue, Paolo Gentiloni. Non risultano alla Verità incontri con protagonisti dello stesso livello appartenenti alla maggioranza o al governo italiano, salvo contatti con un parlamentare di Fratelli d’Italia con cui non è stato possibile organizzare un faccia a faccia per via di una contemporanea missione all’estero di quest’ultimo.
Si tratta di «consultazioni» effettuate con periodicità da Bofa (così come da molte altre simili istituzioni), compiute - spiega chi è stato contattato - per avere informazioni sulla situazione politica, sulle direttrici macroeconomiche del Paese, eccetera. Ad esempio, secondo informazioni raccolte dai diretti interessati di allora, a settembre 2025 un round di questi colloqui ha riguardato, nelle settimane di ingresso nel vivo delle discussioni sulla manovra economica del 2026, esponenti di spicco della maggioranza parlamentare.
Ad aprile di quest’anno, come detto, il colosso americano, rappresentato dalla dottoressa Chiara Angeloni, Senior Europe economist and director di Bofa-ML, ha fatto scelte diverse. Il 20 aprile ha infatti incontrato a Roma Elly Schlein, che ha aderito alla richiesta di colloquio. Nessuna delle parti ha voluto commentare con La Verità il contenuto di tale dialogo, confermato dall’entourage dell’italo-svizzera. Secondo informazioni in nostro possesso non smentite dal diretto interessato, si è tenuto un contatto analogo con Paolo Gentiloni, ex premier italiano dal 2016 al 2018 e Commissario europeo agli Affari economici della prima Commissione Von der Leyen (2019-2024). Non è un grande mistero che il suo nome circoli come possibile candidato al Quirinale per la successione a Sergio Mattarella, ovviamente in attesa di sapere come finiranno le elezioni politiche.
Le scelte di Bank of America - che, secondo la nostra ricostruzione, nello stesso periodo non ha visto membri del governo italiano - vanno lette in chiave di preparazione a possibili cambi di equilibrio in Italia in un futuro prossimo? Ovviamente nella fase attuale ci si può solo limitare a speculazioni: appare in ogni caso più che ragionevole che attori internazionali di questo calibro abbiano interesse a mantenere canali di dialogo aperti con chiunque venga ritenuto un interlocutore importante nel presente o nel futuro. Da questo punto di vista la notizia per la Schlein è dunque già buona, considerando che la fase apertasi dopo la bocciatura della riforma della Giustizia al referendum del 22-23 marzo ha sicuramente indebolito le istanze di chi, dentro e fuori dal Partito democratica, meditava la sua sostituzione prima delle prossime elezioni in modo da affidare ad altri la composizione delle liste.
A conferma del ruolo non trascurabile sul piano internazionale dell’onorevole nata a Lugano 41 anni fa, è arrivata proprio ieri la notizia della sua partecipazione, prevista per oggi e domani, al Global progress action summit di Toronto, raduno internazionale in Canada di leader di sinistra di mezzo mondo. Qui, per la possibile gelosia di «Giuseppi» Conte (prossimo al rientro in pista dopo un pit stop chirurgico), è previsto un incontro personale della Schlein con l’ex presidente americano Barack Obama nella prima giornata. Sabato invece la segretaria interverrà all’assise poco prima della chiusura del premier Mark Carney, che fa gli onori di casa come Pedro Sanchez li aveva fatti al Global progressive summit di Barcellona, patrocinato dal figlio di George Soros (anche qui, Schlein presente). «La tappa in Canada», ha detto ieri la guida del Pd, «è un altro tassello di costruzione di questa rete globale di forze progressiste e democratiche che si oppongono a chi sta cercando di smantellare l’ordine mondiale».
Puntuale come a ogni crisi, scocca l’«ora dell’Europa». Nello stesso giorno Corriere della Sera e Repubblica impegnano i rispettivi editoriali per una chiamata alle armi - non del tutto figurata - all’insegna della riscossa del Vecchio continente. Secondo Ernesto Galli della Loggia, infatti, il pacifismo che impedisce alla nostra opinione pubblica di essere convintamente a favore del sostegno militare all’Ucraina deriva da «un sentimento di disprezzo di sé», una «perdita di fiducia in noi stessi»: «non ci sentiamo pronti alla minima audacia, più disposti a osare», preda di una «sindrome dell’inerte» che ci condanna alla sopravvivenza.
L’ex premier ed ex commissario Ue declina il tema in modo meno sociologico: l’Europa deve «prendere in mano la Nato», alla luce di un’America che - scrive - «abbassa la guardia di fronte alle autocrazie», disimpegnandosi dal fronte ucraino. Dunque, è il ragionamento dell’uomo forte del Pd che studia per il Quirinale, «tocca agli europei. Se l’Europa vuole difendersi e difendere il proprio modello di democrazia, di welfare, di diritti civili. Se vuole prendere in mano la causa dell’Occidente, resistendo all’invasione dell’Ucraina e svolgendo un ruolo di pace nel mondo, allora l’Europa deve diventare adulta». Cioè spendere di più in difesa.
Una volta si chiamava «burden sharing», termine elegante per indurre con grazia i Paesi europei a investire di più in sicurezza militare. A dire più o meno la stessa cosa era Joe Biden, che il 9 luglio 2024, in occasione del 75° anniversario della Nato, scandì queste parole: «Oggi la Nato dispone di maggiori risorse che mai. Nel 2020, l’anno in cui sono stato eletto presidente, solo nove alleati spendevano il 2% del loro Pil per la difesa. Quest’anno, 23 di essi spenderanno almeno il 2%, e alcuni spenderanno anche di più. E i Paesi che non hanno ancora raggiunto questo traguardo lo raggiungeranno presto». Ovviamente l’amministrazione democratica e quella Trump (come si evince anche solo dal documento di strategia nazionale diffuso a fine 2025) non sono la stessa cosa: Biden non ha mai parlato di disimpegno radicale, né di riduzione delle truppe di stanza in Europa. Ma andando al fondo della questione la richiesta di aumento di spesa per la difesa e di riequilibrio dell’impegno finanziario di qua e di là dall’Atlantico è di fatto la stessa che oggi fanno Gentiloni & C. Curiosamente, tale richiesta viene oggi presentata come in contrapposizione alla postura dell’attuale inquilino della Casa Bianca: a ben vedere, però, rappresenta un allineamento piuttosto marcato (e, del resto, inevitabile, checché se ne possa pensare).
Sempre ieri, infatti, e proprio su Repubblica, il nostro capo di Stato maggiore, generale di corpo d’armata Carmine Masiello, spiegava: «Quanto all’ipotesi, recentemente prospettata, che un eventuale ridimensionamento delle forze in Germania possa riguardare anche l’Italia, i fatti sono che un mese fa, insieme al comandante delle forze Usa in Europa, ho presieduto un importante convegno sulla sicurezza del fianco Sud che ha coinvolto anche i capi di Stato maggiore degli eserciti africani. Per quanto riguarda gli scambi addestrativi con le unità statunitensi dislocate in Italia, per l’esercito non si registrano modifiche».
Per quanto il riarmo tedesco possa cambiare anche industrialmente lo scenario produttivo, allo stato attuale il massiccio aumento di spese e di quote di Pil deciso dai membri Nato è netto appannaggio dell’America. Secondo lo Stockholm international peace research institute, l’import di armi dei Paesi dell’Alleanza atlantica nel periodo 2021-25 è coperto per il 58% dall’industria a stelle e strisce.
Un altro discorso è la raccolta e l’indirizzo di tali risorse a livello europeo. Soprattutto per il futuro, un coordinamento a livello Nato tenderà giocoforza a garantire la supremazia americana, mentre la soluzione proposta da Paolo Gentiloni (Eurobond e/o prestiti comuni garantiti dall’Ue) può avere il duplice effetto di togliere leve negoziali ai singoli Paesi e favorire chi, dentro le istituzioni comunitarie, abbia più voce in capitolo (di solito, non noi). È uno dei tanti motivi per cui a Washington preferiscono i rapporti bilaterali.
Resta un fatto: per quanto la strategia del riarmo Ue venga presentata come occasione di emancipazione del Vecchio continente, che coglie l’occasione di diventare alfiere unico del vessillo delle democrazie liberali, per ora la differenza con le richieste americane resta al lato pratico difficile da cogliere.





