Torre di Babele o città di Dio? La prima enciclica del Papa sfida il mondo nell’era dell’IA
O Babele o Neemia. Il Papa matematico cita Gandalf, ma non padre Benanti. È «pontefice», ma indica la necessità di ricostruire prima di tutto le mura della città distrutta «per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto». Robert Prevost firma la sua prima enciclica, l’annunciata Magnifica humanitas, di cui rivendica il peso politico nel 135° anniversario della Rerum novarum: «Quando alcuni obiettavano che la Chiesa non doveva sprecare energie in questioni mondane, egli (Leone XIII, ndr) rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli».
Il testo - 255 paragrafi per circa 250.000 caratteri nella traduzione italiana, dunque medio-lungo - parte con un bivio apocalittico sull’Intelligenza artificiale. Una strada è quella della Torre biblica, il cui tentativo non è né malvagio né impossibile («toccare il cielo», «farsi un nome») ma tragico perché convinto della propria autosufficienza, in forza della quale la dignità delle persone è subordinata all’efficienza unificante della tecnica. È l’Intelligenza artificiale nella sua deriva possibile. A questo scenario Leone contrappone il contributo di Neemia, che contempla la devastazione di Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Egli non si affretta: digiuna, prega, parla col re, e solo dopo «convoca le famiglie e affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire». Nessuna ripulsa dell’innovazione né fughe nel passato, ma senso del limite che funga da antidoto al pericolo ideologico del progresso senza limiti come «autoaffermazione illimitata».
I primi due capitoli sono un’apparente parentesi con una funzione essenziale: nel fornire un compendio del fondamento e della storia della Dottrina sociale, ne ribadiscono i riferimenti, l’attualità e la pertinenza, arrivando a calarle nei problemi dello scenario attuale: bene comune, sussidiarietà, proprietà privata come diritto fondativo ma subordinato alla «destinazione universale dei beni» vanno calati nel contesto del dominio degli algoritmi.
Nel terzo capitolo si entra nel vivo, ripartendo dal bivio Babele/Gerusalemme. Con Romano Guardini, Prevost inquadra il dramma moderno di uomo «non educato al retto uso della potenza»: il progresso - mai neutro - «chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guida e sui fini che persegue». E nell’IA si incontra un primo problema: la «scatola nera» di questa tecnologia è in parte inaccessibile. Le IA - scrive il Papa - «non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non hanno una coscienza morale, non capiscono ciò che producono»: compiono un «adattamento statistico che può essere molto efficace ma non implica una crescita».
Nel testo non c’è mai una cesura netta tra la dimensione teologica e quella politica: anzi, lo sguardo fisso alle cose ultime arriva a una notevole capillarità pratica. Leone XIV indica tre aspetti decisivi da tenere presenti nell’uso personale degli strumenti di IA: «La facilità di ottenere il risultato, l’impressione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana». Così come il testo è esigente in termini legislativi e politici: i paragrafi dal 102 al 111 illuminano il rischio che «lavoro, credito, accesso ai servizi, reputazione» vengano affidati a sistemi automatizzati occultando la responsabilità delle scelte. In Prevost lumeggia una lettura heideggeriana dei «dispositivi», capaci di far scomparire dall’orizzonte i «gesti politici». L’IA non è «moralmente neutra»: tema che non si risolve solo con la regolamentazione ma anzitutto con un’operazione da katechon: «rallentare». «Serve una politica più presente», spiega il Papa, contro la presunta deriva accelerazionista che giustifica e rende apparentemente inevitabile «la nuova asimmetria epistemica, economica e politica, nominando i nuovi monopoli». Da qui il «disarmo» dell’IA che si prenderà i titoli: non solo de-bellicizzare gli applicativi quanto «rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare». Fa impressione che la principale voce laica sull’Intelligenza artificiale arrivi da un’autorità religiosa, ma è così: Leone «smonta» il racconto di uno sviluppo univocamente positivo e chiede arene pubbliche in cui l’IA sia «sottratta ai monopoli, discutibile, contestabile, abitabile, restituita alla pluralità delle culture umane».
La formulazione più riuscita è forse nell’affronto di transumano e postumano, dove affiora deciso l’agostinismo del Pontefice: «L’umano non fiorisce malgrado il limite ma spesso attraverso il limite». A una tecnologia che ne promette il superamento, Prevost propone l’«autentico “più che umano”: la grazia di Dio ricevuta in Cristo». Prima delle promesse della tecnica, la Chiesa rivendica di essere generata dalla più radicale ipotesi di compimento dell’uomo oltre sé stesso. Qui l’agostiniano cede per un istante al tomista: la trasformazione che nasce dal dono di Dio «supera la capacità della natura» (secondo le parole dell’Aquinate). «Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo» e «chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona». Poi torna il Santo d’Ippona, a scandire l’eterno gioco tra le due Città, quella di Dio e quella dell’uomo: «Il tempo dell’IA non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi».
Il quarto capitolo è una critica implicita all’orizzonte liberale della modernità, in cui il pragmatismo dell’efficacia spegne la tensione verso la verità, e l’uomo si concepisce «solo autore di sé stesso» (Ratzinger). L’IA accade in questo orizzonte, cui occorre reagire sul fronte comportamentale, educativo, sociale, scolastico, pedagogico ma soprattutto lavorativo. L’eco con la Rerum novarum è esplicita, fino al rigetto della «mano invisibile» e alla richiesta, molto politica, di «trasparenza e responsabilità», perché «la persona non sia ridotta a profilo», la famiglia e l’impresa siano tutelate nell’opporsi al «controllo sociale» della profilazione predittiva. Ed ecco l’altro affondo heideggeriano: l’uomo come «oggetto manipolabile, risorsa da ottimizzare», poiché «ciò che conta è l’efficienza e non il rispetto della libertà e della dignità umana». C’è spazio per la richiesta di perdono a nome della Chiesa per non aver denunciato prima la piaga della schiavitù, poi Prevost attacca chi «possiede i dati sanitari di intere popolazioni e può modellare bisogni e mercati, decidendo a chi destinare farmaci, investimenti, protezioni».
Più alto e spirituale l’ultimo capitolo: Babele e Neemia si spostano sul piano teologico, lasciando il posto alla «cultura della potenza» e a quella dell’amore. Il Papa ribadisce - a JD Vance saranno fischiate le orecchie - il «superamento della dottrina della guerra giusta, ferma restando la legittima difesa». A maggior ragione con le armi legate all’IA, e in una scena «resa ancora più instabile da gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali», ribadisce che «il giudizio morale non è riducibile a un calcolo», e che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile», dissolvendo «nella macchina» responsabilità e colpe. Leone sfiora la categoria del «falso realismo politico», sintesi tra «nichilismo e pragmatismo», contrappondendogli un «sano realismo» che contrasti quell’«idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, finisce per abitare una realtà costruita a misura della proprie convinzioni». Per spiegare come il destino dell’uomo e del mondo sia aperto alla conversione, il Papa sceglie Gandalf, di cui riporta questa citazione tratta dal terzo volume del capolavoro di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».
La conclusione è l’inno del Magnificat che rimette al centro del villaggio l’Incarnazione, via autentica alle pulsioni distorte del trans e postumano. La Madonna, conscia di avere in grembo il Redentore, esulta: «Nulla», nota Prevost, «è cambiato attorno a lei, eppure tutto è cambiato dentro di lei». Questo è lo sguardo che il Papa chiede al mondo nel tempo dell’IA.
Clicca qui sotto per consultare per intero il protocollo «Bertolaso».
«È lecito chiedersi se l’assessore Guido Bertolaso abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione». Antonio Rinaudo, celebre ex pm di Torino, non è certo una figura ideologicamente ostile alla regolamentazione del fine vita: uomo di legge, è anzi presidente del comitato etico che in Piemonte si occupa, in ottemperanza alle sentenze della Corte costituzionale, di valutare i casi di chi faccia domanda per accedere al suicidio assistito. La Verità lo intervista a proposito del protocollo applicativo diramato, con tanto di forti malumori in Consiglio regionale, dall’assessore al Welfare lombardo e anticipato su queste colonne l’altro ieri. Tale protocollo prevede l’impegno - su base volontaria - dei dipendenti del sistema sanitario regionale nella fornitura di stanza, farmaco, strumenti e assistenza per chi intenda porre fine alle proprie sofferenze, secondo i criteri stabiliti dalla Consulta stessa. Ieri il governatore Attilio Fontana ha difeso il documento parlando della necessità di «tutelare i dirigenti».
Rinaudo, anzitutto da ex pubblico ministero che valutazione di merito dà del protocollo di cui si è parlato?
«Senza dubbio esso prende spunto esplicito dai contenuti delle quattro sentenze che la Consulta ha scritto dal cosiddetto caso Cappato in poi. Quello che a mio avviso può creare perplessità è il fatto che vada a toccare temi che sono esclusivamente di competenza di una legislazione statale, invadendo cioè i campi riservati allo Stato».
In che modo?
«Ritengo non sia possibile dare, ad esempio, termini procedurali espliciti come i 145 giorni previsti per gestire le pratiche di richieste di suicidio assistito: a me pare contro quello che dice la Corte. Senza contare che l’esplicito riferimento ai requisiti fissati dalla Consulta rischia di essere superato sia da eventuali altre sentenze, sia da una legge scritta dal Parlamento».
Ma questo chi potrebbe stabilirlo? Un protocollo proveniente dalla Direzione generale Welfare di una Regione potrebbe finire davanti alla Corte costituzionale per un eventuale vaglio?
«No. Non si può impugnare in quella sede un atto amministrativo. Casomai potrebbe essere impugnato avanti, appunto, a un Tar, dove - a differenza di quanto avverrebbe alla Consulta - non c’è un paradigma interpretativo precedente, e quindi si aprirebbero territori inesplorati».
La Regione Lombardia a fine 2024 aveva approvato in Consiglio una pregiudiziale di costituzionalità che sanciva che un ente regionale non potesse occuparsi della materia del fine vita. Come valuta il protocollo alla luce di questo?
«Direi che surrettiziamente i fautori della legge regionale hanno aggirato il “divieto”, chiamiamolo così, posto dal Consiglio. Di fatto si tratta di un atto amministrativo emanato dall’assessorato che apre una sorta di conflitto istituzionale tra Giunta e Consiglio. Il senso di tale protocollo è incoerente rispetto al mandato politico. Può essere che Bertolaso sia stato mal consigliato dagli organismi tecnici che ha scelto per questo percorso: di certo è lecito chiedersi se l’assessore abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione».
Facciamo un esercizio teorico: qualora lo stesso identico protocollo fosse stato approvato non come atto amministrativo ma sotto forma di provvedimento legislativo regionale votato dal Consiglio, sarebbe incostituzionale?
«Sarebbe a grosso rischio, per i motivi detti all’inizio del colloquio. Vedo punti di dolenza costituzionale».
Alla luce del fatto che è - appunto - un protocollo e non una legge, cosa rischia un dirigente, un medico, un infermiere che non ottemperi alle prescrizioni?
«A livello di responsabilità, nulla, per i motivi contenuti nella domanda. Del resto, c’è sempre l’obiezione di coscienza: si potrebbero non trovare persone che si prestino. Poi certo qualcuno, per esempio il richiedente, potrebbe fare causa civile o muovere denuncia penale per omissione d’atti d’ufficio. Questo aprirebbe in sede processuale una potenziale discussione sulla validità dell’atto stesso».
Il parlamento si appresta a porre ai voti una legge proprio su questi temi. Il dibattito è molto complesso, ma qualora si trovasse una maggioranza sul testo attualmente depositato, che esclude qualsiasi ruolo del servizio sanitario nell’erogazione della morte medicalmente assistita, cosa accadrebbe al protocollo di Bertolaso, che invece la prevede - fatta salva come noto la somministrazione del farmaco?
«Quantomeno, visto che nella premessa richiama l’assenza di una legge nazionale, il protocollo andrebbe profondamente aggiornato. Poi ovviamente bisognerebbe vedere se la legge da lei descritta superasse un eventuale verdetto di costituzionalità, ma questo è un altro discorso»
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«È lecito chiedersi se l’assessore Guido Bertolaso abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione». Antonio Rinaudo, celebre ex pm di Torino, non è certo una figura ideologicamente ostile alla regolamentazione del fine vita: uomo di legge, è anzi presidente del comitato etico che in Piemonte si occupa, in ottemperanza alle sentenze della Corte costituzionale, di valutare i casi di chi faccia domanda per accedere al suicidio assistito. La Verità lo intervista a proposito del protocollo applicativo diramato, con tanto di forti malumori in Consiglio regionale, dall’assessore al Welfare lombardo e anticipato su queste colonne l’altro ieri. Tale protocollo prevede l’impegno - su base volontaria - dei dipendenti del sistema sanitario regionale nella fornitura di stanza, farmaco, strumenti e assistenza per chi intenda porre fine alle proprie sofferenze, secondo i criteri stabiliti dalla Consulta stessa. Ieri il governatore Attilio Fontana ha difeso il documento parlando della necessità di «tutelare i dirigenti».
Rinaudo, anzitutto da ex pubblico ministero che valutazione di merito dà del protocollo di cui si è parlato?
«Senza dubbio esso prende spunto esplicito dai contenuti delle quattro sentenze che la Consulta ha scritto dal cosiddetto caso Cappato in poi. Quello che a mio avviso può creare perplessità è il fatto che vada a toccare temi che sono esclusivamente di competenza di una legislazione statale, invadendo cioè i campi riservati allo Stato».
In che modo?
«Ritengo non sia possibile dare, ad esempio, termini procedurali espliciti come i 145 giorni previsti per gestire le pratiche di richieste di suicidio assistito: a me pare contro quello che dice la Corte. Senza contare che l’esplicito riferimento ai requisiti fissati dalla Consulta rischia di essere superato sia da eventuali altre sentenze, sia da una legge scritta dal Parlamento».
Ma questo chi potrebbe stabilirlo? Un protocollo proveniente dalla Direzione generale Welfare di una Regione potrebbe finire davanti alla Corte costituzionale per un eventuale vaglio?
«No. Non si può impugnare in quella sede un atto amministrativo. Casomai potrebbe essere impugnato avanti, appunto, a un Tar, dove - a differenza di quanto avverrebbe alla Consulta - non c’è un paradigma interpretativo precedente, e quindi si aprirebbero territori inesplorati».
La Regione Lombardia a fine 2024 aveva approvato in Consiglio una pregiudiziale di costituzionalità che sanciva che un ente regionale non potesse occuparsi della materia del fine vita. Come valuta il protocollo alla luce di questo?
«Direi che surrettiziamente i fautori della legge regionale hanno aggirato il “divieto”, chiamiamolo così, posto dal Consiglio. Di fatto si tratta di un atto amministrativo emanato dall’assessorato che apre una sorta di conflitto istituzionale tra Giunta e Consiglio. Il senso di tale protocollo è incoerente rispetto al mandato politico. Può essere che Bertolaso sia stato mal consigliato dagli organismi tecnici che ha scelto per questo percorso: di certo è lecito chiedersi se l’assessore abbia allargato un po’ troppo il suo campo d’azione».
Facciamo un esercizio teorico: qualora lo stesso identico protocollo fosse stato approvato non come atto amministrativo ma sotto forma di provvedimento legislativo regionale votato dal Consiglio, sarebbe incostituzionale?
«Sarebbe a grosso rischio, per i motivi detti all’inizio del colloquio. Vedo punti di dolenza costituzionale».
Alla luce del fatto che è - appunto - un protocollo e non una legge, cosa rischia un dirigente, un medico, un infermiere che non ottemperi alle prescrizioni?
«A livello di responsabilità, nulla, per i motivi contenuti nella domanda. Del resto, c’è sempre l’obiezione di coscienza: si potrebbero non trovare persone che si prestino. Poi certo qualcuno, per esempio il richiedente, potrebbe fare causa civile o muovere denuncia penale per omissione d’atti d’ufficio. Questo aprirebbe in sede processuale una potenziale discussione sulla validità dell’atto stesso».
Il parlamento si appresta a porre ai voti una legge proprio su questi temi. Il dibattito è molto complesso, ma qualora si trovasse una maggioranza sul testo attualmente depositato, che esclude qualsiasi ruolo del servizio sanitario nell’erogazione della morte medicalmente assistita, cosa accadrebbe al protocollo di Bertolaso, che invece la prevede - fatta salva come noto la somministrazione del farmaco?
«Quantomeno, visto che nella premessa richiama l’assenza di una legge nazionale, il protocollo andrebbe profondamente aggiornato. Poi ovviamente bisognerebbe vedere se la legge da lei descritta superasse un eventuale verdetto di costituzionalità, ma questo è un altro discorso».





