- Gli attestati mendaci per evitare agli irregolari i rimpatri non sono una novità. Da anni la Simm incita i medici a dare parere negativo alle espulsioni. Ma gli appelli arrivano pure da enti quali l’Asgi, foraggiata da Soros.
- Paragoni col Covid? Ora tutti muti. Chi protestava contro il green pass comparandolo ad alcune misure discriminatorie del Terzo Reich fu messo alla gogna. Invece adesso si parla liberamente di «lager».
Lo speciale contiene due articoli.
Medici che avrebbero emesso falsi certificati contro il rimpatrio degli stranieri irregolari. Le indagini in corso a Ravenna vogliono accertare una prassi nota, sebbene sottovalutata dalle autorità giudiziarie e dagli Ordini professionali. La Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), da anni esorta i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. Il primo marzo del 2024, assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr (che ha il sostegno dell’Anci) e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (con progetti finanziati da Soros), lanciarono un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr».
Non si limitavano a parlare di «pessime condizioni igienico-sanitarie di questi centri», di non attenzione ai problemi di salute mentale dei migranti e di abuso di psicofarmaci, ma invitavano proprio a commettere falso ideologico, l’ipotesi di reato (con l’aggravante del continuato in concorso in atti pubblici) formulata per l’indagine sui medici dell’Ospedale di Ravenna. Proponevano, infatti, «diversi elementi di riflessione e azione di sanità pubblica, medico-legali e di deontologia medica per poter aiutare i medici coinvolti a dichiarare l’inidoneità alla vita in luoghi pericolosi per la salute e patogeni quali i Cpr, di fatto, sono». Allegata all’appello c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità. Tra i vari punti, il camice bianco doveva dichiarare che rifiutava il trattenimento di uno straniero nei centri per «indisponibilità di una documentata anamnesi e del ridottissimo tempo concesso per l’effettuazione di un approfondimento clinico meritevole invece di ben altri tempi, competenze e mezzi diagnostici anche multidisciplinari». Ricordate il tempo «zero» utilizzato negli hub vaccinali per far firmare il consenso informato e inocularti la dose imposta? Guai a chi sollevava dubbi sulla pericolosità di una procedura, che ignorava le effettive condizioni di salute di chi era costretto a porgere il braccio.
Nel giugno del 2024, La Nuova Ferrara dedicava un articolo ai primi casi di non idoneità a entrare nei Centri di permanenza per i rimpatri, dichiarati da medici dell’ospedale Sant’Anna di Cona che accertavano le condizioni sanitarie di stranieri. Nicola Cocco, medico della Rete «Mai più lager - No ai Cpr», affermava: «Ma cosa accade se rilascio l’idoneità e dopo pochi giorni la persona, per esempio, ha crisi epilettiche o va in ipoglicemia o accusa una depressione forte che lo porta a tentativi di suicidio […] Quel medico che ha rilasciato l’idoneità, siamo sicuri che non sia responsabile dal punto di vista penale?».
Cocco parlava di «forti criticità deontologiche», nell’avere solo dieci minuti di tempo per rilasciare il nullaosta a entrare in un Cpr. In epoca Covid, c’era forse più tempo e attenzione prima di vaccinare la popolazione? Qualcuno negli hub si ribellava alla pratica o aveva scrupoli di coscienza? Lo stesso Cocco, dopo le perquisizioni all’ospedale e nelle abitazioni di sei medici, venerdì ha lanciato su Change.org un appello dal titolo «La cura non è un reato. In difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute».
Dichiara che «il medico ha il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute». Bella ipocrisia, chiedere la mobilitazione a sostegno di chi avrebbe dichiarato il falso sulle condizioni fisiche o mentali dei migranti, mentre si è invocata a gran voce la radiazione dei medici che rilasciavano certificati di non idoneità al vaccino Covid, o che curavano non con «Tachipirina e vigile attesa».
Nel giugno 2025, il Comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) accoglieva l’appello della Simm «a una presa di posizione affinché si proceda nell’immediato alla chiusura dei Cpr» e perché nessun professionista della salute «possa fornire prestazioni» in quei centri «tramite la sottoscrizione di valutazioni di idoneità alla reclusione nei Cpr», richieste dalle autorità di polizia.
Lo scorso mese, la Simm è tornata alla carica chiedendo una mobilitazione «contro violazioni sistematiche dei diritti e logiche da “istituzioni totali”», quali sarebbero i centri. Il suo presidente, Marco Mazzetti, pediatra e psichiatra, sostiene che i migranti «partono sani e sani arrivano da noi; questo è vero sia per quanto riguarda la salute fisica sia per quella mentale. Si ammalano poi nel nostro Paese a causa delle condizioni di vita che trovano». A tenere alta l’attenzione è anche l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che ha progetti finanziati dalla Open Society Foundation del magnate americano di origine ungherese George Soros, la cui lobby ha l’obiettivo dichiarato di influenzare le politiche dei governi verso una «società aperta». Per il prossimo 23 febbraio l’Asgi organizza «un’arena pubblica» di confronto sul tema «Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo».
Avvocati e studiosi di migrazioni anticipano alcuni dei temi: «I cittadini stranieri sono tra i gruppi sociali maggiormente colpiti da una proliferazione normativa finalizzata a creare uno status giuridico differenziato, che conduce milioni di persone in una condizione di vulnerabilità». Non ce ne eravamo accorti, soprattutto considerando l’occhio di riguardo che i giudici hanno verso i migranti che delinquono.
Paragoni col Covid? Ora tutti muti
«Si tratta di un reato, che va denunciato all’autorità giudiziaria. In parallelo, l’Ordine valuterà i connessi aspetti disciplinari» ha dichiarato Filippo Anelli Presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri). Ma attenzione: non lo ha detto a commento dei sei medici dell’ospedale di Ravenna indagati con l’accusa di aver fornito certificati falsi a migranti illegali per salvarli dal trasferimento nei Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri); quella frase Anelli l’aveva pronunciata nel 2021, riguardo a quei medici che avevano attestato finte vaccinazioni contro il Covid-19. «L’invito è di concludere al più presto l’iter per la sospensione e la comunicazione dei nominativi agli Ordini per gli opportuni adempimenti»: aveva ordinato anche le liste di proscrizione, il presidente della Fnomceo, mentre scoppiava il putiferio sul paragone fatto dai No green pass con gli ebrei ghettizzati durante il nazismo. Allora i lager e le discriminazioni non si potevano nominare, oggi chi strepita contro le «misure intimidatorie» usate con i medici indagati è un movimento che si chiama «Mai più lager - No ai Cpr», ma tant’è.
E per chi ha graziato i delinquenti, nessuna condanna, anzi: due pesi e due misure, neanche di fronte ai numerosi esempi di migranti illegali «salvati» dai camici bianchi per poi tornare in strada a delinquere, come quel senegalese irregolare di 25 anni, fermato dopo aver molestato sette donne e poi sottratto al rimpatrio grazie a un certificato medico falso che lo ha attestato «inidoneo» al Cpr. Come lui, tanti altri irregolari, su cui sta indagando la Procura di Ravenna.
E se il leader della Lega Matteo Salvini invoca per questi medici «licenziamento, radiazione e arresto», Anelli replica ribaltando i principi del codice deontologico: «Doveri del medico sono (…) il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza (…) senza discriminazione alcuna», trascurando il dettaglio che i clandestini graziati erano in buona salute psico-fisica e non abbattuti da «dolore e sofferenza» fisica. Si attacca poi, Anelli, all’«indipendenza, autonomia e responsabilità» dei medici, invocando la «libertà di mettere in pratica il proprio dovere»: quello di rimettere in circolazione, di fatto, persone che commettono reati. Non contento, il presidente Fnomceo esprime solidarietà per il «trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba»: «Hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare (…) ad essere messa in discussione è la loro professionalità». Quella negata, negli anni della pandemia, ai medici che avevano certificato vaccinazioni non avvenute: migliaia di camici bianchi sospesi dall’ordine (e poi dallo stipendio) su decisione del presidente della FnomCeo, che oggi sembra chiudere un occhio, anzi tutti e due, riguardo i colleghi accusati di aver rimesso delinquenti in libertà.
Anche l’ex sindaco di Ravenna e attuale governatore della regione Emilia Romagna Michele De Pascale soffia sul fuoco: «Il problema è che la normativa scarica sui medici delle Ausl italiane una responsabilità enorme, quella di stabilire o meno l’idoneità all’invio al Cpr per malattie infettive o psichiatriche. La politica non si assume le proprie responsabilità» denuncia De Pascale, insieme con Anelli che lamenta che «utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore». Assolverli quando si arrogano il diritto di esercitarlo, quel controllo, mettendo in pericolo i cittadini, invece sembra non essere «un errore».
A chiudere il cerchio del folle sistema dove chi delinque resta libero e spesso uccide, mentre medici accecati dall’ideologia rimettono in libertà persone che hanno commesso reati, arrivano anche le dichiarazioni della Cgil. Si tratta della stessa Cgil che, durante gli anni del covid, premeva per l’obbligo vaccinale dei medici, chiedendo pesanti sanzioni a chi non rispettava la legge, e oggi è solidale con i medici indagati: per questo motivo il sindacato aderisce al flash mob di solidarietà in programma domani a Ravenna. Si finge stupore.
Ha fatto ricorso alle solite tecniche di manipolazione e ribaltamento della realtà il Partito democratico americano ieri nel corso dell’audizione di Pam Bondi, ministro della Giustizia Usa, sullo scandalo Epstein. Durante la seduta, infatti, i dem - sorvolando sul dettaglio che il loro ex presidente Bill Clinton è implicato nello scandalo e sarà chiamato a testimoniare il prossimo 27 febbraio - hanno mandato avanti la deputata Pramila Jayapal per chiedere a Bondi, con straordinaria impudenza, di «scusarsi con le vittime di Epstein» (alcune delle quali presenti in Aula) per aver «coperto i clienti pedofili, oscurando i loro nomi nei file resi pubblici la settimana scorsa».
Questo è il dilemma che l’amministrazione Trump sta affrontando al momento: da un lato soddisfare il diritto dei cittadini di sapere la verità, dall’altro proteggere le vittime e anche chi, in quei file, è stato soltanto citato o potrebbe sembra essere stato vittima di un errore di persona, come ha dichiarato l’italiano Nicola Caputo, ex europarlamentare del Pd dal 2014 al 2019, che ha incaricato un legale di tutelare la sua reputazione non avendo «mai avuto a che fare con queste persone».
«Ho trascorso tutta la mia carriera a battermi per le vittime e continuerò a farlo, nonostante quello che si dice. Sono profondamente dispiaciuta per quello che le vittime, tutte le vittime, hanno dovuto affrontare a causa del mostro Jeffrey Epstein», ha replicato il ministro della Giustizia rispondendo alle accuse rivoltele dai democratici, aggiungendo, inoltre, che il dipartimento da lei guidato ha tuttora in corso indagini relative al pedofilo. A proposito dei nomi erroneamente oscurati dal Dipartimento di Giustizia e inizialmente individuati dai democratici come «miliardari coperti dall’amministrazione Trump», c’è anche tal Salvatore Nuara, che però miliardario non è. L’uomo, che attualmente non è incriminato per alcun reato, è stato identificato come un ex detective della polizia di New York. Il suo ruolo potrebbe essere stato quello di addetto alla sicurezza o autista (Epstein si affidava spesso agli ex agenti delle forze dell’ordine per gestire la sicurezza nelle sue proprietà). Notizie inesistenti anche su un altro nome desecretato, quello di Zurab Mikeladze, a parte un profilo di un medico georgiano che lavora in un terminal di gas e petrolio sul Mar Nero, non necessariamente associabile a Jeffrey Epstein. Quella della democratica Jayapal, insomma, è apparsa come una «sceneggiata teatrale», così l’ha definita Bondi, durante la quale la deputata dem, con un lapsus freudiano, si è però lasciata sfuggire che la pubblicazione degli Epstein files è «assolutamente inaccettabile». Affermazioni simili a quelle rilasciate dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affermato che gli Epstein files sono diventati «benzina per le teorie complottiste», sic. Dopo lo psicodramma per la rovinosa fine della carriera di Jack Lang, guru della cultura francese con la C maiuscola, pescato con le mani nella marmellata per aver chiesto favori e soldi a Epstein insieme con la figlia Caroline Lang, i cugini d’oltralpe devono affrontare oggi un altro scandalo, quello del diplomatico di alto rango Fabrice Aidan, in servizio al ministero degli esteri francese da 25 anni ed ex consigliere Onu a New York tra il 2006 e il 2013. Aidan avrebbe inviato a Epstein documenti confidenziali delle Nazioni Unite e disponeva inoltre del codice d’accesso della casa di Epstein a Parigi, in Avenue Foch. Intanto, la portavoce del governo francese, Maud Bregeon, ha incoraggiato eventuali vittime silenti della rete del faccendiere a «parlare e a rivolgersi alla giustizia», sottolineando la necessità di «fare piena luce su questo caso spaventoso e tentacolare».
Gli Stati Uniti potrebbero aprire una commissione d’inchiesta sul caso, che è ormai uno scandalo globale. Ieri anche il deputato democratico Jamie Raskin ha criticato Bondi, accusandola nientemeno che di «insabbiare carte su Epstein». Ma il viceministro della Giustizia, Todd Blanche, lo scorso 30 gennaio, aveva avvisato che nel rilasciare gli Epstein files, come voluto dai repubblicani, il Dipartimento si era coordinato con le vittime per garantire che i loro nomi fossero protetti. «Vogliamo correggere immediatamente eventuali errori di oscuramento che il nostro team potrebbe aver commesso; quindi, il Dipartimento ha istituito una casella di posta elettronica per le vittime per contattarci direttamente al fine di apporre le opportune correzioni». Ma è molto probabile che il dibattito su ciò che dovrebbe essere reso pubblico e ciò che dovrebbe rimanere segreto si protragga a tempo indeterminato.
Il Re è nudo: con Epstein cade il mito della superiorità morale della sinistra liberal
Per quanto la stampa internazionale si sia affannata a cercare prove di attività illegali commesse dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump insieme con il faccendiere Jeffrey Epstein, i 3,5 milioni di files, 2.000 video e 180.000 foto pubblicati finora dal Dipartimento di Giustizia americano - con il benestare dell’amministrazione Trump, peraltro - segnano soprattutto la fine del mito della superiorità morale della sinistra globale.
Altro che «figli di un Dio minore»: i numerosi esponenti dell’élite progressista che si è accovacciata alla corte di Epstein rappresentano la cifra di un demi-monde politico che - con la complicità dei media internazionali - ha abbindolato cittadini ed elettori sventolando pubblicamente il vessillo del rigore morale (e guai a chi non vi si adeguava) mentre, in privato, perdeva la verginità in cambio di un tozzo di pane o, nel migliore dei casi, un weekend gratis ai Caraibi.
Michele Masneri sul Foglio ha collocato quel grande diario delle élite del secolo che sono gli Epstein files «fra Truman Capote e Fantozzi», mettendo in evidenza l’analfabetismo dei protagonisti («come spesso accade nelle classi alte», ha appuntato con snobismo): «È Fantozzi meets Succession», nota Masneri. In realtà, l’attitudine di ossequiosa rincorsa da parte di personaggi del calibro del principe Andrew duca di York (fratello del re d’Inghilterra) o di rampolli come Eduardo Teodorani Fabbri che lo chiamava «maestro», nei confronti di chi era già tecnicamente un avanzo di galera, figlio pur talentuoso di una collaboratrice scolastica e di un giardiniere, è funesta conseguenza di quell’esecrabile capolavoro di dissonanza cognitiva che è stata la soi-disant cultura woke.
Nel nuovo mondo che si è imposto prima con il Sessantotto e poi a partire dall’11 settembre, le élite globali sono riuscite a dare dignità, rango e accesso ai salotti buoni della finanza perfino a personaggi venuti dal nulla come Epstein, spacciando la sua diabolica intelligenza di self-made man per abilità e ingegnosità su cui poter e dover indulgere. I messaggi di solidarietà inviati dai pezzi grossi del mondo della cultura e della finanza a Epstein a seguito della sua prima condanna per abusi sessuali nel 2008 sono imbarazzanti: «Devi essere incredibilmente resiliente e lottare affinché ti rilascino presto, io starò sempre al tuo fianco», gli scriveva l’ex ambasciatore del Regno Unito negli Usa, il laburista Peter Mandelson. «Vedo in quale orribile maniera vieni trattato da questa orribile stampa e dall’opinione pubblica. È doloroso dirlo, ma penso che il modo migliore per andare avanti sia ignorare tutto», lo consolava il più importante linguista del XX secolo Noam Chomsky, da sempre feroce fustigatore della «corruzione» del Partito repubblicano.
Nel suo saggio Le origini del totalitarismo, Hannah Arendt aveva identificato la genesi della tragedia nazista nell’ipocrisia e nella corruzione della classe dirigente tedesca, che sosteneva di essere la guardiana delle tradizioni occidentali sfoggiando pubblicamente virtù che non solo non possedeva nella vita privata, ma in realtà disprezzava. «Ammettere la crudeltà, il disprezzo dei valori umani e l’amoralità generale sembrava rivoluzionario perché distruggeva la doppiezza su cui la società esistente sembrava poggiare. Hanno elevato la crudeltà a virtù principale perché contrastava l’ipocrisia umanitaria e liberale della società», scriveva Harendt. La storia sembra essersi ripetuta: accanto a Epstein, accolto e coccolato perché proveniente da quel ceto sociale medio-basso che prometteva di demolire le ipocrisie dei conservatori, si è accostata tutta la sinistra mondiale, con buona pace di chi vorrebbe Donald Trump e Matteo Salvini invischiati nello scandalo del secolo alla pari di Clinton o Bill Gates.
A proposito di Clinton: files e testimonianze documenterebbero un’intensa frequentazione dell’ex presidente degli Stati Uniti e di sua moglie Hillary Clinton con il faccendiere. La coppia presidenziale si è però sottratta finora a qualsiasi testimonianza, trincerandosi dietro la scusa del «processo politico». Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così hanno scritto in una lettera alla commissione di vigilanza Usa presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dovuto minacciare la loro incriminazione per oltraggio al Congresso per riuscire a portarli a testimoniare in aula, dove compariranno il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Dovrà dir qualcosa degli Epstein files anche Al Gore, vicepresidente degli Stati Uniti con Bill Clinton e scatenato sostenitore della causa green: il politico democratico è elencato tra i contatti di Epstein nei documenti legali desecretati. Gore e la moglie Tipper sono stati menzionati da Virginia Giuffrè, prima accusatrice di Epstein morta suicida nel 2025, che li avrebbe visti ospiti sull’isola privata del faccendiere a Little Saint James, ma sia Epstein che Gore hanno smentito.
È inequivocabilmente simpatizzante dei democratici anche il fondatore di Microsoft Bill Gates, riscopertosi filantropo dopo aver compreso che gli investimenti della sua Fondazione in prodotti farmaceutici rendevano più dei microchip. Collocato stabilmente nell’area progressista e liberal Usa, mentre indirizzava pubblicamente le sue attività verso la «salute globale» e nell’esportazione di farmaci immunizzanti verso i Paesi del terzo mondo, nel tempo libero si faceva spiegare da Epstein come «fare i soldi con i vaccini» e trattare le pandemie come un «modello di business», casualmente poco prima che ne scoppiasse una. I due si sono incontrati per la prima volta nel 2011, tre anni dopo la condanna di Epstein per reati sessuali. Gates ha ammesso di aver partecipato a diverse cene presso la casa di Epstein a New York tra il 2011 e il 2014, ha viaggiato più volte con il jet privato del predatore sessuale; nel 2014 ha fatto generose donazioni su suggerimento dello stesso Epstein, finendo sotto ricatto per una presunta relazione con una giocatrice di bridge russa che gli avrebbe passato una malattia sessualmente trasmissibile. L’email di Epstein, nella quale rivolgendosi a Gates scrive «mi implori di cancellare le email […] sulla descrizione del tuo pene», accende i riflettori sulla patetica vulnerabilità del guru della gauche internazionale. Guru e soprattutto finanziatore: oltre ai 50 milioni di dollari regalati a un’organizzazione a sostegno della democratica Kamala Harris durante la campagna presidenziale del 2024, più del 90% dei contributi finanziari di Gates è stato destinato a candidati democratici. «Non sono mai andato all’isola di Epstein, non ho mai incontrato donne», si è giustificato il fondatore di Microsoft, ma le dichiarazioni della sua ex moglie lo inchiodano più di qualsiasi autodifesa: «Bill deve rispondere del suo comportamento», ha sibilato Melinda French Gates precisando pubblicamente che i legami del marito con Epstein costituiscono uno dei fattori determinanti che hanno portato al loro divorzio nel 2021.
Anche Larry Summers è stato fan sfegatato del faccendiere. Ex rettore di Harvard, ministro delle Finanze di Bill Clinton e direttore del Consiglio economico nazionale Usa con Barack Obama, è stato in regolare contatto con Epstein fino al giorno prima dell’arresto del faccendiere nel 2019 per traffico sessuale di minori. «Mi vergogno profondamente delle mie azioni e riconosco il dolore che hanno causato», ha detto Summers, obbligato a dimettersi da tutti i suoi incarichi pubblici.
Figura di spicco del partito laburista britannico è anche Peter Mandelson, uno degli architetti del «New Labour» di Tony Blair negli anni Novanta, soprannominato «Principe delle Tenebre» per le sue abilità manipolatorie dietro le quinte, emerse negli spregiudicati rapporti d’affari che l’ex ambasciatore britannico negli Usa intratteneva con Epstein: nei file desecretati ci sono le prove che Mandelson nel 2009 ha dato suggerimenti al molestatore sessuale su come la banca d’investimento JPMorgan avrebbe potuto fare pressioni sul governo inglese - di cui lo stesso Mandelson faceva parte - affinché modificasse la legge sulla supertassa sui bonus dei banchieri, «minacciando velatamente» l’allora ministro delle finanze Alistair Darling. Mandelson ha dovuto dimettersi da Lord e dal partito laburista, di cui era eminente rappresentante; Scotland Yard ha aperto un fascicolo su di lui. E’ laburista anche l’attuale premier inglese Keir Starmer che, pur avendo ricevuto un dettagliato resoconto del Cabinet Office sulle «strette relazioni» di Mandelson con il criminale Epstein, è andato avanti con la sua nomina; al suo posto però si è sacrificato il suo capo di gabinetto Morgan McSweeney, che ieri ha dato le dimissioni per salvare il premier.
Tutta la rete delle amicizie di Epstein ruota intorno al milieu democratico e progressista mondiale: in Francia il più noto è il socialista francese Jack Lang, storico portavoce e ministro della Cultura del presidente gauchiste François Mitterrand. Epstein ha ricevuto diverse email dalla segretaria personale di Lang perché l’ex ministro gli chiedeva favori come l’uso di auto e aerei. Sua figlia Caroline Lang, produttrice cinematografica, è andata oltre: con Epstein ha aperto una società offshore nelle isole Vergini senza dichiararla («In effetti non ho mai pensato di doverla dichiarare al fisco perché non produceva redditi e non ne avevo tratto alcun guadagno personale», si è giustificata) e ha scoperto recentemente di essere stata inserita nel testamento di Epstein come beneficiaria di 5 milioni di euro. La Procura francese che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione ha aperto un fascicolo su di lei e su Jack Lang per riciclaggio e frode fiscale aggravata. Altri democratici sono stati nominati in diverse deposizioni relative alla cerchia di Epstein: il defunto ex governatore del New Mexico (ed ex ministro dell’Energia di Clinton) Bill Richardson, e anche il suo predecessore, sempre liberal, Bruce King, da cui Epstein ha acquistato la proprietà vicino a Santa Fe per costruire il suo Zorro Ranch, dove avrebbe fatto seppellire due donne morte per strangolamento «dopo sesso violento e fetish», si legge negli Epstein files. Ed è democratico anche l’intellettuale di sinistra Noam Chomsky: i documenti recentemente pubblicati rivelano che il linguista ha mantenuto contatti regolari con Epstein per anni, somministrandogli anche consigli su come gestire accuse di molestie. Chomsky ha descritto gli incontri come «un’esperienza di valore» basata su discussioni intellettuali. Anche l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak dell’Israel Democratic Party è stato fotografato mentre entrava nella residenza di Epstein a Manhattan nel 2016. Barak ha ammesso di aver volato sull’aereo di Epstein, ma ha negato di aver assistito a comportamenti inappropriati. Il suo collega laburista Thorbjorn Jagland, ex primo ministro norvegese, presidente del comitato Nobel e segretario generale del Consiglio d’Europa, aveva, come lui, stretti rapporti con Epstein. Jagland ha chiesto al predatore sessuale un aiuto finanziario per acquistare un appartamento ed è stato suo ospite a Parigi e New York. «Sono stato a Tirana, ragazze straordinarie», scriveva Jagland a Epstein nel maggio 2012. «Non posso andare avanti solo con donne giovani, come sai», gli confidava nel gennaio 2013. La polizia norvegese ha dichiarato giovedì di aver aperto un’indagine per «corruzione aggravata» nei confronti dell’ex primo ministro 75enne; il ministro degli Esteri norvegese Espen Barth Eide ha affermato che chiederà la revoca dell’immunità di cui Jagland gode in quanto ex capo di un’organizzazione internazionale, per facilitare l’indagine.
È imbarazzante anche la posizione di Johanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr) e figura di spicco nel panorama delle organizzazioni internazionali e dello sviluppo sostenibile, tanto cari al mondo progressista. La donna è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia, ed è stata moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete che hanno rivelato che nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», ha scritto Rubinstein a Epstein. Oggi, la sua testa è caduta: Rubinstein si è dimessa dall’Unhcr.
Ciò che balza agli occhi dopo decenni di indagini - la prima incarcerazione di Epstein risale al 2008 - è che nessuno, ex post, sembra mai essersi accorto di nulla. Tutti gli amici di Epstein, una volta colti in flagrante, hanno dichiarato di «non sapere» che il faccendiere fosse coinvolto in traffico di minorenni, abusi sessuali e chissà quant’altro. Eppure, bastava cercare online per saperne di più. Così peraltro lo stesso Epstein suggerì a Caroline Lang, che lo ha raccontato in un’intervista illuminante: «Mi ha detto che se avessi cercato su Google, avrei potuto trovare cose su di lui che non mi sarebbero piaciute», ha raccontato la figlia di Jack Lang, «così ho fatto e mi sono imbattuta in un solo articolo che diceva che era stato 13 mesi in prigione per aver pagato prostitute per massaggi. Ho trovato la cosa orribile e gliene ho parlato. Mi ha confermato tutto e mi ha detto di essersene pentito e di aver pagato, avendo passato 13 mesi in prigione». A quell’epoca però già si parlava di traffico di minorenni, le chiede l’intervistatore, questo non le ha fatto scattare qualcosa, né ha cambiato la natura delle vostre relazioni? «No», ha replicato candidamente Lang, «perché il suo comportamento era del tutto normale. Non ci ha mai provato con me, si è sempre comportato in modo esemplare con le mie figlie».
Risultato: sia la stampa internazionale, orientata politicamente a sinistra pur di essere qualificata come «autorevole», sia le autorità giudiziarie hanno minimizzato per decenni i crimini e le malefatte non soltanto di Epstein ma anche di chi gli ha aperto i salotti della finanza mondiale. Il giornalista Tucker Carlson ha parlato chiaramente di «insabbiamento orchestrato», osservando che quello che è stato presentato dalla stampa come uno «scandalo sessuale» è in realtà molto di più: un sistema di potere che ha cambiato il corso della storia e dell’economia occidentale, in peggio aggiungiamo noi. È per questo motivo che quello stesso sistema non poteva infierire più di tanto sul mostro che aveva generato: è convenuto a tutti passar sopra i tanti misteri tuttora insoluti, così come a qualcuno oggi conviene passar sopra i crimini legati all’immigrazione illegale o alle proteste politiche a colpi di martello contro le forze dell’ordine. Questo è l’insegnamento che ci lasciano decenni di cultura woke, che ha coccolato e poi assolto Epstein e il mondo putrido che ha rappresentato.





