Sfidando ogni logica, secondo cui un percorso di riflessione dovrebbe condurre gradualmente dall’errore alla verità, la segretaria del Pd Elly Schlein, subito dopo la firma a Roma del protocollo Italia-Albania, si era dapprima pronunciata in forma dubitativa («sembra in aperta violazione con il diritto europeo», dichiarava a novembre 2023) per poi non avere più dubbi: «Questa procedura viola le leggi europee», sentenziava un anno dopo, a ottobre 2024.
Avrebbe mai immaginato Schlein che un gruppo influente di nazioni europee (Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Paesi Bassi), sta valutando - la notizia l’ha anticipata la testata Politico - la possibilità concreta di replicare il modello Meloni trasferendo in Paesi terzi (il Ruanda e l’Uzbekistan, forse anche l’Uganda) i richiedenti asilo che hanno ricevuto un provvedimento di respingimento definitivo? Il ministro dell’immigrazione di Cipro, Nicholas Ioannides, aveva già anticipato che l’«idea generale» è quella di impostare i centri «forse in Africa o in Asia», ma «non vicino ai confini europei». E ora c’è anche una lettera in cui più della metà dei 27 Stati membri dell’Unione europea chiede alla Commissione di accelerare i tempi per la creazione di queste strutture di rimpatrio dislocate al di fuori dei confini comunitari, dove rimpatriare quei migranti che hanno già esaurito infruttuosamente tutte le vie legali per ottenere l’asilo politico e che si trovano quindi in una condizione giuridica di irregolarità che ne impone l’espulsione dal territorio europeo. Eppure, a Schlein erano andati dietro tutti: Giuseppe Conte (M5s) in commissione affari costituzionali («L’impianto del modello Albania viola le direttive sulle procedure d’asilo dell’Unione Europea», ottobre 2024), l’altro ex presidente del consiglio Matteo Renzi («L’accordo vìola lo spirito delle regole europee e della decenza», giugno 2024, «è solo un pasticcio giuridico e morale», ottobre 2024), il prezzemolino del piccolo schermo Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra che pochi mesi fa, a marzo, aveva definito la soluzione di Giorgia Meloni «un’operazione che è andata a sbattere contro le leggi europee e la realtà dei fatti». Anche secondo Nicola Fratoianni l’esternalizzazione delle frontiere era «una vergogna etica e una clamorosa violazione del diritto d’asilo europeo» (novembre 2023) e l’impianto normativo era «totalmente illegittimo. Le sentenze europee parlano chiaro: non si possono inventare “Paesi sicuri” per aggirare le tutele del diritto comunitario» (autunno 2024, durante i tavoli dell’opposizione e i ricorsi in tribunale). Per non parlare di Riccardo Magi (ironia della sorte, leader del partito +Europa) che a novembre 2023 si era spinto a parlare di «Guantanamo italiana» bofonchiando di una presunta «violazione del principio di non-refoulement» e insistendo, un anno dopo, sul «tentativo del governo di aggirare le tutele comunitarie giuridicamente incompatibile con il diritto europeo, che è sovra ordinato a quello nazionale». Così tanto «giuridicamente incompatibile» che lo scorso 1 giugno il Consiglio Ue e il Parlamento europeo hanno siglato l’accordo sul nuovo Regolamento rimpatri, approvato in via definitiva il 17 giugno, che ha introdotto la possibilità di allontanare i richiedenti asilo respinti verso hub o nei cosiddetti «Paesi terzi» (territori situati al di fuori dei confini dell’Ue) seguendo un modello simile proprio a quello del governo italiano di Giorgia Meloni. E oggi si apprestano - è il caso di dirlo, vista l’urgenza geopolitica e la pressione migratoria interna - a definire un cronoprogramma stringente per la realizzazione del progetto. «Il nostro obiettivo politico ed esecutivo è concludere i primi accordi bilaterali per la creazione di queste strutture esterne entro il 2026, in modo che l’intero sistema logistico e giuridico sia pienamente operativo a partire dal 2027», ha dichiarato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. Il modello Meloni della gestione extra-Ue dei flussi è, insomma, integrato e apprezzato dai principali governi Ue, guidati da coalizioni trasversali e nessuno lo vede come una provocazione ideologica italiana: è diventato, passo dopo passo, una linea programmatica condivisa a livello europeo, dopo che il cortocircuito burocratico in salsa Ue si è rivelato un sistema perfetto per alimentare l’irregolarità diffusa, la marginalità sociale e, di conseguenza, la profonda sfiducia del corpo elettorale europeo nei confronti delle istituzioni comunitarie.
Schlein però rimane sempre lì, sul «no» preventivo e categorico nonostante l’intera Europa, sinistra progressista inclusa, segua la strada pionieristica indicata dall’Italia. E c’è ancora chi contesta lo schema e si unisce alla coda dei «contrari per principio», ad esempio il presidente della Repubblica francese: «Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero», ha dichiarato Emmanuel Macron, aggiungendo di non essere sicuro che questa soluzione rappresenti «la nostra Europa». La sua, se Dio vuole, finalmente no.
Sulla carta, gli scenari che si aprono nel Regno Unito - indicati da Keir Starmer, che ha rimesso l’incarico di primo ministro nelle mani di Re Carlo III - sono due. Il primo prevede l’incoronazione a premier, in tempi relativamente brevi (tre settimane) del neo parlamentare Andy Burnham, appartenente alla sinistra moderata (soft left) del partito Labour, che ha già incontrato il premier dimissionario per parlare molto probabilmente del passaggio di consegne.
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
In pochi anni hanno trasformato il Paese più liberale d’Europa in una nazione stremata da salari bassi, bollette alle stelle, una pressione fiscale ai massimi dal Dopoguerra, ondate migratorie incontrollate e il dramma delle famigerate grooming gang. Oggi, all’indomani delle attese dimissioni del primo ministro, Keir Starmer, i laburisti britannici intendono completare l’opera portando al governo Andy Burnham.
E in effetti l’ormai ex sindaco della Grande Manchester ed ex deputato (fresco di rientro a Westminster dopo la vittoria alle suppletive di Makerfield) ha tutte le carte in regola per portare a termine il «capolavoro» di Starmer.
Soprannominato il «Re del Nord», Burnham si presenta con un profilo da perfetto camaleonte, al punto che il suo opportunismo ha alimentato barzellette sulle sue facili conversioni: ieri fedelissimo di Tony Blair, poi ministro con Gordon Brown, quindi vicino a Jeremy Corbyn e oggi leader di una mozione di «rinnovamento» interno al partito. Non si sa esattamente cosa può fare di diverso rispetto al premier uscente: c’è il rischio che faccia anche peggio, ma i parlamentari laburisti sembrano aver concluso che, per ora, è la loro migliore carta. Il suo programma, in compenso, resta volutamente vago («Ho cercato d’individuare la sua filosofia economica ma non ci sono riuscito», ha dichiarato John Springford, economista del think tank Center for european reform) e si accompagna a un’attitudine politica che ricorda un Romano Prodi in salsa barbecue. Un accostamento tutt’altro che azzardato, se si considera che è stato lo stesso Burnham a indicare i pilastri identitari della sua formazione: «L’Everton, il Partito laburista e la Chiesa cattolica, rigorosamente in quest’ordine». Cresciuto da una madre irlandese di forte fede cattolica, se la sua scalata a Downing Street andasse in porto, diventerebbe il primo premier cattolico della storia britannica moderna; un cattolicesimo all’acqua di rose, tuttavia, vista la posizione di retroguardia a cui ha formalmente confinato Santa Romana Chiesa, terza e ultima nella sua personalissima scala dei valori. L'accostamento a Prodi si ritrova anche nell’approccio improntato al dialogo e alla coesione sociale. Burnham ha infatti spiegato di voler evitare che la Gran Bretagna imbocchi un percorso di polarizzazione politica (come se già non ci fosse, e non tra laburisti e conservatori), finendo un po’ come gli Stati Uniti, «dove le persone non si rivolgono la parola per strada se votano in modo diverso: non permetteremo che accada qui», ha dichiarato lo stesso Burnham , che ha però appena innescato l’ennesima, durissima rissa politica con Starmer.
Sul piano dell’immagine, il probabile futuro premier sta giocando invece su una cifra stilistica che rievoca la prima parabola comunicativa di Matteo Renzi. A 56 anni compiuti, il politico britannico ha adottato i codici del linguaggio giovanilista e vagamente hipster, proponendosi con blazer strutturati portati su t-shirt basiche: un’operazione di rebranding estetico che ricalca, per attitudine e rottura degli schemi formali, la celebre stagione del «chiodo» in pelle sfoggiato a suo tempo dall’ex premier italiano. Politicamente e ideologicamente, inoltre, il suo alter ego oltreoceano è Zohran Mamdani, sindaco di New York: proprio come lui, Burnham si è accreditato come il volto gioviale e iper-progressista di quella grande area metropolitana di sinistra che è Manchester.
È proprio in questa veste di «paladino progressista», tuttavia, che Burnham ha mostrato il suo fianco scoperto. Appena eletto nel 2017, ha cercato di disinnescare politicamente la bomba delle grooming gang - le reti criminali dedite all’adescamento, all’abuso sessuale sistematico e allo sfruttamento di minori - commissionando una serie di inchieste indipendenti sui fallimenti storici delle istituzioni a Rochdale e Oldham. Quei dossier si sono rivelati un boomerang: hanno confermato che la polizia e i servizi sociali locali avevano letteralmente abbandonato centinaia di ragazze vulnerabili a causa di «cecità istituzionale» e pesanti pregiudizi. Da allora, Burnham è rimasto al centro di una tempesta perfetta: attivisti e figure chiave come l’ex detective-whistleblower Maggie Oliver lo accusano frontalmente di «non essere stato all’altezza» e di aver agito tardi, muovendosi con calcolo politico per minimizzare la reale portata del fenomeno e proteggere la reputazione delle storiche amministrazioni laburiste locali.
Il nodo principale, tuttavia, risiede nell’ambiguità programmatica. Persino l’ex consigliere politico Luke Sullivan ha descritto l’approccio di Burnham come «molto leggero sui dettagli, più sui principi», ammettendo che il suo team sta «costruendo l’aereo mentre è già in volo». Restano profonde incognite, ad esempio, sulla sua linea nei confronti dell’Ue: dopo aver inizialmente accarezzato l’idea di un rientro del Regno Unito, il leader laburista ha recentemente innestato la retromarcia, escludendo un ritorno a breve termine nell’Ue. Anche sul fronte migratorio, la sua posizione dovrà fare i conti con il nomignolo che gli ha affibbiato il partito Reform Uk di Nigel Farage: «Andy porte aperte». Sarà proprio contro la corazzata di Farage - ormai primo partito nei sondaggi, proprio come l’Afd in Germania - che il futuro premier inglese dovrà giocare la sua partita decisiva per la leadership.





