«Stop», «Pause» e «Control». I tre movimenti mondiali in lotta contro l’IA senza freni
- Il primo rifiuta i limiti legali e adotta la disobbedienza civile per imporre un bando totale sull’algoritmo, considerato una minaccia per la civiltà. Il secondo ha posizioni più moderate, i militanti si definiscono «tecno-ottimisti» terrorizzati dall’assenza di controllo pubblico. L’ultimo si muove tra pubbliche relazioni e lobbismo. Politica e università sono i centri di questa mobilitazione laica. Realtà che viaggiano parallele ma non allineate all’allarme lanciato da papa Leone XIV. Intanto l’ultimo studio dice che i codici mettono a rischio 1 posto di lavoro su 4.
- Alberto Giubilini, vicedirettore dei corsi d’insegnamento presso l’Istituto Uehiro di Oxford: «Questa tecnologia non minaccia la capacità di decidere, ci sono altri problemi legati alla perdita di creatività o all’uniformità di pensiero. Di certo non deresponsabilizza»..
Lo speciale contiene due articoli.
Due mesi fa il manifesto anti-IA di Daniel Moreno-Gama, in cui il ventenne dichiarava ai suoi amici di voler uccidere Sam Altman, co-fondatore e amministratore delegato di OpenAI (la società di intelligenza artificiale che ha sviluppato ChatGpt). Poi, l’assalto ravvicinato con una bottiglia molotov contro la villa del manager a San Francisco. Meno di quarantotto ore dopo, colpi di pistola contro la stessa abitazione di Altman, esplosi da due giovani fuggiti poi a bordo di un’auto. Cinque mesi prima, gli ingressi della sede di OpenAI erano stati bloccati ai dipendenti dopo le minacce di morte del ventisettenne Sam Kirchner, militante della linea dura dell’attivismo tecnologico, che ha fondato nel 2024 il gruppo radicale Stop AI insieme al quarantacinquenne Guido Reichstadter, lasciandosi alle spalle la precedente esperienza nella rete internazionale Pause AI.
Si respira, insomma, un clima di forte tensione negli Stati Uniti, che rispecchia lo scetticismo dell’opinione pubblica americana contro l’IA: il Pew Center rileva preoccupazione diffusa, Gallup evidenzia che il 97% dei cittadini esige regole governative più severe mentre per Nbc News il 57% vede i rischi della super intelligenza superiori ai benefici. Nel mondo, il dissenso è di fatto diviso in due correnti: da un lato l’opposizione pragmatica dei più giovani, focalizzati su questioni prosaiche come la tutela del lavoro, il diritto d’autore e la sostenibilità climatica dei data center; dall’altro la posizione etica del Papa, incentrata sulla salvaguardia della responsabilità umana e sulla necessità che la tecnologia resti al servizio dell’uomo.
Quel che è certo è che il rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale ha definitivamente varcato i confini della Silicon valley per riversarsi nelle strade e nel dibattito politico globale. Ciò che inizialmente sembrava un confronto tecnico confinato ad accademici si è trasformato in una complessa battaglia sociale di portata storica, che vede in prima linea un fronte di tecnologi che paventano anche lo scenario estremo: l’«estinzione della specie umana». Altman ha pensato bene di sparigliare proponendo, pochi giorni fa, di vendere l’IA su un contatore, come acqua o elettricità, definendola un’utilità pubblica a pagamento, vista la potenza computazionale che consuma. Un’ipotesi che paradossalmente aiuterebbe i cittadini a gestirla meglio?
Per comprendere come si articola il dissenso internazionale occorre mappare le sue tre sigle principali, a partire dalla frangia più intransigente di Stop AI, che rifiuta i limiti legali e adotta la disobbedienza civile per imporre un bando totale sull’IA, considerata una minaccia per la civiltà. Le azioni sul campo, che hanno conquistato le prime pagine dei media internazionali quanto quelle dei paladini dell’emergenza climatica, includono scioperi della fame davanti a colossi come Google DeepMind e Anthropic o interruzioni di convegni.
Su posizioni più moderate e legalitarie si colloca, invece, PauseAI, fondata a Utrecht nel 2023 da Joep Meindertsma. I militanti si definiscono «tecno-ottimisti» fiduciosi nel «potenziale medico dell’IA» (quello della cura di massa, anziché della cura su misura del singolo, ndr) ma terrorizzati dall’assenza di controllo pubblico sulla sua evoluzione. Guidata negli Usa dalla biologa di Harvard Holly Elmore e nel Regno Unito dal ricercatore di Oxford Joseph Miller, la rete globale organizza soltanto proteste pacifiche e rifiuta nettamente le derive radicali.
All’opposto delle barricate stradali agisce anche ControlAI, l’ala più istituzionale della sicurezza informatica. Il gruppo preferisce le pubbliche relazioni e il lobbismo normativo, organizza campagne mediatiche d’impatto e cerca di indurre i parlamentari a firmare dichiarazioni sui rischi sistemici dell’IA.
Nell’arena politica, il dissenso sta cambiando pelle: l’opposizione all’IA è ormai diventata un tema centrale ed elettorale, seppur trasversale. Il governatore repubblicano della Florida, Ron DeSantis, ha proposto una «Carta dei diritti» sull’IA per tutelare i cittadini affinché siano informati quando interagiscono con l’Intelligenza artificiale, si forniscano controlli parentali sui chatbot e si pongano limiti all’uso dell’IA nella consulenza psicologica. Ma anche il democratico Bernie Sanders è favorevole a una moratoria, al contrario del suo collega dem Josh Shapiro, promotore di massicci investimenti infrastrutturali. Quanto alle risorse economiche che muovono la complessa macchina del dissenso, arrivate finora da canali differenti (donazioni spontanee, fondi del Future of life institute), oggi la sponda politica più concreta arriva dai partiti, pronti a scommettere sulle proteste locali e cavalcarle in vista delle prossime elezioni.
Contestazioni anche nel mondo accademico: a Oxford Michael Wooldridge denuncia i pericoli dell’IA, John Lennox ci vede un «capitalismo di sorveglianza», Nick Bostrom avverte sul rischio esistenziale e Mariarosaria Taddeo ne critica l’uso militare. Geoffrey Hinton, premio Nobel per la Fisica e uno dei padri fondatori del deep learning, ha firmato con oltre 200 accademici un appello formale all’Onu per stabilire linee rosse internazionali.
Il professor Mauro Lubrano dell’Università di Bath ha paragonato l’attivismo delle giovani generazioni contro l’IA al luddismo ottocentesco: gli operai non rifiutavano la tecnologia ma l’introduzione incontrollata che stravolgeva le loro vite; inascoltati, ricorsero alla violenza. Per il docente, l’IA usata in guerra, sul lavoro e nel controllo sociale consolida oggi una pericolosa oligarchia tecnologica.
E siamo sicuri che in questa contesa avranno sempre più peso i report sulle conseguenze per il mondo del lavoro. L’ultima fotografia l’ha scattata l’International Labour Organization ed è stata ripresa da Consumers’ Forum (ente indipendente di associazioni dei consumatori e imprese). Evidenzia come il 25% dell’occupazione globale rientri in professioni potenzialmente esposte all’IA - 1 posto di lavoro su 4 è a rischio - e come ad oggi gli algoritmi abbiano provocato 425.000 licenziamenti.
A questa mobilitazione laica si è affiancata una profonda riflessione della Chiesa cattolica. Nella sua recente enciclica, papa Leone XIV ha affrontato lo sviluppo algoritmico sollevando il tema cruciale della responsabilità delle scelte umane. Il pontefice, secondo il quale l’IA non è moralmente neutra, ha messo in guardia l’umanità contro l’illusione di oggettività e la simulazione della comunicazione umana, denunciando il rischio che settori vitali come il lavoro, il credito, l’accesso ai servizi sociali e la reputazione personale vengano totalmente affidati a sistemi automatizzati che occultano la responsabilità etica delle decisioni. L’Italia non è rimasta immune da questa ondata di attivismo algoritmico, sebbene nel contesto nazionale non si registrino manifestazioni violente. La presenza più significativa sul nostro territorio è rappresentata dalla sezione ufficiale di PauseAI Italia, che punta all’AI Act e su una moratoria internazionale. Una forte resistenza sindacale e legale si concentra invece sulla tutela del lavoro e del copyright con le associazioni di editoria, arte e doppiaggio schierate contro il Web scraping non autorizzato.
La partita sul futuro della tecnologia dimostra, insomma, che la sfida non si gioca più a colpi di codice nella Silicon valley, ma è diventata una complessa contesa sociale che ridefinirà le prossime partite elettorali. E soprattutto i confini della civiltà occidentale.
«Utilizzare oppure no l’algoritmo resta sempre una scelta da umani»
«Usare o meno l’IA è, in sé, una decisione». Oxford ospita diverse voci critiche contro l’Intelligenza artificiale, ma è anche la base del professor Alberto Giubilini, vicedirettore dei corsi d’insegnamento presso l’Istituto Uehiro di Oxford e coordinatore del team locale del progetto Cavaa, finanziato dall’Unione europea, che indaga proprio sulle implicazioni etiche della consapevolezza dell’Intelligenza artificiale.
Si parla di «rivoluzione silenziosa dell’IA»: gli individui stanno rinunciando alla capacità di decidere, come sostiene Papa Leone XIV?
«È vero che in un contesto in cui gran parte dei cittadini utilizza l’IA, c’è una forma di pressione a usarla per non “rimanere indietro”. Ma questo riguarda e ha storicamente riguardato molte altre tecnologie. Non credo che ciò che l’IA minacci sia la capacità di decidere: ci sono altri problemi, come la perdita di creatività individuale e collettiva, il rischio dell’uniformità di pensiero quando l’IA entra nella sfera delle questioni morali, o il senso (falso) di deresponsabilizzazione che si potrebbe avere quando si delega all’IA».
Perché lo definisce «falso»?
«Perché l’IA mette chi decide di fronte alla possibilità che ci siano conseguenze non previste ed errori esattamente come succede quando non la si usa. Di queste due opzioni, sono sempre gli umani i responsabili, decidendo se usare o no l’Intelligenza artificiale».
Oggi l’opposizione all’IA sembra viaggiare su due binari distinti: da un lato c’è la critica di papa Leone XIV, dall’altra quella portata avanti dai gruppi di opposizione che hanno rivendicazioni più contingenti. Non trova sorprendente che la riflessione più incisiva sia stata formulata da un’autorità spirituale?
«Non so se la critica del Papa sia più “incisiva” delle altre. Il pontefice ha un ruolo culturale e istituzionale che richiede attenzione a certi questioni e altri gruppi (ad esempio, gli ambientalisti) danno attenzione ad altre. Credo che siano tutte importanti, ma si riferiscono a problemi diversi. Le vedo più in sinergia che non in contrapposizione o gerarchia».
L’insorgente dissenso sociale verso l’IA esprime un’autentica resistenza etica a tecnocrazia e meccanicismo o piuttosto la declinazione 3.0 di quella retorica propria delle giovani generazioni, storicamente inclini alla contestazione?
«Credo che in parte non sia niente di nuovo: ci sono sempre gruppi che oppongono innovazioni tecnologiche radicali. C’è un elemento di retorica apocalittica, ma ci sono altre ragioni e preoccupazioni. Credo sia difficile raggruppare l’opposizione all’IA in un fenomeno unitario. L’opposizione può arrivare da retroterra culturali e politici diversi. È un po’ come l’opposizione ai vaccini o alla medicina più in generale: a volte l’opposizione arriva da ambienti più libertari-conservatori scettici verso i proclami della scienza, altre da gruppi più progressisti scettici verso Big Pharma o inclini a stili vita “naturali”. Anche qui, niente di nuovo, credo».
La repressione del dissenso sull’IA potrebbe alimentare un risentimento sotterraneo e comportamenti ancora più violenti, come suggerisce il professor Lubrano?
«Repressione e coercizione tradizionalmente esasperano gli animi. È un equilibrio delicato quello fra il mantenere ordine pubblico e un dibattito civile da un lato, e rispettare libertà di parola e manifestazione del dissenso dall’altro. Di nuovo, mi pare una questione molto più vecchia dell’IA».
Quale strategia legislativa ritiene capace di dare denti e sostanza ai principi etici sull’IA, riuscendo nell’impresa di non scadere nell’inefficacia?
«Credo sia importante affrontare la questione della responsibilità individuale per le conseguenze dell’uso dell’IA. Ed è importante evitare il rischio che, sia a livello etico che a livello legale, una persona possa dire “è stata l’IA, non è colpa mia”. Questo tipo di affermazione non è giustificata, ma c’è il rischio che la si prenda per buona. Credo la priorità della legge sia quella di chiarire che l’uso dell’IA non deresponsabilizza. È anzi vero il contrario».
Ritiene che la libertà dei singoli possa essere più minacciata dall’uso incontrollato dell’IA o da una sua rigida regolamentazione?
«L’uso incontrollato, da parte di qualcuno, di ogni tecnologia rischia sempre di interferire con la libertà altrui, perché la mancanza di controlli dà il potere di danneggiare altri. Ma credo nessuno sostenga che l’IA debba essere “incontrollata”. La rigida regolamentazione può prevenire questa situazione, ma al rischio di limitare troppo la mia libertà di accedere alla tecnologia».
Ha l’elegantissimo titolo di Vajassa (traduzione in napoletano del termine «serva») il cortometraggio vincitore, nella sezione «Finzione», della terza edizione del Fr*cinema (l’asterisco è d’ordinanza), il Festival del cinema queer di Roma, del quale colpevolmente si conosceva appena l’esistenza fino a oggi. Colpevolmente perché la manifestazione, a cura di Pietro Turano per Arcigay Roma, è un progetto della Fondazione Piccolo America, che ha ricevuto dal Comune di Roma guidato da Roberto Gualtieri (Pd) il generoso contributo di 250.000 euro, soldi dei contribuenti erogati dal Campidoglio senza gara d’appalto, come denunciò all’epoca Fratelli d’Italia.
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
- Un manager di Adaltis spiega il lavoro dietro la maxi prebenda a Luca Di Donna. Giuseppe Conte: «Non troverete mai mie attività illecite».
- La Cassazione bacchetta i giudici: un errore estendere l’imposizione a tutti i dipendenti delle strutture sanitarie. L’Ausl ora dovrà pagare all’amministrativo gli stipendi negati.
Lo speciale contiene due articoli
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».





