Tra stupri e violenze: il campo di battaglia dell’Emilia-Romagna che tifa immigrazione
Fosse soltanto Modena: i fatti di cronaca avvenuti negli ultimi anni in Emilia-Romagna sono la cartina di tornasole di un sistema, quello emiliano romagnolo, che ha mostrato tutte le sue falle, fatte anche di retorica un tanto al chilo. Quella, ad esempio, di decine di sindaci della regione Emilia-Romagna che, dopo la tentata strage sabato scorso, si sono stretti intorno al primo cittadino di Modena firmando una lettera-appello congiunta, intitolata «Non usate la paura».
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
Giudici contro bambini: è forse questa la formula più appropriata per descrivere l’attitudine della magistratura che, nel tentativo d’imporre con la legge il principio della cosiddetta «bigenitorialità» o quello di uno stile di vita «appropriato», finisce per usare la forza pubblica contro la volontà dei minori, trasformando la giustizia in un trauma istituzionale che calpesta proprio la sensibilità di chi dovrebbe proteggere. C’è Stella, la bambina di Monteverde (Roma), prelevata a scuola e affidata al padre che, dice la piccola di 6 anni, «mi lega le mani»: la madre, con cui lei voleva stare, non può avvicinarla.
C’è Alba a Padova, una bambina di 5 anni per la quale il Tribunale ha ordinato il prelievo forzoso per trasferirla dal padre, nonostante i pianti e il suo netto rifiuto di vederlo. C’è la bambina di Siracusa, 7 anni, data in affido a una coppia che per lei era ormai la sua famiglia, cui è stato imposto il ricongiungimento con la madre naturale. E poi ci sono i tre bambini della famiglia nel bosco, strappati ai genitori, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, per il loro stile di vita spartano. Dopo le polemiche divampate a seguito della sospensione della responsabilità genitoriale, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha inviato l’Ispettorato generale per avere più informazioni sulla scioccante decisione adottata dal Tribunale dei minori dell’Aquila. Ma l’iniziativa del Guardasigilli, adottata per tutelare i tre bambini è stata accolta dalla Giunta esecutiva centrale dell’Anm come lesa maestà: «Esprimiamo la nostra preoccupazione per le modalità con cui sta proseguendo l’ispezione», hanno scritto le toghe dell’Associazione ribadendo il principio dell’indipendenza della magistratura che «non può essere esposta a forme, anche solo potenziali, d’interferenza». La giunta si è appellata nientemeno che al Consiglio superiore della magistratura (Csm), auspicando «un tempestivo chiarimento». Nonostante il ministro sia intervenuto proprio a seguito dei numerosi appelli rivolti alle più alte cariche dello Stato, l’Anm ha espresso «perplessità» sul fatto che «l’attività ispettiva si sia estesa allo sviluppo di un procedimento ancora in corso». Anche Nicoletta Orlandi, presidente del Tribunale dell’Aquila, ha alzato i toni chiedendo, in una lettera al Csm, se la tipologia d’ispezione sia legittima oppure eccessivamente invasiva o potenzialmente dannosa «ai fini dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici». La presidente lamenta che gli ispettori avrebbero chiesto di monitorare l’andamento del procedimento richiedendo l’eventuale acquisizione di atti istruttori. Eppure il compito dell’Ispettorato consiste proprio in questo: osservare il corretto funzionamento degli uffici giudiziari. I loro poteri e limiti operativi sono definiti con precisione dalla legge per evitare che il governo influenzi la magistratura, ma gli ispettori dispongono di ampie facoltà di controllo amministrativo: accesso ai registri, esame e copia dei fascicoli, audizione del personale e segnalazione di illeciti, per poter eventualmente promuovere un'azione disciplinare davanti al Csm, con il limite costituzionale assoluto, stabilito dall’articolo 104 della Costituzione, di non sindacare il merito delle decisioni dei giudici. Di cosa ha paura l’Anm?
Non è tutto: in entrambe le lettere, inviate dall’Associazione e da Orlandi, non c’è alcuna menzione ai bambini e al loro benessere, non sono neanche citati di sfuggita e i loro destini appaiono ormai fagocitati dalla rappresaglia contro il ministro. «Sono solo preoccupati per il “lavoro” dei loro colleghi e non per la salute di quei tre bambini strappati da mesi all’amore di mamma e papà: Vergognatevi!», ha commentato su X Matteo Salvini.
Oggi alle 11 l’avvocato dei genitori Trevallion, l’ex senatore leghista Simone Pillon, si recherà in visita alla casa famiglia e mercoledì incontrerà gli operatori del servizio sociale. «L’obiettivo è sempre quello di creare le condizioni per un dialogo leale nell’interesse dei minori», ha puntualizzato.
Grande preoccupazione anche a Roma per la vicenda di Stella, la bambina di Monteverde che venerdì scorso è stata prelevata a scuola dal padre a seguito di un decreto del Tribunale per i minorenni, che ha disposto il suo collocamento immediato presso l’abitazione paterna, autorizzando perfino l’assistenza della forza pubblica.
Il giudice ha anche ordinato che la madre non si avvicini alla piccola e mantenga una distanza di 500 metri, nonostante la figlia abbia chiesto in tutti i modi di restare con lei. Marina Terragni, Autorità garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, ha presentato ieri un esposto in Procura, «come mio preciso dovere», denunciando che nove giorni fa Stella le ha raccontato che il padre le lega le mani. L’affido appare dunque abnorme. «Tutte le convenzioni internazionali affermano che i bambini, nei provvedimenti che li riguardano, siano ascoltati: quando un bambino non vuol vedere un genitore, spesso c’è una ragione precisa e invece spesso sono il terminale di sofferenza di situazioni difficili». Stella sarà finalmente ascoltata il 25 maggio e le istituzioni possono ancora intervenire: «Il disegno di legge n. 1831, attualmente all’esame del Senato, prevede nuove disposizioni e perizie multidisciplinari, affinché si possa valutare se il provvedimento di allontanamento fa più danni che benefici», spiega Terragni, ma «le leggi già ci sono, basterebbe rispettarle e osservarle. I nuclei vanno sostenuti, quello che conta è il diritto al superiore interesse del minore. Io continuerò a fare ciò che è mio dovere fare, con i miei nulli poteri di sola moral suasion, perché non ne ho altri».
Lo Stato che si vanta, a ragione, di essere l’unica democrazia liberale del Medio Oriente, avrà seri motivi su cui interrogarsi: in Israele, gli episodi di profanazione ai danni dei simboli della fede cristiana si vanno moltiplicando al ritmo di pani e pesci evangelici. L’ultima scelleratezza l’ha documentata ieri sui social il coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, Wadie Abunassar, diffondendo un video che mostra giovani ebrei radicali sputare contro una statua della Vergine Maria collocata presso la Porta nuova a Gerusalemme.
Il fattaccio è accaduto durante la Marcia delle Bandiere, che celebra la riunificazione della città sotto il controllo israeliano dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.
Durante la manifestazione, numerosi gruppi di ebrei nazionalisti religiosi hanno sfilato nella Città vecchia - riferisce il Servizio d’informazione religiosa Sir - passando anche per il quartiere musulmano, non risparmiato da atti di vandalismo e aggressioni. Osservando le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza, si vedono almeno due persone vilipendere il simulacro della Vergine, protetto da una teca.
Nel denunciare l’accaduto, Abunassar ha chiesto «responsabilità e un urgente lavoro di rieducazione», anche perché gli episodi si susseguono: pochi giorni fa, un militare delle forze israeliane operative nel Sud del Libano ha dissacrato una statua della Vergine Maria mettendole una sigaretta in bocca. La reazione delle autorità, va detto, è stata immediata: al soldato responsabile dell’oltraggio sono stati comminati 21 giorni di prigione, a quello che lo ha fotografato, 14.
Sempre in Libano, a Debl, un altro militare israeliano è stato filmato mentre distruggeva un crocifisso a martellate. L’episodio è stato immediatamente condannato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. I soldati responsabili sono stati estromessi dai reparti di combattimento e condannati a un mese di reclusione. L’esercito israeliano ha sostituito l’icona distrutta con una più piccola, ma sono stati i militari italiani della missione Unifil a donare alla comunità un crocifisso pressoché identico a quello originale.
Oltre ai simboli sacri, gli attacchi hanno preso di mira anche le persone. Il 28 aprile, vicino al Cenacolo sul Monte Sion a Gerusalemme, hanno fatto il giro del mondo le immagini di una suora francese di 48 anni aggredita in pieno giorno. Un colono l’ha spinta alle spalle facendola rovinare sui gradini, dove ha battuto la testa. Non contento, l’assalitore è tornato indietro per infierire sulla vittima, prendendola a calci mentre era a terra. L’indiziato è il trentaseienne israeliano Yona Simcha Schreiber, proveniente dall’insediamento di Peduel, in Cisgiordania. Fermato il giorno dopo, la Procura ha chiesto per lui la carcerazione preventiva con l’accusa di aggressione mossa da ostilità religiosa.
Di fatto, l’ordinamento d’Israele assicura precise garanzie legali alle minoranze religiose. La libertà di culto non è protetta da una vera e propria carta costituzionale, ma trova il suo pilastro nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948, che promette «piena uguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini senza distinzione di razza, credo o genere» e «piena libertà di coscienza, di culto, di educazione e di cultura», salvaguardando «la santità e l’inviolabilità dei santuari e dei luoghi sacri di tutte le religioni», «fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite». Un impegno blindato negli anni dalle sentenze della Corte Suprema, che ha formalizzato la protezione legale delle libertà civili e religiose.
Tra i principi formali e la realtà quotidiana c’è però un divario profondo. Nel 2018, i vertici delle diverse anime della Chiesa cattolica in Terra Santa (latina, melkita, maronita, armena, siro-cattolica e caldea) sono entrati in polemica contro la Knesset (il Parlamento dello Stato d’Israele) contestando la nuova legge che proclamava Israele «Stato nazione del popolo ebraico», che escludeva di fatto le minoranze dal diritto di autodeterminazione. Una misura giudicata discriminatoria dai vescovi, ma blindata dalla Corte Suprema nel luglio 2021. La laicità delle istituzioni israeliane deve fare i conti anche con barriere legali e sociali: le conversioni dei minori di 18 anni sono vietate se non concordi con la fede dei genitori e chi sceglie di abiurare l’ebraismo va incontro a pesanti molestie e isolamento sociale.
L’ultimo bilancio della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre fotografa un peggioramento della situazione in Israele nel 2025. Nel report si parla di luoghi di culto cristiani e islamici presi di mira in un clima di «impunità, nonostante le condanne». Ovviamente, gli attentati del 7 ottobre e la guerra ad Hamas ed Hezbollah hanno contribuito ad acuire le tensioni. L’intolleranza emerge anche da diversi casi di ultra ortodossi che sputano contro sacerdoti, monaci o processioni nella Città vecchia. Per questo, la mappa globale di Acs inserisce oggi Israele tra gli Stati caratterizzati da discriminazione religiosa.
Le tensioni hanno toccato anche i vertici istituzionali, come dimostra il clamoroso incidente avvenuto la Domenica delle Palme, quando la polizia ha sbarrato le porte del Santo Sepolcro al patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode francescano, padre Francesco Ielpo. Sebbene il blocco sia stato ufficialmente motivato dal rischio di attacchi missilistici dall’Iran, dopo l’intervento di Netanyahu, le proteste delle istituzioni internazionali (tra cui quelle del governo italiano e dell’ambasciatore Usa, Mike Huckabee) hanno spinto il presidente Isaac Herzog a rimediare alla forzatura.
Se la Santa Sede e il patriarca hanno scelto di smorzare la polemica, permane però la preoccupazione che gli estremisti religiosi interpretino la crisi geopolitica come un’opportunità per ridimensionare la presenza delle altre fedi. Una provocazione che le autorità di Tel Aviv dovrebbero arginare con fermezza.





