Sono passati pochi giorni dall’esito delle elezioni ungheresi, che hanno visto l’ex premier Viktor Orbán sconfitto da un politico membro della famiglia dei Popolari europei, Péter Magyar, inspiegabilmente acclamato dai progressisti. Ieri mattina, sul tavolo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al tredicesimo piano del palazzo Berlaymont a Bruxelles, è atterrato un altro spinoso dossier dall’area dell’ex cortina di ferro, quello bulgaro.
L’ex presidente della repubblica Rumen Radev, sostenuto dal nuovo partito Bulgaria Progressista (Progresivna Bulgariya - Pb, fondato a marzo), ha infatti vinto le elezioni parlamentari di domenica, ottenendo la maggioranza assoluta con il 44,7% dei voti (130 seggi sui 240 totali): 30 punti percentuali in più rispetto al partito conservatore Gerb di Boyko Borissov, che ha riscosso il consenso di appena il 13% degli elettori, dopo una legislatura che ha visto ben otto cambi di governo.
Non è sicuro, per usare un eufemismo, che la vittoria di Radev sia una buona notizia per Von der Leyen, la presidente che, dopo una prima legislatura orientata a sinistra, dopo le elezioni europee del 2024 ha cercato di barcamenarsi virando il timone del suo esecutivo più verso il centrodestra. Di fatto, la vittoria del neo premier bulgaro rappresenta un cortocircuito per Bruxelles, essendo stata accolta con favore sia dalla Russia che dall’Unione europea. Il Cremlino ha definito «positive» le dichiarazioni di Radev a favore del dialogo con la Russia. Ma anche donna Ursula gli ha espresso le sue vive congratulazioni, facendo buon viso a cattivo gioco: «La Bulgaria è un membro orgoglioso della famiglia europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni. Non vedo l’ora di collaborare con lui (Radev, ndr) per la prosperità e la sicurezza della Bulgaria e dell’Europa». Quasi le stesse parole usate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che su X ha scritto: «Congratulazioni a Rumen Radev per la sua vittoria. Non vedo l’ora di lavorare assieme a voi nel Consiglio sulla nostra agenda condivisa per un’Europa prospera, autonoma e sicura».
Non vedranno l’ora, ma l’elezione di Radev rischia di essere una bella patata bollente per Von der Leyen e tutta l’eurocrazia europea, che temono più della morte l’avvento di un nuovo Orbán e di nuovi veti al Consiglio: non così improbabili, dato che il vincitore delle elezioni ha espressamente manifestato idee euroscettiche e non ostili a Mosca nel corso della campagna elettorale.
Il neo premier ha auspicato infatti il ripristino di relazioni «pratiche e pragmatiche» con la Russia, basate sul rispetto reciproco e sul libero flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, che passa proprio per il territorio bulgaro. Ha ripetutamente dichiarato che le sanzioni europee contro Putin sono «inefficaci» e dannose per l’economia Ue, definendo «immorale», da parte dell’Europa, la pressione sull’Ucraina per il proseguimento della guerra. «Queste politiche stanno portando l’Ucraina al disastro e l’Europa a un vicolo cieco», ha detto.
Ma il fattore forse decisivo che ha condotto alla vittoria di domenica è stata l’ondata di proteste, per tutto il 2025, all’adesione, fortemente sostenuta dalla Bce e dalla Commissione, della Bulgaria alla zona euro, scattata a gennaio 2026: anche Radev, che all’epoca era presidente della repubblica, si è schierato contro, chiedendo che la voce del popolo fosse ascoltata. Il 9 maggio dello scorso anno, data simbolica per l’Europa, il neo premier ha proposto, inascoltato, di indire un referendum per decidere l’ingresso nell’eurozona. Sulla notizia è caduto l’occhio attento dell’economista Alberto Bagnai, deputato e responsabile economico della Lega che, affiancando i dati del Pil pro capite di Bulgaria e Italia rispetto alla media europea dal 2000 ad oggi (in euro e a parità di potere d’acquisto), ha osservato che la percentuale bulgara è andata in costante aumento, mentre quella italiana in declino. È vero che il lev bulgaro era già agganciato all’euro da tempo ma, ha commentato Bagnai sul suo blog goofynomics, «quanto può far schifo il “progetto europeo” se perfino quelli che ne hanno tratto un discreto vantaggio fanno così tanta resistenza a un definitivo ingresso in esso? Di cosa hanno paura i bulgari? Sospetto che temano che l’entrata nell’euro interrompa la fase di catch-up, di recupero di posizioni rispetto alla media. Sarà un timore fondato, o è un’ondata di irrazionalità fomentata dai soliti populisti irresponsabili?», ha ironizzato il deputato leghista.
Toccherà a Ursula & Co. sbrogliare la matassa. Le elezioni di domenica, che hanno riunito sotto lo stesso tetto un pot-pourri di elettori di diversa estrazione politica (socialisti anti-sistema ma anche sovranisti), accomunati dal malcontento, stanno riposizionando Sofia anche sul piano geopolitico: pur mantenendo formalmente gli impegni dell’Ue e della Nato, Radev cerca relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con Mosca, con buona pace della vacuità bruxellese.
Ha sfidato i deputati di Fratelli d’Italia ad andare a parlare «in tribunale» della vicenda sulle mascherine che lo riguarda evocando ipotetiche «diffamazioni» ma non intende ricorrere alla soluzione procedurale che gli consentirebbe, intanto, di parlarne in commissione Covid, dove non si presenta dal 2024.
È quantomeno singolare la reazione di Giuseppe Conte alle denunce di Fratelli d’Italia riguardo la vicenda di Luca di Donna, avvocato vicino al leader del Movimento Cinque Stelle (lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) che nelle prime fasi della pandemia si proponeva come «facilitatore» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri, in cambio di sostanziose provvigioni. Fratelli d’Italia ha chiesto un’informativa urgente al governo e al ministro della Salute e l’esame di tutti i documenti esistenti e relativi ai «fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Giuseppe Conte», ha denunciato in Aula la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione covid, Alice Buonguerrieri. «Più imprenditori sotto giuramento sono venuti a riferire in commissione Covid dell’esistenza di quello che appare come un vero e proprio sistema - ha puntato il dito Buonguerrieri - l’avvocato Luca Di Donna, collega dell’allora Premier in carica Giuseppe Conte, incontrava imprenditori presso lo studio del professor Alpa, mentore di Giuseppe Conte e in quello studio, nel quale lo stesso Giuseppe Conte ha lavorato, chiedeva, per risolvere problemi o agevolare affari con l’amministrazione dello Stato, una percentuale sul fatturato pari a decine di milioni di euro. Noi parliamo di un giro di percentuali dalla dimensione unica nella storia della Repubblica italiana. E chi deve rispondere di queste gravi accuse ha un nome e un cognome, Giuseppe Conte», ha concluso, accusando il leader dei Cinquestelle di «usare la commissione come scudo personale».
Di Donna in effetti condivideva con Conte lo stesso indirizzo professionale a Roma, con lo stesso numero di telefono e fax dell’avvocato di Volturara Appula, prima che questi lo lasciasse per andare a Palazzo Chigi. E sono già tre gli imprenditori che hanno denunciato il medesimo sistema di «provvigioni» in cambio di un (millantato?) canale preferenziale con la presidenza del consiglio per sbloccare gli appalti sulle mascherine, mentre gli italiani morivano.
Conte ha reagito con veemenza alle accuse di Buonguerrieri: «Se avete coraggio rinunciate all’immunità, così ripetete le stesse parole e ce la vediamo in tribunale». Ma, spiegano i deputati coinvolti, «non si capisce in che senso dovremmo rinunciare all’immunità se Conte non ci ha denunciato».
E’ un fatto, intanto, che l’ex presidente del consiglio ha espressamente rifiutato di approfittare della soluzione che gli era stata offerta per fornire la sua versione dei fatti ai membri della commissione parlamentare sul covid, di cui egli stesso fa parte: per regolamento non può farlo in quanto membro (il ruolo di commissario si sovrapporrebbe a quello di «imputato» o quantomeno persona informata sui fatti), ma già a ottobre 2024 il presidente dell’organismo di indagine sulla pandemia, Marco Lisei (FdI), lo aveva invitato a ricorrere a una procedura alternativa, dimettersi pro tempore - il tempo di essere audito dai colleghi della commissione - testimoniare e poi rientrare subito dopo. «I formalismi possono essere superati», lo aveva esortato Lisei e a lui si erano accodati anche altri commissari come Francesco Filini («È una questione procedurale molto semplice») e Buonguerrieri («Non vorrei che tutto questo si traducesse in un “vorrei ma non posso”»), ma Conte era stato irremovibile: «Non intendo dimettermi». Ci teneva moltissimo, insomma, l’ex premier a restare in commissione Covid: eppure ai lavori di quell’organismo ha partecipato soltanto 8 volte su 112 e di una sua testimonianza con quella soluzione procedurale proprio non ne vuol sentir parlare. Conte infatti continua a ripetere alla stampa che lui vorrebbe testimoniare (ha dichiarato di aver scritto, nel 2024, anche ai presidenti di Camera e Senato) ma il regolamento non glielo consente, nonostante le rassicurazioni dei colleghi della commissione. Peccato perché avrebbe potuto, ad esempio, partecipare all’audizione di Giovanni Buini, imprenditore umbro ascoltato lo scorso 27 gennaio in merito alle procedure di fornitura di dispositivi di protezione e ai «contratti» proposti da De Donna nella prima fase pandemica. Nel 2020 Buini aveva stracciato l’accordo per la fornitura di mascherine, ritenendo la richiesta di provvigioni da parte dei mediatori del tutto illecita. Il leader grillino avrebbe anche potuto seguire i lavori della commissione quando recentemente, l’8 aprile, l’imprenditore di JC Electronics Dario Bianchi ha descritto nei dettagli, ai membri della commissione Covid, come funzionava quel sistema. L’occasione sarebbe stata ideale per potersi liberare delle accuse in nome della «trasparenza» che rivendica da quando è arrivato fortunosamente a Palazzo Chigi. «Questi fatti gravi sono nuovi e sono emersi grazie ai lavori della commissione Covid», ha dichiarato Buonguerrieri, mentre Lisei ha detto martedì scorso alla Verità di aspettarsi che le procure riaprano il fascicolo di Buini, che nel 2021 era stato chiuso. C’è poi un terzo caso, fotocopia dei due precedenti, quello dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, raccontato mercoledì sulla Verità da Giacomo Amadori. Di materiale per avviare nuove indagini, insomma, ce n’è in abbondanza.
È stato adottato da tutte le cancellerie europee: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto la vittoria di Péter Magyar alle elezioni politiche del 12 aprile dichiarando che l’Ungheria «è tornata al cuore stesso dell’Europa», lunedì il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha salutato il risultato come «una delle migliori notizie di ieri», il primo ministro polacco Donald Tusk ha parlato di «portata storica», dichiarandosi «felice quando in politica moralità, decenza, onestà e verità vincono contro il male, la violenza e le bugie».
In Italia hanno esultato, se possibile, più le opposizioni che le forze di governo, nonostante gli eurodeputati di Tisza a Bruxelles siedano nel Partito popolare Europeo: «Hanno vinto la libertà, la democrazia e la voglia d’Europa», ha commentato il leader del Partito democratico Elly Schlein e mentre Ilaria Salis festeggiava, il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni definiva l’esito elettorale un «segnale di incoraggiamento per tutte le forze progressiste europee e per l’Italia».
Ma, 72 ore dopo il risultato, il primo ministro in pectore, che ha sconfitto l’ex premier Viktor Orbán, ha rilasciato alcune dichiarazioni che molto probabilmente lasceranno spiazzati i suoi estimatori progressisti. «Dopo la formazione del governo di Tisza, sospenderemo il servizio di informazione dei media pubblici», ha annunciato Magyar. Il futuro premier intende interrompere i programmi di informazione dei media statali, in attesa di una modifica della legge sui media per «garantire pluralismo e imparzialità da parte di un’informazione pubblica compromessa» nel lungo periodo di governo del suo predecessore.
Magyar dunque inaugura il suo mandato con un insolito bavaglio su cui le autorità di Bruxelles, al momento, non si sono ancora pronunciate. Eppure, la sua vittoria sul rivale, al governo da 16 anni, è stata netta, nonostante i compagni progressisti avessero annunciato che Orbán avrebbe «impedito al popolo sovrano di esprimersi» e «fatto di tutto per inquinare il responso delle urne».
I conti non tornano. Soprattutto dopo che Magyar, che ancora deve formare il nuovo governo (previsto intorno al 6 o 7 maggio), ha intimato oggi al presidente della Repubblica Tamás Sulyok di dimettersi: «Il popolo ungherese ha votato per il cambio di regime, non per il cambio di governo», è stata la curiosa argomentazione di Magyar già domenica sera, «ai miei occhi e agli occhi del popolo ungherese, egli è indegno e incapace di difendere lo Stato di diritto, di essere uno standard morale o un modello per il popolo ungherese (…). Se non se ne andrà volontariamente, useremo il mandato costituzionale dei due terzi e», ha aggiunto minaccioso, «lo rimuoveremo insieme a tutti gli altri burattini».
Secondo il futuro premier ungherese, Sulyok avrebbe «preso in considerazione» la sua richiesta. Non è tutto: Magyar ha anche messo in agenda l’estensione dei poteri della carica di presidente della Repubblica, che attualmente nell’ordine costituzionale ungherese è eletto dall’Assemblea nazionale e ha una funzione poco più che cerimoniale, pur svolgendo anche un ruolo nel controllo normativo. Secondo alcune testate ungheresi, non si può escludere che gli elettori tornino presto alle urne per scegliere con elezione diretta un nuovo presidente della Repubblica. Le dichiarazioni di Magyar appaiono in un momento molto delicato per Budapest ma anche per Kiev: a febbraio, il governo Orbán ha utilizzato il proprio potere di veto per bloccare il mega-prestito dell’Unione europea da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026-2027. L’opposizione del leader ungherese uscente era legata al tentativo di sbloccare i fondi comunitari destinati a Budapest ma congelati da Bruxelles per «violazioni dello Stato di diritto», quelle che comunque hanno consentito all’oppositore di Orbán di vincere con ampio margine le elezioni del 12 aprile. Il prestito da 37 miliardi di euro rappresenta il totale stimato dei fondi europei (tra fondi di coesione e Pnrr) spettanti all’Ungheria, che la Commissione europea tiene bloccati. Magyar ha chiesto a Orbán (che opererà ancora come governo esecutivo per tre settimane) di revocare al più presto il veto sul prestito ucraino prima di lasciare l’incarico e il commissario europeo all’economia Valdis Dombrovskis si è mostrato ottimista. Ma la decisione del primo ministro uscente è condizionata alla riparazione, da parte degli ucraini, dell’oleodotto Druzhba - che trasporta petrolio russo a basso costo - irrimediabilmente sabotato tra agosto 2025 e gennaio 2026. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha promesso che lo farà, ma ci vorrà del tempo. Nel frattempo, le ultime dichiarazioni di Magyar sull’Ucraina non consoleranno Bruxelles: «Non sosteniamo l’accelerata adesione dell’Ucraina all’Ue, è un Paese in guerra ed è impossibile per l’Unione europea accogliere un Paese in guerra».





