Giudici contro bambini: è forse questa la formula più appropriata per descrivere l’attitudine della magistratura che, nel tentativo d’imporre con la legge il principio della cosiddetta «bigenitorialità» o quello di uno stile di vita «appropriato», finisce per usare la forza pubblica contro la volontà dei minori, trasformando la giustizia in un trauma istituzionale che calpesta proprio la sensibilità di chi dovrebbe proteggere. C’è Stella, la bambina di Monteverde (Roma), prelevata a scuola e affidata al padre che, dice la piccola di 6 anni, «mi lega le mani»: la madre, con cui lei voleva stare, non può avvicinarla.
C’è Alba a Padova, una bambina di 5 anni per la quale il Tribunale ha ordinato il prelievo forzoso per trasferirla dal padre, nonostante i pianti e il suo netto rifiuto di vederlo. C’è la bambina di Siracusa, 7 anni, data in affido a una coppia che per lei era ormai la sua famiglia, cui è stato imposto il ricongiungimento con la madre naturale. E poi ci sono i tre bambini della famiglia nel bosco, strappati ai genitori, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, per il loro stile di vita spartano. Dopo le polemiche divampate a seguito della sospensione della responsabilità genitoriale, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha inviato l’Ispettorato generale per avere più informazioni sulla scioccante decisione adottata dal Tribunale dei minori dell’Aquila. Ma l’iniziativa del Guardasigilli, adottata per tutelare i tre bambini è stata accolta dalla Giunta esecutiva centrale dell’Anm come lesa maestà: «Esprimiamo la nostra preoccupazione per le modalità con cui sta proseguendo l’ispezione», hanno scritto le toghe dell’Associazione ribadendo il principio dell’indipendenza della magistratura che «non può essere esposta a forme, anche solo potenziali, d’interferenza». La giunta si è appellata nientemeno che al Consiglio superiore della magistratura (Csm), auspicando «un tempestivo chiarimento». Nonostante il ministro sia intervenuto proprio a seguito dei numerosi appelli rivolti alle più alte cariche dello Stato, l’Anm ha espresso «perplessità» sul fatto che «l’attività ispettiva si sia estesa allo sviluppo di un procedimento ancora in corso». Anche Nicoletta Orlandi, presidente del Tribunale dell’Aquila, ha alzato i toni chiedendo, in una lettera al Csm, se la tipologia d’ispezione sia legittima oppure eccessivamente invasiva o potenzialmente dannosa «ai fini dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici». La presidente lamenta che gli ispettori avrebbero chiesto di monitorare l’andamento del procedimento richiedendo l’eventuale acquisizione di atti istruttori. Eppure il compito dell’Ispettorato consiste proprio in questo: osservare il corretto funzionamento degli uffici giudiziari. I loro poteri e limiti operativi sono definiti con precisione dalla legge per evitare che il governo influenzi la magistratura, ma gli ispettori dispongono di ampie facoltà di controllo amministrativo: accesso ai registri, esame e copia dei fascicoli, audizione del personale e segnalazione di illeciti, per poter eventualmente promuovere un'azione disciplinare davanti al Csm, con il limite costituzionale assoluto, stabilito dall’articolo 104 della Costituzione, di non sindacare il merito delle decisioni dei giudici. Di cosa ha paura l’Anm?
Non è tutto: in entrambe le lettere, inviate dall’Associazione e da Orlandi, non c’è alcuna menzione ai bambini e al loro benessere, non sono neanche citati di sfuggita e i loro destini appaiono ormai fagocitati dalla rappresaglia contro il ministro. «Sono solo preoccupati per il “lavoro” dei loro colleghi e non per la salute di quei tre bambini strappati da mesi all’amore di mamma e papà: Vergognatevi!», ha commentato su X Matteo Salvini.
Oggi alle 11 l’avvocato dei genitori Trevallion, l’ex senatore leghista Simone Pillon, si recherà in visita alla casa famiglia e mercoledì incontrerà gli operatori del servizio sociale. «L’obiettivo è sempre quello di creare le condizioni per un dialogo leale nell’interesse dei minori», ha puntualizzato.
Grande preoccupazione anche a Roma per la vicenda di Stella, la bambina di Monteverde che venerdì scorso è stata prelevata a scuola dal padre a seguito di un decreto del Tribunale per i minorenni, che ha disposto il suo collocamento immediato presso l’abitazione paterna, autorizzando perfino l’assistenza della forza pubblica.
Il giudice ha anche ordinato che la madre non si avvicini alla piccola e mantenga una distanza di 500 metri, nonostante la figlia abbia chiesto in tutti i modi di restare con lei. Marina Terragni, Autorità garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, ha presentato ieri un esposto in Procura, «come mio preciso dovere», denunciando che nove giorni fa Stella le ha raccontato che il padre le lega le mani. L’affido appare dunque abnorme. «Tutte le convenzioni internazionali affermano che i bambini, nei provvedimenti che li riguardano, siano ascoltati: quando un bambino non vuol vedere un genitore, spesso c’è una ragione precisa e invece spesso sono il terminale di sofferenza di situazioni difficili». Stella sarà finalmente ascoltata il 25 maggio e le istituzioni possono ancora intervenire: «Il disegno di legge n. 1831, attualmente all’esame del Senato, prevede nuove disposizioni e perizie multidisciplinari, affinché si possa valutare se il provvedimento di allontanamento fa più danni che benefici», spiega Terragni, ma «le leggi già ci sono, basterebbe rispettarle e osservarle. I nuclei vanno sostenuti, quello che conta è il diritto al superiore interesse del minore. Io continuerò a fare ciò che è mio dovere fare, con i miei nulli poteri di sola moral suasion, perché non ne ho altri».
Lo Stato che si vanta, a ragione, di essere l’unica democrazia liberale del Medio Oriente, avrà seri motivi su cui interrogarsi: in Israele, gli episodi di profanazione ai danni dei simboli della fede cristiana si vanno moltiplicando al ritmo di pani e pesci evangelici. L’ultima scelleratezza l’ha documentata ieri sui social il coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, Wadie Abunassar, diffondendo un video che mostra giovani ebrei radicali sputare contro una statua della Vergine Maria collocata presso la Porta nuova a Gerusalemme.
Il fattaccio è accaduto durante la Marcia delle Bandiere, che celebra la riunificazione della città sotto il controllo israeliano dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.
Durante la manifestazione, numerosi gruppi di ebrei nazionalisti religiosi hanno sfilato nella Città vecchia - riferisce il Servizio d’informazione religiosa Sir - passando anche per il quartiere musulmano, non risparmiato da atti di vandalismo e aggressioni. Osservando le immagini, riprese da una telecamera di sorveglianza, si vedono almeno due persone vilipendere il simulacro della Vergine, protetto da una teca.
Nel denunciare l’accaduto, Abunassar ha chiesto «responsabilità e un urgente lavoro di rieducazione», anche perché gli episodi si susseguono: pochi giorni fa, un militare delle forze israeliane operative nel Sud del Libano ha dissacrato una statua della Vergine Maria mettendole una sigaretta in bocca. La reazione delle autorità, va detto, è stata immediata: al soldato responsabile dell’oltraggio sono stati comminati 21 giorni di prigione, a quello che lo ha fotografato, 14.
Sempre in Libano, a Debl, un altro militare israeliano è stato filmato mentre distruggeva un crocifisso a martellate. L’episodio è stato immediatamente condannato dal premier Benjamin Netanyahu e dal ministro degli Esteri, Gideon Sa’ar. I soldati responsabili sono stati estromessi dai reparti di combattimento e condannati a un mese di reclusione. L’esercito israeliano ha sostituito l’icona distrutta con una più piccola, ma sono stati i militari italiani della missione Unifil a donare alla comunità un crocifisso pressoché identico a quello originale.
Oltre ai simboli sacri, gli attacchi hanno preso di mira anche le persone. Il 28 aprile, vicino al Cenacolo sul Monte Sion a Gerusalemme, hanno fatto il giro del mondo le immagini di una suora francese di 48 anni aggredita in pieno giorno. Un colono l’ha spinta alle spalle facendola rovinare sui gradini, dove ha battuto la testa. Non contento, l’assalitore è tornato indietro per infierire sulla vittima, prendendola a calci mentre era a terra. L’indiziato è il trentaseienne israeliano Yona Simcha Schreiber, proveniente dall’insediamento di Peduel, in Cisgiordania. Fermato il giorno dopo, la Procura ha chiesto per lui la carcerazione preventiva con l’accusa di aggressione mossa da ostilità religiosa.
Di fatto, l’ordinamento d’Israele assicura precise garanzie legali alle minoranze religiose. La libertà di culto non è protetta da una vera e propria carta costituzionale, ma trova il suo pilastro nella Dichiarazione d’indipendenza del 1948, che promette «piena uguaglianza sociale e politica di tutti i suoi cittadini senza distinzione di razza, credo o genere» e «piena libertà di coscienza, di culto, di educazione e di cultura», salvaguardando «la santità e l’inviolabilità dei santuari e dei luoghi sacri di tutte le religioni», «fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite». Un impegno blindato negli anni dalle sentenze della Corte Suprema, che ha formalizzato la protezione legale delle libertà civili e religiose.
Tra i principi formali e la realtà quotidiana c’è però un divario profondo. Nel 2018, i vertici delle diverse anime della Chiesa cattolica in Terra Santa (latina, melkita, maronita, armena, siro-cattolica e caldea) sono entrati in polemica contro la Knesset (il Parlamento dello Stato d’Israele) contestando la nuova legge che proclamava Israele «Stato nazione del popolo ebraico», che escludeva di fatto le minoranze dal diritto di autodeterminazione. Una misura giudicata discriminatoria dai vescovi, ma blindata dalla Corte Suprema nel luglio 2021. La laicità delle istituzioni israeliane deve fare i conti anche con barriere legali e sociali: le conversioni dei minori di 18 anni sono vietate se non concordi con la fede dei genitori e chi sceglie di abiurare l’ebraismo va incontro a pesanti molestie e isolamento sociale.
L’ultimo bilancio della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che soffre fotografa un peggioramento della situazione in Israele nel 2025. Nel report si parla di luoghi di culto cristiani e islamici presi di mira in un clima di «impunità, nonostante le condanne». Ovviamente, gli attentati del 7 ottobre e la guerra ad Hamas ed Hezbollah hanno contribuito ad acuire le tensioni. L’intolleranza emerge anche da diversi casi di ultra ortodossi che sputano contro sacerdoti, monaci o processioni nella Città vecchia. Per questo, la mappa globale di Acs inserisce oggi Israele tra gli Stati caratterizzati da discriminazione religiosa.
Le tensioni hanno toccato anche i vertici istituzionali, come dimostra il clamoroso incidente avvenuto la Domenica delle Palme, quando la polizia ha sbarrato le porte del Santo Sepolcro al patriarca latino, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, e al Custode francescano, padre Francesco Ielpo. Sebbene il blocco sia stato ufficialmente motivato dal rischio di attacchi missilistici dall’Iran, dopo l’intervento di Netanyahu, le proteste delle istituzioni internazionali (tra cui quelle del governo italiano e dell’ambasciatore Usa, Mike Huckabee) hanno spinto il presidente Isaac Herzog a rimediare alla forzatura.
Se la Santa Sede e il patriarca hanno scelto di smorzare la polemica, permane però la preoccupazione che gli estremisti religiosi interpretino la crisi geopolitica come un’opportunità per ridimensionare la presenza delle altre fedi. Una provocazione che le autorità di Tel Aviv dovrebbero arginare con fermezza.
Sette ore dopo l’inizio dello storico incontro bilaterale tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese, con il primo che dichiarava che «Cina e Usa sono partner, non rivali» e l’altro che confermava l’alto patronato della cortesia replicando che la relazione bilaterale tra Pechino e Washington «è la più importante al mondo», la voce dell’Europa si è fatta sentire.
Ma è il solito disco rotto: quello di Mario Draghi, che ieri mattina alle 11 si è presentato insieme con la moglie Serenella nella Sala incoronazione del Municipio storico di Aquisgrana, in Germania, per ricevere il premio Carlo Magno, assegnato all’ex presidente della Banca centrale europea «per la sua grande opera svolta a favore dell’unità, della stabilità e della competitività economica dell’Europa». Con un appello: la situazione in Europa è «drammatica», hanno scritto i giurati, «chiediamo alla Commissione Ue e ai capi di Stato e di governo europei di attuare adesso il Rapporto Draghi sulla competitività», vergato dall’ex premier italiano soltanto dopo aver lasciato tutti gli incarichi pubblici.
Dev’essere davvero drammatica, la situazione in Europa, per affidare i destini del Vecchio continente proprio a Super Mario, il deus ex machina delle inutili sanzioni alla Russia e il regista del distacco europeo dal vantaggioso gas di Mosca, consentendogli per l’ennesima volta di «dare la sveglia all’Europa» - così riferiscono le zelanti testate europee - mentre Bruxelles continua a non toccare palla. Nel bel mezzo della crisi geopolitica ed energetica, quattro anni dopo lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, quasi tre anni dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, l’Ue, pur sfiancata dal tragico impatto di quel Green Deal cui Draghi, mentre era presidente del consiglio italiano, aveva dato pieno sostegno formale, appare in tutt’altre faccende affaccendata. Bruxelles in questi giorni è infatti impegnata in surreali trattative con l’Afghanistan: alla vigilia del vertice Usa-Cina, la Commissione europea di Ursula von der Leyen pensa ai Talebani e ha mandato una lettera d’invito alle autorità «de facto» dell’Afghanistan, confermando che sono in corso i preparativi per la visita di Abdul Qahar Balkhi, portavoce degli Affari esteri dei Talebani, che dovrebbe guidare una delegazione a Bruxelles a giugno per colloqui sulla migrazione. I colloqui sono stati coordinati a livello Ue su input ufficiale del ministero belga per l’immigrazione e del governo svedese, ma dietro naturalmente c’è il governo tedesco: la Germania è il Paese europeo che ospita il maggior numero di afghani, quasi mezzo milione, con una delle più grandi comunità stabili presenti nel continente; per la nostra Europa a trazione tedesca i rifugiati afghani evidentemente sono più importanti delle bollette di luce e gas dei cittadini europei.
Draghi da parte sua ha provato a fare la voce grossa e ha sferzato l’Europa («Ora siamo soli, insieme») anziché «agisca» (contro Trump) e sia più «assertiva»: sembrava quasi di sentire la stessa litania pronunciata dall’ex premier piddino Massimo D’Alema, che mercoledì sera a Realpolitik ha definito Trump «un flagello», auspicando che la «forza tranquilla» della Cina riesca a contenerlo. «Il partner da cui ancora dipendiamo è diventato più conflittuale e imprevedibile», ha detto Draghi parlando degli Stati Uniti, «dipendiamo dall’America per il 60 per cento delle nostre importazioni di Gnl». Eppure, dopo aver coordinato vane sanzioni contro Mosca e l’abbandono dei rifornimenti di gas russo, era stato proprio lui, il 25 febbraio 2022 in Senato, a dichiarare di voler «incrementare il gas naturale liquefatto importato da altre rotte, come gli Stati Uniti», ringraziando calorosamente l’ex presidente americano, Joe Biden, democratico, per la sua «disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti». I giornali definirono l’aumento delle forniture americane, allora fino a cinque volte più care di quelle russe, «solidarietà energetica», oggi la chiamano «dipendenza», nonostante il governo di Giorgia Meloni abbia diversificato le nostre forniture avviando accordi energetici con Algeria, Libia, Azerbaigian, Qatar ed Emirati arabi uniti.
Ennesimo appello di Draghi anche in favore del superamento dei veti incrociati e del voto all’unanimità (in buona compagnia con Romano Prodi che li caldeggia da anni): «I Paesi che avvertono con maggiore acutezza il peso di questo momento», ha dichiarato l’ex presidente della Bce, «devono essere liberi di andare avanti. Questo è ciò che ho definito “federalismo pragmatico”. I Paesi che hanno la volontà di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati visibili e misurabili dai cittadini». Peccato che, a parte una platea molto calorosa - in prima fila il cancelliere Friedrich Merz - a Bruxelles in questo momento si parli afghano.





