A sentire Marco Lisei, presidente della commissione parlamentare sul Covid, è una versione distorta, per usare un eufemismo, quella riferita a Fuori dal Coro dall’ex premier Giuseppe Conte sullo scandalo delle mascherine.
Mario Giordano aveva appena intervistato l’imprenditore Dario Bianchi, fondatore e amministratore di Jc Electronics, azienda che ha vinto una causa di primo grado presso il Tribunale di Roma contro la struttura commissariale (allora guidata da Domenico Arcuri) per la revoca, ritenuta illegittima, di un contratto di fornitura di mascherine KN95 che, se confermata in giudizio, obbligherà lo Stato a risarcire l’azienda per oltre 203 milioni di euro. Bianchi ha raccontato a Giordano ciò che aveva detto in commissione Covid, ossia di aver avuto un problema con la struttura commissariale e di essere entrato in contatto con un avvocato, Luca Di Donna, che si era a lui presentato come «collega del presidente Conte» (essendo stato stretto collaboratore dell’ex premier nello studio romano che i due condividevano con il noto civilista e mentore di Conte Guido Alpa, dove sarebbe avvenuto il primo incontro con l’imprenditore) proponendogli la risoluzione dei problemi con Arcuri in cambio di una cagnotta presentata sotto forma di «contratto» a condizioni praticamente di strozzo: il 10% di percentuale sul fatturato, peraltro anche quello già conseguito. Bianchi rifiuta la proposta indecente e i problemi con la struttura commissariale, racconta, «non si risolvono ma aumentano». Passano pochi minuti e Conte interviene in diretta: «Ho già chiarito. La Procura ha già indagato, non sono stato neanche sentito e mi risulta che ci sia una richiesta di archiviazione». Quindi attacca la commissione: «Fdi quando è in difficoltà chiama Bianchi, ma non c’è nulla di nuovo. Ho chiesto di essere ascoltato dalla commissione Covid ma non mi hanno mai chiamato».
Presidente Lisei, è vero che non avete voluto ascoltare la testimonianza di Conte?
«Ma quando mai. È una delle tante imprecisioni ed omissioni rese dall’onorevole Conte sulla commissione».
I membri delle commissioni non possono essere ascoltati come testimoni per evitare un corto circuito tra il ruolo di inquirente e di «imputato», quindi automaticamente sono coperti da immunità…
«Per questo ho offerto a Conte la possibilità di essere audito con un escamotage: poteva dimettersi, essere audito e poi rientrare in commissione. C’è la prova video di quando gliel’ho offerto».
Cosa le ha risposto?
«Che non intendeva dimettersi. Quindi, di fatto, respingendo la mia offerta ha evitato di essere ascoltato».
Conte ha detto a Giordano di aver scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato chiedendo di essere audito.
«Quella lettera, più cavillosa che altro, l’ha scritta prima che io gli offrissi la via d’uscita per poter testimoniare. Me l’ha data in commissione e io gli ho risposto che, se voleva, poteva deporre. Punto».
Come ha giustificato il rifiuto?
«Mi ha detto che se si fosse dimesso, non avrebbe avuto garanzia di rientrare».
Una replica plausibile?
«Direi proprio di no. È stata più che altro un’arrampicata sugli specchi perché è il gruppo politico di appartenenza che toglie e rimette in commissione. D’altro canto, ha scelto di diventare membro della commissione ben sapendo che poi non poteva essere audito, a meno che non avesse accettato la nostra proposta. Quindi ciò che ha detto domenica non è corretto».
Conte si sta battendo per la trasparenza, come dichiara? È molto assiduo in commissione Covid?
«Ha partecipato a 8 sedute su 112. Faccia lei…».
Se lui avesse partecipato all’audizione di Bianchi avrebbe potuto fargli domande su Di Donna e su quella richiesta di cagnotta?
«Certo».
Conte ha detto che voi organizzate audizioni «a orologeria», dato che Bianchi era già stato sentito in commissione. Perché lo avete richiamato?
«Bianchi è stato audito perché c’è una sentenza del Tribunale che condanna lo Stato a risarcirgli 203 milioni. Ma, soprattutto, ha riferito fatti nuovi: non aveva mai parlato prima di questa proposta di “contratto”, lo ha detto per la prima volta a noi. Quindi è una cosa totalmente nuova, sulla quale nessuno ha mai indagato».
Perché non lo aveva riferito prima?
«Verosimilmente ha ascoltato l’audizione di Giovanni Buini (altro imprenditore audito lo scorso il 27 gennaio, che ha riferito di aver subito la stessa “proposta indecente”, ndr) che si somma alla sua, perché il metodo è lo stesso…»
Si può parlare di un «sistema»? La Verità ha scritto di un terzo imprenditore calabrese che ha detto di aver ricevuto la stessa offerta dal collega di Conte e da un altro legale, Gianluca Carmelo Maria Esposito.
«Beh, è curioso che ci siano più persone che raccontino la stessa storia: mi sembra a questo punto improbabile che siano tutte invenzioni. E questo può aiutare le Procure a riaprire le indagini».
Conte ha parlato di cose già archiviate…
«Non si vuol capire che le commissioni d’inchiesta fanno un lavoro differente dalle Procure: non è detto che se c’è stata un’archiviazione, il fatto non sia necessariamente accaduto. Forse la Procura, allora, non aveva abbastanza elementi, mentre oggi con l’audizione di Bianchi li ha e può riaprire il fascicolo. Per lo meno, mi aspetto che lo facciano e mi sorprenderebbe il contrario. È successo anche con David Rossi: il caso era chiuso ma grazie alla commissione parlamentare, le indagini sono state riaperte e abbiamo saputo che non si è affatto suicidato».
Dunque Conte potrebbe testimoniare, ma non vuole farlo?
«Se Conte vuole fare chiarezza, può venire a parlare in commissione, ma finora ha rifiutato. Forse perché la trasparenza non gli sta così tanto a cuore come ha dichiarato».
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.
Ci voleva la certificazione di un autorevole studio peer-reviewed, realizzato seguendo tutti i dettami della evidence based medicine (Ebm, medicina basata sulle prove scientifiche) per avere, riguardo la cosiddetta «medicina di genere» su bambini e adolescenti, la conferma di ciò che sarebbe stato già comprensibile con il puro buon senso: gli adolescenti sottoposti a procedure di alterazione sessuale manifestano, negli anni successivi ai trattamenti per cambiare sesso, un forte aumento delle gravi malattie psichiatriche.
Lo dice un importante studio finlandese realizzato su più di 2.000 adolescenti, che ha inferto un duro colpo alle promesse dei promotori della transizione di genere in età adolescenziale.
I risultati dello studio, pubblicato questa settimana su Acta Pediatrica e condotto dal professor Riittakerttu Kaltiala-Heino dell’ospedale universitario di Tampere, sono impressionanti: la morbilità psichiatrica degli adolescenti sottoposti ai trattamenti medici è aumentata notevolmente durante il monitoraggio, passando dal 9,8% al 60,7% nella riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6% al 54,5% nella riassegnazione di genere mascolinizzante. «Ogni sottogruppo di adolescenti riferiti al genere ha affrontato un rischio psichiatrico in corso sostanzialmente elevato», ha evidenziato lo studio, realizzato su una coorte di 2.083 giovani dal 1996 al 2019. «I bisogni psichiatrici non diminuiscono dopo la riassegnazione di genere medico», sostengono gli autori dell’indagine, che descrivono nelle loro analisi un rischio circa cinque volte superiore rispetto ai controlli maschili e tre volte superiore rispetto ai controlli femminili. Gli autori hanno osservato che in alcuni giovani pazienti, i trattamenti medici «sembrano essere collegati a un peggioramento della salute mentale».
I risultati finlandesi arrivano nel mezzo di una fase di profonda revisione, caratterizzata da un passaggio dall’approccio «affermativo» (basato sulla transizione medica rapida), incoraggiato soprattutto dall’onda woke statunitense, a uno più prudente, orientato alla psicoterapia. Negli ultimi 10-15 anni, molti Paesi hanno registrato un incremento esponenziale di adolescenti (soprattutto femmine) con disforia di genere, dovuto anche alla propaganda martellante di alcuni circuiti politici e mediatici.
Che intorno alla disforia ci sia un vero e proprio business, è un dato di fatto: la «gender industry» (l’industria delle cliniche e dei prodotti farmaceutici che lavorano intorno alla transizione di identità di genere, speculando sui dubbi identitari delle giovani generazioni) ha prosperato negli Stati Uniti, almeno fino all’arrivo del presidente Donald Trump, che già a fine 2023 prometteva di «porre fine alle mutilazioni sessuali infantili». La mappa delle cliniche «pediatriche» per cambio di sesso e terapie ormonali dal 2007 al 2023 negli Usa è cresciuta a ritmo incessante. Si è dovuto aspettare il 2026 per vedere la prima grande organizzazione medica statunitense prendere una posizione netta contro la chirurgia sui minori: a febbraio di quest’anno la American Society of Plastic Surgeons (Asps) ha emesso una posizione ufficiale raccomandando che gli interventi chirurgici di affermazione di genere siano posticipati a dopo i 19 anni.
Il dibattito globale si è acceso: diversi governi hanno commissionato studi indipendenti per valutare l’efficacia dei trattamenti. Il più influente è stato il Rapporto Cass (Cass Review, indagine indipendente di quattro anni commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico e guidata dalla nota pediatra britannica Hillary Cass), reso pubblico ad aprile 2024, che ha definito le basi della medicina di genere per minori come «sorprendentemente deboli». Risultato: il Regno Unito ha vietato la prescrizione di bloccanti della pubertà ai minori di 18 anni al di fuori dei trial clinici dopo aver chiuso, già nel 2022, il Gender identity development service (Gids) della clinica Tavistock di Londra, l’unico ospedale pubblico britannico dedicato alla disforia di genere dei minori, trattati con farmaci bloccanti della pubertà. Un rapporto pubblicato l’anno precedente ha riscontrato «forti criticità» all’interno del Gids per i metodi di cura adottati. C’è inoltre il sospetto che diversi, giovanissimi pazienti siano stati incoraggiati a intraprendere il percorso di transizione con troppa fretta.
Negli Stati Uniti la situazione è polarizzata: molti stati a guida repubblicana hanno vietato le cure di genere per i minori, mentre organizzazioni vicine ai democratici come la Wpath (World professional association for transgender health), organizzazione che definisce gli standard di cura globali per la salute delle persone transgender e non binarie) continuano a sostenere l’accesso ai trattamenti, pur sottolineando la necessità di valutazioni approfondite. Il famoso Transgender Center della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital ha chiuso, dopo che una legge del Missouri entrata in vigore nel 2023 ha obbligato il centro a sospendere i trattamenti medici per i pazienti minorenni. Anche le linee guida tedesche, adottate formalmente nel marzo 2025, sono significativamente più caute rispetto alle bozze precedenti, riconoscendo che per molti giovani l’insoddisfazione di genere può essere «temporanea».
In Australia, il governo Lnp del Queensland ha sospeso la distribuzione dei farmaci che sopprimono la pubertà e degli ormoni sessuali per i minori almeno fino al 2031. Finlandia, Svezia e Norvegia hanno indicato la psicoterapia come trattamento di prima linea, riservando gli ormoni solo a casi eccezionali o all’interno di protocolli di ricerca. Non manca però la criminalizzazione degli scienziati revisionisti: gli esperti (come la stessa dottoressa Cass) hanno denunciato un clima di discussione «tossico» che impedisce una ricerca serena. Due medici australiani che hanno sollevato preoccupazioni sulla «medicina di genere» infantile hanno dovuto affrontare un’azione giudiziaria, lo psichiatra del Queensland Andrew Amos è stato bandito dall’ordine dei medici (Ahpra) per aver pubblicamente messo in discussione i trattamenti contestati, mentre la psichiatra Jillian Spencer è stata sospesa dal suo ospedale dopo essersi opposta ai trattamenti di genere dei minori. La strada per tutelare gli adolescenti, insomma, appare ancora in salita.





