Dopo le proteste ufficiose sono arrivate anche quelle ufficiali: il caso della Biennale di Venezia e del Padiglione Russia - quella stessa Russia che nel 2025 è stata per l’Europa il secondo fornitore di gas naturale liquefatto dopo gli Stati Uniti nonostante le sanzioni - è approdato anche al Consiglio dell’Unione europea. «Mentre la Russia bombarda musei, distrugge chiese e cerca di cancellare la cultura ucraina, non dovrebbe esserle permesso di esporre le proprie opere», ha dichiarato l’Alto rappresentante dell’Unione europea Kaja Kallas, «il ritorno della Russia è moralmente sbagliato e l’Ue intende tagliare i finanziamenti».
E alla Finlandia, che lunedì ha annunciato pomposamente una «presenza distanziata» alla 61esima Esposizione internazionale d’arte di Venezia per protesta contro la «legittimazione di regime», ieri si è aggiunta anche la Lettonia, che ha chiesto di «vietare» a Mosca di partecipare alla manifestazione lagunare: «La Russia uccide civili ucraini ogni giorno e sta di fatto distruggendo il patrimonio culturale europeo», ha affermato Artjoms Ursulskis, segretario del ministero degli Esteri lettone, a margine del Consiglio Ue a Lussemburgo, «pertanto, crediamo che sia necessaria un’azione collettiva e chiederemo ai nostri amici di sostenerci». Riga, insieme ad altri venti Paesi e all’Ucraina, ha già invitato gli organizzatori a riconsiderare la partecipazione sovietica alla Biennale perché consentirla, si legge nella nota, «rischierebbe di normalizzare l’aggressione a Kiev e di indebolire la pressione su Mosca».
A quale pressione si riferiscano i lettoni, non è ancora chiaro: l’Ue, in vista del quarto anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina, ha presentato il 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che però ancora l’anno scorso ha continuato a rifornire l’Europa con un volume di 15 milioni di tonnellate di Gnl, una quota pari al 16 per cento del fabbisogno europeo.
La trascurabile ritorsione contro la presenza russa a Venezia, annunciata con sussiego dalla piccola nazione baltica, appare dunque come una guerra ad armi spuntate. Anche perché nei giorni in cui l’Esposizione internazionale d’arte sarà aperta al pubblico, il padiglione russo resterà tecnicamente chiuso: sarà infatti proiettata una video-installazione della performance degli artisti invitati a partecipare, che si esibiranno a Venezia solo dal 4 all’8 maggio, durante le giornate di pre-opening. «Sarà possibile vedere il video anche senza entrare nel padiglione», ha spiegato nei giorni scorsi l’ex ministro della Cultura russo Mikhail Shvydkoj, «che rimarrà chiuso perché nessuno vuole infrangere le regole generali». Il 6 maggio, poi, il regista russo dissidente Alexander Sokurov sarà ospite della Biennale della Parola/ Il dissenso e la pace, iniziativa speciale legata alla manifestazione lagunare e incentrata sulla riflessione e sul dialogo intorno ai temi della pace e dell’impegno civile.
«Dobbiamo assumere una posizione comune, i russi non sono pronti a porre fine alla guerra e questo non è certo il momento di concedere loro credibilità internazionale. Questo è uno dei modi in cui cercano di influenzare il nostro pensiero qui in Europa», ha osservato Ursulskis dimenticando, nonostante la vicinanza geopolitica - la Lettonia è rimasta nell’orbita sovietica fino al crollo dell’ex Urss, nel 1991 - che Mosca ha partecipato attivamente e massicciamente a numerose Esposizioni Universali e internazionali anche durante la guerra fredda: nel 1958 a Bruxelles, nel 1967 a Montreal, nel 1970 a Osaka, nel 1974 a Spokane, negli Usa. E nel lontano 1952 Josef Stalin autorizzò la spedizione sovietica alle Olimpiadi di Helsinki, dove l’ex Urss arrivò seconda nel medagliere olimpico, dietro agli Stati Uniti.
L’ultimatum alla Biennale presieduta da Pietrangelo Buttafuoco era arrivato già a inizio aprile dalla Commissione europea, che ha avviato la procedura per congelare o revocare i fondi per aver permesso a Mosca di riaprire il padiglione, chiuso dal 2022. Dall’11 aprile l’istituzione guidata da Buttafuoco ha 30 giorni di tempo per chiarire la propria posizione o fare retromarcia. Pena, la perdita di una sovvenzione di due milioni di euro per un periodo di tre anni.
Matteo Salvini, invece, ci sarà, «con tutto il rispetto della Lettonia». «Il padiglione russo a Venezia è di proprietà della Federazione Russa quindi non c’entra niente né la Biennale né lo Stato italiano», ha detto il leader della Lega, «sono proprietari e a casa loro fanno quello che vogliono, nel rispetto dei limiti, delle regole e delle sanzioni. La cultura, l’arte, la musica, il teatro, l’architettura, lo sport uniscono e non dividono. E quindi quelli che odiano altri popoli mi preoccupano. Conto che nessuno a Bruxelles si permetta di minacciare. Ho letto che forse ritirano i loro soldi, ma con tutti i miliardi che diamo noi all’Unione Europea, se ritirano quei 2 milioni di euro, fan proprio la figura degli spilorci. E anche ignoranti», ha concluso Salvini.
Sono passati pochi giorni dall’esito delle elezioni ungheresi, che hanno visto l’ex premier Viktor Orbán sconfitto da un politico membro della famiglia dei Popolari europei, Péter Magyar, inspiegabilmente acclamato dai progressisti. Ieri mattina, sul tavolo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen al tredicesimo piano del palazzo Berlaymont a Bruxelles, è atterrato un altro spinoso dossier dall’area dell’ex cortina di ferro, quello bulgaro.
L’ex presidente della repubblica Rumen Radev, sostenuto dal nuovo partito Bulgaria Progressista (Progresivna Bulgariya - Pb, fondato a marzo), ha infatti vinto le elezioni parlamentari di domenica, ottenendo la maggioranza assoluta con il 44,7% dei voti (130 seggi sui 240 totali): 30 punti percentuali in più rispetto al partito conservatore Gerb di Boyko Borissov, che ha riscosso il consenso di appena il 13% degli elettori, dopo una legislatura che ha visto ben otto cambi di governo.
Non è sicuro, per usare un eufemismo, che la vittoria di Radev sia una buona notizia per Von der Leyen, la presidente che, dopo una prima legislatura orientata a sinistra, dopo le elezioni europee del 2024 ha cercato di barcamenarsi virando il timone del suo esecutivo più verso il centrodestra. Di fatto, la vittoria del neo premier bulgaro rappresenta un cortocircuito per Bruxelles, essendo stata accolta con favore sia dalla Russia che dall’Unione europea. Il Cremlino ha definito «positive» le dichiarazioni di Radev a favore del dialogo con la Russia. Ma anche donna Ursula gli ha espresso le sue vive congratulazioni, facendo buon viso a cattivo gioco: «La Bulgaria è un membro orgoglioso della famiglia europea e svolge un ruolo importante nell’affrontare le nostre sfide comuni. Non vedo l’ora di collaborare con lui (Radev, ndr) per la prosperità e la sicurezza della Bulgaria e dell’Europa». Quasi le stesse parole usate dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che su X ha scritto: «Congratulazioni a Rumen Radev per la sua vittoria. Non vedo l’ora di lavorare assieme a voi nel Consiglio sulla nostra agenda condivisa per un’Europa prospera, autonoma e sicura».
Non vedranno l’ora, ma l’elezione di Radev rischia di essere una bella patata bollente per Von der Leyen e tutta l’eurocrazia europea, che temono più della morte l’avvento di un nuovo Orbán e di nuovi veti al Consiglio: non così improbabili, dato che il vincitore delle elezioni ha espressamente manifestato idee euroscettiche e non ostili a Mosca nel corso della campagna elettorale.
Il neo premier ha auspicato infatti il ripristino di relazioni «pratiche e pragmatiche» con la Russia, basate sul rispetto reciproco e sul libero flusso di gas e petrolio russo verso l’Europa, che passa proprio per il territorio bulgaro. Ha ripetutamente dichiarato che le sanzioni europee contro Putin sono «inefficaci» e dannose per l’economia Ue, definendo «immorale», da parte dell’Europa, la pressione sull’Ucraina per il proseguimento della guerra. «Queste politiche stanno portando l’Ucraina al disastro e l’Europa a un vicolo cieco», ha detto.
Ma il fattore forse decisivo che ha condotto alla vittoria di domenica è stata l’ondata di proteste, per tutto il 2025, all’adesione, fortemente sostenuta dalla Bce e dalla Commissione, della Bulgaria alla zona euro, scattata a gennaio 2026: anche Radev, che all’epoca era presidente della repubblica, si è schierato contro, chiedendo che la voce del popolo fosse ascoltata. Il 9 maggio dello scorso anno, data simbolica per l’Europa, il neo premier ha proposto, inascoltato, di indire un referendum per decidere l’ingresso nell’eurozona. Sulla notizia è caduto l’occhio attento dell’economista Alberto Bagnai, deputato e responsabile economico della Lega che, affiancando i dati del Pil pro capite di Bulgaria e Italia rispetto alla media europea dal 2000 ad oggi (in euro e a parità di potere d’acquisto), ha osservato che la percentuale bulgara è andata in costante aumento, mentre quella italiana in declino. È vero che il lev bulgaro era già agganciato all’euro da tempo ma, ha commentato Bagnai sul suo blog goofynomics, «quanto può far schifo il “progetto europeo” se perfino quelli che ne hanno tratto un discreto vantaggio fanno così tanta resistenza a un definitivo ingresso in esso? Di cosa hanno paura i bulgari? Sospetto che temano che l’entrata nell’euro interrompa la fase di catch-up, di recupero di posizioni rispetto alla media. Sarà un timore fondato, o è un’ondata di irrazionalità fomentata dai soliti populisti irresponsabili?», ha ironizzato il deputato leghista.
Toccherà a Ursula & Co. sbrogliare la matassa. Le elezioni di domenica, che hanno riunito sotto lo stesso tetto un pot-pourri di elettori di diversa estrazione politica (socialisti anti-sistema ma anche sovranisti), accomunati dal malcontento, stanno riposizionando Sofia anche sul piano geopolitico: pur mantenendo formalmente gli impegni dell’Ue e della Nato, Radev cerca relazioni equilibrate sia con l’Occidente che con Mosca, con buona pace della vacuità bruxellese.
Ha sfidato i deputati di Fratelli d’Italia ad andare a parlare «in tribunale» della vicenda sulle mascherine che lo riguarda evocando ipotetiche «diffamazioni» ma non intende ricorrere alla soluzione procedurale che gli consentirebbe, intanto, di parlarne in commissione Covid, dove non si presenta dal 2024.
È quantomeno singolare la reazione di Giuseppe Conte alle denunce di Fratelli d’Italia riguardo la vicenda di Luca di Donna, avvocato vicino al leader del Movimento Cinque Stelle (lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) che nelle prime fasi della pandemia si proponeva come «facilitatore» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri, in cambio di sostanziose provvigioni. Fratelli d’Italia ha chiesto un’informativa urgente al governo e al ministro della Salute e l’esame di tutti i documenti esistenti e relativi ai «fatti gravi che continuano ad emergere sulla vicenda delle mascherine e sulle ipotesi di tangenti richieste dai colleghi di Giuseppe Conte», ha denunciato in Aula la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione covid, Alice Buonguerrieri. «Più imprenditori sotto giuramento sono venuti a riferire in commissione Covid dell’esistenza di quello che appare come un vero e proprio sistema - ha puntato il dito Buonguerrieri - l’avvocato Luca Di Donna, collega dell’allora Premier in carica Giuseppe Conte, incontrava imprenditori presso lo studio del professor Alpa, mentore di Giuseppe Conte e in quello studio, nel quale lo stesso Giuseppe Conte ha lavorato, chiedeva, per risolvere problemi o agevolare affari con l’amministrazione dello Stato, una percentuale sul fatturato pari a decine di milioni di euro. Noi parliamo di un giro di percentuali dalla dimensione unica nella storia della Repubblica italiana. E chi deve rispondere di queste gravi accuse ha un nome e un cognome, Giuseppe Conte», ha concluso, accusando il leader dei Cinquestelle di «usare la commissione come scudo personale».
Di Donna in effetti condivideva con Conte lo stesso indirizzo professionale a Roma, con lo stesso numero di telefono e fax dell’avvocato di Volturara Appula, prima che questi lo lasciasse per andare a Palazzo Chigi. E sono già tre gli imprenditori che hanno denunciato il medesimo sistema di «provvigioni» in cambio di un (millantato?) canale preferenziale con la presidenza del consiglio per sbloccare gli appalti sulle mascherine, mentre gli italiani morivano.
Conte ha reagito con veemenza alle accuse di Buonguerrieri: «Se avete coraggio rinunciate all’immunità, così ripetete le stesse parole e ce la vediamo in tribunale». Ma, spiegano i deputati coinvolti, «non si capisce in che senso dovremmo rinunciare all’immunità se Conte non ci ha denunciato».
E’ un fatto, intanto, che l’ex presidente del consiglio ha espressamente rifiutato di approfittare della soluzione che gli era stata offerta per fornire la sua versione dei fatti ai membri della commissione parlamentare sul covid, di cui egli stesso fa parte: per regolamento non può farlo in quanto membro (il ruolo di commissario si sovrapporrebbe a quello di «imputato» o quantomeno persona informata sui fatti), ma già a ottobre 2024 il presidente dell’organismo di indagine sulla pandemia, Marco Lisei (FdI), lo aveva invitato a ricorrere a una procedura alternativa, dimettersi pro tempore - il tempo di essere audito dai colleghi della commissione - testimoniare e poi rientrare subito dopo. «I formalismi possono essere superati», lo aveva esortato Lisei e a lui si erano accodati anche altri commissari come Francesco Filini («È una questione procedurale molto semplice») e Buonguerrieri («Non vorrei che tutto questo si traducesse in un “vorrei ma non posso”»), ma Conte era stato irremovibile: «Non intendo dimettermi». Ci teneva moltissimo, insomma, l’ex premier a restare in commissione Covid: eppure ai lavori di quell’organismo ha partecipato soltanto 8 volte su 112 e di una sua testimonianza con quella soluzione procedurale proprio non ne vuol sentir parlare. Conte infatti continua a ripetere alla stampa che lui vorrebbe testimoniare (ha dichiarato di aver scritto, nel 2024, anche ai presidenti di Camera e Senato) ma il regolamento non glielo consente, nonostante le rassicurazioni dei colleghi della commissione. Peccato perché avrebbe potuto, ad esempio, partecipare all’audizione di Giovanni Buini, imprenditore umbro ascoltato lo scorso 27 gennaio in merito alle procedure di fornitura di dispositivi di protezione e ai «contratti» proposti da De Donna nella prima fase pandemica. Nel 2020 Buini aveva stracciato l’accordo per la fornitura di mascherine, ritenendo la richiesta di provvigioni da parte dei mediatori del tutto illecita. Il leader grillino avrebbe anche potuto seguire i lavori della commissione quando recentemente, l’8 aprile, l’imprenditore di JC Electronics Dario Bianchi ha descritto nei dettagli, ai membri della commissione Covid, come funzionava quel sistema. L’occasione sarebbe stata ideale per potersi liberare delle accuse in nome della «trasparenza» che rivendica da quando è arrivato fortunosamente a Palazzo Chigi. «Questi fatti gravi sono nuovi e sono emersi grazie ai lavori della commissione Covid», ha dichiarato Buonguerrieri, mentre Lisei ha detto martedì scorso alla Verità di aspettarsi che le procure riaprano il fascicolo di Buini, che nel 2021 era stato chiuso. C’è poi un terzo caso, fotocopia dei due precedenti, quello dell’imprenditore calabrese Francesco Alcaro, raccontato mercoledì sulla Verità da Giacomo Amadori. Di materiale per avviare nuove indagini, insomma, ce n’è in abbondanza.





