L'uomo si mette in testa di avvicinarsi a Dio, quasi ci riesce, Quello si adombra e, per punizione, confonde le lingue. Gli uomini, non capendo più nulla, smettono la scellerata costruzione. Questa la versione "media" che ripetiamo della inquietante e misteriosa vicenda biblica di Babele, raccontata nel libro della Genesi al capitolo 11. Il filosofo Silvano Petrosino, poggiando sulla tradizione dei racconti ebraici del Midrash, suggerisce una più completa e affascinante interpretazione di un testo che da secoli interroga l'arte, la cultura e il pensiero di tutto il mondo. Dio non punisce l'uomo: questi per natura tenta di raggiungere il Cielo, e l'Onnipotente non può esserne invidioso. Dio piuttosto vede che la costruzione sta abolendo l'uomo: la tecnica, il fare, prendono il sopravvento sui costruttori e li alienano dagli altri e dalla loro stessa natura. Costringere gli uomini allo sforzo di imparare a parlarsi è una pedagogia che ricostruisce l'identità e l'assetto di creatura tesa al bene. Se è così, chi ci può salvare dall'intelligenza artificiale e dalla Babele della rete?
A che gioco sta giocando l’Iran? Quando ormai il processo diplomatico sembrava avviato, Teheran ha iniziato a porre degli ostacoli. Ieri, Axios ha riferito che la Repubblica islamica avrebbe chiesto di cambiare la sede dei colloqui di venerdì con gli Stati Uniti. In particolare, l’Iran vorrebbe che si tenessero in Oman, anziché a Istanbul, come precedentemente concordato. La stessa testata ha riportato che una tale richiesta potrebbe mandare a monte la ripresa dei negoziati, irritando Donald Trump e spingendolo di nuovo verso lo scenario dell’opzione militare.
Non solo. Sempre ieri, il Wall Street Journal ha riferito non solo che gli iraniani starebbero «minacciando di ritirarsi» dalle imminenti trattative ma anche che alcune loro motovedette armate si sono avvicinate a una petroliera statunitense nello Stretto di Hormuz: una manovra che lo stesso quotidiano newyorchese ha definito una «provocazione». Come se non bastasse, un caccia F-35 ha abbattuto un drone iraniano che, secondo Washington, si stava avvicinando «aggressivamente» alla portaerei statunitense Abraham Lincoln.
Insomma, non è che il clima complessivo appaia granché disteso. Fino a ieri mattina, fervevano i preparativi per il vertice di Istanbul, a cui dovrebbero (o avrebbero dovuto) partecipare venerdì l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Non solo. Al meeting erano stati invitati anche i rappresentanti di vari Paesi arabi: rappresentanti di cui Teheran avrebbe invece chiesto ieri l’esclusione, per limitare la discussione al solo tema del nucleare. La Repubblica islamica vorrebbe infatti evitare di affrontare la questione della propria strategia regionale: un dossier, quest’ultimo, che chiamerebbe ovviamente in causa il ruolo destabilizzatore dei suoi proxy. Il quadro è mutato più o meno nelle stesse ore in cui, ieri, Witkoff si stava incontrando con Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.
Il faccia a faccia tra i due era stato chiesto dallo stesso premier israeliano che ha intenzione di coordinarsi con Washington prima dell’eventuale avvio dei negoziati tra americani e iraniani. In particolare, lo Stato ebraico vuole sincerarsi che gli Stati Uniti premano affinché Teheran ceda su tre punti: stop al processo di arricchimento dell’uranio, ferrea limitazione al programma balistico e rottura dei rapporti con i vari proxy. Inoltre, stando ad Axios, almeno fino al pomeriggio italiano di ieri, Trump, differentemente da Israele, sarebbe stato freddo rispetto all’ipotesi di un attacco militare contro la Repubblica islamica. Bisognerà però vedere se l’atteggiamento di ostruzione mostrato dall’Iran porterà il presidente americano a riconsiderare la sua posizione in merito. «L’Iran ha ripetutamente dimostrato che non ci si può fidare delle sue promesse», ha comunque dichiarato l’ufficio di Netanyahu, ieri, al termine del colloquio tra il premier israeliano e Witkoff.
Come che sia, almeno per il momento, Washington ha confermato che i colloqui con Teheran si terranno. «Ho appena parlato con l’inviato speciale Witkoff e questi colloqui, al momento, sono ancora in programma», ha affermato, nella serata italiana di ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. «Il presidente Trump vuole sempre puntare prima sulla diplomazia, ma ovviamente per ballare il tango ci vogliono due persone», ha aggiunto, senza però escludere il ricorso a un attacco militare. «Il presidente, in qualità di comandante in capo, ha una serie di opzioni sul tavolo per quanto riguarda l’Iran», ha infatti precisato.
Non è del resto un mistero che l’inquilino della Casa Bianca voglia utilizzare la pressione militare per negoziare da una posizione di forza. Non a caso, negli scorsi giorni, ha schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltre a una serie di sistemi di difesa aerea. Ricordiamo che, a giugno, Trump ordinò l’attacco contro tre siti nucleari iraniani dopo che i negoziati sull’energia atomica con gli ayatollah si erano incagliati. Non si può quindi escludere che, qualora Teheran dovesse continuare con la sua linea ondivaga, la Casa Bianca decida di seguire il copione di giugno.
Del resto, ieri, sia il Qatar che gli Emirati arabi hanno auspicato una soluzione diplomatica. Recep Tayyip Erdogan si è anche recato a Riad per incontrare Mohammad bin Salman e discutere con lui della crisi iraniana. Il punto è che vari attori mediorientali auspicano, sì, un abbassamento della tensione, ma, dall’altra parte, temono le ambizioni nucleari di Teheran, oltre alle operazioni destabilizzatrici dei suoi proxy. È quindi all’interno di questo groviglio che il presidente americano è chiamato a prendere una decisione. Fermo sempre restando che, al suo interno, il regime khomeinista è assai meno monolitico di quanto voglia far credere: chissà quindi che le fibrillazioni di ieri non siano nate dalle tensioni intestine anziché da una strategia chiara.
«Siamo di fronte a una strategia che mira a innalzare il livello dello scontro con le istituzioni e che, attraverso i disordini e la violenza, punta a compattare la galassia anarco-antagonista e a galvanizzarne gli aderenti. È possibile dire che stiamo registrando un innalzamento del livello dello scontro che, per certi versi e pur con delle varianti, richiama dinamiche squadristiche e terroristiche che hanno caratterizzato alcune fasi del nostro passato. Credo che chi sfila a fianco di questi delinquenti finisce per offrire loro una prospettiva di impunità».
Chiaro il messaggio lanciato ieri dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nell’informativa alla Camera sulle violenze di sabato nella manifestazione pro Askatasuna a Torino. Nel suo intervento a Montecitorio il responsabile del Viminale era stato chiaro: «C’è un innalzamento dell’asticella del conflitto che sa di guerra allo Stato di fronte alla quale non sono accettabili distinguo e condanne timide. Dietro gli incidenti non c’è stato un deficit prevenzione, ma una precisa intenzione criminale come avevano annunciato in un’assemblea gli antagonisti in cui si parlava di resa dei conti con lo Stato democratico». Dopo aver elogiato il grande lavoro svolto dalle forze dell’ordine che «hanno evitato che si verificassero danni ben più gravi che erano nei programmi dei manifestanti», il ministro ha annunciato che la Procura di Torino procederà per il reato di devastazione, al momento contro ignoti. Sul tavolo dei pm è arrivata una prima informativa della Digos e ne sono attese altre. Inoltre sono state sottoposte a fermo 27 persone, 24 denunciate e tre arrestate. Tra le priorità e per il futuro con il nuovo pacchetto sicurezza, ha aggiunto Piantedosi, c’è la necessità «di depotenziare i gruppi organizzati di facinorosi prima ancora che possano mettersi all’opera e innescare spirali di violenza». E si tratta di strumenti non nuovi nel panorama delle democrazie europee, utilizzati da decenni «senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia». Tutti, è il monito di Piantedosi, devono prendere atto che «non ci troviamo più in presenza di modalità più o meno discutibili dell’esercizio della libertà di manifestazione del pensiero, bensì ad una vera e propria, sistematica strategia di eversione dell’ordine democratico». Ribadito l’invito alla condanna unanime. «Anche nei momenti più difficili della nostra storia repubblicana le istituzioni e tutte le forze politiche hanno avuto la maturità e la capacità di attingere ad una riserva di saggezza e di equilibrio nell’interesse generale dei cittadini. E sarebbe grave se qualcuno derogasse soltanto perché alla guida del Paese c’è un governo di centrodestra. L’auspicio» ha sottolineato il ministro dell’Interno, «è che tutte le forze politiche presenti in Parlamento riescano a trovare una sostanziale convergenza sostenendo le forze di polizia».
Un appello respinto al mittente da parte delle opposizioni. In un’intervista a Di martedì, il segretario dem, Elly Schlein ha affermato: «La sicurezza è il più grande fallimento del governo Meloni. I reati sono aumentati. Piantedosi è stato indicato dalla Lega che è al governo da 8 anni. Quand’è che si assumeranno una responsabilità se ci sono ancora problemi di sicurezza?». E ha rincarato: «Abbiamo assistito a una dimostrazione di irresponsabilità di chi fa passare migliaia di manifestanti come violenti. Ho chiamato Meloni per questo. Non strumentalizzare, di fronte alla violenza politica bisogna unire e non dividere».
Sempre a Di martedì, il leader della Cgil Maurizio Landini ha dichiarato: «Credo che a Torino ci sia stato un atto di violenza criminale di un gruppo di persone che in realtà hanno messo in discussione il valore di quella giornata, di quella manifestazione, di liberi cittadini che volevano esprimere un loro punto di vista». E ha aggiunto: «È nella storia che il movimento dei lavoratori, il movimento sindacale, che ha difeso e conquistato la democrazia, si è sempre battuto contro qualsiasi violenza che c’è stata in questo Paese. Quindi fare questi ragionamenti, che chi manifesta liberamente sarebbe complice dei violenti, è un attacco alla libertà delle persone di poter manifestare». Secondo la deputata M5s Chiara Appendino «gli anarchici sono i vostri migliori alleati: loro creano il caos e voi usate quel caos per varare misure liberticide, attaccare i giudici e soprattutto nascondere il vostro clamoroso fallimento sulla sicurezza».
La stessa informativa di Piantedosi doveva tenersi ieri pomeriggio in Senato ma è slittata ad oggi e sarà una comunicazione: quindi si voterà sulle risoluzioni che i gruppi parlamentari presenteranno, essendo fallita la proposta del premier Giorgia Meloni di arrivare ad una risoluzione unitaria. Il presidente del Senato Ignazio La Russa si è detto «un po’ deluso. Puntavo a testo condiviso».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 4 febbraio con Carlo Cambi
- L’ex militare se ne va: «Basta moderatismi». I Patrioti: «È fuori». Il segretario: «Escludo alleanze future». Con lui Lubamba e Borghezio, ma non Casapound.
- I dirigenti: «Si dimetta da europarlamentare». Per «Youtrend» Fn può superare il 3%.
Lo speciale contiene due articolo
L’addio arriva prima del previsto. Roberto Vannacci lascia la Lega e dice basta «ai linguaggi moderati». Lo spirito da funerale era nell’aria, ma si pensava fosse presto per la dipartita. E, invece, a meno di una settimana dal lancio di Futuro nazionale, l’ex generale se ne va. «Ti voglio bene, ma la mia strada è un’altra», il messaggio laconico a Matteo Salvini. «Chi mi ama, mi segua. Il mio impegno, da sempre, è quello di cambiare l’Italia», scrive su X, pubblicando il manifesto politico. «Farla tornare un Paese sovrano, sicuro, libero, sviluppato, prospero ed esclusivo», prosegue.
Un messaggio pubblicato proprio nel giorno del consiglio federale della Lega, indetto da Salvini nella storica sede milanese di via Bellerio. In quanto vicesegretario, ovviamente era stato invitato anche Vannacci, che però ha disertato l’incontro, rimanendo chiuso nel suo ufficio a Bruxelles, lanciando così un messaggio a Salvini, che risponde amareggiato. Lunedì sera, Salvini e Vannacci si erano incontrati a Roma e avevano discusso a lungo. Salvini avrebbe imposto a Vannacci un aut aut. O dentro o fuori. «Niente urla o scenate. Tutto è avvenuto con grande calma e serenità», giurano.
«Non sono arrabbiato, sono deluso. La Lega lo aveva accolto quando aveva tutti contro ed era rimasto solo», commenta su X. «Gli abbiamo offerto l’opportunità di essere candidato con noi in ogni collegio alle Europee, io come tanti altri leghisti l’ho votato e fatto votare, lo abbiamo proposto come vicepresidente dei Patrioti in Europa, lo abbiamo nominato vicesegretario del nostro partito. Volevamo fare un lungo cammino insieme, condividere battaglie, costruire. In questi mesi, invece, abbiamo vissuto polemiche, problemi, tensioni, simboli di possibili nuovi partiti e associazioni, attacchi a chi la Lega la vive e la ama da anni. Peccato». Salvini prosegue: «Siamo abituati a pensare che parole come onore, disciplina e lealtà abbiano un significato preciso, specie per chi ha indossato una divisa. Dispiace umanamente prima ancora che politicamente, ma andiamo avanti tranquilli per la nostra strada. Gli uomini passano, le idee restano». In serata, a Cinque minuti, ospite di Bruno Vespa su Rai 1 sgombra il campo da possibili alleanze in futuro e ribadisce: «Sono abituato a dare valore alla parola data, non mi abituo al fatto che la poltrona valga più della fiducia, della lealtà e dell’onore. C’è il dispiacere perché tanti italiani, compreso io, lo abbiano votato. E poi ci si domanda perché la gente non vada a votare, ma l’Italia andrà avanti lo stesso. Renzi dice che è felicissimo per cui lascio giudicare voi».
Ad ogni modo, nessuna espulsione. Ma una separazione «consensuale». «Dovrà però essere lui a formalizzare l’addio», aggiungono dalla Lega, postando su X «La storia si ripete», facendo riferimento a Futuro e libertà di Gianfranco Fini. Adesso i salviniani si aspettano che si dimetta anche da europarlamentare, dato che ci è diventato con i voti della Lega. Intanto, a Bruxelles, il gruppo dei Patrioti ha votato all’unanimità l’espulsione di Vannacci, rassicurando che «la Lega resta un partito partner a pieno titolo».
Anche Casapound ha preso le distanze dal nuovo soggetto politico, scrivendo in una nota che non farà parte di Futuro nazionale dove, invece, Vannacci imbarca Sylvie Lubamba, fondatrice del team Vannacci di Milano: «Decolleremo o affonderemo insieme, sono il suo fedelissimo araldo». E come lei il «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini: «Ora la battaglia più importante è quella sacrosanta della remigrazione. La maggioranza del popolo italiano lo seguirà». Ad aiutare l’ex generale c’è un altro leghista, da tempo fuori dal Carroccio, Mario Borghezio, uno che a modo suo ha anticipato i tempi: rappresentava l’estrema destra dentro la Lega Nord, che formalmente si definiva «né di destra né di sinistra». Poi ci sono i fedelissimi, piazzati nei consigli regionali: Massimiliano Simoni in Toscana e Stefano Valdegamberi in Veneto, oltre a Cristiano Romani, a capo dell’associazione Mondo al contrario. In Parlamento lo appoggeranno Edoardo Ziello (Lega), probabilmente l’ex fratello d’Italia Emanuele Pozzolo (espulso perché nella notte di Capodanno del 2024 impugnava un revolver da cui partì un colpo che ferì una persona) e anche Domenico Furgiuele, il leghista che voleva fare la conferenza stampa alla Camera sulla remigrazione. E poi Rossano Sasso, altro leghista che il 15 gennaio votò, insieme a Ziello e Furgiuele, contro le armi a Kiev, bocciando la risoluzione unitaria di maggioranza.
Nei giorni scorsi i malumori nei confronti di Vannacci erano aumentati. Il lancio del suo nuovo movimento aveva aperto spaccature ancor più profonde, specie nell’ala moderata del partito capeggiata da Luca Zaia che, insieme ad Attilio Fontana e a Massimiliano Fedriga, rispettivamente presidenti di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, chiedeva da tempo l’espulsione, insofferenti.
Vannacci, candidato dalla Lega come indipendente alle Europee 2024, aveva poi ottenuto la tessera dalle mani di Salvini nell’aprile 2025 e nominato vicesegretario un mese dopo. Un matrimonio d’interessi che ha retto appena un anno e mezzo. Sulla possibile fuoriuscita dell’ex generale, Salvini diceva appena quattro giorni fa: «Non esiste problema. Ci vediamo con calma, chiariamo tutto». Concludendo che nel Carroccio «c’è spazio per sensibilità diverse». Evidentemente, però, queste sensibilità si sono rivelate un po’ troppo diverse.
Il partito: «Traditore uguale a Fini». Zaia: «Corpo estraneo da sempre»
Un po’ di sano risentimento ma, tutto sommato, nulla di trascendentale. Alla «questione Vannacci», durante il consiglio federale della Lega che si è tenuto ieri pomeriggio a Milano, non sono stati dedicati che pochi minuti. L’incipit lapidario del segretario Matteo Salvini, che ha paragonato l’addio del generale a quello di Gianfranco Fini del 2010, ha spento sul nascere qualsiasi impulso a soffermarsi su una questione già nell’aria da tempo e, quasi, quasi digerita se non fosse per l’intolleranza conclamata ai tradimenti che affligge molti leghisti doc.
«Su chi tradisce e fugge non vale la pena perdere troppo tempo, come accadde con Fini in passato», ha esordito Salvini nell’aprire la seduta, per poi passare subito all’ordine del giorno: pacchetto sicurezza, referendum, manifestazione sull’immigrazione prevista per il prossimo 18 aprile a Milano.
Sul tema sicurezza, in attesa del passaggio in Consiglio dei ministri, Salvini ha confermato l’intenzione di stringere ancora un po’ i bulloni a un testo che tratta un «tema fondamentale in questo momento storico», anche integrando le posizioni già espresse con nuove richieste, in lavorazione proprio in queste ore.
Passaggi puramente organizzativi, invece, sono stati quelli dedicati al referendum sulla giustizia, per il quale il Carroccio ha ingaggiato le sue sedi territoriali per una «gazebata federale» prevista per il 14 e il 15 di marzo e alla manifestazione del 18 aprile, oggetto di aggiornamenti tecnici. In vista dell’appuntamento nelle piazze, l’intenzione è quella di coinvolgere oltre al gruppo parlamentare dei Patrioti europei anche figure di spicco internazionale e lo spunto, interno, è quello di trattare il tema «remigrazione», tanto caro al generale, «con serietà», soprattutto per rispetto a una base che, di questa materia, rivendica la paternità: «In fondo si tratta di rispedire a casa i clandestini, che è uno dei principi fondanti del nostro partito, da sempre».
Serenità, dunque, e pochi rimpianti sul generale perché, la storia insegna: «Chi ha lasciato, come Fini, si è visto, poi, che fine ha fatto». Unico tema ancora sul tavolo lo scranno da europarlamentare ottenuto da Vannacci nel 2024 con circa mezzo milione di voti portati dalla candidatura del Carroccio. «Se Vannacci è quello di oggi può ringraziare solo il mio partito, che ha investito su di lui alle Europee l’anno scorso e gli ha permesso di avere un seggio», ha commentato secco l’ex presidente del Veneto, Luca Zaia: «Ha capito di essere un corpo estraneo nella Lega. Probabilmente aveva un altro progetto, non ha trovato il giusto substrato per farlo crescere, e oggi decide di camminare sulle sue gambe. Vedremo quale sarà il potenziale di questa sua marcia solitaria». A fargli eco l’attuale presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, che ha commentato: «A chi mi chiede se dovrebbe dimettersi rispondo che credo che chi ricopre una carica grazie a un partito dovrebbe ricordarsi di quel movimento». Per Claudio Borghi, infine, il gesto di Vannacci è «irrispettoso verso il nostro partito che gli ha aperto la strada» e «in questo modo si fa il gioco di Renzi e di chi divide le forze sovraniste, della Schlein e compagnia bella e che in questo momento si sta fregando le mani».
Anche sui social la decisione di Vannacci di lasciare la Lega non ha riscosso particolare gradimento: la parola chiave «Roberto Vannacci», negli ultimi due giorni, ha ottenuto nelle conversazioni digitali «37.420 menzioni» con un picco registrato, ieri pomeriggio alle 16.45, poco dopo l’inizio del consiglio leghista a Milano, ma con un sentiment complessivo che nelle ultime 24 ore è risultato «negativo all’85%». A dirlo è un report realizzato da Spin Factor in esclusiva per Adnkronos, con dati raccolti attraverso Human, la piattaforma digitale che registra le tendenze social in interazione con i sistemi di Intelligenza artificiale. Secondo i dati, solo il 21,4% degli utenti ha espresso «opinioni positive rispetto alla decisione» perché, a oggi, il generale non viene percepito dalla Rete «come leader». Meglio la performance social di Salvini che registra un trend positivo pari al 30,2%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al periodo precedente.
A livello di peso elettorale, una prima rilevazione di Youtrend per Sky Tg24, la lista si collocherebbe poco al di sopra della soglia di sbarramento del 3%.
«Ora dovrebbe essere chiaro a tutti perché misi in guardia il mio ex segretario su Vannacci. Lo criticai, forse alla mia maniera diretta, ma i fatti dimostrano che avevo visto giusto. Mi fu subito evidente che i miei valori non potevano essere accostati ai suoi, né a quelli di una Lega che non riconoscevo più, nonostante oltre 40 anni di militanza. Era chiaro a tutti che l’obiettivo fosse usare la Lega per altri fini politici», ha concluso con una nota amara Toni Da Re, già europarlamentare della Lega ed ex segretario regionale veneto della Liga veneta, espulso dalla Lega per forti contrasti con Salvini dovuti proprio alla salita del generale a bordo del Carroccio.






