L'uomo si mette in testa di avvicinarsi a Dio, quasi ci riesce, Quello si adombra e, per punizione, confonde le lingue. Gli uomini, non capendo più nulla, smettono la scellerata costruzione. Questa la versione "media" che ripetiamo della inquietante e misteriosa vicenda biblica di Babele, raccontata nel libro della Genesi al capitolo 11. Il filosofo Silvano Petrosino, poggiando sulla tradizione dei racconti ebraici del Midrash, suggerisce una più completa e affascinante interpretazione di un testo che da secoli interroga l'arte, la cultura e il pensiero di tutto il mondo. Dio non punisce l'uomo: questi per natura tenta di raggiungere il Cielo, e l'Onnipotente non può esserne invidioso. Dio piuttosto vede che la costruzione sta abolendo l'uomo: la tecnica, il fare, prendono il sopravvento sui costruttori e li alienano dagli altri e dalla loro stessa natura. Costringere gli uomini allo sforzo di imparare a parlarsi è una pedagogia che ricostruisce l'identità e l'assetto di creatura tesa al bene. Se è così, chi ci può salvare dall'intelligenza artificiale e dalla Babele della rete?
Pochi mesi fa, per la prima volta in Italia, è stato realizzato un censimento nazionale delle persone senza fissa dimora in 14 grandi città. L’indagine, condotta dall’Istat insieme alla Federazione Italiana Organismi per le persone senza dimora, ha utilizzato il metodo «Point in Time»: una fotografia istantanea già diffusa in molti Paesi europei e negli Stati Uniti per misurare la povertà estrema.
Squadre di volontari hanno percorso a piedi quartieri, sottopassaggi e stazioni, muniti di strumenti digitali e dell’esperienza di chi conosce da vicino la vita di strada. Il risultato è stato un dato preciso: 10.037 persone senza dimora. Di queste, 5.563 dormivano, nelle fredde sere di gennaio 2026 in cui è stata effettuata la rilevazione, in una delle 217 strutture di accoglienza notturna. Le restanti 4.474 - quasi la metà - si trovavano all’aperto, negli spazi urbani. Il 35% dormiva direttamente su marciapiedi o piazze, senza alcun riparo; un altro 32% sotto portici, ponti o in sottopassaggi. Quasi uno su dieci trovava rifugio in stazioni o terminal di trasporto, mentre una piccola quota dormiva in tende o automobili. Roma e Milano detengono, prevedibilmente, i numeri assoluti più elevati. Ma il dato più significativo riguarda Genova, dove la percentuale di persone costrette a dormire all’aperto raggiunge il 65,9%: quasi due terzi dei senza dimora non trovano posto in una struttura.
Un dato che evidenzia una distanza profonda, siderale, tra la realtà e l’immagine pubblica che la Sindaca vuole proiettare di sé.
Proprio in questi giorni si parla molto di Silvia Salis, sindaca di Genova, indicata come possibile candidata del cosiddetto campo largo a livello nazionale. Lei stessa, in un’intervista a Bloomberg, ha lasciato intendere una certa disponibilità. Intanto circolano sondaggi e analisi che ne sottolineano il peso politico, prospettando un possibile vantaggio per il centrosinistra. Il tutto orchestrato da una attenta regia che vede come spin doctor Marco Agnoletti, già visto all’opera con la Leopolda di Renzi.
La sua crescita mediatica appare sostenuta da un’efficace strategia comunicativa. Si è parlato, ad esempio, della sua presenza – defilata ma studiata – accanto alla consolle della DJ Charlotte de Witte: non protagonista, ma comunque visibile, in una posizione che trasmetteva al tempo stesso partecipazione e controllo. Un’immagine interpretata come un abile equilibrio tra dimensione istituzionale e spontaneità, tra ruolo pubblico e quotidianità. Un’operazione comunicativa efficace, con l’intento di accorciare simbolicamente la distanza tra politica e cittadini sotto i decibel della musica elettronica. Ma resta aperta una distanza che non sembra capace di colmare quella tra narrazione e realtà amministrativa.
Genova è una città complessa, con un territorio difficile, infrastrutture datate e servizi trascurati da anni. Chi governa non trova certo una situazione semplice. Tuttavia, queste difficoltà non possono diventare un alibi. Il quadro generale appare preoccupante. Sul piano socio-sanitario, strutture come l’Ospedale Galliera e il San Martino mostrano criticità evidenti: edifici obsoleti, organizzazione poco aggiornata, tempi di attesa lunghi e personale sotto pressione. Anche il sistema dei trasporti è vicino al limite: manca una vera riorganizzazione e i disagi ricadono quotidianamente sui cittadini. Il tessuto produttivo fatica a trovare una direzione. Al di là di alcuni interventi legati al porto – indispensabile per l’economia cittadina – non emerge una visione chiara di sviluppo. Sul tema dell’Ilva di Cornigliano prevalgono dichiarazioni di principio e slogan tipo «salviamo tutto», senza un piano concreto. Nel frattempo, si continuano a finanziare iniziative ideologiche, eventi e consulenze discutibili. Scelte legittime, certo, ma che sollevano una domanda: non sarebbe più urgente intervenire su ciò che è essenziale? Trasporti efficienti, servizi sanitari adeguati, politiche efficaci per chi vive in condizioni di estrema fragilità come ad esempio le persone senza fissa dimora.
Dopo un anno di amministrazione, il bilancio appare segnato da molta comunicazione e poca concretezza. Ciò che sembra mancare, soprattutto, è una visione chiara del futuro della città. Non è nostro compito entrare nel merito delle dinamiche che animano il campo largo, e nemmeno giudicare questo lancio di «peso politico» della Salis nell’arena nazionale, ma ci risulta difficile non condividere le perplessità espresse da una persona come Rosi Bindi sulla credibilità di una candidatura nazionale della sindaca.
In città, intanto, cresce una domanda sempre più insistente: Silvia Salis rappresenta davvero una prospettiva solida o è l’ennesimo bluff partorito dalla Seconda Repubblica? Cioè una costruzione politica destinata a rivelarsi fragile e che una fuga anticipata da Genova rivelerebbe in tutta la sua essenza.
L’organizzazione che da anni si presenta come uno dei principali baluardi contro l’estremismo di destra finisce ora sotto accusa per aver finanziato proprio quegli ambienti che dice di combattere. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, infatti, ha avviato un’inchiesta sul Southern poverty law center (Splc), contestando il trasferimento di oltre 3 milioni di dollari a soggetti legati a gruppi suprematisti bianchi, tra cui movimenti riconducibili al famigerato Ku Klux Klan. In altre parole, si tratta di una vicenda che solleva numerosi interrogativi sui metodi e la trasparenza di una delle Ong più influenti del panorama americano.
Secondo quanto ricostruito finora dal Dipartimento di Giustizia, i flussi di denaro si sarebbero sviluppati nel corso di diversi anni attraverso canali indiretti, conti schermati e intermediari, finendo per raggiungere individui inseriti in organizzazioni estremiste come il National socialist movement e Aryan nations. Al centro dell’indagine ci sono ipotesi di frode, riciclaggio e false dichiarazioni, con l’accusa - formulata in termini ancora preliminari - che una parte dei fondi raccolti per contrastare l’estremismo sia stata invece convogliata, almeno indirettamente, verso gli stessi ambienti oggetto di monitoraggio. Il procuratore generale Todd Blanche, subentrato di recente a Pam Bondi, ha parlato in una conferenza stampa di «serie preoccupazioni» sui meccanismi finanziari dell’organizzazione, sottolineando la necessità di chiarire «se si tratti di attività investigativa legittima o di qualcosa che va oltre». Senza girarci intorno, Blanche ha dichiarato che l’Splc «faceva l’esatto opposto di ciò che dichiarava ai propri donatori», arrivando a evocare il rischio che l’organizzazione «non smantellasse l’estremismo, ma finisse per finanziarlo». Per comprendere la portata di questo scandalo, è necessario ricordare che cos’è il Southern poverty law center. Fondato nel 1971, l’Splc è una Ong specializzata nella difesa dei diritti civili e nel monitoraggio dei cosiddetti «hate groups». Nel corso degli anni ha acquisito sempre più peso nel dibattito pubblico americano: le sue liste sulle organizzazioni estremiste vengono utilizzate da media, piattaforme digitali e istituzioni come riferimento per identificare e classificare i movimenti radicali. L’Splc, peraltro, è dotato di una struttura finanziaria imponente, con entrate annuali nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari e un patrimonio accumulato che supera i 700 milioni. Un attore privato, dunque, ma con un peso crescente nel definire i confini stessi dell’estremismo negli Stati Uniti.
Insomma, la situazione è delicata, dato che i democratici hanno spesso agitato lo spauracchio del suprematismo bianco per meri calcoli elettorali. Basti pensare che Joe Biden lo citò come una delle principali minacce alla stabilità del sistema politico americano, nonché come uno dei motivi che lo avevano spinto a candidarsi contro Donald Trump (ovviamente accusato di complicità con questi ambienti). Ed è proprio grazie a questa presunta emergenza che il ruolo di organizzazioni come l’Splc si è rafforzato, contribuendo a orientare la percezione pubblica e, indirettamente, alcune scelte politiche. Ora l’inchiesta del Dipartimento di Giustizia rischia seriamente di rompere il giocattolo dei dem.
Dal canto suo, l’Ong respinge le accuse e rivendica la legittimità della propria condotta. I fondi finiti sotto la lente degli investigatori, sostiene l’Splc, sarebbero stati utilizzati per pagare informatori infiltrati all’interno di gruppi estremisti, con l’obiettivo di monitorarne le attività e prevenire possibili violenze. Una strategia che, secondo la difesa, rientra nelle normali tecniche investigative e che sarebbe stata adottata anche da altre realtà impegnate nel contrasto al radicalismo.
È qui, però, che si apre una zona grigia destinata a pesare sull’esito dell’indagine. Da un lato, l’uso di informatori retribuiti è una pratica nota e, in determinati contesti, considerata legittima. Dall’altro, la natura e l’entità dei flussi finanziari sollevano inquietanti interrogativi sul labile confine tra monitoraggio e sostegno indiretto. Nelle sue dichiarazioni, Blanche ha insistito proprio su questo punto, parlando della necessità di «fare piena luce su un sistema che presenta elementi difficili da conciliare con la missione dichiarata dell’organizzazione». La questione è davvero delicata. Qualora fosse provato il finanziamento di questi gruppuscoli suprematisti, l’interrogativo si pone da sé: escludendo un’improbabile complicità ideologica tra l’Ong e ambienti contigui al Ku Klux Klan, sorgerebbe il sospetto che l’Splc finisca per alimentare proprio quei «gruppi d’odio» da cui trae influenza, visibilità e risorse. Per ora, l’indagine è alle fasi iniziali e non sono state emesse condanne. Ma il caso ha già riaperto la discussione sul ruolo e i metodi di quegli attori privati che, pur non essendo istituzioni, contribuiscono in modo decisivo a definire le categorie del dibattito pubblico. Con il rischio, però, di inquinarlo per portare acqua al proprio mulino.
«Le Brigate rosse hanno sbagliato i tempi, non le finalità, e pertanto la loro esperienza è risultata fallimentare». In questo concetto la Procura antiterrorismo di Napoli, che martedì ha disposto la perquisizione di sei indagati per associazione a delinquere con finalità terroristico-eversive, individua la «convergenza ideologica tra il Partito dei Carc», acronimo di Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, quelli che sognano ancora di poter guidare una rivoluzione proletaria, «Nuovo Partito comunista italiano (nel cui solco opera il collettivo Autonomia studentesca e culturale) e l’esperienza brigatista».
C’è una linea precisa che attraversa la documentazione raccolta dagli inquirenti. Parte dai simboli, passa per i social e arriva ai «compagni». E, citando le informative della Digos, prova a dimostrare che non si tratta di semplice propaganda, ma di qualcosa di più strutturato: «Un’attività che può concretamente configurarsi quale propedeutica alla costituzione di un’associazione con base a Napoli con caratteri eversivi».
Il provvedimento, firmato dal sostituto procuratore Maurizio De Marco, che La Verità ha potuto consultare, tiene insieme atti, intercettazioni e contenuti digitali. E li incardina in un’ipotesi precisa: quella di un’associazione «che si propone il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico», con un richiamo esplicito «all’operatività delle Brigate rosse e delle Nuove Brigate rosse». Non è solo una questione ideologica. Il decreto insiste su un punto: la costruzione progressiva di una struttura. «Non si tratta di una partecipazione spontanea e occasionale», scrive il pm, «ma di un processo organizzato di formazione politico-militante delle nuove leve».
La Procura parte dai documenti programmatici. L’obiettivo è «la creazione delle condizioni per l’abbattimento del regime democratico» attraverso «una strategia di lunghissimo termine» e «uno scontro armato». Tramite una «guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata». Dentro questo schema si inserisce il modello organizzativo. «Una struttura a doppio livello»: da un lato il Partito dei Carc, pubblico e articolato sul territorio; dall’altra il Nuovo partito comunista italiano, «clandestino». Uno sviluppa la tattica e l’altro elabora la strategia. In questo impianto si collocano i ruoli. Paolo Babini, artista satirico fiorentino, dirigente nazionale dei Carc, viene indicato come «figura di indirizzo strategico». Il decreto lo descrive come uno che «martella» i giovani, che li spinge a produrre materiali, che interviene «affinché le attività non si disperdano». Marco Coppola (anche lui dirigente dei Carc) e Laura Baiano rappresenterebbero il livello operativo. «Entrambi», secondo l’accusa, «svolgono una funzione di indirizzo e impulso verso i più giovani». Coppola, in particolare, «si cura di formare la loro disciplina e obbedienza al Partito», richiamando più volte la necessità di anteporre le esigenze del gruppo a quelle personali. Igor Papaleo è «figura di indubbio riferimento». Il decreto lo colloca in una posizione di guida nelle manifestazioni. Il punto di raccordo sarebbe Vladimir Guerra: «Figura intermedia tra il livello dirigente e la base studentesca». Il decreto lo definisce «modello del giovane militante già formato». Il reclutamento è mirato: «Orientato verso soggetti ritenuti più ricettivi […] affinché inizino ad avere esperienze di fabbrica». Tra questi, un minorenne viene indicato come figura tutt’altro che marginale: parte di quel gruppo ristretto che «comanda» e «decide». Il terreno su cui tutto questo si muove è quello digitale. Il decreto elenca profili social e contenuti. E ne trae una conclusione netta: «Una insistente e inequivocabile apologia del terrorismo brigatista». I messaggi sono riportati testualmente. Su Margherita Cagol: «Compagna Mara […] non sei morta invano. Che mille braccia si protendano per raccogliere il suo fucile». Su Alberto Franceschini, in occasione del suo decesso, Asc prende le distanze dal co-fondatore delle Br, in quanto dissociato: «Oggi diciamo addio a Franceschini, fondatore delle Brigate rosse, l’espressione più avanzata e di avanguardia della lotta rivoluzionaria del nostro Paese […] che lui stesso tradì. Addio dissociato. Dieci, cento, mille Brigate rosse». Su Prospero Gallinari: «A 13 anni dalla morte di un rivoluzionario, un operaio, un combattente, nonché vertice della colonna romana delle Br. Buon viaggio compagno Gallo». Non poteva mancare un elenco di terroriste italiane e straniere celebrate l’8 marzo scorso «con un incipit», sottolinea il magistrato, «che ne celebra le gesta violente». E un’annotazione: «Trattasi di terroriste autrici di omicidi, stragi e attentati». Sui social il gruppo avrebbe diffuso contenuti che richiamerebbero «iconograficamente la simbologia brigatista». E poi, foto con militanti travisati che «mimano il gesto di impugnare un’arma da fuoco». I profili? «Intitolati a nomi storici del terrorismo». Come Nadia Desdemona Lioce e Mario Moretti.
Infine c’è la nascita della «Brigata Simon Bolivar» a Napoli il 17 gennaio 2026. Un passaggio accompagnato da una frase che il decreto cristallizza: «Se volete fare i combattenti dovete essere precisi». Il decreto ipotizza che nei dispositivi elettronici sequestrati possano esserci elementi utili alla «progettazione di attentati, all’addestramento o all’autoaddestramento». È questo che giustifica la profondità della ricerca che, guidata da parole chiave, si muove all’interno di una mappa della memoria e del linguaggio della lotta armata: Renato Curcio, Barbara Balzerani e Prospero Gallinari. Figure centrali delle Br e delle Nuove Br. Gli inquirenti cercano riferimenti a via Fani, via Caetani: i luoghi del sequestro di Aldo Moro. Cercano nomi di vittime come Guido Rossa, Walter Tobagi, Emilio Alessandrini. Un’attenzione particolare è rivolta al linguaggio da lotta armata: «Dittatura del proletariato», «lotta di classe». E alle organizzazioni internazionali: «Raf», «Action directe», «Farc», «Sendero luminoso».
Gli indagati respingono le accuse e parlano di «clima repressivo e securitario». Per Coppola si tratta di «un’indagine politica». Per Papaleo l’accusa «non ha alcun riferimento nel codice penale del nostro Paese, cioè l’educazione di giovani minorenni alla lotta di classe».
La Fiom dello stabilimento Baker Hughes di Casavatore prende posizione e si schiera. Gli attivisti manifestano la loro «piena solidarietà» ai militanti del Partito dei Carc (che in passato hanno sostenuto una loro vertenza): «Sono stati presenti per giorni davanti ai cancelli, dando un contributo concreto di solidarietà e partecipazione». Il fronte si allarga. Potere al Popolo lancia la sfida proponendo una «risposta collettiva contro l’inasprimento della repressione». Ma gli indagati hanno raccolto anche la «solidarietà piena e militante» da un sedicente Partito comunista marxista del Kenya: «Non faranno altro (gli inquirenti, ndr) che intensificare la resistenza, rafforzare l’unità e chiarire la linea politica della lotta». È il tentativo di trasformare l’inchiesta in un caso politico. Il soccorso rosso è partito.
Dal 1982 i cacciamine delle classi «Lerici» e «Gaeta», costruiti a Sarzana da Intermarine, hanno sostituito i vecchi dragamine dallo scafo di legno. Dotati di tecnologie e mezzi avanzati, sono stati adottati anche dalla marina Usa. Oggi due di questi sono stati indicati per lo sminamento di Hormuz.
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Alla Spezia, a poca distanza dai cantieri dove sono stati costruiti e varati varati, lì hanno la propria base i cacciamine italiani che oggi potrebbero essere utilizzati per la bonifica dello stretto di Hormuz. In particolare sono due le navi della Marina Militare designati per la missione: il «Rimini» (classe «Gaeta») e il «Crotone» (classe «Lerici»), varate rispettivamente nel 1994 e 1992 nei cantieri della Italmarine di Sarzana.
La storia dei cacciamine italiani è relativamente recente. Dal dopoguerra fino agli anni ’80 operarono prevalentemente navi dragamine, dalle caratteristiche molto diverse e meno tecnologiche, adatte alla bonifica di ordigni a loro volta meno evoluti delle mine moderne.
Dopo la Seconda guerra mondiale la Marina, il cui naviglio era stato decimato nel conflitto, ereditò dagli Stati Uniti alcune navi dragamine e riparò i pochi RDV (Dragamine veloci) superstiti per le necessità urgenti di bonifica delle acque territoriali dopo il conflitto. I dragamine americani consegnati alla Marina italiana dagli anni '50 facevano parte della classe «Adjutant», di ridotte dimensioni e dallo scafo in legno per cancellare ogni traccia magnetica della nave. Per questa caratteristica fu battezzata la classe «Legni». L’imbarcazione trainava cavi d’acciaio che tranciavano i cavi di ancoraggio delle vecchie mine facendole risalire in superficie per poi essere neutralizzate manualmente dall’equipaggio. Per le mine più evolute, sensibili al rumore o ai campi magnetici, i dragamine utilizzavano sistemi di simulazione: per gli ordigni sensibili ai campi magnetici utilizzavano cavi elettrificati che «ingannavano» la mina facendola esplodere in lontananza, mentre per quelli sensibili ai rumori i dragamine italiani utilizzavano dei simulatori acustici che riproducevano le onde sonore delle eliche. Su licenza statunitense, negli anni ’50 furono costruiti in Italia diversi dragamine con scafo ligneo delle classi «Agave»e «Bambù».
A partire dagli anni Settanta, i dragamine furono ritenuti tecnologicamente arretrati rispetto all’evoluzione delle mine marine. In quel periodo i dragamine furono equipaggiati con nuovi strumenti che li trasformarono gradualmente in cacciamine con l’adozione di strumenti come i sonar e la presenza di sommozzatori specializzati.
Il salto si ebbe alla fine del decennio con la classe «Lerici», che rappresentò il primo lotto di veri cacciamine, in grado di individuare e neutralizzare singolarmente le mine, realizzati dai cantieri Intermarine. Dotate di scafo in vetroresina monoblocco (migliore del legno in termini di amagneticità), le «Lerici» sono lunghe 52 metri e dotate di sonar antimina a profondità variabile e multifrequenza (sonar a caccia). Sono spinte da 4 eliche, di cui una principale a passo variabile e le altre 3 intubate ed orientabili, collegate a motori idraulici per l’uso silenzioso in «caccia». Il primo cacciamine fu il capostipite «Lerici» (M-5550), consegnato alla Marina Militare nel 1982. Operanti in ambito Nato, i cacciamine hanno partecipato a diverse operazioni di bonifica bellica nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Adriatico per lo sminamento delle coste dopo i conflitti in ex Jugoslavia e Kosovo. La classe «Lerici» è stata affiancata dalla ancora più evoluta classe «Gaeta» dal 1992, cacciamine dotati di sonar potenziati, sistema di navigazione automatizzato e veicoli filoguidati (ROV) in grado di individuare e neutralizzare le mine subacquee a distanza. Per la loro efficienza operativa e per la tecnologia avanzata, i cacciamine classe «Lerici» nati a Sarzana sono stati particolarmente apprezzati dalla Us Navy. Dal progetto italiano sono nati i «minehunters» della classe «Osprey», costruiti dalla filiale americana della Intermarine. La Marina Finlandese dal 2015 ha ricevuto da Intermarine 3 cacciamine classe Katanpåå, direttamente derivanti dai cacciamine classe Lat Ya della Marina Thailandese anche questi ultimi derivati dalla classe «Lerici».















