L'uomo si mette in testa di avvicinarsi a Dio, quasi ci riesce, Quello si adombra e, per punizione, confonde le lingue. Gli uomini, non capendo più nulla, smettono la scellerata costruzione. Questa la versione "media" che ripetiamo della inquietante e misteriosa vicenda biblica di Babele, raccontata nel libro della Genesi al capitolo 11. Il filosofo Silvano Petrosino, poggiando sulla tradizione dei racconti ebraici del Midrash, suggerisce una più completa e affascinante interpretazione di un testo che da secoli interroga l'arte, la cultura e il pensiero di tutto il mondo. Dio non punisce l'uomo: questi per natura tenta di raggiungere il Cielo, e l'Onnipotente non può esserne invidioso. Dio piuttosto vede che la costruzione sta abolendo l'uomo: la tecnica, il fare, prendono il sopravvento sui costruttori e li alienano dagli altri e dalla loro stessa natura. Costringere gli uomini allo sforzo di imparare a parlarsi è una pedagogia che ricostruisce l'identità e l'assetto di creatura tesa al bene. Se è così, chi ci può salvare dall'intelligenza artificiale e dalla Babele della rete?
La riformulazione del quesito referendario sulla giustizia, decisa dall’Ufficio centrale della Corte di Cassazione con un’ordinanza di 38 pagine, non è rimasta confinata nelle stanze ovattate della tecnica elettorale. È diventata, nel giro di poche ore, un caso politico e istituzionale. Che ruota attorno a un’accusa precisa del centrodestra: nel collegio della Cassazione ci sarebbe una sensibilità politica riconoscibile e apertamente schierata sul fronte del No.
Il problema segnalato dagli esponenti della maggioranza non è solo ciò che si decide, ma chi decide e in quale contesto. La miccia la accende il deputato di Forza Italia, Enrico Costa: «Dell’Ufficio elettorale della Cassazione fa parte Alfredo Guardiano. È lo stesso che il 18 febbraio modererà, con tanto di locandina già pubblicata, il convegno «Le ragioni del no: difendere la costituzione è un impegno di tutte e tutti»? Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?». Ma il colpo più duro lo ha sferrato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami: «La decisione della Cassazione di cambiare il quesito referendario conferma che la riforma della giustizia è una necessità».
Poi l’affondo, diretto ai nomi e ai cognomi di chi, tra i 21 cassazionisti, ha composto il collegio: «Basta dare uno sguardo ai giudici della Corte di Cassazione che hanno deciso la riformulazione del quesito». Anche Bignami cita Guardiano, «che modererà un convegno sulle ragioni del No». Poi, per dimostrare che in Cassazione ci sarebbe chi tifa per il No, rilancia con un secondo nome: «Donatella Ferranti, ex deputata Pd e presidente della commissione Giustizia fino al 2018». La conclusione è politica e costituzionale insieme: «Serve altro per rendersi conto che non si può più attendere per ridare terzietà alla magistratura, rendendola indipendente dalla politica e dalle correnti e attuando l’articolo 111 della Costituzione? Serve votare Sì al referendum». Guardiano risponde: «Non mi nascondo, sono per il No al referendum». Ma subito traccia una linea: «Il tema dell’ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento». Rivendica il perimetro tecnico della decisione: «Non siamo minimamente entrati in questo ambito». E alza il livello dello scontro quando parla di attacchi personali: «Qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è palesemente priva di fondamento e quindi molto grave». Il passaggio più duro è quello che riguarda la sua reputazione di giudice: «Costa mi ha additato al mondo come un giudice imparziale e terzo e per un giudice non c’è nulla di più grave. Proprio il Cdm ha ribadito che le date del voto sarebbero le stesse e si limiteranno a modificare il quesito riconoscendo la legittimità del nostro operato».
Ma la polemica non si ferma. A difesa dell’istituzione interviene il primo presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola: «Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici». Poi alza la barricata: «Non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici, che si risolvono in una delegittimazione della funzione giurisdizionale».
E infine si trincera dietro un dato formale: «La composizione del collegio dell’Ufficio centrale per il referendum è predeterminata direttamente ed esclusivamente dalla legge».
È il capo dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, a replicargli: «D’Ascola riservi per occasioni migliori e più idonee la sua indignazione. È un dato di fatto che l’ufficio della Cassazione che si è occupato di vicende referendarie vede al suo interno un ex parlamentare della sinistra e presidente della commissione Giustizia. Per cui al presidente D’Ascola diciamo che lezioni non ne prendiamo. Non pensi di intimidirci. Siamo cittadini liberi e come parlamentari rappresentiamo una volontà di cambiamento contro la protervia togata. Le parole e i toni di D’Ascola sono veramente fuori dall’ordinamento costituzionale».
Immancabile l’intervento dell’Associazione nazionale magistrati, che reagisce parlando di attacchi «inaccettabili perché lesivi dell'immagine e del ruolo della Corte di Cassazione». Il fronte dello scontro si allarga e coinvolge direttamente il ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
La giunta esecutiva dell’Anm si è detta «sconcertata» per le parole del Guardasigilli che, riferendosi al procuratore generale della Corte d’appello di Napoli, Aldo Policastro, aveva affermato: «Quel procuratore generale che ha detto che la riforma attua il piano Gelli ha il mio massimo disprezzo. Non gli stringerei mai la mano». Per l’Anm «si tratta di insulti gratuiti del tutto lontani da un linguaggio degno delle istituzioni». Nella partita del tutti contro tutti scende in campo anche Claudia Eccher, consigliera laica del Csm: «L’Anm è diventata un partito politico, non più un’associazione privata tra magistrati». La lite con i magistrati anti-Nordio è servita.
Cambia il quesito ma non la data: il Consiglio dei ministri, riunitosi ieri, «vista l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il Referendum comunicata il 6 febbraio 2026, ha deliberato di proporre al presidente della Repubblica, per l’adozione del relativo decreto, di precisare il quesito relativo al Referendum popolare confermativo già indetto con il decreto del 13 gennaio 2026 nei termini indicati dalla citata ordinanza, fermo restando lo stesso decreto».
In sostanza la decisione della Corte di Cassazione di accogliere il nuovo quesito non comporta lo spostamento della data del referendum, in programma il 22 e il 23 marzo, poiché lo stesso quesito non fa altro che indicare gli articoli della Costituzione modificati della riforma. Una decisione, quella del Cdm, ratificata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ieri ha firmato il decreto deliberato dal Consiglio dei ministri. A quanto riferito dall’Ansa, il via libera al nuovo testo è avvenuto dopo un colloquio tra Mattarella e Giorgia Meloni. Fonti del Quirinale hanno confermato che per il presidente Mattarella la soluzione individuata è quella giuridicamente più corretta, anche alla luce dell’ordinanza della Cassazione. L’oggetto della richiesta di referendum, hanno aggiunto le fonti del Colle, è infatti lo stesso per tutti i proponenti; mentre il quesito referendario non viene cambiato ma soltanto integrato. Tutto liscio come l’olio, e anche tutto estremamente logico: ora occorrerà capire se i promotori del secondo referendum faranno comunque ricorso al Tar o alla Consulta per chiedere lo spostamento della data, mettendosi a questo punto non solo contro il governo ma sconfessando anche la presidenza della Repubblica. La delusione e anche un pizzico di confusione fanno capolino dalle parole di Carlo Guglielmi, uno dei 15 giuristi promotori della raccolta firme per l’indizione del «secondo» referendum: «Si continuano a violare norme fondamentali», ha commentato Guglielmi, «e il punto è capire se questa è una cosa sopportabile».
«Prendiamo atto della decisione del Cdm che rappresenta, a nostro avviso, una forzatura e ci riserviamo di spiegare, durante i prossimi incontri, per quali numerosissime ragioni sia opportuno votare No», hanno commentato ieri i 15 giuristi promotori per l'indizione del referendum. «La battaglia non deve essere sulla data, ma sull'esito referendario», proseguono, lasciando quindi intendere che non sarà presentato ricorso alla Consulta.
«Io non lo farei», spiega ala Verità il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, vicepresidente di Libertà eguale ed esponente di punta del comitato «La Sinistra che vota sì», «bisogna confrontarsi sui contenuti, non si capisce il motivo di scontrarsi sulle date. Cerchiamo di far scaturire da questa confusione una cosa positiva. Chiariamoci, non sono d’accordo neanche con chi attacca la Cassazione». A proposito di attacchi: «Dell’Ufficio elettorale della Cassazione», ha scritto ieri su X il deputato di Forza Italia Enrico Costa, «che ha deciso di cambiare il quesito referendario, fa parte il dottor Alfredo Guardiano. È lo stesso Alfredo Guardiano modererà, con tanto di locandina già pubblicata, il convegno “Le ragioni del no: difendere la costituzione è un impegno di tutte e tutti” che si terrà a Napoli il 18 febbraio? Questo sarebbe il giudice terzo ed imparziale?». «Non mi nascondo», ha replicato Guardiano, «sono per il No al referendum. Ma il tema dell’ordinanza affrontato dal mio ufficio non ha alcuna incidenza sul merito della riforma, né sul risultato del referendum e nemmeno sulla data del suo svolgimento. Non siamo minimamente entrati in questo ambito. Qualsiasi affermazione che sospetti di parzialità me o questa ordinanza è palesemente priva di fondamento e quindi molto grave. Costa mi ha additato al mondo come un giudice non imparziale e terzo e per un giudice non c’è nulla di più grave». La questione Guardiano è stata sollevata anche dal capogruppo di Fdi alla Camera, Galeazzo Bignami e da Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali.
«Le dichiarazioni del presidente dell’Unione camere penali e di alcuni soggetti politici in merito all’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum», ha sottolineato la Giunta esecutiva sezionale Anm della Cassazione, «sono inaccettabili perché lesive della immagine e del ruolo della Corte di cassazione, di cui l’Ufficio centrale è articolazione. Sono frasi che indignano quanti hanno a cuore le istituzioni democratiche del Paese, presidio di convivenza civile e di tutela dei diritti di tutti».
Rincara la dose il primo presidente della Corte di Cassazione, Pasquale D’Ascola: «Le decisioni degli organi giudiziari possono essere sempre criticate sul piano tecnico con argomenti giuridici. Per contro, non sono tollerabili illazioni sul piano personale nei confronti dei giudici».
Isteria nel Pd: «Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione», attacca la responsabile giustizia dei dem, Debora Serracchiani, «poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500.000 italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa. [...]Ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni. Un’altra buona ragione per votare no».
Russia e Iran, eccesso di petrolio. Rame, tregua dopo i record. Project Vault, sulle terre rare gli USA come la Cina. GNL USA, la Germania cerca alternative.
Doveva essere il corteo contro le Olimpiadi «più insostenibili di sempre», ma la manifestazione andata in scena ieri a Milano è finita per scivolare rapidamente nell’ennesima piazza pro-Palestina, con i Giochi ridotti a semplice cornice e gli slogan ripetuti come un riflesso automatico. Nel finale la tensione è salita: dai manifestanti è partita una pioggia di petardi, pietre, fumogeni e fuochi d’artificio ad altezza d’uomo contro le forze dell’ordine, che hanno risposto con lacrimogeni e con gli idranti schierati a protezione dei blindati.
Una piazza che, dietro la facciata della protesta contro il caro-casa e lo sviluppo urbano, ha concentrato fin dall’inizio la propria energia contro i bersagli consueti - il premier Giorgia Meloni, il governo, gli Stati Uniti, l’Ice e la polizia - e che nel momento più critico ha avanzato verso lo sbarramento di via Marocchetti, dove l’accesso è stato chiuso con mezzi antisommossa e qualche carica di contenimento: sono sette le persone fermate e identificate. Nel mirino sono finiti anche il sindaco Beppe Sala e l’amministrazione comunale. Il risultato è un corteo in cui c’è tutto e il contrario di tutto - dalle Olimpiadi alla Palestina, dall’Ice al Comune - in un accumulo di temi che si sovrappongono fino a cancellarsi a vicenda.
I numeri seguono la consueta geometria variabile delle piazze antagoniste: per gli organizzatori i partecipanti erano quasi 10.000, ma in realtà erano meno della metà. Una forbice evidente fin dall’inizio, quando al concentramento iniziale si contavano poche centinaia di persone, circondate da più telecamere (soprattutto straniere) che manifestanti. In testa hanno sfilato gli alberi di cartone, simbolo dei larici abbattuti a Cortina, e lo striscione «Riprendiamoci le città, liberiamo le montagne». Il corteo ha attraversato corso Lodi sotto il controllo delle forze dell’ordine, mentre il Villaggio Olimpico di via Lorenzini è restato un bersaglio solo evocato. Sul ponte dell’ex scalo di Porta Romana sono volati petardi e fumogeni; più avanti Rifondazione comunista ha esposto il cartello contro Manfredi Catella e, al Corvetto, alcuni manifestantisono saliti sul tetto dell’ex mercato comunale, tra cori cantati sulle note di Hanno ucciso l’uomo ragno contro Sala e i governatori Luca Zaia e Attilio Fontana.
Nello spezzone finale il tema olimpico scompare quasi del tutto. Spuntano i grandi poster con la scritta «Libertà» e i volti di Mohammad Hannoun e di altri suoi sodali, tutti accompagnati da richieste di scarcerazione. Hannoun, leader dell’Api, è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Genova che ipotizza un sistema di raccolta fondi presentati come beneficenza e in realtà destinati a Hamas. Dal megafono prende la parola il figlio di Hannoun, che definisce il padre «una delle prime vittime della guerra della destra alla giustizia, alla libertà e alla Palestina» spingendosi poi su un terreno delirante, trasformando l’intervento in un comizio. «Abbiamo visto cosa c’era negli Epstein files. Daranno Gaza a un gruppo di pedofili».
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato di Fdi parla di «un altro patetico corteo», sostenendo che «dietro la facciata della protesta contro Olimpiadi e caro-vita si nasconda il solito odio ideologico contro il premier Meloni, il governatore Fontana e l’Ice». Sottolinea poi che «gli antagonisti hanno attaccato anche il sindaco Sala», segnando una rottura dopo lo sgombero del Leoncavallo, e chiede «sgomberi immediati» dell’ex Palasharp e il ripristino della legalità dopo l’imbrattamento della Casa dello Sport, invocando l’applicazione rigorosa del decreto Sicurezza.






