Ma quali idee hanno accompagnato la Repubblica italiana in questi ottant’anni? Il 2 giugno è l’occasione per tracciare un bilancio storico e ideale del suo cammino. Disponiamo in partenza di alcune chiavi in negativo: l’antifascismo come collante e fondamento, il ripudio del nazionalismo, la scristianizzazione come perdita progressiva di valori comuni. Poi quando si passa dalle negazioni alle affermazioni divergono le priorità e i contenuti.
Anche le idee condivise di nome sono poi declinate in modo opposto, come la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. O si rinchiudono nelle armature ideologiche e diventano corpi contundenti.
Sul piano politico la repubblica italiana è stata polarizzata da due forze antagoniste, e poi convergenti: la Dc e il Pci, più la costellazione di partiti minori. Anzi, per essere precisi: centro contro sinistra, o centro-sinistra, fino al cattocomunismo; la destra in origine non era prevista. Il bipolarismo ha avuto uno svolgimento tutto particolare: non c’è mai stata alternanza e avvicendamento al potere, per quasi cinquant’anni, ma ruoli fissi, tra il primo, partito sempre al governo e il secondo, sempre all’opposizione. Da cui la definizione di bipartitismo imperfetto (Giorgio Galli). Con un’ulteriore caratteristica: la Dc governava coi suoi alleati l’Italia, ma sul piano delle idee, c’è stata una prevalenza o quantomeno una maggiore incisività ed evidenza di idee che appartenevano al campo avverso, alla sinistra a lungo identificata largamente con il comunismo. È quella che è stata definita egemonia culturale. Ma la formula sbrigativa non corrisponde poi alle articolazioni, alle mutazioni e al panorama effettivo della repubblica italiana.
Dietro quella definizione non c’è stato solo il predominio del Pci, come si sbriga solitamente la vicenda ideale, riducendo l’egemonia a un’intuizione di Antonio Gramsci applicata da Palmiro Togliatti. In realtà per lunghi decenni, quel predominio ha toccato solo alcune sfere della cultura, dell’università, dell’editoria ma non è stata pervasiva. Alla supremazia delle idee erano refrattari vari settori cruciali in cui si forma l’opinione pubblica e la mentalità condivisa, non riconducibili agli intellettuali organici di gramsciana memoria.
C’erano autori e culture diverse, e sul piano dei mass media, nei primi decenni della repubblica c’era a livello di stampa, radio e di televisione, di musica e di cinema, di teatro, sport e altri campi un quadro assai variegato. A livello popolare restava ancora vivo benché declinante un mondo d’ispirazione cristiana e rurale, tra parrocchie, associazioni di categoria, reti e tradizioni locali. C’era poi un mondo che subiva l’attrazione dell’America, del suo cinema, del suo modello di vita, della sua mentalità e del suo mercato; più altri mondi più ristretti e differenziati. L’egemonia ideologica era una cosa, la vita popolare era un’altra.
La più grande mutazione prese corso tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, in un periodo che per comodità colleghiamo al ’68. La società fu investita agli inizi da una forte partecipazione ideologica e politica, una carica contro il sistema capitalistico e le istituzioni liberali e borghesi; l’impronta prevalente sul piano delle idee fu di segno marxista. In quell’atmosfera la conquista ideologica della cultura italiana sconfinò negli ambiti dei mass media, del cinema, dell’arte e di vari settori, insieme a un progressivo predominio a livello accademico, editoriale che non c’era stato ai tempi del Pci di Togliatti. Il Pci diventò forse «l’utilizzatore finale» di quella spinta prodotta nel ’68 ma quel processo non nacque in seno al Pci, alla Cgil e alle fabbriche; nacque fuori, oltre, se non contro il Pci, in quell’arcipelago che definiamo il movimento giovanile.
Allora nasce davvero un’egemonia culturale della sinistra, mentre quella di Togliatti restava più circoscritta e più direttamente controllata dal Pci.
Col passare degli anni accade però un sorprendente cambiamento: l’impronta rivoluzionaria, collettivista e anticapitalista, antiamericana mutò assumendo una valenza trasgressiva, anarco-libertaria, «dionisiaca» e perfino un po’ nietzscheana, fino a trasformare il collettivismo di partenza in una carica eversiva sempre più elitaria e soggettivista, fino all’individualismo degli anni ottanta e oltre. Permaneva solo la venatura terzomondista.
Sul piano delle idee e del pensiero politico cosa era avvenuto?
Non era più il marxismo o l’italo-marxismo la stella polare. Da un verso Gramsci fu coniugato a Gobetti e alla cultura azionista, dall’altro il comunismo si stemperò nel progressismo radical, assumendo altre valenze. E più in generale la sinistra non fu più contenuta dentro il Pci ma il contrario, fino a sparire il comunismo. Sinistra democratica fu l’espressione politica. E cambiamento radicale, e radical, quanto alla linea: non più l’idea di cambiare sistema, di fuoruscire dall’Occidente, non più il capitalismo come nemico principale, ma al suo posto una vaga protesi del passato, il fascismo, e contorno di forze oscurantiste, reazionarie, conservatrici, patriarcali. E sul piano positivo diritti civili, ideologia woke, spirito radical. Quella sinistra trovò sponde e alleanze nei salotti buoni della finanza, in una parte dell’imprenditoria italiana, in alcuni settori dell’industria, a partire da quelli che avevano un peso rilevante negli assetti proprietari dell’editoria.
E fuori dalla sinistra, cosa c’era? Restavano nicchie culturali e poi un largo habitat sottoculturale o comunque refrattario, estraneo, alle idee e alla politica. Tra le nicchie culturali ci fu una cultura cattolica, ma in un Paese guidato da un partito che si diceva d’ispirazione cristiana era però minoritaria, se non di opposizione; poi una cultura di destra, in un rapporto di tensione con l’unico partito che si definiva di destra sociale e nazionale, l’Msi e poi An; infine sparse isole liberali, sparuti gruppi o personalità.
Il grosso della società si andava invece configurando al di fuori di ogni dimensione ideologica, culturale o politica, a volte rifugiandosi nel buon senso e nel realismo spicciolo della quotidianità, nelle paure e nelle insicurezze sociali. In questo quadro avveniva quel che prima definivamo la scristianizzazione della società italiana, la ridefinizione e lo sfaldamento della famiglia, delle parrocchie e di altre forme di relazione sociale. E al suo posto la crescita del totem televisivo e di una pervasiva trasformazione che era per certi versi una forma nostrana di americanizzazione. Non una risposta culturale al predominio ideologico della sinistra, ma una fuga dal piano culturale e un rifugio nella vita domestica, nei consumi, nel tempo libero, nella vita pratica, fuori dalla politicizzazione.
In quel passaggio dalla scristianizzazione all’americanizzazione della nostra società si situò il berlusconismo con la sua egemonia sottoculturale sul piano televisivo, che dal piano commerciale poi si tradusse anche in politico, nel nome di un liberalismo di massa, liberista, consumista e libertario, di un anticomunismo di ritorno e filoatlantico; senza però rompere i rapporti coi valori cristiani e famigliari, popolari e moderati; anzi si pose come sintesi e convergenza tra il mondo uscito dalla cristianità e quello entrato nella televisione e nella modernità globale.
Così nacque una traccia di bipolarismo, che in qualche modo resta sullo sfondo della nostra società, tra progressisti e moderati, con tratti conservatori, securitari o identitari. Ma le idee, come i cavalli della sfilata del 2 giugno, si dispersero imbizzarrite, scosse e spaventate per le vie laterali della repubblica.
Ma Gabriele D’Annunzio è stato davvero un mito per la destra culturale e politica? A quella domanda, Giuseppe Parlato ha dedicato il suo ultimo libro che esce postumo venerdì prossimo, a un anno dalla scomparsa dello storico (D’Annunzio. Un mito per la destra, edito da Cantagalli e curato da Simonetta Bartolini e Andrea Ungari).
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
A più di ottant’anni dalla Liberazione, l’Italia ha celebrato la Resistenza in sei modi diversi, a conferma di quanto la festa unisca gli italiani. A essere generosi, i sei sono ulteriormente divisi in due campi, come gli Orazi e i Curiazi.
Tre celebrano il 25 aprile, come si è visto ieri, con tre cortei diversi: nel primo versante antifascista c’è un filone, diciamo così ecumenico, dal centro berlusconiano alla sinistra moderata, gusto Sala-Calenda-Moratti-giovani forzisti e un po’ renziani; un altro filone, più netto di sinistra, diciamo gusto rosso antico, celebra la Resistenza secondo tradizione antifascista derivata dal Pci e affini; un terzo filone di sinistra più radicale, shakerata con la centrifuga e con la componente extravagante grillina, la Liberazione tocca anche il nostro presente e riguarda anche l’America di Trump e l’Israele di Netanyahu. Dal campo largo al campo minato e diviso in tre isolati.
A questi tre cortei corrispondono tre Italie che si astengono dalla celebrazione: una che vorrebbe una Festa della Liberazione che fosse festa della Pacificazione nazionale, inclusiva e aperta a considerare le altre Italie che non ne presero parte, fino al rispetto umano per coloro che militarono dalla parte avversa; una che considera la Resistenza una pagina oscura e sanguinaria della storia d’Italia, come documentarono Giorgio Pisanò e Giampaolo Pansa, con la considerazione aggiuntiva che l’Italia non fu liberata dai partigiani ma dagli alleati, più qualche latente nostalgia per l’Italia fascista; e infine un’altra che giudica assurdo essere fermi ancora al ’45, ragionare con questi schemi in un mondo radicalmente cambiato con temi, attori e tragedie di altro tipo.
Sei personaggi in cerca d’autore, sei versioni in cerca di un’idea dell’Italia. E non ho parlato delle frange estreme che vanno oltre le due ali descritte e tripartite: vale a dire gli anarco-antifa, rabbiosi e violenti, e i fascisti-fascisti, da saluto romano e camicia nera. A voler comprendere anche queste due punte estreme, il quadro del 25 aprile passa da sei versioni a otto, come l’otto volante. Viva l’Unità d’Italia spaccata in otto fazioni in un mondo uniforme e globale. Ma non è finita: c’è una nona variante, quella di Marco Rizzo e Democrazia sovrana popolare che condanna «l’antifascismo da passerella» e celebra patriotticamente la divisione Acqui, sterminata dai tedeschi a Cefalonia, e nella Resistenza preferisce Stalin agli Alleati. E siamo a nove.
Vanamente c’è chi richiama al manicheismo etico originario, la distinzione assoluta e fondamentalista tra il Bene e il Male, dicendo che le sfumature non contano; quel che conta è il pronunciamento finale pro o contro l’antifascismo, con la clausola che se non ti pronunci a favore dell’antifascismo sei automaticamente iscritto a coloro che sono contrari all’antifascismo. E con un ulteriore salto logico e patologico, chi non è antifascista diventa automaticamente fascista. Ma resta insuperabile e indiscutibile, nella società che abbatte i muri e si presenta come inclusiva e accogliente, schierarsi di qua o di là del muro e del filo spinato. O è bianco o è nero, o sei rosso o sei nero, o sei arcobaleno o sei svastichella, non c’è via di mezzo o distinzione ulteriore. Le interpretazioni cromatiche divergono assai e dimenticano quella più elementare, il tricolore che dovrebbe in fondo superare le bandiere rosse, nere e multicolor, in uno sforzo di sintesi. Se a tutto questo aggiungiamo l’odiosa implicazione giudiziaria, per cui la memoria di quella guerra civile è consegnata al codice penale, alle violazioni e alle censure, ai reati d’opinione e di apologia, fino all’impossibilità di pubblicare parole o immagini vietate sui social, allora ci rendiamo conto che una memoria coatta non è una vera memoria. E che la libertà su cui si fonda, si basa invece sulla sua negazione.
Tirando le somme, la chiamata del 25 aprile non fa bene all’Italia perché non la unisce ma la divide ancor più che nel passato, quando la distinzione era lungo la linea tra fascisti e antifascisti (più la zona grigia); ora invece la spappola in più frammenti. Poi non fa bene all’Italia perché non ci proietta nel futuro e nelle energie che servono per affrontare le sue sfide adeguatamente, ma la fa ripiombare nella sterilità di un passato che non può tornare, rancoroso e diviso, tra figure come i partigiani e i repubblichini che sono impensabili nel mondo d’oggi, anche nelle loro passioni ideali e guerriere. E infine non fa bene all’Italia perché non ci dà una chiave per affrontare le situazioni del presente giacché i soggetti sono del tutto diversi rispetto al passato e non sono paragonabili ai protagonisti di quella storia, a partire da Trump e da Putin, e dall’America di oggi e la Russia di oggi, per non dire dell’Europa di von der Leyen e la Germania di Merz, e poi la Cina, Israele, l’islam, il resto del ondo... A che serve quella chiave se le serrature sono tutte cambiate?
Il tema di oggi è l’AI o l’IA che dir si voglia, all’americana o all’italiana, che non è l’Internazionale Antifascista ma l’Intelligenza Artificiale. E noi al tempo dell’IA ci attardiamo ancora sul 25 aprile che per giunta non serve a unirci ma a sparpagliarci in così tanti rivoli l’uno contro l’altro astiosi?
Altra cosa sarebbe ripristinare nel Paese una viva e articolata memoria storica, fatta di tutti gli eventi più significativi del nostro passato, civili e religiosi, moderni e antichi, simbolici e decisivi; o la galleria di coloro che fecero grande l’Italia nella storia, nell’arte, nella scienza, nel pensiero, nella vita, nella fede e in tanti ambiti. Allora sì, davanti alla ricchezza di un quadro storico ampio, variegato e completo, ciascuno potrebbe scegliersi a quale evento e a quale personaggio si sente più vicino, inclinare per qualche aspetto o declinare a suo modo l’amor patrio; la visione armoniosa di un’Italia unita e plurale, unificata e diversa, ci farebbe sentire uniti nella diversità. Considerando un bene la stessa diversità, al pari dell’unità, garanzia di libertà e senso critico. La storia è troppo grande per rinchiuderla in una data sola, in una sola lotta e in un solo divario. E una civiltà è una stratificazione di opere, realizzazioni, valori, avvenimenti anche contrastanti, che non può essere ridotta a un solo aspetto e a un solo fatto storico, per giunta troppo recente per essere fondativo di un Paese antico, troppo vecchio per essere la base di un presente-futuro. Per ricordare la storia ci sono 365 giorni e non solo uno, che per giunta ci divide e non più in fascisti e antifascisti.





