È uscito bene il generale Roberto Vannacci dall’agguato televisivo di Lilli Gruber e della sua complice nel salotto delle torture di Otto e mezzo. Non è apparso mai in difficoltà, mai sulla difensiva, mai sgradevole e tignoso, a differenza delle due inquisitrici, piuttosto spazientite e nervosette. Anzi, Vannacci ha compiuto un piccolo miracolo in video: per la prima volta la Gruber e la sua aiutante di campo, Lina Palmerini, hanno difeso le ragioni del governo Meloni e perfino della Lega di Salvini contro di lui.
Era fantastico vederle all’opera nelle vesti sorprendenti di meloniane, salviniane, moderate e realiste, pur di contrastare il generale sornione che procedeva come un carro armato, lento e inesorabile.
È stato accorto il generale, paracadutato negli stati televisivi della 7, a non contrapporsi al governo Meloni, prestando il fianco all’accusa di lavorare per la sinistra; si è presentato invece come un grande correttore del governo, che vuol riportare la Meloni sulla diritta via della destra autentica e delle battaglie sulle quali aveva conquistato il consenso popolare. È uscito benissimo quando ha criticato le quote rosa e l’Lgbtq+, quando ha chiesto a che titolo parla Marina Berlusconi, quando ha chiarito che Futuro nazionale non è di estrema destra, quando ha toccato temi delicati come la cosiddetta deportazione dei migranti, persino quando ha difeso gli arrivi dei transfughi dalla Lega e da Forza Italia in casa sua con la scusa che lui è accogliente, prende i rifiuti degli altri, compie opere di bene, come il Vangelo e la Legione Straniera.
Insomma, Vannacci si è proposto come alleato potenziale della Meloni, come sponda destra per riequilibrare il governo, ponendosi più come ala destra che come sostituto di Forza Italia. Certo, temi come la remigrazione spaccano l’opinione pubblica, ma gli italiani stanno più con Vannacci che con la Gruber e la sinistra italiana; il vero problema - e qui avevano ragione le due intervistatrici - è la difficile realizzabilità del proposito. Come ha dimostrato pure il governo Meloni. Ma almeno proviamoci, potrebbe dire Vannacci.
Insomma Vannacci risponde a un’opinione diffusa nel nostro Paese, che la Meloni, i suoi alleati e il suo governo evidentemente non soddisfano, o che secondo alcuni hanno tradito rispetto alle promesse iniziali. Il movimento del generale si rivolge proprio ai delusi del centrodestra, a coloro che sono attualmente nella zona grigia del non voto e della disaffezione e che possono essere decisivi l’anno prossimo alle elezioni politiche. Non sono la maggioranza, si sa, ma sono una corposa minoranza, tra il 4 e l’8 per cento. Determinante, con ogni probabilità. Certo, poi basta sentire agitare da sinistra la parola patrimoniale, i gay pride, l’antifascismo in malafede, la difesa forsennata degli immigrati o basta seguire una veloce terapia intensiva, assistere ai talk show antimeloniani, in particolare di La7, e quel popolo di delusi in parte riprende la strada della Meloni e ripiega sul suo governo. Non per merito della destra ma per colpa o demerito della sinistra. Può non far niente il governo in carica, come spesso dà l’impressione, ma poi riprende i consensi, seppure in forma di opposizione all’opposizione...
Restano tuttavia sul tappeto tre o quattro problemi. Il primo è: può un governo reggere sull’antipatia dei suoi avversari, sulla paura che vinca la sinistra e sulla stampella in un nuovo partito, come quello di Vannacci, nato proprio dalle delusioni che il governo stesso ha generato? Non sarebbe un gioco di prestigio, far rientrare il coniglio scappato nel cilindro del governo Meloni? E gli alleati come la prenderebbero questa alleanza con Vannacci, come la prenderebbe Salvini in declino da anni e di cui Vannacci rischia di succhiare la residua linfa? E la Marina si schiererà a favore del parà, ovvero Forza Italia berlusconiana accetterà di coabitare col generale e di assumersi il ruolo speculare di ala sinistra (in realtà centrista) della coalizione? Dovrebbe farlo se vuol rivincere le elezioni e tornare al governo, anche se le manovre in campo e le spinte che riceve, soprattutto dall’esterno e dall’alto, sono in direzione opposta. Con il supporto di Vannacci potrebbero davvero farcela; senza, invece, è più difficile.
Le domande che restano sono invece per Vannacci e Futuro nazionale. Se una parte considerevole di italiani che avevano votato Meloni o Lega si sposta su Vannacci è proprio perché sono delusi da Meloni e dalla Lega; voterebbero ancora Vannacci se questi raccogliesse voti delusi e li riportasse a casa Meloni? Non rischierebbe di sgonfiarsi il suo fenomeno, magari a vantaggio di un altro puro e indomito Oppositore Radicale?
E l’arrivo dei transfughi, seppur brillantemente giustificato da Vannacci (la sua boutade sui rifiuti accolti ricordava quella di Cossiga quando definì i transfughi che andavano nel suo partito come «gli straccioni di Valmy»), non rischia di imbarcare persone scadenti e motivate solo da ragioni di sopravvivenza personale? Un conto è Alemanno che ha una sua storia e un suo profilo politico o magari l’ex leghista Rinaldi, ma gli altri? Già, che classe dirigente si sta formando intorno a Vannacci, anche lui rischia di essere un generale senza capitani e colonnelli, con un partito tutto capo e popolo, cioè tutto testa e coda, ma senza un corpo dirigente nel mezzo? Sarà divertente osservare il rapido mutamento dei mass media su Vannacci: ora lo pompano al massimo per indebolire la Meloni, ma se si alleerà con lei, diventerà la pietra dello scandalo della coalizione meloniana, la prova che i fasciomilitari, omofobi, islamofobi, sessisti sono con lei. E sotto sotto spereranno che Vannacci sia per la Meloni quel che fu Bertinotti per Prodi (la bomba sotto il trono) o il primo Bossi per Berlusconi.
Poi ci sono i disincantati, coloro che vedono sorgere e sfiorire nel mercatino politico tante meteore e promesse svanite, nella loro prevedibile parabola da illusioni a delusioni, e reputano che anche Vannacci sarà una di queste; e nemmeno per sua colpa ma perché non è possibile ormai che la politica sia in grado di imprimere vere svolte, incidere davvero nei processi reali, cambiare linee e diktat e opporsi ai poteri forti, alla melma europea, agli errori in politica estera (Vannacci, da quel che capisco, è critico sulla posizione italo-europea pro Ucraina e sull’intervento in Iran, ma non con Israele). Sarà un’ennesima delusione, dicono i disincantati, un altro film già visto. E altri aggiungeranno: il massimo che può fare Futuro nazionale è il partito-testimonianza, cioè rappresentare idee, principi e valori coraggiosamente diversi dal mainstream ma decisamente ininfluente, isolato. Pura testimonianza. E qualcuno si ricorderà del Msi. A proposito, è curioso constatare che quando i meloniani contestano Vannacci come voto inutile e funzionale solo alla sinistra, collocano la loro leader non nel solco di Almirante, come lei fa, ma in quello di Andreotti, che rinfacciava ad Almirante proprio questo: voto inutile e funzionale alla sinistra. Con la differenza che Andreotti era sempre stato così, lei no. La politica è un gioco delle parti, un gioco all’apparenza imprevedibile ma scontato e poco divertente.
Ma quali idee hanno accompagnato la Repubblica italiana in questi ottant’anni? Il 2 giugno è l’occasione per tracciare un bilancio storico e ideale del suo cammino. Disponiamo in partenza di alcune chiavi in negativo: l’antifascismo come collante e fondamento, il ripudio del nazionalismo, la scristianizzazione come perdita progressiva di valori comuni. Poi quando si passa dalle negazioni alle affermazioni divergono le priorità e i contenuti.
Anche le idee condivise di nome sono poi declinate in modo opposto, come la libertà, l’uguaglianza e la giustizia. O si rinchiudono nelle armature ideologiche e diventano corpi contundenti.
Sul piano politico la repubblica italiana è stata polarizzata da due forze antagoniste, e poi convergenti: la Dc e il Pci, più la costellazione di partiti minori. Anzi, per essere precisi: centro contro sinistra, o centro-sinistra, fino al cattocomunismo; la destra in origine non era prevista. Il bipolarismo ha avuto uno svolgimento tutto particolare: non c’è mai stata alternanza e avvicendamento al potere, per quasi cinquant’anni, ma ruoli fissi, tra il primo, partito sempre al governo e il secondo, sempre all’opposizione. Da cui la definizione di bipartitismo imperfetto (Giorgio Galli). Con un’ulteriore caratteristica: la Dc governava coi suoi alleati l’Italia, ma sul piano delle idee, c’è stata una prevalenza o quantomeno una maggiore incisività ed evidenza di idee che appartenevano al campo avverso, alla sinistra a lungo identificata largamente con il comunismo. È quella che è stata definita egemonia culturale. Ma la formula sbrigativa non corrisponde poi alle articolazioni, alle mutazioni e al panorama effettivo della repubblica italiana.
Dietro quella definizione non c’è stato solo il predominio del Pci, come si sbriga solitamente la vicenda ideale, riducendo l’egemonia a un’intuizione di Antonio Gramsci applicata da Palmiro Togliatti. In realtà per lunghi decenni, quel predominio ha toccato solo alcune sfere della cultura, dell’università, dell’editoria ma non è stata pervasiva. Alla supremazia delle idee erano refrattari vari settori cruciali in cui si forma l’opinione pubblica e la mentalità condivisa, non riconducibili agli intellettuali organici di gramsciana memoria.
C’erano autori e culture diverse, e sul piano dei mass media, nei primi decenni della repubblica c’era a livello di stampa, radio e di televisione, di musica e di cinema, di teatro, sport e altri campi un quadro assai variegato. A livello popolare restava ancora vivo benché declinante un mondo d’ispirazione cristiana e rurale, tra parrocchie, associazioni di categoria, reti e tradizioni locali. C’era poi un mondo che subiva l’attrazione dell’America, del suo cinema, del suo modello di vita, della sua mentalità e del suo mercato; più altri mondi più ristretti e differenziati. L’egemonia ideologica era una cosa, la vita popolare era un’altra.
La più grande mutazione prese corso tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, in un periodo che per comodità colleghiamo al ’68. La società fu investita agli inizi da una forte partecipazione ideologica e politica, una carica contro il sistema capitalistico e le istituzioni liberali e borghesi; l’impronta prevalente sul piano delle idee fu di segno marxista. In quell’atmosfera la conquista ideologica della cultura italiana sconfinò negli ambiti dei mass media, del cinema, dell’arte e di vari settori, insieme a un progressivo predominio a livello accademico, editoriale che non c’era stato ai tempi del Pci di Togliatti. Il Pci diventò forse «l’utilizzatore finale» di quella spinta prodotta nel ’68 ma quel processo non nacque in seno al Pci, alla Cgil e alle fabbriche; nacque fuori, oltre, se non contro il Pci, in quell’arcipelago che definiamo il movimento giovanile.
Allora nasce davvero un’egemonia culturale della sinistra, mentre quella di Togliatti restava più circoscritta e più direttamente controllata dal Pci.
Col passare degli anni accade però un sorprendente cambiamento: l’impronta rivoluzionaria, collettivista e anticapitalista, antiamericana mutò assumendo una valenza trasgressiva, anarco-libertaria, «dionisiaca» e perfino un po’ nietzscheana, fino a trasformare il collettivismo di partenza in una carica eversiva sempre più elitaria e soggettivista, fino all’individualismo degli anni ottanta e oltre. Permaneva solo la venatura terzomondista.
Sul piano delle idee e del pensiero politico cosa era avvenuto?
Non era più il marxismo o l’italo-marxismo la stella polare. Da un verso Gramsci fu coniugato a Gobetti e alla cultura azionista, dall’altro il comunismo si stemperò nel progressismo radical, assumendo altre valenze. E più in generale la sinistra non fu più contenuta dentro il Pci ma il contrario, fino a sparire il comunismo. Sinistra democratica fu l’espressione politica. E cambiamento radicale, e radical, quanto alla linea: non più l’idea di cambiare sistema, di fuoruscire dall’Occidente, non più il capitalismo come nemico principale, ma al suo posto una vaga protesi del passato, il fascismo, e contorno di forze oscurantiste, reazionarie, conservatrici, patriarcali. E sul piano positivo diritti civili, ideologia woke, spirito radical. Quella sinistra trovò sponde e alleanze nei salotti buoni della finanza, in una parte dell’imprenditoria italiana, in alcuni settori dell’industria, a partire da quelli che avevano un peso rilevante negli assetti proprietari dell’editoria.
E fuori dalla sinistra, cosa c’era? Restavano nicchie culturali e poi un largo habitat sottoculturale o comunque refrattario, estraneo, alle idee e alla politica. Tra le nicchie culturali ci fu una cultura cattolica, ma in un Paese guidato da un partito che si diceva d’ispirazione cristiana era però minoritaria, se non di opposizione; poi una cultura di destra, in un rapporto di tensione con l’unico partito che si definiva di destra sociale e nazionale, l’Msi e poi An; infine sparse isole liberali, sparuti gruppi o personalità.
Il grosso della società si andava invece configurando al di fuori di ogni dimensione ideologica, culturale o politica, a volte rifugiandosi nel buon senso e nel realismo spicciolo della quotidianità, nelle paure e nelle insicurezze sociali. In questo quadro avveniva quel che prima definivamo la scristianizzazione della società italiana, la ridefinizione e lo sfaldamento della famiglia, delle parrocchie e di altre forme di relazione sociale. E al suo posto la crescita del totem televisivo e di una pervasiva trasformazione che era per certi versi una forma nostrana di americanizzazione. Non una risposta culturale al predominio ideologico della sinistra, ma una fuga dal piano culturale e un rifugio nella vita domestica, nei consumi, nel tempo libero, nella vita pratica, fuori dalla politicizzazione.
In quel passaggio dalla scristianizzazione all’americanizzazione della nostra società si situò il berlusconismo con la sua egemonia sottoculturale sul piano televisivo, che dal piano commerciale poi si tradusse anche in politico, nel nome di un liberalismo di massa, liberista, consumista e libertario, di un anticomunismo di ritorno e filoatlantico; senza però rompere i rapporti coi valori cristiani e famigliari, popolari e moderati; anzi si pose come sintesi e convergenza tra il mondo uscito dalla cristianità e quello entrato nella televisione e nella modernità globale.
Così nacque una traccia di bipolarismo, che in qualche modo resta sullo sfondo della nostra società, tra progressisti e moderati, con tratti conservatori, securitari o identitari. Ma le idee, come i cavalli della sfilata del 2 giugno, si dispersero imbizzarrite, scosse e spaventate per le vie laterali della repubblica.
Ma Gabriele D’Annunzio è stato davvero un mito per la destra culturale e politica? A quella domanda, Giuseppe Parlato ha dedicato il suo ultimo libro che esce postumo venerdì prossimo, a un anno dalla scomparsa dello storico (D’Annunzio. Un mito per la destra, edito da Cantagalli e curato da Simonetta Bartolini e Andrea Ungari).
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.





