Ora che del fascismo nessun soggetto politico ne richiama, nemmeno vagamente, una qualche derivazione e tutti si definiscono antifascisti (a parole, dice qualcuno, ma solo a parole erano pure neofascisti) è tempo di restituire il fascismo alla sua sede propria, la storia e gli storici.
In vista del 25 aprile, cogliendo l’occasione di due anniversari imminenti di due eminenti studiosi del fascismo, il trentennale della morte di Renzo De Felice e il decennale della scomparsa di Ernst Nolte, è possibile riportare il fascismo al suo tempo e inquadrarlo nella storia d’Italia e nella guerra civile europea, nel mito dell’uomo nuovo e dell’ordine nuovo e nel confronto-conflitto con il comunismo. Nel cuore del passato, fuori dal presente.
Il fascismo fu interamente compreso tra le due guerre e ne portò le stigmate: la guerra mondiale da cui scaturì e la Seconda guerra mondiale in cui fu sepolto. Ora che il fascismo è separato dalla politica, è tempo che la ricerca e il giudizio storico non siano più risolti o inibiti nel pre-giudizio morale e nella criminologia d’accatto.
Quando si parla di fascismo, l’attenzione deve rivolgersi ai protagonisti e antagonisti della sua epoca, a partire da Mussolini, e agli storici che cercarono di cogliere la sua ragione storica e ideale. Altri, eredi presunti o sedicenti, non c’entrano.
Aveva poco senso identificarlo con Almirante e il Msi, ancor meno con Fini e An, ormai del tutto impropriamente con Meloni e FdI. Resta insuperata l’obiezione di Marco Pannella al XIII congresso missino del 1982 a Roma, quando disse che il fascismo era stato una cosa grande e tragica, ma era Mussolini, Rocco, Gentile, Balbo, Beneduce e Serpieri; nulla aveva a che fare coi suoi epigoni. Era una formidabile liberatoria per i missini, dopo anni di ghettizzazione, e il Msi la cercava da anni; ma di fronte a quel paragone impietoso, Almirante fu costretto a una precipitosa marcia indietro e disse: «Il fascismo è qui», perché temeva di perdere la residua rendita di posizione. Fu l’ultimo sussulto di eredità rivendicato ormai fuori tempo. E invece c’è ancora chi attribuisce un’impropria discendenza ai suoi riluttanti, presunti epigoni.
Restituiamo il fascismo ai protagonisti, ai testimoni, agli storici e agli studiosi. A quali storici? In primis Renzo De Felice, quindi Ernst Nolte, il filosofo Augusto Del Noce, François Furet , Zeev Sternhell, storico israeliano, George Mosse, James Gregor, e altri studiosi che affrontarono la storia e le idee del fascismo senza preconcetti. Nessuno di loro ebbe simpatie fasciste, tutti in vario modo possono ritenersi «revisionisti». Il revisionismo in origine non aveva un’accezione negativa o infamante, si riferiva al socialista Bernstein o al fascista critico Bottai, e a quanti sul piano storico rivedono i giudizi canonici, degradati in pregiudizi. Ogni vera ricerca storica è revisionista, perché rivede i documenti, i fatti e i giudizi passati; se non lo facesse sarebbe inutile, pura ripetizione o certificazione notarile, celebrazione e agiografia. Invece è accaduto che sotto quell’etichetta gli storici sopra citati siano stati accomunati ai negazionisti e a veri o presunti filo-nazifascisti.
Cosa insegnano gli storici veri del fascismo? In primis che non si può comprendere il fascismo senza la guerra «tradita»; e senza il timore della rivoluzione comunista e il tentativo di prevenirla. Il fascismo fu come il bolscevismo una rivoluzione, ma compatibile con lo sviluppo dell’Europa occidentale, laddove il comunismo attecchì, contrariamente a quel che pensava Marx, in società pre moderne e pre capitalistiche, come la Russia e poi la Cina. In realtà il fascismo fu una rivoluzione da un verso e una restaurazione dall’altro, un ripristino di principi d’ordine e autorità. E mantenne questa ambiguità, altalenando la prevalenza, nel corso della sua breve storia. Il fascismo ebbe poi largo e duraturo consenso di popolo, tra gli artisti e gli intellettuali e l’ammirazione di molti statisti internazionali e osservatori stranieri.
Non fu l’irruzione della barbarie ma, come disse Noventa e ribadì Del Noce, fu un «errore» della cultura, nato in seno alla cultura d’avanguardia del primo novecento. E ancora: il fascismo fu un regime autoritario con tratti totalitari, soppresse la libertà e perseguitò i suoi nemici; ma fu anche un regime di modernizzazione, tra grandi opere e grande sviluppo sociale, integrazione di giovani, donne, contadini e operai, legislazione sul lavoro e sulle pensioni. Il razzismo e l’antisemitismo furono estranei al fascismo sino all’alleanza con Hitler, dopo l’isolamento delle sanzioni, infine con le sciagurate leggi razziali. Fu un razzismo postumo, praticato tra riluttanze, ipocrisie e boicottaggi. Per questi storici non esiste poi la categoria «nazifascismo». Fu un’invenzione degli alleati, poi passò dalla resistenza al linguaggio politico, notò De Felice. Anche Hannah Arendt, grande studiosa ebrea, distinse tra nazismo e fascismo. Per Nolte, come per Del Noce, nazismo e fascismo appartengono a contesti storici differenti. Il primo a quello del dramma filosofico tedesco, di cui parlava Luckàcs, e alla sfida comunista entro l’orizzonte storico del primato del pensiero tedesco (Marx incluso); invece il contesto ideale del fascismo fu «l’inveramento del marxismo» in Occidente, e la sua traslazione nell’idealismo, nello spiritualismo e nel volontarismo. Il fascismo, a suo dire, finì subordinato al nazismo come l’antifascismo restò succube del comunismo. Appartenne però al fascismo la pulsione fatale della guerra che ne fu l’origine e ne sarà la fine: e dietro la guerra, il nazionalismo espansivo che voleva mettersi al passo dei colonialismi europei, recuperando il ritardo. In profondità, il male del fascismo fu la volontà di potenza e l’istinto di rivalsa e predominio.
Per De Felice la Repubblica sociale di Salò doveva funzionare da freno e da cuscino per attutire l’occupazione nazista e le ritorsioni sugli italiani. Mussolini a Salò per De Felice fu più prigioniero che servo-alleato di Hitler (a supporto si legga Salvate gli italiani. Mussolini contro Hitler di Alfio Caruso). E ancora: la Resistenza non sconfisse il fascismo ma accompagnò la vittoria degli Alleati; il popolo non si schierò con la Resistenza, e anche dopo la guerra preferì la Dc non solo per la sua ispirazione cristiana e occidentale quanto per la sua «neutralità» rispetto al fascismo e all’antifascismo, anche per dimenticare il passato consenso popolare al regime. Senza dimenticare che metà Resistenza non combatté in nome della libertà ma col proposito di instaurare una dittatura del proletariato sul modello dell’Unione Sovietica. Infine, ci dicono gli storici italiani, la partitocrazia nasce col Cln e la morte della patria, l’8 settembre del 1943.
Tutto questo a che serve? A nulla, a poco, o solo a restituire uno sforzo di verità e di realismo per ripensare il nostro passato. Non serve a riabilitare, ribaltare o ripristinare; ma a conoscere, a ristabilire se non la verità, la passione onesta di verità. Ma serve soprattutto a una cosa: a sottrarre il fascismo al presente e restituirlo al suo tempo, al suo mondo, ai suoi morti. È storia, non è politica. Riguarda tutti, non appartiene a nessuno.
Da un giorno all’altro, senza una ragione fondata, è cambiato nella gente il polso della situazione italiana, al di là della guerra, di Trump e dei carburanti. Oggi il tema e il giudizio corrente, la domanda che ti fanno o la risposta che si danno in tanti è: ma la Meloni durerà fino a fine legislatura, si dimetterà di sua volontà, sarà costretta a farlo, ce la farà a resistere a questa ripida discesa di consensi e previsioni (che spesso si coincidono)?
Per chi si fosse sintonizzato solo ora con lo spirito del tempo o chi si fosse allontanato solo un paio di settimane dall’Italia, non capirebbe il perché del cataclisma e del capovolgimento: un referendum perduto non aggiunge e non toglie nulla all’azione di governo, non c’è un nesso oggettivo tra le due cose, né sono intervenuti altri fattori interni così rilevanti da determinare questo improvviso cambio di passo e di giudizio: non mi direte che i casi Dalmastro o Santanché, fino a ieri al governo senza particolari traumi per il Paese, abbiano determinato questo rovesciamento di prospettiva, per giunta dopo che si sono dimessi. Non mi direte che un gossip che investe la vita privata di un ministro possa cambiare il giudizio degli italiani sul governo e sulla sua prospettiva di azione; sarebbe prova di una leggerezza farfallona e di una fatuità bigotta da parte degli italiani, se per una cosa del genere, vecchia come il cucco, si dovesse chiedere una crisi di governo e un cambio al Viminale e magari a Palazzo Chigi.
In fondo la Meloni non ha fatto nulla di nuovo e di diverso rispetto a mezzo mese fa, quando aveva saldo e vasto il consenso nel Paese; se aveva pecche, limiti e insufficienze c’erano già allora, non si sono aggiunte o rivelate solo ora, in questi ultimi giorni. Nel frattempo e nel frangente non ha fatto nulla che potesse determinare un cambiamento di giudizio.
Il vero guaio l’hanno combinato in Medio Oriente ma lei non c’entra; lei era vicina all’Amministrazione Trump, come è stata vicina all’Amministrazione Biden, e ha seguito la linea di sempre dei governi italiani rispetto al Fratellone americano: condiscendenza in cambio di benevolenza. In più lei, in partenza, era considerata affine a Trump e a Netanyahu, perché espressione comune della destra, dei nazional-conservatori. Ma il Trump che cerca il Nobel della pace di un anno fa non è il Trump che minaccia distruzioni totali di oggi e non è colpa della Meloni se tutto questo succede. E così Israele, non è certo quello del 7 ottobre del 2023.
Le ricadute della situazione internazionale preoccupano seriamente ma questa, semmai, è una ragione in più per tenere i nervi e i governi saldi, affrontando le conseguenze e adottando le misure che ne deriveranno. Non è certo il momento opportuno per pensare in questo frangente di far cadere il governo e mettersi a cercare o raccattare un altro, con la prospettiva di farlo durare fino al prossimo anno, quando si tornerà a votare. Insomma, è davvero irrazionale quest’aria da fine governo, da Meloni alla frutta, per restare sul pezzo, che si respira in questi giorni.
Dal canto suo la Meloni fa tutto quel che può fare nella sua situazione, riprende il suo dinamismo viaggiante nel mondo, cerca contatti e stabilisce ponti, per fronteggiare le crisi energetiche, economiche, comunicative che si stanno abbattendo; non sta lì con le mani in mano. Ma quando la vedi oggi più di ieri come una mosca bionda alle prese con questioni più grandi di lei, avverti la sua solitudine. «Dove vai quando poi resti sola», si chiedeva Lucio Battisti con Mogol quando Giorgia non era ancora nata, all’esordio della splendida, indimenticata Io vorrei, non vorrei ma se vuoi e concludeva: «E poi giù il deserto». Ecco, il tema: Giorgia sola e poi giù il deserto. Se dovessimo sintetizzare in una sola frase il momento politico che l’Italia sta attraversando, userei proprio quelle parole. Non ci sovviene nessuno al momento che possa sostituire Meloni a Palazzo Chigi e nessuno dalle sue parti che possa accompagnarla al governo da coprotagonista, regista, fiancheggiatore e stratega. Solo seguaci e alleati modesti, militanti, esecutori, zavorre. Governanti spesso maldestri. Quando qualcuno suggerisce un rimpasto per cambiare i ministri che non vanno, si apre il vaso di Pandora: sono più i ministri da cambiare che quelli da confermare, e lo dicono spesso gli stessi sostenitori della Meloni al governo.
Ma quale sarebbe l’alternativa al governo Meloni che fornisce il cartello dell’opposizione? Schlein, Conte, Draghi? Per carità. Nessuno ci pare nelle condizioni di governare e di far meglio della Meloni. Se presi singolarmente non ci sembrano alternative credibili o capaci di migliorare le cose, messi insieme è ancora peggio perché tirerebbero in direzioni diverse, tra veti incrociati, farebbero governi arlecchino che non avrebbero nemmeno l’unico pregio del governo Meloni nel suo complesso: la sua omogeneità e il riconoscimento comune della leadership di Giorgia. Il più capace all’opposizione, Matteo Renzi, è anche il più inaffidabile per gli alleati e il meno votato dalla gente. Governi neocentristi che usino Tajani come cavallo di Troia, tappeto e poi agnellone sacrificale, secondo i voleri della Casa, mi sembrano impraticabili e fortemente minoritari. Il ritorno di Draghi, Monti o simil-tecnici, dopo le esperienze avute, sarebbe un passo indietro in tutti i sensi. I tecnici al governo, lo possiamo dire a ragion veduta, non sono stati un toccasana per il Paese, tenevano solo a questioni che avevano riflessi internazionali e risvolti finanziari, ma per il resto sono stati evanescenti se non peggiorativi persino rispetto ai governi politici (e ce ne vuole). Godevano di appoggi internazionali ma il Paese non se ne è affatto giovato, anzi.
Allo stato attuale, la Meloni ci sembra senza alternative, circondata davvero da un deserto circostante e sottostante; sia nel suo versante, alleati inclusi, sia nel versante opposto e di opposizione. Lo dice uno che non ha risparmiato giudizi critici sul suo operato, sulla sua scarsa incidenza nel Paese, sulla più scarsa rispondenza tra il dire e il fare, sulla sua politica estera. Ma oggi, per esempio, rispetto agli Usa e a Netanyahu sta facendo scelte di buon senso, prudenti e realiste, rivolte a smarcarsi dal loro abbraccio mortale. E nell’attuale situazione ha comunque una credibilità internazionale, mantiene buoni rapporti con molti leader e potrebbe forse intraprendere qualche azione significativa per indicare una linea strategica unitaria e non psicolabile all’Ue. Non sarebbero in grado di fare diversamente o meglio Schlein, Conte, Renzi, Calenda o Salvini e Tajani. Arrivo a pensare che perfino Mattarella ne sia convinto e non osa avventurarsi in questo ribaltone, temendo le conseguenze.
L’Anazionale. Se vogliamo capire cosa è successo e cosa succede ormai da tanti anni all’Italia degli Azzurri, partiamo dal ridefinire il nome. Il nome più consono è Anazionale, non nel senso romanesco né con grevi allusioni anali, ma Anazionale con l’alfa privativo davanti, per indicare qualcosa che manca, come si dice apolitico chi non ha una posizione politica, anonimo o afono chi è senza un nome o senza voce.
Dopo l’ultima sventura degli Azzurri con la Bosnia, e dopo l’ennesima esclusione dai campionati mondiali, è scattata subito la corsa al colpevole, al capro espiatorio. Ma quando poi vedi la sequenza dei fallimenti lungo gli anni, con responsabili sempre diversi, ti accorgi che sicuramente ci sono specifiche carenze e insufficienze a livello personale, per le quali è giusto che qualcuno poi risponda; ma il difetto è nel manico, è alle fonti. E allora se proprio vogliamo trovare il colpevole ve ne indico uno che per definizione è Innocente: il Bambino. Il colpevole è lui, a’ criatura, come dicono a Sud, o el puteo, come dicono in Veneto (e si potrebbe continuare nelle declinazioni locali). Perché il bambino è un disertore: diserta sin da piccolo la scuola dell’obbligo in cui nasce la passione del calcio, quel corso di teoria e prassi del calcio che si riassumeva ai tempi miei in due attività. In primis il gioco incessante al pallone per strada, nelle piazze, e per i più fortunati nei campetti di calcio. Ore di gioco, impazienza di uscire dopo i compiti o addirittura prima, taluni durante, pur di giocare; la caccia al pallone, la facile ricerca di complici e di sfidanti, la contesa coi vigili urbani che volevano impedirci di giocare negli spazi pubblici, le sfide senza quartiere, nel senso che i quartieri diventavano uno sfondo muto delle nostre partite. E poi le ginocchia ferite e gli indumenti impataccati, decorazioni sul campo al valor sportivo. Una passione che non vi dico. Ma oltre la prassi c’era anche la teoria e il culto del calcio. Ossia il corso di formazione, eccitazione e culto figurativo, estetico e feticistico che era l’album di figurine Panini. Era quello il nostro universo iconico, come oggi si dice, le immaginette venerabili, come quelle dei santi e le nostre devozioni per alcuni calciatori prediletti o più introvabili; e il fervore della ricerca, il consumismo elementare delle bustine da acquistare, la primordiale scoperta del mercato tramite lo scambio delle figurine davanti alle edicole, i primi conati di socialità e di interclassismo per i bambini per strada.
Voi dite, ma che c’entra con l’Anazionale? C’entra, eccome se c’entra. Era da quel fervore che nascevano i talenti del calcio; quel fervore alimentato poi con i quotidiani sportivi, con Tutto il calcio minuto per minuto alla radio e La Domenica Sportiva in tv (sono così antico che la seguivo quando la conduceva il mitico Enzo Tortora). Scusa Ameri, a te Ciotti, e sullo sfondo Bortoluzzi dallo studio. E in tv da Carosio a Martellini, fino a Pizzul, forse l’ultimo della dinastia.
Il calcio nasceva come un fiore selvatico sul cemento, non c’era bisogno di scuole o educazione, nasceva spontaneamente, per contagio, emulazione, ereditarietà, agonismo ed esuberanza fisica. Poi i privilegiati andavano allo stadio a vedere la squadra locale o lo squadrone di serie A. Ma il culmine per tutti, il Rito per eccellenza, in cui le Parti si riconoscevano nel Tutto, era la Nazionale, sintesi a priori di ogni differenza, direbbe Kant.
Intendiamoci, anche noi da bambini fummo traumatizzati da un’esclusione. Ricordo ancora come se fosse ieri quando da bambino patii l’esclusione della Nazionale nel mondiale del 1966 a opera della Corea, che diventò poi un modo di dire, un nome per evocare un’infamia, la Caporetto del calcio.
Ma ricordo anche la sollevazione di popolo contro quella nazionale, quel commissario tecnico (Fabbri); la rabbia, gli ortaggi, l’onta per l’orgoglio patrio ferito, che riaffiorava in quelle sconfitte. E poi con gli anni la gioventù mundial, la riscoperta del tricolore grazie alla vittoria del 1982, dopo 34 anni dalla celebre doppietta della Nazionale di Vittorio Pozzo ai mondiali, nel 1934 e nel 1938 (meglio tacere, epoca fascista).
Ora il calcio non alleva più i nostri bambini, non è più la prima palestra di vita e passione collettiva; si va in piscina, in palestra, a sciare, ora è esploso il tennis. Gli sport più seguiti sono individuali, ma non è un caso. È la nostra società che si è fatta più individualista, meno sociale; anche se individualisti siamo sempre stati e i social vanno oggi per la maggiore. Ma l’individualismo d’indole cresceva nella coralità, nella comunità famigliare, nella comitiva. E quella socialità era fatta di vita, di strada, di corpi, di passeggio, non da remoto e da smartphone. Se cercate un colpevole prendetevela col solito telefonino, con quell’intreccio di solitario e globale che caratterizza il nostro essere al mondo tramite quel totem portatile.
Certo, si può anche sfidare il fatalismo, cercare di andare controcorrente, e proporre - come sento in giro - nuove scuole di formazione dei ragazzini al calcio. Ma se non si coltiva il calcio da bambini non ha senso poi prendersela con la conseguenza, gonfiata dall’aspetto mercenario e commerciale del calcio, vale a dire lo shopping di calciatori dal resto del mondo. Non so se sia possibile a colpi di leggi, scuole e campagne promozionali contrastare la tendenza che sembra irreversibile allo scemare del calcio. Ma si può pure tentare. O in alternativa prendere atto che il calcio è finito, fu la passione del Novecento e poco oltre.
Restano alcuni problemi preliminari, che sono da un verso psicologici e culturali e dall’altro strutturali. Per rianimare la passione del calcio e poi reclutare nuovi talenti bisogna riaccendere almeno tre ingredienti di base. Il primo è vivere di più insieme, fare comitiva (non solo branco o clan rancoroso), vivere la dimensione corale dello sport, recuperare la naturale socievolezza che permetteva il formarsi spontaneo di squadre e di sfidanti. Il secondo è riattivare il gusto e la passione del marchio italiano; quel made in Italy che sta scomparendo in ogni settore, ormai colonizzato da marchi stranieri o reso apolide, transnazionale. Se non conta più il made in Italy e il calcio dei club è pieno di stranieri, poi non lamentatevi del calcio italiano. Infine, terzo ingrediente, è saper non solo formare ma anche selezionare i migliori: la società sembra voltare le spalle a questo criterio elementare, dal mondo del lavoro alla politica. Non nascono classi dirigenti e non si riconoscono e premiano i migliori, se non in ambiti spontanei, in alcuni risvolti del mercato e della ricerca, di solito lontani dai centri in cui dovrebbe avvenire: le scuole, le università, i centri di prima formazione.
In un Paese come il nostro che non si vuole bene, che sente l’amor patrio come un peso e una vergogna, che detesta tutto ciò che è nazionale e dall’altra parte sfugge a tutto ciò che esige dovere, sacrificio, responsabilità, riconoscimento dei talenti e delle gerarchie fondate sulla capacità e sul merito, da dove pensate che possa rinascere una fioritura del calcio? Il problema non è un presidente o un meccanismo burocratico, ma a monte, e a me pare quasi insormontabile. Intanto, se vi basta, consolatevi col dire che non ha perso l’Italia degli Azzurri, ha perso l’Anazionale.





