Cari lettori, noi amiamo la Verità poiché sappiamo di non possederla

Ho conosciuto di persona il lettore della Verità. Non è facile oggi conoscere il lettore di un giornale perché è finito il tempo dell’impegno civile e dei giornali-partito; perché i lettori di quotidiani e libri sono diminuiti e riguardano una fascia d’età adulta-anziana; e perché viviamo tutti un po’ nascosti, latenti, isolati, come molecole sparse nell’etere o nelle edicole votive dello smartphone. Ma il lettore della Verità sta partecipando a una settimana di incontri ad Abano Terme, all’hotel Mioni Pezzato, accogliendo l’invito di Stefano Passaquindici che da anni organizza viaggi e incontri per loro e in passato per i lettori del Giornale. Ci sono e ci saranno altri ospiti.
Qui ad Abano il lettore della Verità sembra un’anima del purgatorio o il confratello di una congregazione, perché lo incontri in accappatoio e cappuccio, come si usa nelle località termali, tra bagni, massaggi, fanghi e piscine. Poi la sera si veste, riprende le fattezze di contemporaneo e viene ad ascoltare, interviene, partecipa. È un campione significativo, saranno un po’ meno di duecento. Un giornale non è una caserma, e ancor meno può esserlo un giornale antagonista e davvero fuori dal coro; i suoi lettori non si accontentano dei racconti ufficiali su altri media e vogliono leggere la realtà con altre lenti, con spirito libero e non conformista. Nemmeno il conformismo degli anticonformisti, cioè la militanza contrapposta agli allineati che vivono le loro opinioni come una parrocchia laica, un gregge e una sezione di partito. Di parrocchie bastano quelle vere, per i credenti; non ne vogliono altre, surrogate e surrettizie.
A me è capitato di dover aprire la settimana d’incontri coi lettori, domenica scorsa, e di dover parlare - come vuole del resto un giornale - un po’ di tutto, tra cultura e attualità. Un quotidiano non è la preghiera laica del mattino, come diceva Hegel, ma un po’ somiglia ai «brevi cenni sull’universo» di cui parlava Gramsci. Una visione d’insieme ma applicata alla quotidianità e agli avvenimenti in corso, dedicata ai nostri giorni e alle sue maggiori preoccupazioni; e le opinioni sono quel che resta del nostro tempo e per certi versi ciò che si sporge a interpretare il tempo che verrà. Non farò elogi e lisciatine nei loro confronti, non si addice a loro e nemmeno a noi che ci scriviamo; e poi non c’è la presunzione di rappresentare il meglio degli italiani, non soffriamo di complessi di superiorità, a differenza di quel che accade nelle sette radical.
Questi lettori in presenza sono la punta avanzata di un’area di opinione molto larga; chi la condivide e un po’ la rappresenta, sa che la punta emersa è piuttosto piccola rispetto al vasto mondo che rappresenta. Il problema è chiaro da tempo: c’è un’area vasta di opinioni che legge poco e a volte si caratterizza per un idem sentire ma non per un idem pensare.
I lettori della Verità non sono per indole governativi, si sa, e appunto perché non si accontentano, non perdono lo spirito critico neanche davanti a giornali e governi che pure sono per loro preferibili ai precedenti. Condividono molte idee e molte valutazioni che leggono sulla Verità, molte ma non tutte; del resto anche per chi come me vi scrive vale la stessa cosa e naturalmente vale pure l’inverso nei miei confronti: quel che penso e che scrivo è condiviso in molti ma non in tutti i punti, e da molti ma non da tutti i lettori; la mia è una voce, non è la voce della Verità, che detta così ha un sapore biblico. Ma posso garantirvi che quel che scrivo corrisponde a quel che penso, senza furbizie, raggiri e finzioni. Sì, dicevo, la testata è molto impegnativa, ricorda la Pravda, che è La Verità al tempo del comunismo e dell’Unione Sovietica. In Italia ci fu chi ne fece la versione nostrana, e fu quella figura strana di rivoluzionario, comunista e poi fascista, di Nicolino Bombacci che fondò appunto un foglio che si chiamava La Verità. Fu vicino a Lenin, fu il primo leader del Partito comunista d’Italia e poi finì ammazzato dai suoi ex compagni con Mussolini. Se commise grossi errori nella sua vita li scontò sempre sulla sua pelle.
Chi ci legge sa che amiamo la verità ma non pretendiamo di averne il possesso o il monopolio; la ricerca della verità dovrebbe essere la massima aspirazione per un filosofo come per un giornalista, e più in generale per un essere umano. Ma la ricerca non indica che hai in pugno la verità; indica piuttosto un salire le scale che si avvicinano a lei: il senso della realtà e dell’evidenza, l’onesta rappresentazione dei fatti e delle persone, a onor del vero; e infine l’amore per la verità e il mettersi senza riserve al suo servizio. Nessuno dispone della verità, anche perché essa spesso ha molti versanti, e non uno solo. E quando i legami, le affinità e le appartenenze ci chiamano a essere indulgenti con chi sentiamo dalla nostra parte, ricordiamoci di Aristotele che diceva: «Sono amico di Platone ma più amico della verità». E anche Platone a sua volta ha dimostrato con il suo pensiero di essere amico e allievo di Socrate ma più amico e più allievo della verità, anche quando non combaciava con quello che diceva il suo maestro. La stessa cosa vale in politica: non si può sposare una parte a priori e a prescindere, si può arrivare a comprendere gli errori e le cadute perché ci sono altre cose, magari più importanti, che ti uniscono. Ma chi pensa, chi scrive, chi legge giornali e non fogli di catechismo sa che la verità, o meglio quel che a noi sembra la verità, va detta comunque, costi quel che costi. Anche a costo di subire insulti, ingiurie e bassezze, oltre che isolamento e boicottaggi. Per i meschini, se stai criticando quella che dovrebbe essere la tua parrocchia, è solo perché aspiri a entrare in un’altra parrocchia: non viene loro in mente, nel loro bigottismo piccino e arrivista, che c’è chi pensa a cielo aperto, e non vuole passare da una parrocchia all’altra. Ecco, questo mi sento di dire ai lettori della Verità, non solo quelli in presenza ma anche quelli da remoto. Potete fidarvi a ragion veduta, mai ciecamente.






