Cognome e nome: De Luca Erri. Oggi beatificato perché «imbavagliato».
Doveva inaugurare la rassegna letteraria di Salerno con una sua lectio magistralis.
È intervenuta la scomunica.
Si è dichiarato «sionista» e contrario all’(ab)uso del termine «genocidio» per Gaza.
E quindi la fatwa lo colga!
«Ma non è censura», macché: «Gli abbiamo proposto una diversa collocazione» hanno annunciato gli organizzatori (avrebbe potuto parlare, chissà, nel cuore della notte, in qualche quartiere periferico, per «evitare di connotare ideologicamente la manifestazione», anche se c’è da chiedersi: se la prolusione fosse stata assegnata a Tomaso Montanari o a Francesca Albanese, scommettiamo che il loro - libero e legittimo - punto di vista non avrebbe «disturbato» il profilo della kermesse?).
De Luca ce li ha mandati: «È il festival che si è escluso da me, meglio così: mi risparmio la trasferta».
All’anagrafe Enrico. Negli anni degli «opposti estremisti», uno dei non pochi «cattivi maestri», i pifferai di Hamelin de «la meglio gioventù», la sinistra extraparlamentare dura e pura.
Erri. Versione italiana di Harry, il nome dello zio.
Da Harry ti presento Sally a «Erri, ti presento Inès de la Fressange» è un attimo.
Insieme - il napoletano già rivoluzionario barricadero, e la francese già modella musa di Karl Lagerfeld, stilista, imprenditrice - hanno pubblicato L’età sperimentale (Feltrinelli, 2024), divagazioni sulla vecchiaia.
Lei, classe 1957: «Vecchio è quando capisci che le persone che sembrano vecchie hanno la tua stessa età».
Lui, classe 1950: «Considero questo il mio tempo migliore, in cui sono più lucido, preciso, calmo».
Non è stato sempre così «zen».
La sua militanza è stata tutta una «lotta continua». Quando a 18 anni sbarca nella Capitale aderisce al Gaos, il Gruppo di agitazione operai e studenti, che confluirà nella nascente Lotta Continua.
Formazione politica di cui diventerà un dirigente di primo piano, come responsabile del servizio d’ordine sulla piazza di Roma.
Non pentito: «Ho fatto la cosa giusta insieme alla maggioranza della mia generazione, esponendomi e pagandone le conseguenze», ipse dixit nel film documentario basato sul libro di Aldo Cazzullo I ragazzi che volevano fare la rivoluzione, Mondadori 1998.
«Hai fatto qualcosa che se ti avessero beccato ti avrebbe portato in galera?», gli ha chiesto Claudio Sabelli Fioretti il 9 settembre 2004 per Sette, il magazine del Corriere della sera.
«Come tutti. Abbiamo condiviso il peggio di quel tempo. Non piace ai reduci che io definisca Lc, Lotta continua, un organismo rivoluzionario. O che dica: “Ognuno di noi avrebbe potuto uccidere il commissario Luigi Calabresi”».
E chi sarebbero coloro che si dissociano «dalla loro storia, dalla loro evidenza»?
Sabelli Fioretti, volendo inzigare, butta giù una compilation: «Andrea Marcenaro, Claudio Rinaldi, Paolo Liguori, Gad Lerner, Toni Capuozzo, Ninì Briglia, Giorgio Pietrostefani, Adriano Sofri, Lidia Ravera, Mario Deaglio...».
De Luca: «Li perseguito ricordandogli i dettagli, gli guasto qualche momento di digestione, tanto poi gli passa subito». E comunque «Paolo Liguori, detto Straccio, era un bravissimo capo, uno a cui piaceva parlare e che ci sapeva fare. Era ambizioso e Lc lo mortificò. Venne a Roma Pietrostefani (che era il peggiore di tutti, come persona e come atti, non mi è mai piaciuto e gliel’ho sempre detto in faccia) e lo sbatté a fare il volantinaggio davanti all’Alfa Sud di Secondigliano».
Parentesi. Sofri (De Luca: «Non sono più in buoni rapporti con lui da molto tempo»), Pietrostefani e Ovidio Bompressi («siamo stati amici per la pelle») sono stati condannati per l’omicidio di Calabresi.
«Erri, tu sai chi l’ha ammazzato?».
«Preferisco non rispondere. Non mi sento libero di parlare di questo».
Chiusa parentesi.
A Bompressi, in un carteggio pubblicato da Micromega nel 1995, rinfaccerà: «Tu sei estraneo. Ma non sei innocente». Perché «nessuno di noi lo era, siamo tutti corresponsabili».
Soprattutto: niente autoassoluzioni in nome del clima socio-politico.
«Sono contrario alla giustificazione del contesto, è come se gli atti che ho compiuto me li avessero fatti fare gli altri. No: le mie azioni erano frutto di una piena consapevolezza». Uscito dal movimento nel 1976, quando Lc si sciolse (lui era contrario: «fu diserzione»), si arrabatterà facendo mille mestieri.
Operaio. Muratore. Giornalista. Saggista. Poeta. Traduttore.
Studioso dell’ebraismo, poliglotta, ha imparato l’ yiddish e l’ebraico antico («è stata la solitudine ad avvicinarmi a questa lingua»), insieme al russo e lo swahili.
A suo agio con il vernacolo partenopeo. «È la mia lingua madre. È una lingua svelta, che risparmia tempo e spazio. Abbiamo conquistato il record mondiale della brevità con l’infinito del verbo andare: i', una vocale appena. Io l’ho imparata da bambino, quando in famiglia di sera leggevamo a voce alta le commedie di Eduardo De Filippo e le poesie di Salvatore Di Giacomo», altro che «Carosello!, e poi tutti a nanna».
De Filippo. Con cui De Luca avrebbe avuto una certa qual rassomiglianza.
Tanto da legittimare un atroce sospetto.
Nell’agguato delle Brigate Rosse in via Fani a Roma - scorta massacrata, Aldo Moro sequestrato - più di una testimonianza oculare attestò la partecipazione anche di due individui, mai identificati, su una moto Honda, uno dei quali «pur essendo giovane, ricordava in modo impressionante Eduardo De Filippo» (la deposizione è agli atti della Commissione Moro, VIII legislatura, volume XLI, pag. 403).
Non basta: il 28 marzo 1978, 12 giorni il rapimento, il Sismi, cioè il servizio segreto militare, segnalò (l’appunto è del suo capo, il generale Giuseppe Santovito, tessera n. 527 della Loggia P2) che «una fonte aveva riferito di aver visto subito dopo l’eccidio in via Fani un giovane dalle caratteristiche identiche a quelle di Henry (sic) De Luca, già da tempo ritenuto «elemento irregolare» delle Br».
Ma «la precoce annotazione, evidentemente infondata, cadde nel vuoto» (così Miguel Gotor, L’Italia nel Novecento, Einaudi 2019).
«Io sono numeroso» ha rivendicato lui più di vent'anni fa, scimmiottando un po' il «Contengo moltitudini» di Walt Whitman, oggi ultra citato ma solo perché l’ha evocato Francesco De Gregori.
Entrambi, Erri e il Principe dello spartito, accomunati nell’ultima settimana dalla stessa sorte: la condanna al rogo per le loro riflessioni eterodosse e «fuori linea» su Israele, Gaza e l’impegno ostentato sul palco, la forma più comoda e confortevole di esibizionismo etico.
Però, a ben guardare: che nemesi, per De Luca.
Diventare la vittima di un pre-giudizio ideologico, dopo aver militato in un movimento che voleva processare gli avversari davanti al «tribunale del popolo», perché nemici del medesimo.
Un bell’ambientino «completamente dentro all’illegalità: Lc era tutta illegale, l’illegalità era la pratica diffusa» ha ricordato, con la civetteria di un acculturato Andy Warhol, sempre a Sabelli.
Tutta l’attività di Lc era «fuori legge»: «Proteggere i compagni latitanti, scontrarsi con la polizia, fabbricare bottiglie molotov».
E naturalmente girare con il «ferro» in tasca: «Avevamo le pistole, facevano parte della necessità della presenza in piazza contro i fascisti e nei cortei. Dopo il 1975 è diventata pratica comune».
Ma non erano mica tutti armati, no: «Solo quelli autorizzati», ah, beh...
Salito a Torino per fare l’operaio alla Fiat, dove rimase fino alla marcia dei 40.000 (la maggioranza silenziosa di operai e dirigenti che affossò l’occupazione della fabbrica di Mirafiori, durata 37 giorni), passò poi in Francia, quindi in Africa come volontario non credente in un’organizzazione cattolica.
Poi traslocò a Sigonella, dove fu facchino per una ditta che lavorava con gli americani della base militare, quindi in cantiere a Milano, di nuovo a Roma in una cooperativa, «ero un manovale, sturavo le fogne» (così a Silvana Mazzocchi di Repubblica, 29 luglio 2012), infine autista di convogli umanitari in Bosnia.
Il primo settembre 2013, lo scapigliato «rosso» che fu, improvvisamente si risvegliò. Per commentare, con Laura Eduati dell’HuffPost, le accuse del procuratore Giancarlo Caselli agli intellettuali che a sinistra «sottovalutano pericolosamente l’allarme terrorismo» in Val di Susa.
De Luca non solo si schierò con i No Tav, ma inneggiò: «La Tav va fermata, sabotaggi e vandalismi sono necessari perché è un’opera devastante, nociva e inutile».
Per queste frasi finirà sul banco degli imputati, accusato di istigazione a delinquere.
Ma nel 2016 il tribunale di Torino lo assolverà con formula piena.
«Il fatto non sussiste»: talune prese di posizione sono sanzionabili solo se creano un effettivo e concreto pericolo per l’ordine pubblico.
Altrimenti ricadono nel perimetro della libertà di espressione.
Per sua fortuna, a processarlo è stata la giustizia borghese. Nella democrazia popolare vagheggiata da Lc, la sua dissidenza sarebbe stata bollata come controrivoluzionaria.
Non credo che in quel caso gli sarebbe andata altrettanto bene.
La polizia inglese è recidiva. Per un inconscio senso di colpa che discende forse dall’essere stata, la perfida Albione, un’imperiale potenza coloniale. Per una fuorviante applicazione dei principi del wokismo, vai a sapere. La regola non scritta pare essere questa: meglio sbagliare bersaglio, applicando male la legge, che essere sospettati di discriminazione razziale davanti al tribunale dell’opinione pubblica e dei social.
Essì, perché l’omicidio di Henry Nowak - lo studente universitario diciottenne accoltellato a morte ma ammanettato a terra mentre era agonizzante e ripeteva «non riesco a respirare» perché il killer, un giovane sikh di 21 anni, aveva spiegato di essere lui la vittima di un’aggressione razzista - non è purtroppo un inedito.
Riavvolgiamo il nastro.
Tra il 1997 e il 2013, oltre un migliaio di bambini è molestato, abusato, stuprato.
La maggior parte delle vittime sono ragazzine bianche, ma vi sono anche adolescenti della comunità asiatica. Nulla succede, a livello di indagini, fino a quando due bambini e la loro madre vengono assassinati. A quel punto, e finalmente, parte la prima inchiesta. Che appurerà che a commettere quelle nefandezze è stata una rete di pedofili di origine pakistana.
Il bello è che a questa conclusione si poteva arrivare molto prima, e quindi con un numero di innocenti violati inferiore, se avessero dato retta a un’ispettrice che indagava sugli stupri e che era arrivata a concludere che le violenze avevano una connotazione «etnica».
Non l’avesse mai detto.
L’hanno sospesa e sanzionata, obbligandola a seguire un corso di «sensibilizzazione alla diversità», che rievoca la «rieducazione» praticata in Cina ai tempi della «rivoluzione culturale» e in Cambogia sotto Pol Pot.
Il ministro dell’Interno dell’epoca (poi premier), Theresa May, deplorerà che «l’istituzionalizzazione del politicamente corretto e la paura di essere tacciati di razzismo abbiano contribuito all’omertà su questi crimini per così tanti anni».
Purtroppo i bias cognitivi, ovvero le convinzioni errate basate su pregiudizi e «verità» infondate, sono più pervasivi di quanto si creda.
E la scorciatoia mentale che stabilisce che i bianchi sono sempre, per principio e «a prescindere», dalla parte del torto, è la più coriacea di tutti.
Tanto che Pascal Bruckner sull’argomento ha scritto un libro «quasi perfetto»: Un colpevole quasi perfetto - La costruzione del capro espiatorio bianco (Guanda, 2021).
La riprova l’abbiamo avuta nell’agosto scorso.
Una ragazza sale su un treno metropolitano a Charlotte, in North Carolina.
Si siede, tira fuori il suo smartphone e comincia a «scrollare» con il dito sul display. Alle sue spalle, seduto con la testa appoggiata al vetro, c’è un uomo con una felpa rossa.
Sembra sonnecchiare.
Sembra.
Perché all’improvviso si alza, sfodera un coltello e lo affonda per tre volte nel collo della giovane.
Poi si allontana, per venire bloccato non molto tempo dopo, anche perché lascia una scia di sangue dietro di sé.
Fine della storia.
Ebbene?, vi starete chiedendo. Un omicidio insensato, gratuito, immotivato, di certo non il primo di questo tipo.
Vero.
Il fatto è che quel fatto di sangue è stato come oscurato, perfino quando sono state diffuse le immagini delle videocamere di sorveglianza, che ne hanno certificato l’efferatezza.
Niente articoli di giornale, niente riproposizione ossessiva nei principali notiziari e talk show.
Curioso, in un’epoca in cui si dice che siano proprio le immagini a prevalere su ogni altra forma espressiva, anche perché la gente crede a quello che vede, tanto da non saper riconoscere quali sequenze siano vere e quali un prodotto dell’Intelligenza artificiale.
Eppure, i protagonisti di quel crimine, vittima e assassino, avevano la pelle diversa, un dettaglio tutt’altro che irrilevante se riferito a una realtà come quella americana segnata dai tanti omicidi di neri, fenomeno per nulla sporadico che è all’origine del movimento Black lives matter.
Solo che in questo caso eravamo in presenza di un’inversione dei ruoli.
A essere bianca, infatti, era la vittima (una ragazza ucraina di 23 anni, in fuga negli Usa dopo l’invasione russa del suo Paese), non la mano assassina. Nero era l’omicida, pluripregiudicato e «mentalmente instabile», come ci si è precipitati subito a precisare, perché non sia mai che si possa arrivare a sostenere l’esistenza di neri che, semplicemente, odiano i bianchi (il contrario sì: siamo tutti figli o nipoti di militanti del Ku Klux Klan).
Fateci caso: l’attenuante del «disagio psichico», del «disturbo mentale» entra spesso in gioco quando si tratta di valutare i crimini commessi da neri o stranieri o fedeli di religioni quali l’islam (essendo il razzismo, la xenofobia, l’islamofobia l’accusa che ti viene rivolta ogni qualvolta osservi la realtà per quella che è).
Così è stato anche per Salim El Koudri, trentunenne che voleva compiere una strage, abbattendo pedoni come birilli nel centro di Modena alla guida di un’auto.
«Un giovane uomo profondamente disturbato», ovvero affetto da «disturbo schizoide della personalità», si sono affrettati a dipingerlo molti giornali, quasi obbedendo a un riflesso pavloviano.
Salvo poi dover prendere atto di quanto affermato dal gip di Modena Donatella Pianezzi nell’ordinanza che ha disposto la custodia cautelare in carcere: «Nessun elemento» è stato riscontrato per collegare l’abominevole gesto al suo stato di salute psichico, precedentemente diagnosticato.
Con un ulteriore paradosso: siccome a bloccarlo sono stati sei uomini (due italiani, due egiziani, due pakistani) ecco che si è corsi a sottolineare questa seconda notizia, quasi a voler «sterilizzare» la prima.
Come a dire: lo vedete? L’attentatore, che ha compiuto un gesto senza dubbio sconsiderato, sarà un immigrato di seconda generazione, ma sono immigrati pure quelli che l’hanno placcato a rischio della vita.
E pensate: «Non hanno nemmeno la cittadinanza, eppure sono buoni lo stesso».
Che altro non è che il rovescio della medaglia del giustificazionismo più subdolo.
Cognome e nome: Landini Maurizio.
Segretario generale della Cgil dal 2019, ancor prima della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici.
La-la-Land(ini): Oscar come migliore attore mai protagonista, se non per i giornali e i talk show «amici».
Maurizio «Lundini»: una personalità celebrata e amata dai media mainstream, ma decisamente «di nicchia», come il comico Valerio Lundini.
Landini. Referendum ergo sum.
Vince comunque, anche se li perde (senza imparare, perché non è Nelson Mandela).
Come? Speculando sui 15 milioni andati alle urne per abolire il Jobs Act - ma solo 13 milioni a favore del Sì - nel giugno 2025.
Una sonora sconfitta, visto il quorum non raggiunto?
Macché.
Dalle sue parti ci si intestò il risultato perché superiore a quello dei quattro partiti di centrodestra alle politiche 2022 (raccolsero un po’ più di 12 milioni di voti).
«Ariconsolate co’ l’aglietto» ironizzano a Trastevere, quando ci si accontenta di un ripiego.
Landini si è poi appuntato la coccarda della vittoria del No al referendum sulla giustizia «in difesa della nostra Costituzione».
Una posizione à la carte sulla Carta, visto che quando si è trattato di applicare l’art. 39 i sindacati (tutti) hanno sempre fatto le barricate.
Quell’articolo garantisce la libertà di organizzazione sindacale ma stabilisce anche che i sindacati devono essere «registrati» per ottenere personalità giuridica.
Indovinate un po’? La prescrizione è rimasta lettera morta.
La registrazione sarebbe una forma di controllo, quindi nisba.
Sicché ogni sindacato fa un po’ come crede.
Arrivando al «paradosso Landini».
Che lascerà la guida della Cgil al congresso del gennaio prossimo, avendo terminato il secondo mandato.
Ma gli è - ha annotato provocatoriamente Aldo Torchiaro sul Riformista - che Landini parrebbe essere segretario a dispetto dello Statuto della stessa Cgil.
«Una regola vieta di rivestire cariche dirigenziali a chi è in età pensionabile, all’art. 7.1.7 del documento votato dall’Assemblea generale del luglio 2023 si legge: “Al fine di favorire il ricambio dei gruppi dirigenti, nel caso di pensione anticipata è possibile la conclusione dei cicli di mandato in essere (due, per un massimo di otto anni); in ogni caso il mandato esecutivo termina al compimento del 65° anno di età. Nel caso di pensione di vecchiaia il mandato elettivo termina di norma al compimento del 65° anno di età”».
Senza contare che Landini ha raccontato di aver iniziato a lavorare regolarmente (e in regola) fin dal 1976, a 15 anni, come apprendista saldatore in un’azienda metalmeccanica, quando è stato eletto nel 2019 aveva già 43 anni di contributi, nel 2023 47.
Ma visto che il leader della Cgil compirà 65 anni il prossimo agosto, ed è tecnicamente «pensionabile», come farà a rimanere in sella fino al 2027?
Ora: noi non pensiamo che Landini sia un «abusivo», sarà intervenuta una deroga o una proroga, anche perché la decadenza automatica non è prevista.
Ma non sarebbe il caso di rendere tale procedura trasparente, soprattutto per gli iscritti?
Landini. Professione collaterale: gradito ospite de La7, dove gli lasciano tenere dei monologhi.
Del resto, Landini fa tutto lui perché non ha più un portavoce.
Ha messo alla porta Massimo Gibelli, assunto nel 1983 come addetto stampa socialista nella Cgil piemontese guidata da Fausto Bertinotti.
Poi portavoce storico di Sergio Cofferati.
Quindi di Susanna Camusso.
Infine, per un periodo più breve, dello stesso Landini.
Che nel 2023 lo ha licenziato in tronco «per giustificato motivo oggettivo», ovvero la riorganizzazione di tutto il comparto della comunicazione.
Gibelli costava 55.000 euro lordi annui, che non sono bruscolini.
Giusto (per la cronaca: Gibelli fece ricorso, è finita con un «accordo di conciliazione» tra le parti).
Da quel momento a occuparsi del settore è stata Futura srl, società controllata dalla Cgil e che non ha brillato quanto a performance: nel 2023 un fatturato di quasi 3,5 milioni di euro, sceso a circa 3 nel 2024, con perdite di 3,1 milioni di euro diventati, nel 2024, 4,7 milioni.
Open.online, 10 luglio 2025: «In questo momento la società del primo sindacato italiano si è mangiata gran parte delle riserve patrimoniali accumulate in questi anni grazie ai continui apporti di capitale arrivati dalla Cgil».
E dire che ad assistere la Cgil c’è un’agenzia che va forte nel marketing strategico, Assist Group, fondato da Gianni Prandi: la stessa Futura è nata dopo che Assist Group aveva fornito al sindacato Futura Lab, una piattaforma per gestire eventi e campagne mediatiche.
Webpressvalue.com: «Prandi è riuscito a ridisegnare il mondo della comunicazione, puntando sull’integrazione con Big Data e nuove tecnologie, partendo da San Polo d’Enza, sull’Appennino tosco-emiliano».
Che poi sarebbe il paesello dove Landini è venuto al mondo, ma chi siamo noi per inzigare sulla coincidenza?
«Prandi lavora gratis!» ha specificato Landini, senza cioè nemmeno il salario minimo che quei fascistoni al governo non vogliono (il fatto che poi in certi contratti siglati dalla stessa Cgil sia stata prevista una paga oraria inferiore ai 5 euro è un dettaglio).
Certo, visto che Futura nasce con una dote conferita dalla Cgil di quasi un milione di euro, possiamo dire che forse non tutto ha girato per il verso giusto?
E che aver definito l’ex portavoce «un lusso» che non ci si poteva più permettere, appare dunque curioso?
Vero è che i rapporti tra i due non sono mai stati buoni, ha ricordato Il Sole 24O re: «Fu proprio Gibelli nel 2015, quando era portavoce di Camusso, a scrivere un duro tweet sull’allora segretario della Fiom che pensava a una “coalizione sociale”: “Se Maurizio vuole scendere in politica tutti i nostri auguri, ma il sindacato, @fiomnet è altra cosa”».
Si dirà: non è prassi usuale vedere un sindacato licenziare come una qualsiasi azienda «padronale» ma perché stupirsi?
Dalle parti della Cgil, le stravaganze non sono una novità, demonizza ciò che poi utilizza, vedi alla voce «voucher», i controversi buoni-lavoro.
Dal Sole 2 4Ore dell’11 gennaio 2017: «Tito Boeri contro la Cgil: li ha usati per 750.000 euro», con il già presidente dell’Inps che rimproverava alla Cgil «l’ipocrisia» di chi predica bene - promuovendo un referendum «contro» - per poi razzolare male. A stretto giro arrivò la replica «stizzita» del sindacato: la somma è servita in effetti a pagare 600 pensionati per prestazioni di lavoro occasionali, ma «non c’è alcuna esplosione del fenomeno, che continua ad essere limitato», vabbè.
Senza dimenticare quanto riportato da Marco Bianchi su Italia Oggi del 9 dicembre 2025: «Scandalo Cgil: 6 milioni di stipendi e contributi evaporati. In Sicilia il sindacato affronta un cratere contabile, tra stipendi non pagati e contributi previdenziali scomparsi. Mentre denuncia lo sfruttamento, dimentica i suoi obblighi verso i lavoratori».
Landini. L’uomo che nel 2019 da neoeletto segretario spiegò a Repubblica la sua idea di «un solo sindacato per il lavoro». Sette anni dopo, possiamo dire che le tre organizzazioni non sono state mai lontane come oggi?
Landini. L’uomo che ha «cobasizzato» la Cgil (così Dario Di Vico sul Foglio del 12 dicembre scorso).
«Più lotta politica che sindacalismo, più piazza che contrattazione, più coalizione sociale che unità sindacale».
Landini. L’uomo che ha schierato il suo sindacato a fianco dei ProPal, della Flotilla e di tutti i flotilleros.
Solo che la Cgil è andata in piazza il 19 settembre (un venerdì, e come ti sbagli?), e l’adesione è stata così così.
Perché la vera astensione dal lavoro c’è stata il 22 settembre, quando la mobilitazione nazionale è stata indetta dall’Usb, Unione sindacale di base.
Dario Di Vico: «Landini in queste settimane è riuscito in una sorta di miracolo mediatico: ha fatto dimenticare al grande pubblico di aver organizzato i referendum flop sul lavoro. E ha continuato a rilasciare interviste da guru come se niente fosse accaduto. Stavolta però la batosta gli arriva da un fronte inatteso».
Landini. L’uomo che ha promosso il boicottaggio dei prodotti della Teva, multinazionale israeliana del farmaco.
Prima, la dura presa di posizione, con la Cgil a fianco dei «lavoratori della sanità che ripudiano la guerra e rivendicano il diritto a non essere complici» della Teva: «È un nostro dovere etico, come sanitari e come sindacato, aderire al boicottaggio».
Poi, la cupa preoccupazione, con la Cgil a fianco delle maestranze degli stabilimenti italiani, avendo l’azienda comunicato «un calo di commesse produttive per i siti italiani: solo la fabbrica di Villanterio ha avuto un crollo degli ordinativi del 40%».
Post hoc, propter hoc: lasciare le merci sugli scaffali ha come conseguenza il taglio dei posti di lavoro.
Mattia Feltri: «Qualcuno ci rimetterà lo stipendio. Questa storia è talmente, drammaticamente perfetta, che mi risparmierò la piccola viltà di una conclusione ironica o sarcastica».
Landini come Tafazzi.
E persino il Franti che è in me non crede ci sia bisogno di aggiungere altro.





