- L’opposizione, inebriata dal successo del No, si è già incartata: prima il programma o il voto della base? E con quali regole? Nel dubbio si sono già messi in fila i sindaci di Milano e Genova, Ruffini e Decaro.
- Incubo Schlein: insidiata da Gabrielli e affondata da sponsor imbarazzanti. L’ultima fan di Elly è la Salis.
Lo speciale contiene due articoli.
Un fantasma si aggira per il circo a tre piste del centrosinistra: quello delle primarie. Magico rito propiziatorio per trasmettere all’opinione pubblica la rassicurante immagine di un fronte democraticamente unito, pronto a governare già oggi. «Giorgia Meloni esca dal Palazzo, l’alternativa c’è già», ha tuonato Elly Schlein dopo la vittoria dei No. «Giuseppe Conte ha “aperto” alle primarie...», l’ha provocata La Stampa. E lei, andando di supercazzola: «Noi siamo testardamente unitari. Sono certa che ci metteremo d’accordo sul percorso per costruire il programma per l’alternativa. E anche sulla modalità di scelta ho sempre detto che in caso scegliessimo insieme sarò ovviamente disponibile».
Dunque, prima le primarie? Oppure ok le primarie, ma dopo aver concordato il programma, «che è quella cosa», osservò sardonicamente una volta Massimo D’Alema, «che tutti invocano quando non c’è, e nessuno legge quando c’è», anche perché quello dell’Unione nel 2006 era un «mattone» di 247 pagine mai compulsate da anima viva?
Angelo Bonelli, titolare al 50% della premiata ditta «Il gatto & il gatto», insieme a Nicola Fratoianni alla guida di Avs, ha buttato lì un’altra suggestione: «Propongo a Schlein, Conte e ai leader dell’opposizione di mettere da parte le primarie sul leader e lavorare alla consultazione popolare sul programma». Quindi il mantra corretto sarebbe: d’accordo sulle primarie, ma prima un referendum sul progetto?
Conte, ieri a Repubblica: «Al momento mi sembra che tutte le forze politiche siano giustamente alle prese con una fase di ascolto della propria base per definire i propri programmi». Sì, va bene: ma le primarie? «Come M5s saremo a breve in 100 piazze aperte a tutti, non solo alla nostra comunità, e da lì verranno fuori idee e progetti che porteremo al tavolo con le altre forze progressiste» (e chissà se queste piazze sono le stesse in cui nel 2022 ricordava che grazie a lui tutti si potevano rifare casa «graduidamente», merito del regalino lasciato sul groppone di tutti gli italiani, il famigerato Superbonus al 110%).
Sì, vabbe’: ma le primarie? «Sono mesi che tutti ne parlano, ben prima del sottoscritto. Come M5s siamo disponibili, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto». Chi ci capisce è bravo. Ma poi: come si dovrebbero svolgere? Online o ai gazebo? Con o senza ballottaggio? E aperte a chi? «A tutto il popolo del centrosinistra, non solo agli iscritti, e in formato ibrido, consentendo cioè la possibilità del voto online», ha scritto sempre Repubblica ricordando il diktat posto dal M5s al Pd.
Alessandro Amadori, docente di comunicazione politica alla Cattolica di Milano: «Se la partecipazione fosse ampia (cioè al di là del perimetro degli iscritti) emergerebbero i profili più riconoscibili presso il pubblico generalista, risulterebbe avvantaggiato Conte», che, secondo una felice immagine di Stefano Folli, «già bussa al portone del Nazareno con gli stivali». Del resto, perché stupirsi? Non era stato il segretario Pd dell’epoca, Nicola Zingaretti, a investirlo del pomposo titolo di «punto di riferimento di tutti i progressisti»?
Sicché al Pd è suonato il campanello d’allarme, per la prospettiva di vedere incoronato un leader non deciso dagli iscritti dei partiti (che è poi esattamente quello che è successo nel Pd nel 2023, quando è stato scelto Stefano Bonaccini, ma poi ai gazebo ha votato la qualunque, «perfino quello che passa sul marciapiede di fronte, pagando 2 euro», aveva profetizzato con sarcasmo una vecchia volpe come Ugo Sposetti, ultimo tesoriere del Pci-Pds-Ds, Espresso del 14 marzo 2021).
«Non è allora un caso se l’inquilina del Nazareno nelle ultime ore abbia frenato: “Prima il programma, le primarie non sono una priorità”». Complici forse i sondaggi «che agitano i dem: Schlein dietro Conte e Silvia Salis» (così Cosimo Rossi ieri sul Qn). Il sindaco di Genova, già. La candidata riluttante (dietro cui si muoverebbe quel campione di simulazione e dissimulazione che è Matteo Renzi), che ha detto di no alle primarie ma ha lasciato intendere che se ci fosse una designazione unanime dei leader forse, magari, chissà, ci potrebbe ripensare?
Solo che la prospettiva di un accordo diretto tra i vari maggiorenti su chi designare come duellante contro Meloni è cassata da Conte: «Metodo vecchiotto e verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore». Ma metti caso che alla fine si mettano in piedi ’ste benedette primarie: chi correrebbe oltre ai già citati? Alessandro Onorato, ambizioso assessore ai Grandi eventi del Comune di Roma? Il sindaco di Milano, Beppe Sala? E perché non Franco Gabrielli, ex capo della Polizia? Il governatore della Puglia, Antonio Decaro (secondo taluni, la vera «carta coperta»)? Ernesto Maria Ruffini, dato «vicino» a Romano Prodi, che alla Stampa il 19 marzo ha confidato: «Le primarie sono da ripensare, oggi sono più giochi di correnti che espressione di popolo», come furono quelle da lui stravinte nel 2005, con il 75% dei voti espressi da 4.300.000 elettori.
«Non si possono mettere in discussione le primarie, perché questi sono anni di populismo spinto. Quindi si è deciso che la democrazia non basta, bisogna che si trasformi in una “democrazia meticolosa”... Così, lo strumento delle primarie diventa per il Pd uno stillicidio. E poiché è uno strumento popolare, il Pd lo subisce e non può contrastarlo, ma anzi se ne fa paladino. Insomma, il Pd ha inventato e coltivato lo strumento della sua distruzione, così un rassegnato Francesco Piccolo, scrittore, sceneggiatore, commentatore schiettamente di sinistra, sull’Unità del 7 marzo 2012.
Ha filosofeggiato l’irsuto e sempre malmostoso Massimo Cacciari: «Aver cominciato a parlare di primarie un secondo dopo il risultato del referendum è da pazzi... Se la riforma della giustizia interessava nel merito all’1% degli italiani, le primarie del centrosinistra interessano allo 0,01% degli italiani». Meglio forse non si poteva dire.
Incubo Schlein: insidiata da Gabrielli e affondata da sponsor imbarazzanti
Ieri mattina sul Corriere della Sera è apparso, a sorpresa, l’endorsement di Paolo Mieli a favore di Giuseppe Conte: «Schlein e il suo partito», ha scritto Mieli, «farebbero bene a lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. Schlein, cedendogli lo scettro, eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti». Un vero e proprio spartiacque, secondo diversi osservatori del campo progressista: l’articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera, un quotidiano che parla soprattutto al Nord e al mondo delle imprese.
Lui, Conte, continua a ritenere le primarie lo strumento più utile per scegliere il candidato del centrosinistra alla presidenza del Consiglio: «Sono mesi», dice Giuseppi a Repubblica, «che tutti parlano di primarie ben prima del sottoscritto. Ho detto che sono e siamo disponibili come M5s, però prima bisogna avere un programma condiviso e solo dopo si cerca l’interprete migliore per quel progetto». Un accordo tra i leader? «Metodo vecchiotto», risponde Conte, «verticistico. Il referendum ci dice che le persone, specie i giovani, vogliono dire la propria, ignorarli sarebbe un errore».
Conte sente di poter battere Elly Schlein ai gazebo al di là della consistenza dei due partiti. A proposito di Elly: l’articolo di Mieli, riflette con La Verità un autorevolissimo conoscitore degli ambienti del centrosinistra, sarebbe anche un modo per suggerire alla segretaria del Pd di evitare di affrontare le primarie senza alcuna certezza di vincerle, e in subordine di schiantarsi, elettoralmente parlando, contro Meloni, rischiando in entrambi i casi di perdere pure la guida del partito. Rischio percepito anche dalle parti del Nazareno: non a caso Marco Sarracino, deputato dem vicinissimo alla segretaria, frena: «Non mettiamo il carro davanti ai buoi. Avremo due possibilità», dice Sarracino a Repubblica, «con la legge elettorale vigente possiamo utilizzare il metodo il partito, chi prende un voto in più sceglie il premier. Se invece cambia la legge elettorale, abbiamo lo strumento delle primarie aperte».
Come se i guai non bastassero, alla Schlein arriva anche l’endorsement di Ilaria Salis, che a Un Giorno da Pecora su Rai Radio 1 definisce «non necessarie» le primarie e sottolinea di preferire Elly a Conte (altro punto a favore di Giuseppi). Agli stessi microfoni una vecchia volpe della politica, Clemente Mastella, dichiara che le primarie «assolutamente» non le farebbe: «Bisogna mettersi tutti d’accordo. Se Conte e Schlein si accordassero», sottolinea Mastella, «basterebbe seguire quello prescelto». Contrario anche il leader di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni: «Quello delle primarie», dice Fratoianni a Propaganda live, su La7, «non mi sembra il punto, non mi sembra l’argomento più urgente». Il centrosinistra, che crede di aver fatto 13 al referendum, rischia insomma seriamente di perdere la schedina: appena si è passati dal dire No a qualcosa a dover proporre qualcuno, come era ampiamente prevedibile, diventa di nuovo una coalizione nella quale tutti diffidano di tutti e non si riesce non solo a scegliere il candidato alla presidenza del Consiglio, ma neanche il modo per sceglierlo, questo benedetto candidato.
Circola da giorni con insistenza il nome di Franco Gabrielli, che è stato presente anche alla «reunion» di democristiani organizzata a Roma da Dario Franceschini. Ex direttore dell’Aisi, ex prefetto di Roma, ex capo della polizia e pure ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Draghi, con delega alla sicurezza della Repubblica, Gabrielli ha recentemente criticato aspramente i pacchetti Sicurezza del governo e ha dichiarato di votare «convintamente No» al referendum. Un ex capo della polizia che raccoglie anche i voti della sinistra radicale? Sembra una follia: «No», ci spiega un esponente di peso del centrosinistra, «tutto il contrario. Gabrielli era uno che con chi scendeva in piazza preferiva il dialogo agli scontri». Per far convergere su di lui anche il Pd, basterebbe chiamarlo Gabrielly.
Cognome e nome: Salis Ilaria.
Protagonista di una storia che dà ragione a Sant’Agostino: ex malo, bonum.
L’essere esibita - in un’aula di tribunale a Budapest, dicembre 2023 - in ceppi e catene è stata infatti la sua fortuna.
Al netto dei 16 mesi di carcere in condizioni vergognose e degradanti, accusata di aggressione (ma lei ha sempre negato l’addebito), delitto per cui la pena in Ungheria può arrivare a 24 anni. Salis si è così ritrovata candidata all’Europarlamento del giugno 2024.
Eletta, è stata «salvata» due volte (con un solo voto di scarto), dalla commissione e dall’assemblea, che ha respinto la richiesta magiara di revocarle l’immunità (sulla ricostruzione del controllo di polizia - non una perquisizione - effettuato sull’europarlamentare prima della manifestazione di ieri a Roma, si rimanda alla cronaca in altra parte del giornale).
La maestrina dalla penna rossa. «Mi piacerebbe un giorno tornare a insegnare», ha annunciato garrula a Che tempo che fa sul Nove, il 10 febbraio 2025, chez Fabio Fazio. Che continuava a ripetere un mantra dalla valenza evidentemente assolutoria: «È una militante antifascista», una pasionaria alla Dolores Ibárruri, insomma.
Salis, «un passato da attivista, fatto di manifestazioni, occupazioni, opposizioni agli sgomberi. Decine le denunce o le identificazioni da parte delle forze dell’ordine per fatti di questo genere, che però non corrispondono ad altrettante condanne, tanto meno a sentenze definitive», così il 2 febbraio 2024 sul Corriere della Sera Federico Berni. «Ad oggi, considerando i conteggi della pena per i reati in continuazione fra loro, l’ex esponente dell’area “antagonista” milanese (scena dalla quale “ha preso le distanze negli ultimi anni”, come ripetuto dal padre Roberto Salis a più riprese) ha cumulato una pena finale a un anno e nove mesi».
Con questo curriculum, Fabrizio Roncone, sul Corriere del 21 settembre 2024, ha chiesto ad Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, il Gatto e il Gatto di Alleanza Verdi Sinistra, il duo che l’ha portata a Bruxelles, noti perché tutto ciò che toccano diventa (Soumah)oro: «Scopro che la Salis, alla festa nazionale di Avs, partecipa a una tavola rotonda sullo stato della scuola italiana. Capito? L’insegnante anarcoide adesso ci spiega come dovremmo cambiare l’istruzione di questo Paese, già di per sé disastrata. Ma a che titolo la Salis può intervenire sul futuro dei nostri figli?».
Salis. La nemica numero uno delle agenzie immobiliari. A cosa serve infatti cercare quattro mura in affitto o da comprare? La casa è un diritto! Nel meraviglioso mondo di Ilarì non esistono case sfitte ma solo appartamenti non ancora occupati.
«In quale momento si parla di solidarietà coi proprietari delle case occupate che non possono entrare nella propria casa in quanto occupata?», gliel’ha suonate su X non Beatrice Venezi, ma Rocco Tanica di Elst, Elio e le Storie Tese, il 9 settembre 2024, a proposito di un evento cui lei avrebbe presenziato insieme a Zerocalcare.
Da Fazio, Salis ha specificato: «Io parlo delle case di edilizia pubblica non assegnate, e siccome per esempio in Lombardia il sistema fa acqua e non funziona...», ecco che bypassare le norme di diritto diventa un imperativo morale, e tanti saluti ai bandi comunali e all’assegnazione tramite graduatorie.
Notare il cortocircuito logico, please.
Il suo ritorno in libertà, dopo 16 mesi di degradante detenzione in un carcere ungherese, è stato infatti salutato - e giustamente - come il trionfo dello stato di diritto e del rispetto del cittadino imputato, come siamo abituati a concepirli in Italia e nell’Occidente tutto.
Se però il diritto non è quello che piace a noi, beh: allora l’inosservanza delle regole non è peccato, né reato.
«Vogliono la rivoluzione ma preferiscono fare le barricate con i mobili degli altri», avrebbe commentato a questo punto Ennio Flaiano.
«Senza la lotta per il diritto (bella e famosa espressione del giurista Rudolf von Jhering), senza l’indignazione per i ceppi alle caviglie, senza la mobilitazione a difesa delle garanzie di un imputato a processo, Salis non sarebbe dov’è ora: a Bruxelles» ha osservato il filosofo Massimo Adinolfi sull’HuffingtonPost il 5 dicembre 2024.
Aggiungendo: «Se è un individuo a lottare per il riconoscimento dei propri diritti, e se esistono e sono costituzionalizzate le forme debite che regolano le azioni in giudizio, allora è quella la strada da seguire. Se quel percorso non ci fosse, la lotta dovrebbe prendere altre vie. Ma c’è: i vandalismi quindi non sono giustificabili. Non sono nemmeno scusabili».
Adinolfi fa riferimento alla reazione di Salis davanti ai fatti del quartiere Corvetto di Milano, con un post su X il 1° dicembre 2024, dopo la morte di Ramy Elgalm, il diciannovenne morto a bordo di uno scooter tallonato da una pattuglia (lo scorso 3 dicembre i pm di Milano hanno contestato l’accusa di omicidio stradale per l’amico di Ramy alla guida del due ruote e per il carabiniere al volante dell’auto).
Salis si era esibita in una dettagliata supercazzola giustificativa: «Se gli amici di Ramy e gli abitanti del quartiere non avessero protestato, nessuno avrebbe preso in considerazione la loro sacrosanta richiesta di verità e giustizia», che per lei sono il fine che giustifica i mezzi.
«Eventuali responsabilità sarebbero state facilmente insabbiate», granitica certezza che si fonda su un altro teorema: «Il che accade soprattutto quando tragedie come queste colpiscono persone proletarie e/o razzializzate: i cui diritti sono regolarmente calpestati, le cui vite contano meno di altre».
Infine, il capolavoro: «Quando queste persone provano a far sentire la propria voce, non stupisce che le reazioni siano tanto scomposte e cattive».
Adinolfi: «Il padre e i familiari di Ramy hanno preso le distanze dai disordini: “Io non c’entro niente e non voglio che quello che è successo l’altra notte in strada venga accostato a noi. Noi con la violenza non c’entriamo”. Ilaria Salis no. Lei ha espresso comprensione. Se però c’è qualcosa da comprendere, è innanzitutto questo, che in uno Stato democratico civile i modi per lottare per i propri diritti ci sono: sono stati, fra l’altro, quelli che si sono impiegati nel suo stesso caso».
Bravo, lo ha applaudito sul Foglio Maurizio Crippa: «Ben argomentato. Ma Salis, unico curriculum politico: l’attività di squatter, non demorde. Ieri ha preso la parola social per difendere nove militanti di centri sociali del Giambellino (assolti dall’accusa di associazione a delinquere) che avevano occupato case popolari vuote, togliendo la possibilità, di fatto, di assegnarle agli aventi diritto, ma che volete che sia».
Ha pure provato a cavalcare anche una tragedia accaduta a Treviso, un uomo di 53 anni deceduto in un box dopo essere stato sfrattato: «Nel 2024 non è possibile morire di freddo, non è possibile non avere un tetto sulla testa. La casa è un diritto universale».
Giusto. Peccato solo per un dettaglio (non marginale): la casa da cui era stato messo alla porta era di proprietà di un «collega» di Salis.
Matteo Marcon sul Corriere del Veneto, 7 dicembre 2024: «Treviso, morto di stenti nel garage dell’attivista anti-sfratti» (un caso di «doppia morale»? Ma quando mai, almeno a sentire il proprietario: «Non ho liberato il mio appartamento. Ho cercato di gestire con buon senso una situazione problematica», ah, beh...).
Sbarcata a Bruxelles, Salis ha rilanciato il suo verbo giustificazionista: «Il movimento di lotta per la casa ha sempre agito con la forza della legittimità data dal semplice principio che tutte e tutti dobbiamo avere un tetto sulla testa», continua ad argomentare l’eurodeputata. «Come ci insegna la Storia, non sempre le azioni legittime sono necessariamente anche legali in quel dato momento - ma in una società sana possono diventarlo successivamente. Spesso, infatti, sono proprio azioni oltre la legge a spingere la legge stessa a mutare».
Principio cui si è attenuta perfino quando il 14 ottobre scorso sono saltati in aria tre carabinieri a Castel d’Azzano. Per colpa di tre fratelli bombaroli? No. Del capitalismo «che ha trasformato la casa da bene essenziale a bene speculativo», con la corresponsabilità della politica che non affronta «le cause profonde del disagio».
Le parole di cordoglio per le vittime sono arrivate, con un altro Salis-scendi, il 16 ottobre, causa indignazione suscitata da quelle che sono apparse a molti come farneticazioni: «E sì, la morte di tre persone mi addolora, ed esprimo la mia vicinanza umana alle famiglie delle vittime. Non sarebbe dovuto accadere».
Meglio tardi che mai.
«Presi dal referendum, si è un po’ trascurato il suggestivo sbarco a Cuba di Ilaria Salis», l’ha sfottuta da par suo Mattia Feltri sulla Stampa giovedì scorso.
Certo, «oltre a scagliarsi contro l’embargo americano, avrebbe potuto biasimare quella carcassa di totalitarismo comunista ancora imbullonato all’Avana, una dittatura scalcagnata ma ben più antica e compiuta di quella ungherese. Le parole però le sono rimaste in gola».
Comunque: sempre «viva viva viva la democrazia», che l’ha salvata «dall’illiberale Ungheria di Viktor Orbán, permettendole di giocare alla piccola Che Guevara fuori tempo massimo».
Salis ha scritto un libro, Vipera.
Ma sarebbe forse risultato più calzante Mi casa, su casa.
Referendum, the day after.
L’ex magistrato Gherardo Colombo al Tg3: «Sono molto contento che i cittadini si siano accorti di quanto è importante tutelare l’indipendenza della magistratura, che consente di evitare che il potere invada i diritti dei fragili».
Primo sussulto.
Poi largo allo squillo di trombe (con eloquio un po' involuto, ma anche vagamente minaccioso): «Se verificare se personaggi politici, o strutture politiche, rispettano o meno le regole è considerata invasione (di campo), allora sì: la magistratura continuerà a invadere».
Secondo sussulto.
La stessa reazione avuta davanti alle parole di Pierluigi Bersani in un comizio prima del voto: «Noi dobbiamo al libero pensiero e alle idee di tanti magistrati un avanzamento dei valori costituzionali di questo Paese».
Capito? Non la loro difesa, ma addirittura il loro «avanzamento» è dovuto al «libero pensiero e alle idee di tanti magistrati».
Non basta: «Noi vogliamo che i magistrati abbiano idee e che la loro politicità sia quella costituzionale».
In che senso?
«Nel senso che si applica la Costituzione là dove è prescrittiva, nel senso che dove c’è il dubbio si manda gli atti alla Corte Costituzionale, nel senso che -nel dubbio- il magistrato si fa ispirare dalla Costituzione».
E qui la vertigine ti assale, perché l’immagine di un magistrato «ispirato» rimanda a una concezione quasi artistica, creativa, della sua azione (nota a margine, quanto alle parti prescrittive: attendo sempre che qualcuno domandi a Maurizio Landini, segretario Cgil - uno dei più lesti a comparire in tv per mettere il cappello sulla vittoria dei No, presentandosi come defensor fidei, un pasdaran a guardia del rispetto del dettato costituzionale - come mai i sindacati abbiano sempre fatto muro contro l’art. 39 della Carta, che prevede la regolamentazione della personalità giuridica dei sindacati medesimi).
Conclusione dell’arringa bersaniana: «Così hanno fatto i magistrati tante volte, sostituendo Parlamento e governo».
E qui uno alza bandiera bianca, davanti a un sagace politico che fa coming out, denunciando quasi con voluttà la propria marginalità istituzionale.
E legittimando la funzione «supplente» di pm e giudici.
Sembra quasi compiacersi, Bersani: per fortuna che a colmare ritardi e «vuoti» legislativi provvedono le toghe!
Con il riconoscimento di quel ruolo proattivo, interpretato a metà degli anni Settanta dai «pretori d’assalto».
Tali autorevoli testimonianze mi rafforzano nella convinzione che molti sostenitori del No non hanno tanto a cuore la democrazia liberale, con i tre poteri sullo stesso piano, con funzioni e missioni diverse: il governo amministra, il Parlamento legifera, la magistratura applica le leggi.
No: hanno in mente la Democrazia giudiziaria, titolo di un bel libro di Carlo Guarnieri e Patrizia Pederzoli (Il Mulino, 1997: non proprio un editore sovversivo di destra).
Non la Repubblica di Platone né quella di Eugenio Scalfari, dunque, bensì quella dei giudici.
Pronti al colpo di Stato, se necessario.
Provocazione che mi consento grazie a un volume della collana «Giustizia giusta», Il golpe dei giudici, pubblicato nell’ottobre 1994 a firma di Mauro Mellini.
Avvocato, già parlamentare radicale, che lo scrisse appena lasciato il Csm di cui era consigliere.
Per rappresentare l’andazzo in quel Csm che sarebbe da riformare perché ostaggio delle mefitiche logiche correntizie (contro cui si scagliò nel 2019 Nino Di Matteo in un’intervista al Corriere della Sera: «L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso»), Mellini dettagliò la storia di un magistrato il cui riassunto lascio alla penna di Stefano Livadiotti, valente giornalista progressista, una delle firme più note dell’Espresso, che nel 2009 mandò in libreria Magistrati - L’ultracasta (Bompiani), ben 12 anni prima, quindi, delle rivelazioni del «pentito» dell’Anm Luca Palamara.
«Nel 1973 un magistrato di 41 anni è sorpreso in un cinema di periferia dove ha promesso soldi a un ragazzino per appartarsi con lui. Arrestato, viene sospeso dal lavoro. Poi però, dopo tre gradi di giudizio e grazie a un’amnistia, tutto è annullato. E il Csm lo riabilita. Con una sentenza grottesca».
Mellini: «A conclusione della vicenda il magistrato non solo aveva ripreso servizio, ma era stato promosso a consigliere di Cassazione. Ma siccome la qualifica era arrivata con un ritardo di molti anni, e avendo nel frattempo accumulato molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, per il principio del trascinamento si portò dietro lo stipendio più elevato, superiore a quello dei suoi colleghi promossi a scadenze naturali. Che, grazie all’istituto del galleggiamento, ottennero un adeguamento della loro retribuzione a quella sua».
E quindi? «Pare che tale marchingegno abbia comportato per lo Stato un onere di svariate decine di miliardi di lire».
Quanti? Livadiotti: «Una fellatio da 70 miliardi. Tanto è costato ai contribuenti italiani il caldo pomeriggio del pedofilo in toga» (essì, perché il giovane era minorenne).
Ma per carità: giù le mani dal Csm. Perchè «la Costituzione non si tocca e non si cambia» (dissero quelli che nel 2001 realizzarono da soli la modifica del titolo V della Carta, che ha aperto le porte all’autonomia differenziata... che adesso combattono! È tutto meraviglioso).
Sempre quel Csm che non prese provvedimenti - perché «gli errori capitano» e «chi mangia pane fa molliche» - nei confronti dei magistrati che avevano contribuito al calvario giudiziario di Enzo Tortora.
Non sanzionati, e anzi promossi.
Non fu il caso del giudice d’appello Michele Morello che ai colleghi del processo di primo grado (che avevano condannato Tortora) riservò un trattamento con i fiocchi: «Ogni magistrato decide con la propria testa ma il libero convincimento non significa libero arbitrio, non può servire a colmare vuoti probatori. Se non ci sono prove non si può condannare. La semplice parola del pentito non è sufficiente».
E poi musica per le orecchie di chi ama la Costituzione ed è un sincero garantista: «Il magistrato oggi lotta contro determinati fenomeni sociali, mentre il suo unico compito è quello di giudicarli. Da questo malcostume nasce l’abbassamento del livello del rispetto delle regole».
Financial Times, 20 giugno 2008 (20 anni dalla morte di Tortora, 16 anni prima del referendum di domenica): «In Italia negli ultimi anni i giudici hanno goduto di un grado di potere unico nel mondo occidentale».
E così sarà in saecula saeculorum.
Amen.





