Cognome e nome: Fiorello Rosario Tindaro. «Lo showman più completo che la tv italiana abbia mai avuto», per Aldo Grasso. «Permaloso», «ossessionato dal consenso», nella vita di tutti i giorni ben diverso dall’uomo che appare sul palco, per Selvaggia Lucarelli, al centro di una querelle con lui ai tempi di Sanremo 2020.
Per gli smemorati: Tiziano Ferro dal palco dell’Ariston fece una battuta in diretta sui troppi interventi di «Fiore» al Festival: «Hashtag #Fiorellostattezitto». Fiorello non gradì, Amadeus corse in soccorso dell’amico: «Io proporrei piuttosto #Fiorelloparlaquantovuoi».
Troppo poco, per un incontinente Stefano Coletta, direttore di Rai 1: «Senza Fiorello diventiamo tutti orfani a qualsiasi età», urca, «lanciamo #FiorellopersempreaSanremo». Fiorello cercò Lucarelli per sfogarsi, accusandola poi di aver tradito la sua fiducia.
Replica della presunta scostumata: «Non lo frequento, non siamo amici, ci siamo sentiti una sola volta cinque anni fa, mi ha chiamato lui per contestare un mio articolo, gli ho replicato che non gradivo i suoi toni, e comunque non mi ha mai chiesto che la telefonata rimanesse segreta».
Lucarelli è tornata alla carica alla vigilia dello scorso Natale, attaccandolo sul caso Corona: «“Ti salutiamo, ti vogliamo bene!”. Fiorello ieri se la rideva nel suo programma La Pennicanza su Rai Radio 2. Videochiamava l’ex detenuto per sbellicarsi tra applausi ed entusiasmo del pubblico dopo lo scoop su Alfonso Signorini» (e chissà se quest’ultimo ripeterebbe oggi il giudizio formulato il 26 novembre 2018 con Tony Damascelli del Giornale: «Amo l’intelligenza, la leggerezza, la genialità di Fiorello»). Episodio che, toh, è sfuggito a Grasso, quando il critico del Corriere della Sera, lo scorso 12 gennaio, ha stroncato il documentario Netflix su Corona.
Come esempio dell’implicita complicità dei tanti che faticano a «chiamare le cose con il loro nome, specie se siamo di fronte a ricatti o estorsioni», ha rievocato la volta in cui Maurizio Costanzo chiuse brutalmente la bocca a Roberto D’Agostino, inventore del sito Dagospia, «reo» di aver osato sostenere che i reati commessi da «Furbizio» non gli consentivano di essere esempio di alcunché.
Si citano i morti per non infastidire i vivi, si potrebbe inzigare. Dagospia invece ha messo Fiorello nel mirino: «Come fa a ospitare l’ex galeotto, lo sciacallo del web, per lo squallido scoop su Alfonsina La Pazza messo in piedi per arricchirsi?».
Non basta.
Il 22 gennaio il sito spara una «foto-flash», postata peraltro dallo stesso Fiore, in cui lo si vede preparare un piatto di pasta: «Ma Fiorello in Rai si sente il padrone di casa? Sono due giorni che cucina nella sua stanzetta di via Asiago, anche se è vietato dalle regole aziendali. Non può spadroneggiare come gli pare, nonostante la Rai con lui sia sempre appecoronata».
Il giorno dopo Fiorello in diretta - «con il solito tono malmostoso di chi si sente intoccabile» (Dagospia) - carica a testa bassa: «Cialtrone!». D’Agostino squaderna allora il lungo elenco delle norme Rai in materia. E Fiorello avanza rinculando: «Io sono fumantino, lo è anche Dagospia. Sai i due cani che s’incontrano, baubau e l’altro fa baubau, però poi non si mordono, perché alla fine si stimano?».
Un dietrofront non molto dissimile da quello con Bruno Vespa, quando Fiorello aveva tuittato: «Nooo, hanno tolto una serata a Vespa! Se gli avessero tolto un rene avrebbe sofferto di meno!». Il conduttore di Porta a Porta lo aveva infilzato: «Se avessero tolto a te un rene quando hai investito quel poveraccio, avresti fatto una battuta migliore», con riferimento all’incidente motociclistico che aveva coinvolto un pensionato, la figlia: «Mio padre centrato sulle strisce mentre attraversava», Repubblica del 3 marzo 2014.
Duelli verbali conclusi con il calumet della pace, sia con Vespa sia con D’Agostino.
Sotterrato il fornelletto della discordia, però, Fiorello torna sulle nuove «rivelazioni» di Furbizio: «Noi siamo solo spettatori, e da spettatori è meraviglioso», che è un po’ come farsi un selfie sorridendo a 32 denti mentre sullo sfondo c’è un maranza che con un machete minaccia i passanti. E Dagospia: «Se Corona sputtana (senza prove) Signorini, Gerry Scotti e tele-compagnia, Fiorello gongola? E se Corona avesse messo lui nel mirino?».
In verità, se c’è uno reattivo a quanto detto o scritto di lui, quello è Fiorello. Che nel 2017 con Vanity Fair ha ammesso: «Sono permaloso e rancoroso e faccio molta fatica ad accettare le critiche. Sono fatto così».
Prendiamo un episodio marginale, che però conferma come in passato si sia risentito per banali notiziole, altro che gli insulti e le invettive infamanti di Corona. Corriere, 29 aprile 2025: «Fiorello sparisce alla vigilia della nuova trasmissione: irritato dalla fuga di notizie», che riguardava il suo ritorno a Radio 2 nel giorno del suo compleanno, il 16 maggio.
Risultato? L’iper-suscettibilità finisce con l’oscurare il suo indubbio talento di mattatore per eccellenza, la cui arma migliore è l’improvvisazione, grazie alla quale ha vinto 14 Telegatti, 9 Oscar della tv, più una miriade di targhe e riconoscimenti. Tra cui, nel 2016, il premio È giornalismo - in giuria Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Mario Calabresi, Gian Antonio Stella - per il programma Edicola Fiore.
Uno sparigliamento che ha fatto assomigliare i proponenti ai tacchini in vista del Thanksgiving: la certificazione di un destino segnato per la casta stampata.
A un certo punto della sua arringa radiofonica Fiorello ha aggiunto: «I cialtroni si domandano: Fiorello crede di essere a casa sua visto che cucina in Rai? Risposta: sì. Fa quello che gli pare? Sì. La Rai glielo concede? Sì. Ma la Rai è appecoronato a Fiorello? Sì». Le stesse domande dei residenti di via Asiago nel 2023, inferociti per il suo spettacolo mattutino in strada che li tirava giù dal letto all’alba, e lui: «Li capisco, non li biasimo. Mi dispiace ma credo che Viva Rai 2 o si fa lì o non si può fare in nessun altro luogo» (invece poi traslocò al Foro Italico).
Ma come? Sei il Numero Uno, e da siculo di certo lo sai, cu mancia fa muddichi, chi mangia fa molliche, il successo porta invidie e non si può piacere a tutti. Quindi: perché passare per un arrogante «Fiorello del Grillo», finendo per alimentare sospetti e pregiudizi già circolanti tra i tuoi detrattori, cui aveva dato voce il 19 marzo 2024 il giornalista del Tg2 Piergiorgio Giacovazzo, lanciando un servizio sul duetto canoro che avevi fatto con tua figlia Angelica?
Pensando di essere «coperto» dalla messa in onda, aveva sospirato: «Che carini, adesso questa c’avrà dodici trasmiss…», lasciando intendere cioè che, con cotanto padre, la ragazza avrebbe trovato le porte spalancate a viale Mazzini.
Apriti cielo.
L’amministratore delegato Rai Roberto Sergio è scattato sull’attenti con una nota ufficiale, parlando di «commento inappropriato e del tutto gratuito», spiegando di aver conferito l’incarico di «avviare un provvedimento disciplinare» ai danni di Giacovazzo, cui Fiorello si è peraltro dichiarato contrario.
«Ma siamo sicuri» ha chiosato Mario Manca per Vanity Fair, «che Sergio si sarebbe speso così tanto se le parole di Giacovazzo fossero state indirizzate al figlio di un altro volto Rai?».
Dopo di che, chapeau al Fiorello artista, da decenni sulla cresta dell’onda (con annessi pit-stop), un’enorme popolarità e un conseguente fatturato, che gli invidio.
Il fatturato, intendo.
Franco Bechis aka Fosca Bincher per Open, 5 luglio 2025: «Guadagnati raddoppiati, case per 20 milioni di euro, Roma, Milano, Sardegna, Cortina, Venezia: per Fiorello 2024 d’oro. Grazie all’abilità della moglie Susanna Biondo», amministratrice delle loro società.
Quando Fiorello esce dal personaggio, risulta agreable per la lucidità con cui si racconta, anche con gli addetti ai lavori «acrobati», quelli che fanno le domande in ginocchio pur stando in piedi o seduti.
2016: «Dare un premio giornalistico a me è come dare il riconoscimento di showman dell’anno a Giovanni Floris».
2022: «Ho abbandonato i social perché mi svegliavo con l’ansia di dover dire qualcosa. Alla fine l’egocentrismo ci porta a controllare i commenti nella speranza di leggere i complimenti, invece a volte ci si scontra con attacchi davvero feroci. Due anni senza essere connesso nel privato, ma solo professionalmente per lanci di clip o annunci di lavoro, mi hanno fatto stare una meraviglia, ho ricominciato ad osservare il mondo».
2023: «Non siamo al centro del mondo. Siamo niente. Nient'altro che saltimbanchi».
2024: «Mi guardo da fuori e mi chiedo: ma io che so fare? Mi sento artisticamente sopravvalutato. Giuro. Non penso di essere ’sto fenomeno. Imitatore? Ne trovo almeno dieci più bravi. So cantare, ma di cantanti ce ne sono almeno 190.000 più dotati di me. Monologhista? Ci sono colleghi che mi danno una spanna. Gli altri sono più bravi, forse io sono più forte perché creo quello che altri non fanno, l’aspettativa, l’idea dell’evento».
Il prossimo spero sia il ritorno con un suo show in prima serata, l’ultimo fu nel 2011, abbandonando la furbesca comfort zone delle nicchie del palinsesto.
Cristiano Ronaldo non può limitarsi a giocare in un campionato interregionale.
Cognome e nome: Corona Fabrizio. Catania, 1974. Se non ci fosse, bisognerebbe non inventarlo (il simbolo, of course, non la persona).
Ex fotografo? «Mi arrabbio se mi chiamano così, non ho mai fatto una foto in vita mia». Imperatore dei paparazzi, allora? No.
Piuttosto - ipse dixit a Claudio Sabelli Fioretti per D, il magazine di Repubblica, il 25 luglio 2025 - «re della comunicazione». Quella fai-da-te: «Noi produciamo gossip, non lo aspettiamo», sentenziava spavaldo già 20 anni fa.
Perché il suo mestiere è «fare soldi muovendomi all’interno dello spettacolo», tenendo fede alla promessa fatta alla mamma: «Le ho sempre detto: “Sarò uno che a 30 anni avrà un sacco di soldi”».
Portati a casa come? «Vendendo» notizie. Con il metodo Corona: se eventi, vicende e retroscena ci sono, bene. E sennò li si crea. Purché se ne parli, come si sa fin dai tempi del Dorian Gray di Oscar Wilde. Dei fatti? Macché: di Corona, ovvio.
Il Robin Hood della causa sua, un moralizzatore alla Cialtron Heston: Corona di spine per privilegiati e famosi, allo scopo di arricchirsi lui.
Granitico nel formulare sentenze, con una strafottenza che ricorda quella di Gianni Melluso, Gianni cha-cha-cha, uno dei grandi accusatori di Enzo Tortora, che infamava davanti ai giudici: «Enzino, confessa, liberati la coscienza».
Io sono notizia, assicura Fabrizio cha-cha-cha, come da documentario in cinque puntate che ne celebra le gesta, «il titolo più visto su Netflix in Italia», certifica la stessa piattaforma, che non fa rilevare i suoi ascolti dall’Auditel.
Serie costata 2.400.000 euro, 800.000 finanziati dallo Stato con il tax credit, in quanto «opera culturale» (stravaganza su cui si è già espresso su queste colonne Maurizio Caverzan).
Per Aldo Grasso, critico del Corriere della Sera, «un lungo, brutto spot, che cerca di trasformare un pregiudicato - bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false - in uno spregiudicato, un mitomane in un mito del nostro tempo».
Curioso tempismo, comunque.
Il pregevole manufatto è approdato sugli schermi a ruota del virulento attacco di Corona ad Alfonso Signorini, accusato di una serie di nefandezze per cui il giornalista ha presentato querela «per la campagna calunniosa e diffamatoria» che lo ha investito (e denunciato financo Google per non aver rimosso i video realizzati da Corona), spingendolo ad autosospendersi da Mediaset.
Che a sua volta ha intrapreso le vie legali a tutela dei vertici dell’azienda e di altri conduttori, oggetto di «diffamazione aggravata e minacce».
Corona infatti può sopravvivere mediaticamente solo alzando «il livello dello scontro», come si diceva negli anni Settanta, quando gli scandali erano quelli politico-economici della Prima repubblica, gli scoop - veri o inventati - erano di Mino Pecorelli, direttore del settimanale Op, e la ribellione libertaria all’ordine costituito la conduceva Marco Pannella.
Oggi - perché la storia prima si presenta come tragedia, poi come farsa - si rimesta nella cesta delle mutande sporche.
Corona è costretto a mettere sempre più «menta» nel ventilatore, perché ciò gli consentirà - se i bersagli dei suoi schizzi di fango non incassano ma reagiscono - di atteggiarsi a vittima del sistema, il paladino della giustizia, l’unico depositario della verità, il giustiziere della Rete cui i ricchi e potenti vogliono chiudere la bocca. Un martire, insomma.
Nei giorni scorsi, perfino Paolo Madron, che ha firmato libri-intervista con Cesare Romiti e Luigi Bisignani, ha cercato di vedere - su Lettera43.it - il bicchiere mezzo pieno nella «crociata» intrapresa da Furbizio (copyright by Dagospia): «La sua irruzione ha fatto saltare tutto non perché abbia portato verità definitive - Corona non è un testimone: è un detonatore - non perché sia più credibile, ma perché parla lo stesso linguaggio del sistema cui appartiene geneticamente, solo senza il filtro dell’ipocrisia». Non basta: «Le accuse pesanti girano sulle piattaforme, mentre i giornali si autocensurano. Perché devono preservare una rete di relazioni che garantisce la loro sopravvivenza». Quasi un peana per Corona, le cui clip «nascono su Youtube, migrano su Instagram e TikTok, vengono rilanciate e vivono di commenti, reazioni e polarizzazioni». In ultima analisi: il migliore dei mondi possibili.
Se non fosse per un dettaglio tutt’altro che marginale, che perfino Madron non può trascurare: «Toccherà alla magistratura il compito di stabilire se Corona dica il vero o se stia semplicemente recitando l’ennesimo numero da fustigatore morale a gettone», ah ecco.
Ma il punto è proprio questo: come si può fare da cassa di risonanza a un egregio signore che all’inizio del marzo scorso giurava pubblicamente: «Se da qui ai prossimi cinque mesi uscirà un’immagine video dove papa Francesco parla dal vivo, io mi ritirerò a vita. Questa immagine non uscirà mai perché il Papa è morto»? Bergoglio era talmente defunto che il 23 marzo si affacciò da un balcone del Policlinico Gemelli, per poi rendere l’anima a Dio il 21 aprile successivo. Il 24 marzo, al Palapartenope di Napoli, ha provato a giustificarsi: «A me l’hanno detto persone che lavorano al Gemelli» (ah, beh...), «a 51 anni ho scelto di fare informazione seria» (e meno male). Risultato? L’hanno spernacchiato rumorosamente, con lui impegnato a cercare di uscire dall’angolo: «Così pochi dalla mia parte? Perché avete paura della verità», consolandosi: «tanto finiamo su tutti i giornali», che è poi l’unico traguardo che gli preme davvero nell’era dei social network, rendere virali, e quindi monetizzabili, i suoi blitz e le sue panzane.
Per la bufala sulla dipartita del Papa si è autoassolto: perché l’hanno sì ripreso in un video ad annunciarla urbi et orbi, ma «non ho scritto questa cosa sul mio giornale, sui miei social, non l’ho detta in tv», quindi non vale. E dire che l’art. 121 del Tulps, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, vieta il mestiere di ciarlatano. O di «caciottaro», epiteto con cui lo sfregiò Ilary Blasi durante un urlato faccia-a-faccia nel 2018. Nei peggiori bar di Caracas? No: al Grande Fratello Vip, in prima serata su Canale 5.
Ma anche non avesse pestato il mentone del falso decesso del Santo Padre, come non ricordare come si rappresentava durante una lite al telefono con Nina Moric, finita sul sito del Giornale il 13 marzo 2007 ? «Io rovino la vita alle persone, sono un pezzo di m... e non ho più neanche sensi di colpa». E lei: «A me non mi piace questo tipo di vita tua, mi fa schifo, schifo!», conclude il brogliaccio: «Lei dice che lo manderà in prigione perché testimonierà contro di lui, lui chiede dove siano le prove e che non servirà a nulla se non a rimanere entrambi senza soldi. Nina continua ad accusarlo di essere stato ed essere ancora l’amante di Lele Mora», l’agente che ha tenuto professionalmente a battesimo Corona, rapporto su cui molto si è inzigato (Platinette: «Fabrizio in pochi anni ha ottenuto 5 milioni di euro, a casa mia queste si chiamano marchette. Non so come si chiamano a casa di altri»), ma anche fossero vere tutte le illazioni: so what?
In un altra cronaca, questa volta del Corriere della Sera, a firma di Giuseppe Guastella e Biagio Marsiglia, 22 giugno 2007, Corona confidava a Moric «di guadagnare “soldi marci” perché “nascono da un guadagno che provoca il più delle volte dolori sentimentali, crisi enormi a moltissima gente”». Confessione che deve essere sfuggita a Marco Travaglio, che pure è un fan delle intercettazioni, tanto più se «a strascico», altrimenti non si spiegherebbe la chiusa di un suo articolo del 2014: «Una grazia almeno parziale (a Corona, che alla fine aveva cumulato pene per 14 anni, poi ridotti a nove) sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a sé stesso», epigrafe che a Trastevere avrebbero chiosato con un sonoro: «‘A Marcolì, ma che c... stai a dì?», una benevola disposizione d’animo che il direttore del Fatto Quotidiano ribadisce peraltro nel documentario di Netflix.
Il bello è che spesso a promuovere l’immagine di Corona sono stati e sono ancora giornalisti e conduttori tv che hanno invitato il «pericolo pubblico numero 1», vedi Enrico Mentana nel 2007 a Matrix su Canale 5, e ancora lo cercano oggi, strapagandolo: ecco quindi i 30.000 euro - a ospitata - che Corona avrebbe incassato dalla Rai andando da Mara Venier, Nunzia Di Girolamo, Francesca Fagnani, Massimo Giletti, tutti in forza al servizio pubblico, con Giletti recidivo, perchè Corona lo ha avuto ospite a Non è l’Arena su La7 nel 2021 ma anche nel 2018, quando Furbizio al termine della puntata s’incoronò con lo scolapasta della vanità: «Mi sento un eroe nazionale». Dimenticando che perfino le statue di quelli veri spesso sono avvolte in un sudario di guano.
Moric: «A modo suo mi avrà anche amata. Ma è troppo innamorato di sé per amare qualcuno».
Corona: «Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del c...».
Amen.
Cognome e nome: Caschetto Giuseppe. Detto Beppe. Professione: «agente delle star», Vip, vippeti e svippati dell’abbagliante universo dello showbiz.
Una sessantina, tra artisti, giornalisti e autori, le cui facce sono sul sito della sua società Itc 2000, intonanti il coro: Call my agent.
Come la serie tv.
Che non lo entusiasma: «Un agente non dovrebbe mai raccontare quello che fa», ha confidato a Elvira Serra del Corriere della Sera il 16 aprile 2023.
«Preferisco stare nascosto ed essere considerato autorevole. Credo nel teorema Cuccia», aveva anticipato a La Stampa il 16 aprile 2008.
Giusto: anche se tra «uomo ombra» e «Richelieu della tv» preferisce come soprannome «Lucio Presta della sinistra» (leggete e capirete).
«Un mammasantissima del piccolo schermo», così il sito davidemaggio.it del 18 novembre 2010, quando Roberto Saviano gli affidò la cura del suo contratto con la Rai per Vieni via con me con Fabio Fazio, altro suo cliente «eccellente».
Frase cult: «L’agente non deve essere un percentista, uno che prende le percentuali sui guadagni altrui e basta, come quelli che accompagnano le signore la sera nelle periferie», ohibò.
«Roberto Vannacci è una pippa. C’è un solo Generale. Il nostro: Caschetto. Se domani Caschetto ordinasse lo sciopero dei “caschettiani”, si paralizzerebbe un’intera industria. È un intreccio di mondi. Tv, editoria, giornalismo, teatro, cinema. Caschetto è anche produttore di spettacoli, pellicole. È stato candidato come miglior produttore ai David di Donatello. Il Traditore di Marco Bellocchio è un film di Caschetto girato da Bellocchio. Caschetto è un punto di Pil», così un adepto in pieno deliquio a Carmelo Caruso del Foglio, 4 settembre 2023.
«Coschetta», anagramma figlio di un mio refuso al computer, uno scherzo.
Ma avendo la sua famiglia origini sicule, Modica in provincia di Ragusa, e un padre carabiniere, lo ha ritenuto alludente e ingiurioso.
E se l’è legata al dito (Caschetto, stacchi il numeretto e si metta in coda...).
Potentissimo per antonomasia.
Il Messaggero il 9 novembre scorso chiede a Herbert Ballerina, nato in tv con Maccio Capatonda e ora alla corte di Stefano De Martino ad Affari tuoi: ha l’agente? Ed ecco la risposta, la parentesi è nell’originale: «Da cinque anni sono con Beppe Caschetto (potentissimo, si occupa di Fazio, Sabrina Ferilli, Alessia Marcuzzi, Miriam Leone, Maurizio Crozza, Fabio Volo, Virginia Raffaele etc, ndr), sempre grazie a Stefano», gestito pure lui da Caschetto.
Si conclude una trattativa per Luciana Littizzetto?
Ecco l’insalivante Corriere della Sera, 20 giugno 2023:
«Il doppio ingaggio è il capolavoro (l’ennesimo) del suo agente che riesce a moltiplicare gli assegni dei suoi artisti più di quanto faceva alcuni anni fa un tipo più famoso di lui con i pani e i pesci».
Nientemeno: Caschetto come Gesù il Salvatore (di carriere e conti correnti dei suoi assistiti, sicuramente).
È indubbio: Caschetto, insieme al suo deuteragonista Lucio Presta (calabro sanguigno, perciò appellato - copyright di Dagospia - Brucio), è il dominus di molti intrecci televisivi, e non solo.
Ma è più potente lui o Presta?
Lui: «Presta».
Serra, inzigando: «Com'è riuscito Presta a portare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in tv (a Sanremo)?».
Caschetto, prendendo d’aceto: «Veramente ci siamo riusciti pure noi nel 2015, quando intervenne al programma di Fazio Viva il 25 aprile!».
Lì pesò l’intervento di Giancarlo Leone, all’epoca direttore di Rai 1, figlio di un altro capo dello Stato, il democristiano Giovanni.
Di parrocchia politica affine a quella di Caschetto, che si considera «un progressista, di formazione cattolica», e «un terrone, figlio di un siciliano».
Insomma, un cattocomunista, nella migliore tradizione emiliano-romagnola: Caschetto, nato a Roma, è infatti bolognese d’adozione.
Nel 2024 Presta, ospite del Festival della Tv di Dogliani, a casa dell’ingegner Carlo De Benedetti, si è sbilanciato: «Siamo amici e lo stimo molto. Abbiamo molta più confidenza di quanto si possa immaginare».
Per poi aggiungere: «Ma Caschetto è molto più potente di me. Perché è di sinistra. Mentre io ho fatto incazzare sinistra, destra e centro...».
Affermazione non campata in aria, scorrendo per esempio i volti da Caschetto parcheggiati a La7 di ieri e di oggi: Daria Bignardi, Ilaria D’Amico, Lilli Gruber, Giovanni Floris, Corrado Formigli, Massimo Gramellini, la cremina del giornalismo pettinato (con la riga a sinistra).
Presta ha pure rifilato una stoccata a De Martino: «A Carlo Freccero, allora direttore di Rai2, dissi di prendere Stefano per Stasera tutto è possibile che inizialmente doveva condurre Angelo Pintus. “Vedrai che con lui ti troverai meglio”, gli dissi. Sono stato un buon profeta».
Come ringraziamento, De Martino ha lasciato l’Arcobaleno Tre, la società di Presta, per la scuderia di Caschetto.
Brucio: «Quello che dovevo dire a Stefano gliel’ho detto, “chi tradisce una volta, nella vita poi tradisce sempre”. Toccherà ad altri».
Caschetto ha comunque fatto al meglio gli interessi di De Martino, se è vero che per lui ha strappato alla Rai un contratto quadriennale da 2 milioni di euro l’anno, con annessa clausola per il Festival di Sanremo 2027 (viste le scoppole che sta rimediando da Gerry Scotti con la Ruota della Fortuna su Canale 5 pare che la Rai intenda riparlarne).
A fare la fortuna di Caschetto è stato Bibi Ballandi, persona degnissima, impresario e poi produttore degli show tv di Gianni Morandi, Renato Zero, Fiorello, fino a Ballando con le stelle.
Mentre lavorava con l’assessore al Turismo Alfredo Sandri, Beppe fece da paciere tra Rai e Regione.
«L’Emilia Romagna aveva una convenzione con viale Mazzini per realizzare in Riviera importanti eventi tv, e Ballandi gestiva al Bandiera gialla (la sua discoteca sulle colline riminesi) lo show Beato tra le donne. Il colpo di fulmine fu a Roma in una riunione in cui tutti litigavano. Presi la parola e si tranquillizzarono. Ballandi chiese: sapresti rifarlo?».
Però lo show ci fu nel 1994.
Mentre Caschetto ha da sempre datato al 1993 l’inizio della sua attività, nata «grazie a un’intuizione di Ballandi» (prima artista: Alba Parietti).
Sia come sia, io l’ho conosciuto con Bibi, che me lo presentò come persona amica, agli inizi degli anni Novanta. Per questo, quando - in occasione di un infortunio professionale, proprio in avvio di carriera - ci sentimmo, scelsi di non infierire limitandomi alla mera cronaca dei fatti.
Estate 1994. Venni a sapere di un patatrac in Calabria, zona Soverato, terra mia.
Valeria Marini, da Caschetto rappresentata, passò una nottata in una stazione dei carabinieri. Chiamati dagli organizzatori di una manifestazione locale, causa lite su compenso e contorno.
Ne scrissi su Panorama del 30 settembre.
Il caso esplose a livello nazionale, e il qui pro quo finì a carte bollate.
Da allora Caschetto è diventato più che abile nelle trattative.
Tipo quella per l’ex Iena Antonino Monteleone, artefice su Rai 2 di un doppio flop, in prima e seconda serata.
«Molto ben visto dalle parti di Fratelli d’Italia, ha un biennale da 360.000 euro lordi annui» spettegolano davanti al Cavallo morente.
Cifra che «corre» anche se ora è in panchina.
Su tali compensi Caschetto incassa una legittima provvigione: «Un agente guadagna dal 10 al 15%. Ho venduto una breve campagna pubblicitaria per 5 milioni, alcuni big guadagnano milioni in una sola stagione, ma generano anche ricavi per milioni».
Una delle sue specialità è piazzare squadre di lavoro «a pacchetto».
In Rai ci si ricorda il caso di Quelli che il lunedì, con Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Mia Ceran, Enrico Lucci, l’ottimo Ubaldo Pantani, Federico Russo: tutti suoi.
Così come molti ospiti del «tavolo» di Fazio a Che tempo che fa.
Il che va bene in un’azienda privata (come Nove, dove Fabietto è approdato dopo la Rai), che si regola come crede.
Lo era meno nella tv pubblica dove l’amministratore delegato Fabrizio Salini nel 2020 emanò una circolare ad hoc (rimasta sulla carta): un singolo agente non avrebbe potuto rappresentare più del 30% degli artisti di una stessa produzione Rai, né curare gli interessi di artisti di programmi da lui prodotti.
Era il tentativo di arginare non i conflitti d’interesse, bensì il soffritto di interessi, la loro convergenza.
Caschetto: «Ma dove sarebbe il conflitto? Se io immagino che la Littizzetto possa funzionare da qualche parte, posso proporla o no? La scelta finale non è mia: chi decide pensa al bene del programma».
Vero. L’agente fa il suo, è la controparte a non dover farsi imporre diktat.
Aldo Grasso su Caschetto (e Presta): «Da anni hanno ucciso la linea editoriale delle reti. Le trasmissioni se le inventano Caschetto e Presta, i volti li impongono Caschetto e Presta, gli ospiti li suggeriscono Caschetto e Presta. Siamo ben oltre l’amichettismo. Sono due clan. Per certi versi fanno paura».
Pure too much, la sentenza del massmediologo.
E comunque: paura, perché mai?
Non lo sa l’insigne critico tv che il proverbio preferito da Caschetto è «male non fare, paura non avere»?





