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2026-01-30
Bel simbolo e comunicazione forte. Ora a Vannacci mancano solo i voti
Roberto Vannacci (Ansa)
Dall’altra parte il governo deve fare i conti con la realpolitik, il mondo, il contesto, i compromessi e i rapporti di forze e se la sua priorità assoluta è durare, restare in sella, allora ogni altra istanza è secondaria, inclusi i principi e i cavalli di battaglia che fino a ieri erano considerati i loro punti fermi. Normale, fisiologico, che questo accada; ma altrettanto normale, fisiologico, è che l’elettore deluso possa andarsene altrove. Accade da sempre, fin dai tempi della Dc.
Quando, per esempio, la Meloni si spinge sul solito trito tema del nazifascismo denunciando per la prima volta con nettezza la complicità del fascismo nella Shoah sarebbe facile obbiettare: ma perché non lo hai detto prima, perché hai aspettato solo ora per dire questo, se lo pensavi davvero? Ci saremmo risparmiati tanti equivoci e tanti problemi…Ma fino a che stava all’opposizione non aveva necessità di dirlo e nemmeno vantaggio. Oggi, invece, è stabilizzata al governo e ritiene che sia più vantaggioso dirlo rispetto al non dirlo. Prescindo dalla questione se fingeva prima per tenere i suoi fedeli o se finge adesso per acquisire crediti fuori dal suo campo; mi limito solo a considerare l’effetto politico della sua posizione. La verità dei fatti e dei pensieri non conta; conta il risultato che produce. Il regno della politica non è il regno della verità, le cose che si dicono non corrispondono a quelle che si pensano, e nemmeno a quelle che si fanno. Ce lo dice per esempio Hannah Arendt: verità e politica sono in rapporti cattivi e «nessuno che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico e del demagogo, ma anche di quello dello statista» (Verità e politica,1968). È una verità evidente l’assenza di verità in
politica.
Che quell’umore scontento verso il governo Meloni, la Lega e la destra si trasformi in voto per Vannacci non possiamo dirlo, non credo che ci siano da nutrire eccessive aspettative, sia perché ci saranno soglie di sbarramento elettorale che scoraggeranno il proposito, sia perché non conosciamo la credibilità dei ranghi che attornieranno Vannacci; sia perché quel dissenso all’atto pratico si sparpaglia in varie direzioni: c’è chi ormai non va a votare, e sono i più, c’è chi alla fine, sotto il tambureggiare della campagna elettorale e davanti alla possibile vittoria del «nemico» decide, come sempre si è fatto, di turarsi il naso e votare per i governativi, con la filosofia del meno peggio; i restanti invece scommettono sui Vannacci di ieri, di oggi e di domani. Ma quanti ne restano poi veramente? Alla fine, è una questione di quantità e di forza prima che di qualità e di contenuti.
Il simbolo scelto dal nascente movimento è bello e pulito, sembra proiettare l’antica fiaccola dei giovani missini in un design futurista, in una specie di ritorno di gioventù, o come diranno i maligni, in un rigurgito di giovinezza. Al di là delle caricature e delle forzature che ne fanno, Vannacci argomenta in modo efficace, piace a chi deve piacere, ma la sua esperienza passata dimostra che anche le piccole e più agguerrite formazioni non solo alla fine compatte ma esposte al rischio di scissioni e sfilacciamenti. La gara a chi è più puro e più radicale a volte si spinge fino a che si resta soli.
L’idea che qualcuno possa raccogliere la bandiera sovranista, sociale, nazional-europeista senza strappi e giravolte è plausibile; ma la legge inesorabile della politica, soprattutto nei nostri tempi, è che riesci a tener fede a quelle idee se resti marginale, e riesci a tener vivo e unito quel movimento fino a che vinci. Dunque, in prospettiva, devi restare piccolo ma non troppo; se resti troppo piccolo vieni presto spazzato via, se cresci troppo vieni alla fine cooptato nel realismo delle alleanze e appena ti poni l’obbiettivo di diventare condizionante, vieni alla fine condizionato, se non risucchiato nella politica praticona. L’obiettivo dev’essere quello di restare all’opposizione con visibilità ma senza mai uscire da quella forbice. Per dirla con una poesia di Eugenio Montale che fu l’epitaffio finale della vecchia fiamma del Movimento sociale italiano: «Vissi al cinque per cento. Non aumentate la dose». Il minimo per vivere, il massimo per non arrecare disturbo o essere risucchiati. Il risultato è un «Partito» che abbia il ruolo di testimonianza del dissenso e di raccolta dello scontento ma non in grado di incidere sulla realtà.
Una formazione del genere deve superare due opposte insidie: una è di chi, da sinistra, usa e strumentalizza la sua presenza in campo per indebolire la Meloni e i suoi alleati, e dunque dà grande risonanza alle sue uscite per scomporre il campo avverso e l’area di governo; l’altra è di chi, nell’area meloniana, allestisce piste di ogni tipo per mandare fuori strada la nuova creatura, oltre che per discreditarla con la solita accusa di «fare il gioco della sinistra», se non di essere pilotata e sostenuta dal «nemico». Film già visti per chi ha una certa età; ma che si replicano ancora, in contesti mutati, perché i valori e le passioni della politica saranno ormai spenti, ma le leggi e i meccanismi del consenso e del potere restano largamente gli stessi.
Infine direte voi: ci hai descritto la situazione, tra i pro e i contro, ma tu da che parte stai? Dalla parte di chi osserva e poi si occupa d’altro.
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Il neonato movimento del generale potrebbe raccogliere le simpatie degli scontenti del centrodestra. Occhio però a non farsi strumentalizzare dalla sinistra, sempre in cerca di argomenti contro l’esecutivo.Piaccia o meno ma l’intenzione del generale Roberto Vannacci di dar vita a un movimento politico, Futuro Nazionale, va incontro a un reale e diffuso sentire popolare che alberga tra la Lega, Fratelli d’Italia e l’area del non voto. Vannacci in fondo rappresenta con una certa efficacia quei temi e quei valori che oggi una fetta cospicua di cittadini ed elettori avverte come traditi e delusi dal governo in carica. Certo, non tutti i delusi e gli scontenti del governo in carica la pensano come Vannacci, si identificano in lui e si sentirebbero rappresentati da lui; ma una sua discesa in campo, in un momento di stallo politico, è come un sasso gettato nello stagno della politica, e dunque può avere un effetto e cerchi sempre più larghi.Dall’altra parte il governo deve fare i conti con la realpolitik, il mondo, il contesto, i compromessi e i rapporti di forze e se la sua priorità assoluta è durare, restare in sella, allora ogni altra istanza è secondaria, inclusi i principi e i cavalli di battaglia che fino a ieri erano considerati i loro punti fermi. Normale, fisiologico, che questo accada; ma altrettanto normale, fisiologico, è che l’elettore deluso possa andarsene altrove. Accade da sempre, fin dai tempi della Dc.Quando, per esempio, la Meloni si spinge sul solito trito tema del nazifascismo denunciando per la prima volta con nettezza la complicità del fascismo nella Shoah sarebbe facile obbiettare: ma perché non lo hai detto prima, perché hai aspettato solo ora per dire questo, se lo pensavi davvero? Ci saremmo risparmiati tanti equivoci e tanti problemi…Ma fino a che stava all’opposizione non aveva necessità di dirlo e nemmeno vantaggio. Oggi, invece, è stabilizzata al governo e ritiene che sia più vantaggioso dirlo rispetto al non dirlo. Prescindo dalla questione se fingeva prima per tenere i suoi fedeli o se finge adesso per acquisire crediti fuori dal suo campo; mi limito solo a considerare l’effetto politico della sua posizione. La verità dei fatti e dei pensieri non conta; conta il risultato che produce. Il regno della politica non è il regno della verità, le cose che si dicono non corrispondono a quelle che si pensano, e nemmeno a quelle che si fanno. Ce lo dice per esempio Hannah Arendt: verità e politica sono in rapporti cattivi e «nessuno che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico e del demagogo, ma anche di quello dello statista» (Verità e politica,1968). È una verità evidente l’assenza di verità inpolitica.Che quell’umore scontento verso il governo Meloni, la Lega e la destra si trasformi in voto per Vannacci non possiamo dirlo, non credo che ci siano da nutrire eccessive aspettative, sia perché ci saranno soglie di sbarramento elettorale che scoraggeranno il proposito, sia perché non conosciamo la credibilità dei ranghi che attornieranno Vannacci; sia perché quel dissenso all’atto pratico si sparpaglia in varie direzioni: c’è chi ormai non va a votare, e sono i più, c’è chi alla fine, sotto il tambureggiare della campagna elettorale e davanti alla possibile vittoria del «nemico» decide, come sempre si è fatto, di turarsi il naso e votare per i governativi, con la filosofia del meno peggio; i restanti invece scommettono sui Vannacci di ieri, di oggi e di domani. Ma quanti ne restano poi veramente? Alla fine, è una questione di quantità e di forza prima che di qualità e di contenuti.Il simbolo scelto dal nascente movimento è bello e pulito, sembra proiettare l’antica fiaccola dei giovani missini in un design futurista, in una specie di ritorno di gioventù, o come diranno i maligni, in un rigurgito di giovinezza. Al di là delle caricature e delle forzature che ne fanno, Vannacci argomenta in modo efficace, piace a chi deve piacere, ma la sua esperienza passata dimostra che anche le piccole e più agguerrite formazioni non solo alla fine compatte ma esposte al rischio di scissioni e sfilacciamenti. La gara a chi è più puro e più radicale a volte si spinge fino a che si resta soli.L’idea che qualcuno possa raccogliere la bandiera sovranista, sociale, nazional-europeista senza strappi e giravolte è plausibile; ma la legge inesorabile della politica, soprattutto nei nostri tempi, è che riesci a tener fede a quelle idee se resti marginale, e riesci a tener vivo e unito quel movimento fino a che vinci. Dunque, in prospettiva, devi restare piccolo ma non troppo; se resti troppo piccolo vieni presto spazzato via, se cresci troppo vieni alla fine cooptato nel realismo delle alleanze e appena ti poni l’obbiettivo di diventare condizionante, vieni alla fine condizionato, se non risucchiato nella politica praticona. L’obiettivo dev’essere quello di restare all’opposizione con visibilità ma senza mai uscire da quella forbice. Per dirla con una poesia di Eugenio Montale che fu l’epitaffio finale della vecchia fiamma del Movimento sociale italiano: «Vissi al cinque per cento. Non aumentate la dose». Il minimo per vivere, il massimo per non arrecare disturbo o essere risucchiati. Il risultato è un «Partito» che abbia il ruolo di testimonianza del dissenso e di raccolta dello scontento ma non in grado di incidere sulla realtà.Una formazione del genere deve superare due opposte insidie: una è di chi, da sinistra, usa e strumentalizza la sua presenza in campo per indebolire la Meloni e i suoi alleati, e dunque dà grande risonanza alle sue uscite per scomporre il campo avverso e l’area di governo; l’altra è di chi, nell’area meloniana, allestisce piste di ogni tipo per mandare fuori strada la nuova creatura, oltre che per discreditarla con la solita accusa di «fare il gioco della sinistra», se non di essere pilotata e sostenuta dal «nemico». Film già visti per chi ha una certa età; ma che si replicano ancora, in contesti mutati, perché i valori e le passioni della politica saranno ormai spenti, ma le leggi e i meccanismi del consenso e del potere restano largamente gli stessi.Infine direte voi: ci hai descritto la situazione, tra i pro e i contro, ma tu da che parte stai? Dalla parte di chi osserva e poi si occupa d’altro.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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