Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.
Con un’operazione militare durata poche ore, i Navy Seal e la Dea hanno colpito basi e infrastrutture venezuelane, rimuovendo Nicolàs Maduro come capo di un’organizzazione di narcotraffico. L’iniziativa mira a colpire il regime senza coinvolgere la popolazione.
Con lo schieramento del gruppo d'attacco guidato dalla portaerei Gerard Ford, l'operazione per spodestare il presidente venezuelano Nicolàs Maduro aveva ampia scelta su come poter essere condotta. Nel momento in cui scriviamo, dopo la conferenza stampa di Trump, sappiamo che nella notte tra venerdì e sabato (le 7 del mattino in Italia), caccia F-35 hanno distrutto le poche batterie di missili e di sistemi contraerei delle forze venezuelane. E che tale missione è stata seguita dall'attacco di elicotteri AH-64 Apache con cannoni e razzi incendiari a corto raggio sull'aeroporto militare situato nel centro di Caracas, La Carlota, e sulla principale base militare venezuelana di Fuerte Tiuna.
Sarebbe stata colpita anche la rete di distribuzione dell'energia elettrica, con alcuni quartieri rimasti al buio, soprattutto quelli dove sono presenti le sedi dei ministeri governativi, in primis quello della Difesa e il Parlamento. Il governo venezuelano ha affermato che anche gli stati di Miranda, Aragua e La Guaira sono stati bersagliati e che gli attacchi mirerebbero a impadronirsi degli impianti petroliferi e le delle miniere. Il resto lo hanno fatto le squadre speciali dei Navy Seal (lo stesso Corpo che ha catturato Bin Laden), trasportate dai più grandi elicotteri Boeing CH-47 Chinook, che hanno agito in coordinamento con gli agenti dell'antidroga (Dea, Drug Enforcement Administration), in quella che pare un’operazione militare speciale organizzata e condotta da manuale. Tutto è accaduto in poco più di cinque ore con un unico obiettivo reale definito da Donald Trump: rovesciare il governo di Nicolàs Maduro, ma comprendendo che non avrebbe potuto, né voluto, usare la forza contro i venezuelani in genere, ma contro un sistema definito da lui stesso un narco-Stato. Per questo da mesi la Cia e la Marina avevano intercettato, distruggendole, imbarcazioni usate per il trasporto di droga che Maduro aveva invece definito semplici pescherecci (ma dai filmati, non parevano certo lenti scafi da pesca, bensì veloci unità d'altura).
Caccia a un trafficante, non a un leader
Di fatto il presidente Trump ha impostato la sua iniziativa non come un’operazione politico-militare, ma come una missione di sicurezza interna per la quale aveva dichiarato. «Ogni carico di droga causa milioni di dollari di danni agli Stati Uniti».
Dunque Nicolàs Maduro, che insieme alla moglie sarebbero stati portati fuori dal loro Paese, non era un bersaglio come Capo di Stato ma perché capo di un’organizzazione di criminali che distribuiva droga. Quindi non un leader da eliminare come Saddam Hussein fu per Bush, ma un trafficante da incriminare per cospirazione e narcotraffico nonché di trasporto illegale di armi pesanti verso gli Usa. Come hanno anche dichiarato le Autorità federali degli Stati di Washington, New York e Florida lo scorso marzo. In questo modo Trump era pienamente legittimato ad agire e per i Democratici del Congresso Usa sarà molto difficile additare diversamente l'operazione anche se il Congresso non ha deliberato alcun provvedimento di guerra. È innegabile che tycoon abbia ottenuto alcuni obiettivi in un unico colpo: ha rimosso il capo di un regime ostile, ha inferto un duro colpo al traffico di droga, ha dimostrato di poter risolvere un'altra situazione che si trascinava da decenni e contro la quale le amministrazioni democratiche avevano fatto poco. Infine, ha mostrato di colpire senza esitare come ha fatto nel 2025 in Iran, Yemen e Africa. Un messaggio per i Paesi solidali con Caracas: Colombia (il cui confine con il Venezuela è sotto il controllo delle milizie ELN (Ejército de Liberación Nacional, non del governo), la Bolivia, m anche Turchia. Quanto alla dimostrazione di forza, le possibili reazioni militari venezuelane non sarebbero state in grado di impedirla o arginarla, tanto che al momento non si ha notizia di perdite tra i soldati statunitensi. Quanto al fin troppo citato «diritto internazionale», certamente questa è una aggressione, ma soltanto nella sinistra nostrana si tende a dimenticare che in guerra (perché sono stati impiegati i militari), tale diritto cessa di essere applicato.
Un governo di militari divenuti petrolieri e rischio guerra civile
In Europa e in Italia dobbiamo essere realisti: l'arresto del leader di Caracas è un fatto violento ma per noi costituisce una notizia ottima come lo è per il futuro del Venezuela. Sempre che l'arresto del presidente coincida anche con la fine del suo governo, poiché la vicepresidente Delcy Rodríguez sarebbe ancora in carica e ha subito chiesto a Washington una dimostrazione sul fatto che l'ormai ex presidente e sua moglie Cilia Flores siano vivi. Lo ha fatto mentre sospendeva le garanzie istituzionali sui diritti civili derivanti dall'entrata del Paese in stato d'emergenza. Ricordiamo che il governo venezuelano è composto in larga parte da ex-militari divenuti ministri, gli stessi soggetti che dirigono gli impianti petroliferi e guadagnano da essi. C'è poi un lato meno probabile ma comunque possibile in questa vicenda: con questa operazione gli Usa potrebbero aver salvato il presidente da una popolazione inferocita e soprattutto dai capi dei narcotrafficanti che le accuse statunitensi vogliono complici e sostenitori del suo regime. Soltanto se Maduro fosse in futuro riconsegnato ai venezuelani per essere processato in patria, magari da un governo più democratico meno ostile a Washington, allora si potrà dire che l'operazione voluta da Trump sarà stata positiva. Se invece il leader rimosso sarà processato e detenuto negli Usa, ovvero questa volta sarà del tutto ignorato il diritto internazionale, allora ci sarà un doppio rischio: quello di una guerra civile in Venezuela e quello di una perdita di popolarità per il Tycoon proprio a ridosso delle elezioni di medio termine. Nelle ore subito successive ai fatti è già apparsa un fotografia che il 3 gennaio sembra la una copertina del 2026: Nicolàs Maduro stretto tra due agenti della Dea, apparentemente scesi da un jet executive a New York, un aeroplano in grado di fare viaggi intercontinentali ma non di decollare dalla portaerei Ford.
Dunque vicino alla capitale, oppure in uno stato amico degli Usa, c'era una base aerea sicura nella quale trasferire «l'obiettivo pregiato» dall'elicottero sul quale lo avevano messo i Navy Seal e gli agenti della Dea e consentire il trasferimento nelle prigioni Usa. Le prossime ore saranno fondamentali per capire che cosa accadrà al prezzo del barile di petrolio, se Putin era stato informato e se ci saranno sviluppi positivi per il nostro connazionale Alberto Trentini, cooperante in carcere da mesi senza un'accusa precisa.
Gli stormi intelligenti: come i droni da combattimento stanno cambiando la guerra aerea
Un velivolo militare di ultima generazione decolla per la sua missione. A bordo c’è soltanto un uomo, il pilota che viene mantenuto aggiornato sulla situazione dai collegamenti con i centri di comunicazione che raccolgono ed elaborano dati provenienti da una rete satellitare, da aeroplani per guerra elettronica, da droni e da centri di comando e controllo, finanche da truppe presenti nelle vicinanze dei bersagli. Mentre si dirige nell’area delle operazioni viene raggiunto da una piccola formazione di altri tre droni collaboranti. Si chiamano Cca, da Collaborative Combat Aircraft. Come l’aeroplano hanno caratteristiche di bassa osservabilità radar (in gergo si dice Stealth), trasportano missili o bombe e soprattutto stanno a loro volta elaborando tutti i dati disponibili prevedendo come affrontare una possibile reazione delle difese aeree intrapresa con missili o mediante il decollo di altri velivoli. I loro computer macinano le informazioni mediante intelligenza artificiale che guida il processo decisionale autonomo, consentendo ai Cca di interpretare i dati, identificare le minacce e agire in tempi di millesimi di secondo. Fanno di più: sommano al tutto anche i dati provenienti dai loro sensori di bordo che possono essere radar, ricevitori a infrarossi, informazioni dai satelliti e da altri velivoli producendo un'immagine unificata e chiara del campo di battaglia. Questa viene ricevuta dal pilota umano già pronta e l’uomo avrà in questo modo chiare quali siano le priorità e le minacce. Nel momento dell’attacco, oltre a lui che potrà sparare, il tipo di missile da lanciare e la priorità dei bersagli sarà decisa dai computer del Cca e, qualora uno di loro venga abbattuto, l’ordine d’importanza dei bersagli passerà automaticamente a un altro Cca. La conseguenza per chi si difende è che l’unico modo di evitare il colpo peggiore è abbatterli tutti, un risultato quasi impossibile da raggiungere. Con un vantaggio ulteriore: senza pilota a bordo un Cca può manovrare con accelerazioni (i cosiddetti G), che la fisiologia umana non può sopportare se non per brevissimi periodi, diventando quindi più resistente e pericoloso di qualsiasi aeroplano pilotato in modo tradizionale. Ma soprattutto, questo tipo d’attacco abbatte il rischio di perdere il pilota, il quale resta protetto in posizione arretrata. In termini tecnici si chiama swarming and networking, letteralmente “sciame di droni e lavoro in rete”, e per funzionare ha necessità di comunicazioni attraverso canali sicuri, ovvero segnali radio modulati in maniera da non poter essere corrotti. La conseguenza è che soltanto le nazioni che dispongono di tali tecnologie possono attuare queste tattiche di guerra.
Meno rischi, massima flessibilità operativa, così nessuna nazione può rinunciare
I vantaggi sono innumerevoli, come il fatto di disporre di sensori distribuiti su tutta la flotta ma i cui rilevamenti possono essere condivisi e confrontati. E per ogni tipo di missione, i singoli Cca possono essere equipaggiati con sensori, armi o sistemi di guerra elettronica differenti (per attacco, disturbo, ponte radio, eccetera), a seconda delle esigenze e del ruolo che dovranno coprire. Operando in sciame oppure individualmente, offrono quindi una maggiore letalità e capacità di sopravvivenza a un costo inferiore rispetto ai caccia tradizionali, il tutto però restando sotto la supervisione umana che rimane libera di concentrarsi sulle decisioni strategiche, mantenendo però sempre il controllo sull'applicazione della forza letale. Il nostro immaginario pilota ha quindi dei compagni di squadra unmanned (senza pilota), che svolgono i compiti più rischiosi come la ricognizione, e considerando che la formazione degli equipaggi umani è tra i maggiori capitoli di spesa di una Forza armata, ecco che i Cca offrono l’occasione di gestire al meglio le risorse finanziarie disponibili nei budget per la Difesa. Sono, questi, motivi per i quali diverse nazioni al mondo stanno sperimentando tali velivoli, dagli Usa alla Cina, dalla Turchia alla Russia, Unione europea inclusa. La stessa strategia si sta attuando per le operazioni navali, con unità di superficie e sottomarine senza pilota che proteggono navi con equipaggio umano ma all’occorrenza possono attaccare il nemico (quanto accaduto al sommergibile russo classe Kilo nel Mar Nero a metà dicembre ne è la dimostrazione), e per la guerra terrestre con carri armati comandati da remoto, rover dotati di ordigni e anche mezzi dotati zampe al posto delle ruote. Proprio la Turchia il 28 novembre scorso ha compiuto un passo avanti di notevole importanza: il velivolo senza pilota Barattar Kizilelma ha distrutto un bersaglio aereo sparando un missile aria-aria oltre il raggio visivo dell’orizzonte. Il Kizilelma ha usato il suo radar Aselsan Aesa per dirigere un missile aria-aria Gokdogan contro un bersaglio che volava ad alta velocità. Negli Usa, dal maggio scorso l’Usaf sta sperimentando nuovi prototipi prodotti da Anduril, tra i quali lo YFQ-44A progettato inizialmente da General Atomics come YFQ-42°. Non soltanto: anche i colossi Rcs e Lockheed Martin stanno facendo lo stesso, poiché i velivoli collaborativi sono anche nell’interesse della Marina (US Navy). Si tratta quindi di una tecnologia alla quale nessuna potenza può rinunciare.





