Fu il protagonista della missione Apollo 10, quella che fece la prova generale dell'allunaggio e il cui modulo di servizio è ancora lassù, da qualche parte attorno al Sole.
Trump spiazza tutti: «Tregua quasi morta, ma intesa possibile». E attacca pure i curdi
- Dopo il no iraniano alle sue proposte per metter fine al conflitto, l’inquilino della Casa Bianca s’infuria: «Leadership indegna».
- I nostri dragamine devono partire prima che sia firmato un accordo. Per arrivare a Hormuz servono settimane. Francesi e inglesi si sono già portati avanti.
Lo speciale contiene due articoli.
L’Iran ha respinto la proposta americana per mettere fine alla guerra nel Golfo Persico, aprendo una nuova fase di tensione tra Teheran e Washington. La bozza di memorandum avanzata dagli Stati Uniti è stata giudicata «inaccettabile» dalla Repubblica islamica perché considerata una resa politica alle richieste di Donald Trump. Secondo i media iraniani citati da Sky News, il piano avrebbe imposto «la sottomissione di Teheran alle eccessive richieste americane». La risposta iraniana, rilanciata dalla televisione di Stato Press TV, riafferma alcuni punti ritenuti non negoziabili: fine delle sanzioni economiche, rilascio dei beni iraniani congelati all’estero, pagamento di riparazioni di guerra e riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Per Teheran, il controllo dello Stretto rappresenta una questione di sicurezza nazionale e un diritto strategico non discutibile.
A rafforzare la linea dura iraniana è stato Mohammad Ali Jafari, ex comandante dei Pasdaran e oggi responsabile del quartier generale Baqiyatallah. In dichiarazioni diffuse dall’agenzia Fars, Jafari ha fissato cinque condizioni preliminari per qualsiasi dialogo con Washington: cessazione completa della guerra, revoca delle sanzioni, sblocco dei fondi iraniani congelati, risarcimento dei danni causati dal conflitto e riconoscimento della sovranità iraniana su Hormuz. «Finché queste condizioni non saranno soddisfatte, non ci sarà spazio per alcun negoziato», ha dichiarato. L’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran ha affermato che «nessuno in Iran scrive piani per compiacere Trump». La linea ufficiale di Teheran resta quella della fermezza, anche se all’interno del regime emergono aperture prudenti verso un possibile negoziato. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha infatti dichiarato che la diplomazia non è esclusa: «Pur nella diffidenza verso il nemico, riteniamo possibile negoziare da una posizione di dignità, saggezza e interesse». Ma il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha difeso la decisione di respingere il memorandum americano, sostenendo che il testo iraniano fosse «ragionevole e generoso».
Nonostante il duro scontro diplomatico, Donald Trump continua in modo contraddittorio a sostenere che una soluzione politica resti possibile. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha definito «molto possibile» un accordo con Teheran, pur attaccando pesantemente la leadership iraniana, definita «indegna». Trump ha sostenuto che i vertici storici della Repubblica islamica sarebbero stati quasi completamente eliminati durante le ultime operazioni militari. «Sono leader di terzo livello, gli altri li abbiamo uccisi tutti», ha dichiarato. Il presidente americano ha inoltre affermato che parte della popolazione iraniana sarebbe pronta a ribellarsi contro il regime ma non avrebbe accesso alle armi necessarie. Trump ha anche accusato i curdi di non aver distribuito gli armamenti inviati dagli Stati Uniti ai gruppi anti-regime. «Pensavamo che i curdi avrebbero dato delle armi, ma ci hanno deluso», ha detto. «Sono disposto a prendermi una pallottola per gli Stati Uniti», ha aggiunto Trump parlando della guerra contro l’Iran.
Successivamente, lo stesso Trump ha definito il cessate il fuoco con l’Iran «debolissimo» e «in terapia intensiva», sostenendo che abbia «solo l’1% di possibilità di reggere» dopo la risposta iraniana alla proposta americana. Poco dopo, attraverso Truth Social, il presidente americano ha definito la posizione di Teheran «la più debole in questo momento. Dopo aver letto quella schifezza che ci hanno mandato, non ho nemmeno finito di leggerla. È tenuta in vita artificialmente», accusando la Repubblica islamica di «aver preso in giro gli Stati Uniti e il resto del mondo per 47 anni». Nel suo messaggio, Trump ha attaccato anche Barack Obama e Joe Biden, accusando le precedenti amministrazioni di aver consentito all’Iran di rafforzarsi economicamente e militarmente. «Non rideranno più», ha scritto, promettendo nuove pressioni economiche e militari fino a ottenere un accordo. Benjamin Netanyahu ha affermato che Mojtaba Khamenei sarebbe ancora vivo e impegnato a consolidare il proprio potere in Iran, pur con un’autorità inferiore a quella del padre Ali Khamenei. Secondo il premier israeliano, un eventuale collasso del regime iraniano avrebbe ripercussioni su tutte le milizie filo-Teheran della regione.
Resta altissima la tensione nello Stretto di Hormuz: una petroliera irachena ha attraversato il passaggio sotto controllo iraniano, mentre la nave qatariota Mizhem sarebbe stata fermata in attesa dell’autorizzazione di Teheran. L’Onu teme una crisi umanitaria globale legata al blocco dei fertilizzanti, con altri 45 milioni di persone a rischio. Intanto la Cina prova a rafforzare il proprio ruolo di mediatore ma senza risultati concreti all’orizzonte. Anche per questo Donald Trump, secondo quanto riferito da Axios, riunirà il team per la sicurezza nazionale per valutare le prossime mosse nella crisi con l’Iran, inclusa una possibile ripresa delle operazioni militari.
I nostri dragamine devono partire prima che sia firmato un accordo
Non saremo autorizzati, o tantomeno costretti, a partire per una missione a Hormuz soltanto se ci sarà il mandato delle Nazioni Unite, né se lo pretende Donald Trump. Questa, in sintesi, la decisione annunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che nella giornata di ieri ha dichiarato: «Il problema dell’Onu non è la volontà dell’istituzione stessa, ma che è sufficiente il No di una sola nazione per bloccare le iniziative nel Consiglio di sicurezza. Se la Russia decide di fermare questa iniziativa, come è probabile, lo farà. Ma così fosse, basterà formare una coalizione con altre 30-40 nazioni e saranno le navi di quei Paesi a partire anche senza le Nazioni Unite, a quel punto bloccate da qualcuno che evidentemente non vuole la pace».
Crosetto ha parlato ieri a margine del seminario del Gruppo speciale Mediterraneo e Medio Oriente (Gsm), organizzato dalla delegazione italiana presso l’assemblea parlamentare della Nato, nel suo 30° anniversario. E stante che, come sempre, l’Europa non è pervenuta, il nostro governo deve decidere: approvare una missione che aiuti gli Stati Uniti a liberare lo Stretto di Hormuz, possibilmente schivando l’accusa di servilismo verso Trump, oppure aspettare che Bruxelles discuta, litighi e probabilmente poi decida per il No oppure in forte ritardo, come hanno già ventilato diverse nazioni del Vecchio Continente eccetto Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e, dall’altra parte del mondo, il Giappone.
Diverse le difficoltà da risolvere: senza l’assenso di Pechino e Mosca l’Onu non potrà mettere la sua bandiera sulle operazioni; senza un passaggio parlamentare la nostra Difesa non si muove e, domani mattina, i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto saranno ascoltati a proposito della situazione di Hormuz nelle commissioni di Esteri e Difesa della Camera e del Senato riunite per l’occasione. La questione di fondo è però un’altra: la situazione politica e militare tra Israele, Usa e Iran cambia molto rapidamente, anche più volte ogni settimana, mentre far partire nei prossimi giorni per lo Stretto di Hormuz i nostri dragamine con il personale significa, intoppi permettendo, arrivare nella zona delle operazioni alla fine del mese se non addirittura dopo. Troppo, serve quindi partire senza poter aspettare che un possibile accordo di pace sia firmato e, soprattutto, si riveli duraturo e rispettato. Anche perché Crosetto è molto chiaro su un punto: «Non siamo in guerra con l’Iran». Il passaggio parlamentare permetterebbe però di organizzare la partenza della nostra flotta specializzata nella rimozione delle mine di vario genere che possono essere state poste nelle acque dello Stretto, far salpare le navi per farle transitare dalla nostra base di supporto di Gibuti, situata tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden. E da quel punto attendere le condizioni e l’ordine per procedere verso la zona delle operazioni. Il tutto senza dover dipendere né scendere a compromessi con la Casa Bianca, che una tale operazione la vorrà certamente comandare.
La base italiana di supporto a Gibuti (Bmis) Amedeo Guillet è attiva dal 2013 e si trova a Loyada, a soli 7 km dal confine somalo. Essa permette di supportare le forze armate italiane operanti nell’area del Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano. Ospita un’ottantina di militari, con una capacità massima possibile di 300, e include reparti di protezione dei fucilieri di Marina del San Marco, squadre delle forze speciali e il personale della missione addestrativa italiana che forma le forze di polizia locali. Quanto alle navi, dal sito della nostra Marina Militare si evince che i nostri cacciamine di classe Lerici e Gaeta sono una decina, ma importante è anche la componente umana prevista nelle operazioni subacquee, ovvero i palombari. Una parte di essi è imbarcata su ogni cacciamine e tutti dipendono dal Comando forze contromisure mine che ha sede a La Spezia. Quanto alle attuali unità cacciamine, le navi di classe Lerici, evolute nella classe Gaeta, sono tra le migliori al mondo, presentano lo scafo di un particolare tipo di vetroresina che permette sia la riduzione dei campi magnetici che fanno esplodere le mine, sia una elevata resistenza a esplosioni subacquee e all’impatto contro lo scafo delle onde d’urto. Sono oggi equipaggiate con armamenti e sistemi elettronici di scoperta e comunicazione moderni, ma giocoforza hanno una velocità di trasferimento ridotta, circa 15 nodi (27,7km/h), dunque per arrivare fino a Gibuti e poi a Hormuz impiegheranno tempo. Altre cinque unità cacciamine di nuova generazione sono in costruzione presso lo stabilimento Intermarine di Sarzana (Sp), insieme con Leonardo, ma la prima consegna è prevista nel 2028.
Intanto c’è chi ha cominciato a navigare verso sud: martedì scorso è salpata da Creta la portaerei francese Charles De Gaulle e venerdì il Regno Unito ha fatto partire il cacciatorpediniere Hms Dragon in vista di una missione a Hormuz.
Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale





