Gli stormi intelligenti: come i droni da combattimento stanno cambiando la guerra aerea
Un velivolo militare di ultima generazione decolla per la sua missione. A bordo c’è soltanto un uomo, il pilota che viene mantenuto aggiornato sulla situazione dai collegamenti con i centri di comunicazione che raccolgono ed elaborano dati provenienti da una rete satellitare, da aeroplani per guerra elettronica, da droni e da centri di comando e controllo, finanche da truppe presenti nelle vicinanze dei bersagli. Mentre si dirige nell’area delle operazioni viene raggiunto da una piccola formazione di altri tre droni collaboranti. Si chiamano Cca, da Collaborative Combat Aircraft. Come l’aeroplano hanno caratteristiche di bassa osservabilità radar (in gergo si dice Stealth), trasportano missili o bombe e soprattutto stanno a loro volta elaborando tutti i dati disponibili prevedendo come affrontare una possibile reazione delle difese aeree intrapresa con missili o mediante il decollo di altri velivoli. I loro computer macinano le informazioni mediante intelligenza artificiale che guida il processo decisionale autonomo, consentendo ai Cca di interpretare i dati, identificare le minacce e agire in tempi di millesimi di secondo. Fanno di più: sommano al tutto anche i dati provenienti dai loro sensori di bordo che possono essere radar, ricevitori a infrarossi, informazioni dai satelliti e da altri velivoli producendo un'immagine unificata e chiara del campo di battaglia. Questa viene ricevuta dal pilota umano già pronta e l’uomo avrà in questo modo chiare quali siano le priorità e le minacce. Nel momento dell’attacco, oltre a lui che potrà sparare, il tipo di missile da lanciare e la priorità dei bersagli sarà decisa dai computer del Cca e, qualora uno di loro venga abbattuto, l’ordine d’importanza dei bersagli passerà automaticamente a un altro Cca. La conseguenza per chi si difende è che l’unico modo di evitare il colpo peggiore è abbatterli tutti, un risultato quasi impossibile da raggiungere. Con un vantaggio ulteriore: senza pilota a bordo un Cca può manovrare con accelerazioni (i cosiddetti G), che la fisiologia umana non può sopportare se non per brevissimi periodi, diventando quindi più resistente e pericoloso di qualsiasi aeroplano pilotato in modo tradizionale. Ma soprattutto, questo tipo d’attacco abbatte il rischio di perdere il pilota, il quale resta protetto in posizione arretrata. In termini tecnici si chiama swarming and networking, letteralmente “sciame di droni e lavoro in rete”, e per funzionare ha necessità di comunicazioni attraverso canali sicuri, ovvero segnali radio modulati in maniera da non poter essere corrotti. La conseguenza è che soltanto le nazioni che dispongono di tali tecnologie possono attuare queste tattiche di guerra.
Meno rischi, massima flessibilità operativa, così nessuna nazione può rinunciare
I vantaggi sono innumerevoli, come il fatto di disporre di sensori distribuiti su tutta la flotta ma i cui rilevamenti possono essere condivisi e confrontati. E per ogni tipo di missione, i singoli Cca possono essere equipaggiati con sensori, armi o sistemi di guerra elettronica differenti (per attacco, disturbo, ponte radio, eccetera), a seconda delle esigenze e del ruolo che dovranno coprire. Operando in sciame oppure individualmente, offrono quindi una maggiore letalità e capacità di sopravvivenza a un costo inferiore rispetto ai caccia tradizionali, il tutto però restando sotto la supervisione umana che rimane libera di concentrarsi sulle decisioni strategiche, mantenendo però sempre il controllo sull'applicazione della forza letale. Il nostro immaginario pilota ha quindi dei compagni di squadra unmanned (senza pilota), che svolgono i compiti più rischiosi come la ricognizione, e considerando che la formazione degli equipaggi umani è tra i maggiori capitoli di spesa di una Forza armata, ecco che i Cca offrono l’occasione di gestire al meglio le risorse finanziarie disponibili nei budget per la Difesa. Sono, questi, motivi per i quali diverse nazioni al mondo stanno sperimentando tali velivoli, dagli Usa alla Cina, dalla Turchia alla Russia, Unione europea inclusa. La stessa strategia si sta attuando per le operazioni navali, con unità di superficie e sottomarine senza pilota che proteggono navi con equipaggio umano ma all’occorrenza possono attaccare il nemico (quanto accaduto al sommergibile russo classe Kilo nel Mar Nero a metà dicembre ne è la dimostrazione), e per la guerra terrestre con carri armati comandati da remoto, rover dotati di ordigni e anche mezzi dotati zampe al posto delle ruote. Proprio la Turchia il 28 novembre scorso ha compiuto un passo avanti di notevole importanza: il velivolo senza pilota Barattar Kizilelma ha distrutto un bersaglio aereo sparando un missile aria-aria oltre il raggio visivo dell’orizzonte. Il Kizilelma ha usato il suo radar Aselsan Aesa per dirigere un missile aria-aria Gokdogan contro un bersaglio che volava ad alta velocità. Negli Usa, dal maggio scorso l’Usaf sta sperimentando nuovi prototipi prodotti da Anduril, tra i quali lo YFQ-44A progettato inizialmente da General Atomics come YFQ-42°. Non soltanto: anche i colossi Rcs e Lockheed Martin stanno facendo lo stesso, poiché i velivoli collaborativi sono anche nell’interesse della Marina (US Navy). Si tratta quindi di una tecnologia alla quale nessuna potenza può rinunciare.





