L’ammucchiata del No ha perso ogni freno. Non solo dicono balle: si contraddicono pure

Più si avvicina la data del voto e più chi si oppone alla riforma della giustizia le spara grosse. Infatti, non passa giorno senza che dal fronte del No non si minaccino conseguenze catastrofiche se gli italiani il 22 e 23 marzo decideranno di dire Sì alle modifiche costituzionali volute dal ministro Carlo Nordio.
L’ultima sparata che mi è capitato di sentire è uscita dalla bocca del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, che ormai pare aver preso gusto a fare il capopopolo dell’Anm pur senza esservi iscritto. Il magistrato, famoso per le sue inchieste sulla ‘ndrangheta, in un’intervista al Fatto Quotidiano ha spiegato che se vincesse il Sì «solo i ricchi e potenti potranno avere giustizia». Boom. E perché? Siccome il pm con la riforma diventa «l’avvocato dell’accusa», secondo Gratteri non avrebbe più alcun obbligo di cercare prove a discarico dell’indagato, né avrebbe motivo di chiedere l’archiviazione di ogni accusa per mancanza di elementi. Dunque, chi è ricco e potente potrà pagarsi legali e indagini difensive per ottenere di essere scagionato, mentre agli altri toccherà fare pippa.
Peccato che ogni giorno i tribunali forniscano prove del fatto che già oggi alcuni pm si comportano come avvocati dell’accusa, arrivando perfino a ignorare elementi a discarico di un indagato. Come si spiega altrimenti il numero crescente di errori giudiziari e di arresti immotivati, di cui per la verità Gratteri è bene a conoscenza perché spesso il tribunale della libertà ha scarcerato persone che lui stesso aveva chiesto di mettere in galera? E come si giustifica pure il caso De Pasquale, ovvero la condanna nei confronti dell’ex viceprocuratore di Milano per il mancato deposito di documenti e prove favorevoli alle difese nel processo Eni-Shell/Nigeria? È evidente che ci sono magistrati che esercitano l’accusa solo in senso contrario all’indagato e spesso non si rassegnano neppure quando l’impianto accusatorio fa acqua da tutte le parti. La storia di Beniamino Zuncheddu, il pastore rimasto in cella 33 anni prima di essere riconosciuto innocente, lo dimostra. Come dice Gratteri, è stato condannato proprio perché non era né ricco né potente e non ha potuto difendersi da un’accusa che lo voleva colpevole a tutti i costi, come fu per Enzo Tortora.
Ma la panzana più grossa l’ha detta, sempre sul Fatto, Benedetta Tobagi, figlia di Walter, il giornalista assassinato dai terroristi della Brigata 28 marzo. Secondo lei, se in passato fosse stata in vigore la riforma della giustizia «non avremmo saputo nulla delle stragi e della P2». Ohibò! E perché? Secondo l’ex consigliera della Rai, con una polizia giudiziaria al servizio di un pm non più parte della magistratura unica le indagini sarebbero state depistate. In realtà l’originalissima tesi cozza con la realtà. La storica per mancanza di storia dimentica infatti che l’inchiesta sulla P2, con la perquisizione di villa Wanda, dove a casa di Licio Gelli i finanzieri trovarono la lista degli appartenenti alla Loggia, è del 1981, mentre la riforma che pone la polizia giudiziaria agli ordini del pubblico ministero è dell’ottobre del 1989. Dunque, delle stragi e della P2, nonostante la pg non rispondesse funzionalmente ai magistrati, abbiamo saputo tutto quello che gli stessi pubblici ministeri hanno scoperto. E così sarà anche dopo la legge Nordio, visto che la riforma non tocca minimamente il ruolo degli agenti al servizio della Procura.
Ma oltre alle balle sesquipedali propalate da magistrati, giornalisti e opposizione, c’è anche tanta confusione. Infatti, non passa giorno che qualcuno non spieghi che con la separazione delle carriere tra pm e giudici avremo i primi sotto il controllo della politica. E perché? Nessuno sa spiegarlo, visto che gli articoli costituzionali che garantiscono indipendenza e autonomia alle toghe restano sia per la magistratura requirente che quella giudicante. Però, dicono, una volta rimasti soli, cioè senza più un Csm comune a quello dei giudici, saranno più deboli. Anche in questo caso, nessuno sa spiegare l’originalissima tesi.
Ma poi si apre il giornale e si può leggere un articolo in cui Luciano Violante - a lungo magistrato e parlamentare del Pci - spiega che le modiche volute da Nordio daranno molto più potere ai pm. Anzi, con la riforma «si istituisce la Casta dei pm», perché con un proprio Csm si potranno autogovernare (come adesso) e, privi di qualsiasi vincolo gerarchico (come ora), saranno «arbitri indiscussi della libertà e della reputazione dei cittadini» (esattamente come accade da decenni). Dunque? «Attraverso il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale i pm avranno piena libertà su tutto il territorio nazionale» (proprio come succede da sempre: si vedano le inchieste di John Henry Woodcock, che andò perfino ad arrestare Vittorio Emanuele di Savoia). Perciò? «Se la politica regala a una categoria di magistrati una quantità sproporzionata di potere, l’esperienza insegna che quei magistrati prima o poi quel potere lo useranno».
Siete confusi dopo aver letto tutto ciò? Anche io. Prima ci spiegano che con la riforma solo i ricchi e i potenti potranno difendersi, poi che non avremmo saputo nulla delle stragi perché la legge Nordio mette i pm sotto la politica; quindi, che saranno i pm a mettere sotto i piedi la politica. Cioè tutto e il contrario di tutto. Risultato, ho capito una sola cosa: per impedire che non siano solo le correnti a decidere nomine e sanzioni, le stanno provando proprio tutte. Finiti gli argomenti dunque sparano le balle.






