Cosa non si fa pur di avere una società multiculturale e inclusiva? Basta confezionare l’importazione di sacche di povertà e disagio in un fenomeno da affrontare con «approcci intersezionali», «interculturali».
Affinché «nessuno si possa sentire o percepire estraneo». Belle parole. Peccato che per il sistema Regione c’è un elemento imprescindibile. Mettere mano al portafogli e al welfare. Servizi sociali, case popolari e Naspi per la disoccupazione.
Un flop del modello accoglienza targato Emilia-Romagna raccontato dai dati contenuti nella relazione sull’attuazione della Legge regionale 5/2004 dedicata all’integrazione dei cittadini stranieri immigrati. Al di là dei toni rosei del programma «Emilia-Romagna plurale, equa ed inclusiva», dal quadro che emerge, c’è ben poco del romanticismo con cui la Regione rossa tenta di descrivere la proprie battaglie a favore delle «risorse» straniere.
Il 28,8% dei cittadini che ogni giorno si mettono in fila agli sportelli dei servizi sociali regionali sono stranieri. Con richieste che per circa il 30% servono a soddisfare bisogni primari: affitti, bollette, contributi e buoni spesa. E poi case e alloggi, in una misura almeno doppia rispetto agli italiani. Naturale conseguenza delle condizioni di generale povertà della popolazione straniera, dove il tasso di disoccupazione regionale è di almeno il 10%, contro solo il 3,3% dei cittadini italiani. Aspetto anche questo del tutto in linea con le basse scolarizzazione e qualificazione della popolazione immigrata, 579.000 cittadini in Emilia-Romagna, pari al 12,9% della popolazione. Considerando quanti lavorano, oltre il 75% si trova impegnato in mansioni operaie e senza specializzazione.
Nulla, però, che i dati di Inps e Istat non raccontassero da tempo, ammesso che si voglia leggerli senza paraocchi ideologici. Ossia che almeno un terzo degli stranieri si trova in condizioni di povertà assoluta e che la popolazione immigrata, mediamente, appartiene a quelle fasce di reddito che versano solo il 23% dell’Irpef complessiva. In poche parole, rappresenta per buona parte una fascia di cittadini non autosufficiente per le funzioni base del welfare. Realtà che l’amministrazione regionale sembra, però, non voler vedere visto che l’inseguimento «della pluralità come valore» e «dell’equità come indirizzo strategico per ridurre le disuguaglianze» non è accompagnato da una seria analisi di quanto questo modello di pluralità assistenziale impatti sui contribuenti emiliano romagnoli. Un tema che riflette l’andamento nazionale, dove l’80% del peso fiscale italiano, di fatto, si regge su un risicato 27% di cittadini, con redditi dai 29.000 euro in su tra i quali non rientra di certo la maggioranza degli stranieri.
Come se non bastasse, i dati del report raccontano anche di un altro carico per il sistema Regione, a partire dalla scuola dove gli stranieri sono il 18,9% del totale, la quota più alta d’Italia. Il 47% degli studenti stranieri delle superiori, però, è in ritardo scolastico, contro il 16% degli italiani. Per non parlare dei licei, appannaggio di solo due studenti stranieri su dieci. Altro tasto dolente è quello dei sistemi di accoglienza, che di fatto offrirebbero una sponda allo sfruttamento lavorativo. Centri Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) spesso diventano luoghi privilegiati di primo contatto e avvio allo sfruttamento. Caporalato, lavoro nero in edilizia, logistica e ristorazione.
Fenomeno che non risparmia nemmeno i giovanissimi arrivati in qualità di minori stranieri non accompagnati e che dopo l’uscita dai percorsi di tutela vengono coinvolti in contesti lavorativi «grigi» o «neri», anche per la necessità di reperire una occupazione ai fini della conversione del permesso di soggiorno e della permanenza in Italia. Martedì prossimo la IV Commissione dedicata alle Politiche per la salute e sociali dovrà decidere se confermare la legge o cambiare rotta.
Cartelli stradali, transenne, cestini della spazzatura scaraventati contro vetrine e porte della Stazione Centrale di Milano. E poi sassi e oggetti contro le forze dell’ordine. Sono passati quasi otto mesi dalle scene di guerriglia urbana che lo scorso 22 settembre avevano travolto Milano in nome di flotillle in mare e cause pro Pal. E dopo le prime denunce, un altro tassello si è aggiunto alle indagini della Procura di Milano che da subito aveva cercato di mettere a fuoco la galassia responsabile dei tafferugli.
E dopo 27 persone identificate e denunciate, di cui quattro minorenni, 14 misure cautelari non detentive eseguite a marzo, ieri ha preso forma l’ultima tranche dell’indagine coordinata dalla pm Francesca Crupi che, con l’aiuto della Digos, ha portato all’esecuzione di ulteriori dieci misure cautelari. Sette arresti domiciliari e tre obblighi di dimora con presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Destinatari dei provvedimenti sono sei cittadini italiani e quattro stranieri regolari. L’ennesima conferma della saldatura tra antagonisti di sinistra e giovani di seconda generazione. I «maranza», pronti all’occorrenza a scendere in piazza contro qualcosa, contro qualcuno e a «bloccare tutto», come recitava lo slogan con il quale avevano più volte tentato di superare gli schieramenti dei reparti inquadrati delle forze dell’ordine arrivando a ferirne una cinquantina e ad invadere il principale scalo ferroviario della città. E non certo per solidarietà con Gaza.
Il «sostegno» alla «causa palestinese», scrive il gip di Milano Giulia D’Antoni nell’ordinanza di misura cautelare, sarebbe stato solo «il pretesto per dare sfogo a espressioni di ribellione e ostilità nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni». Frutto di un «temperamento facinoroso» e una personalità tendente a forme ingiustificate e incontrollate di violenza» che si sono tradotte in «atti distruttivi e vandalici». Una serie di condotte portate avanti per aprire dall’esterno i cancelli e le porte d’ingresso della stazione, ricorrendo «sia all’uso di aste o pietre lanciate contro le vetrate sia agli elementi d’arredo pubblici dalla via quali cestini per i rifiuti, lastre di impalcature ed estintori».
Oggetti trasformati in «armi, per rendere più efficace» la protesta successiva in un’escalation di violenza. Elementi che, secondo il giudice, configurerebbero l’«intento di devastazione» nonché la precisa volontà di generare uno «scenario di guerriglia» che in alcun modo coincide con le motivazioni pubbliche della manifestazione. Di qui la decisione di disporre arresti domiciliari e obblighi di dimora ritenendo che gli indagati possano reiterare tali comportamenti ad «elevata carica di violenza e aggressività». Tra i reati contestati, resistenza a pubblico ufficiale aggravata, lancio e utilizzo di oggetti atti a offendere, oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio. Ma anche danneggiamento aggravato e distruzione e deterioramento di beni culturali, in particolare per aver deteriorato, distruggendole, le vetrate dei portoni storici della Stazione Centrale, considerate bene culturale di particolare interesse. Non si è fatta attendere la reazione dell’ex vice sindaco delle giunte di centrodestra milanesi e vice presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Riccardo De Corato di Fdi. «Il Comune chiuda le sedi donate ai centri sociali e sgomberi quelle occupate». Nessun mea culpa, invece, arriva dagli antagonisti che, nel corso dei mesi, hanno più volte ripetuto l’altro grande mantra della protesta: «C’eravamo tutti».
Lo sfondo del lago di Como. La quiete del Tempio Voltiano. Un tranquillo sabato sera che si trasforma nella scena splatter di un action movie. Ma non è cinema. È l’ennesima aggressione per mano di uno straniero, un tunisino di 36 anni, armato di coltello.
Che è già stato rimesso in libertà. E anche questa non è fiction. Ma un copione reale che si ripete troppo spesso. L’ennesimo caso di un aggressore che nel giro di poche ore si ritrova a piede libero. Libero magari di colpire di nuovo. Come farebbe presagire il suo curriculum che vanta precedenti per lesioni personali e invasione di terreni. E che ora, dopo i fatti di sabato sera, si arricchisce di due denunce: lesioni personali aggravate e porto abusivo d’armi. A quanto pare non abbastanza però per far scattare eventuali misure cautelari. Così come non deve essere bastato il sangue davanti alla quale si sono trovati gli agenti dell’Upgsp. (Ufficio prevenzione generale e soccorso pubblico) della Questura quando sono arrivati sul posto attorno alle 23, in seguito ad una segnalazione. Un uomo sanguinante riverso a terra e una donna con profonde ferite al volto. È lei che avrebbe indicato agli agenti il presunto responsabile dell’aggressione, il trentaseienne tunisino, che in quel momento si stava allontanando rapidamente dal luogo dell’accaduto. Secondo quanto riferito dalla Polizia di Stato, tutto sarebbe scaturito da una lite tra l’uomo e la coppia che passeggiava nei pressi del lago. Poi la discussione sarebbe degenerata fino a trasformarsi in aggressione. Pur di colpire, l’uomo, armato di coltello serramanico, avrebbe inseguito i due fino a raggiungerli e sferrare i colpi. Contro ginocchio, fianco e gluteo nel caso di lui, e poi fendendo il viso di lei. Secondo alcune ricostruzioni, una volta aggrediti i due, l’uomo avrebbe cercato di disfarsi di un oggetto gettandolo sotto un’autovettura parcheggiata. Oggetto che poi si sarebbe rivelato essere un coltello a serramanico, sequestrato dagli agenti come prova dell’aggressione. Una volta fermato, l’uomo avrebbe opposto resistenza. Prima cercando di darsi alla fuga, poi vestendo le parti della presunta vittima. Avrebbe infatti tentato di giustificare il proprio comportamento lamentandosi di essere stato colpito agli occhi da uno spray urticante durante una colluttazione. Salvo poi dichiarare di non sapere chi lo avesse utilizzato contro di lui. Una serie di dettagli che stando a quanto comunicato dalla questura, le forze dell’ordine starebbero ora cercando di approfondire proseguendo le indagini, così da chiarire ulteriormente la dinamica dei fatti e accertare eventuali responsabilità aggiuntive.
Certo è che l’episodio ha destato particolare preoccupazione tra i residenti di Como per la violenza con cui si è consumata la lite, per il coinvolgimento dell’arma da taglio e per la scelta di denunciare l’uomo in stato di libertà. «Vergogna», è uno dei commenti più frequenti che si leggono a compendio degli articoli pubblicati dai giornali locali. «Ogni giorno questo continuo stillicidio di crimini... Basta. Vanno puniti severamente», scrive un altro residente della provincia di Como, notando come il profilo del presunto aggressore confermi un trend costante, quello che vede gli stranieri commettere più reati degli italiani, specialmente nei casi di aggressioni con lama dove il tasso di coinvolgimento degli stranieri sarebbe di circa 6,5 volte più alto. Chiaramente in proporzione e quindi considerando che gli stranieri rappresentano il 10% della popolazione.
Secondo gli ultimi dati diffusi dal Viminale, solo a Como, i cittadini stranieri rappresenterebbero il 43% delle segnalazioni relative a persone denunciate, arrestate o fermate dalle forze di polizia. Spesso e volentieri poi rimesse subito in libertà. Come raccontano i casi di cronaca in tutto il territorio nazionale. Tra i casi più recenti quello di due giovani tunisini che lo scorso gennaio erano stati accusati di aver aggredito un rider nella zona della stazione Termini a Roma. Nonostante il giudice avesse convalidato il fermo, poi la richiesta di custodia cautelare in carcere era stata respinta per mancanza di «gravi indizi di colpevolezza» sufficienti a giustificare la detenzione preventiva. A febbraio era stata la volta di una maxi aggressione tra stranieri avvenuta a Castrovillari. Sei persone erano state identificate e denunciate ma non era stata applicata nessuna misura restrittiva. Uno dei casi più eclatanti resta però quello di un cittadino straniero di 38 anni accusato di aver picchiato e rapinato un cinquantenne che viveva in un camper a Rimini. Già noto per maltrattamenti, il presunto aggressore finisce in manette ma viene scarcerato poco dopo su decisione del giudice per le indagini preliminari. A quanto pare, a detta della toga, non si sarebbe configurata una rapina ma una «semplice» aggressione con un coltello. Era l’aprile del 2023, e da allora, le aggressioni all’arma bianca non sono certo diminuite, ma con circa 30.000 episodi violenti nel biennio 2024/2025, sono aumentate del 5.5%. Chissà perché.





