Altra battuta d’arresto per i coniugi Moretti e per la strategia difensiva a dir poco aggressiva che stanno portando avanti da settimane. Dopo aver cercato di scaricare le responsabilità della tragedia sullo staff, sui camerieri e sull’amministrazione comunale, i proprietari de Le Constellation avevano deciso di dare battaglia anche al sito creato da Romain Jordan, avvocato di molte famiglie delle vittime. Una piattaforma per la raccolta di testimonianze e documenti considerata «pericolosa» dai due imprenditori che fino all’ultimo hanno cercato di oscurare.
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
Il Comune di Crans Montana è marcato sempre più stretto. Anche l’attuale capo del dipartimento di sicurezza pubblica entra nella lista degli indagati con la lente della Procura della Repubblica vallesana che stringe sulle responsabilità penali dell’amministrazione.
Dopo le lacrime del sindaco Nicolas Feraud che ha aspettato quasi quattro settimane prima di chiedere «scusa per non essersi scusato», la procura non solo gli nega la possibilità di costituirsi parte civile ma sottolinea che «ci sono motivi per ritenere che il comune sia venuto meno al suo dovere di far rispettare le diverse norme antincendio che gli spettavano al fine di salvaguardare la vita e l’integrità fisica dei clienti del bar Le Constellation». E così, dopo l’incendio che la notte di capodanno ha tolto la vita a 40 persone, tra cui sei italiani, e causato 116 feriti, la procura sta tirando le fila del perché dal 2020 nel locale non siano stati fatti controlli.
Il quarto indagato, che va ad aggiungersi al suo predecessore oltre che ai Moretti, è l’attuale responsabile comunale della sicurezza, Christophe Balet, un vigile del fuoco con una lunga esperienza di capo dell’antincendio. Gestisce le ispezioni degli immobili ed era stato lui lo scorso 3 gennaio a trasmettere agli inquirenti la documentazione urbanistica e amministrativa relativa a le Constellation. Al momento non si conosce il capo d’accusa ma sarà interrogato dalla procura di Sion il 6 febbraio. Tante le questioni sul tavolo. Una su tutte la disparità di trattamento tra il locale dei Moretti e gli altri locali dell’edificio in cui si trova. Nello stabile ci sono 13 appartamenti e sarebbero stati controllati tutti in modo meticoloso fino al sigillo di alcuni caminetti per irregolarità. Come mai dopo queste perizie certosine, nessuna ispezione sia invece stata fatta a pochi metri di distanza ossia nel discobar dei Moretti, è il grande punto di domanda.
Ad altri interrogativi dovrà invece rispondere il 9 febbraio l’ex responsabile della sicurezza comunale, Ken Jacquemoud. Sebbene fine a qualche giorno fa la Procura avesse dichiarato che «solo i gestori sono imputati», negli atti figura una lettera del suo legale in cui si parla di una audizione che «sarà presto eseguita». Un suo interrogatorio sarebbe stato chiesto inoltre dall’avvocato Mickael Guerra, legale di alcune famiglie delle vittime.
Mentre ieri la procura ha sentito la donna che già nel 2019 aveva girato un video in cui un cameriere del locale gridava di fare «attenzione alla schiuma», una nuova richiesta di convocazione è arrivata per i proprietari de Le Constellation, Jacques Moretti e Jessica Maric. Attualmente indagati per omicidio, incendio e lesioni colpose, sul loro conto la stampa francese ha rivelato nuove ombre. Soprattutto su Jacques che già nel 2021 si è visto tagliare la linea di credito da parte della banca francese Credit Lyonnais. Dopo tre prestiti, uno da 286 mila euro nel 2015 per l’acquisto di un appartamento a Parigi, uno da 625mila nel 2018 per una villa in Corsica e altri 200mila l’anno successivo per lavori di ristrutturazione, la banca avrebbe scoperto falle nelle garanzie e pare la presenza di documenti falsi in uno dei finanziamenti. A quel punto la decisione di avere indietro i prestiti. Viene informato il Tribunale e Jacques si trova costretto a vendere l’appartamento parigino. Per la coppia viene attuato un nuovo piano di rimborso basato sul reddito e anche qui emergono dettagli curiosi. Secondo le informazioni fornite dal quotidiano francese, Jessica Moretti avrebbe dichiarato uno stipendio mensile lordo di 13.827 euro come «dipendente del Constellation» mentre sul conto di Jacques si registra una pensione di invalidità annuale di 6.873 euro e un indennizzo della compagnia Generali di 31.241 euro all’anno. Dunque, mentre le banche francesi, allertate da una serie di segnalazioni corrono subito ai ripari, quelle svizzere mostrano nel tempo un atteggiamento molto meno prudente. Oltre a non controllare i precedenti all’estero, ma questa è la prassi, nessuna avvisaglia emerge in terra elvetica dove, secondo un’indagine di Le Temps, i Moretti disporrebbero di un patrimonio di almeno cinque milioni di franchi, di cui circa quattro finanziati da ipoteche tramite le svizzere BCV, Union de banques suisses e il Cautionnement romand.
Garantismo bancario svizzero che un po’ stride con gli stereotipi sulla precisione di cui gode lo Stato d’oltralpe. «Apprendiamo oggi che la Svizzera non è quel Paese attento alla sicurezza che molti immaginavano» ha tenuto a precisare Francesco Greco, Presidente del Consiglio Nazionale Forense . «Ovunque nel mondo la prima misura è conservare immediatamente le immagini delle telecamere. In Svizzera, invece non si è ritenuto necessario acquisire le registrazioni che documentavano l’uscita dal locale. La pressione del governo italiano è più che legittima e ben venga il pool investigativo italo-svizzero affinché i nostri magistrati e investigatori possano contribuire alle indagini indicando le corrette modalità con cui condurre accertamenti così delicati». Una richiesta di giustizia ribadita anche dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani ieri a Bruxelles, dove ha spiegato che nonostante comportamenti che hanno lasciato perplessi, tra Italia e Svizzera non vi è alcun incidente diplomatico. Intanto, mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala esclude la possibilità per di costituirsi parte civile, «non è semplice dimostrare che il Comune di Milano abbia avuto un danno diretto», dopo una serie di approfondimenti, Attilio Fontana non esclude la possibilità per la Regione Lombardia.
Non solo bengala e candele pirotecniche. Ma anche petardi e lanciarazzi per i fuochi d’artificio. Un vero «arsenale» per i festeggiamenti accatastato nel magazzino de Le Constellation. È quanto scoperto dagli esperti dell’Istituto forense di Zurigo incaricati dalla procura di Sion. Secondo Jacques Moretti, proprietario del locale insieme alla moglie Jessica, il tutto sarebbe arrivato per iniziativa dei clienti. «Li avranno portati loro», ha detto l’imprenditore, eludendo controlli e sorveglianza. Almeno 6 lanciarazzi Thunder King, 8 petardi lupo p1, oltre a 100 fontane pirotecniche. L’ennesimo elemento fuori posto che va ad aggiungersi alle immagini dei pannelli sorretti da stecche da biliardo. E dei pacchetti di fazzoletti per puntellarli meglio. Una storia, quella degli ormai tristemente famosi strati di poliuretano che hanno preso fuoco e causato la morte di 40 persone e il ferimento di altre 116, che sembra non finire man mano che emergono dettagli che aggravano lo scenario di incuria e pressappochismo con cui si facevano le cose a Le Constellation. Dopo il fai da te di Jacques, con i pannelli acquistati in un negozio di bricolage e da lui stesso incollati al soffitto, video e chat diffusi dalla tv Svizzera Rts raccontano i tentativi di quello che in linguaggio gergale si direbbe «metterci una pezza». Il goffo tentativo di tenere la «schiuma» incollata in qualche modo almeno fino alle delle gran serate di Capodanno.
Un video di 8 secondi girato a metà dicembre e raccolto dall’avvocato Romain Jordan che assiste numerose famiglie delle vittime, mostra come i pannelli tenuti fermi dalle stecche da biliardo in certi punti sporgono verso il basso. Quindi «a portata» di bengala e scintille.
I messaggi vocali rivelano invece lo scambio di battute tra Moretti e un dipendente di nome Gaetan che gli mostra il cedimento dei pannelli. Jacques gli risponde: «Sì Gaetan, prova a toglierne uno e vedi se cade perché ho messo della schiuma che non conosco… Fammi sapere se va bene… se cade o no, se cade dovremo lasciarli lì, purtroppo». Gaetan ribatte con una serie di messaggi e video fino a che l’imprenditore chiude la conversazione con un certo grado di soddisfazione. «Ok, ne metteremo altri, grazie» e «sì, sembra abbastanza bello, togliete gli altri per favore». Un quadro desolante aggravato ora dalle dichiarazioni di un supertestimone, un fornitore coinvolto nella ristrutturazione del locale che avrebbe consigliato di installare protezioni in schiuma ignifuga che però sarebbero state respinte dai Moretti per ragioni di budget.
Intanto dalla Svizzera arriva un segnale all’Italia. Dopo il rientro a Roma per consultazioni dell’ambasciatore italiano fino a quando la Svizzera non avesse accettato l’immediata costituzione di una squadra investigativa comune, la Procura di Sion ha comunicato che le indagini congiunte tra Italia e Svizzera vedranno il via entro il fine settimana.
Un altro segnale, seppur tardivo, cerca di darlo anche il sindaco di Crans Montana Nicolas Feraud, ben 22 giorni dopo la controversa conferenza stampa del 6 gennaio in cui aveva ammesso che il comune non controllava il locale dal 2020. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa svizzera Keystone-Sda il primo cittadino ha pensato bene di chiedere scusa per non essersi scusato. E di ammettere di aver sbagliato a non aver dato libero sfogo alle emozioni, tant’è che le preoccupazioni sarebbero talmente intense da non permettergli di dormire la notte e costringendolo a ricorrere ad uno psicologo. «Non mi ha disturbato» la richiesta di dimissioni della stampa italiana, ma piuttosto l’insinuazione di aver «accettato bustarelle», ha aggiunto il primo cittadino. Uno sfogo non richiesto ma probabilmente mosso dalla speranza di placare le critiche che da settimane piovono contro il Comune svizzero e la gestione delle indagini da parte del Cantone. Critiche alle quali si è aggiunto ieri anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani a margine della cerimonia del Giorno della memoria al Quirinale. «Le indagini hanno pregiudicato i diritti dei cittadini italiani perché l’arresto è avvenuto in ritardo, loro stessi hanno detto che c’era pericolo di fuga. La reiterazione del reato purtroppo abbiamo scoperto che c’è anche quella e l’inquinamento delle prove è probabile». E poi il tema della cauzione. Troppo bassa. «Se vuoi dare un segnale non chiedi una cauzione di soli 200.000 franchi ma da 1 milione di franchi svizzeri. Sono tutte cose che lasciano sgomenti». Il problema però non sarebbe la Svizzera, ha tenuto a precisare il ministro. Bensì il Cantone che sta seguendo le indagini dov’è accaduto il disastro. «L’unica cosa che si può fare è cambiare i magistrati di Cantone, però è una richiesta che deve fare la Procura». Commenti duri ai quali non si è fatta attendere la stoccata di Berna. «Un principio fondamentale del nostro sistema democratico - ha fatto sapere una nota del Dipartimento degli Affari esteri Svizzero - è la separazione dei poteri, che attribuisce a ciascun potere dello Stato ruoli, compiti e responsabilità propri». Della serie, non si accettano lezioni. Meglio darle agli altri. Si fa per dire.





