Una nuova manifestazione contro il governo. Appuntamento il 28 marzo, stavolta a Roma. Perché a detta di Askatasuna la questione va «complessificata». Parola degli autonomi. Dunque pazienza se lo scorso 31 gennaio la città di Torino è stata messa a ferro e fuoco, se decine di negozi sono stati distrutti e le vetrine sfondate. Pazienza per i 103 feriti oltre al poliziotto Alessandro Calista colpito con il martello. Chi ha innalzato il livello dello scontro, dichiara una portavoce del centro sociale a margine di un incontro con i media, «è chi ha ordinato lo sgombero. Un governo nemico del popolo».
Una decisione, quella di sgomberare lo storico edificio in corso Regina Margherita, che Askatasuna stigmatizza alla stregua «di un attacco al centro e un attacco alla città». E se di offensiva si tratta, stando alla logica, è giusto rispondere. Anche con la violenza. Perché anche se qualcuno ad Askatasuna ci prova a prendere le distanze dall’uso della forza, poi contestualizzando e complessificando alla fine si finisce sempre per giustificarla. «Aggredire un agente è grave ma voi ignorate la rabbia sociale», ha ammesso Andrea Bonadonna, storico leader e fondatore del centro sociale a La Stampa. Rabbia sociale contro il governo Meloni e chi mette a repentaglio gli spazi sociali. Parlando con i media, ieri i portavoce di Askatasuna hanno ribadito che l’obiettivo è ridare lo stabile a tutte le realtà che l’hanno sempre attraversato dal basso resistendo alle logiche del terzo settore o di pubblico-privato che lo andrebbero a snaturare. «Lo stabile deve continuare ad essere a disposizione dei cittadini con spazi mantenuti gratuiti a libero accesso». Tema, quello degli spazi sociali, di cui si potrebbe anche discutere. L’immagine presentabile a favore di telecamere fa però a pugni con quella sempre troppo pronta a strizzare l’occhio alla violenza. Lo lascia intendere Bonadonna. «Adesso credo che il governo ci penserà tre volte prima di sgombrare un altro centro sociale». Come a dire che alla fine gli scontri hanno fatto gioco agli autonomi. Altro che black block infiltrati. Con buona pace delle teorie cospirative secondo cui gli scontri sarebbero stati un assist al governo.
Ne sa qualcosa uno degli assalitori del poliziotto, come riportato ieri da La Verità. Tale Leonardo, di vent’anni e immortalato nel video che ha scosso il Paese intero con l’immagine del poliziotto Calista accerchiato e salvato dal collega Lorenzo Virgulti cui proprio ieri è stata riconosciuta la benemerenza civica dall’amministrazione di Ascoli Piceno. «Se vai a manifestare per lo sgombero di Askatasuna ovviamente un minimo di lotta la devi fare» ha dichiarato il picchiatore. «I compagni vogliono una rivolta seria, non vogliono fare la passeggiata del sabato». Arrestato dopo gli scontri è già stato rilasciato. Libero di tornare «a combattere» contro lo Stato, contro i poliziotti e di dare man forte ai militanti che ora Askatasuna chiama nuovamente a raccolta. Prima una due giorni a Livorno «per un confronto sulle modalità di lotta» e poi il 28 marzo a Roma. Nel tentativo di non disperdere l’opposizione sociale che a suo dire si sarebbe consolidata con «il grande successo» del 31 gennaio e 50.000 manifestanti. Ci sono fatti gravi ma Torino non è mai stata avulsa dai conflitti sociali, ripetono quelli del centro sociale. «Voi guardate il dito e non la luna». Insomma, questione di prospettive. E di capacità interpretative, visto che Askatasuna motiva l’appuntamento nella capitale con l’esigenza «di costruire un confronto a partire dalle modalità che si sono date, ossia quelle del blocchiamo tutto». Strano modo di cercare un dialogo.
In vista di Roma, Askatasuna continua con gli ammiccamenti alla linea dura conditi da un po’ di diplomazia. Equilibrismi che sembrano andare a nozze con quell’area grigia di supporter di matrice colta e borghese evocata dal Procuratore generale di Torino Lucia Musti. Una linea sottile tra legalità e illegalità dove gli ossimori non si escludono. Come nel solito refrain già proposto a Torino. «Continueremo a portare in piazza l’opposizione sociale al governo e contro le guerre». Strano modo di chiedere la pace
Tutto questo proprio mentre nelle scorse ore, gli atti di sabotaggio sulle linee ferroviarie di Bologna e Pesaro di sabato scorso vengono rivendicati dai movimenti anarchici. Con un documento che alza ancora di più il livello dello scontro. «Pare necessario armarsi degli strumenti della clandestinità, della decentralizzazione del conflitto e la moltiplicazione dei suoi fronti, dell’autodifesa e del sabotaggio per sopravvivere ai tempi cui andiamo incontro». E poi «fuoco alla Olimpiadi e a chi le produce», con tanto di collegamento con quanto accaduto due anni fa quando prima dei Gioghi di Parigi vennero vandalizzate cinque infrastrutture attorno alla capitale francese. Dura la reazione del ministro dei Trasporti Matteo Salvini che promette di «inseguire e stanare questi delinquenti ovunque si nascondano».
Altra battuta d’arresto per i coniugi Moretti e per la strategia difensiva a dir poco aggressiva che stanno portando avanti da settimane. Dopo aver cercato di scaricare le responsabilità della tragedia sullo staff, sui camerieri e sull’amministrazione comunale, i proprietari de Le Constellation avevano deciso di dare battaglia anche al sito creato da Romain Jordan, avvocato di molte famiglie delle vittime. Una piattaforma per la raccolta di testimonianze e documenti considerata «pericolosa» dai due imprenditori che fino all’ultimo hanno cercato di oscurare.
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
Il Comune di Crans Montana è marcato sempre più stretto. Anche l’attuale capo del dipartimento di sicurezza pubblica entra nella lista degli indagati con la lente della Procura della Repubblica vallesana che stringe sulle responsabilità penali dell’amministrazione.
Dopo le lacrime del sindaco Nicolas Feraud che ha aspettato quasi quattro settimane prima di chiedere «scusa per non essersi scusato», la procura non solo gli nega la possibilità di costituirsi parte civile ma sottolinea che «ci sono motivi per ritenere che il comune sia venuto meno al suo dovere di far rispettare le diverse norme antincendio che gli spettavano al fine di salvaguardare la vita e l’integrità fisica dei clienti del bar Le Constellation». E così, dopo l’incendio che la notte di capodanno ha tolto la vita a 40 persone, tra cui sei italiani, e causato 116 feriti, la procura sta tirando le fila del perché dal 2020 nel locale non siano stati fatti controlli.
Il quarto indagato, che va ad aggiungersi al suo predecessore oltre che ai Moretti, è l’attuale responsabile comunale della sicurezza, Christophe Balet, un vigile del fuoco con una lunga esperienza di capo dell’antincendio. Gestisce le ispezioni degli immobili ed era stato lui lo scorso 3 gennaio a trasmettere agli inquirenti la documentazione urbanistica e amministrativa relativa a le Constellation. Al momento non si conosce il capo d’accusa ma sarà interrogato dalla procura di Sion il 6 febbraio. Tante le questioni sul tavolo. Una su tutte la disparità di trattamento tra il locale dei Moretti e gli altri locali dell’edificio in cui si trova. Nello stabile ci sono 13 appartamenti e sarebbero stati controllati tutti in modo meticoloso fino al sigillo di alcuni caminetti per irregolarità. Come mai dopo queste perizie certosine, nessuna ispezione sia invece stata fatta a pochi metri di distanza ossia nel discobar dei Moretti, è il grande punto di domanda.
Ad altri interrogativi dovrà invece rispondere il 9 febbraio l’ex responsabile della sicurezza comunale, Ken Jacquemoud. Sebbene fine a qualche giorno fa la Procura avesse dichiarato che «solo i gestori sono imputati», negli atti figura una lettera del suo legale in cui si parla di una audizione che «sarà presto eseguita». Un suo interrogatorio sarebbe stato chiesto inoltre dall’avvocato Mickael Guerra, legale di alcune famiglie delle vittime.
Mentre ieri la procura ha sentito la donna che già nel 2019 aveva girato un video in cui un cameriere del locale gridava di fare «attenzione alla schiuma», una nuova richiesta di convocazione è arrivata per i proprietari de Le Constellation, Jacques Moretti e Jessica Maric. Attualmente indagati per omicidio, incendio e lesioni colpose, sul loro conto la stampa francese ha rivelato nuove ombre. Soprattutto su Jacques che già nel 2021 si è visto tagliare la linea di credito da parte della banca francese Credit Lyonnais. Dopo tre prestiti, uno da 286 mila euro nel 2015 per l’acquisto di un appartamento a Parigi, uno da 625mila nel 2018 per una villa in Corsica e altri 200mila l’anno successivo per lavori di ristrutturazione, la banca avrebbe scoperto falle nelle garanzie e pare la presenza di documenti falsi in uno dei finanziamenti. A quel punto la decisione di avere indietro i prestiti. Viene informato il Tribunale e Jacques si trova costretto a vendere l’appartamento parigino. Per la coppia viene attuato un nuovo piano di rimborso basato sul reddito e anche qui emergono dettagli curiosi. Secondo le informazioni fornite dal quotidiano francese, Jessica Moretti avrebbe dichiarato uno stipendio mensile lordo di 13.827 euro come «dipendente del Constellation» mentre sul conto di Jacques si registra una pensione di invalidità annuale di 6.873 euro e un indennizzo della compagnia Generali di 31.241 euro all’anno. Dunque, mentre le banche francesi, allertate da una serie di segnalazioni corrono subito ai ripari, quelle svizzere mostrano nel tempo un atteggiamento molto meno prudente. Oltre a non controllare i precedenti all’estero, ma questa è la prassi, nessuna avvisaglia emerge in terra elvetica dove, secondo un’indagine di Le Temps, i Moretti disporrebbero di un patrimonio di almeno cinque milioni di franchi, di cui circa quattro finanziati da ipoteche tramite le svizzere BCV, Union de banques suisses e il Cautionnement romand.
Garantismo bancario svizzero che un po’ stride con gli stereotipi sulla precisione di cui gode lo Stato d’oltralpe. «Apprendiamo oggi che la Svizzera non è quel Paese attento alla sicurezza che molti immaginavano» ha tenuto a precisare Francesco Greco, Presidente del Consiglio Nazionale Forense . «Ovunque nel mondo la prima misura è conservare immediatamente le immagini delle telecamere. In Svizzera, invece non si è ritenuto necessario acquisire le registrazioni che documentavano l’uscita dal locale. La pressione del governo italiano è più che legittima e ben venga il pool investigativo italo-svizzero affinché i nostri magistrati e investigatori possano contribuire alle indagini indicando le corrette modalità con cui condurre accertamenti così delicati». Una richiesta di giustizia ribadita anche dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani ieri a Bruxelles, dove ha spiegato che nonostante comportamenti che hanno lasciato perplessi, tra Italia e Svizzera non vi è alcun incidente diplomatico. Intanto, mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala esclude la possibilità per di costituirsi parte civile, «non è semplice dimostrare che il Comune di Milano abbia avuto un danno diretto», dopo una serie di approfondimenti, Attilio Fontana non esclude la possibilità per la Regione Lombardia.





