Donne e bambine attirate da uomini musulmani e poi abusate. Vere e proprie grooming gangs, bande di adescatori che avrebbero sfruttato sessualmente migliaia di giovani in Inghilterra. Addirittura 250.000, rigorosamente bianche, non musulmane e alcune di soli 11 anni. Giovani sottoposte a violenza, prostituzione e persino a conversioni forzate.
Il numero scioccante è contenuto nel report The Rape Gang Inquiry di Rupert Lowe, parlamentare di Restore UK. Studio che viaggia in parallelo a quella della commissione d’inchiesta governativa che dallo scorso marzo indaga su abusi sessuali di gruppo e sfruttamento dei minori. Lavori ancora nelle fasi preliminari che tra documenti e testimonianze andranno avanti per tre anni.
Nonostante la cifra citata da Lowe sia controversa e per ora non vi siano ancora dati ufficiali, il tema è da tempo all’attenzione della politica e dei media inglesi. Se The Indipendent conteggia circa 19.000 vittime in un solo anno, nel 2025 è il «Rapporto Casey» sullo sfruttamento sessuale dei minori a fare rumore, arrivando all’attenzione anche di Elon Musk. Secondo l’inchiesta, considerata un riferimento sul tema, tra i sospettati di sfruttamento sessuale minorile di gruppo vi sarebbe un numero sproporzionato di uomini di «origine etnica asiatica», e una parte significativa di pakistani musulmani tra i condannati. A detta di Lowe, però, le stime che circolano nel dibattito inglese sarebbero al ribasso. A partire dal mezzo milione di vittime il cui copyright si deve al Barone di Rannoch durante un discorso alla Camera dei Lord nel 2019. Questo perché il fenomeno sarebbe cresciuto sotto traccia, da un lato protetto dalla paura delle istituzioni inglesi di fomentare razzismo e islamofobia, e dall’altro, contando su una sorta di corporativismo interno alla comunità musulmana, dove la lealtà tra simili viene prima di tutto. Specialmente se «minoranza in società ospitanti non musulmane».
Un’accusa che chiama in causa Tony Blair e il suo Equality Act, il multiculturalismo e punta dritta a City Hall, dove dal 2016 siede il sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano di origini pachistane. Secondo Lowe, il primo cittadino avrebbe negato per anni l’esistenza di bande dedite allo sfruttamento sessuale di minori. Non solo, avrebbe definito le testimonianze delle vittime come false e politicamente motivate. Contro Khan punta il dito anche il ministro degli Interni ombra, Chris Philp, convinto che l’insabbiamento del fenomeno sia stato portato avanti per motivi elettorali, visto che Londra ha la più grande popolazione musulmana della Gran Bretagna. Conferme del fenomeno arrivano però anche da voci indipendenti. Da un’analisi sui casi in tribunale tra il 1997 e il 2018 realizzata dal ricercatore Peter McLoughlin, emerge che l’87% degli appartenenti alle gang sarebbero musulmani.
Mentre secondo Taj Hargey, accademico presso l’Oxford Islamic Congregation e considerato un «imam liberale», la percentuale sarebbe addirittura del 95%. Dati allarmanti se si considera che i musulmani sono il 6% della popolazione. E che secondo gli analisti del report, chiamano in causa un ruolo specifico giocato dalla matrice religiosa. Il senso di superiorità verso i non musulmani nonché dell’uomo sulla donna. «Spazzatura bianca» o «infedele», sarebbero alcuni degli epiteti riportati con più frequenza dalle vittime. Molte di queste attirate con l’offerta di alcool, droga e sigarette. Portate a case delle gang e poi violentate. Un fenomeno che un’inchiesta della Bbc del 2021 avrebbe documentato anche in Pakistan. Abusi perpetrati da uomini musulmani nei confronti di ragazzine cristiane neanche dodicenni. Poi costrette a convertirsi e a sposarsi. Lo stesso copione. Motivo per cui, si legge nel report, «nonostante la questione islamica, sia profondamente scomoda per l’Occidente liberale, merita un’attenta analisi». A dir poco.
Altro che percezioni. Dopo anni in cui si favoleggiava di cittadini incapaci di leggere il reale, tra eccessi di paure e strabismi, l’ultimo rapporto di Eurispes dedicato alla devianza giovanile dimostra che ci vedono benissimo. Per lo meno una buona metà degli italiani, che a causa di baby gang e criminalità minorile, considera la propria città poco o per niente sicura.
In piena linea con i dati forniti dalle forze di polizia dai quali emerge un costante aumento dei reati commessi da giovani, in particolare se minori. Niente di cui la popolazione non si fosse già resa conto dunque, con buona pace di chi fino a ieri preferiva ricondurne le opinioni ad eccessi di allarmismo magari alimentati dai media. Più che le «rappresentazioni», nel rapporto realizzato dall’istituto di ricerca, parlano le esperienze dirette, con tre cittadini su dieci che riferiscono di minacce, insulti, furti e aggressioni fisiche. Mentre un altro terzo dice di essere a conoscenza di episodi simili che vedono coinvolti amici e conoscenti.
Sebbene vi sia una spaccatura sulla sicurezza del luogo in cui si vive, tra un 46% che ne dà un giudizio ancora positivo e un 44% che invece si considera a rischio, la convinzione che la violenza giovanile sia in aumento sembra mettere d’accordo la maggioranza della popolazione.
Una «percezione» confermata dalle segnalazioni registrate dal ministero dell’Interno. Dopo una flessione fino all’anno del Covid, dopo la pandemia il numero di arrestati e denunciati under 24 vede una crescita costante. In particolare modo nella fascia d’età 14-17, dove dai 25.000 casi del 2020 si è passati ad oltre 37.000 nel 2025. Un dato che peraltro occorre prendere per difetto visto che il 57% del campione interpellato, quindi oltre la metà, nonostante problemi legati al fenomeno delle bande giovanili dice di non aver comunque mai sporto denuncia. Preferendo andare oltre. Come sembrano aver fatto sette cittadini su dieci, che trovandosi a contatto con aree frequentate da gang giovanili, almeno una volta hanno preferito cambiare strada. Una strategia adottata con una certa frequenza da un quarto dei cittadini e in modo sistematico da poco più di uno su dieci. Quanto ai fattori giudicati scatenanti, l’85% punta il dito contro l’assenza o la distrazione della famiglia, giudicata ininfluente, segue il contesto sociale degradato, un’educazione troppo permissiva e la mancanza di autorevolezza delle istituzioni. Una grossa responsabilità l’avrebbero inoltre i social che, secondo il presidente di Eurispes Gian Maria Fara «spesso si rivelano strumenti che amplificano i comportamenti devianti, facendone modelli accattivanti, diffondendone l’esempio, disumanizzando le vittime e desensibilizzando gli autori, normalizzando condotte violente e abusanti». Una boom di devianza che Eurispes racconta come trasversale perché interessa anche i contesti apparentemente meno problematici. Motivo per cui Fara parla «devianza borghese» che si esprime con vandalismo, bullismo e comportamenti autodistruttivi. Dall’altro lato del range c’è quella che vede protagonisti gli stranieri, spesso cresciuti in contesti di marginalità, il cui ruolo nella devianza giovanile cresce negli ultimi anni. Ben 80.827 i giovani stranieri segnalati nel 2025, quasi quanto gli italiani che nello stesso anno sono stati 89.249. Una «parità» di presenza sulla scena criminale restituita anche dalla maggioranza dei soggetti interpellati dal rapporto visto che il 42% descrive le bande giovanili come formate da ragazzi italiani e stranieri insieme, a indicare una visione del fenomeno in quanto realtà eterogenea e mista. Peccato che il peso specifico degli stranieri, in proporzione, sia ben maggiore visto che sono il 10% della popolazione. E questo forse, è l’unico aspetto non ancora ben «percepito».
Cosa non si fa pur di avere una società multiculturale e inclusiva? Basta confezionare l’importazione di sacche di povertà e disagio in un fenomeno da affrontare con «approcci intersezionali», «interculturali».
Affinché «nessuno si possa sentire o percepire estraneo». Belle parole. Peccato che per il sistema Regione c’è un elemento imprescindibile. Mettere mano al portafogli e al welfare. Servizi sociali, case popolari e Naspi per la disoccupazione.
Un flop del modello accoglienza targato Emilia-Romagna raccontato dai dati contenuti nella relazione sull’attuazione della Legge regionale 5/2004 dedicata all’integrazione dei cittadini stranieri immigrati. Al di là dei toni rosei del programma «Emilia-Romagna plurale, equa ed inclusiva», dal quadro che emerge, c’è ben poco del romanticismo con cui la Regione rossa tenta di descrivere la proprie battaglie a favore delle «risorse» straniere.
Il 28,8% dei cittadini che ogni giorno si mettono in fila agli sportelli dei servizi sociali regionali sono stranieri. Con richieste che per circa il 30% servono a soddisfare bisogni primari: affitti, bollette, contributi e buoni spesa. E poi case e alloggi, in una misura almeno doppia rispetto agli italiani. Naturale conseguenza delle condizioni di generale povertà della popolazione straniera, dove il tasso di disoccupazione regionale è di almeno il 10%, contro solo il 3,3% dei cittadini italiani. Aspetto anche questo del tutto in linea con le basse scolarizzazione e qualificazione della popolazione immigrata, 579.000 cittadini in Emilia-Romagna, pari al 12,9% della popolazione. Considerando quanti lavorano, oltre il 75% si trova impegnato in mansioni operaie e senza specializzazione.
Nulla, però, che i dati di Inps e Istat non raccontassero da tempo, ammesso che si voglia leggerli senza paraocchi ideologici. Ossia che almeno un terzo degli stranieri si trova in condizioni di povertà assoluta e che la popolazione immigrata, mediamente, appartiene a quelle fasce di reddito che versano solo il 23% dell’Irpef complessiva. In poche parole, rappresenta per buona parte una fascia di cittadini non autosufficiente per le funzioni base del welfare. Realtà che l’amministrazione regionale sembra, però, non voler vedere visto che l’inseguimento «della pluralità come valore» e «dell’equità come indirizzo strategico per ridurre le disuguaglianze» non è accompagnato da una seria analisi di quanto questo modello di pluralità assistenziale impatti sui contribuenti emiliano romagnoli. Un tema che riflette l’andamento nazionale, dove l’80% del peso fiscale italiano, di fatto, si regge su un risicato 27% di cittadini, con redditi dai 29.000 euro in su tra i quali non rientra di certo la maggioranza degli stranieri.
Come se non bastasse, i dati del report raccontano anche di un altro carico per il sistema Regione, a partire dalla scuola dove gli stranieri sono il 18,9% del totale, la quota più alta d’Italia. Il 47% degli studenti stranieri delle superiori, però, è in ritardo scolastico, contro il 16% degli italiani. Per non parlare dei licei, appannaggio di solo due studenti stranieri su dieci. Altro tasto dolente è quello dei sistemi di accoglienza, che di fatto offrirebbero una sponda allo sfruttamento lavorativo. Centri Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e Sai (Sistema di accoglienza e integrazione) spesso diventano luoghi privilegiati di primo contatto e avvio allo sfruttamento. Caporalato, lavoro nero in edilizia, logistica e ristorazione.
Fenomeno che non risparmia nemmeno i giovanissimi arrivati in qualità di minori stranieri non accompagnati e che dopo l’uscita dai percorsi di tutela vengono coinvolti in contesti lavorativi «grigi» o «neri», anche per la necessità di reperire una occupazione ai fini della conversione del permesso di soggiorno e della permanenza in Italia. Martedì prossimo la IV Commissione dedicata alle Politiche per la salute e sociali dovrà decidere se confermare la legge o cambiare rotta.





