- Obiettivo: proteggere lo Stretto di Bab el Mandeb dalle tensioni regionali. Per mantenere la stabilità gli Usa puntano sull’Eritrea.
- Le missioni europee Aspides e Atalanta, che devono garantire la libera circolazione, rispondono a quartier generali diversi e non condividono i dati. E i Paesi africani continuano a diffidare delle ex potenze coloniali.
Lo speciale contiene due articoli.
In arabo significa «porta delle lacrime» perché è lungo solo 33 chilometri, due in meno di quello di Hormuz. Incuneato tra Penisola arabica e Corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb è il secondo passaggio che l’Iran minaccia di bloccare. E mentre le trattative con gli Stati Uniti procedono a singhiozzo, il piccolo Stato dell’Eritrea, 1.200 chilometri di costa africana sul Mar Rosso davanti allo Yemen, in una posizione da sempre strategica e ambita, si trova al centro dei calcoli di Ue e Washington. Lo dimostrano gli ultimi colloqui di alti funzionari su entrambe le sponde dell’Oceano atlantico con le autorità dell’ex colonia italiana. Da trent’anni sotto la guida dello stesso presidente che sopravvive a guerre, sanzioni e isolamento internazionale.
Dopo lo scoppio della crisi di Hormuz, la Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Corno d’Africa Annette Weber, i primi di aprile è volata in Eritrea per discutere della sicurezza del Mar Rosso. Una visita non di routine visto il successivo rientro a Bruxelles. Da dove il suo staff ci dice che solo in un secondo tempo volerà tra Gibuti, Etiopia e Kenya.
Non solo. Sebbene l’Ue abbia una sede diplomatica nella capitale Asmara, la Rappresentante speciale non vi faceva visita da tempo. Con il governo eritreo allergico alle ingerenze esterne e l’Europa fedele alla politica di Washington che da vent’anni colpisce il piccolo Stato africano con dure sanzioni economiche. In primis quelle del 2009 per presunte connivenze con i jihadisti somali di Al Shabab, salvo poi ammettere, ma solo nel 2018, di non aver mai avuto prove.
Rapporti incrinatisi dopo che nei primi anni Novanta l’Eritrea era partner chiave della politica antiterrorismo americana. Poi, durante la guerra del ’98 con l’Etiopia, gli Usa come avamposto nel Corno d’Africa scelgono Addis Abeba, nei cui confronti mostreranno un occhio di riguardo. A partire dal mancato rispetto degli accordi di Algeri del 2000. L’occupazione dei confini eritrei da parte dell’Etiopia, non ancora del tutto risolta, dura fino al 2018. Nel completo silenzio della comunità internazionale. Che oggi però sembra voler cambiare rotta. Stando a quanto riporta il Wall Street Journal del 23 aprile, il consigliere senior del presidente Usa per gli affari arabi e mediorientali Massad Boulos avrebbe riferito a controparti straniere che gli Stati Uniti intenderebbero iniziare il processo di revoca delle sanzioni contro l’Eritrea. Il riferimento è a quelle per crimini contro l’umanità emesse da Joe Biden nel 2022 quando l’Eritrea scende in campo contro il Tplf, Fronte popolare di liberazione del Tigray, che a fine 2000 aveva sferrato un attacco contro il governo centrale etiope e lanciato razzi anche sulla capitale eritrea, ricevendo peraltro la condanna dell’allora segretario di Stato della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo.
Al momento si tratta di rumors ma che ne scriva il Wall Street Journal, solitamente in linea con gli orientamenti della Casa Bianca, non è da sottovalutare. Complice la crisi nel Golfo, visto che una chiusura simultanea di Hormuz e Bab el Mandeb, dove scorre il 12% del commercio mondiale, bloccherebbe il 25% delle forniture globali di petrolio portando il Brent oltre la soglia psicologica dei 200 dollari. Per uscire dai Paesi del Golfo, oggi l’oro nero può contare sull’oleodotto Est Ovest che attraversa l’Arabia fino a Yanbu di fronte al Sudan, ma non basta. E per potenziare le arterie, rendendo il Mar Rosso una vera alternativa, occorre lavorare alla stabilità della regione. Tema che con i disagi alla navigazione causati dagli Huthi era sul tavolo da mesi.
Non a caso, sia Boulos che la Weber, già a settembre avevano incontrato il ministro degli Esteri eritreo Osman Saleh a margine dell’assemblea generale Onu a New York. Passi avanti verso la riparazione delle relazioni dopo due decenni di rapporti tesi. Anche perché insieme a Gibuti, l’Eritrea è l’unico Paese del Corno d’Africa attualmente in pace. Il Sudan è al quarto anno di guerra civile, la Somalia alle prese con Al Shabaab mentre l’Etiopia è attraversata da conflitti etnici, con il primo ministro Abiy Ahmed accusato di genocidio dall’etnia Amhara e costantemente sul piede di guerra pur di procurarsi un porto sul Mar Rosso. «Legalmente, se possibile, militarmente se necessario» ha detto, minacciando in particolare Eritrea e Somalia. Poi c’è l’eccezione di Gibuti che con 8 basi militari, Usa e Cina comprese, è un hub politico-militare per le grandi potenze. Storia opposta a quella della vicina Eritrea, tra i pochi Paesi africani ad aver detto no a basi militari straniere oltre che a Fmi e Banca mondiale. Un’indipendenza pagata a caro prezzo, ma che l’ha senz’altro aiutata a dialogare con tutti, dagli Usa alla Russia, dalla Cina a Israele. E che oggi, anche grazie alle sue buone relazioni con i Paesi del Red Sea Council tra cui Sudan e Somalia, è un un asset per districarsi tra i vari attori attorno a Bab el Mandeb. In un complicato intreccio di proxy war e sponsor esterni. Spesso destabilizzanti
Come nel caso degli Emirati Arabi che nella ricerca di un presidio sul Mar Rosso hanno alimentato almeno tre aree di conflitto. Innanzitutto in Etiopia dove in cambio di petrodollari e armi ne stanno sobillando le mire espansionistiche verso le coste eritree e somale. E dove negli ultimi mesi hanno allestito un campo militare a 100 km dal Sudan. Da qui hanno supportato le Rapid Support Forces (Rfs) contro il governo di Abdel Fattah al Burhan in un conflitto sanguinoso dove le divisioni interne espongono a quelle esterne. Nel caos sudanese è entrato anche l’Iran fornendo armi e droni al governo centrale, sostenuto anche dall’Arabia Saudita, nella speranza, per ora vana, di stabilire le proprie navi a Port Sudan, sul Mar Rosso. Una strategia mossa dalla competizione con gli Emirati, non a caso colpiti da più raid di Israele, che a loro volta si sono appoggiati al porto di Berbera nella regione somala del Somaliland. Anche lì giocando un ruolo destabilizzante viste le spinte autonomiste interne alla Somalia.
Flussi di armi che non hanno risparmiato lo Yemen, fino allo scorso dicembre. Quando l’Arabia Saudita bombarda un carico di armi che dagli Emirati era indirizzato al Consiglio di Transizione del Sud (Stc), un gruppo separatista che come gli Huthi è in lotta contro il governo yemenita supportato da Riad. Un’operazione che si è conclusa con il ritiro di Abu Dhabi dallo Yemen e nella quale avrebbe giocato un ruolo cruciale proprio l’Eritrea con il suo leader Isaias Afewerki. Ospite del principe Bin Salman giusto due settimane prima. «Il presidente eritreo ci ha svegliati da una lunga ibernazione», ha detto l’analista politico saudita Mohammed Al-Habbabi, «quando ci aveva avvertito che gli Emirati stanno lentamente prendendo il controllo del Mar Rosso e del Corno d’Africa».
Una mossa che Riad ha portato avanti non senza il tacito consenso di Washington con cui a novembre ha scongelato i rapporti dopo 7 anni di stallo diventando uno tra i suoi interlocutori più pragmatici. Quanto ai colloqui con l’Eritrea, un ruolo di facilitatore lo starebbe giocando anche il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che ha incontrato Boulos ad aprile e che con il leader eritreo ha ottimi rapporti. Specie da quando si sono incrinati quelli con l’Etiopia a causa della diga Gerd, la Grande diga del rinascimento etiope, che il Cairo considera una minaccia esistenziale.
Con le voci di un potenziale avvicinamento con Asmara, non sono mancati gli attacchi mediatici di chi come Michael Rubin dell’American Enterprise Institute, al posto del dialogo ha riproposto la classica politica del «cambio di regime». L’opposto di quanto promesso da Trump già lo scorso luglio in una lettera al presidente eritreo dove esprimeva la volontà «di invertire le politiche della precedente amministrazione» e «ripristinare relazioni rispettose tra Usa ed Eritrea». Sintonia ravvisabile anche nel comune atteggiamento verso Usaid accusata da Trump di agire come un’entità politica autonoma e che l’Eritrea aveva bandito già nel 2005, preferendo alle politiche assistenziali quelle ispirate al reciproco interesse nazionale. Peraltro i medesimi principi ai quali è improntato il Piano Mattei che l’Italia sta cercando di portare avanti in Africa. Difficile ora prevedere se gli Usa decideranno davvero di riaprire il dialogo con l’Eritrea ma escluderla dai giochi, forse, non serve più agli interessi occidentali.
Qui passa il 27% del greggio per la Ue. Ma a pattugliare è quasi solo l’Italia
È la prima missione europea in quelli che vengono chiamati «hot theatres», scenari caldi e ad alto rischio. Come il tratto che va dal Mar Rosso, allo Stretto di Bab el Mandeb. Per proseguire con il Golfo di Aden, Mar Arabico fino al Golfo di Oman. Migliaia di chilometri di navigazione alla cui sicurezza sta pensando l’Europa con la missione EunavFor Aspides avviata a inizio 2024 in seguito agli attacchi degli Huthi contro le navi commerciali.Lo scorso febbraio il Consiglio dell’Ue l’ha estesa per un altro anno perché con la crisi di Hormuz mantenere la sicurezza dello stretto di Bab el Mandeb per l’Europa è cruciale visto che da qui passa il 27% delle proprie importazioni di petrolio e un terzo del commercio che intrattiene con la Cina. Dentro il Mar Rosso scorrono inoltre 17 cavi da cui dipende oltre il 90% del traffico dati tra Europa ed Asia. E poi c’è il grosso tema dei danni che il blocco dei fertilizzanti sta provocando all’Africa, con impennate di fame e povertà pronte a trasformarsi in ulteriori ondate migratorie. Ad oggi però, la missione europea nelle torride acque tra Africa e Penisola arabica appare come il plastico esempio di quello che l’Europa potrebbe essere ma ancora non è. A partire dalle navi. Troppo poche. Da mandato dovrebbero essere almeno tre ma nel 2025 la media è stata di 1,9 il che significa che in alcuni momenti, a pattugliare il mare da Suez allo Yemen, c’era solo una fregata. Spesso e volentieri italiana. «Ci siamo solo noi a garantire la sicurezza del Mar Rosso» ha recentemente sottolineato il ministro degli Esteri Antonio Tajani sollecitando una maggiore partecipazione da parte degli Stati membri.Altro bicchiere mezzo vuoto lo rappresenta la missione Atalanta, istituita dall’Ue nel 2008 per reprimere gli atti di pirateria lungo il Corno d’Africa. Per Aspides potrebbe rappresentare un prezioso supporto eppure l’Ue non ha predisposto un sistema di condivisione dei dati. Per comunicare devono affidarsi alle procedure Nato. Peraltro facendo riferimento a due quartier generali diversi; in Spagna quello di Atalanta, in Grecia quello di Aspides. Che come se non bastasse, ad oggi si sono opposti a eventuali tentativi di integrazione. Una serie di criticità che danno l’idea di come nonostante l’Europa, per una volta, potrebbe essere leader in uno scenario difficile, si trova indebolita dalle divisioni interne. Come quelle sul grande tema della difesa comune, che vede gli Stati membri divergere persino su forme di cooperazione militare europea quale è Aspides. Motivo per cui l’ipotesi di portare il quartier generale delle missioni a Bruxelles, un unico coordinamento sotto la bandiera europea che ne rafforzerebbe il peso pratico e politico, ad oggi è pura utopia.A complicare il tutto ci sono poi le difficoltà sul campo. Sia Aspides che Atalanta hanno la propria base logistica a Gibuti ma la cooperazione con i Paesi della regione è ancora troppo poca. Limitata per lo più a rapporti bilaterali tramite le delegazioni Ue. E quando le navi di Aspides devono fare scalo in qualche porto lungo il percorso, dall’Egitto all’Arabia Saudita fino all’Oman, ciò avviene principalmente tramite le bandiere nazionali di riferimento. Una situazione cui il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, sta cercando di ovviare tramite la costruzione di una piattaforma di coordinamento dei vari Paesi che si affacciano sul Mar Rosso. Anche coinvolgendo organizzazioni regionali, in particolare Red Sea Council e Gcc, Consiglio di cooperazione del Golfo. Starebbe inoltre cercando di predisporre dei punti di contatto per Aspides in Eritrea, con programmi di supporto alla missione in termini di equipaggiamento generale e infrastrutture marittime. Nel tentativo poi di attivarli anche in Sudan, Somalia e Kenya. «Non è semplice poiché non tutti i Paesi desiderano un forte coinvolgimento dell’Ue» spiega alla Verità Marcel Roijen, responsabile del Seae per Gibuti, Eritrea, Igad, Sicurezza marittima e Mar Rosso. «I Paesi africani sono un po’ sospettosi di quello che facciamo, ci percepiscono ancora come una potenza coloniale e che le navi siano italiane, greche o francesi poco cambia. Del resto anche l’Europa ha le sue colpe perché non sempre è in grado di mettere da parte l’ideologia e capire le ragioni di chi ha di fronte», continua. «Confidiamo però che rendendosi conto che la nostra missione ha una funzione puramente difensiva, volta a garantire la sicurezza della navigazione, oggi più che mai interesse di tutti, la collaborazione con questi Paesi aumenti progressivamente». Ammesso che l’Europa decida di esserci davvero.
«È una violenza istituzionale che da genitore, veramente, mi fa rabbrividire. Loro scelgono l’Italia e l’Italia risponde così? Mi vergogno». Così il vicepremier Matteo Salvini ieri a Palmoli per incontrare i coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Una visita in primis per ascoltare e mettersi a disposizione, ha spiegato, perché la politica non può fare molto data la vicenda giudiziaria in corso. «Invito però tutti a mettersi la mano sulla coscienza. Certo, questa famiglia ha un modello educativo diverso da quello solito: questo è un reato? No. C’è violenza, droga, abuso? No. Quindi? Non vengono tolti i bambini che vivono nella cacca, con i genitori che rubano, se va bene, e quindi? So per certo che i bimbi, dopo cinque mesi di reclusione, stanno peggio di quanto non stessero cinque mesi fa».
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
- L’ordigno che è costato la vita ai sovversivi Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone era ideato per esplodere anche dopo l’arrivo dei soccorsi. Oggi corteo del movimento «No Kings» a Roma: ci sarà Askatasuna. Scritte minacciose alla stazione Nomentana.
- Gli attivisti di Spin Time Labs vogliono tutelare la Costituzione invadendo palazzi.
Lo speciale contiene due articoli.
Una serie di scritte di matrice anarchica comparse sui muri della stazione Nomentana di Roma alzano ancora di più la tensione in vista della manifestazione «No Kings» prevista oggi a Roma.
A denunciare l’accaduto e a diffondere le immagini sui social è stato il consigliera capitolino di Fratelli d’Italia, Mariacristina Masi. «Nessuno muore nel ricordo di chi continua a lottare. Sara e Sandrone vivono», si legge su una delle scritte, tracciata con bomboletta nera su sfondo bianco, in memoria di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici morti il 20 marzo scorso nell’esplosione del Casale del Sellaretto, nel Parco degli Acquedotti.
Altre frasi apparse sul muro recitano: «Più fasci pestati a sangue», «Chi lotta può morire, chi non lotta è già morto. Ciao Sara, ciao Sandro». La più inquietante, «l’antifascismo non è letteratura. Bomboni a Casapound e bocce alla questura», fa esplicito riferimento all’uso di bottiglie incendiarie nei confronti della polizia e a quello di materiale esplosivo nei confronti della formazione di estrema destra.
La Digos e del nucleo informativo dei carabinieri sono al lavoro da giorni sulla manifestazione prevista per oggi, nell’ambito della quale scenderà in piazza il movimento «No Kings» Italia nell’ambito della mobilitazione globale in programma nel fine settimana «Together. Contro i re e le loro guerre». Gli organizzatori hanno previsto e comunicato alla questura l’arrivo di 15.000 persone, ma il timore è che la vittoria del No al referendum sulla giustizia fascia crescere vertiginosamente la cifra. La partenza del corteo è prevista alle 14 da piazza della Repubblica e raggiungerà piazza San Giovanni, passando per via Luigi Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, piazza dell’Esquilino, via Liberiana, piazza Santa Maria Maggiore, via Merulana.
La data del 28 marzo era nota da tempo alle forze dell’ordine ed era stata scelta dagli attivisti di Askatasuna nell’ambito di una serie di mobilitazioni avviate dopo lo sgombero, che risale al 18 dicembre scorso, e da subito era stato considerato un appuntamento delicato sul fronte della sicurezza, anche in virtù degli scontri che si erano verificati nel capoluogo piemontesi dopo il blitz che ha smantellato il centro sociale. Gli investigatori temono che frange estreme possano infiltrarsi nel corteo, cercando lo scontro con le forze dell’ordine. Per questo è stato messo in piedi un monitoraggio degli arrivi da fuori regione, con controlli negli snodi principali, come stazioni di treni e pullman, ma anche ai caselli autostradali, che si sono fatti sempre più stringenti nelle ore a ridosso dell’evento.
Intanto sul fronte delle indagini sull’esplosione che ha ucciso i due anarchici nel casale abbandonato, gli elementi emersi rivelerebbero che i due stavano i due stavano realizzando due bombe diverse, da collocare vicine, che sarebbero esplose in sequenza, a qualche decina di minuti l’una dell’altra. Una sorta di trappola, con l’ordigno più piccolo che avrebbe avuto lo scopo di attirare le forze dell’ordine sul luogo dell’esplosione, per poi far scoppiare la bomba ad alto potenziale quando gli agenti sarebbero stati già nel raggio di azione. Con rischi mortali, visto che dai rilievi svolti sul posto, è emerso che l’ordigno sarebbe stato pieno di chiodi.
Una pianificazione che rende sempre più verosimile che il bersaglio fosse Il polo Tuscolano della polizia di Stato, all’interno del qual si trovano tra gli altri: la Direzione centrale della polizia di prevenzione, la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, la Direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali della polizia di Stato e la Direzione centrale anticrimine.
A separare il Casale Sellaretto dalla struttura dal centro della polizia c’è una striscia verde di parco (che confina con il retro del polo) lunga circa un chilometro, un tragitto percorribile a piedi di notte senza particolari difficoltà e al riparo da occhi indiscreti. Il Parco degli Acquedotti, infatti non è chiuso da cancelli ed è in larghissima parte privo di illuminazione. Una caratteristica che nelle ore notturne lo trasforma in una sorta di terra di nessuno.
La tecnica della doppia bomba è già stata usata in passato dalla galassia anarchica in numerose occasioni, come emerge anche dagli atti dell’inchiesta Scripta manent che aveva visto coinvolto Mercogliano (poi archiviato) e Alfredo Cospito, l’anarchico condannato per l’attentato al manager di Ansaldo energia Roberto Adinolfi e soprattutto per l’esplosione, avvenuta il 2 giugno 2006, di due ordigni piazzati davanti all’ex caserma degli allievi dei carabinieri di Fossano (Cuneo). Per quest’ultimo fatto, Cospito è stato condannato a 23 anni di reclusione. E anche in quel caso, le due bombe piazzate dagli anarchici esplosero a distanza di mezz’ora, una in un cassonetto e l’altra venti metri più in là, in un bidone dell’immondizia. Un attentato fotocopia di quello che, secondo quello che ipotizzano gli inquirenti, i due anarchici uccisi stavano pianificando a Roma.
Sfilano pure i fan delle case occupate galvanizzati per il No al referendum
Nel giorno del No a tutto non poteva mancare quello contro palazzinari e presunti «king» di Roma. E quindi anche Spin Time Lab oggi porterà nella mischia la sua bandiera in nome di occupazioni e diritto all’abitare. «Contro i re della rendita». «La vittoria del No al referendum», si legge sul profilo social, «ci dimostra che la maggioranza del Paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani».
Occupato dal 2013, sette piani nel quartiere Esquilino di Roma, l’edificio si propone come «modello di auto recupero» e «di rigenerazione urbana». Tra spazi di coworking, un auditorium dove si tengono dibattiti e spettacoli e un ex parcheggio che oggi è sede della redazione del giornale under 30 Scomodo.
Sempre mescolando l’attività sociale a quella strettamente politica, negli anni è diventato uno spazio simbolo della sinistra romana e tappa di visite illustri. Notoria quella nel 2019 da parte dell’elemosiniere papale Konrad Krajewski che intervenne a riattivare la corrente a causa di un debito non saldato di circa 300.000 euro. Nel 2021 al suo interno si svolge il primo dibattito tra candidati alle primarie del centrosinistra al Comune di Roma. Nel 2025 ospita la quinta edizione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari. Occasione in cui gli attivisti e gli occupanti di Spin Time vengono ricevuti a San Pietro da papa Leone XIV grazie all’immancabile intermediazione di don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea. Proprio la Ong fondata da Luca Casarini è presenza fissa nello stabile e non a caso ha organizzato pullman da tutta Italia per dare man forte alla manifestazione di oggi. Non mancano poi volti del piccolo e grande schermo. Da Nanni Moretti a Sabina Guzzanti che lo scorso gennaio si sono attivati per firmare un appello volto ad impedirne lo sgombero. Dopo quelli dei centri sociali Askatasuna a Torino e del Leoncavallo a Milano, per Spin Time la paura è di essere il prossimo obiettivo. Il fondo Investire Sgr, proprietario dell’immobile, rivendica lo spazio da tempo e nel 2023 puntava a riconvertirlo in un albergo in vista del Giubileo. Naufragata l’operazione, la palla è passata all’assessore comunale alla Casa, Tobia Zevi, che aveva inserito Spin Time nel Piano casa del Comune come immobile da acquisire. Trattativa anche questa che non va a buon fine. L’idea, però, era quella di fare leva sulla situazione abitativa piuttosto anomala dello stabile. Piano terra e interrato sono spazi aperti alla cittadinanza, i sette piani sopra, sono destinati a ben 400 inquilini di 25 Paesi diversi che ci vivono stabilmente.
Proprio la presenza di un numero considerevole di famiglie e minori per ora ha messo in stand by un eventuale intervento da parte della polizia e portato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a disporre un censimento degli occupanti per verificare la presenza di persone considerate fragili. Intanto, in attesa di evoluzioni, gli attivisti di Spin Time mettono le mani avanti. E galvanizzati dai risultati del referendum, oggi è un immancabile giorno «di resistenza». «La vittoria del No ci dimostra che la maggioranza del paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani», scrivono sempre sui social. E ancora. «Per noi tutelare la Costituzione significa costruire alternative solide che ci facciano guadagnare spazio respirabile nei centri urbani divorati dalla rendita e dalla speculazione, la cui strada è spianata dai manganelli e dai decreti repressivi che rendono sempre più rischiosa la resistenza». Sarà.




