Tutto bloccato, ancora una volta: le cervellotiche (per essere generosi) procedure che regolamentano l’Unione europea insabbiano anche l’importantissimo regolamento Rimpatri, che sembrava finalmente pronto a entrare in vigore dopo che Parlamento europeo e Consiglio avevano raggiunto un accordo politico provvisorio al termine del terzo trilogo, ovvero il negoziato interistituzionale informale che riunisce rappresentanti del Parlamento europeo, del Consiglio dell’Unione europea e della Commissione europea, sull’argomento.
L’accordo ha l’obiettivo di superare l’attuale direttiva sui rimpatri, che ha dimostrato tutta la sua inefficacia: oggi solo il 20% delle persone destinatarie di un provvedimento di rimpatrio lascia effettivamente il territorio dell’Unione. Il nuovo regolamento introduce quindi un sistema europeo più uniforme, rapido ed efficace per l’esecuzione dei rimpatri dei cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto a restare in Europa.
Tra le novità introdotte dal nuovo regolamento, la possibilità di effettuare rimpatri verso Paesi terzi sulla base di accordi con gli Stati membri oppure con la Ue, compresi i cosiddetti «return hubs», strutture collocate in Paesi terzi dove i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio possono essere trasferiti temporaneamente prima del completamento del ritorno verso il Paese di origine, a eccezione dei minori non accompagnati. Si tratta di uno dei dossier più importanti della legislatura in materia migratoria e di un tassello fondamentale per completare il nuovo quadro europeo su migrazione e asilo.
Tra gli altri elementi principali dell’intesa troviamo l’obbligo per i cittadini di Paesi terzi destinatari di una decisione di rimpatrio di cooperare con le autorità competenti; la possibilità di trattenimento fino a 24 mesi nei casi di mancata cooperazione, rischio di fuga o minaccia alla sicurezza; norme più rigorose per i soggetti che rappresentano un rischio per la sicurezza pubblica; un maggiore sostegno finanziario e operativo da parte dell’Ue e delle sue agenzie agli Stati membri. Molto importante anche il punto in cui si chiarisce che la sospensione del rimpatrio non è automatica in caso di ricorso, e che essa può essere concessa solo su richiesta del cittadino del Paese terzo interessato e previa valutazione dell’autorità competente, il che contribuisce a limitare gli abusi procedurali. L’accordo rafforza, inoltre, la dimensione esterna della politica migratoria europea, collegando maggiormente la cooperazione sui rimpatri e sulla riammissione agli strumenti di politica estera, visti, commercio e cooperazione con i Paesi terzi. L’introduzione della base giuridica europea per i «return hubs» conferma che l’approccio sostenuto dall’Italia negli ultimi anni sta diventando parte integrante della politica migratoria europea, basata su controllo delle frontiere, lotta ai trafficanti e rimpatri effettivi.
Tutto bene dunque? Manco per niente: ieri l’Ansa ha reso noto che i negoziatori del Parlamento europeo e del Consiglio non sono riusciti a trovare un accordo definitivo sul nuovo regolamento Rimpatri. Motivo del contendere, pensate un po’, la data di applicazione delle nuove disposizioni. La Germania ha proposto un’entrata in vigore immediata, ma con un differimento dell’applicazione di alcuni articoli; secondo i negoziatori del Parlamento, questa soluzione creerebbe un caos amministrativo per gli Stati membri e per le persone interessate. Il Consiglio ha chiesto un’entrata in vigore immediata degli articoli relativi all’emissione delle decisioni di rimpatrio e ai centri di rimpatrio, rinviando l’entrata in vigore di tutti gli altri, mentre il Parlamento non ha accettato questa proposta. Tutto rimandato a un nuovo trilogo, in programma all’inizio di giugno. Siamo di fronte, come è evidente, a uno stallo che blocca (speriamo ancora per poco) un regolamento di estrema importanza, cosa che del resto accade spesso e volentieri. Fino a quando le procedure europee saranno così farraginose, sarà impossibile prendere tempestivamente decisioni di estrema importanza per la vita di tutti i cittadini dell’Unione.
Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.
«ll modo in cui il ministro ha gestito gli attivisti della Flottilla non è in linea con i valori e le norme dello Stato di Israele»: le parole pronunciate nel primo pomeriggio da Benjamin Netanyahu sul comportamento vergognoso del suo ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, hanno il sapore amaro del cerchiobottismo.
«Israele», aggiunge infatti Netanyahu, «ha tutto il diritto di impedire alle flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza. Ho dato istruzioni alle autorità competenti di espellere i provocatori il prima possibile». Un personaggio inqualificabile, Ben-Givr, che ieri ha passato il segno anche nei confronti dell’Occidente: ha pubblicato dei video girati nel porto di Ashdod, dove sono detenuti gli attivisti della Flotilla fermati dalla marina militare israeliana, nei quali si mostra tutto contento mentre sbeffeggia i sequestrati, bendati e in manette, inginocchiati, con una persona sbattuta violentemente contro il pavimento. «Ecco come accogliamo i sostenitori del terrorismo», se la ride Ben-Gvir, «benvenuti in Israele, siamo i padroni di casa».
Nei video si vedono poliziotti mascherati che sbattono a terra gli attivisti, li costringono a mettersi a quattro zampe e li trascinano. Faccia a terra e mani legate dietro la schiena, i prigionieri urlano, mentre Ben-Gvir se la spassa e incita la polizia. Il ministro chiede poi a Netanyahu la consegna degli attivisti per metterli nelle carceri dei terroristi. Nel video appare anche Antonella Bundu, ex candidata alla presidenza della Regione Toscana, ammanettata, presa per il collo e trascinata via da alcuni agenti. Sono 29 gli italiani intercettati a bordo di imbarcazioni della Flotilla e sequestrati da Israele. Intendiamoci: ognuno può pensarla come vuole su iniziative come quella della Flotilla, ma comportamenti come quello di Ben-Gvir, uno che ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno, qualche giorno fa, con una torta con disegnato un cappio, finiscono per convincere tutti i Paesi civili, compreso quello italiano, da sempre tra i più vicini a Israele, a prendere posizioni nette.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, parla di «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele». «Le immagini del ministro israeliano Ben-Gvir», dichiarano il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani, «sono inaccettabili. È inammissibile che questi manifestanti, fra cui molti cittadini italiani, vengano sottoposti a questo trattamento lesivo della dignità della persona. Il governo italiano sta immediatamente compiendo, ai più alti livelli istituzionali, tutti i passi necessari per ottenere la liberazione immediata dei cittadini italiani coinvolti. L’Italia pretende inoltre le scuse per il trattamento riservato a questi manifestanti e per il totale disprezzo dimostrato nei confronti delle esplicite richieste del governo italiano. Per questi motivi», aggiungono la Meloni e Tajani, «il ministero degli Affari esteri convocherà immediatamente l’ambasciatore israeliano per chiedere chiarimenti formali su quanto accaduto». L’ambasciatore israeliano Jonathan Peled viene ricevuto ieri sera alla Farnesina dal segretario generale Riccardo Guarigli. Ci saranno conseguenze? «Adesso vediamo quello che succede» spiega Tajani, «facciamo concludere la vicenda e poi vedremo col governo quali decisioni adottare. Ci sono diverse opzioni, studieremo quella più proporzionata ed efficace». In serata la Farnesina fa sapere che «il governo italiano si riserva di valutare le iniziative politiche più opportune da prendere anche in sede europea».
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, si rivolge direttamente a Ben-Gvir: «Noi ci vantiamo di altro», sottolinea Crosetto, «ministro. Ci vantiamo di aver sempre trattato con rispetto i suoi connazionali e non abbiamo l’abitudine di arrestare le persone in acque internazionali ma semmai di soccorrerle se ne hanno bisogno. Non penso che con atteggiamenti di questo tipo si faccia il bene di Israele».
Il parlamentare del M5s Dario Carotenuto e il giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, tra gli ostaggi di Israele, dovrebbero rientrare in Italia stamattina. Gli altri prigionieri sarebbero stati trasferiti ieri sera nella prigione di Ktziot nel deserto del Negev. Tutti dovrebbero essere espulsi nel giro di 24 ore. All’attacco il M5s: «Le parole di condanna pronunciate da Meloni, Tajani e Crosetto circa il trattamento brutale delle attiviste e degli attivisti della Sumud Flotilla», sottolineano i parlamentari Alessandra Maiorino, Marco Croatti, Stefania Ascari e Arnaldo Lomuti al termine di un presidio di protesta davanti a Montecitorio, «sono una indegna fiera dell’ipocrisia. Ricordiamo vividamente come schernivano e prendevano in giro la precedente missione della Flotilla, al punto da costringere gli attivisti a rientrare a spese proprie, poi coperte dalla Turchia, con grande umiliazione dell’Italia».





