Dimmi La Verità | Santomartino: «Il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina»
Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
Ecce Beppe: «Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo», scrive Grillo in un post pubblicato sulla sua pagina Facebook e sul blog la sera del 31 dicembre. La citazione da Ecce Homo di Friedrich Nietzsche è praticamente letterale: «Anche per me», scrive il filosofo di Rocken nell’opera realizzata a Torino nel 1888, «non è ancora venuto il tempo. Ci sono uomini che nascono postumi».
Il post di Grillo è, in un certo senso, assai nietzschiano, quanto meno nichilista, politicamente una fotografia della politica attuale, con un accenno di grande sofferenza per la condanna del figlio Ciro e la constatazione amara che la sua creatura, quel M5s che nacque per scardinare il sistema della partitocrazia, si è fatto a sua volta sistema, ne ha assunto tutte le caratteristiche più odiose, dai privilegi della casta alla spartizione delle poltrone. «In questo momento dell’anno», scrive Beppe Grillo, «tutti fanno finta di tirare una riga, una riga immaginaria come quelle che si tracciano sulla sabbia con un dito, sapendo benissimo che basta un’onda per cancellarla. Io questa riga non la vedo, vedo invece un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi. Vedo un Paese che si è abituato a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio».
Beppe ricorda con malinconia i tempi in cui, insieme a Gianroberto Casaleggio, si ritrovò l’Italia in pugno con i suoi «vaffa» e il famoso «uno vale uno»: «Ho parlato tanto», continua Grillo, «ho urlato, riso e insistito. Ho detto cose scomode quando era sconveniente dirle e cose impopolari quando forse conveniva starsene zitti, ma poi sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore. Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite. La mia immagine si rispecchia e posso vederla senza sapere dove ho gli occhi. Sembra un sogno ma dare ai sogni il loro giusto posto sarà la sfida degli anni a venire. Questo è stato un anno di sottrazione», aggiunge, «che ha tolto più di quanto abbia dato. Ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare; non c’è più neanche il senso del pudore, che una volta almeno ti costringeva ad abbassare gli occhi, oggi si guarda dritto in camera e si mente senza battere ciglio. E poi c’è la giustizia, quella parola «solenne» agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava».
E la politica? «E la politica», sottolinea ancora Grillo, «continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi». Una stoccata, l’ennesima, alla generazione di politici che all’ombra di Grillo si sono assicurati il loro posto al sole, e che poi hanno tradito, accoltellato politicamente alla schiena chi li aveva creati, pur di starsene comodi sulle poltrone vellutate delle istituzioni.
«Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo. Resto qui, a guardare e a pensare. In silenzio», conclude Grillo, “perché è la forma più elevata di presenza».
In quelle stesse ore Roberto Fico, che di Beppe Grillo era uno dei fedelissimi, forse il prediletto, varava la giunta regionale della Campania, Regione della quale è diventato presidente contraddicendo tutti, ma proprio tutti, i principi sui quali si era fondato il M5s, movimento grazie al quale era diventato presidente della Camera. Il 3 dicembre 2024, in un video, Grillo aveva amaramente preso in giro proprio Fico, chiamandolo «Robertino c’aggia fa»: «Io ti appoggio il candidato Pd in Liguria e in Emilia-Romagna e tu mi appoggi il caggia fa con l’autobus e la scorta in Campania», aveva profetizzato Grillo, anticipando tra l’altro di un anno l’argomento principe della campagna elettorale (fallimentare) del centrodestra in Campania, tutta basata sulla barca e sulla scorta del successore di Vincenzo De Luca e sulla contraddizione con quella foto di Fico mentre andava in autobus a presiedere la Camera dei deputati.
Una giunta, quella varata l’ultimo giorno dell’anno da Fico, nella quale hanno trovato posto tra gli altri i signori delle tessere del Pd (il vice di Fico è Mario Casillo, vero e proprio principe della preferenza organizzata), insieme al vice di De Luca, Fulvio Buonavitacola, agli assessori indicati da Clemente Mastella e Matteo Renzi. Una giunta frutto della più rigorosa logica spartitoria, l’esatto contrario di quella che fu la mentalità del M5s prima che Giuseppe Conte trasformasse il movimento in un vero e proprio partito e estromettesse il fondatore.
C’è chi dice che per avere Fico dalla sua parte, al momento della rottura definitiva, Conte gli promise la presidenza della Campania. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca, stavolta quasi certamente.
La polemica più aspra delle ultime ore del 2025 vede come protagonisti il leader di Azione Carlo Calenda e il conduttore di Piazzapulita, programma di La7, Corrado Formigli. Un botta e risposta tramite social che, almeno a quanto affermato dai protagonisti, potrebbe avere uno strascico in tribunale.
Veniamo ai fatti: il 30 dicembre Calenda, ospite del podcast di Ivan Grieco, sgancia la bomba, descrivendo i contatti tra il suo staff e quello di Formigli per un’ospitata in trasmissione: «Gli autori di Formigli», racconta Calenda, «dicono ai miei: “Ma ci garantisce che attacca Giorgia Meloni sulla legge di bilancio?”. E loro gli rispondono: “Ti garantiamo che dice ciò che pensa sulla legge di bilancio”. Quindi la risposta: “No, allora non viene sulla legge di bilancio, ma viene a fare un confronto con Jeffrey Sachs”. A me non è mai capitato in una trasmissione televisiva che mi dicessero: prima mi deve garantire che attaccherà la Meloni. Non è mica normale, non è una cosa democratica».
A stretto giro arriva la risposta di Formigli: «Mentire per un politico ed ex ministro è una cosa seria», scrive sui social il giornalista, «altrove ci si dimette. E con questo credo che sul senatore Calenda sia tutto. La prossima volta, se accetterà di rinunciare all’immunità, ci vediamo in tribunale». Poi Formigli fornisce la sua versione dell’accaduto: «Sostiene il senatore che “i miei autori” prima di una puntata gli abbiano detto “ci deve garantire che attaccherà Meloni” e che la partecipazione alla parte di puntata sulla manovra economica sia saltata perché lui non avrebbe dato disponibilità ad attaccare il presidente del consiglio. Questa affermazione è falsa e diffamatoria. Gli autori di un programma», aggiunge Formigli, «quando sentono un ospite prima della puntata, chiedono a lui o, come nel caso di Calenda, al suo portavoce, che posizione abbia sui temi da dibattere al fine di comporre un parterre equilibrato e dialettico. Nel caso di specie essendo stato invitato Italo Bocchino, sostenitore della manovra, gli autori si sono sincerati su quale fosse l’opinione in merito di Calenda per evitare posizioni troppo sovrapponibili. Si tratta del normale lavoro di qualunque autore televisivo, mestiere le cui regole Calenda evidentemente ignora o finge di ignorare. Non è però consentito al senatore mentire spudoratamente per farsi pubblicità: la sua presenza al talk sulla manovra, dopo vari scambi di messaggi tra i miei autori e il suo portavoce, è stata confermata alle 10.33 di giovedì mattina».
E quindi? «Successivamente», ricostruisce ancora Formigli, «è però avvenuto un imprevisto: Monica Maggioni, invitata per un confronto col professor Jeffrey Sachs, è stata costretta a cancellare la sua presenza per ragioni strettamente personali. A quel punto, essendo rimasto Sachs senza interlocutore, abbiamo chiesto se fosse disponibile a spostarsi dal blocco sulla manovra a quello con Sachs per dibattere con lui di Ucraina e situazione internazionale. Il senatore ha accettato di buon grado. Ultima nota: il senatore Calenda sa benissimo di essere stato spostato con Sachs per via del forfait di Maggioni, eppure», conclude il conduttore de La7, «sostiene pubblicamente che la ragione siano le sue posizioni non abbastanza anti meloniane sulla manovra».
Calenda non ci sta e controreplica: «Nel disperato tentativo di buttare la palla in calcio d’angolo», scrive su X, «parli d’altro Corrado. Confermo parola per parola quando ho detto. Rinuncio volentieri all’immunità parlamentare e ci vediamo in tribunale».





