«L’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra»: è questo il passaggio-chiave del comunicato diramato ieri al termine del Consiglio supremo di Difesa, convocato al Quirinale dal capo dello Stato, Sergio Mattarella. Alla riunione hanno partecipato il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, quello della Difesa, Guido Crosetto, quello dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso; il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano.
«Il Consiglio supremo di Difesa», esordisce il comunicato ufficiale diffuso al termine della riunione, «ha analizzato lo scenario di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione del vicino medio Oriente e nell’area del Mediterraneo. Il Consiglio ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale, anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni». Una bella botta a Donald Trump e Benjamin Netanyahu, e non sarà l’unica.
«Il Consiglio», si legge ancora nel comunicato, «nel pieno rispetto dell’articolo 11 della Costituzione, esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali. Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della strage della scuola di Minab, sono sempre inaccettabili. Il Consiglio sottolinea come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche. Per l’insieme di queste ragioni l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito il presidente del Consiglio in Parlamento».
Parole chiare: da una parte la condanna dell’attacco americano alla scuola di Minab, dall’altro quello alla reazione dell’Iran contro i Paesi del golfo e in ultimo, ma non certo per importanza, il serio pericolo che la guerra spalanchi le porte a una recrudescenza del terrorismo islamico. E arriva un’altra bella legnata a Netanyahu: «Il Consiglio», si legge ancora, «ha preso in esame con particolare attenzione anche la situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut. Il Consiglio», si legge ancora, «ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione numero 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di Unifil, attualmente a guida italiana».
E le basi? «Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione», si legge a questo proposito, «il Parlamento si è già espresso sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico. Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento».
Equilibrio e rispetto del diritto internazionale, apprende La Verità da fonti qualificate, sono state le parole d’ordine del Consiglio supremo, che ha espresso anche la condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil in Iraq. Mentre il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, ha espresso «Profondo cordoglio per la scomparsa dei sei militari statunitensi che hanno perso la vita nel tragico incidente che ha coinvolto il loro velivolo militare in Iraq».
Dopo alcune ore, altro vertice a Palazzo Chigi, sempre presieduto dalla Meloni, riguardante la nave Lbg Arctic Metagaz, battente bandiera russa, che trasporta consistenti quantitativi di gas, olio pesante e gasolio e che da alcuni giorni si trova alla deriva, senza equipaggio, nel Mar Mediterraneo. «Premesso che l’imbarcazione si trova attualmente all’interno della zona Sar maltese», recita una nota, «e che le autorità di Malta hanno stabilito una distanza di sicurezza minima di 5 miglia nautiche, il governo italiano ha assicurato all’esecutivo de La Valletta la condivisione del monitoraggio avviato fin dal primo momento. L’Italia ha inoltre confermato la propria disponibilità a svolgere attività di supporto».
Infine, in relazione a un articolo del Financial Times, la Farnesina e Palazzo Chigi smentiscono che vi sia in corso alcun negoziato riservato per garantire il passaggio ad Hormuz. Sede del governo e ministero degli Esteri confermano che, nei loro contatti diplomatici, i leader italiani vogliono favorire le condizioni per una de escalation militare generale, ma non esiste alcun «negoziato sottobanco» che punti a preservare soltanto alcuni mercantili rispetto ad altri. In serata, Giorgia Meloni ha ribadito: «L’Italia, al fianco dei partner internazionali, inclusi i Paesi del Golfo maggiormente colpiti, resta fermamente impegnata nel promuovere un allentamento della tensione».
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«Wilma, dammi la clava!»: il leggendario grido di Fred Flintstone alla moglie, tormentone del cartone animato ambientato nell’età della pietra che spopolò tra gli anni Sessanta e Ottanta, risuona nella mente di chi segue in queste ore il dibattito politico italiano. Parliamo della proposta di Giorgia Meloni di aprire un tavolo di confronto con le opposizioni sulla guerra in Iran, del «no» poi diventato «ni» di Elly Schlein, che l’altro ieri sera, alla Camera, ha risposto alla Meloni chiedendole di «posare la clava».
Ieri mattina, il premier, in un lungo comunicato, è tornato sull’argomento: «Mi corre l’obbligo di rispondere alle dichiarazioni del segretario del Pd, relativamente all’appello all’unità che ho rivolto , in aula, alle opposizioni. Il mio è stato un appello sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. I toni che ho utilizzato nella replica, invece, sono rimasti rispettosi. Nessuna clava, nessuna mancanza di rispetto, nessun insulto. Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi», aggiunge Meloni, «lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido. Se l’opposizione ha cambiato idea, lo dica chiaramente».
Passano pochi minuti e Schlein controreplica: «La Meloni», dice la leader dem a Sky Tg24, «sta facendo tutto da sola. Lo abbiamo detto ieri: noi ci siamo come ci siamo sempre stati. Ora deve posare la clava». Ancora con questa clava: questi trucchetti retorici (l’avrà partorito quel volpone dello spin della Schlein, Flavio Alivernini?) dopo un po’ stufano. Tocca dar ragione a Carlo Calenda, che raccoglie l’invito al tavolo di confronto ma, esasperato, sbotta: «Io penso che questa apertura sia tardiva», commenta il leader di Azione, «ma va colta. Se invece inizia il battibecco tra Meloni e Schlein in cui una dice: “No, perché la clava l’hai usata tu”, “No, la clava l’hai usata tu”, io direi la clava e la fava. Il mondo sta saltando per aria per mano di tre pazzi, Vladimir Putin, Donald Trump e Benjamin Netanyahu: non possiamo non avere mai un momento di unità nazionale».
Dopodiché Schlein, sempre a proposito dell’invito al dialogo, la mette sul «chi chiama chi», altro elemento di fondamentale rilevanza nelle ore in cui il mondo intero trema per le conseguenze della guerra scatenata da Usa e Israele in Iran: «L’abbiamo già detto che siamo disponibili», sottolinea Elly, «il mio numero ce l’ha, io l’ho chiamata diverse volte quando serviva. A giugno, quando ci fu il primo attacco, fu io a chiamarla». Non si capisce a cosa servirebbe una telefonata dopo che la Meloni ha rivolto il suo invito prima in Parlamento e poi attraverso un comunicato ufficiale, ma gli addetti ai lavori sanno bene che l’ego della Schlein quando riceve una telefonata da Palazzo Chigi si gonfia a dismisura. E così, nel pomeriggio, annuncia tutta contenta: «Mi ha telefonato il presidente Meloni, siamo rimaste d’accordo che ci aggiorneremo per le vie brevi ogni volta che fosse necessario in una situazione, quella che riguarda il conflitto in Medio Oriente, molto preoccupante anche in riferimento all’attacco che c'è stato alla nostra base a Erbil». Niente tavolo, niente confronto, addio alla clava e tanti saluti agli alleati di centrosinistra: la Schlein, pregustando altre telefonate di Giorgia, si scioglie in un brodo di giuggiole.
Ma Elly nell’intervista a Sky va oltre: «Giorgia Meloni», evidenzia la leader del Pd, «non riesce mai a dire di no a Trump. Quindi noi chiediamo un governo che dica da subito, come ha fatto la Spagna, che oltre gli accordi già in vigore che nessuno mette in discussione, non ci sarebbe un’autorizzazione per supportare questi attacchi militari illegali». Elly evidentemente dimentica o finge di dimenticare che in realtà la Spagna del nuovo idolo della sinistra internazionale, Pedro Sánchez, sull’utilizzo delle basi americane sul proprio territorio si sta comportando esattamente come tutti gli altri alleati europei, ovvero che le stesse basi continuano a essere utilizzate dai militari statunitensi in base agli accordi bilaterali sussistenti. Sánchez si sta giocando (bene) una partita esclusivamente propagandistica perché in estrema difficoltà sul fronte interno, e in questo senso un aiuto glielo fornisce inconsapevolmente proprio The Donald, attaccandolo e irrobustendo la sua immagine di unico hombre vertical europeo. «Invece di dire a Trump di fermarsi», riflette ancora la Schlein, vogliamo diventare dipendenti dal gas degli Usa invece che da quello della Russia». Altra affermazione puramente demagogica: al di là del fatto che lo stesso Sánchezcontinua ad acquistare Gnl sia dalla Russia che dall’America, Elly dimentica un’indimenticabile affermazione di Mario Draghi, che nell’aprile 2022, a guerra in Ucraina iniziata, proclamò: «Se ci propongono l’embargo sul gas e se l’Unione europea è uniforme su questo, noi saremo ben contenti di seguire, qualunque sia lo strumento che considereremo più importante, più efficace, per permettere una pace. Questo è quello che vogliamo. Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Di fronte a queste due cose cosa preferiamo? La pace, oppure star tranquilli col termosifone acceso, anzi ormai l’aria condizionata accesa tutta l’estate? Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?». Draghi era all’epoca presidente del Consiglio di un governo sostenuto anche (e soprattutto) dal Pd, con Fdi unico partito di opposizione. Chi sa se Elly se lo ricorda. In caso contrario, la Meloni potrebbe mandarle un Whatsapp.





