Giancarlo Giorgetti non sa più come dirlo: in un momento di crisi come quello che sta attraversando praticamente l’intero pianeta, con la guerra di Usa e Israele contro l’Iran, con la conseguenza del blocco dello Stretto di Hormuz, che sta già facendo sentire i suoi effetti sui prezzi del carburante e quindi della vita soprattutto in Europa, occorre cambiare registro e liberarsi dai lacci delle regole della Ue, o almeno renderle flessibili, adeguarle alla situazione attuale.
Il ministro dell’Economia lo ha ripetuto anche ieri, alla cerimonia per il giuramento degli allievi ufficiali dell’Accademia della Guardia di finanza di Bergamo: «Viviamo in un’epoca complessa», ha sottolineato Giorgetti, «segnata da tensioni geopolitiche, guerre commerciali, conflitti bellici, transizioni energetiche, trasformazioni tecnologiche e instabilità finanziarie. Tutti fattori che incidono profondamente sugli equilibri economici, sociali e sulla sicurezza finanziaria dei Paesi. La storia economica ci mostra innanzitutto i meccanismi di lungo periodo. Fenomeni come la globalizzazione, le guerre commerciali e le disuguagliane non nascono oggi. Hanno radici profonde. Le dinamiche osservate ad esempio durante la grande depressione del ‘29», ha aggiunto il ministro dell’Economia, «o dopo la seconda guerra mondiale, così come quelle seguite allo shock petrolifero del 1973, alla crisi finanziaria del 2008 o dei debiti sovrani del 2010, aiutano a comprendere come gli Stati reagiscono a shock sistemici, quali politiche funzionano e quali rischiano invece di aggravare la crisi». L’ha presa alla lontana, Giorgetti, citando tra l’altro esempi estremamente significativi, per poi arrivare al punto: «La storia economica ci insegna anche a cogliere le connessioni tra crisi economiche e trasformazioni sociali del passato», ha argomentato, «che hanno spesso generato cambiamenti profondi, in alcuni casi offrendo opportunità per realizzare importanti riforme in campo sociale ed economico, ma nei casi peggiori hanno generato anche instabilità politica e conflitti. La consapevolezza che oggi le regole globali, dal commercio alla finanza alla governance possono cambiare in un contesto segnato da forte incertezza, richiede prudenza e senso di responsabilità ma deve anche necessariamente aprire spazio a soluzioni innovative e realistiche, senza preconcetti o ideologie fini a se stesse». Si potrebbe sintetizzare: «Cari amici della Commissione Ue, non so più come dirvelo: se restiamo legati alle regole ordinarie in tempi straordinari, come la storia insegna, siamo morti».
Ma a Bruxelles continuano a non voler ascoltare, anzi peggio: come abbiamo scritto ieri, sembrano pure prenderci in giro, giocherellando coi decimali. Il rapporto deficit/Pil 2025, certificato dall’Istat, è al 3,1%, e l’Italia quindi resta sotto procedura di infrazione, per uno 0,1%. Ma attraverso la Stampa, il Commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha giocato a fare la parte del misericordioso, sottolineando che a settembre, se i dati cambiassero, la Commissione potrebbe rivedere le sue decisioni. «Teoricamente è possibile», ha detto Dombrovskis, «potrebbero esserci alcune rivalutazioni dei dati in autunno, alla luce dei numeri definitivi del Superbonus. E quindi potrebbero esserci degli sviluppi». Un modo come un altro per frenare, anzi bloccare, qualsiasi ipotesi di uno scostamento di bilancio da parte del governo italiano per fronteggiare la crisi energetica e dare respiro a famiglie e imprese. State buoni, ha detto in pratica Dombrovskis, che a settembre vi diamo lo zuccherino. Zuccherino amarissimo, tra l’altro, perché in ogni caso l’Italia dovrebbe poi restare al di sotto del 3% almeno fino al 2028. Tra l’altro, la Commissione non farebbe nessun «omaggio» all’Italia: come ha spiegato alla Verità la deputata di Fdi Ylenja Lucaselli, capogruppo in Commissione Bilancio e figura chiave nelle politiche economiche del partito, il rapporto deficit/Pil dell’Italia è già, di fatto, inferiore all’3,1%. L’Istat infatti arrotonda i decimali. Fino al 3,04%, diventa il 3; noi eravamo al 3,07% ed è diventato 3,1. La differenza tra 3,04 e 3,07 sono 600 milioni di euro, la esatta cifra che l’Agenzia delle Entrate ha comunicato all’Istat come ammontare di soldi bloccati per il Superbonus ma che non saranno mai erogati perché si tratta di truffe. L’Istat non ne ha tenuto conto, ma dovrà correggere la stima, e quindi a settembre torneremo al 3%. Tutto qui.
Intanto, si fa quel che si può: il Mef ha comunicato che è in corso di pubblicazione il decreto ministeriale che proroga fino al 22 maggio prossimo l’attuale taglio delle accise sui carburanti in scadenza ieri. Il taglio sarà di 20 centesimi al litro per il gasolio e di 5 centesimi al litro per la benzina.
«Un dialogo franco, tra alleati che difendono i propri interessi nazionali ma che sanno entrambi quanto sia preziosa l’unità dell’Occidente»: le parole che Giorgia Meloni ha affidato a X al termine del colloquio di ieri a Palazzo Chigi con il Segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sono state ribadite poche ore dopo, in un punto stampa a Milano: «Un incontro sicuramente proficuo, sicuramente costruttivo, sicuramente franco tra due nazioni», ha sottolineato il presidente del Consiglio, «Italia e Stati Uniti comprendono quanto sia importante il rapporto transatlantico ma anche quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. L’Italia difende i propri interessi nazionali esattamente come fanno gli Stati Uniti ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo con gli Stati Uniti».
Ciascuno difende i propri interessi nazionali: è questa la chiave per interpretare il colloquio, durato ben un’ora e mezza, tra la Meloni e Rubio. Il messaggio è chiarissimo: nel corso della discussione, insieme ai tanti punti di accordo, sono emerse anche delle criticità, si sono toccati argomenti sui quali, in questo momento, gli interessi di Roma e quelli di Washington divergono. La Meloni, a quanto apprendiamo, è stata molto diretta e chiara su almeno due temi. Il primo, la politica commerciale: la minaccia di Donald Trump di alzare i dazi per le auto prodotte in Europa al 25%, tra l’altro in un momento di crisi per l’economia, non è certamente un bel segnale nei confronti della Ue e quindi dell’Italia. Non solo: la guerra in Iran, con il blocco dello Stretto di Hormuz, sta provocando in Italia (e naturalmente non solo qui) una crisi energetica che vede schizzare alle stelle i costi non solo dei carburanti, ma anche dei tanti prodotti trasportati su gomma sui quali, alla fine della filiera, si scaricano gli aumenti, con i consumatori alle prese con spese ormai quasi insostenibili per milioni di famiglie. Gli Stati Uniti potrebbero venire incontro agli alleati su questo fronte, poiché dispongono di enormi quantità sia di petrolio che di gas liquido, magari abbassando un po’ i prezzi.
Dall’altro lato, gli Usa chiedono un maggiore impegno per la riapertura e la messa in sicurezza di Hormuz: come ben sanno i nostri lettori, l’Italia ha una flotta di dragamine di primissimo livello. Detto ciò, la Meloni ha ribadito a Rubio che senza una chiara risoluzione dell’Onu, che permetterebbe anche la partecipazione di molti altri Paesi alla missione, e soprattutto finché le ostilità saranno ancora in corso, inviare navi militari in quella zona vorrebbe dire entrare in guerra. Si è poi parlato del prossimo viaggio di Trump in Cina, e del ruolo di Pechino sullo scacchiere internazionale. Sulla questione del Venezuela, che ci interessa moltissimo in quanto la comunità italo-venezuelana è molto numerosa, Rubio ha messo al corrente la Meloni dei progressi in corso. Ampio spazio è stato dedicato alla Libia, altro Paese nel quale l’Italia gioca un ruolo fondamentale: il segretario di Stato ha sottolineato i progressi nel processo di distensione, con l’obiettivo di una riunificazione, tra Tripolitania e Cirenaica. Per quanto riguarda l’evoluzione della guerra in Iran, Rubio è stato molto prudente. Usa e Italia restano dunque sulle proprie posizioni: certamente un passo in avanti dopo gli attacchi di Donald Trump, ma poco più di questo. «Un grande incontro per rafforzare il durevole partenariato strategico tra Italia e Stati Uniti»: così Rubio ha commentato su X l’incontro con Giorgia Meloni. Poco prima, il portavoce di Rubio, Tommy Pigott, aveva diffuso una nota: «Il segretario di Stato Marco Rubio», ha scritto Pigott, «ha incontrato il primo ministro italiano Giorgia Meloni per rafforzare il solido partenariato strategico tra Stati Uniti e Italia. Il segretario Rubio ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti a una stretta collaborazione sulle priorità condivise. Sono state discusse le sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e l’importanza della continua collaborazione transatlantica per affrontare le minacce globali». «Ho ricevuto oggi con piacere», ha scritto poco dopo la Meloni su X, «il segretario di Stato americano Marco Rubio a Palazzo Chigi. Abbiamo avuto un ampio e costruttivo confronto, durante il quale abbiamo affrontato numerose questioni, dai rapporti bilaterali tra Italia e Stati Uniti fino alle principali questioni internazionali, tra cui la crisi in Medio Oriente, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, la stabilizzazione della Libia e il processo di pace in Libano e in Ucraina. Un dialogo franco, tra alleati che difendono i propri interessi nazionali ma che sanno entrambi quanto sia preziosa l’unità dell’Occidente». Prima di recarsi a Palazzo Chigi, Rubio ha incontrato alla Farnesina il suo omologo, il ministro degli esteri Antonio Tajani. «L’Italia», ha ribadito Rubio ai giornalisti, «ha messo a disposizione molte risorse per il Libano, e può dare qualcosa in più grazie alla sua expertise e alla sua presenza già sul territorio».
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