Spagna, perquisita la sede del Partito socialista. Ma Sánchez non schioda e si incolla alla poltrona
Piazza San Pietro amara per Pedro Sánchez, fino a qualche tempo fa un poco santificato pure lui, pastore principale del presepe progressista, «hombre vertical» che mostra i muscoli con Usa e Israele.
A Roma, mentre è a far visita a papa Leone, il premier spagnolo viene raggiunto da notizie che gli strappano, anche se non credente, una preghiera: il Psoe è travolto dall’ennesima inchiesta giudiziaria. A quel punto San Pedro, protettore della sinistra italiana, costretto a commentare il disastro in patria, di fronte alle richieste di elezioni anticipate, sceglie la strada del «tiriamo a campare»: «Le elezioni di un Paese», sottolinea Sánchez, «vanno convocate in ragione dell’interesse generale e non per interessi di partito, e l’interesse generale ora, con guerre in tutto il mondo e crisi che richiedono risposte efficaci ed eque è quello della stabilità. Non sto dicendo che la stabilità che abbiamo raggiunto in questi ultimi otto anni, con me alla guida del governo, in circostanze molto difficili con crisi di straordinaria complessità sia fine a sé stessa», aggiunge, «ma è chiaramente uno strumento importante per ottenere i risultati economici che stiamo registrando». A chiedere il voto anticipato non sono solo, come vedremo, le opposizioni, ma pure alcuni alleati di Sánchez, come il Partito nazionalista basco. Sumar, che è al governo con il Psoe, e Esquerra Republicana de Catalunya, che garantisce al premier l’appoggio esterno, non faranno cadere il governo fino a una eventuale accusa di finanziamento illecito del Partito socialista. I pochi deputati di Podemos, prima confluiti e poi fuoriusciti da Sumar e ora all’opposizione, sono estremamente duri sia con Sánchez che con i Popolari, ed escludono di sostenere una mozione di sfiducia di questi ultimi: «La soluzione alla corruzione del Psoe», dice, a quanto riporta La Presse, la leader Ione Belarra, «non può essere la corruzione del Pp». Rispetto a José Luis Rodriguez Zapatero, il suo predecessore di nuovo al centro della bufera giudiziaria, Sánchez conferma il suo sostegno: «Ho avuto modo di leggere l’ordinanza. Ribadisco ancora una volta», argomenta il premier spagnolo, «la mia piena collaborazione con la magistratura, il pieno rispetto della presunzione di innocenza e tutto il mio sostegno a Zapatero. Credo non ci siano motivi per cambiare questa posizione». Pieno garantismo anche nei confronti di Ana María Fuentes, responsabile amministrativa del Psoe, pure lei sotto inchiesta. «È una donna che ha gestito meticolosamente le finanze del Partito socialista», dice Sánchez, «ci sono state molte speculazioni, molte voci, su presunte irregolarità nei finanziamenti. Non minimizzo l’importanza o la gravità dell’indagine in corso, ma voglio anche chiarire che nel momento in cui emergeranno nuove informazioni riguardanti attività o condotte irregolari, il Partito Socialista agirà con decisione, come ha sempre fatto». Veniamo alle opposizioni: il presidente del Partito popolare spagnolo, Alberto Núñez Feijóo, chiede elezioni anticipate: «Non c’è altra opzione se non quella di dare immediatamente voce al popolo spagnolo», afferma Feijóo , «quante altre retate, quante altre tangenti, quante altre mazzette, quanti altri contanti in borse, quanti gioielli, quanti altri fascicoli? La Spagna sta attraversando un periodo di agonia politica», aggiunge il leader dei Popolari, come riporta l’Agi, «e un’atmosfera politica insopportabile. Chiedo ai partiti alleati del Psoe di dire basta a un governo che puzza. Sánchez, se vuole avvicinarsi al Papa, dovrebbe ricordarsi il settimo comandamento, non rubare, e l’ottavo, non dire falsa testimonianza. Non ne possiamo più, la situazione è estremamente grave». Ci va giù duretto pure il leader di Vox, Santiago Abascal: «Bisogna recuperare una Spagna decente», afferma Abascal in un video su X, «non passa neanche un’ora senza che si conoscano nuovi dettagli della mafia di Sánchez e di Zapatero. Bisogna arrestarli e processarli. Tutti coloro che ancora li stanno difendendo o giustificando da diversi incarichi nazionale e internazionali lo fanno solo perché fanno parte della stessa mafia». Sulla vicenda spagnola interviene anche Nicola Procaccini, co-presidente dei Conservatori e Riformisti europei all’Europarlamento ed eurodeputato di Fratelli d’Italia: «Anche il nuovo idolo di Pd, Avs e M5s Sánchez», scrive Procaccini su X, «è rincorso da accuse pesantissime di corruzione che coinvolgono la moglie e mezzo partito. Se questi sono i loro modelli da importare in Italia, anche no. Viva Zapatero era il titolo di un film realizzato dalla Guzzanti, quando a sinistra italiana idolatrava l’allora premier spagnolo. Oggi beccato con milioni di euro in gioielli mentre, secondo la stampa iberica, stava per scappare in Venezuela». Intanto, il senato spagnolo, dove il Partito popolare ha la maggioranza, ieri ha approvato una mozione di «riprovazione» contro il governo Sánchez per i casi di corruzione che stanno travolgendo il Psoe, promossa dallo stesso Pp. Il testo ha ricevuto 146 voti a favore, (Pp e Vox), 99 contrari (Psoe, Erc, Eh Bildu e Compromis, i partiti di maggioranza) e 13 astenuti: i nazionalisti baschi del Pnv, quelli catalani di Junts per Catalunya, i senatori di Coalición Canaria e altri gruppi. Il senato, in Spagna, è una «Camera di rappresentanza territoriale», che ha la funzione di garantire che le istanze delle diverse comunità autonome trovino spazio a livello nazionale.
Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
- La bozza aggiornata della legge elettorale prevede anche una soglia poco sopra al 40% per far scattare l’incremento dei seggi. Il Pd in commissione: «Se ci sono delle modifiche ce le dicano e discutiamone». Vannacci in trincea per difendere le preferenze.
- Un modello che dia stabilità al Paese eviterebbe inciuci e ricatti pure sul Quirinale.
Lo speciale contiene due articoli.
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.





