Cosa sarebbero le Olimpiadi invernali senza il ghiaccio, ovvero l’Ice? Il circo equestre della politica politicante italiana, in questi giorni, vede saltimbanchi e acrobati impegnati nella discussione intorno alla presenza in Italia, durante i Giochi, di agenti dell’Ice, l’Immigration and customs enforcement, agenzia federale americana che opera alle dipendenze del Dhs, il Dipartimento della sicurezza interna.
L’Ice, però, è a sua volta divisa in due comparti: l’Ero (Enforcement and removal operations), ovvero il ramo anti-immigrazione, protagonista di efferati crimini in Minnesota; e l’Hsi (Homeland security investigations), che si concentra su crimini internazionali e terrorismo: «Gli investigatori dell’Hsi», ha chiarito il Viminale dopo l’incontro tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e l’ambasciatore Usa in Italia, Tilman J. Fertitta, «saranno rappresentati non da personale operativo come quello impegnato nei controlli sulla migrazione in territorio Usa, ma da referenti esclusivamente specializzati nelle investigazioni». Del resto, ogni Paese scorta i propri atleti impegnati in competizioni internazionali affidandosi ai propri servizi antiterrorismo: lo fa Israele col Mossad, l’ha fatto la Russia con il Kgb, e così via.
Pochi giorni fa, a Milano, hanno sfilato a bordo di una colonna di 12 jeep, quattro blindati e pure tre motoslitte circa 100 agenti della polizia del Qatar. Ma l’occasione per fare polemica, sull’onda emotiva delle agghiaccianti immagini di Minneapolis, è ghiotta, e allora via con la rumba: «Gli agenti Ice», dice il leader di Azione, Carlo Calenda, «sono le SS, nel senso che sono dei delinquenti, assassini, privi di training sufficiente per svolgere un lavoro delicatissimo. Non li vorrei vedere sul suolo italiano. E siccome siamo un Paese dove c’è un governo fortemente sovranista che tiene alla dignità nazionale, si faccia lo sforzo, per una volta, di dire no a Trump, secondo me può essere che scoprano un mondo nuovo».
«Condanniamo l’incapacità del governo», dichiarano i parlamentari lombardi del M5s, i senatori Elena Sironi e Bruno Marton, e i deputati Valentina Barzotti e Antonio Ferrara, «di chiedere a Washington di inviare altre agenzie federali, che negli Usa non mancano, per ovvie ragioni di sicurezza, dato che la presenza dell’Ice, seppur simbolica, rischia di scatenare proteste e possibili disordini». «Non sono i benvenuti», sottolinea il segretario del Pd Elly Schlein, «lo ha detto benissimo il sindaco di Milano Sala. È una milizia armata che sta uccidendo a sangue freddo cittadini Usa per strada. Sosteniamo le manifestazioni che chiedono di levare l’Ice dalle strade. Se per Piantedosi non è un problema, per noi è un problema». «Non c’è spazio in Italia», dice il sindaco di Firenze Sara Funaro, «per chi calpesta i diritti umani. Non si può restare in silenzio di fronte all’arrivo di un corpo militare aggressivo come l’Ice». Non poteva farsi scappare l’occasione di un bel flash mob davanti all’ambasciata americana il segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «I Giochi di Milano-Cortina», sentenzia, «non possono essere la passerella delle squadracce di Trump». «È auspicabile», ha commentato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Giuseppe Baturi, «che la garanzia dell’ordine pubblico nel nostro Paese sia affidata alle forze italiane». «Ho letto la notizia», commenta il Segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin, «so che c’è una polemica al riguardo. Non vogliamo entrarci». Un barlume di razionalità arriva dal portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi: «Si sta facendo propaganda politica becera», dice Nevi ad Agorà, su Rai Tre, «che sfrutta degli eventi accaduti negli Stati Uniti per fare caciara in Italia, sfruttando il dramma di Minneapolis a fini politici. L’Ice non verrà in Italia per le Olimpiadi, verranno agenti dell’intelligence che non c’entrano niente con quelli dell’anti immigrazione di Minneapolis, aspetto questo chiarito benissimo dal ministro Piantedosi».
Come spesso capita, la farsa è in agguato. In Aula, rispondendo al senatore di Iv Ivan Scalfarotto, il presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, Alberto Balboni (Fdi), ha dichiarato: «Il collega Scalfarotto si chiedeva da chi saranno protetti gli sportivi dell’Iran. Basta fare una ricerca su Internet e lo scopre: dai Pasdaran», ha detto Balboni, «cioè da coloro che hanno massacrato 30.000 giovani in Iran, di questo non vi scandalizzate». L’ambasciata iraniana in Italia ha smentito su X, auspicando che «prima di qualsiasi analisi o presa di posizione politica, venga verificata la veridicità delle notizie».
«Ho citato semplicemente una cosa che ho letto su fonti aperte», ha chiarito ieri Balboni all’Adnkronos, «in cui si dice che il compito di scortare gli atleti iraniani è sempre stato svolto dai Pasdaran, ma certo non mi riferivo direttamente a queste Olimpiadi». Ma il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, si è perso qualche passaggio: «Giorgia Meloni», è stato il monito di Bonelli, «neghi l’ingresso in Italia all’Ice e ai Pasdaran. L’Italia non può diventare il terreno di conquista di milizie straniere, tagliagole e assassini. Non li vogliamo». Infatti, non ci saranno. A Bonelli la prima medaglia d’oro delle Olimpiadi: quella della distrazione.
- L’ira delle opposizioni per la scomparsa della parola «consenso» nella norma è insensata. L’onere della prova non ricade comunque sulla vittima, ma sempre sull’accusa. Piuttosto, il concetto di «freezing» è da rivedere.
- Via libera dalla commissione al Senato alle modifiche redatte dalla Bongiorno (Lega) Sanzioni alzate, però la sinistra delira. Di Biase (Pd): «Espressione del patriarcato».
Lo speciale contiene due articoli.
Di Pietro Dubolino, Presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione.
Proviamo ad esaminare con un po’ di pacatezza il disegno di legge sulla violenza sessuale nella nuova formulazione proposta dalla senatrice Giulia Bongiorno, della Lega, alla Commissione giustizia del Senato, di cui è presidente. Essa si differenzia, rispetto al testo approvato dalla Camera, soprattutto per la previsione che il reato sussiste quando l’atto sessuale sia compiuto «contro la volontà» della persona coinvolta e non più «in assenza del consenso» della medesima. Su questa modifica si è scatenata l’ira funesta di tutti i gruppi di opposizione, secondo i quali, per effetto di essa, la vittima dello stupro sarebbe indebitamente gravata dell’onere di dare la prova del proprio dissenso. Il che, però, è tecnicamente del tutto sbagliato, per la semplice ragione che nel processo penale l’onere della prova grava sempre e comunque soltanto sull’organo dell’accusa, che è il pubblico ministero, e non mai sulla presunta vittima del reato, la quale è tenuta soltanto a raccontare come sono andati i fatti dei quali lei stessa o altri hanno portato a conoscenza l’autorità giudiziaria. Tenendo presente questo elementare principio, non dovrebbe essere difficile, quindi, rendersi conto che tra la previsione, come elemento costitutivo del reato, dell’«assenza di consenso» e quella dell’essere stato compiuto l’atto sessuale «contro la volontà» di chi lo ha subito non vi è alcuna sostanziale differenza. Sarà sempre, infatti, il pubblico ministero, ai fini della decisione circa il promuovimento o meno dell’azione penale, a stabilire, sulla base della descrizione dei fatti che la persona offesa, per regola generale, è comunque tenuta a fornire, se sia mancato il consenso o, indifferentemente, vi sia stato dissenso essendo, nell’uno e nell’altro caso, comunque configurabile il reato.
Altre sono invece le critiche che, alla nuova più ancora che alla vecchia formulazione del ddl in questione, possono essere avanzate. La prima di esse attiene al fatto che, prevedendosi come aggravante l’impiego di violenza o minaccia e l’abuso d’autorità o dell’inferiorità fisica o psichica della persona offesa, si lascia chiaramente intendere che il reato, nell’ipotesi base, potrebbe configurarsi anche quando la persona offesa, in assenza di alcuna delle dette condizioni, abbia manifestato solo a parole la propria contrarietà, assumendo però, nel contempo, un atteggiamento di totale acquiescenza al compimento dell’atto sessuale; atteggiamento che, in quanto non determinato da costrizioni o indebiti condizionamenti, non potrebbe che essere considerato come espressione di un libero e tacito consenso. E c’è allora da chiedersi perché mai questo non dovrebbe prevalere - con conseguente esclusione del reato - su di un dissenso che, in quanto puramente verbale e contraddetto dai fatti, ben potrebbe essere (o, comunque apparire) non rispondente alla reale volontà del soggetto. Proprio per dare risposta a tale interrogativo potrebbe pensarsi che sia stata inserita nella nuova formulazione del ddl la previsione secondo cui «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso».
Si tratta, però, di una previsione che appare, al tempo stesso, generica e pleonastica. Generica perché non indica alcun criterio sulla base del quale la valutazione in questione debba essere condotta. Pleonastica perché si tratta di una valutazione sempre e comunque necessaria ogni qual volta l’atteggiamento psicologico della presunta vittima di un qualsiasi reato doloso assuma rilievo ai fini della configurabilità del medesimo. E, d’altra parte, a conferma del fatto che solo dal comportamento materiale liberamente posto in essere dalla presunta vittima possa desumersi se essa sia stata consenziente o dissenziente, vale anche l’esempio offerto dalla legislazione spagnola, spesso evocata a modello dai movimenti femministi, in quanto ispirata al principio del consenso, espresso nella formula che «solo il sì è sì». Nonostante tale principio, infatti, si afferma nell’art. 178 del codice penale spagnolo che il consenso dev’essere riconosciuto sulla sola base di «atti» - e non di parole - che «tenendo conto delle circostanze del caso, esprimono chiaramente la volontà della persona».
Altro motivo di critica appare poi quello concernente l’ulteriore previsione secondo cui «l’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Se con tale previsione si intendesse solo riferirsi a una rapida e comunque inaccettabile molestia posta in essere da soggetti presi da «raptus» improvvisi a fronte di bellezze femminili, poco male. Condotte di tal genere, infatti, secondo una consolidata - anche se discutibile - interpretazione giurisprudenziale, sono già oggi, in base alla norma vigente, da qualificarsi come reato di violenza sessuale. Quel che preoccupa, però, è che, secondo quanto dichiarato proprio dalla Bongiorno in un’intervista comparsa sul Corriere della sera del 23 gennaio scorso, con la previsione in questione si sarebbe invece inteso introdurre la fattispecie del «freezing», che si avrebbe - si afferma in detta intervista - «quando la donna non manifesta la sua volontà perché congelata dalla paura». Ora, i casi sono due. O la paura è stata indotta dall’uomo mediante violenza, minaccia o abuso d’autorità, e allora basterebbe questo a rendere configurabile il reato, addirittura nella sua forma aggravata, senza alcuna necessità di apposita previsione. Oppure all’insorgere della paura nella psiche della donna è del tutto estranea la condotta posta in essere dall’uomo, e allora non si vede come e perché l’atto sessuale da lui compiuto con un soggetto comunque consenziente possa dar luogo a responsabilità penale, posto che la paura non può neppure essere considerata, di per sé, assimilabile, quando non derivi da cause patologiche, ad una condizione di «inferiorità fisica o psichica».
In conclusione vien fatto di chiedersi, a questo punto, se non possa condividersi l’opinione di chi, come l’onorevole Valeria Valente, del Partito democratico, ha sostenuto, sia pure per ragioni opposte a quelle qui illustrate, che, a fronte della nuova proposta, meglio sarebbe lasciare intatta la vigente formulazione del reato che, nell’interpretazione giurisprudenziale - si afferma - consente già ora di ritenerlo configurabile in assenza del consenso della vittima. Più d’uno, nell’ambito del centrodestra, potrebbe essere d’accordo.
Sì al nuovo testo: pene fino a 13 anni
Novità per il disegno di legge contro la violenza sulla donne: ieri la relatrice del ddl, la presidente della Commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno della Lega, ha presentato un nuovo testo che prevede pene più alte: fino a 12 anni nel caso di atti sessuali contro volontà e fino a 13 anni in presenza di aggravanti (violenza o minaccia). Il testo base del ddl è stato approvato con 12 voti a favore e 10 contrari dalla Commissione. La polemica con le opposizioni ruota intorno al cambiamento della parola «consenso» che appariva invece nel testo approvato alla Camera. Perché questo cambiamento? «Perché loro (le opposizioni, ndr)», ha spiegato la Bongiorno, «dicevano che questo consenso quasi dovesse essere presunto, secondo me non si deve presumere, nei contesti si deve accertare. Ho voluto ancorare questo dissenso ai casi concreti, recependo la famosa convenzione di Istanbul. È molto più facile accertare la contrarietà di una volontà piuttosto che accertare un consenso che molti hanno detto: “Come lo deve esprimere? Con un modulo?”. Personalmente», ha aggiunto la Bongiorno, «io voglio mettere al centro la donna e non voglio che qualcuno pensi che noi a tutti i costi ce ne infischiamo delle loro perplessità. Il testo base è stato votato ed è stato approvato», ha aggiunto la Bongiorno, «ma è un punto di partenza. Al centro di tutto deve restare la volontà della donna». Annuncia barricate la senatrice del Pd Valeria Valente, componente della Commissione femminicidio, che ieri ha partecipato alla riunione della Commissione Giustizia: «Il suo testo straccia il patto Meloni-Schlein», ha argomentato la Valente, «perché Bongiorno ha scritto una legge che mette al centro non il consenso della donna, ma il dissenso, facendo quindi un passo indietro rispetto alla giurisprudenza attuale. L’avvocata Bongiorno lo sa benissimo. Dovendo provare il dissenso all’atto sessuale in un’aula di tribunale, una donna che ha subito stupro dovrà provare di essersi difesa, di avere reagito, di avere scalciato. Il carico sarà tutto sulle donne, che saranno rivittimizzate, più di quanto già avviene. Siamo di fronte ad un’inversione a U», ha aggiunto la Valente, «rispetto alla legge sul consenso approvata all’unanimità alla Camera, noi faremo tutto quello che potremo per evitare che il Parlamento approvi una legge sbagliata. Lo faremo accanto a tutte le associazioni femminili e femministe e le reti e i centri antiviolenza che in queste ore stanno urlando il loro no». »Il testo dell'emendamento è stato scritto da una donna ma dettato dal patriarcato», ha dichiarato invece la dem Michela Di Biase.
Al Senato i gruppi di opposizione hanno chiesto e ottenuto nuove audizioni sul disegno di legge perché il testo base adottato ieri nella riformulazione della relatrice Giulia Bongiorno «è cambiato completamente», come hanno riferito tra gli altri la senatrice dem Anna Rossomando, Ada Lopreiato del M5s e Ivan Scalfarotto di Italia viva.
Ecco #DimmiLaVerità del 28 gennaio 2026. Il deputato della Lega Fabrizio Cecchetti si schiera dalla parte del poliziotto e commenta l'emergenza sicurezza a Milano.





