- Giorgia Meloni da Vespa: «Preoccupata dalla politica internazionale, la divaricazione Usa-Ue non conviene. Siamo interessati al Consiglio di pace di Donald, ma rischi incostituzionalità». Ipotesi zone rosse intorno alle stazioni.
- Riccardo Molinari: «C’era un’intesa, Forza Italia ha cambiato idea». La replica di Raffaele Nevi: «Falso». Il ministro Foti stempera: «Contento per lui se ci va Freni, meno per la Finanziaria».
Lo speciale contiene due articoli
Sul Board per Gaza Giorgia Meloni prende tempo: ospite della puntata speciale per i 30 anni della trasmissione Porta a Porta, in onda ieri sera su Rai 1, la premier non chiude all’ingresso dell’Italia: «La posizione dell’Italia», spiega, «è di apertura: siamo disponibili e interessati. C’è per noi», precisa la Meloni, «un problema costituzionale perché dalla lettura dello statuto è emerso che ci sono alcuni elementi di incompatibilità con la nostra Costituzione, questo non ci consente di firmare sicuramente domani, però ci serve più tempo». C’è il rischio che questo board diventi una sorta di Onu privata? «È un dubbio che ho letto», risponde la premier, «credo che nessun organismo in generale possa sostituirsi alle Nazioni Unite. La presenza di Putin? In qualsiasi organismo multilaterale ci si siede al tavolo con persone distanti da noi», aggiunge la Meloni, «e ricordo che la Russia siede al G20 e alle Nazioni Unite».
Sulla pressione di Donald Trump, che ieri ha escluso l’opzione militare per acquisire la Groenlandia, la Meloni tiene ferma la sua classica posizione di mediazione e di ricuciture: «Secondo me», sottolinea la premier, «non è realistico che gli Stati Uniti invadano militarmente la Groenlandia. Chiaramente tutti capiamo quali sarebbero le conseguenze di una scelta del genere e quindi a me non ha stupito, sono contenta che lo abbia ribadito, dopodiché però bisogna cercare delle soluzioni. La questione che gli americani pongono è una questione di sicurezza su un territorio strategico: questo è un tema corretto, è un tema che riguarda anche noi. È una materia», aggiunge, «che va trattata nell’ambito dell’Alleanza atlantica. Nelle settimane passate alcuni Paesi europei hanno deciso di inviare dei soldati per operazioni di training in Groenlandia, questo è stato letto dall’amministrazione americana come un attacco nei confronti degli americani. Io credo che invece fosse il tentativo di rispondere a un’esigenza che anche gli americani pongono: è la ragione per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto “credo che non si sia capito e credo che sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta”, ma c’è una parte di questi problemi che è soprattutto data da un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare».
La Meloni replica a muso duro a chi la accusa di essere troppo accondiscendente con Trump: «Io vengo contestata per essere una persona che cerca di abbassare la tensione», argomenta la premier, «risolvere il problema, trovare degli accordi e mi si dice che sono troppo accondiscendente perché cerco di fare quello che è nell’interesse nazionale italiano fare. Non vuol dire che il mio atteggiamento è remissivo. Quando c’è stata la questione dei dazi», ricorda, «in Europa credo che nessuno si sia battuto con Donald Trump come si è battuta la sottoscritta, solo che io lavoravo per trovare un accordo e altri preferivano una escalation».
Quando approverete, chiede Bruno Vespa, il decreto sicurezza? «Stiamo approvando dei nuovi provvedimenti», chiarisce Meloni, «il focus sarà sulla lotta alla violenza delle gang giovanili, c’è il tema delle stazioni, e pensiamo a delle zone rosse, in materia di immigrazione lavoriamo a misure più efficaci per velocizzare i rimpatri di chi non ha diritto a stare in Italia. Dopodiché certamente servono più forze dell’ordine, ma abbiamo fatto anche questo: negli ultimi tre anni abbiamo assunto circa 39.000 nuove forze di polizia. Nei prossimi due anni ne assumeremo altre 30.000. Abbiamo rinnovato i contratti, rafforzato i presidi. Chiaramente possiamo assumere tutte le forze di polizia che vogliamo ma se il loro lavoro viene mortificato non risolveremo il problema. Purtroppo continuo a vedere cose che non riesco a capire. Ieri (l’altro ieri, ndr) il Tar della Lombardia», attacca la Meloni, «ha deciso di annullare il provvedimento di daspo urbano nei confronti dei manifestanti che avevano devastato la stazione di Milano. Come si fa a garantire la sicurezza così? Ci sono stati degli agenti che hanno rischiato la loro incolumità per fermare quelle devastazioni alla stazione di Milano e per arrestare queste persone, quindi francamente diventa un po’ difficile se non lavoriamo tutti nella stessa direzione». «Sull’immigrazione irregolare», sottolinea inoltre la Meloni, «la nostra strategia è a 360 gradi. Norme più dure nei confronti dei trafficanti, regolamentazione delle Ong, accelerazione sui rimpatri (tema sul quale torneeremo nei prossimi provvedimenti), lavoro con i Paesi di origine e transito. È una strategia sulla quale ci segue tutta l’Europa, anche su strumenti innovativi come l’Albania. Non è facile, perché quando si lavora per fermare l’immigrazione irregolare in Italia ci sono parecchi che si mobilitano».
Le toghe? «Tutta l’Europa guarda con interesse quello che abbiamo fatto in Albania», risponde la premier, «noi non l’abbiamo finora potuto far funzionare perché c’erano delle sentenze ideologiche dei giudici, che ci hanno detto che era incompatibile con la legislazione dell’Unione europea. Bene: abbiamo corretto la legislazione dell’Unione europea. Arriveremo allo stesso risultato, ma con due anni di ritardo».
Continua la lite Lega-Fi sulla Consob
Apparentemente potrebbe sembrare l’ennesimo bisticcio tra Lega e Forza Italia, ma il nodo che si è creato sul prossimo numero uno della Consob nasconde dinamiche decisamente più complesse. Da giorni molti giornali davano per scontata la nomina di Federico Freni, sottosegretario leghista al Mef, come prossima guida della Consob, l’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari. Si sarebbe dovuto chiudere tutto nel Consiglio dei ministri di martedì scorso, ma il leader di Forza Italia e vicepremier Antonio Tajani improvvisamente ha deciso di mettere il veto. Il problema non è lui in sé, lo ribadisce chiaramente il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè. «Federico Freni alla Consob? È una cosa che vola sopra la mia testa, io mi occupo di referendum, però dico che è un eccellente sottosegretario e ha tutte le capacità per ricoprire quel ruolo, per me non c’è nessun “ma”, è una persona straordinaria con una grandissima cultura».
Si sarebbe fatta poi menzione a ulteriori «approfondimenti» sul nome di chi potrebbe andare a occupare la poltrona su cui ora siede Paolo Savona. Va ricordato che nel 2004 è entrata in vigore la legge Frattini che stabilisce che i membri del governo (ministri, sottosegretari) non possono ricoprire incarichi in enti pubblici sottoposti a vigilanza per un periodo di 12 mesi dopo la fine del loro mandato, proprio per evitare conflitti di interesse. Nel caso di Freni, lui si occuperebbe proprio di ricoprire queste deleghe, il che renderebbe il conflitto ancora più evidente. Quindi ecco combinato il pasticcio: la nomina di Freni potrebbe rendere l’esecutivo attaccabile in qualche modo. Da Fratelli d’Italia ieri ha parlato solo Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, chiarendo - e quindi in qualche modo dando un’indicazione - che «non c’è stata alcuna tensione, la riunione è durata 22 minuti e non c’è stata tensione». Aggiungendo: «Premesso che io stimo Freni, lui è stato uno dei protagonisti di tutte le leggi di bilancio, se lui va sono contento per lui, sono un po' meno contento per la prossima legge di bilancio».
Il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ha dichiarato: quello di Freni è un «nome che noi abbiamo proposto come partito, c’era un accordo di massima in Consiglio dei ministri, come è emerso anche dalle cronache». E ha puntualizzato: «Chiaro che noi continueremo a portare avanti quel nome, anche perché la Lega ha rinunciato ad altre nomine, su altri enti, ad esempio importanti, nei mesi passati». «Non c’è mai stato nessun accordo», ha replicato il portavoce di Fi Raffaele Nevi. A quanto sembra Forza Italia spingerebbe per la nomina di un’altra figura che siede nel consiglio di amministrazione di Assicurazioni General, Marina Brogi. Ma sono in molti a sostenere che acquisirebbe troppe posizioni di potere e in qualche modo conflittuali tra loro. C’è un nome, quello di Federico Cornelli, uno dei cinque componenti dell’Autorità per la vigilanza dei mercati finanziari e noto per la sua grande esperienza. Inoltre è l’unico a essere stato votato all’unanimità dal Parlamento italiano e per questo è giudicato super partes. Tajani ha detto chiaramente che lo vorrebbe, e lo ha detto talmente chiaramente che sembra quasi un tentativo per bruciarlo, quasi lo stesso fatto, forse, nei confronti di Freni. Eppure quello del sottosegretario alla fine sembra restare il nome più quotato, anche perché, come dichiarato da tutti, non si tratta della persona, considerata «di valore». Il problema, eventualmente, riguarderebbe soltanto la sua posizione.
Maurizio Lupi, che spesso va allo scontro con gli azzurri, ha detto: «Ribadiamo la nostra stima nei confronti di Federico Freni, profilo di grande autorevolezza e competenza, che sta dimostrando le sue qualità al governo. Non abbiamo motivo di dubitare che farebbe un ottimo lavoro anche alla guida della Consob e per questo invitiamo ad evitare i veti pregiudiziali: fare politica non può e non deve diventare un limite».
Ecco #DimmiLaVerità del 21 gennaio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo il discorso di Donald Trump a Davos senza fronzoli e luoghi comuni.
Un atto di vandalismo di inaudita gravità ha colpito, sabato scorso, la Basilica di San Pietro, e in particolare la Cappella del Santissimo Sacramento. A quanto riferisce il sito silerenonpossum.com, che ha raccolto le testimonianze di alcuni presenti, un uomo adulto di carnagione scura avrebbe scaraventato a terra tutto quello che si trovava sull’altare: candelieri, ostensorio e tovaglie.
Proprio ieri, prima del Consiglio dei ministri, a Palazzo Chigi si è svolto un vertice per discutere del“pacchetto sicurezza allo studio del governo, al quale hanno preso parte il premier Giorgia Meloni, i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il ministro della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Durante la riunione c’è stata piena condivisione sulle proposte elaborate da Piantedosi. Il tema delle espulsioni immediate degli immigrati irregolari e soprattutto di quelli che delinquono è ormai diventato non più rinviabile, e così Piantedosi ha iniziato a fare qualcosa di concreto: come riporta il Messaggero, il titolare del Viminale, ha inviato a prefetti e questori una direttiva che ha l’obiettivo di espellere il maggior numero possibile di migranti irregolari, naturalmente a partire da chi commette reati o è considerato «una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica». «Alcuni recenti episodi di cronaca», scrive Piantedosi nella direttiva, «hanno posto all’attenzione la necessità di perseguire con la massima determinazione l’obiettivo, prioritario per la sicurezza pubblica, del rimpatrio degli stranieri irregolari presenti sul territorio nazionale che si siano evidenziati per comportamenti pericolosi», mentre in generale gli irregolari in attesa di rimpatrio non devono uscire dai Cpr, «onde evitare che tale prospettiva possa incentivare comportamenti violenti». Gli immigrati irregolari che si macchiano di reati vanno immediatamente allontanati dal territorio nazionale per evitare «il rischio», scrive ancora Piantedosi, «che una possibile escalation dei comportamenti violenti culmini come già accaduto nella commissione di efferati delitti. È quanto mai necessario», precisa il ministro dell’Interno, «porre in campo ogni sforzo organizzativo per velocizzare i rimpatri». In serata, Piantedosi chiarisce ancora una volta quanto sottolineato in più occasioni dalla Verità: «In Italia esiste un tema sicurezza», sostiene il titolare del Viminale, «ma non c’è una emergenza. L’andamento dei delitti in Italia è in calo (-3,5%), in particolare diminuiscono i reati più gravi, come gli omicidi (-15%), tra cui quelli per accoltellamento (-6%), e i femminicidi (-18%). Le polemiche sulla sicurezza, dunque sono del tutto infondate e ingiustificate, tanto più se a sollevarle sono coloro i quali, quando erano al governo, facevano registrare rispetto ad oggi un numero maggiore di reati (+18%) e di sbarchi di irregolari (+170%) oltre che un numero inferiore di assunzioni tra le forze dell’ordine (-70%). I confronti sul piano oggettivo numerico sono per loro impietosi. Non si deve cedere alla tentazione di alimentare la psicosi dell’insicurezza per affermare la necessità di norme che sono utilissime e sono giustificabili in sé. Vanno approvate per abbassare ulteriormente la curva dei reati commessi e non certo per uscire da un far west immaginario».
Che la sinistra parli di emergenza-sicurezza è in effetti paradossale, visto che poi a ogni provvedimento grida alla repressione: «Certamente e in ogni caso», argomenta ancora Piantedosi, «al di là delle schermaglie politiche suscitano dolore e preoccupazione alcuni gravissimi fatti di sangue, in particolare quelli che coinvolgono i minori come, in ultimo, a La Spezia. In questo senso, il pacchetto sicurezza predisposto dal Viminale che prossimamente sarà presentato dal governo in Parlamento rappresenta l’occasione per dimostrare davvero senso di responsabilità. Sono misure utili sia sul piano della prevenzione sia su quello della repressione. L’obiettivo è approvarle definitivamente in Aula il prima possibile. In Parlamento», è la sfida lanciata dal ministro, «tutti i gruppi facciano la propria parte invece di sollevare polveroni. Alcuni pensano di martellare sul tema sicurezza ma tutti i dati li condannano. Quando erano al governo si contava un numero maggiore di omicidi, di femminicidi, di morti per accoltellamento. Erano superiori gli sbarchi di migranti irregolari. Sul fronte della sicurezza l’unica reale preoccupazione riguarda i reati commessi dai migranti irregolari», sottolinea ancora il ministro dell’Interno, «in proporzione enormemente superiori rispetto a quelli commessi da cittadini italiani o migranti regolari. Ebbene chi ha davvero a cuore il tema della sicurezza collabori all’aumento dei rimpatri, superando quelle resistenze ideologiche che ne impediscono la completa realizzazione».
Sul pezzo anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, che sta mettendo in campo ogni sforzo per siglare in tempi brevissimo il rinnovo del contratto del comparto Sicurezza e Difesa, relativo al triennio 2025-2027. I provvedimenti contenuti nel nuovo pacchetto sicurezza messo a punto dal Viminale, a quanto emerge dal monitoraggio mensile dell’Osservatorio sui temi sociali di Noto Sondaggi «hanno una media di approvazione tra gli italiani che oscilla tra il 60 e il 70%, quindi livelli molto alti».




