Roberto Vannacci, uno che conosce bene la guerra, con tutte le atrocità che comporta, e che proprio per questo la detesta, sta applicando alla perfezione nella sua azione politica la necessaria armonia di strategia e tattica, dove la prima è il piano a lungo termine che definisce la direzione generale e gli obiettivi da raggiungere e la seconda è l’insieme delle azioni a breve termine utilizzate per eseguire quel piano sul campo. Guarda a domani Vannacci e guarda anche al 2029, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica e il prossimo Parlamento dovrà eleggere il successore. Bene: a quanto risulta alla Verità, in alcune conversazioni con i suoi, Vannacci ha anticipato cosa risponderà a chi gli chiederà chi vedrebbe bene al Quirinale: Giorgia Meloni.
Proprio così: Vannacci ha studiato questa mossa per disarticolare il campo avverso, ovvero il centrosinistra, e per far capire ai potenziali alleati di centrodestra di essere pronto, con le sue truppe parlamentari, a sostenere quella che sarebbe una vera e propria rivoluzione politica per l’Italia e per l’Europa intera: per la prima volta una donna capo dello Stato italiano, la donna che è stata anche la prima a sedere a Palazzo Chigi, e che avrà pure stabilito (scongiuri consentiti) il record di leader del governo più longevo della storia della Repubblica.
La proposta manderebbe in tilt il centrosinistra, che nelle ultime settimane dipinge Vannacci come il pericoloso estremista al quale non occorre consentire di essere determinante per l’elezione del successore di Mattarella. Proporre la Meloni, apprezzata a livello europeo e internazionale, metterebbe a tacere ogni grido di dolore (strumentale) da parte della sinistra italiana. Al tempo stesso, la prospettiva non può che ingolosire il centrodestra nostrano: la Meloni ha ampiamente dato dimostrazione di essere capace di mantenere alto il consenso della maggioranza e del governo, nonostante i tanti scivoloni di seconde file e comprimari.
Certo, a quel punto si porrebbe il tema di chi proporre come premier al posto di Giorgia: i nomi non mancano, qualcuno già circola, ma si vedrà al momento opportuno. Fin qui la strategia: dal punto di vista tattico, la mossa di Vannacci è altrettanto scaltra, perché se si vuole cogliere l’opportunità di avere per la prima volta in 80 anni un presidente della Repubblica di destra, occorre vincere le elezioni. E per vincerle, non si può prescindere da un’alleanza con Futuro nazionale, considerato che (vedrete) il centrosinistra un modo per mettere in piedi un’alleanza e indicare un leader lo troverà, proprio perché il prossimo Parlamento eleggerà il capo dello Stato, e le attuali opposizioni non possono permettersi il lusso di presentarsi al fischio d’inizio della partita delle politiche sapendo di aver già perso a causa di personalismi e divisioni interne, come accadde nel 2022. Non è un caso se le dichiarazioni degli esponenti di punta di Fratelli d’Italia e Forza Italia sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci diventano sempre meno gelide ora dopo ora, e non a causa delle temperature elevate: se Parigi val bene una messa, Roma val benissimo un generale in coalizione.
E Matteo Salvini? Il vicepremier è comprensibilmente deluso e amareggiato da Vannacci, e ieri, parlando a Milano Marittima a un evento della Lega giovani, lo ha ripetuto chiaramente: «Vannacci? Io non porto rancore. È più una delusione umana che politica nei suoi confronti», ha detto Salvini, «dura qualche ora poi si guarda avanti. Visto che gli abbiamo aperto le porte di casa nostra e gli abbiamo consegnato il nostro onore, la nostra storia e il nostro passato, vederlo rimangiarsi nel giro di qualche settimana tutta quest’apertura, da parte di un uomo in divisa che teoricamente dovrebbe essere cresciuto nel nome del rispetto della parola, degli ideali e del sapere far squadra, è stata una delusione. Farà quello che riterrà di fare. Se l’ho più sentito? No, mi freghi una volta, ma non mi freghi la seconda. E se ai loro convegni si salutano e si accolgono fra camerati», aggiunge, «io preferisco le giornate della Lega giovani, dove ci sono ragazze e ragazzi amici, fratelli compatrioti, autonomisti». Ok, ma l’ipotesi di un accordo per le politiche? «Arriveremo», argomenta Salvini, «con questa alleanza: con Vannacci a oggi evidentemente no. Ha votato contro il piano Casa e se ci ritiene dei falliti adesso non penso che cambierà idea tra un anno».
«A oggi no», «Non penso cambierà idea tra un anno»: Salvini in sostanza non esclude un’intesa con Vannacci e lascia la decisione finale al generale. Infine, la campagna elettorale: «Se guiderò la prossima campagna? C’è sempre la variabile ultraterrena», scherza il vicepremier, «non può essere stabilita da un congresso, se la salute lo permette, assolutamente si. La forza della Lega è sempre stata, e sempre sarà, la squadra. Non sarà una campagna elettorale solitaria, servono i capitani ma servono anche le truppe, perché capitani o generali o colonnelli, senza truppe motivate determinate e orgogliose, non vanno da nessuna parte. Quindi da Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, ai sindaci e ai governatori me li aspetto tutti, non dietro ma di fianco, per vincere. Guiderò la Lega altri tre anni. In caso di vittoria mi piacerebbe fare il ministro dell’Interno? A me piace portare a termine le cose, in questa legislatura vado a chiudere tutti i cantieri. Se vinciamo, sì».
Un punto sopra, un punto sotto: uno degli argomenti che tengono banco in questa torrida estate della politica italiana è il testa a testa, nei sondaggi, tra la Lega e Futuro nazionale.
Ieri ben due rilevazioni, con (manco a dirlo) due esiti diversi: Tecnè per l’agenzia Dire segnala il Carroccio al 6,4% e il partito di Roberto Vannacci al 4,9%; per Ipsos Doxa per il Corriere della Sera, invece, è sorpasso, con Futuro nazionale al 6% e la Lega al 5,6%. Chi ha ragione? Non ha nessuna importanza, per due ragioni. La prima: il trend è lo stesso per tutti, Vannacci sale e la Lega scende. La seconda: il generale ha già nel mirino il prossimo target, ovvero Forza Italia, segnalata poco sopra l’8%.
Il motivo? Semplice: «Una volta che avremo superato nei sondaggi Forza Italia», dice alla Verità un big di Futuro nazionale, «renderemo il centrodestra autosufficiente da un partito che è completamente nelle mani dei poteri forti di Bruxelles». E Vannacci? «Ovviamente i sondaggi li guardo», dice all’Ansa il generale, «perché non posso non guardarli, però non sono questi sondaggi che io faccio ogni giorno, quelli che faccio ogni giorno sono quelli tra la gente, sui mezzi di trasporto, in metropolitana, in autobus, in treno, dove ci sono tantissime persone che mi vengono a dire di non mollare. Faccio come Winston Churchill», esagera Vannacci, «che quando dovette decidere se resistere o fare una pace separata con la Germania, sentendo il polso delle persone in metropolitana, decise di tenere duro. Abbiamo una cosa in comune, siamo due militari, perché in pochi lo sanno, ma Churchill era proprio un militare di professione. Aveva fatto l’accademia dell’esercito».
Mentre «Bobby Winston» Vannacci si gode la crescita continua del suo partito, Matteo Salvini fa spallucce: «Non mi esalto quando i sondaggi vanno bene», commenta il leader della Lega, «non mi deprimo quando vanno male. Il mio sondaggio è il giorno delle elezioni politiche, quindi autunno 2027. Osservo con attenzione e rispetto Vannacci, la Schlein, Conte e tutti ma non ho alcun tipo di preoccupazione».
Preoccupati, e pure molto, sono invece gli esponenti del centrosinistra, che sperano che Vannacci, presentandosi alle politiche da solo, faccia quello che loro non sono in grado di fare, ovvero impedire il ritorno di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi: «Se la Meloni per le elezioni farà un accordo con Vannacci», dice a Omnibus su La7 Raffaella Paita, capogruppo al Senato di Italia viva, il partito di Matteo Renzi, «avrà un grosso problema di contrasto con Forza Italia e Lega e Vannacci perderà la faccia. Se, viceversa, questa intesa non dovesse esserci, avremo per la prima volta un centrodestra spaccato. Il centrosinistra con un centro forte e autorevole sui temi, è competitivo e ha ampie possibilità di vincere. E di evitare, quindi, che quelli che sono per la remigrazione possano scegliere il prossimo presidente della Repubblica».
Alla Paita risponde in diretta l’ex eurodeputato Antonio Maria Rinaldi, uno dei big di Futuro nazionale: «Lei», dice l’economista, «ci sta dicendo che è una prerogativa della sinistra eleggere il presidente della Repubblica? La democrazia funziona contemplando una alternanza. Sarebbe anche ora che la destra eleggesse un capo dello Stato», aggiunge Rinaldi, «altrettanto valido come Sergio Mattarella». Il tema dell’alleanza tra Vannacci e il centrodestra tiene banco e così sarà per i prossimi mesi. Distinguiamo due piani: le truppe di Forza Italia e Fdi non hanno alcun problema ad allearsi con Vannacci. Pur di rientrare in Parlamento e restare al governo, deputati e senatori, sottosegretari e ministri, stringerebbero l’accordo domani mattina. Esemplare è il ragionamento, in puro idioma democristiano (sappiamo che per lui è un complimento), del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Alla domanda se Vannacci sia più una risorsa o più un pericolo per il centrodestra, a quanto riporta Askanews, Piantedosi risponde così: «La risposta la darà probabilmente lo stesso Vannacci in questo prosieguo di legislatura. Adesso si è detto tanto dell’irrompere sulla scena del suo movimento politico, poi chiaramente bisogna capire che cosa vuole proporre il generale. Molte delle cose che dice già le dicono anche i partiti politici del centrodestra.
Ora, al di là delle formule che come slogan politici sono molto efficaci, se remigrazione significa rimpatriare degli irregolari, noi stiamo facendo uno sforzo immane, con un trend crescente di oltre il 20% annuo. Capire se Vannacci sarà all’interno o meno del perimetro del centrodestra dipenderà dal fatto di che cosa lui intenderà fare: vale a dire se le sue proposte politiche sono fatte per fare concorrenza ai partiti di centrodestra o, viceversa, per dare un contributo integrativo e aggiuntivo ai partiti politici del centrodestra. Se dovesse in qualche modo presentarsi come opportuno contributo a un’integrazione dell’offerta politica di centrodestra», aggiunge Piantedosi, «credo che chi di dovere saprà fare le giuste valutazioni».
Chi di dovere sarebbe, ovviamente, Giorgia Meloni, che però non ha solo il problema di vincere le elezioni, ma anche di governare bene e di mantenere salde le relazioni internazionali. Il ragionamento, sotto questo punto di vista, è più articolato e tiene conto di diversi fattori: che succede se Vannacci, una volta al governo, tira la corda su ogni provvedimento? Come la mettiamo con le posizioni in politica estera di Futuro nazionale? Marina e Piersilvio Berlusconi accetterebbero di accostare il simbolo di Forza Italia a quello di Futuro nazionale? Nodi che spetterà a «chi di dovere» sciogliere.
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