«In questo mondo non c’è nulla di sicuro tranne la morte e le tasse», diceva Benjamin Franklin. Aggiungiamo: e la battaglia sui sondaggi in vista di una competizione elettorale. Manco a dirlo, ecco che il dibattito referendario ora si infiamma anche intorno alle previsioni dei sondaggisti, che «sondano», per l’appunto, l’umore degli italiani sulla riforma della Giustizia. Se fossimo in un Paese normale, la sintesi sarebbe: il Sì è in vantaggio ma la partita non è chiusa. Invece no: ora dobbiamo fare i conti anche con una nuova forma di sondaggio, quello a geometria variabile, che cambia la previsione finale a seconda dell’affluenza.
Partiamo proprio da questo: ieri è stato diffuso un sondaggio Youtrend per Sky Tg24 che vedrebbe il Sì in testa con il 51% in uno scenario con affluenza alta (59,6%, includendo coloro che voterebbero sicuramente o probabilmente) mentre il No sarebbe avanti con il 51,5% in caso di affluenza bassa (48%, considerando solo coloro che voterebbero sicuramente). Rispetto al sondaggio dello scorso 11 febbraio, il No è cresciuto di 1,6 punti nello scenario con affluenza alta e di 0,4 in quello con affluenza bassa. In sostanza, l’istituto sostiene che più aumenta l’affluenza più il Sì ha probabilità di vincere. Youtrend è un istituto di garantita affidabilità, ma viene da chiedersi come faccia a sostenere questo teorema, considerato che il fronte del No sembra invece puntare tutto sulla grande partecipazione al voto per vincere la battaglia. Su una cosa (da non juventini) siamo invece perfettamente d’accordo con Lorenzo Pregliasco: «La Juve contro l’Inter», battagliava sabato scorso al termine del big match il sondaggista su X, «ha disputato una grande partita, nonostante lo scandalo incommentabile (l’espulsione di Kalulu dopo la simulazione di Bastoni, ndr)». Lo stesso istituto Youtrend, nella consueta supermedia dei sondaggi nazionali per Agi, segnala, al 19 febbraio, i Sì al 52,9% e i No al 47,1%. Questo dato è più o meno in linea con quello dell’Istituto Tecnè per Rti: in questo caso torna in azione invece la famigerata forchetta, con il Sì al 54-56% e il No tra il 44 e il 46%.
Oltre quattro punti di vantaggio per il Sì sul No sono registrati dall’Istituto Only Numbers di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta, su Rai 1: i Sì sono al 52,3% e i No al 47,7% (al 18 febbraio). Sempre per Porta a Porta, Noto Sondaggi segnalava il 28 gennaio il Sì al 53% e il No al 47%. La rilevazione di Renato Mannheimer per Eumetra, trasmessa giovedì scorso da Piazzapulita su La7, vede il Sì in lieve vantaggio con il 50,4% contro il 49,6% del No. Mannheimer si esprime anche sulla variabile-affluenza: «È veramente difficile fare previsioni», dice il noto sociologo e sondaggista, «una tesi vuole che più persone vanno a votare e più è probabile che vinca il Sì, ma da parte del No c’è una tale mobilitazione che può far salire il numero dei votanti». Per Demopolis, che ha effettuato un sondaggio per Otto e mezzo su La7, il No è al 51% e il Sì al 49%.
Dunque, come vedete, tra istituto e istituto i risultati cambiano anche significativamente: non è una novità per chi segue costantemente le elezioni, che siano politiche, regionali, europee e amministrative, e la regola d’oro (tra l’altro ripetuta sempre dagli stessi sondaggisti) è che una cosa sono le tendenze e le rilevazioni, altra cosa i cosiddetti «voti veri», ovvero le schede collocate dagli elettori nell’urna. Di sondaggi e referendum parla Adolfo Urso, ministro per le Imprese e il Made in Italy ed esponente di spicco di Fratelli d’Italia: «Tutti i sondaggi concordano», argomenta Urso all’Ansa, «se vota la maggioranza degli italiani vince il Sì. Cosa significa? Significa che gli italiani sono in maggioranza favorevoli alla riforma. Su questo tutti gli analisti sono d’accordo, tutte le rilevazioni concordano. E nelle loro rilevazioni evidenziano come più cresce la partecipazione, più cresce il Sì. Per questo è necessario fare appello al voto affinché gli elettori si esprimano. Perché vinca la democrazia, cioè la partecipazione. Perché vinca la riforma, necessaria. Perché prevalga la maggioranza che lavora e che produce, quella che una volta veniva definita, appunto, la maggioranza silenziosa degli italiani. La stessa maggioranza», conclude Urso, «che nei momenti decisivi è andata a votare, sempre per il bene del Paese».
Sprona i sostenitori del Sì a impegnarsi con tutte le energie una vecchia volpe della politica italiana, il capogruppo al Senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri: «Mai va sottovalutata un’elezione», avverte Gasparri, «soprattutto se poi dovesse passare il tentativo di spostare i temi della giustizia su una generica polemica anti Casta, che da sinistra si cerca di montare. Nel ribattere, noi dobbiamo chiarire che se Casta c’è, è quella che porta all’elezione del Csm sulla base delle correnti, dei partiti, delle spartizioni. Questo è quello su cui bisogna insistere. Il Csm è un organismo che ha bisogno di una rigenerazione e il sorteggio, che era sostenuto anche da Gratteri e altri», aggiunge Gasparri, «è l’unico metodo per neutralizzare il condizionamento della politica. Il tema della giustizia si giocherà su questo. E come tutte le contese, bisogna giocarle, nulla è scontato ma siamo fiduciosi che quella tendenza di prevalenza del Sì che viene confermata dagli ultimi sondaggi si possa anche rafforzare».
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«Il provvedimento di fermo della Sea Watch 5 è stato revocato. Ieri (l’altro ieri, ndr) il tribunale di Catania ha deciso di sospendere il provvedimento di fermo di 15 giorni e la relativa multa. Presto torneremo nel Mediterraneo centrale»: esulta così sui social la Ong Sea Watch, mai come in questi giorni sotto i riflettori della cronaca e al centro del dibattito politico sul referendum sulla giustizia, dopo la notizia del maxi risarcimento per il fermo di un’altra loro nave, la Sea Watch 3.
Il provvedimento di fermo era stato emesso dopo un’operazione di salvataggio di 18 persone, compresi due bambini, lo scorso 25 gennaio con l’assegnazione di Catania come porto sicuro. L’intervento, sottolinea ancora la Ong, era avvenuto in acque internazionali, nella zona Sar libica, e la sanzione sarebbe stata disposta dalle autorità italiane perché non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso. Una scelta, quella della nave Sea Watch 5, spiega la Ong, compiuta per «le continue violazioni dei diritti umani». Il provvedimento è cautelare ed è stato emesso nell’attesa del giudizio di merito con udienza fissata per il prossimo 2 marzo davanti la prima sezione civile del tribunale di Catania.
La decisione dei giudici ha suscitato un certo clamore, ma solo per i soliti toni trionfalistici e di sfida delle Ong nei confronti dello Stato italiano: in realtà il provvedimento di fermo sarebbe scaduto in queste ore, e l’udienza di merito è fissata tra sole due settimane. «Continue provocazioni di alcuni giudici a favore di Ong straniere che trasportano clandestini», ha commentato la Lega su X, «contro l’Italia e gli italiani. Votare Sì è un dovere morale».
A infiammare il dibattito politico è invece ancora la vicenda dell’altra nave della stessa Ong, la Sea Watch 3, sotto i riflettori per la decisione del tribunale di Palermo che ha stabilito che l’Ong dovrà essere risarcita di quasi 100.000 euro per il blocco subito dalla nave stessa, nel 2019, per il famoso caso che vide protagonista Carola Rackete. La nave, con la Rackete al comando, nel 2019 forzò un blocco del governo gialloverde ed entrò in porto a Lampedusa con 43 migranti a bordo, speronando una nave da guerra della Guardia di finanza. La nave era stata trattenuta dal 12 luglio al 19 dicembre 2019: subito dopo il fermo la Sea Watch aveva presentato opposizione al prefetto di Agrigento, ma dalla prefettura non erano giunte risposte dirette alla Ong. Secondo i giudici, però, l’assenza di comunicazioni dirette avrebbe prodotto il meccanismo del silenzio-accoglimento, ovvero la cessazione automatica del sequestro.
La vicenda ha suscitato le dure proteste di tutto il centrodestra, a partire da quelle del premier Giorgia Meloni e del vicepremier Matteo Salvini. Ieri, parlando con il Corriere della Sera, il presidente del tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, ha spiegato tecnicamente l’accaduto: «È una questione squisitamente tecnica», ha detto Morosini, «di tutela del patrimonio sulla quale la destinazione e l’utilizzo della nave non hanno alcuna rilevanza. Per spiegare la cosa ancora meglio: è come il caso della sopravvenuta inefficacia di un sequestro amministrativo di un’auto in seguito ad un illecito stradale. Il legittimo proprietario», ha aggiunto Morosini, «chiede poi la restituzione del veicolo e l’amministrazione gliela nega senza motivazione. A quel punto però l’amministrazione non può pretendere di fargli pagare le spese per la custodia della vettura trattenuta illegittimamente».
Ieri, tra le decine di voci del centrodestra critiche nei confronti della decisione del tribunale di Palermo, si è ascoltata forte quella della seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Non devo entrare nella polemica referendaria o cose del genere», ha sottolineato La Russa, «ma credo che vada stigmatizzato un provvedimento che rende sempre più difficile fare rispettare le leggi in Italia. È sotto gli occhi di tutti l’abnormità, secondo me, di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato una nave italiana delle forze dell’ordine».
Per non farci mancare nulla, ieri il tribunale civile di Genova ha definitivamente annullato le sanzioni comminate nel settembre 2024 alla Geo Barents, ex nave di salvataggio di Medici senza frontiere, già sospese nell’ottobre 2024. Lo ha reso noto la stessa Ong, che ha commentato: «Ancora una volta la giustizia ha confermato il nostro dovere di soccorso».




