Dimmi La Verità | Mirella Molinaro: «Gli sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico»
Ecco #DimmiLaVerità del 27 febbraio 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.
La maggioranza ha presentato ieri in Parlamento la proposta di riforma della legge elettorale. Addio ai collegi uninominali, attribuzione dei seggi con metodo proporzionale, su base nazionale per la Camera e su base regionale per il Senato, previsione di un premio di maggioranza, e infine, per mandare completamente in tilt il centrosinistra, indicazione obbligatoria del candidato premier al momento della presentazione del programma.
Il testo prevede che il singolo partito, o la coalizione che prende più voti in assoluto - purché raggiunga la soglia del 40% - ottenga il cosiddetto «premio di governabilità» di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato: «La coerenza tra governabilità e rappresentatività», si legge nella premessa del testo, «è assicurata dai vincoli posti all’entità del premio medesimo: quest’ultimo, sia alla Camera che al Senato, non può infatti superare il 15 per cento dei seggi, rimanendo comunque ancorato alla soglia massima di 230 seggi conseguibili alla Camera dei deputati e 114 seggi conseguibili al Senato della Repubblica». «A tutela delle opposizioni», si legge, «in nessun caso la maggioranza potrà superare il 60% degli eletti». In sostanza il premio consente alla coalizione (o al partito) che conquista più voti in assoluto, sempre a patto che superi il 40% dei voti, la possibilità di arrivare almeno al 55% e a non più del 60% dei seggi in Parlamento. Nel caso in cui nessuna coalizione raggiunga il 40%, ma le prime due superino il 35%, tra queste è previsto un turno di ballottaggio. Per i partiti che non si presentano in coalizione, o per minicoalizioni, la soglia minima di voti per accedere alla ripartizione proporzionale dei seggi è il 3%: un modo per consentire ad Azione di Carlo Calenda di presentarsi da sola, ma una buona notizia anche per Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che se dovesse scegliere a sua volta la corsa solitaria avrebbe una soglia abbastanza bassa da raggiungere per entrare comunque in Parlamento. Niente preferenze: l’elettore troverà sulle schede dei listini con i nomi bloccati. E veniamo al punto più critico per l’opposizione: il testo prevede l’«indicazione obbligatoria del nominativo da proporre per l’incarico di presidente del Consiglio in sede di presentazione delle liste, quale elemento di trasparenza dell’offerta politica, fatte salve le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica». Giorgia Meloni avrebbe voluto il nome del candidato premier stampato pure sulla scheda elettorale, ma Lega e Forza Italia comprensibilmente hanno detto no: in questo modo l’effetto-trascinamento per Fratelli d’Italia sarebbe stato a danno degli alleati. L’obbligo di indicare il nome del candidato della coalizione a Palazzo Chigi c’è però al momento della presentazione del programma elettorale. Un guaio grosso per il centrosinistra: chi indicherà?
Il Pd, come primo partito della coalizione, potrebbe impuntarsi su Elly Schlein, che però come ben sappiamo riscuote pochi consensi non solo tra gli elettori degli alleati, soprattutto nel M5s, ma anche tra gli stessi dem. Dunque, a questo punto il centrosinistra ha tre strade: o si affida a Elly, o si mette d’accordo sul nome di un «federatore», oppure sarà costretto a logorarsi (traduzione: andare in frantumi) con le primarie di coalizione. Ora il testo verrà esaminato dal Parlamento. Le opposizioni preannunciano battaglia, ma occorrerà vedere se poi, al di là dei proclami, a qualcuno a sinistra (leggi Schlein) questo testo possa anche stare bene. A patto naturalmente che il nome indicato per Palazzo Chigi sia il suo.
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