Il ritorno in Parlamento di Giorgia Meloni, dopo il referendum e con il mondo intero con il fiato sospeso per la fragile tregua tra Usa (o meglio, Israele e Usa) e Iran, non sarà una passeggiata. La premier lo sa bene e affila le unghie: il momento è difficile, molto difficile, probabilmente il più cupo della sua esperienza a Palazzo Chigi: un po’ di sollievo sembrava arrivato dal cessate il fuoco accettato da Washington e Teheran, ma ci ha pensato il solito Benjamin Netanyahu, bombardando in maniera terribile il Libano, facendo strage di civili e colpendo anche un veicolo italiano dell’Unifil, a far riesplodere l’incendio.
Già previste le accuse dell’opposizione: «Siete un governo inginocchiato a Trump e Netanyahu». Accuse strumentali, ovviamente, perché Giorgia Meloni, in qualità di presidente del Consiglio, è stata, per il periodo in cui Joe Biden è rimasto alla Casa Bianca, alleata altrettanto fedele degli Usa come lo è oggi. Il problema però è politico: con Biden c’era da rispettare un’alleanza tra due Stati, con Trump c’è stata, e costantemente rivendicata, una affinità di idee, di vedute, una special relationship che è diventata tanto dannosa quanto era stata foriera di successi internazionali.
Netanyahu a parte, però, la tregua in Iran alleggerisce almeno un po’ il peso della vicinanza a Donald Trump: nessuno può prevedere se Giorgia, nella sua informativa (alle 9 a Montecitorio e alle 13 a Palazzo Madama), prenderà le distanze dalle scelte dell’amministrazione Usa, disinnescando i prevedibili attacchi da sinistra. Molto più probabilmente, soprattutto dopo l’attacco al contingente italiano in Libano di ieri, marcherà le distanze da Netanyahu, come del resto ha già fatto, anche in maniera netta, quando le autorità israeliane hanno impedito l’accesso al Santo Sepolcro di Gerusalemme al cardinale Pizzaballa e a padre Ielpo, Custode di Terrasanta. «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme», scrisse la Meloni, «è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri. Impedirne l’ingresso al Patriarca di Gerusalemme e al Custode di Terra Santa, peraltro in una solennità centrale per la fede qual è la Domenica delle Palme, costituisce un’offesa non solo per i credenti, ma per ogni comunità che riconosca la libertà religiosa».
Ci vorrà molto di più, stavolta: vedremo se la Meloni utilizzerà parole di condanna chiare e nette nei confronti di un governo, quello israeliano, che ormai appare fuori controllo. Di certo le opposizioni non mancheranno di contestare al governo le parole pronunciate ieri a Budapest dal vicepresidente Usa Jd Vance a proposito dell’Ucraina: «Siamo rimasti delusi da gran parte della leadership politica in Europa perché non sembra particolarmente interessata a risolvere questo specifico conflitto», ha detto Vance, «abbiamo avuto aiuto da alcuni partner: Giorgia Meloni è stata molto utile, così come alcune capitali europee, almeno dietro le quinte. Ma il più utile è stato Viktor Orbán, perché ci ha spinto a comprendere entrambe le parti».
Detto ciò, la Meloni di certo non mancherà di sottolineare, a chi le contesterà l’«appiattimento» su Trump, che i trattati bilaterali tra Italia e Stati Uniti esistono dal secolo scorso, e sono stati sempre e comunque rispettati da qualsiasi governo sia stato in carica a Roma. Su questo terreno, la Meloni avrà gioco facile a rintuzzare i prevedibili attacchi di Pd e M5s. I dem sono stati al governo praticamente sempre, tranne poche parentesi, e sempre hanno mantenuto saldissimo il legame con Washington: basti pensare che nel 2022 Enrico Letta preferì concedere una vittoria sicura alla Meloni piuttosto che allearsi con il M5s di Giuseppe Conte, giudicato troppo filorusso: il centrosinistra si presentò diviso alle elezioni e perse una marea di collegi uninominali che altrimenti sarebbero stati contendibili. Per quel che riguarda lo stesso Conte, poi, per la Meloni sarà un gioco da ragazzi ricordare i bei tempi (lontani) di «Giuseppi» e quelli vicini del meeting culinario con Paolo Zampolli, inviato speciale di Trump per le partnership globali.
Al di là del «il miglior amico di Trump sei tu», «no sei tu» (ah come cambiano in fretta i tempi, fino a poche settimane c’era la corsa ad accreditarsi come fedelissimi alleati del tycoon, oggi invece si cerca in ogni modo di prenderne le distanze), la sostanza del discorso della Meloni, le parole che gli italiani sono più ansiosi di ascoltare, riguardano la crisi energetica e le contromisure che ha in mente il governo, al di là del taglio delle accise prorogato fino al 1 maggio. Su questo tema la premier avrà solidi fatti da contrapporre alle parole dell’opposizione: la missione della presidente del Consiglio, la prima leader europea a recarsi nei Paesi del Golfo nei giorni più infuocati della crisi energetica, è stata una abile mossa diplomatica. La Meloni, ricordiamolo, ha incontrato in rapida successione i leader di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Salman, Tamim bin Hamad Al Thani e Mohamed bin Zayed Al Nayyan. In Parlamento potrà esporre i risultati di questi incontri.
Buono anche il clima politico in casa Lega: Matteo Salvini è stato in prima linea, in questi giorni, contro ipotesi apocalittiche come razionamenti, lockdown energetico, smart working, patto di stabilità (attraverso le parole di Giancarlo Giorgetti) e con il cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz questi spettri sembrano più lontani.
Intanto, ieri, la Meloni ha annunciato che «il decreto bollette è legge»: «Aiutiamo chi è più in difficoltà con il bonus sociale che sale a 315 euro, riduciamo gli oneri generali di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese, poniamo le basi per abbassare in modo strutturale il costo dell’energia».
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 aprile 2025. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega le mille insidie della tregua tra Usa e Iran.
The dark side of Guido Crosetto, il peso enorme che grava sulla coscienza di chi ha a disposizione informazioni privilegiate, informazioni che comprendono ipotesi, scenari terrificanti. È quello che il ministro della Difesa, ieri, affida al Corriere della Sera: «Temo», afferma Crosetto, «che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia.
Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili anche Hiroshima e Nagasaki. Purtroppo continuiamo ad avere armi nucleari e chi non le ha le cerca. Non abbiamo imparato nulla». Parole, quelle di Crosetto, che nel corso della giornata di ieri, passata attraverso le minacce di Donald Trump all’Iran e le risposte del regime di Teheran, assumono un significato agghiacciante.
La giornata del ministro prosegue poi con l’informativa sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi: qui i toni di Crosetto diventano istituzionali: «Il governo», sottolinea Crosetto, «ha sempre onorato gli accordi vigenti. Perché dovremmo chiudere le basi e gli accordi internazionali, perché pensiamo di poter fare a meno dell’alleanza Usa in un momento come questo? Abbiamo preso le distanze da ciò che non condividiamo», aggiunge, «ma non penso che gli Usa siano Biden, Trump o Clinton come l’Italia non è Meloni, Draghi o Conte, sono nazioni alleate. Noi siamo parte della Nato, non siamo in guerra con l’Iran. Sappiamo far rispettare i trattati. L’applicazione degli accordi sull’uso delle basi militari americane in Italia è sempre stata caratterizzata da un’assoluta, coerente, continuità da oltre 75 anni. Nessun governo, di nessun colore politico ha mai disatteso, messo in discussione o anche solo ventilato l’ipotesi di non attuare i trattati internazionali fra Italia e Stati Uniti. Non lo dico in modo polemico. Nessun governo, giustamente, ha mai messo in discussione questi accordi. Ne ha preso atto e li ha applicati».
Crosetto dedica un passaggio del suo intervento anche alla nota vicenda del «no» del governo italiano all’atterraggio della base militare di Naval Air Station a Sigonella, nella notte tra il 27 e il 28 marzo, di alcuni caccia americani che non avevano chiesto l’autorizzazione, necessaria in caso di missioni che non rientrano nel ventaglio di quelle ordinarie o di logistica. «C’è la legge, che ci indica la strada su cui agire. Nessuno di noi», evidenzia Crosetto, «si prende meriti se facendo applicare la legge deve dire no, non esistono eroi. Non bisogna essere coraggiosi per dire no agli Stati Uniti se ci fanno una richiesta che non possiamo accettare. Non siamo difesi dal nostro coraggio, siamo difesi dal nostro rispetto delle istituzioni, della legge e della Costituzione». Ogni dettaglio delle possibilità di utilizzo delle basi militari italiane da parte delle forze armate statunitensi, come dovrebbe essere noto a tutti, è regolato da trattati bilaterali che risalgono al secolo scorso. Le strade sono due: rispettarli o cambiarli. Ma finché sono in vigore, vanno rispettati. «Ognuno di noi, man mano che ci avvicendiamo alla guida del Paese», sottolinea appunto Crosetto, «ha degli obblighi da rispettare come quelli dei trattati internazionali. Noi non possiamo assecondare rotture isteriche né subordinazione infantile, perché la strada in cui ci muoviamo, è quella della legge, dei trattati internazionali e della Costituzione. Noi abbiamo preso le distanze e continuiamo a prendere le distanze da ciò che non condividiamo. All’interno di questo, ciò che accade nelle basi è fissato da una legge, da ciò che ha deciso il Parlamento».
La strategia propagandistica delle opposizioni è quella di chiedere al governo italiano di negare ogni utilizzo delle basi agli Usa. Una richiesta strumentale, che cerca di intercettare il crescente malcontento nell’opinione pubblica rispetto alla politica estera di Trump. «Se la logica è quella dei processi alle intenzioni», argomenta ancora Crosetto, «allora non mi pare un approccio razionale, perché l’unico modo sarebbe di dire di chiudere le basi. E perché dovremmo chiuderle? Perché dovremmo chiudere un accordo internazionale? Perché pensiamo di non aver più bisogno dell’Alleanza atlantica e dell’alleanza con gli Usa? Perché c’è qualcuno qua dentro che pensa che per speculazione politica, qualche punto percentuale, noi possiamo chiudere un accordo internazionale in un momento drammatico come questo?». No, naturalmente no. Il dibattito in Aula, però, vede la sinistra continuare a chiedere ciò che non si può ottenere.
Al termine, conversando con i cronisti, Crosetto non nasconde la sua delusione: «Non hanno neanche capito», sottolinea il ministro della Difesa, «sono dispiaciuto del livello che ho trovato. Vorrei un livello più alto del Parlamento. Io ho detto: signori, io ho fatto quello che al mio posto avrebbe fatto Guerini e se fossi stato al posto di Guerini avrei fatto quello che ha fatto lui o un altro ministro. Stiamo applicando dei trattati che sono chiari e definiti e non ci è data la possibilità di interpretarli, di cambiarli ma li dobbiamo applicare».





