- Venerdì in conferenza stampa Giorgia Meloni dovrebbe dare un segnale: l’obiettivo sono le urne il 22 e 23 marzo. Senza accelerazione, le nomine dei capi delle procure resterebbero in mano alle correnti per altri 4 anni.
- Il sindacato dei magistrati ha raddoppiato la quota di iscrizione dei soci e ha stanziato già 500.000 euro. Ora è pronto a metterne altrettanti. A meno che non intervenga la Cgil.
Lo speciale contiene due articoli
Come fa un semplice testo approvato a diventare legge? Non succede per magia, ci vogliono i decreti attuativi, misure che rendono operative le disposizioni stabilite da una legge. Questo vale anche per le riforme, e le opposizioni e l’Anm lo sanno bene. Trascinare in avanti la decisione sulla data del voto che deciderà se confermare la riforma della giustizia approvata dal Parlamento serve proprio a questo. A prendere tempo. All’indomani di un eventuale sì, la riforma non avrà subito forza di legge, lo sarà una volta emanati i decreti attuativi, e fino a che non saranno emesse queste norme secondarie, la riforma non avrà effetti. Mancano solo 10 mesi al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura, e tirare la corda ancora sulla data, torna accidentalmente utile per formare un nuovo, ennesimo, Csm senza sorteggio, con il sistema del voto e delle correnti. Significa tenere le cose come stanno per altri quattro anni, significa che le prossime nomine dei procuratori verranno fatte dai soliti noti, dalle solite toghe politicizzate, significa aver fatto votare ai cittadini due volte (una volta in Parlamento tramite i loro rappresentanti, e una volta al referendum) una riforma che si vedrebbe applicata realmente dopo il 2030.
Trascinare la decisione in qualche modo tiene in stallo anche i lavori parlamentari che, insieme alla campagna referendaria, ricominciano oggi. L’agenda politica di quest’anno parte ricca di impegni. In Senato si parte subito con la discussione del ddl antisemitismo che spacca la sinistra e che non trova pieno sostegno neanche a destra, considerata da alcuni una norma liberticida. La segretaria del Pd Elly Schlein sembra che abbia visto l’azione del collega di partito, Graziano Delrio, come un modo per crearle problemi su un tema che andrebbe a toccare gran parte del suo elettorato che trova le radici nei centri sociali e nell’attivismo pro Pal. Per questo il Pd si presenterà con due proposte diverse insieme ai ddl di Lega, Fi e Italia Viva. La proposta di Delrio che ha avuto la dura reazione soprattutto del capogruppo Francesco Boccia, prevede una delega al governo per gestire il fenomeno dell’antisemitismo sui social e dentro le università. Si propone l’istituzione di una sorta di «grande fratello» su ciò che accade nelle attività e nei contenuti delle stesse. Le linee guida da seguire sarebbero quelle dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra).
L’attesa più grande c’è per venerdì però, quando i giornalisti potranno rivolgersi al presidente del Consiglio in occasione della conferenza stampa di fine anno, diventata ormai con questo governo, una conferenza stampa di inizio anno. Il 9 gennaio, esattamente lo stesso giorno di quella precedente un anno fa. In quell’occasione si attende che Giorgia Meloni dica la sua anche sulle date del voto del referendum (le più probabili restano quelle del 22 e del 23 marzo). Anche perché bisogna dare dei segnali: sono passate più di due settimane dal consiglio dei ministri che, deliberando la decisione di votare in due giorni, avrebbe anche dovuto definire gli stessi. Andare oltre sarebbe imbarazzante.
Sbloccare il referendum permetterebbe anche di muoversi sugli altri dossier. Il prossimo obiettivo della maggioranza è la riforma della legge elettorale, che si inizierà a calendarizzare dopo il referendum. Il premierato, che per il momento resta fermo alla Camera dopo il via libera del Senato, non è previsto nel calendario di gennaio di Montecitorio proprio perché si dovrebbe discutere dopo le nuove regole del voto. Il 14 gennaio alla Camera ci sarà il ministro degli Interni Matteo Piantedosi per riferire sul caso Hannoun, il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia arrestato e accusato di aver raccolto fondi per Hamas. Il 15 invece, il ministro della Difesa Guido Crosetto, sempre a Montecitorio, svolgerà le comunicazioni in materia di proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina. L’argomento, spinoso per la maggioranza, con la Lega ostile all’idea di proseguire gli aiuti all’Ucraina, non ritenendolo tuttavia tema sufficiente per rompere l’alleanza di governo, è stato risolto il 30 gennaio con un accordo tra i partiti di governo.
Sul tavolo del primo trimestre di lavori parlamentari ci sarà anche la modifica del codice penale in materia di violenza sessuale e di libera manifestazione del consenso. Anche questo, tema spinoso e controverso. Un accordo sui principi generali chiuso tra Meloni e Schlein vorrebbe essere interpretato dalla sinistra come un via libera su come definire i dettagli del testo, naturalmente non può essere così e la Lega ha giustamente sollevato dei rilievi.
Non solo la Lega ma anche alcuni esponenti di Fratelli d’Italia non si sono convinti del testo della proposta di legge bipartisan. Il ministro per la Famiglia, natalità e pari opportunità, Eugenia Roccella, sostiene che il consenso, per come viene concepito, rischia di legittimare altre perplessità sull’inversione dell’onere della prova. Altri dubbi sono stati sollevati anche da Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione camere penali.
In agenda, appunto, anche il ddl Roccella sull’affidamento dei minori, argomento tristemente balzato alle cronache con il caso della famiglia del bosco.
Infine una legge sul fine vita, non una priorità per questo governo, che si pensava inizialmente non volesse legiferare su questo, ma che invece dovrebbe poter vedere luce entro la fine dell’anno. Gli uffici ci stanno già lavorando.
Dall’Anm 1 milione per gli spot del No
«Una domanda alla Anm: chi finanzia la vostra campagna per il no? È costosa. E siete una associazione privata. Potete rispondermi?». La domanda posta da Gaia Tortora su X ha una risposta: a finanziare la campagna per il no al referendum confermativo della riforma della giustizia sono i magistrati dell’Anm. Lo spiega bene Il Dubbio: lo scorso settembre il comitato direttivo centrale dell’Anm ha deliberato, per la campagna del no alla riforma, una spesa di 500.000 euro. Come si raggiunge questa cifra? Stando a quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano, da alcuni mesi la quota di iscrizione che i magistrati devono versare all’associazione è aumentata del 50%, passando da 120 a 180 euro l’anno. Moltiplicata questa somma per i 9.149 soci dell’Anm, abbiamo un totale di 1.646.820 euro. Praticamente mezzo milione di euro in più all’anno rispetto alla quota precedente. Esattamente i denari che servono a finanziare la campagna, già partita con i cartelloni installati nelle grandi stazioni italiane.
La campagna, realizzata dal comitato «GiustodireNo» dell’Anm, lancia un messaggio molto semplice: «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No. Al referendum, vota no». Uno slogan assai grossolano, ma i tempi che corrono, purtroppo, sono caratterizzati da un modo di comunicare basato più sulla emotività che sui contenuti. Le accuse sono arrivate tra gli altri dal comitato «Giustizia Sì», da Domenico Caiazza, presidente del Comitato «Si Separa», che ha parlato di manifesto «truffaldino e vergognoso», dal professor Nicolò Zanon, presidente del comitato nazionale «Sì Riforma». Critiche rintuzzate dal comitato per il no dell’Anm: «Il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica», ha spiegato il portavoce, Enrico Grosso, «viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto». «Ho visto i cartelloni», ha argomentato Giovanni Bachelet, presidente del comitato della società civile per il No, «e mi sembrano efficaci. E le reazioni dei comitati per il sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Alle critiche arrivate dai sostenitori del sì, ha risposto il segretario dell’Anm Rocco Maruotti: «Politici, giornalisti di partito e alcuni presidenti dei comitati per il sì», ha sottolineato Maruotti, «che si stanno agitando tanto per la campagna referendaria che il comitato per il no, presieduto dal costituzionalista e avvocato Enrico Grosso, ha lanciato in questi giorni nelle grandi stazioni ferroviarie, andrebbero ringraziati perché, rilanciando sui loro profili social le foto con i manifesti contrari alla riforma Nordio, stanno centuplicando a costo zero l’effetto pubblicitario della campagna referendaria per il no».
Detto ciò, segnala ancora Il Dubbio, l’Anm sarebbe pronta a raddoppiare l’investimento, stanziando un altro mezzo milione di euro per irrobustire la campagna referendaria. Da dove arriverebbero questi altri soldi? O da un ulteriore prelievo dalle casse dell’Anm oppure ad aprire i cordoni della borsa potrebbero essere le associazioni che aderiscono al comitato «Società Civile per il No al Referendum costituzionale». Al comitato aderiscono 26 sigle, tra le quali è inevitabile che un sostanzioso contributo potrebbe arrivare dalla Cgil di Maurizio Landini. La battaglia referendaria non è ancora entrata nel vivo, ma non appena sarà fissata la data della consultazione c’è da aspettarsi che i toni diventeranno ancora più accesi.
Enrico Costa, deputato di Forza Italia, è vicepresidente della commissione Giustizia di Montecitorio.
Onorevole Costa, Alessandro Sallusti ieri sulla Verità scrive che il fronte del no al referendum sulla giustizia punta a ritardare il più possibile la consultazione popolare per arrivare alle elezioni del prossimo Csm, anche in caso di vittoria del sì, con le norme attuali. Condivide l’allarme?
«Condivido l’allarme di Sallusti perché l’avevo già lanciato giorni fa. È evidente che questo tentativo di allungare il brodo, di fare melina, di buttare la palla in tribuna da parte del fronte del no, che chiede di non celebrare il referendum nel prossimo mese di marzo ma di rinviarlo più avanti, ha un obiettivo che secondo me non è quello di un improbabile recupero sul sì: sono convinto che più tempo c’è per spiegare le ragioni della riforma più persone si convincono a votare a favore».
Quindi qual è il vero obiettivo di questo prendere tempo?
«Il vero obiettivo è quello di mettere in atto una sorta di piano B: sanno che perderanno il referendum, e quindi hanno studiato il modo per mantenere il potere delle correnti sul Csm nonostante la conferma della riforma da parte degli elettori. Vogliono che il prossimo Csm sia ancora eletto e non sorteggiato, anche in caso di vittoria del sì».
Come si potrebbe arrivare a una situazione di questo tipo?
«Quelli che si oppongono sanno che la riforma ha bisogno di norme attuative, leggi ordinarie, per disciplinare il sorteggio e i due Csm come scritto anche nella norma transitoria della stessa riforma. Sanno quindi che più tardi si celebra il referendum meno tempo c’è per approvare le leggi attuative prima della scadenza di questo Csm, a gennaio 2027, e soprattutto prima della convocazione delle elezioni per il rinnovo, a ottobre-novembre 2026. Rinviando più avanti possibile il referendum e quindi restringendosi la finestra temporale per varare le norme attuative, e aggiungendo magari un ostruzionismo parlamentare su di esse, si potrebbe giungere ad un punto in cui arriva il momento di convocare le elezioni del nuovo Csm senza che siano state approvate le leggi attuative della riforma. A quel punto il fronte del no cercherebbe di forzare la mano invocando l’applicazione delle norme ordinarie esistenti, che prevedono un solo Csm anziché due e l’elezione anziché il sorteggio. Per raggiungere il loro obiettivo, in sostanza, puntano ad arrivare a ottobre-novembre 2026 con la riforma approvata, ma senza leggi attuative. Ovviamente sarebbe un’interpretazione strampalata, ma qualcuno ci proverebbe, come qualcuno sta provando oggi a dire che il referendum non si può indire fino alla fine della raccolta delle firme».
C’è possibilità che questo disegno vada in porto?
«Questo disegno resterà nella mente di chi non si rassegna ad un Csm che non sia più in mano alle correnti, e non troverà applicazione, perché il Parlamento lavorerà per dare attuazione tempestivamente alla riforma».
Teme una invasione di campo di Mattarella per portare avanti questo piano?
«Assolutamente no, ho grande stima ed apprezzamento per l’equilibrio e per la sensibilità del presidente della Repubblica che saprà svolgere il suo ruolo come di consueto nel modo più corretto».
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