Una manifestazione di popolo, riuscitissima e pacifica anche nei contenuti e nei messaggi lanciati (salvo i soliti quattro idioti in cerca di visibilità con le foto di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa a testa in giù accanto a una ghigliottina di cartone, tra l’altro fuori dal corteo), ma con un significato politico che smonta completamente la teoria che i voti andati al No sulla riforma della giustizia possano essere ricondotti al cosiddetto campo largo.
Manco per niente: in piazza, tra le forze politiche del fronte progressista, era presente solo Avs, in fondo al corteo, con una discreta partecipazione: neanche mezza bandiera di Pd e M5s, ma una serie infinita di sigle che con la coalizione di opposizione hanno poco o nulla a che fare.
Manifestazione più che riuscita, dicevamo: circa 100.000 persone hanno sfilato tra canti, balli, Bella ciao, e slogan contro la guerra, contro Israele, contro Donald Trump e a favore della Palestina e della pace. Tanti anche i cartelli e gli striscioni contro il governo Meloni, ovviamente, ma l’immagine restituita dal corteo è quella di un popolo che non si riconosce nell’asse Pd-M5s che si pone alla guida dell’alternativa, e men che meno, figuriamoci, per gli alleati centristi. Sfilano le bandiere di Rifondazione comunista, del Partito dei lavoratori, dei centri sociali di tutta Italia, dell’Anpi, di Emergency, di Amnesty international, di vari movimenti pacifisti, lo stendardo della «Comune», «organizzazione umanista e socialista», una grande, massiccia rappresentanza della Cgil e della Fiom.
Ma sono scesi in campo anche vecchi arnesi della lotta di classe, come i Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, grandi produttori di liste di proscrizione di presunti simpatizzanti dello Stato di Israele), e dell’anarchia parolaia, tipo circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Si sono uniti al corteo anche i militanti del «Partito comunista internazionale» e del «Partito di alternativa comunista», gente che ancora oggi vagheggia la rivoluzione, come si legge in uno dei volantini distribuiti nel corteo. Pure i cori erano piuttosto polverosi e non proprio eccitanti. Roba come «Unità solidale per poter cambiare» o «Non c’è vittoria, non c’è conquista senza impegno pacifista» o ancora «Fronte unico pacifista contro la guerra imperialista» o «Intelligenza artificiale, inganno criminale». Chi non si solleverebbe con simili parole d’ordine?
Insomma, in piazza ha sfilato quella galassia che, tutta unita dal no alla guerra, a Israele, a Trump, lo scorso fine settimana è andata in massa alle urne, ha contribuito in maniera più che determinante alla vittoria del No, ma è lontana anni luce dai partiti (Avs a parte) che si riconoscono nel centrosinistra parlamentare. Significativi i contenuti di alcuni dei volantini distribuiti durante il corteo: il Partito comunista internazionale sostiene che «guerra e fascismo saranno fermati solo dalla lotta di classe con l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo» invocando la rivoluzione comunista e arriva a condannare, pensate, pure «il regime capitalista di Pechino, la via cinese alla falsificazione ormai evidente del socialismo, che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita», mentre il Partito di alternativa comunista dimostra di avere le idee chiare rispetto al centrosinistra: «Anche in Italia le oceaniche manifestazioni e gli scioperi dello scorso autunno hanno dimostrato che la lotta di classe può esplodere mettendo in difficoltà i governi borghesi. La recente vittoria del No al referendum è il sottoprodotto di quelle grandi mobilitazioni. Ma le lotte da sole non bastano: i partiti liberali e riformisti sono pronti a governare per conto dei capitalisti e continuare a colpire le classi povere».
Una vittoria, quindi, quella del No al referendum, rivendicata da queste decine di migliaia di manifestanti, ma fuori da ogni logica politicista. Del resto di quelli che hanno sfilato a Roma evidentemente Pd e M5s non si fidano nemmeno: l’assenza delle bandiere dei due partiti alla manifestazione è l’evidente segnale che i leader temevano scontri, tafferugli, vandalismi. I pentastellati hanno mandato in piazza una minuscola delegazione, composta tra gli altri da Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, e dai deputati Francesco Silvestri e Gilda Sportiello. Il segretario del Pd, Elly Schlein, mentre il corteo sfilava, era alla convention di Più Europa, così come Giuseppe Conte, pure lui alla larga dalla manifestazione. Considerato il numero di partecipanti assai superiore alle attese, il corteo, autorizzato dalla questura, si è diretto verso il Verano. È finito tutto a tarallucci e vino, con i manifestanti che si sono rifocillati dopo la lunga camminata.
L’analisi politica da fare è quindi precisa: il popolo del No al referendum, quello che solitamente non va a votare e che, affluendo in massa alle urne, ha determinato lo stop alla riforma, non si riconosce nei partiti di centrosinistra (Avs a parte) e i partiti di centrosinistra non si fidano del popolo del no. Le opposizioni hanno una sfida ai limiti dell’impossibile: convincere queste persone ad andare a votare per loro nel 2027. Uomini e donne compattati ancora intorno a un no, anzi a vari no: alla guerra e quindi al bellicismo di Usa e Israele, al governo Meloni, alle bombe, ai missili, allo sterminio di Gaza, ma pur sempre un corpo estraneo rispetto ai partiti politici. E, quando si tratterà di dire sì (a Conte, alla Schlein, a chiunque si proporrà come alternativa a Giorgia Meloni), molto difficilmente usciranno di nuovo dall’astensionismo in cui si erano fino ad ora rifugiati.
Mai come ieri la distanza tra la piazza e le logiche di potere che già stanno dilaniando il centrosinistra, tra favorevoli e contrari alle primarie, tra ambizioni di leadership e relativi sgambetti, è apparsa così plastica, cristallina. Per Pd e M5s il segnale arrivato dal corteo «No Kings» è, quindi, tutt’altro che favorevole.
Giuseppe CamaleConte sente l’inebriante profumo di ritorno al governo. Dopo che i risultati del referendum hanno riacceso le speranze del centrosinistra, sveste i panni del barricadero e indossa quelli del responsabile uomo di governo. Le sue parole, in particolare quelle sulla difesa comune europea e sulla Russia pronunciate ieri alla convention per gli Stati Uniti d’Europa sembrano pronunciate dal capo dello Stato Sergio Mattarella (c’è chi sussurra che Giuseppi aspiri addirittura al Quirinale, ma siamo veramente agli spifferi incontrollati).
«L’Europa», afferma Conte, «dovrebbe rafforzare la difesa comune europea, è una necessità, dobbiamo iniziare a costruire uno strumento di maggiore integrazione. La difesa unica è un progetto necessario per rispondere alle sfide che abbiamo davanti ma non ha nulla a che vedere col piano di riarmo, che sono soldi buttati». Conte ha ben compreso che le differenze sulla politica estera sono quelle più ostiche da superare per riunire la coalizione progressista alle elezioni politiche del prossimo anno, e così posizione il M5s anche sulla questione della guerra in Ucraina: «Sul conflitto in Ucraina», sottolinea l’ex premier, «io non mi sottraggo mai al confronto. Abbiamo sensibilità diverse ma ci sono passaggi che ci devono unificare. L’aggressione russa va assolutamente sanzionata. Oggi, di fronte all’allettante e conveniente prezzo del gas russo, noi non dobbiamo piegarci. Non dobbiamo acquistarlo fin quando non ci sarà un trattato di pace. Ma non possiamo demandare ad altri. Impegniamoci noi, con tutta la nostra forza, per una svolta negoziale. Non possiamo permetterci che arrivi questa svolta e l'Ue non sia a quel tavolo. Se dovesse succedere, il declino europeo sarà ancora più chiaro».
Il Conte di lotta di qualche settimana fa lascia il posto al Conte di governo: «L’Europa sta attraversando un declino politico spaventoso e preoccupante», argomenta Giuseppi, «sconquassata da una crisi economica, dalle conseguenze della pandemia e da una guerra nel cuore dell’Europa per l’aggressione russa illegale e illegittima. Come abbiamo risposto? L’Europa è balbettante, claudicante, non è riuscita a esprimere una visione e una strategia e ha mostrato tutte le sue carenze. Occorre rafforzare le istituzioni democratiche», aggiunge il leader del M5s, «dando potere d’iniziativa legislativa al parlamento europeo, potere di inchiesta, lì ci sono i nostri rappresentanti, deve essere l’organo dell’accountability, della rendicontazione al popolo europeo».
Sembra passato un secolo e invece sono pochi mesi da quando Conte menava la Ue come un fabbro e si affidava alle doti di pacificatore dell’ex candidato al Nobel Donald Trump: «Lasciamo che a condurre il negoziato siano gli Stati Uniti», diceva l’allora Giuseppi lo scorso 10 dicembre, a proposito della guerra in Ucraina, «i governi europei hanno fallito puntando tutto sulla scommessa di una vittoria sulla Russia, a colpi di invii di armi e di spese militari». Il Conte di governo incassa subito l’ok dell’alleato più ostile, Italia viva: «Bene la svolta di Conte», applaude il senatore Enrico Borghi, vicepresidente di Iv, «su difesa europea comune e sforzo diplomatico per l'Ucraina. Ora andiamo alle primarie del centrosinistra». Esultano anche altri alleati finora ad ora decisamente anti-contiani, come il senatore Pd Filippo Sensi:«Mi pare positivo», commenta Sensi, «che oggi il leader dei cinque stelle abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi esponenti che minacciavano la fine del sostegno alla Ucraina e l’apertura al gas russo. La sua risoluzione era irricevibile. Ma almeno oggi ha fatto un passo indietro. Vedremo».
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