
«Tutti i soldati italiani nelle basi militari che era troppo pericoloso lasciare lì a causa del conflitto in Iran sono stati fatti rientrare. E ne saranno fatti rientrare altri»: il ministro della Difesa, Guido Crosetto, al Tg4, pronuncia le parole che gli italiani da giorni aspettavano di ascoltare. L’azzardo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che attaccando l’Iran hanno scatenato una guerra che ha infiammato l’intero Medio Oriente, non può e non deve mettere in pericolo la vita dei soldati italiani, fino a ora solo sfiorati (per fortuna) dalle bombe di Teheran piovute sulla base di Erbil, in Iraq, su un hotel di Baghdad, ancora in Iraq e sulla base di Ali Al Salem, in Kuwait, mentre la base Unifil di Shama, sede del Comando del Settore Ovest a guida italiana nel Sud del Libano, con 1.300 nostri soldati, che operano insieme a tanti contingenti di altri Paesi, è sotto il fuoco incrociato di israeliani e Hezbollah.
A Baghdad questa notte (la scorsa notte, ndr)», sottolinea Crosetto, «abbiamo fatto evacuare alcuni nostri militari in totale sicurezza: sono usciti dall’Iraq e sono arrivati in Kurdistan e adesso arriveranno in Turchia e quindi in Italia. Quelli che rimangono devono avere la garanzia di sicurezza e di avere qualcosa da fare. Non si può far rimanere qualcuno che non abbia una missione e non sia fondamentale per ciò che deve fare in quel luogo, per cui tutti gli altri sono stati fatti rientrare e altri ne saranno fatti rientrare a breve. Altri soldati saranno fatti rientrare da Erbil e dal Kuwait e quelli che restano devono avere totali garanzie di sicurezza». Sulla sicurezza delle basi americane in Italia, è intervenuto anche il vicepremier Antonio Tajani: «Non vedo pericoli di attacchi militari sull'Italia o sulle basi americane, anche perché sono super protette. Non credo che la Sicilia sia raggiungibile, i missili sono arrivati a Creta, ma non credo che possano arrivare fino alla Sicilia».
Analizziamo, ora, nel dettaglio queste operazioni di alleggerimento dei militari italiani. Come spiegano fonti altamente qualificate alla Verità, già al momento dell’invio delle navi Usa in Medio Oriente i contingenti italiani in queste basi sono stati ridotti; all’inizio dei bombardamenti Usa-Israele c’è stato un ulteriore alleggerimento; infine, in questi giorni si sta provvedendo a una ulteriore, drastica riduzione delle nostre truppe. Per quel che riguarda la base di Erbil, la presenza è stata più che dimezzata: da più di 100 soldati italiani, ne restano poche decine, che rientreranno tutti in patria; a Baghdad come detto, non c’è più nessuno; nella base di Ali Al Salem, in Kuwait, rispetto ai 300 soldati italiani presenti prima dello scoppio della guerra, ne erano rimasti una ottantina e anche questo numero è stato ulteriormente ridotto all’osso. Anche i già pochissimi soldati italiani, meno di 20 in tutto, presenti in Qatar e Bahrein sono stati fatti rientrare o sono sul punto di essere rimpatriati.
Allargando il compasso che ha al centro l’Iran, abbiamo altri soldati italiani a Gibuti e in Somalia, che forniscono supporto logistico alle missioni Atalanta e Aspides. Aspides è una missione navale europea prettamente difensiva che opera dal febbraio 2024 nel Mar Rosso e protegge le navi commerciali dagli attacchi degli Houthi dello Yemen: gli assetti aeronavali sono forniti da Italia, Francia, Germania, Grecia, Belgio e Paesi Bassi. Aspides, che potrebbe essere potenziata, è stata affiancata alla missione Atalanta, istituita nel 2008 dalla Ue per contrastare la pirateria nell’area del Corno d’Africa.
Passiamo alla missione Unifil. La situazione qui è complessa, come spiega lo stesso Crosetto: «Le Nazioni Unite», evidenzia il ministro della Difesa, «hanno già deciso che Unifil finirà il prossimo anno; per quanto riguarda questi giorni, questi momenti, dobbiamo preoccuparci innanzitutto di garantire la sicurezza dei nostri militari e di quelli degli altri contingenti, cosa che finora siamo riusciti a fare, ma i primi a chiederci di rimanere in questa fase sono gli stessi libanesi e le stesse Nazioni Unite. Gli stessi contingenti si rendono conto del valore di questa missione di pace per far finire anche la guerra che è in corso, perché le alternative sono due: o in qualche modo gli Hezbollah vengono disarmati da una missione multilaterale delle Nazioni Unite o li disarma Israele con la guerra come sta facendo adesso. Non c’è una terza via, la nostra presenza è la salvezza del Libano ed è un modo per evitare una nuova guerra civile che infiamma il Libano, poi magari dal Libano si trasferisce alla Siria».
Infine, su Hormuz: «I Paesi non hanno detto no a mettere in sicurezza Hormuz», sottolinea ancora Crosetto, «hanno detto no a una missione che poteva sembrare quasi un ingresso in guerra in quel canale. Invece ciò che auspicano tutti i Paesi è una missione multilaterale internazionale che in qualche modo possa garantire la sicurezza a Hormuz. Bisognerebbe che le le Nazioni Unite si mettessero alla testa di questa cosa e poi a quel punto, probabilmente tutte le nazioni ma non soltanto quelle europee, non soltanto quelle della Nato, ma a quel punto anche tutte quelle asiatiche e l’India, parteciperebbero perché l’impatto energetico di Hormuz è principalmente verso l’Asia». Dire sì a una missione Onu, ora come ora, significa buttare la palla in tribuna.






