Neanche dipinta sul muro, e non è una metafora. Il Vaticano ha assecondato l’urgenza fisiologica della sinistra italiana e al grido «Vade retro Giorgia» ha imposto di oscurare al volo il volto dell’angelo nella cappella di San Lorenzo in Lucina a Roma, accostato (con qualche ragione) al profilo della premier Meloni. Ieri, evidentemente così terrorizzato da perdere il sonno e la faccia (la sua), il restauratore Bruno Valentinetti ha preso il pennello e ha tirato due mani di calce sul cherubino cancellandone le fattezze per non avere ulteriori grane dai datori di lavoro in tonaca.
Considerando che per pulire gli obbrobri dei writer dalle pareti dei palazzi passano anni, a stupire sono la rudezza del gesto e la fretta. Scoperta venerdì, la somiglianza dell’angelo che regge una pergamena dell’Italia era stata oggetto nell’ordine: del consueto malpancismo dell’opposizione, del sorriso divertito della modella involontaria, della promessa di sopralluogo della Soprintendenza, necessario nel caso di beni artistici. E infine della decisione del Rettore del Pantheon e della basilica romana, monsignor Daniele Micheletti, di pianificare un’approfondita verifica. Quest’ultima è durata tre minuti. Come se si dovesse far fronte a un allarme sociale per lo sfregio alla Vergine delle Rocce o il profilo pittato fosse quello di Giordano Bruno o della Papessa Giovanna.
La faccenda è inutilmente in evoluzione, l’architetto Cino Zucchi ha rivelato su Instagram di avere trovato il profilo originale pre-restauro nell’account di «Roma Aeterna» e sarebbe diverso, ma con le bufale digitali vatti a fidare. Prima di toccare l’affresco di solito è necessaria una perizia ufficiale con un rigoroso iter istituzionale. In questo caso no, via con la cara procedura Stalin, che cancellava dalle foto i gerarchi caduti in disgrazia. «Ho coperto quel volto perché me lo ha chiesto il Vaticano», ha allargato le braccia Valentinetti. In effetti le pressioni sono state micidiali.
Ha cominciato il cardinal Baldo Reina: «Provo profonda amarezza, le immagini di arte sacra non possono essere oggetto di utilizzi impropri o di strumentalizzazioni, essendo destinate esclusivamente a sostenere la vita liturgica e la preghiera personale e comunitaria». Ha continuato padre Giulio Albanese, responsabile della comunicazione del Vicariato di Roma: «L’originale era diverso, tutto ciò è imbarazzante». Così monsignor Micheletti, che adesso rischia il posto, guardacaso solo ieri si è accorto che «l’opera presentava fisionomie non conformi all’iconografia originale e al contesto sacro». E ha ordinato l’imbiancata.
L’ha fatto togliere di torno e buonanotte, occhio non vede cuore non duole. Soprattutto quello della fazione turbo-progressista del cattolicesimo in ambasce, dal cardinal Matteo Zuppi ad Andrea Riccardi della comunità Sant’Egidio, dalle Caritas alla galassia cattodem già sul piede di guerra e solitamente poco dotata di ironia. Eppure proprio la Chiesa dovrebbe avere metabolizzato quelle che chiama «contaminazioni», cominciate quando Leonardo Da Vinci nel Cenacolo diede a Giuda il volto dell’abate domenicano che lo stava sfrattando da Santa Maria delle Grazie per la lentezza nell’avanzamento (capo)lavori.
Quanto all’indignazione del cardinal Reina per l’«uso improprio delle immagini di arte sacra», sarebbe interessante sapere perché non è rimasto egualmente scosso quando nella cattedrale di Terni è comparso un enorme affresco omoerotico con gruppi laocoontici di corpi intrecciati e con l’allora vescovo Vincenzo Paglia raffigurato felicemente con lo zucchetto episcopale nella «Resurrezione genderfluid». O peggio quando si scoprì che il crocifisso della cappella dell’ospedale Papa Giovanni di Bergamo aveva il volto di Claudio Galimberti, capo ultrà dell’Atalanta, pregiudicato con record di daspo. L’artista Andrea Mastrovito ha sempre rivendicato la burla. Da un decennio, il paziente che si raccoglie in preghiera prima di un intervento chirurgico salvavita, non prega Gesù ma il Bocia. Non risultano note vibranti della Santa Sede.
Accortasi che l’affresco in San Lorenzo in Lucina è diventato la lavagna della Terza C, la Soprintendente di Roma, Daniela Porro, in accordo con il ministero della Cultura ha fatto sapere agli zelanti sacerdoti che «alla luce della cancellazione del volto della decorazione, per qualsiasi intervento di ripristino è necessaria una richiesta di autorizzazione non solo al Vicariato ma al Fondo edifici di culto del ministero dell’Interno, proprietario dell’immobile, con accluso bozzetto». Così, per evitare che compaia il profilo di Ilaria Salis, sul quale nessuno avrebbe nulla da ridire.
Come spesso accade i più delusi sono i fedeli, che domenica hanno affollato la chiesa come non accadeva da anni anche per via di quel cherubino dall’aspetto tanto famigliare. Monsignor Micheletti ha dovuto ammettere: «È stata un’autentica processione, ma venivano per vederlo e non per pregare». Dovrebbe essere contento, visto che le vie del Signore sono infinite.
- Venerdì 6 febbraio si aprono i Giochi invernali di Milano-Cortina con una cerimonia storica tra San Siro e Cortina. Per la prima volta la festa olimpica si svolge in due città, mentre l’Italia schiera la squadra più numerosa della sua storia e prepara un’Olimpiade diffusa tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige.
- Il Coni alza l’asticella per una delle nazionali invernali più forti di sempre: dalla sorpresa Giovanni Franzoni a «nonno» Dominik Paris, passando per le leonesse Federica Brignone e Sofia Goggia. Niente russi, ma occhio a svizzeri e fenomeni americani nell’hockey (e Lindsay Vonn col crociato rotto).
Lo speciale contiene due articoli.
Ormai ci siamo. Il conto alla rovescia è pressoché agli sgoccioli. Vent’anni dopo Torino, l’Italia torna ad accendere la fiamma olimpica. Milano-Cortina 2026 comincia venerdì 6 febbraio alle 20 con una scelta che dice già molto di questi Giochi: non una sola scena, ma due. La cerimonia d’apertura sarà divisa tra lo stadio di San Siro e Cortina d’Ampezzo, a raccontare un’Olimpiade che non vive in un solo luogo ma si allunga lungo l’arco alpino, tra città e montagne, palazzetti e piste.
È la prima volta che l’inizio dei Giochi viene pensato così, come un racconto condiviso. E non è un dettaglio: questa edizione nasce proprio dall’idea di usare sedi diverse, impianti esistenti, territori lontani tra loro ma uniti dallo stesso evento. Milano, la Valtellina, le Dolomiti, il Trentino-Alto Adige: il programma è distribuito, con le gare che si muovono tra hockey, pattinaggio, sci alpino, biathlon, fondo e le altre discipline. Anche la chiusura, il 22 febbraio, seguirà questa logica, con l’Arena di Verona scelta come cornice finale.
Il simbolo più evidente di questa Olimpiade «doppia» sarà il braciere. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici e paralimpici, la fiamma arderà contemporaneamente in due città: all’Arco della Pace a Milano e in piazza Dibona a Cortina. I due bracieri sono stati progettati in alluminio aeronautico e si muovono come strutture vive, capaci di aprirsi e chiudersi. Il loro disegno richiama i nodi di Leonardo da Vinci, un omaggio al legame tra ingegno umano e natura, e anche alla storia di Milano come città di creatività. Dentro, la fiamma è racchiusa in un sistema pensato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, con effetti scenici sostenibili e massima attenzione alla sicurezza. L’accensione del 6 febbraio chiuderà il viaggio della Fiamma Olimpica, che ha attraversato tutte le 110 province italiane per un totale di 12.000 chilometri. Da quel momento, il braciere di Milano diventerà anche un appuntamento quotidiano: ogni sera, tra le 17 e le 23, uno spettacolo breve accompagnerà cittadini e visitatori fino allo spegnimento della fiamma, previsto il 22 febbraio. Poi, con l’arrivo della Fiamma paralimpica, i due bracieri torneranno ad ardere per tutta la durata dei Giochi paralimpici.
La cerimonia d’apertura, intanto, punta a essere uno dei momenti più spettacolari di questa Olimpiade. A San Siro saliranno sul palco artisti molto diversi tra loro, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Ghali, mentre il racconto dell’identità italiana passerà anche dalle voci di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore. Il tema scelto è quello dell’armonia, intesa come dialogo tra mondi lontani: la città e la montagna, il cemento e il ghiaccio. Dietro quei novanta minuti di show c’è stato un lavoro lungo mesi, con migliaia di persone coinvolte tra tecnici, sarti, truccatori e scenografi, e con prove organizzate in più sedi.
Accanto all’entusiasmo, però, non sono mancate le critiche. Il New York Times ha definito questa Olimpiade un possibile «incubo logistico», sottolineando le distanze tra le sedi, le strade strette e la complessità dei collegamenti. Nel suo reportage, il quotidiano americano ha ricordato che le gare si svolgono in otto aree diverse distribuite su un territorio molto ampio, e che per rendere possibile il sistema dei trasporti sono stati aggiunti autobus a zero emissioni, più treni e una flotta di auto per spostare atleti, funzionari e ospiti. Secondo il giornale, tra viaggi, cantieri e ultimi ritocchi, l’organizzazione ha vissuto una corsa contro il tempo, con strade trasformate in slalom di coni arancioni e lavori ancora in corso fino a pochi giorni fa. Anche la tedesca Bild ha puntato il dito sui ritardi, citando in particolare alcuni impianti di Cortina. A queste osservazioni hanno risposto le istituzioni sportive. La presidente del Cio, Kirsty Coventry, dopo un incontro con il governatore lombardo Attilio Fontana e con i vertici della Fondazione Milano-Cortina, ha parlato di «grande entusiasmo» e di «un’organizzazione meravigliosa», spiegando di percepire ovunque lo spirito olimpico e ringraziando per il lavoro svolto dietro le quinte. Fontana ha sottolineato i complimenti ricevuti per le sedi visitate e ha detto di essere fiducioso anche grazie alle immagini di Bormio e Livigno già coperte di neve. Giovanni Malagò ha parlato di «rush finale», ricordando che gli ultimi giorni prima dell’inizio servono sempre per sistemare i dettagli e che l’obiettivo è essere all’altezza delle aspettative delle federazioni internazionali.
Intanto, mentre alcuni sport sono già partiti nei giorni precedenti per ragioni di calendario, il conto alla rovescia è finito. Da venerdì l’Italia non sarà più solo il Paese che ospita i Giochi, ma il palcoscenico su cui il mondo dello sport invernale si darà appuntamento.
Parte l’Olimpiade: obiettivo 20 medaglie
Tregua olimpica un accidente. Quella riguarda il marketing politico, ma da sabato sarà ghiaccio bollente a caccia di una medaglia d’oro. Dopo la cerimonia inaugurale allo stadio di San Siro, le XXV Olimpiadi invernali di Milano-Cortina cominciano a distribuire metalli sulla leggendaria pista «Stelvio» di Bormio, dove va in scena la Discesa libera maschile e potrebbe arrivare il primo lampo italiano. Sarebbe necessario per tenere il passo delle ambizioni: per i Giochi in casa il Coni ha messo il target su 20 medaglie, il record ottenuto a Lillehammer (allora le gare erano 61, qui 116), obiettivo non impossibile per il Team Italia, ritenuto il più forte della storia.
In Valtellina, dove si disputano le gare maschili di sci alpino, subito un nome che vale un candelotto di dinamite: Giovanni Franzoni di Manerba del Garda, un uomo di lago capace di planare in alta quota, la sorpresa di questo inverno azzurro. Primo nel SuperG di Wengen, primo nella Libera di Kitzbuhel, la più difficile del mondo. Il jet bresciano ha 25 anni ed è in una forma da Alberto Tomba a Calgary (correva l’anno 1988, due ori) anche se dovrà scalare la montagna costituita dai fenomeni svizzeri Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Ma c’è un altro italiano pronto a gettarsi a 130 all’ora nella lingua bianca in mezzo al bosco: nonno Dominik Paris che definisce la Stelvio «la mia vasca da bagno preferita» e a 36 anni potrebbe aggrapparsi al podio. Non vince da quattro anni ma è arrivato secondo qualche giorno fa a Crans Montana, bel segnale.
Per rimanere nella bolla dello sci alpino bisogna trasferirsi a Cortina dove la valanga rosa può regalarci meraviglie con le ex nemiche Sofia Goggia e Federica Brignone in Discesa, SuperG, Combinata, Gigante. Sono le punte di diamante della squadra italiana, per loro un trionfo significherebbe entrare nella leggenda. Ha dichiarato Goggia, che ha già vinto l’oro in Corea nel 2018: «Qui sarà tutto più speciale. Oltre il cancelletto delle Tofane c’è un intero Paese che trattiene il respiro, dominare l’emozione sarà l’impresa più grande». La leonessa Brignone è chiamata al miracolo: reduce da un infortunio gravissimo, ha recuperato in tempo record e sarà al via del Gigante, forse non della Libera. Sua mamma Ninna Quario, ex campionessa e giornalista, ha detto: «Non mollerà di sicuro. Per essere qui ha bruciato i tempi di recupero e fare la portabandiera è stata una molla straordinaria». Le due azzurre dovranno abbattere due statunitensi: la Wonder woman Mikaela Shiffrin (l’atleta più vincente di sempre, signora degli slalom) e la veterana di tungsteno Lindsey Vonn, che a 41 anni non intende scendere dagli sci. A conferma della tigna, ha annunciato che gareggerà con il crociato del ginocchio sinistro rotto e una ginocchiera. Per gli sponsor questo ed altro.
Una portabandiera italiana in fibrillazione da podio è anche la veterana Arianna Fontana, 35 anni di Sondrio, leggenda dello Short Track che dopo 11 medaglie (due ori) intende chiudere con un trionfo al Forum di Assago. Nella stessa specialità il medagliere potrebbe sorridere grazie a Pietro Sighel, già argento e bronzo a Pechino quattro anni fa. Per rimanere in un palazzo del ghiaccio milanese (questa volta a Rho Fiera), ecco una certezza del Pattinaggio di velocità: Francesca Lollobrigida, pronipote della Gina nazionale, capace di passare senza problemi dalle rotelle alle lame. Nella voliera dai mille colori dove l’arancione olandese è il più classico, anche Davide Ghiotto e Andrea Giovannini sperano di far risaltare l’azzurro.
Si torna all’aperto, sulle cime di Anterselva, per trovare un’italiana destinata a fare centro. È la regina del Biathlon Dorothea Wierer (35 anni) all’ultimo valzer sulle nevi di casa dopo una carriera straordinaria: tre medaglie olimpiche e 12 titoli mondiali in una delle specialità più massacranti. Formidabili a sciare e sparare con il podio nel mirino sono anche Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel. Anche sulla discussa pista di slittino di Cortina tira aria di medaglia, secondo tradizione: Dominik Fischnaller, Leon Felderer, Verena Hofer sono pronti a continuare l’epopea dei proiettili umani con il nome tedesco e la bandiera italiana sulla tuta. Nel bob puntiamo tutto su Patrick Baumgartner, con il sogno di rinverdire a casa sua la leggenda del Rosso Volante Eugenio Monti.
Nello Snowboard Michela Moioli, argento a Pechino nel 2022, può domare le gobbe e ripetersi. Nello Sci di fondo in Val di Fiemme si farà il tifo per Federico Pellegrino aspettando Johannes Klaebo, il fenomeno norvegese erede dei leggendari giganti dei boschi con la barba ghiacciata (la memoria corre al finlandese Juha Mieto). Il signore della fatica ha già al collo sette medaglie olimpiche, ha messo via oltre 100 vittorie, ha dominato tutte le specialità. Nel vederlo passare tornerà ad aleggiare l’immagine che Vujadin Boskov dedicò a Ruud Gullit: «Sembra cervo che esce di foresta».
Saranno le Olimpiadi di Ilia Malinin, americano figlio di uzbeki, destinato a confermarsi il re del pattinaggio su ghiaccio al Forum di Assago. Saranno le Olimpiadi di Eileen Gu, nata a San Francisco, laureata a Stanford, campionessa di Freestyle che decise di gareggiare per la Cina. A 22 anni è anche modella di Vogue e Marie Claire, è seguita dagli sponsor di mezzo mondo, secondo Forbes guadagna più di 20 milioni di dollari e ha 2 milioni di followers su Instagram. Ma saranno anche i Giochi di Lucas Pinheiro Braaten, lo slalomista brasiliano che danza fra i paletti. È lui il campione dell’esotismo, in attesa che compaiano gli eredi dei bobbisti giamaicani.
Infine c’è l’hockey, il torneo stellare con i campioni dell’Nhl (Auston Matthews, Sidney Crosby), Stati Uniti, Canada e i guerrieri scandinavi (i russi no). Il 22 febbraio chiuderà, con la finale maschile, l’Olimpiade italiana. Boati mondiali a Milano, ma anche stridore di denti, mazzate in balaustra, ferocia infernale dentro un immenso frigorifero. Il più macho degli sport che il woke ha tentato di trasformare in passerella gay nella serie Heated Rivalry. Tregua olimpica, poi rientrare nella realtà sarà dura.
«I reparti li volete mobili o immobili?». La domanda dei sindacati di polizia mette il dito nella piaga dopo la follia criminale di sabato a Torino, dove 108 militari sono stati feriti mentre tentavano di garantire l’ordine pubblico sconvolto dagli assalti violenti dei teppisti di Askatasuna e dei loro complici. Ma il quesito è facilmente esteso all’ultimo episodio di cronaca nera in quella Gotham City che è diventata Milano: il carabiniere che ha sparato allo spacciatore nel boschetto-cloaca di Rogoredo è stato immediatamente indagato per omicidio volontario. Anche se il malvivente gli puntava contro una pistola che nessuno avrebbe potuto presumere a salve.
In un Paese civile la sicurezza passa dalla certezza del diritto e dalla difesa della legalità, affidata alle forze dell’ordine, che mai come in questo periodo si sono sentite sotto assedio. Nel mirino di manifestanti violenti e di criminali arrivati con la lunga onda migratoria, due categorie care alla sinistra all’opposizione, che non risparmia connivenze, ambiguità, solidarietà pelose per scopi ideologici ed elettorali. Secondo un vecchio motto extraparlamentare, «gli incendi sono funzionali alla destabilizzazione». Aggiornato da Maurizio Landini: «È tempo di rivolta sociale».
Al termine di manifestazioni e operazioni di polizia, il bollettino dei tutori dell’ordine feriti e indagati supera di gran lunga quello degli incendiari, che spesso passano dal ruolo di accusati a quello di vittime del sistema. Con una conseguenza: l’immobilismo delle forze dell’ordine per non avere guai. Anche perché le regole d’ingaggio di polizia e carabinieri sono perdenti. Per gli agenti in missione vale l’articolo 53 del codice penale, secondo il quale «il pubblico ufficiale non è punibile nel momento in cui fa uso delle armi per adempiere al proprio dovere, quando è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza». Ma abbiamo visto che per i magistrati valgono più le eccezioni delle regole.
In sintesi sono cinque.
1 Prima di agire, il poliziotto deve qualificarsi, soprattutto se è in borghese.
2 Poi deve intimare al malintenzionato di fermarsi.
3 Solo se sotto minaccia vitale può difendersi attivamente (quindi sparando).
4 In questo caso deve verificare la distanza, determinante per stabilire se ci sia o meno dolo. Oltre i 30 metri non lo è.
5 E comunque l’obiettivo dell’agente è quello «non di uccidere ma di rendere la minaccia inoffensiva».
Quindi dovrebbe sparare in aria mentre l’altro mira alla figura. È l’unico modo per vedersi garantita, da defunto, la legittima difesa. Nella concitazione di un’azione anticrimine, neppure Superman dotato di bindella sarebbe in grado di rispettare alla lettera le disposizioni.
Ancora più difficile, per le forze dell’ordine, è muoversi in sicurezza in caso di guerriglia urbana premeditata, organizzata e coordinata come quella di Askatasuna a Torino, dove pietre, bottiglie, oggetti contundenti, fumogeni, martelli, spranghe, trasformano le strade di una città inerme in un campo di battaglia. I corpi speciali antisommossa possono muoversi solo dopo essere stati aggrediti e devono sottostare a due principi fumosi: «Agire a scopo difensivo» e «reagire secondo proporzionalità». In teoria dovrebbero contare i teppisti prima di muoversi chiedendo loro il permesso.
Sono regole confuse e obsolete, da modernizzare a difesa di chi ci difende. Il Testo unico di Pubblica sicurezza, risalente agli anni Trenta del secolo scorso, ne prevede anche un paio folcloristiche come il «discioglimento delle manifestazioni annunciato da tre distinte intimazioni, precedute da uno squillo di tromba». O ancora: «Il funzionario di P.S., ove non indossi l’uniforme di servizio, deve mettersi ad armacollo la sciarpa tricolore». Dissuasione cromatica, la preferita da Elly Schlein.
Il retaggio giustificazionista è figlio di una vicenda storica. L’uovo del serpente fu covato 25 anni fa a Genova, durante il G8, quando tre giorni di vergogna gruppettara con la città messa a ferro e fuoco dai black bloc - parola di testimone - vennero trasformati da una narrazione turbo-progressista e irresponsabile (al governo c’era il nemico pubblico numero uno Silvio Berlusconi) in una «macelleria messicana». Gli eccessi polizieschi nella scuola Diaz furono un boomerang ma in molti fecero finta di dimenticarsi che arrivarono dopo un weekend di terrore, in cui Disobbedienti, Tute bianche e Black bloc si erano dati appuntamento per sfondare la zona rossa, fomentare disordini, distruggere tutto nel nome della rivoluzione proletaria.
«Non lavate questo sangue», scrivevano campioni di giornalismo con l’eskimo incorporato. E gruppi parlamentari che da sempre fiancheggiano col silenzio l’ultrasinistra violenta riuscirono a dedicare in Senato un’aula a Carlo Giuliani, un povero ragazzo sopraffatto dall’ideologia e ucciso mentre tentava di sfondare il cranio con un estintore a un carabiniere intrappolato dagli estremisti. Ora il sangue è quello di chi protegge le libertà democratiche dei cittadini, ma non sembra rosso uguale. Un reportage del Manifesto sui fatti di Torino teorizzava che gli aggressori «picchiavano il celerino perché lui aveva picchiato loro». Era uno scontro fra curve ultrà. Che altro?




