Gli hanno fatto le scarpe. José Luis Zapatero, il calzolaio della politica più amato dalla sinistra italiana, è tornato sulla Terra dal Parnaso del socialismo per affrontare una volgare faccenda giudiziaria.
Da giorni un’inchiesta sul salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra e sui rapporti (fondi neri) con la dittatura madurista del Venezuela svolazzava sulla fronte spaziosa dell’ex premier spagnolo. Ma a fare rumore presso i nostalgici del progressismo salvifico è stata la svolta delle ultime ore: in una perquisizione nel suo ufficio a Madrid, - calle Ferraz, stesso indirizzo del quartier generale socialista - ieri la polizia ha trovato una cassaforte che brillava di luce propria.
L’inventario della Guardia Civil è da gioielleria: orecchini, collane, bracciali, orologi (soprattutto Omega e Longines), accessori di lusso dal valore stimato attorno ai tre milioni di euro. Una collezione da Arsenio Lupin: parure di rubini, smeraldi e zaffiri, anelli di diamanti e una «gargantilla» (girocollo) con 14 rubini di altissima qualità. Davanti a un simile campionario la segretaria ha spiegato che si trattava di «regali di viaggio», poi s’è ricordata che alcuni pezzi erano «eredità della moglie». Tutto sequestrato. Foto sui giornali, El Mundo che titola «Ecco la refurtiva di Zapatero».
Basta poco per tirare giù una statua dal piedistallo e per far dormire male l’esercito di adoratori del passato che comprende il fondatore del Pd Walter Veltroni, colonnelli dem come Dario Franceschini e Nicola Zingaretti, demi-monde culturale di cuori inquieti a stipendio fisso. Per non parlare di Matteo Renzi che (da piccolo diavolo) aveva il poster del leader del Psoe in cameretta. Tutti ammaliati dallo spagnolo dal tocco magico, premier dal 2004 al 2011, inventore del «socialismo ciudadano» (il socialismo della gente). In due mandati massacrò tutti i valori cattolici della società: matrimoni gay, adozioni per coppie gay, fecondazione assistita, apertura all’anagrafe al terzo sesso, depenalizzazione dell’eutanasia, cannabis libera. Con la summa teologica dell’equiparazione dello scimpanzé all’essere umano quanto a diritti fondamentali.
Zapatero ordinava anche di sparare ai migranti nelle enclavi di Ceuta e Melilla, ma questo interessava poco alla sinistra e passò inosservato sui giornaloni. Procurò più eccitazione la sua decisione (in buona parte marketing) di far uscire i partiti dalla tv pubblica spagnola in concomitanza con la chiusura da parte della Rai del programma satirico «Raiot». Così nacque un docufilm tutto italiano e meravigliosamente ideologico, Viva Zapatero!, con la premiata compagnia di giro Sabina Guzzanti, Serena Dandini, Paolo Rossi, Beppe Grillo. Ora il totem è inciampato sul denaro, come altri campioni dalle mani pulite tipo Tony Blair e Gerhard Schröder, che componevano il presepe «democrat». Un comune destino per chi si baloccava a pranzo e a cena con la questione morale (degli altri).
La nemesi potrebbe essere la prima scossa di un terremoto politico destinato a far traballare il già poco stabile governo di Pedro Sánchez. E a portare sospetti fino in Cina, all’ombra del partito, dove arriverebbe una triangolazione fra Madrid e Caracas. L’inchiesta dell’Audiencia National (la procura speciale per i crimini più gravi) si chiama «operazione Tibet», forse per la mole himalaiana del dossier di 4.000 pagine che campeggia nello studio del giudice Josè Luis Calama. Lampi di memoria riportano al suo vecchio collega Baltasar Garzón, l’Antonio Di Pietro spagnolo, impegnato a inseguire per mari e monti Silvio Berlusconi ma anche il re del Marocco.
Contro Zapatero, che ha ricevuto l’avviso di garanzia, l’ipotesi accusatoria è di traffico d’influenze, tangenti, fatture fittizie e riciclaggio di denaro. Le perquisizioni a tappeto hanno riguardato anche gli uffici della società dell’ex premier e l’agenzia di comunicazione delle figlie. Secondo i magistrati, l’imprenditore Julio Martinez arrestato alcuni mesi fa nell’inchiesta su Plus Ultra (la compagnia fu salvata dal crac con 53 milioni di denaro pubblico), avrebbe incassato tangenti e avrebbe fatto da collettore per l’amico Zapatero e per le società famigliari. Il totale sarebbe di 4 milioni incassati in 5 anni. Gli avvocati difensori sostengono che si tratti di proventi da lavoro realmente portato a termine.
C’è un particolare che rimbalza su tutti i media iberici: l’ex premier era pronto a fuggire a Caracas, con un biglietto aereo per Santo Domingo e la tratta fino a destinazione su un volo privato. Un dettaglio malinconico che fa il paio con la sua foto ritoccata dai social mentre indossa orecchini, collane, diademi di provenienza sospetta, come la regina di Saba. Quando scese in politica, nipote di un nonno comunista eroe della Guerra Civile, il calzolaio rosso pronunciò una frase destinata a passare alla storia: «La mia famiglia mi insegnò a essere tollerante, riflessivo e austero». Soprattutto austero.
Allegri tutti gli altri. Quelli che hanno un progetto, un gioco da mettere in campo e una società che li sostiene. Allegri sono Cristian Chivu e Cesc Fabregas che per un anno si sono annusati, piaciuti, copiati, alla ricerca della mossa più estrema. E alla fine hanno vinto tutto; per i lariani entrare nell’Europa che conta è uno scudetto.
Allegri anche Antonio Conte e Gian Piero Gasperini. Il primo perché strizza le squadre che allena, le porta al limite, entra nella testa dei giocatori e se non arriva primo, arriva secondo; l’altro perché non lascia nulla al caso, chiede il 110% ai suoi guerrieri, non scende a patti con nessuno (vedi caso Claudio Ranieri). E dopo avere fatto la fortuna della famiglia Percassi a Bergamo, al primo colpo ha riportato Roma in Champions. Con un centravanti vero, Donyell Malen, e senza la pletora di centravanti finti, spettatori non paganti, visti a San Siro sponda rossonera e all’Allianz di Torino.
Allegri i tecnici che hanno un’idea e quelli che non hanno bisogno di allenare i giornalisti; a loro basta allenare i giocatori. Così nel giorno del disastro supremo di Milan e Juventus, l’unico a non essere allegro è proprio Max, licenziato in tronco dal patron Gerry Cardinale con Giorgio Furlani, Igli Tare e Geoffrey Moncada al culmine di un comunicato che parla di «fallimento inequivocabile» (22 milioni da accantonare per salutarli). Si salva Zlatan Ibrahimovic, monumento fin qui così inutile da non fare danni. Cardinale aveva posto un’asticella pure bassa per il Milan: quarto posto, con la certezza di ghermire i 60 milioni della Champions. Ma il Diavolo più squinternato del decennio non gli ha dato neppure questa soddisfazione: quinto, dominato a San Siro dal Cagliari già salvo, con sei sconfitte nelle ultime 10 partite.
Un crollo verticale per una squadra che non aveva altri impegni se non giocare a calcio la domenica. Il problema è che la compagnia Allegri non c’è quasi mai riuscita. Non un piano partita, non uno schema che non fosse difesa bassa e ripartenza (l’equivalente di catenaccio e contropiede anni 70), non un’idea per sfruttare al meglio le frecce Rafa Leao e Christian Pulisic. Risultato: quando questi due si sono spompati il Milan ha spento la luce. Il corto muso provoca solo musi lunghi. Max torna in Versilia a giocare a bocce in attesa di ricominciare da Napoli. Paga il risultatismo fine a se stesso, ma anche l’immobilismo programmatico di una società che - dopo la cacciata di Paolo Maldini - è sembrata rifuggire dalla propria storia gloriosa. L’arroganza autoreferenziale di Ibrahimovic e l’incompetenza sesquipedale di Furlani hanno completato l’opera, facendo affogare anche il ds Tare, ritenuto colpevole di operazioni di mercato inutili e sanguinose.
La stagione è stata un frullatore impazzito, con le liti fra Allegri e Ibra a far da contrappunto. E con il pareggio di bilancio come unica strategia, destinata a impoverire progressivamente la squadra. Ora si riparte da zero. Via tutti. Ormai quasi accasato in Nazionale Roberto Mancini, Cardinale vorrebbe Conte con la scopa in mano (ma costa e l’amerikano ha il braccino) o il giochista Vincenzo Italiano che ha salutato Bologna. Il sogno sarebbe Xavi. Anche Raffaele Palladino è sulla short list, con chances reali soprattutto se dovesse rientrare zio Fester Adriano Galliani che lo lanciò a Monza. Giorni frenetici per gli allenatori, soprattutto per quelli che hanno idee da portare al mercato.
Dopo una stagione anonima, l’Atalanta ha bloccato Maurizio Sarri, che avrà solo il fastidio di accordarsi in uscita con Claudio Lotito (ballano una decina di milioni). La panchina della Lazio è comunque occupata da ieri: Gennaro Gattuso ha detto sì. La giostra gira e curiosamente Aurelio De Laurentiis è innamorato di Allegri, lo ritiene l’uomo giusto per normalizzare uno spogliatoio iper stressato da Conte e bisognoso di maggiore serenità. Il presidente è convinto che Acciughina non gli farà spendere altri 150 milioni per arrivare dietro il Pafos (30°) in Champions. E non farà passare la squadra direttamente dallo zen alla catalessi. Sinceri auguri.
Nonostante il fallimento Champions Luciano Spalletti l’ha sfangata («voglio continuare a partecipare al progetto»). Anche se rimane in bianconero per un semplice motivo: John Elkann, che a fine anno sarà costretto a pompare altri milioni nelle casse della Juventus, non ha intenzione di pagarne una ventina solo per esonerare un allenatore al quale l’ad Damien Comolli ha rinnovato il contratto (6 milioni netti all’anno per 2 anni) prima che raggiungesse l’obiettivo minimo. Dopo il pianto greco, il vertice della Juve è in riunione permanente. Trapela la volontà di coinvolgere di più Spalletti e Chiellini nelle scelte operative, anche perché la strategia dell’algoritmo di Comolli ha fallito su tutta la linea. Ci sarebbe un altro fastidio: la strettoia Uefa, con uno scontato «settlement agreement» che costringerà la Signora a limitare gli investimenti in entrata e a fare un mercato in uscita vicino ai 100 milioni di introiti. Significa vendere prima di comprare. E rinunciare a fuoriclasse come Bernardo Silva, che mettono la precondizione della Champions prima di firmare il contratto.
Nel calcio italiano c’è chi fa trading (e perde) e c’è chi fa scouting (e vince). L’esempio più felice è il Como, che ha una proprietà solidissima (la famiglia Hartono), un allenatore formidabile come Fabregas e fin qui ha ingaggiato giocatori non per fare affari rivendendoli ma per costruire una squadra da notti europee. Missione compiuta, la coppa dalle grandi orecchie galleggia sul lago manzoniano (però è l’altro ramo, basta con le confusioni). Dice: bella forza, hanno il portafoglio gonfio. Tralasciando Nico Paz, nessuno conosceva Tasos Douvikas, Martin Baturina, Assane Diao, Lucas Da Cunha (400.000 euro dal Nizza), Jacobo Ramon, Máximo Perrone prima che li pescasse il Cesc come cavedani. Scouting in purezza, uomini perfetti per realizzare l’idea. La chimica del gruppo prima del colpo di tacco. Quando ha finito le lacrime per il suo Milan, Arrigo Sacchi dovrebbe esserne felice.
I care. La lunga onda obamiana (molto lunga, un decennio) è arrivata anche in una scuola di Grosseto, dove inclusione significa prendersi cura delle funzioni corporali del robottino Ambrogio, della sirenetta Ariel e di E.T. telefono casa. Per non sbagliarsi con questi «personaggini» (direbbe Vincenzo De Luca) dal sesso incerto, sulle porte delle «gender neutral toilet» - sarebbero i servizi igienici - dell’Istituto tecnologico superiore Eat sono comparse 11 icone, compresi i simboli di Batman, dell’alieno con gli occhi a palla, della donna-pesce. Anche loro hanno facoltà di entrare per espletare i loro bisogni accanto a banali persone binarie, a disabili in carrozzina e signore gravide.
Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.





