- Vicino al bosco dello spaccio di Milano, durante un controllo antidroga, un extracomunitario estrae un’arma a salve e si dirige verso due ufficiali in borghese. Le forze dell’ordine aprono il fuoco e ammazzano l’aggressore, un clandestino con precedenti.
- Beppe Sala: «Sicurezza? Un mio fardello». Piantedosi: «No a scudi immunitari».
Lo speciale contiene due articoli.
Un nordafricano di quasi 30 anni (classe 1997), di origine marocchina, irregolare e pregiudicato (precedenti per droga, resistenza e lesioni), è morto nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio in via Peppino Impastato a Milano, zona Rogoredo, vicino al celebre boschetto della droga, durante un’operazione antispaccio della polizia. Il clandestino impugnava una pistola priva di cappuccio rosso, identica a un’arma vera, modello Beretta 92, in dotazione da anni anche alle nostre forze dell’ordine. A sparare è stato un agente in borghese (ora indagato), impegnato insieme ad altri colleghi in un servizio di pattugliamento nell’area.
La sparatoria è avvenuta a poche centinaia di metri dall’Arena di Santa Giulia, una delle sedi principali delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, che inizieranno tra dieci giorni. Rogoredo è uno degli snodi logistici indicati per l’accesso degli spettatori e l’area è da tempo sottoposta a controlli rafforzati anche in vista dell’evento olimpico. Per di più è una zona che era stata citata durante la conferenza stampa di Natale dal sindaco Beppe Sala, che aveva parlato di un miglioramento della situazione nel tristemente celebre boschetto della droga di Rogoredo.
Secondo la prima ricostruzione, ora al vaglio della Squadra Mobile, gli agenti operavano in abiti civili lungo via Impastato, una delle direttrici più sensibili del quartiere, a ridosso dei binari ferroviari e delle aree verdi. L’uomo avrebbe incrociato i poliziotti, impegnati con una terza persona, e si sarebbe avvicinato, mettendosi di traverso. In pochi secondi avrebbe estratto una pistola e l’avrebbe puntata contro di loro. L’arma non presentava alcun segno distintivo, né il tappo rosso previsto per le armi giocattolo, rendendola indistinguibile da una pistola reale.
Uno degli agenti ha reagito sparando. I colpi hanno raggiunto il trentenne alla parte alta del corpo. L’uomo è morto sul posto. Inutili i tentativi di soccorso del 118. Accanto al corpo è stata rinvenuta la pistola, risultata poi essere un’arma a salve, una replica fedele di un modello in dotazione anche alle forze dell’ordine. Un elemento che gli investigatori considerano centrale nella valutazione della percezione del pericolo da parte degli agenti.
Sul posto sono intervenuti il medico legale, la polizia scientifica e gli uomini della Squadra Mobile, che stanno verificando la dinamica dell’accaduto, la distanza dei colpi e la posizione dei presenti. Al vaglio anche eventuali immagini di videosorveglianza e le testimonianze raccolte nelle ore successive. L’uomo ucciso risultava noto alle forze dell’ordine. La sua presenza nell’area si inserisce in un contesto che da anni resta uno dei più critici di Milano sul fronte dello spaccio di droga. Secondo dati e resoconti ufficiali delle forze dell’ordine, il parco e le aree verdi di Rogoredo e San Donato rappresentano da oltre un decennio una delle principali piazze di spaccio del Nord Italia. Negli ultimi anni si sono susseguite decine di operazioni di polizia: arresti per associazione a delinquere, sequestri di chili di stupefacenti, identificazioni di centinaia di persone in singole giornate di controllo.
Solo nel 2025, durante controlli straordinari disposti dalla Prefettura, sono state identificate oltre 1.000 persone in poche settimane ed effettuati numerosi arresti per spaccio e reati collegati. Le forze dell’ordine descrivono l’area come una «scena aperta» di consumo e traffico di droga, con flussi continui di acquirenti provenienti anche da fuori città. Le operazioni di bonifica hanno più volte ridotto la visibilità del fenomeno, senza però eliminarlo.
Negli ultimi anni il sindaco di Milano, Beppe Sala, ha più volte dichiarato di aver «ripulito» il boschetto di Rogoredo e di aver migliorato la situazione dell’area, rivendicando l’efficacia degli interventi messi in campo dal Comune insieme alle forze dell’ordine. Dichiarazioni rilanciate anche in vista delle Olimpiadi, con l’obiettivo di presentare un quadrante urbano finalmente normalizzato, a ridosso di una delle principali infrastrutture sportive dei Giochi.
La cronaca, però, continua a raccontare un’altra storia. Lo spaccio non è mai scomparso, ma si è spostato di poche decine o centinaia di metri, adattandosi alle operazioni di controllo. Via Impastato resta una zona ad alta tensione, dove gli agenti operano in borghese e dove il rischio di interventi improvvisi è elevato. Negli ultimi anni Rogoredo ha continuato a registrare arresti quotidiani, morti per overdose, aggressioni e interventi d’emergenza.
La sparatoria di lunedì si inserisce in questa continuità. Avviene a ridosso di un evento mondiale, in un’area indicata come risanata, ma che continua a richiedere un presidio costante e operazioni ad alto rischio. Il degrado denunciato da residenti, operatori sociali e forze dell’ordine non è stato superato, ma gestito. E mentre Milano si prepara a mostrarsi al mondo con l’Arena di Santa Giulia come simbolo della città olimpica, Rogoredo continua a produrre la stessa cronaca di sempre, fatta di pattugliamenti, armi - vere o presunte - e morti che riaprono, ogni volta, lo stesso problema mai davvero risolto.
Salvini: «Io sto con il poliziotto». Sala balbetta: «Niente slogan»
La tragedia nel gelo di una sera a Rogoredo. E nel gelo di una città che non vede e non ascolta gli allarmi sicurezza. Tutto comincia a ribollire a margine dell’uccisione del giovane nel boschetto milanese della droga. Quella pistola Beretta 92 (risultata finta) puntata contro un poliziotto dal ventenne immigrato, si contrappone al revolver vero che ha fatto fuoco e innescato il dramma. Il caso diventa immediatamente politico. Mentre l’opposizione ha già cominciato a strumentalizzare la vicenda in chiave colpevolista, il governo fa muro.
Il vicepremier Matteo Salvini non ha dubbi e si schiera con le forze dell’ordine, ancora una volta sotto pressione: «Sono dalla parte del poliziotto senza se e senza ma. Il giovane aveva estratto una pistola e per questo è stato colpito. Solidarietà alle donne e agli uomini in divisa che ogni giorno difendono i cittadini perbene. L’auspicio è che, davanti alla tragedia appena avvenuta a Milano, nessun agente finisca ingiustamente nel tritacarne. La Lega ribadisce anche la necessità e l’urgenza di approvare il pacchetto Sicurezza per aiutare le forze dell’ordine a tutelare i cittadini con sempre maggior efficacia».
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, preferisce attendere i rapporti ufficiali della Questura. «Le prime notizie ovviamente scontano un margine ancora di approssimazione. Non ho motivo di presumere sulla legittimità o proporzionalità dell’intervento fatto, ma non diamo scudi immunitari a nessuno. Le autorità competenti adesso vaglieranno il caso. Chiedo solo di non fare presunzioni di colpevolezza. Da parte mia assicuro che non ci saranno scudi immunitari. Ci rimetteremo in maniera serena alla valutazione di quello che sarà stato lo svolgimento dei fatti, ancora una volta in un contesto molto complicato».
Un contesto di degrado e di emergenza continuata, che in 15 anni di amministrazioni di sinistra (prima Giuliano Pisapia, poi la doppietta di Giuseppe Sala) è diventato un cancro per la metropoli lombarda anche per la sottovalutazione, quando non il disinteresse, di una politica sociale improntata all’accoglienza diffusa anche quando si è dimostrata un fallimento. Con la deriva di ragazzi allo sbando, lasciati nel bivio fra la schiavitù nel sottobosco del lavoro e la discesa negli inferi della droga e della criminalità. Con la cloaca di Rogoredo come punto di riferimento quasi extragiudiziale.
Anche per questo, in una simile situazione da baratro civile, è singolare che il sindaco Sala continui a ritenere l’emergenza sicurezza «una narrazione». Ancora ieri, a margine di un evento con il leader di Azione Carlo Calenda, il borgomastro del fallimento si difendeva così: «La sicurezza a Milano non sta sfuggendo di mano e non può essere trattata a slogan. È una situazione che riguarda l’intero Paese. Trovo ridicolo chi ci accusa di esserci svegliati adesso, io ne ho fatto oggetto della mia campagna elettorale. Ma quando chiedo quante sono le forze di polizia, la risposta non c’è. Il problema non è solo mio, servono più divise per strada».
La delega alla sicurezza però è in capo al sindaco. Riccardo De Corato (Fdi) contesta la scelta: «A pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, Milano non si fa mancare nulla, ora anche una sparatoria in città. Servono subito presidi di polizia locale ed è inammissibile che Sala tenga la delega per sé». Il sindaco per anni ha criticato - comodità politica - le iniziative della Questura sugli sgomberi, sui controlli, sui blitz in Stazione Centrale nel tentativo di contrastare l’avanzata del crimine, soprattutto da parte dei disperati clandestini. Ora dice: «Servono più divise per strada». Fino a ieri, mentre i maranza si appropriavano del territorio, serviva «più inclusione culturale». Poi arrivano gli spari di Rogoredo ad aprirgli gli occhi.
«L’unica cosa che mi tiene in vita è sapere che un giorno sarà fatta giustizia. Ma certe notizie vanno in senso contrario». È un mix di indignazione e incredulità quello che travolge come una valanga alpina le famiglie delle vittime del rogo di Crans-Montana. Loro a piangere i ragazzi uccisi o deturpati dal bar-trappola e il proprietario del Constellation, Jacques Moretti, libero di passeggiare con i fantasmi sul lago Grenon, di girare in Maserati ma anche di provare a scomparire o a inquinare le prove. «Sapere che lui è libero è come spargere sale su una ferita che non si rimarginerà mai», dice Andrea Costanzo, padre di Chiara, la sedicenne milanese morta nell’incendio. «Credo nella giustizia ma oggi sto vacillando».
A restituire la libertà al titolare del locale e a far cadere le braccia al mondo è bastata una cauzione di 200.000 franchi, 215.000 euro, grazie alla quale è tornato a casa il principale accusato per omicidio plurimo, lesioni e incendio colposo. Secondo i giudici svizzeri, l’obbligo di firma sarebbe sufficiente a evitare il pericolo di fuga. Soldi (pure pochi) che ancora una volta contano più dei sentimenti nella scala gerarchica dei valori; un affronto alle 40 vittime, 6 italiane più 11 feriti, arrivato come uno schiaffo fino a palazzo Chigi e alla Farnesina.
Per questo ieri il premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, hanno preso una decisione di sensibilità: richiamare l’ambasciatore a Berna, Gian Lorenzo Corrado, per «rappresentare alla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, la viva indignazione del governo e dell’Italia di fronte alla decisione del Tribunale delle misure coercitive di Sion di scarcerare Moretti nonostante l’estrema gravità del reato di cui è sospettato, le pesanti responsabilità che incombono su di lui, il persistente pericolo di fuga e l’evidente rischio di ulteriore inquinamento delle prove a suo carico».
L’iniziativa italiana ha un valore diplomatico di prim’ordine e costituisce un precedente, anche se non ha effetti concreti sui rapporti istituzionali fra i due Paesi. Arriva al culmine di un’escalation emotiva contro lungaggini e tecnicismi che inducono a scambiare il garantismo per sottovalutazione d’una strage. «L’Italia tutta chiede a gran voce verità e giustizia», prosegue la nota. «E chiede che a ridosso di questa sciagura vengano adottati provvedimenti rispettosi che tengano pienamente conto delle sofferenze e delle aspettative delle famiglie. La decisione di scarcerare Jacques Moretti rappresenta una grave offesa e un’ulteriore ferita inferta alle famiglie delle vittime della tragedia di Crans-Montana e di coloro che sono tuttora ricoverati in ospedale». Il ministro Tajani ha aggiunto: «Siamo molto indignati, come rappresentanti delle istituzioni e come genitori. Per 200.000 franchi si è venduta la giustizia del Canton Vallese. Vogliamo sapere chi ha pagato la cauzione e se ci sono complicità in quanto avvenuto la notte di Capodanno a Le Constellation. È inaccettabile quello che è accaduto ed è inaccettabile la lentezza». Allude al misterioso amico dei coniugi Moretti e ai buchi riguardanti autopsie superficiali, responsabilità comunali, documentazione carente e modalità nebulose nei controlli relativi all’agibilità e alle misure di sicurezza del locale.
Per la cronaca, la moglie del proprietario, Jessica Maric, non è stata incarcerata anche se deve firmare ogni giorno in gendarmeria. Moretti libero è un nuovo colpo alla credibilità - nella prevenzione, nell’organizzazione, nella tradizione di rigore procedurale - della Confederazione, da sempre punto di riferimento per chi vive a Sud delle Alpi e viene deriso, spesso con ragione, per lassismo e maneggi del sistema. Ora, è pur vero che alle nostre latitudini e con il ponte Morandi sulle spalle non possiamo impancarci a dare lezioni di efficienza agli svizzeri, ma l’intera gestione della vicenda (a meno di un mese dallo choc determinato dal rogo maledetto) appare rivedibile soprattutto nella declinazione delle parole «umanità» e «opportunità».
Colto di sorpresa dall’iniziativa di Meloni e Tajani, il governo di Berna ha inteso replicare ai massimi livelli con una dichiarazione del presidente Guy Parmelin in un video pubblicato da Blick, con la quale di fatto giustifica la liberazione del principale presunto responsabile della strage. «Possiamo comprendere l’indignazione ma in Svizzera abbiamo procedure diverse da quelle italiane e i due sistemi giuridici non vanno sovrapposti. Dobbiamo rispettare la separazione dei poteri e la politica non deve interferire. La giustizia deve svolgere le indagini in modo trasparente e pagare eventuali errori. La stessa cosa sul piano politico».
Una posizione legittima ma fredda come un ghiacciaio, peraltro non condivisa da una parte della società civile di quel Paese. Lo dimostra la decisione di tagliare un buon numero degli eventi organizzati per le Olimpiadi di Milano-Cortina. Alexandre Edelmann, capo di Presenza Svizzera, nei giorni scorsi ha spiegato che «il contesto che si è creato, l’ampiezza mediatica e la dimensione politica ci hanno spinti a ridimensionare tutto», soprattutto a Milano. Concretezza e profilo basso sono indispensabili in questa delicata fase di elaborazione del lutto. Una sensibilità che non si può chiedere al magistrato che ha accettato la cauzione. «Ci sono state omissioni gravi, pecche scandalose», scuote il capo Andrea Costanzo, papà di Chiara, davanti alla foto della figlia. «Sono trascorse tre settimane e lassù c’è chi continua a fare la bella vita».
Non vedevano l’ora. Quella stretta di mano fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein alla Camera sulla legge «anti-violenza sulle donne» aveva fatto venire il mal di pancia alla sinistra più gruppettara. E nei giorni successivi la fila dei colonnelli del Pd si era allungata per rappresentare due pericoli: il fastidio gastrico sul voto unanime e il rischio di lasciare via libera alle rimostranze grilline. Così l’opposizione non vedeva l’ora di stracciare la foto e di tornare a litigare (nella partita di ritorno in Senato) anche su un provvedimento che mette al centro la «volontà contraria all’atto sessuale» come architrave giuridica. Un’ineludibile frontiera fra la passione e il reato.
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.





