È notorio che la grazia è per sua natura divina e ha percorsi celesti che non lambiscono il Quirinale. Metabolizzato il postulato, gli evangelisti di redazione non hanno dubbi: «Sul caso Minetti giù le mani da Sergio Mattarella».
Il giorno dopo il terremoto provocato dalla lettera del Colle, il capo dello Stato si è svegliato sereno ma davanti a una spremuta di stampa mainstream (Corriere della Sera, Repubblica, Stampa) si è subito preoccupato: lo hanno dipinto come un calligrafo amanuense che copia una pagina di Aristotele, come la mano incorporea di Cornelis Escher con la matita fra le dita. Hanno banalizzato in poche righe (e con eccessi fantozziani) quel ruolo supremo di dominus con facoltà costituzionale di concedere, con decreto proprio, l’atto di clemenza e commutare le pene.
«Se qualcuno ha sbagliato va cercato al ministero» titola il Corriere per mettere le cose in chiaro, neanche fossimo in Terza B e a rubare la merendina sia stato «lui con i bermuda a righe». Che poi sarebbe sempre Carlo Nordio. «Il Quirinale è stato ingannato?» si chiede Repubblica in ambasce, scambiando la batteria dei consiglieri giuridici di Mattarella per un educandato irlandese. La Stampa si butta sui giochi da tavolo: «La contromossa del presidente», come se attribuire una grazia fosse una partita a scacchi fra contendenti con obiettivi opposti. Uno scenario stupefacente nel suo semplicismo, mossa del cavallo compresa. Con due punti fermi a colonna dorica: 1) se volete un colpevole cercatelo nella pelata del Guardasigilli, 2) il Quirinale non ha alcuna responsabilità. Anche se potrebbe avere caldeggiato la grazia (non è escluso). Anche se nel secondo mandato ha firmato proprio questa (con altre 26) su 1.500 richieste. Anche se la domanda di grazia è diretta per legge al capo dello Stato. Anche se ridurre il presidente a semplice notaio è un insulto mascherato da carezza.
Però in questo scenario da scaricabarile fa comodo. «Il Quirinale scaccia le nubi dal proprio cielo e le soffia su quello di via Arenula», spiega il Corriere con una metafora eolica, di fatto confermando il passaggio all’ala destra, quella destinata a prendersi gli insulti dello stadio. «Al Colle fanno notare che per la grazia non dispongono di alcun potere di verifica nel merito, possono valutare solo i profili giuridici e procedurali», insiste Repubblica facendo credere che la massima istituzione del Paese abbia forma di astronave e vaghi nell’iperuranio. Senza alcun contatto diretto con i magistrati di via Arenula e con quelli della Procura generale di Corte d’Appello di Milano. La sintesi più colorita è raccolta dalla Stampa: «Non potevamo mandare i corazzieri», a conferma che nel rimbalzo di responsabilità tutto fa brodo, anche il folclore.
In un giorno feriale come tanti vengono ribaltate realtà che pensavamo granitiche. È l’emendamento Houdini. Il Colle, fino a ieri definito dagli stessi media «l’occhiuto e vigile custode della Costituzione che impedisce interpretazioni fallaci e derive non volute dalla Carta» (per esempio sul decreto Sicurezza), improvvisamente diventa inconsapevole, inerme, in balia delle amnesie altrui, incapace di garantire a Mattarella la graniticità di una firma. Ovviamente non è così. E con l’umile approccio di chi crede nella forza dell’istituzione, ci pare che l’approfondito, sofferto, quasi metafisico percorso del presidente Toni Servillo nel film di Paolo Sorrentino La grazia sia più verosimile dello scenario descritto ieri dai quirinalisti travestiti da corazzieri di cartone.
Ma non è finita, sull’argomento il giurista collettivo di redazione riesce ad andare oltre l’immaginabile. A sottolineare oggi «la forza del dubbio» del Colle sono gli stessi giornali che alla notizia dell’atto di clemenza a favore di Nicole Minetti si erano esibiti in messe cantate nei confronti «dell’umanità profonda contenuta in un gesto nobile»; avevano preso le distanze «dalla volgarità, dalla malafede di chi vede favoritismi e agita la coda di paglia del complottismo». Allora «la salute dei congiunti era stata spesso decisiva nella concessione della grazia». Adesso fanno un tifo pavloviano per revocarla. Come diceva Luciano De Crescenzo, eppure è sempre vero anche il contrario.
Nel giorno dello scaricabarile tutti agitano come una coperta di Linus la sentenza numero 200 della Corte Costituzionale nel 2006. Risolveva il conflitto di attribuzione sollevato dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nei confronti del ministro della Giustizia Roberto Castelli proprio sul potere di grazia riguardo all’opportunità di darla ad Adriano Sofri che neppure l’aveva chiesta. Per lui si era mossa «la nota lobby» (copyright di Francesco Cossiga). La Consulta sottolineò che il Guardasigilli deve istruire la pratica ma il capo dello Stato è titolare dell’atto. Poi ci sono Eolo, i corazzieri, le contromosse, le cortine fumogene e il dogma della Stampa: «La controffensiva del Quirinale è sul terreno della verità». Sì, quella divina.
- Dopo gli articoli del «Fatto», Re Sergio rimette in discussione un proprio provvedimento che i suoi consiglieri avevano difeso a spada tratta. Il Colle scarica su Nordio. La Corte d’Appello di Milano: per noi tutto regolare.
- L’ex soubrette al Colle: «Ha adottato un bimbo con gravi patologie». La Corte d’Appello dice sì tirando in ballo il Cav, capace di generare «senso di impunità».
Lo speciale contiene due articoli.
Troppa grazia san Sergio. Ieri il Quirinale ha deciso di riaprire il dossier Nicole Minetti e a due mesi dalla firma ha innestato una fragorosa marcia indietro. Lo ha fatto con implicita sorpresa e toni perentori, come se il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avesse firmato il discusso atto di clemenza a sua insaputa e senza essere garantito dalle verifiche necessarie per dare un perimetro di «inattaccabilità» al caso. La frenata a tempo scaduto arriva dopo un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che ha sollevato dubbi sull’intera «operazione grazia», inducendo lo staff del presidente a indossare i guanti di amianto per trasferire altrove la patata bollente.
L’ufficio stampa del Quirinale ha ufficializzato una dura presa di distanza dal dossier sul quale aveva l’ultima parola: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Nicole Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa». La risposta da via Arenula è arrivata a stretto giro: «Al termine delle verifiche, nessuno degli elementi negativi presentati dalla stampa consta agli atti della procedura».
La clemenza del Colle ha evitato l’esecuzione della condanna (3 anni e 11 mesi) alla protagonista della stagione delle «cene eleganti» berlusconiane. Clemenza derivata da un presupposto dato per certo: «L’affidamento in prova avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero». Il capro espiatorio del «dietrofront» non poteva che essere il più semplice e politicamente comodo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Infatti il masso in arrivo dal Colle gli è caduto immediatamente su un piede. E sull’intera questione, per proprietà transitiva, è partito il cinema delle opposizioni: «Venga in aula», «Deve spiegare», «Si dimetta».
Tutto scontato ma tutto troppo semplice, visto che gli attori della pièce sono tre. 1) è il ministero a istruire le domande di grazia (Corte Costituzionale, sentenza numero 200 del 2006); 2) è la Procura generale della corte d’Appello (in questo caso di Milano) a concretizzare il dossier e a rilevarne i profili di rilevanza e di debolezza; 3) è il Quirinale ad apporre la firma che decreta la responsabilità istituzionale del gesto. Non esiste un precedente di annullamento della grazia. Sul tema si è espresso Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all’Università Roma 3: «In linea di principio non è prevista la revoca. Ma se è stata concessa su presupposti erronei o non conferenti non si può escludere che l’atto sia revocabile».
È vero che il Colle non ha gli strumenti per indagare sulla veridicità delle carte arrivate, ma si suppone che valuti a fondo pesi e contrappesi e - soprattutto davanti a nomi divisivi come quello di Nicole Minetti - interloquisca con gli altri attori allo scopo di dare alla grazia tutti i crismi dell’ineluttabilità. Ciò che è stato fatto, visto che nei giorni successivi alla grazia tutti i quirinalisti hanno difeso la decisione e lo stesso capo ufficio stampa Giovanni Grasso ha spiegato su X a un contestatore: «C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare, purtroppo non posso rivelare i dettagli perché c’é di mezzo la tutela di un minore. Sono sicuro che se sapesse le motivazioni le condividerebbe». Ora il clima è cambiato e il refrain è: impallinare Nordio.
Le obiezioni sollevate dal Fatto ipotizzano che la nuova vita dell’ex igienista dentale con il compagno Giuseppe Cipriani non sarebbe coerente con la grazia. Quel bambino di 9 anni, proveniente dall’Instituto del Niño y Adolescente di Maldonado in Uruguay, non sarebbe stato realmente abbandonato dai suoi genitori. La madre biologica è viva, ma da quando è scoppiato il caso sarebbe irreperibile. L’avvocata dei genitori biologici, Mercedes Nieto, non può più rispondere sulla vicenda: è morta nel 2024 insieme al marito, carbonizzati nella loro casa a Garzón. È aperta un’inchiesta per duplice omicidio. Per ottenere l’affidamento del piccolo, Minetti ha intentato una causa di «Separazione definitiva e perdita della patria potestà» vinta nel 2023. Sempre il quotidiano di Marco Travaglio avanza dubbi sulle cure al bambino, sottoposto a un’operazione chirurgica a Boston nel 2021 quando non era ancora ufficialmente figlio di Minetti.
Il bimbo era realmente in un orfanotrofio, l’adozione sembra legittima. La stessa madre adottiva ha dato mandato ai suoi avvocati di «diffidare il Fatto dalla diffusione di ulteriori notizie false, diffamatorie, gravemente lesive della mia reputazione personale e famigliare». Dal canto suo la procura generale di Milano, che diede parere favorevole a firma del sostituto Gaetano Brusa (già presidente del tribunale di Sorveglianza di Genova), ha sottolineato: «Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti richiesti dal ministero. Il quadro era completo e non emergevano dati anomali».
Secondo prassi consolidata, il caso è esploso politicamente. Angelo Bonelli (Avs) annuncia un’interrogazione parlamentare. Debora Serracchiani (Pd) tuona: «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far dimettere Nordio? Il supplemento di analisi segnala un livello di approssimazione e sciatteria a via Arenula mai visto prima». In tutto ciò nessuno ha messo in dubbio l’operato del Quirinale e della Procura generale di Milano. È curioso notare come i magistrati non vengano neppure sfiorati e il Colle - spesso applaudito per essere un controllore inflessibile della Costituzione (caso più recente il decreto Sicurezza) - in questa vicenda venga fatto passare per un notaio giustamente passivo. Il «non poteva non sapere» non è più di moda. Nei giochi di potere italiani siamo tornati al Manzoni buonanima, con un vaso di coccio fra i vasi di ferro. Indovinate quali.
Ecco la domanda e l’ok delle toghe
Ecco i due documenti che raccontano - fino a qui - la storia della grazia per Nicole Minetti. Il primo è una richiesta inviata nel 2025 al presidente della Repubblica: la firma un prestigioso studio legale milanese e ricostruisce la vicenda di un bimbo - il cui nome ovviamente rimane tutelato per ragioni di privacy - con gravi patologie. Nelle 13 pagine, l’avvocato ricostruisce la vita della Minetti dopo la condanna: la giovane età in cui sono stati commessi i reati, il cambio di vita, le distanze dal contesto «irripetibile» in cui si erano consumati, la relazione con Giuseppe Cipriani, la consapevolezza delle condotte illecite. Quindi la richiesta spiega nei particolari i problemi di salute del piccolo (anch’essi tutelati da privacy), conosciuto in Uruguay dove la Minetti si reca per seguire gli affari del compagno, imprenditore. I due ricorrono all’adozione speciale nel 2020, perché la situazione del bimbo è così compromessa da non permettere il suo inserimento negli elenchi comuni. Si legge che «i genitori hanno garantito al minore tutte le cure necessarie per la patologia di cui è portatore», fino a un delicato intervento chirurgico. Quattro anni dopo tale intervento (in America), però - e siamo al 2025 - un consulto medico riscontra la necessità di nuove cure. Ecco che «l’espiazione della pena necessariamente sul territorio italiano potrebbe impedire alla madre», si legge, «l’assistenza al piccolo», vista la necessità di numerosi viaggi. I legali allegano i referti psicologici sulla necessità del piccolo di non subire altri abbandoni, e di permettergli di rimanere collegato al suo Paese natale, dove la Minetti - dicono gli avvocati - vuole svolgere ancora attività di volontariato. Viene garantito il «reinserimento sociale» dell’ex consigliere regionale lombardo, citando i «quindici anni» di «condotta ineccepibile». Alla missiva vengono annessi 12 documenti, tra cui le carte mediche, attestazioni di due diversi istituti di carità, le relazioni degli psicologi.
La seconda carta che La Verità mostra qui è il parere favorevole della Corte d’Appello della Procura generale di Milano, che in data 9 gennaio 2026 dà l’ok su richiesta del ministero della Giustizia. Anche qui, è molto interessante leggere le motivazioni: il sostituto procuratore Gaetano Brusa riscontra in pieno le ragioni della domanda di grazia, e ritiene la documentazione prodotta «indicativa di radicale presa di distanza dal passato deviante», nonché una «positiva rielaborazione di quanto i valori della convivenza civile siano stati alterati nel contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati». Viene citato Silvio Berlusconi come figura che «indubbiamente» avrebbe creato situazioni capaci di «ingenerare senso di impunità» e «condizionare le scelte» della donna «nel rendere efficiente il sistema prostitutivo» in atto ad Arcore. Dunque «la spinta criminale» aveva origine in «condizionamenti esterni» ormai esauriti, a cui la Minetti sarebbe ora impermeabile.
Viste queste carte, il Colle aveva detto sì. Fino a ieri.
Primo colpo di scena: il condannato non era neppure sulla scena del crimine. Secondo colpo di scena: c’è il forte sospetto che l’ora del delitto sia stata retrodatata. Sintesi per il gentile pubblico: Alberto Stasi non poteva aver ucciso Chiara Poggi.
Dopo il summit in Procura generale a Milano, la revisione del processo è sempre più vicina, sempre più scontata, mentre Andrea Sempio è sempre più nei guai.
Diciannove anni dopo, quella ragazza dagli occhi chiari e dal sorriso malinconico aspetta ancora - nella foto con il cocktail in mano - che venga rivelata la verità sul suo assassino; lei è l’unica (forse) a conoscerla ma non può raccontarla. E in questo lunghissimo, sfinente, periodo ha assistito a un’indagine da ispettore Clouseau, alla sofferenza devastante di due famiglie, all’infinito sabba mediatico. E, soprattutto, allo scempio della giustizia.
C’è sempre un luogo e c’è sempre una data per fissare un momento epocale. L’11 settembre 2001 a Manhattan fu la fine dell’innocenza dell’Occidente. Il 2 maggio 2011 ad Abbottabad in Pakistan - quando un giovane tecnico di computer diede per primo la notizia su Twitter della cattura di Osama Bin Laden - fu l’inizio dell’era digitale nell’informazione. Per alleggerire gli esempi, il 1° marzo 1973, con l’uscita di The dark side of the moon, i Pink Floyd cambiarono per sempre la storia del rock. Seguendo questo canone, il 13 agosto 2007 in un paese lombardo di 9.000 abitanti fra Pavia e Mortara, la macchina investigativa e poi giudiziaria italiana ha toccato il suo livello più basso. È ora di aggiornare la simbologia geografica e Caporetto può andare in pensione: il paradigma della disfatta è Garlasco.
«Scusate abbiamo scherzato, è tutto da rifare». L’abbiamo sentita tante volte questa frase, da Tangentopoli alla fantomatica trattativa Stato-mafia, dai 36 processi a Silvio Berlusconi (quattro ancora in corso quando morì) fino alle assoluzioni tardive di semplici cittadini finiti nel tritacarne. Adesso Garlasco, laggiù in fondo alla Pianura padana, è l’involontario sinonimo di vergogna. A sua volta vittima, a sua volta infangata, rivoltata come un guanto, stuprata da 19 anni di teatro dell’assurdo. Con un condannato in via definitiva che non poteva essere sul luogo del delitto perché stava scrivendo la tesi di laurea a casa sua. Con l’ora dell’assassinio (non 9/9.30 ma 11/11.30) che improvvisamente diventa ballerina, appiccicata ai fatti come un post-it giallo a seconda della narrazione. Mentre noi malati di legal thriller all’americana sappiamo che quello dovrebbe essere il secondo punto fermo - il primo è verificare che il morto non respiri - di un’analisi scientifica che si rispetti.
Dopo anni di luna park impazzito con la ruota panoramica che si sgancia dai perni, ieri il procuratore generale di Milano, Francesca Nanni, ha scandito alcune frasi che ci riconciliano con il senso di realtà. «Lo studio dei documenti non sarà né veloce né facile, dopo valuteremo se chiedere nuovi atti e se in seguito proporre una richiesta di revisione. Non possiamo sbilanciarci in alcun modo, prima dobbiamo studiare le carte». Evviva. Si passa dallo show tridimensionale al silenzio. Dagli eccessi autoreferenziali alla ricostruzione certosina di un’indagine fatta malissimo e raccontata peggio, nella quale sembrava che la scoperta dell’omicida fosse secondaria rispetto alla visibilità mediatica di protagonisti, caratteristi e comparse.
Errori giudiziari ce ne sono stati e ce ne saranno perché non c’è giustizia senza l’incubo e la benedizione del dubbio. Ma Garlasco è oltre. Sta in una dimensione metafisica dominata dall’errore, dall’accrocchio affastellato degli indizi, dalle prove che appaiono e scompaiono, da pm indagati e poi non più indagati, da giudici che condannano e altri che ipotizzano di «rifare tutto». Sulla scena mancano la lepre marzolina e il coniglio col panciotto. Ma c’è di più. Garlasco è il risveglio dopo il referendum sulla magistratura venduto come «allarme democratico». È il simbolo del peccato originale costituito dalla vittoria del No. Volete un esempio? Eccolo. Con l’istituzione dell’Alta corte introdotta dalla riforma di Carlo Nordio, presto un pool di esperti in toga avrebbe potuto chiedere conto a giudici e pm degli errori e delle dimenticanze. E trasformare in un sacrosanto procedimento disciplinare la domanda retorica che oggi l’italiano medio si pone: «Ma cosa avete combinato?».
Per quasi un ventennio due famiglie (i Poggi e gli Stasi) sono state violentate nella loro intimità e nel loro dolore, sono state trascinate sulla pubblica piazza, sono state ingannate, frullate e lasciate senza risposte. E un condannato in via definitiva con 11 anni di carcere sulle spalle ora scopre di essere innocente. L’ulteriore e tutt’altro che marginale novità è che a finire sulla graticola sarà Andrea Sempio. Con 19 anni di ritardo. Stando alle percentuali delle sanzioni disciplinari del Csm, alla fine del film horror non pagherà nessuno. Comunque vada, a Garlasco giustizia è sfatta.





