Small circle. Il circolino a Hollywood con vista su Rodeo Drive, faccenda antica. È piccolo nella definizione ma grande chilometri quadrati nell’espansione ipocrita, che parte dal socialismo liberal delle ville con piscina descritte da Sydney Pollack e Frank Perry nel geniale Un uomo a nudo (1968) e arriva al woke conclamato di questi anni, con il decalogo dei parametri inclusivi per concorrere all’Oscar. Fra i quali non dev’essere compreso il termine «conservatore», equiparato a una bestemmia perché sinonimo di suprematismo bianco. La più recente fotografia della realtà è stata scattata dal comico, attore e regista Rob Schneider, che due giorni fa in un podcast della Fox ha denunciato l’esistenza di «una lista nera delle celebrità conservatrici», ha specificato che «parlare pubblicamente delle convinzioni politiche di destra equivale a non lavorare» e ha concluso che tutto ciò definisce «il marciume dell’anima di Hollywood».
Un maccartismo al contrario, subdolo e soft. Un outing in piena regola con profezia finale: «Tra cinque anni, molti importanti studi cinematografici di Los Angeles saranno solo proprietà immobiliari. E invece di appoggiarsi ai film per l’intrattenimento, il pubblico si rivolgerà sempre più alla visione di video sui social media». Che il cinema sia uno dei capisaldi della cultura di massa progressista e che Hollywood sia una fabbrica del consenso artisticamente targata sono due assunti scolpiti nella pietra. Ma è originale che dentro la Mecca del conformismo qualcuno si sia alzato una mattina con la voglia di gridare che il re è nudo. Ci vuole un certo coraggio, soprattutto se non sei una star che macina milioni di dollari.
Rob Schneider (62 anni) non lo è, un Oscar non lo vincerebbe mai e più volte si è guadagnato candidature al Razzie Award (il lampone d’oro) come peggior attore. È uno che «si becca ogni giorno in faccia un asciugamano fradicio» ma nel campo della comicità seriale ha una solida carriera. Ospite in più stagioni del Saturday Night Live, ha al suo attivo parecchi film commedia, parodie, non propriamente capolavori: Balle spaziali 2, Mamma ho riperso l’aereo, Una bionda esplosiva, Mister Dredd, Hubie Halloween. Più facile metterlo da parte per una frase non allineata al pensiero dominante. «Quando ho cominciato a parlare pubblicamente delle mie opinioni politiche di destra, le opportunità sono andate fuori dalla finestra».
Lo small circle non perdona. E il motivo è più sottile rispetto a ciò che potremmo pensare. La questione non è solo democratici-repubblicani, anche perché i produttori delle major che hanno come totem il dollaro vanno ben oltre queste noiose distinzioni. «Quello di dire la verità in un’epoca di bugie è un atto di coraggio», spiega l’attore di origini filippine. «Non sto dicendo che sono coraggioso perché quando penso al vero coraggio, penso ai cimiteri di persone che hanno dato il loro. Ciò che Abraham Lincoln descrive nel discorso di Gettysburg, “l’ultima misura piena della loro devozione per questa grande terra”. No, qui si tratta del fatto che lo show business non accetta opinioni dissonanti, non vuole controversie».
Ragazzo recita e al «cut» finale fatti una birra sul Sunset. Invece Schneider non si è morso lingua e un paio di mesi fa, durante un evento «Turning Point» all’Università di Berkeley, criticò in Tv i collettivi studenteschi del campus, responsabili di aver chiuso la bocca con la violenza e il gesto della pistola ad alcuni attivisti conservatori (ne sa qualcosa anche Emanuele Fiano). «Ho difeso la libertà di parola, ho avuto uno scambio teso ma civile con Robert De Niro. Questi studenti che impedivano alle persone di parlare e di entrare, si definivano antifascisti. Invece chi voleva un dibattito pacifico su Dio, la famiglia, il futuro del Paese, veniva chiamato fascista. Alla fine ho pagato io. Il primo emendamento difende la libertà di parola, ma oggi a Hollywood la libertà di parola non significa libertà dalle conseguenze».
Per dimostrare quanto sia soffocante la coltre di ipocrisia, Schneider ha ricordato il caso di Charlton Heston, «un attore leggendario e uno dei primi sostenitori del movimento per i diritti civili che è stato rifiutato dall’intellighenzia liberal perché era un conservatore». E non ha dimenticato un recente riferimento bipartisan: «Chiedete a Jimmy Kimmel quanto gli è costato»; si tratta del comico che sbeffeggiò la presunta strumentalizzazione trumpiana dell’omicidio di Charlie Kirk e si ritrovò lo show sospeso. Vicende che illuminano ancora di più la grandezza di Clint Eastwood, che riuscì a scandire «Questo non si può dire, questo non si può fare, siamo nel pieno della generazione pussy. Siamo tutti stanchi del politically correct» e «chiunque sarà migliore di Barack Obama». Nessuna conseguenza perché ha dalla sua parte il pubblico, i distributori e i proprietari dei cinema ai quali ha fatto guadagnare miliardi.
Schneider invece è nella lista nera. Non gli resta che l’anatema finale. «Questo è il marciume dell’anima di Hollywood che si sta autodistruggendo. Presto assisteremo al più grande spettacolo: la sua implosione».
- Il Milan si gode Modric splendido quarantenne, ma l’asso è Pulisic. Lautaro tiene l’Inter sulle spalle, a Napoli McTominay sempre più leader. Gli emergenti: oltre al «solito» Paz, Ramon, Palestra e Atta. Fra i pali vola Svilar.
- Gudmundsson, Fagioli e Comuzzo: mezza Viola è da cestinare. Gimenez puntero triste per il Diavolo, Tavares non è più la locomotiva della Lazio. Koopmeiners ancora trasparente ma il peggiore è Morata: naufragato nel Lario.
PROMOSSI
1) MILE SVILAR
Il portierone della Roma è il punto di partenza d’una squadra top. A 26 anni è il più forte della A, inferiore solo a Mike Maignan quando si sveglia (ultimamente non troppo spesso) con la voglia di fare Superman. Allora il milanista gioca un altro campionato. Nella media, Svilar oggi è più affidabile: felino fra i pali, coraggioso in uscita, capace di usare i piedi senza per questo dimenticarsi che si para con le mani. Se la difesa di Gasperini è la più granitica d’Italia, il merito è dei guantoni del belga-serbo che di suo ha già un record in tasca: pur con due passaporti non gioca in nessuna Nazionale. Era stato convocato dalla Serbia, lui ha risposto, è andato a referto ma poi ha rifiutato: preferiva il Belgio. Morale, i primi non lo convocano più perché offesi, i secondi non possono chiamarlo perché ha indossato la maglia di un’altra Nazionale. Tradito dal dubbio, vado non vado. Un errore che non commette mai in campo.
2) MARCO PALESTRA
Marchio Atalanta, futuro assicurato per il ventenne milanese (è nato a Buccinasco, dove la metropoli diventa tangenziale) in prestito al Cagliari. È il nome nuovo del calcio italiano, che sforna difensori moderni (da Calafiori a Bastoni, da Buongiorno a Comuzzo) ma ha dimenticato chissà dove il dna degli attaccanti. In Sardegna Palestra ha trovato l’ambiente ideale per sbocciare. Non sbaglia una partita, è formidabile in marcatura e perfetto nell’accompagnare l’azione. Un campione in erba. Il rischio è vederlo partire per Inghilterra o Spagna in cambio di 40-50 milioni, soglia sulla quale ogni dirigente italiano mostra il simbolo del dollaro negli occhi.
3) JHON LUCUMÌ
Il guerriero colombiano del Bologna è cresciuto a vista d’occhio. Difensore roccioso, francobollatore affidabile dei migliori bomber avversari (Rasmus Hojlund, Lautaro Martinez, Dusan Vlahovic ne sanno qualcosa), è il prediletto da Vincenzo Italiano per guidare la difesa rossoblu. Ha tecnica, solidità, esperienza e quella cattiveria agonistica che i colombiani di Calì hanno da vendere al mercato. Tre anni fa doveva andare dal Genk al Barcellona, ma tutto saltò perché la documentazione arrivò alla federazione spagnola con 20 minuti di ritardo. Ecco, lui non arriva quasi mai in ritardo a spazzare il pallone, e quando lo fa si acchiappa un’ammonizione (a Bologna le chiamano «lucumate»).
4) JACOBO RAMON
Avevo deciso per Oumar Solet, il buttafuori francese di origini ivoriane che illumina la difesa dell’Udinese. Avevo deciso per lui perché è micidiale in appoggio e sui calci d’angolo, perché somiglia a Camavinga del Real, perché se impara a marcare stretto diventa un top. Poi il collega Fabio Corti, che passa le corte sugli spalti del Sinigaglia anche nei giorni feriali a stadio vuoto, mi ha travolto con i numeri del gioiellino spagnolo che gioca nel Como: 90,7% di passaggi riusciti, 91,6% di contrasti vinti, 97,6% di duelli aerei vinti neanche fosse un Messerschmitt BF109, 76,8% di dribbling compiuti (ragazzi è un difensore centrale alto 1,96). A questo punto la resa è obbligatoria.
5) DAVIDE BARTESAGHI
La fascia sinistra è affollata, qui la poltrona è per tre. Perché Federico Dimarco (Inter) non ha nessuna intenzione di abdicare. Perché a Genova (sponda genoana) galoppa un uomo nuovo come Brooke Norton-Cuffy, inglesone imprendibile quando è lanciato sull’out, capace di spezzare le difese anche se ancora rivedibile (ha 21 anni) in copertura. L’imbarazzo nella scelta è reale e se ne esce solo privilegiando due caratteristiche: novità e italianità. Allora il titolare non può essere che il milanista Davide Bartesaghi, 20 anni due giorni fa, brianzolo di Erba, messo lì sulla fascia da Max Allegri dopo una carriera junior da attaccante e poi da centrale di difesa. Titolare nel derby, autore di una doppietta al Sassuolo, lampi da diamante grezzo. «Sarà il mio erede», ha detto Theo Hernandez. Tranquilli, se ne intende.
6) LUKA MODRIC
Per il Maestro non si sprecano parole, lo si ammira dipingere o scolpire. Come Picasso, come Michelangelo. È con questo spirito che i tifosi del Milan vanno in massa a San Siro, per bearsi davanti alle invenzioni, alle geometrie, ai lanci millimetrici del marziano del pallone arrivato a Milano a 40 anni a divertirsi. E a far delirare un popolo dalla stessa mattonella che fu di Andrea Pirlo. Allegri, mestierante divino e re dei risultatisti, lo ha piazzato lì con la filosofia di Ottavio Bianchi ai tempi di Diego Maradona: «Lui e altri dieci». Se Maignan para, Fofana corre, Pulisic sprinta e Leao si sveglia sono dolori per tutti. Ma l’allenatore sa che il capolavoro è possibile solo se l’evangelista Luka non si stanca prima.
7) ARTHUR ATTA
Tutti a bocca aperta davanti al centrocampista totale dell’Udinese, oggi nel mirino di Napoli, Inter, Chelsea e Barcellona. Francese, 22 anni, dribbling micidiale in velocità (raro vederne, solo Paulo Dybala e Markus Thuram regalano lo stesso fremito), è una delle sorprese del campionato, anche perché il suo mestiere sarebbe quello del mediano che macina chilometri. Lo fa con intelligenza e passo da cavallo di razza, esaltato da un fisico da mezzofondista (1,89 per 80 chili). Lui è il nuovo ma in questo ruolo si è imposto (dopo un paio d’anni nell’anonimato) un ragazzone old style di scuola italiana: Bryan Cristante, a 30 anni uomo in più della Roma di Gasp, che lo ha ritrovato a Trigoria dopo averlo forgiato all’Atalanta e non se ne priva più. Bentornato nell’Olimpo.
8) SCOTT MCTOMINAY
L’anima silenziosa del Napoli. Antonio Conte lo programma in settimana e lo scozzese fa il terminator in campo: corre per almeno 11 km a partita (più di Nicolò Barella), usa l’intelligenza tattica per creare sempre supremazia, è fenomenale negli inserimenti e non sbaglia quasi mai in area avversaria. Un tuttocampista da sogno, arrivato come un dono di San Gennaro dal Manchester United. Bene per i tifosi napoletani, che da un anno e mezzo se lo godono, primo motore della corazzata tascabile di Aurelio De Laurentiis, lassù in campionato con lo scudetto sul petto e implacabile in Supercoppa. Scott è discreto, mai una parola di troppo, quindi fatica a capire le intemerate a orologeria di Piangina Conte. Poco importa, quello dell’imbonitore non è il suo mestiere.
9) CHRISTIAN PULISIC
Quando parte in accelerazione puntando la porta, il pistolero yankee fa impazzire San Siro. Mentre Rafa Leao si perde in mille dribbling da artista svagato (un Recoba sull’altra sponda del Naviglio), lui entra in area e segna. Raccoglie palloni vaganti e segna. Anticipa i difensori e segna. Pulisic l’implacabile non sbaglia una partita, con lui in campo il Milan parte da 1-0. Nelle tre stagioni in rossonero ha segnato 15, 17 e 9 gol. Mentre nei primi due anni aveva assommato 50 presenze, qui è a 7 reti in Serie A (più 2 in Coppa Italia) con sole 13 partite, pronto a distruggere ogni record personale. Con un centravanti vero al suo fianco, la banda Allegri potrebbe puntare dritta allo scudetto.
10) LAUTARO MARTINEZ
«Non segna con le grandi». «Ha troppi blackout». «Deve imparare a sorridere». Chiacchiere e distintivo per avventizi di redazione, perché il Toro di Bahia Blanca è sempre lì dove stanno i grandi cannonieri. Cuore pulsante dell’Inter, ne condiziona i destini in campionato come in Champions. E anche quando non fa gol è un fattore determinante: pressa, rientra, aiuta, si immola facendo a botte in mezzo a difensori che con lui usano immancabilmente la clava. Non ride mai perché ogni partita è una battaglia, come lo era per Zlatan Ibrahimovic. Qui serve un’appendice. Se Lautaro è in viaggio per l’Argentina (mai che rinunci a una convocazione, dimenticandosi chi gli paga lo stipendio), nella squadra top entra Jamie Vardy, nonno del gol (38 anni) arrivato in fondo alla pianura per suonare l’ultimo Stradivari. Se riesce a salvare la Cremonese merita un busto accanto a quello di Ugo Tognazzi.
11) NICO PAZ
Il boy di Tenerife continua a fare cose da Paz. C’è poco da aggiungere: quando si mette in proprio mostra assurde giocate che fanno ricordare Crujiff. Dopo un anno nella tonnara della Serie A, dove la tattica e la furbizia dominano le partite, lo spagnolo naturalizzato argentino sta anche imparando a giocare con gli altri dieci. Periodo di crescita, fondamentale per immagazzinare esperienza e diventare letale. Quasi titolare della nazionale campione del mondo, sta facendo volare il Como in classifica fino alle soglie dell’Europa. Ma nei numeri di Paz non c’è nulla di hollywoodiano, lui non fa passerella, non si bea della giocata, semplicemente spacca le partite. Lo sogna la Premier, lo vuole l’Inter. Ma il suo futuro è segnato sul taccuino di Florentino Perez. Speranze per gli altri, zero.
Allenatore: VINCENZO ITALIANO
Osservatelo quando si alza dalla panchina per cazziare Orsolini che non rientra. Giugulare gonfia, occhi assatanati, canini affilati: finalmente a Bologna c’è un Italiano vero, senza scomodare Toto Cutugno. Un allenatore guerriero per una squadra guerriera, che non ha niente a che vedere con il fighettismo woke del sindaco piacione Matteo Lepore. Se all’ombra delle due torri c’è un team fantastico anche dopo la cura Thiago Motta, il merito è di questo figlio di emigranti, siciliano nato per sbaglio a Karlsruhe 49 anni fa. Giochista senza perdersi nelle prosopopee ispaniche da possesso palla (vedi Fabregas e Xabi Alonso), Italiano sta completando a Bologna l’opera cominciata a Firenze. Dove lo rimpiangono annacquando il Chianti.
BOCCIATI
1) YANN SOMMER
Ha sparato le ultime cartucce nella semifinale Champions col Barça a San Siro: ha deviato con la punta delle dita il missile di Lamine Yamal, poi ha lasciato cadere la Colt, come se il suo destino si fosse definitivamente compiuto. Ha spento la luce e non l’ha più riaccesa. Così l’istintivo e spesso funambolico portiere dell’Inter (37 anni) è diventato un comprimario. Ora la porta nerazzurra è perennemente aperta, ogni spiffero diventa uragano, ogni tiro fra i pali potrebbe esser gol. Il declino dello svizzero è evidente, in questa prima parte di stagione ha collezionato papere e incertezze, la difesa (farfallona di suo) ha perso l’ultimo baluardo. Sommer è bravo coi piedi, purtroppo è l’unico che dovrebbe usare al meglio le mani. Cristian Chivu ne rispetta il declino e preferisce «tenersi la prestazione», beato lui.
2) ANDREA CAMBIASO
Oggi sembra il cugino di campagna del micidiale difensore esterno della scorsa stagione. Allora era il principe delle fasce (sinistra ma pure destra tanto è duttile) e del mercato, anche se la valutazione di 70 milioni formulata (chissà) dal City per il «folgorante innamoramento» di Pep Guardiola sembrò più un delirio dei mercatisti di redazione che un dato di realtà. Nella Juve di Luciano Spalletti sembra in ripresa, ma restano negli occhi i balbettii, le sostituzioni, l’inconsistenza di questa prima parte della stagione. Doveva essere uno dei top invece per ora è un flop. Colpa di Igor Tudor e della Signora in ribasso, priva di gioco e di prospettiva. Ma è possibile che al cambio di anno segua un auspicabile cambio di passo.
3) FIKAYO TOMORI
«Mi sento al massimo, dobbiamo tornare in Champions». Lo ha detto qualche giorno fa in un’intervista motivazionale per spronare tutto il Milan. «Allegri mi ha aiutato nella lettura del gioco, ora so cosa fare in campo». Ecco, qui un brivido corre lungo la schiena dei tifosi rossoneri perché l’anglo-canadese implicitamente ammette, a 28 anni, di non avere avuto finora ben presenti i parametri del suo lavoro. Ce n’eravamo accorti e deve averlo capito anche il tecnico se gli preferisce Matteo Gabbia, Strahinja Pavlovic, addirittura lo spaesato Koni De Winter delle ultime terrificanti apparizioni. Sia chiaro, Tomori è un buon centrale, ma per guidare la retroguardia del Milan è poco, troppo poco, perfino lontano dal giocatore arrembante e con enormi margini di miglioramento arrivato a Milano nel 2021 dal Chelsea. Urge il salto di qualità.
4) PIETRO COMUZZO
L’estate scorsa le grandi avrebbero fatto follie per il cartellino del centrale friulano di 20 anni: 40 milioni era il tetto delle richieste per colui che gli esperti appaiavano già ai due Alessandro al top, Bastoni e Buongiorno. Oggi il valore è crollato (siamo a 18) esattamente come le prestazioni individuali e quelle di squadra di una Fiorentina alle prese con una delle peggiori stagioni della storia. A fondo lei e negli abissi dell’incertezza Comuzzo, perché i giovani sono i primi a soffrire quando il gruppo si sfalda e la piazza si infiamma. Passare dal Comuzzo top al Comuzzo flop è perfino ingeneroso, ma qui non sono previsti sconti anche perché il gioco fissa il momento. E quello di casa viola è terribile.
5) NUÑO TAVARES
La locomotiva della Lazio si è trasformata in un ferrovecchio. Infermeria, panchina, poco campo. E quando Maurizio Sarri lo scatena sulla fascia, il portoghese che solo 12 mesi fa era devastante nelle accelerazioni, sembra passeggiare col cane in un tratturo di campagna. Ha 25 anni, un fisico da metter paura a Denzel Dumfries e pure un gran tiro. Ma sembra avere perso l’anima, travolto dai malanni e dalle insicurezze della precarietà. È diventato una presenza impalpabile quando non dannosa, perché se manca il coraggio ci si rifugia nella propria metà campo. E lui nell’approccio difensivo risulta parecchio rivedibile. Sarebbe una plusvalenza assoluta (Lotito lo pagò 6 milioni) anche in funzione bilancio, ma prima deve ritrovare se stesso.
6) TEUN KOOPMEINERS
Parabola di un fenomeno arrivato dall’Atalanta. Lo scarti dal pacchetto, gli metti le pile, lo fai giocare e lui diventa la controfigura del campione che era, un comprimario che deambula per il campo e non giustifica i 60 milioni che hai speso. Un classico. A rivitalizzare l’olandese ci ha provato Thiago Motta, poi Igor Tudor, può darsi che l’onirico Luciano Spalletti riesca nell’impresa. In un anno ha cambiato cinque ruoli: mezz’ala, regista, esterno, centrale di difesa, perfino mezza punta. Lo hanno quasi violentato nell’orgoglio pur di fargli ritrovare la brillantezza negli inserimenti e la dinamite nel tiro da lontano. Se succede, la Signora diventa di nuovo vincente. E ogni traguardo (almeno in Italia) torna ad essere un obiettivo.
7) ALBERT GUDMUNDSSON
C’è molta Fiorentina in questa squadra di disperati e non potrebbe che essere così. Un altro campione deludente è l’islandese depresso, crollato nelle graduatorie e nelle aspettative, al punto da essere spesso relegato in panchina. Mesi difficili, e il processo di Reykyavik per «cattiva condotta sessuale» (peraltro con un’assoluzione in primo grado) non ha aiutato il trequartista a ritrovare la serenità necessaria per spaccare le difese avversarie come faceva nel Genoa. Critica principale, gioca con addosso la tristezza del grande freddo. Critica secondaria, invece di lanciarsi negli spazi passa la palla al compagno più vicino. Se la Fiorentina vuole salvarsi deve ricostruire Gudmundsson, aiutarlo a tornare un cavallo selvaggio felice di allungare la falcata e di rianimare il Franchi. Il tempo per farlo c’è, ma la sabbia nella clessidra ha cominciato a scendere.
8) NICOLÒ FAGIOLI
Sta risalendo la china un centimetro alla volta, ma è dura. È dura tornare ad essere un regista, un fattore, un punto fermo per il centrocampista piacentino che nella Juventus aveva conquistato la maglia della Nazionale. Dopo la squalifica per le scommesse ha ricominciato a macinare calcio e chilometri, in fondo ha solo 24 anni. Ma la slavina viola di questi mesi lo ha travolto di nuovo. Il suo potenziale rimane enorme, la tecnica è quella degli uomini d’ordine dalla testa giusta e dal piede di velluto. Anche la statistica lo premia: 90% di passaggi riusciti, se non fosse che si tratta di alleggerimenti, aperture di tre metri, disimpegni senza coraggio. Fagioli come Gudmundsson, il motore deve ripartire. E far sì che Moise Kean abbia i rifornimenti là davanti per ricominciare a mettere paura a tutti.
9) CHARLES DE KETELAERE
Sorpresa, in campionato il fiorettista belga è tornato quello del Milan. Ruggisce meno, incide meno, segna meno, gioca meno. E l’Atalanta vive una stagione in altalena, nuotando fuori dalla zona Champions per la prima volta dopo tanti anni. Il gioiello belga sembra avere una doppia vita: decisivo nelle sfide in Europa (ha distrutto il Chelsea quasi da solo), in campionato si addormenta, va al minimo, come se la vetrina internazionale fosse indispensabile per farsi notare dalla Premier, suo approdo naturale. Vittima del mediocre inizio stagionale con Ivan Juric in panchina, il principe Carlo non può che trarre giovamento dall’arrivo di Raffaele Palladino, più simile nei sistemi di allenamento e nelle qualità motivazionali al guru Gasperini.
10) SANTI GIMENEZ
Chi l’ha mai visto? Il centravanti messicano doveva essere l’erede di Olivier Giroud, per ora non gli può portare a casa neppure la busta della spesa. Con il Psv aveva eliminato il Milan, ma una volta arrivato a Milanello è scomparso nella brughiera varesina. Non è stata tutta colpa sua, ma anche dello staff medico che ha gestito con timidezza un fastidio alla caviglia del giocatore: la terapia conservativa non ha dato frutti e alla fine Santi si è dovuto operare. Il 2026 potrebbe essere il suo anno, sempre che in casa rossonera non si decida di cederlo al Galatasaray per la disperazione. Il ballottaggio fra Gimenez e Nkunku per la titolarità nella squadra flop conferma che quello del centravanti rimane il problema numero uno del Milan. Ora è arrivato l’armadio tedesco Niclas Füllkrug, anche se ha quasi 33 anni peggio di loro non può fare.
11) ALVARO MORATA
È incomprensibile come Cesc Fabregas abbia potuto trascorrere l’estate a inseguire un ex calciatore. Forse era un suo vecchio compagno di bevute, altra spiegazione non c’è per giustificare la mediocrità sfiatata mostrata a Como dal campione spagnolo che fu. Nelle intenzioni del tecnico avrebbe dovuto tornare dall’attacco, aprire il gioco, far spazio agli inserimenti letali di Nico Paz e Jayden Addai. Compito improbo per un giocatore di 33 anni usurato da mille battaglie. E infatti non è mai successo (12 presenze, zero gol); comunque i ragazzini se la sono cavata egregiamente da soli. Morata ora è infortunato ma staziona sulle homepage dei giornali per le storie tese con la fidanzata, l’influencer Alice Campello. Faccenda che ai tifosi lariani interessa meno di zero. Un po’ più grave farsi fotografare con la maglia dell’Olimpia Milano durante il derby di basket contro Cantù, luogo di nascita di metà degli ultrà del Como. La fischiata al rientro è scontata.
Allenatore: IVAN JURIC
Sarà la sfortuna, sarà la difficoltà di creare empatia con l’ambiente, ma l’allenatore croato che aveva fatto benissimo al Verona e bene al Torino, ha fallito prima a Roma, poi a Bergamo. Senza voler infierire, l’avventura all’Atalanta ha segnato lo zero termico di un bravo tecnico, capace di far giocare le squadre in modo muscolare, aggressivo, con lampi di modernità. Poteva essere il nuovo Colleoni nerazzurro, si è perso in un mare di malinconie e solitudini che lo hanno allontanato dalla realtà. Fino al capitolo finale: mentre i suoi ragazzi vincevano in Champions a Marsiglia (impresa) lui riusciva a litigare con Ademola Lookman davanti alla panchina (impresa al contrario). Tatticamente è rimasto prigioniero della frase del Petisso Pesaola: «I giocatori li metto in campo benissimo, il problema è che poi si muovono».
«Se le formiche si mettono d’accordo possono spostare un elefante». Oggi Aboubakar Soumahoro non può più scandire il suo proverbio africano preferito perché l’elefante nella stanza è lui. Così consapevole del riflusso progressista (via dal woke, dall’ultraeuropeismo, dal turbo green, dal terzomondismo di piazza) da avere deciso, nei lunghi mesi passati sui banchi del gruppo misto alla Camera, una strategia non nuova ma sempre efficace nella politica italiana: il salto della quaglia. Un ipotetico sbarco nel centrodestra con tutti gli stivali. Lo sussurra al Foglio: «Sono pronto a candidarmi con una dimensione di forze che portano in seno il tricolore. Non ragiono con le lenti del Novecento, faccia un check nei simboli dei partiti». Poi verso sera precisa: «Il riferimento al tricolore, presente nei partiti sia di destra sia di sinistra, non deve essere interpretato come simbolo di una parte politica».
Il sindacalista di origine ivoriana che tre anni fa era il simbolo principale della sinistra radical alla ricerca di idoli da sbandierare in faccia a Giorgia Meloni, allarga l’orizzonte e vede una nuova sponda. Non è piroetta da poco. Era perfetto, con le galosce infangate simboleggianti la fatica dei braccianti e con la prosopopea del papa nero. E davanti a lui si genuflettevano in adorazione i suoi idoli televisivi: Fabio Fazio, Pif, Diego Bianchi detto Zoro, Roberto Saviano, Lilli Gruber, Laura Boldrini. Tutto il cucuzzaro travolto dal Bernie Sanders senza muffole. La coppia Bonelli&Fratoianni l’aveva portato a spalla in Parlamento, poi un giorno tutto finì e il gotha radical a 50 pollici si scordò di lui.
Accade quando tu sei il testimonial delle sofferenze dei migranti e la famiglia (moglie e suocera) deve giustificare davanti a un magistrato di Latina le irregolarità di numerosi centri accoglienza, con 400.000 euro di stipendi non pagati, compensi in ritardo di quasi due anni, lavoratori in nero, condizioni sanitarie descritte «sotto la soglia minima della tollerabilità». Dov’era Soumahoro mentre le parenti aprivano un resort in Ruanda, distribuivano dividendi per 240.000 euro a se stesse e si facevano fotografare su Instagram in pose da Chiare Ferragni subsahariane? Era in Tv a difendere i poveri a Propaganda Live. Parabola chiusa, sinistra in imbarazzo, dimissioni spontanee da Avs con finale deprimente, sintetizzato nella frase: «Ritengo che il diritto all’eleganza e alla moda sia una libertà».
Poteva chiuderla lì, farsi dimenticare nel flusso liquido dei social. Invece Soumahoro deve avere colto un dettaglio: gli manca un lavoro, gli manca un futuro. Poiché per la sinistra è bruciato, perché non diventare l’emblema pur trasversale del Piano Mattei? Lo ribadisce convinto: «Gli ultimi anni sono stati una rinascita, la vita stessa è una rinascita continua». Trascorrerà il Capodanno a Dakar, spiega di avere organizzato il viaggio che comprende Senegal, Costa d’Avorio e Guinea «perché da anni svolgo un lavoro di analisi sul continente africano, e leggendo i dati mi accorgo che l’analisi non basta. Bisogna creare rapporti di interscambio commerciale tra il nostro Paese e il Continente».
Snocciola cifre da lettura dell’Internazionale, lascia intuire che il cuore di tenebra per lui non ha segreti. Ma è sicuro che un angelo caduto della sinistra gruppettara possa diventare una risorsa perfino per la destra? Al Foglio risponde manco fosse Ernesto Maria Ruffini in missione Grande Centro: «Il tricolore rappresenta l’unità nazionale, l’identità condivisa». Un mattarelliano in purezza. Anzi di più: «Sono un pragmatico, guarderò il progetto. Un secolo fa si parlava di catena di montaggio e proletariato. Ma oggi sotto l’ombrello degli operai ci sono imprenditori e partite Iva. Non è blasfemia. È la realtà dei fatti, io sono un uomo libero». E tu ti accorgi che ha sostituito il diritto all’eleganza con il diritto allo stipendio.
È pronto a candidarsi eventualmente anche a destra, ma è improbabile che qualcuno lo voglia. Anche perché ha trascorso la sua età dell’oro in Tv ad accusare Giorgia Meloni e Matteo Salvini di «crudeltà morale». Non c’è bisogno di disturbare Google AI per ricordare l’intimazione alla premier il primo giorno di legislatura: «Mi dia del lei! E visto che sono laureato mi chiami dottore». Immaginava la Lega Braccianti al posto della Lega e diceva: «Se fossi il Salvini nero la pacchia sarebbe finita, ma per i lumbard». Saliva sui barconi e gridava facendo eccitare Corrado Formigli: «Il governo è disumano, questa è la peggiore destraaa di sempreee». Stai a vedere che ora gli serve. Si è inventato il reddito di esistenza, si è integrato benissimo nella casta mediatica che lo invitava per vederlo sparare con il bazooka sulla maggioranza. La stessa alla quale potrebbe chiedere il voto solo perché «non ho più le lenti del Novecento».
Via gli stivali, è tempo di Church. Si avvolgeva nella bandiera rossa della Cgil e adesso cerca un partito, uno qualsiasi, basta che abbia il tricolore nel simbolo. C’è qualcosa di pedagogico e tristemente umoristico nella parabola di Soumahoro, che per giustificare la villetta, le borse Vuitton e i foulard di Hermès della moglie spiegava, pensando di fare fessi tutti: «Sono riuscito a comprare la casa scrivendo un libro». Gli stessi allocchi che avrebbero mandato a Bruxelles Ilaria Salis ci credevano e si scioglievano. Woody Allen avrebbe aggiunto: «Era la Bibbia».





