- In campo etico, la facoltà di sottrarsi a pratiche incompatibili con le proprie convinzioni è un valore gigante, come con l’aborto. Per la dolce morte, però, non c’è un obbligo giuridico: viene eseguita su base volontaria.
- Il capo dell’Ordine regionale Francesco Noce: «Dal suicidio assistito all’eutanasia il passo è breve». Oggi l’intervento della Pontificia accademia sul rispetto della dignità della persona.
Lo speciale contiene due articoli.
«Non voglio tagliare la mia coscienza perché si adatti alla moda di quest’anno» (Lillian Hellman). La frase della scrittrice americana è decisiva nel dibattito sul fine vita perché mette al centro un tema immateriale ma potente che nessun legislatore può codificare, almeno in democrazia, almeno in Italia, almeno in presenza di una Costituzione inscalfibile: l’obiezione di coscienza.
Il diritto inviolabile contenuto nella Carta viene preso alla larga sia dai protocolli regionali che pretendono di sostituirsi al Parlamento (buon ultimo quello di Guido Bertolaso in Lombardia), sia dalle proposte di legge in arrivo in Aula. E viene addirittura demonizzato come retaggio medioevale dalle avanguardie del progressismo modaiolo dei diritti - ecco la coscienza come trench con le spalle a raglan -, che non vedono l’ora di imporre l’eutanasia come tendenza cool stile Olanda o Canada. Della serie, chi non si dà la buona morte è un perdente.
In campo etico l’obiezione di coscienza è un valore gigantesco. Ma senza una legge (che in Italia non c’è) resta un convitato di pietra. Metterlo sul tavolo come alternativa è semplicemente un modo qualunquista per forzare una scelta, per distinguere i buoni dai cattivi, per piegare la realtà agli interessi di parte. Solo una legge può prevedere un diritto al suicidio assistito e di conseguenza la presenza di qualcuno che provveda a garantirlo. Come accade per l’aborto, dove peraltro l’obiezione di coscienza è lecita.
Fino a quando non esisterà una legge dello Stato, ciò di cui si parla nei protocolli è semplice libertà di scelta, comportamento lecito ma che non costituisce un obbligo di garantire la prestazione. Perfino la Corte costituzionale, che ha dato la linea con due sentenze, non si è posta il problema dell’obiezione di coscienza. E non lo ha fatto perché, non esistendo un diritto esigibile, non esiste un dovere di garantire il servizio come un obbligo che potrebbe collidere con la coscienza personale. In assenza della norma proposta dal legislatore e votata dal parlamento, lo stigma morale per chi disubbidisce è solo il furbesco tentativo di creare un senso di colpa da Stato etico riguardo a libertà di scelta individuali previste sotto il profilo giuridico.
L’argomento è scivoloso e l’obiezione di coscienza una saponetta. Coloro che la invocano a pranzo e a cena a proposito dell’accoglienza diffusa dei migranti, della disobbedienza civile delle Flotille e delle Ultime generazioni in lotta, improvvisamente la derubricano a ostruzionismo quando si tratta di suicidio assistito. «Restiamo umani» ma a giorni alterni. Un distinguo curioso, da luna park del diritto: a sinistra si plaude alla forzatura di un blocco navale e alla latta di vernice contro un quadro di Van Gogh ma si addita come retrogrado il medico cattolico che, avendo firmato il giuramento di Ippocrate, si rifiuta di uccidere un altro essere umano. Siamo in pieno paradosso da Leo Longanesi: quando suona il campanello della coscienza alcuni fingono di non essere in casa.
Per questo il tema rimane laterale, sfumato sia nel dibattito, sia nei protocolli regionali. Se notate, è letteralmente bypassato da circonlocuzioni astruse («la non punibilità dell’operatore non consenziente»). È misurato dalla distanza fisica dell’infermiere rispetto al paziente che vuole farla finita. È labilmente garantito dal fatto che l’aspirante suicida dovrebbe ingerire da solo la pillola letale o premere da solo il pulsante finale. Ma il medico lo accompagna fin lì, l’operatore sanitario lo assiste, il tecnico prepara con freddezza e competenza la macchina infernale.
Anche in presenza di una legge, dentro una società pluralista come la nostra i diritti fondamentali dovranno essere garantiti. In tutti i Paesi dove l’eutanasia è pienamente in vigore viene riconosciuta la possibilità di rifiutarsi di aderire ai protocolli, anche se si sta facendo avanti una revisione del ruolo del medico. Con una tesi urticante: sarebbe contraddittorio consentire l’obiezione di coscienza in una libera attività professionale necessaria quale è quella sanitaria. «A nessuno è stato imposto di intraprendere la carriera medica». Un gelido «potevi pensarci prima» che interferisce con il libero arbitrio e tende a istituire un obbligo che confina con la violenza.
Dai tempi del servizio militare, chi obietta ha tutto il diritto di farlo (articoli 2, 19, 21 della Costituzione). E fino a quando non verrà promulgata una legge, il medico non potrà neppure essere chiamato obiettore, ma continuerà ad essere un libero professionista con una sensibilità individuale che non si piega davanti alla collezione ideologica «primavera-estate 2026». Consapevole del diritto di dire No e capace di comprendere nel senso più profondo le parole di Mario Melazzini, che convive con la Sla. «La vita è una questione di sguardi. Io non mi attacco ogni notte a un respiratore e a una pompa. Non perché sono un accanito sostenitore della vita, ma perché penso che la mia vita sia degna di essere vissuta».
Il grido dei medici in Veneto: «No alla legge sul fine vita. Noi salviamo, non uccidiamo»
Non serve una legge sul fine vita, l’Ordine dei medici del Veneto non vede la necessità di rinunciare alla «zona grigia» che permette una sorta di autoregolamentazione. «Dal suicidio assistito all’eutanasia, che in altri Paesi è consentita anche a persone sane, il passo è breve», avverte Francesco Noce, presidente regionale dell’ente che si occupa della difesa e della regolamentazione della professione medica. Nell’edizione locale del Corriere della Sera, Noce ha ricordato che per i camici bianchi «il richiamo alla vita è più forte di tutto, esistiamo per salvarla, non per toglierla». Oggi a Venezia, al Centro pastorale cardinal Urbani di Zelarino, si svolge il convegno «Frontiere della cura, confini dell’esistere: dialoghi sul fine vita tra etica, medicina e società». Interverrà anche monsignor Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia accademia per la vita e da poco nominato arcivescovo da papa Leone XIV, che approfondirà il tema dell’accompagnamento nel rispetto della dignità della persona.
In previsione del prossimo 3 giugno, quando in Senato prenderà il via la discussione sul disegno di legge in materia, in terra veneta medici, giuristi, esperti di bioetica fanno dunque il punto in uno spazio di riflessione interdisciplinare. «Riflettere sul fine vita significa ridefinire il valore che attribuiamo alla vita del cittadino e alla sua autodeterminazione», ha dichiarato Cristiano Samueli, vicepresidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri (Omceo) di Venezia.
Per poi precisare: «Esiste un momento in cui la guarigione non è più un obiettivo perseguibile: quando la medicina si ostina a voler “guarire l’inguaribile”, rischia di trasformarsi in un esercizio di potere sul corpo del paziente. È proprio questo il momento in cui deve emergere, con forza ancora maggiore, l’etica del prendersi cura o, per meglio dire, dell’accompagnamento. Riconoscere che la medicina può smettere di “guarire” senza mai smettere di ”prendersi cura” è la chiave per affrontare il fine vita con umanità e con una visione deontologicamente corretta».
Il Parlamento aveva approvato nel 2017 la legge sulle disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ma la Consulta nel 2019 ritenne che non fosse sufficiente, invitando a legiferare sul suicidio medicalmente assistito. Il rischio del piano inclinato, ovvero che la legalizzazione possa aprire la strada all’eutanasia come soluzione a problemi di solitudine, malattia, disabilità intellettive, della vecchiaia, è quanto mai attuale e in ambito medico ci si interroga con preoccupazione.
«Il suicidio assistito trasgredisce quella regola che noi medici nell’arco dei secoli abbiamo sempre considerato inviolabile: guarire e palliare coloro che sono sofferenti ma mai dare o infliggere intenzionalmente la morte sia pure richiesta dal paziente», dichiarava a settembre 2019 Massimo Antonelli, ordinario di Anestesiologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore e presidente della Sezione O del ministero della Salute (che si occupa dell’attuazione dei principi per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore). Perché non ci fossero dubbi aggiungeva: «Il medico che assiste il suicidio mette a rischio l’integrità morale della sua stessa professione perché è come se si rifiutasse di aiutare il paziente nei suoi stadi più delicati».
Oggi a Venezia si cercherà di ridefinire i concetti di limite e di autonomia, «di trovare un equilibrio tra dovere terapeutico e rispetto della dignità del paziente, di esplorare le norme di legge sui trattamenti vitali e la terapia del dolore e quelle deontologiche a cui i medici si devono attenere», fanno sapere gli organizzatori. «Il dibattito è ancora aperto in seno alla categoria, che accoglie diverse sensibilità», ha spiegato Giovanni Leoni, vicepresidente Fnomceo e presidente dell’Ordine dei medici di Venezia. Ricordando che è compito sì, della categoria, «anche togliere sofferenze insopportabili, ricorrendo a farmaci, come la morfina, che in un organismo debilitato e ormai segnato da un exitus ineluttabile possono indurre arresto cardiaco», Leoni ha tenuto a precisare che però «è fattispecie ben diversa dal suicidio assistito, perché si cerca fino alla fine di curare il malato o di aiutarlo a non sentire dolore, con terapie palliative e senza accanimento terapeutico».
Che l’atto del dare la morte non sia un atto medico, quindi con possibili conseguenze sul piano disciplinare, l’aveva evidenziato Pierantonio Muzzetto, presidente Omceo Parma e presidente uscente della Consulta deontologica nazionale della Fnomceo, nell’incontro del novembre scorso organizzato dalla Diocesi di Parma. «Quel medico che partecipa all’atto suicidario sarà valutato», dichiarò. «Sarà valutato se egli si sia attenuto espressamente a quelle che sono le indicazioni della Corte. Non punibile perché la Corte lo ha stabilito, certo, ma ciò non toglie la possibilità di ascrivere e di controllare attentamente il suo operato, considerando la sua posizione come una posizione contraria al dettato deontologico disciplinare. Questo anche in mancanza della punibilità: dobbiamo tenere conto dell’atto in sé compiuto, contrario al Codice deontologico».
La sindrome uruguagia non fa danni, nessuna tempesta in arrivo dal golfo del Maldonado e la grazia a Nicole Minetti rimane in cassaforte. «Non serve sentire la testimone, non c’è nessun riscontro alle sue parole». La Procura generale di Milano fa trapelare una posizione chiara: non intende formulare una rogatoria internazionale per interrogare l’ex collaboratrice del ranch «Gin tonic» di Giuseppe Cipriani a Punta de l’Este.
Secondo il procuratore Francesca Nanni e il sostituto Gaetano Brusa l’ulteriore approfondimento non sarebbe necessario dopo le ricostruzioni ritenute «poco attendibili» fatte da Mabel De Los Santos Torres a mezzo stampa.
«Per ora il parere sulla grazia è confermato». A indurre i magistrati milanesi a prendere questa posizione sarebbero tre novità: l’arrivo di un primo fascicolo dell’Interpol, che non comprova il racconto impressionista della donna; il riscontro negativo dei colleghi di Montevideo che hanno negato l’esistenza di fascicoli aperti per reati contro la morale a carico dell’ex igienista dentale; le smentite della stessa testimone (con ritrattazioni e «non ricordo») durante conversazioni con le televisioni uruguaiane. Un passo avanti che consente anche ai corazzieri del Quirinale di dormire sonni tranquilli.
Qualche giorno fa la signora Torres aveva riaperto i dubbi sull’opportunità di concedere il massimo atto di clemenza, firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con un’intervista al Fatto Quotidiano nella quale sosteneva che Minetti non aveva mai cambiato vita e aveva continuato a fare ciò per cui era stata condannata in Italia: il favoreggiamento della prostituzione. La massaggiatrice aveva parlato di «festini con escort di imprenditori e politici anche italiani». E aveva aggiunto - lei che per 20 anni aveva lavorato nella proprietà - che ragazze pure minorenni reclutate in Argentina, Brasile, Italia e Uruguay facevano passerella nella riedizione «gaucha» delle cene eleganti di vecchia memoria.
«Ho cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni», ha detto Mabel De Los Santos Torres. «Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli amici di casa. E lì iniziavano alcool, droga e sesso». Ha anche avanzato accuse di molestie: «Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi e smisero di chiamarmi». Secondo la sua narrazione, Nicole Minetti «viveva lì per lunghi periodi ed era lei a scegliere le ragazze. Al figlio invece (sempre secondo il racconto della donna, ndr) badava la tata uruguaiana».
Una ricostruzione shock non confermata da nessuna indagine, anzi smentita dagli approfondimenti giudiziari. La massaggiatrice in un primo tempo si era detta disponibile a testimoniare davanti ai pm milanesi «a condizione di essere protetta perché ho paura». I legali di Minetti-Cipriani, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra avevano replicato così alle nuove accuse: «Sono falsità. I giornalisti, invece di prendere atto della realtà, rilanciano diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere, anche queste facilmente smentibili documenti alla mano. Procederemo in sede giudiziaria nei confronti dei responsabili di questa violenta campagna mediatica».
Ora la Procura generale ha fatto un passo ufficiale. Aveva ricevuto il nullaosta dal ministero della Giustizia per concretizzare la rogatoria ma ha ritenuto di non dover proseguire nelle verifiche per «l’inattendibilità della teste» in una ricostruzione «priva di fondamento». Il nodo di tutto è il cambiamento dello stile di vita di Minetti, alla base del recepimento della domanda di grazia da parte degli uffici del Quirinale. Nel caso che non fosse confermato, l’architrave comincerebbe a scricchiolare. Non sembra così.
Sulla liceità dell’adozione del bambino affetto da grave patologia le certezze sono ormai granitiche: l’iter è stato formalmente validato da una sentenza del tribunale di Maldonado e riconosciuto anche dal Tribunale dei minori di Venezia. Un altro punto riguarda le cure mediche del minore. Nella richiesta di grazia, Minetti aveva riferito di avere consultato in via informale medici italiani - tra cui specialisti dell’ospedale San Raffaele e di una struttura di Padova - prima di decidere di portare il bambino a Boston, dove opera un centro all’avanguardia per quella specifica malattia. L’iter era stato autorizzato dall’Inau (istituto uruguaiano per i minori) poiché il bimbo era ancora in regime di pre-adozione.
In ogni caso la vicenda non si conclude qui. La Procura generale di Milano è alla ricerca di nuove testimonianze e attende per i primi di giugno un nuovo dossier dall’Interpol per completare l’istruttoria. Ci sarebbe anche l’inchiesta di Sigfrido Ranucci, ma da quel fronte nessuna novità. Sta ancora verificando.
«I tedeschi devono darsi una mossa». E giù fischi. « Non siamo stati capaci di modernizzarci, ora siamo alla resa dei conti». A questo punto i boati e i lazzi con pollice verso travolgono il palchetto sul quale Friedrich Merz sta spiegando i componenti della medicina amara per far uscire la Germania dalla crisi sistemica in atto.
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.





