C’è la piscina del Cavaliere in bandana con Tony Blair. C’è la pergola dove sonnecchiava Umberto Bossi in canottiera. C’è il cancellone di Punta Lada che i cronisti (solleone o maestrale) non potevano oltrepassare.
L'articolo contiene una gallery fotografica.
C’è il salone delle cene con Vladimir Putin, George W. Bush, José Maria Aznar. E c’è lo scorcio di giardino dove l’ex premier ceco Mirek Topolanek passeggiava nudo. «Se Villa Certosa potesse parlare» è stato per decenni il sussurro di un popolo di voyeur. Oggi Villa Certosa parla. Lo fa attraverso le oltre 100 foto che il broker Carolwood partners di Beverly Hills ha messo online sul sito The Certosa Estate per testimoniare l’unicità del paradiso a Porto Rotondo (Costa Smeralda) che fu la resistenza estiva di Silvio Berlusconi. Quei muri parlano e tornano a ricordarci 30 anni di storia d’Italia.
Il portfolio serve a giustificare il prezzo di 500 milioni presso potenziali acquirenti - sceicchi arabi, petrolieri americani, oligarchi russi, sociopatici siliconvallici, tennisti da Slam - eventualmente interessati alla proprietà più costosa mai messa sul mercato in Italia. Sono 2.200 metri quadri interni con 14 camere da letto, 14 bagni, aree di fitness, talassoterapia e relax, logge, terrazze, saloni che guardano il Golfo di Marinella. Nei 580.000 metri di parco (l’area è più grande del Vaticano) si contano sette piscine, una laguna e un vulcano artificiali, due laghi (Palm lake e Bio lake), la grotta di Nettuno, un teatro in stile greco, un campo da calcio grande come San Siro, un eliporto, un bunker nucleare, il museo dell’ibisco, l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare e una cappella con altare. Il tutto inserito in un immenso giardino all’inglese con piante autoctone fino alla scogliera; una piccola città del lusso che costa 1 milione al mese solo di gestione ordinaria, mentre noi peones litighiamo sul costo dell’ascensore. Anche per questo la famiglia del Cavaliere ha deciso di metterla in vendita.
Sua maestà Villa Certosa, acquistata quando si chiamava ancora Villa Monastero ed era di proprietà del padrone della rete tv La voce sarda, Gianni Onorato, rappresentava in purezza il berlusconismo da weekend. Era la Camp David sarda, la Mar a Lago di Gallura. Con lampi di genialità fashion. Nel 2003 esce il primo film dei Pirati dei Caraibi con Johnny Depp, successo mondiale. Ecco che l’estate successiva Berlusconi accoglie in Sardegna il premier Tony Blair e la moglie Cherie con un look corsaro da azzardo assoluto: bandana bianca su abbigliamento total white. Memorabile per un uomo politico. Lui spiega che si tratta di un accorgimento per proteggere i capelli dopo un recente trapianto, le foto fanno il giro del mondo anche senza Instagram. La sinistra da Capalbio si consola riproponendo il dagherrotipo di Aldo Moro che passeggia sulla spiaggia in giacca e cravatta per enfatizzarne la sobrietà. Paragone perdente, nessuna convergenza parallela con il sentiment degli italiani.
La politica estera passa da quei saloni dove il cuoco Michele delizia gli ospiti con il famoso «menù tricolore», il tris di pasta con gnocchetti al pomodoro, mezze maniche al pesto e fettuccine panna e zafferano. Poi aragosta e gelato. Bandìto l’aglio sempre e comunque. Il glamour passa da quelle piscine dove Topolanek e i figli si immergono come mamma li ha fatti. Passa dalle esibizioni canore del padrone di casa sotto la Luna e dagli accordi parlamentari affinati sugli scogli, sotto tende moresche e fra gli spruzzi. Per riprodurre tutto ciò Paolo Sorrentino nel film Loro ha dovuto affittare l’Argentario Golf Hotel di Porto Ercole.
Leggendario il Ferragosto del 1994 quando, in piena fibrillazione di governo, Berlusconi invita Umberto Bossi per convincerlo a non attuare il ribaltone (che avverrà a Natale). Il Senatur preferisce acquartierarsi con i fedelissimi nel residence da ceto medio riflessivo di Vito Gnutti al Pevero. «Noi non andiamo dal Berlusca, se vuole sa dove trovarci». Comincia la partita a scacchi. Alla fine Bossi immortalato in canottiera e toscano in mezzo al lusso certosiano - dopo un «Consiglio dei ministri balneare» - diventa un’icona pop. Il distinguo è cercato, la simbologia è palese: noi siamo gente del popolo. Ma anche lui è lì, a casa del Cav, sotto le fresche frasche. Villa Certosa ha vinto ancora.
Chiamatelo Ayrton Antonelli. Oggi Kimi è troppo poco, il nomignolo va a picco nel porto di Montecarlo mentre il baby fenomeno italiano conquista tre volte in meno di 24 ore il gran premio più prestigioso, difficile e folle del mondo. Prima la pole, poi la partenza da missile, infine la ripartenza sontuosa dopo safety car che annichilisce definitivamente Lewis Hamilton (Ferrari) e Isak Hadjar (Red Bull).
È il bimbo che vinse tre volte, il più giovane della storia nel principato. E lo fa come solo il più grande di tutti sapeva farlo, Ayrton Senna; domina dal primo giro, prende a schiaffi avversari e destino impiccione, guarda nello specchietto retrovisore l’intero circo della F1 che arranca incapace di tenergli la scia.
Quella di Montecarlo è una cavalcata, è una sinfonia, è il punto esclamativo su una sensazione: abbiamo visto nascere un genio italiano. Lui, cresciuto nell’Emilia dei motori, lasciato andare al suo destino lontano da Maranello da quel talent scout al contrario che si chiama John Elkann. Nel momento della decisione, il numero uno della Rossa ha preferito ingaggiare Hamilton per 50 milioni piuttosto che bloccare per 4 il ragazzo della porta accanto. Una scelta di marketing. Un califfo.
A 19 anni Andrea Antonelli da Bologna si mette la mano sul cuore ascoltando l’inno di Mameli, avvolto nel tricolore. L’ultima volta era risuonato da queste parti per un pilota italiano 22 anni fa con Jarno Trulli. E Kimi non era ancora nato. Per riascoltare la penultima serve una musicassetta: Riccardo Patrese 44 anni fa. Sorriso pulito come la guida, sguardo da imbucato «che ci faccio qui?», Antonelli ha fatto il vuoto ma non sembra sorpreso: «È solo un grande momento». Fa il timido anche se in gara mostra tutt’altro: la precisione di Alain Prost, il piede pesante di Jacques Villeneuve, la cattiveria da cannibale di quell’Ayrton che lui celebra in ogni gran premio con il numero 12 sulla sua Mercedes.
Cinque vittorie nelle ultime sei gare, in testa al Mondiale con 156 punti, 66 di vantaggio su nonno Hamilton e 68 sul compagno George Russel che in teoria sarebbe la prima guida della squadra tedesca. Lui galoppa, gli altri camminano. Anche perché lui cavalca un’astronave perfetta, gli altri macchine normali e qualche camion. È ciò che pensa Charles Leclerc della sua Ferrari, che lo tradisce mandandolo contro il muro quando è terzo. Alla fine è furibondo: «Fottuti freni. Non sono uno che si nasconde dietro scuse e più volte mi sono preso la fottuta colpa anche quando c’erano piccole cose non ottimali. In più mi hanno richiamato ai box quando dovevo rimanere in pista».
Leclerc è una furia rossa, non riesce a calmarsi, in casa sua pensava di salire almeno sul podio. «Ho appena toccato il freno, è una pressione che non si può neppure definire “frenare”. Quello dietro come se non ci fosse, quello davanti ti dà il doppio della coppia. E questo perché la temperatura non è giusta. Qui ci sarà da parlare». Nero come lui è Max Verstappen, per un giorno niente Superman: il motore lo tradisce alla partenza, mai stato in gara.
Ben diverso il clima in casa Antonelli. Il baby è raggiante ma con i piedi piantati per terra. «È stata una gara incredibile ma tutto il weekend è stato grandioso grazie al lavoro del team. Il passo era formidabile, è venuto tutto naturale. Ma dobbiamo stare calmi, non c’è nulla di finito, bisogna alzare l’asticella e continuare a spingere. Non volevo ripartire dopo la bandiera rossa, ma è andata bene». Quello è stato un momento difficile, frustrante, da vivere in presa diretta. Lui sta galoppando verso il trionfo con un vantaggio da toast e birretta. Li ha già messi in fila tutti quando, a dieci giri dalla fine, prima l’incidente di Lance Stroll, poi quello di Leclerc rimettono in gioco la vittoria.
Gruppone e i primi due quasi appaiati dopo due ore di battaglia. Allora Kimi ricorda ciò che Toto Wolff, patron della Mercedes e suo padre putativo in pista, gli aveva detto al via per esorcizzare la voglia di strafare. «Ragazzo devi solo partire pulito, qui non c’è bisogno di fare qualcosa di magico». Ma l’attesa è snervante, mentre gli addetti aprono un cantiere surreale stile tangenziale per rattoppare in tutta fretta l’asfalto danneggiato nel punto d’uscita della Ferrari. Al secondo via Antonelli brucia di nuovo Hamilton e va, imprendibile nel vento, mentre il sette volte campione del mondo (chiuderà a oltre sei secondi) già pensa al premio di consolazione di Kim Kardashian in una suite dell’Hotel de Paris.
È nata una stella, questa è la conferma nella gara più psichiatrica del Pianeta. Dove al primo errore sei fuori, dove se non hai cuore non vedi mai il traguardo. Antonelli ha una cassetta degli attrezzi immensa e dopo Montecarlo l’orizzonte infinito dipende da lui. Ora il Mondiale italiano non è più una parola da esorcizzare ma un obiettivo da raggiungere. In faccia anche alla Ferrari che poteva essere sua. Ma Elkann ha preferito il vecchio cimelio con i dreadlock e il progetto perdente della saponetta elettrica. Come dice Leclerc, ci sarà da parlare.
Manifestare per importare più schiavi e poi manifestare contro chi li tratta da schiavi. Anche questo è Made in Italy. Ed è la sintesi disarmante del corteo di Amendolara in provincia di Cosenza, dove Maurizio Landini trascina Elly Schlein e la sinistra unita nel più strumentale dei gesti, pur determinato dal più nobile dei motivi: portare umanità dove quattro braccianti sono stati arsi vivi dentro un minivan perché chiedevano di essere pagati.
Pakistane e afghane le vittime, pakistani i caporali (meglio dire gli assassini), italianissime le code di paglia che reggono lo striscione del giorno: «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così».
Giusto, ci mancherebbe. Ma sarà il ventesimo «mai più» dell’ultimo decennio, dai tempi del ministro e sottosegretario Teresa Bellanova (governi Renzi e Conte 2) e Nunzia Catalfo (governo Conte 2) che dicevano: «Il contrasto al caporalato è una priorità sociale». La rete criminale non è invisibile, è qualcosa di evidente e squallido, è uno schiaffo quotidiano alla dignità del lavoro e non può diventare - con la magia di un transformer - «indignazione» e «manifestazione» solo in presenza dei cadaveri. Con il rischio scontato di ammainare le coscienze una volta ammainate le bandiere.
Quelle rosse sventolano attorno a Landini, Schlein, Nicola Fratoianni (Avs), Pasquale Tridico in rappresentanza del Movimento 5 stelle, con il consueto contorno di associazioni come Libera e Anpi. Non manca nessuno, a sinistra si marcano a uomo. E il campo largo è senza dubbio più comodo di un campo di fragole e di ortaggi a tre euro in nero all’ora. «I lavoratori invisibili, le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura, necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie», tuona Landini come se fosse arrivato da Marte. E ancora: «Serve una rivolta morale»
Dov’era fino a ieri il segretario della Cgil, vale a dire il più importante difensore dei lavoratori? A occuparsi di pro Pal, di diritti Lgbtq+, di droni russi; a organizzare «la rivolta sociale» contro il governo, a dare a Giorgia Meloni della «cortigiana di Trump» in Tv. Per questo, pronunciate alla stazione di servizio Ip (luogo della strage) davanti ai 5.000 fedelissimi calati su Amendolara, le sue parole stridono. Lui si chiama fuori: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Dicano, gli altri. Sembra che la cosa non lo riguardi.
Ad ascoltarlo in prima fila c’è Elly Schlein, segretaria di un partito che nei dieci anni al governo non ha fatto nulla per arginare il fenomeno, se non moltiplicarlo con i porti aperti e l’accoglienza diffusa, autentiche fabbriche di disperati destinati alla schiavitù del lavoro clandestino. Lady Pd punta direttamente sulle aziende: «Non si può solo parlare di caporalato ma di padronato. Allora bisogna prevedere il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime del caporalato». Qualcuno dovrebbe spiegarle che alcune inchieste sono arrivate fino alle cooperative, alle società di accoglienza, a opache associazioni-carrozzone specializzate nel drenare fondi pubblici, a chi campa sul business del migrante. Il dramma riguarda tutti, anche chi ha aperto le porte del Parlamento ad Aboubakar Soumahoro con gli stivali infangati e le Vuitton della moglie.
Non basta. Bisogna allargare l’orizzonte a livello nazionale per vedere i danni del grande abbraccio all’immigrazione voluto dalla sinistra con la benedizione della Chiesa. Landini, Schlein, Fratoianni, Conte: quando la maestra spiegava la legge di «causa ed effetto» avevano tutti la varicella. Importare disperati senza regole e fingere di non vedere che sono destinati alla schiavitù 2.0 è colpevole. Chi è fortunato finisce per pedalare sulle rotaie del tram a Milano con la borsa frigo sulla schiena per portare gli «udon con verdure e gamberi» ai fighetti radical che si puliscono la coscienza col «restiamo umani». Chi è meno fortunato viene intruppato nei maranza. Chi non ha neppure la forza di delinquere si ferma a raccogliere arance e ortaggi a tre euro al giorno, sempre che il caporale pakistano sia di buon umore.
Nessuno può impartire lezioni ad Amendolara, neppure nel giorno del lutto. Forse l’unico è don Giacomo Panizza che da anni con «Progetto Sud» si impegna a umanizzare il lavoro nella piana di Sibari. E oggi dice: «La manifestazione non basta. C’è bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento. La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima? Una strage non nasce il giorno della strage».
«Basta morti e clandestinità», scandiscono i manifestanti. Slogan, solo vecchi slogan senza vergogna. Come «Abbraccia un cinese» prima della strage pandemica, come «abbraccia una nutria» prima della devastante alluvione in Emilia Romagna. Senza dimenticare un dettaglio: il progressista immacolato che oggi piange le quattro vittime arrivate dal mare, un mese fa ha applaudito alla grazia del Quirinale allo scafista Alaa Faraj, condannato a 30 anni per la morte di 49 persone trovate morte nella stiva. Il solito corto circuito dei buoni per decreto, che non s’accorgono di camminare - senza gli stivali di Soumahoro - dentro la palude.















