- Venerdì 6 febbraio si aprono i Giochi invernali di Milano-Cortina con una cerimonia storica tra San Siro e Cortina. Per la prima volta la festa olimpica si svolge in due città, mentre l’Italia schiera la squadra più numerosa della sua storia e prepara un’Olimpiade diffusa tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige.
- Il Coni alza l’asticella per una delle nazionali invernali più forti di sempre: dalla sorpresa Giovanni Franzoni a «nonno» Dominik Paris, passando per le leonesse Federica Brignone e Sofia Goggia. Niente russi, ma occhio a svizzeri e fenomeni americani nell’hockey (e Lindsay Vonn col crociato rotto).
Lo speciale contiene due articoli.
Ormai ci siamo. Il conto alla rovescia è pressoché agli sgoccioli. Vent’anni dopo Torino, l’Italia torna ad accendere la fiamma olimpica. Milano-Cortina 2026 comincia venerdì 6 febbraio alle 20 con una scelta che dice già molto di questi Giochi: non una sola scena, ma due. La cerimonia d’apertura sarà divisa tra lo stadio di San Siro e Cortina d’Ampezzo, a raccontare un’Olimpiade che non vive in un solo luogo ma si allunga lungo l’arco alpino, tra città e montagne, palazzetti e piste.
È la prima volta che l’inizio dei Giochi viene pensato così, come un racconto condiviso. E non è un dettaglio: questa edizione nasce proprio dall’idea di usare sedi diverse, impianti esistenti, territori lontani tra loro ma uniti dallo stesso evento. Milano, la Valtellina, le Dolomiti, il Trentino-Alto Adige: il programma è distribuito, con le gare che si muovono tra hockey, pattinaggio, sci alpino, biathlon, fondo e le altre discipline. Anche la chiusura, il 22 febbraio, seguirà questa logica, con l’Arena di Verona scelta come cornice finale.
Il simbolo più evidente di questa Olimpiade «doppia» sarà il braciere. Per la prima volta nella storia dei Giochi olimpici e paralimpici, la fiamma arderà contemporaneamente in due città: all’Arco della Pace a Milano e in piazza Dibona a Cortina. I due bracieri sono stati progettati in alluminio aeronautico e si muovono come strutture vive, capaci di aprirsi e chiudersi. Il loro disegno richiama i nodi di Leonardo da Vinci, un omaggio al legame tra ingegno umano e natura, e anche alla storia di Milano come città di creatività. Dentro, la fiamma è racchiusa in un sistema pensato per ridurre al minimo l’impatto ambientale, con effetti scenici sostenibili e massima attenzione alla sicurezza. L’accensione del 6 febbraio chiuderà il viaggio della Fiamma Olimpica, che ha attraversato tutte le 110 province italiane per un totale di 12.000 chilometri. Da quel momento, il braciere di Milano diventerà anche un appuntamento quotidiano: ogni sera, tra le 17 e le 23, uno spettacolo breve accompagnerà cittadini e visitatori fino allo spegnimento della fiamma, previsto il 22 febbraio. Poi, con l’arrivo della Fiamma paralimpica, i due bracieri torneranno ad ardere per tutta la durata dei Giochi paralimpici.
La cerimonia d’apertura, intanto, punta a essere uno dei momenti più spettacolari di questa Olimpiade. A San Siro saliranno sul palco artisti molto diversi tra loro, da Mariah Carey ad Andrea Bocelli, da Laura Pausini a Ghali, mentre il racconto dell’identità italiana passerà anche dalle voci di Pierfrancesco Favino e Sabrina Impacciatore. Il tema scelto è quello dell’armonia, intesa come dialogo tra mondi lontani: la città e la montagna, il cemento e il ghiaccio. Dietro quei novanta minuti di show c’è stato un lavoro lungo mesi, con migliaia di persone coinvolte tra tecnici, sarti, truccatori e scenografi, e con prove organizzate in più sedi.
Accanto all’entusiasmo, però, non sono mancate le critiche. Il New York Times ha definito questa Olimpiade un possibile «incubo logistico», sottolineando le distanze tra le sedi, le strade strette e la complessità dei collegamenti. Nel suo reportage, il quotidiano americano ha ricordato che le gare si svolgono in otto aree diverse distribuite su un territorio molto ampio, e che per rendere possibile il sistema dei trasporti sono stati aggiunti autobus a zero emissioni, più treni e una flotta di auto per spostare atleti, funzionari e ospiti. Secondo il giornale, tra viaggi, cantieri e ultimi ritocchi, l’organizzazione ha vissuto una corsa contro il tempo, con strade trasformate in slalom di coni arancioni e lavori ancora in corso fino a pochi giorni fa. Anche la tedesca Bild ha puntato il dito sui ritardi, citando in particolare alcuni impianti di Cortina. A queste osservazioni hanno risposto le istituzioni sportive. La presidente del Cio, Kirsty Coventry, dopo un incontro con il governatore lombardo Attilio Fontana e con i vertici della Fondazione Milano-Cortina, ha parlato di «grande entusiasmo» e di «un’organizzazione meravigliosa», spiegando di percepire ovunque lo spirito olimpico e ringraziando per il lavoro svolto dietro le quinte. Fontana ha sottolineato i complimenti ricevuti per le sedi visitate e ha detto di essere fiducioso anche grazie alle immagini di Bormio e Livigno già coperte di neve. Giovanni Malagò ha parlato di «rush finale», ricordando che gli ultimi giorni prima dell’inizio servono sempre per sistemare i dettagli e che l’obiettivo è essere all’altezza delle aspettative delle federazioni internazionali.
Intanto, mentre alcuni sport sono già partiti nei giorni precedenti per ragioni di calendario, il conto alla rovescia è finito. Da venerdì l’Italia non sarà più solo il Paese che ospita i Giochi, ma il palcoscenico su cui il mondo dello sport invernale si darà appuntamento.
Parte l’Olimpiade: obiettivo 20 medaglie
Tregua olimpica un accidente. Quella riguarda il marketing politico, ma da sabato sarà ghiaccio bollente a caccia di una medaglia d’oro. Dopo la cerimonia inaugurale allo stadio di San Siro, le XXV Olimpiadi invernali di Milano-Cortina cominciano a distribuire metalli sulla leggendaria pista «Stelvio» di Bormio, dove va in scena la Discesa libera maschile e potrebbe arrivare il primo lampo italiano. Sarebbe necessario per tenere il passo delle ambizioni: per i Giochi in casa il Coni ha messo il target su 20 medaglie, il record ottenuto a Lillehammer (allora le gare erano 61, qui 116), obiettivo non impossibile per il Team Italia, ritenuto il più forte della storia.
In Valtellina, dove si disputano le gare maschili di sci alpino, subito un nome che vale un candelotto di dinamite: Giovanni Franzoni di Manerba del Garda, un uomo di lago capace di planare in alta quota, la sorpresa di questo inverno azzurro. Primo nel SuperG di Wengen, primo nella Libera di Kitzbuhel, la più difficile del mondo. Il jet bresciano ha 25 anni ed è in una forma da Alberto Tomba a Calgary (correva l’anno 1988, due ori) anche se dovrà scalare la montagna costituita dai fenomeni svizzeri Marco Odermatt e Franjo Von Allmen. Ma c’è un altro italiano pronto a gettarsi a 130 all’ora nella lingua bianca in mezzo al bosco: nonno Dominik Paris che definisce la Stelvio «la mia vasca da bagno preferita» e a 36 anni potrebbe aggrapparsi al podio. Non vince da quattro anni ma è arrivato secondo qualche giorno fa a Crans Montana, bel segnale.
Per rimanere nella bolla dello sci alpino bisogna trasferirsi a Cortina dove la valanga rosa può regalarci meraviglie con le ex nemiche Sofia Goggia e Federica Brignone in Discesa, SuperG, Combinata, Gigante. Sono le punte di diamante della squadra italiana, per loro un trionfo significherebbe entrare nella leggenda. Ha dichiarato Goggia, che ha già vinto l’oro in Corea nel 2018: «Qui sarà tutto più speciale. Oltre il cancelletto delle Tofane c’è un intero Paese che trattiene il respiro, dominare l’emozione sarà l’impresa più grande». La leonessa Brignone è chiamata al miracolo: reduce da un infortunio gravissimo, ha recuperato in tempo record e sarà al via del Gigante, forse non della Libera. Sua mamma Ninna Quario, ex campionessa e giornalista, ha detto: «Non mollerà di sicuro. Per essere qui ha bruciato i tempi di recupero e fare la portabandiera è stata una molla straordinaria». Le due azzurre dovranno abbattere due statunitensi: la Wonder woman Mikaela Shiffrin (l’atleta più vincente di sempre, signora degli slalom) e la veterana di tungsteno Lindsey Vonn, che a 41 anni non intende scendere dagli sci. A conferma della tigna, ha annunciato che gareggerà con il crociato del ginocchio sinistro rotto e una ginocchiera. Per gli sponsor questo ed altro.
Una portabandiera italiana in fibrillazione da podio è anche la veterana Arianna Fontana, 35 anni di Sondrio, leggenda dello Short Track che dopo 11 medaglie (due ori) intende chiudere con un trionfo al Forum di Assago. Nella stessa specialità il medagliere potrebbe sorridere grazie a Pietro Sighel, già argento e bronzo a Pechino quattro anni fa. Per rimanere in un palazzo del ghiaccio milanese (questa volta a Rho Fiera), ecco una certezza del Pattinaggio di velocità: Francesca Lollobrigida, pronipote della Gina nazionale, capace di passare senza problemi dalle rotelle alle lame. Nella voliera dai mille colori dove l’arancione olandese è il più classico, anche Davide Ghiotto e Andrea Giovannini sperano di far risaltare l’azzurro.
Si torna all’aperto, sulle cime di Anterselva, per trovare un’italiana destinata a fare centro. È la regina del Biathlon Dorothea Wierer (35 anni) all’ultimo valzer sulle nevi di casa dopo una carriera straordinaria: tre medaglie olimpiche e 12 titoli mondiali in una delle specialità più massacranti. Formidabili a sciare e sparare con il podio nel mirino sono anche Lisa Vittozzi e Tommaso Giacomel. Anche sulla discussa pista di slittino di Cortina tira aria di medaglia, secondo tradizione: Dominik Fischnaller, Leon Felderer, Verena Hofer sono pronti a continuare l’epopea dei proiettili umani con il nome tedesco e la bandiera italiana sulla tuta. Nel bob puntiamo tutto su Patrick Baumgartner, con il sogno di rinverdire a casa sua la leggenda del Rosso Volante Eugenio Monti.
Nello Snowboard Michela Moioli, argento a Pechino nel 2022, può domare le gobbe e ripetersi. Nello Sci di fondo in Val di Fiemme si farà il tifo per Federico Pellegrino aspettando Johannes Klaebo, il fenomeno norvegese erede dei leggendari giganti dei boschi con la barba ghiacciata (la memoria corre al finlandese Juha Mieto). Il signore della fatica ha già al collo sette medaglie olimpiche, ha messo via oltre 100 vittorie, ha dominato tutte le specialità. Nel vederlo passare tornerà ad aleggiare l’immagine che Vujadin Boskov dedicò a Ruud Gullit: «Sembra cervo che esce di foresta».
Saranno le Olimpiadi di Ilia Malinin, americano figlio di uzbeki, destinato a confermarsi il re del pattinaggio su ghiaccio al Forum di Assago. Saranno le Olimpiadi di Eileen Gu, nata a San Francisco, laureata a Stanford, campionessa di Freestyle che decise di gareggiare per la Cina. A 22 anni è anche modella di Vogue e Marie Claire, è seguita dagli sponsor di mezzo mondo, secondo Forbes guadagna più di 20 milioni di dollari e ha 2 milioni di followers su Instagram. Ma saranno anche i Giochi di Lucas Pinheiro Braaten, lo slalomista brasiliano che danza fra i paletti. È lui il campione dell’esotismo, in attesa che compaiano gli eredi dei bobbisti giamaicani.
Infine c’è l’hockey, il torneo stellare con i campioni dell’Nhl (Auston Matthews, Sidney Crosby), Stati Uniti, Canada e i guerrieri scandinavi (i russi no). Il 22 febbraio chiuderà, con la finale maschile, l’Olimpiade italiana. Boati mondiali a Milano, ma anche stridore di denti, mazzate in balaustra, ferocia infernale dentro un immenso frigorifero. Il più macho degli sport che il woke ha tentato di trasformare in passerella gay nella serie Heated Rivalry. Tregua olimpica, poi rientrare nella realtà sarà dura.
«I reparti li volete mobili o immobili?». La domanda dei sindacati di polizia mette il dito nella piaga dopo la follia criminale di sabato a Torino, dove 108 militari sono stati feriti mentre tentavano di garantire l’ordine pubblico sconvolto dagli assalti violenti dei teppisti di Askatasuna e dei loro complici. Ma il quesito è facilmente esteso all’ultimo episodio di cronaca nera in quella Gotham City che è diventata Milano: il carabiniere che ha sparato allo spacciatore nel boschetto-cloaca di Rogoredo è stato immediatamente indagato per omicidio volontario. Anche se il malvivente gli puntava contro una pistola che nessuno avrebbe potuto presumere a salve.
In un Paese civile la sicurezza passa dalla certezza del diritto e dalla difesa della legalità, affidata alle forze dell’ordine, che mai come in questo periodo si sono sentite sotto assedio. Nel mirino di manifestanti violenti e di criminali arrivati con la lunga onda migratoria, due categorie care alla sinistra all’opposizione, che non risparmia connivenze, ambiguità, solidarietà pelose per scopi ideologici ed elettorali. Secondo un vecchio motto extraparlamentare, «gli incendi sono funzionali alla destabilizzazione». Aggiornato da Maurizio Landini: «È tempo di rivolta sociale».
Al termine di manifestazioni e operazioni di polizia, il bollettino dei tutori dell’ordine feriti e indagati supera di gran lunga quello degli incendiari, che spesso passano dal ruolo di accusati a quello di vittime del sistema. Con una conseguenza: l’immobilismo delle forze dell’ordine per non avere guai. Anche perché le regole d’ingaggio di polizia e carabinieri sono perdenti. Per gli agenti in missione vale l’articolo 53 del codice penale, secondo il quale «il pubblico ufficiale non è punibile nel momento in cui fa uso delle armi per adempiere al proprio dovere, quando è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza». Ma abbiamo visto che per i magistrati valgono più le eccezioni delle regole.
In sintesi sono cinque.
1 Prima di agire, il poliziotto deve qualificarsi, soprattutto se è in borghese.
2 Poi deve intimare al malintenzionato di fermarsi.
3 Solo se sotto minaccia vitale può difendersi attivamente (quindi sparando).
4 In questo caso deve verificare la distanza, determinante per stabilire se ci sia o meno dolo. Oltre i 30 metri non lo è.
5 E comunque l’obiettivo dell’agente è quello «non di uccidere ma di rendere la minaccia inoffensiva».
Quindi dovrebbe sparare in aria mentre l’altro mira alla figura. È l’unico modo per vedersi garantita, da defunto, la legittima difesa. Nella concitazione di un’azione anticrimine, neppure Superman dotato di bindella sarebbe in grado di rispettare alla lettera le disposizioni.
Ancora più difficile, per le forze dell’ordine, è muoversi in sicurezza in caso di guerriglia urbana premeditata, organizzata e coordinata come quella di Askatasuna a Torino, dove pietre, bottiglie, oggetti contundenti, fumogeni, martelli, spranghe, trasformano le strade di una città inerme in un campo di battaglia. I corpi speciali antisommossa possono muoversi solo dopo essere stati aggrediti e devono sottostare a due principi fumosi: «Agire a scopo difensivo» e «reagire secondo proporzionalità». In teoria dovrebbero contare i teppisti prima di muoversi chiedendo loro il permesso.
Sono regole confuse e obsolete, da modernizzare a difesa di chi ci difende. Il Testo unico di Pubblica sicurezza, risalente agli anni Trenta del secolo scorso, ne prevede anche un paio folcloristiche come il «discioglimento delle manifestazioni annunciato da tre distinte intimazioni, precedute da uno squillo di tromba». O ancora: «Il funzionario di P.S., ove non indossi l’uniforme di servizio, deve mettersi ad armacollo la sciarpa tricolore». Dissuasione cromatica, la preferita da Elly Schlein.
Il retaggio giustificazionista è figlio di una vicenda storica. L’uovo del serpente fu covato 25 anni fa a Genova, durante il G8, quando tre giorni di vergogna gruppettara con la città messa a ferro e fuoco dai black bloc - parola di testimone - vennero trasformati da una narrazione turbo-progressista e irresponsabile (al governo c’era il nemico pubblico numero uno Silvio Berlusconi) in una «macelleria messicana». Gli eccessi polizieschi nella scuola Diaz furono un boomerang ma in molti fecero finta di dimenticarsi che arrivarono dopo un weekend di terrore, in cui Disobbedienti, Tute bianche e Black bloc si erano dati appuntamento per sfondare la zona rossa, fomentare disordini, distruggere tutto nel nome della rivoluzione proletaria.
«Non lavate questo sangue», scrivevano campioni di giornalismo con l’eskimo incorporato. E gruppi parlamentari che da sempre fiancheggiano col silenzio l’ultrasinistra violenta riuscirono a dedicare in Senato un’aula a Carlo Giuliani, un povero ragazzo sopraffatto dall’ideologia e ucciso mentre tentava di sfondare il cranio con un estintore a un carabiniere intrappolato dagli estremisti. Ora il sangue è quello di chi protegge le libertà democratiche dei cittadini, ma non sembra rosso uguale. Un reportage del Manifesto sui fatti di Torino teorizzava che gli aggressori «picchiavano il celerino perché lui aveva picchiato loro». Era uno scontro fra curve ultrà. Che altro?
«Un giorno il sindaco di un paese della Norvegia artica mi disse: li vedi quei birdwatchers? Non saprebbero distinguere un gabbiano da una gazza. Sono tutte spie». «Nel 2007 una spedizione russa ha piantato una bandiera di titanio 4.000 sotto il pack del Polo Nord. Come dire: questa terra è nostra». Meglio fidarsi di chi i ghiacci li frequenta da 30 anni e ne ha sentito lo scricchiolio sotto le scarpe. E mentre improbabili troupe (anche italiane) inseguono funzionari danesi a Nuuk per farsi dire che «la Groenlandia preferisce l’Europa agli Stati Uniti», per cogliere il battito cardiaco del Grande Nord è più interessante rivolgersi a un Virgilio speciale, Marzio G. Mian, reporter e scrittore di lungo corso, uno dei primi giornalisti a intuire l’importanza strategica del mondo oltre la mitica Thule. La conferma in due libri: Artico, la battaglia del Grande Nord e La guerra bianca (Neri Pozza). Oggi rilanciati da un testimonial involontario d’eccezione, Donald Trump.
The Donald ha vinto o ha perso la partita per la Groenlandia?
«Premesso che all’ipotesi militare americana non ho mai creduto perché sarebbe un motivo di impeachment per il presidente, penso che la stia vincendo. Dicono che ha fatto retromarcia, ma aveva chiesto 100 e ha ottenuto 30 ancora prima di sedersi al tavolo, con Mark Rutte che gli ha dato via libera ad ampliare la presenza in Groenlandia a nome di tutti i Paesi Nato. Non lo chiamerei dietrofront. Sono convinto che prima o poi quella terra finirà sotto l’influenza americana».
Una base c’è già, ma Washington ritiene che sia troppo poco.
«Gli Usa sono enormemente indietro sull’Artico, in quell’area non sono una superpotenza ma solo una potenza. Hanno due rompighiaccio contro i 45 russi e i 15 cinesi; significa incapacità di operare. Le uniche superpotenze lassù sono Russia e Finlandia. I russi perché sono lì da secoli, i finlandesi perché hanno combattuto guerre impossibili. Durante le ultime manovre congiunte, il comando Nato ha dovuto pregare i finlandesi di non umiliare troppo i marines americani impacciati fra i ghiacci. Impensabile».
Da che parte stanno i 55.000 Inuit nativi della Groenlandia, gli unici legittimati a parlare per diritto naturale?
«Di sicuro non stanno con la Danimarca, nei confronti della quale nutrono un profondo rancore anche per colpa del piano di sterilizzazione degli anni Ottanta che rischiò di distruggere un intero popolo. Quella danese è stata un’assimilazione violenta, con massacri di ogni tipo. Gli Inuit sono stati radicati a forza. Il quartiere Christiania di Copenaghen, una volta fortino hippie, è diventato il rifugio di zombie Inuit devastati dall’alcol e dalla droga. Certo, se vai a Nuuk e intervisti funzionari danesi ti parlano bene dell’Europa. Ma è come intervistare gli inglesi in India al tempo di Gandhi».
Però i nativi guardano con diffidenza anche la protervia di Trump.
«La debolezza del progetto di Trump sta solo nella sua arroganza. Gli Inuit sono un popolo pacifico, di cacciatori e pescatori, ma sono anche molto orgogliosi. Per loro la comunità viene prima dell’individuo, si sentono parte di un tutto, in armonia con la natura. Li ho conosciuti, ho mangiato con loro. Per gli Inuit cacciare la foca significa rispettarla perché dà loro sostentamento vitale».
Il premier Jens-Frederik Nielsen ha detto che, dovendo scegliere, preferiscono l’Europa.
«Facile, lui è per metà danese. Ma nel suo governo la ministra degli Esteri, Vivian Motzfeldt, è in affari con gli americani per esportare l’acqua degli iceberg negli States. Quando il governo danese sfida l’America parlando di welfare per gli Inuit mi piacerebbe sapere a quale welfare si riferisca: li hanno considerati per anni dei miserabili, non gli fanno toccare palla. Tutti i posti chiave sono gestiti dall’establishment danese».
Gli Inuit sanno anche fare affari.
«Eccome. I loro cugini in Alaska sono diventati ricchissimi e loro lo sanno; oggi ci sono dieci compagnie petrolifere di Inuit quotate a Wall Street. Per questo dico che il rapporto con gli americani potrebbe essere vincente. E poi, la Groenlandia è stata la prima nazione ad andarsene dall’Europa».
Scusi, in che senso?
«La prima Exit l’hanno fatta loro, non gli inglesi. Nel 1985 hanno indetto un referendum e poi sono usciti dalla Cee. Me lo disse il sindaco di Narsaq: “A noi ci ha rovinato Brigitte Bardot”. L’attrice aveva promosso la campagna contro il massacro delle baby foche in Canada e per l’indignazione collettiva erano state bloccate ovunque le esportazioni delle pelli, fondamentali per l’economia Inuit. L’Europa ha chiuso quel commercio? Loro sono usciti. E hanno stretto accordi con i cinesi, ai quali non interessavano le pelli di foca ma le materie prime sotto il ghiaccio. Che geni a Bruxelles…».
Lei fu uno dei primi a testimoniare quello sbarco silenzioso di Pechino.
Nel 2016 avevo formato un gruppo di reporter - c’era anche il pulitzer Gerard O’Neill - e organizzato una spedizione giornalistica per un’inchiesta su quella terra sconosciuta ma molto ambita. Abbiamo rivelato l’esistenza del contratto siglato dagli Inuit con una società cino-australiana e poi tutta cinese, legata all’esercito, per lo sfruttamento della miniera di uranio e terre rare più grande del mondo».
Come avete intuito la trasformazione?
«Applicando la dimenticata regola degli inviati: per capire devi vedere. Abbiamo raccontato come villaggi di pescatori si trasformavano in villaggi di minatori. Agli Inuit non importava della Danimarca o dell’Europa, gli importava fare affari. E noi abbiamo raccontato le mani della Cina in Groenlandia. Cominciava la guerra bianca».
Com’è possibile che i danesi non si siano accorti di niente?
«Senza offesa, ma i danesi hanno inventato i buchi nel formaggio. Fino a un decennio fa erano desiderosi di lasciare al suo destino la colonia di nativi perché non era cool. Non volevano gli zombie Inuit alcolizzati in giro, non vedevano l’ora di chiudere il capitolo, peace and love, movimento antinucleare, greenwashing. Oggi hanno cambiato idea: un Paese che geopoliticamente era una comparsa si ritrova ad essere una piccola superpotenza proprio grazie agli zombie».
Ora a Copenaghen dicono: quella terra è di nostra proprietà.
«È curioso come i socialdemocratici nordici siano tornati a usare un linguaggio neocoloniale senza battere ciglio. Insultano anche la geografia nel sostenere che la Groenlandia è Europa. Quanto all’Unione europea, è arrivata ultima perché a Bruxelles l’agenda artica è ancora quella di Greta Thunberg. Anche se lei adesso si occupa di Gaza».
Però fra i ghiacci i cinesi sono stati fermati.
«Lo sa chi è stato efficace nel bloccarli senza parlare? L’amministrazione Biden. Perché gli americani sanno che il continente bianco è strategico; nell’ambasciata americana a Copenaghen c’era una task force di 15 persone per l’Artico. Anche la joint venture Russia-Cina formalizzata durante la guerra in Ucraina ha come base l’Artico».
Che posizione ha Vladimir Putin al riguardo?
«Basta guardare una cartina per capire che la Groenlandia non gli interessa. Mosca ha quasi tutto il resto e gioca la partita da protagonista. Tre anni fa lo zar è stato chiaro: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. Non c’è Artico senza Russia, non c’è Russia senza Artico”. Mi pare definitivo».
Due libri in netto anticipo sulla canea di oggi. Marzio Mian, come nasce il suo amore per il Grande Nord?
«Negli anni Novanta andai nelle isole Lofoten a raccontare la caccia alle balene, allora nel mirino dell’ecologismo. Sotto attacco c’erano il Giappone e la Norvegia. Riuscii a salire su una baleniera e a testimoniare la crudeltà di quella caccia, con arpioni che contenevano granate. Uno scempio. È stata anche l’unica volta in cui ho percepito il razzismo vikingo nei confronti del piccolo italiano dai capelli scuri. Era il periodo dei grandi abbracci: a Kirkenes ho visto siglare un accordo di amicizia fra Norvegia e Russia con Sergej Lavrov e Dmitrij Medvedev».
In cosa consisteva?
«Interessi comuni, stesso mare da ripopolare perché il merluzzo stava scomparendo; i norvegesi dicevano “in cod we trust” e avevano già un’agenda artica. Oggi sono i re dell’ipocrisia, storici predatori dell’Artico: da due anni tutta la Norvegia è oil free, solo elettrico. Ma hanno aumentato le concessioni petrolifere lassù, sono gli Emirati del Nord. Ho capito che il Polo stava diventando decisivo nei primi anni 2000, quando in Islanda tutto era diventato Artic, anche i nomi delle carrozzerie. La parola Artic era sexy come Green o Euro da noi, una tendenza politica e culturale. Stava per succedere qualcosa, stava per affiorare un continente ricchissimo di materie prime. Ed è successo».
Che futuro ci aspetta nella nuova guerra fredda?
«La risposta non è in Groenlandia ma nell’Artico canadese, uno dei luoghi più ricchi e disabitati del mondo, con temperature a -60 come in Russia. Ci sono stato nel settembre scorso, ho visto compagnie immobiliari investire nell’immenso Nord, in paesini mai sentiti nominare. Logistica, basi militari, esplorazioni minerarie. Il capitalismo condannato a crescere per sopravvivere ha necessità di alimentare la bulimia con nuove risorse. Il punto cruciale sarà il passaggio a Nord-Ovest».
Torniamo al romanticismo di Amundsen e Nansen?
«Rotte navali per passare dall’Atlantico al Pacifico, altro che romanticismo. Per il Canada è un mare locale, per Usa e Cina sono acque internazionali che consentirebbero di evitare lo stretto di Panama. Lì si gioca la prossima partita. La prima mossa l’ha fatta il premier canadese Mark Carney andando a Pechino a stringere accordi per dare uno schiaffo a Trump. Aspettiamoci sorprese. E come sempre accade fra i ghiacci, non sarà una partita a scacchi ma a poker».




