Holiday on Ice. Traballando sui pattini, la sinistra gruppettara si appresta a salutare le Olimpiadi italiane con il consueto spirito istituzionale e proattivo, animata dalla volontà di collaborare all’immagine positiva dell’Italia nel mondo. Programma: cortei, occupazioni, incendi, agguati, lacrimogeni, scioperi a sorpresa. Oggi a Milano e Torino vanno in scena le prove generali con due nobili motivazioni: impedire che Barney, Fred e John (i 3, diconsi tre, ufficiali dell’Ice, l’agenzia federale Usa) mettano piede in città e partecipare al gioco dello «sfascio libero» di Askatasuna.
La motivazione milanese è la più surreale e manifestamente strumentale: contestare il terzetto di analisti in arrivo al consolato milanese con lo scopo di supportare gli apparati di sicurezza dei tecnici e degli atleti americani durante i Giochi che cominciano il 6 febbraio. Una consuetudine che esiste da mezzo secolo, una scorta passiva ufficializzata dopo la strage dei terroristi palestinesi a Monaco 72, avallata dal Cio e rinnovata nel protocollo durante il governo di Matteo Renzi. Poiché i tre funzionari appartengono all’Immigration and Customs Enforcement protagonista dei disordini di Minneapolis, ecco che scatta l’allarme democratico.
Oggi in piazza XXV Aprile (ore 14.30) sgomiteranno tutti per la prima fila, dal Pd al Movimento 5 stelle, da Avs a Rifondazione comunista, da +Europa (Riccardo Magi non si fa mai mancare un corteo per non morire di solitudine) ad Azione. Proprio il partito di Carlo Calenda, che a pranzo e a cena si vanta di avere un dna «di governo e non di inutile lotta, che lascio ai liceali della politica». Appunto. Tutti intabarrati, tutti indignati e con i fischietti in bocca per emulare le proteste in Minnesota, accompagnati dalle consuete mosche cocchiere della Cgil e dell’Anpi per fare numero. Ieri l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, ha commentato: «Gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Non dovremmo mandare nessuno, così non avreste protezione dai cattivi soggetti e dai terroristi che avete fatto entrare. Se non volete li togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Andate al diavolo (ha detto proprio “fuck you”, ndr)».
All’allegro concerto di fischietti mancherà il sindaco Giuseppe Sala, travolto di suo dalle polemiche per i buchi nella sicurezza di Milano e deciso a stare alla larga perché preoccupato per la legittimazione che l’assurda manifestazione offre ai settori più violenti: i centri sociali vicini al guru radical Pierfrancesco Majorino, i collettivi studenteschi graziati dal Tar dopo lo sfascio Pro Pal in Stazione Centrale e i Carc (comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo), schierati a orologeria dalla sinistra quando è necessario alzare il livello di scontro.
Tutto ciò sarà un allenamento in vista della manifestazione di sabato 7 febbraio contro le Olimpiadi tout court, che il tam tam da cloaca social definisce «fondamentale per scardinare un’esibizione imperialista». L’area antagonista diventerà protagonista, l’appuntamento sarà vicino al Villaggio olimpico di Scalo-Romana. Il Cio alternativo dei centri sociali (Comitato Insostenibili Olimpiadi) prevede agguati nei due giorni precedenti quando la fiaccola attraverserà le strade di Milano. Scopo dichiarato: offuscare l’immagine dell’Italia all’inizio dei Giochi mettendo a ferro e fuoco la metropoli tascabile in mondovisione.
Esattamente ciò che potrebbe accadere oggi pomeriggio a Torino, dove da due giorni imperversano le proteste di Askatasuna cominciate con l’occupazione di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università. Per oggi sono annunciati tre cortei. Duecento realtà estremiste («dalle bocciofile ai centri sociali, dai circoli ai comitati», ma sono sempre loro) confluiranno da Milano, Livorno, Roma, Napoli, Trento, Messina per una giornata di guerriglia in pieno centro (piazza Vittorio Veneto). Una «chiamata alle armi per riprenderci la città» al grido: «Torino è partigiana, cacciare il governo Meloni». Proprio i Carc hanno mostrato cosa intendono, raffigurando nel loro manifesto la premier a testa in giù.
Non si tratta solo di frange sfuggite al controllo, è l’applicazione plastica dell’invito di Maurizio Landini alla «rivolta sociale». La locandina dell’happening, al quale dovrebbero partecipare 10.000 persone, è firmata da Zerocalcare. C’è chi soffia sul fuoco e chi ha la tanica in mano. Accanto ai comunisti extraparlamentari di Aska (quelli che il sindaco piddino Stefano Lo Russo definisce «un bene comune»), sfileranno le realtà Pro Pal che chiedono la liberazione del fiancheggiatore di Hamas, Mohammad Hannoun e improbabili sostenitori palestinesi del No al referendum sulla giustizia.
Da parte della questura c’è ovvia preoccupazione. In un’intervista alla testata Lo Spiffero, l’ex pm Antonio Rinaudo (esperto della lotta alla guerriglia No Tav) ha detto: «Questa non è una manifestazione del pensiero ma la provocazione di una struttura violenta. Non ci deve essere dialogo, lo Stato non deve scendere a patti. La polizia non basta, bisognerebbe far intervenire gli incursori della Marina o il Col Moschin; con la loro presenza in mezz’ora quei signori cambierebbero atteggiamento».
Per completare il delirio, venerdì 6 febbraio sempre a Torino torna in pista la Flotilla con un evento di «Intifada Studentesca» dal titolo «L’arrembaggio», Patrick Zaki testimonial. Il cucuzzaro è al completo, ma questo è solo folclore.
Il silenzio degli innocenti. È la pretesa del tribunale del capoluogo siciliano, che ha condannato una parrocchia a un risarcimento fuori scala per gli schiamazzi e i canti dei bambini dell’oratorio, ritenuti fastidiosi dagli inquilini un condominio adiacente. La sentenza che ordina imperiosamente di tacere a un’intera comunità è accompagnata da 45.000 euro di risarcimento che i sacerdoti di Santa Teresa del Bambin Gesù dovranno sborsare al più presto come punizione per aver «fatto perdere valore» alle case del vicinato mentre lasciavano correre, cantare e giocare a pallone piccoli e adolescenti.
Vale a dire consentivano ciò che tutti i bambini fanno a ogni latitudine, tranne che in via Parlatore (e questo è un curioso ossimoro) nel quartiere palermitano di Noce/Zisa.
Dopo un decennio di carte bollate (la diatriba giudiziaria andava avanti dal 2015) sarebbe bastato un richiamo simbolico, invece è arrivata la mazzata. Per raccogliere il denaro necessario, don Gabriele Tornambè, don Gianpiero Cusenza e don Emilio Cannata sono stati costretti a lanciare una colletta e hanno spiegato: «Siamo consapevoli che, quando sorgono incomprensioni, esiste il rischio che si alimentino anche di questioni di principio. La porta della nostra chiesa è e rimane aperta a tutti, ai piccoli come agli adulti. Poiché ci riteniamo una famiglia, sentiamo il bisogno di aprirvi il nostro cuore circa la difficoltà nel far fronte alle somme richieste, già sollecitate dai legali degli attori. Come accade in ogni famiglia, questo tempo chiede sacrificio ma anche l’affidamento alla generosità di chi vorrà contribuire». Il primo ad aiutarli è stato il sindaco Roberto Lagalla, che ha donato 1.000 euro.
L’importo consistente sarebbe determinato dai danni patrimoniali arrecati al condominio, costretto a dotarsi di infissi nuovi per favorire l’insonorizzazione, che peraltro avrebbero dovuto far lievitare il valore degli appartamenti, migliorando l’isolamento termico e la classe energetica. Tutto molto legalitario, tutto molto impersonale. Verrebbe da aggiungere disumano, visto che i protagonisti della vicenda hanno avuto dieci anni di tempo per metabolizzarla e coglierne gli aspetti di mediazione. I tre sacerdoti assicurano di «avere fatto di tutto per limitare il fastidio, regolare gli orari, ridurre i decibel. Ma i bambini sono bambini».
Qui sta il senso della notizia. In un’Italia che soffre di denatalità e invita lo Stato a incrementare le politiche per invertire una tendenza preoccupante, ecco che un oratorio dà fastidio, i bambini dovrebbero trasformarsi in automi silenziosi. E un giudice picchia duro su chi mette a loro disposizione spazi educativi prima ancora che religiosi, momenti di vita per crescere con una prospettiva di comunità. Non solo. Mentre un’intera generazione di ragazzi ormai preferisce rinchiudersi nella propria camera e comunicare solo con il computer e con lo smartphone, intrappolata nella solitudine digitale, punire una casa aperta e vitale come un oratorio è un controsenso. Davvero a Palermo il problema è costituito dalla musica, dal rimbalzare di un pallone, dal vociare di un gruppo di giovani? O come sottolineava una battuta nel film Johnny Stecchino, dal traffico?
Allargando l’orizzonte, si scopre che questa è un’Europa per vecchi. E che il cartello «No kids» sta diventando una filosofia. In questi giorni in Francia è in atto una polemica feroce perché la società pubblica delle ferrovie (Sncf) ha varato un’offerta business sui Tgv Parigi-Lione che negli spot promette «un’esperienza di viaggio all’insegna della calma assoluta», con il divieto di salire ai minori sotto i 12 anni. È pur vero che si tratta dell’8% dei posti (il 92% è per tutti) e che lavorare in treno con marmocchi scatenati in corridoio non è il massimo della tranquillità, ma l’errore di Sncf che ha scatenato i social d’Oltralpe è stato consentire l’accesso «agli animali da compagnia» e non ai bambini.
Un pessimo segnale, inaccettabile per le associazioni a difesa dell’infanzia, che hanno allestito una crociata social e chiedono alle Ferrovie di tornare sui propri passi, di attrezzare aree gioco e spazi dedicati alle famiglie invece di escludere gli adulti del futuro. «È una decisione disastrosa per la natalità», «È sintomo di una crescente intolleranza culturale», «Si è superata la linea rossa» si legge nei post più scatenati.
Una simile rivolta era avvenuta nel giugno scorso in Italia, quando una mamma aveva denunciato con una lettera al Corriere della Sera una disavventura sul treno Roma-Milano: il vicino di posto aveva mostrato palese insofferenza nei confronti dei suoi due figli di 6 e 7 anni per essere stato disturbato. Difficile trarre una conclusione, anche perché abbiamo a disposizione una sola versione. E non tutti i passeggeri hanno il dovere di dotarsi in viaggio dei quintali di tolleranza richiesti dai genitori altrui. Ma il silenzio degli innocenti non è la risposta. Servirebbe equilibrio, servirebbe comprensione. Quelli che una volta si insegnavano all’oratorio.
- Con un decreto urgente, quindi evitando il Parlamento, il governo spagnolo ha legalizzato almeno mezzo milione di irregolari. La Chiesa esulta: «Contribuiranno al nostro bene». La polizia: «Sistema al collasso. Così si fa un favore ai trafficanti di uomini».
- Cpr in Albania: quattro i nodi principali. Matteo Piantedosi: «Da giugno i centri torneranno a funzionare».
Lo speciale contiene due articoli
Non lo avrà fatto con il favore delle tenebre, ma in modo poco ortodosso sì. Il governo di Pedro Sánchez, infatti, ieri ha regolarizzato oltre 500.000 immigrati presenti in Spagna. Lo ha fatto con un decreto urgente, evitando così il passaggio dal Parlamento dove non avrebbe avuto la maggioranza. Eppure l’urgenza non c’era. O meglio: ci sarebbe stata l’impellenza di fermare l’immigrazione incontrollata visto che il Paese è passato da poco più di 100.000 irregolari nel 2017 agli oltre 840.000 attuali. Il ministro (anche se lei preferirebbe farsi chiamare ministra) per l’Inclusione, la Sicurezza sociale e le Migrazioni, Elma Saiz, ha affermato che quest’atto è stato necessario per non «voltare lo sguardo altrove». In realtà non è così. Perché l’obiettivo, dichiarato peraltro dalla stessa Saiz a France Presse, è quello di sostenere la crescita economica del Paese. In questo modo, infatti, e sono le parole del ministro, gli ex irregolari potranno «lavorare in qualsiasi settore, in tutto il Paese». Tradotto: regolarizzare i migranti per farli lavorare a basso costo. O meglio ancora: sfruttamento mascherato da buone intenzioni.
La misura si applica a tutti gli stranieri che sono presenti in Spagna da almeno cinque mesi e che sono arrivati prima del 31 dicembre scorso. Bastano cinque mesi per prendere la cittadinanza spagnola e, quindi, europea. Con un certo orgoglio, la Saiz ha affermato che «a partire dal mese di aprile tutte le domande potranno essere presentate fino al 30 giugno» e che questa iniziativa ha come scopo quello di «riconoscere e dare dignità, offrendo garanzie, opportunità e diritti alle persone che si trovano già nel nostro Paese». Ci saranno così 500.000 cittadini in più. O, forse, oltre 800.000, secondo quanto ha affermato la segretaria generale di Podemos, Ione Belarra, in un’intervista a Cadena Ser. Una linea sposata anche dalla Chiesa spagnola, che è sempre più in crisi. Il presidente della Conferenza episcopale, Luis Argüello, ha parlato di «buona notizia che faciliterà il contributo al bene comune di molti immigrati che già lavorano, frequentano la scuola, usufruiscono dei servizi sanitari e sociali e, a volte, vivono in condizioni precarie tra noi. In questo modo viene riconosciuta la loro dignità». Il prelato, bontà sua, aggiunge poi nell’intervista a El Pais che «continuano ad esserci sfide relative all’integrazione che influenzano la vita quotidiana della nostra società».
Una di esse è quella relativa alla sicurezza. Non a caso, i primi a intervenire nel dibattito su questa legge sono stati i sindacati di polizia, che hanno espresso una forte contrarietà affermando che questa iniziativa rischia di portare al collasso il Paese. Il Sindacato unificato della polizia (Sup) ha definito il governo «totalmente irresponsabile» anche perché non è ancora chiaro «come sarà garantita la sicurezza» e quali saranno le «risorse reali» che verranno messe in campo. Ma non solo. Questa apertura rischia di rappresentare un incentivo per coloro che desiderano raggiungere l’Europa. «Entrare irregolarmente finisce per dare i suoi frutti», fanno sapere i sindacati di polizia, che definiscono questa iniziativa «un’ancora di salvezza» per i trafficanti di esseri umani. La Confederazione nazionale della polizia (Cep) si spinge ancora più in là, affermando che questo accordo politico rompe «due decenni di consenso sulla regolarizzazione degli immigrati e fa della Spagna un Paese che sta andando in una direzione diversa dai criteri dell’Unione europea rappresentando una mossa sconsiderata per la sicurezza pubblica».
Per la portavoce del Partito popolare spagnolo al Congresso, Ester Muñoz, il governo «propone la regolarizzazione in questo momento per cercare di nascondere ciò di cui parlano tutti gli spagnoli, ovvero se oggi sia sicuro prendere un treno». Posizione rilanciata anche dal leader del partito, Alberto Núñez Feijóo: «Fino a 46 morti. Centinaia di feriti. Nessuna dimissione. E la prima risposta di Sánchez è una regolarizzazione di massa per distogliere l’attenzione, aumentare l’effetto chiamata e sovraccaricare i nostri servizi pubblici. Nella Spagna socialista, l’illegalità viene premiata. La politica migratoria di Sánchez è assurda quanto quella ferroviaria. Quando arriveremo al governo, le cambierò da cima a fondo».
La decisione di Sánchez non riguarda solamente la Spagna, ma tutta l’Unione europea, che oggi si trova con almeno mezzo milioni di cittadini in più di cui si sa poco o nulla. «Non bisogna guardare altrove». È vero. Bisognerebbe guardare all’immigrazione irregolare e trovare un modo per gestirla davvero e per espellere chi delinque. Ma a Madrid preferiscono l’accoglienza facile.
«Legittimo trattenere i migranti?». La Consulta valuta il modello Albania
Quel lasso di tempo è ritenuto un limbo senza coperture giuridiche, a rischio di entrare in conflitto con l’articolo 13 della Costituzione che sancisce «l’inviolabilità della libertà personale». E in questo senso è stato interpretato dai legali di un immigrato senegalese spedito in Albania per il rimpatrio, poi richiamato in Italia per mancanza di convalida da parte del giudice, infine trattenuto in un Cpr di Bari in attesa di un nuovo provvedimento perché titolare di una fedina penale lunga qualche metro. Secondo l’avvocato Salvatore Fachile, difensore del pregiudicato, «il diritto di difesa è vanificato dal potere esecutivo, in quelle 48 ore non potrei fare un’istanza per motivi di salute o di non idoneità a stare in luoghi chiusi».
La metafora è singolare perché il suo assistito era stato condannato per tentato omicidio (pena scontata), per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali, poi per furto e traffico di stupefacenti. Quindi è un frequentatore abituale di luoghi chiusi, nel senso di carceri. E nelle 48 ore cuscinetto non sarebbe un male tenerlo d’occhio, visto che è privo di passaporto, senza fissa dimora e con il riconoscimento di «pericolosità sociale». C’è una casistica infinita di soggetti assimilabili che prima sono scomparsi e poi sono tornati a delinquere. Il caso non dovrebbe neppure esistere, infatti la Cassazione (alla quale è stata sottoposta la vicenda) ha chiesto il rigetto di quattro quinti del ricorso. Ma sulla legittimità costituzionale di quelle 48 ore ha preferito chiamare in causa la Corte Costituzionale.
Ieri il giudice della Consulta, Francesco Viganò, ha sollevato davanti all’Avvocatura dello Stato quattro punti delicati.
1 In quale altra sede diversa dalla convalida del trattenimento potrebbe porsi la questione della compatibilità con la Costituzione?
2 Esiste una base giuridica per trattenere lo straniero che abbia chiesto la protezione internazionale in Albania, ritrasferendolo a Bari?
3 È possibile considerare la permanenza nel centro (48 ore) nonostante la mancata convalida (quella in Albania), un prolungamento della convalida precedente in Italia?
4 Se fosse valida questa soluzione, sarebbe compatibile con il diritto dell’Unione europea?
In attesa dello scioglimento del nodo giurisprudenziale che rischia di diventare un precedente per l’intero sistema, ecco l’ennesima conferma del tentativo dei giudici di sostituirsi al parlamento e regolamentare una materia di cui è responsabile l’esecutivo. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, rassicura: «Da giugno i centri torneranno in funzione a pieno regime. È una battaglia di civiltà. Il diritto d’asilo è un istituto nobilissimo su cui si sono consumati troppi abusi».
L’ostruzionismo delle toghe italiane è leggendario. Accade dall’inizio, quando due anni fa Giorgia Meloni fece aprire gli hub in Albania. Da allora la strada è stata lastricata di ricorsi e mancate convalide. Fino alla richiesta di intervento di mamma Corte di giustizia europea, che lo scorso agosto ha stabilito che un Paese «non può essere definito sicuro se non lo è per l’intera popolazione». Si era dimenticata che la Germania rimpatria in Afghanistan, luogo non propriamente liberale. Ma nessun giudice a Berlino si è mai sognato di invocare l’Europa per impedirglielo.





