Tre colpi da biliardo senza aria condizionata. In assenza del fuorigioco millimetrico sarebbero stati quattro e avrebbero mandato ai matti il telecronista di Dazn, cresciuto nello stesso bar di Lele Adani e intenzionato - più che a celebrare l’exploit di nonno Leo Messi al Mondiale - a spaccare i bicchieri a ugola spianata nelle angoliere di tutti i tinelli d’Italia.
Tre colpi di biliardo all’Algeria a 38 anni (farà i 39 fra sei giorni) non dicono nulla del valore assoluto della Pulce Atomica ma dicono tutto della sua placida ferocia, della saggia determinazione con cui lotta contro il tempo, contro le leggi della natura, contro il luogo comune del campione logoro e sazio che guarda il tramonto a Miami davanti alla baia di Biscayne.
Messi non ha battuto l’Algeria da solo (e comunque è finita 3-0) e il secondo gol è un tap-in che avrebbe sbagliato solo Marko Arnautovic. Giocare con Enzo Fernandez, Alexis Mac Allister, Lautaro Martinez e Rodrigo De Paul rende tutto più semplice. Ma ha finalizzato il 100% del potenziale offensivo di un’Argentina capace di rispondere immediatamente alla Francia; ha raggiunto Miro Klose in vetta alla classifica dei più prolifici marcatori di un Mondiale (16 reti); ha timbrato al primo colpo nella sua sesta Coppa del Mondo e ha segnato a 20 anni esatti dalla sua prima rete mondiale; ha tenuto alto l’onore di indossare la maglia che fu di Diego Maradona. Infine con questa prestazione mostruosa ha lanciato la sfida per la capra immortale (The Goat) all’eterno rivale Cristiano Ronaldo, che di anni ne ha 41 e ieri sera è sceso in campo in Portogallo-Congo: due gol sbagliati e deludente 1-1 finale. Per ora è avanti Leo.
Se qualcuno aveva dei dubbi, per la Rsa c’è tempo. La Pulce ha un cervello da algoritmo e ha capito che il modo migliore per preservare il fisico e la mente era quello di adattare la sua immensa classe a un campionato poco stressante come la Major League statunitense, nel quale poter gestire a piacimento i giri di un motore da Formula 1. Così nel torneo di Kylian Mbappè ed Erling Haaland (doppiette all’esordio) comanda sempre lui, l’eterno fuoriclasse di Rosario che nel giorno dell’ennesima celebrazione vale più di tutta la Serie A, visto che l’unico gol arrivato da un giocatore del campionato italiano corrisponde alla zuccata del genoano Ostigaard (pure lui di nome Leo) con la maglia della Norvegia nella goleada contro l’Iraq (4-1).
Tre colpi di biliardo e una vittima: il portiere algerino Luca Zidane, figlio del divino Zinedine, che a un certo punto non ci ha capito più niente e ha cominciato a cercare con gli occhi in tribuna a Kansas City lo sguardo consolatorio di suo padre. Nessuno sconto: Zizou scuoteva la testa. Alla fine Messi, in lacrime dopo il primo gol (eppure c’è abituato, in nazionale ne ha firmati 120 in 200 partite), sembrava essersi liberato di un peso, forse di un fantasma. «Ho pianto ma è stato qualcosa di estraneo al calcio. La verità è che, per una questione che con lo sport non c’entra niente, ho passato dei giorni difficili, complicati. Però voglio ringraziare tutta la delegazione, tutti i miei compagni perché mi sono stati sempre accanto, dandomi molta forza per farmi stare bene. Sto guardando su Netflix la serie su Rafa Nadal, mi identifico in lui e nella sua resilienza».
Anche il ct Lionel Scaloni in panchina era commosso, anche Lautaro Martinez che lo ha abbracciato per primo. Una sommaria ricostruzione, che non tocca la sfera privata, identifica la fine dell’incubo, dovuto all’infortunio di maggio al bicipite femorale sinistro; un contrattempo che aveva inoculato il veleno nella testa del campione, preoccupato di non poter dare il 100% al Mondiale. Per questo in conferenza stampa ha aggiunto: «Tutto quello che sto vivendo ora è fantastico. Ho avuto la fortuna di realizzare tutti i miei sogni e l’ho fatto a livello di gruppo, arrivando così più in alto di quanto avrei potuto ottenere a livello individuale. Onestamente, tutto quello che ho vissuto è molto più di quanto avrei mai potuto immaginare da bambino. A me piace competere, dare il massimo: se potrò continuare a farlo e starò bene, continuerò a farlo».
Il record di gol è un traguardo ma è soprattutto un numero, freddo e socialdemocratico come un frigorifero. Lui sa che la scalata himalaiana verso la finale, un’altra finale, necessita di fatica, cuore, genio. Ed è appena cominciata. «Sedici gol, è un onore stare lì per quello che significa. Però per me sono statistiche: in quella classifica ci sono anche Ronaldo e Mbappé, che di gol nella sua prima partita ne ha segnati due. Ovviamente è un lusso poter competere con loro ma sono solo statistiche. Ronaldo per me è stato il più grande goleador e per ora non è primo».
Adesso l’asticella si alza e all’orizzonte c’è l’Austria di Konrad Laimer, David Alaba, Marcel Sabitzer, un banco di prova più serio per lui, per l’Argentina e per il suo bicipite femorale provato da 25 anni di botte. A commentare la partita sulla Rai (22 giugno ore 19 italiane) sarà il suo ultrà personale Adani, che ieri sui social ha finto di essere svenuto sulla moquette dell’albergo per l’emozione al terzo gol della Pulce Atomica. Se la terza perla ha steso i fans, la prima ha suscitato la reazione divertente di Markus Thuram, che ha commentato così l’abbraccio di Lautaro Martinez: «Un pizzico di gelosia c’è».
Poiché ogni impresa ha il suo lato oscuro, diciamola tutta: il fuoriclasse argentino avrebbe potuto infilare un’altra porta, quella degli spogliatoi, molto prima del tempo (il punteggio era 1-0) per un fallo goffo e potenzialmente pericoloso su Aissa Mandi: tacchetti sul polpaccio, nessuna giustificazione. Infatti Messi si è subito scusato con l’avversario sotto gli occhi dell’arbitro Szymon Marciniak che di fatto lo ha graziato; silent check con il Var e nessun cartellino, neppure quello giallo. Per molti opinionisti e leoni da tastiera avrebbe meritato il rosso. Alla fine lo stesso Mandi lo ha celebrato: «È il migliore di tutti i tempi, anche questa volta ha fatto la differenza, è uno che non perdona il più piccolo errore». A nessuno, neppure all’arbitro.
«Dai ricominciamo, perché perdiamo altro tempo?». Joshua Kimmich ha fretta, i suoi compagni sono tutti a centrocampo dopo il cooling break (loro lo interpretano così) nello stadio di Houston e non vedono l’ora di sbranare il Curaçao.
La Germania sta 1-1, risultato che non si può leggere sul tabellone. Per questo dopo aver bevuto un sorso d’acqua Kai Havertz, Jamal Musiala e gli altri friggono per ripartire all’attacco. Ma l’arbitro marocchino Jalal Jayed li ferma e spiega loro che in realtà quella è una pausa pubblicitaria «e gli spot devono durare almeno tre minuti». Fino a quando non sono finiti lui non fischia. Nella ripresa si replica.
Stupore fra gli atleti, benvenuti al Circo America. La Germania poi dilaga (7-1) contro una squadra da oratorio come tante altre nel mondiale a 48 voluto dal presidente Fifa, Gianni Infantino, dove fino agli ottavi di finale ci sarà il rischio altissimo di assistere a uno show da baraccone nel quale il calcio è rappresentato a malapena dal pallone che rotola. Ma è l’inclusione, bellezza, nel cui nome viene perpetrata qualsiasi stravaganza extralarge. A proposito di break pubblicitari mascherati da hydratation, l’ideona è stata stigmatizzata da Jurgen Klopp e massacrata da Thierry Henry che su Fox Sports ha commentato: «È come interrompere una sinfonia a metà “crescendo” perché gli inserzionisti vogliono far sentire il loro jingle». Nel frattempo si scopre che nell’intervallo della finale, il 19 luglio, la pausa sarà di mezz’ora per mandare in scena uno show con Shakira e i Coldplay. E i calciatori a pascolare negli spogliatoi.
Per rimanere a Houston, la prima feroce e insulsa polemica politica è quella del varista australiano Shaun Evans. Nessuna bussata, semplicemente nella foto ricordo scattata in diretta lui si è fatto immortalare mentre fa «ok» con la mano capovolta tenuta lungo il fianco destro. Problemi? Eccome. Secondo i sempre occhiuti custodi del politicamente corretto trazione woke il gesto sarebbe riconducibile al simbolo del «white power», associato a gruppi suprematisti bianchi. Lezione per il futuro: meglio tenere le mani in tasca o ficcarsi le dita nel naso in mondovisione.
Si è subito scatenata la polizia del karma, molesta almeno quanto la Ice trumpiana. «Secondo i nostri esperti il gesto è una provocazione, designato come simbolo di odio dall’Anti-Defamation League di New York nel 2019», ha dichiarato la Fare, l’organo calcistico che monitora cori, bandiere e richiami razzisti. Con la sentenza immediata, mutuata dalla corte suprema dei social: «Il gesto è neonazista, questo arbitro non dovrebbe avere alcun ruolo ai mondiali». La Fifa ha aperto un’inchiesta e mister Evans rischia di essere rimandato a casa per razzismo, eventualmente a sua insaputa. Dopo l’arbitro somalo fermato per terrorismo, ecco l’australiano sulla graticola per suprematismo. Oggi l’America dei fantasmi è questa, anche l’ok è da criminali.
Tornando in campo, da segnalare due partite vere, Olanda-Giappone e Brasile-Marocco. Finora non pervenuti clamorosi svarioni arbitrali all’italiana. Per il resto un luna park per nottambuli enfatizzato a dismisura da giornali e tv, con qualche certezza ancestrale: la Turchia di Vincenzo Montella avrebbe bisogno dell’acquasanta che Giovanni Trapattoni teneva in tasca nel 2002, Christian Pulisic si è riposato per quattro mesi con la maglia del Milan e Jonathan David non segna mai. Fra gli sbadigli dei puristi, per fortuna non mancano le divagazioni extracampo.
Anche questo fa parte del Mondiale nella fase «cortile di ricreazione», in attesa che entri in scena il calcio. «E come disse Atahualpa o qualche altro dio descansate niño che continuo io» (Paolo Conte). Finora hanno impressionato il Marocco per impianto di gioco (la conferma di quattro anni fa) e gli Stati Uniti per orgoglio e preparazione atletica. Un po’ meno la Spagna, che ieri nel tardo pomeriggio s’è fatta impaludare sullo 0-0 da Capo Verde. Il Brasile sembra sempre alla ricerca di se stesso e Carlo Ancelotti è già sulla graticola; esaurito il filone dei fenomeni (Kakà, Ronaldinho, Roberto Carlos, Ronaldo) rimangono i geometri alla Paquetà più qualche giocoliere di talento alla Vinicius Junior (gran gol al Marocco).
Il fantasista ci aiuta a entrare in un altro padiglione colorato del Circo America, quello degli obblighi, delle restrizioni e della felicità plastificata. Nell’intervallo della prima partita, proprio lui si è rifiutato di rispondere alle domande di una tv. Il giornalista lo ha rimproverato, pure a ragione: «È un obbligo previsto dal contratto, rischi di pagare una multa». Vinicius: «La pago, ma nessuno mi obbliga a dire qualcosa che non voglio». Più o meno sullo stesso livello di empatia con gli organizzatori è il ct dell’Uruguay, Marcelo Bielsa detto el Loco, che si è rifiutato di fare la bella statuina in favore di telecamera per lo spot all’allegria planetaria. È rimasto con il volto cupo e lo sguardo terreo, furibondo perché il suo team non è potuto partire per Miami (dopo tre ore di attesa sotto la scaletta dell’aereo) dove oggi gioca con l’Arabia Saudita. La Fifa non ha inoltrato la documentazione richiesta dal governo americano e gli addetti alla frontiera l’hanno bloccato. Morale: gli uruguagi arrivano a destinazione a poche ore dall’inizio della partita.
Ultima curiosità: nelle interviste è vietato parlare spagnolo. Ashraf Hakimi, che stava rispondendo a un giornalista messicano, è stato fermato dal rigore procedurale: «Per favore solo inglese». Identico disguido per l’olandese Frenkie De Jong (che gioca nel Barcellona). «Lo capisco e non mi disturba», ha scherzato chiedendo al giornalista di continuare. Ma è stato costretto a rispondere in inglese. Bagattelle per un massacro d’immagine.
Con questi precedenti già possiamo immaginare il delirio della Coppa del Mondo 2030, che verrà giocata in sei Paesi diversi di tre continenti: Spagna, Portogallo, Marocco, Argentina, Uruguay, Paraguay. Il gigantismo di king Infantino non ha limiti, dopo sei giorni il Mondiale sembra Giochi senza Frontiere ma sono in pochi a eccepire. Tutti leoni da scendiletto, tutti a struggersi per la frase sull’allargamento a 64 squadre «così forse si qualifica anche l’Italia». Fin qui ci sembra l’uscita più innocua del presidente calvo rispetto agli altri scempi. Le battute hanno senso solo quando a farle siamo noi?
L’hanno sentito arrivare tutti. Il temporale nel centrodestra causato dalle correnti ascensionali di aria fredda di Roberto Vannacci era all’orizzonte, il cielo brontolava da settimane. Da quando il generale ha cominciato a stuzzicare Palazzo Chigi: «Futuro nazionale è un partito di destra vera, fiera, orgogliosa. Che non si vergogna di fare la destra». Ed ecco tuoni e fulmini con grandine alla Camera. Giorgia Meloni prende spunto da una risposta al deputato Emanuele Pozzolo (lo sparatore di Capodanno fuoriuscito da Fdi per passare a Fn) per dare una risposta in passato soffocata sul nascere.
«Per ben sei volte avere votato la fiducia contro questo governo, assieme a Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e compagnia». Un’accusa nel merito, come a sottolineare un tradimento. Tutto avviene in pochi minuti, durante le repliche alla discussione sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo della prossima settimana. La premier, che annovera fra le doti la schiettezza, non si trattiene. «Collega Pozzolo, mi dispiace francamente che abbia cambiato idea sul tema dell’interesse nazionale, perché quello che stiamo facendo noi a tutela dell’interesse nazionale è quello che c’è scritto nel nostro programma. Programma per realizzare il quale lei e altri siete stati eletti all’interno delle fila del centrodestra in questo Parlamento».
Il riferimento al giro di valzer dei parlamentari usciti dalla maggioranza per passare con Futuro nazionale è puramente voluto. La piccola diaspora è stata vissuta con dispiacere, quello che Vannacci definisce orgogliosamente «la mia sporca dozzina», per gli alleati è un gruppo inaffidabile. Ma Meloni non ha finito. «Votare contro la fiducia a un governo, per chi ci ascolta significa votare per mandare a casa quel governo (applausi forzati da sinistra, ndr). Esatto, bene. Io penso, collega, che fare quello che serve alla sinistra non sia mai difendere l’interesse nazionale. Quindi, di grazia, non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra (applausi scroscianti dal centrodestra, ndr)».
È improbabile che «Giorgia sia terrorizzata da Vannacci», come ha commentato Pozzolo nel corridoio dei Passi perduti. Quella che molti commentatori stanno già definendo (con malcelato giubilo) una linea rossa - la stessa che Vannacci cita spesso per delimitare il perimetro dei valori autenticamente di destra - in realtà è un ponte, un richiamo all’identità e a responsabilità politiche macro per non consegnare il Paese al campo (santo) largo. La premier sa che il nuovo partito vale il 4,8% a salire, sa che con il generale in casa Forza Italia starebbe sull’uscio, sa che Matteo Salvini (colui che ha inventato politicamente l’ex numero uno della Folgore) sta perdendo consensi in suo favore. Morale, Meloni aveva bisogno di marcare un distinguo a beneficio degli elettori per poi cominciare a trattare. Perché i sondaggi parlano chiaro: senza Vannacci il centrodestra è al 42%, la partita rischia il pareggio e fra un anno il Quirinale potrebbe dare le carte.
Lo showdown in Aula era prevedibile per rispondere a Vannacci e non lasciarlo «ballare da solo» troppo a lungo. I colpi più dolorosi all’alleanza sono stati tre. Il primo sull’identità: «Non sarò io a fa perdere la destra, ma è questa alleanza di centrodestra che si sta comportando come la sinistra. Questo è un governo molto slavato, ha sbagliato candeggio. Futuro nazionale è come un sestante. L’imbarcazione ha perso la rotta, noi vogliamo riportarla verso destra». Il secondo direttamente a Forza Italia: «Guardate come vota in Europa, guardate cosa dice sullo ius scholae. A Bruxelles sta già con il Pd». La terza caramella al veleno è per la Lega: «È sovranista a giorni alterni, io no».
Uscito vittorioso anche dalle trappole di Lilli Gruber, Vannacci è sulla cresta dell’onda. È pur vero che Futuro nazionale ha votato sei volte con la sinistra. Si è messo di traverso soprattutto sugli aiuti all’Ucraina (tema sul quale il Pd non ha ancora deciso cosa fare da grande) e sulla nuova legge elettorale. Riguardo allo «Stabilicum» il generale è stato parecchio aggressivo: «Si parla di ballottaggio, premio di maggioranza e correttivi tecnici tra Camera e Senato. Ma delle preferenze non c’è traccia. Il centrosinistra deve stare zitto perché questa legge elettorale Rosatellum senza preferenze è stata scritta proprio da loro. Noi siamo gli unici a volere ridare la sovranità al popolo italiano».
Da tempo Vannacci picconava le fondamenta del tempio, una risposta era nelle cose. La frase meloniana «Siete funzionali alla sinistra» ha due obiettivi: far sapere agli italiani che le divisioni possono portare a disastri e far sapere al generale (ferratissimo in storia degli antichi romani) che dopo la «pars destruens» deve arrivare la «pars construens». Più politica, più raffinata. Quella in cui i punti in comune - ancora granitici - possono diventare pietre angolari per un’alleanza decisiva. Per non concedere spazi di manovra alle quattro sinistre tenute insieme solo dall’appiccicosa acquolina delle poltrone. E neppure al presidente Sergio Mattarella, pronto ad architettare micidiali «larghe intese», democristiane e cupamente renziane. Con tutti i difetti, sparare alla schiena non è mai stato un valore di destra.





