«Ho capìto che George Best era un fenomeno non guardandolo dribblare ma guardandolo negli occhi». Anni 60 del secolo scorso. Quelli di Matt Busby, leggendario mister del Manchester United, erano tempi da pionieri con la palla di cuoio marrone e i calzettoni senza piede.
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
C’è la piscina del Cavaliere in bandana con Tony Blair. C’è la pergola dove sonnecchiava Umberto Bossi in canottiera. C’è il cancellone di Punta Lada che i cronisti (solleone o maestrale) non potevano oltrepassare.
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C’è il salone delle cene con Vladimir Putin, George W. Bush, José Maria Aznar. E c’è lo scorcio di giardino dove l’ex premier ceco Mirek Topolanek passeggiava nudo. «Se Villa Certosa potesse parlare» è stato per decenni il sussurro di un popolo di voyeur. Oggi Villa Certosa parla. Lo fa attraverso le oltre 100 foto che il broker Carolwood partners di Beverly Hills ha messo online sul sito The Certosa Estate per testimoniare l’unicità del paradiso a Porto Rotondo (Costa Smeralda) che fu la resistenza estiva di Silvio Berlusconi. Quei muri parlano e tornano a ricordarci 30 anni di storia d’Italia.
Il portfolio serve a giustificare il prezzo di 500 milioni presso potenziali acquirenti - sceicchi arabi, petrolieri americani, oligarchi russi, sociopatici siliconvallici, tennisti da Slam - eventualmente interessati alla proprietà più costosa mai messa sul mercato in Italia. Sono 2.200 metri quadri interni con 14 camere da letto, 14 bagni, aree di fitness, talassoterapia e relax, logge, terrazze, saloni che guardano il Golfo di Marinella. Nei 580.000 metri di parco (l’area è più grande del Vaticano) si contano sette piscine, una laguna e un vulcano artificiali, due laghi (Palm lake e Bio lake), la grotta di Nettuno, un teatro in stile greco, un campo da calcio grande come San Siro, un eliporto, un bunker nucleare, il museo dell’ibisco, l’impianto di dissalazione dell’acqua di mare e una cappella con altare. Il tutto inserito in un immenso giardino all’inglese con piante autoctone fino alla scogliera; una piccola città del lusso che costa 1 milione al mese solo di gestione ordinaria, mentre noi peones litighiamo sul costo dell’ascensore. Anche per questo la famiglia del Cavaliere ha deciso di metterla in vendita.
Sua maestà Villa Certosa, acquistata quando si chiamava ancora Villa Monastero ed era di proprietà del padrone della rete tv La voce sarda, Gianni Onorato, rappresentava in purezza il berlusconismo da weekend. Era la Camp David sarda, la Mar a Lago di Gallura. Con lampi di genialità fashion. Nel 2003 esce il primo film dei Pirati dei Caraibi con Johnny Depp, successo mondiale. Ecco che l’estate successiva Berlusconi accoglie in Sardegna il premier Tony Blair e la moglie Cherie con un look corsaro da azzardo assoluto: bandana bianca su abbigliamento total white. Memorabile per un uomo politico. Lui spiega che si tratta di un accorgimento per proteggere i capelli dopo un recente trapianto, le foto fanno il giro del mondo anche senza Instagram. La sinistra da Capalbio si consola riproponendo il dagherrotipo di Aldo Moro che passeggia sulla spiaggia in giacca e cravatta per enfatizzarne la sobrietà. Paragone perdente, nessuna convergenza parallela con il sentiment degli italiani.
La politica estera passa da quei saloni dove il cuoco Michele delizia gli ospiti con il famoso «menù tricolore», il tris di pasta con gnocchetti al pomodoro, mezze maniche al pesto e fettuccine panna e zafferano. Poi aragosta e gelato. Bandìto l’aglio sempre e comunque. Il glamour passa da quelle piscine dove Topolanek e i figli si immergono come mamma li ha fatti. Passa dalle esibizioni canore del padrone di casa sotto la Luna e dagli accordi parlamentari affinati sugli scogli, sotto tende moresche e fra gli spruzzi. Per riprodurre tutto ciò Paolo Sorrentino nel film Loro ha dovuto affittare l’Argentario Golf Hotel di Porto Ercole.
Leggendario il Ferragosto del 1994 quando, in piena fibrillazione di governo, Berlusconi invita Umberto Bossi per convincerlo a non attuare il ribaltone (che avverrà a Natale). Il Senatur preferisce acquartierarsi con i fedelissimi nel residence da ceto medio riflessivo di Vito Gnutti al Pevero. «Noi non andiamo dal Berlusca, se vuole sa dove trovarci». Comincia la partita a scacchi. Alla fine Bossi immortalato in canottiera e toscano in mezzo al lusso certosiano - dopo un «Consiglio dei ministri balneare» - diventa un’icona pop. Il distinguo è cercato, la simbologia è palese: noi siamo gente del popolo. Ma anche lui è lì, a casa del Cav, sotto le fresche frasche. Villa Certosa ha vinto ancora.
Chiamatelo Ayrton Antonelli. Oggi Kimi è troppo poco, il nomignolo va a picco nel porto di Montecarlo mentre il baby fenomeno italiano conquista tre volte in meno di 24 ore il gran premio più prestigioso, difficile e folle del mondo. Prima la pole, poi la partenza da missile, infine la ripartenza sontuosa dopo safety car che annichilisce definitivamente Lewis Hamilton (Ferrari) e Isak Hadjar (Red Bull).
È il bimbo che vinse tre volte, il più giovane della storia nel principato. E lo fa come solo il più grande di tutti sapeva farlo, Ayrton Senna; domina dal primo giro, prende a schiaffi avversari e destino impiccione, guarda nello specchietto retrovisore l’intero circo della F1 che arranca incapace di tenergli la scia.
Quella di Montecarlo è una cavalcata, è una sinfonia, è il punto esclamativo su una sensazione: abbiamo visto nascere un genio italiano. Lui, cresciuto nell’Emilia dei motori, lasciato andare al suo destino lontano da Maranello da quel talent scout al contrario che si chiama John Elkann. Nel momento della decisione, il numero uno della Rossa ha preferito ingaggiare Hamilton per 50 milioni piuttosto che bloccare per 4 il ragazzo della porta accanto. Una scelta di marketing. Un califfo.
A 19 anni Andrea Antonelli da Bologna si mette la mano sul cuore ascoltando l’inno di Mameli, avvolto nel tricolore. L’ultima volta era risuonato da queste parti per un pilota italiano 22 anni fa con Jarno Trulli. E Kimi non era ancora nato. Per riascoltare la penultima serve una musicassetta: Riccardo Patrese 44 anni fa. Sorriso pulito come la guida, sguardo da imbucato «che ci faccio qui?», Antonelli ha fatto il vuoto ma non sembra sorpreso: «È solo un grande momento». Fa il timido anche se in gara mostra tutt’altro: la precisione di Alain Prost, il piede pesante di Jacques Villeneuve, la cattiveria da cannibale di quell’Ayrton che lui celebra in ogni gran premio con il numero 12 sulla sua Mercedes.
Cinque vittorie nelle ultime sei gare, in testa al Mondiale con 156 punti, 66 di vantaggio su nonno Hamilton e 68 sul compagno George Russel che in teoria sarebbe la prima guida della squadra tedesca. Lui galoppa, gli altri camminano. Anche perché lui cavalca un’astronave perfetta, gli altri macchine normali e qualche camion. È ciò che pensa Charles Leclerc della sua Ferrari, che lo tradisce mandandolo contro il muro quando è terzo. Alla fine è furibondo: «Fottuti freni. Non sono uno che si nasconde dietro scuse e più volte mi sono preso la fottuta colpa anche quando c’erano piccole cose non ottimali. In più mi hanno richiamato ai box quando dovevo rimanere in pista».
Leclerc è una furia rossa, non riesce a calmarsi, in casa sua pensava di salire almeno sul podio. «Ho appena toccato il freno, è una pressione che non si può neppure definire “frenare”. Quello dietro come se non ci fosse, quello davanti ti dà il doppio della coppia. E questo perché la temperatura non è giusta. Qui ci sarà da parlare». Nero come lui è Max Verstappen, per un giorno niente Superman: il motore lo tradisce alla partenza, mai stato in gara.
Ben diverso il clima in casa Antonelli. Il baby è raggiante ma con i piedi piantati per terra. «È stata una gara incredibile ma tutto il weekend è stato grandioso grazie al lavoro del team. Il passo era formidabile, è venuto tutto naturale. Ma dobbiamo stare calmi, non c’è nulla di finito, bisogna alzare l’asticella e continuare a spingere. Non volevo ripartire dopo la bandiera rossa, ma è andata bene». Quello è stato un momento difficile, frustrante, da vivere in presa diretta. Lui sta galoppando verso il trionfo con un vantaggio da toast e birretta. Li ha già messi in fila tutti quando, a dieci giri dalla fine, prima l’incidente di Lance Stroll, poi quello di Leclerc rimettono in gioco la vittoria.
Gruppone e i primi due quasi appaiati dopo due ore di battaglia. Allora Kimi ricorda ciò che Toto Wolff, patron della Mercedes e suo padre putativo in pista, gli aveva detto al via per esorcizzare la voglia di strafare. «Ragazzo devi solo partire pulito, qui non c’è bisogno di fare qualcosa di magico». Ma l’attesa è snervante, mentre gli addetti aprono un cantiere surreale stile tangenziale per rattoppare in tutta fretta l’asfalto danneggiato nel punto d’uscita della Ferrari. Al secondo via Antonelli brucia di nuovo Hamilton e va, imprendibile nel vento, mentre il sette volte campione del mondo (chiuderà a oltre sei secondi) già pensa al premio di consolazione di Kim Kardashian in una suite dell’Hotel de Paris.
È nata una stella, questa è la conferma nella gara più psichiatrica del Pianeta. Dove al primo errore sei fuori, dove se non hai cuore non vedi mai il traguardo. Antonelli ha una cassetta degli attrezzi immensa e dopo Montecarlo l’orizzonte infinito dipende da lui. Ora il Mondiale italiano non è più una parola da esorcizzare ma un obiettivo da raggiungere. In faccia anche alla Ferrari che poteva essere sua. Ma Elkann ha preferito il vecchio cimelio con i dreadlock e il progetto perdente della saponetta elettrica. Come dice Leclerc, ci sarà da parlare.















