Una tranquilla «Fashion Lega» con il verde come colore dominante. Nella Milano capitale delle sfilate, è andata in scena quella del pensiero leghista - e più in generale conservatore - con contorno di militanti, partite Iva, trattori e famigliole col sorriso da weekend stampato sul volto.
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
Maxi multa dell’istituto di statistica alla società che deve raccogliere le informazioni: una sua rilevatrice avrebbe falsificato i questionari. Così è passato il concetto che il «patriarcato» sia un costume italiano.
«Se torturi i dati abbastanza a lungo confesseranno ogni cosa». La citazione di Ronald Coase, vecchio premio Nobel per l’Economia, rimane un baluardo contro la pretesa infallibilità del «data journalism», totem fideistico già messo a dura prova da certi deliri durante la pandemia, determinati da committenti interessati (case farmaceutiche), forzature sociologiche, condizionamento delle masse. Ma non avremmo mai immaginato di doverla aggiornare aggiungendo un quarto elemento di diffidenza: la falsificazione dei dati.
È ciò che è accaduto all’Istat, che ha inflitto una maxi multa alla società Csa research perché una o più ricercatrici avrebbero inventato le risposte ai questionari sui femminicidi in Italia.
La faccenda sarebbe grottesca se non fosse seria: le irregolarità sono state verificate e hanno indotto l’Istituto nazionale di statistica a sanzionare una delle agenzie che hanno in appalto le rilevazioni. Per la cronaca, Csa ha presentato controdeduzioni che non hanno convinto l’Istat e la multa è stata confermata. Lo ha rivelato Fanpage, che ha sottolineato come a fine 2025 sono stati pubblicati solo dati parziali, riguardanti la violenza di genere sulle donne italiane, risultato di questionari telefonici. Mancavano quelli relativi alle straniere, per lo più immigrate. Un approfondimento obiettivamente più complicato perché necessitava di interviste in presenza, con appuntamenti e riscontri. «Parte di queste interviste sarebbero state inventate. Almeno una rilevatrice avrebbe finto di recarsi a casa di quelle donne, compilando lei stessa le risposte alle domande». Si tratta di più questionari, con il rischio di falsare il campione.
Tutto ciò non cancella il problema ma ne definisce il perimetro e l’attendibilità, gettando un’ombra anche sul prestigio dell’Istat, che ogni anno (esattamente da un secolo, fu fondato nel 1926) fotografa lo stato di salute del nostro Paese attraverso un reticolo di informazioni dettagliate sulla società italiana per cogliere e interpretare i cambiamenti nella vita quotidiana, nell’economia, negli orizzonti sociali dentro un mondo in continua evoluzione. Spesso il monitoraggio è stato utile per pianificare investimenti, per orientare scelte politiche. E anche per condizionare decisioni strategiche mai del tutto metabolizzate, come la negazione dell’inflazione galoppante quando uscimmo dalla lira per entrare nell’euro. Era un convincimento granitico della galassia prodiana, confermato dall’Istat ma smentito dalla percezione del cittadino medio mentre si toccava il portafoglio.
Le interviste dell’Istat sono sempre state considerate una Bibbia di numeri, hanno occupato le prime pagine dei giornali, hanno dato il là ad articolesse sociologiche, hanno determinato la benedizione di buoni e cattivi. «Ce lo dice l’Istat» nei decenni è stato soppiantato solo dal «Ce lo chiede l’Europa». Falso. Risposte inventate da ricercatori pigri. Parliamoci chiaro, fare di tutto un’erba un fascio è sbagliatissimo e non è questo il caso. Anche perché l’Istituto nazionale di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli si è difeso con due capisaldi: «l’organizzazione del lavoro è responsabilità dell’appaltatore» e una volta scoperto l’inganno Istat ha fermato tutto decidendo la multa.
Lo scivolone attribuito a Csa research (centro con sede a Firenze, specializzato in ricerche di mercato, sondaggi d’opinione e analisi socioeconomiche) non può essere ignorato. E nelle pieghe del problema se ne evidenziano altri. Il primo riguarda la residenza delle donne straniere, che a detta delle ricercatrici spesso non coincidevano con quelle indicate negli elenchi perché alcune anagrafi comunali non erano aggiornate. Con ricerche da intelligence per trovarle. Il secondo problema è relativo all’argomento: la violenza di genere. In alcuni casi le addette entravano in abitazioni dove gli uomini si rifiutavano di allontanarsi durante le intervista, di fatto condizionando le risposte di mogli, figlie e sorelle. Testimonianza comune: «Le donne apparivano chiaramente in condizioni di vulnerabilità». Una rilevatrice ha commentato a Fanpage: «In varie occasioni mi sono trovata in situazioni che mi hanno provocato non solo forte disagio, ma mi hanno fatto sentire in pericolo».
Tutto questo con un ulteriore deficit, quello economico: ogni intervista viene pagata 28 euro lordi, con spostamenti fino a 50 chilometri di distanza e la necessità di tornare più volte dal potenziale intervistato per trovarlo a casa. Alla fine qualcuno ha deciso di prendere la scorciatoia e di compilare i questionari a chilometro zero buttando giù una serie di X e di risposte inventate. Sulla base delle quali sono stati dipinti scenari immaginifici e lanciati allarmi circostanziati sul «patriarcato tossico», guarda un po’ tutto italiano.
«Con noi l’Europa è ferma ai sorrisini della Merkel e Sarkozy». La marcia d’avvicinamento alla manifestazione organizzata dalla Lega per domani (ore 15) in piazza del Duomo a Milano è concentrica, parte da più punti cardinali.
Quello del senatore Claudio Borghi è economico, la sua declinazione di «padroni a casa nostra» (romantico slogan dell’era bossiana recuperato per l’occasione) ha come fulcro la crisi energetica provocata dalla guerra e dalla chiusura ideologica di Bruxelles sul Patto di stabilità. Poi ci sono il tema della sicurezza, della sovranità nazionale, della pace a dare profondità al raduno e a mettere a disagio la sinistra movimentista, convinta di avere l’esclusiva della piazza per decreto. E così infastidita da appiccicare all’evento la parola «remigration» (mai citata da nessuna parte) nel tentativo di dare una spolverata di razzismo al tutto.
La kermesse s’intitola «Senza paura», come stava scritto sulla maglietta che i consiglieri regionali leghisti hanno indossato qualche giorno fa nell’assise lombarda. Ce l’ha anche il presidente regionale Attilio Fontana, al quale l’opposizione aveva chiesto di non partecipare. «E invece ci sarò. Non nel ruolo istituzionale ma da libero cittadino e da militante della Lega. Allo stesso modo in cui i sindaci del Pd partecipano ai cortei organizzati dal loro partito. E parteciperò a una manifestazione che, contrariamente alla strumentalizzazione della sinistra, non ha come tema la “remigrazione” ma una severa critica alle politiche europee, comprese quelle sull’immigrazione. Detto che non c’è nulla di sbagliato nel rimpatriare chi delinque, nel raduno di sabato ci sono tante altre battaglie».
Una in particolare interessa a Fontana, non ha niente di populista e riguarda il supporto alle categorie più fragili, che stanno pagando con tagli lineari la stagione bellicista di Ursula Von der Leyen. «Ormai da mesi mi batto contro una centralizzazione dei fondi di coesione europea che rischia di far perdere alla Lombardia 1 miliardo di euro. Sarebbe il disastro più grande per i territori dopo la distruzione dell’automotive. Noi siamo ancorati a cose concrete, ci battiamo per i nostri cittadini. Perché la sinistra non parla di questo?». Riguardo all’immigrazione incontrollata che fa di Milano un esempio plastico del disastro, lo stesso sindaco Giuseppe Sala - pur prendendo le distanze per ovvie ragioni politiche - è costretto ad ammettere: «La parola “remigration” non mi convince. Peraltro ribadisco che non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga».
Gli organizzatori assicurano che la manifestazione sarà pacifica, coordinata, nel rispetto delle regole. Unico problema, le provocazioni dei centri sociali che hanno allestito in città alcune «contro-manifestazioni» spot, con lo scopo di fomentare disordini. L’europarlamentare milanese Silvia Sardone richiama «il diritto costituzionale a manifestare pacificamente. Allo stesso modo vedo la necessità di tutelare l’ordine pubblico e di condannare ogni forma di violenza e intimidazione legata a sigle antagoniste, già protagoniste di episodi di aggressione alle forze dell’ordine e danneggiamenti». Massimiliano Romeo, capogruppo in Senato e segretario regionale, mette il punto: «Ci sono temi, come l’Europa, sui quali è giusto alzare la voce. La Lega ha nel suo Dna l’essere un partito di governo, e lo siamo in Italia e in Regione Lombardia, ma anche di lotta, e lo siamo in Europa. Contro le misure di austerity e ideologiche sostenute dal Pd, che vorrebbero impedire ai singoli Stati di attuare politiche economiche per sostenere le famiglie e le imprese».
Senza paura. Non ne ha mai avuta il senatore Claudio Borghi, che punta il dito contro la rigidità di Bruxelles nell’allargare il Patto di stabilità nonostante l’economia di guerra. «Dobbiamo prevenire invece che curare. Dire come fa Von der Leyen che gli aiuti verranno concessi solo se la situazione peggiora, vuol dire essere pazzi; significa essere pronti ad aiutare l’impresa solo dopo che ha tirato giù la saracinesca. La verità è che la vera faccia della Ue è sempre quella del sorrisino di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy con Silvio Berlusconi. Il gioco è truccato, è un tavolo di bari come allora. E il pollo che sta al tavolo è sempre l’Italia. Oggi non c’è più lo spread, oggi è la Francia a essere dal lato debole. Ma potendo contare sul nucleare, soffre la guerra energetica meno di noi. E riecco le rigidità, i ricatti, le fregature. Non siamo più padroni a casa nostra e vorremmo tornare a esserlo».
Il cuore della protesta di «Niente paura» è questo, la difesa degli interessi italiani. Per Borghi un esempio lampante è il contributo negato alla Biennale di Venezia per la presenza degli artisti russi. «Penso che fare l’esame del Dna all’arte sia una grande sciocchezza. L’Ue congela i 2 milioni che ci spettano? La risposta migliore sarebbe scalare 2 milioni a fine anno dalla cifra miliardaria che ci chiedono come contributo all’Unione. Voglio vedere cosa dicono».





