La tigre è stanca. Arianna Fontana fallisce l’ultimo ruggito, le esce un miagolio e nella finale dei 1.500 Short Track non va oltre il quinto posto, davanti ad Arianna Sighel. A consolare i tifosi al Forum di Assago è la staffetta guidata da Pietro Sighel (fratellino), che incassa il bronzo dietro a Olanda e Corea del Sud dopo una battaglia all’ultimo respiro. Anche Thomas Nadalini, Luca Spechenhauser, Andrea Cassinelli sfilano sul podio con grande merito. E Pietro, il leader indiscusso della squadra, ottiene la seconda medaglia (dopo l’oro in staffetta mista) che lo risarcisce di Giochi pericolosi, con cadute, polemiche con i giudici e frasi sbagliate («Arianna Fontana chi la conosce?») che gli hanno procurato un’omerica shitstorm sui social.
Fontana chiude sulle ginocchia, una caduta in batteria ne limita le potenzialità. Finisce addosso alla polacca Kamila Sellier, è costretta a farsi massaggiare la schiena dolorante dal marito allenatore Anthony Lobello. Ma non ci sono unguenti, lei scricchiola e non può nulla per arginare la vitalità delle coreane Kim e Choi. Terza la statunitense Corinne Stoddard. Comunque la regina della Valtellina colleziona un oro, due argenti e il record storico delle 14 medaglie. Può bastare, anche lei è umana.
Dal resto della truppa arriva la medaglia d’oro del sorriso, chi si contenta gode. Niente di più per l’Italia ingrassata a suon di podi che si affaccia all’ovale ghiacciato di Rho Fiera per l’ennesimo trionfo di Francesca Lollobrigida. Ma anche lei è sazia e sembra dire con quello sguardo sornione: due ori in una settimana, cosa volete di più? Nei 1.500 del Pattinaggio velocità la testa della mammina laziale è sul pezzo ma le gambe paiono legnose; è solo 13ª nella sfida vinta dall’olandese Antoinette Rijpma-De Jong. La nuova Lollo ci aveva avvertiti: «Non aspettatevi medaglie, gareggio per preparare la mass start di sabato, a quella tengo molto». Così saremo di nuovo qui domani nello Speed skating stadium per una chiusura da apoteosi. Nel mirino c’è il terzo oro nella stessa Olimpiade, mai nessun italiano ci è riuscito. A due ci sono lei, Alberto Tomba, Manuela Di Centa, Federica Brignone. E con un problemino da niente: la prova con partenza in linea può riservare ogni sorpresa, visto che somiglia all’uscita da una scuola elementare al suono della campanella, cartellate comprese.
Prima dei fuochi d’artificio notturni nello Short Track, facciamo i conti con un venerdì di occasioni perdute soprattutto nel Biathlon, dove si consuma il dramma sportivo di Tommaso Giacomel, già argento nella staffetta mista, che per qualche minuto si ritrova in testa nella mass start 15 km. Il guerriero di Vipiteno sogna l’oro, sembra imbattibile ma è costretto a fermarsi per un improvviso dolore al costato e conclude i suoi Giochi in infermeria. Un minuto dopo lo stop sta già meglio, ma non era il caso di rischiare.
«La salute viene prima delle gare, quello che ha fatto è corretto», spiega l’allenatore di tiro Fabio Cianciana. Al poligono Tommaso era stato impeccabile (zero errori). Adesso ha le gomme a terra e su Instagram scrive: «Il corpo ha smesso di funzionare, facevo fatica respirare. È stato devastante. Molte cose mi passano per la testa, frustrazione, rabbia delusione». Sul podio finiscono i due norvegesi Johannes Dale-Skjevdal (oro) e Sturla Laegreid. Bronzo al francese Quentin Maillet.
In casa americana si contano gli interventi chirurgici per ripristinare il fisico da Robocop di Lindsey Vonn: oggi è andata sotto i ferri per la sesta volta e sorride da Instagram. Da simbolo di positività, lei si sente fortunata. Non come il cinese Haipeng Sheng, che si è dimenticato il cellulare in una tasca dei calzoni e l’ha perso durante un salto Freestyle. È arrivato 20º ma lo smartphone funziona, gli amici possono spernacchiarlo.
Il resto è hockey. Il primo finalista è il Canada, che arriva alla sfida per l’oro dopo un 3-2 in rimonta sulla Finlandia. Senza Sidney Crosby, uno dei migliori giocatori della storia, e al termine di una sfida rocambolesca: in vantaggio 2-0 gli scandinavi si fanno riprendere e superare a 35’’ dalla sirena finale con un gol contestatissimo per un fuorigioco millimetrico. Gli arbitri convalidano, i canadesi esultano e aspettano gli Stati Uniti (nella notte la semifinale con la Slovacchia) per il Miracle Nhl di domani, prima della cerimonia di chiusura all’Arena di Verona, alla quale parteciperà in tribuna d’onore anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Dovesse arrivare a sorpresa Trump, lei si è portata avanti.
Domani gli azzurri sparano le penultime cartucce a calendario pieno. Nella maratona del Fondo - 50 km con le barbe gelate e il cuore in gola - va in onda il canto del cigno del formidabile Federico Pellegrino. Nel Biathlon sono possibili dolci sorprese dalla coppia Dorothea Wierer (fin qui perdente) e Lara Vittozzi (fin qui vincente). Poi la già citata chiusura del Pattinaggio velocità con le tonnare mass start uomini e donne, dove Andrea Giovannini può farsi onore e lady Lollobrigida può compiere l’impresa dei tre ori. E da sconosciuta agli sportivi da divano, entrare nella leggenda. Non l’abbiamo vista arrivare.
Lui si percepisce Gesù e tutti gli altri San Pietro dopo che il gallo ha cantato tre volte. Fra traditori e traditi, l’Olimpiade della Rai finisce poco evangelicamente a pani e pesci in faccia. Poiché degli scioperi delle firme non si accorge mai un cane (neppure quello che correva sulla pista di fondo a Tesero), ecco che a riaccendere il caso arrivano le dimissioni di Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport, costretto alla resa dal pressing dell’ad Giampaolo Rossi e dalla minaccia di tre giorni di sciopero (questi veri) alla fine dei Giochi da parte del corpaccione giornalistico grondante indignazione da tutti i pori.
Dopo 13 giorni in trincea nel suo ufficio di viale Mazzini, assediato dai comunicati dell’Usigrai e frustrato da un gelo paragonabile a quello di Sofia Goggia davanti agli exploit di Federica Brignone, ieri Petrecca si è arreso. Ha rimesso il mandato nelle mani dell’ad ma nel farlo ha voluto esagerare, postando su Instagram l’immagine di un affresco che rappresenta l’apostolo Matteo corredata dalla citazione di Cristo nell’Ultima cena: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Il paragone è un tantino impegnativo ma le coordinate allegate «Mt 26, 20-29» dimostrano che questa volta non ha preso cantonate.
L’interim della direzione di Raisport va al vice Marco Lollobrigida, giornalista sportivo di comprovato valore, impegnato a cantare le gesta dei pattinatori azzurri dall’Ice skating Arena di Assago. Comprese quelle della lontana cugina Francesca Lollobrigida, doppio oro con il piccolo Tommaso in braccio. Per proprietà transitiva è pure parente dell’attrice Gina detta la Bersagliera e del ministro meloniano Francesco Lollobrigida, dettaglio che per riflesso pavloviano potrebbe rimandare sulle barricate Usigrai, comitati di redazione e pattuglie di pasdaran di redazione legati a doppio filo a Pd e Movimento 5stelle.
Petrecca paga le gaffe della cerimonia d’apertura che ha dovuto commentare dopo il siluramento voluto dal Quirinale di Auro Bulbarelli, reo di avere rivelato in anticipo il giretto in tram del presidente Sergio Mattarella. Petrecca sconta banalità assortite («gli atleti spagnoli sono calienti, i brasiliani hanno la musica nel sangue») e l’aver scambiato la presidente del Cio per la figlia del capo dello Stato. Insomma era il capro espiatorio ideale per lenire la gastrite della sinistra tutta nei confronti di un’Olimpiade stupenda e osteggiata in ogni modo. Da qui il voto di sfiducia e l’accusa di «avere provocato la peggior figura di sempre alla Rai e alle redazioni. Un danno per i lavoratori e per gli spettatori che pagano il canone».
Mentre l’autonominato San Paolo si dirige verso il Golgota, è interessante notare come «dei lavoratori e dei paganti il canone» importasse meno di zero ad Usigrai, dirigenti e affini tre anni fa quando, sul palco del festival di Sanremo e davanti a 12 milioni di italiani, Fedez e Rosa Chemical mimarono un amplesso gay con lingue guizzanti mentre Chiara Ferragni faceva pubblicità occulta a Instagram danneggiando l’azienda. O quando, all’inizio della guerra in Ucraina (febbraio 2022), la Rai mandò in onda i videogiochi ArmA3 e War Thunder scambiandoli «per la contraerea di Kiev che cerca di abbattere un aereo da combattimento di Putin». O ancora quando Rainews24 fece credere che una vecchia esplosione a Tianjin in Cina fosse «un bombardamento russo sulle città ucraine». Con la comica postilla: «Lo abbiamo trovato in rete. Questa è una guerra tradizionale ma anche una narrazione social».
Erano fake news da nascondersi per un decennio, altro che le amenità di Petrecca. Ma allora nessuno fiatò, evidentemente i telespettatori (che si scompisciavano dal ridere) e i lavoratori della più grande azienda culturale del paese potevano essere gabbati senza un plissè. Nessun comunicato, nessuno sciopero, nessuna fiducia revocata. Il motivo era nobile: come stigmatizzare l’operato di direttori che trascorrevano i giorni di corta sul palco delle feste de L’Unità a intervistare in ginocchio Enrico Letta e Massimo D’Alema? E se Lucia Annunziata definiva gli ucraini «cameriere, camerieri, badanti, amanti» cosa vuoi che sia? Bastavano due righe di scusa.
Dos pesos y dos misuras, come da contratto. È simpatico notare l’indignazione irredimibile «per l’autorevolezza perduta» da parte degli stessi giornalisti che, subito dopo l’insediamento del governo di centrodestra, scrivevano sui loro profili che «se queste sono le Camere non oso immaginare il cesso». Con varianti letterarie del tipo: «Una Camera ai fasci e l’altra ai talebani, a posto». Servizio pubblico, chiamatela pure TeleMeloni. Il sindacato era in ferie anche quando, durante i mondiali di nuoto di Fukuoka, su RaiPlay si ascoltarono idiozie del tipo «Le olandesi sono grosse ma tanto a letto sono tutte alte uguali» e «Questa si chiama Harper, una suonatrice d’arpa. Non la si tocca, la si pizzica». Sessismo, bodyshaming? Ma va, vuoi mettere con i brasiliani che hanno la musica nel sangue?
Acqua passata, Petrecca all’ultima cena dopo i presunti sprechi. Ora il problema di Rossi e dei rossi è la cerimonia di chiusura all’Arena di Verona. Probabile il ripristino di Bulbarelli, al quale andrebbe pure il premio Usigrai per il reporter dell’anno. Lo stramerita come risarcimento. In fondo quello di Mattarella sul tram è stato l’unico scoop Rai da medaglia d’oro.
Stoccata d’argento. Con il secondo ruggito olimpico, Arianna Fontana infilza un record storico: 14 medaglie, ora è l’atleta italiana più vincente di sempre. Dopo 66 anni batte il primato di Edoardo Mangiarotti, contento che a superarlo sia una tigre con i pattini, formidabile e letale com’era lui con il fioretto. Nella staffetta dello Short track, l’oro va alla Corea del Sud, il bronzo al Canada.
Impazzisce la voliera del Forum di Assago. E davanti al premier Giorgia Meloni arrivata a portare fortuna, la formidabile valtellinese trascina le altre ragazze terribili: Elisa Confortola, Chiara Betti, Arianna Sighel. Quest’ultima è la sorella maggiore di Pietro, punta di diamante dei maschi, tradito nei 500 (ancora una volta) da una caduta e dai giudici. Lui fugge piangendo, convinto di essere stato defraudato. Grazie ad Arianna e alle altre, ora le medaglie azzurre sono 26.
Un falco Pellegrino plana sul lago di Tesero. È il re della Val di Fiemme, è il Federico nazionale che nella gara sprint del Fondo ghermisce un insperato bronzo, supportato dalla gioventù debordante del bellunese Elia Barp. Un’immersione nel sacrificio, una voglia matta di chiudere la carriera guardando l’orizzonte dal podio; tutto ciò moltiplica le forze all’atleta di Gressoney che a 35 anni è quasi pronto (un fastidio al braccio lo tiene in dubbio) per l’ultima passerella sabato nella 50 chilometri, la maratona nell’inferno bianco. Nella sprint si parte per il secondo posto perché il quinto oro della locomotiva norvegese Johannes Klaebo è così scontato da non interessare neppure i bookmakers. Mentre il fenomeno balla da solo e gli Stati Uniti ipotecano l’argento, Pellegrino e Barp difendono il bronzo dagli aggressivi e mai domi svizzeri, mentre la Francia viene tradita da un bastoncino spezzato di Mathis Desloges.
Il bronzo è l’ultimo valzer, Pellegrino è pronto ad appendere gli sci al chiodo e a scivolare fra le pagine di economia e management. La sua è una storia di montagna. Da piccolo voleva fare il pompiere, poi il calciatore (è cresciuto a pane e Juventus con il poster di Alex Del Piero in camera), infine si è guardato i piedi, ha visto che calzava gli sci e si è messo a correre a passo alternato sulla neve di casa. Vent’anni così, fra vittorie e sconfitte, due argenti nelle Olimpiadi precedenti, fino a diventare portabandiera a queste. Ora guarda oltre: «Dopo una vita passata lontano da casa non mi muovo più. Ho due figli piccoli, Alexis e Fabien, voglio vederli crescere e accompagnarli nel futuro». Lo scenario è la conferma di quanto sia ancora importante la famiglia; in questi Giochi non c’è italiano medagliato che non abbia riconosciuto la centralità di nonni, padri, madri, mogli, mariti e figli nella lunga marcia verso il podio.
Nella dodicesima giornata dello sci da fatica ridono i maschi e piangono le donne. La sprint a squadre femminile si limita a galleggiare (ottavo posto). Finisce che l’immagine più cliccata è quella di un cane lupo che sorprende la sicurezza ed entra in pista, interessato ad annusare da vicino due atlete. Nessun problema, solo scodinzolate e dolcezze. Ma è la staffetta del Biathlon a deludere di più: ad Anterselva la campionessa Dorothea Wierer litiga con il poligono come sempre, Lisa Vittozzi non ha più la brillantezza della scorsa settimana e la barca affonda all’undicesimo posto mentre la Francia conquista l’oro davanti a Svezia e Norvegia. Il bilancio nel «corri e spara» è comunque strepitoso grazie allo storico oro di Vittozzi nell’inseguimento e all’argento a squadre miste.
Sulla Tofane di Cortina, lo sci alpino saluta con lo Slalom speciale femminile nel quale si celebra la seconda resurrezione dopo quella di Federica Brignone. Travolta da eventi avversi (sfortuna, nervosismo, errori nei materiali), la fuoriclasse americana Mikaela Shiffrin si getta alle spalle le tossine e sbrana i paletti fino all’oro. Imprendibile nel giorno del destino, lascia a 1»50 (un distacco da Ingemar Stenmark o da Albertone Tomba) la svizzera Camille Rast e la svedese Swenn Larsson. Per vedere le nostre serve il binocolo: Lara Della Mea e Martina Peterlini si consolano con lo stesso tempo al tredicesimo posto.
Poiché ormai non c’è Sport senza cascami social, quello di domani riguarda una triste polemica. Per mostrare affetto nel ricordo del compagno di squadra e di camera Matteo Franzoso deceduto in un incidente, Giovanni Franzoni aveva dichiarato: «Dedico a lui i miei successi, per me era come un fratello». Il vero fratello, Michele, non l’ha presa bene, accusandolo di non essere andato al funerale. Seguono rilanci famigliari incrociati, determinati da un dolore difficile da lenire.
I Giochi si avviano all’ultimo quarto di storia, se fossimo nel Bob a 2 parleremmo di quarto run, dove peraltro le aquile tedesche hanno fatto il pieno: tre equipaggi su tre sul podio (Italia 1 di Patrick Baumgartner settima) sulla splendida pista di Cortina. Domani possiamo ben figurare nei 1.500 maschili di Pattinaggio ma l’unica speranza concreta di medaglia è affidata a Giulia Murada nello Sci Alpinismo. Sarà interessante vedere se la squadra di Curling, sconfitta oggi 8-3 dal Canada, riuscirà a superare la Svizzera e andare in semifinale. Le pietre che scivolano e le scopette che spazzano ci accompagnano da quasi due settimane, è ora di venire al dunque.





