Allegri tutti gli altri. Quelli che hanno un progetto, un gioco da mettere in campo e una società che li sostiene. Allegri sono Cristian Chivu e Cesc Fabregas che per un anno si sono annusati, piaciuti, copiati, alla ricerca della mossa più estrema. E alla fine hanno vinto tutto; per i lariani entrare nell’Europa che conta è uno scudetto.
Allegri anche Antonio Conte e Gian Piero Gasperini. Il primo perché strizza le squadre che allena, le porta al limite, entra nella testa dei giocatori e se non arriva primo, arriva secondo; l’altro perché non lascia nulla al caso, chiede il 110% ai suoi guerrieri, non scende a patti con nessuno (vedi caso Claudio Ranieri). E dopo avere fatto la fortuna della famiglia Percassi a Bergamo, al primo colpo ha riportato Roma in Champions. Con un centravanti vero, Donyell Malen, e senza la pletora di centravanti finti, spettatori non paganti, visti a San Siro sponda rossonera e all’Allianz di Torino.
Allegri i tecnici che hanno un’idea e quelli che non hanno bisogno di allenare i giornalisti; a loro basta allenare i giocatori. Così nel giorno del disastro supremo di Milan e Juventus, l’unico a non essere allegro è proprio Max, licenziato in tronco dal patron Gerry Cardinale con Giorgio Furlani, Igli Tare e Geoffrey Moncada al culmine di un comunicato che parla di «fallimento inequivocabile» (22 milioni da accantonare per salutarli). Si salva Zlatan Ibrahimovic, monumento fin qui così inutile da non fare danni. Cardinale aveva posto un’asticella pure bassa per il Milan: quarto posto, con la certezza di ghermire i 60 milioni della Champions. Ma il Diavolo più squinternato del decennio non gli ha dato neppure questa soddisfazione: quinto, dominato a San Siro dal Cagliari già salvo, con sei sconfitte nelle ultime 10 partite.
Un crollo verticale per una squadra che non aveva altri impegni se non giocare a calcio la domenica. Il problema è che la compagnia Allegri non c’è quasi mai riuscita. Non un piano partita, non uno schema che non fosse difesa bassa e ripartenza (l’equivalente di catenaccio e contropiede anni 70), non un’idea per sfruttare al meglio le frecce Rafa Leao e Christian Pulisic. Risultato: quando questi due si sono spompati il Milan ha spento la luce. Il corto muso provoca solo musi lunghi. Max torna in Versilia a giocare a bocce in attesa di ricominciare da Napoli. Paga il risultatismo fine a se stesso, ma anche l’immobilismo programmatico di una società che - dopo la cacciata di Paolo Maldini - è sembrata rifuggire dalla propria storia gloriosa. L’arroganza autoreferenziale di Ibrahimovic e l’incompetenza sesquipedale di Furlani hanno completato l’opera, facendo affogare anche il ds Tare, ritenuto colpevole di operazioni di mercato inutili e sanguinose.
La stagione è stata un frullatore impazzito, con le liti fra Allegri e Ibra a far da contrappunto. E con il pareggio di bilancio come unica strategia, destinata a impoverire progressivamente la squadra. Ora si riparte da zero. Via tutti. Ormai quasi accasato in Nazionale Roberto Mancini, Cardinale vorrebbe Conte con la scopa in mano (ma costa e l’amerikano ha il braccino) o il giochista Vincenzo Italiano che ha salutato Bologna. Il sogno sarebbe Xavi. Anche Raffaele Palladino è sulla short list, con chances reali soprattutto se dovesse rientrare zio Fester Adriano Galliani che lo lanciò a Monza. Giorni frenetici per gli allenatori, soprattutto per quelli che hanno idee da portare al mercato.
Dopo una stagione anonima, l’Atalanta ha bloccato Maurizio Sarri, che avrà solo il fastidio di accordarsi in uscita con Claudio Lotito (ballano una decina di milioni). La panchina della Lazio è comunque occupata da ieri: Gennaro Gattuso ha detto sì. La giostra gira e curiosamente Aurelio De Laurentiis è innamorato di Allegri, lo ritiene l’uomo giusto per normalizzare uno spogliatoio iper stressato da Conte e bisognoso di maggiore serenità. Il presidente è convinto che Acciughina non gli farà spendere altri 150 milioni per arrivare dietro il Pafos (30°) in Champions. E non farà passare la squadra direttamente dallo zen alla catalessi. Sinceri auguri.
Nonostante il fallimento Champions Luciano Spalletti l’ha sfangata («voglio continuare a partecipare al progetto»). Anche se rimane in bianconero per un semplice motivo: John Elkann, che a fine anno sarà costretto a pompare altri milioni nelle casse della Juventus, non ha intenzione di pagarne una ventina solo per esonerare un allenatore al quale l’ad Damien Comolli ha rinnovato il contratto (6 milioni netti all’anno per 2 anni) prima che raggiungesse l’obiettivo minimo. Dopo il pianto greco, il vertice della Juve è in riunione permanente. Trapela la volontà di coinvolgere di più Spalletti e Chiellini nelle scelte operative, anche perché la strategia dell’algoritmo di Comolli ha fallito su tutta la linea. Ci sarebbe un altro fastidio: la strettoia Uefa, con uno scontato «settlement agreement» che costringerà la Signora a limitare gli investimenti in entrata e a fare un mercato in uscita vicino ai 100 milioni di introiti. Significa vendere prima di comprare. E rinunciare a fuoriclasse come Bernardo Silva, che mettono la precondizione della Champions prima di firmare il contratto.
Nel calcio italiano c’è chi fa trading (e perde) e c’è chi fa scouting (e vince). L’esempio più felice è il Como, che ha una proprietà solidissima (la famiglia Hartono), un allenatore formidabile come Fabregas e fin qui ha ingaggiato giocatori non per fare affari rivendendoli ma per costruire una squadra da notti europee. Missione compiuta, la coppa dalle grandi orecchie galleggia sul lago manzoniano (però è l’altro ramo, basta con le confusioni). Dice: bella forza, hanno il portafoglio gonfio. Tralasciando Nico Paz, nessuno conosceva Tasos Douvikas, Martin Baturina, Assane Diao, Lucas Da Cunha (400.000 euro dal Nizza), Jacobo Ramon, Máximo Perrone prima che li pescasse il Cesc come cavedani. Scouting in purezza, uomini perfetti per realizzare l’idea. La chimica del gruppo prima del colpo di tacco. Quando ha finito le lacrime per il suo Milan, Arrigo Sacchi dovrebbe esserne felice.
I care. La lunga onda obamiana (molto lunga, un decennio) è arrivata anche in una scuola di Grosseto, dove inclusione significa prendersi cura delle funzioni corporali del robottino Ambrogio, della sirenetta Ariel e di E.T. telefono casa. Per non sbagliarsi con questi «personaggini» (direbbe Vincenzo De Luca) dal sesso incerto, sulle porte delle «gender neutral toilet» - sarebbero i servizi igienici - dell’Istituto tecnologico superiore Eat sono comparse 11 icone, compresi i simboli di Batman, dell’alieno con gli occhi a palla, della donna-pesce. Anche loro hanno facoltà di entrare per espletare i loro bisogni accanto a banali persone binarie, a disabili in carrozzina e signore gravide.
Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
Due nomi in finale nel casting del perfetto mediatore: Mario Draghi e Angela Merkel. Sono ritenuti i più indicati per rappresentare l’Unione europea nella trattativa con Vladimir Putin, con lo scopo di aprire la porta della pace in Ucraina. Mentre il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, alza il volume della radio sulla guerra («Dobbiamo continuare fino al pieno raggiungimento dei nostri obiettivi») nei palazzi del potere di Bruxelles è in via di definizione il più surreale dei tornei con l’identikit del «pontiere» ideale.
E secondo il Financial Times non ci sono dubbi sulla scelta: o l’ex kanzlerin tedesca oppure l’ex premier italiano, che godono pure del favore di Donald Trump e di Volodymyr Zelensky. La decisione finale dovrebbe essere presa dai ministri degli Esteri riuniti la prossima settimana nel summit di Cipro. Dopo quattro anni spesi in posture bellicose, in No ad ogni trattativa (fu l’Europa a far saltare il tavolo diplomatico di Recep Erdogan) e in esibizioni muscolari come l’Operazione Riarmo da 800 miliardi, la Ue cambia strategia e si esibisce in un’inversione di marcia che fa rumore, decisa per non dipendere una volta di più da accordi orchestrati direttamente da Washington e Mosca, con il risultato di non veder tutelati gli interessi del vecchio continente. Sempre secondo Ft, la linea del dialogo ha il suo sponsor numero uno nel presidente del Consiglio d’Europa, il portoghese António Costa, mentre Ursula von der Leyen sarebbe più defilata, visto il ruolo con elmetto e mimetica assunto fin qui.
È prudente l’Alta rappresentante degli Affari Esteri, Kaja Kallas, che comunque non smentisce lo scoop del giornale inglese: «Più importante del chi è il cosa. Serve unità d’intenti, il resto verrà». Dopo il via libera di Trump, più concentrato sull’incendio mediorientale, ad attribuire peso specifico alla novità è anche Zelensky, che ieri ha parlato di «negoziato all’orizzonte con la possibile rappresentanza dell’Europa in questo processo», e con candidati da condividere anche con Francia, Germania, Gran Bretagna (l’Italia non è citata). Fin d’ora i candidati suscitano reazioni contrastanti. Draghi è considerato da Bruxelles «una persona affidabile e rispettata in tutta l’Ue, con un background tecnocratico che potrebbe adattarsi alla situazione». Ma ha un punto debole: per Putin è radioattivo, vederselo comparire davanti potrebbe avere l’effetto dell’affronto personale. Lo zar ha buona memoria e pure noi. «Chiediamo il ritiro incondizionato dal Donbass, in caso contrario il dialogo è impossibile»; «Le sanzioni hanno un effetto dirompente sulla macchina da guerra russa» (sic). Così parlava mister Bce nel primo anno di guerra, al tempo di quel treno per Kiev con foto ricordo velleitaria accanto a Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Fino a quattro anni fa il presupposto draghiano era racchiuso nella frase: «Con le autocrazie non si tratta, solo l’Ucraina può decidere quale pace sia accettabile». Non il viatico ideale per presentarsi al Cremlino con qualche chance. Il competitor per il ruolo è Angela Merkel, che avrebbe ben altre carte da giocare: per un ventennio è stata solida partner economica di Putin sfidando le strategie geopolitiche degli altri paesi Ue, soprattutto quelli orientali. La cancelliera non ha mai nascosto la necessità di una forte connessione con Mosca sull’energia, ha sponsorizzato la costruzione del gasdotto Nordstream 2, ha sfruttato il basso costo del gas e del petrolio russo per aprire il Green deal tedesco, naufragato dopo l’inizio della guerra e trasformatosi nella recessione più pesante dall’unificazione delle due Germanie. Ma anche lei ha un masso da rimuovere dalla strada: l’ostilità dell’attuale premier Friedrich Merz, che una settimana fa ha definito «sciagurata e controproducente» la Ostpolitik di Merkel. «La scelta di Angela sarebbe insensata» ha rivelato un parlamentare Cdu al Financial Times. E la stessa leader in pensione, interpellata, ha fatto melina sulla candidatura: «Probabilmente sarebbero più adatti altri».
«Draghi è stato invitato due volte da Putin e non è mai andato», ha fatto notare ieri Giuseppe Conte. «Draghi nel bene e nel male impersona la decisione assunta dai governi Nato, sulla spinta di Biden e Johnson, di dire: andiamo avanti e li sconfiggiamo militarmente. Io penserei a una Merkel, che non è stata coinvolta nella svolta bellicista». Un’Europa ai tempi supplementari, paralizzata in un cul de sac politico che ne definisce l’irrilevanza, utilizza parole nuove (pace, trattativa, dialogo). E lo fa per recuperare un ruolo abbandonato troppo in fretta, con il via libera di Washington che fin qui ha fallito l’operazione di riavvicinamento a Mosca. Draghi o Merkel? Nomi pesanti, con pregi e difetti, e con una sostanziale precondizione negativa agli occhi di Putin: non hanno legittimazione politica. Sono Avatar. Rappresentano il passato, sono formidabili personaggi da convegno, da autobiografia con retroscena o da riconoscimento internazionale (Draghi ha da poco ottenuto il prestigioso premio Carlo Magno) ma non smuovono folle. Semmai smuovono pochi rimpianti e qualche insulto. La sintesi più originale è del presidente della commissione Esteri della Camera, Giulio Tremonti: «Problemi così non si risolvono in questo modo, come dire, antropomorfo».





