Milano-Cortina, nona sinfonia d’oro con i pattinatori-jet. Inseguimento al top 20 anni dopo Torino
La nona sinfonia azzurra non può che essere una Corale. Anche Ludwig van Beethoven, che era sordo, sente il boato dei 6.000 nell’Oval di Milano-Rho, impazziti per l’oro delle frecce tricolori nell’inseguimento a squadre di pattinaggio, che impartiscono una lezione di potenza e stile ai campioni del mondo statunitensi. Davide Ghiotto, Michele Malfatti e Andrea Giovannini vanno a prendere il metallo più prezioso con una cavalcata di 3.200 metri che sa di rimonta, di tattica, infine di esplosione atletica. Nell’inseguire un sogno, e non solo le occasioni perdute, non ci batte nessuno. Il terzetto accelera a tre giri dalla fine, arrivando sul traguardo con 4’’51 (un’eternità) sugli americani annichiliti, praticamente stracciati. Terza la Cina.
Nono oro, 24ª medaglia, un exploit straordinario nell’Olimpiade più generosa della storia. Ed è orgoglio puro - alla faccia di chi continua a rosicare contro i Giochi - quello che ti assale quando vedi il tricolore salire affiancato dalla bandiera a stelle e strisce e dal vessillo cinese: le superpotenze sono dietro i ragazzi italiani. Ora a invidiarci sono gli altri e lo scettico blu può consolarsi con una battuta neorealista: a guardie e ladri siamo sempre i numeri uno. Vent’anni dopo l’impresa di Enrico Fabris, Matteo Anesi e Ippolito Sanfratello sul ghiaccio di Torino, ancora tre azzurri a dettar legge. Tre ori di specialità sono un’enormità, e in tribuna a esultare c’è Francesca Lollobrigida che ha incamerato gli altri due. La locomotiva della squadra è Ghiotto, di nome e di fatto, vicentino di 32 anni che cominciò con le rotelle e avvitò le lame sotto i pattini assistendo all’exploit di Fabris a Torino. «Ho provato a imitarlo, oggi posso dire di esserci riuscito». Fin qui era andato male, medaglia di legno nei 5,000 e solo sesto nei 10.000. Giovannini (32 anni) cominciò a pattinare sul lago ghiacciato di Baselga di Pinè (Trento), poi è venuto il resto, anche i titoli mondiali a Calgary e Hamar. Torna in gara sabato nella Mass Start, praticamente una tonnara. Il trentino Malfatti ha un anno di meno (a questi livelli l’esperienza non è mai un optional), ha calzato i pattini a 5 anni e non li ha più tolti.
Sono tutti figli sportivi di Maurizio Marchetto, considerato a 70 anni il guru del pattinaggio. È stato lui a inventare la squadra stellare in un contesto difficile: piste all’aperto, un freddo boia, lunghe trasferte soprattutto in Olanda per allenarsi come si deve. Pane e pattini. Spiega Giovannini: «Ho due bimbi, Enea e Celeste, che mi riconoscono alla Tv. Adesso mi dedicherò a loro. Ma questo sport è troppo figo, a 65 all’ora in curva ti dà l’ebbrezza della velocità». Lui è milanista sfegatato, è cresciuto col mito di Kakà e come premio extra andrà a San Siro a vedere il derby.
Pattini d’oro per uomini veloci, sci di bronzo per ragazze stravaganti. Lo è Flora Tabanelli, salita lunedì notte sul podio nel Freestyle big air, che significa un trampolino quasi ad angolo retto, evoluzioni pazzesche in volo e atterraggi da reparto di traumatologia. La diciottenne modenese, figlia di albergatori che gestiscono un rifugio sull’Appennino, ha conquistato pubblico e avversarie per la folle genialità. I suoi idoli sono Alberto Tomba, amico di famiglia, e il fratello Miro, eliminato nella prova maschile di Freestyle. Alcuni mesi fa Flora si era fratturata una gamba cadendo e nella rieducazione a Torino ha incontrato Federica Brignone: «L’ho vista lavorare e mi ha impressionato. Ha un’energia interiore incredibile, il suo esempio mi ha aiutato a tornare più forte di prima». Lei è dolce e semplice, niente a che vedere con la sexy star olandese Jutta Leerdam, che dopo aver vinto nel pattinaggio ha mostrato un reggiseno Nike che gli varrà un milione di compenso. A proposito di soldi, l’ucraino dello skeleton Vladi Heraskevych, squalificato per via del casco con le foto delle vittime sportive della guerra, è stato ricompensato con 200.000 euro dal proprietario dello Shakhtar Donetsk. Come se avesse vinto l’oro.
Dopo le medaglie, la delusione più scontata arriva dall’hockey: l’Italia torna a casa. Nei playoff l’ha eliminata la Svizzera (3-0) che avrebbe segnato più gol se non si fosse trovata di fronte Damian Clara, il gemello con i pattini di Gigio Donnarumma. Ha parato quasi tutto: 48 tiri su 51. A 21 anni il ragazzone di Brunico è stato scelto dalla squadra di Los Angeles, gli Anaheim Ducks di Nhl. È il primo italiano chiamato nel gotha dei pro americani. Usa e Canada corrono verso lo scontro stellare nella finale di domenica e a questo proposito c’è un’ipotesi che agita l’organizzazione: all’arena Santa Giulia potrebbe materializzarsi Donald Trump, tifosissimo dello sport più Maga d’America.
Oggi si gareggia per medaglie pesanti, forgiate dalla fatica di uomini e donne degli altopiani. Nella sprint a squadre del Fondo, Federico Pellegrino aspira al podio; nella staffetta femminile di biathlon, Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer vogliono imitarlo. Nello slalom speciale donne Lara Della Mea (quarta in gigante) può essere la sorpresa, mentre la notte dello short track promette ovazioni: Pietro Sighel per la vendetta, Arianna Fontana in staffetta per la leggenda.
C’è una gara che non vince nessuno: la caccia alle introvabili mascotte Milo e Tina, i peluche simbolo dei Giochi. I rifornimenti latitano, si comincia a parlare di mercato nero e di contraffazioni. È il consueto effetto collaterale cinese-partenopeo del fascino italiano.
- Il presidente del Coni, intervenuto ieri alla Triennale di Milano in occasione della presentazione del report Your Next Milano 2026, esalta il modello sportivo italiano dopo il record di medaglie superato a Milano-Cortina 2026. «Siamo condannati a vincere», dice Buonfiglio, rivendicando l’impatto economico, sociale e internazionale dei Giochi.
- Gli azzurri hanno eclissato i trionfi di Lillehammer, con ori in discipline prestigiose come lo sci alpino. Ma una fetta (statistica) dei meriti si deve anche all’allargamento della kermesse a gare «creative».
Lo speciale contiene due articoli.
Il record di Lillehammer è già alle spalle. Nel giro di poco più di una settimana l’Italia ha riscritto la propria storia olimpica, superando il primato di medaglie conquistato nel 1994 e trasformando Milano-Cortina 2026 in un palcoscenico tricolore. È su questa scia di successi che il presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, Luciano Buonfiglio, intervenuto ieri alla Triennale di Milano in occasione della presentazione del report Your Next Milano 2026, ha rivendicato dal palco il valore sistemico dello sport italiano.
«Sono 110.000 società sportive, ha un prodotto interno lordo dell’1,5%, e le aziende che si occupano di sport esportano 4 miliardi e 800 milioni di lire», ha ricordato, per sottolineare che lo sport «è un’attività che già di per sé produce attività economica». Non solo competizione, dunque, ma filiera produttiva, occupazione, indotto.
Per Buonfiglio, tuttavia, il punto è ancora più ampio: «Lo sport è un veicolo che può promuovere il turismo, sicuramente, con i grandi eventi. Può produrre miglioramento alla città che realizza impiantistica sportiva, può produrre innanzitutto benessere». E ancora: «Se fai una vita sana si vive meglio, si ricorre meno ai farmaci, si sta più in compagnia con gli altri, quindi un fattore sociale».
Alle Olimpiadi, ha spiegato, «tutti questi fattori sono alla massima potenza». Ha parlato di «sei località, una più bella dell’altra», citando Anterselva, Tesero, Livigno, Bormio, Milano e Cortina d'Ampezzo, come simboli di un’Olimpiade «diffusa» capace di portare «l’attenzione di 2 miliardi e 8, 3 miliardi di persone», mostrando «immagini stupende del nostro territorio».
Un risultato organizzativo che il presidente del Coni ha attribuito anche al «contributo determinante del governo e delle istituzioni locali», ringraziando «le regioni, il comune di Milano e il governo», perché «altrimenti non ci saremmo riusciti». «È stata una sfida fantastica e di questo ne siamo tutti orgogliosi». Ma, ha aggiunto, «tutto questo non avrebbe avuto la risonanza che ha se non avessimo vinto fino adesso». La chiave è la vittoria: «Si segue quello che è vincente e quindi noi continuiamo a dire che siamo condannati a vincere. Perché se non vinci non sei protagonista, se non sei protagonista non produci l’effetto trainante di un modello vincente».
Dopo i successi di Tokyo 2020 e di Parigi 2024, Buonfiglio vede nello slancio di Milano-Cortina la conferma di «un modello vincente», capace di reggere anche «alle Olimpiadi in casa nostra, dove è più difficile vincere per le pressioni che hai». Da qui l’orgoglio «delle nostre atlete, dei nostri atleti, degli staff tecnici, dei Presidenti federali, dei gruppi sportivi e militari, della preparazione olimpica del Coni», perché, ha concluso, «insieme si vince e siamo un bel esempio nel mondo».
Il record di medaglie resta super. Ma i nuovi sport hanno aiutato

Ansa
«La cinese mi ha preso a sportellate e mi girano…». Arianna Fontana è furente, la spallata di Gong Li nella finale di Short Track le impedisce un doppio sorpasso: quello che potrebbe portarla sul podio dei 1000 metri (finisce quarta, le medaglie di legno valgono solo per il camino e l’archivio) e soprattutto quello sullo schermidore Edoardo Mangiarotti che continua a resistere dalle foto seppiate, appaiato alla pattinatrice valtellinese a 13 medaglie totali. Da qui a domenica ci sono ancora due prove a disposizione della «cannibale» di Berbenno per diventare in solitudine l’atleta italiana più olimpionica di sempre, ma questa volta è andata male.
Se la statistica individuale è in stallo, quella collettiva celebra il trionfo del Team Italia che a metà Giochi ha stracciato il primato dei 20 metalli conquistati a Lillehammer in Norvegia nel 1994 ed è arrivato a 22. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, è giustamente orgoglioso: «Un risultato straordinario, un successo senza precedenti, lo sport può essere un esempio per tutte le altre attività in Italia. I successi sono sempre il frutto di lavoro e fatica». Per quanto lo riguarda anche della fortuna, visto che si è seduto sulla poltrona di Giovanni Malagò solo qualche mese fa e ha fatto appena in tempo a conoscere i nomi delle specialità olimpiche.
Che Buonfiglio stia ancora studiando lo dimostra una piccola gaffe «mattarelliana» compiuta nell’intervista al Corriere della Sera: «Siamo secondi nel medagliere dietro la Norvegia ma nessuno si è accorto che loro hanno vinto in quattro specialità e noi in nove», ha sottolineato. In realtà sono sette, bastava contarle. Calcoli alla mano, i trionfi rischiano di bruciare 4 milioni in premi (180.000 euro all’oro, 90.000 all’argento, 60.000 al bronzo); il presidente sorride e rassicura gli atleti: «Nessun problema, chiederemo un mutuo».
Sulla faccenda del record vale la pena fare un distinguo numerico: a Lillehammer le competizioni furono 61, a Milano-Cortina 116, quasi il doppio, determinate da necessità di genere (inclusione e squadre miste) e televisive. Scelte talvolta forzate, che nella seconda settimana ci portano verso gare originali se non estemporanee come il Bob singolo femminile e qualche acrobazia circense. Il calendario è fittissimo, mancano solo l’Inseguimento dell’orso polare e la Discesa su padella a coppie. Comunque le medaglie sono 22 e consola il fatto che il primato sia stato raggiunto nelle specialità più nobili: Sci alpino, Fondo, Biathlon, Pattinaggio, Slittino.
Mentre la squadra femminile di sci è stata meravigliosa (Federica Brignone nella leggenda è la punta di diamante) se fosse stato per i gigantisti e gli slalomisti saremmo rimasti a bocca asciutta. Nessun nipotino di Gustavo Thoeni, Piero Gros, Alberto Tomba. Nello Speciale di Bormio Max Vinatzer delude ancora una volta: subito a litigare con i paletti, fuori. Lo conferma lui stesso: «Nella mia specialità volevo una medaglia e non ce l’ho fatta. Sono uno dei perdenti di questi Giochi, ora devo fare un lavoro su me stesso per scrollarmi la pressione che mi attanaglia e diventare più bastardo». Il migliore degli azzurri (e l’unico a vedere il traguardo) è Tommaso Saccardi, 12°. Troppo poco.
Una delle gare regine è condizionata da nevicata e maltempo, ma nello sci è normale. Alla fine è un’ecatombe: esce di pista anche il favoritissimo brasiliano Luca Pinheiro-Braaten, già oro in Gigante. Vince lo svizzero Loic Meillard (quarto oro elvetico nella stessa olimpiade, mai successo) davanti all’austriaco Fabio Gstrein e al norvegese Henrik Kristoffersen. Con una coda malinconica: l’altro scandinavo Atle McGrath, in testa nella prima manche e con l’oro in tasca, inforca banalmente, lancia un urlo disperato, abbandona gli sci, si infila piangendo sotto le reti di protezione e va ad accasciarsi nel bosco sotto un albero. Ha il lutto al braccio, voleva quella medaglia per dedicarla al nonno recentemente scomparso. Un’immagine che la dice lunga sulle pressioni psicologiche che opprimono questi ragazzi nel giorno che vale una vita sportiva.
La giornata somiglia al meteo sullo Stelvio: grigia. Nel curling l’Italia è sconfitta dalla Cina 11-4 mentre una tempesta di neve a Livigno ritarda la finale notturna di Freestyle big air alla quale Flora Tabanelli si è qualificata da sesta e Maria Gassliter con il decimo punteggio. Sulla pista di Cortina intitolata al leggendario Eugenio Monti (protagonista di un docufilm dal titolo «Il rosso volante» in programma sulla Rai), è cominciata la sfida del Bob, in barba alle reiterate polemiche degli ambientalisti. Patrick Baumgartner e Robert Mircea hanno il compito di ben figurare contro gli squadroni tedesco e americano. Quando scende la sera, l’unica certezza è la partecipazione di Achille Lauro alla cerimonia di chiusura dei Giochi domenica all’Arena di Verona.
Oggi si rivede la nazionale di hockey su ghiaccio, che fin qui le ha perse tutte. Dopo le battaglie sfortunate con Svezia e Slovacchia è crollata contro la Finlandia (11-0) ma oggi ha l’opportunità di andare comunque avanti in un quarto di finale sempre elettrico contro la Svizzera. Il resto del programma è confortante, si potrebbe ricominciare a conquistare podi, con la staffetta del Biathlon e con gli inseguimenti a squadre maschile e femminile nel Pattinaggio, fin qui generoso di exploit. In attesa del ritorno in pista dei lady Fontana, domani in missione per conquistare la famosa medaglia dei record. Maledizione di Mangiarotti permettendo.
Milano-Cortina, San Valentino nero: gli azzurri floppano. Rimandata la caccia al record di medaglie
Lassù a Bormio il flop azzurro è Gigante, paradigma di un sabato nero. In attesa dell’urlo di Pietro Sighel nella notte dello Short Track (quando il giornale chiude, lui non ha ancora calzato i suoi pattini rossi) il medagliere è fermo a 18, ghiacciato come uno stoccafisso nell’ottavo giorno di Olimpiade. Sulla Stelvio nevica in alto, piove in basso e nel clima da tregenda gli italiani finiscono dispersi. A conferma che fra i pali quest’anno non è aria, Alex Vinatzer è 11º nella prima manche ed esce nella seconda mentre affronta il muro.
Durante la pausa aveva detto: «Quest’anno ho già fatto delle belle rimonte, bisogna tirare fuori tutto, vado all-in». Invece è out. Lo sguardo finisce su Giovanni Franzoni, cognome che finora ha significato salvezza. Niente da fare, il bresciano è sfinito (24º), l’argento nella Libera può bastare. «Sono esausto, non vedo l’ora di staccare un po’ a casa. Gli avversari erano più freschi, mi è uscita la spalla prima di partire, sono al limite. La mia priorità è la velocità, in gigante non mi sono allenato molto. Ho dato tutto e va bene, prima olimpiade positiva, mi darei 8,5».
Archiviata la pratica italiana rimane una gara storica, con la prima medaglia d’oro del Brasile sugli sci: la ghermisce come un’aquila reale Luca Pinheiro-Braaten, superfigo in tuta, con due manche da guerriero delle Alpi come Alberto Tomba, capace di tenersi dietro nella tormenta Marco Odermatt e l’altro svizzero Loic Meillard. Padre norvegese e madre brasiliana, Pinheiro-Braaten ha trascorso i suoi primi 25 anni di vita a fare la spola fra le due sponde dell’Atlantico: a Oslo quando i genitori erano insieme, a San Paolo dopo la separazione, di nuovo in Norvegia per gareggiare con la squadra più organizzata. Ma tre anni fa, per una questione legata agli sponsor, ecco la rottura con la federazione, la fuga in Brasile da mamma Alessandra, un anno per riorganizzarsi e l’invenzione della samba bianca. Bohèmien, casinista il giusto nelle notti di Coppa del Mondo (sei vittorie sempre fra i pali), Pinheiro-Braaten si percepisce manager etico di se stesso. E al traguardo, prima di mettersi l’oro al collo, ha pure il tempo per un messaggio gandhiano: «Spero che i brasiliani capiscano che la differenza è un superpotere. Non importa il background, il colore della pelle, da dove arrivi. Se credi fortemente nel tuo sogno, lo realizzi». Lo diceva già Ayrton Senna, ma va bene uguale. Facile ripeterlo per lui, che guadagna milioni dagli sponsor, può permettersi di pagare uno staff personale da paura, investe in immobili e ha preso casa a Milano: «Dell’Italia amo tutto, le montagne, il sistema di vita, questa città così creativa». Tomba lo chiama al telefono: «Sei il migliore, adesso ci credi?». Il brasiliano piange di gioia. Si scende da Bormio con l’illusione che quell’exploit sia anche un po’ nostro.
Un angelo vola, un angelo cade. È il Superman del pattinaggio artistico, lo statunitense Ilia Malinin (genitori uzbeki), presentato come un genio assoluto, l’oro più scontato (non perdeva dal 2023) con copertina su Sport Illustrated, l’imperatore del quadruplo Axel, un Rudolf Nureyev con le lame sotto i piedi. Morale: ottavo nella gara della vita dopo due cadute rovinose. Un incubo psicologico lo accompagnava da giorni, era obbligato a vincere ed è crollato. Se la testa non è fredda, lo Sport diventa una scimmia sulla schiena; ora il suo mental coach avrà di che lavorare. Mentre l’Italia di hockey subisce una dura lezione dalla Finlandia (11-0) e va a casa con tre sconfitte, contiamo le altre ferite di giornata. Solo dignitosa la staffetta femminile di Fondo (6ª), delude il Biathlon donne sprint dove Lisa Vittozzi non riesce a ripetere l’impresa di una settimana fa e arriva quinta mentre la leader più accreditata Dorothea Wierer scompare nelle retrovie dopo sequenze imbarazzanti al poligono. Oro alla norvegese Maren Kirkeide. Neppure sulla pista milanese di Pattinaggio velocità va meglio: nella 500 maschile Jeffrey Rosanelli sbiadisce al 17º posto nella gara dominata dal fuoriclasse statunitense Jordan Stolz (già oro nei 1000). Ci va male anche in allenamento: ieri la mascotte italiana, la napoletana di 16 anni Giada D’Antonio cade in slalom e si rompe un legamento crociato. Adieu.
È una giornata così, sarà il clima di San Valentino distrutto a colpi di insulti nel curling, dove gli svedesi sconfitti accusano due volte i canadesi di aver toccato la stone con una mano dopo il lancio. Il FairPlay va a farsi benedire e il Var non c’è. Allora ci pensa il capitano canadese Marc Kennedy a chiudere la polemica con un «Fuck you, la scopa puoi mettertela…» che ci costringe a ripensamenti sulla proverbiale compostezza anglosassone.
Oggi riparte la caccia al record delle 20 medaglie di Lillehammer. Per l’Italia tornano in pista i grossi calibri: Federica Brignone e Sofia Goggia (Gigante), Michela Moioli (Snowboard) e Francesca Lollobrigida (Pattinaggio), obiettivi preferiti dei fotografi. Ieri a Bormio non si capiva perché i paparazzi girassero attorno al gigantista argentino Tiziano Gravier, finito nelle retrovie. È il figlio dell’ex modella Valeria Mazza, cercavano tutti la mamma.





