Sul ponte sventola un foulard (di Hermès) bianco. Daniela Santanchè si è arresa dopo un giorno di pressioni da caccia F-16 in decollo e un anno di stillicidio più o meno sotterraneo di Giorgia Meloni, che a ogni avviso di garanzia ricevuto dal ministro del Turismo aveva un mancamento.
Il finale di partita è convulso, lascerà macerie, costituisce una sorpresa per chi osserva da fuori ma è la conseguenza di un rapporto logorato dai casi giudiziari. La sabbia aveva cominciato a scendere nella clessidra da molto tempo. Quando il premier disse a Silvio Berlusconi «io non sono ricattabile» intendeva far valere una credibilità assoluta sul fronte della magistratura, e la sconfitta al referendum l’ha indotta a fare piazza pulita.
Il dossier Santanchè era aperto da tempo. E lei è stata determinata, quasi stoica, ad andare avanti nonostante tre macigni: il processo per il presunto falso in bilancio addebitato a Visibilia; la presunta truffa all’Inps ai tempi del Covid, sempre legata alla sua società editoriale e congelata in attesa di una pronuncia della Corte di Cassazione; il concorso in bancarotta fraudolenta per tre company di Bioera-Ki Group, gruppo dell’alimentare biologico. Con la possibilità di una rapida chiusura indagini e di un rinvio a giudizio a fine aprile che riattizzerebbe l’incendio politico. Va aggiunto che, a ora, il certificato penale «è immacolato» (parole sue) come il foulard della resa.
Il ministro assediato non voleva essere sacrificato come capro espiatorio per l’insuccesso del referendum, una partita a lei quasi estranea, vissuta sotto traccia per ovvi motivi. Per questo ieri è stato un giorno difficile. Quando è andata a dormire martedì sera poteva contare sulla solidarietà del suo sostenitore principale, Ignazio La Russa, e di quella parte di Fratelli d’Italia contraria a concedere a magistrati con i canini affilati e partiti manettari il suo scalpo. Ma quando si è svegliata ieri mattina Santanchè si è accorta di essere rimasta sola. Lo ha capito dalla lettura dei giornali, da un paio di telefonate di sganciamento, dal silenzio del presidente del Senato (si era arreso pure lui). E dalla richiesta degli alleati, Antonio Tajani più di Matteo Salvini, di favorire il passo indietro.
A isolarla ancora di più c’era quella frase infelice («a dimettermi non ci penso proprio, vado al prossimo Consiglio dei ministri») buttata lì per istinto, che ha fatto imbufalire ancora di più il premier: tuoni e fulmini dall’Algeria. In mattinata non era ancora convinta di lasciare, mentre dall’opposizione cominciava il bombardamento a tappeto sul leit motiv «Se Meloni non controlla i suoi, non è credibile per il Paese». Da Fratelli d’Italia rivelano che a chi le faceva notare che Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi avevano mostrato sensibilità istituzionale, lei avrebbe risposto: «Io non ho alcuna sensibilità». Poi ha preso coscienza della realtà, di una mozione di sfiducia che avrebbe messo la maggioranza in grande imbarazzo, della settimana di stillicidio durante la quale l’intero governo avrebbe rischiato di traballare. E con l’esperienza di navigatrice che la contraddistingue ha deciso che non c’erano più margini. Game over.
Il gesto di Santanchè rende carta straccia la mozione di sfiducia della minoranza e costringe il premier a rientrare in anticipo da Algeri per salire al Quirinale. Meloni oggi ufficializzerà al presidente Sergio Mattarella l’uscita e svelerà il nome del nuovo ministro del Turismo. Si parla di tre profili in prima fila: Gianluca Caramanna, Giovanni Malagò, Lucio Malan. Il primo, parlamentare di Fratelli d’Italia e consigliere del ministro del Turismo dal 2022, conosce alla perfezione il settore e darebbe totale continuità di indirizzo a un’imponente macchina che in queste settimane è responsabile degli aiuti a tour operator e agenzie penalizzati dalla crisi del Golfo, con migliaia di disdette. Inoltre è punto di riferimento della campagna per rilanciare l’immagine di Sicilia, Sardegna e Calabria, le tre regioni devastate dal maltempo nei mesi scorsi e pronte a ripartire con la congiuntura favorevole che privilegia l’Italia rispetto ad aree (Mar Rosso, Golfo Persico, Emirati Arabi) praticamente vietate dalle operazioni belliche.
Malagò, soprannominato Megalò per la sua proverbiale autoreferenzialità, è un’istituzione bipartisan che da 35 anni naviga nelle acque dello sport italiano conoscendone ogni rotta. Ha due pregi: è ritenuto il vincitore delle Olimpiadi invernali italiane concluse da un mese ed è stimato personalmente da Giorgia Meloni. Ma ha due difetti: per i suoi plurimi trascorsi di vicinanza (da terrazza romana) con il centrosinistra verrebbe considerato un ministro tecnico. In più fatica a stare nella stessa stanza con Giancarlo Giorgetti, che in passato ha avuto con lui attriti e polemiche quando affiancò al Coni la società Sport e Salute. Infine, su Malagò potrebbe arrivare un siluro della Procura di Milano per ancora possibili azioni giudiziarie sulla Fondazione Milano-Cortina. Quanto a Malan, oggi prezioso capogruppo di Fdi al Senato, sarebbe una nomina di garanzia soprattutto politica senza rischi e senza voli pindarici.
Il ministero è in quota Fratelli d’Italia, di conseguenza è difficile che si esca dal seminato. Anche se nel limbo di queste ore, nelle terne dei papabili fa capolino un nome che piacerebbe parecchio alla Lega, quel Luca Zaia sulla sponda del fiume, in grado di rappresentare una novità spiazzante e di impatto. Un elemento di cortocircuito per uscire dalle secche. Peraltro la prima immagine di Open to Meraviglia fu piazza San Marco.
«Vogliamo portare a termine tutti i punti del programma». A Palazzo Chigi si ricomincia a pedalare. Il referendum non viene considerato solo un incidente di percorso, e il terremoto in via Arenula sta a dimostrarlo. Ma il centrodestra è convinto di poter tornare in sintonia con la maggioranza del Paese «solo lavorando».
A chiarire il punto è il sottosegretario alla presidenza, Giovanbattista Fazzolari, che presidia il palazzo del governo mentre Giorgia Meloni vola ad Algeri per l’operazione gas. L’urgenza dell’attualità aiuta l’esecutivo, mentre Fazzolari offre il perimetro politico dei prossimi mesi: «Si cercherà di portare a termine la legge elettorale. È compatibile anche con il modello di premierato che vogliamo ottenere».
Mentre su quest’ultimo dossier gli alleati non sono convinti (soprattutto la Lega), sembra che i pour parler con l’opposizione sulla legge elettorale - con consistente premio di maggioranza - rendano ottimista il centrodestra. In definitiva, il No che ha rilanciato il campo largo potrebbe paradossalmente favorire la nuova legge, poiché sia Elly Schlein sia Giuseppe Conte sono consapevoli che favorirebbe pure loro in caso di vittoria alle Politiche del 2027. Al contrario, lo scetticismo riguardo al premierato dipende dai tempi stretti e dalle possibili forche caudine di un altro referendum confermativo (si tocca la Costituzione) con il rischio di una nuova sconfitta demagogica.
Dopo le dimissioni spintanee volute da Lega e Forza Italia (e concesse da Fratelli d’Italia), la sinistra non avrà altro. Chiede la verifica di governo, ma non se ne parla. «Nessuno show inutile, siamo tutti d’accordo esattamente come prima», spiffera uno sherpa. La stampa mainstream spinge perché il premier salga dal presidente della Repubblica a fare il punto, ma neppure questo passaggio è nelle intenzioni di Meloni, proprio perché «non ci sono né crisi, né incrinature dentro la maggioranza». Quanto a ipotetiche dimissioni per andare a elezioni anticipate, la risposta è una risata. Anche gli uscieri sanno che il Quirinale non le consentirà e nessuno è intenzionato a mettere la testa dentro il cappio.
E allora? Allora si spinge su due fronti. Quello economico, con lo studio di una Manovra espansiva destinata ad accontentare aziende e cittadini («e l’Europa se ne farà una ragione», è il commento nell’entourage di Matteo Salvini) e una legge elettorale condivisa. La prima conferma arriva da Stefano Benigni (Forza Italia), che siede al tavolo della trattativa: «Si va avanti con la riforma elettorale. L’obiettivo è sempre lo stesso: dare stabilità al Paese. A maggior ragione i datori del referendum sono la conferma che serve cambiare il sistema di voto. Così chi vincerà le elezioni, che sia il centrodestra o il campo largo, avrà la possibilita di governare il Paese sulla base di un programma chiaro. La bozza di riforma, il cosiddetto Stabilicum, è stata depositata alla Camera due settimane fa. Ora si ricomincia, partiremo con le audizioni».
Il centrodestra pedala in salita con un rapporto corto, ma pedala. Anche se la botta referendaria è stata forte, anche se per la prima volta ha incrinato la fiducia meloniana, anche se non sarà smaltita tanto in fretta. Ci torna sopra il ministro Guido Crosetto con la sottolineatura che più preoccupa il governo: il ruolo del partito dei giudici. «La magistratura deve essere terza, sopra tutte le parti. Esserlo ed essere percepita come tale. L’ordine giudiziario non può e non deve essere a fianco di una parte politica o contro una parte politica, né diventare attore del confronto politico perché altrimenti viene meno le sua altissima funzione di equilibrio e i poteri delegati ai magistrati possono diventare uno strumento di altro che non ha a che fare con la giustizia».
La maggioranza teme che prosegua il muro contro muro soprattutto sulle politiche migratorie, con un ostruzionismo se possibile ancora più marcato. Crosetto guarda oltre l’orizzonte: «In questi mesi è stato totalmente sconfitto lo spirito dei Padri costituenti, che alla fine del fascismo avevano visto i drammi che l’odio e la contrapposizione ideologica possono generare. E facendo tesoro di quell’esperienza, seppero confrontarsi rispettandosi, ascoltandosi. Così è nata la Costituzione, senza guerre, senza odio, senza violenza verbale». Un clima impensabile oggi, mentre la guerra di logoramento continua.
Lo schiaffo fa male, la gastrite provoca fitte e c’è voglia di chiudersi nella stanza buia. Nessuna parte del corpo del centrodestra è immune dal dolore che percorre il sistema nervoso dalla testa ai piedi. Quella del No al referendum è la prima vera sberla dal settembre 2022 e non basta consolarsi con «ha vinto l’Italia manettara» (vero) o con «il partito dei magistrati esiste, si chiama Anm, e ha qualche milione di elettori» (verissimo).
Serve altro per consolare la coalizione di governo, battuta sulla riforma della giustizia in cui credeva, dopo averla portata in campagna elettorale, presentata con una legge e difesa con ottimi argomenti. Unico conforto sibillino: il referendum l’ha perso anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aveva promulgato la riforma Nordio considerandola aderente al dettato della Carta.
Nel momento della sintesi, quella più lucida arriva da Enrico Costa (Forza Italia), leader del Sì serio e documentato. «Sono dispiaciuto ma non sorpreso. Purtroppo i temi delle garanzie nella giustizia sono questioni poco popolari, alle quali è facile contrapporsi con la demagogia, come è regolarmente avvenuto. Noi abbiamo basato la campagna sul merito della riforma, mentre dall’altra parte abbiamo avuto una risposta poco legata alla sostanza e molto allarmistica sulla modifica della Costituzione». La forbice è meno ampia che in passato (53 a 47) ma nessuno si aggrappa ai vetri. E su un tema così decisivo per i cittadini fa impressione, prosegue Costa «vedere un’Italia divisa in due. L’esito del voto va rispettato, ma questo non significa smettere di credere nello sviluppo liberale e garantista, della giustizia».
Più che per il risultato in sé, nella maggioranza c’é preoccupazione perché è venuto meno il tocco magico di Giorgia Meloni. È la prima volta, e la bocciatura arriva anche in regioni governate dal centrodestra come Piemonte, Liguria e Lazio, mentre resiste il blocco nordista: Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia hanno detto Sì. Osservando i flussi, si nota che Fdi, Lega e Forza Italia hanno camminato compatte (rispettivamente 89%, 86%, 82%, con qualche defezione azzurra). Nelle grandi città contendibili (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova) - dove è più facile trasformare un referendum in un voto d’opinione politico e il radicalismo woke Ztl resiste - il centrodestra soffre come sempre. Significativo per la coalizione il dato sulle fasce d’età: a blindare la Costituzione da sinistra sono stati generazione Z e millennial, con solo il 39% di Sì, a dimostrazione che i social sono cloache facilmente condizionabili e l’effetto Meloni da Fedez, pur formidabile nei numeri (2 milioni di contatti), è stato quasi nullo nell’urna.
Dopo una rapida elaborazione del lutto è già tempo di guardare a domani. Il premier ha dato la linea: «C’è rammarico per non aver potuto modernizzare l’Italia ma rispettiamo la scelta degli elettori e andiamo avanti». In tempi non sospetti aveva ribadito che porterà a termine la legislatura, ma questa battuta d’arresto è destinata ad appesantire la volata verso le politiche del 2027. Meloni è consapevole che l’intangibilità fideistica della Costituzione, l’incertezza per i dossier bellici (Iran più di Ucraina) e il caso Delmastro non hanno aiutato, ma è determinata a ricompattare la squadra e a gestire il Paese con la grinta di sempre. In queste ore ha ottenuto la fiducia degli alleati Matteo Salvini da Budapest («Avanti compatti e determinati») e Antonio Tajani («Non cambia nulla, basta toni da guerra civile»), ma è innegabile che l’agenda cambia.
A Palazzo Chigi sono convinti che il rilancio passi dall’economia. E non significherà solo gestione oculata delle risorse nello stile di Giancarlo Giorgetti, ma investimento programmatico sui grandi temi come energia, capacità espansiva nel favorire la produzione, sollievo fiscale per aziende e cittadini. Insomma, una manovra finalmente generosa. La mission è ambiziosa e la congiuntura internazionale è maledettamente sfavorevole ma dai dossier economici può partire il rilancio in vista delle prossime elezioni. La vela liberal-conservatrice ha bisogno di vento fresco e una strambata per uscire dalle secche referendarie è necessaria.
Quanto ai sogni, tornano nel cassetto. Il primo progetto meloniano a essere accantonato è quello del premierato. Per due motivi: la tempistica stretta per i passaggi parlamentari del disegno di legge e il matematico snodo referendario. Poiché la riforma tocca la Costituzione, ci sarebbe il rischio altissimo di una nuova consultazione, di una nuova strumentalizzazione da «allarme democratico» e di un nuovo, rovinoso showdown. Meglio lasciar perdere. Anche la legge elettorale diventa pericolosa. Il centrodestra ha i numeri per farla passare e dare un consistente premio di maggioranza a chi vincerà le prossime politiche nel segno della stabilità, ma verrebbe accusato dalla sinistra e dalle mosche cocchiere di redazione di farlo «solo per blindare l’argenteria». E non troverebbe mai un consenso bipartisan.
Dai magistrati, che di fatto hanno vinto le loro prime elezioni da partito politico, la maggioranza si aspetta nuove e ancora più vendicative trappole. Efficienza, meritocrazia, terzietà sono parole destinate a essere bandite per decenni. Aprite l’ombrello, è tempo di vendette. Gira una battuta: «Voi giornalisti garantisti verrete spediti al confino nei centri in Albania. Ma non essendo clandestini non troverete un giudice che vi riporti indietro».





