A Venezia i fedeli di Maometto si lamentano per lo spot leghista sui bus contro la costruzione di un tempio islamico. La società concessionaria della pubblicità fa rimuovere i cartelloni: il messaggio non rispetta il codice etico aziendale. Il Carroccio fa ricorso.
Si può inneggiare ai No Tav, schierarsi per il No Trivelle e negare con tutte le forze la caccia e il nucleare. Ma se ti azzardi a scrivere «No moschea» su un cartello vieni bandito dal consesso civile. Accade a Venezia durante la campagna elettorale, con un oscurantismo a orologeria degno di Riad.
E a 455 anni dalla battaglia di Lepanto. Accade alla Lega, che in questa tornata amministrativa ha nel programma la contrarietà alla costruzione di un grande tempio islamico a Mestre; il terreno è stato acquistato dalla comunità bengalese e il rendering mostra il manufatto di 2.000 metri quadrati (più 6.000 di opere accessorie, costo totale dell’operazione 12 milioni), senza cupola e minareti per non dare troppo nell’occhio.
L’allarme è scattato egualmente per le implicazioni sociopolitiche, di identità religiosa e di sicurezza. La Lega si è schierata contro e ha messo il tema nella campagna elettorale (si vota il 24 e 25 maggio), ricordando agli elettori la sua scelta con apposita cartellonistica. Il «No moschea, vota Lega» è finito sui muri, negli spot delle tv locali e pure sulle fiancate degli autobus, luogo particolarmente ambìto per veicolare messaggi viaggianti. Ma qui è sorto l’inghippo: dopo qualche giorno la società Vela, responsabile del trasporto pubblico, ha rimosso gli slogan su indicazione della concessionaria pubblicitaria SD Gestione Servizi (sede a Roma) che ha colto un difetto sostanziale nello slogan: «Non rispetta il contratto e il codice etico dell’azienda. Le norme contrattuali non consentono la diffusione di messaggi religiosi».
La frenata è arrivata dopo le proteste di alcuni candidati di centrosinistra - il Pd ha messo in lista rappresentanti bengalesi per dragare voti - e soprattutto dopo l’intervento dell’Ucoii (Unione comunità islamiche in Italia) che ha presentato un esposto in Procura sottolineando appunto «la discriminazione religiosa» e ha chiesto la rimozione del messaggio. Operazione concretizzata immediatamente neanche fossimo a Teheran: i 70 banner sono stati tolti. I titolari degli spazi hanno fatto sapere: «Ci limitiamo a dare corso alla richiesta presentata dall’ente Vela e proponiamo la sostituzione con un soggetto diverso». Aggiungendo per rabbonire il Carroccio: «Gli eventuali costi aggiuntivi di stampa e nuova affissione saranno a carico del concessionario».
La faccenda sta creando roventi polemiche sia nel merito che nel metodo. Da una parte è singolare la pretesa dei rappresentanti islamici di decidere gli slogan pubblicitari altrui in campagna elettorale, identificando «No moschea» con «No Maometto» utilizzando una proprietà transitiva spicciola. Dall’altra fa specie lo zelo della società del trasporto pubblico veneziano che, alla prima brezza, è intervenuta a dare ragione all’Ucoii e a stracciare gli accordi con la Lega, probabilmente più sensibile alle ragioni sindacali di parte (rischi di sciopero Cgil e affini) che alla tutela di un contratto in essere.
Il bavaglio sulle fiancate dei bus è piaciuto zero al Carroccio. «Ovviamente non lo accettiamo, siamo pronti a presentare un ricorso d’urgenza al tribunale chiedendo che il servizio continui così com’era stato avviato». Il vicesindaco di Venezia, Sergio Vallotto (Lega), non ha intenzione di scendere a patti. «La rimozione della nostra pubblicità elettorale è grave e costituisce un precedente pericoloso. In questo modo si limita la libera espressione di un partito politico a meno di 30 giorni dalla tornata elettorale, evocando inesistenti questioni religiose rispetto a una chiara posizione politica contraria a una proposta urbanistica. Siamo di fronte al tentativo di impedire il libero confronto democratico su un tema che riguarda il futuro di Venezia. Chi sceglie di cedere a queste pressioni indebite non danneggia la Lega, danneggia la libertà di espressione e il diritto dei cittadini di essere informati».
Il braccio di ferro è in atto e la sostanza è in quel terreno, è in quel progetto. Ed è in quel cartello sul quale c’è già scritto «moschea» anche se manca un’autorizzazione decisiva: il cambio di destinazione d’uso dell’area da artigianale e turistica a «zona di attività e interesse collettivo» che dovrebbe comprendere anche un centinaio di parcheggi, un auditorium, una biblioteca, il doposcuola. Per ora esiste un preliminare d’acquisto. Nella polemica si inserisce un dettaglio singolare: a sostenere la moschea è Prince Howlader, esponente della comunità bengalese e tesserato di Fratelli d’Italia, escluso dalla corsa elettorale per non creare attrito proprio con gli alleati.
L’europarlamentare salviniana Anna Maria Cisint, ex sindaco di Monfalcone (che finora di moschee ne ha fatte chiudere tre), apre un nuovo fronte: «Ad ora non c’è un’intesa dello Stato italiano con le comunità musulmane. Chi vuole diventare ente religioso lo deve sottoscrivere. Senza poligamia, senza spose bambine. E poi da dove vengono quei fondi? L’Ucoii non presenta un bilancio dal 2020». In attesa di sviluppi, la Lega ha deciso di trasferire lo slogan su vele private che gireranno per Mestre con i manifesti «fuorilegge». Acqua alta in Laguna, e il Mose non può fermarla.
«Questa è una festa, dobbiamo ballare». Filippo Uttinacci detto Fulminacci avrebbe pure ragione ma con quella desinenza sospetta da Farinacci non se lo fila nessuno. Per due motivi: al rave da Rsa del 1º maggio la musica è un optional (sennò un vecchio arnese come Piero Pelù verrebbe utilizzato per accordare le chitarre), in più il cantautore romano non ha colto il tema dominante del Concertone, un originale e sfavillante Benito Mussolini. Ottantuno anni dopo il duce rimane l’unico collante, eterna ossessione della sinistra gruppettara riunita a san Giovanni in Laterano per contare le rughe e sentirsi ripetere vecchi slogan di un mondo fake tutto suo.
Ci sarebbero due guerre, la crisi economica, la violenza strisciante, le preoccupazioni delle famiglie. Ma occupazione, precariato e schiavitù di ritorno dei corrieri della pizza cominciano e finiscono nel titolo di testa: «Lavoro dignitoso». Poi, sventolata la doverosa coda di paglia, ecco stagliarsi il profilo di M declinato in tutte le salse anche senza Antonio Scurati nei paraggi. Il leader dei Litfiba la prende larga: «In fondo Mussolini è anche un morto sul lavoro, ma è un morto sanguinario e traditore». Poi è costretto a spiegare: «Con i suoi alleati sanguinari provocò una guerra con 80 milioni di morti (il numero è liquido come quello dei partecipanti alla kermesse, ndr). Fece anche qualcosa di buono? Di sicuro no, le leggi razziali».
Giusto ricordarle ai suoi fans dei centri sociali e dell’Anpi che una settimana fa hanno scacciato gli ebrei dai cortei del 25 aprile e hanno riaperto con orgoglio, da sinistra, la piaga dell’antisemitismo. Bisognerebbe approfondire ma Pelù segue il suo spartito mussoliniano: «Mentre scappava travestito da soldato tedesco fu scoperto dai partigiani e fucilato». Poiché la logica traballa e il popolo non balla, nella rivisitazione storica da terza elementare si inserisce Tomaso Montanari, l’Alessandro Barbero dei leonka, trasferito via Amazon dagli studios de La7 direttamente a Taranto, per l’altro concertone, che attualizza il tutto mostrando un collage con Giorgia Meloni e Benito.
«Fra loro c’è un lungo filo diretto, un lungo filo nero, si chiama fascismo. L’uno è la fonte d’ispirazione dell’altro. La storia ci insegna che quando il potere rappresenta se stesso mente sempre. Questo ritratto dobbiamo contestarlo, smontarlo, ne dobbiamo svelare la vera natura. Dobbiamo dire la verità su questo potere che si presenta bello, forte, cristiano, materno, italiano». Giovanni Donzelli (Fdi) liquida così il delirio senza neppure l’alibi dell’alcol: «È ossessionato, vede fascismo ovunque, se non rappresentasse un’istituzione accademica (la sfortunata Università di Pisa, ndr), ci sarebbe solo da ridere». Montanari non butta via niente: altro collage, altro premio. Le ultime banalità le riserva a Matteo Salvini: «Il volto pubblico del capo della Lega è una costruzione studiata, fatta di selfie a 32 denti, alternati a esibizioni di rosari, bagni di Nutella. Ma se lo guardiamo da vicino, ecco anche 400 fotografie che ritraggono altri corpi, quelli dei migranti respinti in mare».
Puro marketing per happy few, la prova generale delle feste de l’Unità che si perde fra gli sbadigli. Povero Concertone, è così moscio da far sentire la mancanza di Fedez. Non lo rianima Big Mama con il bacio gay, non Fra Quintale ricordandoci che «viviamo tempi bui», non Serena Brancale che omaggia il Che, non Madame che invita i giovani a divanarsi sempre più nel segno del reddito di cittadinanza («non sentitevi inutili se non siete produttivi»). C’è un sussulto con Geolier che ricorda i ragazzi «uccisi da un colpo di pistola». È il momento dell’eccitazione, mentre quello della depressione tocca ancora a Pelù, il nonno dei fiori, che teme il ritorno del nucleare e ricorda Chernobyl per ammonire il potere. Effettivamente senza energia elettrica si spegnerebbe anche il suo microfono, unico motivo per tifare il luddismo di ritorno.
Tutto procede secondo copione fra canne, lattine e slogan pro Pal, anche se qui il «dal fiume al mare» significa dal Tevere a Ostia lido. Viene voglia di fare un tuffo nella fontana di Trevi, ma sul palco si appalesa Levante con una curiosa maglietta: è pericolosamente nera però reca - con il font dei Metallica - il nome Mattarella. E allora anche noi borghesi insensibili capiamo tutto: da X Factor al Fattore M per approdare al Fattore Q. Come Quirinale. Per Re Sergio solo delikatessen da parte dei finti rivoluzionari da garage, con il refrain: «Servono persone oneste».
Qui un aggancio forte con la realtà ci sarebbe: perché il carissimo presidente ha dato la grazia a Nicole Minetti? Vogliamo chiederglielo dal palco con un ruggito? Niente. Tramontata la possibilità di intestare la faccenda a Carlo Nordio il tema si è inabissato. Quota periscopio, massima prudenza, silenzio assoluto. L’opposizione rockettara si fa melassa, diventa mosca cocchiera del potere più intoccabile. E recita il rosario preferito dal partito di riferimento che ascolta dalle finestre del Nazareno. «Questa è una festa, dobbiamo ballare». Ma stia zitto Fulminacci che continua a fare rima con Bombacci.
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Stiamo parlando della grazia concessa a Nicole Minetti e del delitto di Garlasco. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro.
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.





