Benvenuti nel Milanostan. Fra autoflagellazioni maschili, nenie di tradizione sciita e universo femminile con il burqa è andato in scena il rito pubblico dell’Ashura. Dove? Davanti alla Stazione Centrale di Teheran trasferita in piazza Duca d’Aosta, con il traffico di via Vittor Pisani bloccato per dare spazio al corteo musulmano che commemora il martirio dell’imam Hussein, nipote di Maometto, durante la battaglia di Karbala nel 680 dopo Cristo.
Scena folcloristica e pure educativa, visto che non più tardi di 20 giorni fa l’arcivescovo Mario Delpini decise di vietare la processione del Corpus Domini all’aperto, perché «in mezzo al traffico e ai turisti non ci sono le condizioni per vivere nel profondo la preghiera». Non sia mai che i simboli della cristianità possano turbare chi abbraccia altre fedi.
Una preoccupazione che non tocca gli organizzatori dell’evento islamico. Men che meno la moltitudine vestita di nero che scandisce slogan, sventola vessilli, innalza canti ed esibisce segnali di potenza. Una cerimonia religiosa che si trasforma in una prova di forza. Poiché i vuoti sono fatti per essere riempiti, il ritiro del millenario rito cattolico da strade e piazze lascia spazio all’altra grande religione monoteista proprio nel cuore dell’Occidente, proprio nella nazione che ospita il Papa. Così 2.000 musulmani mostrano con orgoglio i simboli della propria avanzata laddove la civiltà occidentale si ritrae, preda di una subalternità che sa di sconfittismo. Ed è singolare per il passante assistere a una scena intollerabile per la sensibilità italiana: l’isolamento delle donne in fondo al corteo, discoste dagli uomini, con niqab e mascherine e passeggini. A Palazzo Marino la chiamano integrazione.
Una realtà che nel Milanostan è diventata progetto politico (involontario, a conferma dell’inettitudine) implementato dalla giunta di sinistra. Il corteo dell’Ashura sarebbe l’apoteosi per il sindaco ayatollah Giuseppe Sala, stranamente assente dalla manifestazione. Forse perché in ritiro spirituale in vista del Gay pride di oggi, forse perché già sbilanciato verso la frescura del suo cottage di Sankt Moritz. Mentre in Danimarca, la premier socialista Mette Frederiksen ha proposto di ridurre la presenza di stranieri nei quartieri ad alto tasso di migranti («Basta ghetti, basta enclave, non ci devono essere dubbi che siamo in Danimarca»), a Milano, zona Stazione Centrale, accade il contrario e il peloso «grande abbraccio» a senso unico diventa realtà. Con le donne burqate e relegate in fondo, senza che le vestali del patriarcato tossico abbiano alcunché da ridire. Neppure quelle di Nonunadimeno e ActionAid che proprio in città, per l’8 marzo, avevano portato una mostra per denunciare le bassezze del maschilismo velenoso.
La contraddizione non è passata inosservata e la vicesegretaria della Lega, Silvia Sardone, ha sottolineato le «inaccettabili immagini delle donne velate, separate dagli uomini durante il corteo, all’interno di recinti e posizionate dietro un telo nero oltre un camion. L’ennesimo episodio di discriminazione che ormai è consuetudine in molte comunità musulmane. Il sindaco Sala non ha niente da dire davanti a queste immagini? Elly Schlein, Laura Boldrini e il Pd considerano queste scene un arricchimento culturale e un’integrazione positiva? Le femministe staranno in silenzio come al solito, pur di non affrontare il tema del patriarcato islamico?». A Sardone non è sfuggito il messaggio politico con la (neppure troppo strisciante) avanzata islamica nel nostro Paese. «Oltre all’oppressione femminile, colpiscono il numero dei presenti e l’islamismo sempre più evidente. Il rischio serio è che, in nome del politicamente corretto e di una finta integrazione, continueremo a nascondere e censurare i nostri simboli, la nostra cultura e la nostra identità per subìre tradizioni che non ci appartengono e sono inconciliabili con i nostri valori. A partire dalla libertà delle donne». Come profetizzava Oriana Fallaci, prove tecniche di Eurabia.
«È colpa dei questa destraccia vannaccia». La coscienza progressista è a posto. Per la polizia del karma il tremendo duplice omicidio di Pieve di Camaiore avrebbe già - per proprietà transitiva - un responsabile politico: «Il governo che fomenta un clima d’odio contro la galassia gay».
Niente di più scontato, niente di più falso, niente di più infantile. Ed è davvero triste dover assistere al frangersi dell’ondata di strumentalizzazioni mentre è ancora scolpita negli occhi di tutti l’immagine agghiacciante di un padre così devastato dalla frustrazione da imbracciare il fucile da caccia e trucidare a pallettoni la moglie e il figlio di 24 anni.
È ciò che è accaduto l’altroieri nella Toscana rurale e storicamente rossa, subito dietro lo sfavillio della Versilia, quando al culmine dell’ennesimo litigio il muratore Piero Moriconi (63 anni) ha distrutto le vite che più amava: quella di Kety Andreoni (52 anni) e di Mirko, il loro figlio unico, cameriere al Carpe Diem di Viareggio, descritto dai colleghi come «un ragazzo mite, allegro e un po’ sopra le righe». Mirko era omosessuale e aveva problemi di droga; il mix per il padre era diventato un cruccio fuori dal tempo, fuori dal mondo, fuori dalla società che oggi noi conosciamo.
Lo ha ammesso lo stesso pluriomicida davanti al pm: «Ero ansioso perché mio figlio era gay e non faceva altro che chiedere soldi. Aveva problemi di tossicodipendenza e di alcol. Era iperattivo e psichiatrico, ingestibile e violento. Chiedeva sempre soldi e noi eravamo costretti a nasconderli». Prima di salire sul tetto di casa ad aspettare i carabinieri aveva detto al cognato: «Mi sono liberato di loro». Follia pura, confermata da alcuni post premonitori di Mirko che sui social aveva scritto con amarezza: «È brutto considerare che tuo padre ti preferisca morto che gay». La madre lo aveva capito e lo aveva sempre difeso, la dinamica famigliare era complicata. E lui ancora postava: «Lei è la mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mamma ti voglio bene».
Parole che ricostruiscono un contesto di disperazione e di paura, non estraneo a famiglie provate nel duro compito di tenere insieme affetti, diritti, doveri e cocci di vita. Oggi tutto questo suona a testamento morale. Parole davanti alle quali ci dovremmo fermare nella pietà cristiana e nel silenzio rispettoso della dignità umana. Invece no, come allo sparo dello starter ecco la corsa affannata a trasformare una tragedia in un comizio da parte della sinistra arcobaleno avvinghiata al benaltrismo come l’edera. Omotransfobia, patriarcato tossico, richiesta di nuove leggi speciali e di disforia di genere à la carte. Il povero Mirko Moriconi issato a forza sul carro del gay pride e Kety già dimenticata. Perché il sacrificio salvifico di una madre, alle iene della politica non basta per difendere l’istituzione della famiglia.
La brutale gara è in corso. Alessandro Zan, responsabile dei Diritti (con quello che significa) del Pd: «Non si può ignorare il contesto che sta emergendo, che riporta all’omofobia che la destra non solo nega ma che alimenta nel Paese con continui discorsi d’odio». Ciascuno porta il proprio tizzone per far divampare l’incendio. Marilena Grassadonia (Sinistra Italiana): «Oggi nel nostro Paese le persone Lgbtqia+ muoiono per mano di chi decide di «sbarazzarsi di loro» anche sparandogli in faccia. Il ddl Zan prima, ora l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole e la carriera alias, perfino il divieto delle pratiche di conversione: c’è chi ha bollato qualsiasi misura che promuovesse i diritti transgender come inutile se non addirittura pericolosa». Natascia Maesi, presidente Arcigay: «Nel nostro ordinamento manca una legge sui crimini d’odio. Nella famiglia cresce la violenza, la famiglia resta un luogo non sicuro per gli omosessuali».
Nessun segno di pietà cristiana, nessuna delicatezza, contano solo fango e manipolazione. Il peggio arriva come sempre dai social, dove la corsa a criminalizzare un sistema sembra una gara olimpica. Mentre perfino vecchi giornalisti sportivi in pensione gridano «dagli al fascista omofobo», gli organizzatori di Milano Pride non perdono occasione per utilizzare la tragedia a scopo di marketing. «Questo gesto ha un nome preciso: si chiama omofobia, e l’omofobia uccide. Tutto ciò ci ricorda quanto sia fondamentale sostenere i Pride in modo compatto. È l’unico modo per stanare e smascherare la retorica della politica negazionista. Scendiamo in strada anche per loro: ci vediamo sabato 27 giugno al Milano Pride». Stanare, smascherare. Venghino signori, il luna park vi aspetta. Tutto così osceno.
Mentre due vite sono state spezzate e una terza dovrà confrontarsi per sempre con la propria follia («Quanto sangue in queste mani» Lady MacBeth) si sgomita per la prima fila e c’è chi chiede, come Maesi, una legge per il «gaycidio». Dimentica che il codice penale prevede già aggravanti precise per le discriminazioni di genere, in Italia come in tutte le altre democrazie occidentali. La pagina di attivisti «Genderation» arriva a stilare una lista di proscrizione: «Vannacci, Zelger, Adinolfi, Pillon, ProVita & Famiglia, siete complici». Scritto a caratteri cubitali, in rosso. Come fece Lotta Continua quella volta. Indicare il target: questo è il pericolo, il lato più disumano. Questo è l’odio di chi dipinge con l’arcobaleno i cuori.
Università di Firenze, dieci minuti di lezione in «urdu» a una dottoranda pachistana sull’elettromagnetismo. Crudeltà? No felicità. «Lei aveva le lacrime agli occhi perché sentiva parlare la lingua della sua mamma».
Nel raccontare l’aneddoto il professor Jacopo Parravicini si emoziona per avere toccato una delle corde più sacre e identitarie di una persona: la lingua madre. Lo ha fatto bypassando il piatto conformismo lessicale dell’inglese, lo ha fatto grazie all’Intelligenza artificiale in una delle sue applicazione più virtuose. È il dito che indica il futuro, è la rivoluzione gentile prospettata da due docenti per superare «uno scoglio che rischia di produrre un’internazionalizzazione cosmetica, dove l’inglese è l’etichetta per scalare i ranking ma compromette la formazione».
Jacopo Parravicini (fisico e ricercatore) e Marco Biffi (linguista e accademico della Crusca) adottano e vorrebbero ufficialmente implementare nell’ateneo fiorentino un metodo alternativo, geniale nella sua semplicità, a conferma che l’uovo di Colombo non è difficile farlo stare in piedi ma covarlo. Durante la lezione il prof parla in un microfono, l’IA traduce e lo studente collegato via app (costo 70 euro) ascolta tutto nella sua lingua, in meno di tre secondi e con le sfumature più sottili. Comprensione totale. Un salto di qualità che va a risolvere un problema poco pubblicizzato perché cardine del pensiero globalista: la fragilità dell’inglese planetario, la sciatteria indotta nell’imparare qualcosa (qualunque cosa) senza quelle meravigliose sfumature che solo la lingua dei padri, elaborata dalla storia e dalla cultura, sa restituire.
Oggi lo scenario è chiaro e quella della statistica è una sentenza. Secondo studi compiuti in Paesi ad alta competenza linguistica come Svezia e Olanda, i «non madrelingua» necessitano dal 51% al 91% del tempo in più per leggere e scrivere testi. In aula fanno il 40% in meno delle domande. E chi impara in lingua madre, nei test dà il 73% di risposte corrette in più rispetto a chi ha appreso l’inglese in corsi specializzati. Un abisso, quasi una discriminazione silenziosa accettata sull’altare dell’English medium instruction (Emi) che si adagia come zucchero a velo sulla fasulla narrazione del mondo senza differenze. Ora l’IA può rimettere le cose a posto passando al metodo Umnia, parola studiata dai due scienziati italiani, crasi di università e del termine latino omnia, tutte le cose.
«La Scienza moderna nasce con Galileo Galilei che scrive in italiano, eppure perfino a Firenze ci sono dieci corsi di laurea interamente in inglese», spiega Parravicini. «Oggi la lingua della Scienza è l’inglese, lo abbiamo accettato con fatalismo. Fra i docenti, anche chi ha una conoscenza molto buona, da un paio d’anni passa ogni frase attraverso l’IA per migliorare gli scritti. Noi pensiamo in un modo e ChatGpt o altri sistemi ci danno correzioni migliori, lo fanno anche francesi e tedeschi. A maggior ragione vale per gli studenti, questa applicazione può davvero migliorare il valore di ciò che si spiega e di ciò che si comprende. Bisogna uscire dall’automatismo pigro internazionale=inglese».
Vent’anni fa si è deciso per conformismo di sacrificare l’efficienza sull’altare dell’internazionalizzazione, creando quello che viene definito «carico cognitivo». Parravicini lo spiega con una metafora da trekking. «È come fare una corsa in salita con uno zaino pesante sulle spalle. Se ti alleni fortifichi i muscoli, ma per quanto ti alleni le tue performance saranno sempre inferiori a quelle di chi non ha lo zaino sulla schiena. Il carico non è azzerabile a livello cognitivo profondo, quello della lingua madre. E la fatica mentale sarà sempre superiore a quella di chi riceve nozioni, esempi, approfondimenti in lingua madre».
Gli stessi insegnanti sostengono che non basta esprimersi in una lingua straniera per migliorarla. Entra in scena il fenomeno della «fossilizzazione»; non si impara perché non serve sapere di più. Così il cambio di passo diventa mondiale. All’Università di Stanford, dove gli asiatici sono una moltitudine, si sono accorti che le lezioni di robotica di un professore texano in slang sarebbero poco comprensibili per uno studente di Boston, figuriamoci per un giapponese o un filippino. Così gli studenti già usano i sottotitoli sul parlato dei prof, adattando uno strumento inventato per i disabili.
Secondo Parravicini e Biffi è necessario uscire dal compromesso al ribasso, incamminarsi sul miglioramento in tutti i sensi. E non sono soli. Al Politecnico di Karlsruhe, uno dei migliori d’Europa (dove studiò Karl Benz, l’inventore dell’automobile), da anni trattano 50 lingue europee in tempo reale. Il laboratorio di Data science è diretto dal luminare Andreas Wagner, gli studi del quale sono ritenuti decisivi anche da papa Leone XIV, che ha dedicato agli sviluppi dell’IA parte dell’enciclica «Magnifica humanitas».
Per ora il progetto pilota fiorentino viene sviluppato in conferenze, seminari, sistema museale; poi dovrebbe essere allargato ad alcuni singoli corsi universitari. La rettrice dell’ateneo, l’ingegnere Alessandra Petrucci, ci crede. Altri, più impermeabili al cambiamento, no. A settembre è previsto un Congresso nazionale di Fisica per dare un perimetro giuridico all’Umnia. Rassicura Parravicini: «Non pensiamo di sostituire nulla, come una videoconferenza non sostituisce una telefonata. Vogliamo semplicemente allargare gli orizzonti con l’IA». E tornare a dare un senso alla meravigliosa complessità del mondo.




