«I tedeschi devono darsi una mossa». E giù fischi. « Non siamo stati capaci di modernizzarci, ora siamo alla resa dei conti». A questo punto i boati e i lazzi con pollice verso travolgono il palchetto sul quale Friedrich Merz sta spiegando i componenti della medicina amara per far uscire la Germania dalla crisi sistemica in atto.
Davanti a lui, a Berlino, i 400 delegati sindacali fremono, contestano e rimandano al mittente la ricetta; nessuna voglia di lacrime e sangue dopo 30 anni di benessere diffuso. La scena mai vista prima nella storia è il fulcro dello speech del cancelliere al congresso della Federazione dei Sindacati (Dgb) e segna due punti critici: il no alle riforme e il crollo della popolarità dopo solo un anno di governo.
«Aumentare la produttività, diminuire l’assenteismo, riformare la Sanità pubblica, tagliare le pensioni». Lo scenario molto italiano (do you remember la stagione Mario Monti?) fa sanguinare le orecchie di chi ascolta. Ma la verità di Merz non può aspettare oltre. «Abbiamo fallito nel modernizzare il nostro Paese, adesso ne paghiamo le conseguenze. La sfida più difficile sarà la riforma del sistema pensionistico obbligatorio. La commissione di esperti incaricata presenterà le sue proposte fra qualche settimana, le decisioni arriveranno in estate. Un lavoratore non può sostenere il costo di due pensionati. Nulla di tutto ciò è dovuto a cattiveria da parte mia o del governo federale, si tratta semplicemente di demografia e matematica. I problemi strutturali rimandati per anni si sono aggravati».
In una tumultuosa mattina di maggio la Germania scende definitivamente dal piedistallo. E scopre che le otto ore giornaliere di lavoro sono poche (la proposta è di arrivare a 12 con compensazioni settimanali), che la leggendaria produttività è crollata a livelli mediterranei. E che, come sottolinea un Merz sempre più in imbarazzo, «gli alti costi e la burocrazia stanno danneggiando le imprese mettendo a rischio i posti di lavoro e la prosperità delle generazioni future». Per i rappresentanti dei lavoratori è uno shock senza precedenti. Da sempre favorevoli alle riforme nei convegni, nei Paesi ad alto tasso di sviluppo i sindacati di ogni latitudine sono i garanti dell’immobilismo, del corporativismo, del privilegio. Così, dopo avere dormito sugli allori, fischiano, urlano e andranno in piazza.
Dopo due anni di recessione, gli indicatori hanno fatto segnare una crescita troppo flebile per essere rassicurante. E la prima conseguenza del giro di vite annunciato a Berlino è il crollo dei consensi. L’ultimo sondaggio Forsa, pubblicato dalla Bild, è una sentenza: dopo soli 12 mesi di governo la coalizione annaspa, con i conservatori di Cdu-Csu al 22% e i socialisti di Spd (responsabili del ballo sul Titanic) al 12%. Tutto ciò mentre Alternative für Deutschland vola al 27%. A livello personale Merz è al 13%. Commento dei sondaggisti: «Ci sono stati picchi negativi anche per i cancellieri precedenti, ma che qualcuno scendesse sotto il 15% non si era mai visto. I partiti di governo hanno perso un terzo della loro già risicata sostanza, un altro dato mai visto».
Sembra uno scherzo della nemesi. Qualche giorno fa il cancelliere, che a differenza di molti suoi colleghi ha il pregio di dire ciò che pensa (più o meno come Giancarlo Giorgetti), ha dichiarato con aria depressa: «Mi capita di svegliarmi la mattina e chiedermi se questo non sia solo un brutto sogno». La locomotiva si è fermata su un binario morto per quattro motivi sotto gli occhi di tutti, che riguardano anche la geopolitica internazionale.
Ecco i pilastri della prosperità che oggi vacillano. 1) La sovranità energetica è un ricordo, il gas russo a basso costo non c’è più e l’attentato angloamericano al Nordstream 2 (con manovalanza ucraina) ha dato il colpo di grazia; 2) l’ombrello militare americano sta sparendo per via del disimpegno di Donald Trump e gli investimenti sono concentrati sulla difesa (1.000 miliardi); 3) la potenza esclusivamente economica mostra la corda per il crollo delle esportazioni e dell’automotive; 4) la supremazia politica nei confronti dell’Unione europea con diktat di indirizzo (regole draconiane per gli altri, solo sviluppo per Berlino) è diventata un boomerang. A tal punto che il Bundestag ha dovuto sconfessare l’amato Patto di stabilità e iniziare la stagione del debito, sconfessando le strategie di Angela Merkel e del falco Wolfgang Schauble.
Gli errori a ripetizione sul Green deal alla base del suicidio energetico (rinnovabili) e di quello industriale (auto elettriche) hanno fatto il resto. Con l’ottusa complicità di Ursula von del Leyen, peraltro teleguidata da Berlino mentre si gettava dal balcone. Come va ripetendo da anni Alberto Bagnai, «i tedeschi non tornano indietro solo per non ammettere di avere sbagliato, esattamente come 85 anni fa». Questa volta hanno tagliato il ramo sul quale erano seduti. E le bordate di fischi dei sindacati a Merz hanno il rumore di un tonfo.
- Con due articoli speculari, Polito e la De Gregorio puntano il dito contro gli appassionati di cronaca nera: «Sono populisti». Peccato che i due quotidiani siano pieni di aggiornamenti sul caso Poggi. E che i primi a ridurre l’informazione a tifo siano loro.
- I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono ricordi diversi sulla vittima e sul suo rapporto con Alberto Stasi. Per la cugina Paola, il legame non era così forte e Alberto trovò subito un’altra ragazza, Stefania nega.
Lo speciale contiene due articoli.
Basta uno starnuto e il popolo diventa popolino. Basta che il Giornalista Collettivo lo decida e quell’armata «saggia e consapevole» che bocciò la riforma della magistratura al referendum in nome della Costituzione, si trasforma in un’accozzaglia di minus habens divanati e affamati di colpi di scena sul delitto di Garlasco. È la teoria stereo del Corriere della Sera e di Repubblica, che ieri hanno dedicato alla curiosa mutazione antropologica (criticandola aspramente) riflessioni da saggio breve, affidate a grossi calibri come Antonio Polito e Concita De Gregorio. E annegate - da settimane, con granitica coerenza - dentro l’oceano di indiscrezioni, retroscena, supposizioni, gossip, interviste, grafici, presunti appunti, fotomontaggi, big data, da pagina due a pagina sei dei loro autorevoli quotidiani.
Le due testate leader nel pretendere di plasmare la coscienza critica del cittadino italiano sono fortemente preoccupate. «L’ossessione per il true crime è il male oscuro del populismo. Ma c’è forse qualcosa di nuovo nella straordinaria partecipazione di massa ai processi mediatici cui stiamo assistendo negli ultimi tempi, che somiglia sempre più a un’ossessione nazionale in grado perfino di oscurare l’interesse popolare per ben più gravi vicende (le guerre per esempio)», scrive il Corriere, incline all’analisi sociologica. Per Repubblica il problema è perfino più grave: «Da sempre spostare il conflitto sul piano individuale è funzionale a distogliere dal malessere collettivo». E quale sarebbe? «L’allontanamento dalla realtà, dalla passione civile; la distrazione dai danni e dalle omissioni di chi governa le cose, dai problemi reali». Come se Andrea Sempio avesse affondato la Flotilla. Come se a nascondere le prove nei 19 anni di scempio giudiziario fosse stata Giorgia Meloni. Ecco l’assassina, fatele la prova del Dna.
Noi del ceto medio poco riflessivo (che ai doppi falli di Garlasco preferiamo gli aces di Yannik Sinner) avremmo una domanda preliminare: ma invece di sdottoreggiare con punte di lirismo che neanche Eugenio Montale, non era più semplice entrare in riunione e far valere l’understatement con la direzione e l’ufficio centrale? Se nelle vostre homepage campeggiano almeno sei titoli al giorno su Garlasco; se il vostro core business quotidiano è «il video della ricostruzione in 3D del delitto con l’avatar di Andrea Sempio», che volete dal popolino? Lasciatelo in pace e parlatevi. Corriere e Repubblica sono due network di riferimento nello stilare il menù informativo, nel decidere la scaletta, nell’influenzare il dibattito. Sia chiaro, tutto questo è un valore. Ma il corto circuito ha qualcosa di grottesco: da una parte si spinge all’inverosimile la merce, dall’altra si alza il ditino dell’elitaria insofferenza contro la merce sorseggiando Sassicaia. Snobismo in purezza mentre riecheggia la metafora di Stefano Ricucci al tempo dei furbetti del quartierino: fare i froci con il c… degli altri.
Oltre a evidenziare la contraddizione, gli editoriali paralleli suscitano un paio di pensieri sparsi. Da sempre il trittico «soldi, sangue, sesso» ha innervato le pagine dei giornali, non solo italiani. Dalla strage di Erba al delitto Yara, da Cogne ad Avetrana passando per Novi Ligure, il mistero ha sempre avuto un posto in prima fila. Indro Montanelli ripeteva spesso una frase di Ugo Ojetti: «Per fare un buon giornale servono un editoriale contro il governo, un po’ di sangue sparso e i risultati delle partite di calcio». E il moltiplicatore social, quell’enorme bar di Guerre Stellari che tutto appiattisce, è una conseguenza non certo una causa.
Sottolinea Polito: «Ci troviamo davanti a un populismo digitale senza precedenti. Tutto molto divertente per chi guarda, ma sicuramente devastante per chi ne è vittima e deve aggiungere, alla paura, la gogna». Ha ragione. Con un dettaglio: la responsabilità del processo mediatico permanente non è di chi lo guarda girando il ragù e buttando lì un like per noia. Ma di chi ne ha fatto un totem nella stagione di Tangentopoli e in 30 anni non ha mai cambiato spartito. Garlasco non è che la nemesi. E ci ricorda ogni giorno, ogni ora, lo sfacelo di un sistema giudiziario tenuto in piedi dalla santa alleanza fra procure e redazioni, dove le prime dettano gli spartiti e le seconde suonano il trombone.
Seconda riflessione. Troppo comodo applaudire il popolo quando va in piazza o si fa turlupinare dai luoghi comuni («Pace o condizionatori», «Chi non si vaccina si ammala e muore» «Arriva l’helicopter money») per poi derubricarlo a feccia populista quando si appassiona ad altro. Privato della sovranità costituzionale sui grandi temi (sui soldi decide la Bce, sulle riforme l’Europa e i giudici, sulla salute Big Pharma) l’uomo della strada si sente più vicino a un caso di cronaca andato a male (diceva Lev Tolstoj: «Parla del tuo villaggio e parlerai del mondo») piuttosto che al patto di stabilità o al patriarcato tossico. Sicuri che abbia torto? E comunque versatevi un altro calice di Brunello. Dopo Garlasco è in arrivo un nuovo psicodramma collettivo: l’hantavirus. Lo gridano con la sirena i vostri giornali.
Le contraddizioni delle due Cappa: «Chiara era innamorata. Anzi no»
Tra soliloqui di Andrea Sempio, ricostruzioni 3D, impronta 33 e possibile revisione per Alberto Stasi, nel nuovo fascicolo su Garlasco colpisce anche il contrasto tra Paola e Stefania Cappa, cugine di Chiara Poggi. I verbali del 5 maggio 2026 restituiscono due immagini diverse della vittima e dell’andamento del rapporto con Stasi.
Paola racconta che Chiara le avrebbe confidato di non aver avuto intimità con Stasi a Londra: «Questa cosa a mio modo di vedere mi era suonata un po’ strana». Ridimensiona però le vecchie ipotesi sulle «avance respinte»: erano una congettura «molto casuale». E introduce la presunta nuova fidanzata di Stasi: dice di ricordarlo al funerale con Serena S., avendo la sensazione che dal giorno dopo fosse già legato a lei.
Poi sostiene: «Non glielo ho mai sentito dire che fosse innamorata. Diceva che erano fidanzati e stavano bene». Stefania, invece, è netta: «Chiara era innamorata di Alberto». Racconta che la cugina le parlò dei video intimi con Stasi «in maniera molto serena e semplice», senza farle capire di averli fatti controvoglia.
Il nodo diventa la stanza di Chiara. Marco Poggi, sentito nel 2026, spiega che il computer di famiglia era lì e che lui lo usava. Davanti al video di Sempio a scuola trovato sul desktop, dice di essere «caduto dalle nuvole» e ipotizza che Andrea avesse portato un cd per mostrargli «le bravate di scuola». C’è poi la questione dei video intimi trovati su quel computer. Stasi, nel verbale del 20 maggio 2025, conferma che i filmati erano stati girati con la sua fotocamera e inviati a Chiara, tenuti poi su supporti esterni a suo «uso esclusivo». Marco, però, gli chiese prima del fermo se esistessero video sessuali. E quando i pm gli domandano se Sempio potesse averne uno, Marco ipotizza che abbia preso «una penna usb che c’era in camera di Chiara».
La relazione di Paolo Dal Checco aggiunge che il 5 maggio 2007 viene creato sul pc di Chiara «albert.zip», archivio di circa 1 gigabyte; cinque minuti dopo viene impostata una password per l’utente Chiara. L’1 luglio 2007, «1° Maggio.mpg» entra nell’archivio, ormai protetto. Anche fuori dal computer, Chiara appare più vigile: dopo un allarme, secondo Stefania, corse in strada e «non si era calmata subito». Stasi ricorda «cenere» in casa, pur precisando: «Né io né Chiara fumavamo».
Resta poi l’orario: le 9.30. Quattro giorni dopo l’omicidio, in caserma, Stasi ipotizza: «Qualcuno è entrato e lei si è spaventata». Stefania replica: «Ma alle 9.30?». Lui: «Non lo so a che ora». Una frase oggi rilevante, perché l’orario centrale diventerà poi 9.12-9.35. E in altre conversazioni torna l’avvertimento: «Se Chiara è morta alle 9.30-10, ci siete dentro voi altri!».
È il 12 febbraio 2008. Maria Rosa, madre delle gemelle, parla al telefono con la sorella Carla dopo i colloqui con la pm Rosa Muscio, all’epoca titolare dell’inchiesta. E riaffiora quel riferimento temporale: le 9.30. Ma è soprattutto nelle nuove carte della Procura di Pavia che quell’orario diventa il punto attorno a cui ruota la ricostruzione investigativa. Gli inquirenti riportano infatti uno dei soliloqui di Sempio (dell’8 febbraio 2017): «È successo qualcosa quel giorno (inc) era sempre lì a casa (inc) io non so se lei ha detto che lavorava (inc) però cazzo, oh (inc) alle nove e mezza (09.30) a casa… (inc)». Secondo i magistrati, «l’indagato sembra riferirsi all’orario in cui si sarebbe presentato a casa della vittima il giorno dell’omicidio». La Procura, basandosi anche sulla consulenza medico-legale di Cristina Cattaneo, ritiene infatti certo che Chiara abbia disattivato l’allarme della villetta alle 9.12. E aggiunge che, «per semplice somma di orari», essendo trascorsa «al minimo mezz’ora fra l’inizio della digestione» della colazione e la morte, «alle 9.45 Chiara Poggi era viva». Da qui un’altra conclusione investigativa destinata a cambiare il quadro del caso. Per gli inquirenti appare «del tutto irragionevole che possa essere stata uccisa da chi alle 9.35 era a casa propria davanti al proprio computer», cioè Stasi, distante «1,7 chilometri dalla vittima». Diversa, invece, la posizione di Sempio. Per la Procura, quella registrazione ambientale collocherebbe il nuovo indagato all’interno dell’abitazione di via Pascoli intorno alle 9.30. Poi, alle 9.58, secondo i tabulati telefonici, avrebbe chiamato l’amico Mattia Capra. Sempre secondo la consulenza medico-legale, la fase della colluttazione e dell’aggressione sarebbe durata tra i 15 e i 20 minuti. La frase intercettata è delle 17.43. Poche ore dopo che Sempio ha ricevuto la prima notifica per l’invito a comparire nell’indagine aperta nel 2017 e poi archiviata. Ed è proprio attorno alle vecchie indagini che sembrano aprirsi nuovi fronti investigativi. Gennaro Cassese, oggi colonnello dei carabinieri in pensione e all’epoca comandante della compagnia di Vigevano con il grado di capitano, sostiene di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia, pur non escludendo l’iscrizione nel registro degli indagati per false informazioni ai pm. A Cassese verrebbe contestato di non aver riferito ai magistrati del malore accusato da Sempio durante l’interrogatorio del 4 ottobre 2008, quello dello scontrino del parcheggio di Vigevano. «È vero, di quell’ambulanza non mi ricordo. Sono passati 18 anni. Ma nessuno può mettere in discussione la massima serietà con la quale ho sempre operato, nel rispetto delle istituzioni». Poi aggiunge: «Io non cambierei nulla di quell’interrogatorio. L’unica cosa che farei è inserire l’orario della sospensione, perché quello andava messo».
Lo scontrino del parcheggio, l’alibi di Sempio, resta al centro della vicenda. L’avvocato Liborio Cataliotti invita alla calma: «Già una delle sorelle Cappa parla delle 9.30 come l’orario dell’omicidio». E precisa: «Nel fascicolo non si dice che lo scontrino è falso». Sull’intercettazione tra Giuseppe Sempio e la moglie, Cataliotti richiama la trascrizione: «Lo scontrino l’hai fatto tu (sospiro) dice lui, cioè il testimone. Questa è testualmente la trascrizione».
Il legale ricorda poi che il vigile del fuoco indicato come possibile elemento critico sull’alibi afferma di «incontrare la signora in altro luogo», che «non è mai successo di incontrarla a Vigevano» e che gli incontri «erano preceduti da telefonate». Aggiunge che «è stato provato» che quel giorno il testimone «era in servizio». Da qui la sua valutazione: «Gli inquirenti sono costretti a ipotizzare che lei sia andata a Vigevano per controllare l’effettiva presenza del testimone in caserma».
«Wagner veniva finanziato da Hitler». C’è un’installazione itinerante alla Biennale di Venezia, forse la più originale e disturbante di un’edizione già di per sé scossa, profanata, perfino valorizzata da polemiche culturali e politiche che la stanno trasformando in uno sgargiante happening social.
L’installazione artistica è Mirella Serri in persona, docente, scrittrice, studiosa del Novecento, progressista d’elezione (ça va sans dire) che percorre come una madonna pellegrina i talk show televisivi intervenendo con eloquio e fantasia senza confini. Mercoledì scorso a L’Aria che tira (La7), con l’intento di dimostrare che la tesi del presidente Pietrangelo Buttafuoco sulla libertà dell’arte sarebbe un obbrobrio, ha tuonato in studio: «Ma quando mai? Wagner appoggiava il nazismo e veniva finanziato da Hitler».
Forse si riferiva a Gustav Wagner, vicecomandante del lager di Sobibor e soprannominato «la bestia». O ad Adolf Wagner, gauleiter di Monaco e ministro degli Interni della Baviera a quel tempo. Ma è improbabile, sia perché costoro di artistico non avevano nulla, sia perché il tono di voce dell’affermazione sottintendeva personaggi di ben altro lignaggio, gente da sinfonia o almeno da ouverture.
Allora l’obiettivo di Serri era proprio Richard, il gigante della musica, che per proprietà transitiva avrebbe fatto outing in camicia bruna e si sarebbe fatto comprare per finanziare, chissà, il Parsifal. Vuoi vedere che L’oro del Reno era in Reichsmark?
La tesi suggestiva dell’immaginifica ex docente de La Sapienza pone un problemino da terza elementare peraltro risolvibile googlando su Wikipedia: Richard Wagner e le sue oniriche basette erano stati seppelliti a Bayreuth nel 1883, 50 anni (non 50 minuti) prima dell’ascesa al potere del nazismo, sei anni prima della nascita dell’aspirante pittore che - dopo essere stato per due volte bocciato all’Accademia d’arte di Vienna perché disegnava figure scadenti - incendiò il secolo breve. Peraltro quel Wagner morì proprio a Venezia, a Cà Vendramin Calergi, dopo aver eletto la città come buen retiro creativo, trovando ispirazione per il secondo atto del Tristano e Isotta. Celebri le sue passeggiate fra le calli ottocentesche con la moglie Cosima e Franz Liszt.
Poco prima della squassante gaffe, Mirella Serri aveva dottamente spiegato che «questa destra è spaccata in correnti, il ministro Alessandro Giuli è evoliano mentre Buttafuoco ha posizioni diverse e si è convertito all’islam». E poi per contrapposizione: «Altra cosa era Renato Guttuso, che dipingeva i politici di governo con facce da maiale. L’arte è dissenso, è contrasto, è opposizione». Per concludere con gli ottoni spiegati: «La destra è sempre la destra e non sa gestire la cultura». E meno male che l’egemomia culturale rimane solidamente imbullonata a sinistra. Dove Wagner viene ancora confuso dopo un secolo e mezzo con la leggenda dei Tiger lanciati verso la piana ucraina di Kursk (per una delle ultime battaglie di carri armati della Storia) sulla colonna sonora della Cavalcata delle Valkirie, manco fosse un prequel di Apocalypse Now.
Forse spiazzati dall’autogol (di solito quelli clamorosi sorprendono sia attaccanti, sia difensori) o forse convinti che la scrittrice studiosa degli anni 30 e del fascismo avesse confuso Wagner con la Brigata Wagner, David Parenzo e gli altri ospiti hanno lasciato correre. Nessuno, nei 36 minuti di trasmissione successivi allo sfondone, ha eccepito. È la forza evocativa della Biennale, è la potenza dell’arte astratta. Con una conseguenza: la clip serriana è diventata virale e ha superato in tromba gli altri exploit della signora, distintasi in passato per l’indignazione a senso unico contro la cultura Maga («È nazionalista, razzista e Giorgia Meloni ha un forte legame con quella realtà trumpiana»), per «I muscoli pacifisti di Salvini», per «il clima di grande ristrettezza dei confini alla libertà di espressione».
Una ristrettezza tale che consente di spostare di mezzo secolo la morte di un musicista per sostenere una tesi a comando. È il bello della diretta e alla fine è un peccato. Perché nella sua corposa produzione saggistica dentro il lungo fiume navigabile del conformismo politicamente corretto, Serri si era guadagnata anche un paio di medaglie.
La prima con Bambini in fuga sui giovani ebrei braccati dai nazisti e dai fondamentalisti islamici, accomunati senza timore di ritorsioni in keffiah La seconda con il coraggioso: Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza, che aveva fatto tremare la cupola degli intoccabili, visto che illuminava (sulla scia dell’operazione-verità di Giampaolo Pansa) l’oscura vicenda dell’oro di Dongo razziato dai vincitori con una lunga scia di sangue.
Wagner finanziato da Hitler, ce ne faremo una ragione. Per fortuna l’egemonia culturale è in buone mani e la nuova icona della sinistra tv può dormire tranquilla. Da allora è in silenzio. Sta verificando.





