Maxi multa dell’istituto di statistica alla società che deve raccogliere le informazioni: una sua rilevatrice avrebbe falsificato i questionari. Così è passato il concetto che il «patriarcato» sia un costume italiano.
«Se torturi i dati abbastanza a lungo confesseranno ogni cosa». La citazione di Ronald Coase, vecchio premio Nobel per l’Economia, rimane un baluardo contro la pretesa infallibilità del «data journalism», totem fideistico già messo a dura prova da certi deliri durante la pandemia, determinati da committenti interessati (case farmaceutiche), forzature sociologiche, condizionamento delle masse. Ma non avremmo mai immaginato di doverla aggiornare aggiungendo un quarto elemento di diffidenza: la falsificazione dei dati.
È ciò che è accaduto all’Istat, che ha inflitto una maxi multa alla società Csa research perché una o più ricercatrici avrebbero inventato le risposte ai questionari sui femminicidi in Italia.
La faccenda sarebbe grottesca se non fosse seria: le irregolarità sono state verificate e hanno indotto l’Istituto nazionale di statistica a sanzionare una delle agenzie che hanno in appalto le rilevazioni. Per la cronaca, Csa ha presentato controdeduzioni che non hanno convinto l’Istat e la multa è stata confermata. Lo ha rivelato Fanpage, che ha sottolineato come a fine 2025 sono stati pubblicati solo dati parziali, riguardanti la violenza di genere sulle donne italiane, risultato di questionari telefonici. Mancavano quelli relativi alle straniere, per lo più immigrate. Un approfondimento obiettivamente più complicato perché necessitava di interviste in presenza, con appuntamenti e riscontri. «Parte di queste interviste sarebbero state inventate. Almeno una rilevatrice avrebbe finto di recarsi a casa di quelle donne, compilando lei stessa le risposte alle domande». Si tratta di più questionari, con il rischio di falsare il campione.
Tutto ciò non cancella il problema ma ne definisce il perimetro e l’attendibilità, gettando un’ombra anche sul prestigio dell’Istat, che ogni anno (esattamente da un secolo, fu fondato nel 1926) fotografa lo stato di salute del nostro Paese attraverso un reticolo di informazioni dettagliate sulla società italiana per cogliere e interpretare i cambiamenti nella vita quotidiana, nell’economia, negli orizzonti sociali dentro un mondo in continua evoluzione. Spesso il monitoraggio è stato utile per pianificare investimenti, per orientare scelte politiche. E anche per condizionare decisioni strategiche mai del tutto metabolizzate, come la negazione dell’inflazione galoppante quando uscimmo dalla lira per entrare nell’euro. Era un convincimento granitico della galassia prodiana, confermato dall’Istat ma smentito dalla percezione del cittadino medio mentre si toccava il portafoglio.
Le interviste dell’Istat sono sempre state considerate una Bibbia di numeri, hanno occupato le prime pagine dei giornali, hanno dato il là ad articolesse sociologiche, hanno determinato la benedizione di buoni e cattivi. «Ce lo dice l’Istat» nei decenni è stato soppiantato solo dal «Ce lo chiede l’Europa». Falso. Risposte inventate da ricercatori pigri. Parliamoci chiaro, fare di tutto un’erba un fascio è sbagliatissimo e non è questo il caso. Anche perché l’Istituto nazionale di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli si è difeso con due capisaldi: «l’organizzazione del lavoro è responsabilità dell’appaltatore» e una volta scoperto l’inganno Istat ha fermato tutto decidendo la multa.
Lo scivolone attribuito a Csa research (centro con sede a Firenze, specializzato in ricerche di mercato, sondaggi d’opinione e analisi socioeconomiche) non può essere ignorato. E nelle pieghe del problema se ne evidenziano altri. Il primo riguarda la residenza delle donne straniere, che a detta delle ricercatrici spesso non coincidevano con quelle indicate negli elenchi perché alcune anagrafi comunali non erano aggiornate. Con ricerche da intelligence per trovarle. Il secondo problema è relativo all’argomento: la violenza di genere. In alcuni casi le addette entravano in abitazioni dove gli uomini si rifiutavano di allontanarsi durante le intervista, di fatto condizionando le risposte di mogli, figlie e sorelle. Testimonianza comune: «Le donne apparivano chiaramente in condizioni di vulnerabilità». Una rilevatrice ha commentato a Fanpage: «In varie occasioni mi sono trovata in situazioni che mi hanno provocato non solo forte disagio, ma mi hanno fatto sentire in pericolo».
Tutto questo con un ulteriore deficit, quello economico: ogni intervista viene pagata 28 euro lordi, con spostamenti fino a 50 chilometri di distanza e la necessità di tornare più volte dal potenziale intervistato per trovarlo a casa. Alla fine qualcuno ha deciso di prendere la scorciatoia e di compilare i questionari a chilometro zero buttando giù una serie di X e di risposte inventate. Sulla base delle quali sono stati dipinti scenari immaginifici e lanciati allarmi circostanziati sul «patriarcato tossico», guarda un po’ tutto italiano.
«Con noi l’Europa è ferma ai sorrisini della Merkel e Sarkozy». La marcia d’avvicinamento alla manifestazione organizzata dalla Lega per domani (ore 15) in piazza del Duomo a Milano è concentrica, parte da più punti cardinali.
Quello del senatore Claudio Borghi è economico, la sua declinazione di «padroni a casa nostra» (romantico slogan dell’era bossiana recuperato per l’occasione) ha come fulcro la crisi energetica provocata dalla guerra e dalla chiusura ideologica di Bruxelles sul Patto di stabilità. Poi ci sono il tema della sicurezza, della sovranità nazionale, della pace a dare profondità al raduno e a mettere a disagio la sinistra movimentista, convinta di avere l’esclusiva della piazza per decreto. E così infastidita da appiccicare all’evento la parola «remigration» (mai citata da nessuna parte) nel tentativo di dare una spolverata di razzismo al tutto.
La kermesse s’intitola «Senza paura», come stava scritto sulla maglietta che i consiglieri regionali leghisti hanno indossato qualche giorno fa nell’assise lombarda. Ce l’ha anche il presidente regionale Attilio Fontana, al quale l’opposizione aveva chiesto di non partecipare. «E invece ci sarò. Non nel ruolo istituzionale ma da libero cittadino e da militante della Lega. Allo stesso modo in cui i sindaci del Pd partecipano ai cortei organizzati dal loro partito. E parteciperò a una manifestazione che, contrariamente alla strumentalizzazione della sinistra, non ha come tema la “remigrazione” ma una severa critica alle politiche europee, comprese quelle sull’immigrazione. Detto che non c’è nulla di sbagliato nel rimpatriare chi delinque, nel raduno di sabato ci sono tante altre battaglie».
Una in particolare interessa a Fontana, non ha niente di populista e riguarda il supporto alle categorie più fragili, che stanno pagando con tagli lineari la stagione bellicista di Ursula Von der Leyen. «Ormai da mesi mi batto contro una centralizzazione dei fondi di coesione europea che rischia di far perdere alla Lombardia 1 miliardo di euro. Sarebbe il disastro più grande per i territori dopo la distruzione dell’automotive. Noi siamo ancorati a cose concrete, ci battiamo per i nostri cittadini. Perché la sinistra non parla di questo?». Riguardo all’immigrazione incontrollata che fa di Milano un esempio plastico del disastro, lo stesso sindaco Giuseppe Sala - pur prendendo le distanze per ovvie ragioni politiche - è costretto ad ammettere: «La parola “remigration” non mi convince. Peraltro ribadisco che non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga».
Gli organizzatori assicurano che la manifestazione sarà pacifica, coordinata, nel rispetto delle regole. Unico problema, le provocazioni dei centri sociali che hanno allestito in città alcune «contro-manifestazioni» spot, con lo scopo di fomentare disordini. L’europarlamentare milanese Silvia Sardone richiama «il diritto costituzionale a manifestare pacificamente. Allo stesso modo vedo la necessità di tutelare l’ordine pubblico e di condannare ogni forma di violenza e intimidazione legata a sigle antagoniste, già protagoniste di episodi di aggressione alle forze dell’ordine e danneggiamenti». Massimiliano Romeo, capogruppo in Senato e segretario regionale, mette il punto: «Ci sono temi, come l’Europa, sui quali è giusto alzare la voce. La Lega ha nel suo Dna l’essere un partito di governo, e lo siamo in Italia e in Regione Lombardia, ma anche di lotta, e lo siamo in Europa. Contro le misure di austerity e ideologiche sostenute dal Pd, che vorrebbero impedire ai singoli Stati di attuare politiche economiche per sostenere le famiglie e le imprese».
Senza paura. Non ne ha mai avuta il senatore Claudio Borghi, che punta il dito contro la rigidità di Bruxelles nell’allargare il Patto di stabilità nonostante l’economia di guerra. «Dobbiamo prevenire invece che curare. Dire come fa Von der Leyen che gli aiuti verranno concessi solo se la situazione peggiora, vuol dire essere pazzi; significa essere pronti ad aiutare l’impresa solo dopo che ha tirato giù la saracinesca. La verità è che la vera faccia della Ue è sempre quella del sorrisino di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy con Silvio Berlusconi. Il gioco è truccato, è un tavolo di bari come allora. E il pollo che sta al tavolo è sempre l’Italia. Oggi non c’è più lo spread, oggi è la Francia a essere dal lato debole. Ma potendo contare sul nucleare, soffre la guerra energetica meno di noi. E riecco le rigidità, i ricatti, le fregature. Non siamo più padroni a casa nostra e vorremmo tornare a esserlo».
Il cuore della protesta di «Niente paura» è questo, la difesa degli interessi italiani. Per Borghi un esempio lampante è il contributo negato alla Biennale di Venezia per la presenza degli artisti russi. «Penso che fare l’esame del Dna all’arte sia una grande sciocchezza. L’Ue congela i 2 milioni che ci spettano? La risposta migliore sarebbe scalare 2 milioni a fine anno dalla cifra miliardaria che ci chiedono come contributo all’Unione. Voglio vedere cosa dicono».
Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.





