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2026-01-02
Promossi e bocciati: le pagelle della A
Lautaro Martinez e Francesco Pio Esposito (Ansa)
PROMOSSI
1) MILE SVILAR
Il portierone della Roma è il punto di partenza d’una squadra top. A 26 anni è il più forte della A, inferiore solo a Mike Maignan quando si sveglia (ultimamente non troppo spesso) con la voglia di fare Superman. Allora il milanista gioca un altro campionato. Nella media, Svilar oggi è più affidabile: felino fra i pali, coraggioso in uscita, capace di usare i piedi senza per questo dimenticarsi che si para con le mani. Se la difesa di Gasperini è la più granitica d’Italia, il merito è dei guantoni del belga-serbo che di suo ha già un record in tasca: pur con due passaporti non gioca in nessuna Nazionale. Era stato convocato dalla Serbia, lui ha risposto, è andato a referto ma poi ha rifiutato: preferiva il Belgio. Morale, i primi non lo convocano più perché offesi, i secondi non possono chiamarlo perché ha indossato la maglia di un’altra Nazionale. Tradito dal dubbio, vado non vado. Un errore che non commette mai in campo.
2) MARCO PALESTRA
Marchio Atalanta, futuro assicurato per il ventenne milanese (è nato a Buccinasco, dove la metropoli diventa tangenziale) in prestito al Cagliari. È il nome nuovo del calcio italiano, che sforna difensori moderni (da Calafiori a Bastoni, da Buongiorno a Comuzzo) ma ha dimenticato chissà dove il dna degli attaccanti. In Sardegna Palestra ha trovato l’ambiente ideale per sbocciare. Non sbaglia una partita, è formidabile in marcatura e perfetto nell’accompagnare l’azione. Un campione in erba. Il rischio è vederlo partire per Inghilterra o Spagna in cambio di 40-50 milioni, soglia sulla quale ogni dirigente italiano mostra il simbolo del dollaro negli occhi.
3) JHON LUCUMÌ
Il guerriero colombiano del Bologna è cresciuto a vista d’occhio. Difensore roccioso, francobollatore affidabile dei migliori bomber avversari (Rasmus Hojlund, Lautaro Martinez, Dusan Vlahovic ne sanno qualcosa), è il prediletto da Vincenzo Italiano per guidare la difesa rossoblu. Ha tecnica, solidità, esperienza e quella cattiveria agonistica che i colombiani di Calì hanno da vendere al mercato. Tre anni fa doveva andare dal Genk al Barcellona, ma tutto saltò perché la documentazione arrivò alla federazione spagnola con 20 minuti di ritardo. Ecco, lui non arriva quasi mai in ritardo a spazzare il pallone, e quando lo fa si acchiappa un’ammonizione (a Bologna le chiamano «lucumate»).
4) JACOBO RAMON
Avevo deciso per Oumar Solet, il buttafuori francese di origini ivoriane che illumina la difesa dell’Udinese. Avevo deciso per lui perché è micidiale in appoggio e sui calci d’angolo, perché somiglia a Camavinga del Real, perché se impara a marcare stretto diventa un top. Poi il collega Fabio Corti, che passa le corte sugli spalti del Sinigaglia anche nei giorni feriali a stadio vuoto, mi ha travolto con i numeri del gioiellino spagnolo che gioca nel Como: 90,7% di passaggi riusciti, 91,6% di contrasti vinti, 97,6% di duelli aerei vinti neanche fosse un Messerschmitt BF109, 76,8% di dribbling compiuti (ragazzi è un difensore centrale alto 1,96). A questo punto la resa è obbligatoria.
5) DAVIDE BARTESAGHI
La fascia sinistra è affollata, qui la poltrona è per tre. Perché Federico Dimarco (Inter) non ha nessuna intenzione di abdicare. Perché a Genova (sponda genoana) galoppa un uomo nuovo come Brooke Norton-Cuffy, inglesone imprendibile quando è lanciato sull’out, capace di spezzare le difese anche se ancora rivedibile (ha 21 anni) in copertura. L’imbarazzo nella scelta è reale e se ne esce solo privilegiando due caratteristiche: novità e italianità. Allora il titolare non può essere che il milanista Davide Bartesaghi, 20 anni due giorni fa, brianzolo di Erba, messo lì sulla fascia da Max Allegri dopo una carriera junior da attaccante e poi da centrale di difesa. Titolare nel derby, autore di una doppietta al Sassuolo, lampi da diamante grezzo. «Sarà il mio erede», ha detto Theo Hernandez. Tranquilli, se ne intende.
6) LUKA MODRIC
Per il Maestro non si sprecano parole, lo si ammira dipingere o scolpire. Come Picasso, come Michelangelo. È con questo spirito che i tifosi del Milan vanno in massa a San Siro, per bearsi davanti alle invenzioni, alle geometrie, ai lanci millimetrici del marziano del pallone arrivato a Milano a 40 anni a divertirsi. E a far delirare un popolo dalla stessa mattonella che fu di Andrea Pirlo. Allegri, mestierante divino e re dei risultatisti, lo ha piazzato lì con la filosofia di Ottavio Bianchi ai tempi di Diego Maradona: «Lui e altri dieci». Se Maignan para, Fofana corre, Pulisic sprinta e Leao si sveglia sono dolori per tutti. Ma l’allenatore sa che il capolavoro è possibile solo se l’evangelista Luka non si stanca prima.
7) ARTHUR ATTA
Tutti a bocca aperta davanti al centrocampista totale dell’Udinese, oggi nel mirino di Napoli, Inter, Chelsea e Barcellona. Francese, 22 anni, dribbling micidiale in velocità (raro vederne, solo Paulo Dybala e Markus Thuram regalano lo stesso fremito), è una delle sorprese del campionato, anche perché il suo mestiere sarebbe quello del mediano che macina chilometri. Lo fa con intelligenza e passo da cavallo di razza, esaltato da un fisico da mezzofondista (1,89 per 80 chili). Lui è il nuovo ma in questo ruolo si è imposto (dopo un paio d’anni nell’anonimato) un ragazzone old style di scuola italiana: Bryan Cristante, a 30 anni uomo in più della Roma di Gasp, che lo ha ritrovato a Trigoria dopo averlo forgiato all’Atalanta e non se ne priva più. Bentornato nell’Olimpo.
8) SCOTT MCTOMINAY
L’anima silenziosa del Napoli. Antonio Conte lo programma in settimana e lo scozzese fa il terminator in campo: corre per almeno 11 km a partita (più di Nicolò Barella), usa l’intelligenza tattica per creare sempre supremazia, è fenomenale negli inserimenti e non sbaglia quasi mai in area avversaria. Un tuttocampista da sogno, arrivato come un dono di San Gennaro dal Manchester United. Bene per i tifosi napoletani, che da un anno e mezzo se lo godono, primo motore della corazzata tascabile di Aurelio De Laurentiis, lassù in campionato con lo scudetto sul petto e implacabile in Supercoppa. Scott è discreto, mai una parola di troppo, quindi fatica a capire le intemerate a orologeria di Piangina Conte. Poco importa, quello dell’imbonitore non è il suo mestiere.
9) CHRISTIAN PULISIC
Quando parte in accelerazione puntando la porta, il pistolero yankee fa impazzire San Siro. Mentre Rafa Leao si perde in mille dribbling da artista svagato (un Recoba sull’altra sponda del Naviglio), lui entra in area e segna. Raccoglie palloni vaganti e segna. Anticipa i difensori e segna. Pulisic l’implacabile non sbaglia una partita, con lui in campo il Milan parte da 1-0. Nelle tre stagioni in rossonero ha segnato 15, 17 e 9 gol. Mentre nei primi due anni aveva assommato 50 presenze, qui è a 7 reti in Serie A (più 2 in Coppa Italia) con sole 13 partite, pronto a distruggere ogni record personale. Con un centravanti vero al suo fianco, la banda Allegri potrebbe puntare dritta allo scudetto.
10) LAUTARO MARTINEZ
«Non segna con le grandi». «Ha troppi blackout». «Deve imparare a sorridere». Chiacchiere e distintivo per avventizi di redazione, perché il Toro di Bahia Blanca è sempre lì dove stanno i grandi cannonieri. Cuore pulsante dell’Inter, ne condiziona i destini in campionato come in Champions. E anche quando non fa gol è un fattore determinante: pressa, rientra, aiuta, si immola facendo a botte in mezzo a difensori che con lui usano immancabilmente la clava. Non ride mai perché ogni partita è una battaglia, come lo era per Zlatan Ibrahimovic. Qui serve un’appendice. Se Lautaro è in viaggio per l’Argentina (mai che rinunci a una convocazione, dimenticandosi chi gli paga lo stipendio), nella squadra top entra Jamie Vardy, nonno del gol (38 anni) arrivato in fondo alla pianura per suonare l’ultimo Stradivari. Se riesce a salvare la Cremonese merita un busto accanto a quello di Ugo Tognazzi.
11) NICO PAZ
Il boy di Tenerife continua a fare cose da Paz. C’è poco da aggiungere: quando si mette in proprio mostra assurde giocate che fanno ricordare Crujiff. Dopo un anno nella tonnara della Serie A, dove la tattica e la furbizia dominano le partite, lo spagnolo naturalizzato argentino sta anche imparando a giocare con gli altri dieci. Periodo di crescita, fondamentale per immagazzinare esperienza e diventare letale. Quasi titolare della nazionale campione del mondo, sta facendo volare il Como in classifica fino alle soglie dell’Europa. Ma nei numeri di Paz non c’è nulla di hollywoodiano, lui non fa passerella, non si bea della giocata, semplicemente spacca le partite. Lo sogna la Premier, lo vuole l’Inter. Ma il suo futuro è segnato sul taccuino di Florentino Perez. Speranze per gli altri, zero.
Allenatore: VINCENZO ITALIANO
Osservatelo quando si alza dalla panchina per cazziare Orsolini che non rientra. Giugulare gonfia, occhi assatanati, canini affilati: finalmente a Bologna c’è un Italiano vero, senza scomodare Toto Cutugno. Un allenatore guerriero per una squadra guerriera, che non ha niente a che vedere con il fighettismo woke del sindaco piacione Matteo Lepore. Se all’ombra delle due torri c’è un team fantastico anche dopo la cura Thiago Motta, il merito è di questo figlio di emigranti, siciliano nato per sbaglio a Karlsruhe 49 anni fa. Giochista senza perdersi nelle prosopopee ispaniche da possesso palla (vedi Fabregas e Xabi Alonso), Italiano sta completando a Bologna l’opera cominciata a Firenze. Dove lo rimpiangono annacquando il Chianti.
BOCCIATI
1) YANN SOMMER
Ha sparato le ultime cartucce nella semifinale Champions col Barça a San Siro: ha deviato con la punta delle dita il missile di Lamine Yamal, poi ha lasciato cadere la Colt, come se il suo destino si fosse definitivamente compiuto. Ha spento la luce e non l’ha più riaccesa. Così l’istintivo e spesso funambolico portiere dell’Inter (37 anni) è diventato un comprimario. Ora la porta nerazzurra è perennemente aperta, ogni spiffero diventa uragano, ogni tiro fra i pali potrebbe esser gol. Il declino dello svizzero è evidente, in questa prima parte di stagione ha collezionato papere e incertezze, la difesa (farfallona di suo) ha perso l’ultimo baluardo. Sommer è bravo coi piedi, purtroppo è l’unico che dovrebbe usare al meglio le mani. Cristian Chivu ne rispetta il declino e preferisce «tenersi la prestazione», beato lui.
2) ANDREA CAMBIASO
Oggi sembra il cugino di campagna del micidiale difensore esterno della scorsa stagione. Allora era il principe delle fasce (sinistra ma pure destra tanto è duttile) e del mercato, anche se la valutazione di 70 milioni formulata (chissà) dal City per il «folgorante innamoramento» di Pep Guardiola sembrò più un delirio dei mercatisti di redazione che un dato di realtà. Nella Juve di Luciano Spalletti sembra in ripresa, ma restano negli occhi i balbettii, le sostituzioni, l’inconsistenza di questa prima parte della stagione. Doveva essere uno dei top invece per ora è un flop. Colpa di Igor Tudor e della Signora in ribasso, priva di gioco e di prospettiva. Ma è possibile che al cambio di anno segua un auspicabile cambio di passo.
3) FIKAYO TOMORI
«Mi sento al massimo, dobbiamo tornare in Champions». Lo ha detto qualche giorno fa in un’intervista motivazionale per spronare tutto il Milan. «Allegri mi ha aiutato nella lettura del gioco, ora so cosa fare in campo». Ecco, qui un brivido corre lungo la schiena dei tifosi rossoneri perché l’anglo-canadese implicitamente ammette, a 28 anni, di non avere avuto finora ben presenti i parametri del suo lavoro. Ce n’eravamo accorti e deve averlo capito anche il tecnico se gli preferisce Matteo Gabbia, Strahinja Pavlovic, addirittura lo spaesato Koni De Winter delle ultime terrificanti apparizioni. Sia chiaro, Tomori è un buon centrale, ma per guidare la retroguardia del Milan è poco, troppo poco, perfino lontano dal giocatore arrembante e con enormi margini di miglioramento arrivato a Milano nel 2021 dal Chelsea. Urge il salto di qualità.
4) PIETRO COMUZZO
L’estate scorsa le grandi avrebbero fatto follie per il cartellino del centrale friulano di 20 anni: 40 milioni era il tetto delle richieste per colui che gli esperti appaiavano già ai due Alessandro al top, Bastoni e Buongiorno. Oggi il valore è crollato (siamo a 18) esattamente come le prestazioni individuali e quelle di squadra di una Fiorentina alle prese con una delle peggiori stagioni della storia. A fondo lei e negli abissi dell’incertezza Comuzzo, perché i giovani sono i primi a soffrire quando il gruppo si sfalda e la piazza si infiamma. Passare dal Comuzzo top al Comuzzo flop è perfino ingeneroso, ma qui non sono previsti sconti anche perché il gioco fissa il momento. E quello di casa viola è terribile.
5) NUÑO TAVARES
La locomotiva della Lazio si è trasformata in un ferrovecchio. Infermeria, panchina, poco campo. E quando Maurizio Sarri lo scatena sulla fascia, il portoghese che solo 12 mesi fa era devastante nelle accelerazioni, sembra passeggiare col cane in un tratturo di campagna. Ha 25 anni, un fisico da metter paura a Denzel Dumfries e pure un gran tiro. Ma sembra avere perso l’anima, travolto dai malanni e dalle insicurezze della precarietà. È diventato una presenza impalpabile quando non dannosa, perché se manca il coraggio ci si rifugia nella propria metà campo. E lui nell’approccio difensivo risulta parecchio rivedibile. Sarebbe una plusvalenza assoluta (Lotito lo pagò 6 milioni) anche in funzione bilancio, ma prima deve ritrovare se stesso.
6) TEUN KOOPMEINERS
Parabola di un fenomeno arrivato dall’Atalanta. Lo scarti dal pacchetto, gli metti le pile, lo fai giocare e lui diventa la controfigura del campione che era, un comprimario che deambula per il campo e non giustifica i 60 milioni che hai speso. Un classico. A rivitalizzare l’olandese ci ha provato Thiago Motta, poi Igor Tudor, può darsi che l’onirico Luciano Spalletti riesca nell’impresa. In un anno ha cambiato cinque ruoli: mezz’ala, regista, esterno, centrale di difesa, perfino mezza punta. Lo hanno quasi violentato nell’orgoglio pur di fargli ritrovare la brillantezza negli inserimenti e la dinamite nel tiro da lontano. Se succede, la Signora diventa di nuovo vincente. E ogni traguardo (almeno in Italia) torna ad essere un obiettivo.
7) ALBERT GUDMUNDSSON
C’è molta Fiorentina in questa squadra di disperati e non potrebbe che essere così. Un altro campione deludente è l’islandese depresso, crollato nelle graduatorie e nelle aspettative, al punto da essere spesso relegato in panchina. Mesi difficili, e il processo di Reykyavik per «cattiva condotta sessuale» (peraltro con un’assoluzione in primo grado) non ha aiutato il trequartista a ritrovare la serenità necessaria per spaccare le difese avversarie come faceva nel Genoa. Critica principale, gioca con addosso la tristezza del grande freddo. Critica secondaria, invece di lanciarsi negli spazi passa la palla al compagno più vicino. Se la Fiorentina vuole salvarsi deve ricostruire Gudmundsson, aiutarlo a tornare un cavallo selvaggio felice di allungare la falcata e di rianimare il Franchi. Il tempo per farlo c’è, ma la sabbia nella clessidra ha cominciato a scendere.
8) NICOLÒ FAGIOLI
Sta risalendo la china un centimetro alla volta, ma è dura. È dura tornare ad essere un regista, un fattore, un punto fermo per il centrocampista piacentino che nella Juventus aveva conquistato la maglia della Nazionale. Dopo la squalifica per le scommesse ha ricominciato a macinare calcio e chilometri, in fondo ha solo 24 anni. Ma la slavina viola di questi mesi lo ha travolto di nuovo. Il suo potenziale rimane enorme, la tecnica è quella degli uomini d’ordine dalla testa giusta e dal piede di velluto. Anche la statistica lo premia: 90% di passaggi riusciti, se non fosse che si tratta di alleggerimenti, aperture di tre metri, disimpegni senza coraggio. Fagioli come Gudmundsson, il motore deve ripartire. E far sì che Moise Kean abbia i rifornimenti là davanti per ricominciare a mettere paura a tutti.
9) CHARLES DE KETELAERE
Sorpresa, in campionato il fiorettista belga è tornato quello del Milan. Ruggisce meno, incide meno, segna meno, gioca meno. E l’Atalanta vive una stagione in altalena, nuotando fuori dalla zona Champions per la prima volta dopo tanti anni. Il gioiello belga sembra avere una doppia vita: decisivo nelle sfide in Europa (ha distrutto il Chelsea quasi da solo), in campionato si addormenta, va al minimo, come se la vetrina internazionale fosse indispensabile per farsi notare dalla Premier, suo approdo naturale. Vittima del mediocre inizio stagionale con Ivan Juric in panchina, il principe Carlo non può che trarre giovamento dall’arrivo di Raffaele Palladino, più simile nei sistemi di allenamento e nelle qualità motivazionali al guru Gasperini.
10) SANTI GIMENEZ
Chi l’ha mai visto? Il centravanti messicano doveva essere l’erede di Olivier Giroud, per ora non gli può portare a casa neppure la busta della spesa. Con il Psv aveva eliminato il Milan, ma una volta arrivato a Milanello è scomparso nella brughiera varesina. Non è stata tutta colpa sua, ma anche dello staff medico che ha gestito con timidezza un fastidio alla caviglia del giocatore: la terapia conservativa non ha dato frutti e alla fine Santi si è dovuto operare. Il 2026 potrebbe essere il suo anno, sempre che in casa rossonera non si decida di cederlo al Galatasaray per la disperazione. Il ballottaggio fra Gimenez e Nkunku per la titolarità nella squadra flop conferma che quello del centravanti rimane il problema numero uno del Milan. Ora è arrivato l’armadio tedesco Niclas Füllkrug, anche se ha quasi 33 anni peggio di loro non può fare.
11) ALVARO MORATA
È incomprensibile come Cesc Fabregas abbia potuto trascorrere l’estate a inseguire un ex calciatore. Forse era un suo vecchio compagno di bevute, altra spiegazione non c’è per giustificare la mediocrità sfiatata mostrata a Como dal campione spagnolo che fu. Nelle intenzioni del tecnico avrebbe dovuto tornare dall’attacco, aprire il gioco, far spazio agli inserimenti letali di Nico Paz e Jayden Addai. Compito improbo per un giocatore di 33 anni usurato da mille battaglie. E infatti non è mai successo (12 presenze, zero gol); comunque i ragazzini se la sono cavata egregiamente da soli. Morata ora è infortunato ma staziona sulle homepage dei giornali per le storie tese con la fidanzata, l’influencer Alice Campello. Faccenda che ai tifosi lariani interessa meno di zero. Un po’ più grave farsi fotografare con la maglia dell’Olimpia Milano durante il derby di basket contro Cantù, luogo di nascita di metà degli ultrà del Como. La fischiata al rientro è scontata.
Allenatore: IVAN JURIC
Sarà la sfortuna, sarà la difficoltà di creare empatia con l’ambiente, ma l’allenatore croato che aveva fatto benissimo al Verona e bene al Torino, ha fallito prima a Roma, poi a Bergamo. Senza voler infierire, l’avventura all’Atalanta ha segnato lo zero termico di un bravo tecnico, capace di far giocare le squadre in modo muscolare, aggressivo, con lampi di modernità. Poteva essere il nuovo Colleoni nerazzurro, si è perso in un mare di malinconie e solitudini che lo hanno allontanato dalla realtà. Fino al capitolo finale: mentre i suoi ragazzi vincevano in Champions a Marsiglia (impresa) lui riusciva a litigare con Ademola Lookman davanti alla panchina (impresa al contrario). Tatticamente è rimasto prigioniero della frase del Petisso Pesaola: «I giocatori li metto in campo benissimo, il problema è che poi si muovono».
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Il Milan si gode Modric splendido quarantenne, ma l’asso è Pulisic. Lautaro tiene l’Inter sulle spalle, a Napoli McTominay sempre più leader. Gli emergenti: oltre al «solito» Paz, Ramon, Palestra e Atta. Fra i pali vola Svilar.Gudmundsson, Fagioli e Comuzzo: mezza Viola è da cestinare. Gimenez puntero triste per il Diavolo, Tavares non è più la locomotiva della Lazio. Koopmeiners ancora trasparente ma il peggiore è Morata: naufragato nel Lario.PROMOSSI 1) MILE SVILARIl portierone della Roma è il punto di partenza d’una squadra top. A 26 anni è il più forte della A, inferiore solo a Mike Maignan quando si sveglia (ultimamente non troppo spesso) con la voglia di fare Superman. Allora il milanista gioca un altro campionato. Nella media, Svilar oggi è più affidabile: felino fra i pali, coraggioso in uscita, capace di usare i piedi senza per questo dimenticarsi che si para con le mani. Se la difesa di Gasperini è la più granitica d’Italia, il merito è dei guantoni del belga-serbo che di suo ha già un record in tasca: pur con due passaporti non gioca in nessuna Nazionale. Era stato convocato dalla Serbia, lui ha risposto, è andato a referto ma poi ha rifiutato: preferiva il Belgio. Morale, i primi non lo convocano più perché offesi, i secondi non possono chiamarlo perché ha indossato la maglia di un’altra Nazionale. Tradito dal dubbio, vado non vado. Un errore che non commette mai in campo. 2) MARCO PALESTRAMarchio Atalanta, futuro assicurato per il ventenne milanese (è nato a Buccinasco, dove la metropoli diventa tangenziale) in prestito al Cagliari. È il nome nuovo del calcio italiano, che sforna difensori moderni (da Calafiori a Bastoni, da Buongiorno a Comuzzo) ma ha dimenticato chissà dove il dna degli attaccanti. In Sardegna Palestra ha trovato l’ambiente ideale per sbocciare. Non sbaglia una partita, è formidabile in marcatura e perfetto nell’accompagnare l’azione. Un campione in erba. Il rischio è vederlo partire per Inghilterra o Spagna in cambio di 40-50 milioni, soglia sulla quale ogni dirigente italiano mostra il simbolo del dollaro negli occhi. 3) JHON LUCUMÌIl guerriero colombiano del Bologna è cresciuto a vista d’occhio. Difensore roccioso, francobollatore affidabile dei migliori bomber avversari (Rasmus Hojlund, Lautaro Martinez, Dusan Vlahovic ne sanno qualcosa), è il prediletto da Vincenzo Italiano per guidare la difesa rossoblu. Ha tecnica, solidità, esperienza e quella cattiveria agonistica che i colombiani di Calì hanno da vendere al mercato. Tre anni fa doveva andare dal Genk al Barcellona, ma tutto saltò perché la documentazione arrivò alla federazione spagnola con 20 minuti di ritardo. Ecco, lui non arriva quasi mai in ritardo a spazzare il pallone, e quando lo fa si acchiappa un’ammonizione (a Bologna le chiamano «lucumate»). 4) JACOBO RAMONAvevo deciso per Oumar Solet, il buttafuori francese di origini ivoriane che illumina la difesa dell’Udinese. Avevo deciso per lui perché è micidiale in appoggio e sui calci d’angolo, perché somiglia a Camavinga del Real, perché se impara a marcare stretto diventa un top. Poi il collega Fabio Corti, che passa le corte sugli spalti del Sinigaglia anche nei giorni feriali a stadio vuoto, mi ha travolto con i numeri del gioiellino spagnolo che gioca nel Como: 90,7% di passaggi riusciti, 91,6% di contrasti vinti, 97,6% di duelli aerei vinti neanche fosse un Messerschmitt BF109, 76,8% di dribbling compiuti (ragazzi è un difensore centrale alto 1,96). A questo punto la resa è obbligatoria. 5) DAVIDE BARTESAGHILa fascia sinistra è affollata, qui la poltrona è per tre. Perché Federico Dimarco (Inter) non ha nessuna intenzione di abdicare. Perché a Genova (sponda genoana) galoppa un uomo nuovo come Brooke Norton-Cuffy, inglesone imprendibile quando è lanciato sull’out, capace di spezzare le difese anche se ancora rivedibile (ha 21 anni) in copertura. L’imbarazzo nella scelta è reale e se ne esce solo privilegiando due caratteristiche: novità e italianità. Allora il titolare non può essere che il milanista Davide Bartesaghi, 20 anni due giorni fa, brianzolo di Erba, messo lì sulla fascia da Max Allegri dopo una carriera junior da attaccante e poi da centrale di difesa. Titolare nel derby, autore di una doppietta al Sassuolo, lampi da diamante grezzo. «Sarà il mio erede», ha detto Theo Hernandez. Tranquilli, se ne intende.6) LUKA MODRICPer il Maestro non si sprecano parole, lo si ammira dipingere o scolpire. Come Picasso, come Michelangelo. È con questo spirito che i tifosi del Milan vanno in massa a San Siro, per bearsi davanti alle invenzioni, alle geometrie, ai lanci millimetrici del marziano del pallone arrivato a Milano a 40 anni a divertirsi. E a far delirare un popolo dalla stessa mattonella che fu di Andrea Pirlo. Allegri, mestierante divino e re dei risultatisti, lo ha piazzato lì con la filosofia di Ottavio Bianchi ai tempi di Diego Maradona: «Lui e altri dieci». Se Maignan para, Fofana corre, Pulisic sprinta e Leao si sveglia sono dolori per tutti. Ma l’allenatore sa che il capolavoro è possibile solo se l’evangelista Luka non si stanca prima. 7) ARTHUR ATTATutti a bocca aperta davanti al centrocampista totale dell’Udinese, oggi nel mirino di Napoli, Inter, Chelsea e Barcellona. Francese, 22 anni, dribbling micidiale in velocità (raro vederne, solo Paulo Dybala e Markus Thuram regalano lo stesso fremito), è una delle sorprese del campionato, anche perché il suo mestiere sarebbe quello del mediano che macina chilometri. Lo fa con intelligenza e passo da cavallo di razza, esaltato da un fisico da mezzofondista (1,89 per 80 chili). Lui è il nuovo ma in questo ruolo si è imposto (dopo un paio d’anni nell’anonimato) un ragazzone old style di scuola italiana: Bryan Cristante, a 30 anni uomo in più della Roma di Gasp, che lo ha ritrovato a Trigoria dopo averlo forgiato all’Atalanta e non se ne priva più. Bentornato nell’Olimpo.8) SCOTT MCTOMINAYL’anima silenziosa del Napoli. Antonio Conte lo programma in settimana e lo scozzese fa il terminator in campo: corre per almeno 11 km a partita (più di Nicolò Barella), usa l’intelligenza tattica per creare sempre supremazia, è fenomenale negli inserimenti e non sbaglia quasi mai in area avversaria. Un tuttocampista da sogno, arrivato come un dono di San Gennaro dal Manchester United. Bene per i tifosi napoletani, che da un anno e mezzo se lo godono, primo motore della corazzata tascabile di Aurelio De Laurentiis, lassù in campionato con lo scudetto sul petto e implacabile in Supercoppa. Scott è discreto, mai una parola di troppo, quindi fatica a capire le intemerate a orologeria di Piangina Conte. Poco importa, quello dell’imbonitore non è il suo mestiere. 9) CHRISTIAN PULISICQuando parte in accelerazione puntando la porta, il pistolero yankee fa impazzire San Siro. Mentre Rafa Leao si perde in mille dribbling da artista svagato (un Recoba sull’altra sponda del Naviglio), lui entra in area e segna. Raccoglie palloni vaganti e segna. Anticipa i difensori e segna. Pulisic l’implacabile non sbaglia una partita, con lui in campo il Milan parte da 1-0. Nelle tre stagioni in rossonero ha segnato 15, 17 e 9 gol. Mentre nei primi due anni aveva assommato 50 presenze, qui è a 7 reti in Serie A (più 2 in Coppa Italia) con sole 13 partite, pronto a distruggere ogni record personale. Con un centravanti vero al suo fianco, la banda Allegri potrebbe puntare dritta allo scudetto. 10) LAUTARO MARTINEZ«Non segna con le grandi». «Ha troppi blackout». «Deve imparare a sorridere». Chiacchiere e distintivo per avventizi di redazione, perché il Toro di Bahia Blanca è sempre lì dove stanno i grandi cannonieri. Cuore pulsante dell’Inter, ne condiziona i destini in campionato come in Champions. E anche quando non fa gol è un fattore determinante: pressa, rientra, aiuta, si immola facendo a botte in mezzo a difensori che con lui usano immancabilmente la clava. Non ride mai perché ogni partita è una battaglia, come lo era per Zlatan Ibrahimovic. Qui serve un’appendice. Se Lautaro è in viaggio per l’Argentina (mai che rinunci a una convocazione, dimenticandosi chi gli paga lo stipendio), nella squadra top entra Jamie Vardy, nonno del gol (38 anni) arrivato in fondo alla pianura per suonare l’ultimo Stradivari. Se riesce a salvare la Cremonese merita un busto accanto a quello di Ugo Tognazzi. 11) NICO PAZIl boy di Tenerife continua a fare cose da Paz. C’è poco da aggiungere: quando si mette in proprio mostra assurde giocate che fanno ricordare Crujiff. Dopo un anno nella tonnara della Serie A, dove la tattica e la furbizia dominano le partite, lo spagnolo naturalizzato argentino sta anche imparando a giocare con gli altri dieci. Periodo di crescita, fondamentale per immagazzinare esperienza e diventare letale. Quasi titolare della nazionale campione del mondo, sta facendo volare il Como in classifica fino alle soglie dell’Europa. Ma nei numeri di Paz non c’è nulla di hollywoodiano, lui non fa passerella, non si bea della giocata, semplicemente spacca le partite. Lo sogna la Premier, lo vuole l’Inter. Ma il suo futuro è segnato sul taccuino di Florentino Perez. Speranze per gli altri, zero. Allenatore: VINCENZO ITALIANOOsservatelo quando si alza dalla panchina per cazziare Orsolini che non rientra. Giugulare gonfia, occhi assatanati, canini affilati: finalmente a Bologna c’è un Italiano vero, senza scomodare Toto Cutugno. Un allenatore guerriero per una squadra guerriera, che non ha niente a che vedere con il fighettismo woke del sindaco piacione Matteo Lepore. Se all’ombra delle due torri c’è un team fantastico anche dopo la cura Thiago Motta, il merito è di questo figlio di emigranti, siciliano nato per sbaglio a Karlsruhe 49 anni fa. Giochista senza perdersi nelle prosopopee ispaniche da possesso palla (vedi Fabregas e Xabi Alonso), Italiano sta completando a Bologna l’opera cominciata a Firenze. Dove lo rimpiangono annacquando il Chianti.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/promossi-e-bocciati-a-2674842436.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bocciati" data-post-id="2674842436" data-published-at="1767387848" data-use-pagination="False"> BOCCIATI 1) YANN SOMMERHa sparato le ultime cartucce nella semifinale Champions col Barça a San Siro: ha deviato con la punta delle dita il missile di Lamine Yamal, poi ha lasciato cadere la Colt, come se il suo destino si fosse definitivamente compiuto. Ha spento la luce e non l’ha più riaccesa. Così l’istintivo e spesso funambolico portiere dell’Inter (37 anni) è diventato un comprimario. Ora la porta nerazzurra è perennemente aperta, ogni spiffero diventa uragano, ogni tiro fra i pali potrebbe esser gol. Il declino dello svizzero è evidente, in questa prima parte di stagione ha collezionato papere e incertezze, la difesa (farfallona di suo) ha perso l’ultimo baluardo. Sommer è bravo coi piedi, purtroppo è l’unico che dovrebbe usare al meglio le mani. Cristian Chivu ne rispetta il declino e preferisce «tenersi la prestazione», beato lui.2) ANDREA CAMBIASOOggi sembra il cugino di campagna del micidiale difensore esterno della scorsa stagione. Allora era il principe delle fasce (sinistra ma pure destra tanto è duttile) e del mercato, anche se la valutazione di 70 milioni formulata (chissà) dal City per il «folgorante innamoramento» di Pep Guardiola sembrò più un delirio dei mercatisti di redazione che un dato di realtà. Nella Juve di Luciano Spalletti sembra in ripresa, ma restano negli occhi i balbettii, le sostituzioni, l’inconsistenza di questa prima parte della stagione. Doveva essere uno dei top invece per ora è un flop. Colpa di Igor Tudor e della Signora in ribasso, priva di gioco e di prospettiva. Ma è possibile che al cambio di anno segua un auspicabile cambio di passo.3) FIKAYO TOMORI«Mi sento al massimo, dobbiamo tornare in Champions». Lo ha detto qualche giorno fa in un’intervista motivazionale per spronare tutto il Milan. «Allegri mi ha aiutato nella lettura del gioco, ora so cosa fare in campo». Ecco, qui un brivido corre lungo la schiena dei tifosi rossoneri perché l’anglo-canadese implicitamente ammette, a 28 anni, di non avere avuto finora ben presenti i parametri del suo lavoro. Ce n’eravamo accorti e deve averlo capito anche il tecnico se gli preferisce Matteo Gabbia, Strahinja Pavlovic, addirittura lo spaesato Koni De Winter delle ultime terrificanti apparizioni. Sia chiaro, Tomori è un buon centrale, ma per guidare la retroguardia del Milan è poco, troppo poco, perfino lontano dal giocatore arrembante e con enormi margini di miglioramento arrivato a Milano nel 2021 dal Chelsea. Urge il salto di qualità.4) PIETRO COMUZZOL’estate scorsa le grandi avrebbero fatto follie per il cartellino del centrale friulano di 20 anni: 40 milioni era il tetto delle richieste per colui che gli esperti appaiavano già ai due Alessandro al top, Bastoni e Buongiorno. Oggi il valore è crollato (siamo a 18) esattamente come le prestazioni individuali e quelle di squadra di una Fiorentina alle prese con una delle peggiori stagioni della storia. A fondo lei e negli abissi dell’incertezza Comuzzo, perché i giovani sono i primi a soffrire quando il gruppo si sfalda e la piazza si infiamma. Passare dal Comuzzo top al Comuzzo flop è perfino ingeneroso, ma qui non sono previsti sconti anche perché il gioco fissa il momento. E quello di casa viola è terribile.5) NUÑO TAVARESLa locomotiva della Lazio si è trasformata in un ferrovecchio. Infermeria, panchina, poco campo. E quando Maurizio Sarri lo scatena sulla fascia, il portoghese che solo 12 mesi fa era devastante nelle accelerazioni, sembra passeggiare col cane in un tratturo di campagna. Ha 25 anni, un fisico da metter paura a Denzel Dumfries e pure un gran tiro. Ma sembra avere perso l’anima, travolto dai malanni e dalle insicurezze della precarietà. È diventato una presenza impalpabile quando non dannosa, perché se manca il coraggio ci si rifugia nella propria metà campo. E lui nell’approccio difensivo risulta parecchio rivedibile. Sarebbe una plusvalenza assoluta (Lotito lo pagò 6 milioni) anche in funzione bilancio, ma prima deve ritrovare se stesso.6) TEUN KOOPMEINERSParabola di un fenomeno arrivato dall’Atalanta. Lo scarti dal pacchetto, gli metti le pile, lo fai giocare e lui diventa la controfigura del campione che era, un comprimario che deambula per il campo e non giustifica i 60 milioni che hai speso. Un classico. A rivitalizzare l’olandese ci ha provato Thiago Motta, poi Igor Tudor, può darsi che l’onirico Luciano Spalletti riesca nell’impresa. In un anno ha cambiato cinque ruoli: mezz’ala, regista, esterno, centrale di difesa, perfino mezza punta. Lo hanno quasi violentato nell’orgoglio pur di fargli ritrovare la brillantezza negli inserimenti e la dinamite nel tiro da lontano. Se succede, la Signora diventa di nuovo vincente. E ogni traguardo (almeno in Italia) torna ad essere un obiettivo.7) ALBERT GUDMUNDSSONC’è molta Fiorentina in questa squadra di disperati e non potrebbe che essere così. Un altro campione deludente è l’islandese depresso, crollato nelle graduatorie e nelle aspettative, al punto da essere spesso relegato in panchina. Mesi difficili, e il processo di Reykyavik per «cattiva condotta sessuale» (peraltro con un’assoluzione in primo grado) non ha aiutato il trequartista a ritrovare la serenità necessaria per spaccare le difese avversarie come faceva nel Genoa. Critica principale, gioca con addosso la tristezza del grande freddo. Critica secondaria, invece di lanciarsi negli spazi passa la palla al compagno più vicino. Se la Fiorentina vuole salvarsi deve ricostruire Gudmundsson, aiutarlo a tornare un cavallo selvaggio felice di allungare la falcata e di rianimare il Franchi. Il tempo per farlo c’è, ma la sabbia nella clessidra ha cominciato a scendere.8) NICOLÒ FAGIOLISta risalendo la china un centimetro alla volta, ma è dura. È dura tornare ad essere un regista, un fattore, un punto fermo per il centrocampista piacentino che nella Juventus aveva conquistato la maglia della Nazionale. Dopo la squalifica per le scommesse ha ricominciato a macinare calcio e chilometri, in fondo ha solo 24 anni. Ma la slavina viola di questi mesi lo ha travolto di nuovo. Il suo potenziale rimane enorme, la tecnica è quella degli uomini d’ordine dalla testa giusta e dal piede di velluto. Anche la statistica lo premia: 90% di passaggi riusciti, se non fosse che si tratta di alleggerimenti, aperture di tre metri, disimpegni senza coraggio. Fagioli come Gudmundsson, il motore deve ripartire. E far sì che Moise Kean abbia i rifornimenti là davanti per ricominciare a mettere paura a tutti.9) CHARLES DE KETELAERESorpresa, in campionato il fiorettista belga è tornato quello del Milan. Ruggisce meno, incide meno, segna meno, gioca meno. E l’Atalanta vive una stagione in altalena, nuotando fuori dalla zona Champions per la prima volta dopo tanti anni. Il gioiello belga sembra avere una doppia vita: decisivo nelle sfide in Europa (ha distrutto il Chelsea quasi da solo), in campionato si addormenta, va al minimo, come se la vetrina internazionale fosse indispensabile per farsi notare dalla Premier, suo approdo naturale. Vittima del mediocre inizio stagionale con Ivan Juric in panchina, il principe Carlo non può che trarre giovamento dall’arrivo di Raffaele Palladino, più simile nei sistemi di allenamento e nelle qualità motivazionali al guru Gasperini.10) SANTI GIMENEZChi l’ha mai visto? Il centravanti messicano doveva essere l’erede di Olivier Giroud, per ora non gli può portare a casa neppure la busta della spesa. Con il Psv aveva eliminato il Milan, ma una volta arrivato a Milanello è scomparso nella brughiera varesina. Non è stata tutta colpa sua, ma anche dello staff medico che ha gestito con timidezza un fastidio alla caviglia del giocatore: la terapia conservativa non ha dato frutti e alla fine Santi si è dovuto operare. Il 2026 potrebbe essere il suo anno, sempre che in casa rossonera non si decida di cederlo al Galatasaray per la disperazione. Il ballottaggio fra Gimenez e Nkunku per la titolarità nella squadra flop conferma che quello del centravanti rimane il problema numero uno del Milan. Ora è arrivato l’armadio tedesco Niclas Füllkrug, anche se ha quasi 33 anni peggio di loro non può fare.11) ALVARO MORATAÈ incomprensibile come Cesc Fabregas abbia potuto trascorrere l’estate a inseguire un ex calciatore. Forse era un suo vecchio compagno di bevute, altra spiegazione non c’è per giustificare la mediocrità sfiatata mostrata a Como dal campione spagnolo che fu. Nelle intenzioni del tecnico avrebbe dovuto tornare dall’attacco, aprire il gioco, far spazio agli inserimenti letali di Nico Paz e Jayden Addai. Compito improbo per un giocatore di 33 anni usurato da mille battaglie. E infatti non è mai successo (12 presenze, zero gol); comunque i ragazzini se la sono cavata egregiamente da soli. Morata ora è infortunato ma staziona sulle homepage dei giornali per le storie tese con la fidanzata, l’influencer Alice Campello. Faccenda che ai tifosi lariani interessa meno di zero. Un po’ più grave farsi fotografare con la maglia dell’Olimpia Milano durante il derby di basket contro Cantù, luogo di nascita di metà degli ultrà del Como. La fischiata al rientro è scontata.Allenatore: IVAN JURICSarà la sfortuna, sarà la difficoltà di creare empatia con l’ambiente, ma l’allenatore croato che aveva fatto benissimo al Verona e bene al Torino, ha fallito prima a Roma, poi a Bergamo. Senza voler infierire, l’avventura all’Atalanta ha segnato lo zero termico di un bravo tecnico, capace di far giocare le squadre in modo muscolare, aggressivo, con lampi di modernità. Poteva essere il nuovo Colleoni nerazzurro, si è perso in un mare di malinconie e solitudini che lo hanno allontanato dalla realtà. Fino al capitolo finale: mentre i suoi ragazzi vincevano in Champions a Marsiglia (impresa) lui riusciva a litigare con Ademola Lookman davanti alla panchina (impresa al contrario). Tatticamente è rimasto prigioniero della frase del Petisso Pesaola: «I giocatori li metto in campo benissimo, il problema è che poi si muovono».
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Mariano Bizzarri
Oncologo, dipartimento di medicina sperimentale, Gruppo di biologia dei sistemi,
Università La Sapienza, Roma.
Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque». A distanza di tre decenni, il suo sogno sembra essersi avverato e questo per il concorso di più fattori. Si è ridotta la «prevenzione» al solo consumo di farmaci, quando occorrerebbe agire su altri e più complessi livelli (alimentazione, esercizio fisico, relazioni sociali).
Sono stati rivisitati, arbitrariamente, i limiti dei parametri che definiscono lo stato di salute: abbassando livelli di colesterolo e glucosio, si sono enormemente ampliati i margini della popolazione cui potevano essere prescritti i farmaci correlati. E sono state inventate, letteralmente, nuove malattie, etichettando come «patologiche» condizioni che connotano tratti di personalità (ansia, timidezza, noia), particolari fasi della vita (menopausa, vecchiaia) o semplici caratteristiche fisiche (calvizie, cellulite). Per risolvere il problema occorre ricostruire il modello medico-paziente degenerato negli ultimi 40 anni, intervenendo realmente sui fattori di prevenzione primaria prima ricordati. Inoltre, occorre tutelare l’integrità degli enti regolatori, impedendo che ricevano sussidi da Big Pharma.
Simonetta Pulciani
Biofisica in pensione, esperta di trasformazioni cellulari e di retrovirus, di microarray, epidemiologia genetica e malattie rare.
La domanda fondamentale resta: «I dati oggi a disposizione possono garantire l’estrapolazione di una diagnosi o la predizione di una futura malattia con un’alta probabilità di veridicità», come proponeva il ricercatore Leroy Hood con una medicina definita 4P: predittiva, preventiva, personalizzata e partecipata? Sicuramente i successi non devono essere ignorati o svalutati, ma una certa precauzione è d’obbligo. E la prevenzione non si deve limitare a indagini strumentali, ad analisi cliniche. Lo stile di vita potrebbe essere più importante di continui consulti medici. Il periodo del Covid è stato emblematico di come l’industria medica non sia più allineata alla prosperità del paziente. Non bisogna dimenticare che il Sars-CoV-2 era un coronavirus e sui coronavirus si sapeva molto, una cura era possibile e dovuta. Su quali basi scientifiche, davanti a un paziente infetto da un coronavirus e affetto da una sindrome respiratoria, i promotori di una prevenzione sfrenata hanno appoggiato «la vigile attesa»? Poter dare risposte sincere a questa domanda spiegherebbe anche la continua spinta a farci consumare sempre più farmaci.
Fabio Angeli
Professore al dipartimento di medicina e innovazione tecnologica (Dimit) dell’Università degli Studi dell’Insubria.
Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte a livello globale, includendo condizioni come infarto, ictus, scompenso cardiaco e malattie ischemiche. Malattie in gran parte prevenibili attraverso uno stile di vita sano, controlli medici regolari e una appropriata terapia farmacologica. Nonostante questo, negli ultimi anni si sta assistendo a una richiesta di esami diagnostici molto costosi per il nostro sistema sanitario e molto spesso non appropriati, se eseguiti prima di un oculato intervento mirato a valutare i vari fattori di rischio cardiovascolari modificabili. La vera sfida è quella di generare percorsi di prevenzione che siano sia sostenibili, sia realmente utili per ridurre l’impatto delle varie patologie, con esami diagnostici universalmente fruibili e a basso costo (come, ad esempio, l’elettrocardiogramma e «semplici» esami del sangue). La richiesta che si può inviare all’industria farmaceutica è di supportare non solo studi clinici sui farmaci ma, anche e soprattutto, studi utili a generare percorsi per corrette strategie preventive a livello di popolazione.
Mario Mantovani
Bioimmunologo all’Istituto di medicina biologica di Milano ricerca e sviluppo.
Ritengo fondamentale una giusta e corretta informazione per quanto riguarda la prevenzione con alcuni esami che indagano «sotto il pelo dell’acqua», senza porre il paziente in uno stato di ansia, molto spesso inutilmente. Dalla salute alla malattia vi è una scala di grigi direi abbastanza dinamica ed è lì che bisognerebbe agire. D’altro canto molto spesso, quando vi è la necessità di indagini strumentali o per imaging, si nota una certa reticenza a svolgere i suddetti esami o vengono rimandati per diversi mesi, senza giungere a una diagnosi e quindi a una cura. Oggi in ambito diagnostico c’è la possibilità di capire se alcuni parametri di II o III livello sono difformi da ciò che è «normale», e quindi agire preventivamente. Faccio riferimento per esempio all’infiammazione cronica di basso grado, chiamata anche infiammazione subclinica o asintomatica. I soggetti che ne soffrono presentano uno stato di estremo equilibrio, e sono inclini a un eventuale condizione clinica che può sfociare in una vera e propria patologia. L’autoimmunità è un esempio classico. Purtroppo, a livello si sanità pubblica non è ancora possibile un’indagine, per poi agire a livello preventivo.
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Il governo tunisino ora guidato da Kais Saied, che ha azzerato la democrazia, ha già chiesto all’Ue di salire a 100.000 tonnellate esportabili a dazio zero. Ursula von de Leyen è favorevole. Anche il Commissario all’agricoltura, Christophe Hansen, è lussemburghese e forse crede che gli ulivi siano piante decorative, non ha nulla in contrario. Durissima è stata la reazione della Coldiretti che lamenta il dumping (l’olio del Nord Africa arriva al di sotto dei 5 euro) e che in passato ha «abbordato» le navi che lo trasportano a Civitavecchia, ma ancora più dura è la protesta degli olivicoltori greci che hanno bloccato il Paese con i trattori. Disordini ci sono stati nelle zone di Chania, Mesenia, Laconia e a Creta per la mancata erogazione dei contributi Pac e il dumping sul prezzo che Tunisia e Spagna fanno all’olio greco che viene pagato oggi sotto i 4 euro. Il malessere greco è la conferma del caos nel comparto oleario a livello comunitario. Le ragioni sono due: l’olio da oliva non interessa a Bruxelles; la Spagna ha imposto un sistema produttivo che si rivela devastante ed è devastato. Madrid è il primo produttore mondiale con 1,3 milioni di tonnellate estratte da colture iperintensive e ha bisogno di sbocchi immediati sul mercato: questo ha determinato un costante abbassamento del prezzo mondiale che viaggia oggi attorno ai 5 euro al litro. Una quotazione non remunerativa in Italia, in Grecia, in Francia e neppure in Croazia e Albania che vendono la loro scarsa produzione a 7 euro al litro. Ma in Nord Africa è una manna. Tunisi ha deciso perciò di puntare lo sviluppo economico sull’olio da olive favorita anche lo scorso anno da una scarsissima produzione in Spagna e in Italia che è con 70.000 tonnellate importate (e una quota del 28% dell’export tunisino) il primo cliente della Tunisia. L’Italia sta attorno alle 300.000 tonnellate di produzione (quest’anno è aumentata del 30% rispetto al disastroso 2024) colpita anche dalla xilella nella sua regione leader: la Puglia. Noi però siamo i più forti consumatori del mondo (circa 12 litri a testa) ed esportiamo per circa 3 miliardi circa 280.000 tonnellate. Non va trascurato che i principali brand oleari italiani sono di proprietà spagnola. Siccome la legislazione europea consente di etichettare gli oli anche come miscela Ue e non Ue ecco perché siamo il primo mercato della Tunisia che produce in dumping. Lo testimonia il Financial Times in un articolato reportage. Il governo Saied punta a oltre 1,5 miliardi di euro di export e ha fissato un prezzo minimo al frantoio (dieci dinari al litro: circa 2,9 euro) e un prezzo calmierato per il consumo interno a 15 dinari, questo per evitare una caduta di redditività da sovra-produzione. Comunque il boom di export registrato lo scorso anno (gli spagnoli compravano olio ovunque: hanno a pagato quello tunisino fino a 8 euro) secondo Najeh Saidi Hamed, della Camera tunisina dei produttori di olive, può far superare le 500.000 tonnellate di produzione, mentre Vito Martielli, analista senior per cereali e semi oleosi di Rabobank che stima la produzione tunisina attorno alle 400.000 tonnellate, sostiene che «il prezzo ha raggiunto i 10.000 dollari a tonnellata, il che ha innescato l’espansione». Secondo la Banca Mondiale la crescita della Tunisia (si mantiene moderata, attorno al 2,4% anche se Kaies Saide ha rifiutato un prestito da 1,9 miliardi dall’Fmi «per tenermi libero») è tutta proiettata su turismo e agricoltura. La dimostrazione? Il tribunale di Tunisi ha rimesso in libertà su cauzione (17 milioni di dollari) Abdelaziz Makhloufi il fondatore di CHO group. L’accusa era di essersi approfittato di un bene agricolo dello Stato, ma Makhloufi è il re dell’olio. Oggi a Tunisi, grazie all’Ue, chi ha a che fare con le olive è un eroe nazionale.
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 gennaio 2026. Con il generale Giuseppe Santomartino facciamo il punto sulla situazione internazionale a partire dall'Ucraina.
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Tutto questo, come sempre, viene giustificato con la necessità di ridurre le emissioni ed evitare l’apocalisse climatica. E avrebbe persino un barlume di senso, se effettivamente ci fosse una apocalisse in corso. Gli allarmi urlati dai tifosi della fine dei tempi, benché quasi sempre smentiti dai fatti, continuano a susseguirsi senza sosta. Pochi giorni fa, ad esempio, alcuni dei maggiori media mondiali hanno dato conto di un rapporto annuale realizzato dall’organizzazione umanitaria Christian Aid, secondo cui i dieci peggiori disastri climatici del 2025 hanno causato perdite per oltre 120 miliardi di dollari.
Patrick Watt, amministratore delegato di Christian Aid, ha usato toni nerissimi: «Questi disastri climatici sono un monito di ciò che ci aspetta se non acceleriamo la transizione dai combustibili fossili», ha dichiarato. «Essi rimarcano anche l’urgente necessità di adattamento, in particolare nel Sud del mondo, dove le risorse sono limitate e le persone sono particolarmente vulnerabili agli shock climatici». Questi numeri impressionanti sono basato sulle stime di un noto colosso assicurativo, e ciò dovrebbe fare riflettere: forse alle assicurazioni battere sull’allarmismo conviene.
Ciò che non viene detto sui disastri naturali è che da un po’ di tempo causano - fortunatamente - sempre meno vittime. Lo ha spiegato sul New York Post Roger Pielke Jr., un ricercatore dell’American Enterprise Institute, citando i dati del Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università cattolica di Lovanio. Basandosi sulle cifre raccolte da Our world in data, fino a ottobre del 2025, a livello globale sono stati registrati circa 4.500 decessi correlati a eventi meteorologici estremi. Anche contando i disastri accaduti nell’ultima parte dell’anno soprattutto in Asia, che potrebbero aver causato circa 1.600 morti, siamo comunque di fronte a una delle cifre più basse di ogni tempo.
«Ciò che possiamo affermare con maggiore sicurezza», dice Pielke, «è che il tasso di mortalità dovuto a eventi meteorologici estremi è il più basso di sempre, inferiore a 0,8 decessi ogni 100.000 persone (secondo i dati demografici delle Nazioni Unite). Solo il 2018 e il 2015 sono simili. Dal 2000, si sono verificati sei anni con un tasso di mortalità inferiore a 1,0 ogni 100.000 persone, tutti a partire dal 2014. Dal 1970 al 2025, il tasso di mortalità è diminuito di due ordini di grandezza. Questa è una storia incredibile di ingegno e progresso umano».
Secondo Pielke, «il 2025 non è un evento unico, ma fa parte di una tendenza a lungo termine di ridotta vulnerabilità e di migliore preparazione agli eventi estremi. Alla base di questa tendenza c’è l’applicazione efficace della scienza, della tecnologia e della politica in un mondo che è diventato molto più ricco e quindi molto meglio attrezzato per proteggere le persone quando, inevitabilmente, si verificano eventi estremi».
Intendiamoci, ciò non significa che non si verifichino eventi estremi e che non esistano catastrofi naturali anche causate da inquinamento e sfruttamento della terra. Ma il punto è che agire sulle infrastrutture, mettere in sicurezza i territori e muoversi sulla base del buon senso permette di ridurre notevolmente i pericoli e soprattutto il numero di decessi.
Persino Amy Pope, direttrice dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), lo ha detto a mezza bocca durante un recentissimo incontro Onu sulle catastrofi. «L’impatto dei disastri dipende in larga parte dalle scelte che facciamo, dalla solidità delle nostre infrastrutture, da quanto investiamo nella prevenzione e da quanto proteggiamo i più vulnerabili», ha affermato. «Con la pianificazione e il finanziamento adeguati, è possibile ridurre gli impatti negativi dei disastri. Di conseguenza, l’appello di quest’anno è rivolto a un aumento dei finanziamenti per la gestione del rischio di catastrofi e allo sviluppo di investimenti privati resilienti e adeguati al rischio». La Pope non è una pericolosa negazionista climatica, anzi è perfettamente in linea con la retorica dominante. Eppure non nega che un approccio pragmatico produca risultati.
Il fatto è che l’Unione europea pensa di affrontare i mutamenti del clima e i nuovi problemi che essi pongono con tasse e gabelle, che hanno l’unico risultato di danneggiare le imprese. Come dimostrano anche alcune drammatiche vicende italiane (alluvioni romagnole in testa) l’unica strada efficace per affrontare i mutamenti climatici - a prescindere dalla causa - consiste nell’adattarsi alle nuove esigenze, cioè nell’orientare l’azione politica alla risoluzione di questioni molto concrete. Dove si prendono provvedimenti, i morti diminuiscono. Dove regna l’ideologia, si spendono montagne di soldi senza benefici per la popolazione.
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