- L’ammucchiata rossa passa all’incasso dopo l’appoggio al No. Oggi sciopero, poi concertone e corteo contro guerra e governo.
- Il questore si oppone all’evento di domenica per Mercogliano e Ardizzone, morti mentre preparavano un ordigno. Disordini in vista.
Lo speciale contiene due articoli
Neanche il tempo di assistere alla resa dei conti post referendaria nel governo e la sinistra extraparlamentare, che ha avuto un ruolo vitale nella riuscita della campagna per il No alla riforma della giustizia, passa all’incasso. Con una doppia mossa: sciopero (guarda caso ancora di venerdì) e una due giorni di concerti e manifestazioni per le strade di Roma sotto l’insegna del movimento pacifista «No Kings».
Partecipanti? I soliti noti. Ci sono la Cgil e la Fiom che dopo la spedizione cubana si è intestata il ruolo di sindacato più barricadero del Reame rosso. Ma anche l’Arci, l’Anpi, i movimenti pro Palestina e i collettivi studenteschi. Poi Rete No Bavaglio, Emergency, Amnesty e la Rete Italiana per la Pace e il Disarmo. Circa 700 sigle diverse che, ringalluzzite dalle urne, potrebbero portare in piazza nella Capitale non meno di 15.000 persone.
Insomma l’allegra ammucchiata che più a sinistra non si può e usa qualsiasi argomento (Costituzione, diritti, giustizia, lavoro o pace fa lo stesso) per arrivare poi sempre alla stessa conclusione: il governo fascista della Meloni deve andare a casa. Perché è impressionante come la lotta, anche per le cause oggettivamente giuste (come si può dire no alla pace), si concluda sempre con la stesse rivendicazioni antigovernative.
Ma andiamo con ordine. Ai venerdì di passione anche fuor dal periodo pasquale, gli italiani hanno fatto il callo. Questa come altre volte nel mirino sono finiti i settori più sensibili: trasporti e scuola. Ai quali si aggiunge lo sciopero dei giornalisti.
A Milano i disagi maggiori. Nella capitale finanziaria del Paese si fermano quasi per l’intera giornata i lavoratori dell’Atm. L’iniziativa e dei Cobas e le motivazioni sono sempre le stesse (liberalizzazione, privatizzazione, finanziarizzazione e gare d’appalto dei servizi attualmente gestiti dal gruppo Atm). Non fanno neanche più notizia. Disagi comunque sono previsti anche a Torino, Napoli e Novara.
Molto più politiche le proteste della scuola. Qui a fare la voce grossa è il Sisa, sindacato indipendente scuola e ambiente. E l’esito è molto meno certo. Nel senso che potrebbero mancare docenti, dirigenti e personale Ata. E ogni istituto garantirà o meno le lezioni, a seconda del numero delle adesioni. Tra le motivazioni, aumento degli stipendi e stabilizzazione dei precari, certo. Ma spicca anche «l’introduzione dello studio di arabo, russo e cinese nelle scuole superiori». Priorità.
Il piatto forte però è la due giorni «No Kings», che si svolgerà in concomitanza con analoghe proteste pacifiste in altre parti del mondo, anche negli Stati Uniti.
Qui ritroviamo alcune facce note che si sono già spese per il No alla riforma della giustizia. Tra i partecipanti al concertone di oggi nel grande spazio della Città dell’altra economia (ex mattatoio di Testaccio a Roma) abbondano cantanti e artisti, da Daniele Silvestri fino a Sabina Guzzanti, che hanno preso posizione per il «No» al referendum.
I partecipanti vogliono apparire distanti dai partiti. Il problema è che si fa fatica a non considerare la Cgil una costola un giorno del Pd e l’altro del Movimento Cinque Stelle. E che tra gli organizzatori, spicca la figura del portavoce del movimento No Kings Italia,Luca Blasi, noto esponente di Avs a Roma. «Saremo centinaia di migliaia», evidenziava Blasi in questi giorni, «una grande marcia popolare per invadere Roma e bloccarla con i nostri corpi. Sono sicuro che sarà una piazza gigantesca, persino oltre le nostre aspettative. Non riusciamo nemmeno a contare i treni e i pullman che sono pronti a raggiungere Roma». Probabile sia così. E viste le premesse non ci meravigliamo che qualche giorno fa, alla presentazione dell’evento, nella sede della Federazione nazionale della stampa, in via delle Botteghe Oscure, era passato un messaggio che più chiaro non si può: «Questa sarà l’occasione per rafforzare e amplificare la volontà popolare, emersa in maniera inequivocabile con la vittoria del No al referendum, di fermare la svolta autoritaria e le politiche belliciste del governo Meloni».
Insomma, la sinistra extraparlamentare che lotta unita con un obiettivo unico: far fuori la Meloni. Siamo sicuri che le intenzioni siano pacifiche, il problema è che lo stesso giorno (il 28 marzo) era stato scelto da tempo dagli attivisti del centro sociale Askatasuna come la data per mobilitarsi e «farsi sentire» dopo lo sgombero dello scorso 18 dicembre.
Un incrocio potenzialmente incendiario, soprattutto dopo l’esplosione nel casolare al parco degli Acquedotti di Roma, dove due anarchici sono morti costruendo un ordigno non convenzionale. Il timore di infiltrazioni è molto alto con Digos e nucleo informativo dei carabinieri che sono al lavoro da giorni per scongiurare commistioni e incidenti.
Speriamo che basti, in caso contrario, siamo sicuri che gli organizzatori non avranno molti dubbi nell’individuare i colpevoli dalle parti di Palazzo Chigi e dintorni.
Presidio anarchico vietato, ma loro se ne fregano
Il questore vieta una manifestazione e gli anarchici «disobbediscono». Due giorni fa il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, al Question Time alla Camera era stato categorico: non c’è e non ci deve essere spazio per gli anarchici violenti e l’allerta deve essere sempre massima. Ieri mattina, il questore di Roma Roberto Massucci ha firmato un provvedimento con cui ha vietato lo svolgimento di un presidio organizzato sul web dalla galassia anarchica. La manifestazione si dovrebbe svolgere domenica proprio in via Lemonia, a pochi passi dal casale in via delle Capannelle, dove lo scorso 18 marzo due persone, Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone sono morte mentre stavano preparando un ordigno non convenzionale, secondo quanto emerso dalle indagini.
Il divieto è stato motivato anche dalla necessità di tutelare l’integrità dei luoghi in cui è avvenuta l’esplosione per fini investigativi dal momento che sono in corso le indagini. Diventa, quindi, indispensabile rispettare il sequestro di quell’area come è stato disposto dall’Autorità giudiziaria e in ragione del fatto che il presidio, così come è stato pubblicizzato, avrebbe comportato uno spostamento fino al casale. La questura di Roma ha evidenziato, inoltre, che non è stato formalizzato alcun preavviso dello svolgimento della manifestazione così come previsto dalla normativa vigente. C’è, poi, un’altra motivazione fondamentale alla base del divieto: tale presidio si rivela in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica, tenendo presente l’inclinazione ideologica dei movimenti anarchici di opporsi all’ordine costituito. La manifestazione di domenica tenderebbe, quindi, a «commemorare azioni delittuose quali l’assemblaggio di un ordigno». Tutto questo mentre sui siti e sulle pagine social della galassia anarchica viene divulgato l’appuntamento di domenica: «Ci troveremo all’incrocio tra via Lemonia e Circonvallazione Tuscolana per portare dei fiori sul luogo in cui hanno perso la vita i compagni». Il luogo dell’appuntamento è stato poi spostato nella zona del Quarticciolo: «L’appuntamento successivo è spostato alle 12 al parco Modesto di Veglia a Roma». Il presidio è vietato, ma molto probabilmente la commemorazione si terrà ugualmente. Insomma, guai in vista. La preoccupazione è che si possano verificare disordini mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini. Intanto, sempre nella giornata di ieri, sono state eseguite diverse perquisizioni tra Viterbo, Montefiascone e Soriano nel Cimino dopo la comparsa di una scritta anarchica nel capoluogo laziale che inneggiava ai due militanti morti. La scritta «Sara e Sandro vivono nelle nostre lotte» con il simbolo della A cerchiata è stata disegnata con vernice spray nera sul muro di un parcheggio condominiale nel quartiere Carmine di Viterbo. Su quanto accaduto sono state avviate indagini da parte della Digos, che ha quindi effettuato perquisizioni nelle abitazioni di due persone considerate vicine agli ambienti anarchici locali. L’intento è individuare gli autori della scritta e accertare eventuali collegamenti con altri episodi o con messaggi circolati negli stessi circuiti dopo la morte dei due militanti. Le indagini proseguono e, al momento, non è stata esclusa alcuna ipotesi.
Già il 7 e 8 febbraio scorsi, a Viterbo, si sono svolti due appuntamenti della galassia anarchica: un corteo che ha attraversato le principali vie della città e, il giorno successivo, un convegno internazionalista dal titolo «Sabotiamo la guerra e la repressione», ospitato in un locale di via Treviso. Durante il corteo è stato esposto anche uno striscione con la scritta: «Fuori Alfredo dal 41 bis», in riferimento ad Alfredo Cospito, condannato a 23 anni di reclusione e detenuto da quattro anni in regime di carcere duro.
A maggio il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dovrà decidere se confermare o meno il regime del 41 bis. Nel 2023 l’anarchico aveva iniziato lo sciopero della fame per protestare contro il carcere duro, chiedendo gli arresti domiciliari. Richiesta negata.
Potrebbe ritrovarselo all’interno, Volodymyr Zelensky, il nemico più ostico da superare. Si chiama Verchovna Rada ed è il Parlamento monocamerale dell’Ucraina. Quattrocentocinquanta deputati, sede Kiev, la Rada rappresenta l’organo legislativo supremo del Paese. Qui si approvano le leggi, si decide la politica estera e hanno il via libera le nomine più importanti. Ma per molti parlamentari da tempo non è più così. Nel senso che non vengono praticamente più consultati e per le riforme che dovrebbero segnare le sorti del Paese si trovano a svolgere un ruolo di meri ratificatori. Schiacciatori di pulsanti rispetto alle decisioni che vengono prese a Bruxelles.
Un malcontento prima strisciante e poi man mano più evidente che si materializza nei numeri: quando si sono tenute le ultime elezioni, anno 2019, Zelensky poteva contare su una maggioranza abbastanza sicura di 254 seggi. Oggi i fedelissimi non superano quota 111. Un problema, grosso. Soprattutto se si considera che i milioni e milioni di aiuti che stanno ancora arrivando dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale hanno delle condizionalità precise: l’approvazione delle riforme. Zero riforme, zero risorse.
Tre sono i punti di svolta sui quali gli organismi internazionali insistono: lotta alla corruzione, regole dello Stato di diritto e funzionamento delle istituzioni democratiche. Da qui deriva la necessità di un nuovo Codice di procedura penale, l’impellenza di norme che rafforzino l’indipendenza del Nabu (l’ufficio nazionale anticorruzione) o lo sviluppo di sistemi di controllo interno più efficaci.
Ma se Volodymyr Zelensky non ha la maggioranza fa fatica a far approvare le leggi, e se mancano le innovazioni diventano a rischio anche gli aiuti già deliberati ma non ancora distribuiti da Unione europea ed Fmi. Anche perché il presidente ha già rassicurato gli interlocutori: per l’approvazione in Parlamento delle riforme concordate non ci saranno problemi.
Le cifre le conosciamo. Parliamo del nuovo pacchetto da 90 miliardi approvato di recente da Bruxelles (30 miliardi per il sostegno macroeconomico al bilancio e 60 per la difesa) e di ulteriori 7,5 miliardi del programma 2026-2029 targato Fmi, con un primo esborso di poco inferiore al miliardo e mezzo che è stato già erogato.
Che queste risorse siano a rischio non lo diciamo noi ma lo evidenzia il Financial Times in un lungo articolo che riporta anche commenti non proprio lusinghieri dei deputati del popolo ucraino nei confronti del presidente.
Uno stallo si è registrato per esempio sull’introduzione dell’Iva per i piccoli imprenditori e sull’imposizione di un prelievo sui pacchi inviati dall’estero. Misure esplicitamente richieste dal Fondo monetario internazionale che pochi giorni fa mandato in visita a Kiev i suoi funzionare per valutare l’evoluzione delle politiche macroeconomiche dell’Ucraina.
Ma il discorso è molto più generale. E si concentra sulla vera svolta che Bruxelles pretende da Kiev per portare avanti il percorso di adesione nell’Unione: rafforzare le istituzioni anticorruzione. Il problema è che da questo punto di vista sembra tutto fermo.
Anastasia Radina, la rappresentante del partito di Zelensky «Servitore del Popolo» che presiede la commissione anticorruzione della Rada, non fa sconti al governo: «Ha le sue responsabilità», evidenzia sui social, se la riforma anticorruzione che Bruxelles ha chiesto di approvare entro la fine di giugno è ancora in alto mare.
Anche perché il vero cortocircuito che stai inguaiando Zelensky è nato proprio dal malaffare dilagante della politica ucraina. Lo scandalo di fine anno ha, infatti, costretto alle dimissioni il potente capo di gabinetto del presidente, Andriy Yermak. Yermak non è una persona qualsiasi ma per anni è stato il vero numero due del Paese. Ha gestito la politica estera, ha avuto un ruolo centrale nei negoziati e nei rapporti con gli Stati Uniti ed ha partecipato direttamente ai colloqui di pace. Non solo. Perché ha avuto una funzione chiave anche nel garantire la disciplina parlamentare. Fuori Yermak si sono tutti sentiti più liberi. E sono nate le complicazioni.
«Si tratta di una crisi su più livelli», ha evidenziato Vita Dumanska, coordinatrice di Chesno, una Ong ucraina che monitora l’attività politica, al Financial Times. «Il governo ha avuto contatti limitati con la Rada, mentre l’ufficio presidenziale promuoveva autonomamente i disegni di legge. E infatti il governo ha promesso ai partner internazionali che l’Ucraina avrebbe agito senza consultare il Parlamento. Il problema è che quando si tratta di votare i parlamentari non premono più i pulsanti».
I reali motivi che hanno spinto Netanyahu e Trump ad attaccare l’Iran probabilmente non li conosceremo mai, meno mistero c’è invece intorno agli obiettivi geopolitci dell’Operation Epic Fury, l’operazione Furia Epica scatenata da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio scorso.
Da una parte scalzare il regime degli ayatollah e quindi a cascata limitare aiuti e finanziamenti alle forze anti-israeliane nell’area del Golfo Persico e dall’altra infliggere un danno economico a Pechino (il vero avversario degli Stati Uniti) bloccando le forniture energetiche, anche perché circa il 40-50% delle importazioni cinesi di petrolio transita dallo Stretto di Hormuz.
Il paradosso è che al momento la situazione in Medio Oriente, che già di suo non è mai stata tranquilla, ha raggiunto l’apice del caos. E che al di là delle propagande, con le quali è sempre difficile fare i conti, in questo momento, rispetto alle poche petroliere che transitano per lo Stretto, una buona parte di queste è diretta verso la Cina.
Secondo un rapporto di Jp Morgan circa il 98% del traffico petrolifero di Hormuz è destinato all’Asia, con la Cina come principale acquirente. E anche sui mezzi usati per il passaggio, diverse fonti parlano di «flotte ombra» utilizzate da Pechino e di trattative in corso per sbloccare le grandi petroliere rimaste intrappolate nell’area. Questo vuol dire che per la Cina non ci sono stata impatti e che Xi Jinping non risente del pantano che si è venuto a creare ad Hormuz? Niente affatto. Vuol solo dire che se il conflitto era iniziato anche per creare difficoltà di approvvigionamento a Pechino, al momento sta avendo risultati opposti. Perché quello asiatico e il Paese che ne sta risentendo meno.
Paradossale no? Così come suona abbastanza paradossale il dato evidenziato dal Financial Times secondo il quale i principali produttori cinesi di batterie hanno guadagnato oltre 70 miliardi di dollari di capitalizzazione da quando è iniziata l’ultima guerra del Golfo. Motivo? I mercati scommettono sul fatto che in caso di conflitto prolungato le rinnovabili torneranno in auge. Anzi in realtà lo stanno già facendo.
Tanto per intenderci, le cinesi Catl (+19%), Byd (+21,9%) e Sungrow (19,4%), che producono batterie e apparecchiature per lo stoccaggio di energia, hanno fatto meglio di Chevron (8%), ExxonMobil (4,7%) e BP (+15,2%), le grandi major petrolifere globali, che sulla carta hanno più da guadagnare dall’impazzimento dei prezzi dell’oro nero.
E ci sono alcuni analisti (c’è da dire che esistono anche studi molto più cauti) che parlano di un vero e proprio cambiamento di rotta. Secondo il responsabile della ricerca energetica di Bernstein, Neil Beveridge, la Cina, che è il più grande importatore mondiale di petrolio, raddoppierà il proprio piano di elettrificazione. E anche le altre maggiori economie asiatiche - vengono citati gli esempi di Giappone, Corea del Sud e Taiwan - potrebbero spingere verso l’energia pulita e i combustibili alternativi. Insomma, con queste prospettive è normale che i principali player green corrano spediti in Borsa.
Così com’è evidente che dal protrarsi di un conflitto con queste caratteristiche gli Stati Uniti avrebbero molto da perderci e la Repubblica Popolare tutto da guadagnarci.
Va ricordato infatti che il semi-monopolio delle materie prime non riguarda solo la transizione energetica, ma anche la difesa. Più andrà avanti la guerra e maggiore sarà la domanda di munizioni, navi, aerei, missili ecc. Tanto per intenderci, la realizzazione degli F-35, dei Tomahawk o dei sistemi Patriot, ma anche la produzione di radar e di alcune particolari tipologie di droni, sono fortemente dipendenti dalle terre rare pesanti (dal dysprosium al terbio fino al samarium, all’yttrium e allo scandio) e da alcuni minerali come il gallio e il germanio, con la Cina che controlla una fetta abbondante di quelle filiere di approvvigionamento.
Così come è innegabile che un così massiccio spostamento di forze nel Medio Oriente indebolisce Washington sugli altri fronti, lasciando spazio ad eventuali iniziative cinesi. Per esempio rispetto alle mire di Xi Jinping su Taiwan. Dove anche politicamente qualsiasi mossa cinese adesso sarebbe meno criticabile.
Insomma, la guerra che era nata per mettere all’angolo Pechino si star trasformando in un grande regalo a Xi e compagni. Che se lo stanno prendendo senza disturbare troppo le mosse israelo-americane che almeno fino a questo momento di «Furia Epica» hanno avuto ben poco.





