Soldi europei a un’azienda cinese per finanziare affari in Africa. Non è una barzelletta, ma l’ennesima operazione degna del miglior Tafazzi che sta andando in scena a Bruxelles provocando non poche irritazioni tra gli europarlamentari che proprio in queste settimane si sono trovati a discutere della necessità di restituire priorità alla filiera industriale del Vecchio continente. Meno male.
Tutto parte dalla Global Gateway Ue-Africa. Il piano dell’Unione Europea che prevede investimenti da svariati miliardi di euro nelle infrastrutture del Continente nero. Diversi i progetti in ballo, tra questi spicca la principale operazione sui trasporti in Senegal che vale non meno di 320 milioni. A Dakar arriveranno fondi di Commissione Europea, Bei (Banca europea per gli investimenti), Afd, che non è il partito tedesco ma l’agenzia francese per lo Sviluppo, e Kfw (l’equivalente in Germania della nostra Cassa depositi e prestiti). Un mix tra prestiti, garanzie e contributi a fondo perduto, tra i quali spiccano i circa 20 milioni garantiti dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen.
C’è stata una regolare gara d’appalto per fornire 380 autobus a gas naturale compresso e secondo i documenti visionati da Euractiv, i cinesi di Crrc sarebbero in pole position per aggiudicarsela. Anzi, il condizionale sembra essere di prassi, perché all’annuncio mancherebbe solo l’ufficialità.
Il motivo? Hanno offerto circa la metà dei loro rivali. Intendiamoci, Crrc è un colosso. Si tratta di uno maggiori produttori al mondo di materiale ferroviario. Treni, metropolitane, tram ecc. Azienda anche tecnologicamente all’avanguardia. Con una particolarità: come la stragrande maggioranza delle multinazionali di Pechino è controllata dallo Stato e quindi ha goduto per anni di agevolazioni e sovvenzioni pubbliche. Che in Europa sarebbero vietate.
E così succede che Crrc abbia la possibilità di fare offerte che i suoi concorrenti neanche si sognano. E i concorrenti sono guarda caso europei. Sempre secondo Euractiv infatti a uscire con le ossa rotta dalla contesa sarebbe gli svedesi di Scania. Anche qui parliamo di una big del settore. Oltre 50.000 dipendenti in più di 100 Paesi. Una tradizione decennale di grande qualità, comfort e affidabilità soprattutto nella produzione dei camion pesanti. Eppure lato prezzo non c’è stata partita.
E qui torniamo al punto di partenza. È normale che la iper-regolata Europa conceda prestiti e contributi a fondo perduto per progetti, per giunta extra-continentali, ai quali partecipano aziende che di quelle regole (dall’ambiente al lavoro ai limiti sugli aiuti di Stato) se ne fregano altamente?
Evidentemente no. Anche perché parliamo di investimenti nel Continente (vedi il Piano Mattei) che rappresenta il terreno di scontro tra super potenze del futuro. Perché fare un regalo alla Cina? «È una follia totale», evidenzia Kristoffer Storm, l’europarlamentare conservatore danese che ha chiesto l’intervento urgente della Commissione.
Anche perché forse a Storm non sfugge un precedente che dovrebbe indurre a maggiore cautela. Nel 2019 sempre in Senegal la Commissione Europea ha finanziato un altro progetto legato ai trasporti (Bus Rapid Transit) ed anche in quel caso i cinesi avevano sbaragliato la concorrenza. Non si trattava della China railway rolling stock (Crrc, appunto), ma della China road and bridge corporation. Piccolo particolare, dopo essersi aggiudicato l’appalto con il prezzo più basso i cinesi hanno ripetutamente sforato il budget iniziale.
Imparata la lezione? Non sembra. Perché se è vero che l’Unione Europea ha successivamente inasprito le norme sulle offerte particolarmente basse e quindi fuori mercato e sui sussidi esteri, oggi la situazione si presenta con dimensioni addirittura più eclatanti. Del resto hai voglia a mettere paletti e vincoli, ma se la concorrenza sleale sta alla base delle regole (ambientali, di diritto e di welfare), poi quantificare il gap di offerta diventa impossibile.
Ma un aspetto positivo c’è. Il polverone alzato dagli europarlamentari ha portato il Senegal a prendere tempo. L’annuncio della vittoria di Crrc sarebbe dovuto arrivare a breve, ma sembra sia stato rinviato. Da ingenui pensare che la gara finisca poi agli europei, più facile ipotizzare che si stia prendendo tempo per far abbassare il polverone. Anche perché i rapporti tra Pechino e Dakar sono consolidati e di recente Cina e Senegal hanno concordato la costruzione di uno stabilimento di assemblaggio di autobus nel Paese africano.
Del resto se all’Europa piace farsi del male da sola finanziando gli investimenti dei suoi diretti concorrenti nei mercati del futuro non saranno certo gli avversari a fermarla.
Centomila nuovi alloggi da costruire in circa 10 anni che garantiscano locazioni a canoni agevolati per circa 250- 300.000 persone. È questo il succo del piano casa (o meglio di una delle due gambe del piano casa, l’altra è quella annunciata da Matteo Salvini e si basa su un progetto di ristrutturazione immobiliare) che coinvolgerà il governo, Confindustria e la rete del Real Estate che fa capo al manager Mario Abbadessa.
Fin qui nessuna novità. Perché del piano si parla da mesi, anzi l’opposizione a più riprese ha criticato la mancanza di «fatti» consequenziali a quanto sbandierato. Il punto è che qualche giorno fa, nell’informativa post referendum, il premier Giorgia Meloni ne ha annunciato il decollo per il primo maggio. Così da trasformare la Festa dei lavoratori in quella del mattone. E da dare una sterzata alla legislatura scossa dalla vittoria del No alla consultazione sulla giustizia.
E in effetti nelle ultime settimane diverse tessere dell’intricato mosaico dell’housing sociale sono andate al loro posto. Secondo quanto risulta alla Verità nel fondo immobiliare chiuso che vedrà come protagonisti Cdp (la Cassa investirà circa 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione), Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e il team di Abbadessa (con ruolo gestionale), dovrebbero aggiungersi almeno un altro paio di attori internazionali.
Il primo, l’operazione è in fase molto avanzata, porta il nome di Kia, il fondo sovrano del Kuwait che ha un patrimonio di circa 1.000 miliardi di dollari. La Kuwait investment authority ha già investito in Italia, mettendo un po’ di anni fa una fiche da circa mezzo miliardo nel Fondo Strategico Italiano. E poi, nel 2020, puntando altri 500 milioni sul progetto MilanoSesto (ex area industriale Falck a Sesto San Giovanni). Si tratta di uno dei più grandi interventi di rigenerazione urbana in Europa e vede come protagonista il colosso immobiliare americano Hines. Società dove Abbadessa ha lavorato per circa tre lustri, guidando per 10 anni le operazioni in Italia.
Ma non finisce qui, perché sempre nel Golfo Persico e sempre con un fondo sovrano sono in corso altri contatti molto ben avviati per far entrare nel team un altro grande investitore arabo.
Non sfuggirà il ruolo avuto dal premier Meloni nell’intrecciare rapporti privilegiati (a dicembre l’incontro bilaterale con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e a gennaio quello con il Presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) con fondi che sono la rappresentazione fedele degli Stati per i quali operano. Tanto per intenderci, nel consiglio di amministrazione di Kia troviamo, tra gli altri, il ministro dell’Economia, quello del Petrolio e il governatore della Banca Centrale.
Ovvio che l’investitore si aspetti di avere dei ritorni. E spesso nel caso dei fondi si parla di percentuali a doppia cifra. Ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante anche le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa. Ci saranno Enpam (i medici), Cassa Forense, Inarcassa (ingegneri ed architetti), CNPADC (commercialisti) ed Enasarco (agenti di commercio) che avranno la possibilità di valorizzare e affittare parte del loro patrimonio immobiliare. Mentre contatti sono in corso con altri grandi player come Poste, Intesa Sanpaolo, Unipol e Generali. Perché alla fine l’obiettivo è «innescare» una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Finalità del progetto di housing sociale? Da una parte garantire prezzi calmierati a tutta quella fascia di popolazione che pur non versando in una condizione di povertà, non riesce ad acquistare casa. Dall’altra riequilibrare le quotazioni nelle città a più alta densità lavorativa. Ovvio che si parli di Milano, Roma, Venezia (soprattutto per gli studenti), Genova, Firenze e Napoli ma saranno «attenzionati» anche centri di dimensioni più contenute, con il rent to buy, la possibilità di acquistare i locali dopo un tot di anni di locazione, che diventerà un contratto assai gettonato.
E dal punto di vista dell’individuazione delle aree, un ruolo fondamentale, anche se solo consultivo, lo svolgerà Confindustria, con il presidente Emanuele Orsini che ha avuto voce in capitolo nell’indicare Mario Abbadessa come profilo ideale per portare avanti l’operazione.
Tempi? Come detto si ragiona su un arco temporale di dieci anni. Ma i primi immobili in affitto a prezzi calmierati del piano casa potrebbero essere consegnati già nel 2027. Sempre che non ci siano altri intoppi esogeni a rallentare i lavori.
«È una questione di priorità». Quante volte dall’inizio della guerra in Medio Oriente ci siamo sentiti ripetere sempre la stessa solfa: il conflitto è un fenomeno esogeno, che nessuno in Italia e in Europa ha auspicato e spinto, ma ha provocato un gravissimo choc energetico su famiglie, lavoratori e imprese di tutto il Vecchio continente.
Bisogna intervenire, calibrando le risorse. Anche perché, tregua o non tregua, al momento nessuno conosce i tempi della nuova contesa.
L’ideale sarebbe, avendo un’altra Europa, sforare i paletti del Patto di stabilità e intervenire subito per dare ristoro ad aziende e cittadini che iniziano a vedere i primi segnali dei rincari. Non si può. Così il governo ha scelto. E ha deciso di intervenire in primis sulle famiglie e sui trasporti con il taglio delle accise.
Circa un miliardo per evitare che gli aumenti alla pompa, che comunque ci sono, diventino un salasso. Fino al 1° maggio, giorno della Festa dei lavoratori, dovremmo avere un’ancora di salvataggio abbastanza resistente alle intemperie.
Difficile opporsi a un provvedimento del genere. Complicato trovare da ridire. Non per la Cgil, che anche in questo caso è riuscita a non essere d’accordo. Si dirà, il segretario Maurizio Landini da un pezzo ormai fa politica, vuoi che arrivi ad applaudire il governo? Di recente è stato costretto a far buon viso a cattivo gioco sul rinnovo del contratto della scuola, e suo malgrado a garantire 137 euro lordi di aumento a 1,3 milioni di dipendenti pubblici: sarebbe davvero chiedergli troppo.
Ma al di là delle critiche al provvedimento sono le motivazione del sindacato rosso che lasciano di stucco. O meglio, fanno rabbrividire, anche perché se questa sinistra dovesse andare al governo il rischio di ritrovarsi Maurizio Landini al Lavoro è concreto.
Comunque. «Il 18 marzo, il giorno prima dell’entrata in vigore del decreto che taglia le accise», spiega Nicolò Giangrande, responsabile ufficio economia della Cgil, in un’audizione in commissione Finanze del Senato, «il prezzo medio del diesel era di 2,105 euro e quello della benzina 1,871 euro, ieri il diesel era a 2,142 euro e la benzina a 1,785 euro. Lo sconto deciso dal governo tra accise e Iva è stato mangiato dall’impennata dei prezzi energetici, destinato a crescere se la guerra in Iran durerà a lungo e tutti ci auguriamo che la tregua di questa notte sia il primo passo per la conclusione del conflitto».
Insomma, la premessa è raccapricciante. Perché si dice: nonostante il taglio delle accise il prezzo del carburante è rimasto inalterato, anzi per il diesel è addirittura cresciuto, senza evidenziare l’ovvio: in mancanza della sforbiciata del governo quell’aggravio sarebbe stato decisamente peggiore.
Ma il meglio deve ancora venire. «Si tratta», sottolinea ancora Giangrande, «di un intervento di politica economica che, se ai primi impegni del decreto aggiungiamo quelli della proroga, ammonta a oltre un miliardo di euro coperto con l’ennesimo taglio ai fondi ministeriali, compreso quello della Salute e a discapito degli investimenti in energie rinnovabili. Un intervento che oltre a rilevarsi del tutto inefficace non ha scalfito di un solo centesimo gli extra profitti che le compagnie energetiche stanno facendo dall’inizio della crisi... quegli extra profitti il governo li sta garantendo a spese del contributore». Per poi concludere: «Quando scadrà la proroga, il problema rischia di ripresentarsi peggiore di prima».
Ora, che non si trattasse di un taglio strutturale era stata la premessa di qualsiasi intervento del governo. Anche perché, come detto, i tempi del conflitto sono oggettivamente indefinibili e i paletti dell’Europa, tanto cara alla sinistra, non consentono di fare altrimenti.
Ma il punto sono le imprese e la logica distruttiva di Landini e compagni, per i quali la priorità non va data al sostegno alle famiglie ma alla punizione delle aziende petrolifere, del gas e del settore energetico che «ingiustamente» (in realtà hanno semplicemente sfruttato condizioni di mercato favorevoli ma indipendente dalle loro volontà) si sono arricchite grazie alla guerra. Morale della favola: il taglio delle accise non va bene perché non punisce le imprese e del resto chissenefrega.
Piuttosto che rassegnarci a una logica del genere preferiamo ipotizzare che pure queste dichiarazioni (tenendo conto anche del contesto in cui sono state rilasciate, Palazzo Madama) facciano parte della propaganda politica che ha contraddistinto la segretaria cgilellina targata Maurizio Landini. Ma probabilmente siamo troppo ottimisti.





