A sinistra amano talmente tanto la patrimoniale che fanno a gara a chi alza di più quella sul turismo. Un giorno sì e l’altro pure un sindaco a tinte rosse si lamenta perché vorrebbe maggiore libertà nell’aumentare l’imposta di soggiorno, che tecnicamente non è certo una patrimoniale, ma nei fatti rappresenta un balzello con uno scarsissimo livello di progressività su uno dei diritti inalienabili della persona: la possibilità di viaggiare.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
Per capire la portata dello studio di cui andremo a parlare, bisogna intendersi sull’attività dei grandi fondi di private equity. Qual è la strategia che sta dietro alle scelte di Kkr, Apollo, Elliott, ma anche di BlackRock o Blackstone? In che modo questi soggetti che hanno enormi disponibilità finanziarie scelgono dove investire?
Semplificando. Prima si individuano i Paesi con un humus giudiziario e di mercato non ostile, quindi si scovano i settori e le società che hanno i maggiori margini di crescita e infine si fanno delle offerte adeguate di acquisizione. Ed è la prima fase, che se tutto va bene si chiude con la felice conclusione dell’operazione. Poi arriva il difficile. L’Individuazione dei manager giusti per la gestione, il risanamento e infine, dopo un processo che di solito non dura meno di 4-5 anni, la vendita con un margine di guadagno.
In un mondo perfetto siamo di fronte e un win-win, se tutto va come deve andare portano il risultato a casa sia la società che è stata ristrutturata (e quindi i suoi lavoratori) che il fondo. Ma visto che il mondo non è perfetto, non sempre va così.
Ma non è questo il punto che qui vogliamo sottolineare. La novità infatti sta nel recente studio che uno dei maggiori fondi di private equity al mondo, Kkr può contare su 758 miliardi di dollari di masse gestite, ha realizzato sulle prospettive economiche anche dell’Europa. E quindi sui Paesi dove più conviene investire. Il titolo, «Il dilemma delle divergenze», dice molto. Svolgimento macro? L’Eurozona è in rallentamento, ma la periferia tiene e l’Italia è citata tra i mercati che sovraperformano. In buona sostanza, Kkr ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona allo 0,7% nel 2026 e all’1,3% nel 2027, per effetto dello choc energetico e della pressione competitiva cinese sull’industria europea. Ma non tutto il Vecchio continente piange. La Germania, con la sua manifattura pesante, è uno dei Paesi più sotto pressione. Anche la Francia non se la passa benissimo. Mentre Spagna, Italia e Polonia stanno beneficiando di una domanda interna più solida, di un turismo dinamico e di uno slancio negli investimenti fino a oggi sconosciuto. Non solo. Perché agli stessi Paesi di cui sopra (Italia, Spagna e Polonia) è destinata una quota molto importante di spesa pubblica europea in sicurezza energetica, difesa e modernizzazione delle reti. Che nel linguaggio del fondo vuol dire: tanti affari in arrivo.
Kkr parla di inflazione europea in rialzo (3% nel 2026 e al 2,2% nel 2027), con la Bce che nel 2026 dovrebbe decidere due rialzi dei tassi di interesse (il primo c’è stato ieri) e poi si focalizza sui settori. Difesa e sicurezza nazionale, innanzitutto. Spiegando che ci troviamo dinanzi a un tema strutturale, non ciclico. I numeri dicono che la spesa militare globale ha raggiunto il record di 2.630 miliardi di dollari nel 2025, circa 500 miliardi in più rispetto ai livelli pre-Ucraina del 2021, ma Kkr legge questa crescita come duratura, sostenuta da conflitti attivi, ammodernamento di arsenali e investimenti in nuove tecnologie per IA, droni, cyber e spazio. Il rapporto segnala che i governi da soli faranno fatica a finanziare l’intero ciclo di modernizzazione, aprendo spazio crescente al capitale privato. Anche perché l’impegno Nato al 5% include infrastrutture, resilienza, cybersecurity e capacità industriale, non solo sistemi d’arma tradizionali.
Ma non si vive di sola difesa e sicurezza. Perché il riarmo chiama un altro grande driver d’investimento: il rinnovamento delle infrastrutture energetiche. E qui Kkr parla esplicitamente opportunità di lungo periodo, anche per l’Italia.
Del resto, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha colpito fino al 20% dei flussi petroliferi globali e quote ancora più elevate di fertilizzanti e altre materie prime. Per l’Europa, che importa circa il 60% del proprio fabbisogno energetico, questo accelera la necessità di investire in stoccaggio, GNL e reti. manco a dirlo, pure qui Kkr vede un grande filone di opportunità per fare affari.
E a ben vedere, un segnale che il fondo americano avesse delle «sensazioni» positive sull’Italia è arrivato nelle scorse settimane con l’annuncio dell’apertura della prima sede del fondo nel Belpaese. A Milano, ovviamente. Il comunicato ripercorre la storia e gli investimenti di kkr in Italia e spiega perché quel trend è visto in crescita.
«Da oltre vent’anni», si legge, «l’Italia è un mercato molto importante per Kkr, con oltre 10 miliardi di euro di capitale investito dal 2005 nei settori del private equity, infrastrutture, real estate e del credito. I più recenti investimenti della società includono FiberCop, la prima rete in fibra ottica “open access” in Europa, Enilive, protagonista nella transizione energetica italiana, e Cmc, leader nel packaging sostenibile ed innovativo attraverso soluzioni di robotica. Investimenti che riflettono un approccio orientato alla collaborazione con aziende di settori strategici e alla valorizzazione di un ruolo centrale dell’Italia nell’economia Ue». Il report ci dice che questa collaborazione è destinata a crescere più che in Francia o in Germania.
«Certo, l’atteggiamento costruttivo di buona parte dei sindacati ha aiutato. Così come è stato fondamentale aver stanziato 30 miliardi di euro».
«Ma mi lasci dire che se siamo riusciti a chiudere tutti i rinnovi 2022-2024 della Pa e abbiamo iniziato già con la tornata successiva, quella 2025-27, il merito è anche dell’atteggiamento del governo che ha mantenuto quanto promesso alle controparti. Ha avuto credibilità e questa credibilità è stata premiata. Anche la Cgil ha condiviso la bontà di questo percorso».
Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo è reduce dall’ennesima intesa chiusa in tempi record. Sul tavolo il nuovo contratto (2025-2027) per circa 200.000 dipendenti di ministeri e agenzie fiscali. In soldoni, un incremento medio di 162 euro mensili lordi che vanno ad aggiungersi agli aumenti ricevuti non molti mesi fa per la tornata 2022-2024. Complessivamente, nelle due tornate, le retribuzioni sono lievitate di oltre il 12%, solo per la parte tabellare. Ma non c’è solo l’aspetto economico. Perché, per certi versi, l’aspetto normativo, dalla regolamentazione dell’IA all’ipotesi di un tavolo salva-inflazione, rappresenta la vera novità.
Ministro, mi lasci mettere un po’ di veleno. Vero che Landini ieri ha firmato, ma fosse stato per lui, che ha boicottato l’intesa precedente, il nuovo tavolo per il rinnovo degli statali non ci sarebbe stato.
«Guardi, io le posso dire che in questa tornata contrattuale l’atteggiamento della Cgil è stato costruttivo. Infatti ha firmato anche il contratto dell’Istruzione e ricerca. Penso si siano resi conto che la continuità della contrattazione, tre contratti negli ultimi 4 anni, è un valore importante per i dipendenti del settore. Se poi andiamo a vedere gli andamenti delle retribuzioni di fatto - indennità di settore, premi di produzione - alla fine i lavoratori si trovano davanti a incrementi salariali del 13%...».
Hanno cambiato idea per il malcontento della base?
«Credo si faccia fatica a spiegare a lavoratori e delegati perché si respinge un contratto che aumenta del 13% la busta paga. E apre le porte ai rinnovi successivi».
O Landini si è arreso quando la Commissione Ue ha vidimato i progressi della Pa?
«Landini non mi sembra tipo da arrendersi. Io so che il Country report 2026 della Commissione dice che nel periodo che va dal 2023 al 2025 la percezione dei cittadini italiani rispetto alla Pa è migliorata del 14%. È il cambiamento più significativo in Europa, un cambiamento che ci porta nella media Ue. Un premio, se mi consente, non solo al rinnovo dei contratti ma anche alla riforma sul sistema di reclutamento, alle iniziative sulla formazione, al disegno di legge sul merito che settimana prossima arriva in Senato e alla digitalizzazione dei servizi».
E per la prima volta avete normato l’uso dell’Intelligenza artificiale nell’organizzazione dello Stato. Le regole bastano per controllare l’IA?
«Non bastano ma sono essenziali. Abbiamo introdotto un principio di trasparenza a garanzia dei dipendenti. Nei nostri processi, soprattutto nella gestione del capitale umano, ciascun lavoratore ha piena visibilità di quello che fanno gli algoritmi».
È sufficiente per trovare un equilibrio tra codici e uomo?
«No. Noi abbiamo adottato un approccio antropocentrico, la macchina deve restare un supporto dell’uomo. Non potrà mai sostituirlo per la parte che attiene alla responsabilità e all’aspetto decisionale».
Ci faccia un esempio.
«Se un dirigente deve valutare un dipendente e decidere magari se promuoverlo avrà l’ausilio dell’intelligenza artificiale nel fissare gli obiettivi e analizzare i dati, ma la decisione finale e la responsabilità per quella scelta resta sua. E nessuno potrà contestarlo se il suo verdetto - condizionato da sensazioni ed emozioni che spesso prescindono dai numeri - sarà diverso da quello indicato dalla macchina».
A chi vi siete ispirati?
«Tra gli altri anche all’ultima enciclica del Papa che ci ha ricordato come la macchina non abbia la capacità di discernimento che invece appartiene all’uomo».
È abbastanza?
«Non siamo ingenui. Siamo consapevoli di essere all’inizio di un processo epocale che prevede tra le altre cose tanta formazione e capacità di adattamento. Un recente studio del World Economic Forum prevede che da qui al 2030 nasceranno 78 milioni di nuovi posti di lavoro e alcuni di questi mestieri oggi non esistono. Ecco, anche nella Pa dovremo essere bravi a individuarli e a formare in quella direzione il capitale umano per tempo».
Nel nuovo contratto è sancita una clausola proteggi inflazione, la potremmo definire salva-Hormuz. Anche questa è una novità. Ci spiega?
Non c’è nessun automatismo, ma l’Aran (che rappresenta lo Stato nelle tratttaive ndr) si impegna a sedersi intorno a un tavolo con i sindacati entro luglio 2027 per verificare quali sono stati gli andamenti delle retribuzioni e gli eventuali scostamenti rispetto all’inflazione reale... Come per esempio è successo con il Covid. Una sorta di sentinella del carovita».
Il carovita richiama alla politica. Cosa ci dice l’ultima tornata elettorale?
«Il significato è semplice: chi sperava che il risultato del referendum corrispondesse a quello politico si è sbagliato di grosso. Il centrodestra regge alla grande».
C’è la mina vagante Vannacci. Risorsa o problema?
«Lo deve decidere lui. Io direi che in questo momento sta facendo più il gioco del campo largo che quello centrodestra. Però Vannacci sa che per diventare un’opportunità basta rispettare i principi che hanno da sempre caratterizzato il centrodestra».
Per esempio l’appoggio all’Ucraina?
«Per esempio».
Nel centro sembrano esserci più leader che elettori.
«Guardi un partito di centro aggregatore c’è già ed è Forza Italia. Tutti gli esperimenti diversi, pensi a Renzi più Calenda, sono falliti miseramente».
E il centrodestra lo accoglierebbe Calenda?
«Calenda è sicuramente un riformista che non ama gli estremi. Un uomo di contenuti con idee spesso condivisibili. Sta a lui decidere cosa vuol fare da grande. Continuare a rimanere isolato con una postura che difficilmente avrà rilevanza o fare il grande passo ed entrare in una coalizione che si avvicina di più ai suoi valori».




