- Il ministro rinnova all’Eurogruppo la richiesta di sforare il Patto di stabilità per aiutare famiglie e imprese: «Estendere le deroghe già attive per la difesa». Salvini rincara: «Andiamo da soli, ne va della sopravvivenza».
- Bruxelles, in ritardo su Usa e Cina, vuole costruire mega-fabbriche di analisi dei dati. Ma non ha campioni dell’intelligenza artificiale che li sfruttino. Si va verso un altro flop.
Lo speciale contiene due articoli.
La richiesta di maggiore flessibilità, tramite lo scostamento di bilancio, per gestire la crisi energetica, è stata nuovamente messa sul tavolo europeo. Dopo la risposta negativa arrivata durante il vertice di Cipro, in cui il presidente del Consiglio Giorgia Meloni si era speso affinché passasse la linea di scorporare dal calcolo del disavanzo le maggiori spese per l’energia, ieri all’Eurogruppo, il vertice dei ministri finanziari europei, Giancarlo Giorgetti ha rinnovato la richiesta di flessibilità.
Il ministro dell’Economia ha delineato i punti critici dello scenario globale, ovvero «peggioramento delle prospettive di crescita e significativi rischi al ribasso, inflazione in aumento e in prospettiva una stretta monetaria. Pertanto «lo choc energetico causato dalla crisi iraniana richiede una risposta rapida, coordinata e proporzionata da parte dell’Ue». In sostanza, secondo Giorgetti , «la politica “attendere e vedere” è finita, ora è tempo di agire».
Nel suo intervento all’Eurogruppo ha sollecitato l’attivazione di «una clausola di salvaguardia generale a livello Ue per ottenere maggiore spazio di bilancio». E ha sottolineato che «se non si raggiungesse il consenso necessario per questa soluzione, un’attivazione coordinata delle clausole di salvaguardia nazionali rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale». L’intervento sarebbe mirato a comprarti industriali sui quali la crisi ha impattato di più, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico». Questo significa «estendere all’energia le deroghe al Patto di Stabilità già attive per la difesa».
Un consenso generale a una clausola di salvaguardia generale che coinvolga tutta la Ue non pare possibile, poiché, come ribadito più volte dalla Commissione, non vi sono le condizioni per poterla usare dato che la Ue o l’area euro non si trovano in recessione. La seconda è stata utilizzata per la spesa per la difesa, ma l’Italia non l’ha ancora richiesta ancora. Il ricorso «coordinato» alla clausola nazionale (per le spese contro il caro energia) «rappresenterebbe la migliore alternativa, con un rigoroso impegno a mantenere la sostenibilità fiscale. Il suo utilizzo sarebbe temporaneo, di portata limitata e mirato ai settori più esposti, in linea con la flessibilità ora prevista dalla Commissione per il quadro Ue sugli aiuti di Stato. Un tale approccio garantirebbe parità di condizioni tra gli Stati membri, consentendo un sostegno mirato e preservando al contempo l’integrità del mercato unico».
Per Giorgetti «le misure dovrebbero rimanere incentrate sull’attenuazione dell’impatto sui settori più colpiti, in particolare agricoltura, pesca, trasporti e industrie ad alta intensità energetica, attraverso un sostegno proporzionato e temporaneo».
Ma c’è anche una terza opzione: estendere la clausola per la difesa alle spese per il caro energia «invocando le questioni di sicurezza nazionale già previste nel Temporary framework approvato la settimana scorsa dalla Commissione Ue». Giorgetti ha indicato l’interesse a discutere «misure selettive per l’incremento delle entrate»: l’Italia sostiene l’introduzione a livello Ue di una tassa sugli extraprofitti delle società energetiche, come suggerito insieme a Germania, Portogallo, Austria e Spagna, in una lettera inviata alla Commissione.
Il ministro si è mosso con passi felpati ma decisi. Non una parola di troppo che possa essere interpretata dai mercati come uno strappo rispetto alla linea più volte rimarcata da Bruxelles di non consentire spazi di flessibilità rispetto a quelli già previsti.
Il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, in mattinata era stato più tranciante: «È una questione di sopravvivenza». Se Bruxelles impedisce lo scostamento di bilancio, «sono convinto che il governo porterà all’approvazione del Parlamento, la possibilità di spendere soldi al di là dei vincoli e dei limiti europei per aiutare gli italiani che hanno bisogno». Poi ha ricordato lo sciopero degli autotrasportatori previsto dal 25 al 29 maggio. «Avere per una settimana i camion fermi, vuol dire avere i negozi vuoti, e vuol dire avere l’Italia nel caos. Per cui o Bruxelles mi permette di aiutare questi lavoratori o immagino, lo faremo lo stesso». All’Eurogruppo di ieri sono emerse voci di preoccupazione. Il Portogallo ha detto che è «importante» disporre di «un po' di flessibilità» per poter aiutare i settori «più colpiti» dallo choc energetico. Per il Belgio non ci sono le condizioni per una sospensione del Patto di stabilità. Sulla stessa linea l’Olanda: «Fare più debito non è la soluzione alla crisi dei prezzi dell’energia». La Spagna ha portato la proposta di usare la clausola nazionale che ha permesso ai Paesi Ue di scorporare dal Patto di stabilità le spese per la difesa.
Ursula «spreca» 20 miliardi per l’IA
Automotive, satelliti o intelligenza artificiale, lo schema delle strategie fallimentari dell’Europa si basa su una serie di fattori in comune che spaventano più dei flop stessi. Si parte con un ritardo abissale nel cogliere dove stiano andando l’industria e le nuove tecnologie (basti pensare al gap competitivo rispetto a Starlink), si continua con una corsa sfrenata per metterci in un modo o nell’altro una pezza e si arriva allo spreco di risorse e alla crisi di filiere (emblematica quella dell’automotive) che si traduce immancabilmente in un taglio di posti di lavoro.
L’ultimo esempio è quello dell’IA, dove però il danno è forse ancora rimediabile. O è almeno quanto sperano gli eurodeputati e gli analisti che secondo la ricostruzione di Politico stanno provando a mettere un argine alla furia masochista di Ursula von der Leyen.
Nel disperato tentativo di entrare nella partita che si stanno giocando senza esclusione di colpi Stati Uniti e Cina, il presidente della Commissione vuol costruire delle enormi strutture di analisi dei dati per addestrare modelli di Intelligenza artificiale altrettanto «importanti». L’obiettivo è creare quattro a cinque gigafactory, ciascuna dotata di 100.000 unità di elaborazione grafica (Gpu) per addestrare l’intelligenza artificiale del Vecchio continente. Per raggiungere lo scopo, l’Ue ha stanziato un fondo di 20 miliardi puntando a triplicare la capacità dei data center europei entro il 2030-2032.
C’è qualche problema. Innanzitutto i tempi. A parte l’enorme ritardo già accumulato, infatti, il bando per la presentazione dei progetti è stato rinviato due volte e l’ultimo arco temporale preso in considerazione parla della primavera. Sarà vero?
Quindi, la vera domanda dalla quale sarebbe dovuto partire l’intero progetto: per chi lavorerebbero le mega «fabbriche» che Bruxelles sta così dispendiosamente finanziando? A oggi in Europa mancano campioni nazionali che possano sfruttare l’energia prodotta dalle potenziali nuove centrali. «Non è affatto chiaro quale sia il pubblico di riferimento delle gigafactory», ha evidenziato in un’intervista Nicoleta Kyosovska, assistente di ricerca presso il Centro di studi di politica europea, un think tank con sede a Bruxelles, e coautrice di un rapporto sulle gigafactory dal titolo: Santuari dell’innovazione o cattedrali nel deserto?, «non abbiamo molte aziende che si occupano di Intelligenza artificiale, anzi forse abbiamo solo Mistral».
Mistral AI è una startup francese fondata nell’aprile del 2023 da tre ricercatori: Arthur Mensch, Guillaume Lample, e Timothée Lacroix. Dopo gli studi alla École Polytechnique e le esperienze in Google DeepMind e Meta, i nostri si sono posti l’obiettivo di democratizzare l’intelligenza artificiale attraverso modelli, prodotti e soluzioni open-source. Chapeau. Ma da qui a immaginarli come un’alternativa credibile ai modelli americani come ChatGpt (OpenAI) e Anthropic, che stanno investendo miliardi su miliardi nello sviluppo dei nuovi modelli di IA, ce ne passa.
«Nessuno è stato in grado di spiegarmi», ha evidenziato Sergey Lagodinsky, europarlamentare tedesco dei Verdi, «quale sia il piano aziendale che stanno realizzando per queste gigafactory».
Tant’è che paradossalmente, le nuove fabbriche europee potrebbero finire per accrescere la dipendenza del Vecchio continente dalla tecnologia Usa con l’americana Nvidia che è leader mondiale nella fornitura dei chip Gpu di cui sopra.
Il dubbio è venuto a un gruppo di 18 parlamentari Ue che ha interrogato sul tema la Commissione. Senza ricevere, neanche a dirlo, risposte.
Passato il Primo maggio, incardinato il decreto da un miliardo circa per sostenere soprattutto donne e giovani al lavoro, ministro Calderone è già tempo di consuntivi. Ci dice di cosa va particolarmente fiera rispetto a quanto fatto per l’occupazione?
«La scelta più significativa è aver introdotto il principio del salario giusto. Una scelta di sistema, non ideologica. Non ci siamo limitati a discutere di salario minimo. Abbiamo affermato che il salario giusto ha un valore almeno pari, e sottolineo almeno, a quella prevista dai contratti collettivi delle organizzazioni più rappresentative. Questo significa valorizzare il lavoro delle parti sociali e, allo stesso tempo, decidere di rendere il sistema più trasparente e verificabile attraverso sistemi di monitoraggio. Abbiamo visto crescere l’occupazione stabile, con più donne e più giovani in attività, ma il lavoro non è mai un risultato definitivo: serve continuità».
C’è invece un rimpianto, qualcosa che è rimasto in sospeso? Un provvedimento che proprio avrebbe voluto fare e che invece non è riuscita a portare a casa?
«Avrei voluto fare di più sulle competenze, accelerando ancora gli investimenti. Solo con il Fondo Nuove Competenze 3 abbiamo stanziato oltre un miliardo di euro nell’ultimo anno e credo si debba continuare su questa strada».
Landini dice: il governo ha stanziato 930 milioni a favore delle aziende, non c’è invece nulla per i lavoratori. È così?
«È una lettura che non condivido. Le imprese che assumono generano reddito per i dipendenti. Non c’è contrapposizione tra sostegno alle aziende e tutela dei lavoratori, se gli incentivi sono legati a occupazione vera e di qualità. Ed è proprio così: gli incentivi scattano solo con un incremento occupazionale reale e se vengono applicati i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative su scala nazionale. Nessun sostegno a chi sfrutta o sottopaga. Quest’ultimo decreto, quindi, è parte di una strategia complessiva e va letto in quella cornice. Per esempio ricordandosi che solo nella ultima legge di bilancio abbiamo destinato due miliardi direttamente ai lavoratori».
Dal decreto è saltata in extremis la norma che prevedeva gli aumenti contrattuali retroattivi. Sarebbe stata una bella scossa per i salari e un incentivo a firmare i contratti non rinnovati. Cos’è successo?
«Abbiamo scelto di non sostituirci alle parti sociali: la contrattazione resta il luogo naturale per decidere come rivedere il contratto. Abbiamo però inserito un correttivo: dopo 12 mesi di vacanza contrattuale scatta un adeguamento forfettario dei compensi pari al 30% dell’indice dei prezzi al consumo. È un aiuto mirato, che accompagna la dinamica negoziale ma non la sostituisce. Il senso del decreto è proprio questo: creare un patto di responsabilità condivisa».
Ritiene che sia sufficiente? Non pensa che nel decreto manchi qualcosa che incentivi i rinnovi contrattuali?
«Il messaggio è chiaro: i contratti vanno rinnovati nei tempi. Il governo sta investendo nel creare le condizioni migliori per promuovere e accompagnare la contrattazione. Siamo sempre stati coerenti sul ribadire che la contrattazione collettiva per noi è lo strumento più efficace per intervenire sulle retribuzioni. Il concetto del salario minimo è facile da comunicare ma troppo alto è il rischio di un effetto contrario, di un peggioramento delle retribuzioni complessive e di una diminuzione delle garanzie contrattuali».
Uscendo dalla teoria, può farci un esempio concreto?
«Il rinnovo del contratto metalmeccanici. A giugno dello scorso anno abbiamo fatto un incontro al ministero su una trattativa bloccata: l’istituzione ha facilitato il dialogo tra le parti sociali, offerto assistenza tecnica, ma ha lasciato quello spazio necessario di confronto che ha portato al buon risultato raggiunto. Ecco, questa è la linea da seguire. La stiamo sostenendo con strumenti concreti, come la tassazione al 5% sugli aumenti derivanti dai rinnovi prevista dalla legge di bilancio per il 2026. Ci aggiungiamo due ulteriori leve: l’autonomia delle parti chiamate a stipulare i contratti e la clausola di adeguamento automatico dopo 12 mesi. Il decreto passa ora nelle mani del Parlamento che, in fase di conversione, potrà ulteriormente rafforzare questi elementi».
Che peso hanno avuto in questa decisione Confindustria e le parti sociali?
«Il confronto nelle ultime settimane è stato ampio, ma il metodo è sempre lo stesso: ascolto e decisione nell’interesse generale. Dal dialogo sono emerse indicazioni importanti, inserite nel decreto Primo maggio. Soprattutto, sono emersi i presupposti per lavorare insieme e costruire un mondo del lavoro ancora più inclusivo: in questo periodo storico di profondi cambiamenti, il dialogo sociale e la collaborazione possono fare la differenza su molti fronti, compreso quello retributivo. Noi abbiamo dato un perimetro chiaro e sostenuto il lavoro di qualità, riservando a sindacati e associazioni datoriali il tempo di portare avanti il loro confronto sulla rappresentanza. È un equilibrio che, a mio avviso, rappresenta un risultato senza precedenti».
Il salario giusto è la vostra risposta al salario minimo invocato dalle opposizioni. Perché con il primo gli italiani ci guadagnano?
«Perché è più ampio e valorizza il complesso delle tutele offerte dai contratti. Il salario minimo rischia di semplificare troppo e di comprimere sistemi complessi. Il salario giusto, invece, considera il trattamento economico complessivo: non solo la paga oraria, ma anche istituti contrattuali come il welfare, le mensilità aggiuntive, il Tfr. Valorizza la contrattazione, contrasta l’uso dei contratti pirata e collega gli incentivi pubblici al rispetto dei lavoratori. È una risposta più completa e più rispettosa della qualità del lavoro».
Il problema del Paese, non certo da adesso, è la retribuzione media che soprattutto nelle grandi città e al Nord non è sufficiente per garantire un tenore di vita adeguato. Impressionanti i dati della Meloni sui 13 metri quadri che si riescono ad acquistare a Milano investendo il 30% dello stipendio per stipulare un mutuo a 30 anni. Cosa riuscirete a fare nell’ultimo anno di legislatura per migliorare questa situazione?
«Il sostegno del potere d’acquisto è una priorità che non abbiamo mai messo in discussione. Negli ultimi tre anni i salari medi sono cresciuti di circa quattro punti, con un’accelerazione nell’ultimo anno intorno al 2,8%, soprattutto grazie al rinnovo dei contratti. Ma è chiaro anche che non basta intervenire su una singola voce per avere effetti realmente percepiti dai cittadini. Soprattutto quando crescono le spese che le famiglie devono affrontare per via della situazione internazionale e degli impatti sui costi dell’energia».
Quindi?
«Serve quindi un mix di interventi: taglio del cuneo fiscale, detassazione dei premi di produttività, welfare aziendale, fino al piano casa e al taglio delle accise esistono già ma continueremo a valutare quali misure rafforzare o introdurre. La stabilità del governo ci consente di intervenire con continuità. Ed è un fattore decisivo».
Altro grande tema del presente e del futuro: l’intelligenza artificiale. Lei giustamente ha detto che chiudersi ed «evitare» i progressi tecnologici non si può. Cosa state facendo per evitare un’ecatombe di posti di lavoro?
«Il punto non è fermare l’innovazione, ma governarla. La nostra direzione mette l’uomo al centro sapendo che la vera sfida, più che tecnologica, è quella che riguarda le persone. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum stima che, entro il 2030, risulterà trasformato il 22% dei posti di lavoro. La parola chiave di questo processo è quindi “trasformazione”. Per questo stiamo lavorando su due fronti: monitoraggio degli impatti sul mondo del lavoro e formazione continua delle competenze. L’Osservatorio sull’adozione dell’IA nel mondo del lavoro del ministero (in via di composizione) sarà la cabina di regia, mentre investiamo sulle competenze digitali con progetti trasversali e digitali dedicati alla formazione delle persone».
Avete stilato un elenco dei settori più a rischio?
«Insieme all’Inapp, stiamo studiando quali siano le figure professionali maggiormente esposte. È un monitoraggio continuo che ha un suo primo riflesso in un elenco pubblicato sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nella parte riservata all'Osservatorio sull'impatto dell’IA (ancora in versione beta). Lo stesso elenco indica però anche quali siano le professioni che restano meno esposte agli impatti dell’IA e verso quali lavori orientarsi. Il punto non è difendere ogni singola mansione, ma accompagnare le persone nella transizione».
Ci sono invece delle nuove professioni collegate all’Ia che potrebbero garantire un adeguato ricambio?
«Ci sono segnali chiari: crescerà la domanda di competenze tecnico-scientifiche, digitali e nei settori legati alla sostenibilità. Stiamo osservando qualcosa che già il Rapporto Draghi aveva individuato, richiamando come nodo critico la carenza di competenze in quelle aree. Ed è proprio questo il nodo: colmare il gap di competenze. Una questione che inciderebbe anche sul mismatch tra domanda e offerta di lavoro, per cui le previsioni di assunzioni trimestrali si aggirano su 1,5 milioni di ingressi ma quasi un lavoratore su due è considerato “di difficile reperibilità».
L’indice di sforzo sul mutuo. Per capire cosa c’è alla base del piano casa da circa 10 miliardi per creare almeno 100.000 alloggi a canone agevolato in Italia, bisogna partire proprio da qui. Dal rapporto, spiegato ieri in conferenza stampa dal premier Giorgia Meloni, tra lo stipendio netto e quanta parte di quel salario bisogna investire per pagare un mutuo o un affitto.
«Roma e Milano», ha evidenziato il presidente del Consiglio, «sono tra le città europee dove è più difficile acquistare casa: 16 a Roma, 13 a Milano sono i metri quadri di abitazione che un giovane può permettersi se destina un terzo del suo stipendio al pagamento di un prestito a 30 anni a tasso fisso. E quindi capiamo che un problema c’è. Non riguarda esclusivamente le città, perché il problema esiste ovunque».
E visto che c’è un problema che riguarda giovani, famiglie e anziani, il governo è intervenuto con un provvedimento «corposo» che poggia su tre pilastri. Il primo riguarda l’edilizia residenziale popolare e prevede di impiegare inizialmente non meno di 1,7 miliardi per ristrutturare alloggi pubblici che in questo momento non sono «agibili» e quindi restano fuori dalla graduatorie. Quanti? «L’obiettivo», ha sottolineato il vicepremier Matteo Salvini, «è recuperare entro un anno dall’approvazione del decreto 60.000 appartamenti ad oggi non assegnati perché fuori norma, perché occupati abusivamente, perché non hanno gli infissi ecc. in tutte le regioni italiane, con un costo medio per appartamento fra i 15 e i 20.000 euro».
Ma non ci sono solo i soldi. Perché a breve verrà nominato un commissario che avrà il compito di «facilitare» tutte le procedure. Il secondo pilastro invece prevede la nascita di uno strumento finanziario in capo a Invimit nel quale confluiranno le risorse finanziarie sia nazionali che europee destinate all’housing sociale e all’emergenza abitativa e che saranno ripartite tra i vari livelli di governo. Poi c’è la terza gamba, quella che fa perno sui privati, affiancati dalla mano pubblica che vede come protagonista Cassa Depositi e Prestiti, Confindustria e la rete del Real Estate guidata dal manager Mario Abbadessa.
Risorse che dovrebbero aggiungersi ai 10 miliardi di cui parla la Meloni. Secondo quanto risulta alla Verità sarà costituito un fondo immobiliare chiuso che oltre a Cdp (che investirà più di 400 milioni per avere un ruolo soprattutto di supervisione) coinvolgerà anche Mubadala (il fondo sovrano di Abu Dhabi che metterà sul piatto 1 miliardo per poi accrescere la sua partecipazione) e quasi sicuramente anche il fondo sovrano del Kuwait (Kia). E sempre dal Golfo Persico potrebbero arrivare altre sorprese. Anche per la creazione della terza gamba del piano casa il ruolo e i rapporti internazionali della Meloni (pensiamo al bilaterale di dicembre con l’Emiro del Kuwait Misha’al Al-Ahmad Al-Sabah e all’incontro di gennaio con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan) sono stati fondamentali.
I fondi sovrani puntano a un ritorno certo, ma va ricordato che nel piano di Cdp e Abbadessa avranno un ruolo importante le più grandi casse di previdenza del Paese, soggetti che per loro natura hanno una visione poco speculativa (Enpam, Cassa Forense, Inarcassa, Cnpadc ed Enasarco).
Si parla di una potenza di fuco (a leva) di circa 20 miliardi.
Anche per il terzo pilastro è prevista la nomina di un commissario alla semplificazione, ma come ha spiegato la Meloni, «lo Stato assicura al privato che vuole investire semplificazioni burocratiche, e procedure veloci, ma in cambio il privato dovrà garantire su 100 alloggi che costruisce che 70 siano di edilizia convenzionata. Un prezzo di affitto scontato di almeno il 33% rispetto al costo di mercato, ma speriamo che si possa fare anche meglio».
Sono essenziali per la riuscita del piano anche altre operazioni. Lo stesso presidente del Consiglio ha sottolineato come per la parte di edilizia a prezzi calmierati sia previsto il dimezzamento di tutti gli oneri dei notai: «Significa», ha spiegato, «dimezzare il costo dell’atto di compravendita, del mutuo, della locazione». Così come sarà centrale l’approvazione del disegno di legge con la dichiarazione d’urgenza sul tema degli sgomberi. Un pacchetto di misure per rendere più efficace e veloce la liberazione degli immobili occupati abusivamente intervenendo sulle procedure di notifica di esecuzione dello sfratto, sui tempi per le esecuzioni e sulla procedura accelerata e di urgenza per ottenere in via giudiziale il titolo esecutivo e quindi il rilascio dell’immobile.
Occhio infine al meccanismo del rent to buy. «C’è per l’edilizia sociale la formula innovativa del rent to buy. Cioè», ha insistito Salvini, «non si paga più a vuoto l’affitto di una lunga locazione perché dopo un tot di anni puoi andare a riscattare quell’immobile. Quindi non è più un affitto ma è un anticipo diluito nel tempo dell’acquisto». A cui si aggiunge anche un «aiuto per i prossimi tre anni dedicato esclusivamente ai genitori separati di 400-500 euro al mese». Mostrano apprezzamento le parti sociali. «Come Confindustria Assoimmobiliare», commenta per esempio il presidente Davide Albertini Petroni, «apprezziamo il forte impegno che Meloni, Salvini e Foti hanno dedicato all’emergenza abitativa, oggi tra le principali urgenze sociali del Paese».
Tutto bellissimo nella pratica, ora arriva il difficile: mettere il piano casa a terra.




