Pensava di doversi difendere dagli attacchi dell’opposizione. Dalle accuse della sinistra che dimenticandosi per esempio di Guido Rossi e Luigi Spaventa - ex presidenti della Consob che hanno avuto prima o dopo un passato rosso in politica - era pronta (in realtà lo stanno già facendo da un po’) ad accusarlo di essere un uomo di parte, per giunta della parte leghista, che andava a prendere la guida di un authority molto delicata e necessariamente indipendente come quelle che supervisiona sulla Borsa. E invece i veri pericoli arrivavano dal fuoco amico.
Ieri, il sottosegretario all’economia e alle finanze nei governi Draghi e Meloni, Federico Freni, avrebbe dovuto ricevere l’investitura dal consiglio dei ministri per succedere a Paolo Savona che ha la carica in scadenza l’8 marzo. La nomina era data per scontata un po’ da tutti. Vuoi per i retroscena che si susseguono da mesi, vuoi per lo standing del melomane con il pallino della finanza. Tant’è che giravano già i nomi dell’ex ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, e di Gianpiero Zinzi per prendere il suo posto al Mef, ma all’improvviso è saltato tutto.
Motivazioni ufficiose? Antonio Tajani si sarebbe messo di traverso. O meglio, il leader di Forza Italia avrebbe saputo solo dai giornali che oggi ci sarebbe stata una nomina di questo peso in cdm. Aveva inteso che quella da coprire fosse la figura di un membro della Consob e non del numero uno degli sceriffi del mercato.
Se le cose stanno davvero così non lo sapremo probabilmente mai. Possibile invece che Forza Italia reputi di avere maggiore «predisposizione» del Carroccio per quella poltrona.
Un po’ perché le banche, ricordiamoci che Piazza Affari è una delle Borse più bancocentriche del Vecchio Continente, lei le ha sempre difese, mentre la Lega chiedeva loro di pagare gli extraprofitti, e un po’ perché se stiamo all’economia e allo spoil system della politica, il Carroccio ricopre già un ruolo apicale con Giancarlo Giorgetti alla guida del ministero, mentre gli azzurri sono a bocca asciutta.
Insomma, si è trattato di un disguido (che sarebbe comunque grave) o quella di ieri è la posizione definitiva degli azzurri che magari chiedono altro in cambio del via libera? Siamo di fronte a un semplice rinvio, a una brutta figura alla quale si può presto porre rimedio, o la questione è ben più profonda?
A giudicare dalle dichiarazioni di Forza Italia del mattino (prima del consiglio dei ministri) c’è da propendere per la seconda ipotesi. Con la presa di posizione gelida del portavoce azzurro Raffaele Nevi. «Freni alla Consob? Vediamo», aveva risposto, «di questa cosa se ne occupa il nostro leader del partito Antonio Tajani. Segnalo solamente che non ci ha mai convinto la designazione di un politico alla Consob. Noi rimaniamo su questa posizione. Secondo noi è bene che lì, siccome si tratta di questioni molto tecniche, ci sia un tecnico, un non politico di alto livello con grande esperienza. La tratteranno i leader nelle prossime ore. Non facciamo nomi, ci sono tante persone autorevoli che secondo noi potrebbero svolgere al meglio senza nulla togliere a Freni che è uno straordinario sottosegretario al ministero delle Finanze e penso stia facendo bene».
Non solo perché anche i segnali che arrivavano da Fratelli d’Italia non erano proprio rassicuranti. «Il sottosegretario», sottolineava il responsabile economico del partito Marco Osnato, «è una persona che ha tutte le caratteristiche per svolgere quel ruolo alla Consob, ma allo stesso tempo è una pedina importante nello scacchiere del Mef». E così le certezze del mattino si sono trasformate in dubbi e cattivi pensieri che anche l’ennesimo endorsement di Salvini («Freni è stato un bravissimo sottosegretario dell’Economia, quindi penso che possa fare con altrettanta capacità altri ruoli») hanno fugato.
Una escalation fino alla doccia fredda arrivata dal Consiglio dei ministri. Con Tajani che ha tenuto il punto e gli azzurri che hanno evidenziato la necessità di avere come presidente una figura indipendente, prospettando anche il rischio di rilievi sulla nomina da parte della Corte dei conti.
A un certo punto è stata valutata la possibilità di avviare la nomina di Freni all’interno dell’authority per rinviare a una secondo momento la scalata al vertice. Ma l’opzione è presto tramontata. Resta un bel pasticcio. Del resto, se Forza Italia punta su un altro cavallo lo scopriremo a breve.
Si fanno dei nomi. Come è ovvio che sia. Quello di Marina Brogi, per esempio. Professoressa di Economia e tecnica dei mercati finanziari alla Bicocca di Milano, ma soprattutto con un curriculum infinito nei cda di banche e società quotate. È anche in Generali, il crocevia delle battaglie della finanza italiana. Si parla della Brogi soprattutto per i rapporti molto stretti con la famiglia Berlusconi.
Ma c’è anche un’altra figura, meno conosciuta, ma non per questo defilata. Si tratta di Federico Cornelli, commissario Consob dal 2023 e membro della Commissione di revisione del Testo Unico della Finanza, proprio il Tuf sul quale da tempo sta lavorando l’altro Federico, Freni.
Potrebbe partire con il botto il 2026 del Milan. Le novità in casa rossonera non riguardano l’acquisto di un nuovo bomber, il sogno della maggior parte dei tifosi delusi dal rendimento di Santiago Giménez e Christopher Nkunku ma anche dall’arrivo poco pubblicizzato di un panzer un po’ sgualcito come Niclas Füllkrug, bensì l’assetto societario.
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
Sei Maurizio Landini. E la storia sindacale parla per te. Prima come leader della Fiom (i metalmeccanici) e poi come segretario della Cgil (il salto di qualità è datato 2019), avversari e fedelissimi ti hanno sempre riconosciuto una certa coerenza al diniego, al dire sempre e solo dei gran «no» soprattutto quando dall’altra parte della barricata ci sono i nemici di una vita: gli imprenditori e il centrodestra.
Siamo nel 2010 e a Pomigliano la Fiat sfida le parti sociali a ribaltare il tavolo. L’azienda non va e il sito campano è l’emblema di un andazzo poco propenso al lavoro. Marchionne propone un’intesa in deroga al contratto nazionale che riguarda turni, straordinari e malattia. Una mezza rivoluzione. Tutti d’accordo (Fim e Uilm) tranne il sindacato più a sinistra della fabbrica: la Fiom di Landini, appunto.
Stagione più recente, con Renato Brunetta a capo del Cnel. L’ex ministro presenta un documento di base su salario minimo e lavoro povero. Firmano tutti. Anche perché si tratta di un primo passo, non certo di quello definitivo. Tutti, tranne uno: neanche a dirlo il compagno Maurizio.
Giorni nostri. Contratto del pubblico impiego. Il governo Meloni, grazie anche alla spinta del ministro Paolo Zangrillo, mette sul piatto una cifra record per i rinnovi 2022-2024 e 2025-2027 degli statali. Ben 20 miliardi di euro. Ci sono più di 3 milioni di lavoratori in attesa di un rinnovo che certo non copre tutta l’inflazione monstre del periodo (più del 15%), ma una buona parte sì. La Cisl ci sta subito, la Uil cede dopo un po’ e lascia al suo destino le scelte di un sindacato, la Cgil ovviamente, che, pur di contrastare il governo e di avallare la politica del suo capo, non ha mai neanche minimamente preso in considerazione l’idea di firmare e così far guadagnare circa 300 euro lordi in più (considerando le due tornate contrattuali) ai dipendenti della Pa. Una follia.
Ci siamo un po’ dilungati, ma neanche troppo perché abbiamo scelto solo alcuni dei casi più eclatanti, per raccontare il cursus honorum del segretario della Cgil. E per porci la seguente domanda: può un sindacalista che ha un curriculum del genere proporre seriamente che, per incrementare gli stipendi degli italiani, bisogna ricontrattare i salari ogni anno? Insomma, perché aspettare 36 mesi per ridiscutere la parte economica di un accordo, meglio mettersi seduti intorno a un tavolo ogni sei mesi.
Da un certo punto di vista vorrebbe dire tornare alla scala mobile, perché ovviamente l’obiettivo è quello di adeguare costantemente le buste paga all’inflazione, da un altro ci troveremmo di fronte a uno stillicidio. Alla paralisi continua, con il Landini di turno pronto a bloccare tutto e tutti pur di prendersi ancora una volta la scena e qualche titolo di giornale.
Anche no. Ieri il tema è tornato di stretta attualità perché l’Inps ha presentato uno studio sulle dinamiche salariali. E il governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha ricordato che in Italia «la produttività ristagna da un quarto di secolo» e che «dal 2000, i salari orari sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% in Germania e del 14% in Francia».
Dubitiamo che Panetta sia d’accordo con Landini sull’idea ricontrattare ogni 12 mesi gli accordi collettivi. Siamo più propensi a credere che abbia guardato con attenzione l’analisi curata dalla direzione centrale studi e ricerche dell’Inps che, nel descrivere l’andamento delle buste paga tra il 2020 e il 2024, parla del peso preponderante dello choc inflattivo esogeno osservato nel biennio 2022-2023. E osserva che gli stipendi sono stati rallentati da componenti legate alle imprese come la produttività, il potere contrattuale e le politiche retributive.
In buona sostanza, è su queste che bisogna agire. Sul rinnovo dei contratti, sull’innovazione tecnologica (che vuol dire produttività) e sulla riduzione della pressione fiscale e contributiva anche per detassare il lavoro festivo, notturno e straordinario. Alcune di queste cose il governo ha solo iniziato a farle. Bisogna accelerare. È stato già perso troppo tempo a causa dei no a prescindere dei Landini di turno.





