La sinistra fa il salario minimo con i soldi degli altri. È questa la morale che ci arriva dal pasticcio sulle retribuzioni in Regione Puglia con la premiata ditta Emiliano-Decaro come protagonisti. Il primo come ideatore della norma che introduce un «pavimento salariale» per gli appalti pubblici, il secondo come esecutore del provvedimento con il recente bando di gara che fissa in 9 euro la paga oraria minima lasciando però invariate le risorse e riducendo i servizi e di conseguenza le prestazioni e il monte orario degli addetti.
Così succede che mentre il Pd sbandiera la sua icona anti povertà, i lavoratori rischiano di guadagnare le stesse cifre di prima e i rincari sul costo del lavoro diventano una potenziale zavorra sui bilanci delle ditte che vincono le gare.
Ma riavvolgiamo il nastro, perché tutto parte nel 2024. Quando l’ex governatore Michele Emiliano si intesta la prima legge in Italia che impone un salario minimo. Si può fare? Da tempo a livello nazionale si dibatte sull’utilità di una paga minima oraria. E alla ricetta salvifica sponsorizzata dalla sinistra, il governo risponde con la necessità di concentrare le risorse sugli incentivi alla contrattazione collettiva che garantisce incrementi reali dei salari legati al carovita.
Una legge nazionale non c’è, ma la Puglia legifera senza preoccuparsene troppo. Il governo Meloni impugna il provvedimento e la Corte Costituzionale (fine 2025) dà ragione all’ex magistrato (in aspettativa) mandando in brodo di giuggiole Elly Schlein, pronta a rivendicare la portata nazionale della sentenza della Consulta.
Intanto ci sono le elezioni ed entra in scena Antonio Decaro, che ha preso il posto di Emiliano. «La Regione Puglia», annuncia gongolante sui social il 30 gennaio, «ha pubblicato in queste ore il primo avviso per l’affidamento del servizio di custodia, vigilanza e portierato con la clausola del salario minimo, nel senso che le persone che lavoreranno nelle aziende a cui sarà affidato questo servizio non potranno avere meno di 9 euro l’ora. È un impegno che avevamo preso […] e l’abbiamo mantenuto. Perché per noi il lavoro non può essere povero». Evviva, evviva.
Emiliano alza la palla, la Consulta la «sistema» e il buon Decaro mette a terra un punto facile facile. Peccato che non sia andata proprio così. Nel bando per l’affidamento del servizio di portierato e vigilanza armata, per esempio, la base d’asta è di 6,5 milioni di euro, appena 300.000 euro in più del bando precedente. Con una particolarità: la base d’asta per il primo servizio (la vigilanza non armata, quindi il portierato) resta immutata: 2,5 milioni. Ed è quello il comparto dove troviamo il lavoro più povero, abbondantemente sotto i 9 euro.
Morale della favola: se stanzi le stesse risorse e imponi un incremento del costo del lavoro è naturale che quel rincaro finirà tutto sulle spalle delle aziende che vincono l’appalto. Se inoltre riduci i servizi (come era previsto nel bando) e quindi il monte orario, o tagli i lavoratori (c’è una clausola di salvaguardia che lo impedisce) o li costringi a lavorare meno (una sorta di part-time), con conseguenti salari da fame. In alcuni casi, secondo i sindacati, si passerebbe da circa 40 a 25 ore settimanali con il rischio di stipendi mensili intorno ai 700 euro netti.
Il bluff del salario minimo non lo denunciano le opposizioni, ma le parti sociali (Cgil in testa) e soprattutto la giunta pugliese che si compatta intorno a Pd e M5s. «Non possiamo restare indifferenti», scrivono in una nota i gruppi di maggioranza, «quella per il salario minimo è per noi una battaglia di civiltà e non possiamo permettere che venga vanificato lo spirito della legge approvata in Consiglio». «Questa situazione», evidenzia la consigliera del Pd Isabella Lettori, «rischia di trasformare una vittoria politica in una beffa paradossale per i lavoratori».
Siamo a fine marzo. E quello che sembrava un successo facile facile, che può fare da apripista ad altri provvedimenti simili (vedi Campania), si sta trasformando in un boomerang per Decaro e i dem.
Bisogna metterci una toppa, anche perché il precedente contratto scade l’8 aprile. Così il 2 arriva la modifica al bando della discordia, quello che prevede il salario minimo. Vengono stanziate più risorse? Macché. I fondi restano gli stessi, certo alcuni servizi vengono ripristinati ed è prevista la possibilità di accorciare i tempi dell’appalto che originariamente durava 18 mesi.
Una pezza a colori, piena di condizionali e ipotesi tutte da verificare. Mentre sarebbe bastato prevedere più risorse all’origine per evitare una figuraccia. Perché non è stato fatto?
«Non siamo stati consultati», evidenzia alla Verità il segretario generale della Fisascat Cisl Puglia Leonardo Piacquaddio, «e quindi ci riserviamo di verificare l’impatto effettivo di queste modifiche. Le posso però dire in linea comune con Cgil e Uil che in più di un’occasione abbiamo espresso delle riserve sull’applicazione del salario minimo. Proprio perché la Puglia rappresenta un’eccezione rispetto al resto del Paese, le parti sociali dovrebbero essere maggiormente coinvolte. Gradiremmo una sorta di contrattazione d’anticipo con l’ente committente anche per evitare di trovarci di fronte al paradosso di aumenti di paga oraria in corrispondenza a una riduzione delle ore di lavoro. Perché l’applicazione del salario minimo va portata anche sul tavolo della contrattazione di primo e secondo livello (quella cosiddetta decentrata e/o territoriale) per evitare che si trasformi in un boomerang rispetto alla condizione e ai diritti dei lavoratori».
Insomma, da più parti ci si rende conto che gli effetti del salario minimo sono fortemente discutibili e che per garantire aumenti in busta paga e maggiori diritti ai lavoratori c’è un’unica soluzione: rinnovare i contratti. E come evidenzia ancora Piacquaddio, in questo settore ci sono contratti aperti, ancora non rinnovati su cui poter lavorare.
La battaglia per la paga minima oraria resta una bandiera ideologica buona da sventolare in piazza e nei talk show, ma che aiuta poco i lavoratori. E il pasticcio pugliese ne è l’ennesima dimostrazione.
Ministro Zangrillo, andiamo subito al punto. Non molte ore fa lei ha firmato il rinnovo del contratto (solo la parte economica) della scuola. In media 137 euro in più al mese per circa 1,3 milioni di lavoratori. Di questi tempi è una notizia. Ma fa ancora più notizia la firma della Cgil, in controtendenza rispetto ai no imposti da Maurizio Landini in tutta questa legislatura. Cos’è successo?
«Innanzitutto mi faccia dire che in meno di tre anni questo è il terzo rinnovo del contratto dell’Istruzione della legislatura, una cosa mai successa prima. In tre anni abbiamo portato a casa i rinnovi di nove anni (dal 2019 al 2027 ndr) con incrementi del 17% pari a 400 euro lordi al mese. Creare continuità ed evitare i ritardi atavici era uno degli obiettivi che ci eravamo posti a inizio mandato e possiamo dire di averlo raggiunto anche grazie al lavoro di squadra del governo che ha già stanziato le risorse per il triennio successivo, il 2028-2030».
E questi sono fatti. Così com’è un fatto che la Cgil si era sempre opposta ai rinnovi, mentre a questo giro ha firmato. Come ha convinto Landini?
«Guardi, io non ho incontrato Landini e quindi non so se si sia convinto. Posso invece dire di aver trovato i rappresentanti della Cgil al tavolo molto ben disposti al dialogo vista l’importanza della proposta dell’Aran (che rappresenta lo Stato nella contrattazione ndr), consapevoli che continuare a restare fuori dalla trattativa sarebbe stato controproducente anche per il sindacato».
Beh, anche i rinnovi offerti in passato erano abbastanza sostanziosi, il governo ha stanziato circa 20 miliardi per i contratti della Pa, eppure Landini ha sempre detto no. Ha notato una spaccatura nel sindacato?
«Non mi faccia dire cose che non so e non mi faccia entrare in questioni che non mi competono. Per quello che ho visto io, c’era una gran voglia anche da parte dei rappresentanti della Cgil seduti al tavolo di mettere da parte la politica e di pensare agli interessi dei lavoratori. E infatti alla fine siamo riusciti a trovare la quadra».
Bene il contratto. Però il governo dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia sta vivendo il momento più complicato da inizio legislatura. C’è ancora qualcuno che pensa alle elezioni anticipate?
«Io non sottovaluto la sconfitta, che c’è stata, ma credo anche che nei momenti delicati sia fondamentale mantenere lucidità e guardare i numeri. I numeri del voto dicono che il Sì ha avuto più consensi di quelli raggiunti dalla coalizione di centrodestra alle ultime politiche e i sondaggi fotografano una situazione sostanzialmente immutata. Insomma, l’ipotesi del voto anticipato mi è sempre apparsa irrealistica».
Detto questo, l’economia sta peggiorando e il governo ha varato un mini-rimpasto che nessuno sa dire se sia finito.
«Non confondiamo i piani però. La situazione economica risente evidentemente del conflitto in Medio Oriente che non dipende certo da noi. Dal cdm siamo usciti con delle misure tampone come il rinnovo del taglio delle accise che erano fondamentali, ma ovviamente non basta. La situazione è seria e quindi nessun Paese può risolverla da solo, i provvedimenti vanno presi a livello europeo».
Che vuol dire stop al Patto di stabilità?
«Certo, il prima possibile».
Ma l’Europa dice che deve esserci una recessione per fermare l’automatismo dei vincoli. Paradossale no?
«Certo che è paradossale. E io sono convinto che con un conflitto lungo, Bruxelles non potrà non concedere deroghe al Patto, anche perché parliamo di una crisi energetica che per l’Europa è la più grave degli ultimi 30 anni».
Tempi?
«Le prossime due settimane, al massimo i prossimi 20 giorni, saranno decisivi per prendere una decisione».
Una volta ottenuta maggiore possibilità di spesa dove dovrebbero andare le risorse?
«La priorità va data a imprese e famiglie. Le prime hanno da sempre avuto nell’eccessivo costo dell’energia un fattore di gap competitivo rispetto ai loro concorrenti. Le seconde rischiano di subire aggravi sui carburanti e in bolletta. Ecco, noi dobbiamo annullare del tutto o comunque limitare più che possiamo questi rincari».
Paradossale che si parli di rimpasto di governo in questa situazione?
«Ancora una volta sarebbe sbagliato confondere i piani. Il governo va avanti, ricordiamoci sempre che restiamo l’esecutivo più solido rispetto ai nostri principali alleati europei, penso a Francia e Germania».
È scoppiato però anche il caso Piantedosi.
«Si tratta di una questione privata e tale doveva rimanere».
Anche il suo partito Forza Italia, comunque, è in fibrillazione. Dopo l’avvicendamento Gasparri-Craxi, sembra siano possibili altri cambiamenti.
«In Forza Italia si è aperta una nuova fase: metabolizzato l’esito del referendum, non rinunceremo certo a proseguire nella battaglia per una giustizia più giusta. E in ogni caso adesso siamo proiettati alle elezioni politiche del 2027».
Con facce nuove?
«Anche con delle facce nuove per lavorare a dei cambiamenti che devono riguardare sia l’organizzazione sia la proposta politica. Io arrivo dal mondo delle imprese e del privato e ho una visione sui cambiamenti un po’ diversa dal consueto ragionamento politico. La mobilità tra ruoli, gli avvicendamenti sono fisiologici in ogni organizzazione e mostrano vitalità e voglia di migliorarsi. Non li vedo come una bocciatura o un regolamento di conti, ma come un fisiologico avvicendamento di forze».
I rapporti tra Marina Berlusconi e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani come sono?
«Ci si sorprende per l’incontro tra i due. Trovo normale che la figlia di chi ha fondato il movimento se ne occupi, d’altronde tutti sanno che Forza Italia è una delle creature a cui più teneva Silvio Berlusconi. Marina vuole solo il meglio per noi e ci sprona a migliorare».
Ecco, secondo lei in cosa dovrebbe migliorare il partito. Cosa vi ha insegnato il referendum?
«Ci ha detto che dobbiamo lavorare sui giovani, sulla Generazione Z che ha avuto un ruolo decisivo nella vittoria dei No. Il tema non è solo di contenuti: certo che servono delle proposte che vanno comprese dalle nuove generazioni e per fare ciò dobbiamo essere capaci di usare linguaggi adeguati».
La vera notizia è che nel giro di due anni, il governo ha portato a casa tre rinnovi per il contratto dell’istruzione e della ricerca (1 milione e 200.000 lavoratori). Un incremento medio complessivo sulle buste paga di 395 euro che arriva a toccare quota 412 per il personale docente.
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.





