Due fotografie. La prima, 4 giugno del 2023, Zlatan Ibrahimovic commosso e con gli occhi gonfi di lacrime che al centro di San Siro si prende gli applausi dei tifosi del Milan nella serata del suo addio al calcio. Con la consapevolezza che quello sarebbe stato solo un arrivederci per i colori rossoneri. L’inizio di una nuova storia giocata dietro a una scrivania piuttosto che su un rettangolo verde. «È il momento di dire addio al calcio non a voi», declamava sicuro il quasi 42enne attaccante svedese corrisposto dall’ovazione adorante di tutto lo stadio.
Tre anni dopo: 24 maggio del 2026, ultima giornata di campionato, Milan-Cagliari 1-2. Lo stesso pubblico di San Siro è inferocito e subissa di fischi e improperi squadra, allenatore e dirigenza, con Ibra che sgattaiola via dagli spalti scortato fino al parcheggio. La squadra di Massimiliano Allegri è riuscita nell’impresa titanica di passare dalla lotta per lo scudetto all’addio alla Champions League nell’arco di poche settimane. E a Ibra vengono addossate buona parte delle colpe, forse troppe. Il campione vincente che non deve chiedere mai è accusato di assenza, di essere stato più negli States che in Italia, di aver snobbato il Milan. In una parola sola: tradimento. Passare da bandiera a mercenario nel calcio è un attimo.
Cos’è successo in questi tre anni? Qual era il ruolo che realmente avrebbe dovuto avere Ibra nel Milan? Perché all’indomani del tracollo con il Cagliari è stato escluso dal repulisti che ha riguardato Giorgio Furlani (ad), Igli Tare (direttore sportivo), Geoffrey Moncada (direttore tecnico) e Massimiliano Allegri (allenatore)? Cosa prevede il contratto firmato con Cardinale? La confusione è amplificata anche dallo stesso svedese, che a un certo punto, verso la fine dell’era Fonseca (a cavallo tra il 2024 e il 2025), si comportava (con interviste e una certa sovraesposizione) come la vera interfaccia del club tra management e campo. Salvo poi fare un passo indietro.
Ecco perché diventa fondamentale avere qualche informazione in più sull’intesa che dà a Ibrahimovic il ruolo di Operating Partner di RedBird Development Group. Una posizione importante rispetto a tutti gli investimenti del portafoglio Sports, Media & Entertainment del fondo. Con il Milan al centro. Secondo quanto risulta alla Verità, che ha chiesto conferma al club su alcuni dati ricevendo come risposta un «no comment», nel contratto si parla dello svedese come consulente senior della proprietà dell’Ac Milan, ma anche dell’amministratore delegato e del presidente. Un ruolo di super-advisor sia nell’ambito sportivo che in quello commerciale e dei progetti speciali. E qui va spiegata una cosa: Ibra non ha l’ultima parola nella scelta dell’ad, del direttore sportivo o dell’allenatore. Ma è altrettanto evidente che se mantieni per così tanto tempo un ruolo centrale a 360 gradi nella stessa società, la tua opinione ha un peso. E conoscendo il carattere di Zlatan, il peso è importante.
Del resto l’accordo prevede che l’attività di consulenza possa riguardare anche le valutazioni sui calciatori, il reclutamento di talenti, la gestione dell’accademia e la motivazione della rosa. Poi c’è l’aspetto commerciale, quello che spesso non va giù ai tifosi e nel quale Ibra oggi dà il meglio di sé. Lo svedese è considerato una sorta di brand ambassador mondiale (cioè di interlocutore con Stati, multinazionali, partner commerciali attuali e potenziali). Con un occhio di riguardo per gli States anche rispetto alle principali società di produzione cinematografica e televisiva di Hollywood, tra le quali vengono menzionate SkyDance Media, Artists Equity e la SpringHill Company.
Qui va aperto un altro inciso: anche il lato RedBird del contratto ha una corposa indicazione dei potenziali accordi commerciali con l’opportunità di collaborare a progetti con i partner del fondo nei settori sport, media e intrattenimento. Vengono citati a titolo di esempio Ben Affleck, Matt Damon, Dwayne Johnson, LeBron James, Maverick Carter, Jennifer Lopez, ma anche Nfl (football americano), Xfl (sempre football americano), Nba, Mlb (baseball), New York Yankees, New England Patriots, Dallas Cowboys eccetera. Con postille anche sulla possibilità di «sviluppare» la carriera post-agonistica dello svedese, facendo crescere il suo marchio a livello globale con un focus strategico sul mercato americano.
Tanti ruoli che prevedono anche la possibilità di operare in completa libertà ovunque l’ex campione ritenga opportuno. E su questo aspetto c’è una sottolineatura nell’intesa. Importante ricordarlo perché le polemiche per le assenze del campionissimo da Milano non sono mancate, ma vista l’eterogeneità delle funzioni svolte, l’obbligo di una sede fisica sarebbe stato bizzarro. Più che altro verrebbe da porsi una domanda molto semplice: come può un sol uomo, anche se si chiama Ibra, farsi carico di tutti questi impegni?
Veniamo all’aspetto economico. Secondo le ricostruzioni della Verità, lo stipendio base di Ibra è di un milione di dollari all’anno per cinque anni. Non risulta una partecipazione azionaria nel Milan, se non tramite warrants convertibili. Nell’immediato, l’ex centravanti di Juve, Inter, Barcellona e Manchester United non ha investimenti diretti, ma in futuro potrà acquistare 5 milioni di dollari di azioni del Milan al prezzo di acquisizione del club (il passaggio del 2022 da Elliott a RedBird per 1,2 miliardi di euro) e 10 milioni di dollari a un prezzo pari al doppio di quello di acquisto, quindi qualora si arrivasse a quotarlo almeno 2,4 miliardi di euro. Valore che realisticamente è raggiungibile solo con il volano economico del nuovo stadio in costruzione. Al di là delle cifre, il concetto è: più aumenta la valutazione dei rossoneri, più Ibra avrà un guadagno dal diritto di entrare nell’azionariato a un prezzo predefinito. Cosa vuol dire? Da un lato che lo svedese ha tutto l’interesse a far crescere il valore della società. Dall’altro che la mancata partecipazione alla Champions è stata una notizia (almeno dal punto di vista economico) ferale anche per il fuoriclasse di Malmö.
Molto interessante poi il capitolo dei «diritti di coinvestimento» senza pagare commissioni o costi di gestione nelle operazioni commerciali o del Milan. Perché dà l’idea del coinvolgimento a 360 gradi nel club e perché ricomprende, a titolo di esempio, il già citato nuovo stadio e le potenziali acquisizioni di società calcistiche in Brasile, Arabia Saudita, Australia e altri mercati chiave.
Il quadro che emerge è quello di un legame molto intenso di Zlatan con l’universo RedBird. Da qui la decisione (probabilmente mai entrata neppure nel novero delle possibilità) di non includerlo nel repulisti. Ecco perché diventano ancor più importanti le mosse della società Milan di questi giorni. Mancano al momento amministratore delegato, direttore tecnico e direttore sportivo. La scelta finale spetterà a Gerry Cardinale che, scosso dalla mancata partecipazione alla Champions, sta delegando meno e operando di più in prima persona. Per capire che peso reale abbia ancora il super consulente Ibra nelle scelte del Milan non resta che aspettare l’ufficializzazione dei nomi. Un’attesa eccessiva che agli occhi del deluso mondo dei tifosi rossoneri appare infinita.
Avete presente il salario minimo? La battaglia anti-povertà che la sinistra intera, capitanata dal Partito Democratico, si è intestata contro il governo? La necessità di stabilire una soglia, 9 euro lordi all’ora, al di sotto della quale la retribuzione di un lavoratore non potesse andare? «È una questione di civiltà», ripeteva il segretario dem neanche un anno fa.
«Non ci fermeremo finché la nostra proposta non sarà finalmente discussa e votata dal Parlamento», rincarava la dose l’ex numero due di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna.
Ecco. Dimenticatevi tutto. Perché a quanto pare, buona parte della sinistra stava scherzando. O meglio, per essere precisi, di sicuro stavano scherzando la leader democratica e il numero uno della Cgil, Maurizio Landini, visto che poche ore fa hanno firmato (Landini) e applaudito (la Schlein) un accordo che sotterra il salario minimo e segue invece il solco tracciato dall’esecutivo (nel decreto lavoro) con il cosiddetto salario giusto.
Ma andiamo con ordine. Nella giornata di mercoledì, o meglio, passata la mezzanotte di mercoledì, i tre maggiori sindacati del Paese dopo mesi di trattative anche informali hanno firmato una piattaforma unitaria (proposta comune) sulla rappresentanza da recapitare ai datori di lavoro (Confindustria in testa).
Semplificando, vuol dire stabilire le regole per «pesare» le organizzazioni dei lavoratori. Secondo l’intesa prevarrà un sistema misto che somma al numero di iscritti i voti raccolti nelle singole Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie). Dopodiché, in base, a questi numeri, un contratto potrà essere rinnovato solo se c’è la firma di organizzazioni che rappresentano almeno il 50% più uno dei sindacati. Più o meno quello che oggi succede nel pubblico impiego.
La questione non è solo di stabilire una sorta di classifica della serie A dei sindacati, ma soprattutto dare efficacia generale ai contratti siglati dalle parti più rappresentative. E ovviamente contrastare le intese pirata.
Nell’accordo ci sono diversi spunti interessanti e da approfondire. È previsto, per esempio, l’obbligo per le imprese di comunicare le deleghe sindacali tramite il sistema Uniemens/Inps. Si estendono le Rsu e le relative elezioni anche alle aziende più piccole. E via discorrendo. Ma qui interessa altro. Interessa evidenziare che per la prima volta trova spazio il principio del Tec, il trattamento economico complessivo, composto dai minimi tabellari indicati dal contratto più mensilità aggiuntive, welfare, riduzioni d’orario. Cioè il principio del salario giusto esplicitato dal governo poche settimane fa con l’approvazione del decreto lavoro. Null’altro che l’insieme delle voci retributive fisse e continuative previste dai contratti di categoria. Principio che esclude quello del salario minimo per legge spinto dalla sinistra come unica panacea per tutti i mali della povertà.
Tant’è che la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, da sempre fiera oppositrice del salario minimo, ha avuto gioco facile a rivendicare il successo: «Abbiamo raggiunto un accordo», spiega, «grazie alla capacità di tutti di mettere in campo senso di responsabilità, nonostante le posizioni che hanno spesso diviso Cgil, Cisl e Uil. Come abbiamo sempre detto, quando nel merito ci si ritrova, non abbiamo alcun problema a sottoscrivere documenti. Quello che ci ha separati in passato, ma anche recentemente, è il merito e il metodo di alcune questioni». Coerente. Non altrettanto può dire Landini che ama ripetere: «Serve il salario minimo. 20 anni di leggi sbagliate hanno aumentato la precarietà». Certo, il leader della Cgil sostiene anche che contrattazione e paga minima oraria non si escludano, ma con l’introduzione del Tec e del principio del salario giusto che ingloba anche quello minimo, non si vede come la coesistenza sia possibile.
E soprattutto non lo possono dire la Schlein e il Pd che sul salario minimo hanno condotto una battaglia di religione e invece adesso si ritrovano ad applaudire un’intesa che lo affossa. «La notizia dell’accordo raggiunto tra Cgil, Cisl e Uil per una piattaforma unitaria su contratti e rappresentanza è ottima e di assoluto rilievo», si è affrettata a commentare il segretario dem, «guardiamo con grande attenzione allo sviluppo del dialogo tra le parti sociali, nella speranza che presto arriveranno ad un accordo anche con le principali organizzazioni delle imprese. Serve un impianto forte per contrastare il ricorso ai contratti pirata che producono precarietà e concorrenza sleale tra imprese».
Tutto corretto. Ci mancherebbe. Peccato che la leader della sinistra si sia dimenticata di evidenziare che quell’accordo sancisce il principio del trattamento economico complessivo che sta alla base della paga giusta ed evidentemente esclude quella minima. Ma viene il sospetto che non se ne sia resa conto.
A sinistra amano talmente tanto la patrimoniale che fanno a gara a chi alza di più quella sul turismo. Un giorno sì e l’altro pure un sindaco a tinte rosse si lamenta perché vorrebbe maggiore libertà nell’aumentare l’imposta di soggiorno, che tecnicamente non è certo una patrimoniale, ma nei fatti rappresenta un balzello con uno scarsissimo livello di progressività su uno dei diritti inalienabili della persona: la possibilità di viaggiare.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.





