Ministro Zangrillo, andiamo subito al punto. Non molte ore fa lei ha firmato il rinnovo del contratto (solo la parte economica) della scuola. In media 137 euro in più al mese per circa 1,3 milioni di lavoratori. Di questi tempi è una notizia. Ma fa ancora più notizia la firma della Cgil, in controtendenza rispetto ai no imposti da Maurizio Landini in tutta questa legislatura. Cos’è successo?
«Innanzitutto mi faccia dire che in meno di tre anni questo è il terzo rinnovo del contratto dell’Istruzione della legislatura, una cosa mai successa prima. In tre anni abbiamo portato a casa i rinnovi di nove anni (dal 2019 al 2027 ndr) con incrementi del 17% pari a 400 euro lordi al mese. Creare continuità ed evitare i ritardi atavici era uno degli obiettivi che ci eravamo posti a inizio mandato e possiamo dire di averlo raggiunto anche grazie al lavoro di squadra del governo che ha già stanziato le risorse per il triennio successivo, il 2028-2030».
E questi sono fatti. Così com’è un fatto che la Cgil si era sempre opposta ai rinnovi, mentre a questo giro ha firmato. Come ha convinto Landini?
«Guardi, io non ho incontrato Landini e quindi non so se si sia convinto. Posso invece dire di aver trovato i rappresentanti della Cgil al tavolo molto ben disposti al dialogo vista l’importanza della proposta dell’Aran (che rappresenta lo Stato nella contrattazione ndr), consapevoli che continuare a restare fuori dalla trattativa sarebbe stato controproducente anche per il sindacato».
Beh, anche i rinnovi offerti in passato erano abbastanza sostanziosi, il governo ha stanziato circa 20 miliardi per i contratti della Pa, eppure Landini ha sempre detto no. Ha notato una spaccatura nel sindacato?
«Non mi faccia dire cose che non so e non mi faccia entrare in questioni che non mi competono. Per quello che ho visto io, c’era una gran voglia anche da parte dei rappresentanti della Cgil seduti al tavolo di mettere da parte la politica e di pensare agli interessi dei lavoratori. E infatti alla fine siamo riusciti a trovare la quadra».
Bene il contratto. Però il governo dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia sta vivendo il momento più complicato da inizio legislatura. C’è ancora qualcuno che pensa alle elezioni anticipate?
«Io non sottovaluto la sconfitta, che c’è stata, ma credo anche che nei momenti delicati sia fondamentale mantenere lucidità e guardare i numeri. I numeri del voto dicono che il Sì ha avuto più consensi di quelli raggiunti dalla coalizione di centrodestra alle ultime politiche e i sondaggi fotografano una situazione sostanzialmente immutata. Insomma, l’ipotesi del voto anticipato mi è sempre apparsa irrealistica».
Detto questo, l’economia sta peggiorando e il governo ha varato un mini-rimpasto che nessuno sa dire se sia finito.
«Non confondiamo i piani però. La situazione economica risente evidentemente del conflitto in Medio Oriente che non dipende certo da noi. Dal cdm siamo usciti con delle misure tampone come il rinnovo del taglio delle accise che erano fondamentali, ma ovviamente non basta. La situazione è seria e quindi nessun Paese può risolverla da solo, i provvedimenti vanno presi a livello europeo».
Che vuol dire stop al Patto di stabilità?
«Certo, il prima possibile».
Ma l’Europa dice che deve esserci una recessione per fermare l’automatismo dei vincoli. Paradossale no?
«Certo che è paradossale. E io sono convinto che con un conflitto lungo, Bruxelles non potrà non concedere deroghe al Patto, anche perché parliamo di una crisi energetica che per l’Europa è la più grave degli ultimi 30 anni».
Tempi?
«Le prossime due settimane, al massimo i prossimi 20 giorni, saranno decisivi per prendere una decisione».
Una volta ottenuta maggiore possibilità di spesa dove dovrebbero andare le risorse?
«La priorità va data a imprese e famiglie. Le prime hanno da sempre avuto nell’eccessivo costo dell’energia un fattore di gap competitivo rispetto ai loro concorrenti. Le seconde rischiano di subire aggravi sui carburanti e in bolletta. Ecco, noi dobbiamo annullare del tutto o comunque limitare più che possiamo questi rincari».
Paradossale che si parli di rimpasto di governo in questa situazione?
«Ancora una volta sarebbe sbagliato confondere i piani. Il governo va avanti, ricordiamoci sempre che restiamo l’esecutivo più solido rispetto ai nostri principali alleati europei, penso a Francia e Germania».
È scoppiato però anche il caso Piantedosi.
«Si tratta di una questione privata e tale doveva rimanere».
Anche il suo partito Forza Italia, comunque, è in fibrillazione. Dopo l’avvicendamento Gasparri-Craxi, sembra siano possibili altri cambiamenti.
«In Forza Italia si è aperta una nuova fase: metabolizzato l’esito del referendum, non rinunceremo certo a proseguire nella battaglia per una giustizia più giusta. E in ogni caso adesso siamo proiettati alle elezioni politiche del 2027».
Con facce nuove?
«Anche con delle facce nuove per lavorare a dei cambiamenti che devono riguardare sia l’organizzazione sia la proposta politica. Io arrivo dal mondo delle imprese e del privato e ho una visione sui cambiamenti un po’ diversa dal consueto ragionamento politico. La mobilità tra ruoli, gli avvicendamenti sono fisiologici in ogni organizzazione e mostrano vitalità e voglia di migliorarsi. Non li vedo come una bocciatura o un regolamento di conti, ma come un fisiologico avvicendamento di forze».
I rapporti tra Marina Berlusconi e il segretario di Forza Italia Antonio Tajani come sono?
«Ci si sorprende per l’incontro tra i due. Trovo normale che la figlia di chi ha fondato il movimento se ne occupi, d’altronde tutti sanno che Forza Italia è una delle creature a cui più teneva Silvio Berlusconi. Marina vuole solo il meglio per noi e ci sprona a migliorare».
Ecco, secondo lei in cosa dovrebbe migliorare il partito. Cosa vi ha insegnato il referendum?
«Ci ha detto che dobbiamo lavorare sui giovani, sulla Generazione Z che ha avuto un ruolo decisivo nella vittoria dei No. Il tema non è solo di contenuti: certo che servono delle proposte che vanno comprese dalle nuove generazioni e per fare ciò dobbiamo essere capaci di usare linguaggi adeguati».
La vera notizia è che nel giro di due anni, il governo ha portato a casa tre rinnovi per il contratto dell’istruzione e della ricerca (1 milione e 200.000 lavoratori). Un incremento medio complessivo sulle buste paga di 395 euro che arriva a toccare quota 412 per il personale docente.
Firme che giustificano, neanche a dirlo, il commento entusiasta del ministro Paolo Zangrillo, che ha parlato di «obiettivo raggiunto», e che hanno spinto il premier, parco di parole negli ultimi tempi, a intervenire via social per rivendicare il successo. «Il governo», ha evidenziato Giorgia Meloni, «continua a lavorare sull’aumento dei salari. Oggi la firma del rinnovo della parte economica del contratto collettivo nazionale del comparto Istruzione, per il triennio 2025-2027, che interessa oltre un milione di dipendenti. È il terzo rinnovo per il comparto Istruzione dall’inizio della legislatura: una cosa mai accaduta prima».
La Meloni ha ragione a rivendicare la firma anche perché si tratta di uno schiaffo alla gestione politica che Maurizio Landini ha impresso alla Cgil. Schiaffone ancora più sonoro, perché non arriva dall’esecutivo, cosa che di questi tempi non farebbe notizia, ma dalla stessa Cgil. Il segretario ha fatto del no a prescindere al rinnovo dei contratti della Pa una delle cifre distintiva del suo mandato. Istruzione, sanità, lavoratori dei ministeri o delle Regioni poco importa. Nell’ultima tornata c’è stata solo opposizione. Il leader che ormai partecipa come capopolo a tutte le battaglie politiche della sinistra (l’impiego di forze della Cgil sul No al referendum della giustizia è comparabile a quello del Pd) si è sempre opposto ai nuovi contratti, nonostante il governo avesse messo sul piatto circa 20 miliardi. Un cifra record, insufficiente per i desiderata di Landini. Motivo? Nel rinnovo precedente, 2022-2024, non veniva coperta l’inflazione monstre del periodo. Copertura impossibile, visto che parlavamo di un costo della vita schizzato del 17%. Insomma, aumenti del 7-8% non bastavano. E adesso? Cos’è cambiato? Perché la Cgil firma? La motivazione ufficiale è che in quest’ultima tranche, incrementi in busta paga da 135 euro per la parte economica 2025-27, l’inflazione verrebbe potenzialmente coperta, ma la realtà è tutt’altra. Entrando nel merito, va infatti ricordato che senza il contratto precedente, che è stato rinnovato senza l’avallo della Cgil, quest’ultimo rinnovo non ci sarebbe mai stato. E del resto Landini questa firma la subisce. Il segretario è costretto a fare buon viso a cattivo gioco rispetto ai mal di pancia di una categoria, quella della scuola (e non è la sola), che è stanca di seguire la linea politica del capo e capisce che continuando a dire sempre no gli iscritti fuggono.
C’è di più. Perché i rapporti tra Maurizio Landini e Gianna Fracassi, la segretaria generale della Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), non sono idilliaci. La Fracassi era legata alla gestione precedente (con Susanna Camusso è diventata segretaria confederale con deleghe importantissime, comprese le politiche economiche) e si sussurra che ambisca a prendere il posto dell’ex Fiom, anche per depoliticizzare il sindacato.
Ma al di là della questione personale, la firma sul contratto della scuola squarcia il velo di ipocrisia che ormai da mesi nasconde le tensioni tra la gestione del segretario e una parte consistente del sindacato.
Perso il sostegno dei suoi, sembra che nelle scorse ore Landini abbia addirittura contattato un esponente molto importante del governo, particolarmente vicino a Palazzo Chigi, per chiedere margini su una riapertura del contratto in caso di inflazione galoppante causa guerra. Il senso del discorso sarebbe stato: «Alla fine noi firmiamo, ma se la situazione precipita qui si ricontratta tutto». Diplomatica, ma eloquente la risposta: guarda che quello che chiedi non si può fare.
L’ipotesi peggiore si sta materializzando. Non che Milan e Inter, o meglio RedBird e Oaktree, i due fondi internazionali che controllano i club, non l’avessero presa in considerazione, ma probabilmente neanche nelle loro proiezioni più pessimistiche ipotizzavano un intervento così celere della Procura di Milano.
A neanche sei mesi dal rogito del novembre 2025, infatti, il progetto stadio di proprietà rischia la paralisi e, di conseguenza, anche i piani a lungo termine che prevedevano un deciso cambio di marcia in termini di ricavi. Dati ufficiali non esistono, ma secondo le stime più accreditate, grazie al nuovo impianto, ciascun club potrebbe arrivato a guadagnare tra biglietti, hospitality, eventi extracalcistici e diritti pubblicitari circa 100 milioni di euro in più all’anno. Non solo. Perché lo stadio cambierebbe l’appeal delle società. O meglio, la loro «vendibilità». In altre parole, RedBird e Oaktree, che per mestiere investono con l’obiettivo di guadagnare percentuali a doppia cifra rispetto a ogni asset che mettono in portafoglio, avrebbero risorse in canna decisamente più profittevoli.
E adesso? Forse è ancora presto per capire se l’indagine per la presunta procedura pilotata dai vertici del Comune di Milano con advisor e consulenti di rossoneri e nerazzurri possa portare all’annullamento dell’operazione, ma lo scenario più catastrofico prevede l’attivazione dello scudo penale. La clausola, non a caso fortemente voluta dai due club, che prevede la possibilità di rescindere dal contratto nel caso di «indagini o procedimenti penali che impediscano l’inizio dei lavori nei tempi concordati. O che mettano in discussione la bancabilità del progetto».
Perché, è bene ricordarlo, San Siro è stato ceduto per 197 milioni di euro, ma il progetto complessivo di riqualificazione e ristrutturazione dell’area prevede un esborso di circa 1,5 miliardi che verrà in buona parte finanziato attraverso un maxi-prestito bancario.
Una prima tranche da circa 350 milioni di euro sarebbe stata garantita da un pool di istituti che vede in prima fila Goldman Sachs, Jp Morgan, Banco Bpm e Bper. Ma è solo l’inizio. Certo che se il progetto dovesse entrare anche solo nella fase di stand by, tutto il castello di fidi che Redbird e Oaktree stanno da tempo mettendo in piedi rischierebbe di saltare. La Verità ha provato a chiedere un commento ai fondi: di loro sono soliti mantenere una certa riservatezza e, vista la delicatezza del momento, non si sono smentiti.
Certo, va ricordato che in conformità con quanto previsto dalla Legge stadi, il contratto di compravendita prevede una responsabilità del Comune di Milano in caso di inadempienza. Con la possibilità di chiedere «la restituzione delle somme versate», «il rimborso delle spese documentate, fino a un massimo di 20 milioni di euro» e «l’esonero dal pagamento di qualsiasi indennità per l’utilizzo dello Stadio Meazza, per un periodo massimo di due anni».
Un ulteriore bel guaio per il Comune e un risarcimento sostanzioso per i due club che difficilmente, però, basterà a RedBird e Oaktree. I due proprietari che lottano ormai da anni per trovare un equilibrio tra ambizioni sportive e conti di Milan e Inter e che pensavano di aver finalmente svoltato grazie all’operazione stadio.
Se la ricerca di un nuovo impianto dovesse tornare al punto di partenza, anche i loro progetti sulle due sponde opposte dei Navigli potrebbero cambiare. Ma, forse, stiamo correndo troppo in fretta.





