C’è una sicurezza (una delle poche a dire il vero) che la guerra in Iran si sta portando dietro sin dalle prime ore. Più va avanti il conflitto per Hormuz, più le prospettive di una pace vacillano e più si accentuano due fenomeni che naturalmente viaggiano su binari paralleli: l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e il rincaro del costo mutui. Causa comune? Le prospettive funeste sull’inflazione dovute al rincaro energetico. Che da un lato zavorrano le previsioni macro e quindi fanno schizzare i tassi di Bund (Germania), Oat (Francia), Gilt (Gran Bretagna), Btp (Italia), Treasury (Usa) e Jgb (Giappone) e dall’altro lasciano pochi dubbi sulle decisioni delle banche centrali, Bce in testa, e quindi anche sui rialzi del tasso di riferimento dei mutui variabili, l’Euribor.
Se a questo aggiungiamo che in buona parte delle economie avanzate la situazione politica (vedi Londra, Parigi e Berlino) è appesa a un filo, la frittata è fatta. Bisogna solo chiudere gli occhi e puntare su un Paese a caso per trovare nuovi record sui titoli pubblici. Tanto per intenderci, i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi a 30 anni hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007 (superiore al 5%), mentre i «pariscadenza» tedeschi aggiornano di continuo i massimi degli ultimi tre lustri (3,71%). Si pensa che in Asia le cose vadano meglio? Dipende. Non è così, per esempio, in Giappone dove le obbligazioni del debito pubblico a 30 anni hanno raggiunto il maggior livello dall’introduzione della scadenza lunga. Parliamo del 1999.
«Non ci crederete», spiega Garfield Reynolds, responsabile per i mercati asiatici di Bloomberg, «ma l’accelerazione delle vendite di titoli di Stato giapponesi sta sconvolgendo i mercati obbligazionari globali, avvicinando significativamente i rendimenti dei Jgb a quelli dei principali omologhi. Questo è motivo di preoccupazione per l’impatto più ampio su tutti gli asset, poiché l’aumento dei costi di finanziamento spingerà gli investitori locali con grandi disponibilità finanziarie a riportare all’estero una quota maggiore del capitale che hanno tenuto a lungo nei depositi».
Perché il fenomeno riguarda le lunghe scadenza, ma sul medio termine le cose non vanno molto meglio. I Gilt a 10 anni, complice le disavventure di Starmer, hanno superato la soglia del 5%, tornando sui massimi dalla crisi finanziaria del 2008, e anche i Btp italiani, seppur ancora in una situazione di relativa tranquillità, si sono avvicinati alla soglia del 4%.
Ma il vero problema riguarda il futuro, visto che secondo buona parte degli analisti non è ancora arrivato il momento di acquistare.
Dal caro interessi per i singoli Paesi al caro mutui il passo è breve. Anche perché in Italia l’Euribor (il tasso di riferimento dei variabili) ha già incorporato il molto probabile rialzo dei tassi di giugno della Bce (oggi le migliori offerte per gli immobili green si posizionano poco sotto il 2%). «L’Euribor 3 mesi», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development di Mutuisupermarket, «oscilla intorno al 2,25%, anticipando di fatto le mosse che i mercati considerano ormai acquisite. Guardando alla curva dei futures si vede una prima accelerazione nei mesi estivi, con l’Euribor atteso al 2,57% entro agosto, e una seconda entro fine 2026 che dovrebbe portarlo al 2,82%». Per intenderci: da inizio guerra (fine febbraio) l’Euribor è cresciuto circa di un quarto di punto che su trentennale di 150.000 euro vuol dire un incremento di poco meno di 20 euro al mese: in soldoni un aumento di poco meno di 250 euro in un anno. Certo che se l’andamento dei future dovesse essere rispettato, la maggiorazione arriverebbe a toccare quota 63 euro al mese entro la fine dell’anno, un’extra spesa che zavorra le già esangui casse delle famiglie italiane.
Le belle notizie arrivano invece dal tasso fisso. «Sul fronte dei fissi», continua l’esperto, «l’offerta rimane ancora sorprendentemente competitiva. Le banche non hanno trasferito integralmente nei propri listini i recenti aumenti dell’Irs - l’indice di riferimento dei fissi, con il ventennale che ha raggiunto il 3,28% - applicando in molti casi tassi effettivi sensibilmente inferiori rispetto ai parametri di mercato».
Così i migliori prodotti (per gli immobili green) si collocano su una fascia di costo di poco inferiore al 2,60%. Il punto è capire fino a quando questo fenomeno anomalo durerà. Prima o dopo la fine del conflitto per Hormuz?
Dopo lo choc (l’annuncio di 1.700 esuberi su 4.500 lavoratori) è l’ora delle proteste nei vari stabilimenti italiani della multinazionale Electrolux. A Porcia (Pordenone) c’è lo sciopero con presidio: «Questo non è un piano industriale», scandiscono gli operai, «ma una carneficina». A Solaro, nel Milanese, il sito resterà fermo per un paio di giorni. A Forlì è sceso in campo il sindaco: «Questa è un’altra alluvione. Dopo quella dell’acqua, questa è l’alluvione del lavoro», ha evidenziato Gian Luca Zattini davanti agli oltre 600 dipendenti dello fabbrica in viale Bologna. E anche nel resto degli impianti italiani del gruppo svedese il mood è lo stesso, se non peggiore.
La notizia di giornata l’ha data il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha convocato per il 25 maggio un tavolo sulla vertenza al Mimit. Ci saranno i rappresentanti della multinazionale, i sindacati dei metalmeccanici e le Regioni coinvolte: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto. La speranza è quella di convincere l’azienda che in Italia realizza lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, forni e piani cottura a fare dietrofront.
Possibile? Se le ricostruzioni dei sindacati sono corrette c’è poco da stare sereni. «Manca ancora un piano industriale», spiega alla Verità Massimiliano Nobis, il segretario nazionale Fim Cisl, «e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, dove si producono le cappe, è inaccettabile. L’azienda ce l’ha smentito al tavolo sindacale, ma se davvero l’intenzione è quella di tagliare posti di lavoro per rendere i siti italiani più snelli e appetibili per i cinesi di Midea, allora il governo e Bruxelles dovrebbero subito intervenire». Il nome di Midea circola da tempo anche perché i due colossi del «bianco» hanno siglato di recente una partnership in Nord America che prevede tre joint venture: due nel freddo, una nel lavaggio.
Ma è altrettanto ovvio che la vendita ai cinesi sia una conseguenza quasi scontata del gap competitivo per le aziende che operano in Europa. I numeri sono noti da tempo - le spese per l’energia nel Vecchio continente superano del 45% quelle cinesi e rispetto all’acciaio c’è un sovrapprezzo di poco superiore al 30%. Per non parlare degli aggravi relativi al costo del lavoro e al welfare. Insomma, se a produrre in Asia si spende meno e se know how, tecnologie e materie prime si accumulano oltre i confini europei, la «svendita» ai cinesi diventa una naturale evoluzione delle cose.
«Per questo», continua Nobis, «da tempo abbiamo chiesto, come Fim Fiom Uilm, al ministro Urso la costituzione di un tavolo permanente dell’elettrodomestico per affrontare le criticità strutturali del settore. Ci aspetteremo un’azione comune dei grandi gruppi come Bosch, Beko, Miele, Electrolux sulle istituzioni Ue per ottenere provvedimenti capaci di limitare l’invasione nei mercati europei dei gruppi asiatici che ad oggi rappresentano il 50% delle vendite». Risposte da Bruxelles? Nessuna. Anche perché l’Europa è solita muoversi solo quando i giochi sono fatti. E anche sulla crisi del «bianco» non fa eccezione.
Altro punto è quello dei finanziamenti pubblici. Negli anni, in Italia, la casa svedese ha ricevuto circa 700 milioni. Ora è vero che in buona parte queste risorse sono state investite, ma se di punto in bianco l’azienda decide di tagliare il 40% della forza lavoro, evidentemente si potevano investire meglio. Ecco, secondo il leader della Uil, Pier Paolo Bombardieri, questi fondi dovrebbero essere restituiti. Un’arma che potrà tornar utile sul tavolo del 25. Quando andrà in scena il primo round di un match che per adesso non promette bene.
Ci sarà il «Piano Italia» al centro dell’incontro tra il gran capo di Renault, François Provost, e il ministro delle Imprese, Adolfo Urso. Il vertice in Italia (la richiesta sarebbe partita d’Oltralpe) è previsto tra la metà e la fine di maggio (secondo quanto risulta alla Verità la data del 19 è evidenziata con un circoletto rosso) e segna il culmine di una serie di altri colloqui preparatori tra le parti.
L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.




