Bruxelles riesce sempre a sorprenderci. E proprio mentre pensavamo che l’harakiri perfetto sull’automotive fosse stato compiuto, sono arrivati dei numeri, elaborati da uno studio di Dataforce ripreso dal quotidiano Milano Finanza, che dimostrano come al peggio non ci sia mai fine.
Ricordate le multe sulle emissioni? Quelle di cui da anni si lamentano le principali case del Vecchio continente? Quelle che l’Europa aveva deciso di rendere più flessibili per dare una dimostrazione minima di resipiscenza rispetto al disastro green perpetrato a danno di uno dei settori centrali per l’industria europea? Bene, alla fine siamo arrivati a una spalmatura (per gli anni 2025-2027 il calcolo delle emissioni è stato dilazionato sul triennio anziché anno per anno) che non equivale a una cancellazione, anzi. Per cui a breve (inizio 2028) i nodi arriveranno al pettine.
E porteranno un’altra mazzata a danno dei produttori tradizionali di automotive, mentre si tradurranno nell’ennesimo regalo per i cinesi. Secondo l’analisi della società di ricerche di mercato specializzata, da gennaio 2025 ad aprile 2026, quindi il primo periodo della spalmatura, il sistema automobilistico dell’Ue avrebbe accumulato 12,8 miliardi di euro di debiti e 9,7 miliardi di crediti. Un saldo negativo che supera i 3 miliardi.
Ma la notizia peggiore non è questa. Il vero problema è che sono penalizzati soprattutto i produttori che stanno provando a fare retromarcia sull’elettrico convertendosi all’ibrido. I numeri dicono che Volkswagen ha già in pancia 2,3 miliardi di sanzioni. Stellantis la segue con multe potenziali superiori a 1,2 miliardi di euro e poi ci sono Mercedes-Benz (poco meno di 1 miliardo) e Nissan.
Meglio fermarsi. Perché arrivati a questo punto urge riepilogare un po’ di puntate precedenti per capire meglio la fiera dell’assurdo messa in piedi da Bruxelles. Prima gli strateghi europei hanno ideato il Green deal imponendo una conversione all’elettrico con tempistiche irrealistiche. Poi quando si sono resi conto che il mercato non reggeva, che i più grandi produttori mondiali stavano andando a ramengo e che avevano regalato l’intero settore e la sua filiera alla Cina che da anni detiene il semi-monopolio delle materie prime verdi, hanno provato a metterci delle pezze. A colori, ovviamente.
Perché il nuovo sistema delle multe penalizza proprio chi, puntando sulle ibride, sta provando a uscire dal pantano nel quale era finito a causa delle norme ideologiche e insensate di Bruxelles.
A vantaggio di chi? Neanche a dirlo dei cinesi, che sono infatti i veri vincitori del sistema sanzionatorio revisionato. A parte Tesla che primeggia dall’alto di oltre 2 miliardi di crediti accumulati tra il 2025 e il primo scorcio del 2026, tutti gli altri grandi beneficiari sono asiatici. Non poteva mancare Byd che ha superato quota 1,5 miliardi di attivi, seguita da Geely (1,4 miliardi), Leapmotor (oltre mezzo miliardo di attivo con appena 57.000 auto immatricolate) e Xiaopeng (250 milioni). Le multe le pagheranno i singoli costruttori, ma Dataforce ha anche stilato una classifica per Paese. La distribuzione geografica delle multe. Ne viene fuori che l’Italia primeggia: a fine aprile, infatti, eravamo in negativo di 3,8 miliardi di euro, avendo raggiunto un livello di emissioni medie di CO2 di 111,8 g/km (18,2 in più della media prevista di 93,6). Poi c’è la Germania con 2,8 miliardi di sanzioni e un livello medio di emissioni di 101,7 g/km.
Al contrario, i Paesi del Nord Europa dominano la classifica dei crediti, anche perché sono da tempo orientati verso l’elettrico e hanno caratteristiche geografiche e di densità di popolazione ben diverse.
Insomma, tutto abbastanza scontato, anche il fatto che il masochismo europeo non conosca limiti e che Bruxelles stia perseverando, come evidenzia Dataforce «nel trasferimento di miliardi di valore dalla sua industria dell’auto a quella di operatori extra-europei, in particolare Tesla e i gruppi cinesi più avanzati nell’elettrificazione».
C’è una sicurezza (una delle poche a dire il vero) che la guerra in Iran si sta portando dietro sin dalle prime ore. Più va avanti il conflitto per Hormuz, più le prospettive di una pace vacillano e più si accentuano due fenomeni che naturalmente viaggiano su binari paralleli: l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato e il rincaro del costo mutui. Causa comune? Le prospettive funeste sull’inflazione dovute al rincaro energetico. Che da un lato zavorrano le previsioni macro e quindi fanno schizzare i tassi di Bund (Germania), Oat (Francia), Gilt (Gran Bretagna), Btp (Italia), Treasury (Usa) e Jgb (Giappone) e dall’altro lasciano pochi dubbi sulle decisioni delle banche centrali, Bce in testa, e quindi anche sui rialzi del tasso di riferimento dei mutui variabili, l’Euribor.
Se a questo aggiungiamo che in buona parte delle economie avanzate la situazione politica (vedi Londra, Parigi e Berlino) è appesa a un filo, la frittata è fatta. Bisogna solo chiudere gli occhi e puntare su un Paese a caso per trovare nuovi record sui titoli pubblici. Tanto per intenderci, i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi a 30 anni hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007 (superiore al 5%), mentre i «pariscadenza» tedeschi aggiornano di continuo i massimi degli ultimi tre lustri (3,71%). Si pensa che in Asia le cose vadano meglio? Dipende. Non è così, per esempio, in Giappone dove le obbligazioni del debito pubblico a 30 anni hanno raggiunto il maggior livello dall’introduzione della scadenza lunga. Parliamo del 1999.
«Non ci crederete», spiega Garfield Reynolds, responsabile per i mercati asiatici di Bloomberg, «ma l’accelerazione delle vendite di titoli di Stato giapponesi sta sconvolgendo i mercati obbligazionari globali, avvicinando significativamente i rendimenti dei Jgb a quelli dei principali omologhi. Questo è motivo di preoccupazione per l’impatto più ampio su tutti gli asset, poiché l’aumento dei costi di finanziamento spingerà gli investitori locali con grandi disponibilità finanziarie a riportare all’estero una quota maggiore del capitale che hanno tenuto a lungo nei depositi».
Perché il fenomeno riguarda le lunghe scadenza, ma sul medio termine le cose non vanno molto meglio. I Gilt a 10 anni, complice le disavventure di Starmer, hanno superato la soglia del 5%, tornando sui massimi dalla crisi finanziaria del 2008, e anche i Btp italiani, seppur ancora in una situazione di relativa tranquillità, si sono avvicinati alla soglia del 4%.
Ma il vero problema riguarda il futuro, visto che secondo buona parte degli analisti non è ancora arrivato il momento di acquistare.
Dal caro interessi per i singoli Paesi al caro mutui il passo è breve. Anche perché in Italia l’Euribor (il tasso di riferimento dei variabili) ha già incorporato il molto probabile rialzo dei tassi di giugno della Bce (oggi le migliori offerte per gli immobili green si posizionano poco sotto il 2%). «L’Euribor 3 mesi», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development di Mutuisupermarket, «oscilla intorno al 2,25%, anticipando di fatto le mosse che i mercati considerano ormai acquisite. Guardando alla curva dei futures si vede una prima accelerazione nei mesi estivi, con l’Euribor atteso al 2,57% entro agosto, e una seconda entro fine 2026 che dovrebbe portarlo al 2,82%». Per intenderci: da inizio guerra (fine febbraio) l’Euribor è cresciuto circa di un quarto di punto che su trentennale di 150.000 euro vuol dire un incremento di poco meno di 20 euro al mese: in soldoni un aumento di poco meno di 250 euro in un anno. Certo che se l’andamento dei future dovesse essere rispettato, la maggiorazione arriverebbe a toccare quota 63 euro al mese entro la fine dell’anno, un’extra spesa che zavorra le già esangui casse delle famiglie italiane.
Le belle notizie arrivano invece dal tasso fisso. «Sul fronte dei fissi», continua l’esperto, «l’offerta rimane ancora sorprendentemente competitiva. Le banche non hanno trasferito integralmente nei propri listini i recenti aumenti dell’Irs - l’indice di riferimento dei fissi, con il ventennale che ha raggiunto il 3,28% - applicando in molti casi tassi effettivi sensibilmente inferiori rispetto ai parametri di mercato».
Così i migliori prodotti (per gli immobili green) si collocano su una fascia di costo di poco inferiore al 2,60%. Il punto è capire fino a quando questo fenomeno anomalo durerà. Prima o dopo la fine del conflitto per Hormuz?
Dopo lo choc (l’annuncio di 1.700 esuberi su 4.500 lavoratori) è l’ora delle proteste nei vari stabilimenti italiani della multinazionale Electrolux. A Porcia (Pordenone) c’è lo sciopero con presidio: «Questo non è un piano industriale», scandiscono gli operai, «ma una carneficina». A Solaro, nel Milanese, il sito resterà fermo per un paio di giorni. A Forlì è sceso in campo il sindaco: «Questa è un’altra alluvione. Dopo quella dell’acqua, questa è l’alluvione del lavoro», ha evidenziato Gian Luca Zattini davanti agli oltre 600 dipendenti dello fabbrica in viale Bologna. E anche nel resto degli impianti italiani del gruppo svedese il mood è lo stesso, se non peggiore.
La notizia di giornata l’ha data il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha convocato per il 25 maggio un tavolo sulla vertenza al Mimit. Ci saranno i rappresentanti della multinazionale, i sindacati dei metalmeccanici e le Regioni coinvolte: Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto. La speranza è quella di convincere l’azienda che in Italia realizza lavatrici, frigoriferi, lavastoviglie, forni e piani cottura a fare dietrofront.
Possibile? Se le ricostruzioni dei sindacati sono corrette c’è poco da stare sereni. «Manca ancora un piano industriale», spiega alla Verità Massimiliano Nobis, il segretario nazionale Fim Cisl, «e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi, dove si producono le cappe, è inaccettabile. L’azienda ce l’ha smentito al tavolo sindacale, ma se davvero l’intenzione è quella di tagliare posti di lavoro per rendere i siti italiani più snelli e appetibili per i cinesi di Midea, allora il governo e Bruxelles dovrebbero subito intervenire». Il nome di Midea circola da tempo anche perché i due colossi del «bianco» hanno siglato di recente una partnership in Nord America che prevede tre joint venture: due nel freddo, una nel lavaggio.
Ma è altrettanto ovvio che la vendita ai cinesi sia una conseguenza quasi scontata del gap competitivo per le aziende che operano in Europa. I numeri sono noti da tempo - le spese per l’energia nel Vecchio continente superano del 45% quelle cinesi e rispetto all’acciaio c’è un sovrapprezzo di poco superiore al 30%. Per non parlare degli aggravi relativi al costo del lavoro e al welfare. Insomma, se a produrre in Asia si spende meno e se know how, tecnologie e materie prime si accumulano oltre i confini europei, la «svendita» ai cinesi diventa una naturale evoluzione delle cose.
«Per questo», continua Nobis, «da tempo abbiamo chiesto, come Fim Fiom Uilm, al ministro Urso la costituzione di un tavolo permanente dell’elettrodomestico per affrontare le criticità strutturali del settore. Ci aspetteremo un’azione comune dei grandi gruppi come Bosch, Beko, Miele, Electrolux sulle istituzioni Ue per ottenere provvedimenti capaci di limitare l’invasione nei mercati europei dei gruppi asiatici che ad oggi rappresentano il 50% delle vendite». Risposte da Bruxelles? Nessuna. Anche perché l’Europa è solita muoversi solo quando i giochi sono fatti. E anche sulla crisi del «bianco» non fa eccezione.
Altro punto è quello dei finanziamenti pubblici. Negli anni, in Italia, la casa svedese ha ricevuto circa 700 milioni. Ora è vero che in buona parte queste risorse sono state investite, ma se di punto in bianco l’azienda decide di tagliare il 40% della forza lavoro, evidentemente si potevano investire meglio. Ecco, secondo il leader della Uil, Pier Paolo Bombardieri, questi fondi dovrebbero essere restituiti. Un’arma che potrà tornar utile sul tavolo del 25. Quando andrà in scena il primo round di un match che per adesso non promette bene.




