Avete presente il salario minimo? La battaglia anti-povertà che la sinistra intera, capitanata dal Partito Democratico, si è intestata contro il governo? La necessità di stabilire una soglia, 9 euro lordi all’ora, al di sotto della quale la retribuzione di un lavoratore non potesse andare? «È una questione di civiltà», ripeteva il segretario dem neanche un anno fa.
«Non ci fermeremo finché la nostra proposta non sarà finalmente discussa e votata dal Parlamento», rincarava la dose l’ex numero due di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna.
Ecco. Dimenticatevi tutto. Perché a quanto pare, buona parte della sinistra stava scherzando. O meglio, per essere precisi, di sicuro stavano scherzando la leader democratica e il numero uno della Cgil, Maurizio Landini, visto che poche ore fa hanno firmato (Landini) e applaudito (la Schlein) un accordo che sotterra il salario minimo e segue invece il solco tracciato dall’esecutivo (nel decreto lavoro) con il cosiddetto salario giusto.
Ma andiamo con ordine. Nella giornata di mercoledì, o meglio, passata la mezzanotte di mercoledì, i tre maggiori sindacati del Paese dopo mesi di trattative anche informali hanno firmato una piattaforma unitaria (proposta comune) sulla rappresentanza da recapitare ai datori di lavoro (Confindustria in testa).
Semplificando, vuol dire stabilire le regole per «pesare» le organizzazioni dei lavoratori. Secondo l’intesa prevarrà un sistema misto che somma al numero di iscritti i voti raccolti nelle singole Rsu (Rappresentanze sindacali unitarie). Dopodiché, in base, a questi numeri, un contratto potrà essere rinnovato solo se c’è la firma di organizzazioni che rappresentano almeno il 50% più uno dei sindacati. Più o meno quello che oggi succede nel pubblico impiego.
La questione non è solo di stabilire una sorta di classifica della serie A dei sindacati, ma soprattutto dare efficacia generale ai contratti siglati dalle parti più rappresentative. E ovviamente contrastare le intese pirata.
Nell’accordo ci sono diversi spunti interessanti e da approfondire. È previsto, per esempio, l’obbligo per le imprese di comunicare le deleghe sindacali tramite il sistema Uniemens/Inps. Si estendono le Rsu e le relative elezioni anche alle aziende più piccole. E via discorrendo. Ma qui interessa altro. Interessa evidenziare che per la prima volta trova spazio il principio del Tec, il trattamento economico complessivo, composto dai minimi tabellari indicati dal contratto più mensilità aggiuntive, welfare, riduzioni d’orario. Cioè il principio del salario giusto esplicitato dal governo poche settimane fa con l’approvazione del decreto lavoro. Null’altro che l’insieme delle voci retributive fisse e continuative previste dai contratti di categoria. Principio che esclude quello del salario minimo per legge spinto dalla sinistra come unica panacea per tutti i mali della povertà.
Tant’è che la segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, da sempre fiera oppositrice del salario minimo, ha avuto gioco facile a rivendicare il successo: «Abbiamo raggiunto un accordo», spiega, «grazie alla capacità di tutti di mettere in campo senso di responsabilità, nonostante le posizioni che hanno spesso diviso Cgil, Cisl e Uil. Come abbiamo sempre detto, quando nel merito ci si ritrova, non abbiamo alcun problema a sottoscrivere documenti. Quello che ci ha separati in passato, ma anche recentemente, è il merito e il metodo di alcune questioni». Coerente. Non altrettanto può dire Landini che ama ripetere: «Serve il salario minimo. 20 anni di leggi sbagliate hanno aumentato la precarietà». Certo, il leader della Cgil sostiene anche che contrattazione e paga minima oraria non si escludano, ma con l’introduzione del Tec e del principio del salario giusto che ingloba anche quello minimo, non si vede come la coesistenza sia possibile.
E soprattutto non lo possono dire la Schlein e il Pd che sul salario minimo hanno condotto una battaglia di religione e invece adesso si ritrovano ad applaudire un’intesa che lo affossa. «La notizia dell’accordo raggiunto tra Cgil, Cisl e Uil per una piattaforma unitaria su contratti e rappresentanza è ottima e di assoluto rilievo», si è affrettata a commentare il segretario dem, «guardiamo con grande attenzione allo sviluppo del dialogo tra le parti sociali, nella speranza che presto arriveranno ad un accordo anche con le principali organizzazioni delle imprese. Serve un impianto forte per contrastare il ricorso ai contratti pirata che producono precarietà e concorrenza sleale tra imprese».
Tutto corretto. Ci mancherebbe. Peccato che la leader della sinistra si sia dimenticata di evidenziare che quell’accordo sancisce il principio del trattamento economico complessivo che sta alla base della paga giusta ed evidentemente esclude quella minima. Ma viene il sospetto che non se ne sia resa conto.
A sinistra amano talmente tanto la patrimoniale che fanno a gara a chi alza di più quella sul turismo. Un giorno sì e l’altro pure un sindaco a tinte rosse si lamenta perché vorrebbe maggiore libertà nell’aumentare l’imposta di soggiorno, che tecnicamente non è certo una patrimoniale, ma nei fatti rappresenta un balzello con uno scarsissimo livello di progressività su uno dei diritti inalienabili della persona: la possibilità di viaggiare.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
Per capire la portata dello studio di cui andremo a parlare, bisogna intendersi sull’attività dei grandi fondi di private equity. Qual è la strategia che sta dietro alle scelte di Kkr, Apollo, Elliott, ma anche di BlackRock o Blackstone? In che modo questi soggetti che hanno enormi disponibilità finanziarie scelgono dove investire?
Semplificando. Prima si individuano i Paesi con un humus giudiziario e di mercato non ostile, quindi si scovano i settori e le società che hanno i maggiori margini di crescita e infine si fanno delle offerte adeguate di acquisizione. Ed è la prima fase, che se tutto va bene si chiude con la felice conclusione dell’operazione. Poi arriva il difficile. L’Individuazione dei manager giusti per la gestione, il risanamento e infine, dopo un processo che di solito non dura meno di 4-5 anni, la vendita con un margine di guadagno.
In un mondo perfetto siamo di fronte e un win-win, se tutto va come deve andare portano il risultato a casa sia la società che è stata ristrutturata (e quindi i suoi lavoratori) che il fondo. Ma visto che il mondo non è perfetto, non sempre va così.
Ma non è questo il punto che qui vogliamo sottolineare. La novità infatti sta nel recente studio che uno dei maggiori fondi di private equity al mondo, Kkr può contare su 758 miliardi di dollari di masse gestite, ha realizzato sulle prospettive economiche anche dell’Europa. E quindi sui Paesi dove più conviene investire. Il titolo, «Il dilemma delle divergenze», dice molto. Svolgimento macro? L’Eurozona è in rallentamento, ma la periferia tiene e l’Italia è citata tra i mercati che sovraperformano. In buona sostanza, Kkr ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona allo 0,7% nel 2026 e all’1,3% nel 2027, per effetto dello choc energetico e della pressione competitiva cinese sull’industria europea. Ma non tutto il Vecchio continente piange. La Germania, con la sua manifattura pesante, è uno dei Paesi più sotto pressione. Anche la Francia non se la passa benissimo. Mentre Spagna, Italia e Polonia stanno beneficiando di una domanda interna più solida, di un turismo dinamico e di uno slancio negli investimenti fino a oggi sconosciuto. Non solo. Perché agli stessi Paesi di cui sopra (Italia, Spagna e Polonia) è destinata una quota molto importante di spesa pubblica europea in sicurezza energetica, difesa e modernizzazione delle reti. Che nel linguaggio del fondo vuol dire: tanti affari in arrivo.
Kkr parla di inflazione europea in rialzo (3% nel 2026 e al 2,2% nel 2027), con la Bce che nel 2026 dovrebbe decidere due rialzi dei tassi di interesse (il primo c’è stato ieri) e poi si focalizza sui settori. Difesa e sicurezza nazionale, innanzitutto. Spiegando che ci troviamo dinanzi a un tema strutturale, non ciclico. I numeri dicono che la spesa militare globale ha raggiunto il record di 2.630 miliardi di dollari nel 2025, circa 500 miliardi in più rispetto ai livelli pre-Ucraina del 2021, ma Kkr legge questa crescita come duratura, sostenuta da conflitti attivi, ammodernamento di arsenali e investimenti in nuove tecnologie per IA, droni, cyber e spazio. Il rapporto segnala che i governi da soli faranno fatica a finanziare l’intero ciclo di modernizzazione, aprendo spazio crescente al capitale privato. Anche perché l’impegno Nato al 5% include infrastrutture, resilienza, cybersecurity e capacità industriale, non solo sistemi d’arma tradizionali.
Ma non si vive di sola difesa e sicurezza. Perché il riarmo chiama un altro grande driver d’investimento: il rinnovamento delle infrastrutture energetiche. E qui Kkr parla esplicitamente opportunità di lungo periodo, anche per l’Italia.
Del resto, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha colpito fino al 20% dei flussi petroliferi globali e quote ancora più elevate di fertilizzanti e altre materie prime. Per l’Europa, che importa circa il 60% del proprio fabbisogno energetico, questo accelera la necessità di investire in stoccaggio, GNL e reti. manco a dirlo, pure qui Kkr vede un grande filone di opportunità per fare affari.
E a ben vedere, un segnale che il fondo americano avesse delle «sensazioni» positive sull’Italia è arrivato nelle scorse settimane con l’annuncio dell’apertura della prima sede del fondo nel Belpaese. A Milano, ovviamente. Il comunicato ripercorre la storia e gli investimenti di kkr in Italia e spiega perché quel trend è visto in crescita.
«Da oltre vent’anni», si legge, «l’Italia è un mercato molto importante per Kkr, con oltre 10 miliardi di euro di capitale investito dal 2005 nei settori del private equity, infrastrutture, real estate e del credito. I più recenti investimenti della società includono FiberCop, la prima rete in fibra ottica “open access” in Europa, Enilive, protagonista nella transizione energetica italiana, e Cmc, leader nel packaging sostenibile ed innovativo attraverso soluzioni di robotica. Investimenti che riflettono un approccio orientato alla collaborazione con aziende di settori strategici e alla valorizzazione di un ruolo centrale dell’Italia nell’economia Ue». Il report ci dice che questa collaborazione è destinata a crescere più che in Francia o in Germania.




