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2026-02-14
I vescovi tornano a predicare il No. Il vice di Zuppi «sposa» la toga rossa
Monsignor Francesco Savino (Imagoeconomica)
Nella stessa intervista Savino prendeva con forza le difese del suo presidente, Matteo Zuppi, le cui dichiarazioni sul referendum avevano appena suscitato molte polemiche. «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare: autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto», aveva detto Zuppi. Affermazioni che sembravano propendere nemmeno troppo velatamente per il fronte del No. Ebbene, Savino ci tenne a smentire eventuali preferenze della Cei e del suo vertice, volle ribadire che «la Chiesa non dà indicazioni di schieramento». Ed è esattamente qui che sorge il problema. Se la Chiesa non dà indicazioni, per quale motivo il prossimo 13 marzo monsignor Savino parteciperà al congresso di Magistratura democratica intitolato «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro»?
La corrente progressista dei magistrati, manco a dirlo schieratissima sul fronte del No, ha diffuso una nota a riguardo. «Il nostro desiderio è quello di farci aiutare a leggere queste tematiche da prospettive plurali», si legge nel comunicato, «per questo, tra gli altri, abbiamo chiesto al vicepresidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e vescovo della diocesi di Cassano allo Ionio, monsignor Francesco Savino, di fornirci il suo contributo alla luce del suo impegno apostolico a favore dei più deboli ed emarginati. Non ci faremo condizionare dai tentativi mediatici di polarizzare il dibattito e il confronto, attraendo ogni proposta nella logica amico-nemico, concentrata sul tema referendario. Per questo ringraziamo monsignor Savino al quale non abbiamo chiesto, né sappiamo come si esprimerà nel referendum, ma siamo certi che saprà aiutarci a leggere la realtà che ci circonda arricchendola di orizzonti che da soli non saremmo capaci di raggiungere. E questo ci basta».
A leggere queste righe sorge un bel numero di perplessità. Sarà pure vero, tanto per cominciare, che il monsignore non si è pubblicamente espresso a favore del No, ma è davvero difficile immaginare che al congresso di Md venga invitato un fiero sostenitore della parte avversa. Nel programma del congresso, dei noti sostenitori del Sì non ne appare nemmeno uno. Possibile che Savino sia l’unico? In ogni caso, anche solo partecipare a un evento del genere può essere considerato indice di simpatia: se uno fosse davvero equidistante dovrebbe evitare gli incontri partigiani di ogni schieramento.
Non è tutto. Magistratura democratica sostiene di avere invitato Savino in virtù del «suo impegno apostolico a favore dei più deboli ed emarginati». Ma chi sarebbero i deboli ed emarginati qui? I magistrati? L’incontro a cui Savino parteciperà si intitola «L’insofferenza per lo Stato di diritto e il nuovo volto del capo». Diciamo che è piuttosto eloquente, e che c’entra questa roba con i deboli e gli emarginati? Condurrà la discussione Massimo Giannini di Repubblica, parteciperanno la presidente di Md Silvia Albano, poi la storica Benedetta Tobagi, e Francesco Pallante, professore ordinario di diritto costituzionale università di Torino. Non uno che non sia apertamente contrario alla riforma della giustizia. Evidentemente monsignor Savino viene considerato da tutti costoro una voce amica, utile alla causa.
Per altro ci sono dei precedenti notevoli. Savino è noto per la passione politica, sempre dalla stessa parte. Si oppose alla autonomia differenziata bollandola come «secessione dei ricchi», è costantemente impegnato a fare proseliti a favore dell’immigrazione. Fu in prima linea anche per un altro referendum, quello del giugno scorso su lavoro e cittadinanza. In quell’occasione si espose enormemente, trascinando con sé tutta la Cei, Zuppi compreso. Anche allora si esibì nella prevedibile pantomima sulla neutralità dei vescovi, ma a Famiglia Cristiana disse che votare al referendum era «un atto di resistenza civile» e volle suggerire agli elettori «una riflessione seria e documentata perché quattro dei quesiti toccano i lavoro e la quinta un tema, la cittadinanza, sul quale ci giochiamo un po’ la nostra civiltà e la possibilità di una democrazia matura». Alla faccia dell’equidistanza.
A quanto pare il monsignore ci ha preso gusto, e anche a questo giro ripropone la stessa modalità d’azione: imparzialità dichiarata a mezzo stampa, militanza nei fatti, nemmeno troppo celata. C’è una sola nota positiva in tutto ciò. L’ultima volta, la pressione della Cei non ha portato per niente bene alla sinistra. Chissà che anche in questa occasione la benedizione surrettizia al No non si tramuti in un aiuto involontario al Sì. Le vie del Signore...
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Monsignor Francesco Savino, numero 2 della Cei, sarà al congresso anti Nordio curato da Magistratura democratica. Altro che imparzialità: in passato aveva fatto politica contro l’autonomia differenziata ed era pro immigrati.All’inizio di febbraio monsignor Francesco Savino, vescovo di Cassano allo Jonio e vicepresidente Cei per il Sud, ha concesso una lunga intervista a Informazione Cattolica parlando del referendum sulla giustizia ed è apparso molto determinato: «La Chiesa non dà indicazioni di schieramento, ma richiama ciascuno al senso di responsabilità civica», ha detto. «Quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi su passaggi che toccano l’architettura istituzionale, la partecipazione non è facoltativa. Andare a votare significa prendersi cura della casa comune senza delegare ad altri. E farlo con maturità civica: non per appartenenza, ma dopo una informazione seria e una comprensione reale dei contenuti e delle implicazioni in campo».Nella stessa intervista Savino prendeva con forza le difese del suo presidente, Matteo Zuppi, le cui dichiarazioni sul referendum avevano appena suscitato molte polemiche. «C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare: autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto», aveva detto Zuppi. Affermazioni che sembravano propendere nemmeno troppo velatamente per il fronte del No. Ebbene, Savino ci tenne a smentire eventuali preferenze della Cei e del suo vertice, volle ribadire che «la Chiesa non dà indicazioni di schieramento». Ed è esattamente qui che sorge il problema. Se la Chiesa non dà indicazioni, per quale motivo il prossimo 13 marzo monsignor Savino parteciperà al congresso di Magistratura democratica intitolato «Proteggere la Costituzione per proteggere il futuro»? La corrente progressista dei magistrati, manco a dirlo schieratissima sul fronte del No, ha diffuso una nota a riguardo. «Il nostro desiderio è quello di farci aiutare a leggere queste tematiche da prospettive plurali», si legge nel comunicato, «per questo, tra gli altri, abbiamo chiesto al vicepresidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) e vescovo della diocesi di Cassano allo Ionio, monsignor Francesco Savino, di fornirci il suo contributo alla luce del suo impegno apostolico a favore dei più deboli ed emarginati. Non ci faremo condizionare dai tentativi mediatici di polarizzare il dibattito e il confronto, attraendo ogni proposta nella logica amico-nemico, concentrata sul tema referendario. Per questo ringraziamo monsignor Savino al quale non abbiamo chiesto, né sappiamo come si esprimerà nel referendum, ma siamo certi che saprà aiutarci a leggere la realtà che ci circonda arricchendola di orizzonti che da soli non saremmo capaci di raggiungere. E questo ci basta».A leggere queste righe sorge un bel numero di perplessità. Sarà pure vero, tanto per cominciare, che il monsignore non si è pubblicamente espresso a favore del No, ma è davvero difficile immaginare che al congresso di Md venga invitato un fiero sostenitore della parte avversa. Nel programma del congresso, dei noti sostenitori del Sì non ne appare nemmeno uno. Possibile che Savino sia l’unico? In ogni caso, anche solo partecipare a un evento del genere può essere considerato indice di simpatia: se uno fosse davvero equidistante dovrebbe evitare gli incontri partigiani di ogni schieramento. Non è tutto. Magistratura democratica sostiene di avere invitato Savino in virtù del «suo impegno apostolico a favore dei più deboli ed emarginati». Ma chi sarebbero i deboli ed emarginati qui? I magistrati? L’incontro a cui Savino parteciperà si intitola «L’insofferenza per lo Stato di diritto e il nuovo volto del capo». Diciamo che è piuttosto eloquente, e che c’entra questa roba con i deboli e gli emarginati? Condurrà la discussione Massimo Giannini di Repubblica, parteciperanno la presidente di Md Silvia Albano, poi la storica Benedetta Tobagi, e Francesco Pallante, professore ordinario di diritto costituzionale università di Torino. Non uno che non sia apertamente contrario alla riforma della giustizia. Evidentemente monsignor Savino viene considerato da tutti costoro una voce amica, utile alla causa.Per altro ci sono dei precedenti notevoli. Savino è noto per la passione politica, sempre dalla stessa parte. Si oppose alla autonomia differenziata bollandola come «secessione dei ricchi», è costantemente impegnato a fare proseliti a favore dell’immigrazione. Fu in prima linea anche per un altro referendum, quello del giugno scorso su lavoro e cittadinanza. In quell’occasione si espose enormemente, trascinando con sé tutta la Cei, Zuppi compreso. Anche allora si esibì nella prevedibile pantomima sulla neutralità dei vescovi, ma a Famiglia Cristiana disse che votare al referendum era «un atto di resistenza civile» e volle suggerire agli elettori «una riflessione seria e documentata perché quattro dei quesiti toccano i lavoro e la quinta un tema, la cittadinanza, sul quale ci giochiamo un po’ la nostra civiltà e la possibilità di una democrazia matura». Alla faccia dell’equidistanza. A quanto pare il monsignore ci ha preso gusto, e anche a questo giro ripropone la stessa modalità d’azione: imparzialità dichiarata a mezzo stampa, militanza nei fatti, nemmeno troppo celata. C’è una sola nota positiva in tutto ciò. L’ultima volta, la pressione della Cei non ha portato per niente bene alla sinistra. Chissà che anche in questa occasione la benedizione surrettizia al No non si tramuti in un aiuto involontario al Sì. Le vie del Signore...
Philippe Donnet (Ansa)
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 marzo 2026. Il capogruppo della Lega in Campidoglio Fabrizio Santori spiega lo scandalo dell'acquisto di immobili da parte del Comune di Roma.