True
2026-02-14
Merz: «C’è frattura tra l’Europa e gli Usa». Macron vaneggia: «Il modello siamo noi»
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa)
È un vero e proprio test sulla tenuta delle relazioni transatlantiche quello attorno a cui ruota la Conferenza sulla sicurezza iniziata ieri a Monaco.
Per comprenderlo, basta guardare alle parole pronunciate dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse è già persa», ha detto. «Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata», ha proseguito, per poi aggiungere: «L’ordine internazionale basato su diritti e regole non esiste più come una volta, è iniziata una nuova era». «Noi tedeschi sappiamo che un mondo in cui la legge è dettata dalla forza sarebbe un posto buio. Il nostro Paese ha imboccato questa strada nel XX secolo, fino a una fine amara e terribile», ha continuato il cancelliere, che ha anche messo in guardia la platea di Monaco dall’ascesa della Cina.
«In futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari», ha affermato. «Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Cari amici, far parte della Nato non è solo un vantaggio competitivo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Quindi, ripristiniamo e rilanciamo insieme la fiducia transatlantica. Noi europei stiamo facendo la nostra parte», ha anche detto, rivolgendosi agli Usa. Nell’occasione, Merz ha reso noto di essere in trattative con il presidente francese, Emmanuel Macron, per l’eventuale creazione di una forza nucleare europea congiunta. «Non lo faremo cancellando la Nato. Lo faremo costruendo un pilastro europeo forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza», ha precisato. Il cancelliere non ha comunque risparmiato ulteriori stoccate alla Casa Bianca. «Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Ci atteniamo agli accordi sul clima e all’Oms perché siamo convinti che le sfide globali possano essere risolte solo insieme», ha detto, sottolineando inoltre di voler rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale «più forte d’Europa».
Insomma, il cancelliere ha cercato una sorta di via intermedia: pur criticando duramente l’amministrazione Trump, non è parso intenzionato a rompere i rapporti transatlantici e, almeno per ora, pare orientato verso una posizione più morbida di quella francese che, negli scorsi mesi, ha più volte invocato lo scontro diretto con Washington (si pensi soltanto alla questione dei dazi). Sotto questo aspetto, si registra grande attesa per il discorso che terrà oggi Marco Rubio. «L’Europa è importante per noi. Siamo molto legati all’Europa. Credo che la maggior parte delle persone in questo Paese possa far risalire la propria eredità culturale o personale all’Europa. Siamo profondamente legati all’Europa e il nostro futuro è sempre stato legato a questo continente e continuerà a esserlo. Quindi, dobbiamo solo parlare di come sarà questo futuro», ha affermato il segretario di Stato americano prima di partire per Monaco, dove è arrivato ieri. E proprio nella giornata di ieri, Rubio ha avuto vari meeting, incontrando, tra gli altri, lo stesso Merz e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.
Non solo. Il capo del dipartimento di Stato americano ha avuto anche dei colloqui definiti «costruttivi» con i premier di Danimarca e Groenlandia, Mette Frederiksen e Jens Frederik Nielsen. In questo quadro, secondo il segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, oggi Rubio «continuerà senza dubbio a spingere gli europei ad assumere un ruolo di maggiore leadership nella Nato e a renderla maggiormente guidata dall’Europa». «Mi aspetto che ciò contribuisca solo a rafforzare il legame degli Stati Uniti con la Nato», ha anche affermato.
E attenzione. Washington non guarda soltanto alla necessità di riformare l’Alleanza atlantica: punta a fare altrettanto con l’Onu. «Stiamo spingendo con forza affinché l’Onu torni alle origini, a quella funzione di pacificazione e mantenimento della pace che è stata fondamentale fin dalla sua fondazione», ha dichiarato, ieri, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, sostenendo che l’Onu vada messa «a dieta». «Tutti concordano sul fatto che sia necessaria una riforma», ha precisato.
A tenere banco, è infine stata la crisi ucraina. Pur dicendosi a favore di una «pace negoziata», Macron, in un discorso un po’ velleitario in cui ha definito l’Europa un «esempio» da seguire, ha detto che «la risposta non può essere cedere alle richieste della Russia, ma aumentare la pressione sulla Russia». Il presidente francese ha quindi cercato di rivendicare un peso diplomatico per l’Europa. «Nessuna pace senza gli europei. Voglio essere molto chiaro: si può negoziare senza gli europei, se si preferisce, ma non si arriverà alla pace al tavolo delle trattative», ha affermato, per poi aggiungere comunque che, a seguito della pace in Ucraina, l’Europa dovrà elaborare delle «regole di coesistenza» con la Russia.
Tutto questo, senza risparmiare stoccate agli Usa su dazi e Groenlandia. Non solo. Il capo dell’Eliseo ha invocato la regolamentazione dei social media, elogiando il Dsa: un passaggio, questo, che probabilmente irriterà assai Washington. Infine, Macron ha cercato di far leva sul settore della Difesa - e specialmente sui missili a lungo raggio - per avvicinarsi maggiormente a Berlino. Il presidente francese ha, in particolare, detto che bisogna «riformulare la deterrenza nucleare» e, a tal proposito, ha reso noto di aver «avviato un dialogo strategico» con Merz.
L’asse Roma-Berlino è un segnale. Ue moribonda, è l’ora delle nazioni
Dopo lo choc dello scorso anno con il discorso di J.D. Vance, quest’anno la Conferenza annuale sulla sicurezza ha portato a Monaco Marco Rubio, il segretario di Stato dell’amministrazione di Donald Trump. Un anno di presidenza Trump ha già sconvolto a sufficienza l’azzimata Europa e Rubio, probabilmente, sarà più morbido di quanto fu il vicepresidente un anno fa. In una città militarizzata (circa 5.000 poliziotti sono stati dispiegati per l’evento, con unità cinofile e cecchini sui tetti) il segretario parlerà oggi alla conferenza. Morbido non significa, però, meno determinato: «Il vecchio mondo è finito», ha detto Rubio prima di partire per Monaco. «Viviamo in una nuova era geopolitica e questo richiederà a tutti noi di riesaminare come si presenta e quale sarà il nostro ruolo».
Certamente il segretario di Stato nel suo discorso di oggi terrà il punto che più volte è stato sottolineato da Washington, stimolando l’Europa a fare di più come alleato e a ritornare ai fondamenti della democrazia europea, che Vance lo scorso anno aveva criticato duramente.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha citato all’inizio del suo lungo discorso: «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance lo ha detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco e aveva ragione, noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio». L’Europa è reduce dal molto fumoso vertice a 27 per salvare sé stessa dalla crisi e arriva divisa (tanto per cambiare) a questo importante appuntamento annuale.
Il nuovo ruolo di guida assunto dal duo Friedrich Merz-Giorgia Meloni potrebbe, però, essere un primo segnale verso gli Stati Uniti che, nel Documento strategico sulla sicurezza nazionale del novembre 2025, avevano indicato nell’Unione europea l’origine della debolezza dell’alleato europeo: «Tra i problemi più ampi che l’Europa deve affrontare rientrano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi», si legge nel documento.
Il ritorno a un maggiore protagonismo degli Stati nazionali in Europa, la fine della furia regolatoria dell’Unione e una maggiore assunzione di responsabilità nella difesa è ciò che chiedono gli Usa. Il nuovo tandem italo-tedesco che sta assumendo leadership in Europa sembra voglia cogliere questi stimoli. Per ragioni diverse, ma in maniera convergente.
La Francia al momento è in una situazione critica a causa della instabilità politica, con l’ennesimo governo fragilissimo e un Emmanuel Macron il cui indice di gradimento è crollato a un drammatico 19%, e delle difficoltà economiche. Senza consenso in patria, isolato su dossier importanti in Europa e in tensione con Washington dopo la questione Groenlandia, per Macron l’unica opzione resta quella nucleare. L’unico Paese Ue ad avere un arsenale atomico è la Francia e il richiamo che Merz ha fatto ieri nel suo discorso ad una deterrenza europea riporta il presidente francese nella discussione.
Dopo gli scossoni dell’ultimo anno e le tensioni poi rientrate sulla Groenlandia, chi parla di una improbabile rottura tra Usa ed Europa non ha colto che in realtà è anche interesse dell’Europa assumere maggiore autonomia. Al quadro manca, però, la consapevolezza che, per farlo, la sovrastruttura dell’Unione non è adatta, mentre la cooperazione rafforzata su singoli temi può essere una strada percorribile. Non è un caso che ieri il cancelliere tedesco e il segretario di Stato americano abbiano avuto un bilaterale durato trenta minuti.
Al di là delle dichiarazioni roboanti e degli alati discorsi, Monaco 2026 potrebbe essere l’occasione di un rilancio dei rapporti tra Usa ed Europa, una volta compreso che tocca agli Stati nazionali muoversi, le uniche entità che rappresentano democraticamente i cittadini.
Continua a leggereRiduci
Il cancelliere tedesco: «Vecchio ordine tramontato, era nuova». Il presidente francese fa il bullo con l’atomica e vuole più missili.L’asse Roma-Berlino è un segnale.. Con Parigi in crisi, tocca alle altre due potenze continentali interagire con Washington.Lo speciale contiene due articoli.È un vero e proprio test sulla tenuta delle relazioni transatlantiche quello attorno a cui ruota la Conferenza sulla sicurezza iniziata ieri a Monaco. Per comprenderlo, basta guardare alle parole pronunciate dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse è già persa», ha detto. «Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata», ha proseguito, per poi aggiungere: «L’ordine internazionale basato su diritti e regole non esiste più come una volta, è iniziata una nuova era». «Noi tedeschi sappiamo che un mondo in cui la legge è dettata dalla forza sarebbe un posto buio. Il nostro Paese ha imboccato questa strada nel XX secolo, fino a una fine amara e terribile», ha continuato il cancelliere, che ha anche messo in guardia la platea di Monaco dall’ascesa della Cina. «In futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari», ha affermato. «Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Cari amici, far parte della Nato non è solo un vantaggio competitivo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Quindi, ripristiniamo e rilanciamo insieme la fiducia transatlantica. Noi europei stiamo facendo la nostra parte», ha anche detto, rivolgendosi agli Usa. Nell’occasione, Merz ha reso noto di essere in trattative con il presidente francese, Emmanuel Macron, per l’eventuale creazione di una forza nucleare europea congiunta. «Non lo faremo cancellando la Nato. Lo faremo costruendo un pilastro europeo forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza», ha precisato. Il cancelliere non ha comunque risparmiato ulteriori stoccate alla Casa Bianca. «Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Ci atteniamo agli accordi sul clima e all’Oms perché siamo convinti che le sfide globali possano essere risolte solo insieme», ha detto, sottolineando inoltre di voler rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale «più forte d’Europa». Insomma, il cancelliere ha cercato una sorta di via intermedia: pur criticando duramente l’amministrazione Trump, non è parso intenzionato a rompere i rapporti transatlantici e, almeno per ora, pare orientato verso una posizione più morbida di quella francese che, negli scorsi mesi, ha più volte invocato lo scontro diretto con Washington (si pensi soltanto alla questione dei dazi). Sotto questo aspetto, si registra grande attesa per il discorso che terrà oggi Marco Rubio. «L’Europa è importante per noi. Siamo molto legati all’Europa. Credo che la maggior parte delle persone in questo Paese possa far risalire la propria eredità culturale o personale all’Europa. Siamo profondamente legati all’Europa e il nostro futuro è sempre stato legato a questo continente e continuerà a esserlo. Quindi, dobbiamo solo parlare di come sarà questo futuro», ha affermato il segretario di Stato americano prima di partire per Monaco, dove è arrivato ieri. E proprio nella giornata di ieri, Rubio ha avuto vari meeting, incontrando, tra gli altri, lo stesso Merz e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.Non solo. Il capo del dipartimento di Stato americano ha avuto anche dei colloqui definiti «costruttivi» con i premier di Danimarca e Groenlandia, Mette Frederiksen e Jens Frederik Nielsen. In questo quadro, secondo il segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, oggi Rubio «continuerà senza dubbio a spingere gli europei ad assumere un ruolo di maggiore leadership nella Nato e a renderla maggiormente guidata dall’Europa». «Mi aspetto che ciò contribuisca solo a rafforzare il legame degli Stati Uniti con la Nato», ha anche affermato.E attenzione. Washington non guarda soltanto alla necessità di riformare l’Alleanza atlantica: punta a fare altrettanto con l’Onu. «Stiamo spingendo con forza affinché l’Onu torni alle origini, a quella funzione di pacificazione e mantenimento della pace che è stata fondamentale fin dalla sua fondazione», ha dichiarato, ieri, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, sostenendo che l’Onu vada messa «a dieta». «Tutti concordano sul fatto che sia necessaria una riforma», ha precisato.A tenere banco, è infine stata la crisi ucraina. Pur dicendosi a favore di una «pace negoziata», Macron, in un discorso un po’ velleitario in cui ha definito l’Europa un «esempio» da seguire, ha detto che «la risposta non può essere cedere alle richieste della Russia, ma aumentare la pressione sulla Russia». Il presidente francese ha quindi cercato di rivendicare un peso diplomatico per l’Europa. «Nessuna pace senza gli europei. Voglio essere molto chiaro: si può negoziare senza gli europei, se si preferisce, ma non si arriverà alla pace al tavolo delle trattative», ha affermato, per poi aggiungere comunque che, a seguito della pace in Ucraina, l’Europa dovrà elaborare delle «regole di coesistenza» con la Russia.Tutto questo, senza risparmiare stoccate agli Usa su dazi e Groenlandia. Non solo. Il capo dell’Eliseo ha invocato la regolamentazione dei social media, elogiando il Dsa: un passaggio, questo, che probabilmente irriterà assai Washington. Infine, Macron ha cercato di far leva sul settore della Difesa - e specialmente sui missili a lungo raggio - per avvicinarsi maggiormente a Berlino. Il presidente francese ha, in particolare, detto che bisogna «riformulare la deterrenza nucleare» e, a tal proposito, ha reso noto di aver «avviato un dialogo strategico» con Merz.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/merz-frattura-tra-europa-usa-2675269028.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lasse-roma-berlino-e-un-segnale-ue-moribonda-e-lora-delle-nazioni" data-post-id="2675269028" data-published-at="1771049690" data-use-pagination="False"> L’asse Roma-Berlino è un segnale. Ue moribonda, è l’ora delle nazioni Dopo lo choc dello scorso anno con il discorso di J.D. Vance, quest’anno la Conferenza annuale sulla sicurezza ha portato a Monaco Marco Rubio, il segretario di Stato dell’amministrazione di Donald Trump. Un anno di presidenza Trump ha già sconvolto a sufficienza l’azzimata Europa e Rubio, probabilmente, sarà più morbido di quanto fu il vicepresidente un anno fa. In una città militarizzata (circa 5.000 poliziotti sono stati dispiegati per l’evento, con unità cinofile e cecchini sui tetti) il segretario parlerà oggi alla conferenza. Morbido non significa, però, meno determinato: «Il vecchio mondo è finito», ha detto Rubio prima di partire per Monaco. «Viviamo in una nuova era geopolitica e questo richiederà a tutti noi di riesaminare come si presenta e quale sarà il nostro ruolo». Certamente il segretario di Stato nel suo discorso di oggi terrà il punto che più volte è stato sottolineato da Washington, stimolando l’Europa a fare di più come alleato e a ritornare ai fondamenti della democrazia europea, che Vance lo scorso anno aveva criticato duramente.Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha citato all’inizio del suo lungo discorso: «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance lo ha detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco e aveva ragione, noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio». L’Europa è reduce dal molto fumoso vertice a 27 per salvare sé stessa dalla crisi e arriva divisa (tanto per cambiare) a questo importante appuntamento annuale.Il nuovo ruolo di guida assunto dal duo Friedrich Merz-Giorgia Meloni potrebbe, però, essere un primo segnale verso gli Stati Uniti che, nel Documento strategico sulla sicurezza nazionale del novembre 2025, avevano indicato nell’Unione europea l’origine della debolezza dell’alleato europeo: «Tra i problemi più ampi che l’Europa deve affrontare rientrano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi», si legge nel documento.Il ritorno a un maggiore protagonismo degli Stati nazionali in Europa, la fine della furia regolatoria dell’Unione e una maggiore assunzione di responsabilità nella difesa è ciò che chiedono gli Usa. Il nuovo tandem italo-tedesco che sta assumendo leadership in Europa sembra voglia cogliere questi stimoli. Per ragioni diverse, ma in maniera convergente.La Francia al momento è in una situazione critica a causa della instabilità politica, con l’ennesimo governo fragilissimo e un Emmanuel Macron il cui indice di gradimento è crollato a un drammatico 19%, e delle difficoltà economiche. Senza consenso in patria, isolato su dossier importanti in Europa e in tensione con Washington dopo la questione Groenlandia, per Macron l’unica opzione resta quella nucleare. L’unico Paese Ue ad avere un arsenale atomico è la Francia e il richiamo che Merz ha fatto ieri nel suo discorso ad una deterrenza europea riporta il presidente francese nella discussione.Dopo gli scossoni dell’ultimo anno e le tensioni poi rientrate sulla Groenlandia, chi parla di una improbabile rottura tra Usa ed Europa non ha colto che in realtà è anche interesse dell’Europa assumere maggiore autonomia. Al quadro manca, però, la consapevolezza che, per farlo, la sovrastruttura dell’Unione non è adatta, mentre la cooperazione rafforzata su singoli temi può essere una strada percorribile. Non è un caso che ieri il cancelliere tedesco e il segretario di Stato americano abbiano avuto un bilaterale durato trenta minuti.Al di là delle dichiarazioni roboanti e degli alati discorsi, Monaco 2026 potrebbe essere l’occasione di un rilancio dei rapporti tra Usa ed Europa, una volta compreso che tocca agli Stati nazionali muoversi, le uniche entità che rappresentano democraticamente i cittadini.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
Certo, forse sarebbe meglio che un componente della commissione d’inchiesta deputata a indagare su alcuni fatti, e inevitabilmente a porre domande ai protagonisti di una stagione, evitasse di incontrare un testimone che potrebbe essere chiamato a chiarire proprio quei fatti. Uno degli argomenti del recente referendum sulla giustizia riguardava l’impossibilità di garantire l’imparzialità di chi giudica se frequenta chi indaga. Ma nel caso della commissione Covid siamo un po’ oltre, perché il commissario che deve porre quesiti e in seguito anche tirare le conclusioni su quegli stessi quesiti, non sta sullo stesso piano ma addirittura nello stesso salotto di chi è chiamato, con la sua testimonianza, a fornire spiegazioni. È un po’ come se il pm del caso Garlasco andasse a casa di una persona informata dei fatti e lo facesse in compagnia del giudice che un domani dovrà valutare la testimonianza. Succedesse qualche cosa del genere probabilmente grideremmo allo scandalo e immagino che se ci fossero imputati o anche solo parti lese, ci sarebbe chi chiederebbe la ricusazione delle toghe coinvolte.
Ecco, nel caso della commissione Covid, siamo di fronte a questo enigma: dell’organismo fa parte Conte, il quale, oltre a essere stato presidente del Consiglio nel 2020-2021, quando furono prese misure d’emergenza per sconfiggere la pandemia, è anche amico amico del commissario da lui nominato per combattere il virus. Che in quella stagione non tutto sia andato per il verso giusto e che siano stati spesi un mucchio di soldi, anzi di miliardi, è ormai certo. Dunque, la commissione dovrebbe andare fino in fondo, sentendo i protagonisti e chiedendo loro chi decise che cosa e perché alcuni fornitori, che poi si rivelarono inadatti, furono preferiti rispetto ad altri. Qualche domanda andrebbe posta a chi aveva la possibilità di prendere le decisioni, in questo caso Conte. Ma l’ex premier oggi siede in commissione Covid, cioè indossa la toga del pm e del giudice, e i pm e i giudici non possono essere chiamati a rispondere, perché dovrebbero svestirsi del proprio ruolo per poi indossare quelli del testimone. Già questa è un’anomalia a cui forse bisognerebbe porre rimedio, ma l’unico che lo può fare è lo stesso Conte.
Poi però c’è il secondo aspetto sorprendente e cioè che, come rivelato dal nostro Giacomo Amadori, l’ex presidente del Consiglio e attuale commissario è amico amico di Arcuri, ovvero di uno che la sa lunga sulla gestione della pandemia, persona che la commissione vuole audire. E così eccoci arrivati al nodo della faccenda: di cosa parlano i due amici quando si incontrano, come ad esempio la scorsa settimana? «Di tutto e di niente», ha detto rispondendo al nostro vicedirettore lo stesso Arcuri. Tutto può voler dire anche dei lavori della commissione, ma magari anche no. Di certo, gli incontri fra un testimone e un commissario all’insaputa degli altri alimentano dubbi. E infatti ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, tra i più assidui nell’accendere un faro su quel che accadde cinque anni fa, si sono scatenati, chiedendo come sia possibile che l’ex commissario parli con l’attuale componente di un istituto preposto a indagare senza riferire nelle sedi istituzionali.
Difficile dar loro torto, anche perché in un’inchiesta della magistratura è spuntato un altro commissario, sempre dei 5 stelle, ma questa volta al lavoro nella commissione Antimafia, che parlava all’insaputa dei colleghi con un testimone, anticipando le domande e suggerendo le risposte. È così che si fanno le indagini? E il mito dello streaming, bandiera dei 5 stelle per garantire con la diretta video la massima trasparenza dentro i palazzi del potere, che fine ha fatto? Domande legittime, che aspettano risposte più che legittime, ovvero necessarie. Perché altrimenti ci sarà sempre chi alimenterà dubbi su una gestione dell’emergenza, che oltre a diversi errori è costata anche molta sofferenza. Arcuri ha detto al nostro Amadori che è pronto a parlare. Noi siamo pronti ad ascoltare e soprattutto a fare domande, riferendo le risposte, con lo stesso scrupolo con cui da anni ci interroghiamo sugli effetti dell’emergenza Covid.
Continua a leggereRiduci
Petroliere in navigazione nello Stretto di Hormuz (Getty Images)
Dopo l’attacco, sabato, di un drone iraniano alla petroliera Kiku, battente bandiera panamense, è partita la rappresaglia americana con raid aerei su basi militari iraniane nel porto di Sirik e nell’isola di Qeshm, sul lato iraniano dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha reagito con missili e droni verso le basi statunitensi in Kuwait e Bahrein. A seguito degli incidenti, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ieri in visita in Iraq, ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz resterà sotto controllo iraniano per 30 giorni: «Lo Stretto di Hormuz rimane sotto la completa supervisione e gestione dell’Iran per i prossimi 30 giorni e, una volta rimossi tutti gli ostacoli, la piena capacità di navigazione del canale sarà ripristinata».
Da giorni Teheran rivendica che il transito dallo Stretto debba avvenire «in modo coordinato con la Guardia rivoluzionaria», ovvero i pasdaran, e lungo «corridoi concordati con l’Iran». Ciò nella prospettiva, in cui gli iraniani sperano ancora, che nei negoziati con gli Usa previsti fino a metà agosto, possano cavarne un pedaggio. Sono tali rivendicazioni all’origine dell’incidente della nave Kiku e di un precedente analogo, giovedì scorso. La reazione del comando americano Centcom, su ordine del presidente Donald Trump, è partita la notte fra sabato e domenica. Stando al Centcom, aerei statunitensi «hanno colpito 10 obiettivi in Iran fra cui infrastrutture di sorveglianza militari, sistemi di comunicazione, siti di difesa aerea, impianti di stoccaggio di droni e mezzi per la posa di mine». Trump ha postato sul social Truth l’ennesimo monito: «Potrebbe arrivare un momento in cui non saremo più in grado di essere ragionevoli e saremo costretti a portare a termine militarmente il lavoro che abbiamo iniziato. Se ciò accadesse, la Repubblica islamica dell’Iran cesserebbe di esistere».
Chiaramente gli Usa non potrebbero «far cessare di esistere l’Iran», se non con armi atomiche, fuori discussione. La reazione dei pasdaran ha preso corpo con missili e droni su avamposti statunitensi. Secondo la Guardia rivoluzionaria «sono state distrutte otto infrastrutture delle forze Usa nella base aerea Ali Al Salem, in Kuwait, e nella base della Quinta Flotta dell’US Navy a Port Salman, in Bahrein». Le truppe kuwaitiane, equipaggiate coi missili antiaerei Patriot forniti dagli Usa, hanno affermato di aver «intercettato e neutralizzato due missili balistici iraniani» e che l’incursione «non ha causato danni, né vittime». Dal ministero degli Esteri di Kuwait City è poi stata diramata «una condanna delle aggressioni dell’Iran in violazione della nostra sovranità». Stessi toni dal Bahrein, il cui comando militare ha denunciato «attacchi con missili balistici e droni intercettati e distrutto dalle nostre difese». Inoltre, il ministero degli Esteri del Bahrein, indicando «l’Iran responsabile di ogni escalation», ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di riunirsi «in sessione urgente».
La pretesa iraniana di dominare lo Stretto di Hormuz e la prontezza di Trump a reagire a ogni sgarro con attacchi aerei, paiono indicare che entrambe parti facciano a gara nel presentarsi come «vincitore» della guerra, per quanto nel caso iraniano la pretesa sia assai meno lontana dalla verità. L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha promesso che «gli Stati Uniti continueranno, militarmente se necessario, a smantellare le infrastrutture che Teheran cerca di usare per controllare illegalmente una via navigabile internazionale». Ieri il gruppo armatoriale Cma-Cgm ha comunicato che una sua nave cargo battente bandiera francese «è riuscita a uscire dallo Stretto di Hormuz», ma che «10 navi del gruppo sono ancora bloccate». Inoltre, il Financial Times ha pubblicato i commenti di Takaya Soga, amministratore delegato della società di navigazione giapponese Nyk Line, secondo cui la presenza delle almeno 80 mine iraniane posate nei mesi scorsi ostacolerà il traffico navale attraverso Hormuz per mesi. Ha spiegato: «Le rotte disponibili sono limitate, una presso l’isola di Larak, vicino alla costa iraniana, e un’altra vicino all’Oman, a Sud».
Il processo negoziale dipenderà anche dall’evoluzione della situazione in Libano, dove ancora ieri sono proseguiti scontri fra truppe di Israele e miliziani Hezbollah, con l’uccisione di un soldato ebraico e di un miliziano sciita. Il ministro iraniano Araghchi chiede che «gli Stati Uniti costringano l’entità sionista (Israele, ndr) a cessare i raid». Secondo Axios, gli Usa avrebbero, per ora, «chiesto a Israele due modifiche sul testo dell’accordo con il Libano, una che impegna le truppe ebraiche a ritirarsi da un villaggio del Libano meridionale, l’altra che impegna a un più ampio ritiro dal Paese».
Continua a leggereRiduci
Eugenia Roccella (Ansa)
Cavallari e la moglie si trovavano a bordo di una piccola imbarcazione in località Fiorò, nel Comune di Ronciglione. Stando a una prima ricostruzione effettuata dai carabinieri, l’uomo sarebbe riemerso per qualche istante dopo il tuffo, il tempo di dire alla moglie di non sentirsi bene. Ma la barca, che non era ancorata, nel frattempo si era allontanata, rendendo impossibile un intervento immediato.
È stata proprio la Roccella a dare l’allarme, facendo scattare la macchina dei soccorsi. L’incidente è avvenuto a poche decine di metri dalla riva, in una zona molto frequentata: nelle vicinanze c’erano numerosi bagnanti e i clienti di un ristorante affacciato sul lago. Dopo essere stata portata a riva, Roccella è stata accompagnata nella casa sua e del marito in provincia di Viterbo, in località Rio Vicano, dove attende notizie in uno stato di comprensibile disperazione.
Le operazioni si sono articolate su più fronti: ricerche visive da parte dei sommozzatori, impiego di Rov, ovvero sonde filoguidate dotate di telecamere, ecoscandagli e termocamere. La sfida più grande che le squadre di soccorso si trovano ad affrontare è la scarsissima visibilità sott’acqua. Lo ha spiegato chiaramente il vicario del prefetto di Viterbo, Andrea Nino Caputo, presente sul posto a coordinare le operazioni: «Stanno procedendo ininterrottamente le ricerche nel lago di Vico per individuare il coniuge del ministro Eugenia Roccella. Si sta procedendo con verifiche da parte dei sommozzatori ma anche con strumenti che aiutano l’operazione mirata nel lago. Si tratta di una ricerca particolarmente complessa per lo scenario: la visibilità è molto bassa già a pelo dell’acqua, quindi più si scende più si riduce ed è prossima allo zero».
Non appena la notizia della scomparsa di Cavallari si è diffusa in rete, su piattaforme come X, Facebook e Instagram si sono moltiplicati commenti di una ferocia inaudita. Chi si definisce «antifascista», chi si dichiara pro Palestina, chi semplicemente nutre un odio viscerale per il governo Meloni ha trasformato la tragedia di una famiglia in un’occasione di sfogo e di esultanza. C’è chi ha scritto «dovrebbero andare tutti lì», riferendosi agli altri ministri del governo e al lago teatro della tragedia. C’è chi ha tirato in ballo Gaza con una logica distorta: «Ora la Roccella proverà quello che provano le mogli e le madri di Gaza». C’è chi ha insinuato che il ministro avrebbe «consentito» a un uomo anziano di tuffarsi, attribuendole una responsabilità morale nell’accaduto. Qualcuno, con cinismo da brividi, ha commentato «se ne sarà scappato da lei». «Ora avrà meno tempo per provare ad abrogare le unioni civili», un altro vergognoso commento.
L’ondata di odio ha suscitato la feroce reazione del premier Giorgia Meloni: «C’è un limite che non dovrebbe mai essere superato, ed è quello del rispetto dovuto alla sofferenza umana. Quando si arriva a colpire una persona in un momento così, non si è più nel campo dello scontro politico, ma in quello della miseria morale. È anche il frutto di un clima avvelenato che alcuni hanno alimentato, legittimando odio, disumanizzazione e disprezzo. Questo schifo dovrebbe indignare tutti».
Continua a leggereRiduci
Walter Pfeiffer. Untitled, 1975 © Walter Pfeiffer. Courtesy the artist and Galerie Gregor Staiger, Zurich / Milan
Inaugurata nel 2002 per custodire le opere della collezione privata di Gianni e Marella Agnelli, la Pinacoteca che li ricorda nel nome e ne celebra la grande passione per l’arte non è mai stata un museo nel senso «più classico» del termine, ma una sorta di laboratorio culturale, multidisciplinare e dinamico, dove l’arte contemporanea è in costante dialogo con le opere della sua collezione storica, prezioso «scrigno» di capolavori assoluti di artisti come Matisse, Picasso, Renoir, Modigliani e Canaletto: uno «Scrigno» in acciaio e vetro, che l’archistar Renzo Piano ha voluto letteralmente sospeso a 34 metri d'altezza, sul tetto della storica fabbrica del Lingotto. Uno spazio espositivo unico, che prosegue con il più grande giardino pensile d’Europa, ricco di oltre 40.000 piante e ricavato dalla leggendaria pista di collaudo automobilistico (La Pista 500) posta sul tetto dell’ex fabbrica FIAT: è qui, in questo museo a cielo aperto, che periodicamente si ospitano installazioni site-specific e sculture di artisti internazionali, che regalano ai visitatori spettacolari passeggiate panoramiche nell’arte.
La Pinacoteca Agnelli non è un luogo fine a sé stesso, ma uno spazio aperto e «in movimento» che unisce collezione, architettura e ricerca e che, come recita il titolo de progetto che la anima dal 2022 (Beyond the Collection), vuole andare «Oltre la collezione»…E la programmazione espositiva per la primavera/estate di quest’anno non tradisce certo le aspettative, presentando al pubblico (da aprile a settembre) tre progettualità inedite: un'ampia monografica dedicata all'artista svizzero Walter Pfeiffer; una nuova edizione del ciclo Beyond the Collection, che vede protagonista Amedeo Modigliani e due nuove installazioni site-specific sulla Pista 500, una dell’artista francese Nathalie Du Pasquier e l’altra del notissimo Peter Fischli , presente - insieme all’amico e collega David Weiss – nei musei di arte contemporanea di tutto il mondo. Percorsi espositivi diversi, ma che usano l’architettura come parte integrante del discorso critico e che ora conosciamo un po’ più da vicino. A partire dal fotografo svizzero Walter Pfeiffer.
Walter Pfeiffer. In Good Company
Pop prima del pop, queer prima che fosse categoria, Walter Pfeiffer - svizzero di Beggingen, classe 1946 – è capace di muoversi con disinvoltura fra diversi soggetti e generi, rappresentando con ironia e grande senso dell’umorismo top model e gente comune, erotismo gay e scene di vita quotidiana. Presente al Lingotto con oltre cento scatti , dagli anni Settanta ad oggi, la sua è una fotografia «spiazzante», per soggetti e uso del colore, una fotografia fatta di forti contrasti cromatici, che rifiuta le gerarchie, non cerca lo scandalo, ma che osserva (e immortala) con sguardo particolarmente incisivo i ruoli di genere e la cultura del consumo. In un susseguirsi di scatti iconici e immagini inedite, la mostra torinese ci restituisce «l’autoritratto» di un artista capace di spaziare con maestria dalla moda alla fotografia indipendente, capace di reinventarsi costantemente insieme ai suoi soggetti. Fra i suoi scatti più originali, sicuramente Untitled, 2015 , dove dita affusolate di donna stringono il ritratto di una nobildonna settecentesca da cui spuntano due paia di lunghe gambe femminili…
Modigliani sottopelle. Quattro capolavori
Accostare Pfeiffer e Modigliani è un azzardo, ma anche una mossa azzeccata,. Siamo davanti a due modi opposti di trattare il corpo: uno, Pfeiffer, lo veste di luce, l’altro, Modì, lo scava fino all’osso, in una mostra che già a partire dal titolo - Modigliani sottopelle. Quattro capolavori - invita il pubblico ad andare oltre la superficie visibile delle opere, interrogando ogni dettaglio e portando alla luce tracce nascoste, grazie al lavoro di storici dell’arte, restauratori e scienziati.
Fulcro dell’esposizione il famoso Nu couché (straordinaria tela dell’artista livornese acquistata da Giovanni e Marella Agnelli nel 1960), che in mostra dialoga con altri tre grandi capolavori di Modigliani: Female Nude Reclining on a White Pillow, in prestito dalla Staatsgalerie di Stoccarda, il ritratto di Gaston Modot e Maternité, entrambi provenienti dal Centre Pompidou di Parigi. Un percorso espositivo breve ma interessante, che accanto alle quattro opere pittoriche presenta una raccolta di documenti d’archivio e interessanti risultati di indagini scientifiche, che grazie allo studio della tecnica e dei materiali utilizzati dall’artista ( in particolar modo tre rotoli di tela utilizzati da Modigliani tra il 1917 e il 1919) rivelano i segreti nascosti sotto la superficie pittorica, arrivando a stabilire nuove datazioni e addirittura quali tele provengano dallo stesso rotolo. Una mostra che va oltre «i colli lunghi e gli occhi senza pupille», superando l’immagine stereotipata del Modigliani bohémien per regalarci quella di un’artista che supera l’anedotto per rientrare nella storia...
La Pista 500: Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli
Dallo Scrigno alla Pista 500 il passo è breve e qui, sul tetto del Lingotto, in questo enorme spazio espositivo a cielo aperto, regna l’arte contemporanea. Sculture e installazioni che si susseguono, corrono dove un tempo correvano le automobili FIAT e che quest’anno si arricchiscono di nuove opere, create per l'occasione da Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli, artisti contemporanei di spessore internazionale.
In perfetta armonia con l’architettura industriale dello spazio che li ospita, i quindici gonfaloni colorati pensati da Nathalie Du Pasquier svettano sulla facciata est del Lingotto, Bandiere per Zefiro (questo il titolo dell’installazione) mosse dal vento in modo dinamico e giocoso, fondendo forma, colore e paesaggio.
Ad attraversare verticalmente lo spazio della rampa ellittica dell’ex fabbrica FIAT è invece Addition, Subtraction, Multtipication, l’opera di Peter Fischli che si ispira ai trenini turistici su ruote per unire, metaforicamente, la base «operaia e commerciale» dell’edificio al suo vertice culturale, rappresentato dal museo sulla pista automobilistica. Un’installazione di grande impatto visivo, che richiama vagamente i canoni del Futurismo ( Velocità astratta di Giacomo Balla della Collezione Permanente in primis…) e un’idea di modernità e progresso di cui il Lingotto è simbolo.
Continua a leggereRiduci