La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
Continua a rivelarsi incerto il destino del processo diplomatico iraniano. Donald Trump punta innanzitutto a mantenere alta la pressione economica sul regime khomeinista, confermando il blocco navale imposto ai porti della Repubblica islamica.
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
E se Donald Trump fosse intenzionato a giocare di sponda con Vladimir Putin per chiudere la crisi iraniana? Ieri, i due presidenti hanno avuto una telefonata di un’ora e mezza. Secondo Ria Novosti, hanno discusso di quanto sta accadendo nella Repubblica islamica e nel Golfo Persico.
Nell’occasione, il capo del Cremlino avrebbe messo sul tavolo delle proposte per risolvere la questione del nucleare di Teheran. I due hanno inoltre affrontato il capitolo ucraino.
Trump ha sottolineato l’importanza di un cessate il fuoco in Ucraina, mentre lo zar, dal canto suo, ha aperto alla possibilità di una tregua entro il Giorno della vittoria (vale a dire il 9 maggio). Putin ha anche affermato che Kiev dovrebbe accettare le proposte già delineate. Non dimentichiamo che il regime khomeinista è uno dei principali alleati della Russia in Medio Oriente. Ritagliandosi il ruolo di mediatore, Putin punta a rafforzare l’influenza regionale di Mosca, che era diminuita a seguito della caduta di Bashar al Assad in Siria. Trump, dal canto suo, potrebbe avere interesse a una sponda con lo zar, proprio per chiudere il conflitto e scongiurare così il pantano.
Del resto, sempre ieri, il presidente americano ha mostrato segni di impazienza sulla crisi iraniana. Ha, in particolare, esplicitato di non aver gradito l’ultima proposta di pace, avanzata da Teheran. «L’Iran non riesce a organizzarsi. Non sanno come sottoscrivere un accordo non nucleare. Farebbero meglio a darsi una regolata», ha affermato su Truth, postando anche un fotomontaggio che lo ritraeva con in braccio un fucile d’assalto, mentre il territorio iraniano, sullo sfondo, veniva bombardato. Non solo: a corredo dell’immagine, compariva anche la scritta «Datevi una regolata. Non sono più il signor Persona gentile». Sempre ieri, parlando con Axios, il presidente americano ha confermato che lo sbarramento navale resterà in vigore, almeno fin quando non verrà raggiunta con Teheran un’intesa sull’energia atomica. La stessa testata ha tuttavia anche riportato che, in caso di stallo prolungato, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe ricorrere a un’azione di tipo militare. Tutto questo, sebbene secondo il Washington Post, la portaerei Gerald Ford starebbe per lasciare il Medio Oriente.
Trump resta comunque insoddisfatto della proposta di pace iraniana. Il regime khomeinista aveva chiesto di risolvere innanzitutto due nodi: quello della riapertura di Hormuz e quello della revoca del blocco navale statunitense. Solo in un secondo momento, avevano proposto gli ayatollah, si sarebbe discusso della spinosa questione nucleare. Una questione che, tuttavia, Washington punta ad affrontare sin da subito. È anche davanti all’intransigenza di Trump che, secondo la Cnn, gli iraniani potrebbero presentare a breve una nuova proposta di pace «rivista». Ieri la Casa Bianca ha comunque confermato che i contatti con Teheran sono ancora in corso, mentre il ministero degli Esteri iraniano ha invocato una soluzione di tipo diplomatico, anziché la ripresa del conflitto, marcando così implicitamente una distanza dalle Guardie della rivoluzione.
D’altronde, stando a Bloomberg News, il blocco navale americano starebbe creando crescenti problemi di stoccaggio di greggio all’Iran: il che potrebbe danneggiare seriamente il settore petrolifero della Repubblica islamica. Tutto questo, mentre la valuta iraniana ha raggiunto ieri il suo minimo storico. «Il nemico è entrato in una nuova fase e vuole attivare pressioni economiche e divisioni interne attraverso il blocco navale e la propaganda mediatica per indebolirci o addirittura farci collassare dall’interno», ha affermato il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Al contempo, secondo Axios, una fonte di Teheran ha fatto sapere che il blocco americano «sarà presto contrastato con azioni concrete e senza precedenti».
Davanti alla pressione economica statunitense, l’ala dialogante del regime khomeinista, che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian, ha quindi fretta di raggiungere un’intesa. Il che continua a metterla in rotta di collisione con i pasdaran, che vorrebbero proseguire a tenere in pugno Hormuz per danneggiare politicamente Trump alle Midterm di novembre. Il punto è infatti che anche il presidente americano ha fretta di chiudere un conflitto che, secondo quanto rivelato dal Pentagono, è costato finora 25 miliardi di dollari. Un conflitto che, in particolare, ha fatto innalzare il prezzo della benzina negli Stati Uniti: una situazione che rende vulnerabile il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato. Del resto, il costo del petrolio continua a salire: ieri il Wti era a 105 dollari, mentre il Brent si attestava a 117,5 dollari.
Nel frattempo, bisognerà vedere come si evolverà la situazione al Pentagono, dopo che è emerso che JD Vance ne avrebbe messo in dubbio i briefing sulla guerra in corso. Ieri, in un’audizione alla Camera dei rappresentanti, Pete Hegseth ha difeso a spada tratta la gestione del conflitto, definendolo uno «sbalorditivo successo militare», senza poi rinunciare ad accusare di disfattismo i critici dem e repubblicani.





