L’Iran cancella le esecuzioni e Trump ringrazia l’ayatollah. Resta il pressing su Teheran
Si allontana lo scenario di un attacco degli Usa alla Repubblica islamica? Forse sì. Ma forse anche no. Quando ieri gli è stato chiesto chi lo abbia convinto ad annullare i bombardamenti contro l’Iran, Donald Trump ha risposto: «Nessuno mi ha convinto. Mi sono convinto da solo. Ieri avevi programmate oltre 800 impiccagioni. Non hanno impiccato nessuno. Hanno annullato le impiccagioni. Questo ha avuto un impatto enorme». Poco prima, su Truth, il presidente americano aveva ringraziato la leadership iraniana per aver cancellato le esecuzioni. Insomma, a prima vista parrebbe arrivata la distensione.
Eppure attenzione. Nonostante sembri aver parzialmente tirato il freno a mano sull’opzione bellica, il presidente americano non ha comunque rinunciato ad aumentare la pressione su Teheran. Giovedì, ha imposto nuove sanzioni a entità e soggetti legati al regime khomeinista, mentre il Pentagono sta spostando in Medio Oriente la portaerei Abraham Lincoln. Il Wall Street Journal ha inoltre rivelato che Trump vorrebbe monitorare la reazione degli ayatollah alle manifestazioni prima di decidere se sferrare o meno un attacco militare.
Non solo. Ieri, Washington ha imposto ulteriori sanzioni anche alle reti di finanziamento degli Huthi: organizzazione terroristica storicamente spalleggiata dall’Iran. Inoltre, sempre ieri, Trump ha avuto una nuova telefonata con Benjamin Netanyahu e, secondo Axios, sia la Casa Bianca che l’ufficio del premier israeliano si sarebbero rifiutati di rilasciare dichiarazioni. Alcune ore prima, la stessa testata aveva riportato che il direttore del Mossad, David Barnea, si sarebbe incontrato con Witkoff a Miami per discutere della repressione iraniana. Infine, secondo quanto riferito in serata da Channel 12, Israele ritiene che Trump potrebbe ancora ricorrere all’opzione militare. Nelle stesse ore in cui veniva diffusa questa indiscrezione, atterrava nello Stato ebraico un falco anti iraniano come il senatore repubblicano Lindsey Graham, che aveva in programma un incontro con il premier israeliano.
È in questo quadro che ha provato a inserirsi diplomaticamente Vladimir Putin. Ieri mattina, il presidente russo ha avuto un colloquio telefonico con Netanyahu e un altro con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «È stata confermata la disponibilità della Russia a continuare a intraprendere adeguati sforzi di mediazione e a promuovere un dialogo costruttivo con la partecipazione di tutti gli Stati interessati», ha affermato il Cremlino.
Mosca sta del resto tentando di recuperare terreno in Medio Oriente. Nell’arco dell’ultimo anno e mezzo, la Russia ha subito due duri colpi nella regione: il progressivo indebolimento del regime khomeinista e, soprattutto, la caduta di Bashar al Assad in Siria. Putin teme quindi enormemente un crollo di Ali Khamenei, perché ciò significherebbe perdere un secondo alleato chiave in Medio Oriente. È anche per questo che, nel 2025, aveva provato a ritagliarsi il ruolo di intermediario tra Washington e Teheran sul nucleare. Ed è sempre per questo che sta adesso cercando di mediare, facendo leva sia sui suoi storici legami con l’Iran sia sulla sua sponda - rafforzatasi negli ultimi mesi - con Netanyahu.
Non è al momento chiaro se Putin stia agendo in coordinamento o in competizione con Trump. Ricordiamo che, secondo alcune indiscrezioni, i due avrebbero sotterraneamente collaborato a giugno per mediare il cessate il fuoco tra Israele e Iran. Inoltre, come detto, l’anno scorso lo zar si propose de facto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare. Tornando alla crisi attuale, è evidente che Putin voglia scongiurare un cambio di regime in Iran. Trump, dal canto suo, potrebbe puntare a domare un pezzo del governo iraniano, sulla scia di quanto ha fatto in Venezuela, evitando un regime change completo.
Segno di ciò è la sua riluttanza ad appoggiare il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che ieri è tornato a proporsi come guida di un’eventuale transizione di potere. «Tornerò in Iran, sono l’unico che può guidare la transizione», ha detto, per poi auspicare, secondo Nbc News, un intervento armato statunitense contro i pasdaran. «Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe all’interno del suo Paese», aveva tuttavia affermato, nei giorni scorsi, il presidente americano, riferendosi al figlio dello Scià. «Al presidente Trump è stato comunicato che un attacco su larga scala contro l’Iran difficilmente avrebbe causato la caduta del governo e avrebbe potuto innescare un conflitto più ampio», aveva inoltre riportato, l’altro ieri, il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi. Date queste premesse, Trump potrebbe o optare per la soluzione diplomatica in senso stretto (il che è ciò che Putin spera) o, come accennato, potrebbe decidere di decapitare il regime con attacchi mirati, scegliendo successivamente come interlocutore un pezzo (adeguatamente addomesticato) del vecchio sistema di potere (magari pescando dalle forze armate).
D’altronde, lo abbiamo visto, il presidente americano sta continuando a mettere sotto pressione gli ayatollah. Il che gli occorre anche sulla questione di Gaza. Trump, che ha inaugurato giovedì la fase due del piano di pace, ha intimato ad Hamas il disarmo completo: quella stessa Hamas che è uno dei principali proxy della Repubblica islamica. Il presidente americano spera che la pressione sugli ayatollah indebolisca ulteriormente il gruppo terroristico palestinese, costringendolo a rispettare gli impegni sulla smilitarizzazione.
Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Teheran. Ieri, Washington ha annunciato nuove sanzioni contro individui ed entità collegate al regime khomeinista: entità che, secondo il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, gli ayatollah «usano per eludere le sanzioni sul petrolio iraniano». Tra i soggetti colpiti figura, inoltre, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, che, stando al governo statunitense, «è stato uno dei primi leader iraniani a invocare la violenza in risposta alle legittime richieste del popolo iraniano». «Il Dipartimento del Tesoro sta sanzionando i principali leader iraniani coinvolti nella brutale repressione contro il popolo iraniano», ha affermato Bessent, annunciando le nuove sanzioni.
Dall’altra parte, non è invece chiaro se Donald Trump voglia o meno ricorrere all’opzione militare. Ieri, il presidente americano ha definito una «buona notizia» il fatto che, secondo Fox News, il regime khomeinista non avrebbe più condannato a morte un manifestante iraniano. Alcune ore prima, l’inviato di Teheran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, aveva riportato che l’inquilino della Casa Bianca avrebbe fatto sapere alla Repubblica islamica di non avere intenzione di attaccarla. Non solo. Washington, ieri, ha anche abbassato l’allerta di sicurezza nella base aerea di Al Udeid, situata in territorio qatariota. Del resto, secondo quanto riferito dall’Afp, sembrerebbe che i governi di Riad, Doha e Muscat abbiano fatto pressioni sulla Casa Bianca per convincerla a non intervenire militarmente contro Teheran, temendo «gravi contraccolpi nella regione». Infine, secondo il New York Times, sarebbe stato lo stesso Benjamin Netanyahu a chiedere a Trump di rimandare l’attacco.
Eppure non è ancora escluso che Washington possa ricorrere all’opzione bellica. Innanzitutto, il senatore repubblicano Lindsey Graham, notorio falco anti iraniano, ha definito ieri «oltremodo inaccurate» le indiscrezioni, secondo cui il presidente americano non avrebbe intenzione di attaccare. In secondo luogo, nella notte tra mercoledì e giovedì, Nbc News ha riferito che Trump vuole, sì, evitare lo scenario di un conflitto prolungato. Ma ha anche sottolineato che il presidente americano resterebbe solidale con i manifestanti anti khomeinisti e che sarebbe aperto ad azioni militari circoscritte. Inoltre, non è che da Teheran siano arrivate delle dichiarazioni granché concilianti sulle proteste. Ieri, il ministro della Difesa iraniano, Aziz Nasirzadeh, ha affermato che il suo governo sta facendo di tutto per «sopprimere i selvaggi terroristi armati», che, a suo dire, starebbero fomentando le manifestazioni. Ora, se la repressione brutale non dovesse cessare, questo potrebbe aumentare le probabilità di un intervento armato da parte di Washington. «Se le uccisioni continueranno, ci saranno gravi conseguenze», ha affermato ieri sera la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che l’Iran si sarebbe impegnato ad annullare 800 esecuzioni. Non a caso, già qualche ora prima, i pasdaran avevano fatto sapere di essere militarmente «pronti al massimo livello possibile». Non si può neanche escludere che Washington consideri l’imposizione delle nuove sanzioni come il primo passo verso un ulteriore incremento della pressione in senso militare.
Resta intanto sul tavolo il nodo della transizione di potere a Teheran in caso di regime change. Il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a proporsi per assumere un ruolo di primo piano. Ha inoltre assicurato che, una volta caduto il regime khomeinista, «il programma militare nucleare dell’Iran finirà», per poi aggiungere che avrà luogo la normalizzazione delle relazioni di Teheran con Washington e Gerusalemme. Tuttavia, Trump continua a esprimere scetticismo sul figlio dello scià. «Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe all’interno del suo Paese. E non siamo ancora arrivati a quel punto. Non so se il suo Paese accetterebbe o meno la sua leadership, e certamente, se lo facesse, per me andrebbe bene», ha affermato il presidente americano.
Il problema, ragionano alla Casa Bianca, è la base sociale e di consenso di un eventuale nuovo governo. Vale la pena di sottolineare che il ceto mercantile sta svolgendo un ruolo significativo nel corso delle proteste in atto contro il regime degli ayatollah. Quello stesso ceto mercantile che, nel 1979, rappresentò l’ossatura economico-finanziaria del khomeinismo, in quanto contrario alle riforme e alle politiche commerciali di Mohammad Reza Pahlavi. Tuttavia l’alleanza tra ceto mercantile e clero sciita è ormai entrata in una fase di turbolenza. I bazar sono sempre più irritati dall’inflazione e dalle politiche nucleari di Teheran che hanno portato alle sanzioni occidentali. Senza poi trascurare il loro astio verso le Guardie della rivoluzione che, soprattutto negli ultimi dieci anni, hanno sempre più messo le mani sui settori chiave dell’economia iraniana. Trump è consapevole che la «ribellione» del ceto mercantile indebolisce enormemente il potere di Ali Khamenei. E probabilmente teme che il figlio dello scià non otterrebbe l’appoggio di questo settore della società iraniana: uno scenario che, agli occhi del presidente americano, creerebbe instabilità nel Paese.
Come che sia, ieri sera, quando La Verità era già andata in stampa, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dedicata alla repressione delle proteste in Iran. Nel frattempo, la Commissione europea ha reso noto che considererà l’imposizione di nuove sanzioni al regime.
Mentre proseguono le manifestazioni antigovernative in Iran, la tensione in Medio Oriente continua a salire. Ieri, un funzionario di Teheran ha affermato che, in caso di atto bellico da parte di Washington contro la Repubblica islamica, le basi statunitensi in Arabia Saudita, Emirati arabi e Turchia «saranno attaccate». Gli stessi pasdaran hanno minacciato una risposta «decisa». È in questo clima che, sempre ieri, gli americani e i britannici hanno ritirato una parte del loro personale di stanza nella base aerea di Al Udeid, in Qatar. «Date le persistenti tensioni regionali, la missione statunitense in Arabia Saudita ha consigliato al proprio personale di esercitare maggiore cautela e limitare i viaggi non essenziali verso qualsiasi installazione militare nella regione. Raccomandiamo ai cittadini americani nel Regno di fare lo stesso», ha inoltre dichiarato l’ambasciata statunitense a Riad. La stessa Farnesina ha invitato i nostri connazionali in Iran a lasciare il Paese. Mentre il G7 si è detto pronto a varare nuove sanzioni contro Teheran.
E così, mentre l’attivista iraniana e premio Nobel per la pace Shirin Ebadi sta auspicando che Washington conduca «azioni altamente mirate» contro Ali Khamenei, la domanda è se, come e quando gli Usa decideranno di colpire militarmente la Repubblica islamica. Secondo il New York Times, i vertici del Pentagono hanno presentato a Donald Trump un’ampia gamma di obiettivi bellici in Iran, tra cui i siti nucleari e quelli per la realizzazione dei missili balistici. Del resto, martedì, il presidente americano aveva reso noto di non avere intenzione di incontrare dei funzionari di Teheran a meno che non avessero cessato la loro sanguinosa repressione delle proteste. «L’aiuto sta arrivando», aveva aggiunto sibillinamente Trump, portando a pensare che un attacco militare americano potesse essere imminente. Inoltre, nella serata di lunedì, il presidente americano aveva anche annunciato dei dazi secondari a Teheran. Tutto questo mentre, nel pomeriggio italiano di ieri, un funzionario europeo, parlando con Reuters, ha definito l’attacco americano come «probabile», aggiungendo che potrebbe addirittura aver luogo nell’arco delle «prossime 24 ore». D’altronde, sempre ieri, da Teheran hanno fatto sapere che i contatti tra l’inviato statunitense, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sono attualmente sospesi: i due si erano sentiti nel fine settimana e, all’epoca, era stata ventilata l’ipotesi, per ora naufragata, di organizzare un incontro diplomatico.
Tuttavia attenzione: per quanto oggettivamente probabile, un attacco americano imminente non è ancora del tutto certo. Nella serata di martedì, Nbc News ha infatti riferito che sia lo Stato ebraico che i Paesi arabi starebbero suggerendo all’amministrazione Trump di attendere prima di ricorrere all’opzione bellica contro l’Iran. Stando alla testata, i funzionari israeliani e arabi riterrebbero che sarebbe meglio aspettare un ulteriore indebolimento del regime khomeinista. A questo si aggiunga il dibattito in corso all’interno della stessa amministrazione Trump e, più in generale, del mondo repubblicano d’Oltreatlantico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il vicepresidente americano, JD Vance, starebbe cercando di convincere l’inquilino della Casa Bianca a tentare la via diplomatica prima di condurre un’eventuale azione militare contro gli ayatollah. Di parere opposto è invece il senatore repubblicano, Lindsey Graham, che, domenica, ha invocato la linea dura, esortando il presidente americano a «uccidere» la leadership del governo di Teheran.
Governo al cui fianco continua a schierarsi il Cremlino. Ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha reso noto che, al netto delle pressioni di Washington, Mosca continuerà a rafforzare i suoi legami bilaterali con la Repubblica islamica. Per la Russia si tratta di una questione delicata. La caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024 ha infatti ridotto l’influenza del Cremlino sullo scacchiere mediorientale. Se adesso dovesse crollare anche il regime di Khamenei, i russi rischierebbero di perdere ancora più terreno nella regione. D’altronde, anche la determinazione dei proxy iraniani comincia a scricchiolare. Ieri, Hezbollah ha escluso di colpire gli Usa e Israele a meno che l’eventuale attacco alla Repubblica islamica non metta in pericolo la sua stessa esistenza.
E così, mentre aumentano le tensioni sull’Iran, procede il piano di pace per Gaza. Ieri, l’Egitto ha annunciato che «è stato raggiunto un consenso sulla composizione» del comitato tecnico che dovrebbe governare la Striscia. Il via al nuovo organismo è stato salutato positivamente sia da Hamas che dall’Anp. «Accogliamo con favore il sostegno della presidenza palestinese allo storico piano di pace in 20 punti del presidente Trump», ha commentato, a sua volta, il Dipartimento di Stato americano. Poco dopo, Witkoff ha ufficialmente annunciato l’inizio della fase due del piano di pace, sottolineando che gli «gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi». In questo quadro, un funzionario americano ha riferito che la crisi iraniana offre una «grande opportunità» per disarmare la stessa Hamas, che di Teheran è uno storico proxy.





