Donald Trump ha confermato la volontà di tentare una soluzione venezuelana a Teheran. Ieri, ha infatti ribadito di «non essere contento» della nomina di Mojtaba Khamenei a Guida suprema dell’Iran. «Non credo che possa vivere in pace», ha detto. Tuttavia, il presidente non ha escluso negoziati con il regime khomeinista. «È possibile, dipende dalle condizioni», ha affermato.
Del resto, durante una conferenza stampa lunedì sera, aveva esplicitamente aperto alla possibilità che, in futuro, l’Iran possa essere guidato da qualcuno di «interno». «In Venezuela, abbiamo una donna, Delcy, che è stata presidente del Paese, molto rispettata. Sta facendo un ottimo lavoro. E non c’è stata alcuna interruzione. Abbiamo avuto, come ricorderete, l’Iraq, dove tutti sono stati mandati via. I militari sono stati mandati via, la polizia è stata mandata via, i politici sono stati mandati via. Non c’era nessuno. E sapete in cosa si sono trasformati? Nell’Isis. E non lo vogliamo. Quindi vorrei vedere le persone che sono dentro», aveva dichiarato, tornando a mostrarsi freddo sull’ipotesi di un ruolo politico per Reza Pahlavi.
Nell’occasione, il presidente americano aveva parlato anche della telefonata da lui avuta poche ore prima con Vladimir Putin, definendola «molto positiva». Non è improbabile che Trump possa appoggiarsi allo zar, che intrattiene storici legami con il regime khomeinista, per imbastire dei colloqui con la leadership iraniana. D’altronde, i due leader potrebbero avere l’uno bisogno dell’altro. La soluzione venezuelana porterebbe, è vero, Teheran più vicina a Washington. Tuttavia, escludendo un regime change alla Bush jr, permetterebbe anche a Mosca di preservare uno spazio di influenza sull’Iran e, più in generale, sullo scacchiere mediorientale. Putin, che ieri si è sentito con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian invocando una de-escalation, ha infatti bisogno di recuperare terreno, visto che la caduta di Bashar al Assad in Siria ha inferto un duro colpo agli interessi di Mosca nella regione.
Il punto è capire se Israele seguirà Trump nella soluzione venezuelana. Fino alla settimana scorsa, lo Stato ebraico era sembrato propendere per il regime change classico. Poi, qualcosa è cambiato. L’altro ieri, un funzionario israeliano ha detto al Washington Post: «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime». Lo stesso Netanyahu, pur ribadendo di auspicare un cambio di regime, ha puntualizzato come questo scenario dipenda dal popolo iraniano. «La nostra aspirazione è quella di indurre il popolo iraniano a liberarsi dal giogo della tirannia», ha detto. «In ultima analisi», ha però aggiunto, «dipende da loro». «Non vogliamo una guerra senza fine», ha inoltre affermato, ieri, il ministro degli Esteri di Gerusalemme, Gideon Sa'ar.
Non è escludibile che l’ammorbidimento del governo israeliano nasca dalla necessità di disinnescare le tensioni con Washington, dopo che, la settimana scorsa, lo Stato ebraico aveva attaccato le infrastrutture petrolifere iraniane, irritando l’amministrazione Trump, che infatti, secondo Axios, ha chiesto a Israele di astenersi da simili operazioni. Ieri, il capo del Pentagono, Pete Hagseth, ha inoltre dichiarato che quei raid «non erano necessariamente il nostro obiettivo», per poi annunciare «il giorno più intenso degli attacchi in Iran». D’altronde, Trump punta alla soluzione venezuelana per una serie di ragioni.
In primis, vuole evitare di imbarcarsi in costose operazioni di nation building. Ha poi bisogno di ridurre l’instabilità regionale per rilanciare gli Accordi di Abramo. In terzo luogo, vuole un interlocutore stabile a Teheran per prendere il controllo del greggio iraniano, colpendo così la Cina sia sotto il profilo energetico che valutario. Infine, Trump deve scongiurare il pantano anche per ragioni di consenso interno, visto che, secondo i sondaggi, la guerra in corso non è granché popolare tra gli americani. Non a caso, l’altro ieri, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur escludendo una sua conclusione entro questa settimana. Del resto, mentre sono 140 i soldati americani feriti finora, secondo il Wall Street Journal, vari consiglieri starebbero esortando il presidente a chiudere in fretta la questione, essendo sempre più preoccupati per l’aumento del prezzo del petrolio.
E proprio il petrolio rende centrale lo Stretto di Hormuz nel braccio di ferro tra la Casa Bianca e i pasdaran. «Se l’Iran facesse qualcosa per fermare il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, verrebbe colpito dagli Stati Uniti d’America 20 volte più duramente di quanto non lo sia stato finora», ha tuonato ieri Hegseth, ben sapendo che le Guardie della rivoluzione puntano a mettere in difficoltà Trump in vista delle Midterm con l’aumento del prezzo della benzina. E infatti, secondo l’intelligence di Washington, gli iraniani sarebbero pronti a installare mine nello Stretto. Ieri, il segretario americano all’Energia, Chris Wright, aveva scritto su X che la Marina degli Usa aveva scortato una petroliera attraverso Hormuz. Il tweet è stato tuttavia cancellato, mentre la Casa Bianca smentiva la notizia, sottolineando che 50 navi iraniane sarebbero state distrutte e che l’aumento dei prezzi del greggio sarà «temporaneo».
Mentre prosegue l’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu tende a farsi sempre più dialettico. Parlando domenica con il Times of Israel, il presidente statunitense ha ribadito l’alleanza con il premier israeliano, sottolineando che decideranno «di comune accordo» quando far cessare le ostilità. «L’Iran avrebbe distrutto Israele e tutto ciò che lo circondava. Abbiamo lavorato insieme. Abbiamo distrutto un Paese che voleva distruggere Israele», ha anche detto. Al contempo, l’inquilino della Casa Bianca ha però lasciato intendere di voler avere l’ultima parola sulla decisione finale e di non ritenere «necessario» che Israele prosegua gli attacchi, quando Washington li cesserà.
Insomma, pur confermando la sponda con Netanyahu, il presidente americano ha teso a presentarsi come il componente di maggior peso della coalizione. Non dimentichiamo del resto che, dietro le quinte, il rapporto tra i due leader non è tutto rose e fiori. Sabato, Trump ha fatto marcia indietro sull’eventualità di un’offensiva di terra dei curdi contro il regime khomeinista. «Non voglio che i curdi entrino in Iran. Sono disposti a entrare, ma ho detto loro che non voglio che entrino. La guerra è già abbastanza complicata così com’è. Non vogliamo vedere i curdi farsi male o uccidere», ha dichiarato, prendendo implicitamente le distanze da Netanyahu, che, al contrario, dell’opzione curda è un fautore.
Non solo. L’altro ieri, parlando con Channel 12, un alto funzionario americano si è lamentato dei vasti attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane. «Non pensiamo che sia stata una buona idea», ha dichiarato, sostenendo che quegli attacchi potrebbero ritorcersi contro gli Stati Uniti, rafforzando il regime khomeinista. Era inoltre la scorsa settimana quando, secondo Axios, Netanyahu avrebbe chiesto spiegazioni alla Casa Bianca su presunti contatti segreti tra Washington e Teheran dopo l’avvio delle ostilità. È quindi anche per sopire queste tensioni che, oggi, gli inviati statunitensi, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero dovuto recarsi nello Stato ebraico: l’obiettivo, in particolare, avrebbe dovuto essere quello di tenere dei colloqui di alto livello sul conflitto in corso. Tuttavia, ieri, il Jerusalem Post ha riportato che il viaggio è stato annullato.
D’altronde, a livello strutturale, la dialettica sotterranea tra Trump e Netanyahu si registra soprattutto sul futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vorrebbe una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime khomeinista per poi scegliere come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Non a caso, ieri, Marco Rubio, non ha citato il regime change tra gli obiettivi dell’offensiva in atto. «Gli obiettivi di questa missione sono chiari», ha detto il segretario di Stato americano che, secondo Nbc, avrebbe l’appoggio di vari finanziatori repubblicani in vista delle elezioni del 2028. «Si tratta di distruggere la capacità di questo regime di lanciare missili e i suoi lanciatori, distruggendo le fabbriche che producono questi missili e distruggendo la sua Marina», ha aggiunto.
Di contro, sabato, un funzionario israeliano aveva detto che lo Stato ebraico era «ottimista sulla capacità di far crollare il regime». Eppure, ieri, un altro funzionario israeliano ha detto al Washington Post che Gerusalemme inizierebbe a essere scettica sullo scenario di un regime change. «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime. Non sono sicuro che sia nel nostro interesse combattere finché il regime non sarà rovesciato. Nessuno vuole una storia infinita», ha affermato. Se stesse realmente orientandosi verso questa prospettiva, ciò significherebbe che Israele si starebbe avvicinando all’idea di una soluzione venezuelana, come auspicato da Trump. Lo Stato ebraico ha fatto nuove valutazioni? Oppure sta tendendo la mano alla Casa Bianca, per disinnescare le tensioni?
Come che sia, la soluzione venezuelana dovrà affrontare adesso lo scoglio della nomina a Guida suprema del figlio di Ali Khamenei, Mojtaba: una figura che, sostenuta dai pasdaran, è invisa sia agli americani che agli israeliani. Non a caso, ieri Trump, oltre ad avere una telefonata «franca e costruttiva» di un’ora con Vladimir Putin su Ucraina e Iran, ha detto che la sua designazione è stata un «grosso errore», rifiutandosi di rendere noto che cosa abbia in mente di fare con lui. Al contempo, il ministero degli Esteri israeliano ha definito il figlio del defunto ayatollah un «tiranno che continuerà la brutalità del regime iraniano».
Insomma, per riuscire nella soluzione venezuelana, Trump, che aveva in programma una conferenza stampa ieri sera dopo che La Verità era già andata in stampa, si trova a dover sciogliere due nodi: da una parte, ha necessità di sradicare il potere delle Guardie della rivoluzione; dall’altra, deve frenare Netanyahu nei suoi intenti di regime change (intenti che, come abbiamo visto, sembrerebbero comunque essersi ridimensionati nelle scorse ore). È da qui che passa l’eventuale successo strategico statunitense dell’offensiva militare. Trump, che non ha ancora deciso se inviare o meno soldati per mettere in sicurezza le scorte di uranio arricchito iraniane, ha bisogno di portare Teheran nell’orbita americana, evitando costose operazioni di nation building. È in quest’ottica che, ieri, parlando con Nbc, non ha escluso di prendere il controllo del greggio iraniano: una mossa con cui, in caso, Trump punterebbe a colpire Pechino sia in termini di approvvigionamento energetico che di tutela della supremazia del dollaro.
L’attacco israelo-americano contro l’Iran ha innescato la reazione piccata della Corea del Nord. Ma, al di là della retorica, qual è la vera posizione di Pyongyang su questo dossier?
A prima vista, la condanna del regime di Kim Jong-un sembrerebbe inappellabile. Il governo nordcoreano ha detto che l’offensiva israelo-americana contro Teheran “costituisce un atto di aggressione del tutto illegale e la forma più vile di violazione della sovranità nella sua natura”. Non bisogna del resto trascurare che, nel 2024, Pyongyang inviò in Iran una propria delegazione: il che fece sospettare che, al di là della volontà di diminuire l’isolamento internazionale, Kim Jong-un puntasse a una cooperazione in materia di energia nucleare.
Tuttavia, bisogna fare attenzione. Come recentemente sottolineato da The Diplomat, sia Pyongyang the Teheran hanno sostenuto la Russia contro l’Ucraina, fornendo a Mosca del materiale bellico. Adesso, impegnata con l’attacco israelo-americano, la Repubblica islamica non è più in grado di svolgere questa funzione: il che rappresenta una buona notizia per la Corea del Nord, che ha così eliminato la concorrenza degli ayatollah, rendendosi ancora più centrale per il Cremlino.
Tra l’altro, Mosca ha firmato due trattati con entrambi i Paesi: uno, nel 2024, con la Corea del Nord, e un altro, l’anno scorso, con l’Iran. Ebbene, soltanto il primo prevede che la Russia debba intervenire militarmente al fianco della controparte, qualora quest’ultima subisse un attacco militare. Resta comunque il fatto che né in Venezuela né in Iran Mosca, impegnata nel fronte ucraino dal 2022, si sia granché data da fare per assistere gli storici alleati contro Washington. Il che potrebbe spingere Kim Jong-un a dubitare del sostegno concreto del Cremlino in caso di necessità.
Infine, ma non meno importante, resta sospesa un’incognita sul futuro degli eventuali colloqui nucleari tra Pyongyang e Washington. È ormai chiaro il ricorso dell’amministrazione Trump alla diplomazia coercitiva. Quando la Casa Bianca metterà sotto i riflettori la Corea del Nord, Kim potrebbe avere difficoltà a trovare adeguata copertura non solo dalla Russia ma anche dalla Cina. D’altronde, al netto delle dichiarazioni di facciata, non è che i rapporti tra Pechino e Pyongyang siano attualmente idilliaci. Insomma, la crisi iraniana risulta ambivalente per il regime nordcoreano: gli sta aprendo delle opportunità, è vero, ma anche degli scenari non poco preoccupanti.





