Gli Stati Uniti avrebbero un piano per unificare la Libia. A riportarlo è stato, martedì scorso, Middle East Eye, che ha citato fonti occidentali e arabe a conoscenza della questione.
Il progetto, che sarebbe stato architettato dall’inviato speciale della Casa Bianca per l’Africa Massad Boulos, prevedrebbe di «unificare la Libia attraverso la famiglia Dbeibeh nella Libia occidentale e la famiglia Haftar in quella orientale, sostituendo i leader di ciascuna famiglia con una nuova generazione». Stando alla testata, Washington starebbe lavorando al piano da tempo. Si sarebbe tuttavia registrata un’accelerazione alla luce della guerra in Iran: gli Stati Uniti starebbero infatti guardando con maggiore interesse al petrolio libico, per cercare di abbassare i costi dell’energia.
«L'amministrazione Trump vuole che Ibrahim Dbeibeh, un influente politico libico, assuma la carica di primo ministro al posto di suo cugino, l'attuale premier Abdul Hamid Dbeibeh, che soffre di problemi di salute», ha ripotato Middle East Eye. Al contempo, Washington punterebbe a far sì che la carica di presidente della Libia vada al figlio del generale Khalifa Hafar, Saddam. Quest’ultimo avrebbe addirittura incontrato i vertici della Cia durante una visita negli Stati Uniti avvenuta l’anno scorso.
Il piano sembrerebbe essere visto con favore dai principali attori regionali, a partire da Turchia ed Egitto. Il che potrebbe portare eventualmente al suo successo. Del resto, oltre alla questione energetica, Washington potrebbe far leva su questo progetto per indebolire i legami tra Haftar e la Russia: una Russia che continua a rivestire un peso geopolitico significativo nella parte orientale della Libia. In altre parole, la Casa Bianca potrebbe approfittarne per sferrare un colpo alla longa manus di Mosca sul Nord Africa e potenzialmente sul Sahel. Senza contare che, nel caso l’amministrazione Trump dovesse riuscire a riunificare la Libia, potrebbe, in un secondo momento, cercare di spingerne il nuovo governo ad aderire agli Accordi di Abramo.
Certo, la situazione complessiva non è facile. E la strada potrebbe continuare a rivelarsi in salita. Tuttavia, il piano di Boulos certifica il crescente interesse di Washington per il Maghreb. Un fattore a cui l’Italia dovrebbe prestare estrema attenzione, in vista di possibili sinergie regionali con gli Stati Uniti.
Continua a restare alta la tensione a Hormuz. Ieri, Centcom ha confermato di aver colpito due petroliere iraniane vuote che stavano tentando di forzare il blocco imposto da Washington alla Repubblica islamica. «Attualmente, le forze statunitensi stanno impedendo a oltre 70 petroliere di entrare o uscire dai porti iraniani. Queste navi commerciali hanno la capacità di trasportare oltre 166 milioni di barili di petrolio iraniano, per un valore stimato di oltre 13 miliardi di dollari», ha inoltre dichiarato, sempre ieri, Centcom. Nelle stesse ore, l’agenzia di stampa iraniana Fars riferiva di «scontri sporadici» a Hormuz tra le forze armate americane e quelle di Teheran.
A livello generale, insomma, la fibrillazione resta notevole. Ricordiamo che, giovedì, dei cacciatorpediniere statunitensi erano stati attaccati dalle forze di Teheran, mentre attraversavano lo Stretto di Hormuz. «Tre cacciatorpediniere americani hanno appena attraversato con successo lo Stretto di Hormuz, sotto il fuoco nemico. I tre cacciatorpediniere non hanno subito danni, ma gli aggressori iraniani hanno subito gravi danni», aveva dichiarato Donald Trump, pur sottolineando come il cessate il fuoco fosse ancora in vigore.
Un episodio, quello dell’altro ieri, che ha irritato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che ha tacciato gli Usa di aver condotto una «sconsiderata avventura militare». «Si tratta di una rozza tattica di pressione? O del risultato di un guastafeste che, ancora una volta, ha ingannato il presidente trascinandolo in un altro pantano?», ha dichiarato polemicamente, per poi aggiungere: «Qualunque siano le cause, il risultato è lo stesso. Gli iraniani non cedono mai alle pressioni e la diplomazia è sempre la vittima». «La Cia si sbaglia. Il nostro inventario di missili e la capacità di lancio non sono al 75% rispetto al 28 febbraio. La cifra corretta è del 120%», ha concluso Araghchi, per poi sentirsi al telefono, sempre ieri, con l’omologo turco, Hakan Fidan.
Tutto questo, mentre il processo diplomatico tra Washington e Teheran resta sospeso nell’incertezza. Ieri, Marco Rubio ha dichiarato che la Casa Bianca si attendeva dall’Iran una risposta in giornata rispetto al piano statunitense per porre fine al conflitto. «Vedremo quale sarà la risposta. La speranza è che sia qualcosa che ci possa mettere in un serio processo di negoziazione», ha dichiarato il segretario di Stato americano. Secondo Al Jazeera, un funzionario statunitense si sarebbe detto ottimista sulla possibilità che il conflitto possa terminare in tempi rapidi. Tuttavia, ieri pomeriggio, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha fatto sapere che Teheran stava ancora esaminando la proposta di Washington, accusando inoltre gli Stati Uniti di aver violato la tregua, oltreché di essersi macchiati di «avventurismo capriccioso».
Nel frattempo, sempre ieri, il vicepresidente statunitense, JD Vance, si è incontrato alla Casa Bianca con il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, per discutere dei negoziati con Teheran. Ricordiamo che Trump ha incaricato il suo vice di guidare il team negoziale di Washington: ragion per cui, se le trattative con la Repubblica islamica dovessero riprendere, Vance sarebbe chiamato a svolgere un ruolo di primo piano. Più in generale, secondo Axios, il piano presentato dagli americani prevedrebbe che l’Iran si impegni a sospendere l’arricchimento dell’uranio per almeno dodici anni, mentre gli Usa, dal canto loro, revocherebbero le sanzioni e sbloccherebbero i fondi di Teheran attualmente congelati. Il regime khomeinista, inoltre, riaprirebbe Hormuz, mentre Washington annullerebbe il blocco navale ai porti iraniani. Il punto è capire se gli iraniani accetteranno di rinunciare allo Stretto. Ieri, il consigliere della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, Mohammad Mokhber, ha affermato che, sul piano strategico, il controllo di Hormuz «rivaleggia con la potenza della bomba atomica», affermando che la Repubblica islamica «non rinuncerà in nessuna circostanza a ciò che ha ottenuto da questa guerra», rivendicando il controllo dello stretto anche in futuro.
Trump ha fretta di chiudere il conflitto, perché ha necessità di abbassare urgentemente il costo dell’energia: secondo Nbc News, da quando è iniziata la guerra, il prezzo della benzina negli Stati Uniti è aumentato del 50%. Una situazione, questa, che rischia seriamente di danneggiare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Dall’altra parte, l’ala dialogante in seno al regime khomeinista, capitanata dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, teme gli effetti negativi della pressione economica statunitense e, in tal senso, auspica di arrivare a un accordo con Washington il prima possibile. Una linea, quella di Pezeshkian, che viene tuttavia internamente ostacolata dai pasdaran, che promuovono un approccio duro nei confronti degli Stati Uniti. Il paradosso è che questa frattura in seno al regime khomeinista, allungando i tempi della crisi, ha finora più danneggiato che avvantaggiato il presidente americano.
Ricucire con la Santa Sede e trovare una convergenza sul piano geopolitico. È stato questo l’obiettivo della visita effettuata ieri da Marco Rubio in Vaticano.
Il segretario di Stato americano ha innanzitutto avuto un colloquio con Leone XIV: colloquio che una fonte statunitense ha definito «amichevole e costruttivo». In particolare, secondo una nota del Dipartimento di Stato di Washington, i due hanno discusso «della situazione in Medio Oriente e di temi di interesse comune nell’Emisfero occidentale». «L’incontro», si legge ancora, «ha sottolineato la solida relazione tra gli Stati Uniti e la Santa Sede e il loro comune impegno per la promozione della pace e della dignità umana». Nell’occasione, il pontefice ha donato al segretario di Stato americano una penna in legno d’ulivo. «È la pianta della pace», ha detto Leone.
Ma non è tutto. Rubio ha avuto un colloquio anche con il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin. Nel corso del faccia a faccia, sempre secondo il Dipartimento di Stato Usa, «sono stati esaminati gli sforzi umanitari in corso nell’Emisfero occidentale e gli sforzi per raggiungere una pace duratura in Medio Oriente». «Il colloquio», prosegue la nota, «ha evidenziato la solida partnership tra gli Stati Uniti e la Santa Sede nella promozione della libertà religiosa». La Santa Sede, dal canto suo, ha definito i colloqui di ieri «cordiali». «È stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America», recita un comunicato della Sala Stampa vaticana. «Vi è stato poi uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace», si legge ancora.
Rubio, che oggi dovrebbe avere un incontro con Giorgia Meloni, si è mosso su un terreno delicato. Il principale obiettivo della visita vaticana era quello di avviare una distensione con la Santa Sede, dopo le recenti critiche che Donald Trump aveva rivolto a Leone sulla guerra in Iran. In questo quadro, l’altro ieri, Parolin non aveva escluso che, in futuro, possa magari aver luogo un colloquio diretto tra il presidente americano e il pontefice. Non dimentichiamo d’altronde che, negli Stati Uniti, l’elettorato cattolico riveste un’importanza cruciale: Trump l’ha nettamente vinto nel 2024 e ne ha nuovamente bisogno in vista delle Midterm di novembre. Un elettorato, quello cattolico, che potrebbe essere decisivo anche alle elezioni del 2028. Non è del resto un mistero che sia Rubio sia JD Vance, entrambi cattolici, puntino a conquistare la nomination presidenziale del Partito repubblicano tra due anni.
Emerge poi un secondo tema, che è di carattere geopolitico. Come abbiamo visto, ieri, in Vaticano, si è parlato di Medio Oriente e di Emisfero occidentale. Senza poi trascurare la questione della libertà religiosa: un elemento, questo, che il mondo conservatore statunitense spesso pone sul tavolo in riferimento al controverso accordo sui vescovi che la Santa Sede firmò, nel 2018, con la Cina. Parliamo di un’intesa che fu avversata già dalla prima amministrazione Trump e che lo stesso Rubio, da senatore della Florida, criticò aspramente. È quindi plausibile che, ieri, il segretario di Stato americano abbia auspicato un allentamento dei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica popolare. D’altronde, l’amministrazione Trump teme che la sponda del Vaticano con Pechino possa mettere i bastoni tra le ruote al rilancio della Dottrina Monroe. L’attuale presidente americano vuole infatti estromettere il Dragone dall’Emisfero occidentale e, soprattutto, dall’America Latina: un’area che è notoriamente a maggioranza cattolica. In tal senso, è verosimile ipotizzare che Washington abbia chiesto una correzione della linea portata storicamente avanti da Parolin, che fu, sotto il pontificato precedente, tra i principali artefici dell’accordo con Pechino.
Leone, che ha comunque raffreddato le spinte filocinesi di alcuni settori della Chiesa, sa di doversi muovere evitando strappi interni e mantenendo un rapporto articolato con Washington. Un rapporto, quest’ultimo, che, al netto delle attuali divergenze sulla guerra in Iran, potrebbe essere rilanciato proprio a partire dalla questione della libertà religiosa: un tema che il papa ha più volte difeso durante il suo primo anno di pontificato. A maggio 2025, auspicò, per esempio, «il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni Paese». Era invece lo scorso ottobre, quando dichiarò: «Radicata nella dignità della persona umana, creata a immagine di Dio e dotata di ragione e libero arbitrio, la libertà religiosa permette agli individui e alle comunità di cercare la verità, di viverla liberamente e di testimoniarla apertamente». È forse quindi da qui che potrebbe passare il rilancio dei rapporti tra Santa Sede e Casa Bianca. E chissà che, qualora Trump dovesse riuscire a chiudere la crisi iraniana, il presidente americano non possa tornare a giocare di sponda col Papa sulla pace in Ucraina.




