A che gioco sta giocando l’Iran? Quando ormai il processo diplomatico sembrava avviato, Teheran ha iniziato a porre degli ostacoli. Ieri, Axios ha riferito che la Repubblica islamica avrebbe chiesto di cambiare la sede dei colloqui di venerdì con gli Stati Uniti. In particolare, l’Iran vorrebbe che si tenessero in Oman, anziché a Istanbul, come precedentemente concordato. La stessa testata ha riportato che una tale richiesta potrebbe mandare a monte la ripresa dei negoziati, irritando Donald Trump e spingendolo di nuovo verso lo scenario dell’opzione militare.
Non solo. Sempre ieri, il Wall Street Journal ha riferito non solo che gli iraniani starebbero «minacciando di ritirarsi» dalle imminenti trattative ma anche che alcune loro motovedette armate si sono avvicinate a una petroliera statunitense nello Stretto di Hormuz: una manovra che lo stesso quotidiano newyorchese ha definito una «provocazione». Come se non bastasse, un caccia F-35 ha abbattuto un drone iraniano che, secondo Washington, si stava avvicinando «aggressivamente» alla portaerei statunitense Abraham Lincoln.
Insomma, non è che il clima complessivo appaia granché disteso. Fino a ieri mattina, fervevano i preparativi per il vertice di Istanbul, a cui dovrebbero (o avrebbero dovuto) partecipare venerdì l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Non solo. Al meeting erano stati invitati anche i rappresentanti di vari Paesi arabi: rappresentanti di cui Teheran avrebbe invece chiesto ieri l’esclusione, per limitare la discussione al solo tema del nucleare. La Repubblica islamica vorrebbe infatti evitare di affrontare la questione della propria strategia regionale: un dossier, quest’ultimo, che chiamerebbe ovviamente in causa il ruolo destabilizzatore dei suoi proxy. Il quadro è mutato più o meno nelle stesse ore in cui, ieri, Witkoff si stava incontrando con Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.
Il faccia a faccia tra i due era stato chiesto dallo stesso premier israeliano che ha intenzione di coordinarsi con Washington prima dell’eventuale avvio dei negoziati tra americani e iraniani. In particolare, lo Stato ebraico vuole sincerarsi che gli Stati Uniti premano affinché Teheran ceda su tre punti: stop al processo di arricchimento dell’uranio, ferrea limitazione al programma balistico e rottura dei rapporti con i vari proxy. Inoltre, stando ad Axios, almeno fino al pomeriggio italiano di ieri, Trump, differentemente da Israele, sarebbe stato freddo rispetto all’ipotesi di un attacco militare contro la Repubblica islamica. Bisognerà però vedere se l’atteggiamento di ostruzione mostrato dall’Iran porterà il presidente americano a riconsiderare la sua posizione in merito. «L’Iran ha ripetutamente dimostrato che non ci si può fidare delle sue promesse», ha comunque dichiarato l’ufficio di Netanyahu, ieri, al termine del colloquio tra il premier israeliano e Witkoff.
Come che sia, almeno per il momento, Washington ha confermato che i colloqui con Teheran si terranno. «Ho appena parlato con l’inviato speciale Witkoff e questi colloqui, al momento, sono ancora in programma», ha affermato, nella serata italiana di ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. «Il presidente Trump vuole sempre puntare prima sulla diplomazia, ma ovviamente per ballare il tango ci vogliono due persone», ha aggiunto, senza però escludere il ricorso a un attacco militare. «Il presidente, in qualità di comandante in capo, ha una serie di opzioni sul tavolo per quanto riguarda l’Iran», ha infatti precisato.
Non è del resto un mistero che l’inquilino della Casa Bianca voglia utilizzare la pressione militare per negoziare da una posizione di forza. Non a caso, negli scorsi giorni, ha schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltre a una serie di sistemi di difesa aerea. Ricordiamo che, a giugno, Trump ordinò l’attacco contro tre siti nucleari iraniani dopo che i negoziati sull’energia atomica con gli ayatollah si erano incagliati. Non si può quindi escludere che, qualora Teheran dovesse continuare con la sua linea ondivaga, la Casa Bianca decida di seguire il copione di giugno.
Del resto, ieri, sia il Qatar che gli Emirati arabi hanno auspicato una soluzione diplomatica. Recep Tayyip Erdogan si è anche recato a Riad per incontrare Mohammad bin Salman e discutere con lui della crisi iraniana. Il punto è che vari attori mediorientali auspicano, sì, un abbassamento della tensione, ma, dall’altra parte, temono le ambizioni nucleari di Teheran, oltre alle operazioni destabilizzatrici dei suoi proxy. È quindi all’interno di questo groviglio che il presidente americano è chiamato a prendere una decisione. Fermo sempre restando che, al suo interno, il regime khomeinista è assai meno monolitico di quanto voglia far credere: chissà quindi che le fibrillazioni di ieri non siano nate dalle tensioni intestine anziché da una strategia chiara.
Donald Trump è pronto a trattare con l’Iran. Ma con la pistola poggiata sul tavolo. Secondo Axios, Washington avrebbe dato disponibilità a Teheran di avviare dei negoziati per raggiungere finalmente un accordo. In tal senso, Egitto, Qatar e Turchia si stanno adoperando per organizzare un vertice, da tenersi probabilmente venerdì a Istanbul, tra l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero dello stesso Trump, Jared Kushner, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.
Non è ancora chiaro se, in caso, i tre avrebbero un colloquio diretto o indiretto. Tuttavia, una fonte iraniana ha riferito al sito qatariota Al-Arabi Al-Jadid che il formato diretto risulterebbe al momento il più probabile. In questo quadro, Witkoff arriverà oggi nello Stato ebraico su richiesta di Benjamin Netanyahu, che vuole coordinarsi con Washington prima della ripresa delle trattative. In particolare, oltre al premier israeliano, l’inviato americano incontrerà, a Gerusalemme, anche il capo di Stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, il quale, ieri, ha affermato che le forze israeliane si trovano attualmente in una «fase di crescente preparazione alla guerra».
Ma quali sono i nodi al centro dei negoziati in via di rilancio? Trump vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, riduca sensibilmente il suo programma balistico e rompa i rapporti con i propri proxy (a partire da Hamas, Huthi ed Hezbollah). Si tratta di tre richieste rispetto a cui, almeno finora, il regime khomeinista ha puntato i piedi. Un regime che risulta tuttavia, a sua volta, internamente spaccato. Se Araghchi sta da tempo cercando di tessere una tela diplomatica per scongiurare un’azione militare statunitense contro la Repubblica islamica, i pasdaran hanno continuato a premere per la linea dura. Consapevole di questa dialettica intestina, Trump vuole usare la pressione militare per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Negli ultimi giorni, Washington ha infatti schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltreché una serie di sistemi di difesa aerea volti a neutralizzare eventuali rappresaglie iraniane. Non solo. Ieri, gli Stati Uniti hanno tenuto delle esercitazioni navali nel Mar Rosso assieme a Israele. Di contro, le esercitazioni militari che erano state annunciate dai pasdaran nello Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, non si sarebbero più tenute: segno, questo, del fatto che (forse) la linea di Araghchi, almeno per ora, sia riuscita a imporsi.
Nel frattempo, come abbiamo visto, la Turchia punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Una linea, quella di Ankara, che rompe le uova nel paniere a Mosca. È infatti dall’anno scorso che Vladimir Putin si è de facto proposto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente dopo la caduta di un suo storico alleato come Bashar al Assad. Il punto è che l’iperattivismo diplomatico turco riduce i margini di manovra di Mosca. È quindi anche con l’obiettivo di guadagnare terreno che, ieri, il Cremlino si è nuovamente offerto di trasferire l’uranio arricchito iraniano in Russia. «I funzionari iraniani non hanno alcuna intenzione di trasferire scorte nucleari arricchite a nessun Paese e i negoziati non riguardano affatto tale questione», ha tuttavia affermato il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Bagheri. Parole, queste, che difficilmente piaceranno a Trump. Così come difficilmente potranno preservare un clima disteso le dichiarazioni postate ieri su X da Ali Khamenei. «La recente sedizione è stata orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti», ha tuonato l’ayatollah, sostenendo che Cia e Mossad sarebbero stati «sconfitti».
E poi emerge una questione saudita. Axios non cita infatti Riad tra gli attori diplomatici che stanno organizzando il vertice di Istanbul. Ufficialmente, l’Arabia Saudita ha sempre invocato la de-escalation e ha anche vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Axios ha rivelato che, la settimana scorsa, in un incontro a porte chiuse con dei think tank a Washington, il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, in caso di mancato attacco americano, Teheran si «rafforzerebbe». Domenica, il regno ha smentito lo scoop. Tuttavia non si può escludere che Mohammad bin Salman stia tenendo il piede in due scarpe. Da una parte, il principe ereditario saudita vuole mantenere la sua sponda con Ankara ma, dall’altra, teme le ambizioni nucleari di una Teheran su cui sta intanto aumentando la pressione internazionale. Ieri, infatti, Londra ha imposto sanzioni a dieci alti funzionari iraniani, mentre l’Ucraina si è unita ai Paesi che considerano i pasdaran un’organizzazione terroristica.
A che gioco gioca l’Arabia Saudita? Negli ultimi giorni, sono emersi degli elementi interessanti sulla linea di Riad in riferimento al dossier iraniano: elementi che potrebbero avere delle ripercussioni geopolitiche significative.
Secondo Axios, durante un recente incontro a porte chiuse a Washington con dei think tank e delle organizzazioni ebraiche, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, qualora Washington non attaccasse l’Iran, ciò rafforzerebbe il regime degli ayatollah. «A questo punto, se ciò non accade, non farà altro che rafforzare il regime», avrebbe, in particolare, affermato. Eppure, a livello ufficiale, il regno ha costantemente auspicato una de-escalation nella crisi iraniana, arrivando a negare agli Stati Uniti di usare le loro basi e il loro spazio aereo per effettuare un eventuale atto militare contro la Repubblica islamica.
Come si spiega questa contraddizione? Non lo sappiamo, anche se non si può del tutto escludere che Riad voglia tenere il classico piede in due scarpe. Da una parte, l’asse che ha rafforzato negli scorsi mesi con la Turchia porta inevitabilmente Mohammad bin Salman a dirsi contrario a un intervento armato americano contro il regime khomeinista. Ricordiamo infatti che Ankara si sta spendendo molto per dissuadere la Casa Bianca dall’attaccare la Repubblica islamica. Non dobbiamo inoltre dimenticare che bin Salman e Recep Tayyip Erdogan hanno trovato finora delle significative convergenze sul dossier siriano e su quello palestinese.
Dall’altra parte, però, i sauditi non hanno mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. Proprio questa paura li accomuna principalmente a Israele. Non si può quindi affatto escludere che, dietro le quinte, a bin Salman non dispiacerebbe troppo un nuovo attacco di Washington contro i siti atomici iraniani. Il che potrebbe contribuire a spiegare la posizione espressa, a porte chiuse, dal ministro della Difesa saudita. Del resto, sarà un caso, ma, nelle stesse ore in cui Axios diffondeva questa rivelazione, una fonte riferiva all’Afp che la Turchia non aderirà al patto di sicurezza sottoscritto da Riad e Islamabad. Eppure, nelle scorse settimane, sembrava probabile che Ankara vi avrebbe preso parte.
Non è dato sapere, al momento, se le due questioni siano collegate. Ma non si può neppure del tutto escludere che la Turchia sia irritata dalla linea ambigua dei sauditi sull'Iran. Guarda caso, domenica, un alto funzionario di Riad ha definito «false» le rivelazioni di Axios. «L'Arabia Saudita sostiene gli sforzi per trovare una soluzione pacifica a tutte le questioni controverse tra Stati Uniti e Iran attraverso il dialogo e mezzi diplomatici», ha specificato la fonte, parlando con il quotidiano Al-Sharq Al-Awsat.





