- Il tycoon furioso con l’alleato: «Colpa tua se adesso tutti quanti odiano Israele». Marco Rubio positivo sui negoziati per il nucleare, da cui dipende lo sblocco dei fondi.
- Fox diffonde voci sulle dimissioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Che lamenta l’ascesa dei pasdaran.
Lo speciale contiene due articoli
Scricchiola seriamente l’asse tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Secondo Axios, lunedì, durante una telefonata, i due leader avrebbero avuto un litigio furibondo. «Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo», avrebbe detto il presidente americano al premier israeliano. Descritto letteralmente come «furioso», Trump, oltre ad accusare l’interlocutore di ingratitudine, gli avrebbe anche chiesto: «Che cazzo stai facendo?» In particolare, l’inquilino della Casa Bianca era irritato dagli attacchi militari dello Stato ebraico contro il Libano: attacchi che hanno messo a repentaglio il processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran. Non dimentichiamo infatti che, per l’Iran, un eventuale accordo con gli Stati Uniti dovrebbe includere anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Del resto, è stato a seguito dei nuovi raid di Gerusalemme su Beirut che, lunedì, la Repubblica islamica aveva reso noto di voler interrompere le trattative con gli americani. Ieri, un membro dello staff di Netanyahu, pur negando che fossero volati degli insulti, ha ammesso che la telefonata tra il premier e l’inquilino della Casa Bianca sarebbe stata «tesa».
Come che sia, alla fine del colloquio, Trump sembrava essere riuscito a imporre un cessate il fuoco per Beirut. «Non ci saranno truppe dirette a Beirut e tutte le truppe che erano in viaggio sono già state rimandate indietro. Allo stesso modo, tramite rappresentanti di alto livello, ho avuto un’ottima conversazione con Hezbollah, e hanno concordato che tutti gli scontri a fuoco cesseranno», ha dichiarato su Truth lunedì. «Ho parlato questa sera con il presidente Trump e gli ho detto che, se Hezbollah non smetterà di sparare contro le nostre città e i nostri cittadini, Israele colpirà obiettivi terroristici a Beirut», ha affermato, nelle stesse ore, il premier israeliano. «Questa nostra posizione rimane invariata. Allo stesso tempo, le Forze di difesa israeliane continueranno a operare come previsto nel Libano meridionale», ha continuato. «Non accetteremo un cessate il fuoco parziale», ha invece dichiarato Hezbollah.
In questo contesto, ieri lo Stato ebraico ha proseguito le operazioni belliche nel Sud del Libano, mentre il Dipartimento di Stato americano ha ospitato a Washington un nuovo ciclo di colloqui tra funzionari di Beirut e Gerusalemme. Al contempo, riferendosi agli attacchi israeliani contro il Paese dei Cedri, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che «se i crimini israeliani dovessero continuare, Teheran non solo sospenderà i colloqui in corso con gli Stati Uniti, ma si opporrà anche al regime israeliano». Dal canto suo, lunedì, parlando con Abc News, Trump ha espresso un cauto ottimismo diplomatico, dicendo che un accordo tra Washington e Teheran potrebbe essere raggiunto «entro la prossima settimana». Ieri, Marco Rubio, oltre a definire le operazioni militari contro la Repubblica islamica «un grande successo», ha affermato che gli ayatollah potrebbero accettare di trattare su «aspetti del loro programma nucleare che solo un mese fa, solo un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare». Il segretario di Stato americano ha inoltre sottolineato che la revoca delle sanzioni sarà subordinata a dei progressi sul dossier atomico più che alla sola riapertura di Hormuz. Rubio ha anche riferito che la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, sarebbe sempre più coinvolta «a qualche livello» nei negoziati: negoziati che, sempre ieri, il presidente statunitense ha smentito si siano interrotti.
In generale, la partita tra Trump e Netanyahu sta diventando sempre più tesa. Quando hanno iniziato la guerra all’Iran a fine febbraio, i due leader avevano vari obiettivi in comune: impedire al regime khomeinista di acquisire l’arma atomica, limitare il suo programma missilistico e cercare di indebolire la sua rete di proxy regionali. Al contempo però i due leader hanno mostrato di avere obiettivi geostrategici divergenti. Netanyahu vorrebbe un regime change in piena regola a Teheran oppure promuovere un Iran significativamente decentralizzato (o anche spezzettato, vista la sua apertura al coinvolgimento curdo). Non a caso, appena l’altro ieri, è tornato a dire che il regime khomeinista «è destinato a crollare».
Trump è invece favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Il presidente americano vuole infatti stabilizzare la situazione, evitando il pantano e creando le basi per una cooperazione con Teheran sul fronte petrolifero. Una prospettiva, quella della Casa Bianca, a cui Netanyahu guarda con estrema freddezza. Non è del resto un mistero che il premier israeliano abbia mal sopportato sia il cessate il fuoco sia i recenti negoziati tra Usa e Iran, sentendosi marginalizzato e considerandoli un pericolo strategico per lo Stato ebraico. Senza poi trascurare le pressioni interne che Netanyahu subisce per sradicare Hezbollah: pressioni che stanno aumentando in vista delle elezioni di ottobre per la Knesset. Sono questi i nodi venuti al pettine durante la telefonata tra Trump e il premier israeliano l’altro ieri.
Pezeshkian il dialogante è all’angolo. Teheran verso una «junta» militare?
I delicati contatti tra Iran e Stati Uniti sembrerebbero essere entrati in una fase di stallo che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già estremamente fragile per la Repubblica Islamica. Secondo fonti vicine alla leadership di Teheran, lo scambio di messaggi tra i due Paesi sarebbe stato sospeso da diversi giorni, interrompendo un percorso diplomatico che aveva come obiettivo la definizione di un memorandum preliminare destinato a gettare le basi per un accordo più ampio. La notizia è stata riportata dall’agenzia iraniana Fars, considerata vicina ai Guardiani della rivoluzione. Una fonte informata ha spiegato che il dialogo si sarebbe fermato dopo la proposta avanzata da Washington sull’arricchimento dell’uranio. Teheran non avrebbe ancora fornito una risposta definitiva e starebbe valutando con cautela il testo presentato dagli Stati Uniti.
Secondo la stessa fonte, la leadership iraniana continua a nutrire una profonda diffidenza nei confronti di Washington, ritenuta responsabile di aver violato in passato gli impegni assunti. Per questo motivo, il regime sostiene di voler ottenere garanzie concrete e benefici tangibili prima di compiere qualsiasi passo. Mentre la diplomazia rallenta, sul piano militare il clima continua a deteriorarsi. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato che il Paese non intende rinunciare al proprio programma nucleare e che qualsiasi tentativo di imporre condizioni considerate inaccettabili verrà respinto. Nelle stesse ore, il generale Mohammad Jafar Asadi, vice comandante delle Guardie rivoluzionarie, ha ribadito che un eventuale confronto armato con gli Stati Uniti sarebbe inevitabile qualora Washington cercasse di costringere Teheran a rinunciare alle proprie capacità strategiche. Toni ancora più duri sono arrivati dal portavoce delle Guardie rivoluzionarie, il generale Hossein Salami. Secondo il comandante «l’Iran è pronto a reagire a qualsiasi scenario di guerra».
Dietro la retorica bellica, tuttavia, emergono segnali sempre più evidenti di rottura all’interno del sistema di potere iraniano. Nelle ultime ore il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe presentato una lettera al leader supremo Mojtaba Khamenei denunciando l’impossibilità di esercitare pienamente le proprie funzioni. Nella missiva, il presidente avrebbe evidenziato come il progressivo trasferimento del potere verso i Guardiani della rivoluzione stia svuotando di significato il ruolo delle istituzioni civili. Pezeshkian, secondo Fox, avrebbe inoltre affermato di non essere più in grado di governare efficacemente il Paese e di adempiere alle responsabilità affidategli dagli elettori, arrivando a dimettersi.
Da tempo gli osservatori segnalano come i pasdaran abbiano esteso il loro controllo ben oltre la sfera militare, assumendo un ruolo dominante nell’economia, nella politica estera e negli apparati di sicurezza della Repubblica Islamica. Il rischio concreto è che questa guerra possa far sprofondare l’Iran in una sorta di «giunta militare» senza alcuno spazio per chi, come Pezeshkian, prova a dialogare. Per il regime guidato dai pasdaran si profila però uno scenario particolarmente pericoloso. Da una parte, la possibilità di un confronto militare con Israele o con gli Stati Uniti; dall’altra, il rischio di un progressivo deterioramento della situazione interna. Se la crisi diplomatica dovesse trasformarsi in una rottura definitiva, l’Iran potrebbe sprofondare in un incubo persino peggiore di quello attuale: isolamento internazionale, paralisi economica e una crescente frattura tra il potere militare e una popolazione sempre più esasperata dalle difficoltà quotidiane. Di questo è convinto il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che su X ha scritto: «Le fondamenta del regime del terrore in Iran sono state minate. Non sarà mai più quello di prima e vi dico che, alla fine, crollerà».
- Repubblica islamica infastidita dalla nuova offensiva militare di Tel Aviv in Libano, che ha violato la tregua: «Anche Washington responsabile della condotta e di attacchi nella nostra regione. Sospendiamo i negoziati».
- Pronta la rappresaglia dopo l’uccisione da parte di Hezbollah di un giovane sergente. Ordinate azioni nelle roccaforti sciite. Trump fa il pompiere: «Gli scontri finiranno».
Lo speciale contiene due articoli.
È tornato a farsi in salita il processo diplomatico tra Washington e Teheran. Domenica sera, gli Stati Uniti hanno reso noto di aver condotto degli attacchi di natura ritorsiva contro alcune postazioni militari in Iran. «Il Comando centrale degli Stati Uniti ha condotto attacchi di autodifesa contro radar iraniani e siti di comando e controllo per droni a Goruk, in Iran, e sull’isola di Qeshm questo fine settimana», ha dichiarato Centcom, per poi aggiungere: «Gli attacchi mirati e deliberati sono avvenuti in risposta alle azioni aggressive dell’Iran, tra cui l’abbattimento di un drone statunitense Mq-1 che operava su acque internazionali». Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno intercettato due missili balistici lanciati dall’Iran contro le forze americane in Kuwait. Si tratta di attacchi, quelli di Teheran contro il Kuwait, che sono stati condannati dal Consiglio di cooperazione del Golfo.
In tutto questo, la crisi libanese continua a intersecarsi con quella iraniana. «Il cessate il fuoco tra Iran e Usa è inequivocabilmente un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso quello libanese. La sua violazione su un fronte equivale alla violazione del cessate il fuoco su tutti i fronti», ha affermato, ieri, il ministro degli Esteri della Repubblica islamica, Abbas Araghchi. «Usa e Israele sono responsabili delle conseguenze di qualsiasi violazione», ha aggiunto. Il riferimento era, in particolare, ai raid israeliani, ordinati da Benjamin Netanyahu nella parte meridionale di Beirut. E proprio per protestare sulla questione libanese, Teheran, secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, avrebbe interrotto ieri gli scambi di messaggi con Washington. Non solo. Per la medesima ragione, il regime khomeinista si sarebbe detto pronto a chiudere completamente Hormuz, oltre a Bab el-Mandeb (lo Stretto che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden). Nelle stesse ore, la televisione di Stato riportava che, nel caso gli attacchi israeliani in Libano non si fossero fermati, sarebbe aumentata la probabilità di un crollo della tregua tra Washington e Teheran. Tuttavia, nonostante la voce grossa, Araghchi, in una telefonata con l’omologo pakistano Ishaq Dar, ha chiesto a Islamabad di impegnarsi per mantenere in vigore la tregua.
«Non ce l’hanno comunicato», ha affermato ieri Donald Trump, riferendosi alla notizia secondo cui gli iraniani avrebbero deciso di sospendere i negoziati. «Questo non significa che inizieremo a sganciare bombe dappertutto», ha proseguito, parlando con Nbc News. «Manterremo il blocco», ha comunque precisato l’inquilino della Casa Bianca, sottolineando che gli Stati Uniti possono attendere «per tutto il tempo che vorranno». «Non mi interessa se le trattative sono finite», ha anche detto, aggiungendo di voler chiedere a Netanyahu «che cosa sta succedendo in Libano». Tuttavia, in serata, il presidente americano è sembrato smentire i media iraniani, dicendo che i colloqui con Teheran stavano «procedendo a ritmo spedito».
A complicare ulteriormente la situazione, anche le spaccature in seno al regime khomeinista. Secondo Iran international, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian avrebbe rassegnato le proprie dimissioni alla Guida suprema, Mojtaba Khamenei, sostenendo che i pasdaran lo avrebbero estromesso dai processi decisionali. Non è un mistero che Pezeshkian (da sempre preoccupato per gli effetti economici della pressione americana) sia a capo della corrente favorevole a trattare con Washington. Le Guardie della rivoluzione, al contrario, premono per mantenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti, con l’obiettivo di tenere alto il costo dell’energia e danneggiare così il Partito repubblicano statunitense in vista delle Midterm di novembre. Fino a ieri sera, non era comunque ancora chiaro se Khamenei avesse intenzione di accettare o meno le dimissioni del presidente iraniano.
Insomma, la diplomazia è rientrata in una fase turbolenta. Il che rappresenta un problema tanto per la Repubblica islamica quanto per Trump. La prima continua a scontare il peso delle sanzioni e l’assenza di un accordo mette seriamente a rischio la sua già fragile economia. Per questa ragione, ieri, il Times of Israel riferiva che Teheran punterebbe a un’intesa limitata con Washington, per allentare le sanzioni e sbloccare i fondi congelati, pur senza impegni troppo precisi sul nucleare. Il presidente americano, come accennato, ha invece bisogno di ridurre in fretta il costo dell’energia, se vuole rafforzare il Partito repubblicano durante la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato. Domenica, Trump si è sentito con il leader siriano, Ahmed al-Sharaa, che, secondo Foreign policy, avrebbe intenzione di rispolverare il progetto «Quattro mari», per rendere la Siria un hub energetico in grado di sostituire Hormuz. Il punto è che, nonostante attualmente i rapporti tra Washington e Damasco siano positivi, tale iniziativa non potrà essere eventualmente concretizzata dall’oggi al domani.
Nei prossimi giorni, Trump cercherà quindi di muoversi cautamente, sfruttando le debolezze economiche di Teheran e, al contempo, tentando di raffrenare almeno in parte Netanyahu, che ha sovente guardato con freddezza ai negoziati tra Usa e Iran.
Netanyahu spinge per l’assalto a Beirut
I combattimenti fra Israele ed Hezbollah in Libano complicano il quadro mediorientale, anche se nel tardo pomeriggio di ieri indiscrezioni di Axios davano per possibile un «cessate il fuoco totale e immediato» e, verso sera, si aveva notizia di una telefonata con cui il presidente Usa Donald Trump intendeva chiedere al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «cosa succede in Libano». Per poi rassicurare: «I combattimenti finiranno».
Ali Hamdan, vicino a Hezbollah e consigliere del presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, ha fatto sapere ad Axios: «Ho chiamato l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, e gli ho detto a nome del presidente Berri che Hezbollah sarà pronto a impegnarsi totalmente per un cessate il fuoco completo e siamo pronti a garantirlo». Per ora, tuttavia, non si intravedono indizi concreti. Mentre le truppe di Israele avanzavano nel Sud del Paese, il presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito ad Al Jazeera che «non c’è alternativa al negoziare con gli israeliani». Ma Beirut non ha controllo su Hezbollah, il partito armato sciita filoiraniano che è uno «Stato nello Stato». E finché gli sciiti spareranno ordigni sul Nord di Israele, le truppe con la stella di Davide continueranno i combattimenti a terra e i raid dal cielo. Lo ha ricordato anche il segretario di Stato americano Marco Rubio, dopo aver parlato con Aoun e Netanyahu: «Hezbollah per prima deve cessare gli attacchi su Israele».
Per la serata era prevista una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu, richiesta dalla Francia, ex-potenza mandataria del Libano in epoca coloniale. Ieri Netanyahu ha ordinato nuovi attacchi aerei sulla periferia Sud di Beirut, il quartiere Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, sollecitandone l’evacuazione. È la rappresaglia per il raid con droni di Hezbollah che ha ucciso il sergente maggiore israeliano Adam Tzarfati, 20 anni, e ne ha feriti altri due vicino all’antico castello crociato di Beaufort, ruderi dell’ancora preziosa posizione strategica, che nelle ore precedenti era stato strappato ai guerriglieri filoiraniani.
Hezbollah ha però dichiarato ieri che «i combattimenti nell’area di Beaufort proseguono» poiché sta conducendo «una battaglia di logoramento». Intanto il ministro della Difesa ebraico, Israel Katz, è stato chiaro: «Se non c’è pace al Nord d’Israele, non ci sarà pace a Beirut». Ha precisato che «il nostro obiettivo è mettere sotto controllo l’area del fiume Litani». L’esercito ebraico è avanzato di 25 km oltre il fiume e ha dichiarato «zona di guerra» una fascia fino a 50 km. Media israeliani come Channel 12 hanno sostenuto che per ora non ci sarebbe un ok degli Stati Uniti all’espansione delle operazioni israeliane in Libano, ma i24 News riporta invece voci da un «funzionario statunitense» secondo il quale il via libera ci sarebbe. Ieri si segnalavano almeno due ulteriori droni sciiti lanciati su Israele, uno caduto senza vittime vicino a una base militare a Shomera, l’altro intercettato, mentre un terzo drone ha fatto scattare l’allarme ma non ha passato la frontiera. Razzi sciiti hanno inoltre fatto suonare le sirene a Margaliot e Kiryat Shmona. Nonostante i sistemi di difesa come l’Iron Dome abbattano la maggior parte degli ordigni, Israele reputa vitale una fascia di sicurezza oltre il confine.
Vero è, però, che ieri è stato deciso il ritiro di una divisione israeliana, la 146 dal fronte libanese, il che lascerebbe ora schierate sul campo solo le divisioni 91 e 36. Fra le azioni israeliane, soldati della Brigata Givati hanno ucciso con droni tre miliziani di Hezbollah a Nord del fiume Litani, mentre incursioni aeree su un incrocio stradale e un edificio vicino all’ospedale Jabal Amel di Tiro hanno causato 6 morti e 23 feriti.
Da quando il 2 marzo è iniziata la nuova fase della perenne guerra fra Israele ed Hezbollah, a seguito dei lanci di missili dal Libano in solidarietà all’Iran, il ministero della Sanità di Beirut ha stimato che i raid abbiano causato 3.433 morti e 7.755 feriti, mentre Israele afferma, dal canto suo, di aver ucciso «900 terroristi di Hezbollah».
Il Canada rafforza ulteriormente i legami con la Cina. Una mossa, con cui il governo di Ottawa punta a ostacolare il rilancio della Dottrina Monroe, promosso dalla Casa Bianca.
Venerdì, il ministro degli Esteri canadese, Anita Anand, ha avuto un incontro con l’omologo cinese, Wang Yi. «Il Canada è concentrato sulla crescita della propria economia e sulla diversificazione delle relazioni commerciali», ha affermato la Anand durante il faccia a faccia.
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.





