- La Casa Bianca attacca: «Stanno supplicando un accordo, sono strani». Teheran: «Solo la vittoria». Ma il dialogo prosegue. E nasce il fronte per riaprire il passaggio.
- Tel Aviv mira a non interrompere il conflitto. I media dello Stato ebraico riferiscono che Donald Trump sta valutando l’operazione di terra contro i pasdaran. Bombe su Hezbollah.
Lo speciale contiene due articoli
Nonostante la retorica bellicosa e le minacce di escalation, dietro le quinte prende forma un negoziato che potrebbe portare alla conclusione della guerra tra Stati Uniti e Iran. Le dichiarazioni pubbliche continuano a evocare colpi decisivi e nuove operazioni militari, ma i segnali diplomatici indicano che le parti stanno cercando una via d’uscita.
Secondo indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe confidato ai suoi collaboratori l’intenzione di evitare un conflitto prolungato, esprimendo la speranza di chiudere le operazioni nel giro di poche settimane. Il presidente avrebbe invitato i consiglieri a mantenere la tempistica già indicata pubblicamente, compresa tra quattro e sei settimane, e perfino la pianificazione di un viaggio in Cina a metà maggio sarebbe stata costruita sull’ipotesi che la guerra termini prima di quell’appuntamento. Sul piano militare, tuttavia, l’intensità delle operazioni resta elevata. Il Comando centrale statunitense ha comunicato che dall’inizio del conflitto, avviato il 28 febbraio, sono stati colpiti oltre 10.000 obiettivi, sottolineando che le forze americane continuano a neutralizzare le minacce attribuite al regime iraniano. Allo stesso tempo, il Pentagono sta valutando diverse opzioni per un possibile «colpo finale», tra cui operazioni terrestri e una massiccia campagna di bombardamenti. Questa pressione militare, secondo fonti interne all’amministrazione, servirebbe anche a rafforzare la leva negoziale. Non a caso, mentre le operazioni proseguono, emergono conferme sempre più esplicite di contatti diplomatici. I Capi di Stato maggiore di 35 Paesi si sono riuniti in videoconferenza per valutare la creazione di una coalizione destinata a favorire la ripresa della navigazione nello stretto di Hormuz dopo la fine dei combattimenti. Lo ha reso noto il ministero francese delle forze armate, spiegando che l’incontro, promosso dalla Francia, ha consentito di raccogliere le posizioni dei Paesi interessati a un’iniziativa coordinata per garantire la sicurezza marittima in un’area strategica. Parigi ha sottolineato che il progetto è separato dalle operazioni militari in corso e ha carattere esclusivamente difensivo. Diversi Stati, infatti, si dichiarano disponibili a contribuire alla sicurezza dello stretto, ma senza essere coinvolti nelle offensive condotte da Usa e Israele.
Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha rivelato che negoziati indiretti tra Washington e Teheran sono già in corso attraverso messaggi trasmessi dal Pakistan. Le dichiarazioni pubbliche di Trump restano aggressive e accompagnate da nuovi attacchi agli alleati. Il presidente ha criticato apertamente l’Alleanza atlantica sostenendo che «la Nato non ha aiutato» durante la crisi iraniana e aggiungendo: «Gli Stati Uniti non hanno bisogno di nulla dalla Nato, ma non dimenticate mai questo punto fondamentale in questo momento». In un altro passaggio ha attaccato soprattutto i partner europei: «Noi siamo lì a proteggere l’Europa dalla Russia, in teoria la cosa non ci riguarderebbe. Abbiamo un grosso, grasso e meraviglioso oceano a separarci». E ha proseguito: «Ci siamo sempre stati quando avevano bisogno del nostro aiuto, o almeno prima era così. Ma ora non lo so più, ad essere onesti».Trump ha, inoltre, definito «molto inappropriate» le parole del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, secondo cui la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran «non ha nulla a che vedere con la Nato».
Il presidente ha poi sostenuto che i negoziatori iraniani starebbero «supplicando» un accordo, pur negandolo ufficialmente per timore di ritorsioni interne. «I negoziatori iraniani sono molto diversi e strani. Ci stanno supplicando di concludere un accordo, cosa che dovrebbero fare dato che sono stati annientati militarmente, senza alcuna possibilità di rimonta, eppure dichiarano pubblicamente che stanno solo valutando la nostra proposta. Sbagliato. Farebbero meglio a fare sul serio al più presto, prima che sia troppo tardi». Ha quindi insistito sul fatto che i colloqui siano già in corso: «Stanno negoziando e vogliono concludere un accordo a tutti i costi. Ma hanno paura di dirlo, perché immaginano che verrebbero uccisi dalla loro stessa gente». In un altro passaggio ha ribadito la tempistica del conflitto affermando che «la guerra durerà quattro-sei settimane e siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia», aggiungendo che «se faranno l’accordo giusto, lo Stretto riaprirà». Ha inoltre lasciato intendere possibili nuovi attacchi: «Ci sono altri bersagli che vogliamo colpire prima di andarcene». Sulla questione è intervenuto anche il segretario di Stato, Marco Rubio: «Hormuz? Potrebbe essere riaperto domani se l’Iran smettesse di minacciare la navigazione globale, il che è un oltraggio e una violazione del diritto internazionale». E poi, ancora: «Noi abbiamo contribuito più di qualsiasi altro Paese nel mondo in una guerra che sta accadendo in un altro continente, in Ucraina. Ma quando gli Stati Uniti avevano bisogno, non hanno ricevuto risposte positive».
Sul terreno, la tensione resta alta con una serie di attacchi a Teheran. In questo clima, anche la leadership iraniana ha adottato toni duri. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato su X: «Nessuno può imporre ultimatum all’Iran e al suo popolo: i vostri figli non lasceranno sfuggire questa occasione e proseguiranno fino alla piena vittoria». Secondo fonti d’intelligence, Teheran avrebbe inoltre rafforzato le difese sull’isola di Kharg, posizionando mine e sistemi antiaerei in vista di una possibile operazione statunitense.
Nel frattempo, anche l’Iran ha formalizzato la propria posizione, confermando indirettamente l’esistenza di un negoziato. La risposta alla proposta statunitense in quindici punti per porre fine al conflitto è stata trasmessa agli Stati Uniti attraverso mediatori, con Teheran in attesa di una replica. Tra minacce, operazioni militari e dichiarazioni di vittoria, il filo conduttore resta quello di un confronto che si sta spostando progressivamente sul terreno diplomatico.
Israele non molla e «tifa» l’invasione
Benjamin Netanyahu continua a guardare con circospezione all’iniziativa diplomatica statunitense nei confronti dell’Iran. Stando al New York Times e al Wall Street Journal, il premier israeliano temerebbe che Donald Trump possa concludere un cessate il fuoco troppo in fretta. Netanyahu avrebbe, in particolare, paura di non riuscire a debellare interamente l’industria bellica iraniana. Ciononostante, il premier israeliano non è l’unico a guardare con apprensione alle manovre diplomatiche di Washington. Sempre secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad Bin Salman, starebbe premendo dietro le quinte affinché la Casa Bianca prosegua il conflitto con Teheran. Tutto questo, mentre, ieri il Washington Post riportava che Riad e Abu Dhabi spererebbero in una conclusione non eccessivamente celere della guerra. Il che potrebbe spingere a ipotizzare una sponda sotterranea tra le due capitali del Golfo e Gerusalemme.
Senza dubbio Netanyahu condivide gran parte dei punti presenti nel piano di pace presentato da Trump, a partire dalle condizioni che imporrebbero a Teheran di rinunciare all’arricchimento dell’uranio, limitare il suo programma balistico e cessare il sostegno ai proxy regionali: giusto ieri, durante un briefing organizzato dall’ambasciata di Israele in Italia, il portavoce internazionale dell’Idf, Nadav Shoshani ha sottolineato che l’obiettivo militare principale dello Stato ebraico è quello di impedire a Teheran sia di conseguire l’arma atomica sia di continuare a sviluppare il suo comparto missilistico. Dall’altra parte, però, i funzionari israeliani temono che, in eventuali trattative, gli iraniani possano non negoziare in buona fede.
Non solo. Axios ha riferito che Trump si sarebbe opposto all’idea di Netanyahu di incitare una rivolta popolare in Iran. E qui emerge il vero punto di dissidio tra i due leader. Se entrambi sono d’accordo nel voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica e nel voler limitare il suo programma balistico, divergono tuttavia rispetto al futuro politico-istituzionale dell’Iran. Più propenso a un regime change in piena regola, il premier israeliano guarda con sospetto alla soluzione venezuelana caldeggiata dalla Casa Bianca. Trump punta a interloquire con qualche pezzo del vecchio regime, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In questo modo, il presidente americano mira a non restare invischiato in costosi processi di nation building e, in secondo luogo, spera anche di cooperare in futuro con Teheran nel settore petrolifero. Israele, dal canto suo, vorrebbe invece sbarazzarsi totalmente del khomeinismo, considerando la questione di vitale importanza per la propria sicurezza. In tutto questo, dei media israeliani hanno riportato che, secondo alcuni funzionari di Paesi mediatori, Trump sarebbe intenzionato ordinare un’operazione di terra contro l’Iran. Anche Axios, citando funzionari americani, ha riferito che la Casa Bianca sta valutando opzioni in tal senso.
Proseguono frattanto le operazioni militari dello Stato ebraico. Ieri, l’Idf ha reso noto di aver eliminato i vertici della Marina dei pasdaran, incluso il comandante, Alireza Tangsiri. Secondo le forze israeliane, la sua uccisione «costituisce un ulteriore duro colpo alle strutture di comando e controllo delle Guardie della rivoluzione e alla loro capacità di orchestrare attività terroristiche in ambito marittimo contro i paesi della regione». «Ieri sera abbiamo eliminato il comandante della Marina del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche. Quest’uomo ha le mani sporche di sangue ed è stato lui a guidare la chiusura dello Stretto di Hormuz», ha affermato Netanyahu. Anche Centcom ha apprezzato l’eliminazione di Tangsiri, sostenendo che «rende la regione più sicura». Al contempo, ieri pomeriggio l’esercito israeliano ha reso noto che, nel corso delle 24 ore precedenti, la sua aeronautica aveva condotto vari bombardamenti in Iran, mettendo nel mirino svariati impianti di produzione d’armi. Tra l’altro, durante il suo briefing organizzato dall’ambasciata israeliana a Roma, Shoshani ha evidenziato che i missili iraniani potrebbero rappresentare una minaccia anche per i Paesi europei (e per la stessa Italia).
Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver avviato nuovi attacchi contro le infrastrutture di Hezbollah nel Libano meridionale: un’area, questa, in cui Gerusalemme ieri ha reso noto di stare ampliando la propria zona di sicurezza. In questo quadro, sempre ieri, le forze israeliane hanno comunicato che due loro soldati sono rimasti uccisi in due scontri con l’organizzazione terroristica sciita. Dall’altra parte, il generale di divisione Rafi Milo, ha dichiarato che sono stati eliminati circa 750 miliziani di Hezbollah dall’inizio del conflitto. «Finora abbiamo eliminato più di 750 terroristi, distrutto infrastrutture in tutto il Libano. Stiamo esercitando pressione su Hezbollah, spingendolo verso Nord e distruggendone le capacità», ha affermato. Non solo. L’esercito dello Stato ebraico ha anche comunicato che, nella serata dell’altro ieri, è stato eliminato un alto comandante del gruppo terroristico libanese: Hassan Mohammad Bashir.
Naviga parzialmente nell’incertezza l’iniziativa diplomatica di Washington per mettere fine alla crisi iraniana. Ieri, un alto funzionario di Teheran ha riferito a Reuters che la proposta di pace statunitense era stata consegnata alla Repubblica islamica dal governo di Islamabad. La stessa fonte ha anche detto che eventuali negoziati con gli americani potrebbero essere ospitati dal Pakistan o dalla Turchia.
Tuttavia, poco dopo, un altro funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran avrebbe respinto la proposta degli Stati Uniti, ponendo inoltre determinate condizioni per l’avvio di eventuali trattative, tra cui il riconoscimento del «diritto naturale e legale» della Repubblica islamica sullo Stretto di Hormuz e lo stop alle ostilità. Parlando con Al Jazeera, un’altra fonte diplomatica iraniana ha inoltre bollato il piano di Washington come «massimalista e irragionevole». Dall’altra parte, un’altra fonte ancora ha tuttavia detto a Reuters che, sebbene la risposta iniziale dell’Iran agli Usa non sia stata positiva, il governo di Teheran starebbe ancora valutando la proposta dell’amministrazione Trump. Tutto questo lascia intendere come, con ogni probabilità, si stia consumando uno scontro interno al regime khomeinista tra chi auspica il dialogo con gli Stati Uniti e chi, come i pasdaran, premono per la linea dura.
Donald Trump, dal canto suo, ha urgenza di avviare il processo diplomatico per far abbassare il costo dell’energia e rafforzare così la posizione politica del Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. In particolare, secondo il Times of Israel, il presidente americano sarebbe intenzionato a concordare con Teheran un cessate il fuoco di un mese, da usare poi per discutere del piano di pace in 15 punti elaborato dalla Casa Bianca. Stando alla bozza di progetto, l’Iran, in cambio della revoca delle sanzioni internazionali e della possibilità di utilizzare energia atomica a scopo civile, si impegnerebbe ad accettare varie condizioni, tra cui: lo stop all’arricchimento dell’uranio, lo smantellamento dei siti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow, la limitazione del programma missilistico, la cessazione dei finanziamenti ai proxy regionali e, soprattutto, l’apertura di Hormuz.
D’altronde, proprio Hormuz è notoriamente al centro dei pensieri di Trump. Non a caso, i pasdaran lo hanno bloccato per mettere in difficoltà l’inquilino della Casa Bianca in vista delle elezioni di metà mandato. Non solo. Giusto ieri, una fonte militare iraniana ha minacciato attacchi contro Bab el Mandeb: uno Stretto cruciale per le navi dirette verso il Canale di Suez e da cui passa una parte significativa del gas e del petrolio a livello mondiale.
Come che sia, la Casa Bianca non demorde. E, secondo quanto riferito dalla Cnn, si starebbe adoperando per organizzare dei colloqui con gli iraniani questo fine settimana in Pakistan: Paese in cui potrebbe a breve recarsi il vicepresidente statunitense, JD Vance, per guidare il team negoziale di Washington. «Gli elementi rimanenti del regime iraniano hanno un’altra opportunità per cooperare con il presidente Trump, abbandonare definitivamente le loro ambizioni nucleari e cessare di minacciare attivamente l’America e i nostri alleati», ha inoltre affermato ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che «i colloqui continuano», definendoli «produttivi», ma specificando che «Trump non bluffa ed è pronto a scatenare l’inferno» se l’Iran non accetta la sconfitta.
Il punto è che la proposta americana non deve fare soltanto i conti con le spaccature interne al regime khomeinista ma anche con lo scetticismo di Israele e dell’Arabia Saudita. Secondo Channel 12, lo Stato ebraico, pur condividendo i punti del piano della Casa Bianca, sarebbe preoccupato per un cessate il fuoco troppo rapido (già sabato prossimo), che potrebbe rafforzare la posizione di Teheran nei negoziati. Non solo. Stando a Ynet, i funzionari israeliani sarebbero anche preoccupati della buona fede degli iraniani nell’ambito di eventuali trattative con gli americani. Il New York Times ha inoltre riferito che lo Stato ebraico ha paura che Trump possa concludere le ostilità prima che l’industria bellica iraniana sia completamente annientata. Più in generale, non è un mistero che Benjamin Netanyahu propenda per un regime change in piena regola a Teheran, anziché la soluzione venezuelana storicamente caldeggiata dal presidente americano. Al contempo, sempre secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, starebbe premendo dietro le quinte affinché Washington prosegua la guerra contro Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo il peso crescente che sta acquisendo Vance, dopo settimane che era sparito dai radar. È noto che il numero due della Casa Bianca fosse scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro la Repubblica islamica. Ed è anche noto che i suoi rapporti con Netanyahu non siano sempre stati esattamente idilliaci. Il fatto che Trump stia puntando sul suo vice indica quindi che ha probabilmente intenzione di accelerare il processo diplomatico e di spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tra l’altro, il presidente americano ha bisogno di un chiaro successo diplomatico in vista della sua visita in Cina: visita che, stando a quanto annunciato ieri dalla Casa Bianca, si terrà il 14 e il 15 maggio, anziché a cavallo tra marzo e aprile, come precedentemente fissato. Trump, che ha definito su Truth il suo prossimo incontro con Xi Jinping un «evento monumentale», vuole azzoppare l’influenza di Pechino sullo scacchiere mediorientale: un obiettivo, questo, che non può non passare dalla risoluzione del nodo iraniano.
Nucleare e sanzioni, Usa e Iran si parlano. Trump: «Vittoria». C’è Vance ai negoziati
Donald Trump tira dritto con l’iniziativa diplomatica iraniana. E, per portarla avanti, sembra puntare molto su JD Vance che, dopo tre settimane fuori dai radar, pare stia tornando in auge.
Secondo il Guardian, potrebbe infatti essere lui a guidare il team negoziale di Washington nei colloqui con i rappresentanti di Teheran: colloqui che, in caso di risposta positiva dell’Iran, potrebbero tenersi domani (probabilmente a Islamabad, dove è volato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, «con il benestare eccezionale delle autorità statunitensi e israeliane, fanno sapere i media pakistani). Inoltre, l’altro ieri, Vance ha avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu sulla crisi iraniana. Ora, non è un mistero che il numero due della Casa Bianca sia sempre stato scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro la Repubblica islamica. Tra l’altro, a ottobre, era emerso come, nell’attuale amministrazione statunitense, Vance fosse una delle figure meno morbide nei confronti del premier israeliano.
Non si può quindi escludere che, con la rinnovata centralità del suo vice, Trump voglia mettere sotto pressione il premier israeliano per convincerlo ad allinearsi all’iniziativa diplomatica di Washington. Non dimentichiamo che, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, proprio Netanyahu aveva chiesto spiegazioni agli americani su loro presunti contatti segreti con Teheran. Non è un mistero che Stati Uniti e Israele non siano pienamente convergenti sugli obiettivi del conflitto in corso. Certo, Trump e Netanyahu sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’arma nucleare sia di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali.
Dall’altra parte, però, il premier israeliano propende per un regime change in piena regola, laddove la Casa Bianca punta a una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime dopo averlo adeguatamente addomesticato. In questo modo, Trump, che ieri si è sentito con il premier indiano Narendra Modi per parlare della crisi iraniana, spera di evitare d’impelagarsi in costosi processi di nation building e di cooperare con Teheran in futuro nel settore petrolifero. Più nell’immediato, il presidente americano ha bisogno di riaprire Hormuz per abbassare il prezzo della benzina negli Stati Uniti in vista delle Midterm di novembre. Tanto più che ieri è stato reso noto che i pasdaran hanno imposto il pagamento di un pedaggio per attraversare lo Stretto. Vance, agli occhi di Trump, potrebbe allora garantire il conseguimento di due obiettivi: arrivare a una soluzione venezuelana e, al contempo, rassicurare internamente quel pezzo di base Maga, preoccupato dal prolungarsi del conflitto iraniano. Vance è politicamente vicino a quei colletti blu della Rust belt che rappresentano un bacino elettorale cruciale per il Partito repubblicano. Dal canto suo, Trump ha bisogno di sbloccare Hormuz o per via diplomatica o tramite l’uso della forza: il presidente potrebbe presto annunciare una coalizione che si occuperebbe di scortare le navi nello Stretto oppure potrebbe invadere l’isola di Kharg per costringere i pasdaran a riaprirlo. Trump non sta rinunciando alla pressione militare e sarebbe pronto a schierare altri 3.000 soldati in Medio Oriente.
Il punto è capire come si comporterà Teheran. Il regime khomeinista appare spaccato tra chi auspica la linea dura con Washington e chi, al contrario, è su posizioni più dialoganti. Stando a Reuters, sarebbero proprio i pasdaran, che ieri hanno annunciato delle «operazioni mirate», a spingere per un ulteriore irrigidimento della posizione negoziale di Teheran. Dall’altra parte, però, una fonte iraniana ha riferito alla Cnn che il regime sarebbe disposto ad accogliere un «accordo sostenibile», purché includa lo stop alle sanzioni e permetta a Teheran l’uso della tecnologia nucleare a scopo pacifico.
È in questo quadro che Islamabad continua a cercare di ritagliarsi un ruolo centrale nel processo diplomatico. Ieri, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è detto pronto a ospitare i colloqui tra Stati Uniti e Iran. «Previo accordo tra Stati Uniti e Iran, il Pakistan si dichiara pronto e onorato di ospitare colloqui significativi e definitivi per una soluzione globale del conflitto in corso», ha affermato in un post, poi rilanciato da Trump, il quale, sempre ieri, oltre a dichiarare vittoria, ha detto che gli iraniani avrebbero «accettato di non avere mai un’arma nucleare» e che sarebbero desiderosi di un’intesa. Il presidente, oltre a confermare che le trattative vedono coinvolti Vance e Marco Rubio, ha altresì asserito di aver ricevuto da Teheran un non meglio precisato «regalo» attinente a Hormuz. «Abbiamo a che fare con un gruppo di persone che, a mio parere, si sono dimostrate all’altezza. Abbiamo ucciso tutti i leader dell’Iran, ora c’è un nuovo gruppo. C’è stato un cambio di regime», ha aggiunto.
Lo stesso ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha esortato l’omologo di Teheran, Abbas Aragchi, a privilegiare «il dialogo e il negoziato». Dall’altra parte, secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, starebbe spingendo la Casa Bianca a proseguire il conflitto contro Teheran. Se confermato, ciò sarebbe in linea con il doppiogioco condotto da Riad nelle settimane prima dell’inizio della guerra, quando, a parole, auspicava la diplomazia e, a porte chiuse, premeva per un attacco statunitense contro il regime khomeinista
Non si può, quindi, escludere che possa delinearsi un asse sotterraneo tra Riad e Gerusalemme, volto a promuovere il proseguimento del conflitto con Teheran. Tra l’altro, Bloomberg riportava ieri che l’Arabia Saudita e gli Emirati potrebbero presto unirsi a Usa e Israele nella guerra contro l’Iran. Il margine negoziale di Trump è quindi stretto tra il massimalismo dei pasdaran e la volontà degli alleati di proseguire le operazioni belliche. Vance è chiamato a sciogliere il nodo. E da questo potrebbe passare il suo destino politico in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.





