Nucleare e sanzioni, Usa e Iran si parlano. Trump: «Vittoria». C’è Vance ai negoziati
Donald Trump tira dritto con l’iniziativa diplomatica iraniana. E, per portarla avanti, sembra puntare molto su JD Vance che, dopo tre settimane fuori dai radar, pare stia tornando in auge.
Secondo il Guardian, potrebbe infatti essere lui a guidare il team negoziale di Washington nei colloqui con i rappresentanti di Teheran: colloqui che, in caso di risposta positiva dell’Iran, potrebbero tenersi domani (probabilmente a Islamabad, dove è volato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, «con il benestare eccezionale delle autorità statunitensi e israeliane, fanno sapere i media pakistani). Inoltre, l’altro ieri, Vance ha avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu sulla crisi iraniana. Ora, non è un mistero che il numero due della Casa Bianca sia sempre stato scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro la Repubblica islamica. Tra l’altro, a ottobre, era emerso come, nell’attuale amministrazione statunitense, Vance fosse una delle figure meno morbide nei confronti del premier israeliano.
Non si può quindi escludere che, con la rinnovata centralità del suo vice, Trump voglia mettere sotto pressione il premier israeliano per convincerlo ad allinearsi all’iniziativa diplomatica di Washington. Non dimentichiamo che, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, proprio Netanyahu aveva chiesto spiegazioni agli americani su loro presunti contatti segreti con Teheran. Non è un mistero che Stati Uniti e Israele non siano pienamente convergenti sugli obiettivi del conflitto in corso. Certo, Trump e Netanyahu sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’arma nucleare sia di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali.
Dall’altra parte, però, il premier israeliano propende per un regime change in piena regola, laddove la Casa Bianca punta a una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime dopo averlo adeguatamente addomesticato. In questo modo, Trump, che ieri si è sentito con il premier indiano Narendra Modi per parlare della crisi iraniana, spera di evitare d’impelagarsi in costosi processi di nation building e di cooperare con Teheran in futuro nel settore petrolifero. Più nell’immediato, il presidente americano ha bisogno di riaprire Hormuz per abbassare il prezzo della benzina negli Stati Uniti in vista delle Midterm di novembre. Tanto più che ieri è stato reso noto che i pasdaran hanno imposto il pagamento di un pedaggio per attraversare lo Stretto. Vance, agli occhi di Trump, potrebbe allora garantire il conseguimento di due obiettivi: arrivare a una soluzione venezuelana e, al contempo, rassicurare internamente quel pezzo di base Maga, preoccupato dal prolungarsi del conflitto iraniano. Vance è politicamente vicino a quei colletti blu della Rust belt che rappresentano un bacino elettorale cruciale per il Partito repubblicano. Dal canto suo, Trump ha bisogno di sbloccare Hormuz o per via diplomatica o tramite l’uso della forza: il presidente potrebbe presto annunciare una coalizione che si occuperebbe di scortare le navi nello Stretto oppure potrebbe invadere l’isola di Kharg per costringere i pasdaran a riaprirlo. Trump non sta rinunciando alla pressione militare e sarebbe pronto a schierare altri 3.000 soldati in Medio Oriente.
Il punto è capire come si comporterà Teheran. Il regime khomeinista appare spaccato tra chi auspica la linea dura con Washington e chi, al contrario, è su posizioni più dialoganti. Stando a Reuters, sarebbero proprio i pasdaran, che ieri hanno annunciato delle «operazioni mirate», a spingere per un ulteriore irrigidimento della posizione negoziale di Teheran. Dall’altra parte, però, una fonte iraniana ha riferito alla Cnn che il regime sarebbe disposto ad accogliere un «accordo sostenibile», purché includa lo stop alle sanzioni e permetta a Teheran l’uso della tecnologia nucleare a scopo pacifico.
È in questo quadro che Islamabad continua a cercare di ritagliarsi un ruolo centrale nel processo diplomatico. Ieri, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è detto pronto a ospitare i colloqui tra Stati Uniti e Iran. «Previo accordo tra Stati Uniti e Iran, il Pakistan si dichiara pronto e onorato di ospitare colloqui significativi e definitivi per una soluzione globale del conflitto in corso», ha affermato in un post, poi rilanciato da Trump, il quale, sempre ieri, oltre a dichiarare vittoria, ha detto che gli iraniani avrebbero «accettato di non avere mai un’arma nucleare» e che sarebbero desiderosi di un’intesa. Il presidente, oltre a confermare che le trattative vedono coinvolti Vance e Marco Rubio, ha altresì asserito di aver ricevuto da Teheran un non meglio precisato «regalo» attinente a Hormuz. «Abbiamo a che fare con un gruppo di persone che, a mio parere, si sono dimostrate all’altezza. Abbiamo ucciso tutti i leader dell’Iran, ora c’è un nuovo gruppo. C’è stato un cambio di regime», ha aggiunto.
Lo stesso ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha esortato l’omologo di Teheran, Abbas Aragchi, a privilegiare «il dialogo e il negoziato». Dall’altra parte, secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, starebbe spingendo la Casa Bianca a proseguire il conflitto contro Teheran. Se confermato, ciò sarebbe in linea con il doppiogioco condotto da Riad nelle settimane prima dell’inizio della guerra, quando, a parole, auspicava la diplomazia e, a porte chiuse, premeva per un attacco statunitense contro il regime khomeinista
Non si può, quindi, escludere che possa delinearsi un asse sotterraneo tra Riad e Gerusalemme, volto a promuovere il proseguimento del conflitto con Teheran. Tra l’altro, Bloomberg riportava ieri che l’Arabia Saudita e gli Emirati potrebbero presto unirsi a Usa e Israele nella guerra contro l’Iran. Il margine negoziale di Trump è quindi stretto tra il massimalismo dei pasdaran e la volontà degli alleati di proseguire le operazioni belliche. Vance è chiamato a sciogliere il nodo. E da questo potrebbe passare il suo destino politico in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.
- Il tycoon: «Tregua di 5 giorni, intesa in 15 punti». Teheran: «Manipola i mercati». I funzionari però confermano: colloqui in corso. Obiettivo fine guerra il 9 aprile.
- Raid Idf contro il comando centrale dei pasdaran. Ancora esplosioni in Barhein.
Lo speciale contiene due articoli.
La crisi iraniana si avvia verso una svolta diplomatica? Ieri, Donald Trump ha rivelato che sarebbero in corso dei colloqui tra Washington e Teheran: una circostanza che tuttavia è stata seccamente smentita dal regime khomeinista. Ma andiamo con ordine.
«Sono lieto di annunciare che gli Usa e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente», ha dichiarato, ieri, Trump su Truth, per poi aggiungere: «In base al tenore e al tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che proseguiranno per tutta la settimana, ho dato istruzioni al dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, subordinatamente al successo degli incontri e delle discussioni in corso».
«Siamo fermamente intenzionati a raggiungere un accordo con l’Iran», ha inoltre detto Trump, parlando con la stampa. Nell’occasione, quando gli è stato chiesto quale fosse il suo interlocutore a Teheran, il presidente americano ha risposto: «Stiamo parlando con l’uomo che credo sia il più rispettato e il leader. Abbiamo a che fare con persone che rappresentano al meglio il Paese».
Non solo. Oltre a rivendicare di aver raggiunto «importanti punti di accordo», Trump ha rivelato che i colloqui si sarebbero svolti nella serata dell’altro ieri e che il team statunitense sarebbe stato guidato da Steve Witkoff, oltre che da Jared Kushner: secondo il Times of Israel, i due avrebbero trattato con il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. In questo quadro, Trump ha detto che lo Stretto di Hormuz verrà «aperto molto presto» e che sarà posto sotto «controllo congiunto» tra Washington e l’ayatollah, «chiunque egli sia». «Direi che ci sono ottime possibilità di raggiungere un accordo», ha aggiunto il presidente statunitense in Tennessee, ribadendo di voler impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica. «L’America e il mondo intero saranno presto molto più sicuri», ha anche detto.
Nel frattempo, secondo Axios, nei prossimi giorni potrebbe essere organizzato un incontro a Islamabad tra alti funzionari americani e iraniani. Sembrerebbe, in particolare, che il team negoziale di Washington possa essere guidato dal vicepresidente, JD Vance. Al contempo, fonti ascoltate dal Times of Israel hanno riferito che Washington avrebbe tenuto aggiornato Israele dei colloqui con Teheran e che «probabilmente» lo Stato ebraico si asterrà da nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane. Se confermato, ciò rappresenterebbe una svolta significativa, visto che, dopo i primi giorni di guerra, Gerusalemme, non senza irritazione, aveva chiesto conto agli americani di presunti contatti segreti con il regime khomeinista.
Allo stesso tempo, se veramente dovesse essere Vance a guidare il team negoziale statunitense a Islamabad, ciò significherebbe un rafforzamento politico del vicepresidente, che è sempre stato notoriamente scettico nei confronti di un’operazione militare di vasta portata contro l’Iran. Tra l’altro, stando a Channel 12, il numero due della Casa Bianca, ieri, avrebbe avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu su un possibile accordo tra Usa e Iran.
Sotto questo aspetto, è interessante ricordare che, a ottobre, emerse come, all’interno dell’attuale amministrazione americana, il vicepresidente fosse forse la figura meno morbida nei confronti del premier israeliano. Frattanto, fonti dello Stato ebraico hanno riferito a Ynet che Trump avrebbe fissato al 9 aprile la data per concludere la guerra.
Tutto questo, mentre dietro l’iniziativa diplomatica americana si celerebbe anche un ruolo di Pakistan, Turchia ed Egitto. Inoltre sarà un caso, ma, dopo la rivelazione dei colloqui da parte del presidente americano, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha avuto una telefonata con l’omologo russo, Sergej Lavrov. Nell’occasione, quest’ultimo, secondo Mosca, ha «sottolineato l’urgente necessità di porre fine immediatamente alle ostilità e di avviare un percorso verso una soluzione politica e diplomatica». Che si stia registrando una sotterranea sponda tra Casa Bianca e Cremlino per risolvere la crisi iraniana?
Eppure, dall’altra parte, il ministero degli Esteri di Teheran ha negato che l’Iran abbia avuto dei colloqui con gli Stati Uniti negli ultimi 24 giorni: una posizione, questa, espressa anche da Ghalibaf. «Non ci sono stati negoziati con gli Stati Uniti. Le notizie false hanno lo scopo di manipolare i mercati finanziari e petroliferi e di uscire dal pantano in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele», ha affermato, mentre le Guardie della rivoluzione hanno definito il presidente americano come «disonesto». Ha davvero ragione l’Iran a dire che Trump si sarebbe inventato tutto per abbassare il costo dell’energia? Oppure Teheran sta tergiversando in un’ottica di tattica negoziale?
Una terza possibilità è che il regime khomeinista sia sempre più spaccato al suo interno e che si stia consumando una lotta intestina per decidere quale linea tenere nei confronti di Washington. Come che sia, un funzionario iraniano ha ammesso ad Al Jazeera che, negli ultimi giorni, la Repubblica islamica ha trasmesso dei messaggi agli Usa tramite Turchia ed Egitto. Trump, dal canto suo, sta cercando un interlocutore stabile a Teheran per riuscire a concretizzare una soluzione di tipo venezuelano. Capiremo nei prossimi giorni se riuscirà nel suo intento.
Per Hormuz adesso spunta l’ipotesi di controllo congiunto Usa-ayatollah
La diplomazia torna al centro della crisi tra Stati Uniti e Iran mentre sul terreno proseguono attacchi e tensioni regionali. Secondo fonti americane e israeliane, Washington e Teheran conducono trattative articolate in più fasi per ridurre l’escalation e garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas.
L’ipotesi allo studio prevede inizialmente la riapertura del corridoio marittimo con la sospensione degli attacchi contro alcune infrastrutture energetiche iraniane, seguita da un cessate il fuoco più ampio. In questo contesto, Israele potrebbe allinearsi alla linea americana e sospendere i raid contro i siti energetici iraniani e le centrali elettriche. Secondo fonti della sicurezza, Washington avrebbe tenuto informato il governo israeliano sui contatti in corso con Teheran. Israele non ha formalmente minacciato di colpire le infrastrutture energetiche, ma il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che gli attacchi contro l’Iran e contro «le infrastrutture da cui dipende» potrebbero aumentare significativamente, lasciando aperta la possibilità di un’escalation.
Le indiscrezioni indicano anche un possibile coinvolgimento del presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf. I Paesi mediatori starebbero lavorando a un incontro in settimana a Islamabad tra delegazioni iraniane e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, con la possibile partecipazione del vicepresidente JD Vance. Tuttavia lo stesso Ghalibaf ha smentito pubblicamente.
Anche il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha negato contatti diretti con Washington, ribadendo che la posizione di Teheran sullo Stretto di Hormuz e sulle condizioni per la fine della guerra non è cambiata. Una fonte israeliana ha inoltre sostenuto che gli Stati Uniti avrebbero indicato il 9 aprile come data obiettivo per la conclusione del conflitto, lasciando circa 21 giorni per combattimenti e negoziati. «Gli americani non hanno aggiornato Israele sui colloqui con Ghalibaf. Porre fine alla guerra il 9 aprile permetterà a Trump di arrivare in Israele per il Giorno dell’Indipendenza e ricevere il Premio Israele», ha dichiarato la fonte.
Allo stesso tempo, Teheran valuta l’introduzione di un nuovo «regime legale» per lo Stretto di Hormuz, mentre continua a negare l’esistenza di negoziati diretti e insiste sulla richiesta di riparazioni e garanzie contro future aggressioni. «C’è una vera possibilità di raggiungere un accordo ma non garantisco nulla», ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità che lo Stretto sia controllato in modo congiunto, «forse da me e da chiunque sia l’ayatollah». Il contesto resta estremamente fluido e caratterizzato da messaggi contrastanti.
Intanto, però, secondo il New York Times, il Pentagono sta valutando l’invio di circa 3.000 paracadutisti della 82 Divisione Aviotrasportata statunitense come forza di pronto intervento per supportare eventuali operazioni in Iran, con l’obiettivo, se necessario, di occupare l’isola di Kharg, principale hub per l’export petrolifero iraniano. Sul piano energetico, il numero uno di Chevron Mike Wirth ha avvertito che i prezzi del petrolio non hanno ancora pienamente incorporato gli effetti del blocco di Hormuz. Secondo il dirigente, il mercato fisico e i livelli delle scorte indicano una situazione più tesa rispetto a quanto suggeriscano i contratti futures. Gli effetti della chiusura dello Stretto si starebbero già propagando a livello globale, con timori particolarmente forti in Asia per l’approvvigionamento di greggio e prodotti raffinati. La tensione si è subito vista anche nel Golfo. Diverse forti esplosioni e sirene d’allarme sono state avvertite in Bahrein, le prime registrate nella regione da quando Donald Trump ha annunciato l’avvio dei colloqui per porre fine alla guerra con l’Iran. Sul piano militare, l’aeronautica israeliana ha dichiarato che durante una serie di attacchi a Teheran è stato colpito il «quartier generale principale della sicurezza» dei pasdaran. Secondo le Forze di difesa israeliane, la struttura era integrata in infrastrutture civili e veniva utilizzata dalle Guardie Rivoluzionarie per coordinare le unità regionali incaricate del mantenimento dell’ordine del regime e della sicurezza interna, comprese le milizie paramilitari Basij.
In questo contesto, gli Emirati Arabi Uniti hanno assunto una posizione particolarmente dura. Il consigliere presidenziale Anwar Gargash ha dichiarato: «Noi, negli Stati del Golfo Persico, abbiamo il diritto di chiedere: dove sono le istituzioni di azione araba e islamica congiunta, prima fra tutte la Lega Araba e l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, mentre i nostri Paesi e i nostri popoli sono soggetti a questa brutale aggressione iraniana? E dove sono i principali Stati arabi e regionali? In questa assenza e impotenza, non sarà lecito parlare in seguito del declino del ruolo arabo e islamico o criticare la presenza americana e occidentale. Gli Stati arabi del Golfo sono stati un sostegno e un partner per tutti nei periodi di prosperità, quindi, dove siete oggi, in tempi di difficoltà?».
Evidente che anche in caso di accordo, le tensioni emerse nelle ultime settimane rischiano di lasciare effetti duraturi sugli equilibri del Medio Oriente e sulla sicurezza delle rotte energetiche internazionali. Un eventuale accordo non cancellerà le tensioni: gli effetti sugli equilibri regionali e sulle rotte energetiche saranno duraturi.
Le elezioni di metà mandato che si terranno il 3 novembre rappresentano un potenziale spartiacque per la seconda presidenza di Donald Trump. Ecco perché.
Come noto, a novembre non si voterà per la Casa Bianca ma per rinnovare la totalità della Camera e un terzo del Senato. Il presidente americano ha, in questo contesto, estrema necessità di mantenere la maggioranza repubblicana in entrami i rami del Congresso. In caso contrario, rischierebbe di vedere impantanata la sua agenda parlamentare e, se i dem dovessero riconquistare la Camera, dovrebbe probabilmente affrontare un nuovo impeachment.
A oggi, non è che per i repubblicani la situazione appaia granché idilliaca. Storicamente, le elezioni di metà mandato puniscono il partito che controlla la Casa Bianca. In secondo luogo, nelle intenzioni di voto generiche per il Congresso, Real Clear Politics dà attualmente avanti i democratici del 4,7%. A questo si aggiunga che, da quando è iniziata la guerra contro l’Iran, il prezzo della benzina, negli Stati Uniti, è salito del 30%: il che rappresenta un rilevante problema per il Partito repubblicano, visto che queste elezioni saranno in gran parte decise dalla questione della lotta al carovita. In quarto luogo, sempre secondo Real Clear Politics, al 22 marzo scorso, il tasso di disapprovazione per l’operato di Trump era al 13,9%. Infine, ma non meno importante, il conflitto in Medio Oriente ha determinato una spaccatura in seno alla comunità dei giornalisti e dei commentatori gravitanti attorno al movimento Maga.
Insomma, la situazione per il presidente americano sembra drammatica. Ora, senza dubbio Trump sta attraversando significative difficoltà. Ed è vero che, in questa situazione, a novembre rischia grosso. Tuttavia non bisogna neanche dare troppe cose per scontate. Al 22 marzo 2022, Joe Biden aveva un tasso di disapprovazione del 12,3% e, a giugno di quello stesso anno, l’inflazione negli Stati Uniti raggiunse il picco in 40 anni: eppure, nonostante i sondaggi avessero preconizzato un trionfo repubblicano, alle Midterm del 2022 i dem mantennero il controllo del Senato, mentre il Gop riconquistò a fatica la Camera.
In secondo luogo, è vero che i sondaggi certificano l’impopolarità del conflitto mediorientale tra gli americani. Dall’altra parte, la base repubblicana, sul tema, è però meno spaccata di quanto si pensi. Stando a un recente sondaggio di Politico, l’81% degli elettori Maga e il 61% dei repubblicani non appartenenti al movimento Maga sostengono i bombardamenti israelo-statunitensi contro l’Iran. Infine, è vero che assai spesso le Midterm penalizzano il partito che si trova alla Casa Bianca. Tuttavia sia nel 2018 che nel 2022 le elezioni di metà mandato si sono concluse con un pareggio (cioè con un Congresso spaccato in due). Non bisogna del resto dimenticare che questo tipo di tornata elettorale non si configura semplicisticamente come un referendum sul presidente di turno: ad avere un peso sono anche (se non soprattutto) delle dinamiche di natura locale.





