Tira un’aria strana ai vertici del Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha ordinato il siluramento del capo di Stato maggiore, il generale Randy George. Secondo Nbc News, «il licenziamento di George è derivato in parte dal risentimento di lunga data di Hegseth nei confronti dell’Esercito e dei suoi vertici, nonché dal suo difficile rapporto con il segretario dell’Esercito Dan Driscoll».
Stando alla testata, il generale silurato sarebbe infatti stato uno stretto alleato dello stesso Driscoll e sarebbe teoricamente dovuto rimanere in carica fino al 2027. Si tratta di un «dettaglio» interessante. E questo non soltanto perché il licenziamento ai vertici del Pentagono è avvenuto nel bel mezzo del conflitto con l’Iran. Ma anche perché Driscoll è un amico intimo del vicepresidente americano, JD Vance. Questi due fattori vanno probabilmente letti in connessione. Cominciamo subito col dire che il numero due della Casa Bianca era sempre stato scettico verso un’operazione militare su larga scala contro Teheran. Una preoccupazione la sua, che, secondo Politico, era in buona parte condivisa dallo stesso Marco Rubio. Per quanto generalmente più propenso all’uso della forza sul fronte internazionale rispetto a Vance, anche il segretario di Stato temeva che un attacco in grande stile avrebbe esposto Washington al rischio di un pantano. La Cnn ha invece riportato che Hegseth, dopo aver capito che Donald Trump fosse propenso a intraprendere un conflitto su vasta scala, si sarebbe graniticamente schierato a favore di questa opzione, minimizzandone i rischi.
Non si può quindi escludere che, davanti alle crescenti difficoltà che gli Stati Uniti stanno riscontrando nella crisi iraniana, Hegseth abbia voluto indebolire la posizione di Driscoll per colpire indirettamente Vance. Un Vance che è al momento pienamente coinvolto nell’iniziativa diplomatica volta a cercare di porre fine alla guerra. Appena l’altro ieri, Channel 12 ha infatti riportato che il vicepresidente americano starebbe trattando con il presidente del parlamento iraniano, Bagher Ghalibaf, attraverso la mediazione del Pakistan. Eppure, la scorsa settimana, Trump rivelò che il capo del Pentagono era «scontento» per l’eventualità di una rapida conclusione del conflitto e di un cessate il fuoco.
Tuttavia, bisogna fare attenzione. Le tensioni tra Hegseth e Driscoll sono antecedenti all’inizio del conflitto con l’Iran. Già a settembre, la Cnn riportò che il capo del Pentagono si era irritato dopo che il segretario all’Esercito aveva invitato Trump a visitare il Dipartimento della Difesa. «Se Driscoll iniziasse ad acquisire troppa visibilità o a essere troppo favorito, sarebbe politicamente molto più facile lasciare andare Hegseth in qualche modo o trovargli una via d’uscita», raccontò un funzionario anonimo alla testata. Non solo. L’anno scorso, Trump - che ieri ha proposto al Congresso un budget per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari - aveva conferito a Driscoll un ruolo centrale nel processo diplomatico ucraino: il che, con ogni probabilità, aveva ulteriormente impensierito il capo del Pentagono, il quale ha continuato a vedere nel segretario all’Esercito un potenziale rivale. E infatti, sempre a settembre, la Cnn riferì che «il nome di Driscoll è stato sempre più spesso menzionato, anche all’interno della Casa Bianca, come possibile sostituto di Hegseth». Non si può quindi del tutto escludere che Hegseth sia attualmente spaventato dai rimpasti di Trump, che ha recentemente silurato il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, e la procuratrice generale, Pam Bondi (secondo Politico, a rischio sarebbero anche i segretari al Commercio e al Lavoro, Howard Lutnick e Lori Chavez-DeRemer). Sia chiaro: al momento non paiono registrarsi esplicitamente tensioni tra Hegseth e il presidente. Tuttavia, se lo stallo in Iran non dovesse sbloccarsi, non è detto che l’inquilino della Casa Bianca (soprattutto con l’approssimarsi delle Midterm di novembre) non possa guardare al capo del Pentagono come a un capro espiatorio. Questo potrebbe aver spinto Hegseth ad accelerare, licenziando George e provando addirittura a cacciare lo stesso Driscoll (l’altro ieri, The Atlantic riportava che alla Casa Bianca si starebbe infatti discutendo di un suo possibile siluramento). L’acuirsi di questo scontro proprio adesso lascia intendere che il conflitto in Iran possa aver accelerato la resa dei conti. Hegseth comincia probabilmente a sentire il fiato sul collo e, temendo per il proprio futuro politico, punta a colpire i rivali interni, oltre allo stesso Vance, di cui - come abbiamo visto - non condivide la linea diplomatica con l’Iran. I prossimi giorni ci diranno, insomma, se e come cambieranno gli equilibri ai vertici dell’amministrazione Trump.
Nonostante le difficoltà, il processo diplomatico tra Washington e Teheran non si sarebbe del tutto incagliato. Ieri sera, Channel 12 riferiva che si sarebbero tenuti dei colloqui indiretti, mediati dal Pakistan, tra il vicepresidente americano, JD Vance, e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’ultimo scambio di messaggi sarebbe avvenuto martedì: nell’occasione, il numero due della Casa Bianca avrebbe proposto una tregua in cambio dell’apertura di Hormuz.
In questo quadro, durante un discorso alla nazione tenuto mercoledì sera, Donald Trump, pur non escludendo un ulteriore aumento della pressione militare, ha lasciato intendere di voler accelerare l’exit strategy dall’Iran. «Stiamo smantellando sistematicamente la capacità del regime di minacciare l’America. Ciò significa eliminare la marina iraniana, che ora è completamente distrutta, danneggiare la loro aviazione e il loro programma missilistico a livelli mai visti prima e annientare la loro base industriale della difesa», ha affermato, cercando poi di rassicurare i cittadini americani sul fronte dell’economia.
«Gli Stati Uniti non sono mai stati così ben preparati economicamente ad affrontare questa minaccia. Lo sapete tutti. Abbiamo costruito l’economia più forte della storia», ha dichiarato, per poi proseguire: «Grazie al nostro programma di trivellazione, l’America ha un sacco di gas. Ne abbiamo tantissimo. Sotto la mia guida, siamo il primo produttore di petrolio e gas al mondo, senza nemmeno parlare dei milioni di barili che riceviamo dal Venezuela». «Gli Stati Uniti non importano quasi petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz e non ne importeranno in futuro. Non ne abbiamo bisogno», ha continuato, precisando che a occuparsi dello Stretto dovrebbero essere i Paesi che lo usano per importare greggio. «E in ogni caso», ha chiosato, «quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto si aprirà naturalmente».
Trump ha infine parlato del futuro del conflitto: ha affermato che sarebbero in corso dei colloqui, ma non ha escluso delle pesanti ritorsioni in caso di mancato accordo. «Grazie ai progressi che abbiamo fatto, posso affermare stasera che siamo sulla buona strada per completare a breve tutti gli obiettivi militari americani. Molto a breve», ha dichiarato. «Nelle prossime due o tre settimane, li colpiremo duramente. Li riporteremo all’età della pietra, che è il loro posto. Nel frattempo, le trattative sono in corso», ha aggiunto. «Non abbiamo mai parlato di cambio di regime, ma il cambio di regime si è verificato a causa della morte di tutti i loro leader di prima. Sono tutti morti. Il nuovo gruppo è meno radicale e molto più ragionevole. Tuttavia, se in questo periodo non si raggiungerà un accordo, abbiamo messo gli occhi su obiettivi chiave. Se non ci sarà un accordo, colpiremo duramente e probabilmente simultaneamente tutte le loro centrali elettriche», ha continuato. Del resto, anche ieri, ha esortato l’Iran a concludere un accordo «prima che sia troppo tardi».
Nel frattempo, l’agenzia di stampa iraniana Mehr ha replicato a Trump, sottolineando che i persiani sconfissero l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa nel 260. In questo quadro, il Washington Post ha riferito che, la settimana scorsa, il Pentagono avrebbe sottoposto a Trump un piano per sequestrare circa 450 chili di uranio arricchito in Iran: un piano che, in particolare, prevedrebbe «il trasporto aereo di attrezzature per lo scavo e la costruzione di una pista di atterraggio per aerei cargo in grado di trasportare il materiale radioattivo». Questo indica che, nonostante stia cercando di uscire al più presto dal conflitto, Trump non ha ancora escluso la possibilità di impiegare truppe sul terreno. Frattanto, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo: Mosca ha intenzione di chiedere un cessate il fuoco durante l’evacuazione del proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr. Tutto questo, mentre ieri Vladimir Putin si è sentito con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman. Al contempo, il Cremlino ha annunciato che lo Stretto di Hormuz sarebbe aperto per la Russia.
Trump, dal canto suo, ha comunque urgenza di chiudere il conflitto per abbassare il costo dell’energia e rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. E sempre in quest’ottica va probabilmente letto il fatto che il presidente abbia annunciato ieri il siluramento della procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi. «Il nostro vice procuratore generale, un giurista di grande talento e stima, Todd Blanche, assumerà la carica di procuratore generale ad interim», ha dichiarato Trump su Truth. Del resto, i rapporti tra il presidente e la Bondi erano diventati tesi soprattutto a causa della gestione confusa dei file di Jeffrey Epstein da parte della diretta interessata: un tema, questo, che aveva irritato la base Maga. Inoltre, secondo il Guardian, Trump starebbe considerando l’ipotesi di licenziare anche la direttrice dell’Intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard: la tensione tra i due sarebbe sorta dopo il recente siluramento del direttore del Centro nazionale per il controterrorismo, Joe Kent, per dissidi sulla guerra in Iran.
Donald Trump punta a chiudere la guerra in Iran al più presto. È stato lui stesso a dichiararlo, ieri, parlando con il New York Post. «Non resteremo lì ancora per molto. Li stiamo annientando completamente», ha affermato, per poi aggiungere: «Non avranno un’arma nucleare. Quando ce ne andremo, lo Stretto si riaprirà automaticamente», ha aggiunto, riferendosi a Hormuz.
Parole, quelle di Trump, arrivate dopo che il Wall Street Journal aveva rivelato che il presidente fosse intenzionato a chiudere il conflitto «anche se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso». D’altronde, sempre ieri, Trump è tornato a mostrare irritazione nei confronti degli alleati europei su questa questione. «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi», aveva dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta. Andate a procurarvi il vostro petrolio!»
Insomma, Trump sembra meno propenso a intervenire militarmente per sbloccare Hormuz e, al contrario, appare maggiormente intenzionato a concludere in fretta il conflitto. Questo poi non significa che non mantenga per ora sul tavolo la possibilità di invadere l’isola di Kharg o di colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Tuttavia, è innegabile che sia orientato a trovare una exit strategy in tempi celeri. Del resto, sia il vicepresidente, JD Vance, che il segretario di Stato, Marco Rubio, temono un pantano, mentre lo stesso senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha finora esortato Trump alla linea durissima verso gli ayatollah, lunedì è sembrato ammorbidirsi, invocando un «accordo di pace storico». Vale a tal proposito la pena di ricordare come, negli scorsi giorni, Graham fosse stato criticato da vari parlamentari repubblicani per la sua posizione assai interventista. Più in generale, Trump non ignora che, da quando la guerra è iniziata, il costo della benzina negli Stati Uniti è notevolmente aumentato, raggiungendo il record dal 2022: il che rappresenta un fattore assai pericoloso per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Il punto è che, almeno per adesso, il processo diplomatico resta un po’ sospeso. Pechino e Islamabad hanno presentato ieri un’iniziativa, che prevedrebbe un cessate il fuoco, l’avvio di colloqui di pace, lo stop agli attacchi alle infrastrutture energetiche, la riapertura di Hormuz e l’eventuale raggiungimento di un’intesa sotto l’egida dell’Onu. Secondo un funzionario, la Casa Bianca non sarebbe aprioristicamente contraria al piano. Dall’altra parte, Trump ha però rifiutato di dire al New York Post se stia o meno considerando di inviare Vance e Steve Witkoff in Pakistan per eventuali trattative con l’Iran.
Un Iran che, a sua volta, appare internamente spaccato tra un’ala dialogante e una contraria ai negoziati. Se la seconda fa capo ai pasdaran, la prima vede protagonisti il presidente Masoud Pezeshkian (che ieri ha aperto alla possibilità di chiudere il conflitto pur a determinate condizioni) e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi (che, sempre ieri, pur negando l’esistenza di trattative, ha ammesso di aver ricevuto alcuni «messaggi» diretti da Witkoff). Prova di questa spaccatura risiede nel fatto che, al netto delle critiche di Teheran alle proposte americane, la Repubblica islamica non abbia ancora dato una risposta ufficiale al piano di pace elaborato dalla Casa Bianca. D’altronde, secondo il New York Times, la decapitazione della leadership khomeinista da parte di Israele e degli Stati Uniti ha creato delle grosse difficoltà al processo decisionale interno al regime.
Se vuole raggiungere un accordo diplomatico, Trump deve quindi innanzitutto riuscire a isolare e a depotenziare i pasdaran. In secondo luogo, deve però anche fronteggiare gli alleati che vogliono proseguire il conflitto. Secondo il Times of Israel, ieri Benjamin Netanyahu ha detto che Israele starebbe «stringendo alleanze con i Paesi arabi che stanno valutando la possibilità di combattere insieme al nostro fianco». Sempre ieri, l’Associated Press riferiva che, dietro le quinte, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati arabi starebbero esortando Trump a proseguire la guerra contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, ha esplicitamente invocato un regime change a Teheran. Una posizione, questa, che cozza con quella di Trump, il quale auspica invece una soluzione venezuelana: interloquire, cioè, con alcuni pezzi del vecchio sistema di potere, dopo averli adeguatamente addomesticati. Questo tipo di opzione, ragionano alla Casa Bianca, consentirebbe a Washington di evitare costosi processi di nation building e di avviare in futuro una cooperazione con Teheran nel settore petrolifero.





