I media statunitensi: «Oggi raid sull’Iran». Trump sui pasdaran: «Se la fanno sotto...»
L’attacco militare americano all’Iran potrebbe essere a un passo. Secondo il sito Drop Site, Donald Trump potrebbe autorizzare un’operazione militare contro la Repubblica islamica già nella giornata di oggi. In particolare, Washington sarebbe pronta a prendere di mira non soltanto i siti nucleari e gli impianti per la realizzazione di missili balistici ma anche la stessa leadership del regime khomeinista.
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
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Lo speciale contiene due articoli.
La crisi iraniana è sempre più caratterizzata da un inestricabile groviglio di tensione militare e diplomazia. Ieri, il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, ha affermato che Teheran risponderà immediatamente a «qualsiasi aggressione», per poi accusare Washington di «azioni ostili». Dal canto suo, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che, al momento, non sono previsti dei colloqui con esponenti del governo statunitense.
Parole, le sue, che cozzano con quanto affermato da Donald Trump, il quale, nella serata di giovedì, aveva reso noto di aver avuto delle conversazioni con Teheran. «Le ho avute e ho intenzione di farle», aveva dichiarato. Ciononostante, ieri, le parole del presidente americano sono tornate a farsi minacciose. «Abbiamo una grande armata, una flottiglia, chiamatela come volete, che si sta dirigendo verso l’Iran in questo momento», ha detto, specificando che la flotta schierata è «persino più grande di quella che avevamo in Venezuela». «La situazione è difficile», ha specificato, pur ribadendo che, secondo lui, «l’Iran vuole fare un accordo». Il presidente americano ha anche confermato di aver dato agli ayatollah una scadenza entro cui accettare un’intesa prima di un eventuale attacco.
Tuttavia, secondo Al Monitor, un alto funzionario iraniano ha fatto sapere che Teheran non avrebbe intenzione di accettare gli ultimatum di Washington sull’arricchimento dell’uranio e sulle limitazioni del programma balistico. In questo quadro, il New York Times ha riportato che, tra le opzioni militari considerate dalla Casa Bianca, vi sarebbe anche quella di possibili incursioni di soldati americani volte a colpire quei siti nucleari iraniani che Washington non aveva bombardato lo scorso giugno. Non solo. Ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni a un’entità collegata alla Repubblica islamica, oltreché a una serie di soggetti, tra cui il ministro dell’Interno iraniano e alcuni alti esponenti delle Guardie della rivoluzione.
Insomma, la possibilità di un’azione bellica da parte di Washington è più concreta che mai. E il regime khomeinista ne è consapevole. Ecco perché, oltre a fare la voce grossa, sta cercando di far leva sulla Turchia. La Repubblica islamica spera che Ankara riesca a convincere Trump a desistere. Non a caso, ieri Pezeshkian ha avuto un colloquio telefonico con Recep Tayyip Erdogan. Nell’occasione, il sultano ha garantito che «la Turchia è pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l’Iran e gli Stati Uniti per allentare le tensioni e risolvere i problemi». Non solo. Sempre ieri, Araghchi si è recato a Istanbul, dove ha incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan. «Abbiamo detto ai nostri omologhi in ogni occasione che siamo contrari a un intervento militare contro l’Iran», ha affermato il ministro turco in una conferenza stampa congiunta. «Ci auguriamo che i problemi interni dell’Iran vengano risolti pacificamente dal popolo iraniano, senza alcun intervento esterno», ha proseguito, rendendo anche noto di aver parlato giovedì con Steve Witkoff.
La Repubblica islamica sa bene che, per quanto riguarda il dossier mediorientale, Ankara ha un ascendente maggiore di Mosca su Washington. Oltre a far parte della Nato, la Turchia è il principale sponsor dell’attuale regime siriano e, negli scorsi mesi, ha anche rafforzato notevolmente i suoi legami con l’Arabia Saudita: quell’Arabia Saudita che Trump spera presto di convincere ad aderire agli Accordi di Abramo. Ankara ha insomma un peso notevole nel Medio Oriente che l’attuale presidente americano vorrebbe costruire. È per questo che gli ayatollah stanno cercando di far leva su un Erdogan, il cui ascendente sulla Casa Bianca, per quanto significativo, è comunque limitato: difficilmente il sultano potrà evitare un attacco americano contro la Repubblica islamica, se gli ayatollah non accetteranno di ammorbidire le proprie posizioni su arricchimento dell’uranio e missili balistici. Dall’altra parte, temendo la crescente influenza diplomatica turca, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo maggiormente incisivo. Ieri, Vladimir Putin ha infatti ricevuto al Cremlino il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. Ad auspicare una de-escalation è stato anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi. «Stiamo compiendo sforzi significativi, con calma e perseveranza, per raggiungere un dialogo in ogni modo possibile, al fine di ridurre l’escalation della crisi iraniana», ha detto.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e l’Ue. Dopo dieci anni di sostanziale appeasement verso gli ayatollah, Bruxelles ha adottato la linea dura, designando i pasdaran come organizzazione terroristica. A mo’ di ritorsione, Teheran sta ipotizzando di designare a sua volta come «terroriste» le forze armate dei Paesi europei.
Mosca: niente raid fino a domani. Il vertice ad Abu Dhabi può slittare
La tregua in Ucraina «a causa del freddo estremo» annunciata dal presidente americano, Donald Trump, è stata confermata ufficialmente da Mosca, ma dovrebbe terminare già domani. Mentre la Capitale ucraina deve far fronte a quasi 400 edifici senza riscaldamento, con le temperature che scenderanno a -30 °C nei prossimi giorni, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dichiarato che lo zar russo, Vladimir Putin, ha accettato la proposta americana. Tuttavia, la Russia si asterrà dai bombardamenti solamente fino a domani. Peskov ha infatti spiegato: «Il presidente Trump ha effettivamente chiesto personalmente al presidente Putin di astenersi dall’attaccare Kiev per una settimana, fino al 1° febbraio, al fine di creare condizioni favorevoli ai negoziati». A questo proposito, l’inviato speciale dello zar, Kirill Dmitriev, è atteso oggi a Miami per incontrare membri dell’amministrazione Usa.
Il leader ucraino, Volodymyr Zelensky , ha rivelato che giovedì pomeriggio «sono stati colpiti proprio gli impianti energetici in diverse regioni». Prima della conferma del Cremlino, Zelensky aveva spiegato che quanto annunciato giovedì da Trump fosse «più un’opportunità, anziché un accordo». In ogni caso aveva dato la disponibilità da parte ucraina: «Se Mosca interromperà gli attacchi alle infrastrutture energetiche dell’Ucraina, Kiev in cambio si asterrà dal colpire i siti energetici russi». Più tardi ha precisato che nella notte «non ci sono stati attacchi contro obiettivi energetici» da parte di Mosca. Ma, secondo quanto rivelato da Zelensky, la Russia sta indirizzando i suoi raid «contro la logistica». E nonostante il Cremlino abbia accolto la tregua in vista dei negoziati ad Abu Dhabi, non è nemmeno certo che si terranno domani. A sollevare il dubbio di fronte ai giornalisti è stato lo stesso Zelensky: «La data o il luogo potrebbero cambiare perché, a nostro avviso, sta succedendo qualcosa nella situazione tra gli Stati Uniti e l’Iran. E questi sviluppi potrebbero probabilmente influire sulle tempistiche». Peraltro, ha precisato che è importante che al round di colloqui partecipino sempre le stesse delegazioni per monitorare meglio gli sviluppi su quanto precedentemente concordato.
A essere sicuramente rimandato è il faccia a faccia tra i due protagonisti della guerra. Dopo che lo zar russo ha accettato di vedere Zelensky a Mosca, il leader ucraino ha rilanciato: «Per me è impossibile incontrare Putin a Mosca. Sarebbe come incontrarlo a Kiev. Posso anche invitarlo a Kiev, lasciarlo venire. Lo inviterò pubblicamente, se ha coraggio».
Ma Zelensky ha puntato il dito anche contro l’Europa: è colpevole, a suo dire, di aver lasciato scoperta la difesa ucraina proprio mentre i raid russi spingevano l’Ucraina «sull’orlo del blackout». Ha raccontato che i missili intercettori Pac-3, essenziali per i sistemi Patriot, sarebbero arrivati con un giorno di ritardo perché «la tranche dell’iniziativa Purl (Prioritised Ukraine requirements list) non era stata pagata» agli Stati Uniti e quindi «i missili non sono arrivati». E sarebbe questo il motivo che ha portato il leader di Kiev a lanciare l’invettiva contro gli europei dal palco del World economic forum di Davos la scorsa settimana. A criticare però quanto detto da Zelensky sono stati due funzionari occidentali: al Financial Times hanno rivelato che le dichiarazioni del presidente ucraino non sono corrette. E anche un funzionario della Nato ha affermato che il Purl «continua a fornire equipaggiamento statunitense cruciale all’Ucraina, finanziato da alleati e partner della Nato» in modo costante.
A tenere banco è anche la questione del processo accelerato per l’adesione dell’Ucraina all’Ue. Zelensky, a tal proposito, ha rimarcato: «Ho chiesto ai nostri diplomatici: quando saremo pronti? Tecnicamente, nel 2027». A suo dire il «processo accelerato» è necessario per Kiev, visto che «gli altri Paesi candidati non sono in guerra». Dall’altra parte, il premier ungherese, Viktor Orbán, ha continuato a lanciare avvertimenti: «Se l’Ucraina diventa un membro dell’Ue ci sarà la guerra in Europa». A commentare l’ipotetica adesione dell’Ucraina è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Ora è importante raggiungere la pace. L’Ue sarà parte dell’intesa finale».
- Gli Usa alzano il pressing sull’Iran con dieci navi da guerra. I russi pronti a evacuare la centrale nucleare di Bushehr.
- Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche. Kallas: «La repressione non sia impunita». Nuovo pacchetto di sanzioni da Bruxelles.
Lo speciale contiene due articoli.
L’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sull’Iran. Ieri, Washington ha portato a un totale di dieci unità le navi da guerra schierate in Medio Oriente. Dall’altra parte, le forze armate della Repubblica islamica hanno ricevuto un lotto di mille droni. «In linea con le minacce future, l’esercito mantiene e potenzia i suoi vantaggi strategici per un combattimento rapido e per imporre una risposta schiacciante contro qualsiasi aggressore», ha dichiarato il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami. Non solo. Teheran ha altresì annunciato che, la settimana prossima, effettuerà delle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. «Oggi dobbiamo essere preparati a uno stato di guerra. La nostra strategia è che non inizieremo mai una guerra, ma se verrà imposta, ci difenderemo», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, che ha poi invocato delle «garanzie» per eventuali negoziati con Washington. Reuters ha intanto riferito che il regime di Ali Khamenei starebbe attuando una campagna di arresti di massa per dissuadere il sorgere di nuove proteste.
Che la tensione complessiva stia aumentando è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha reso noto che Mosca sarebbe pronta a ritirare il personale russo dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, mentre la stessa Ankara si sta preparando all’ipotesi di un attacco statunitense contro la Repubblica islamica. «Se gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e il regime cadesse, la Turchia sta pianificando ulteriori misure per rafforzare la sicurezza del confine», ha affermato un funzionario turco.
È nel mezzo di queste fibrillazioni che si sono registrate varie manovre diplomatiche. Axios ha riferito che, entro la fine di questa settimana, alti funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington per discutere della crisi iraniana. Mosca, dal canto suo, sta cercando di calmare le acque. «Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di Iran ha parlato, ieri, anche Vladimir Putin nell’incontro che ha avuto con il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed al-Nahyan. Non è del resto un mistero che, dopo aver perso un alleato chiave come Bashar al Assad in Siria, la Russia tema adesso di veder crollare anche il regime khomeinista.
Tutto questo, mentre, mercoledì, il vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Pavan Kapoor, si è recato a Teheran per incontrare il suo omologo iraniano, Ali Bagheri Kani. Dall’altra parte, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è sentito al telefono ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel frattempo, oggi il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, si recherà ad Ankara: il suo obiettivo è quello di far leva sulla Turchia per scongiurare un eventuale attacco statunitense. Del resto, l’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack.
Insomma, l’incremento della tensione e tutta questa fibrillazione diplomatica evidenziano che potrebbe succedere presto qualcosa. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra che, negli ultimi giorni, la frustrazione di Trump nei confronti di Teheran sia aumentata. Il presidente americano, in particolare, sarebbe irritato dalla mancanza di progressi nelle trattative inerenti a due delicate questioni: quella del programma nucleare e quella del programma balistico. Ragion per cui, sarebbe al momento orientato all’opzione militare contro la Repubblica islamica: il che significherebbe probabilmente un attacco o ad alcuni siti atomici o agli impianti per la fabbricazione missilistica. In quest’ottica, il presidente americano potrebbe decidere di ordinare un’azione militare proprio per mettere gli ayatollah con le spalle al muro, costringendoli a cedere alle sue richieste negoziali. «Hanno tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari. Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta dal dipartimento della Guerra, proprio come abbiamo fatto questo mese in Venezuela», ha detto, ieri sera, il capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Ma non è tutto. Sul tavolo, secondo la Cnn, ci sarebbero anche azioni militari mirate contro i leader del regime khomeinista. E qui veniamo a un punto cruciale. Più che a un regime change classico, Trump sarebbe interessato ad adottare con l’Iran una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime, per poi scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima però di averlo adeguatamente addomesticato. L’obiettivo sarebbe quello di esercitare la pressione per riorientare la politica estera di Teheran: esattamente quello che la Casa Bianca sta facendo a Caracas, in nome della cosiddetta «coercizione senza proprietà».
Una strategia, questa, che consentirebbe a Washington di tutelare gli interessi nazionali, evitando al contempo che gli Usa si ritrovino direttamente impelagati in qualche pantano militare. Trump ha d’altronde sempre nutrito significativo scetticismo verso i processi di nation building. Chiaramente, al netto di alcuni parallelismi, la situazione venezuelana non è completamente sovrapponibile a quella iraniana.
Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche
«La repressione non può rimanere impunita». Con queste parole Kaja Kallas ha commentato la svolta impressa dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che hanno compiuto un passo ritenuto ormai irreversibile: l’avvio del processo per inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Un regime che elimina migliaia di cittadini al proprio interno - ha scritto Kallas - sta preparando la propria fine».
Allo stesso tempo, il consiglio Affari esteri ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di misure restrittive contro Teheran. Secondo fonti diplomatiche europee, le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni per 21 soggetti: 15 persone fisiche e sei entità coinvolte nella repressione delle proteste interne, oltre a dieci individui legati alla fornitura di armamenti iraniani alla Russia, impiegati nella guerra in Ucraina. Le sanzioni individuali sono state approvate formalmente all’apertura dei lavori dei Ventisette, riuniti a Bruxelles.
Diverso, ma strettamente collegato, il percorso che riguarda la designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione come organizzazione terroristica. La decisione finale è attesa in una fase successiva, anche se - secondo fonti europee - diversi Stati membri avrebbero già espresso il proprio assenso. Un orientamento confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «È emerso il consenso sulla definizione dei pasdaran come organizzazione terroristica, ma questo non significa che non si debba dialogare con Teheran». Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito «storica», in un’intervista televisiva, la possibilità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera dell’Ue. «È una richiesta avanzata dall’Eurocamera fin dal 2023 - ha ricordato - e oggi ciò che sembrava irrealizzabile diventa finalmente possibile». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato l’Europa di contribuire all’escalation delle tensioni regionali e ha definito la decisione un grave errore strategico: «Diversi Paesi stanno attualmente cercando di evitare lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo. L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco», ha scritto su X il capo della diplomazia di Teheran. Per l’ambasciatore in Italia dello Stato di Israele, Jonathan Peled, «è una decisione storica dell’Unione europea che chiama le cose con il loro nome. I Guardiani della Rivoluzione iraniana sono il principale motore del terrorismo e dell’instabilità. Esprimiamo il nostro apprezzamento per il contributo apportato dall’Italia a una decisione dell’Ue che costituisce un passo decisivo sulla via della responsabilità e della sicurezza».
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nasce nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, su impulso diretto della nuova leadership religiosa. La sua missione ufficiale è «difendere e diffondere i principi della rivoluzione islamica». Oltre al controllo interno, il Corpo rappresenta lo strumento principale della proiezione regionale iraniana. Attraverso la Forza Quds, unità specializzata nelle operazioni esterne, Teheran sostiene e coordina alleati come Hezbollah in Libano e le milizie sciite Hashd al-Shaabi in Iraq. La stessa Forza Quds è sospettata di aver preso parte a numerose attività clandestine sul suolo europeo, tra cui un attentato contro una sinagoga a Bochum, in Germania, nel 2021: un episodio che costituisce la base giuridica utilizzata per avviare la procedura di designazione terroristica a livello Ue.
Una decisione attesa da anni dall’opposizione iraniana. Azar Karimi, portavoce dell’associazione Giovani iraniani in Italia, parla di «un passaggio storico»: «L’Ue riconosce ciò che il popolo iraniano denuncia da 47 anni: repressione, violenza, terrorismo e violazioni sistematiche dei diritti umani. È una vittoria morale e politica per milioni di iraniani. Non cancella il dolore, ma manda un segnale chiaro: questo regime è agli sgoccioli. È un momento di speranza, responsabilità e memoria».





