Torna a traballare il processo diplomatico tra Washington e Teheran. Ieri mattina, gli Stati Uniti hanno effettuato alcuni attacchi contro l’Iran come ritorsione all’abbattimento di un elicottero statunitense da parte del regime khomeinista. I pasdaran, per reazione, hanno usato dei droni contro la Quinta flotta americana in Bahrein per poi lanciare missili ai danni delle basi di Washington presenti in Giordania e Kuwait.
Poche ore dopo, Donald Trump si è mostrato spazientito. «L’esercito iraniano è un disastro totale. Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: è stato completamente sconfitto», ha dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è solo chiacchiere e niente fatti. Il bullo del Medio Oriente è morto! Ci hanno messo troppo tempo a negoziare un accordo che sarebbe stato ottimo per loro, ora dovranno pagarne il prezzo». Non solo. Sempre ieri, il presidente americano ha elogiato il blocco navale imposto ai porti iraniani e, parlando con Fox News, è tornato a ventilare l’ipotesi di ordinare attacchi contro le infrastrutture civili della Repubblica islamica in caso di mancata intesa. A replicare all’inquilino della Casa Bianca è stato il portavoce delle forze armate iraniane, Abolfazl Shekarchi, secondo cui Teheran «non farà un passo indietro». Anche il presidente iraniano, Masoud Pezehskian, ha detto che la Repubblica islamica «rimarrà ferma» davanti alla pressione degli Stati Uniti.
Come che sia, Trump, al netto delle minacce, non ha chiuso la porta alla diplomazia. «Dovrebbero firmare l’accordo, è un buon accordo», ha affermato, sostenendo che la proposta in discussione sarebbe stata «completamente negoziata» e che impedirebbe a Teheran di «avere mai un’arma nucleare». «Vogliamo un accordo significativo, vogliamo un accordo che funzioni», ha continuato, per poi aggiungere: «Vedremo cosa succederà, ma ieri li abbiamo colpiti duramente e li colpiremo di nuovo duramente oggi... E vedremo cosa succederà con l’accordo. Eravamo davvero vicini all’accordo, ma continuano a prenderci in giro, continuano a farci fessi».
Il presidente americano ha anche detto che gli Stati Uniti stanno «prelevando milioni di barili di petrolio» dall’Iran. «Sono stati prelevati milioni di barili di petrolio ed è per questo che il prezzo è di 85-90 dollari al barile invece di 250 dollari», ha aggiunto. Nel frattempo, Centcom ha reso noto di aver aperto il fuoco e di aver messo fuori uso una petroliera, battente bandiera di Palau, che aveva cercato di forzare il blocco navale statunitense, trasportando greggio fuori dalla Repubblica islamica. In tutto questo, una fonte del governo israeliano ha riferito ieri al Times of Israel che Trump e Benjamin Netanyahu sarebbero «perfettamente coordinati» per quanto concerne gli ultimi attacchi all’Iran. Tuttavia, sempre ieri, il presidente americano ha definito l’omologo turco, Recep Tayyip Erdogan, un «ottimo amico»: parole che non è detto saranno gradite al premier israeliano, visti i pessimi rapporti di Gerusalemme con Ankara.
Ciò detto, al netto della tensione, ieri i negoziatori del Qatar si sono recati in Iran per cercare di mediare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. Ciò non ha comunque impedito al ministero degli Esteri di Doha di condannare gli attacchi sferrati dal regime khomeinista in Bahrein, Kuwait e Giordania, parlando di «flagrante violazione» della loro sovranità. Una posizione, quella del governo qatariota, di fatto condivisa anche dall’Arabia Saudita. Nel frattempo, la questione del nucleare iraniano sta tornando sotto i riflettori. Ieri, l’Aiea ha approvato una risoluzione, sostenuta dagli Stati Uniti, che invoca l’accesso ai siti atomici della Repubblica islamica. Un documento che è stato tuttavia bollato come «controproducente» dall’ambasciatore iraniano a Vienna, Reza Najafi. «Complica ulteriormente la situazione instabile, il cessate il fuoco precario e i negoziati ancora incompiuti tra Iran e Stati Uniti», ha aggiunto.
Insomma, la situazione complessiva si sta facendo sempre più traballante. Il processo diplomatico è ancora in piedi ma rischia seriamente di deragliare. Frattanto, l’Idf ha reso noto ieri di aver colpito vari obiettivi di Hezbollah nel Libano meridionale. Non dimentichiamo che la questione libanese si interseca con i negoziati tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha infatti subordinato il raggiungimento di un accordo con Washington alla conclusione degli attacchi israeliani nel Paese dei Cedri. Se da una parte ha necessità di raffrenare Netanyahu, Trump, dall’altra, ha bisogno di isolare i pasdaran: non è del resto un mistero che costoro stiano remando contro la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Il punto è che, sì, il presidente americano ha necessità di terminare il conflitto per abbassare il costo dell’energia. Al contempo, però, la linea dura delle Guardie della rivoluzione impedisce un allentamento della pressione statunitense: una pressione che, tra le sanzioni e il blocco navale, sta indebolendo significativamente il regime khomeinista sul fronte economico. Al contempo, è possibile che, negli Stati Uniti, i falchi, come il senatore repubblicano Lindsey Graham, cercheranno di spingere la Casa Bianca a riprendere la guerra con Teheran, tentando così di isolare il vicepresidente statunitense J.D. Vance, che è da sempre maggiormente propenso alla soluzione diplomatica.
Continuano a registrarsi fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e il governo israeliano. «Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa», ha dichiarato il presidente americano, riferendosi a Benjamin Netanyahu. «Tutto quello che ho detto a Netanyahu è che dobbiamo usare il buon senso, siamo vicini a firmare un accordo molto importante», ha aggiunto, per poi negare che il premier israeliano lo avesse «sfidato».
Il riferimento era al fatto che, lunedì mattina, lo Stato ebraico aveva condotto alcuni attacchi contro l’Iran, nonostante Trump, alcune ore prima, avesse cercato di dissuadere Netanyahu dall’agire in tal senso. Lunedì pomeriggio, i due leader si erano sentiti telefonicamente e, dopo il colloquio, Israele aveva annunciato che, su richiesta dell’inquilino della Casa Bianca, avrebbe interrotto ulteriori azioni militari contro la Repubblica islamica. Successivamente, Trump ha raccontato di aver minacciato di lasciare Gerusalemme da sola contro Teheran, qualora Netanyahu avesse ripreso la guerra con il regime khomeinista.
Sempre ieri, a far emergere le tensioni tra la Casa Bianca e il premier israeliano è stato anche JD Vance. «Usa e Israele hanno molti interessi in comune, ma ci sono anche alcune situazioni in cui i nostri interessi divergono», ha dichiarato ieri, per poi aggiungere che un accordo tra Washington e Teheran rappresenterebbe un «successo clamoroso per il popolo americano». «A Israele potrebbe piacere o meno, ma fondamentalmente riteniamo che questo sia nel miglior interesse degli Usa», ha proseguito. Vale a tal proposito la pena di ricordare come Vance storicamente rappresenti, all’interno dell’amministrazione statunitense, la figura forse meno morbida nei confronti di Netanyahu. Inoltre, il numero due della Casa Bianca è stato incaricato da Trump di guidare i negoziati diplomatici con l’Iran. Vance ha del resto tutto l’interesse a concludere un’intesa con Teheran. Innanzitutto, il vicepresidente è espressione di quella parte di mondo Maga che non nutre troppa simpatia per i coinvolgimenti militari all’estero. In secondo luogo, se riuscisse ad avere successo nella diplomazia iraniana, potrebbe rafforzarsi politicamente in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.
In questo quadro, Trump ha detto ieri che l’intesa tra Washington e Teheran potrebbe essere raggiunta «in due o tre giorni», aggiungendo che, in caso, Hormuz verrebbe riaperto «immediatamente». In particolare, il presidente ha parlato di un «ottimo accordo che non permetterà in alcun modo la diffusione delle armi nucleari». Se l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, ha auspicato che le parti pervengano «presto» a un’intesa definitiva, fonti del governo pakistano hanno tuttavia fatto sapere di ritenere «improbabile» una svolta diplomatica entro pochi giorni. Nel frattempo, secondo Sky News Arabia, Teheran avrebbe sottoposto ieri all’amministrazione Trump una bozza di accordo che, stando ad alcune indiscrezioni, prevedrebbe un’estensione della tregua, la riapertura di Hormuz, paletti al nucleare iraniano e un parziale allentamento delle sanzioni statunitensi. La stessa fonte ha riferito che Washington avrebbe accettato la proposta «in linea di principio». Ciononostante, nella serata di ieri, la situazione tra Usa e Iran è tornata a farsi turbolenta. «Sono appena stato informato dalle nostre Forze armate che la scorsa notte gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi elicotteri Apache mentre pattugliavano lo Stretto di Hormuz. A bordo c’erano due piloti, entrambi sani e salvi», ha affermato Trump su Truth, per poi aggiungere: «Gli Usa devono necessariamente rispondere a questo attacco».
In attesa di ulteriori sviluppi, il presidente americano resta per ora propenso a concludere il conflitto per varie ragioni. Innanzitutto vuole evitare un pantano e, in secondo luogo, ha urgenza di far abbassare il costo dell’energia: l’alto prezzo della benzina negli Usa rappresenta infatti una vulnerabilità per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu, dal canto suo, ha sempre guardato con sospetto ai negoziati tra Washington e Teheran. Inoltre, man mano che si avvicinano le elezioni di ottobre per la Knesset, il premier israeliano è sotto pressione da parte dell’opposizione per mantenere la linea dura contro Hezbollah. Il punto è che l’Iran ha ripetutamente subordinato il raggiungimento di un accordo con gli Usa alla conclusione delle operazioni belliche israeliane in Libano. E proprio il Libano ha, non a caso, rappresentato, nelle scorse settimane, il principale scoglio nei rapporti tra Trump e Netanyahu. A questo rischia di aggiungersi il fatto che il Pentagono avrebbe aumentato le proprie preoccupazioni per le attività di spionaggio israeliane ai danni degli Usa: attività che avrebbero in particolare colpito, secondo il New York Times, alcuni dei funzionari americani coinvolti nelle trattative con l’Iran (a partire da Steve Witkoff).
Si fa sempre più traballante l’asse tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ieri mattina, Israele ha condotto degli attacchi contro obiettivi militari iraniani in risposta a un precedente attacco missilistico che Teheran aveva effettuato ai danni dello Stato ebraico.
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.





