È una distensione assai traballante - e a tratti contraddittoria - quella in corso tra Washington e Teheran. Ieri, a Muscat, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, hanno tenuto dei colloqui indiretti con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.
Gli incontri, mediati dal governo dell’Oman, hanno avuto luogo in due sessioni: una mattutina e un’altra pomeridiana. «Si sono tenuti colloqui molto seri di mediazione tra Iran e Stati Uniti oggi a Muscat. Sono stati utili per chiarire le idee sia iraniane che americane e individuare aree di potenziale progresso. Puntiamo a riunirci nuovamente a tempo debito, con i risultati che saranno attentamente valutati a Teheran e Washington», ha dichiarato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr bin Hamad Al Busaidi, dopo la conclusione dei colloqui.
Eppure, se Teheran ha espresso una certa soddisfazione per l’incontro di ieri, Washington si è mostrata molto più fredda. Da una parte, Araghchi, che vedrà oggi il primo ministro qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha definito «positivo» il risultato dei colloqui, specificando che i negoziati proseguiranno. «Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni», ha anche detto, per poi specificare che le trattative con gli Stati Uniti riguarderebbero soltanto la questione nucleare. Se confermato, ciò si discosterebbe nettamente dai desiderata di Washington che, negli scorsi giorni, aveva fatto sapere di voler discutere anche di altri dossier: dal programma balistico di Teheran ai rapporti di quest’ultima con i suoi proxy regionali. Non solo: secondo il Wall Street Journal, Araghchi, nel corso del vertice, avrebbe altresì respinto la richiesta americana di bloccare il processo di arricchimento dell’uranio iraniano.
Non è quindi escluso che gli Stati Uniti non siano troppo contenti. Sotto questo aspetto, è significativo il fatto che, quando La Verità andava in stampa ieri sera, Washington non avesse ancora rilasciato un commento sui colloqui di Muscat: colloqui, dopo la cui conclusione l’America ha, anzi, imposto nuove sanzioni a 15 entità e a 14 navi, coinvolte nel commercio petrolifero iraniano. «Finché il regime iraniano tenterà di eludere le sanzioni e di generare entrate dal petrolio e dai prodotti petrolchimici per finanziare il suo comportamento oppressivo e sostenere attività terroristiche e proxy, gli Stati Uniti agiranno per inchiodare alle loro responsabilità sia il regime iraniano che i suoi partner», ha affermato, a tal proposito, il governo statunitense.
Insomma, al netto del rilancio della diplomazia, il quadro complessivo resta teso. Basti pensare che, appena poche ore prima dell’inizio dei colloqui in Oman, il Dipartimento di Stato americano aveva esortato i cittadini statunitensi presenti in Iran a lasciare il Paese. Inoltre, il regime khomeinista non sembra granché compatto al suo interno per quanto riguarda la linea da seguire nei rapporti con gli Stati Uniti. Se Araghchi sembra spingere per il negoziato, i pasdaran stanno cercando di sabotare la distensione: l’altro ieri, hanno sequestrato due petroliere nel Golfo Persico, schierando inoltre un nuovo missile balistico a medio raggio in una base sotterranea. Infine, bisogna fare attenzione ai precedenti storici. Anche l’anno scorso, i negoziati tra Washington e Teheran erano partiti beni: a un certo punto, sembrava addirittura che un accordo sul nucleare tra le due capitali fosse a portata di mano. Poi, però, il processo si incagliò sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Si entrò così in uno stallo che avrebbe infine portato, nel mese di giugno, all’attacco americano contro i siti atomici iraniani.
La situazione complessiva resta ricca di fibrillazioni. E Israele si fa sempre più irrequieto. Ynet ha riferito ieri che i vertici militari dello Stato ebraico avrebbero discusso di una possibile operazione contro l’Iran, in caso di un attacco bellico statunitense.
Alla fine l’incontro si terrà. Oggi, a Muscat, l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il genero di Donald Trump, Jared Kushner, avranno dei colloqui con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Nel pomeriggio di mercoledì, sembrava che il vertice odierno sarebbe saltato. Axios aveva infatti riferito che Teheran si era tirata indietro dopo che Washington si era rifiutata di accettare le pretese iraniane sia di trasferire la sede negoziale dalla Turchia all’Oman sia di dettare l’agenda degli argomenti da discutere. Poi, nella tarda serata di mercoledì stesso, Usa e Iran si sono nuovamente accordati.
Stando ad Axios, ciò sarebbe accaduto anche a seguito del pressing che i Paesi arabi avrebbero esercitato sulla Casa Bianca. Inoltre, ieri, Trump ha affermato che l’Iran starebbe trattando, temendo un’azione militare statunitense. «Non vogliono che li colpiamo. Stanno negoziando», ha detto più o meno mentre, stando alla Bbc, Washington stava dispiegato nuovi rinforzi aerei in Medio Oriente.
In questo quadro, secondo Al Jazeera, Qatar, Turchia ed Egitto avrebbero approntato una bozza di accordo, sulla cui base l’Iran accetterebbe di non arricchire l’uranio durante l’arco di un triennio, per poi fermarsi a una soglia inferiore all’1,5%. Teheran si impegnerebbe inoltre a non armare più i propri proxy regionali e a non utilizzare i missili balistici. Infine, il regime khomeinista sottoscriverebbe un patto di non aggressione con Washington. Almeno fino a ieri sera, né gli americani né gli iraniani avevano commentato la bozza di accordo, che contiene elementi difficili da digerire per entrambi. Gli ayatollah sono infatti restii a rinunciare all’arricchimento dell’uranio e a rompere i rapporti con i loro proxy, mentre gli Usa vorrebbero delle ferree limitazioni al numero e alla gittata dei missili balistici iraniani. A questo si aggiunga che, mentre Washington oggi punta a discutere di vari argomenti, Teheran - oltre a pretendere ieri «serietà, realismo e responsabilità» dalla Casa Bianca - ha fatto a più riprese sapere di voler parlare esclusivamente di energia atomica.
Insomma, in attesa dei colloqui, la diplomazia resta sospesa, mentre i pasdaran, da sempre fautori della linea dura nei confronti di Washington, stanno alimentando la tensione. Ieri, le Guardie della rivoluzione non solo hanno sequestrato nel Golfo Persico due petroliere (la cui nazionalità non è ancora stata resa nota) ma hanno anche dispiegato, in una base sotterranea, il nuovo missile balistico a medio raggio, Khorramshahr-4. In questo quadro, lo Stato ebraico sta diventando sempre più irrequieto. Non a caso, Benjamin Netanyahu ha riunito ieri il consiglio di sicurezza per discutere dei colloqui previsti oggi in Oman: colloqui rispetto a cui il premier israeliano si mantiene fondamentalmente guardingo, non fidandosi degli ayatollah. In particolare, Gerusalemme teme non soltanto le ambizioni nucleari di Teheran, ma anche il suo programma balistico, oltre al sostegno che la Repubblica islamica continua a fornire ai propri proxy regionali.
Dall’altra parte, Turchia, Egitto e Qatar proseguono nel tessere la loro tela diplomatica. «Stiamo facendo tutto il possibile per impedire che queste tensioni tra Stati Uniti e Iran trascinino la regione verso un nuovo conflitto e caos. Ci stiamo lavorando. Abbiamo chiaramente espresso la nostra opposizione a un intervento militare in Iran. Vedo che le parti stanno dando spazio alla diplomazia, e questo è uno sviluppo positivo», ha affermato Recep Tayyip Erdogan. Anche l’Egitto ha auspicato che l’incontro odierno in Oman possa portare a delle «soluzioni diplomatiche e politiche». Dal canto suo, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim bin Jaber Al Thani, ha ricevuto, ieri sera, Witkoff e Kushner. Insomma, la diplomazia procede. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa.
A che gioco sta giocando l’Iran? Quando ormai il processo diplomatico sembrava avviato, Teheran ha iniziato a porre degli ostacoli. Ieri, Axios ha riferito che la Repubblica islamica avrebbe chiesto di cambiare la sede dei colloqui di venerdì con gli Stati Uniti. In particolare, l’Iran vorrebbe che si tenessero in Oman, anziché a Istanbul, come precedentemente concordato. La stessa testata ha riportato che una tale richiesta potrebbe mandare a monte la ripresa dei negoziati, irritando Donald Trump e spingendolo di nuovo verso lo scenario dell’opzione militare.
Non solo. Sempre ieri, il Wall Street Journal ha riferito non solo che gli iraniani starebbero «minacciando di ritirarsi» dalle imminenti trattative ma anche che alcune loro motovedette armate si sono avvicinate a una petroliera statunitense nello Stretto di Hormuz: una manovra che lo stesso quotidiano newyorchese ha definito una «provocazione». Come se non bastasse, un caccia F-35 ha abbattuto un drone iraniano che, secondo Washington, si stava avvicinando «aggressivamente» alla portaerei statunitense Abraham Lincoln.
Insomma, non è che il clima complessivo appaia granché disteso. Fino a ieri mattina, fervevano i preparativi per il vertice di Istanbul, a cui dovrebbero (o avrebbero dovuto) partecipare venerdì l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il genero di Donald Trump, Jared Kushner, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Non solo. Al meeting erano stati invitati anche i rappresentanti di vari Paesi arabi: rappresentanti di cui Teheran avrebbe invece chiesto ieri l’esclusione, per limitare la discussione al solo tema del nucleare. La Repubblica islamica vorrebbe infatti evitare di affrontare la questione della propria strategia regionale: un dossier, quest’ultimo, che chiamerebbe ovviamente in causa il ruolo destabilizzatore dei suoi proxy. Il quadro è mutato più o meno nelle stesse ore in cui, ieri, Witkoff si stava incontrando con Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.
Il faccia a faccia tra i due era stato chiesto dallo stesso premier israeliano che ha intenzione di coordinarsi con Washington prima dell’eventuale avvio dei negoziati tra americani e iraniani. In particolare, lo Stato ebraico vuole sincerarsi che gli Stati Uniti premano affinché Teheran ceda su tre punti: stop al processo di arricchimento dell’uranio, ferrea limitazione al programma balistico e rottura dei rapporti con i vari proxy. Inoltre, stando ad Axios, almeno fino al pomeriggio italiano di ieri, Trump, differentemente da Israele, sarebbe stato freddo rispetto all’ipotesi di un attacco militare contro la Repubblica islamica. Bisognerà però vedere se l’atteggiamento di ostruzione mostrato dall’Iran porterà il presidente americano a riconsiderare la sua posizione in merito. «L’Iran ha ripetutamente dimostrato che non ci si può fidare delle sue promesse», ha comunque dichiarato l’ufficio di Netanyahu, ieri, al termine del colloquio tra il premier israeliano e Witkoff.
Come che sia, almeno per il momento, Washington ha confermato che i colloqui con Teheran si terranno. «Ho appena parlato con l’inviato speciale Witkoff e questi colloqui, al momento, sono ancora in programma», ha affermato, nella serata italiana di ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt. «Il presidente Trump vuole sempre puntare prima sulla diplomazia, ma ovviamente per ballare il tango ci vogliono due persone», ha aggiunto, senza però escludere il ricorso a un attacco militare. «Il presidente, in qualità di comandante in capo, ha una serie di opzioni sul tavolo per quanto riguarda l’Iran», ha infatti precisato.
Non è del resto un mistero che l’inquilino della Casa Bianca voglia utilizzare la pressione militare per negoziare da una posizione di forza. Non a caso, negli scorsi giorni, ha schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltre a una serie di sistemi di difesa aerea. Ricordiamo che, a giugno, Trump ordinò l’attacco contro tre siti nucleari iraniani dopo che i negoziati sull’energia atomica con gli ayatollah si erano incagliati. Non si può quindi escludere che, qualora Teheran dovesse continuare con la sua linea ondivaga, la Casa Bianca decida di seguire il copione di giugno.
Del resto, ieri, sia il Qatar che gli Emirati arabi hanno auspicato una soluzione diplomatica. Recep Tayyip Erdogan si è anche recato a Riad per incontrare Mohammad bin Salman e discutere con lui della crisi iraniana. Il punto è che vari attori mediorientali auspicano, sì, un abbassamento della tensione, ma, dall’altra parte, temono le ambizioni nucleari di Teheran, oltre alle operazioni destabilizzatrici dei suoi proxy. È quindi all’interno di questo groviglio che il presidente americano è chiamato a prendere una decisione. Fermo sempre restando che, al suo interno, il regime khomeinista è assai meno monolitico di quanto voglia far credere: chissà quindi che le fibrillazioni di ieri non siano nate dalle tensioni intestine anziché da una strategia chiara.





