Nonostante le difficoltà, il processo diplomatico tra Washington e Teheran non si sarebbe del tutto incagliato. Ieri sera, Channel 12 riferiva che si sarebbero tenuti dei colloqui indiretti, mediati dal Pakistan, tra il vicepresidente americano, JD Vance, e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’ultimo scambio di messaggi sarebbe avvenuto martedì: nell’occasione, il numero due della Casa Bianca avrebbe proposto una tregua in cambio dell’apertura di Hormuz.
In questo quadro, durante un discorso alla nazione tenuto mercoledì sera, Donald Trump, pur non escludendo un ulteriore aumento della pressione militare, ha lasciato intendere di voler accelerare l’exit strategy dall’Iran. «Stiamo smantellando sistematicamente la capacità del regime di minacciare l’America. Ciò significa eliminare la marina iraniana, che ora è completamente distrutta, danneggiare la loro aviazione e il loro programma missilistico a livelli mai visti prima e annientare la loro base industriale della difesa», ha affermato, cercando poi di rassicurare i cittadini americani sul fronte dell’economia.
«Gli Stati Uniti non sono mai stati così ben preparati economicamente ad affrontare questa minaccia. Lo sapete tutti. Abbiamo costruito l’economia più forte della storia», ha dichiarato, per poi proseguire: «Grazie al nostro programma di trivellazione, l’America ha un sacco di gas. Ne abbiamo tantissimo. Sotto la mia guida, siamo il primo produttore di petrolio e gas al mondo, senza nemmeno parlare dei milioni di barili che riceviamo dal Venezuela». «Gli Stati Uniti non importano quasi petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz e non ne importeranno in futuro. Non ne abbiamo bisogno», ha continuato, precisando che a occuparsi dello Stretto dovrebbero essere i Paesi che lo usano per importare greggio. «E in ogni caso», ha chiosato, «quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto si aprirà naturalmente».
Trump ha infine parlato del futuro del conflitto: ha affermato che sarebbero in corso dei colloqui, ma non ha escluso delle pesanti ritorsioni in caso di mancato accordo. «Grazie ai progressi che abbiamo fatto, posso affermare stasera che siamo sulla buona strada per completare a breve tutti gli obiettivi militari americani. Molto a breve», ha dichiarato. «Nelle prossime due o tre settimane, li colpiremo duramente. Li riporteremo all’età della pietra, che è il loro posto. Nel frattempo, le trattative sono in corso», ha aggiunto. «Non abbiamo mai parlato di cambio di regime, ma il cambio di regime si è verificato a causa della morte di tutti i loro leader di prima. Sono tutti morti. Il nuovo gruppo è meno radicale e molto più ragionevole. Tuttavia, se in questo periodo non si raggiungerà un accordo, abbiamo messo gli occhi su obiettivi chiave. Se non ci sarà un accordo, colpiremo duramente e probabilmente simultaneamente tutte le loro centrali elettriche», ha continuato. Del resto, anche ieri, ha esortato l’Iran a concludere un accordo «prima che sia troppo tardi».
Nel frattempo, l’agenzia di stampa iraniana Mehr ha replicato a Trump, sottolineando che i persiani sconfissero l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa nel 260. In questo quadro, il Washington Post ha riferito che, la settimana scorsa, il Pentagono avrebbe sottoposto a Trump un piano per sequestrare circa 450 chili di uranio arricchito in Iran: un piano che, in particolare, prevedrebbe «il trasporto aereo di attrezzature per lo scavo e la costruzione di una pista di atterraggio per aerei cargo in grado di trasportare il materiale radioattivo». Questo indica che, nonostante stia cercando di uscire al più presto dal conflitto, Trump non ha ancora escluso la possibilità di impiegare truppe sul terreno. Frattanto, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo: Mosca ha intenzione di chiedere un cessate il fuoco durante l’evacuazione del proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr. Tutto questo, mentre ieri Vladimir Putin si è sentito con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman. Al contempo, il Cremlino ha annunciato che lo Stretto di Hormuz sarebbe aperto per la Russia.
Trump, dal canto suo, ha comunque urgenza di chiudere il conflitto per abbassare il costo dell’energia e rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. E sempre in quest’ottica va probabilmente letto il fatto che il presidente abbia annunciato ieri il siluramento della procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi. «Il nostro vice procuratore generale, un giurista di grande talento e stima, Todd Blanche, assumerà la carica di procuratore generale ad interim», ha dichiarato Trump su Truth. Del resto, i rapporti tra il presidente e la Bondi erano diventati tesi soprattutto a causa della gestione confusa dei file di Jeffrey Epstein da parte della diretta interessata: un tema, questo, che aveva irritato la base Maga. Inoltre, secondo il Guardian, Trump starebbe considerando l’ipotesi di licenziare anche la direttrice dell’Intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard: la tensione tra i due sarebbe sorta dopo il recente siluramento del direttore del Centro nazionale per il controterrorismo, Joe Kent, per dissidi sulla guerra in Iran.
Donald Trump punta a chiudere la guerra in Iran al più presto. È stato lui stesso a dichiararlo, ieri, parlando con il New York Post. «Non resteremo lì ancora per molto. Li stiamo annientando completamente», ha affermato, per poi aggiungere: «Non avranno un’arma nucleare. Quando ce ne andremo, lo Stretto si riaprirà automaticamente», ha aggiunto, riferendosi a Hormuz.
Parole, quelle di Trump, arrivate dopo che il Wall Street Journal aveva rivelato che il presidente fosse intenzionato a chiudere il conflitto «anche se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso». D’altronde, sempre ieri, Trump è tornato a mostrare irritazione nei confronti degli alleati europei su questa questione. «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi», aveva dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta. Andate a procurarvi il vostro petrolio!»
Insomma, Trump sembra meno propenso a intervenire militarmente per sbloccare Hormuz e, al contrario, appare maggiormente intenzionato a concludere in fretta il conflitto. Questo poi non significa che non mantenga per ora sul tavolo la possibilità di invadere l’isola di Kharg o di colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Tuttavia, è innegabile che sia orientato a trovare una exit strategy in tempi celeri. Del resto, sia il vicepresidente, JD Vance, che il segretario di Stato, Marco Rubio, temono un pantano, mentre lo stesso senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha finora esortato Trump alla linea durissima verso gli ayatollah, lunedì è sembrato ammorbidirsi, invocando un «accordo di pace storico». Vale a tal proposito la pena di ricordare come, negli scorsi giorni, Graham fosse stato criticato da vari parlamentari repubblicani per la sua posizione assai interventista. Più in generale, Trump non ignora che, da quando la guerra è iniziata, il costo della benzina negli Stati Uniti è notevolmente aumentato, raggiungendo il record dal 2022: il che rappresenta un fattore assai pericoloso per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Il punto è che, almeno per adesso, il processo diplomatico resta un po’ sospeso. Pechino e Islamabad hanno presentato ieri un’iniziativa, che prevedrebbe un cessate il fuoco, l’avvio di colloqui di pace, lo stop agli attacchi alle infrastrutture energetiche, la riapertura di Hormuz e l’eventuale raggiungimento di un’intesa sotto l’egida dell’Onu. Secondo un funzionario, la Casa Bianca non sarebbe aprioristicamente contraria al piano. Dall’altra parte, Trump ha però rifiutato di dire al New York Post se stia o meno considerando di inviare Vance e Steve Witkoff in Pakistan per eventuali trattative con l’Iran.
Un Iran che, a sua volta, appare internamente spaccato tra un’ala dialogante e una contraria ai negoziati. Se la seconda fa capo ai pasdaran, la prima vede protagonisti il presidente Masoud Pezeshkian (che ieri ha aperto alla possibilità di chiudere il conflitto pur a determinate condizioni) e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi (che, sempre ieri, pur negando l’esistenza di trattative, ha ammesso di aver ricevuto alcuni «messaggi» diretti da Witkoff). Prova di questa spaccatura risiede nel fatto che, al netto delle critiche di Teheran alle proposte americane, la Repubblica islamica non abbia ancora dato una risposta ufficiale al piano di pace elaborato dalla Casa Bianca. D’altronde, secondo il New York Times, la decapitazione della leadership khomeinista da parte di Israele e degli Stati Uniti ha creato delle grosse difficoltà al processo decisionale interno al regime.
Se vuole raggiungere un accordo diplomatico, Trump deve quindi innanzitutto riuscire a isolare e a depotenziare i pasdaran. In secondo luogo, deve però anche fronteggiare gli alleati che vogliono proseguire il conflitto. Secondo il Times of Israel, ieri Benjamin Netanyahu ha detto che Israele starebbe «stringendo alleanze con i Paesi arabi che stanno valutando la possibilità di combattere insieme al nostro fianco». Sempre ieri, l’Associated Press riferiva che, dietro le quinte, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati arabi starebbero esortando Trump a proseguire la guerra contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, ha esplicitamente invocato un regime change a Teheran. Una posizione, questa, che cozza con quella di Trump, il quale auspica invece una soluzione venezuelana: interloquire, cioè, con alcuni pezzi del vecchio sistema di potere, dopo averli adeguatamente addomesticati. Questo tipo di opzione, ragionano alla Casa Bianca, consentirebbe a Washington di evitare costosi processi di nation building e di avviare in futuro una cooperazione con Teheran nel settore petrolifero.
È un alone d’incertezza quello che continua ad aleggiare sull’iniziativa diplomatica volta a tentare di chiudere la guerra in Iran. Ieri, secondo Reuters, un funzionario pakistano ha affermato di ritenere improbabili dei colloqui diretti tra Washinton e Teheran questa settimana. Sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha inoltre bollato le proposte della Casa Bianca come «irrealistiche, illogiche ed eccessive». «La nostra posizione è chiara. Siamo sotto aggressione militare. Pertanto, tutti i nostri sforzi e le nostre energie sono concentrati sulla nostra difesa», ha aggiunto, specificando altresì che il parlamento iraniano starebbe valutando di abbandonare il Trattato di non proliferazione nucleare.
Parole, quelle di Baghaei, che non sono passate inosservate, innescando la reazione di Donald Trump. «Gli Stati Uniti d’America sono impegnati in serie discussioni con un nuovo regime, più ragionevole, per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran. Sono stati compiuti grandi progressi, ma se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo, cosa che probabilmente accadrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente “aperto agli affari”, concluderemo il nostro piacevole “soggiorno” in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!), che abbiamo volutamente lasciato intatti», ha tuonato il presidente americano su Truth. «Questo sarà un atto di rappresaglia per i nostri numerosi soldati, e non solo, che l’Iran ha massacrato e ucciso durante i 47 anni di “regno del terrore” del vecchio regime», ha continuato. Sempre ieri, parlando con il New York Post, Trump ha confermato che l’interlocutore di Washington a Teheran è il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: a tal proposito, ha precisato che, entro una settimana, si capirà se costui sia realmente disposto a collaborare con gli Usa. L’inquilino della Casa Bianca ha poi aggiunto che sarebbe arrivata «a breve» la risposta statunitense al danneggiamento della raffineria israeliana di Haifa, avvenuto a seguito di un attacco missilistico della Repubblica islamica.
D’altronde, che la situazione diplomatica stia attraversando una fase complicata è stato ammesso anche dal segretario di Stato americano, Marco Rubio. «È evidente che ci sono persone che ci parlano in modi diversi da quelli in cui si sono espressi i precedenti responsabili dell’Iran. Ma dobbiamo anche essere preparati al fatto che questo tentativo potrebbe fallire. Abbiamo a che fare con un regime che dura da 47 anni e al cui interno sono ancora coinvolte molte persone che non sono necessariamente grandi sostenitrici della diplomazia e della pace», ha dichiarato. «Se ora al comando ci sono nuove persone con una visione più ragionevole del futuro, questa sarebbe una buona notizia per noi, per loro e per il mondo intero. Ma dobbiamo anche essere preparati alla possibilità, forse persino alla probabilità, che non sia così», ha continuato. Rubio ha inoltre detto che «non esiste la Nato senza gli Stati Uniti», per poi sottolineare che lo Stretto di Hormuz riaprirà «in un modo o nell’altro». Dal canto suo, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, oltre a sostenere che i colloqui starebbero «procedendo bene», ha affermato che Teheran pagherà «un prezzo altissimo» in caso di mancato accordo, per poi annunciare che Trump potrebbe chiedere ai Paesi arabi di contribuire a sostenere i costi della guerra.
Insomma, la situazione resta sospesa. Nonostante le critiche di Baghaei, non è ancora arrivata una risposta ufficiale al piano di pace statunitense da parte dell’Iran. Il regime khomeinista è d’altronde spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, legata soprattutto ai pasdaran, non ne vuole sapere di negoziati con Washington. Al contempo, Trump, mentre lavora per isolare internamente le Guardie della rivoluzione, deve fare attenzione. Il presidente americano sta valutando di schierare truppe di terra sia per conquistare l’isola di Kharg, da cui dipende circa il 90% dell’export di greggio iraniano, sia per sequestrare 450 chili di uranio arricchito attualmente in mano al regime. Oltre a impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, Trump punterebbe a occupare Kharg per mettere economicamente sotto pressione i pasdaran e costringerli così a riaprire Hormuz. Non è detto che l’azione non gli riesca, ma dovrebbe comunque esporsi a un rischio notevole. Schierando soldati americani sul terreno, Trump non potrebbe infatti aprioristicamente escludere lo scenario di un pantano con ricadute negative sul consenso interno. Dall’altra parte, la sua natura di scommettitore potrebbe convincerlo a tentare. Il problema è che i pasdaran hanno tutto l’interesse a prolungare il conflitto, per tenere alto il costo dell’energia e danneggiare politicamente Trump in vista delle Midterm di novembre. Non a caso, secondo The Hill, l’Iran, in caso di conquista americana di Kharg, potrebbe intensificare i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche del Golfo e bloccare lo Stretto di Bab El Mandeb. Insomma, a meno che la diplomazia non si sblocchi, quella che si delinea all’orizzonte è una guerra di nervi tra chi dei due contendenti cederà per primo.





