È un caso politico, ma con ripercussioni internazionali potenzialmente significative, quello che ha provocato ieri, in Italia, il segretario generale della Nato, Mark Rutte, a seguito di un’intervista da lui rilasciata a Fox News sull’operazione militare in Iran.
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme», ha dichiarato Rutte, riferendosi alle ripetute accuse mosse da Donald Trump all’Alleanza atlantica di non aver fatto abbastanza nel conflitto iraniano. «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo», ha aggiunto.
Parole, quelle di Rutte, che, in Italia, hanno portato l’opposizione ad accusare Giorgia Meloni di essersi politicamente riallineata alla Casa Bianca. «Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana», ha tuonato Giuseppe Conte, chiedendo che la Meloni riferisca in Parlamento. Su una linea simile si è collocato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. «Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, esigono un immediato chiarimento dal governo».
«Il governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», ha replicato il ministero della Difesa italiano in un comunicato. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha proseguito. «Non ho problemi a riferire in Aula ciò che abbiamo scritto nel comunicato della Difesa», ha anche specificato Guido Crosetto. Evidentemente conscia delle fibrillazioni provocate, l’Alleanza atlantica, poco dopo, ha gettato acqua sul fuoco. «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica», ha affermato un portavoce della Nato.
Insomma, il caso, in sé stesso, sembra chiuso. Vale tuttavia la pena di interrogarsi sul suo senso politico. Perché Rutte ha fatto quelle dichiarazioni? Per provare a dare una risposta, bisogna probabilmente guardare alla tempistica. Rutte ha parlato poco prima non solo del vertice E5 ma anche dell’incontro che egli stesso avrebbe tenuto ieri, alla Casa Bianca, con Trump. Un Trump che, negli ultimi mesi, è diventato sempre più critico della Nato, tacciandola di non aver fornito adeguata assistenza agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Non a caso, di recente, il presidente americano è tornato a ipotizzare un addio di Washington all’Alleanza atlantica.
È quindi in questo contesto che Rutte è venuto a muoversi. Il segretario generale sta cercando di raffrenare il deterioramento delle relazioni transatlantiche. In tal senso, oltre ad aver dato il proprio endorsement all’operazione militare statunitense contro il regime khomeinista, sta tentando di convincere Trump che, alla fine dei conti, gli alleati europei si sarebbero mostrati più proattivi di quanto asserito dalla Casa Bianca. In quest’ottica, pur muovendosi magari un po’ goffamente ed esponendo Roma sul fronte della sicurezza, l’intento di Rutte era probabilmente quello di aiutare la Meloni a ricucire con il presidente americano, dopo le polemiche degli scorsi giorni. Al segretario generale non sfugge certo che, almeno fino ad aprile, l’inquilina di Palazzo Chigi era l’unica leader dell’Europa occidentale a godere di una sponda salda con Trump. In tal senso, Rutte spera oggi che una loro eventuale pacificazione possa aiutarlo nel suo intento di rimettere in sesto le relazioni transatlantiche, salvaguardando la Nato in vista del vertice di luglio ad Ankara.
Del resto, è vero che l’intervista a Fox News ha scatenato le opposizioni contro Palazzo Chigi. Ma è altrettanto vero che queste polemiche potrebbero rafforzare la posizione della Meloni agli occhi del presidente statunitense. A Washington ricordano bene il governo giallorosso e la sua linea apertamente filocinese: fu infatti la prima amministrazione Trump, tra il 2019 e il 2020, a mostrare irritazione nei confronti dell’esecutivo Conte II a causa del dossier Huawei. A questo si aggiunga che, intervistata da Maurizio Belpietro l’altro ieri al Giorno della Verità, la Meloni ha tenuto una posizione tutt’altro che ostile a Washington. «Non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa», ha detto, per poi sostenere, in linea con Trump, che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare. Del resto, ieri, lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Tilman Fertitta, oltre a definire «eccellente» il lavoro della premier, ha dichiarato: «Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni». Il sospetto allora è che Pd e Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Parigi e Pechino, temano una possibile ricucitura della Meloni con la Casa Bianca. Probabilmente è questa - e non l’eventuale coinvolgimento indiretto dell’Italia nel conflitto iraniano - la ragione della loro levata di scudi a seguito delle parole di Rutte.
Non manca l’incertezza nel processo diplomatico che vede coinvolte Washington e Teheran. Sia gli Stati Uniti che l’Iran parlano di progressi nei colloqui, è vero. Emergono tuttavia al contempo alcuni fronti rispetto a cui le due parti, almeno per ora, proprio non sembrano intendersi: il programma missilistico della Repubblica islamica, le ispezioni dell’Aiea e l’eventuale acquisto di prodotti agricoli americani con i fondi iraniani sbloccati.
Ma andiamo con ordine. «Le due parti discuteranno ora della questione nucleare, dei beni congelati e dei missili balistici nei prossimi 60 giorni. Ci auguriamo che il memorandum d’intesa si trasformi in un accordo duraturo entro i prossimi 60 giorni», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, definendo «positivi» i colloqui tenutisi in Svizzera. Tuttavia, sia il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, sia il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baqaei, hanno smentito che Teheran abbia intenzione di trattare sulla questione dei missili balistici. «Le capacità missilistiche dell’Iran non sono state oggetto dei negoziati con gli Stati Uniti», ha detto Baqaei.
Non solo. Quest’ultimo ha anche negato che la Repubblica islamica abbia accettato le ispezioni da parte dell’Aiea. «Non intendiamo permettere agli ispettori dell’Aiea di visitare i siti nucleari presi di mira durante il conflitto», ha detto. Eppure, ieri, lo stesso Donald Trump ha sottolineato che, al netto delle smentite di facciata, Teheran avrebbe accettato le ispezioni. «Nonostante le loro proteste e le false dichiarazioni in senso contrario, unite al martellante flusso di notizie false che fanno di tutto per minimizzare e rendere insignificante la vittoria degli Stati Uniti, l’Iran ha pienamente e completamente accettato ispezioni nucleari di altissimo livello per un lungo periodo di tempo (infinito!). Questo garantirà ’onestà nucleare’. Se non avessero accettato, non ci sarebbero stati ulteriori negoziati», ha dichiarato il presidente americano su Truth.
E veniamo al terzo scoglio nei negoziati. L’altro ieri, gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni all’Iran per un periodo di 60 giorni: vale a dire l’arco temporale complessivo in cui, stando ai termini del memorandum d’intesa, si dovrebbero tenere i negoziati tra Washington e Teheran. Il presidente americano ha detto che, con i fondi sbloccati, l’Iran non ricostituirà il suo esercito ma comprerà invece prodotti agricoli statunitensi. Una versione che è stata tuttavia smentita dal governatore della Banca Centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati. «Non abbiamo alcun obbligo di acquistare prodotti agricoli dagli Stati Uniti», ha detto, pur confermando che i fondi dovrebbero essere usati per comprare medicinali e beni di prima necessità.
Sul tavolo, nel frattempo, restano anche le questioni di Hormuz e del Libano. «Ho acconsentito a lasciare aperto lo Stretto di Hormuz, senza ulteriore blocco navale. Tuttavia, tutte le navi rimarranno in posizione qualora fosse necessario reintrodurre il blocco», ha affermato ieri Trump, mentre Iran e Oman facevano sapere che avrebbero valutato l’introduzione di tariffe, ma non di pedaggi, per l’attraversamento dello Stretto. In tutto questo, lunedì, Benjamin Netanyahu ha detto che l’Idf ha «piena libertà di azione» contro Hezbollah. «Il Libano è parte integrante dell’accordo, e qualsiasi cosa accada in Libano influenza l’intero processo; sono gli Stati Uniti che dovrebbero usare tutta la loro influenza su Israele per costringerlo a fermare gli attacchi contro il Libano», ha affermato ieri l’ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite a Ginevra, Ali Bahreini. Tutto questo, sebbene ieri Marco Rubio, oltre a respingere l’ipotesi di pedaggi o tariffe a Hormuz, abbia detto che il cessate il fuoco nel Paese dei Cedri sia un «processo separato» dall’intesa con Teheran. «Israele non ha altra scelta che ritirarsi completamente da tutto il territorio libanese, senza conservare un solo centimetro», ha tuonato, sempre ieri, il leader di Hezbollah, Naim Qassem. «L’Iran dovrebbe beneficiare di un flusso di fondi nell’ambito del protocollo d’intesa. Come possiamo garantire che questi fondi non finiscano nelle mani di Hezbollah?», ha dichiarato, dal canto suo, l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter.
Insomma, Trump ha necessità di raffrenare sia Netanyahu sia Hezbollah in Libano, per cercare di mantenere in piedi il memorandum e non compromettere i negoziati con la Repubblica islamica. Non a caso, ieri, il Dipartimento di Stato americano ha ospitato il quinto round di colloqui tra Gerusalemme e Beirut. Al contempo, il presidente americano ha bisogno di ottenere, nelle trattative con Teheran, dei buoni risultati su ispezioni e programma balistico. Una delle principali critiche che erano state rivolte all’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015, era infatti che non garantiva adeguatamente le ispezioni nei siti militari iraniani. Inoltre, quando Trump si ritirò da quell’intesa nel 2018, citò, tra le motivazioni, il fatto che essa non risolveva il dossier dei missili balistici del regime khomeinista. La settimana scorsa, il presidente americano ha aperto alla possibilità che Teheran mantenga questo tipo di armamenti: un’affermazione che Israele aveva accolto con significativo fastidio. Nel frattempo, Washington punta a garantirsi il sostegno dei Paesi arabi: ieri,Rubio è partito per il Medio Oriente. E, in Bahrain, il segretario di Stato americano dovrebbe incontrare il Consiglio di Cooperazione del Golfo, per discutere del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran.
Frattanto, sul piano interno, Trump deve fronteggiare una parte dei senatori repubblicani, che è assai scontenta dell’accordo con la Repubblica islamica. Al contempo, il presidente americano ha fretta di chiudere il dossier per cercare di far abbassare il più possibile il costo della benzina negli Stati Uniti e rafforzare così lo stesso Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
No. Il nuovo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni non può essere derubricato a un semplice bisticcio personale. Le radici dell’attrito sono infatti strutturali.
Innanzitutto, il Pentagono è irritato per quello che considera lo scarso aiuto italiano a Washington nel conflitto iraniano. Giovedì, il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, ha bollato come «vergognoso» il fatto che alcuni alleati della Nato abbiano negato agli Usa l’uso delle basi militari. «Questi alleati hanno messo in pericolo i figli e le figlie dell’America, negando loro un accesso prevedibile alle basi e ai corridoi aerei che non avrebbero mai dovuto essere messi in discussione», ha tuonato. Guarda caso, questa è una delle critiche che Trump ha mosso alla Meloni nel suo post di ieri su Truth. Dal canto suo, il governo italiano, oltre a citare il rispetto dei trattati, ha sottolineato che Roma non era stata interpellata prima dell’attacco israelo-americano all’Iran. Un secondo fronte di attrito riguarda assai probabilmente il fatto che le trattative tra Roma e Starlink si siano arenate. Starlink fa capo a SpaceX che, pur essendo un’azienda privata, vanta stretti legami proprio con il Pentagono.
Insomma, la questione è più complessa di un battibecco personale tra due leader. Esistono infatti dei nodi strutturali, che vanno ben compresi anche in considerazione di una eventuale ricucitura. Non è del resto un mistero che, nell’attuale amministrazione americana, siedano due figure che godono di ottimi rapporti con la Meloni: JD Vance e Marco Rubio. Entrambi, c’è da giurarci, non si sentiranno a proprio agio in queste ore, mentre si protrae lo scontro tra il presidente statunitense e l’inquilina di Palazzo Chigi. La situazione è ancor più interessante alla luce del fatto che il vicepresidente e il segretario di Stato sono considerati papabili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. Ne consegue che, se l’uno o l’altro dovessero vincere le prossime elezioni per la Casa Bianca, punterebbero prevedibilmente a rilanciare la sponda con la Meloni e, più in generale, con il centrodestra italiano, soprattutto se dovesse restare al governo dopo il 2027.
Vance considera il nostro esecutivo potenzialmente un alleato su più fronti: si pensi solo alla lotta all’immigrazione clandestina. Rubio, dall’altra parte, rappresenta, nell’attuale amministrazione statunitense, la figura meno ostile alla Nato. Recuperare il rapporto con la Meloni significherebbe, per lui, creare, in seno all’Alleanza atlantica, un blocco maggiormente vicino alla linea di Washington. Infine, ben ricordando la linea filocinese che fu attuata dal governo giallorosso, sia Vance che Rubio vedrebbero nel centrodestra italiano un possibile alleato contro Pechino.
Ma non è tutto. Al di là dell’amministrazione americana, anche un influente think tank conservatore, come la Heritage Foundation, potrebbe tifare per una ricucitura tra Washington e Roma. Da anni, questo importante pensatoio sta lavorando per creare un network politico conservatore che rafforzi le relazioni transatlantiche. Non solo ha sempre mostrato apprezzamento per la Meloni ma, in passato, ha anche puntato molto su Viktor Orbán. La recente sconfitta elettorale dell’ex premier ungherese potrebbe quindi spingere a maggior ragione la Heritage a lavorare per una ricomposizione dei rapporti tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca. Del resto, anche questo think tank sa bene che l’alternativa al centrodestra, in Italia, è un «campo largo» che, se dovesse arrivare al governo, aprirebbe le porte alla Cina, promuovendo una linea ben differente dalla Meloni che, nel 2023, uscì dalla Nuova via della seta. «Il presidente Trump e la premier Meloni dovrebbero fare pace. Ma spetta al presidente Trump avviare questo dialogo. La premier Meloni ha giustamente osservato che questa amministrazione ha spesso fallito nella gestione delle alleanze. E questo è un problema pericoloso, viste le minacce di Cina, Russia e Iran al mondo libero», ha dichiarato alla Verità Mary Kissel, senior fellow presso l’Hudson Institute ed ex consigliera di Mike Pompeo.
Insomma, i fautori di una ricucitura a Washington ci sono. E probabilmente faranno leva sugli interessi comuni tra i due litiganti per tentare di riavvicinarli. Trump, rompendo con l’inquilina di Palazzo Chigi, si priva di una sponda fondamentale in seno all’Ue sia per arginare le manovre antiamericane della Francia sia, soprattutto, per ostacolare l’avvicinamento - sponsorizzato tanto da Parigi quanto da Madrid - di Bruxelles nei confronti di Pechino. Senza contare che, per esigere l’uso delle basi, il presidente statunitense avrebbe dovuto interpellare gli alleati prima dell’attacco militare alla Repubblica islamica. Il governo italiano, dal canto suo, non può ignorare come la propria forza internazionale, in questi quattro anni, sia stata in gran parte dovuta agli stretti legami che la Meloni ha intelligentemente tessuto con gli Usa: prima con Joe Biden e poi con Trump. È vero: le relazioni speciali non devono essere di sudditanza ma paritetiche. Tuttavia, proprio perché sono potenzialmente ad alto rendimento, implicano anche l’assunzione di rischi. E questo vale soprattutto oggi, in un contesto geopolitico che si fa sempre più pericoloso. Se si eccede nell’avversione al rischio, il pericolo è quello di compromettere una rete diplomatica tessuta con pazienza e lungimiranza, facendo la felicità di chi ti ha sempre remato contro. Ed è quindi proprio da questo tema che potrebbe passare un’eventuale ricucitura tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca.





