Donald Trump punta a chiudere la guerra in Iran al più presto. È stato lui stesso a dichiararlo, ieri, parlando con il New York Post. «Non resteremo lì ancora per molto. Li stiamo annientando completamente», ha affermato, per poi aggiungere: «Non avranno un’arma nucleare. Quando ce ne andremo, lo Stretto si riaprirà automaticamente», ha aggiunto, riferendosi a Hormuz.
Parole, quelle di Trump, arrivate dopo che il Wall Street Journal aveva rivelato che il presidente fosse intenzionato a chiudere il conflitto «anche se lo Stretto di Hormuz dovesse rimanere in gran parte chiuso». D’altronde, sempre ieri, Trump è tornato a mostrare irritazione nei confronti degli alleati europei su questa questione. «A tutti quei Paesi che non possono ottenere carburante per aerei a causa dello Stretto di Hormuz, come il Regno Unito, che si è rifiutato di intervenire nella decapitazione dell’Iran, ho un suggerimento per voi: numero 1, comprate dagli Stati Uniti, ne abbiamo in abbondanza, e numero 2, fatevi coraggio, andate allo Stretto e prendetevelo. Dovrete imparare a combattere da soli, gli Stati Uniti non saranno più lì ad aiutarvi, proprio come voi non siete stati lì per noi», aveva dichiarato su Truth, per poi aggiungere: «L’Iran è stato, in sostanza, decimato. La parte difficile è fatta. Andate a procurarvi il vostro petrolio!»
Insomma, Trump sembra meno propenso a intervenire militarmente per sbloccare Hormuz e, al contrario, appare maggiormente intenzionato a concludere in fretta il conflitto. Questo poi non significa che non mantenga per ora sul tavolo la possibilità di invadere l’isola di Kharg o di colpire le infrastrutture energetiche iraniane. Tuttavia, è innegabile che sia orientato a trovare una exit strategy in tempi celeri. Del resto, sia il vicepresidente, JD Vance, che il segretario di Stato, Marco Rubio, temono un pantano, mentre lo stesso senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha finora esortato Trump alla linea durissima verso gli ayatollah, lunedì è sembrato ammorbidirsi, invocando un «accordo di pace storico». Vale a tal proposito la pena di ricordare come, negli scorsi giorni, Graham fosse stato criticato da vari parlamentari repubblicani per la sua posizione assai interventista. Più in generale, Trump non ignora che, da quando la guerra è iniziata, il costo della benzina negli Stati Uniti è notevolmente aumentato, raggiungendo il record dal 2022: il che rappresenta un fattore assai pericoloso per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Il punto è che, almeno per adesso, il processo diplomatico resta un po’ sospeso. Pechino e Islamabad hanno presentato ieri un’iniziativa, che prevedrebbe un cessate il fuoco, l’avvio di colloqui di pace, lo stop agli attacchi alle infrastrutture energetiche, la riapertura di Hormuz e l’eventuale raggiungimento di un’intesa sotto l’egida dell’Onu. Secondo un funzionario, la Casa Bianca non sarebbe aprioristicamente contraria al piano. Dall’altra parte, Trump ha però rifiutato di dire al New York Post se stia o meno considerando di inviare Vance e Steve Witkoff in Pakistan per eventuali trattative con l’Iran.
Un Iran che, a sua volta, appare internamente spaccato tra un’ala dialogante e una contraria ai negoziati. Se la seconda fa capo ai pasdaran, la prima vede protagonisti il presidente Masoud Pezeshkian (che ieri ha aperto alla possibilità di chiudere il conflitto pur a determinate condizioni) e il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi (che, sempre ieri, pur negando l’esistenza di trattative, ha ammesso di aver ricevuto alcuni «messaggi» diretti da Witkoff). Prova di questa spaccatura risiede nel fatto che, al netto delle critiche di Teheran alle proposte americane, la Repubblica islamica non abbia ancora dato una risposta ufficiale al piano di pace elaborato dalla Casa Bianca. D’altronde, secondo il New York Times, la decapitazione della leadership khomeinista da parte di Israele e degli Stati Uniti ha creato delle grosse difficoltà al processo decisionale interno al regime.
Se vuole raggiungere un accordo diplomatico, Trump deve quindi innanzitutto riuscire a isolare e a depotenziare i pasdaran. In secondo luogo, deve però anche fronteggiare gli alleati che vogliono proseguire il conflitto. Secondo il Times of Israel, ieri Benjamin Netanyahu ha detto che Israele starebbe «stringendo alleanze con i Paesi arabi che stanno valutando la possibilità di combattere insieme al nostro fianco». Sempre ieri, l’Associated Press riferiva che, dietro le quinte, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein ed Emirati arabi starebbero esortando Trump a proseguire la guerra contro la Repubblica islamica. Tutto questo, mentre l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, ha esplicitamente invocato un regime change a Teheran. Una posizione, questa, che cozza con quella di Trump, il quale auspica invece una soluzione venezuelana: interloquire, cioè, con alcuni pezzi del vecchio sistema di potere, dopo averli adeguatamente addomesticati. Questo tipo di opzione, ragionano alla Casa Bianca, consentirebbe a Washington di evitare costosi processi di nation building e di avviare in futuro una cooperazione con Teheran nel settore petrolifero.
È un alone d’incertezza quello che continua ad aleggiare sull’iniziativa diplomatica volta a tentare di chiudere la guerra in Iran. Ieri, secondo Reuters, un funzionario pakistano ha affermato di ritenere improbabili dei colloqui diretti tra Washinton e Teheran questa settimana. Sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha inoltre bollato le proposte della Casa Bianca come «irrealistiche, illogiche ed eccessive». «La nostra posizione è chiara. Siamo sotto aggressione militare. Pertanto, tutti i nostri sforzi e le nostre energie sono concentrati sulla nostra difesa», ha aggiunto, specificando altresì che il parlamento iraniano starebbe valutando di abbandonare il Trattato di non proliferazione nucleare.
Parole, quelle di Baghaei, che non sono passate inosservate, innescando la reazione di Donald Trump. «Gli Stati Uniti d’America sono impegnati in serie discussioni con un nuovo regime, più ragionevole, per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran. Sono stati compiuti grandi progressi, ma se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo, cosa che probabilmente accadrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente “aperto agli affari”, concluderemo il nostro piacevole “soggiorno” in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!), che abbiamo volutamente lasciato intatti», ha tuonato il presidente americano su Truth. «Questo sarà un atto di rappresaglia per i nostri numerosi soldati, e non solo, che l’Iran ha massacrato e ucciso durante i 47 anni di “regno del terrore” del vecchio regime», ha continuato. Sempre ieri, parlando con il New York Post, Trump ha confermato che l’interlocutore di Washington a Teheran è il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: a tal proposito, ha precisato che, entro una settimana, si capirà se costui sia realmente disposto a collaborare con gli Usa. L’inquilino della Casa Bianca ha poi aggiunto che sarebbe arrivata «a breve» la risposta statunitense al danneggiamento della raffineria israeliana di Haifa, avvenuto a seguito di un attacco missilistico della Repubblica islamica.
D’altronde, che la situazione diplomatica stia attraversando una fase complicata è stato ammesso anche dal segretario di Stato americano, Marco Rubio. «È evidente che ci sono persone che ci parlano in modi diversi da quelli in cui si sono espressi i precedenti responsabili dell’Iran. Ma dobbiamo anche essere preparati al fatto che questo tentativo potrebbe fallire. Abbiamo a che fare con un regime che dura da 47 anni e al cui interno sono ancora coinvolte molte persone che non sono necessariamente grandi sostenitrici della diplomazia e della pace», ha dichiarato. «Se ora al comando ci sono nuove persone con una visione più ragionevole del futuro, questa sarebbe una buona notizia per noi, per loro e per il mondo intero. Ma dobbiamo anche essere preparati alla possibilità, forse persino alla probabilità, che non sia così», ha continuato. Rubio ha inoltre detto che «non esiste la Nato senza gli Stati Uniti», per poi sottolineare che lo Stretto di Hormuz riaprirà «in un modo o nell’altro». Dal canto suo, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, oltre a sostenere che i colloqui starebbero «procedendo bene», ha affermato che Teheran pagherà «un prezzo altissimo» in caso di mancato accordo, per poi annunciare che Trump potrebbe chiedere ai Paesi arabi di contribuire a sostenere i costi della guerra.
Insomma, la situazione resta sospesa. Nonostante le critiche di Baghaei, non è ancora arrivata una risposta ufficiale al piano di pace statunitense da parte dell’Iran. Il regime khomeinista è d’altronde spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, legata soprattutto ai pasdaran, non ne vuole sapere di negoziati con Washington. Al contempo, Trump, mentre lavora per isolare internamente le Guardie della rivoluzione, deve fare attenzione. Il presidente americano sta valutando di schierare truppe di terra sia per conquistare l’isola di Kharg, da cui dipende circa il 90% dell’export di greggio iraniano, sia per sequestrare 450 chili di uranio arricchito attualmente in mano al regime. Oltre a impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, Trump punterebbe a occupare Kharg per mettere economicamente sotto pressione i pasdaran e costringerli così a riaprire Hormuz. Non è detto che l’azione non gli riesca, ma dovrebbe comunque esporsi a un rischio notevole. Schierando soldati americani sul terreno, Trump non potrebbe infatti aprioristicamente escludere lo scenario di un pantano con ricadute negative sul consenso interno. Dall’altra parte, la sua natura di scommettitore potrebbe convincerlo a tentare. Il problema è che i pasdaran hanno tutto l’interesse a prolungare il conflitto, per tenere alto il costo dell’energia e danneggiare politicamente Trump in vista delle Midterm di novembre. Non a caso, secondo The Hill, l’Iran, in caso di conquista americana di Kharg, potrebbe intensificare i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche del Golfo e bloccare lo Stretto di Bab El Mandeb. Insomma, a meno che la diplomazia non si sblocchi, quella che si delinea all’orizzonte è una guerra di nervi tra chi dei due contendenti cederà per primo.
Sono numerose le domande innescate dal conflitto in Iran. Tuttavia, tra le tante, ne emerge forse soprattutto una: a che gioco sta giocando l’Arabia Saudita?
Ufficialmente, nei mesi scorsi, Riad ha più volte auspicato che Washington e Teheran risolvessero le loro divergenze attraverso una soluzione di tipo diplomatico. Una posizione, questa, che i sauditi condividevano con Ankara. Non è inoltre un mistero che proprio l’Arabia Saudita abbia recentemente partecipato a dei colloqui in Pakistan insieme a Egitto e Turchia per discutere di come far concludere l’attuale crisi mediorientale.
Tuttavia, dietro le quinte, pare proprio che Mohammad bin Salman si sia mossa ben diversamente. Axios raccontò che, durante la sua visita a Washington dello scorso gennaio, il ministro Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe auspicato un intervento armato americano contro Teheran nel corso di un incontro a porte chiuse con i rappresentanti di think tank e organizzazioni ebraiche. Non solo. La settimana scorsa, il New York Times ha rivelato che, sempre dietro le quinte, il principe ereditario saudita starebbe premendo affinché la Casa Bianca prosegua nel conflitto contro l’Iran.
Insomma, a che gioco sta giocando Riad? È abbastanza chiaro come l’Arabia Saudita stia cercando di tenere il piede in due scarpe. Nonostante la distensione con Teheran avviata nel 2023 attraverso la mediazione di Pechino, bin Salman ha continuato a temere le ambizioni nucleari iraniane, vedendo nella Repubblica islamica una minaccia alle proprie ambizioni regionali. Dall’altra parte, il principe ereditario saudita ha man mano rafforzato la propria sponda con la Turchia soprattutto per quanto concerne il delicato dossier siriano. In tal senso, per non inimicarsi Ankara, Riad ha ufficialmente auspicato una soluzione diplomatica alla crisi iraniana. Non va infatti trascurato come Recep Tayyip Erdogan sia stato tra i più aspri critici dell'offensiva israelo-americana contro il regime khoeminista.
Tutto questo, mentre le ritorsioni di Teheran contro i Paesi del Golfo hanno riavvicinato i sauditi agli emiratini: non dimentichiamo che, negli ultimi tempi, Riad e Abu Dhabi erano ai ferri corti su varie questioni: dallo Yemen al Sudan, passando per il Somaliland. Il che lascia intendere che possa sotterraneamente registrarsi una sponda tra i sauditi e gli israeliani. D'altronde, secondo il New York Times, Benjamin Netanyahu temere che Donald Trump concordi troppo presto un cessate il fuoco con Teheran: una posizione, quella del premier israeliano, che Riad potrebbe condividere.





