Gli Stati Uniti aumentano la pressione su Teheran. Ieri, Washington ha annunciato nuove sanzioni contro individui ed entità collegate al regime khomeinista: entità che, secondo il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, gli ayatollah «usano per eludere le sanzioni sul petrolio iraniano». Tra i soggetti colpiti figura, inoltre, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, che, stando al governo statunitense, «è stato uno dei primi leader iraniani a invocare la violenza in risposta alle legittime richieste del popolo iraniano». «Il Dipartimento del Tesoro sta sanzionando i principali leader iraniani coinvolti nella brutale repressione contro il popolo iraniano», ha affermato Bessent, annunciando le nuove sanzioni.
Dall’altra parte, non è invece chiaro se Donald Trump voglia o meno ricorrere all’opzione militare. Ieri, il presidente americano ha definito una «buona notizia» il fatto che, secondo Fox News, il regime khomeinista non avrebbe più condannato a morte un manifestante iraniano. Alcune ore prima, l’inviato di Teheran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, aveva riportato che l’inquilino della Casa Bianca avrebbe fatto sapere alla Repubblica islamica di non avere intenzione di attaccarla. Non solo. Washington, ieri, ha anche abbassato l’allerta di sicurezza nella base aerea di Al Udeid, situata in territorio qatariota. Del resto, secondo quanto riferito dall’Afp, sembrerebbe che i governi di Riad, Doha e Muscat abbiano fatto pressioni sulla Casa Bianca per convincerla a non intervenire militarmente contro Teheran, temendo «gravi contraccolpi nella regione». Infine, secondo il New York Times, sarebbe stato lo stesso Benjamin Netanyahu a chiedere a Trump di rimandare l’attacco.
Eppure non è ancora escluso che Washington possa ricorrere all’opzione bellica. Innanzitutto, il senatore repubblicano Lindsey Graham, notorio falco anti iraniano, ha definito ieri «oltremodo inaccurate» le indiscrezioni, secondo cui il presidente americano non avrebbe intenzione di attaccare. In secondo luogo, nella notte tra mercoledì e giovedì, Nbc News ha riferito che Trump vuole, sì, evitare lo scenario di un conflitto prolungato. Ma ha anche sottolineato che il presidente americano resterebbe solidale con i manifestanti anti khomeinisti e che sarebbe aperto ad azioni militari circoscritte. Inoltre, non è che da Teheran siano arrivate delle dichiarazioni granché concilianti sulle proteste. Ieri, il ministro della Difesa iraniano, Aziz Nasirzadeh, ha affermato che il suo governo sta facendo di tutto per «sopprimere i selvaggi terroristi armati», che, a suo dire, starebbero fomentando le manifestazioni. Ora, se la repressione brutale non dovesse cessare, questo potrebbe aumentare le probabilità di un intervento armato da parte di Washington. «Se le uccisioni continueranno, ci saranno gravi conseguenze», ha affermato ieri sera la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere che l’Iran si sarebbe impegnato ad annullare 800 esecuzioni. Non a caso, già qualche ora prima, i pasdaran avevano fatto sapere di essere militarmente «pronti al massimo livello possibile». Non si può neanche escludere che Washington consideri l’imposizione delle nuove sanzioni come il primo passo verso un ulteriore incremento della pressione in senso militare.
Resta intanto sul tavolo il nodo della transizione di potere a Teheran in caso di regime change. Il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, è tornato a proporsi per assumere un ruolo di primo piano. Ha inoltre assicurato che, una volta caduto il regime khomeinista, «il programma militare nucleare dell’Iran finirà», per poi aggiungere che avrà luogo la normalizzazione delle relazioni di Teheran con Washington e Gerusalemme. Tuttavia, Trump continua a esprimere scetticismo sul figlio dello scià. «Sembra molto simpatico, ma non so come si comporterebbe all’interno del suo Paese. E non siamo ancora arrivati a quel punto. Non so se il suo Paese accetterebbe o meno la sua leadership, e certamente, se lo facesse, per me andrebbe bene», ha affermato il presidente americano.
Il problema, ragionano alla Casa Bianca, è la base sociale e di consenso di un eventuale nuovo governo. Vale la pena di sottolineare che il ceto mercantile sta svolgendo un ruolo significativo nel corso delle proteste in atto contro il regime degli ayatollah. Quello stesso ceto mercantile che, nel 1979, rappresentò l’ossatura economico-finanziaria del khomeinismo, in quanto contrario alle riforme e alle politiche commerciali di Mohammad Reza Pahlavi. Tuttavia l’alleanza tra ceto mercantile e clero sciita è ormai entrata in una fase di turbolenza. I bazar sono sempre più irritati dall’inflazione e dalle politiche nucleari di Teheran che hanno portato alle sanzioni occidentali. Senza poi trascurare il loro astio verso le Guardie della rivoluzione che, soprattutto negli ultimi dieci anni, hanno sempre più messo le mani sui settori chiave dell’economia iraniana. Trump è consapevole che la «ribellione» del ceto mercantile indebolisce enormemente il potere di Ali Khamenei. E probabilmente teme che il figlio dello scià non otterrebbe l’appoggio di questo settore della società iraniana: uno scenario che, agli occhi del presidente americano, creerebbe instabilità nel Paese.
Come che sia, ieri sera, quando La Verità era già andata in stampa, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dedicata alla repressione delle proteste in Iran. Nel frattempo, la Commissione europea ha reso noto che considererà l’imposizione di nuove sanzioni al regime.
Mentre proseguono le manifestazioni antigovernative in Iran, la tensione in Medio Oriente continua a salire. Ieri, un funzionario di Teheran ha affermato che, in caso di atto bellico da parte di Washington contro la Repubblica islamica, le basi statunitensi in Arabia Saudita, Emirati arabi e Turchia «saranno attaccate». Gli stessi pasdaran hanno minacciato una risposta «decisa». È in questo clima che, sempre ieri, gli americani e i britannici hanno ritirato una parte del loro personale di stanza nella base aerea di Al Udeid, in Qatar. «Date le persistenti tensioni regionali, la missione statunitense in Arabia Saudita ha consigliato al proprio personale di esercitare maggiore cautela e limitare i viaggi non essenziali verso qualsiasi installazione militare nella regione. Raccomandiamo ai cittadini americani nel Regno di fare lo stesso», ha inoltre dichiarato l’ambasciata statunitense a Riad. La stessa Farnesina ha invitato i nostri connazionali in Iran a lasciare il Paese. Mentre il G7 si è detto pronto a varare nuove sanzioni contro Teheran.
E così, mentre l’attivista iraniana e premio Nobel per la pace Shirin Ebadi sta auspicando che Washington conduca «azioni altamente mirate» contro Ali Khamenei, la domanda è se, come e quando gli Usa decideranno di colpire militarmente la Repubblica islamica. Secondo il New York Times, i vertici del Pentagono hanno presentato a Donald Trump un’ampia gamma di obiettivi bellici in Iran, tra cui i siti nucleari e quelli per la realizzazione dei missili balistici. Del resto, martedì, il presidente americano aveva reso noto di non avere intenzione di incontrare dei funzionari di Teheran a meno che non avessero cessato la loro sanguinosa repressione delle proteste. «L’aiuto sta arrivando», aveva aggiunto sibillinamente Trump, portando a pensare che un attacco militare americano potesse essere imminente. Inoltre, nella serata di lunedì, il presidente americano aveva anche annunciato dei dazi secondari a Teheran. Tutto questo mentre, nel pomeriggio italiano di ieri, un funzionario europeo, parlando con Reuters, ha definito l’attacco americano come «probabile», aggiungendo che potrebbe addirittura aver luogo nell’arco delle «prossime 24 ore». D’altronde, sempre ieri, da Teheran hanno fatto sapere che i contatti tra l’inviato statunitense, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, sono attualmente sospesi: i due si erano sentiti nel fine settimana e, all’epoca, era stata ventilata l’ipotesi, per ora naufragata, di organizzare un incontro diplomatico.
Tuttavia attenzione: per quanto oggettivamente probabile, un attacco americano imminente non è ancora del tutto certo. Nella serata di martedì, Nbc News ha infatti riferito che sia lo Stato ebraico che i Paesi arabi starebbero suggerendo all’amministrazione Trump di attendere prima di ricorrere all’opzione bellica contro l’Iran. Stando alla testata, i funzionari israeliani e arabi riterrebbero che sarebbe meglio aspettare un ulteriore indebolimento del regime khomeinista. A questo si aggiunga il dibattito in corso all’interno della stessa amministrazione Trump e, più in generale, del mondo repubblicano d’Oltreatlantico. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il vicepresidente americano, JD Vance, starebbe cercando di convincere l’inquilino della Casa Bianca a tentare la via diplomatica prima di condurre un’eventuale azione militare contro gli ayatollah. Di parere opposto è invece il senatore repubblicano, Lindsey Graham, che, domenica, ha invocato la linea dura, esortando il presidente americano a «uccidere» la leadership del governo di Teheran.
Governo al cui fianco continua a schierarsi il Cremlino. Ieri, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha reso noto che, al netto delle pressioni di Washington, Mosca continuerà a rafforzare i suoi legami bilaterali con la Repubblica islamica. Per la Russia si tratta di una questione delicata. La caduta di Bashar al Assad in Siria nel 2024 ha infatti ridotto l’influenza del Cremlino sullo scacchiere mediorientale. Se adesso dovesse crollare anche il regime di Khamenei, i russi rischierebbero di perdere ancora più terreno nella regione. D’altronde, anche la determinazione dei proxy iraniani comincia a scricchiolare. Ieri, Hezbollah ha escluso di colpire gli Usa e Israele a meno che l’eventuale attacco alla Repubblica islamica non metta in pericolo la sua stessa esistenza.
E così, mentre aumentano le tensioni sull’Iran, procede il piano di pace per Gaza. Ieri, l’Egitto ha annunciato che «è stato raggiunto un consenso sulla composizione» del comitato tecnico che dovrebbe governare la Striscia. Il via al nuovo organismo è stato salutato positivamente sia da Hamas che dall’Anp. «Accogliamo con favore il sostegno della presidenza palestinese allo storico piano di pace in 20 punti del presidente Trump», ha commentato, a sua volta, il Dipartimento di Stato americano. Poco dopo, Witkoff ha ufficialmente annunciato l’inizio della fase due del piano di pace, sottolineando che gli «gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi». In questo quadro, un funzionario americano ha riferito che la crisi iraniana offre una «grande opportunità» per disarmare la stessa Hamas, che di Teheran è uno storico proxy.
Donald Trump ha scelto la linea dura con il governo di Teheran. Ieri, rivolgendosi direttamente ai manifestanti iraniani che stanno protestando contro il regime khomeinista, ha dichiarato: «Patrioti iraniani, continuate a protestare: prendete il controllo delle vostre istituzioni! Ricordate i nomi degli assassini e degli abusatori. Pagheranno un prezzo altissimo». «Ho annullato tutti gli incontri con i funzionari iraniani finché l’insensata uccisione dei manifestanti non cesserà. L’aiuto sta arrivando! Miga!», ha proseguito, riferendosi allo slogan «Make Iran Great Again»: un acronimo che il diretto interessato aveva già usato in un suo post di fine giugno, in cui aveva esplicitamente aperto all’eventualità di un regime change a Teheran. Quando, più tardi, un reporter gli ha chiesto a che tipo di aiuto si riferisse, il presidente ha risposto sibillino: «Dovrete capirlo da soli, mi dispiace».
«Dichiariamo i nomi dei principali assassini del popolo iraniano: 1 Trump, 2 Netanyahu», ha tuonato, dal canto suo, il capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Larijani. E così, mentre ieri la temperatura si surriscaldava, la Casa Bianca ospitava una riunione del team di sicurezza nazionale statunitense, con l’obiettivo di analizzare le opzioni sul tavolo per colpire la Repubblica islamica: opzioni che, stando a quanto rivelato dalla Cbs, andrebbero dal lancio di missili a operazioni di natura informatica volte a destabilizzare ulteriormente il regime. Al meeting Trump, che era a Detroit, non ha preso parte. Vi hanno partecipato invece il segretario di Stato, Marco Rubio, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, e il direttore della Cia, John Ratcliffe. Proprio Rubio, secondo Axios, ha dichiarato, in incontri a porte chiuse tenutisi nei giorni scorsi, che in questa fase Trump sta valutando risposte non militari a sostegno dei manifestanti.
Insomma, il presidente americano pare aver chiuso il canale diplomatico che si era aperto tra Washington e Teheran. Negli scorsi giorni, si erano infatti tenuti dei contatti tra l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Sembrava, in particolare, che i due stessero per organizzare un incontro diplomatico: incontro che, come abbiamo visto, ieri Trump ha annullato, almeno fin quando il regime non cesserà la sanguinosa repressione delle manifestazioni in corso. Del resto, che il presidente americano stesse inasprendo la sua linea era già diventato chiaro nella serata di lunedì, quando aveva annunciato dei dazi secondari all’Iran. «Con effetto immediato, qualsiasi Paese che faccia affari con la Repubblica islamica dell’Iran pagherà un dazio del 25% su tutte le attività commerciali concluse con gli Stati Uniti d’America», aveva affermato. Inoltre, secondo Axios, Witkoff avrebbe incontrato segretamente nel fine settimana il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che da giorni si sta proponendo per guidare la transizione di potere a Teheran. Come che sia, secondo il Wall Street Journal, le monarchie del Golfo starebbero cercando di persuadere la Casa Bianca a non attaccare l’Iran.
Continua nel frattempo a salire la tensione tra la Repubblica islamica e il Vecchio continente. Ieri, i governi di Francia, Germania, Spagna, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Finlandia e Danimarca hanno annunciato di aver convocato i rispettivi ambasciatori iraniani per criticare le uccisioni avvenute nel corso delle manifestazioni: uccisioni che, secondo la Cbs, oscillerebbero tra le 12.000 e le 20.000. È in questo quadro che, sempre ieri, Palazzo Chigi ha chiesto alle autorità iraniane «di assicurare il rispetto dei diritti del popolo, incluso quello di espressione e di pacifica assemblea, e l’incolumità di chi manifesta nelle piazze». Tutto questo, mentre il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha reso noto di voler proporre «ulteriori sanzioni» contro Teheran.
Mosca ha frattanto manifestato tutta la sua irritazione. «Le forze straniere ostili all’Iran stanno tentando di sfruttare le crescenti tensioni sociali per destabilizzare e distruggere lo Stato iraniano», ha tuonato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, bollando anche come «assolutamente inaccettabili» le minacce americane di attacchi militari contro la Repubblica islamica. «Vengono usati i famigerati metodi delle “rivoluzioni colorate”», ha proseguito. La Russia teme particolarmente il crollo del regime khomeinista, dopo aver perso, nel 2024, un altro suo storico alleato come Bashar al Assad in Siria. Mosca ha quindi paura che, in caso di caduta di Ali Khamenei, possa vedere ulteriormente ridotta la propria influenza sullo scacchiere mediorientale.
Una preoccupazione, questa, che attanaglia anche la Cina. Pechino si è infatti lamentata dei dazi secondari annunciati l’altro ieri da Trump su Teheran. Non dimentichiamo infatti che la Repubblica popolare intrattiene significativi legami economici e politici con il regime khomeinista. È in tal senso che l’ambasciata cinese a Washington ha ventilato l’ipotesi di ritorsioni commerciali contro gli Stati Uniti.





