Dopo il blitz Usa in Nigeria e la rivendicazione dell’uccisione di Abu-Bilal al-Minuki, considerato il numero due globale dello Stato islamico, Washington punta a rafforzare la cooperazione con Abuja contro il jihadismo in Africa.
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
Crisi iraniana: continua a tenere banco la questione di Hormuz, mentre la diplomazia resta al momento in stallo. Il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Ebrahim Azizi, ha reso noto che Teheran starebbe elaborando un meccanismo per gestire il traffico attraverso lo Stretto.
Si tratta di un piano che prevedrebbe la riscossione di pedaggi e che riguarderebbe le navi commerciali di Paesi che cooperano che l’Iran. «A seguito del passaggio di navi provenienti da paesi dell’Asia orientale, in particolare Cina, Giappone e Pakistan, abbiamo ricevuto oggi informazioni che indicano che anche gli europei hanno avviato negoziati con la marina delle Guardie rivoluzionarie per ottenere il permesso di transito», ha riferito ieri la televisione di Stato iraniana. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che, da quando è in vigore il blocco statunitense ai porti della Repubblica islamica, sono state deviate 78 navi, mentre quattro sono state bloccate.
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a rivelarsi in salita. In questo quadro, secondo il New York Times, Usa e Israele si starebbero preparando a riprendere gli attacchi militari contro la Repubblica islamica la prossima settimana. Tra le opzioni sul tavolo vi sarebbero bombardamenti contro siti militari e infrastrutture, l’occupazione militare dell’isola di Kharg e l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano. «Gli americani capiscono che i negoziati con l’Iran non porteranno da nessuna parte», ha dichiarato un funzionario iraniano a Channel 12, per poi aggiungere: «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di lotta e ad attendere la decisione finale di Trump. Ne sapremo di più tra 24 ore».
Dall’altra parte, il Pakistan continua a premere per rilanciare la diplomazia. Ieri, il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, ha infatti effettuato una visita a sorpresa a Teheran per incontrare dei funzionari iraniani e, secondo l’agenzia di stampa Tasnim, per cercare di «facilitare i colloqui» tra Washington e la Repubblica islamica. «La parte americana ha richiesto risposte su punti specifici sollevati da Washington. Si registrano progressi positivi per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz. La porta è aperta ai negoziati sulle questioni ancora in sospeso, incluso il programma nucleare iraniano», hanno riferito, a tal proposito, fonti pakistane.
A questo punto, bisognerà capire che cosa deciderà di fare Donald Trump, il quale ieri ha detto che l’Iran attraverserà un periodo «molto brutto» se non accetterà un accordo. Durante la recentissima visita del presidente americano a Pechino, Xi Jinping ha auspicato la riapertura di Hormuz, sostenendo inoltre che Teheran non dovrebbe avere l’arma atomica. Non è tuttavia chiaro se il presidente cinese cercherà (o sarà anche solo in grado) di convincere la Repubblica islamica ad ammorbidire le sue posizioni. Dall’altra parte, mentre Israele preme per la ripresa delle operazioni belliche, JD Vance, all’interno dell’amministrazione americana, continua a rivelarsi una delle voci più favorevoli alla diplomazia. Mercoledì scorso, il numero due della Casa Bianca si era detto cautamente ottimista sui colloqui con Teheran. «Penso che stiamo facendo progressi. La questione fondamentale è: stiamo facendo progressi sufficienti per soddisfare la linea rossa del presidente?», aveva affermato.
Il problema, per Trump, è che, almeno al momento, nel regime khomeinista sta prevalendo l’ala dei pasdaran: quella, cioè, favorevole alla linea dura con Washington. Di contro, l’anima più dialogante è, per adesso, stata marginalizzata. «L’Iran resta impegnato nella diplomazia e nelle soluzioni pacifiche», ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, in un messaggio indirizzato a Leone XIV, elogiando «la posizione morale e logica» del papa «sulle recenti aggressioni militari contro l’Iran».
A meno che la diplomazia non riparta, Trump, che ha necessità di una rapida riapertura di Hormuz per abbassare il costo dell’energia, si trova davanti a un dilemma. Da una parte, potrebbe dichiarare unilateralmente vittoria e ritirarsi: ciò gli eviterebbe il pantano, sì, ma lasciare lo Stretto in mano agli iraniani significherebbe una vittoria economica, geopolitica e d’immagine per Teheran. Dall’altra parte, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe riprendere i bombardamenti, ma il pericolo per lui sarebbe, a quel punto, quello di restare impelagato in una crisi dalla durata indefinita. Tuttavia, non è detto che la Repubblica islamica abbia necessariamente il fattore tempo dalla sua parte. Mercoledì, l’Associated Press rilevava che, in Iran, l’inflazione è alle stelle e che si stanno registrando massicce perdite di posti di lavoro. Ebbene, non è esattamente chiaro quanto il regime possa gestire questa situazione. Frattanto, Vladimir Putin continua a cercare di ritagliarsi uno spazio diplomatico nella crisi in atto, con l’obiettivo di recuperare influenza in Medio Oriente: non a caso, ieri lo zar ha discusso di Iran col presidente degli Emirati arabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan.
Nel frattempo, il dipartimento di Stato americano ha annunciato una proroga del cessate il fuoco tra Israele e Libano di 45 giorni, per poi rendere noto che, il 29 maggio, il Pentagono ospiterà un incontro tra le delegazioni militari delle due nazioni. Ciononostante, ieri lo Stato ebraico ha condotto degli attacchi contro Hezbollah nella parte meridionale del Paese dei Cedri, mentre l’Idf ha confermato di aver ucciso il capo dell’ala militare di Hamas a Gaza, Izz ad-Din al-Haddad.
È cominciato un clima di distensione tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, ma non è detto. Ieri, Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, dove hanno avuto dei colloqui per poi partecipare a una cena di Stato. Il tono generale ha segnato un rasserenamento dei rapporti e, in particolare, si è registrata una (non scontata) convergenza sul dossier iraniano. Al contempo, Taiwan resta però fonte di attrito tra le due potenze rivali.
«Oggi, il presidente Trump e io abbiamo avuto un approfondito scambio di opinioni sulle relazioni tra Cina e Usa e sulle dinamiche internazionali e regionali», ha affermato il presidente cinese durante la cena di Stato, per poi aggiungere: «Entrambi crediamo che la relazione tra Cina e Stati Uniti sia la più importante relazione bilaterale al mondo. Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai». «Sia la Cina che gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e ci perderebbero dallo scontro. I nostri due Paesi dovrebbero essere partner, non rivali», ha continuato. «Il popolo cinese e quello americano sono entrambi grandi popoli. Raggiungere la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America possono andare di pari passo», ha anche detto. «Il mondo è un mondo speciale quando noi due siamo uniti e insieme», ha dichiarato, dal canto suo, Trump, invitando Xi a visitare gli Stati Uniti il prossimo 24 settembre.
Prima della cena, i due presidenti avevano avuto un colloquio di oltre due ore. «Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia», ha reso noto un funzionario della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, e ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza della Cina dallo Stretto in futuro». «Entrambi i Paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare», ha proseguito il funzionario americano. Al contempo, secondo un comunicato del governo cinese, Xi ha fatto presente a Trump che la questione di Taiwan è quella «più importante» e che, se gestita non adeguatamente, potrebbe innescare un «conflitto». «L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono fondamentalmente incompatibili», ha dichiarato il presidente cinese, che ha anche auspicato che i due Paesi possano «superare la trappola di Tucidide» (vale a dire l’inevitabilità di una guerra tra potenze che competono per l’egemonia).
«Le nostre politiche in merito non sono cambiate. Sono rimaste pressoché invariate nel corso di diverse amministrazioni presidenziali e continuano a esserlo tuttora», ha dichiarato, sempre ieri, Marco Rubio, riferendosi al dossier taiwanese. «Credo che la preferenza della Cina sia probabilmente quella di un’adesione volontaria e spontanea di Taiwan. In un mondo ideale, ciò che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione», ha aggiunto. Il segretario di Stato americano, oltre a esprimere soddisfazione per la convergenza tra Washington e Pechino sulla crisi iraniana, ha poi reso noto che Trump ha posto a Xi la questione di Jimmy Lai.
Sempre ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato che gli Stati Uniti si attendono un ingente ordine di aerei Boeing da Pechino, per poi aggiungere che le due parti discuteranno anche di acquisti di beni energetici e agricoli. «Le due superpotenze dell’IA inizieranno a dialogare e stabiliremo un protocollo su come procedere, in modo da garantire che attori non statali non si impossessino di questi modelli», ha detto il capo del Dipartimento del Tesoro Usa. Intervenendo su Fox News, Trump ha affermato che Pechino si è impegnata a comprare dagli Usa 200 aerei Boeing 737, oltre a maggiori quantitativi di soia, petrolio e gas naturale. Il presidente americano ha aggiunto che Xi «non fornirà equipaggiamento militare» a Teheran.
Insomma, più che a una distensione, quella tra Usa e Cina somiglia a una tregua tattica. Entrambe le potenze hanno i loro problemi. L’amministrazione Trump non riesce a risolvere la crisi iraniana, mentre la Corte suprema statunitense ha cassato alcuni dei dazi che la Casa Bianca aveva imposto. La Repubblica popolare, dal canto suo, non riesce a rilanciare il consumo interno e inizia ad avvertire il peso della crisi di Hormuz. Senza trascurare che, negli ultimi 16 mesi, Pechino ha perso influenza sull’America latina. A causa di queste debolezze, i due rivali avrebbero quindi optato per una tregua, pur non rinunciando alla competizione geopolitica. L’altra possibilità (che non contraddice tuttavia necessariamente il primo scenario) è che Usa, Russia e Cina si stiano preparando a una sorta di Jalta 2.0. Ieri, Trump e Xi hanno parlato anche di crisi ucraina. Era inoltre fine aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca si è sentito al telefono con Vladimir Putin. Tutto questo, mentre, sempre ieri, il Cremlino ha reso noto che lo zar visiterà la Cina «a brevissimo termine». Insomma, non è escluso che i tre presidenti stiano predisponendo una nuova spartizione dello scacchiere internazionale. Un piano che - chissà - potrebbe aver preso l’avvio l’anno scorso al vertice di Anchorage.





