Il petrolio rappresenta sempre più il nodo che Donald Trump deve sciogliere per risolvere la crisi iraniana. L’altro ieri, il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha annunciato che, a partire dalla prossima settimana, inizierà a sbloccare 172 milioni di barili dalla Strategic petroleum reserve.
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.
È una quadra non semplice quella che Donald Trump deve trovare sulla crisi iraniana: una quadra che ruota principalmente attorno alla questione petrolifera. Da una parte, secondo il Wall Street Journal, vari consiglieri del presidente americano lo stanno esortando a chiudere in fretta la faccenda, essendo preoccupati per l’aumento del prezzo del greggio: una situazione che, visto l’incremento del costo della benzina negli Stati Uniti, potrebbe avere ricadute assai problematiche per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
È in tal senso che ieri, parlando con Axios, l’inquilino della Casa Bianca è tornato ad affermare che il conflitto terminerà «presto», sostenendo che «non c’è più praticamente nulla da colpire» in Iran. D’altronde, sempre ieri, Centcom rendeva noto di aver finora colpito 5.500 obiettivi nel Paese, tra cui oltre 60 navi.
Eppure, mentre l’Fbi teme attacchi di droni iraniani in California, questa exit strategy potrebbe incorrere in uno scoglio: lo Stretto di Hormuz. Secondo fonti d’intelligence statunitense sentite dalla Cnn, il regime khomeinista avrebbe infatti iniziato a piazzare mine nell’area. Una notizia, che, nella serata di martedì, aveva innescato la dura reazione di Trump. «Se l’Iran ha posizionato delle mine nello Stretto di Hormuz, e non abbiamo notizie in merito, vogliamo che vengano rimosse immediatamente! Se per qualsiasi motivo sono state posizionate delle mine e non vengono rimosse immediatamente, le conseguenze militari per l’Iran saranno a un livello mai visto prima», aveva tuonato su Truth, per poi proseguire: «Stiamo utilizzando la stessa tecnologia e le stesse capacità missilistiche impiegate contro i trafficanti di droga per eliminare definitivamente qualsiasi imbarcazione o nave che tenti di minare lo Stretto di Hormuz». «Sono lieto di annunciare che nelle ultime ore abbiamo colpito e completamente distrutto dieci imbarcazioni e/o navi posamine inattive, e ne seguiranno altre», aveva aggiunto, sempre martedì, poco dopo.
È in questo quadro che, ieri, Trump ha esortato le petroliere a usare lo Stretto. «Penso che dovrebbero usarlo, abbiamo distrutto quasi tutte le loro navi posamine in una notte», ha detto, riferendosi agli iraniani, per poi tornare a minacciare di interrompere i rapporti commerciali con Madrid, da lui accusata di «non collaborare affatto». Sempre ieri, Centcom ha esortato i civili a evitare i porti situati nello Stretto di Hormuz, che vengono usati dal regime khomeinista per «condurre operazioni militari che minacciano la navigazione internazionale».
Ora, non è un mistero che da Hormuz passi circa il 20% del greggio a livello mondiale. In tal senso, i pasdaran puntano a rendere la vita dura alle imbarcazioni americane nell’area proprio per mettere in difficoltà Trump sul fronte interno. Il presidente si trova quindi davanti a un dilemma. Da una parte, vuole affrettare la fine delle ostilità per portare il prezzo del petrolio a scendere. Dall’altra, non può escludere interventi armati ad Hormuz, per neutralizzare i tentativi iraniani di tenere alto il costo del greggio. È del resto in quest’ottica che l’amministrazione statunitense sta valutando da giorni la possibilità di scortare le petroliere che transitano nello Stretto. «Se ci verrà assegnato il compito di scortare, valuteremo la gamma di opzioni per definire le condizioni militari necessarie per poterlo fare», ha affermato, l’altro ieri, il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, mentre il segretario dell’Interno americano, Doug Burgum, ha annunciato che le compagnie petrolifere Usa aumenteranno presto la produzione.
D’altronde, la questione del greggio è stata anche al centro di attriti tra Washington e Gerusalemme. Gli attacchi israeliani alle infrastrutture petrolifere iraniane avevano infatti irritato l’amministrazione Trump che, secondo Axios, ha chiesto lunedì alla Stato ebraico di astenersi da simili operazioni in futuro. Stando alla testata, una delle motivazioni che hanno spinto Washington a lamentarsi con Gerusalemme sarebbe da ricercarsi nel fatto che «Trump intende cooperare con il settore petrolifero iraniano dopo la guerra, in modo simile all’approccio adottato con il Venezuela». Sotto questo aspetto, l’obiettivo della Casa Bianca è chiaro: abbassare il prezzo del greggio e colpire la Cina sotto due aspetti, vale a dire l’approvvigionamento petrolifero e la tutela del predominio del dollaro nelle transazioni energetiche.
È anche in questo senso che Trump sta cercando di arrivare a una soluzione venezuelana per il futuro politico-istituzionale dell’Iran. Il presidente americano vuole evitare un regime change alla Bush jr sia per non rimanere impelagato in costose operazioni di nation building sia per avere un interlocutore «interno» che, adeguatamente «addomesticato», garantisca la stabilità e, quindi, la cooperazione con Washington sul dossier petrolifero. Quello che Trump sta cercando è, in altre parole, una Delcy Rodriguez in salsa iraniana. Lo stesso Israele, che originariamente era più propenso per un cambio di regime in senso classico, sembrerebbe ultimamente essersi allineato alla posizione della Casa Bianca.
Donald Trump ha confermato la volontà di tentare una soluzione venezuelana a Teheran. Ieri, ha infatti ribadito di «non essere contento» della nomina di Mojtaba Khamenei a Guida suprema dell’Iran. «Non credo che possa vivere in pace», ha detto. Tuttavia, il presidente non ha escluso negoziati con il regime khomeinista. «È possibile, dipende dalle condizioni», ha affermato.
Del resto, durante una conferenza stampa lunedì sera, aveva esplicitamente aperto alla possibilità che, in futuro, l’Iran possa essere guidato da qualcuno di «interno». «In Venezuela, abbiamo una donna, Delcy, che è stata presidente del Paese, molto rispettata. Sta facendo un ottimo lavoro. E non c’è stata alcuna interruzione. Abbiamo avuto, come ricorderete, l’Iraq, dove tutti sono stati mandati via. I militari sono stati mandati via, la polizia è stata mandata via, i politici sono stati mandati via. Non c’era nessuno. E sapete in cosa si sono trasformati? Nell’Isis. E non lo vogliamo. Quindi vorrei vedere le persone che sono dentro», aveva dichiarato, tornando a mostrarsi freddo sull’ipotesi di un ruolo politico per Reza Pahlavi.
Nell’occasione, il presidente americano aveva parlato anche della telefonata da lui avuta poche ore prima con Vladimir Putin, definendola «molto positiva». Non è improbabile che Trump possa appoggiarsi allo zar, che intrattiene storici legami con il regime khomeinista, per imbastire dei colloqui con la leadership iraniana. D’altronde, i due leader potrebbero avere l’uno bisogno dell’altro. La soluzione venezuelana porterebbe, è vero, Teheran più vicina a Washington. Tuttavia, escludendo un regime change alla Bush jr, permetterebbe anche a Mosca di preservare uno spazio di influenza sull’Iran e, più in generale, sullo scacchiere mediorientale. Putin, che ieri si è sentito con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian invocando una de-escalation, ha infatti bisogno di recuperare terreno, visto che la caduta di Bashar al Assad in Siria ha inferto un duro colpo agli interessi di Mosca nella regione.
Il punto è capire se Israele seguirà Trump nella soluzione venezuelana. Fino alla settimana scorsa, lo Stato ebraico era sembrato propendere per il regime change classico. Poi, qualcosa è cambiato. L’altro ieri, un funzionario israeliano ha detto al Washington Post: «Non vediamo nessuno che possa sostituire il regime». Lo stesso Netanyahu, pur ribadendo di auspicare un cambio di regime, ha puntualizzato come questo scenario dipenda dal popolo iraniano. «La nostra aspirazione è quella di indurre il popolo iraniano a liberarsi dal giogo della tirannia», ha detto. «In ultima analisi», ha però aggiunto, «dipende da loro». «Non vogliamo una guerra senza fine», ha inoltre affermato, ieri, il ministro degli Esteri di Gerusalemme, Gideon Sa'ar.
Non è escludibile che l’ammorbidimento del governo israeliano nasca dalla necessità di disinnescare le tensioni con Washington, dopo che, la settimana scorsa, lo Stato ebraico aveva attaccato le infrastrutture petrolifere iraniane, irritando l’amministrazione Trump, che infatti, secondo Axios, ha chiesto a Israele di astenersi da simili operazioni. Ieri, il capo del Pentagono, Pete Hagseth, ha inoltre dichiarato che quei raid «non erano necessariamente il nostro obiettivo», per poi annunciare «il giorno più intenso degli attacchi in Iran». D’altronde, Trump punta alla soluzione venezuelana per una serie di ragioni.
In primis, vuole evitare di imbarcarsi in costose operazioni di nation building. Ha poi bisogno di ridurre l’instabilità regionale per rilanciare gli Accordi di Abramo. In terzo luogo, vuole un interlocutore stabile a Teheran per prendere il controllo del greggio iraniano, colpendo così la Cina sia sotto il profilo energetico che valutario. Infine, Trump deve scongiurare il pantano anche per ragioni di consenso interno, visto che, secondo i sondaggi, la guerra in corso non è granché popolare tra gli americani. Non a caso, l’altro ieri, ha detto che il conflitto finirà «molto presto», pur escludendo una sua conclusione entro questa settimana. Del resto, mentre sono 140 i soldati americani feriti finora, secondo il Wall Street Journal, vari consiglieri starebbero esortando il presidente a chiudere in fretta la questione, essendo sempre più preoccupati per l’aumento del prezzo del petrolio.
E proprio il petrolio rende centrale lo Stretto di Hormuz nel braccio di ferro tra la Casa Bianca e i pasdaran. «Se l’Iran facesse qualcosa per fermare il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, verrebbe colpito dagli Stati Uniti d’America 20 volte più duramente di quanto non lo sia stato finora», ha tuonato ieri Hegseth, ben sapendo che le Guardie della rivoluzione puntano a mettere in difficoltà Trump in vista delle Midterm con l’aumento del prezzo della benzina. E infatti, secondo l’intelligence di Washington, gli iraniani sarebbero pronti a installare mine nello Stretto. Ieri, il segretario americano all’Energia, Chris Wright, aveva scritto su X che la Marina degli Usa aveva scortato una petroliera attraverso Hormuz. Il tweet è stato tuttavia cancellato, mentre la Casa Bianca smentiva la notizia, sottolineando che 50 navi iraniane sarebbero state distrutte e che l’aumento dei prezzi del greggio sarà «temporaneo».





