Resta preda delle incognite il processo diplomatico tra Washington e Teheran. Ieri, Axios ha riferito che i due contendenti avrebbero raggiunto finalmente un accordo, ma che Donald Trump non avrebbe ancora dato la propria approvazione. Una rivelazione, questa, che è stata confermata in serata dalla Casa Bianca.
Secondo i termini dell’intesa, le due parti prorogherebbero la tregua di 60 giorni: in questa finestra temporale, l’Iran riaprirebbe Hormuz, mentre Washington revocherebbe il blocco navale ai porti della Repubblica islamica. Inizierebbero quindi le trattative sul nucleare, con Teheran che si impegnerebbe a non conseguire la bomba atomica. Dall’altra parte, gli Usa aprirebbero la discussione sul possibile allentamento delle sanzioni. Infine, l’eventuale intesa comporterebbe la conclusione del conflitto tra Israele ed Hezbollah in Libano, mentre sarebbe previsto una sorta di meccanismo di aiuti umanitari a favore dell’Iran. Stando a quanto riferito dal Jerusalem Post, la mancata approvazione di Trump alla bozza d’intesa sarebbe legata al fatto che la Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, non avrebbe ancora dato il proprio ok al documento. Documento che vedrebbe invece favorevoli l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf.
Nel mentre, il governo di Islamabad continua a premere a favore di una soluzione diplomatica. Non a caso, il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, si recherà oggi a Washington, per incontrare il segretario di Stato americano, Marco Rubio. I due parleranno con ogni probabilità del possibile accordo tra Stati Uniti e Iran. Del resto, anche Mosca, ieri, è tornata ad auspicare la diplomazia, con il ministero degli Esteri russo che ha esortato i due contendenti a dialogare, evitando un’escalation.
Il punto è che, sempre ieri, la tensione è tornata a salire, E infatti il cessate il fuoco tra Washington e Teheran ha cominciato seriamente a scricchiolare. Le Guardie della rivoluzione iraniana hanno reso noto di aver condotto un attacco contro una base aerea americana in Kuwait. In particolare, i pasdaran hanno presentato l’operazione bellica come una ritorsione nei confronti degli Stati Uniti, che, oltre ad abbattere quattro droni militari di Teheran nello Stretto di Hormuz, avevano anche colpito il sito militare iraniano di Bandar Abbas. Azioni, quelle di Washington, che un funzionario statunitense aveva definito «misurate, puramente difensive e volte a mantenere il cessate il fuoco». La fibrillazione è rimasta particolarmente alta, anche perché, sempre ieri, le Guardie della rivoluzione hanno minacciato una «risposta ferma» in caso di ulteriori atti militari da parte di Washington. Nel mentre, il Consiglio di cooperazione del Golfo ha condannato quelli che ha definito gli «attacchi criminali iraniani» contro il Kuwait.
D’altronde, al di là del nucleare, Hormuz resta lo scoglio principale per arrivare a un accordo tra Washington e Teheran. L’altro ieri, il Dipartimento del Tesoro americano ha annunciato sanzioni contro l’Autorità per lo Stretto del Golfo Persico: il nuovo ente iraniano che dovrebbe sovrintendere alla gestione dello Stretto. Nelle stesse ore, Trump minacciava di far «saltare in aria» l’Oman, commentando le trattative in corso tra Teheran e Muscat per l’eventuale introduzione di pedaggi a Hormuz. «L’Oman deve sapere che il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti prenderà di mira con fermezza qualsiasi soggetto coinvolto, direttamente o indirettamente, nel facilitare l’imposizione di pedaggi sullo Stretto, e qualsiasi partner che si renda disponibile verrà penalizzato», ha aggiunto, ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent.
A complicare ulteriormente il quadro sta inoltre la recrudescenza della crisi libanese. Ieri, l’Idf ha effettuato il primo bombardamento su Beirut da tre settimane a questa parte. Non è un mistero che l’Iran abbia sovente legato un eventuale accordo diplomatico con Washington alla risoluzione della questione libanese. Del resto, come abbiamo visto, la bozza d’intesa visionata da Axios comporterebbe anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Il nuovo attacco israeliano sulla capitale del Paese dei Cedri rischia quindi di rendere ancora più in salita la diplomazia tra Stati Uniti e Iran. Tra l’altro, è abbastanza noto come Benjamin Netanyahu guardi con sospetto ai negoziati tra la Casa Bianca e gli ayatollah. Ieri il premier israeliano ha anche dichiarato di aver ordinato alle forze armate di prendere il controllo del 70% della Striscia di Gaza.
Al netto delle difficoltà, ci sono comunque alcune ragioni di ottimismo per quanto concerne la possibilità di un’intesa. Trump ha bisogno di chiudere il conflitto sia per evitare di impantanarsi sia per far abbassare il costo dell’energia. Dall’altra parte, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, teme gli effetti economici della pressione statunitense sul regime khomeinista. In particolare, secondo il Wall Street Journal, Teheran starebbe facendo sempre più fatica ad affrontare le conseguenze sia delle sanzioni che del blocco navale statunitense. Il che potrebbe indebolire la posizione dei pasdaran, da sempre favorevoli alla linea dura nei confronti di Washington, rafforzando invece quella di Pezeshkian, che è maggiormente aperto alla possibilità di un’intesa con gli americani.
È un piano casa non poco controverso quello presentato da Zohran Mamdani questa settimana. Il progetto del sindaco dem di New York è ufficialmente volto a contrastare la crisi degli alloggi che caratterizza la Grande Mela.
In tal senso, punta a costruire 200.000 nuove case a prezzi accessibili e a preservarne altre 200.000 già esistenti, sempre a prezzi accessibili, nel corso dei prossimi dieci anni. Per conseguire questo obiettivo, è previsto lo stanziamento di 22 miliardi di dollari in edilizia abitativa nell’arco di cinque anni.
Il piano prevede inoltre maggiori controlli sui proprietari di immobili considerati «negligenti», nonché l’aumento delle sanzioni per le condizioni abitative non sicure. Tra l’altro, secondo il progetto, il Comune «condurrà indagini approfondite su almeno dieci portafogli immobiliari che presentano la maggiore concentrazione di violazioni gravi e di lunga data. L’obiettivo sarà quello di garantire che questi edifici vengano trasferiti dalle mani di questi soggetti disonesti e ceduti ad acquirenti responsabili della conservazione, supportati sia dagli inquilini che dall’amministrazione». «Per gli edifici che hanno subito un abbandono cronico, ci impegneremo a trasferire la proprietà a gestori responsabili, tra cui enti di tutela del territorio, organizzazioni non profit o persino gli inquilini stessi», ha affermato lo stesso Mamdani in un discorso tenuto martedì.
Il sindaco ha inoltre previsto un fondo per finanziare l’acquisizione di alloggi da parte degli inquilini. Nel piano, l’amministrazione comunale si impegna anche ad approvare il Community opportunity to purchase act: una norma che «offrirebbe agli acquirenti qualificati, con una comprovata esperienza nella gestione di alloggi a prezzi accessibili, una finestra esclusiva per acquistare determinate proprietà quando vengono messe sul mercato». Non solo. Il progetto di Mamdani stabilisce anche «uno standard minimo combinato di salario e benefit essenziali di 40 dollari l’ora per i lavoratori edili impiegati in progetti di edilizia abitativa mirati e assistiti dalla città».
Il mondo progressista esulta, sostenendo che, con queste misure (che ricordano le occupazioni di Ilaria Salis), Mamdani starebbe affrontando la crisi abitativa che affligge New York. Tuttavia, dall’altra parte, i critici non mancano. C’è chi paventa veri e propri espropri ai danni dei proprietari di case e chi parla di indebite intromissioni dell’amministrazione municipale nel settore privato, oltreché dei costi esorbitanti che il piano comporterebbe. D’altronde, il tema del «trasferimento» di edifici privati ad «acquirenti responsabili della conservazione, supportati sia dagli inquilini che dall’amministrazione» appare quello maggiormente controverso. E proprio questo tema torna di fatto a esporre Mamdani all’accusa di radicalismo. Del resto, secondo il New York Post, tra i registi del suo piano casa figurerebbe Cea Weaver: un’attivista che, nel 2019, auspicò la «confisca della proprietà privata».
Sia chiaro: il nodo dell’emergenza abitativa a New York esiste. E, al di là della Grande Mela, si tratta di una questione centrale anche in vista delle prossime elezioni di metà mandato. Non a caso, a gennaio, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per limitare l’acquisto di case unifamiliari da parte dei grandi investitori di Wall Street. Segno, questo, del fatto che il problema c’è e ha una rilevanza di livello nazionale. Tuttavia, non è detto che la linea aggressiva di Mamdani non inneschi un effetto boomerang. Come noto, il Partito democratico americano è sempre più spaccato tra un’ala di estrema sinistra e una tendenzialmente centrista: si tratta di due anime che faticano a trovare una sintesi. Non si può quindi escludere che le ricette del sindaco newyorchese possano indirettamente avere delle ripercussioni negative per l’Asinello in vista delle midterm di novembre, spaventando l’elettorato dem più moderato. Il che potrebbe seriamente costare al Partito democratico la riconquista della Camera dei rappresentanti.
La pubblicazione di Magnifica humanitas potrebbe contribuire ad alimentare il dibattito sull’Intelligenza artificiale che da tempo caratterizza il mondo Maga.
La settimana scorsa, Donald Trump ha improvvisamente rimandato la firma di un ordine esecutivo che avrebbe teoricamente dovuto introdurre delle regolamentazioni, per quanto blande, al settore dell’Ia. Secondo Politico, a convincerlo del passo indietro sarebbe stato il presidente del Consiglio dei consulenti del presidente per la tecnologia, David Sacks, il quale avrebbe fatto presente che eventuali limitazioni avrebbero indebolito gli Usa nella loro competizione con la Cina. Non è un mistero che Sacks sia legato a figure del settore ipertecnologico statunitense che, come Peter Thiel ed Elon Musk, guardano con ostilità alle regolamentazioni governative nel comparto dell’Ia. Regolamentazioni che il fondatore di Palantir da anni identifica come il regno di quell’Anticristo che, in nome dello slogan «pace e sicurezza», punterebbe a creare un mondo unificato e caratterizzato dalla stagnazione tecnologica.
Dall’altra parte, esiste però un pezzo dell’universo Maga che ha espresso timore per questo settore. A metà maggio, Steve Bannon, insieme a una sessantina di altri firmatari, ha inviato una lettera a Trump in cui si chiedeva l’introduzione di regole per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. «Sosteniamo le politiche proposte che prevedono test, valutazioni, verifiche e approvazioni governative obbligatorie per i sistemi di Intelligenza artificiale di frontiera potenzialmente pericolosi, prima del loro dispiegamento», recitava la missiva. È interessante notare come tra i firmatari della lettera figurassero anche vari pastori protestanti. Del resto, lo stesso Leone XIV, nella sua enciclica, ha auspicato dei paletti, scrivendo: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’Ia non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana».
Non a caso, ieri, testate statunitensi di vario orientamento - dal conservatore New York Post al liberal Washington Post - hanno sostenuto che l’enciclica vada letta come una sferzata tanto ai big della Silicon Valley quanto (almeno in parte) alla stessa amministrazione statunitense. Anche Nbc News ha affermato che il nuovo documento papale segnerebbe un «altro potenziale punto di attrito» tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Del resto, ampi settori del mondo cristiano temono una deriva improntata al transumanesimo: una deriva contro cui punta il dito la stessa Magnifica humanitas. Sotto questo aspetto, non va dimenticato che Trump, alle elezioni del 2024, ha vinto, conquistando sia il voto evangelico che la maggioranza di quello cattolico.
Il presidente americano deve quindi affrontare una tensione non di poco conto all’interno dell’universo Maga. Da una parte, il settore ipertecnologico tende ad arginare la regolamentazione dell’Ia in nome della competizione geopolitica con Pechino; dall’altra, i Maga più «tradizionalisti» puntano il dito contro i rischi legati all’Intelligenza artificiale: dalla questione della sorveglianza agli impatti sulla working class. A incarnare questo dilemma è soprattutto JD Vance. Il vicepresidente americano ha infatti mostrato finora una posizione articolata, se non ondivaga, sull’Ia. L’anno scorso criticò l’Ue per la regolamentazione del settore. Tuttavia, a febbraio, dichiarò: «Sono preoccupato per l’uso dell’Intelligenza artificiale da parte delle aziende per sorvegliare gli americani. Sono preoccupato per le violazioni della privacy, sono molto preoccupato per i pregiudizi politici». Vance è del resto assai vicino a Thiel. Tuttavia, la sua base elettorale è costituita da quei colletti blu della rust belt che temono gli impatti socioeconomici dell’Ia. Si tratta di un nodo che il vicepresidente è chiamato a sciogliere in fretta, anche in virtù delle sue ambizioni presidenziali in vista del 2028.
E attenzione: il dibattito sull’Ia nel trumpismo non riguarda soltanto il cristianesimo ma anche il libertarianism. Quest’ultimo è contrario alle regolamentazioni nel settore privato, ma risulta al contempo ostile agli impieghi governativi dell’Intelligenza artificiale: a partire dalla questione della sorveglianza e da quella del potenziamento degli apparati del Pentagono. Si tratta di un cortocircuito che era già emerso l’anno scorso, quando Musk, a seguito della rottura (poi ricomposta) con Trump, si era convinto a creare un partito, corteggiando parlamentari repubblicani di orientamento libertarian come Rand Paul e Tom Massie.
Insomma, l’attuale presidente americano potrebbe trovarsi davanti a un dilemma non così dissimile da quello davanti a cui si trovò Harry Truman con il Progetto Manhattan: un rompicapo che naviga tra politica interna, sicurezza nazionale, filosofia morale e finanche teologia.
Gli imperi, per loro natura, sono chiamati a dare il senso al destino di un’epoca. E questo senso non può trascendere la fondamentale tensione che si impone tra potere ed escatologia. Una tensione mai risolvibile definitivamente, ma da cui passa il discrimine tra catastrofe e salvezza. In quest’ottica, la dialettica, talvolta aspra, tra la Santa Sede e la Casa Bianca non è necessariamente infeconda, ma può contribuire a imprimere un orizzonte di significato al destino di quest’epoca, per scongiurare sia la mortificazione della dignità umana sia la tirannide mortifera che l’instaurazione di uno Stato universale inevitabilmente comporterebbe.





