Continua a rivelarsi incerto il destino del processo diplomatico iraniano. Donald Trump punta innanzitutto a mantenere alta la pressione economica sul regime khomeinista, confermando il blocco navale imposto ai porti della Repubblica islamica.
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
E se Donald Trump fosse intenzionato a giocare di sponda con Vladimir Putin per chiudere la crisi iraniana? Ieri, i due presidenti hanno avuto una telefonata di un’ora e mezza. Secondo Ria Novosti, hanno discusso di quanto sta accadendo nella Repubblica islamica e nel Golfo Persico.
Nell’occasione, il capo del Cremlino avrebbe messo sul tavolo delle proposte per risolvere la questione del nucleare di Teheran. I due hanno inoltre affrontato il capitolo ucraino.
Trump ha sottolineato l’importanza di un cessate il fuoco in Ucraina, mentre lo zar, dal canto suo, ha aperto alla possibilità di una tregua entro il Giorno della vittoria (vale a dire il 9 maggio). Putin ha anche affermato che Kiev dovrebbe accettare le proposte già delineate. Non dimentichiamo che il regime khomeinista è uno dei principali alleati della Russia in Medio Oriente. Ritagliandosi il ruolo di mediatore, Putin punta a rafforzare l’influenza regionale di Mosca, che era diminuita a seguito della caduta di Bashar al Assad in Siria. Trump, dal canto suo, potrebbe avere interesse a una sponda con lo zar, proprio per chiudere il conflitto e scongiurare così il pantano.
Del resto, sempre ieri, il presidente americano ha mostrato segni di impazienza sulla crisi iraniana. Ha, in particolare, esplicitato di non aver gradito l’ultima proposta di pace, avanzata da Teheran. «L’Iran non riesce a organizzarsi. Non sanno come sottoscrivere un accordo non nucleare. Farebbero meglio a darsi una regolata», ha affermato su Truth, postando anche un fotomontaggio che lo ritraeva con in braccio un fucile d’assalto, mentre il territorio iraniano, sullo sfondo, veniva bombardato. Non solo: a corredo dell’immagine, compariva anche la scritta «Datevi una regolata. Non sono più il signor Persona gentile». Sempre ieri, parlando con Axios, il presidente americano ha confermato che lo sbarramento navale resterà in vigore, almeno fin quando non verrà raggiunta con Teheran un’intesa sull’energia atomica. La stessa testata ha tuttavia anche riportato che, in caso di stallo prolungato, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe ricorrere a un’azione di tipo militare. Tutto questo, sebbene secondo il Washington Post, la portaerei Gerald Ford starebbe per lasciare il Medio Oriente.
Trump resta comunque insoddisfatto della proposta di pace iraniana. Il regime khomeinista aveva chiesto di risolvere innanzitutto due nodi: quello della riapertura di Hormuz e quello della revoca del blocco navale statunitense. Solo in un secondo momento, avevano proposto gli ayatollah, si sarebbe discusso della spinosa questione nucleare. Una questione che, tuttavia, Washington punta ad affrontare sin da subito. È anche davanti all’intransigenza di Trump che, secondo la Cnn, gli iraniani potrebbero presentare a breve una nuova proposta di pace «rivista». Ieri la Casa Bianca ha comunque confermato che i contatti con Teheran sono ancora in corso, mentre il ministero degli Esteri iraniano ha invocato una soluzione di tipo diplomatico, anziché la ripresa del conflitto, marcando così implicitamente una distanza dalle Guardie della rivoluzione.
D’altronde, stando a Bloomberg News, il blocco navale americano starebbe creando crescenti problemi di stoccaggio di greggio all’Iran: il che potrebbe danneggiare seriamente il settore petrolifero della Repubblica islamica. Tutto questo, mentre la valuta iraniana ha raggiunto ieri il suo minimo storico. «Il nemico è entrato in una nuova fase e vuole attivare pressioni economiche e divisioni interne attraverso il blocco navale e la propaganda mediatica per indebolirci o addirittura farci collassare dall’interno», ha affermato il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. Al contempo, secondo Axios, una fonte di Teheran ha fatto sapere che il blocco americano «sarà presto contrastato con azioni concrete e senza precedenti».
Davanti alla pressione economica statunitense, l’ala dialogante del regime khomeinista, che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian, ha quindi fretta di raggiungere un’intesa. Il che continua a metterla in rotta di collisione con i pasdaran, che vorrebbero proseguire a tenere in pugno Hormuz per danneggiare politicamente Trump alle Midterm di novembre. Il punto è infatti che anche il presidente americano ha fretta di chiudere un conflitto che, secondo quanto rivelato dal Pentagono, è costato finora 25 miliardi di dollari. Un conflitto che, in particolare, ha fatto innalzare il prezzo della benzina negli Stati Uniti: una situazione che rende vulnerabile il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato. Del resto, il costo del petrolio continua a salire: ieri il Wti era a 105 dollari, mentre il Brent si attestava a 117,5 dollari.
Nel frattempo, bisognerà vedere come si evolverà la situazione al Pentagono, dopo che è emerso che JD Vance ne avrebbe messo in dubbio i briefing sulla guerra in corso. Ieri, in un’audizione alla Camera dei rappresentanti, Pete Hegseth ha difeso a spada tratta la gestione del conflitto, definendolo uno «sbalorditivo successo militare», senza poi rinunciare ad accusare di disfattismo i critici dem e repubblicani.
La guerra in Iran continua a creare tensioni nell’amministrazione Trump. Secondo The Atlantic, JD Vance avrebbe sottoposto al presidente americano dei dubbi sui briefing del Pentagono relativi all’andamento del conflitto. Il numero due della Casa Bianca avrebbe inoltre espresso preoccupazioni sullo stato degli arsenali missilistici statunitensi. Se confermata, questa notizia certificherebbe una crescente fibrillazione tra il vicepresidente e Pete Hegseth.
D’altronde, che tra i due non scorra buon sangue, non è una novità. Il capo del Pentagono è notoriamente in rotta di collisione con il segretario all’Esercito, Dan Driscoll, che è un ferreo alleato dello stesso Vance. Hegseth teme da mesi che Driscoll possa prima o poi sostituirlo alla guida del dipartimento della Difesa. Il segretario all’Esercito, dal canto suo, si è esplicitamente rammaricato, durante una recente audizione alla Camera, del fatto che Hegseth avesse silurato il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George. A questo si aggiunga anche che, come rivelato l’altro ieri da The Hill, un numero crescente di senatori repubblicani auspicherebbe un cambio di leadership ai vertici del Pentagono: una situazione, questa, che sta rendendo la poltrona di Hegseth sempre più traballante.
Ma non è tutto. Secondo la testata israeliana Yedioth Ahronoth, Vance si sarebbe anche opposto al piano, proposto dal Mossad, di utilizzare i curdi in un’operazione volta ad abbattere il regime iraniano. La rivelazione non stupisce più di tanto: il vicepresidente è infatti storicamente una delle figure più fredde verso Benjamin Netanyahu in seno all’attuale amministrazione statunitense. Non è inoltre un mistero che Vance fosse particolarmente scettico verso un’azione bellica su larga scala contro la Repubblica islamica. Ed è probabilmente anche per questo che il presidente americano lo ha significativamente coinvolto nel processo diplomatico volto a cercare di porre fine al conflitto iraniano. La Casa Bianca punta infatti sia a evitare il pantano sia ad abbassare celermente il costo dell’energia. Il presidente americano continua a trovarsi in difficoltà nei sondaggi. E l’alto prezzo della benzina, negli Stati Uniti, rischia di creare rilevanti problemi al Partito repubblicano, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
E veniamo quindi ai tentativi di risoluzione della crisi in corso. Secondo il Wall Street Journal, Trump non sarebbe soddisfatto della nuova proposta di pace iraniana. Una proposta, sulla cui base le discussioni sul nucleare dovrebbero avvenire soltanto dopo lo scioglimento di due nodi: la riapertura di Hormuz e la revoca del blocco americano ai porti della Repubblica islamica. Al contrario, il presidente americano vuole che il dossier atomico sia affrontato sin da subito. Una posizione, questa, che, ieri, Marco Rubio è sembrato riecheggiare. «Non ho alcun dubbio che, se questo regime clericale radicale rimarrà al potere in Iran, a un certo punto deciderà di dotarsi di un’arma nucleare. Questo problema fondamentale deve ancora essere affrontato. Rimane il punto cruciale della questione», ha affermato il segretario di Stato americano. In tal senso, davanti allo scetticismo di Washington, gli iraniani, secondo la Cnn, potrebbero presto consegnare ai mediatori pakistani una proposta di pace «rivista».
Ieri, sul social Truth, Trump ha attaccato la Germania proprio sulla questione del nucleare iraniano: «Il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non sa di cosa parla! Se l’Iran avesse un’arma nucleare, il mondo intero sarebbe in ostaggio. Sto facendo qualcosa con l’Iran, proprio ora, che altre nazioni, o presidenti, avrebbero dovuto fare molto tempo fa. Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti!», ha attaccato il tycoon.
D’altronde, anche il regime khomeinista ha i suoi problemi. Secondo Bloomberg News, a causa dello sbarramento navale statunitense, Teheran starebbe affrontando crescenti difficoltà nell’immagazzinamento del proprio greggio: una situazione che potrebbe creare rilevanti danni al settore petrolifero iraniano. Inoltre, stando a Iran International, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica temerebbe nuove proteste contro il regime a causa della dura situazione economica che Teheran si sta trovando ad affrontare. Infine, l’Iran ha vietato l’esportazione di acciaio, dopo che i suoi impianti produttivi sono stati duramente danneggiati dai bombardamenti. Dal canto suo, Trump ha affermato ieri su Truth di essere stato informato dal governo iraniano che la Repubblica islamica sarebbe «in uno stato di collasso». «Vogliono che “apriamo lo Stretto di Hormuz” il prima possibile, mentre cercano di risolvere la loro situazione di leadership (cosa che credo riusciranno a fare!)», ha aggiunto. Come che sia, l’altro ieri una nave cisterna carica di gas naturale liquefatto ha attraversato lo Stretto: si è trattato della prima imbarcazione di questo tipo a transitare in loco dal 28 febbraio.





