Crisi iraniana: continua a tenere banco la questione di Hormuz, mentre la diplomazia resta al momento in stallo. Il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Ebrahim Azizi, ha reso noto che Teheran starebbe elaborando un meccanismo per gestire il traffico attraverso lo Stretto.
Si tratta di un piano che prevedrebbe la riscossione di pedaggi e che riguarderebbe le navi commerciali di Paesi che cooperano che l’Iran. «A seguito del passaggio di navi provenienti da paesi dell’Asia orientale, in particolare Cina, Giappone e Pakistan, abbiamo ricevuto oggi informazioni che indicano che anche gli europei hanno avviato negoziati con la marina delle Guardie rivoluzionarie per ottenere il permesso di transito», ha riferito ieri la televisione di Stato iraniana. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che, da quando è in vigore il blocco statunitense ai porti della Repubblica islamica, sono state deviate 78 navi, mentre quattro sono state bloccate.
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a rivelarsi in salita. In questo quadro, secondo il New York Times, Usa e Israele si starebbero preparando a riprendere gli attacchi militari contro la Repubblica islamica la prossima settimana. Tra le opzioni sul tavolo vi sarebbero bombardamenti contro siti militari e infrastrutture, l’occupazione militare dell’isola di Kharg e l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano. «Gli americani capiscono che i negoziati con l’Iran non porteranno da nessuna parte», ha dichiarato un funzionario iraniano a Channel 12, per poi aggiungere: «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di lotta e ad attendere la decisione finale di Trump. Ne sapremo di più tra 24 ore».
Dall’altra parte, il Pakistan continua a premere per rilanciare la diplomazia. Ieri, il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, ha infatti effettuato una visita a sorpresa a Teheran per incontrare dei funzionari iraniani e, secondo l’agenzia di stampa Tasnim, per cercare di «facilitare i colloqui» tra Washington e la Repubblica islamica. «La parte americana ha richiesto risposte su punti specifici sollevati da Washington. Si registrano progressi positivi per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz. La porta è aperta ai negoziati sulle questioni ancora in sospeso, incluso il programma nucleare iraniano», hanno riferito, a tal proposito, fonti pakistane.
A questo punto, bisognerà capire che cosa deciderà di fare Donald Trump, il quale ieri ha detto che l’Iran attraverserà un periodo «molto brutto» se non accetterà un accordo. Durante la recentissima visita del presidente americano a Pechino, Xi Jinping ha auspicato la riapertura di Hormuz, sostenendo inoltre che Teheran non dovrebbe avere l’arma atomica. Non è tuttavia chiaro se il presidente cinese cercherà (o sarà anche solo in grado) di convincere la Repubblica islamica ad ammorbidire le sue posizioni. Dall’altra parte, mentre Israele preme per la ripresa delle operazioni belliche, JD Vance, all’interno dell’amministrazione americana, continua a rivelarsi una delle voci più favorevoli alla diplomazia. Mercoledì scorso, il numero due della Casa Bianca si era detto cautamente ottimista sui colloqui con Teheran. «Penso che stiamo facendo progressi. La questione fondamentale è: stiamo facendo progressi sufficienti per soddisfare la linea rossa del presidente?», aveva affermato.
Il problema, per Trump, è che, almeno al momento, nel regime khomeinista sta prevalendo l’ala dei pasdaran: quella, cioè, favorevole alla linea dura con Washington. Di contro, l’anima più dialogante è, per adesso, stata marginalizzata. «L’Iran resta impegnato nella diplomazia e nelle soluzioni pacifiche», ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, in un messaggio indirizzato a Leone XIV, elogiando «la posizione morale e logica» del papa «sulle recenti aggressioni militari contro l’Iran».
A meno che la diplomazia non riparta, Trump, che ha necessità di una rapida riapertura di Hormuz per abbassare il costo dell’energia, si trova davanti a un dilemma. Da una parte, potrebbe dichiarare unilateralmente vittoria e ritirarsi: ciò gli eviterebbe il pantano, sì, ma lasciare lo Stretto in mano agli iraniani significherebbe una vittoria economica, geopolitica e d’immagine per Teheran. Dall’altra parte, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe riprendere i bombardamenti, ma il pericolo per lui sarebbe, a quel punto, quello di restare impelagato in una crisi dalla durata indefinita. Tuttavia, non è detto che la Repubblica islamica abbia necessariamente il fattore tempo dalla sua parte. Mercoledì, l’Associated Press rilevava che, in Iran, l’inflazione è alle stelle e che si stanno registrando massicce perdite di posti di lavoro. Ebbene, non è esattamente chiaro quanto il regime possa gestire questa situazione. Frattanto, Vladimir Putin continua a cercare di ritagliarsi uno spazio diplomatico nella crisi in atto, con l’obiettivo di recuperare influenza in Medio Oriente: non a caso, ieri lo zar ha discusso di Iran col presidente degli Emirati arabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan.
Nel frattempo, il dipartimento di Stato americano ha annunciato una proroga del cessate il fuoco tra Israele e Libano di 45 giorni, per poi rendere noto che, il 29 maggio, il Pentagono ospiterà un incontro tra le delegazioni militari delle due nazioni. Ciononostante, ieri lo Stato ebraico ha condotto degli attacchi contro Hezbollah nella parte meridionale del Paese dei Cedri, mentre l’Idf ha confermato di aver ucciso il capo dell’ala militare di Hamas a Gaza, Izz ad-Din al-Haddad.
È cominciato un clima di distensione tra Stati Uniti e Cina? Forse sì, ma non è detto. Ieri, Donald Trump e Xi Jinping si sono incontrati a Pechino, dove hanno avuto dei colloqui per poi partecipare a una cena di Stato. Il tono generale ha segnato un rasserenamento dei rapporti e, in particolare, si è registrata una (non scontata) convergenza sul dossier iraniano. Al contempo, Taiwan resta però fonte di attrito tra le due potenze rivali.
«Oggi, il presidente Trump e io abbiamo avuto un approfondito scambio di opinioni sulle relazioni tra Cina e Usa e sulle dinamiche internazionali e regionali», ha affermato il presidente cinese durante la cena di Stato, per poi aggiungere: «Entrambi crediamo che la relazione tra Cina e Stati Uniti sia la più importante relazione bilaterale al mondo. Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai». «Sia la Cina che gli Stati Uniti trarrebbero vantaggio dalla cooperazione e ci perderebbero dallo scontro. I nostri due Paesi dovrebbero essere partner, non rivali», ha continuato. «Il popolo cinese e quello americano sono entrambi grandi popoli. Raggiungere la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America possono andare di pari passo», ha anche detto. «Il mondo è un mondo speciale quando noi due siamo uniti e insieme», ha dichiarato, dal canto suo, Trump, invitando Xi a visitare gli Stati Uniti il prossimo 24 settembre.
Prima della cena, i due presidenti avevano avuto un colloquio di oltre due ore. «Le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia», ha reso noto un funzionario della Casa Bianca, per poi aggiungere: «Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, e ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre la dipendenza della Cina dallo Stretto in futuro». «Entrambi i Paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare», ha proseguito il funzionario americano. Al contempo, secondo un comunicato del governo cinese, Xi ha fatto presente a Trump che la questione di Taiwan è quella «più importante» e che, se gestita non adeguatamente, potrebbe innescare un «conflitto». «L’indipendenza di Taiwan e la pace nello Stretto di Taiwan sono fondamentalmente incompatibili», ha dichiarato il presidente cinese, che ha anche auspicato che i due Paesi possano «superare la trappola di Tucidide» (vale a dire l’inevitabilità di una guerra tra potenze che competono per l’egemonia).
«Le nostre politiche in merito non sono cambiate. Sono rimaste pressoché invariate nel corso di diverse amministrazioni presidenziali e continuano a esserlo tuttora», ha dichiarato, sempre ieri, Marco Rubio, riferendosi al dossier taiwanese. «Credo che la preferenza della Cina sia probabilmente quella di un’adesione volontaria e spontanea di Taiwan. In un mondo ideale, ciò che vorrebbero è un voto o un referendum a Taiwan che approvi l’annessione», ha aggiunto. Il segretario di Stato americano, oltre a esprimere soddisfazione per la convergenza tra Washington e Pechino sulla crisi iraniana, ha poi reso noto che Trump ha posto a Xi la questione di Jimmy Lai.
Sempre ieri, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha dichiarato che gli Stati Uniti si attendono un ingente ordine di aerei Boeing da Pechino, per poi aggiungere che le due parti discuteranno anche di acquisti di beni energetici e agricoli. «Le due superpotenze dell’IA inizieranno a dialogare e stabiliremo un protocollo su come procedere, in modo da garantire che attori non statali non si impossessino di questi modelli», ha detto il capo del Dipartimento del Tesoro Usa. Intervenendo su Fox News, Trump ha affermato che Pechino si è impegnata a comprare dagli Usa 200 aerei Boeing 737, oltre a maggiori quantitativi di soia, petrolio e gas naturale. Il presidente americano ha aggiunto che Xi «non fornirà equipaggiamento militare» a Teheran.
Insomma, più che a una distensione, quella tra Usa e Cina somiglia a una tregua tattica. Entrambe le potenze hanno i loro problemi. L’amministrazione Trump non riesce a risolvere la crisi iraniana, mentre la Corte suprema statunitense ha cassato alcuni dei dazi che la Casa Bianca aveva imposto. La Repubblica popolare, dal canto suo, non riesce a rilanciare il consumo interno e inizia ad avvertire il peso della crisi di Hormuz. Senza trascurare che, negli ultimi 16 mesi, Pechino ha perso influenza sull’America latina. A causa di queste debolezze, i due rivali avrebbero quindi optato per una tregua, pur non rinunciando alla competizione geopolitica. L’altra possibilità (che non contraddice tuttavia necessariamente il primo scenario) è che Usa, Russia e Cina si stiano preparando a una sorta di Jalta 2.0. Ieri, Trump e Xi hanno parlato anche di crisi ucraina. Era inoltre fine aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca si è sentito al telefono con Vladimir Putin. Tutto questo, mentre, sempre ieri, il Cremlino ha reso noto che lo zar visiterà la Cina «a brevissimo termine». Insomma, non è escluso che i tre presidenti stiano predisponendo una nuova spartizione dello scacchiere internazionale. Un piano che - chissà - potrebbe aver preso l’avvio l’anno scorso al vertice di Anchorage.
Si registra grande attesa per l’incontro che si terrà oggi tra Donald Trump e Xi Jinping. Il presidente americano è arrivato ieri nella Repubblica popolare, accompagnato dal segretario di Stato, Marco Rubio, e dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, oltre che da una folta delegazione di rappresentanti del mondo economico e tecnologico statunitense.
L’inquilino della Casa Bianca, che è stato accolto in serata all’aeroporto di Pechino in pompa magna dal vicepresidente cinese Han Zheng, ha infatti portato con sé i Ceo di varie aziende, tra cui: Elon Musk (SpaceX), Tim Cook (Apple), Larry Fink (BlackRock), David Solomon (Goldman Sach), Stephen Schwarzman (Blackstone), Kelly Ortberg (Boeing) e Ryan McInerney (Visa), Jensen Huang (Nvidia). Il titolo di quest’ultima ha peraltro superato la soglia dei 5.500 miliardi di dollari: ora vale più dell’intero prodotto interno lordo annuo di ogni nazione sulla Terra, ad eccezione di Stati Uniti e Cina.
La visita del presidente americano è particolarmente delicata. L’anno scorso, Washington e Pechino hanno siglato una tregua commerciale. E proprio il commercio si avvia a essere un tema decisivo nell’incontro tra i due presidenti. Non a caso, ieri, a Seul, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha avuto dei colloqui «franchi, approfonditi e costruttivi» in materia con il vicepremier cinese, He Lifeng. Tuttavia, i nodi sul tavolo restano numerosi. E ciascuno dei due presidenti ha i suoi obiettivi. Trump punta a far sì che la Cina accetti di acquistare aeromobili e ingenti quantitativi di prodotti agricoli: in vista delle Midterm di novembre, l’inquilino della Casa Bianca intende infatti sia tutelare gli agricoltori americani sia abbassare i prezzi dei prodotti alimentari sul mercato interno. Xi, dal canto suo, vuole che Washington revochi le restrizioni all’export di tecnologia avanzata, elimini le aziende cinesi dalla sua blacklist e riduca sensibilmente il proprio sostegno a Taiwan.
Neanche a dirlo, ciascuno dei due presidenti è pronto a sfruttare le debolezze dell’altro. Il leader cinese vuole mettere sotto pressione Trump, facendo principalmente leva su due punti: le difficoltà degli Usa in Iran e il significativo peso della Cina nel settore delle terre rare. Senza poi trascurare la sentenza della Corte Suprema statunitense che, a febbraio, ha cassato alcuni dei dazi che l’amministrazione americana aveva imposto.
Dall’altra parte, neanche Xi può permettersi dormire sonni troppo tranquilli. Innanzitutto, l’economia cinese continua ad avere un rilevante problema di scarso consumo interno. In secondo luogo, da quando è tornato in carica l’anno scorso, Trump ha promosso una riedizione aggiornata della Dottrina Monroe con il preciso obiettivo di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Tutto questo ha inferto un duro colpo all’influenza cinese in America Latina: un’influenza che era cresciuta durante l’amministrazione Biden. Panama, su input statunitense, ha abbandonato la Belt and Road Initiative nel febbraio 2025, mentre la cattura di Nicolás Maduro, avvenuta a gennaio scorso, ha portato Caracas a uscire dall’orbita del Dragone per entrare in quella di Washington. Infine, Pechino guarda con preoccupazione sia alle difficoltà con cui Cuba sta affrontando l’aumento della pressione americana sia al rinnovato interesse espresso dalla Casa Bianca verso la regione artica.
In questo quadro, i due presidenti oggi cercheranno probabilmente di trovare un punto di caduta sulla crisi iraniana: un obiettivo, questo, non certo semplice da conseguire. Funzionari statunitensi hanno riferito alla Cnn che Trump cercherà di convincere Xi a far pressione su Teheran affinché riapra lo Stretto di Hormuz. Non dimentichiamo del resto che il regime khomeinista è uno dei principali punti di riferimento di Pechino in Medio Oriente. Sotto questo aspetto, il presidente cinese si trova però davanti a un dilemma. Da una parte, come detto, intende sfruttare le difficoltà di Trump in Iran, sapendo benissimo che l’alto costo dell’energia rappresenta un problema per il Partito repubblicano in vista delle Midterm. Dall’altra parte, la Cina teme la crisi di Hormuz, essendo il principale importatore di greggio iraniano. Inoltre, a fine aprile, il New York Times riferiva che «l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas naturale dovuto alla guerra in Iran sta iniziando a pesare sull’economia cinese, rallentando ulteriormente la già debole spesa dei consumatori e danneggiando settori chiave per le esportazioni».
Infine, non è escludibile che Trump e Xi possano anche parlare di Russia. Ieri, The Diplomat riferiva che, poco dopo il summit tra i due presidenti, il leader cinese dovrebbe avere un incontro con Vladimir Putin. Il che alimenta le speculazioni sull’ipotesi che i tre capi di Stato stiano lavorando sottobanco a una sorta di Jalta 2.0: un progetto che - chissà! - potrebbe forse affondare le sue radici nel vertice di Anchorage dell’anno scorso. Come che sia, l’incontro odierno a Pechino si preannuncia complicato sia per Trump che per Xi. Tra punti di forza e vulnerabilità, i due presidenti dovranno agire con circospezione, oscillando tra accordio e competizione geopolitica.




