La Somalia continua a muoversi sullo scacchiere internazionale. In questo quadro, la settimana scorsa, Mogadiscio ha firmato un accordo di cooperazione militare con Riad.
In particolare, l’intesa è stata sottoscritta dal ministro della Difesa somalo, Ahmed Moallim Fiqi, e dall’omologo saudita, Khalid bin Salman bin Abdulaziz. Secondo il governo di Mogadiscio, il patto «mira a rafforzare i quadri di cooperazione militare e di difesa tra i due Paesi e comprende molteplici aree di interesse comune, al servizio degli interessi strategici di entrambe le parti».
Era inoltre il mese scorso, quando la Somalia aveva siglato un accordo simile con il Qatar: un’intesa, quest’ultima, che «si concentra sull'addestramento militare, sullo scambio di competenze, sullo sviluppo delle capacità di difesa e su una maggiore cooperazione in materia di sicurezza, a sostegno degli sforzi per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». Stando a quanto riferito da Doha, l’accordo è «mirato a rafforzare le aree di cooperazione congiunta in modo da servire interessi comuni e migliorare le partnership di difesa».
L’attivismo di Mogadiscio è, almeno in parte, una conseguenza delle sue preoccupazioni per il fatto che, a dicembre, Israele ha formalmente riconosciuto il Somaliland. In particolare, la Somalia teme che lo Stato ebraico punti a creare una propria base militare in loco. Non solo. A gennaio, Mogadiscio ha stracciato gli accordi che aveva con gli Emirati arabi uniti in materia di difesa, sicurezza e questioni portuali. Sembra infatti che il governo somalo ritenga che Abu Dhabi abbia in qualche modo facilitato il riconoscimento del Somaliland da parte di Gerusalemme.
Sotto questo aspetto, vale la pena di sottolineare che Arabia Saudita ed Emirati sono ai ferri corti su vari dossier: dallo Yemen al Sudan, passando per lo stesso Somaliland. Nel frattempo, sempre la settimana scorsa, Middle East Monitor ha riferito che Mogadiscio starebbe «intensificando la cooperazione in materia di difesa sia con l'Egitto che con la Turchia». Ankara si era del resto impegnata a mediare tra Somalia ed Etiopia. E non ha benaccolto il riconoscimento del Somaliland da parte dello Stato ebraico. Al contempo, la tensione tra Il Cairo e Addis Abeba sta aumentando a causa della Grand Ethiopian Renaissance Dam. Insomma, l’instabilità nel Corno d’Africa rischia seriamente di aggravarsi. E l'ipotesi di un conflitto armato non è affatto remota.
- Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, conferma la linea della Casa Bianca: «Non cerchiamo di separarci ma di rivitalizzare un’antica amicizia». Intanto, Starmer e la Von der Leyen continuano a parlare di riarmo. E Sánchez, che teme il nucleare, protesta.
- Le randellate di Trump non escludono nuovi spazi di cooperazione. Tipo un sistema di difesa e deterrenza integrato, che copra pure il Pacifico. Con Roma in un ruolo chiave.
Lo speciale contiene due articoli.
Il tramonto dell’Occidente non è inevitabile. È questa la convinzione espressa da Marco Rubio nel discorso da lui tenuto, ieri, alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza. Il segretario di Stato americano ha innanzitutto puntato il dito contro il concetto di «fine della storia». «In questa illusione, abbiamo abbracciato una visione dogmatica di libero e sfrenato commercio, mentre alcune nazioni proteggevano le loro economie e sovvenzionavano le loro aziende», ha dichiarato, criticando gli effetti della globalizzazione: dall’immigrazione senza regole alle politiche green. «Abbiamo commesso questi errori insieme», ha proseguito, «e ora insieme abbiamo il dovere, nei confronti del nostro popolo, di affrontare questi fatti e di andare avanti per ricostruire. Sotto la presidenza Trump, gli Usa si assumeranno ancora una volta il compito del rinnovamento e della ricostruzione, spinti dalla visione di un futuro altrettanto orgoglioso, sovrano e vitale quanto lo fu il passato della nostra civiltà».
«Non vogliamo che gli alleati razionalizzino lo status quo ormai in crisi, anziché fare i conti con ciò che è necessario per risolvere il problema», ha continuato. «Noi americani non abbiamo alcun interesse a essere custodi educati e ordinati del tramonto controllato dell’Occidente. Non cerchiamo di separarci, ma di rivitalizzare un’antica amicizia e rinnovare la più grande civiltà della storia umana», ha aggiunto. «Non vogliamo che i nostri alleati siano deboli. Perché questo ci rende più deboli», ha anche detto, sottolineando inoltre che gli americani saranno «sempre figli dell’Europa». «L’America sta tracciando la strada per un nuovo secolo di prosperità. E, ancora una volta, vogliamo farlo insieme a voi, nostri cari alleati e nostri più vecchi amici. Vogliamo farlo insieme a voi, con un’Europa orgogliosa del suo retaggio e della sua storia, con un’Europa che ha lo spirito di creazione e libertà che ha mandato navi in mari inesplorati e che ha dato vita alla nostra civiltà, con un’Europa che ha i mezzi per difendersi e la volontà di sopravvivere», ha concluso.
Ben lungi dall’incarnare uno spirito isolazionista, Rubio, nel suo discorso, ha preso le distanze tanto dalle ingenuità velleitarie di Francis Fukuyama quanto dal fatalismo cupo di Oswald Spengler. L’Europa, questo è il succo del suo intervento, può riprendere in mano il suo destino sia abbandonando gli errori ideologici degli ultimi vent’anni sia trovando una nuova convergenza con gli Stati Uniti. I punti su cui collaborare, secondo Rubio, sono numerosi: dalla salvaguardia delle frontiere alla reindustrializzazione delle economie occidentali, passando per il ripristino del controllo delle catene di approvvigionamento. Tutto questo, senza ovviamente trascurare il retaggio culturale che è stato alla base dell’Occidente. Perché - ed è questo il senso più profondo dell’intervento di Rubio - la crisi occidentale, oggi, è in primo luogo culturale, filosofica e, in un certo senso, spirituale.
Parole, quelle del segretario di Stato, ben diverse da quelle di Emmanuel Macron che, l’altro ieri, aveva definito l’Europa addirittura un «esempio» che gli altri avrebbero dovuto seguire. Il problema è che, tra molte leadership del Vecchio continente, manca totalmente una riflessione sul tramonto dell’Occidente. Basti pensare al discorso, tenuto ieri a Monaco da Keir Starmer. «Non siamo più la Gran Bretagna degli anni della Brexit», ha detto, promuovendo un riavvicinamento tra Londra e l’Ue. «Vogliamo unire la nostra leadership nei settori della Difesa, della tecnologia e dell’Intelligenza artificiale a quella dell’Europa per moltiplicare i nostri punti di forza e costruire una base industriale condivisa in tutto il continente», ha dichiarato. Dal canto suo, sempre ieri, Ursula von der Leyen ha affermato che bisogna «costruire una spina dorsale europea di facilitatori strategici: nello Spazio, nell’intelligence e nelle capacità di attacco in profondità».
Insomma, anziché interrogarsi sulla crisi europea per cercare di invertirla, molte leadership del Vecchio continente continuano a non porsi minimamente il problema. E, a peggiorare la situazione stanno le spaccature intestine. Ieri, a Monaco, Pedro Sánchez ha definito «troppo pericoloso» il riarmo nucleare: una stoccata più o meno velata a Friedrich Merz che, venerdì, aveva reso noto di voler creare un deterrente atomico europeo insieme a Macron. Senza poi trascurare che lo stesso asse franco-tedesco è ormai sempre più scricchiolante. Al di là delle dichiarazioni di facciata, il cancelliere tedesco e il capo dell’Eliseo sono infatti assai distanti su numerose questioni (dai dazi americani al settore della Difesa).
Il punto vero è che, piaccia o meno, gli Usa sono passati attraverso una crisi profonda che, a partire dalla sindrome dell’Iraq, si è dipanata attraverso la Grande recessione. Da tale crisi, hanno iniziato a riflettere sugli errori passati, per poi cambiare rotta. In tal senso, al netto dei suoi limiti, l’amministrazione Trump rappresenta l’esito di questo lungo processo autocritico. Dalle parti del Vecchio continente, invece, molti continuano a negare l’evidenza, crogiolandosi nell’illusione di un mondo che ormai non esiste più. Certo, l’attuale presidente americano, su alcuni dossier, ha dato, in un certo senso, la sveglia agli europei: Merz ha dovuto ammettere il riemergere della politica di potenza, mentre la Commissione Ue ha fatto marcia indietro su alcune derive green.
Tuttavia sia a Bruxelles sia a Londra manca ancora un’autocritica complessiva, strutturale, filosofica. È da qui che passa la possibilità di una rinascita del Vecchio continente. O il suo definitivo tramonto. Le vecchie élites europee arroccate dovrebbero prestare attenzione alle parole di Rubio. Ma sappiamo già che non lo faranno.
- Il cancelliere tedesco: «Vecchio ordine tramontato, era nuova». Il presidente francese fa il bullo con l’atomica e vuole più missili.
- L’asse Roma-Berlino è un segnale.. Con Parigi in crisi, tocca alle altre due potenze continentali interagire con Washington.
Lo speciale contiene due articoli.
È un vero e proprio test sulla tenuta delle relazioni transatlantiche quello attorno a cui ruota la Conferenza sulla sicurezza iniziata ieri a Monaco.
Per comprenderlo, basta guardare alle parole pronunciate dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz: «La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse è già persa», ha detto. «Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata», ha proseguito, per poi aggiungere: «L’ordine internazionale basato su diritti e regole non esiste più come una volta, è iniziata una nuova era». «Noi tedeschi sappiamo che un mondo in cui la legge è dettata dalla forza sarebbe un posto buio. Il nostro Paese ha imboccato questa strada nel XX secolo, fino a una fine amara e terribile», ha continuato il cancelliere, che ha anche messo in guardia la platea di Monaco dall’ascesa della Cina.
«In futuro, Pechino potrebbe trovarsi sullo stesso piano degli Stati Uniti in termini militari», ha affermato. «Nell’era della rivalità tra grandi potenze, nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da poter agire da soli. Cari amici, far parte della Nato non è solo un vantaggio competitivo per l’Europa, ma anche per gli Stati Uniti. Quindi, ripristiniamo e rilanciamo insieme la fiducia transatlantica. Noi europei stiamo facendo la nostra parte», ha anche detto, rivolgendosi agli Usa. Nell’occasione, Merz ha reso noto di essere in trattative con il presidente francese, Emmanuel Macron, per l’eventuale creazione di una forza nucleare europea congiunta. «Non lo faremo cancellando la Nato. Lo faremo costruendo un pilastro europeo forte e autosufficiente all’interno dell’Alleanza», ha precisato. Il cancelliere non ha comunque risparmiato ulteriori stoccate alla Casa Bianca. «Non crediamo nei dazi e nel protezionismo, ma nel libero scambio. Ci atteniamo agli accordi sul clima e all’Oms perché siamo convinti che le sfide globali possano essere risolte solo insieme», ha detto, sottolineando inoltre di voler rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale «più forte d’Europa».
Insomma, il cancelliere ha cercato una sorta di via intermedia: pur criticando duramente l’amministrazione Trump, non è parso intenzionato a rompere i rapporti transatlantici e, almeno per ora, pare orientato verso una posizione più morbida di quella francese che, negli scorsi mesi, ha più volte invocato lo scontro diretto con Washington (si pensi soltanto alla questione dei dazi). Sotto questo aspetto, si registra grande attesa per il discorso che terrà oggi Marco Rubio. «L’Europa è importante per noi. Siamo molto legati all’Europa. Credo che la maggior parte delle persone in questo Paese possa far risalire la propria eredità culturale o personale all’Europa. Siamo profondamente legati all’Europa e il nostro futuro è sempre stato legato a questo continente e continuerà a esserlo. Quindi, dobbiamo solo parlare di come sarà questo futuro», ha affermato il segretario di Stato americano prima di partire per Monaco, dove è arrivato ieri. E proprio nella giornata di ieri, Rubio ha avuto vari meeting, incontrando, tra gli altri, lo stesso Merz e il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.
Non solo. Il capo del dipartimento di Stato americano ha avuto anche dei colloqui definiti «costruttivi» con i premier di Danimarca e Groenlandia, Mette Frederiksen e Jens Frederik Nielsen. In questo quadro, secondo il segretario generale dell’Alleanza atlantica Mark Rutte, oggi Rubio «continuerà senza dubbio a spingere gli europei ad assumere un ruolo di maggiore leadership nella Nato e a renderla maggiormente guidata dall’Europa». «Mi aspetto che ciò contribuisca solo a rafforzare il legame degli Stati Uniti con la Nato», ha anche affermato.
E attenzione. Washington non guarda soltanto alla necessità di riformare l’Alleanza atlantica: punta a fare altrettanto con l’Onu. «Stiamo spingendo con forza affinché l’Onu torni alle origini, a quella funzione di pacificazione e mantenimento della pace che è stata fondamentale fin dalla sua fondazione», ha dichiarato, ieri, l’ambasciatore americano presso le Nazioni Unite, Mike Waltz, sostenendo che l’Onu vada messa «a dieta». «Tutti concordano sul fatto che sia necessaria una riforma», ha precisato.
A tenere banco, è infine stata la crisi ucraina. Pur dicendosi a favore di una «pace negoziata», Macron, in un discorso un po’ velleitario in cui ha definito l’Europa un «esempio» da seguire, ha detto che «la risposta non può essere cedere alle richieste della Russia, ma aumentare la pressione sulla Russia». Il presidente francese ha quindi cercato di rivendicare un peso diplomatico per l’Europa. «Nessuna pace senza gli europei. Voglio essere molto chiaro: si può negoziare senza gli europei, se si preferisce, ma non si arriverà alla pace al tavolo delle trattative», ha affermato, per poi aggiungere comunque che, a seguito della pace in Ucraina, l’Europa dovrà elaborare delle «regole di coesistenza» con la Russia.
Tutto questo, senza risparmiare stoccate agli Usa su dazi e Groenlandia. Non solo. Il capo dell’Eliseo ha invocato la regolamentazione dei social media, elogiando il Dsa: un passaggio, questo, che probabilmente irriterà assai Washington. Infine, Macron ha cercato di far leva sul settore della Difesa - e specialmente sui missili a lungo raggio - per avvicinarsi maggiormente a Berlino. Il presidente francese ha, in particolare, detto che bisogna «riformulare la deterrenza nucleare» e, a tal proposito, ha reso noto di aver «avviato un dialogo strategico» con Merz.
L’asse Roma-Berlino è un segnale. Ue moribonda, è l’ora delle nazioni
Dopo lo choc dello scorso anno con il discorso di J.D. Vance, quest’anno la Conferenza annuale sulla sicurezza ha portato a Monaco Marco Rubio, il segretario di Stato dell’amministrazione di Donald Trump. Un anno di presidenza Trump ha già sconvolto a sufficienza l’azzimata Europa e Rubio, probabilmente, sarà più morbido di quanto fu il vicepresidente un anno fa. In una città militarizzata (circa 5.000 poliziotti sono stati dispiegati per l’evento, con unità cinofile e cecchini sui tetti) il segretario parlerà oggi alla conferenza. Morbido non significa, però, meno determinato: «Il vecchio mondo è finito», ha detto Rubio prima di partire per Monaco. «Viviamo in una nuova era geopolitica e questo richiederà a tutti noi di riesaminare come si presenta e quale sarà il nostro ruolo».
Certamente il segretario di Stato nel suo discorso di oggi terrà il punto che più volte è stato sottolineato da Washington, stimolando l’Europa a fare di più come alleato e a ritornare ai fondamenti della democrazia europea, che Vance lo scorso anno aveva criticato duramente.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha citato all’inizio del suo lungo discorso: «Lasciatemi iniziare con la scomoda verità: tra l’Europa e gli Usa si è aperto un divario. Il vicepresidente J.D. Vance lo ha detto molto apertamente un anno fa qui a Monaco e aveva ragione, noi non crediamo nei dazi doganali e nel protezionismo, ma nel libero scambio». L’Europa è reduce dal molto fumoso vertice a 27 per salvare sé stessa dalla crisi e arriva divisa (tanto per cambiare) a questo importante appuntamento annuale.
Il nuovo ruolo di guida assunto dal duo Friedrich Merz-Giorgia Meloni potrebbe, però, essere un primo segnale verso gli Stati Uniti che, nel Documento strategico sulla sicurezza nazionale del novembre 2025, avevano indicato nell’Unione europea l’origine della debolezza dell’alleato europeo: «Tra i problemi più ampi che l’Europa deve affrontare rientrano le attività dell’Unione europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi», si legge nel documento.
Il ritorno a un maggiore protagonismo degli Stati nazionali in Europa, la fine della furia regolatoria dell’Unione e una maggiore assunzione di responsabilità nella difesa è ciò che chiedono gli Usa. Il nuovo tandem italo-tedesco che sta assumendo leadership in Europa sembra voglia cogliere questi stimoli. Per ragioni diverse, ma in maniera convergente.
La Francia al momento è in una situazione critica a causa della instabilità politica, con l’ennesimo governo fragilissimo e un Emmanuel Macron il cui indice di gradimento è crollato a un drammatico 19%, e delle difficoltà economiche. Senza consenso in patria, isolato su dossier importanti in Europa e in tensione con Washington dopo la questione Groenlandia, per Macron l’unica opzione resta quella nucleare. L’unico Paese Ue ad avere un arsenale atomico è la Francia e il richiamo che Merz ha fatto ieri nel suo discorso ad una deterrenza europea riporta il presidente francese nella discussione.
Dopo gli scossoni dell’ultimo anno e le tensioni poi rientrate sulla Groenlandia, chi parla di una improbabile rottura tra Usa ed Europa non ha colto che in realtà è anche interesse dell’Europa assumere maggiore autonomia. Al quadro manca, però, la consapevolezza che, per farlo, la sovrastruttura dell’Unione non è adatta, mentre la cooperazione rafforzata su singoli temi può essere una strada percorribile. Non è un caso che ieri il cancelliere tedesco e il segretario di Stato americano abbiano avuto un bilaterale durato trenta minuti.
Al di là delle dichiarazioni roboanti e degli alati discorsi, Monaco 2026 potrebbe essere l’occasione di un rilancio dei rapporti tra Usa ed Europa, una volta compreso che tocca agli Stati nazionali muoversi, le uniche entità che rappresentano democraticamente i cittadini.





