Sta salendo la tensione tra Stati Uniti e Cuba. Giovedì, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha definito il regime castrista una «minaccia alla sicurezza nazionale», oltreché «uno dei principali sponsor del terrorismo nell’intera regione».
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
Sembra essersi rimesso in moto il processo diplomatico tra Stati Uniti e Iran. Ieri, il capo delle forze armate pakistane, Asim Munir, era atteso a Teheran. Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu, il suo obiettivo sarebbe quello di mediare un accordo «temporaneo» tra i due belligeranti: un accordo che dovrebbe consentire la ripresa dei colloqui su temi chiave, come Hormuz e il nucleare iraniano.
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
La stessa testata ha riferito che il capo delle Forze armate pakistane, Asim Munir, potrebbe recarsi oggi nella Repubblica islamica, per annunciare formalmente la bozza finale di intesa tra i due belligeranti. Non solo. I colloqui tra Washington e Teheran potrebbero riprendere a Islamabad alla fine del mese. In particolare, secondo alcune indiscrezioni trapelate ieri, il Pakistan starebbe spingendo la Repubblica islamica a riaprire Hormuz, mentre i Paesi del Golfo sarebbero pronti a riprendere i rapporti con l’Iran, se quest’ultimo accettasse l’intesa con gli Stati Uniti. Ieri pomeriggio veniva inoltre riferito che Teheran avrebbe circa 48 ore per decidere che cosa fare.
Del resto, sarà un caso, ma, sempre ieri, il ministro dell’Interno pakistano, Mohsin Naqvi, era nella capitale iraniana, dove ha incontrato il comandante delle Guardie della rivoluzione, Ahmad Vahidi. Ora, non è un mistero che finora i pasdaran abbiano costantemente ostacolato l’approccio diplomatico, promosso dal presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. È possibile quindi ipotizzare che Naqvi abbia cercato di addolcire le loro posizioni in vista di una possibile intesa tra Washington e Teheran. Frattanto, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha confermato che i colloqui tra Washington e Teheran stanno proseguendo «attraverso la mediazione del Pakistan». Ha inoltre specificato che, al momento, il punto di partenza della discussione sarebbe la proposta iraniana articolata in 14 punti.
Al contempo, dall’altra parte, Donald Trump sta frenando l’impeto bellico di Benjamin Netanyahu. Dopo aver rimandato la ripresa degli attacchi contro l’Iran, l’inquilino della Casa Bianca ha detto ieri di non avere fretta di raggiungere un accordo, aggiungendo che il premier israeliano farà «tutto ciò che io gli chiederò» sulla questione di un’eventuale nuova offensiva contro la Repubblica islamica. «È un brav'uomo, farà tutto quello che gli chiederò. Ed è una persona fantastica. Non dimenticate che è stato primo ministro in tempo di guerra», ha dichiarato il presidente americano, riferendosi a Netanyahu, con cui Trump, secondo Channel 12, avrebbe avuto una telefonata «lunga e intensa».
Non è un mistero che lo Stato ebraico voglia rispolverare la linea dura contro gli ayatollah. Non a caso, ieri l’Idf ha reso noto di essere «al massimo livello di allerta» in riferimento a una possibile ripresa delle operazioni belliche contro la Repubblica islamica. Come che sia, Trump, ieri, ha affermato che gli Stati Uniti sono nelle «fasi finali» dei colloqui con Teheran. «L’Iran ora ci rispetta. Finiamo il lavoro o firmeranno il documento? Vedremo che cosa succede», ha anche detto, non escludendo del tutto il ricorso all’opzione militare. «Potremmo dover colpire l’Iran più duramente. Forse no», ha continuato, tornando a ribadire che Teheran non possa dotarsi dell’arma nucleare.
Insomma, sembra che il processo diplomatico si sia rimesso in moto. E che il traguardo sia particolarmente vicino. Bisognerà capire se il Pakistan riuscirà realmente ad ammorbidire i pasdaran. Dall’altra parte, sarà anche necessario comprendere se Trump sarà realmente in grado di far digerire a Netanyahu un eventuale accordo con l’Iran. È comunque abbastanza chiaro come Washington e Teheran puntino a un’intesa. Il presidente americano vuole evitare il pantano e portare i prezzi del greggio a scendere rapidamente: Trump vuole infatti cercare di rendere il Partito repubblicano meno vulnerabile in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Dall’altra parte, il regime khomeinista soffre significativamente sotto la pressione delle sanzioni e del blocco navale statunitense. Al contempo, anche Cina e Russia ci stanno rimettendo dalla guerra in Iran: Pechino sconta il peso della crisi di Hormuz, mentre Mosca fatica a recuperare influenza politica nella regione mediorientale.





