Mentre in Iran si tengono proteste contro il regime khomeinista, a New York tira un’aria preoccupante. Entrato in carica appena l’altro ieri, Zohran Mamdani ha già suscitato l’inquietudine di una parte della comunità ebraica, attirandosi anche le critiche di Israele. Il nuovo primo cittadino della Grande Mela ha infatti abrogato alcune delle direttive che il suo predecessore, Eric Adams, aveva approvato per contrastare l’antisemitismo. In particolare Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, ha revocato un decreto che ordinava alla polizia cittadina di rafforzare la protezione per le sinagoghe. Ne ha poi soppresso un altro che accoglieva la definizione di antisemitismo data dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra): definizione che faceva rientrare nel concetto anche la «demonizzazione di Israele». Infine, il nuovo sindaco ha abrogato un decreto che impediva ai funzionari cittadini di condurre attività di boicottaggio ai danni dello Stato ebraico.
Le mosse di Mamdani, che ha giurato sul Corano al momento del suo insediamento (accompagnato dalla consorte Rama Duwaji, pizzicata dai tabloid con stivali da 630 dollari ai piedi) hanno irritato Gerusalemme. «Nel suo primo giorno da sindaco di New York, Mamdani mostra il suo vero volto: rigetta la definizione di antisemitismo dell’Ihra e revoca le restrizioni al boicottaggio di Israele. Questa non è leadership. È benzina antisemita sul fuoco», ha dichiarato il ministero degli Esteri israeliano.
Non solo. Già giovedì, il National Jewish Advocacy Center aveva chiesto conto a Mamdani del fatto che fossero stati cancellati dall’account X ufficiale del municipio alcuni post contro l’antisemitismo, risalenti all’amministrazione Adams. «È difficile esagerare quanto sia inquietante che uno dei tuoi primi atti come sindaco di New York, nel tuo primo giorno in carica, sia quello di cancellare i tweet ufficiali dell’account del municipio che parlavano della protezione degli ebrei newyorchesi», ha affermato l’organizzazione in una lettera inviata al primo cittadino. La portavoce di Mamdani ha replicato sostenendo che i post sarebbero stati semplicemente archiviati e che il neo sindaco «resta fermo nel suo impegno a sradicare il flagello dell’antisemitismo nella nostra città». Ciononostante, i primi atti di Mamdani hanno suscitato inquietudine. A maggior ragione, tenendo presente alcune delle posizioni che il diretto interessato aveva espresso nel recente passato. A giugno, era stato criticato per non aver preso inequivocabilmente le distanze dallo slogan «globalizzare l’Intifada». Inoltre, durante la campagna elettorale, aveva accusato Israele di genocidio e si era anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu, in caso quest’ultimo si fosse recato nella Grande Mela. Senza poi trascurare che, il mese scorso, un’esponente del team di Mamdani, Catherine Almonte Da Costa, si era dovuta dimettere, dopo che l’Anti-Defamation League aveva denunciato alcuni suoi vecchi post, in cui parlava di «ebrei affamati di soldi». Era inoltre fine ottobre quando l’attivista iraniano-americana Masih Alinejad accusò Mamdani di non essere abbastanza duro nel condannare Hamas.
Parliamo di quella stessa Hamas che è notoriamente uno dei principali proxy dell’Iran. E proprio in Iran, lo abbiamo detto, sono da giorni in corso proteste contro il regime khomeinista: proteste a cui la Casa Bianca ha dato de facto il suo appoggio. «Se l’Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è loro abitudine, gli Stati Uniti d’America accorreranno in loro soccorso. Siamo pronti a partire», ha dichiarato ieri Donald Trump, innescando la reazione piccata del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’inquilino della Casa Bianca, che pure ha irritato parte della base Maga per la sua distensione con l’attuale governo siriano, ha inoltre recentemente designato alcune realtà connesse alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». Insomma, il paradosso è evidente: Trump, dipinto spesso alla stregua di un «tiranno», sta cercando di arginare il fondamentalismo islamico; Mamdani, elogiato come un paladino progressista, flirta invece con posizioni non poi così distanti dall’islamismo. D’altronde, un certo strabismo è stato evidenziato anche da Elon Musk, che ha sottolineato come il saluto fatto dal neo sindaco durante l’insediamento di giovedì non fosse poi troppo dissimile da quello per cui lui stesso fu accusato, a gennaio scorso, di apologia del nazismo.
E attenzione: che Mamdani sia una figura controversa è testimoniato anche dalle spaccature interne alla base e ai vertici del Partito democratico americano. Secondo la Cnn, alle elezioni municipali newyorchesi di novembre il 64% degli elettori ebrei ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Inoltre, se ha avuto l’endorsement della deputata di estrema sinistra Alexandria Ocasio-Cortez, Mamdani non ha invece ricevuto quello del capogruppo dem al Senato, Chuck Schumer, che oltre a essere ebreo è su posizioni (relativamente) centriste. L’Asinello, insomma, è finito in testacoda.
Ieri, il sindaco entrante di New York, il democratico Zohran Mamdani, ha prestato giuramento sul Corano. Non era mai accaduto che un primo cittadino della Grande Mela giurasse sul testo sacro dell’islam. D’altronde, Mamdani è il primo sindaco di fede musulmana della storia newyorchese. «La maggior parte dei predecessori di Mamdani hanno prestato giuramento su una Bibbia, sebbene il giuramento di rispettare le leggi federali, statali e cittadine non richieda l’uso di alcun testo religioso», ha riferito l’Associated Press. Ebbene, la scelta di giurare sul Corano ha scatenato diverse polemiche.
«Il nemico è dentro i cancelli», ha affermato il senatore repubblicano, Tommy Tuberville, commentando la notizia. «Questa non è una religione su cui prestare giuramento. Sono anti occidentali. E l’intero movimento degli islamici ortodossi mira a distruggere la civiltà occidentale», ha inoltre detto a Newsmax Rudy Giuliani, che era sindaco della Grande Mela, quando l’11 settembre 2001 si svolsero gli attentati alle Torri Gemelle: attentati che, ricordiamolo, erano stati orchestrati da Al-Qaeda. Ma le critiche non sono arrivate soltanto dal Partito repubblicano americano.
«Giuramento non valido. Niente Corano. Gli Stati Uniti non sono islamici. Non ancora. Svegliati, America», ha dichiarato il politico olandese Geert Wilders. «Nel mondo occidentale, ciascuno può praticare la sua religione: cosa che invece non è garantita in tutti i Paese islamici. Ma preoccupa comunque che il nuovo sindaco di New York, Mamdani, che ha un programma di ultrasinistra ipercomunista, abbia giurato sul Corano. Applicherà la Costituzione americana o le regole della Sharia? Un conto è rivendicare la liberà di culto, altro è anteporre la propria religione alle regole vigenti in uno Stato. Questo episodio non deve essere trascurato. È indice dei tempi», ha affermato, dal canto suo, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, per poi aggiungere: «Noi cattolici abbiamo sancito il principio della libera Chiesa in libero Stato da molto tempo in Italia, evitando confusone di ruoli. Non vorremmo che altre religioni imponessero una logica diversa. Non abbiamo certo bisogno di talebani a Manhattan».
Nei mesi scorsi, le posizioni di Mamdani hanno suscitato più di una perplessità tra la comunità ebraica. A giugno, il diretto interessato fu criticato per non aver condannato inequivocabilmente l’espressione «globalizzare l’Intifada». L’attuale primo cittadino ha inoltre accusato lo Stato ebraico di «genocidio» e si è anche impegnato a far arrestare Benjamin Netanyahu qualora il premier israeliano dovesse recarsi a New York. Non a caso, alle ultime elezioni municipali, circa il 64% degli ebrei newyorchesi ha votato per il candidato indipendente Andrew Cuomo. Più in generale, a novembre, l’amministrazione Trump ha designato alcune realtà legate alla Fratellanza musulmana come «organizzazioni terroristiche straniere». L’argomento, insomma, è politicamente sensibile. E le polemiche sul giuramento coranico di Mamdani probabilmente non si spegneranno molto presto.
Polemiche che si sommeranno a quelle già in corso sul suo programma politico, considerato come assai orientato a sinistra. Durante la campagna elettorale, Mamdani ha per esempio promesso il congelamento degli affitti e gli autobus gratuiti. A inizio dicembre, l’attuale sindaco ha anche chiesto la cessazione delle retate negli accampamenti dei senzatetto: una posizione a cui si è opposta la governatrice dem dello Stato di New York, Kathy Hochul. Tutto questo per dire che l’agenda politica di Mamdani non è apprezzata neanche da alcuni settori dello stesso Partito democratico. Non a caso, durante la campagna elettorale, non tutta la leadership nazionale dell’Asinello si schierò con lui. Evitò, per esempio, di dargli l’endorsement il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, che, oltre a essere ebreo e di orientamento politico (parzialmente) centrista, è altresì detentore del seggio senatoriale di New York.
La frattura nel Partito democratico americano è dunque sempre più evidente. Prova ne è il fatto che, ieri, all’insediamento di Mamdani erano presenti Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez: quella stessa Ocasio-Cortez che, secondo indiscrezioni, vorrebbe contendere a Schumer il seggio senatoriale di New York. L’estrema sinistra americana strizza d’altronde sempre di più l’occhio al mondo islamico, anche a prezzo di alcune contraddizioni: ricordiamo, per esempio, che Mamdani, a luglio, è stato sostenuto dall’organizzazione pro choice Planned Parenthood. E qui sta il paradosso. Molte delle proposte politiche di Mamdani, dal green all’aperturismo migratorio, non costituiscono ricette appetibili per i colletti blu della Rust Belt. Ora, è vero che, essendo nato in Uganda, il primo cittadino newyorchese non può candidarsi alla Casa Bianca. Ma le sue idee difficilmente aiuteranno l’Asinello a riconquistare la presidenza. Senza poi contare che, sui temi etici, le comunità musulmane della Rust Belt appaiono spesso più vicine ai repubblicani che agli ultraprogressisti.
Il processo diplomatico ucraino prosegue nei suoi percorsi tortuosi. Ieri, il ministro degli Esteri di Kiev, Andrii Sybiha, ha respinto l’accusa russa, secondo cui l’Ucraina avrebbe effettuato un attacco contro la residenza di Vladimir Putin. «Non è mai avvenuto alcun attacco del genere», ha dichiarato Sybiha, per poi aggiungere: «La Russia ha una lunga storia di false affermazioni: è la loro tattica distintiva». Del resto, l’altro ieri, Volodymyr Zelensky aveva bollato le accuse del Cremlino come «una completa invenzione volta a giustificare ulteriori attacchi contro l’Ucraina».
Di parere opposto continua invece a mostrarsi Mosca. Ieri, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha accusato Kiev di aver condotto un «attacco terroristico», volto a «ostacolare gli sforzi del presidente Trump per facilitare una risoluzione pacifica del conflitto ucraino». «Vediamo che lo stesso Zelensky sta cercando di negarlo, e molti media occidentali, facendo il gioco del regime di Kiev, stanno iniziando a diffondere la narrazione che ciò non è accaduto. Si tratta di affermazioni assurde», ha proseguito Peskov, specificando inoltre che «la Russia continuerà il processo di negoziazione e il dialogo principalmente con gli americani». «Non credo che dovrebbero esserci prove se viene condotto un attacco di droni di tale portata, che è stato fermato grazie al lavoro ben coordinato del sistema di difesa aerea», ha continuato il portavoce del Cremlino. Nel frattempo, il premier indiano, Narendra Modi, si è detto «profondamente preoccupato» per «le notizie relative all’attacco alla residenza» di Putin, sottolineando che «gli attuali sforzi diplomatici rappresentano la strada più praticabile per porre fine ai combattimenti e raggiungere la pace». Ricordiamo che Mosca e Nuova Delhi hanno ulteriormente rafforzato i loro rapporti, come testimoniato dal recente viaggio dello zar in India.
In questo quadro, le relazioni tra Stati Uniti e Russia appaiono articolate. Da una parte, i due Paesi mostrano un avvicinamento reciproco. «L’amministrazione statunitense sta conducendo un lavoro di intermediazione attivo e mirato», ha dichiarato il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, aggiungendo che «l’iniziativa strategica spetta interamente all’esercito russo». Tutto questo, mentre, lunedì, Donald Trump aveva ostentato irritazione per la notizia dell’attacco alla residenza del presidente russo. «Il presidente Putin me ne ha parlato stamattina presto. Ha detto di essere stato attaccato. Non va bene», aveva affermato l’inquilino della Casa Bianca. Dall’altra parte, Mosca ha tuttavia espresso preoccupazione per la linea dura, promossa da Trump nei confronti dell’Iran. Peskov, ieri, ha infatti difeso le strette relazioni tra la Russia e la Repubblica islamica, esortando sia Washington che Teheran a evitare un’escalation. La posizione del portavoce del Cremlino è stata espressa dopo che, lunedì, il presidente americano ha minacciato di «fare a pezzi» il regime khomeinista, qualora quest’ultimo dovesse riprendere il suo programma nucleare e balistico.
In tutto questo, Zelensky ha reso noto lunedì che gli Stati Uniti hanno proposto all’Ucraina garanzie di sicurezza per 15 anni: un’offerta che Kiev considera troppo timida, chiedendo che il termine sia invece fissato a 50 anni. Il presidente ucraino e quello americano restano inoltre distanti sulla questione del destino del Donbass: area da cui il Cremlino vuole che le forze di Kiev si ritirino completamente. Dall’altra parte, ieri Zelensky ha annunciato non solo che i leader della coalizione dei volenterosi si incontreranno in Francia il 6 gennaio ma anche che è in fase di discussione l’eventualità di un impiego di truppe americane per attività di peacekeeping in territorio ucraino. Un punto su cui, almeno fino a ieri sera, la Casa Bianca non ha rilasciato commenti.
Nel frattempo, i leader europei continuano a tentare di acquisire peso nel processo diplomatico. «Stiamo portando avanti il processo di pace», ha affermato Friedrich Merz, dopo aver tenuto nuove consultazioni con i partner europei e canadesi. «Ora servono trasparenza e onestà da parte di tutti, anche della Russia», ha continuato il cancelliere tedesco. «La pace è all’orizzonte, non c’è dubbio che siano accaduti fatti che lasciano sperare che questa guerra possa finire, e anche piuttosto in fretta, ma è pur sempre una speranza, ben lungi dall’essere certa al 100%», ha dichiarato, dal canto suo, il premier polacco, Donald Tusk, per poi specificare: «Quando dico che la pace è all’orizzonte, mi riferisco alle prossime settimane, non ai prossimi mesi o anni. Entro gennaio, dovremo unirci tutti per prendere decisioni sul futuro dell’Ucraina, sul futuro di questa parte del mondo». Secondo il Guardian, Tusk «ha suggerito che Kiev dovrà scendere a compromessi sulle questioni territoriali». Infine, fonti vicine a Emmanuel Macron hanno riferito che non ci sono prove dell’accusa russa di un attacco ucraino contro la residenza di Putin.
In tutto questo, ieri Mosca ha reso noto di aver schierato i propri missili Oreshnik, con capacità nucleare, in territorio bielorusso. Stando al ministero della Difesa russo, questi missili hanno una gittata di circa 5.000 chilometri. Nel frattempo, la Marina militare ucraina ha affermato che due navi civili sono state colpite a seguito di un attacco di Mosca nel Mar Nero.





