Sono ore di alta tensione quelle che sta attraversando la crisi iraniana. Stasera (alle ore 20 di Washington Dc), è prevista la scadenza dell’ultimatum fissato da Donald Trump: a meno che Teheran non riapra lo Stretto di Hormuz, il presidente statunitense, che domenica non ha escluso l’eventualità di schierare truppe di terra, si è detto pronto a colpire le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica.
Uno scenario, questo, che ha innescato la dura reazione del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. «Le conseguenze di una situazione del genere non si limiteranno all’Iran e alla regione, ma avranno anche effetti devastanti sull’energia e sull’economia globali, per i quali la responsabilità ricadrà esclusivamente sui funzionari statunitensi e sugli aggressori», ha dichiarato, minacciando anche una «reazione decisa e completa» in caso di attacco americano.
Resta intanto avvolto nell’incertezza il destino del cessate il fuoco di 45 giorni di cui Stati Uniti e Iran starebbero discutendo attraverso la mediazione di vari attori regionali, a partire dal Pakistan. Da quanto si apprende, la tregua prevedrebbe che Teheran riapra gradualmente Hormuz, diminuendo anche le proprie scorte di uranio, mentre gli Usa sbloccherebbero miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Nella seconda fase, si avvierebbero invece dei negoziati per un’intesa a lungo termine.
Ieri, Teheran ha respinto l’idea di un cessate il fuoco, dicendosi invece favorevole a una conclusione definitiva del conflitto. Nell’occasione, il regime khomeinista ha presentato dieci clausole, che trattano di vari argomenti: dalla revoca delle sanzioni alla ricostruzione postbellica, passando per il futuro dello Stretto di Hormuz. «Possiamo continuare la guerra finché le autorità politiche lo riterranno opportuno», ha dichiarato il portavoce dell’esercito di Teheran, Mohammad Akraminia.
«Hanno fatto una proposta, ed è una proposta significativa. È un passo significativo. Non è sufficiente, ma è un passo molto significativo», ha detto ieri Trump, riferendosi alla controproposta iraniana. «Hanno fatto un passo avanti, sono in trattativa. Vedremo cosa succederà», ha aggiunto, aprendo così uno spiraglio diplomatico. «Il primo regime è stato rovesciato, il secondo regime è stato rovesciato. Ora il terzo gruppo di persone con cui abbiamo a che fare non è così radicalizzato e pensiamo che siano in realtà molto più intelligenti», ha proseguito, per poi ribadire che oggi scadrà l’ultimatum relativo alla riapertura di Hormuz. «Non posso parlare di cessate il fuoco, ma posso dirvi che dall’altra parte abbiamo un partecipante attivo e disponibile. Vorrebbero raggiungere un accordo. Non posso dire altro», ha continuato.
Il presidente americano ha altresì sottolineato che il suo vice, JD Vance, «potrebbe» essere coinvolto in eventuali colloqui diretti tra Washington e Teheran. «L’intero Paese può essere messo fuori combattimento in una sola notte», ha detto Trump durante una conferenza stampa dedicata allo storico salvataggio dei piloti statunitensi in Iran. «E quella notte potrebbe essere domani sera», ha proseguito, riferendosi alla scadenza dell’ultimatum. «Nell’esercito degli Stati Uniti non lasciamo indietro nessun americano», ha anche detto, elogiando l’operazione di salvataggio dei piloti, per poi tornare a dirsi «molto deluso» dal comportamento dell’Alleanza atlantica. Il presidente ha inoltre espresso notevole interesse nei confronti del greggio iraniano.
Insomma, la situazione generale resta appesa a un filo. Il regime khomeinista è internamente spaccato tra un’ala dialogante (che fa capo al presidente Masoud Pezeshkian) e una battagliera, che è legata ai pasdaran: quegli stessi pasdaran che, proprio ieri, hanno annunciato che la situazione a Hormuz «non tornerà mai più allo stato precedente, soprattutto per gli Stati Uniti e Israele». Non è un caso che Israele e Stati Uniti stiano continuando ad aumentare la pressione militare sulle Guardie della rivoluzione: è in questo quadro che, sempre ieri, lo Stato ebraico ha reso nota l’eliminazione del capo dell’intelligence dei pasdaran, Majid Khademi.
Dall’altra parte, Trump sta cercando di accelerare la conclusione del conflitto, essendo preoccupato per il notevole aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti: il che rappresenta potenzialmente un problema rilevante per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Tuttavia, oltre alla linea dura dei pasdaran, il presidente americano deve far fronte anche allo scetticismo di alcuni alleati. Secondo Channel 12, l’altro ieri Benjamin Netanyahu avrebbe sconsigliato a Trump di raggiungere un accordo di cessate il fuoco con gli iraniani: una prospettiva, quella del premier israeliano, che sarebbe condivisa anche da sauditi ed emiratini. Di contro, Pakistan e Turchia spingono per la soluzione diplomatica. «Ci stiamo impegnando per cogliere ogni opportunità, per quanto piccola, affinché le ostilità cessino e si aprano i negoziati», ha affermato ieri Recep Tayyip Erdogan. «Il governo israeliano ha continuato a minare tutte le iniziative volte a porre fine alla guerra», ha aggiunto il presidente turco.
Del resto, anche all’interno dell’amministrazione americana si registra una dialettica sotterranea. Se il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è scettico verso una tregua, di tutt’altro avviso appare Vance che, come abbiamo visto, sta assumendo un ruolo centrale nell’iniziativa diplomatica con cui la Casa Bianca sta cercando di chiudere il conflitto con Teheran.
Tira un’aria strana ai vertici del Pentagono. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha ordinato il siluramento del capo di Stato maggiore, il generale Randy George. Secondo Nbc News, «il licenziamento di George è derivato in parte dal risentimento di lunga data di Hegseth nei confronti dell’Esercito e dei suoi vertici, nonché dal suo difficile rapporto con il segretario dell’Esercito Dan Driscoll».
Stando alla testata, il generale silurato sarebbe infatti stato uno stretto alleato dello stesso Driscoll e sarebbe teoricamente dovuto rimanere in carica fino al 2027. Si tratta di un «dettaglio» interessante. E questo non soltanto perché il licenziamento ai vertici del Pentagono è avvenuto nel bel mezzo del conflitto con l’Iran. Ma anche perché Driscoll è un amico intimo del vicepresidente americano, JD Vance. Questi due fattori vanno probabilmente letti in connessione. Cominciamo subito col dire che il numero due della Casa Bianca era sempre stato scettico verso un’operazione militare su larga scala contro Teheran. Una preoccupazione la sua, che, secondo Politico, era in buona parte condivisa dallo stesso Marco Rubio. Per quanto generalmente più propenso all’uso della forza sul fronte internazionale rispetto a Vance, anche il segretario di Stato temeva che un attacco in grande stile avrebbe esposto Washington al rischio di un pantano. La Cnn ha invece riportato che Hegseth, dopo aver capito che Donald Trump fosse propenso a intraprendere un conflitto su vasta scala, si sarebbe graniticamente schierato a favore di questa opzione, minimizzandone i rischi.
Non si può quindi escludere che, davanti alle crescenti difficoltà che gli Stati Uniti stanno riscontrando nella crisi iraniana, Hegseth abbia voluto indebolire la posizione di Driscoll per colpire indirettamente Vance. Un Vance che è al momento pienamente coinvolto nell’iniziativa diplomatica volta a cercare di porre fine alla guerra. Appena l’altro ieri, Channel 12 ha infatti riportato che il vicepresidente americano starebbe trattando con il presidente del parlamento iraniano, Bagher Ghalibaf, attraverso la mediazione del Pakistan. Eppure, la scorsa settimana, Trump rivelò che il capo del Pentagono era «scontento» per l’eventualità di una rapida conclusione del conflitto e di un cessate il fuoco.
Tuttavia, bisogna fare attenzione. Le tensioni tra Hegseth e Driscoll sono antecedenti all’inizio del conflitto con l’Iran. Già a settembre, la Cnn riportò che il capo del Pentagono si era irritato dopo che il segretario all’Esercito aveva invitato Trump a visitare il Dipartimento della Difesa. «Se Driscoll iniziasse ad acquisire troppa visibilità o a essere troppo favorito, sarebbe politicamente molto più facile lasciare andare Hegseth in qualche modo o trovargli una via d’uscita», raccontò un funzionario anonimo alla testata. Non solo. L’anno scorso, Trump - che ieri ha proposto al Congresso un budget per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari - aveva conferito a Driscoll un ruolo centrale nel processo diplomatico ucraino: il che, con ogni probabilità, aveva ulteriormente impensierito il capo del Pentagono, il quale ha continuato a vedere nel segretario all’Esercito un potenziale rivale. E infatti, sempre a settembre, la Cnn riferì che «il nome di Driscoll è stato sempre più spesso menzionato, anche all’interno della Casa Bianca, come possibile sostituto di Hegseth». Non si può quindi del tutto escludere che Hegseth sia attualmente spaventato dai rimpasti di Trump, che ha recentemente silurato il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, e la procuratrice generale, Pam Bondi (secondo Politico, a rischio sarebbero anche i segretari al Commercio e al Lavoro, Howard Lutnick e Lori Chavez-DeRemer). Sia chiaro: al momento non paiono registrarsi esplicitamente tensioni tra Hegseth e il presidente. Tuttavia, se lo stallo in Iran non dovesse sbloccarsi, non è detto che l’inquilino della Casa Bianca (soprattutto con l’approssimarsi delle Midterm di novembre) non possa guardare al capo del Pentagono come a un capro espiatorio. Questo potrebbe aver spinto Hegseth ad accelerare, licenziando George e provando addirittura a cacciare lo stesso Driscoll (l’altro ieri, The Atlantic riportava che alla Casa Bianca si starebbe infatti discutendo di un suo possibile siluramento). L’acuirsi di questo scontro proprio adesso lascia intendere che il conflitto in Iran possa aver accelerato la resa dei conti. Hegseth comincia probabilmente a sentire il fiato sul collo e, temendo per il proprio futuro politico, punta a colpire i rivali interni, oltre allo stesso Vance, di cui - come abbiamo visto - non condivide la linea diplomatica con l’Iran. I prossimi giorni ci diranno, insomma, se e come cambieranno gli equilibri ai vertici dell’amministrazione Trump.
Nonostante le difficoltà, il processo diplomatico tra Washington e Teheran non si sarebbe del tutto incagliato. Ieri sera, Channel 12 riferiva che si sarebbero tenuti dei colloqui indiretti, mediati dal Pakistan, tra il vicepresidente americano, JD Vance, e il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf. L’ultimo scambio di messaggi sarebbe avvenuto martedì: nell’occasione, il numero due della Casa Bianca avrebbe proposto una tregua in cambio dell’apertura di Hormuz.
In questo quadro, durante un discorso alla nazione tenuto mercoledì sera, Donald Trump, pur non escludendo un ulteriore aumento della pressione militare, ha lasciato intendere di voler accelerare l’exit strategy dall’Iran. «Stiamo smantellando sistematicamente la capacità del regime di minacciare l’America. Ciò significa eliminare la marina iraniana, che ora è completamente distrutta, danneggiare la loro aviazione e il loro programma missilistico a livelli mai visti prima e annientare la loro base industriale della difesa», ha affermato, cercando poi di rassicurare i cittadini americani sul fronte dell’economia.
«Gli Stati Uniti non sono mai stati così ben preparati economicamente ad affrontare questa minaccia. Lo sapete tutti. Abbiamo costruito l’economia più forte della storia», ha dichiarato, per poi proseguire: «Grazie al nostro programma di trivellazione, l’America ha un sacco di gas. Ne abbiamo tantissimo. Sotto la mia guida, siamo il primo produttore di petrolio e gas al mondo, senza nemmeno parlare dei milioni di barili che riceviamo dal Venezuela». «Gli Stati Uniti non importano quasi petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz e non ne importeranno in futuro. Non ne abbiamo bisogno», ha continuato, precisando che a occuparsi dello Stretto dovrebbero essere i Paesi che lo usano per importare greggio. «E in ogni caso», ha chiosato, «quando questo conflitto sarà finito, lo Stretto si aprirà naturalmente».
Trump ha infine parlato del futuro del conflitto: ha affermato che sarebbero in corso dei colloqui, ma non ha escluso delle pesanti ritorsioni in caso di mancato accordo. «Grazie ai progressi che abbiamo fatto, posso affermare stasera che siamo sulla buona strada per completare a breve tutti gli obiettivi militari americani. Molto a breve», ha dichiarato. «Nelle prossime due o tre settimane, li colpiremo duramente. Li riporteremo all’età della pietra, che è il loro posto. Nel frattempo, le trattative sono in corso», ha aggiunto. «Non abbiamo mai parlato di cambio di regime, ma il cambio di regime si è verificato a causa della morte di tutti i loro leader di prima. Sono tutti morti. Il nuovo gruppo è meno radicale e molto più ragionevole. Tuttavia, se in questo periodo non si raggiungerà un accordo, abbiamo messo gli occhi su obiettivi chiave. Se non ci sarà un accordo, colpiremo duramente e probabilmente simultaneamente tutte le loro centrali elettriche», ha continuato. Del resto, anche ieri, ha esortato l’Iran a concludere un accordo «prima che sia troppo tardi».
Nel frattempo, l’agenzia di stampa iraniana Mehr ha replicato a Trump, sottolineando che i persiani sconfissero l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa nel 260. In questo quadro, il Washington Post ha riferito che, la settimana scorsa, il Pentagono avrebbe sottoposto a Trump un piano per sequestrare circa 450 chili di uranio arricchito in Iran: un piano che, in particolare, prevedrebbe «il trasporto aereo di attrezzature per lo scavo e la costruzione di una pista di atterraggio per aerei cargo in grado di trasportare il materiale radioattivo». Questo indica che, nonostante stia cercando di uscire al più presto dal conflitto, Trump non ha ancora escluso la possibilità di impiegare truppe sul terreno. Frattanto, la Russia sta cercando di ritagliarsi un ruolo: Mosca ha intenzione di chiedere un cessate il fuoco durante l’evacuazione del proprio personale dalla centrale nucleare di Bushehr. Tutto questo, mentre ieri Vladimir Putin si è sentito con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman. Al contempo, il Cremlino ha annunciato che lo Stretto di Hormuz sarebbe aperto per la Russia.
Trump, dal canto suo, ha comunque urgenza di chiudere il conflitto per abbassare il costo dell’energia e rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. E sempre in quest’ottica va probabilmente letto il fatto che il presidente abbia annunciato ieri il siluramento della procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi. «Il nostro vice procuratore generale, un giurista di grande talento e stima, Todd Blanche, assumerà la carica di procuratore generale ad interim», ha dichiarato Trump su Truth. Del resto, i rapporti tra il presidente e la Bondi erano diventati tesi soprattutto a causa della gestione confusa dei file di Jeffrey Epstein da parte della diretta interessata: un tema, questo, che aveva irritato la base Maga. Inoltre, secondo il Guardian, Trump starebbe considerando l’ipotesi di licenziare anche la direttrice dell’Intelligence nazionale statunitense, Tulsi Gabbard: la tensione tra i due sarebbe sorta dopo il recente siluramento del direttore del Centro nazionale per il controterrorismo, Joe Kent, per dissidi sulla guerra in Iran.





