«Cosciente di possedere in sé una grande forza spirituale, era sempre stato un convinto spiritualista e la sua vivida intelligenza gli aveva sempre indicato la verità di ciò a cui si deve credere: il bene, Dio, il messia. Egli credeva in ciò, ma non amava che sé stesso».
Con queste parole, il teologo russo, Vladimir Soloviev, nei suoi Tre Dialoghi, introduceva la figura dell’anticristo, da lui dipinto come un «superuomo» pacifista, vegetariano, universalista e campione di tolleranza. Una figura che, promuovendo esclusivamente il benessere e la tranquillità materiali, conduce gli esseri umani a dimenticare la trascendenza, sostituendo l’amor sui all’amor Dei. Fu del resto San Paolo, nella prima lettera ai Tessalonicesi, a scrivere che «come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore», per poi aggiungere: «E quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà».
L’anticristo non è dunque un personaggio esplicitamente malvagio, ma una figura subdola che, imitando Cristo, ne perverte la natura, trasformandola nel suo opposto per negarla e condurre l’umanità alla perdizione. Ripresa anche da Benedetto XVI e dal cardinale Giacomo Biffi, l’opera di Soloviev ha avuto il merito di proiettare il problema dell’anticristo nella società contemporanea. In altre parole, i Tre Dialoghi ci mettono di fronte a un nodo che non può essere semplicisticamente derubricato a mito o ad anticaglia del passato. L’Occidente, tanto nella sua dimensione religiosa che filosofica, non può prescindere dal confronto con il cristianesimo. Ed è per questo che riflettere sull’anticristo è inscindibilmente connesso alla struttura della nostra identità sia sul piano spirituale che su quello culturale.
Non a caso, proprio l’anticristo ha rappresentato il centro gravitazionale attorno a cui sono ruotate le quattro conferenze che Peter Thiel ha tenuto a Roma tra domenica e mercoledì. Conferenze che, organizzate dall’Associazione Vincenzo Gioberti, si sono svolte nella cornice barocca di Palazzo Taverna, davanti a un pubblico di circa 200 persone, principalmente composto da accademici, giornalisti e religiosi, oltre che da esponenti di think tank internazionali e italiani. Un aspetto indubbiamente interessante è stato anche il considerevole numero di giovani presenti, oltre a un significativo numero di domande del pubblico al termine di ogni conferenza. Vestito casual (spesso in maglietta) e con alcune slide proiettate su uno schermo, Thiel, vicino politicamente tanto a Donald Trump quanto soprattutto a JD Vance, ha affascinato dal suo leggio quest’uditorio composito, che lo ha seguito in religioso silenzio, alternando dotti riferimenti ai teologi medievali con frequenti citazioni di manga giapponesi. Senza trascurare riferimenti pop a Star Wars. Le lezioni si sono dipanate mescolando momenti di alta densità concettuale con toni maggiormente colloquiali (e qualche battuta di spirito). Non è del resto un mistero che Thiel si sia da tempo concentrato sulla questione dell’anticristo. E infatti, a ottobre, il co-fondatore di PayPal aveva tenuto conferenze sull’argomento anche a San Francisco.
Nel corso dell’evento romano, si è parlato della modalità con cui l’anticristo prende il potere: una modalità che consiste nel fomentare la paura dell’Armageddon, vale a dire della distruzione apocalittica. Può essere il panico per le armi nucleari, il terrore della catastrofe ambientale o il timore per i risvolti dell’Intelligenza artificiale. L’anticristo alimenta la paura e si propone come artefice nonché garante di quella «pace e sicurezza» citata nella lettera ai Tessalonicesi. E proprio in nome della pace e della sicurezza l’anticristo costruisce il suo miracolo politico, realizzando man mano uno Stato mondiale attraverso cui pretende di regolare e raffrenare il progresso della tecnologia: una situazione, questa, che porta alla stagnazione tecnologica. E proprio di stagnazione tecnologica Thiel parla almeno dal 2015, quando, durante una videointervista, sostenne che questo processo avrebbe avuto inizio negli anni Settanta riguardando soprattutto settori come energia, medicina e alta ingegneria. La stagnazione non è, in quest’ottica, assenza di progresso, ma progresso iper-regolamentato e, quindi, indebitamente raffrenato.
È chiaro che, a prima vista, una tale prospettiva potrebbe essere letta come lo sforzo lobbistico di un magnate che ha tutto l’interesse a sradicare i paletti politici e i regolamenti che possano ostacolare il suo business. E non è affatto detto che non ci sia del vero in questa interpretazione. Tuttavia, dall’altra parte, va sottolineato come l’opposizione allo Stato universale sia un elemento molto presente tra alcuni dei principali filosofi politici del Novecento. Carl Schmitt riteneva che un mondo pacificato sotto un’unica bandiera avrebbe reso impossibile una scelta di campo tra la fede nella trascendenza e quella nella religione dell’aldiquà: negando la dicotomia tra amico e nemico, uno Stato mondiale avrebbe, in altre parole, cancellato ogni possibile teologia politica. Leo Strauss, dall’altra parte, riteneva che lo «Stato universale e omogeneo» teorizzato da Alexandre Kojève avrebbe portato a un connubio tra ideologia e tecnica, spalancando così le porte alla tirannide moderna e sterilizzando alla radice ogni autentica attività filosofica.
Non a caso, a Roma si è parlato dei rischi che l’anticristo pone nei confronti della sopravvivenza della stessa filosofia. In questo quadro, è interessante notare come Schmitt e Strauss siano stati autori molto presenti negli incontri di Palazzo Taverna. Senza trascurare che Thiel li aveva ampiamente citati, assieme a René Girard, nel suo noto saggio del 2007, Il momento straussiano. Lo stesso Soloviev, più volte menzionato a Roma, legava d’altronde l’emergere dell’anticristo all’unificazione dell’Europa e del mondo. Guarda caso, echi di questa opposizione allo Stato mondiale emergono anche dalla politica dell’amministrazione Trump. L’attuale presidente americano è infatti sempre stato un aspro critico tanto del globalismo quanto delle regolamentazioni adottate dall’Ue nel settore tecnologico.
Questo poi non significa che dall’evento romano sia emersa un’apologia incondizionata e ingenua della tecnologia. La tecnica può infatti sfuggire di mano e quello dell’Armageddon resta uno scenario tristemente possibile. A essere contestata è semmai stata l’alternativa dicotomica tra la distruzione apocalittica e la creazione di uno Stato mondiale: alternativa dicotomica che, si è detto a Roma, è proprio l’anticristo a suggerire e a fomentare. Esisterebbe invece una terza via, in grado di arrivare a un’armonia tra cristianesimo e tecnologia, disinnescando la loro atavica diffidenza reciproca. Sarebbe, in altre parole, possibile superare lo stallo tra la tecnologia anticristiana di Francesco Bacone e il cristianesimo antitecnologico di Jonathan Swift. La soluzione si intravedrebbe nel manga One Piece in cui si parla di una tecnologia buona, repressa tuttavia da un governo mondiale.
Il tema è complesso e chiama indirettamente in causa la concezione della Storia: una questione, questa, emersa durante gli appuntamenti romani. In particolare, sono due le principali linee interpretative di cui si è parlato. Innanzitutto, quella del katechon: figura misteriosa, citata nella seconda lettera ai Tessalonicesi. Si tratta del potere che «trattiene» l’avvento dell’anticristo. Tradizionalmente identificato con l’impero romano (e in alcuni casi con la Chiesa cattolica), questa realtà è stata centrale nella riflessione teologico-politica di Schmitt. A Roma, è emerso come la cristianità katechontica si opponga a quella di natura millenarista: il che ha, in un certo senso, messo in luce la contiguità, almeno parziale, tra l’approccio millenarista stesso e la retorica anticristica volta ad alimentare la paura dell’Armageddon.
Dall’altra parte, si è però anche parlato dei limiti della sola impostazione katechontica che, presa in sé stessa, appare come una forza esclusivamente difensiva e reattiva, incapace di guardare al futuro. E proprio la mera reattività del katechon fa sì che, al suo apparire, l’anticristo sia in grado di prenderne il controllo, pervertendone il significato e usandolo per i suoi scopi. È così che, per esempio, dai partiti democratico-cristiani della seconda metà del Novecento si è passati alla sempre più asfissiante burocrazia europea. Ed è qui che, a Roma, è emersa un’altra concezione della Storia, che non sostituisce ma integra quella del katechon: la concezione mariana, che guarda avanti nel segno della speranza. Una concezione assolutamente necessaria per contrastare l’anticristo: quell’anticristo che, è stato ricordato a Roma, lo stesso Joseph Ratzinger collegò, nel 2020, a «una dittatura mondiale di ideologie apparentemente umanistiche».
È interessante notare come, durante le conferenze nella capitale, alcuni princìpi cattolici siano stati legati a una prospettiva libertarian. Sono anni del resto che Thiel professa il suo libertarianism. Ed esso emerge chiaramente nella concezione dell’anticristo come figura politica fautrice dello Stato mondiale. Non a caso, a Roma, si è parlato criticamente di vari organi internazionali, come la Corte penale internazionale, o di agenzie federali statunitensi che, come Usaid, avrebbero sostenuto delle forze volte a favorire l’istituzione di uno governo universale. A questo proposito, è interessante ricordare la linea dura dell’amministrazione Trump contro la Cpi, nonché i suoi energici tagli ai fondi della stessa Usaid. Insomma, quella emersa durante gli incontri di Roma è stata una visione potente: certo non priva di aspetti controversi, ma lontana anni luce da alcune banalizzazioni che si sono lette negli scorsi giorni. Il tutto è stato inserito in un quadro geopolitico più ampio, che ha direttamente chiamato in causa la crescente competizione in corso tra Stati Uniti e Cina. Il futuro, è emerso a Roma, appare in bilico tra due scenari: una Terza guerra mondiale o una nuova Guerra fredda. È la seconda opzione che va perseguita, limitando il più possibile il pericolo del totalitarismo tecnologico proveniente dal Partito comunista cinese.
Certo, molti critici hanno puntato il dito contro il fatto che Thiel, pur dichiarandosi libertarian, è presidente di una società, Palantir, che si occupa di sorveglianza governativa. Senza dubbio possono esserci punti controversi e anche non condivisibili nelle sue analisi. Tuttavia, le polemiche giornalistiche che hanno accompagnato le sue lezioni romane sono state in gran parte esagerate e pretestuose. C’è chi ha parlato dei pericoli della «tecnodestra» alleata di Trump. Eppure, fu l’amministrazione Obama che, nel 2014, fece un contratto da 41 milioni di dollari con Palantir in sostegno - udite, udite! - dell’Immigration and Customs Enforcement. Altri hanno polemizzato per il fatto che Thiel citi spesso Carl Schmitt il quale, per un periodo della sua vita, aderì al Partito nazionalsocialista. Peccato che il magnate faccia anche spesso riferimento a Leo Strauss: ebreo tedesco, che si rifugiò negli Stati Uniti proprio per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. Altri ancora hanno gridato alla «geopolitica apocalittica» di Thiel, non capendo che, come abbiamo visto, il diretto interessato è tutt’altro che un apocalittico: sostiene, anzi, che è l’anticristo stesso a fomentare la paura dell’Armageddon, creando così controllo soffocante e stagnazione tecnologica.
Tuttavia, se vogliamo, a lasciare maggiormente perplessi è stato il comportamento livoroso e isterico di una parte del mondo cattolico: quella parte che, nello specifico, si è spesso riempita la bocca di parole come «misericordia», ma che, davanti a Thiel, ha lanciato strali di fuoco, cercando di alimentare a tutti i costi uno scontro tra il magnate e Leone XIV. Certo: qui nessuno nega che possano registrarsi delle tensioni concettuali tra le teorie di Thiel e il cattolicesimo né che sull’Intelligenza artificiale l’atteggiamento di papa Prevost sia molto più guardingo rispetto a quello del magnate. Tuttavia, un conto è riconoscere le differenze, altro conto è l’anatema preventivo.
Il gesuita Antonio Spadaro si è lamentato del fatto che, nella visione di Thiel, mancano Cristo e la preghiera. Ma Thiel non si è mai presentato come un predicatore. E comunque a Roma, per inciso, si è parlato della Madonna. Paolo Benanti, su Le Grand Continent, ha accusato il magnate di «eresia», sostenendo che punterebbe a creare «un ordine tecnocratico imposto da un’élite di sovrani». Peccato però che, mentre evocava scenari antidemocratici a causa di Palantir, il francescano si sia stranamente dimenticato di parlare dei pericoli di sorveglianza tecnologica rappresentati dal Partito comunista cinese. Il cattolicesimo si fonda sul dialogo tra fede e ragione. Il che implica un confronto anche con chi è distante. Ratzinger notoriamente dialogò con Jürgen Habermas. Ebbene, Thiel potrà anche non piacere, ma i temi che pone sono rilevanti, perché non trattano di «ospedali da campo» ma dei destini ultimi dell’essere umano. Confrontarsi con lui non significa necessariamente approvare tutto quello che dice. Ma il maccartismo isterico mostrato da un certo cattolicesimo progressista, solitamente abituato a predicare misericordia a destra e a manca, lascia di stucco. Ma, alla fin fine, neanche troppo. Non fu del resto proprio Soloviev a sottolineare come la falsa tolleranza sia una delle principali caratteristiche dell’anticristo?
- Il presidente americano rifiuta i colloqui con Teheran e scuote i Paesi occidentali: «Chi prende il greggio da lì intervenga». Londra, che aveva già sollecitato altre capitali europee, assicura: «Valutiamo le opzioni».
- La missione per Hormuz esiste già. Il programma intergovernativo guidato dalla Francia, cui partecipa pure l’Italia, è partito nel 2020. Sarebbe il caso di usarlo, ma il Vecchio continente non vuol contare.
Lo speciale contiene due articoli.
La questione petrolifera continua a rivelarsi centrale per Donald Trump nella crisi iraniana. Il presidente americano ha annunciato che le forze di Washington hanno «completamente annientato ogni obiettivo militare nell’isola di Kharg». «Per ragioni di moralità, ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere sull’isola. Tuttavia, se l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione», ha aggiunto.
Kharg è il terminale di esportazione per il 90% delle spedizioni di greggio iraniano. Trump teme che, colpendo le infrastrutture petrolifere dell’isola, il costo dell’energia aumenti ulteriormente. Al contempo, Washington sta spostando circa 2.000 marines e una nave d’assalto anfibio dal Giappone al Medio Oriente: il che lascia intendere che, come già ipotizzato dal Washington Post, la Casa Bianca sia intenzionata a invadere Kharg. Uno scenario che, se si concretizzasse, infliggerebbe un duro colpo alle entrate finanziarie del regime khomeinista ma che, al contempo, porterebbe probabilmente i pasdaran ad alzare ancora di più la tensione a Hormuz.
Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che Washington organizzerà «presto» delle scorte armate per proteggere le petroliere che passano nello Stretto. «Speriamo che Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri, colpiti da questa restrizione artificiale, inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata», ha anche detto, mentre Londra, che aveva già ipotizzato nei giorni scorsi una missione, poco dopo, annunciava di valutare delle «opzioni» per garantire la sicurezza nello Stretto: sicurezza di cui, per Trump, dovrebbero occuparsi principalmente i Paesi che ricevono greggio attraverso Hormuz. Secondo il Wall Street Journal, il capo di Stato maggiore congiunto, Dan Caine, avrebbe avvertito Trump, prima dell’avvio dell’operazione «Furia epica», della possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto per ritorsione. Pur riconoscendo il rischio, il presidente avrebbe comunque dato il via all’offensiva, ritenendo che il regime khomeinista si sarebbe arreso prima di riuscire ad attuare una simile mossa.
Il punto è che, non potendo competere con la superiorità militare israelo-americana, i pasdaran hanno optato per infliggere alla Casa Bianca il massimo danno possibile: bloccando de facto Hormuz, le Guardie della rivoluzione hanno portato a un aumento considerevole del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Il che rappresenta un grande problema per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Da qui il dilemma del presidente americano: da una parte, vorrebbe accelerare la fine del conflitto per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra, il fatto che i pasdaran tengano Hormuz in ostaggio continua a far aumentare il costo del greggio e obbliga Trump a portare avanti l’azione militare.
In tal senso, l’eventuale organizzazione delle scorte armate può rappresentare uno spartiacque. Come sottolineato dalla Cbs, è impellente che prima gli Usa distruggano il materiale militare che i pasdaran possono usare per affondare le imbarcazioni (specialmente missili, droni e mine). Successivamente, le navi da guerra americane inizierebbero a scortare le petroliere, godendo di supporto aereo e di attività di sminamento. Il problema risiede, però, nello scarso margine di manovra che si registra nell’area, visto che, come sottolineato da The Hill, «nel punto più stretto, Hormuz misura solo 21 miglia da costa a costa».
Come che sia, inizia a delinearsi la strategia che ha in mente la Casa Bianca. Innanzitutto, vuole aumentare la pressione sui pasdaran: in tal senso, il dipartimento di Stato americano ha promesso fino a dieci milioni di dollari a chi fornisca informazioni sui loro vertici. In secondo luogo, qualora dovesse verificarsi l’invasione di Kharg, ciò infliggerebbe un colpo finanziario alle Guardie della rivoluzione. Infine, l’organizzazione di scorte armate a Hormuz punterebbe a ridurre il potere ritorsivo dei pasdaran. E, sempre in quest’ottica, l’altro ieri, Trump ha ordinato il riavvio delle operazioni petrolifere offshore in California (irritandone il governatore dem, Gavin Newsom). Chiaramente si tratta di una strategia rischiosa, che espone seriamente Washington allo scenario del pantano. Dall’altra parte, la linea battagliera dei pasdaran rappresenta un ostacolo forse insormontabile per la soluzione venezuelana che il presidente americano vorrebbe adottare con l’Iran. Senza, poi, trascurare i rischi politici legati alle Midterm. È in questo senso che Trump è sempre più deciso a ingaggiare un duello all’ultimo sangue con le Guardie della rivoluzione: un duello dal cui esito, ragionano alla Casa Bianca, dipende l’eventuale vittoria strategica di Washington in Iran. È forse anche per questo che, secondo Reuters, il presidente americano avrebbe rifiutato gli sforzi degli alleati mediorientali volti ad avviare dei negoziati diplomatici tra gli Usa e la Repubblica islamica. Ogni trattativa col regime khomeinista passa, per Trump, dallo sradicamento del potere dei pasdaran.
La missione per Hormuz esiste già
Una volta neutralizzate le difese iraniane che minacciano chi passa nello Stretto di Hormuz, rimarrà il problema di garantirne la sicurezza nel tempo. Noi europei ci avevamo già provato pochi anni fa: per proteggere tale regione abbiamo già speso qualche decina di milioni di euro finanziando la missione intergovernativa a guida francese Emasoh, sigla di «missione europea di sensibilizzazione marittima nello Stretto di Hormuz». Con tanto di stemma ufficiale, una mano che protegge una nave cargo. A Parigi e poi a Bruxelles era stato deciso che dal 20 gennaio 2020 avremmo mandato i marinai di varie nazioni a proteggere i preziosi transiti destinati alla nostra economia. Non un’iniziativa della Ue ma dei cugini d’Oltralpe preoccupati per le loro navi.
Il primo capo missione fu l’ammiraglio francese Eric Janicot, e poi ogni cinque mesi, fino al 2025, il comando della missione passò ad alti ufficiali belgi, danesi e a due italiani: dal 6 luglio 2022 al 27 gennaio 2023 Emasoh fu comandata dall’ammiraglio Stefano Costantino; dal giugno al dicembre di quell’anno dal suo collega Mauro Panebianco. Nel 2021 la nostra Marina militare mandò la Nave Martinengo, nel 2022 la Thaon di Revel e nel 2023 la Nave Rizzo. Lo si evince, insieme con l’informazione che a partecipare furono anche Grecia, Olanda, Germania e Portogallo, da quel che resta del sito Internet dell’operazione, oggi dismesso. Più chiaro è il sito Web della nostra Difesa, sul quale al proposito si legge: «L’operazione trae la sua origine da una proposta francese avanzata nel gennaio 2020 in ambito Consiglio dell’Unione europea. Lo scopo è quello di dispiegare un contingente militare, a connotazione prevalentemente marittima e costituito tra le nazioni europee, in un’area di operazione centrata sullo stretto di Hormuz ed estesa verso Nord a tutto il Golfo Persico e verso Sud alla zona di Oceano Indiano posta in corrispondenza delle coste omanite. L’obiettivo della missione è quello di salvaguardare la libertà di navigazione e la sicurezza delle navi in transito nell’area dello stretto [...] per rilevare eventuali atti illegali e la gestione de-escalatoria delle dinamiche locali».
Ma l’ultimo bollettino disponibile delle attività è quello di novembre 2022. La domanda nasce spontanea: che cosa stanno facendo quelli di Emasoh? Evidentemente qualcuno aveva pensato di andare laggiù ad applicare il celebre motto del personaggio Franceschiello «facite a faccia feroce», invece ora sarebbe proprio il momento di dimostrare quanto siamo bravi a operare con le unità navali cacciamine e con i droni volanti per lunghi pattugliamenti, al fine di mantenere in sicurezza le rotte lungo le quali viaggiano le petroliere. E di farlo con una iniziativa unitaria europea. Nulla di male se fosse stata presa la decisione di sospendere la missione per riorganizzarla in modo più efficace, invece su questa vicenda sono, almeno per ora, calati il silenzio e forse anche l’imbarazzo. Se la Ue contasse davvero, in poche ore avremmo aggiornato anche le missioni di protezione alle navi che sono in corso nel Mar Rosso (Aspides e Prosperity Guardian), creandone una in grado di contrastare minacce ben più pericolose di quelle rappresentate dai ribelli Houthi e dai pirati.
Certamente, vista la decisione presa dalla Casa Bianca e da Israele, è opportuno lasciare spazio alla Marina degli Stati Uniti per fare piazza pulita delle forze iraniane, ma poi noi europei dovremo fare la nostra parte e, forse, è proprio quello che si augura il presidente americano Donald Trump quando dichiara: «Spero che altri Paesi invieranno navi da guerra per Hormuz». Anche perché la sicurezza dello Stretto è interesse di molte nazioni, dal Regno Unito fino alla Cina, dal Giappone alla Corea del Sud e non soltanto.
Lo Stretto di Hormuz resta al centro delle preoccupazioni di Donald Trump. Ieri, durante un’intervista a Fox News, il presidente americano ha detto che, in caso di necessità, potrebbe inviare delle scorte armate a difesa delle navi nell’area. «Lo faremmo se necessario. Ma, sapete, speriamo che le cose vadano per il meglio. Vedremo cosa succederà», ha affermato. «Li colpiremo duramente la prossima settimana», ha aggiunto, esortando anche le navi mercantili a «tirare fuori le palle e ad attraversare» lo Stretto.
Nel corso dell’intervista, oltre dire che la guerra finirà «quando se lo sentirà nelle ossa», ha anche ammesso che sia difficile per il popolo iraniano rovesciare il regime khomeinista. «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande... Accadrà, ma... forse non immediatamente», ha affermato, per poi aggiungere di ritenere che Vladimir Putin stia assistendo l’Iran nel conflitto. «Penso che forse stia aiutando l’Iran un po’, sì, immagino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?». Più o meno nelle stesse ore, in un post su Truth, il presidente americano minacciava il regime khomeinista, scrivendo: «Abbiamo una potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e un sacco di tempo: guardate cosa succederà oggi a queste canaglie squilibrate».
Sempre ieri, a intervenire sul conflitto in Iran è stato anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo cui gli Stati Uniti stanno «decimando l’esercito del regime iraniano in modi mai visti prima». «L’Iran non ha difese aeree, l’Iran non ha un’aeronautica militare, l’Iran non ha una marina militare. I loro missili, i lanciatori di missili e i droni vengono distrutti o abbattuti», ha proseguito, sostenendo inoltre che Teheran non sarebbe ormai più in grado di realizzare missili balistici. Hegseth ha anche affermato che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «ferito e probabilmente sfigurato». Il capo del Pentagono ha infine ostentato ottimismo sulla situazione a Hormuz. «È una questione che stiamo affrontando, che abbiamo già affrontato, e non dovete preoccuparvi», ha detto.
A testimoniare la centralità del dossier, su Hormuz si è espresso anche il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine. «Si tratta di un contesto tatticamente complesso. Prima di pensare di effettuare qualsiasi operazione su larga scala in quella zona, vogliamo assicurarci di svolgere il lavoro in conformità con i nostri attuali obiettivi militari», ha dichiarato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha seccamente bollato come «spazzatura» un articolo della Cnn secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe sottovalutato l’eventualità che il regime di Teheran potesse chiudere Hormuz.
In questo quadro, sempre ieri, il Wall Street Journal riferiva che «il Pentagono sta inviando ulteriori marines e navi da guerra in Medio Oriente a seguito dell’intensificarsi degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz». In totale, sarebbero pronti a partire per il Medio Oriente 2.200 marines, oltre a 10.000 intercettori. Più in generale, secondo The Hill, l’esitazione americana nasce dal fatto che, nello Stretto, le navi da guerra di Washington potrebbero essere oggetto di attacchi di droni e missili balistici iraniani. «La difficoltà nel proteggere le petroliere e le altre navi nello Stretto risiede nella sua strettezza. Nel punto più stretto, misura solo 21 miglia da costa a costa, lasciando alle imbarcazioni poco margine di manovra per evitare le mine piazzate dall’Iran o i missili e i razzi lanciati dalle rive», ha altresì sottolineato la testata.
Non è un mistero che i pasdaran puntino a far leva su Hormuz per mettere politicamente in difficoltà Trump. L’aumento del prezzo del petrolio ha già portato a un considerevole rincaro della benzina negli Stati Uniti, creando così una situazione assai scivolosa per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Tutto questo, mentre ieri, replicando a Hegseth, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (nonché ex comandante delle Guardie della rivoluzione), Ali Larijani, accusava la leadership americana di essere stata «sull’isola di Epstein». E così l’inquilino della Casa Bianca sta approntando delle contromosse: sbloccherà 172 milioni di barili delle riserve americane, attendendosi inoltre che le compagnie petrolifere nazionali aumentino la produzione. Tra l’altro, ieri, parlando con Fox News, Trump ha confermato di considerare una sospensione provvisoria del Jones Act: il che consentirebbe di diminuire i costi del trasporto di greggio tra porti statunitensi. È del resto sempre in quest’ottica che Washington ha allentato temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto fino a 10 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sui vertici dei pasdaran: l’amministrazione Trump sa infatti bene che l’apparato delle Guardie della rivoluzione rappresenta il principale scoglio da affrontare. Nel frattempo, Centcom ha confermato che sei soldati americani sono morti a seguito dello schianto di un aereo cisterna in Iraq.





