La questione petrolifera continua a rivelarsi centrale per Donald Trump nella crisi iraniana. Il presidente americano ha annunciato che le forze di Washington hanno «completamente annientato ogni obiettivo militare nell’isola di Kharg». «Per ragioni di moralità, ho scelto di non distruggere le infrastrutture petrolifere sull’isola.
Tuttavia, se l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione», ha aggiunto.
Kharg è il terminale di esportazione per il 90% delle spedizioni di greggio iraniano. Trump teme che, colpendo le infrastrutture petrolifere dell’isola, il costo dell’energia aumenti ulteriormente. Al contempo, Washington sta spostando circa 2.000 marines e una nave d’assalto anfibio dal Giappone al Medio Oriente: il che lascia intendere che, come già ipotizzato dal Washington Post, la Casa Bianca sia intenzionata a invadere Kharg. Uno scenario che, se si concretizzasse, infliggerebbe un duro colpo alle entrate finanziarie del regime khomeinista ma che, al contempo, porterebbe probabilmente i pasdaran ad alzare ancora di più la tensione a Hormuz.
Non a caso, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che Washington organizzerà «presto» delle scorte armate per proteggere le petroliere che passano nello Stretto. «Speriamo che Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito e altri, colpiti da questa restrizione artificiale, inviino navi nella zona in modo che lo Stretto di Hormuz non rappresenti più una minaccia da parte di una nazione che è stata completamente decapitata», ha anche detto, mentre Londra, che aveva già ipotizzato nei giorni scorsi una missione, poco dopo, annunciava di valutare delle «opzioni» per garantire la sicurezza nello Stretto: sicurezza di cui, per Trump, dovrebbero occuparsi principalmente i Paesi che ricevono greggio attraverso Hormuz. Secondo il Wall Street Journal, il capo di Stato maggiore congiunto, Dan Caine, avrebbe avvertito Trump, prima dell’avvio dell’operazione «Furia epica», della possibilità che Teheran chiudesse lo Stretto per ritorsione. Pur riconoscendo il rischio, il presidente avrebbe comunque dato il via all’offensiva, ritenendo che il regime khomeinista si sarebbe arreso prima di riuscire ad attuare una simile mossa.
Il punto è che, non potendo competere con la superiorità militare israelo-americana, i pasdaran hanno optato per infliggere alla Casa Bianca il massimo danno possibile: bloccando de facto Hormuz, le Guardie della rivoluzione hanno portato a un aumento considerevole del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Il che rappresenta un grande problema per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Da qui il dilemma del presidente americano: da una parte, vorrebbe accelerare la fine del conflitto per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra, il fatto che i pasdaran tengano Hormuz in ostaggio continua a far aumentare il costo del greggio e obbliga Trump a portare avanti l’azione militare.
In tal senso, l’eventuale organizzazione delle scorte armate può rappresentare uno spartiacque. Come sottolineato dalla Cbs, è impellente che prima gli Usa distruggano il materiale militare che i pasdaran possono usare per affondare le imbarcazioni (specialmente missili, droni e mine). Successivamente, le navi da guerra americane inizierebbero a scortare le petroliere, godendo di supporto aereo e di attività di sminamento. Il problema risiede, però, nello scarso margine di manovra che si registra nell’area, visto che, come sottolineato da The Hill, «nel punto più stretto, Hormuz misura solo 21 miglia da costa a costa».
Come che sia, inizia a delinearsi la strategia che ha in mente la Casa Bianca. Innanzitutto, vuole aumentare la pressione sui pasdaran: in tal senso, il dipartimento di Stato americano ha promesso fino a dieci milioni di dollari a chi fornisca informazioni sui loro vertici. In secondo luogo, qualora dovesse verificarsi l’invasione di Kharg, ciò infliggerebbe un colpo finanziario alle Guardie della rivoluzione. Infine, l’organizzazione di scorte armate a Hormuz punterebbe a ridurre il potere ritorsivo dei pasdaran. E, sempre in quest’ottica, l’altro ieri, Trump ha ordinato il riavvio delle operazioni petrolifere offshore in California (irritandone il governatore dem, Gavin Newsom). Chiaramente si tratta di una strategia rischiosa, che espone seriamente Washington allo scenario del pantano. Dall’altra parte, la linea battagliera dei pasdaran rappresenta un ostacolo forse insormontabile per la soluzione venezuelana che il presidente americano vorrebbe adottare con l’Iran. Senza, poi, trascurare i rischi politici legati alle Midterm. È in questo senso che Trump è sempre più deciso a ingaggiare un duello all’ultimo sangue con le Guardie della rivoluzione: un duello dal cui esito, ragionano alla Casa Bianca, dipende l’eventuale vittoria strategica di Washington in Iran. È forse anche per questo che, secondo Reuters, il presidente americano avrebbe rifiutato gli sforzi degli alleati mediorientali volti ad avviare dei negoziati diplomatici tra gli Usa e la Repubblica islamica. Ogni trattativa col regime khomeinista passa, per Trump, dallo sradicamento del potere dei pasdaran.
Lo Stretto di Hormuz resta al centro delle preoccupazioni di Donald Trump. Ieri, durante un’intervista a Fox News, il presidente americano ha detto che, in caso di necessità, potrebbe inviare delle scorte armate a difesa delle navi nell’area. «Lo faremmo se necessario. Ma, sapete, speriamo che le cose vadano per il meglio. Vedremo cosa succederà», ha affermato. «Li colpiremo duramente la prossima settimana», ha aggiunto, esortando anche le navi mercantili a «tirare fuori le palle e ad attraversare» lo Stretto.
Nel corso dell’intervista, oltre dire che la guerra finirà «quando se lo sentirà nelle ossa», ha anche ammesso che sia difficile per il popolo iraniano rovesciare il regime khomeinista. «Penso davvero che sia un grosso ostacolo da superare per chi non possiede armi. Penso che sia un ostacolo molto grande... Accadrà, ma... forse non immediatamente», ha affermato, per poi aggiungere di ritenere che Vladimir Putin stia assistendo l’Iran nel conflitto. «Penso che forse stia aiutando l’Iran un po’, sì, immagino. E probabilmente lui pensa che noi stiamo aiutando l’Ucraina, giusto?». Più o meno nelle stesse ore, in un post su Truth, il presidente americano minacciava il regime khomeinista, scrivendo: «Abbiamo una potenza di fuoco senza pari, munizioni illimitate e un sacco di tempo: guardate cosa succederà oggi a queste canaglie squilibrate».
Sempre ieri, a intervenire sul conflitto in Iran è stato anche il capo del Pentagono, Pete Hegseth, secondo cui gli Stati Uniti stanno «decimando l’esercito del regime iraniano in modi mai visti prima». «L’Iran non ha difese aeree, l’Iran non ha un’aeronautica militare, l’Iran non ha una marina militare. I loro missili, i lanciatori di missili e i droni vengono distrutti o abbattuti», ha proseguito, sostenendo inoltre che Teheran non sarebbe ormai più in grado di realizzare missili balistici. Hegseth ha anche affermato che la nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «ferito e probabilmente sfigurato». Il capo del Pentagono ha infine ostentato ottimismo sulla situazione a Hormuz. «È una questione che stiamo affrontando, che abbiamo già affrontato, e non dovete preoccuparvi», ha detto.
A testimoniare la centralità del dossier, su Hormuz si è espresso anche il capo di Stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine. «Si tratta di un contesto tatticamente complesso. Prima di pensare di effettuare qualsiasi operazione su larga scala in quella zona, vogliamo assicurarci di svolgere il lavoro in conformità con i nostri attuali obiettivi militari», ha dichiarato, mentre la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha seccamente bollato come «spazzatura» un articolo della Cnn secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe sottovalutato l’eventualità che il regime di Teheran potesse chiudere Hormuz.
In questo quadro, sempre ieri, il Wall Street Journal riferiva che «il Pentagono sta inviando ulteriori marines e navi da guerra in Medio Oriente a seguito dell’intensificarsi degli attacchi iraniani nello Stretto di Hormuz». In totale, sarebbero pronti a partire per il Medio Oriente 2.200 marines, oltre a 10.000 intercettori. Più in generale, secondo The Hill, l’esitazione americana nasce dal fatto che, nello Stretto, le navi da guerra di Washington potrebbero essere oggetto di attacchi di droni e missili balistici iraniani. «La difficoltà nel proteggere le petroliere e le altre navi nello Stretto risiede nella sua strettezza. Nel punto più stretto, misura solo 21 miglia da costa a costa, lasciando alle imbarcazioni poco margine di manovra per evitare le mine piazzate dall’Iran o i missili e i razzi lanciati dalle rive», ha altresì sottolineato la testata.
Non è un mistero che i pasdaran puntino a far leva su Hormuz per mettere politicamente in difficoltà Trump. L’aumento del prezzo del petrolio ha già portato a un considerevole rincaro della benzina negli Stati Uniti, creando così una situazione assai scivolosa per il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato, che si terranno a novembre. Tutto questo, mentre ieri, replicando a Hegseth, il segretario del Consiglio per la sicurezza nazionale iraniano (nonché ex comandante delle Guardie della rivoluzione), Ali Larijani, accusava la leadership americana di essere stata «sull’isola di Epstein». E così l’inquilino della Casa Bianca sta approntando delle contromosse: sbloccherà 172 milioni di barili delle riserve americane, attendendosi inoltre che le compagnie petrolifere nazionali aumentino la produzione. Tra l’altro, ieri, parlando con Fox News, Trump ha confermato di considerare una sospensione provvisoria del Jones Act: il che consentirebbe di diminuire i costi del trasporto di greggio tra porti statunitensi. È del resto sempre in quest’ottica che Washington ha allentato temporaneamente le sanzioni sul petrolio russo, irritando Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz. Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto fino a 10 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sui vertici dei pasdaran: l’amministrazione Trump sa infatti bene che l’apparato delle Guardie della rivoluzione rappresenta il principale scoglio da affrontare. Nel frattempo, Centcom ha confermato che sei soldati americani sono morti a seguito dello schianto di un aereo cisterna in Iraq.
Il petrolio rappresenta sempre più il nodo che Donald Trump deve sciogliere per risolvere la crisi iraniana. L’altro ieri, il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha annunciato che, a partire dalla prossima settimana, inizierà a sbloccare 172 milioni di barili dalla Strategic petroleum reserve.
Nelle stesse ore, il segretario all’Interno americano, Doug Burgum, affermava che le compagnie petrolifere statunitensi avrebbero presto aumentato la produzione. Inoltre, ieri sera, mentre La Verità andava in stampa, l’amministrazione Trump stava considerando di sospendere temporaneamente il Jones act: una mossa che renderebbe meno costoso trasportare greggio e gas tra porti statunitensi.
Insomma, è chiaro come per la Casa Bianca la priorità, in questo momento, sia quella di fronteggiare l’incremento dei prezzi del greggio, scattato a seguito dell’attacco israelo-americano contro l’Iran. Non dimentichiamo che, negli Stati Uniti, il costo della benzina ha superato i 3,50 dollari al gallone, raggiungendo il livello più alto da maggio del 2024. Si tratta di una situazione non poco scivolosa, che potrebbe avere degli impatti assai negativi sul Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Del resto, un recente sondaggio effettuato da Morning consult ha rilevato che per il 48% degli americani la colpa del rincaro della benzina sarebbe da attribuirsi proprio all’amministrazione statunitense.
È anche per questo che, ieri, Trump ha ostentato ottimismo sulla questione. «Gli Stati Uniti sono di gran lunga il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi, quando i prezzi del petrolio salgono, guadagniamo un sacco di soldi. Ma, di ben più grande interesse e importanza per me, come presidente, è impedire a un impero malvagio, l’Iran, di possedere armi nucleari e di distruggere il Medio Oriente e, in effetti, il mondo. Non permetterò mai che ciò accada!», ha dichiarato su Truth, riprendendo l’espressione - «impero malvagio» - con cui Ronald Reagan definì notoriamente l’Urss nel 1983.
D’altronde, la necessità di abbassare il costo del greggio sta ponendo Trump davanti a un dilemma. Da una parte, vari suoi consiglieri lo stanno esortando a concludere in fretta il conflitto in Iran proprio per portare il prezzo del petrolio a scendere; dall’altra parte, il presidente non può escludere interventi armati nello Stretto di Hormuz, dove i pasdaran stanno di fatto bloccando la navigazione per mettere la Casa Bianca in difficoltà in vista delle Midterm. Non potendo fronteggiare la potenza militare israeliana e statunitense (ieri Centcom annunciava di aver distrutto circa 6.000 obiettivi dall’inizio della guerra), le Guardie della rivoluzione puntano a colpire il presidente americano dove può fargli più male. Non a caso, mercoledì, Trump ha detto che Washington aveva distrutto quasi tutte le navi posamine iraniane, esortando pertanto le petroliere a usare lo Stretto (in cui passa, ricordiamolo, circa il 20% del greggio a livello mondiale).
È anche in quest’ottica che il presidente americano sta valutando da giorni di fornire scorte armate alle imbarcazioni che navigano nell’area. Un’ipotesi che, ieri, il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha escluso, pur non considerandola imminente. «Succederà relativamente presto, ma non può accadere ora», ha detto, riferendosi all’eventualità di organizzare delle scorte armate. «Semplicemente non siamo pronti. Tutte le nostre risorse militari in questo momento sono concentrate sulla distruzione delle capacità offensive dell’Iran e dell’industria manifatturiera che fornisce tali capacità offensive», ha aggiunto, per poi lasciare intendere che le attività di scorta potrebbero iniziare entro fine mese.
Insomma, l’amministrazione Trump sta cercando di fronteggiare le sue vulnerabilità sul piano energetico. E, più in generale, ostenta la sua forza contro Teheran. È anche in questo quadro che, ieri, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito la notizia riportata da Abc News, secondo cui si registrerebbe il rischio di attacchi di droni iraniani in territorio californiano. «Non esiste alcuna minaccia da parte dell’Iran nei confronti del nostro territorio e non è mai esistita», ha detto, accusando la testata giornalistica di diffondere «false informazioni volte ad allarmare intenzionalmente il popolo americano».
In tutto questo, nella serata italiana di ieri, si è verificato un attacco alla sinagoga Temple Israel nei pressi di Detroit. In particolare, secondo la Cnn, l’aggressore, armato di fucile, avrebbe fatto schiantare la sua auto contro l’edificio e avrebbe successivamente avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza. La stessa testata ha anche riferito che il sospettato sarebbe morto, mentre l’Fbi è accorso sulla scena dell’attentato. Nel retro del veicolo sarebbe stata rinvenuta una grande quantità di esplosivo. La governatrice del Michigan, Gretchen Whitmer, ha definito «straziante» quanto accaduto. «L’antisemitismo e la violenza non hanno posto nel Michigan. Spero nella sicurezza di tutti», ha anche detto, mentre la Casa Bianca confermava che Trump era stato informato dell’attacco.





