Sembra passato un secolo. E invece è soltanto un anno. Il 20 gennaio 2025, Donald Trump si reinsediava alla Casa Bianca, ereditando un mondo in fiamme, segnato dalla crisi dell’ordine internazionale emerso dalla fine della Guerra fredda e, soprattutto, dal ritorno in auge della Machtpolitik. Trump è tornato infatti al potere quando gli Usa erano ormai diventati un egemone in crisi. Davanti alle mire revisioniste di Cina, Iran e Russia, il presidente americano ha quindi deciso di abbandonare i vincoli di un ordine internazionale declinante, nella ferma convinzione - non per forza moralmente condivisibile - che non si possa giocare a rugby seguendo le regole del calcio. E così, con non poca spregiudicatezza, ha combinato la durezza del principe di Bismarck con la «madman theory» di nixoniana memoria.
L’obiettivo? Impedire agli avversari (ma anche agli alleati) di agire contro gli interessi americani e, laddove possibile, costringerli ad allinearsi ai desiderata di Washington. Tutto questo, evitando di far impelagare gli Usa in conflitti costosi e interminabili. La parola d’ordine è sempre stata: ricalibrare gli obiettivi strategici americani, riducendo rischi e costi. Il che non ha però mai significato rinunciare all’uso della forza. La diplomazia, d’altronde, consiste nel saper dosare dialogo e minaccia. E questo è un punto su cui Trump ha ripetutamente battuto nella sua rinnovata lotta per l’egemonia internazionale: una lotta, da lui portata avanti nel convincimento churchilliano che senza vittoria non possa esserci sopravvivenza.
Da qui spunta il filo rosso che, agli occhi del presidente americano, collega tutti i principali fronti in cui sta agendo: la necessità, cioè, di contrastare le mire geopolitiche cinesi. Il suo rilancio della Dottrina Monroe ha infatti come obiettivo quello di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Trump ha spinto Panama fuori dalla Belt and Road Initiative a suon di minacce. E sta rivendicando il controllo della Groenlandia per arginare la concorrenza di Cina e Russia nell’Artico. La stessa cattura di Nicolás Maduro non ha niente a che fare con l’esportazione della democrazia in Venezuela. Trump non è un neocon, figuriamoci! L’obiettivo è semmai stato quello di «addomesticare» il regime chavista per costringerlo a riorientare la sua politica estera in senso filostatunitense e anticinese.
Gli stessi dazi, molti dei quali Trump annunciò ad aprile nel cosiddetto «Giorno della liberazione», non hanno uno scopo principalmente economico, ma di sicurezza nazionale. Puntano, in altre parole, a ridurre la dipendenza di Washington da Pechino nelle catene di approvvigionamento strategiche. Il dazio, per Trump serve quindi rendere gli Usa più indipendenti e, al contempo, a punire chi non si allinea ai loro interessi. Non è un caso che gran parte della pressione tariffaria statunitense dell’anno scorso sia stata scaricata sui Brics, di cui il presidente americano teme da sempre i propositi di de-dollarizzazione. È d’altronde in quest’ottica che Trump ha cercato di aprire diplomaticamente alla Russia, facendo leva su allettanti promesse economico-commerciali. La sua necessità è infatti quella di sganciare Mosca da Pechino, disarticolando i Brics e salvaguardando, così, l’egemonia del dollaro.
Ma Trump ha in mente la Cina anche quando guarda all’Europa e al Medio Oriente. L’inquilino della Casa Bianca ha usato lo strumento tariffario per spingere l’Ue a disallinearsi dal Dragone. Al contempo, si è ritagliato il ruolo di paciere nella crisi di Gaza, non rinunciando a mettere sotto pressione l’Iran, anche per arginare l’influenza diplomatica di Pechino nella regione mediorientale.
Eppure, nei consensi interni, non è che Trump vada granché. Secondo un sondaggio della Cbs, la maggioranza degli americani non approva le sue politiche su economia, inflazione e immigrazione. Tuttavia, il medesimo sondaggio rileva che, su questi tre fronti, resta maggiore il numero di americani che preferisce Trump al Partito democratico. Ciò non significa però che per lui non suonino dei campanelli d’allarme. L’economia dà attualmente segnali in chiaroscuro. Il Pil, nel terzo trimestre del 2025, è salito al di sopra delle aspettative, mentre l’inflazione, a dicembre, è rimasta inchiodata al 2,7% del mese precedente, pur risultando più bassa di 0,3 punti rispetto a quando Trump si insediò. Ciò non toglie tuttavia che il carovita continui a pesare sugli americani. E, se non affrontato in tempo, questo problema rischia di rivelarsi assai spinoso per i repubblicani in vista delle Midterm.
Ma Trump deve fare attenzione anche a quello che fu il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale: la lotta all’immigrazione clandestina. Come promesso all’epoca, il presidente ha usato fin da subito il pugno di ferro e, a dicembre 2025, le autorità di frontiera hanno rilevato il numero più basso mai registrato di clandestini intercettati ai confini degli Stati Uniti: una situazione assai diversa rispetto al 2023, quando, ai tempi dell’amministrazione Biden, si verificò il record di arrivi. Eppure, come abbiamo visto, anche su questo fronte Trump non sembra riscuotere eccessivi consensi. Secondo alcuni, avrebbe dato l’idea di volersi spingere troppo oltre, arrivando a minacciare di invocare l’Insurrection Act in Minnesota. Lo stesso responsabile delle frontiere statunitensi, Tom Homan, ha ammesso che «dovremmo migliorare nel comunicare quello che stiamo facendo» in materia di lotta all’immigrazione irregolare e di impiego dell’Ice.
Va anche detto che il problema del consenso, per Trump, è relativo, essendo lui ormai al secondo mandato. Si tratta semmai di una patata bollente che lascerà ai protagonisti delle primarie presidenziali repubblicane del 2028 (JD Vance e Marco Rubio in testa). Trump, soprattutto dopo essersi salvato dall’attentato di Butler, ragiona secondo uno schema teologico-politico. E, piaccia o meno, è pronto a giocarsi il tutto per tutto. Senza guardare in faccia nessuno. Del resto, lo cantava anche una finanziatrice repubblicana, come Gloria Gaynor: «Io sono quello che sono e quello che sono non ha bisogno di scuse».
Nuovi equilibri si preparano in Medio Oriente e in Asia Meridionale. Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno infatti preparato una bozza di accordo di difesa dopo circa un anno di colloqui.
“L'accordo trilaterale Pakistan-Arabia Saudita-Turchia è già in fase di elaborazione”, ha dichiarato mercoledì il ministro pakistano per la Produzione della difesa, Raza Hayat Harraj. “La bozza di accordo è già disponibile presso di noi. La bozza di accordo è già disponibile con l'Arabia Saudita. La bozza di accordo è già disponibile con la Turchia. E tutti e tre i Paesi stanno deliberando. E questo accordo è in fase di discussione da dieci mesi”, ha proseguito.
“Al momento ci sono incontri e colloqui, ma non abbiamo firmato alcun accordo”, ha affermato, il giorno dopo, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, per poi aggiungere: “Crepe e problemi tra noi portano a egemonie esterne, guerre e instabilità. Alla fine di tutto questo, abbiamo una proposta come questa: tutte le nazioni della regione devono unirsi per creare una piattaforma di cooperazione sulla questione della sicurezza”.
Se l’accordo dovesse essere finalizzato, potrebbe avere delle ripercussioni geopolitiche rilevanti. Innanzitutto, esso rischierebbe di complicare la strada per il rilancio degli Accordi di Abramo, caldeggiato dalla Casa Bianca. L’Arabia Saudita si sta avvicinando sempre di più alla Turchia, mentre aumenta la freddezza di Riad verso Gerusalemme soprattutto in relazione alla spinosa questione dell’eventuale creazione di uno Stato palestinese. Inoltre, i sauditi sono ai ferri corti con gli Emirati arabi uniti su vari dossier: Yemen, Sudan e Somaliland. Questo patto di sicurezza a tre, dal punto di vista di Riad, potrebbe quindi essere usato (anche) come un avvertimento tanto a Gerusalemme quanto ad Abu Dhabi.
La Turchia, dal canto suo, incrementerebbe ulteriormente il suo peso nello scacchiere mediorientale, acquisendo potere contrattuale nei confronti di Israele. Senza poi trascurare che, spalleggiandosi con Riad, Ankara consoliderebbe la propria influenza anche nel Corno d’Africa, arginando le manovre emiratine e israeliane in loco. Infine, il Pakistan continuerebbe il suo percorso di avvicinamento all’Arabia Saudita: già a settembre dell’anno scorso, i due Paesi avevano firmato un accordo sulla cui base “qualsiasi aggressione contro uno dei due Paesi sarà considerata un'aggressione contro entrambi”. Se la nuova intesa dovesse essere formalizzata, Islamabad guadagnerebbe indirettamente terreno nello scacchiere mediorientale e aumenterebbe la propria capacità di deterrenza verso l’India, che è il suo storico rivale.
È tornata a salire la tensione tra Washington e Teheran. Ieri Ali Khamenei ha attaccato duramente Donald Trump. «In questa rivolta, ha fatto dichiarazioni di persona, ha incoraggiato i sediziosi ad andare avanti e ha detto: “Vi sosteniamo militarmente”», ha tuonato la guida suprema dell’Iran, per poi aggiungere: «Consideriamo il presidente degli Stati Uniti un criminale, a causa delle vittime e dei danni, a causa delle accuse contro la nazione iraniana».
L’ayatollah ha inoltre bollato le proteste come frutto di una «cospirazione americana». «L’obiettivo dell’America è quello di inghiottire l’Iran», ha proseguito. «Per grazia di Dio, la nazione iraniana deve spezzare la schiena dei sediziosi, proprio come ha spezzato la schiena della sedizione», ha continuato Khamenei. Non solo. Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha anche platealmente smentito Trump, il quale, nei giorni scorsi, aveva affermato che il regime khomeinista aveva annullato alcune centinaia di esecuzioni. «Dovrebbe farsi gli affari suoi», ha affermato Salehi, riferendosi al presidente americano, per poi promettere una risposta «decisa» della magistratura iraniana contro i manifestanti.
Dopo queste dichiarazioni, Trump ha rilasciato a Politico un commento lapidario. «È tempo di cercare una nuova leadership in Iran», ha dichiarato. Poi, riferendosi a Khamenei, ha aggiunto: «Questo è un uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese come si deve e smettere di uccidere. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua pessima leadership». Particolarmente duro si è mostrato anche il Dipartimento di Stato americano che, in un post sul suo account X in lingua farsi, ha affermato: «Abbiamo ricevuto notizie secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica islamica attaccasse gli asset americani, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente». Insomma, se negli ultimi giorni la tensione sembrava essersi parzialmente smorzata, è chiaro che ieri le fibrillazioni tra Washington e Teheran sono tornate a salire. Sotto questo aspetto, le parole di Khamenei e di Salehi hanno notevolmente gettato benzina sul fuoco. Non dimentichiamo infatti che, venerdì, Trump aveva lasciato intendere di aver cancellato (o comunque rimandato) l’attacco militare proprio in conseguenza dell’annullamento di 800 esecuzioni da parte del regime. Non solo. Nei giorni scorsi, il presidente americano aveva espresso più volte scetticismo verso l’ipotesi che il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, potesse guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran, lasciando così intendere di non essere troppo convinto di un regime change in piena regola. Certo, la Casa Bianca non aveva rinunciato a esercitare pressione sul governo iraniano tra nuove sanzioni e spostamento della portaerei Lincoln verso il Mediterraneo. Tuttavia, tra giovedì e venerdì, Trump era sembrato meno propenso a ricorrere all’opzione bellica. Dall’altra parte, non è un mistero che, già a partire dallo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si fosse mosso diplomaticamente per cercare di scongiurare un’operazione militare da parte di Washington. Una serie di manovre, quelle di Araghchi, che rischiano di essere state affossate dalle recenti parole di Khamenei e Salehi.
Il regime khomeinista, che potrebbe tenere bloccato internet fino a fine marzo, è del resto internamente spaccato. Delle divisioni erano già emerse a giugno, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. In quell’occasione, si registrò un contrasto tra la linea maggiormente diplomatica dello stesso Araghchi e quella più battagliera dei pasdaran. È dunque probabile che oggi si stiano ripresentando delle dinamiche simili in seno al regime. E adesso, le dure parole di Khamenei hanno portato Trump a propendere per un regime change. Un regime change che, qualora dovesse essere attuato, sarebbe tuttavia più simile alla «soluzione venezuelana», che a quella «afgana» o «irachena». Il presidente americano potrebbe, in altre parole, colpire il vertice del regime e scegliere poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Se questa è la linea che Trump intende seguire, è chiaro che a rischiare di più sarebbero Khamenei, il suo entourage e i capi dei pasdaran. La rivista specializzata 19FortyFive ha definito questa strategia «coercizione senza proprietà». Come ha fatto in Venezuela, Trump, anche in Iran, non procederebbe a un regime change completo né tantomeno a un’operazione di nation building: due politiche, queste, rispetto a cui l’attuale presidente americano si è sempre mostrato scettico, considerandole rischiose, costose e foriere di instabilità. La soluzione migliore, per lui, sarebbe quella di «domare» il regime avversario (magari epurandone gli esponenti più problematici), per riorientare la sua politica estera, evitando al contempo che gli Usa restino impelagati in un pantano. È così che sta spingendo oggi il governo chavista «de-madurizzato» lontano dalla Cina. Ed è così che potrebbe presto fare con il governo iraniano. Non a caso, ieri il presidente americano ha appuntato i suoi strali soprattutto contro Khamenei, definendolo un «uomo malato». Chi ha orecchie per intendere...





