La scorsa settimana, Turchia e Arabia Saudita hanno sottoscritto un accordo per realizzare una linea ferroviaria che dovrebbe collegare i due Paesi attraverso Siria e Giordania. In futuro, si prevede che l’opera venga estesa anche all’Oman: l’obiettivo, ha riferito il Times of Israel, è quello di creare una via commerciale terrestre che permetta di aggirare Hormuz.
Chiaramente il progetto ha varie implicazioni di natura geopolitica. La prima, forse la più ovvia, è la volontà di ridurre l’importanza dello Stretto di Hormuz. La guerra degli Stati Uniti e di Israele con l’Iran ha portato al blocco di questo passaggio: il che ha causato un deciso incremento dei prezzi dell’energia. Non dimentichiamo d’altronde che da Hormuz passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale.
In secondo luogo, la Turchia punta a marginalizzare sia gli Emirati arabi uniti sia Israele. «La riduzione dell'influenza di Israele nella regione, unitamente a una maggiore solidarietà politica ed economica tra di noi, porterà prosperità economica, pace e stabilità in Medio Oriente, nel Golfo e ai confini meridionali della Turchia», ha dichiarato il ministro del Commercio di Ankara Ömer Bolat. Ricordiamo del resto che, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023, i rapporti tra Turchia e Israele sono tornati a farsi particolarmente tesi. La settimana scorsa, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, è addirittura arrivato a paragonare Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler.
In terzo luogo, la realizzazione di questa nuova via commerciale potrebbe complicare ulteriormente i già difficili rapporti dell’Arabia Saudita tanto con Abu Dhabi quanto con Gerusalemme. Riad è ai ferri corti con gli emiratini su vari dossier: Yemen, Sudan, Opec e Somaliland. Al contempo, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, sta resistendo alle pressioni di Donald Trump che vorrebbero spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Riad ha infatti fatto sapere che aderirà agli Accordi di Abramo soltanto se sarà prima avviato un percorso concreto volto all’istituzione di uno Stato palestinese.
Alla luce di tutto questo, è chiaro come l’ulteriore avvicinamento dei sauditi alla Turchia aumenterà le tensioni tra Riad e Gerusalemme. Senza poi trascurare che l’accordo della scorsa settimana valorizza la Siria, in cui attualmente vige un regime appoggiato da Ankara: un regime a cui Netanyahu guarda storicamente con sospetto.
Venerdì, infatti, il Dipartimento del Commercio statunitense, citando preoccupazioni in materia di sicurezza nazionale, ha ordinato al colosso di Dario Amodei di impedire a qualsiasi cittadino straniero di accedere ai suoi modelli d’IA più recenti.
Secondo Axios, tali modelli dovranno restare bloccati fin quando gli apparati di sicurezza federali non saranno pronti e sarà inoltre necessaria una licenza per le esportazioni. Il colosso tecnologico, non senza irritazione, ha quindi reso noto di aver disabilitato l’accesso per tutti i clienti a Fable 5 e Mythos 5, che erano stati rilasciati martedì. «Non siamo d’accordo sul fatto che la scoperta di una potenziale falla di sicurezza, seppur limitata, debba essere motivo di ritiro dal mercato di un modello commerciale utilizzato da centinaia di milioni di persone», ha dichiarato, in un comunicato, l’azienda guidata da Amodei.
I rapporti tra il ceo di Anthropic e l’attuale inquilino della Casa Bianca non sono mai stati idilliaci: basti pensare che, alle elezioni del 2024, Amodei si schierò apertamente con Kamala Harris. La situazione è peggiorata a febbraio scorso: Amodei pretese che venissero introdotte delle limitazioni all’uso bellico dei suoi prodotti d’Intelligenza artificiale. Per tutta risposta, il capo del Pentagono, Pete Hegseth, propose di bollare Anthropic come un «rischio per la catena di approvvigionamento». Ne scaturì quindi un contenzioso legale che è ancora in corso. Tuttavia, al netto dei proclami di principio di Amodei, i rapporti tra Anthropic e l’amministrazione Trump non si sono interrotti. Ad aprile, Amodei ebbe un incontro con il capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, e con il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Inoltre, la scorsa settimana, il Financial Times ha riferito che la National Security Agency starebbe utilizzando Mythos per condurre attacchi informatici. Insomma, non è solo la cosiddetta «tecnodestra» di Elon Musk e Peter Thiel a tenersi stretti i legami con l’attuale amministrazione statunitense.
Le limitazioni decretate l’altro ieri dal dipartimento del Commercio americano vanno quindi inserite in un contesto ben più ampio dell’altalenante rapporto tra Trump e Amodei. Quello a cui stiamo assistendo è un riposizionamento strutturale della Casa Bianca rispetto al delicato tema dell’Ia. Nel 2025, Trump, per enfatizzare la contrapposizione con l’amministrazione Biden, si mostrò favorevole a un approccio improntato alla deregulation. Si trattò innanzitutto di un modo per tendere la mano alla Silicon Valley, che aveva abbandonato la sua storica predilezione politica per il partito democratico. In secondo luogo, i fautori della deregulation ritenevano, non senza qualche ragione, che l’introduzione di lacci e lacciuoli potesse compromettere la capacità competitiva di Washington nei confronti di Pechino sul fronte del settore ipertecnologico. Poi, a partire da quest’anno, è cambiato qualcosa. In primis, Trump non ha potuto ignorare il dibattito che sull’Ia è venuto a registrarsi attorno alla sua stessa amministrazione. In secondo luogo, i vertici del Pentagono hanno mostrato preoccupazione dopo che, ad aprile, Anthropic ha presentato Mythos. Tutto questo ha convinto il presidente statunitense a firmare un ordine esecutivo, lo scorso 2 giugno che, pur evitando di imporre pastoie burocratiche e licenze governative, ha iniziato parzialmente a normare il settore dell’IA in nome della sicurezza nazionale. Quel decreto ha infatti cercato di elaborare un compromesso tra le varie anime dell’amministrazione americana: da una parte, i fautori della deregulation (come il consigliere per la tecnologia della Casa Bianca, David Sacks); dall’altra i sostenitori di paletti più o meno stringenti (come Hegseth, Bessent e la Wiles). L’ordine esecutivo ha infatti introdotto la possibilità che le grandi aziende tecnologiche sottopongano volontariamente i propri modelli d’IA al governo federale fino a 30 giorni prima dal loro rilascio. Una soluzione che i fautori più decisi della deregulation - come l’ex consigliere di Trump, Dean Ball - hanno aspramente criticato.
Pur cercando di salvaguardare l’innovazione, Trump si è convinto che l’assenza totale di regolamentazioni può rivelarsi un problema per la salvaguardia della sicurezza nazionale. È quindi in tal senso che vanno letti il decreto del 2 giugno quanto la restrizione imposta ad Anthropic. Il presidente deve bilanciare le esigenze delle aziende tecnologiche con quelle del Pentagono, senza poi trascurare le paure nutrite dalla working class per i possibili effetti socioeconomici dell’IA. È anche in quest’ottica che Trump avrebbe intenzione di garantire al governo federale delle partecipazioni azionarie nelle grandi società del settore. «I fautori della proposta sostengono che essa consentirebbe al pubblico di partecipare ai successi dell’azienda e attenuerebbe il potenziale impatto dei cambiamenti economici», ha riferito il Washington Post.
Insomma, sembra proprio che Trump si stia avvicinando a Leone XIV il quale, nella sua enciclica, ha criticato la prospettiva di una totale deregulation del settore dell’IA. A Christopher Olah di Anthropic non è costato nulla (anzi) mostrarsi a fianco del Papa come interprete «buono» dell’IA. Ma quando il governo più importante del mondo (cioè Trump) pone freni concreti, ecco che l’atteggiamento dell’azienda cambia di colpo.
Il presidente americano guarda principalmente alla sicurezza nazionale, il Papa alle questioni etiche. Eppure entrambi, per quanto in forma e modi diversi, sembrano condividere alcune preoccupazioni per gli impatti sociali dell’IA. Segno questo del fatto che, al netto delle macroscopiche differenze, tra i due americani potrebbero magari registrarsi, un giorno, persino margini di convergenza.
«I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri il presidente Usa.
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.





