La guerra in Iran continua a creare tensioni nell’amministrazione Trump. Secondo The Atlantic, JD Vance avrebbe sottoposto al presidente americano dei dubbi sui briefing del Pentagono relativi all’andamento del conflitto. Il numero due della Casa Bianca avrebbe inoltre espresso preoccupazioni sullo stato degli arsenali missilistici statunitensi. Se confermata, questa notizia certificherebbe una crescente fibrillazione tra il vicepresidente e Pete Hegseth.
D’altronde, che tra i due non scorra buon sangue, non è una novità. Il capo del Pentagono è notoriamente in rotta di collisione con il segretario all’Esercito, Dan Driscoll, che è un ferreo alleato dello stesso Vance. Hegseth teme da mesi che Driscoll possa prima o poi sostituirlo alla guida del dipartimento della Difesa. Il segretario all’Esercito, dal canto suo, si è esplicitamente rammaricato, durante una recente audizione alla Camera, del fatto che Hegseth avesse silurato il capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, Randy George. A questo si aggiunga anche che, come rivelato l’altro ieri da The Hill, un numero crescente di senatori repubblicani auspicherebbe un cambio di leadership ai vertici del Pentagono: una situazione, questa, che sta rendendo la poltrona di Hegseth sempre più traballante.
Ma non è tutto. Secondo la testata israeliana Yedioth Ahronoth, Vance si sarebbe anche opposto al piano, proposto dal Mossad, di utilizzare i curdi in un’operazione volta ad abbattere il regime iraniano. La rivelazione non stupisce più di tanto: il vicepresidente è infatti storicamente una delle figure più fredde verso Benjamin Netanyahu in seno all’attuale amministrazione statunitense. Non è inoltre un mistero che Vance fosse particolarmente scettico verso un’azione bellica su larga scala contro la Repubblica islamica. Ed è probabilmente anche per questo che il presidente americano lo ha significativamente coinvolto nel processo diplomatico volto a cercare di porre fine al conflitto iraniano. La Casa Bianca punta infatti sia a evitare il pantano sia ad abbassare celermente il costo dell’energia. Il presidente americano continua a trovarsi in difficoltà nei sondaggi. E l’alto prezzo della benzina, negli Stati Uniti, rischia di creare rilevanti problemi al Partito repubblicano, in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
E veniamo quindi ai tentativi di risoluzione della crisi in corso. Secondo il Wall Street Journal, Trump non sarebbe soddisfatto della nuova proposta di pace iraniana. Una proposta, sulla cui base le discussioni sul nucleare dovrebbero avvenire soltanto dopo lo scioglimento di due nodi: la riapertura di Hormuz e la revoca del blocco americano ai porti della Repubblica islamica. Al contrario, il presidente americano vuole che il dossier atomico sia affrontato sin da subito. Una posizione, questa, che, ieri, Marco Rubio è sembrato riecheggiare. «Non ho alcun dubbio che, se questo regime clericale radicale rimarrà al potere in Iran, a un certo punto deciderà di dotarsi di un’arma nucleare. Questo problema fondamentale deve ancora essere affrontato. Rimane il punto cruciale della questione», ha affermato il segretario di Stato americano. In tal senso, davanti allo scetticismo di Washington, gli iraniani, secondo la Cnn, potrebbero presto consegnare ai mediatori pakistani una proposta di pace «rivista».
Ieri, sul social Truth, Trump ha attaccato la Germania proprio sulla questione del nucleare iraniano: «Il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, pensa che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare. Non sa di cosa parla! Se l’Iran avesse un’arma nucleare, il mondo intero sarebbe in ostaggio. Sto facendo qualcosa con l’Iran, proprio ora, che altre nazioni, o presidenti, avrebbero dovuto fare molto tempo fa. Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti!», ha attaccato il tycoon.
D’altronde, anche il regime khomeinista ha i suoi problemi. Secondo Bloomberg News, a causa dello sbarramento navale statunitense, Teheran starebbe affrontando crescenti difficoltà nell’immagazzinamento del proprio greggio: una situazione che potrebbe creare rilevanti danni al settore petrolifero iraniano. Inoltre, stando a Iran International, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale della Repubblica islamica temerebbe nuove proteste contro il regime a causa della dura situazione economica che Teheran si sta trovando ad affrontare. Infine, l’Iran ha vietato l’esportazione di acciaio, dopo che i suoi impianti produttivi sono stati duramente danneggiati dai bombardamenti. Dal canto suo, Trump ha affermato ieri su Truth di essere stato informato dal governo iraniano che la Repubblica islamica sarebbe «in uno stato di collasso». «Vogliono che “apriamo lo Stretto di Hormuz” il prima possibile, mentre cercano di risolvere la loro situazione di leadership (cosa che credo riusciranno a fare!)», ha aggiunto. Come che sia, l’altro ieri una nave cisterna carica di gas naturale liquefatto ha attraversato lo Stretto: si è trattato della prima imbarcazione di questo tipo a transitare in loco dal 28 febbraio.
- Trump, a sorpresa, annulla il viaggio di Witkoff e Kushner a Islamabad per il round di negoziati con Teheran fissato per domani: «Senza senso un volo di 18 ore, gli iraniani possono chiamarci. Dieci minuti dopo lo stop, però, hanno mandato un’altra proposta».
- Unità tedesche verso il Mediterraneo. Missione gradita anche a Turchia e Giappone.
Lo speciale contiene due articoli.
Naviga nell’incertezza il rilancio dei colloqui tra Washington e Teheran. Ieri, Donald Trump ha annullato il viaggio di Steve Witkoff e Jared Kushner a Islamabad. «Ho detto ai miei poco fa che si stavano preparando a partire: “No, non fate un volo di 18 ore per andare laggiù. Abbiamo tutte le carte in mano. Possono chiamarci quando vogliono, ma non farete più voli di 18 ore per sedervi a parlare del niente”», ha dichiarato il presidente americano, parlando con la corrispondente di Fox News, Aishah Hasnie. «Non vedo il senso di farli partire per un volo di 18 ore nella situazione attuale. È troppo lungo. Possiamo farlo altrettanto bene al telefono. Gli iraniani possono chiamarci se vogliono», ha aggiunto Trump, in un’intervista con il giornalista di Axios, Barak Ravid, per poi escludere che, almeno per ora, abbia intenzione di riprendere la guerra contro la Repubblica islamica. «Ho appena annullato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad, in Pakistan, per incontrare gli iraniani. Troppo tempo sprecato in viaggio, troppo lavoro! Oltretutto, c’è un’enorme lotta intestina e confusione all’interno della loro “leadership”. Nessuno sa chi sia al comando, nemmeno loro. Inoltre, noi abbiamo tutte le carte in mano, loro nessuna! Se vogliono parlare, non devono far altro che telefonare!», ha anche dichiarato su Truth.
La decisione di Trump è arrivata dopo che il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, aveva lasciato Islamabad, dove, alcune ore prima, aveva incontrato il capo delle Forze di difesa pakistane, Asim Munir, e il premier pakistano, Shehbaz Sharif, presentando loro la posizione negoziale di Teheran nei confronti di Washington. «Abbiamo ribadito alla leadership pakistana il nostro impegno per la proposta articolata in dieci punti. Siamo pronti a negoziare ma non ci arrenderemo», aveva dichiarato, a tal proposito, una fonte iraniana. Il riferimento era probabilmente alla proposta che Teheran aveva presentato a inizio aprile, sulla cui base la Repubblica islamica punterebbe a ottenere il controllo di Hormuz, la possibilità di arricchire l’uranio, la revoca delle sanzioni e il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione.
In realtà, poco prima che Trump annunciasse l’annullamento del viaggio di Witkoff e Kushner, dei funzionari pakistani avevano fatto sapere ad Al Arabiya che Araghchi avrebbe fatto ritorno a Islamabad già nella giornata di oggi: il che aveva fatto supporre che, all’inizio della prossima settimana, il ministro iraniano avrebbe potuto avere dei colloqui con gli inviati del presidente americano. L’intervista di Trump a Fox News e ad Axios ha tuttavia annullato questa eventualità. A meno di svolte impreviste nelle prossime ore, sembra nuovamente allontanarsi il secondo round di colloqui tra americani e iraniani. Tutto questo, nonostante, come abbiamo visto, Trump non abbia per il momento chiuso alla diplomazia, negando di voler riprendere la guerra e dicendosi aperto a trattative telefoniche. In serata, peraltro, il tycoon ha ricambiato le carte: «Stranamente, dieci minuti dopo che ho cancellato il viaggio dei miei inviati», gli iraniani «ci hanno mandato» un documento diverso.
Le posizioni restano comunque distanti. Gli Usa vogliono infatti che l’Iran rinunci all’arricchimento dell’uranio, consegnando le sue scorte, e che apra lo Stretto di Hormuz. Teheran, dal canto suo, esige che Washington revochi il blocco che ha imposto ai porti iraniani: una misura che tuttavia Trump intende mantenere in vigore come strumento di pressione negoziale sulla Repubblica islamica. In questo quadro, dopo aver lasciato Islamabad, Araghchi ha detto di dover «ancora verificare se gli Usa prendano davvero sul serio la diplomazia».
Il paradosso è che proprio la debolezza del regime khomeinista sta mettendo in difficoltà la Casa Bianca. Washington si trova infatti davanti a un interlocutore dilaniato tra vari centri di potere: il governo iraniano è infatti spaccato tra un’ala dialogante che, gravitante attorno al presidente Masoud Pezeshkian, auspica un accordo diplomatico temendo la pressione economica statunitense, e un’altra, legata ai pasdaran, che promuove la linea dura nei confronti degli Stati Uniti (guarda caso, ieri le Guardie della rivoluzione hanno dichiarato che il controllo di Hormuz è la «strategia definitiva dell’Iran islamico»). È probabilmente anche per non essere riuscito a trovare una sintesi tra queste due posizioni opposte che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, si è dimesso da capo del team negoziale di Teheran.
In teoria, questo dovrebbe avvantaggiare Trump. In pratica, la situazione è più complessa. Il presidente americano ha fretta sia di evitare il pantano che di far abbassare il costo dell’energia: i prezzi alti della benzina negli Stati Uniti rappresentano infatti un rischio, per il Partito repubblicano, in vista delle elezioni di Midterm. Dal canto suo, anche Pezeshkian ha fretta, ritenendo che, senza una celere revoca delle sanzioni americane, l’economia iraniana possa collassare nel giro di poche settimane. Chi non ha fretta sono invece i pasdaran, che vogliono giocarsi il tutto per tutto. Sanno infatti che un eventuale accordo tra Washington e Teheran minerebbe il potere che si sono costruiti nel corso degli ultimi decenni.
Strana corsa per sminare Hormuz. Berlino schiera già le navi in mare
Il blocco navale nello Stretto di Hormuz resta operativo e, nonostante i segnali di distensione diplomatica, la dimensione militare continua a dominare lo scenario. A confermarlo è il Comando centrale degli Stati Uniti, secondo cui le operazioni ordinate dal presidente Donald Trump proseguono senza interruzioni, anche alla luce della proroga del cessate il fuoco e della prevista ripresa dei negoziati in Pakistan. Le immagini diffuse dall’esercito americano mostrano il cacciatorpediniere USS Rafael Peralta impegnato nell’intercettazione di un mercantile battente bandiera iraniana, a conferma di un dispositivo di controllo sempre più capillare. Dall’avvio delle operazioni, lo scorso 13 aprile, almeno 29 imbarcazioni dirette o provenienti dai porti iraniani sono state costrette a interrompere la navigazione. Il bilancio include una nave cargo sequestrata con l’uso della forza e una petroliera sospettata di trasportare greggio. Secondo il dipartimento del Tesoro statunitense, il blocco sarebbe in grado di paralizzare fino al 90% del commercio marittimo di Teheran, una misura che le autorità iraniane hanno definito un vero e proprio «attentato» alla sicurezza nazionale.Le ripercussioni sul traffico globale sono già evidenti. Almeno 43 navi portacontainer appartenenti alle principali compagnie mondiali restano bloccate nel Golfo Persico. I grandi operatori del settore, da Cma Cgm a Cosco, da Hapag-Lloyd a Msc, hanno sospeso i servizi nella regione fin dall’inizio delle ostilità, provocando ritardi e un aumento dei costi lungo le catene logistiche internazionali. Alcune unità sono riuscite a lasciare l’area in sicurezza, ma due navi Msc risultano sequestrate dalle autorità iraniane. In questo contesto, emerge con forza un elemento che accomuna le principali potenze coinvolte: l’attivismo crescente sul fronte dello sminamento dello Stretto di Hormuz. Il Giappone sta valutando l’invio di dragamine delle Forze marittime di autodifesa, rispondendo anche alle sollecitazioni americane a contribuire alla sicurezza della navigazione. In questo contesto, Takayuki Kobayashi, presidente del Policy research council del Partito liberaldemocratico, ha sollecitato l’esecutivo a prendere in considerazione questa opzione, sottolineando come si tratti di «una delle possibili misure per proteggere gli interessi nazionali del Giappone nel rispetto dei vincoli normativi». Anche la Turchia si dice pronta a entrare in gioco. Il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha indicato la disponibilità di Ankara a partecipare a un’eventuale missione multinazionale di sminamento, subordinata però al raggiungimento di un accordo tra Stati Uniti e Iran. L’ipotesi è quella di un team tecnico internazionale incaricato di ripulire le acque da ordigni e garantire la sicurezza del traffico marittimo, elemento essenziale per la stabilità economica globale. Sul fronte europeo, la Germania ha già avviato i preparativi. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha annunciato l’invio di un dragamine nel Mediterraneo, primo passo verso un possibile dispiegamento nello Stretto di Hormuz. L’unità sarà affiancata da una nave comando e logistica, segnale di una pianificazione operativa concreta in vista di un’eventuale missione. Anche l’Italia si prepara a giocare un ruolo diretto. Secondo quanto emerge, la Marina militare sarebbe pronta a partecipare a una missione internazionale nello Stretto di Hormuz con un dispositivo composto da quattro unità navali, rafforzando ulteriormente il fronte occidentale impegnato nella messa in sicurezza della rotta. Il quadro che emerge è quello di una crescente convergenza internazionale su un punto chiave: la necessità di mettere in sicurezza lo Stretto attraverso operazioni di sminamento coordinate. Se il blocco navale rappresenta oggi lo strumento di pressione principale, è proprio la bonifica delle acque che si profila come la vera partita strategica dei prossimi mesi.
Inizia forse a sbloccarsi lo stallo diplomatico sulla crisi iraniana. Ieri, il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, è partito per Islamabad. Reuters ha inizialmente riportato che, prima di ripartire alla volta di Oman e Russia, avrebbe dovuto incontrarsi con dei funzionari pakistani, per discutere con loro dell’eventualità di un secondo round di colloqui con gli Stati Uniti e per presentare la risposta iraniana al piano di pace americano. Tuttavia, alcune ore più tardi, la Cnn ha riferito che Donald Trump avrebbe mandato in Pakistan Steve Witkoff e Jared Kushner per degli incontri con il ministro iraniano da tenersi nel corso del fine settimana. La Casa Bianca ha confermato che i due inviati statunitensi partiranno stamane. Inoltre, sempre secondo la Cnn, potrebbe successivamente muoversi anche JD Vance, qualora il processo diplomatico dovesse prendere slancio. È del resto verosimile che la situazione si stia sbloccando anche in conseguenza dell’estensione del cessate il fuoco tra Israele e Libano, annunciata l’altro ieri dal presidente americano.
Ricordiamo che la seconda tornata di colloqui tra americani e iraniani avrebbe dovuto originariamente tenersi martedì, tanto che la delegazione di Washington, guidata da Vance, era pronta a partire alla volta di Islamabad. In un primo momento, anche gli iraniani avevano acconsentito a prendere parte al meeting. Poi, a causa di divisioni interne al regime khomeinista, Teheran aveva fatto sapere che avrebbe partecipato soltanto a patto che gli Usa avessero revocato il blocco imposto ai porti iraniani: una pretesa che la Casa Bianca aveva respinto, puntando a usare lo sbarramento navale come leva negoziale con la Repubblica islamica.
In tutto questo, secondo Iran International, sembrerebbe essersi verificato una sorta di terremoto in seno al team di Teheran: parrebbe infatti che il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, si sia dimesso da capo della squadra negoziale a causa di disaccordi interni. In particolare, il diretto interessato sarebbe stato criticato per aver cercato di inserire la questione del nucleare iraniano nelle trattative con Washington. Se la notizia fosse confermata, è probabile che Ghalibaf possa essere sostituito da un esponente dell’ala intransigente del regime khomeinista, come Saeed Jalili. Araghchi, dal canto suo, starebbe tuttavia cercando di assumere la guida del team negoziale: del resto, sarà un caso, ma è stato proprio lui a recarsi in Pakistan ieri.
Negli Stati Uniti si registra frattanto un cauto ottimismo. Ieri, Pete Hegseth ha detto che l’Iran ha la possibilità di raggiungere un «buon accordo» con Washington. Parole significative, visto che, differentemente da Vance e Marco Rubio, il capo del Pentagono è stato finora tra le voci più scettiche, nell’amministrazione Trump, verso la diplomazia con Teheran. Al contempo, Hegseth ha difeso il blocco navale americano. «Il nostro blocco si sta ampliando e sta diventando globale. Nessuno può navigare dallo Stretto di Hormuz verso qualsiasi parte del mondo senza il permesso della Marina degli Stati Uniti», ha affermato. «Se ci saranno tentativi di posare altre mine in modo sconsiderato e irresponsabile, interverremo. Si tratta di una violazione del cessate il fuoco», ha anche detto. E così - mentre Ursula von der Leyen proponeva di «ampliare» l’operazione Aspides, «passando dalla mera protezione a un sofisticato coordinamento marittimo congiunto» - Hegseth lanciava una stoccata agli europei. «Non contiamo sull’Europa, ma loro hanno bisogno dello Stretto di Hormuz molto più di noi», ha affermato.
Il nodo di Hormuz continua, insomma, a rivelarsi centrale. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il conflitto in corso ha portato alla perdita di 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto per il periodo 2026-2030. Dall’altra parte, è vero che gli Usa dipendono meno dallo Stretto rispetto agli europei. Ma la sua chiusura ha un impatto sui costi energetici a livello globale: il che ha determinato un deciso aumento del prezzo della benzina negli Stati Uniti. Si tratta di un problema che Trump deve risolvere urgentemente, se vuole rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Il problema, per lui, sono le divisioni in seno al regime khomeinista che finora non è riuscito a mostrarsi compatto sulla linea da seguire. Da una parte, si registra un’ala dialogante (di cui fa parte Araghchi), che auspica la soluzione diplomatica, temendo gli effetti della pressione economica statunitense. Dall’altra, emerge un’ala ostile ai negoziati, che fa capo ai pasdaran. Ghalibaf ha cercato finora di trovare una sintesi tra queste sue istanze contrapposte, ma non c’è riuscito. Il suo passo indietro da capo negoziatore potrebbe essere legato (anche) a questa circostanza.





