Navi ancora bloccate a causa della guerra tra Iran, Usa e Israele. Le imbarcazioni ancorano al largo della costa di Khasab, vicino allo Stretto di Hormuz in Oman, poiché il traffico marittimo attraverso questa strategica via d'acqua rimane ancora interrotto a causa della guerra che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele.
L'immagine IA postata da Trump
Il presidente Usa minaccia l’Iran utilizzando ancora un’immagine IA. Dietro di lui mare agitato e navi da guerra. Netanyahu: «Gli Usa devono decidere cosa fare con gli ayatollah».
La crisi internazionale si allarga dall’Asia al Golfo Persico, mentre Washington valuta nuove forniture militari a Taiwan e Israele prepara possibili nuovi attacchi contro l’Iran. Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha ribadito che la cooperazione militare con gli Stati Uniti rappresenta un elemento essenziale per la sicurezza dell’area indo-pacifica. In un messaggio pubblicato sui social, Lai ha dichiarato che Taiwan si trova «al centro degli interessi globali» e che la pace nello Stretto di Taiwan «non sarà mai sacrificata né usata come merce di scambio».
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Donald Trump (Ansa)
- Teheran ha consentito il transito a una trentina di navi. Araghchi: «Garantiremo la sicurezza del commercio nello Stretto». Trump però non esclude altri blitz: «La pazienza sta per finire». E il prezzo del petrolio sale.
- Putin in Cina il 20. Raid fa strage a Kiev. Attaccata pure una raffineria russa. Zelensky: «Ora siamo legittimati a colpire siti energetici e militari». Scambiati oltre 400 prigionieri.
Lo speciale contiene due articoli.
Il confronto tra Stati Uniti e Iran continua a oscillare tra aperture diplomatiche, minacce militari e tensioni crescenti sul controllo dello Stretto di Hormuz, mentre il fragile cessate il fuoco in Medio Oriente resta appeso a equilibri sempre più precari. Nelle ultime ore Teheran ha ricevuto ufficialmente la risposta americana alla proposta avanzata nell’ambito dei negoziati sul nucleare. Secondo Al Jazeera, che cita fonti iraniane, Washington avrebbe «respinto completamente» le condizioni poste dalla Repubblica islamica per riaprire il dialogo.
La proposta iraniana prevedeva cinque richieste considerate essenziali da Teheran: la fine della guerra su tutti i fronti regionali, la revoca totale delle sanzioni economiche, lo sblocco dei beni congelati all’estero, il risarcimento per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. A margine della riunione dei ministri degli Esteri dei Brics a New Delhi, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di inviare «messaggi contraddittori» che starebbero complicando i negoziati. Il capo della diplomazia iraniana ha ribadito che Teheran non sarebbe responsabile delle tensioni nello Stretto di Hormuz e che l’Iran si starebbe semplicemente «difendendo» dagli attacchi americani e israeliani. Sul dossier nucleare, Araghchi ha ammesso l’esistenza di uno stallo sul tema delle scorte di uranio arricchito, definendo la questione «molto complessa». Il ministro ha però confermato l’apertura a discutere con la Russia il possibile trasferimento dell’uranio iraniano a Mosca dopo un confronto con Vladimir Putin. Lo stesso Araghchi ha poi dichiarato che Teheran considera ancora aperto lo Stretto di Hormuz per i «Paesi amici», precisando però che tutte le navi devono coordinare il transito con le forze armate iraniane. «Lo Stretto di Hormuz, per quanto ci riguarda, non è chiuso, soprattutto per i Paesi amici», ha affermato il ministro, aggiungendo che le restrizioni riguarderebbero esclusivamente i «nemici» della Repubblica islamica. Nel frattempo la televisione di Stato iraniana ha riferito che «un numero maggiore di navi può ora attraversare lo Stretto di Hormuz con il coordinamento delle forze navali del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica». Secondo l’emittente, oltre 30 navi sarebbero state autorizzate al transito nelle ultime 24 ore, mentre l’agenzia Tasnim ha parlato anche del passaggio di «diverse navi cinesi». La televisione iraniana ha sostenuto che queste autorizzazioni dimostrerebbero come molti Paesi abbiano accettato i nuovi protocolli giuridici imposti dall’Iran e dalle Guardie Rivoluzionarie per il transito nello Stretto di Hormuz. Araghchi ha inoltre ribadito, in un messaggio pubblicato su X dopo l’incontro con il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, che l’Iran continuerà a svolgere il suo «dovere storico» di garantire la sicurezza della rotta marittima. Il ministro ha definito Teheran «un partner affidabile delle nazioni amiche» assicurando che gli scambi commerciali saranno protetti. Il ministro iraniano ha accusato gli Emirati Arabi Uniti di aver ostacolato la dichiarazione finale dei Brics a causa dei loro rapporti con Israele. Araghchi ha aggiunto che il processo di mediazione avviato dal Pakistan non è fallito, ma sta incontrando delle difficoltà. Intanto cresce il ruolo diplomatico della Cina: dopo l’incontro con Xi Jinping, Donald Trump ha affermato che Washington e Pechino condividono l’obiettivo di riaprire lo Stretto di Hormuz e impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare. Nonostante i contatti diplomatici, il presidente americano ha nuovamente minacciato possibili azioni militari contro l’Iran, sostenendo che la sua pazienza «si sta esaurendo» e che gli Stati Uniti potrebbero «tornare a fare pulizie». Trump ha sostenuto che le forze americane abbiano «spazzato via» le capacità militari iraniane, parlando della distruzione dell’85 per cento della produzione missilistica di Teheran. Il presidente americano ha inoltre attaccato duramente i giornalisti che hanno messo in dubbio i risultati dell’offensiva americana, definendoli «traditori». Le tensioni nello Stretto stanno avendo effetti immediati anche sui mercati energetici. I prezzi del petrolio sono tornati a salire dopo le dichiarazioni di Trump e dello stesso Araghchi, che hanno ridotto le speranze di un accordo capace di fermare attacchi e sequestri di navi nell’area. I futures sul Brent sono saliti del 2,3 per cento a 108,1 dollari al barile, mentre il Wti ha guadagnato il 2,5 per cento raggiungendo i 103,7 dollari. Sul fronte israeliano, Benjamin Netanyahu ha ribadito che la guerra non terminerà finché il materiale nucleare sensibile iraniano non sarà rimosso dal Paese. Un alto funzionario israeliano ha dichiarato a Channel 12 che Tel Aviv si sta preparando all’imminente ripresa della guerra contro l’Iran. «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di combattimenti e attendiamo la decisione finale di Trump». Intanto il governo israeliano ha annunciato azioni legali contro il New York Times per un editoriale del giornalista Nicholas Kristof sui presunti abusi contro detenuti palestinesi, definito da Netanyahu e dal ministro Gideon Sa’ar «una delle menzogne più distorte mai pubblicate contro Israele». In Cisgiordania cresce la tensione dopo le ennesime dichiarazioni incendiarie del ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, che ha rilanciato l’ipotesi di un’annessione permanente dei territori palestinesi. Sul piano regionale, il New York Times sostiene che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti avrebbero colpito obiettivi iraniani durante il conflitto, anche se Riad e Abu Dhabi non hanno confermato. Nel frattempo la Francia ha annunciato l’invio della portaerei Charles de Gaulle nel Mar Arabico per operazioni difensive legate alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Putin da Xi la prossima settimana
Il massiccio attacco russo su Kiev, in cui hanno perso la vita 24 persone, tra cui tre bambini, potrebbe ritardare gli sforzi diplomatici per raggiungere la fine della guerra in Ucraina. Questo timore è stato palesato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Mentre si trovava a bordo dell’Air Force One, ha dichiarato ai giornalisti: «È una guerra che vorremmo vedere conclusa. Fino a ieri sera (giovedì, ndr) sembrava andare bene, ma ieri sera (giovedì, ndr) gli ucraini hanno subito un duro colpo». Pur rassicurando che «la fine della guerra ci sarà», ha aggiunto che quanto successo «è un peccato».
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha già annunciato su X che le reazioni ucraine «contro l’industria petrolifera russa, la produzione militare e i responsabili diretti di crimini di guerra sono pienamente giustificate». Una risposta è già arrivata: i droni ucraini hanno colpito una raffineria russa nella regione di Ryazan. L’ultimo bilancio parla di almeno quattro morti e 12 feriti.
A Kiev, intanto, nel giorno di lutto nazionale, con le bandiere ucraine a mezz’asta, Zelensky si è recato sul posto dell’attacco, commentando che «i russi hanno demolito un’intera sezione dell’edificio con il loro missile». Dopo il raid su Kiev, Mosca ha sferrato un attacco anche contro un impianto industriale a Zaporizhzhia, uccidendo una persona e ferendone altre tre.
Oltre alle infrastrutture civili, secondo l’intelligence ucraina, la Russia starebbe pianificando di prendere di mira l’ufficio e la residenza del presidente ucraino. A renderlo noto è stato lo stesso Zelensky su X dopo la riunione con i vertici militari e dell’intelligence. «Gli esperti del Servizio di intelligence militare del ministero della Difesa hanno ottenuto documenti che testimoniano la preparazione da parte dei russi di nuovi attacchi missilistici e con droni contro i centri decisionali», ha scritto. Zelensky ha inoltre affermato: «Sappiamo che ci sono stati ulteriori contatti tra i russi e Alexander Lukashenko per convincerlo a partecipare alle nuove operazioni aggressive russe. La Russia sta valutando piani operativi in direzione Sud e Nord del territorio bielorusso». Tutto tace invece in merito all’arresto dell’ex capo dell’Ufficio presidenziale, Andrii Yermak: l’Alta corte anticorruzione ucraina ha disposto la custodia cautelare, fissando la cauzione a 3,18 milioni di dollari.
Spostandoci sul fronte, le forze armate ucraine hanno ripreso il controllo di Odradne, nella regione di Kharkiv; Mosca ha invece annunciato di aver conquistato i villaggi di Chaikovka e di Charivnoye. Nel frattempo, alcuni soldati ucraini e russi sono rientrati in patria. Ieri è stata infatti anche la giornata dello scambio di 205 prigionieri per parte nel contesto dell’accordo sul cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti all’inizio di maggio.
La più solida certezza rimane la tensione tra l’Europa e la Russia. Al Consiglio d’Europa, la Commissione europea, a nome dell’Ue, ha aderito all’accordo per istituire il tribunale speciale per i crimini russi contro l’Ucraina. Nella fase successiva andranno però definiti i costi e alcuni Paesi, Italia inclusa, dovranno ratificare il trattato in Parlamento. Dall’altra parte, il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, ha ribadito di «non riuscire a prendere sul serio» le dichiarazioni dei Paesi europei in merito al voler aprire un dialogo con la Russia. Chi viene presa sul serio è sempre Pechino: il 20 maggio, quindi pochi giorni dopo il viaggio di Trump, il presidente russo Vladimir Putin arriverà in Cina.
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