Non si placa la tensione militare tra Washington e Teheran. Ieri, Centcom ha condotto nuovi attacchi contro il regime khomeinista, annunciando di aver colpito «siti di sorveglianza, infrastrutture logistiche militari, depositi sotterranei di armi e capacità marittime».
Inoltre, secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim (che è collegata ai Pasdaran), gli Usa avrebbero colpito un impianto di desalinizzazione nel villaggio di Bonji. La Repubblica Islamica, dal canto suo, ha effettuato azioni militari contro obiettivi in Bahrain, Giordania, Iraq e Kuwait. In particolare, la Kuwait Petroleum Corporation ha reso noto che uno dei propri impianti petroliferi è stato oggetto di «ripetuti attacchi iraniani».
Inoltre, il governo kuwaitiano ha anche fatto sapere che, a seguito di un bombardamento da parte di Teheran, è scoppiato un incendio in un suo impianto di desalinizzazione. La circostanza ha suscitato la dura reazione del segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi, che ha esplicitamente accusato il regime khomeinista di «crimini di guerra». Tutto questo, mentre Centcom ha reso noto che, venerdì, due soldati americani sono rimasti uccisi in Giordania a seguito di attacchi iraniani.
Nel frattempo, Axios ha riferito che l’amministrazione Trump ha notificato a Israele l’invio di ulteriori aerei cisterna: il che potrebbe preludere a una nuova offensiva su vasta scala degli Stati Uniti contro l’Iran. In particolare, secondo la testata, il presidente americano starebbe considerando o il bombardamento delle centrali elettriche o nuovi attacchi contro gli impianti nucleari del regime. Sotto questo aspetto, non è escluso che la Casa Bianca possa ordinare di effettuare dei raid volti a bloccare l’accesso al sito atomico sotterraneo di Pickaxe Mountain. Più in generale, Donald Trump, che ha recentemente reintrodotto il blocco navale alla Repubblica Islamica, sembra propenso ad aumentare la pressione militare ed economica, per spingere il regime khomeinista a riaprire Hormuz e ad ammorbidire le proprie posizioni in materia di nucleare.
E così, mentre l’inquilino della Casa Bianca si appresta a ricevere a Washington il presidente libanese Joseph Aoun, l’Iran, secondo Reuters, avrebbe chiesto agli Huthi di tenersi pronti per chiudere Bab el-Mandeb: lo Stretto che congiunge il Mar Rosso al Golfo di Aden. Se la circostanza dovesse verificarsi, ciò aggraverebbe ulteriormente la crisi energetica innescata dalla chiusura di Hormuz. L’eventuale blocco di Bab el-Mandeb preoccupa del resto anche uno stretto alleato di Teheran come Mosca. «Probabilmente creerebbe problemi al commercio globale, in particolare per il petrolio, ma non solo per il petrolio», ha dichiarato, venerdì, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ieri si è sentito con l’omologo emiratino Abdullah bin Zayed Al Nahyan. Non è allora probabilmente un caso che, nei giorni scorsi, la Casa Bianca, secondo Axios, abbia dato via libera ai sauditi per effettuare degli attacchi contro gli Huthi.
Frattanto la diplomazia resta in stallo. «Gli Usa hanno violato e sospeso tutti i loro impegni nell’ambito del memorandum d’intesa di Islamabad. Anche noi abbiamo sospeso i nostri impegni», ha affermato ieri il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, mentre la Guida suprema, Mojtaba Khamenei, ha scritto in una nota che la firma del presidente americano è «priva di valore e credibilità», per poi minacciare «lezioni indimenticabili». «Chiunque ti attacchi, attaccalo nello stesso modo in cui lui ha attaccato te», hanno dichiarato, dal canto loro, le Guardie della rivoluzione. Ciò detto, il regime khomeinista resta spaccato tra un’ala che, gravitante attorno al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, vorrebbe risuscitare la diplomazia e una che, capitanata dai pasdaran, auspica il mantenimento della linea dura nei confronti di Washington.
Dall’altra parte, all’interno dell’amministrazione americana, JD Vance è irritato per il collasso del memorandum d’intesa che aveva contribuito a negoziare. È anche in quest’ottica che, mercoledì, ha accusato il governo israeliano di aver imbastito una campagna volta a far deragliare il processo negoziale tra Washington e Teheran. Di contro, a esprimere storicamente scetticismo verso il memorandum, nell’amministrazione statunitense, erano stati il segretario di Stato, Marco Rubio, e il capo del Pentagono, Pete Hegseth. Come che sia, divisioni su Israele si registrano anche nel Partito democratico americano. Se la metà dei deputati dem ha votato per tagliare gli aiuti statunitensi allo Stato ebraico, il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha fatto sapere che sta valutando di tentare l’arresto di Benjamin Netanyahu in occasione della sua visita nella Grande Mela per partecipare all’Assemblea generale dell’Onu a settembre. Nel 2024, la Corte penale internazionale ha spiccato un mandato d’arresto per il premier israeliano. Tuttavia né gli Usa né lo Stato ebraico riconoscono la giurisdizione di questo tribunale. Inoltre, l’anno scorso, la governatrice dem dello Stato di New York, Kathy Hochul, aveva negato che il sindaco della Grande Mela avesse l’autorità per arrestare Netanyahu.
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