La Spagna sta per superare il punto di non ritorno? Forse sì, e a sostenerlo non è una Cassandra qualunque, ma la Policía Nacional del Paese a guida socialista targata Pedro Sánchez. Alti dirigenti del sindacato di polizia, interpellati dal quotidiano El Mundo, hanno commentato con un misto di preoccupazione e incredulità l’iter che porterà alla regolarizzazione di milioni di clandestini sul territorio iberico.
Sulla carta si pensava a circa 500.000 persone. Nella pratica saranno oltre tre milioni. I calcoli son presto fatti: al Decreto sulla regolarizzazione varato dal governo spagnolo lo scorso aprile hanno risposto circa un milione e mezzo di migranti irregolari. Considerando che ogni migrante regolarizzato può aggiungerne altri tre al suo status per le garanzie inserite sui ricongiungimenti familiari, la stima di tre milioni di regolarizzazioni potenziali è financo al ribasso.
Ma non solo: l’iter è in mano ai funzionari del ministero delle Migrazioni e questo rischia di escludere i controlli di polizia sulla correttezza procedurale, su eventuali frodi, sui precedenti penali dei richiedenti. Aggiungendo un carico da novanta: la norma prevede l’accettazione in automatico della domanda se non viene fornita una risposta entro tre mesi. «La volontà del governo è che entri chiunque, ma il sistema sanitario, scolastico e di sicurezza non potranno reggere», spiega un funzionario delle forze dell’ordine a El Mundo. «Inoltre possono verificarsi casi in cui persone di Paesi stranieri paghino chi è già in una situazione legale per fingersi loro familiari. Già adesso esistono casi simili, in cui vengono fabbricati ad arte persino dei testimoni, ma fino a oggi sono stati smascherati perché non abbiamo mai assistito a un numero così alto di richiedenti» . A questo, si aggiunge la decisione del Tribunale Supremo di eliminare il requisito della fedina penale pulita per ottenere il permesso di soggiorno quando il richiedente è familiare di uno spagnolo.
Già qualche giorno fa, sulla Verità, Francesco Borgonovo spiegava nel dettaglio il meccanismo a tenaglia studiato dall’esecutivo di Sánchez. Da un lato, il decreto di regolarizzazione dei clandestini che comporta l’ingresso su suolo spagnolo – dunque su territorio europeo – di un numero mai così consistente di persone extra Ue. Dall’altro, la cosiddetta Ley de nietos (legge dei nipoti): «Varata per dare dignità ai discendenti degli esuli e degli espatriati politici e pensata per gli eredi di coloro che hanno lasciato la Spagna tra il 18 luglio 1936 e il 28 dicembre 1978, in realtà ha visto il proprio ambito di applicazione ampliato da una direttiva del ministero della Giustizia. Emanata pochi giorni dopo l’approvazione della legge, tale direttiva garantisce la cittadinanza a chiunque abbia un genitore, un nonno, un bisnonno o persino un trisavolo spagnolo emigrato all’estero. In altre parole, la norma non riguarda solo coloro i cui antenati furono esiliati a causa della repressione politica, ma anche chi ha antenati emigrati per ragioni economiche, sia prima, sia dopo la Guerra Civile, o addirittura risalendo fino al XIX secolo». Con un risultato in questo caso prevedibile: oltre mezzo milione di nuovi cittadini e di nuovi elettori, cioè un sofisticato mezzo per garantirsi un bacino di votanti potenzialmente favorevole alla fazione progressista.
Bacino che, se la cittadinanza venisse estesa in futuro ai clandestini regolarizzati dal decreto recente, potrebbe ampliarsi. La strategia del governo spagnolo è collaudata e consiste nel cavalcare ogni espediente per far entrare più gente possibile. Facendo pure leva sul dogma dello straniero-risorsa che pagherà la pensione degli autoctoni e introdurrà stili di vita da imitare, vecchio mantra degli economisti. Su questo, persino alcuni dei più dogmatici tra quelli americani stanno facendo marcia indietro.
Lo ha rilevato di recente il Financial Times: «A marzo, gli economisti delle Federal Reserve di Dallas e San Francisco hanno attribuito il 30% del rapido aumento dei prezzi delle case negli Stati Uniti tra il 2021 e il 2024 all’ondata di immigrazione clandestina». Aggiungendo: «Secondo il professore di economia Alan Manning, l’immigrazione non è una soluzione al problema dell’invecchiamento della popolazione e la spesa per essa può ridurre la produttività». Dulcis in fundo, uno studio del premio Nobel per la pace 2024 Daron Acemoglu, degli economisti del Mit David Autor e Keelan Beirne, e di Andrew Scott della London Business School, fornisce un’ulteriore prova: «Contrariamente all’opinione comune, abbiamo riscontrato che i tassi di natalità più bassi finora hanno portato a una maggiore crescita del Pil per lavoratore in tutti i paesi e a una maggiore crescita salariale nei mercati del lavoro locali negli Stati Uniti». In parole povere: la minore disponibilità di manodopera ha portato all’innovazione tecnologica e agli investimenti, migliorando le condizioni generali. Ma una conferma di ciò arriva pure dalle recenti inversioni di tendenza di Paesi scandinavi come la Norvegia e la Svezia, un tempo assai concilianti nel concedere permessi, oggi rapidamente corsi ai ripari per evitare di sconquassare il proprio stato sociale.
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