La tv pubblica trampolino per il salto sulla poltrona
Piero Badaloni, Lilli Gruber, Michele Santoro e Lucia Annunziata (Ansa)

Quanti sono i conduttori di tg o di trasmissioni che negli anni si sono spogliati dell’abito di cronisti indipendenti per indossare i panni di tribuno della sinistra? L’elenco è lungo. Si parte con Piero Badaloni, passato senza soluzione di continuità dal Tg1 alla Regione Lazio (per poi rientrare alla base), e si prosegue con Piero Marrazzo, che da Mi manda Rai 3 arrivò pure lui alla guida della Megaditta (nel palazzo sulla Cristoforo Colombo fu ambientato il primo Fantozzi, con il Megadirettore). Ma tra i «servitori pubblici» si segnalano anche Michele Santoro, Lilli Gruber, David Sassoli e, da ultima, Lucia Annunziata. Tutti dipendenti di Viale Mazzini, tutti finiti in lista con il Pd. Dunque non c’è da stupirsi se anche Sigrido Ranucci ha accarezzato il sogno di passare da Saxa Rubra a Palazzo Chigi. In fondo la sede della Rai sorge in una zona di Roma che dal latino si traduce con sassi rossi. Dunque, alla guida della trasmissione di Rai 3 o del campo largo, il colore sarebbe stato lo stesso.

Ovviamente Ranucci nega di aver avuto simili mire. E che volete che faccia? Che dica sì, studiavo da premier con Valter Lavitola? Da quando è scoppiata la bomba, non quella sotto casa sua, ma quella dell’amico fraterno che avrebbe assoldato una banda per collocare un ordigno davanti all’abitazione del compagno di merende, il conduttore di Report non può che negare ogni ambizione. Già c’è chi si domanda come facesse un uomo tutto d’un pezzo a frequentarne uno tutto d’un prezzo (copyright Gramellini), ma immaginatevi se fosse confermato che Sigfrido e Valterino stessero preparando insieme una discesa in campo in grande stile, per portare il primo alla presidenza del Consiglio e il secondo al posto di sottosegretario, magari con delega ai servizi. Del resto, non serve una grande fantasia perché il progetto è realmente stato concepito e non solo ai tavoli del ristorante Cefalù, con lo stesso Ranucci a contribuire alla stesura delle domande di un sondaggio che doveva stimare il gradimento del giornalista. Ma anche con la consultazione di noti colleghi e, quel che conta, con il patrocinio di un importante politico americano il quale, da quanto si capisce, sponsorizzava proprio la discesa in campo di Ranucci.

Dunque, il mistero dell’attentato si fa ogni giorno più intrigante, perché non c’è solo un mandante per amico e nemmeno una strana coppia composta da un fustigatore di costumi pubblici con un approfittatore di denaro pubblico, ma c’è pure il Grande vecchio americano intenzionato a influenzare la politica italiana, come forse in passato altri Grandi vecchi determinarono la liquidazione della prima Repubblica. Insomma, c’è un giallo nel giallo, al punto che quello che si srotola davanti ai nostri occhi, appare come un romanzo – nero – a puntate, che ogni giorno ci riserva un colpo di scena. Ma, a questo punto, si impone una domanda: quanto può andare avanti la vicenda senza che Ranucci ci racconti esattamente la natura dei suoi rapporti con Lavitola? Possibile che un giornalista investigativo cosi scaltro fosse arrivato a fidarsi ciecamente di un pluricondannato al punto di invitarlo a casa propria, di consumare insieme a lui pranzi e cene, sentendolo al telefono praticamente ogni giorno? E, soprattutto, c’è da chiarire la frase che il Corriere ha attribuito a Paolo Corsini, direttore degli approfondimenti Rai, il quale avrebbe detto che Lavitola era la persona cui si rivolgeva chi aveva qualche problema con Report. Ma come? Invece di spiegarsi davanti alle telecamere c’era chi si piegava a uno spicciafaccende con trascorsi per estorsione? Tuttavia, anche la tv di Stato ha qualche cosa da chiarire.

Una trasmissione del servizio pubblico può andare avanti facendo finta di niente dopo che il suo conduttore è incappato in una gaffe mondiale come quella delle insinuazioni false contro il ministro Carlo Nordio e come le frequentazioni, vere, con Lavitola? In particolare, la Rai può continuare a lasciare che alcuni giornalisti facciano campagna elettorale al punto che perfino un collaboratore storico di Report come Gaetano Bellavia definisce unilaterali i servizi contro una sola parte politica? Ora viale Mazzini ha deciso di sospendere le repliche della trasmissione condotta da Ranucci, ma il problema non è solo il conduttore, è l’impianto di programmi che sembrano curati dall’ufficio stampa del campo largo.

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