Petrolio, ai greci 3,3 miliardi per scortare barili russi
Ansa

Oltre alla flotta ombra, ad assicurare alla Russia lo smercio del petrolio, e dunque notevoli entrate per sostenere lo sforzo bellico contro l’Ucraina, ci sono anche navi battenti bandiera di un Paese dell’Unione europea, alla faccia dei ripetuti pacchetti di sanzioni «partoriti» da Bruxelles. Si tratta della Grecia, già di per sé una potenza in fatto di marina mercantile. Il tema non è nuovo e il governo di Atene ha spesso manifestato la sua contrarietà all’inasprimento delle sanzioni.

Ieri è arrivata una ulteriore conferma dal Financial Times. Per il giornale britannico «le compagnie di navigazione greche hanno ricavato almeno 3,8 miliardi di dollari trasportando il petrolio russo negli ultimi tre anni». Fra le compagnie elleniche, al primo posto nell’affare ci sarebbe la Dynacom tankers, di proprietà del magnate George Prokopiou, con 915 milioni di dollari incassati da Mosca a partire dal luglio 2023. È seguita, con 404 milioni, dalla Olympic shipping and management, che fa parte dell’impero commerciale fondato a suo tempo da Aristotele Onassis. Più giù nella classifica del Financial Times, troviamo, con 200 milioni ciascuna, la Stealth maritime e la Polembros shipping. Il giornale inglese ha precisato che le sue stime sono basate sul traffico monitorato dall’agenzia Argus media, che equivale a un volume di 389 milioni di barili. I restanti 153 milioni di barili portati da navi elleniche non sono coperti da Argus, pertanto il volume d’affari è ancora maggiore. Sulle 20 compagnie di navigazione che dal 2023 a oggi hanno alimentato l’export russo di greggio, ben otto sono greche, mentre le restanti sono di proprietà statale russa, come Sovcomflot oppure Rosnefteflot, con altre eccezioni straniere come la cinese Prominent, con sede a Hong Kong. Il contributo del trasporto ellenico allo smercio di «oro nero» di Mosca si aggira sul 15% del totale, su stime per il mese di maggio 2026 delle agenzie d’analisi Windward e Vortexa. Per imbarcare greggio russo, gli armatori si farebbero pagare «dal 30 al 40 % in più, a paragone del petrolio proveniente da Paesi non sottoposti a sanzioni».

Ecco perché l’analista di intelligence marittima Michelle Wiese Bockmann ha commentato al Financial: «Lì ci sono da fare molti soldi e nessun altro ci andrà a farli». Un limite dovrebbe essere costituito dal price cap imposto dall’Unione europea, il prezzo massimo del greggio russo che non dovrebbe superare 44,10 dollari al barile. Gli armatori sono tenuti a dimostrare che il carico trasportato è conforme al price cap mostrando un modulo di attestazione cartaceo. Come ha spiegato Stefanos Roulakis, legale di società armatoriali greche: «Le compagnie di navigazione si affidano spesso alla parola del noleggiatore della nave o del fornitore russo. In teoria, il sistema funziona. Ma nella pratica abbiamo visto che le autorità si aspettano che gli armatori valutino se il prezzo previsto sia inferiore al tetto massimo e se nella catena di approvvigionamento sia coinvolto un soggetto colpito da sanzioni». Non tutte le compagnie greche hanno proseguito il trasporto di petrolio russo. TMS tankers e Thenamaris interruppero tali operazioni nel 2023, altre se ne ritirarono nel 2025. Fra chi continua, la Dynacom ha comunicato: «Tutte le nostre chiamate ai porti russi sono in piena osservanza delle sanzioni e il price cap ha ridotto le entrate della Russia e limitato la pressione sui prezzi globali dell’energia. Le bollette elettriche, i costi del petrolio e ulteriori pressioni inflazionarie sono stati mitigati grazie al contributo della navigazione greca».

L’importanza della flotta mercantile greca, poco nota al grande pubblico, è enorme. Le compagnie di navigazione elleniche detengono il 19% della capacità mondiale di carico e il 61% di quella europea, con un totale di 5.500 navi, di cui il 32% petroliere. Già l’11 febbraio 2026, l’analista Robin J. Brooks, ricordando l’opposizione della Grecia ai nuovi pacchetti di sanzioni Ue alla Russia, ha scritto: «Pochi oligarchi greci della navigazione controllano un gran numero di petroliere. Questi oligarchi esercitano un grande potere e di fatto controllano il governo». Secondo Brooks, oltre a caricare il greggio sulle loro petroliere, questi armatori greci avrebbero venduto direttamente ai russi alcune navi per ingrandire la «flotta ombra» del Cremlino. Il 15 maggio, Melina Travlos, presidente dell’Unione degli armatori greci, ha negato che i soci abbiano «legami con la flotta ombra russa». «La flotta ombra è una minaccia alla navigazione. È una minaccia anche per noi». Era passata appena una settimana da quando, il 7 maggio, un drone marittimo ucraino Magura era stato trovato da alcuni pescatori arenato in una grotta sulla costa dell’isola greca di Lefkada. Le scuse di Kiev al governo di Atene erano giunte prontamente, ma al semplice errore di guida del veicolo, che probabilmente monitorava la «flotta ombra» russa nel Mediterraneo, si poteva affiancare anche il sospetto che si potesse trattare di un sotterraneo avvertimento dell’Ucraina alla Grecia.

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