L’Occidente non può lasciare alla Cina la Russia che sorgerà nel post Putin
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa)

Vladimir Putin sta perdendo consenso in Russia. Il dato proviene sia da messaggi da parte di élite moscovite sia da rilevamenti del sentimento popolare nonché dall’analisi di situazioni di disagio oggettivo per la popolazione. Non è ancora un’ondata di scala tale da renderla ingestibile dagli attentissimi mezzi di repressione interna del regime, ma la tendenza ha una grandezza sufficiente per classificarla come crescente. Conseguentemente, Ue e Nato dovrebbero aggiungere alla strategia corrente di contenimento dell’aggressione russa all’Ucraina già strutturata in termini di sanzioni economiche e restrittive nei confronti di Mosca e aiuti finanziari/militari all’Ucraina stessa l’opzione di una caduta del regime putiniano via implosione. Tale aggiunta, secondo me ed altri colleghi del mio gruppo di ricerca euroamericano, in particolare europei, implica lo studio di nuove opzioni strategiche finora non analizzate in think tank civili anche se è probabile siano oggetto di attenzione nelle istituzioni di intelligence (qualcosa filtra). Mi si permetta di sottolineare la rilevanza di un’analisi geopolitica e geoeconomica pubblica sulla materia per predisporre il consenso nelle democrazie – che richiede dibattito aperto ed analisi critiche – per trovare la giusta strategia se ci fosse un cambio di regime in Russia. Qui una valutazione preliminare, semplificata. La Russia va considerata parte dell’Occidente cristiano. Negli anni Novanta, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, le democrazie del G7 non aiutarono a sufficienza la nuova Federazione russa generando per reazione un consenso prevalente – basato su un nazionalismo mistico incomprimibile – per azioni di riscatto che ne ripristinassero il ruolo di potenza mondiale. Ricordo che nell’autunno del 2001 Putin offrì a George W. Bush un aiuto per la guerra al terrorismo islamista, ma ricevette un rifiuto per la parte pubblica (un po’ di collaborazione selettiva c’è stata) perché in cambio voleva il riconoscimento di seconda potenza mondiale. Russofobia condivisa da una burocrazia imperiale statunitense formatasi nella Guerra fredda? Priorità di Washington per una convergenza G2 con la Cina? Altro? Gli storici chiedano a Condoleezza Rice. Tuttavia, Washington accettò l’idea di includere Mosca nel G7 per i soli aspetti di sicurezza trasformandolo temporaneamente in G8. Ma la mossa non fu sufficiente per impostare una crescente relazione di fiducia e Putin riprese il progetto imperiale russo, ricostruendone l’aggressività. Tale postura lo portò a cercare nella convergenza con la Cina emergente un moltiplicatore di forza contro l’alleanza delle democrazie. In sintesi, l’errore statunitense ed europeo di non aver dato a Mosca sufficienti motivi concreti per convergere con l’altra metà dell’Occidente generò l’errore di Putin di cercare di rispristinare una forza imperiale globale senza i mezzi per farlo nonché un regime autoritario interno neozarista. Ormai Putin non è un soggetto adatto a negoziare riconvergenze sistemiche tra le due parti dell’Occidente. E io ritengo necessaria una tale riconvergenza, in particolare una euroasiatica per limitare l’estensione del potere cinese, ma non possibile fino a che Putin resterà al comando. Qualora gli fosse tradotto questo mio articolo sappia che ho annotato i tentativi di restare autonomo dalla Cina, anche tentando una relazione particolare con la Corea del Nord dotata di missili nucleari che ci metterebbero pochi minuti a colpire Pechino, e gli posso concedere rispetto per le strategie, tattiche e finzioni. Ma devo anche annotare che Pechino tende a reagire in modo dominante, quasi irridente, e che il destino migliore per la popolazione russa è la riconvergenza con l’Occidente mentre sarebbe catastrofico se continuasse una guerra civile entro l’Occidente stesso.

Nel caso di caduta o simile di Putin (a probabilità minore del suo contrario, ma crescente) ci sarebbe il problema di uno zar più violento, ricordando la potenza nucleare di Mosca, e quello di un disordine interno che permetterebbe alla Cina un controllo più forte sulla Russia. Pertanto va costruita un’azione che prepari attori politici moderati a sostituire Putin. E a questi andrebbe fornito tutto l’aiuto economico possibile per invertire l’impoverimento della popolazione russa, nonché una relazione di pieno rispetto per Mosca sotto nuova gestione. La guerra in Ucraina? Tregua e poi soluzione pacificante graduale attraverso un trattato di convergenza tra Ue e Russia. Costi per gli europei? Meglio centinaia di miliardi di aiuti a una Russia con nuova conduzione disposta a chiudere il conflitto ucraino piuttosto che in armi, salvo l’aiuto alla popolazione ucraina per ricostruire un sistema economico vitale. Dettagli in seguito, ma ora va segnalato il vantaggio sistemico per gli europei: un’area euroasiatica da Lisbona a Vladivostok interdetta al dominio cinese. L’America? Pur superpotenza, è ormai troppo piccola e togliere la Russia al controllo cinese sarebbe un vantaggio. Vantaggi per gli europei? Enormi: minerali, energia, più mercato, più investimenti produttivi, ecc. E la possibilità di concentrare la deterrenza e la competizione industriale verso la Cina emergente che è il vero pericolo, cessando la guerra civile in Occidente. Il patriarcato ortodosso russo? Tema chiave, ma di necessaria relazione segreta tra Vaticano e Mosca.

www.carlopelanda.com

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