Prodi si pente: «Con Xi serve un riequilibrio»
Romano Prodi (Imagoeconomica)

«Si sa che la gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio». Questo verso di Fabrizio De Andrè, la canzone è Bocca di rosa, può essere il breviario di don Romano Prodi da Scandiano – da cui il soprannome di rzan testa quedra (reggiano testa quadrata) – classe 1939 che non si rassegna alla pensione, ma rancoroso com’è spera di scalare il Quirinale che gli fu negato da una congiura di palazzo.

Perciò si dà un gran da fare.Gli italiani hanno capito da un pezzo che la frase – gli fu attribuita, non si sa se l’abbia detta, però ne era convinto – «con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando un giorno di più» era una drammatica presa in giro, ma il «professore», visto che non può fare l’euro-pentito ora fa il sino-contrito. Ha scritto ieri su Il Messaggero un fondo intitolato: «Europa e Cina riequilibro necessario». E di cosa ci avverte, sua intelligenza? Che «il commercio fra Cina ed Europa vede ogni giorno una crescita dell’enorme surplus cinese». Non ce ne eravamo accorti. Neppure – tanto per dirne una – gli operai della Electrolux che, secondo Prodi, dovrebbero votare Pd. Ammonisce il «professore»: «Le nuove esportazioni cinesi non riguardano prodotti a basso valore aggiunto come in passato, ma l’intera gamma della produzione industriale». Snocciola cifre come fosse un osservatore critico per far dimenticare che è stato il primo a sdoganare Pechino. Ricorda che l’export cinese verso l’Ue è cresciuto del 50% in cinque anni, che col progetto «Made in Cina 10.000 piccoli giganti» Pechino ha copiato il modello delle Pmi italiane e che in Cina c’è sovrapproduzione e scarsa domanda interna.

«Testa quedra» nota che il renminbi è sottovalutato dal 25 al 15% e che i cinesi ci vendono al ritmo di un miliardo al giorno. Prodi ci ha convinto che l’euro, all’Italia, serviva per evitare continue svalutazioni della lira. Com’è che Pechino tiene basso il renminbi per vendere di più? Ci aveva anche raccontato che il sistema delle Pmi è morto. Ma esalta quelle cinesi. Tre giorni fa a industriaitaliana.it ha ripetuto che la piccola impresa, che esporta erodendo quote di mercato agli europei e questo al «professore» un po’ dispiace, non basta più. Mentre i cinesi sono «una superpotenza che riesce ad avere un premium price nelle t-shirt come nei satelliti». Al «professore» non viene in mente che il salario di un cinese sia tre volte inferiore a quello italiano, che è pure tra i più bassi d’Europa, che il costo del lavoro italiano è otto volte quello cinese perché il welfare a Pechino non copre quasi nulla, che l’energia ai cinesi costa venti volte meno perché non hanno il Green deal. Ma a Prodi l’involtino primavera fa un effetto stupefacente e così ricorda solo l’accordo che fu firmato nel 2020 da Angela Merkel – era la cancelliera della Germania, ma parlava per l’Ue a dimostrazione che Europa e Berlino, in fatto di quattrini, complice Romano Prodi, sono sinonimi – per regolare meglio i rapporti sino-europei cercando di abbassare il gap tra le due economie. Ma tace su altri accordi. Fu lui che il 19 maggio del 2000, quando era presidente della Commissione Ue, a Pechino firmò con Zhu la prima intesa che ha aperto le porte del Wto alla Cina. Nel discorso disse: «È un accordo win-win: vinciamo tutti. L’integrazione della Cina nel sistema commerciale mondiale è fondamentale per modernizzare l’economia asiatica e offrire nuove e stabili opportunità all’Europa».

Al leader cinese, Prodi sussurrò: ti offro un mercato di 400 milioni di consumatori. La convinzione era che la Cina diventasse la fabbrica del mondo, ma che gli europei continuassero a comandare. Mai previsione fu più errata e, nonostante questo, Prodi continua a pontificare. Si ha però l’impressione che tiri l’acqua la mulino di Pechino e le ragioni per sospettarlo ci sono. Convinse Bill Clinton a flirtare con la Cina e così l’11 dicembre del 2001 Pechino entrò senza dazi e a parità di condizioni nel Wto. In un quarto di secolo le infrazioni della Cina ai trattati Wto sono innumerevoli. Disse Clinton: «Per la prima volta, le nostre aziende saranno in grado di vendere e distribuire prodotti in Cina realizzati da lavoratori qui in America senza essere costrette a trasferire la produzione a Pechino». Com’è finita lo sanno tutti. Ma forse non sanno che Prodi, «raccomandato» da Sergio Mattarella e con i soldi degli Agnelli che gli devono diversi favori – dall’Alfa Romeo alla Telecom, finite alla dinastia torinese per due soldi – è stato il primo titolare occidentale della «Agnelli Chair of italian culture» presso l’Università di Pechino. Come non sanno che la China developement bank pende dalle parole di Prodi che è considerato il più grande amico europeo dell’economia cinese.

Ma oggi si pente. Devono avergli fatto vedere i conti veri. L’Italia ha un deficit strutturale nella bilancia commerciale con Pechino di 50 miliardi, ma questo a Prodi interessa il giusto. Quello che gli ha messo pensiero è scoprire che il deficit commerciale tra Germania e Cina è esploso a quasi 90 miliardi. E questo potrebbe voler dire la fine dell’Europa.

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