Dopo quattro visite in tre anni di un venditore porta a porta, una pensionata è stata costretta ad acquistare prodotti per 22.000 euro, con 3.000 euro di interessi e un finanziamento dilazionato fino al 2030. Vincolata a vita.
Una storia, ha scoperto la Guardia di finanza di Padova, simile a quella di altre 1.200 pensionate sparse per 54 province del Nord e del Centro Italia. La truffa porta a porta era diventata un metodo. I dieci indagati, hanno ricostruito gli investigatori, si presentavano a casa di persone anziane, avrebbero estorto loro contratti con l’inganno e imposto finanziamenti con ricarichi fino all’800% su prodotti di scarso valore. Un copione ripetuto, pieno di parole rassicuranti e un’escalation di pressioni.
Così la banda, che per la Procura è un’associazione a delinquere radicata nel Padovano, avrebbe raggirato in modo seriale un’infinita lista di pensionate, spesso sole, i cui profili sarebbero in alcuni casi stati attentamente selezionati da società di profilazione. In altri casi, invece, venivano battute aree territoriali residenziali in cui sarebbe stato più semplice trovare nelle abitazioni anziani, casalinghe e persone sole. Quartieri tranquilli, porte aperte, fiducia concessa.
I profitti, secondo chi indaga, finivano in auto sportive, locali esclusivi, ristoranti di lusso e vacanze a Cortina. La bella vita alle spalle dei pensionati truffati. Fino agli arresti di ieri mattina e al sequestro di 2,5 milioni di euro, somma ritenuta corrispondente ai profitti illecitamente accumulati. Dietro la facciata di una normale società operante nel settore (con sede operativa in provincia di Padova e sede legale in provincia di Venezia), si è scoperto, agiva un’organizzazione strutturata. Che conquistava fiducia, esercitava pressione e poi, stando all’accusa, svuotava i conti correnti. Per il vertice dell’organizzazione è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Per i due uomini a lui più vicini sono scattati gli arresti domiciliari con applicazione del braccialetto elettronico. Per altri due indagati, invece, il gip ha disposto l’obbligo di dimora con divieto di uscire dal comune di residenza nelle ore notturne e l’obbligo quotidiano di firma. Misure che fotografano i diversi ruoli all’interno del gruppo.
Parallelamente sono scattate le perquisizioni nelle abitazioni dei dieci indagati, nella sede della società finita sotto la lente delle Fiamme gialle e anche negli uffici di altre società con sedi a Lecce, Mantova, Roma e Treviso. Realtà che, secondo gli investigatori, avrebbero avuto un ruolo nel fornire elenchi di potenziali vittime. Un mercato di nomi e indirizzi (sul quale è ora concentrata l’attenzione degli inquirenti). Nomi, indirizzi, profili fragili. Liste da sfruttare. Il sistema, però, è franato proprio sul tenore di vita ostentato dagli indagati. Tutti ufficialmente con redditi dichiarati al fisco incompatibili con giri in Ferrari, abiti firmati, hotel di lusso e ristoranti stellati. Gli accertamenti bancari avrebbero subito evidenziato evidenti discrepanze tra le entrate ufficiali e le spese sostenute. Ma a colpire gli inquirenti è stato anche un altro dato: la quasi totalità della clientela della società era composta da donne over 60. Un’anomalia che ha acceso definitivamente i riflettori sull’attività.
È cominciata così l’attività investigativa. Primo step: l’ascolto delle clienti. Con non poco imbarazzo, molte di loro hanno ammesso di essere state raggirate. I verbali delle vittime sembrano uno la fotocopia dell’altro. Ed ecco il filo conduttore: si presentava a casa un agente, illustrava il prodotto come un affare e, dopo l’acquisto, cominciavano le pressioni. E anche se il primo incontro non si concludeva con l’acquisto, i venditori sarebbero riusciti comunque a far firmare un modulo alle vittime, presentandolo come un semplice «attestato di passaggio» da consegnare al responsabile. In realtà si trattava di un documento vincolante, un vero contratto. Quella firma diventava il grimaldello per obbligare le vittime all’acquisto di articoli per la casa: pentole, materassi, ferri da stiro, poltrone reclinabili, dispositivi elettromedicali per la magnetoterapia. Oggetti di scarso valore, ma presentati come prodotti di altissima qualità. Il costo? In media tra i 5.000 e i 7.000 euro. Cifre fuori portata per molte delle pensionate raggirate.
E a quel punto entrava in scena il finanziamento. I venditori avrebbero indotto le vittime ad aprire linee di credito con società finanziarie. Il debito come unica via d’uscita apparente. Ma il meccanismo non si fermava lì. I rappresentanti tornavano, soprattutto dalle clienti più fragili. E le avrebbero costrette a ulteriori acquisti, rimodulando i finanziamenti già attivi, che crescevano a dismisura nell’importo delle rate e nella durata. Un indebitamento progressivo, costruito visita dopo visita. E il cappio si stringeva lentamente.
Il secondo snodo investigativo si è concentrato sulle minacce. Perché con le vittime, secondo l’accusa, gli indagati avrebbero fatto continui riferimenti ad avvocati e ad azioni legali imminenti. In alcuni casi il legale (in realtà inesistente), come ultimo strumento di persuasione, accompagnava i venditori, pronto a intervenire per piegare le resistenze (e forse è anche per questo che non sono partite denunce). A quel punto, per paura, le vittime cedevano. Ed è per questo che ad alcuni indagati viene contestata oltre alla truffa anche l’estorsione.





