La comunicazione a Eva Vlaardingerbroek, attivista politica conservatrice olandese, è arrivata all’improvviso. Tre giorni fa, il governo britannico le ha annunciato che la sua autorizzazione elettronica per accedere nel Paese non sarebbe più stata valida a partire dal 13 gennaio di quest’anno e che pertanto, se avesse voluto raggiungere il Regno Unito, avrebbe potuto farlo solamente ottenendo un visto. Questo perché, si legge nella mail, «la vostra presenza nel Paese non è da considerarsi favorevole al bene pubblico». E poi la sentenza in calce al documento: «Non potrà fare appello a questa decisione». Fine.
Una comunicazione secca, inappellabile e, soprattutto, inspiegabile. «In realtà», racconta alla Verità Vlaardingerbroek, «non era mia intenzione raggiungere il Regno Unito nel breve periodo e non avevo comprato alcun biglietto per andare lì quindi non capisco il perché di questo messaggio».
La vicenda, però, ha un che di strano. Da qualche tempo a questa parte, infatti, Eva aveva ricevuto un invito da parte di Tommy Robinson, il leader dell’ultradestra britannica, per partecipare a una manifestazione a Londra il prossimo maggio. Non una novità. La Vlaardingerbroek, del resto, aveva presenziato a un’iniziativa simile anche lo scorso maggio. «Stanno chiedendo il sacrificio dei nostri figli sull'altare della migrazione di massa. Non giriamo intorno al problema: questo è lo stupro, la sostituzione e l'assassinio del nostro popolo... La remigrazione è possibile, e sta a noi realizzarla», aveva detto dal palco organizzato da Robinson nella capitale. Parole pesanti come macigni in un Paese, il Regno Unito, che alla pari del nostro si trova costretto a fronteggiare un’ondata di criminalità senza precedenti, spesso causata da clandestini che non dovrebbero trovarsi lì.
«Quando sono entrata nel Regno Unito lo scorso maggio», prosegue Vlaardingerbroek nel suo colloqui con la Verità, «mi hanno dato l’autorizzazione senza alcun problema, mentre oggi la ritirano senza spiegazioni perché, dicono, non sarei favorevole al bene pubblico. Si tratta di un’affermazione molto soggettiva e politica, decisa senza alcuna ragione. E non posso nemmeno fare appello».
Da tempo l’attivista sostiene che il Regno Unito guidato da Keir Starmer, ed è difficile darle torto visti i numerosi arresti per «crimini di pensiero», abbia preso una piega illiberale «e questa comunicazione va proprio in questa direzione. Non ho commesso reati e non ho un passato criminale. Ho solo espresso la mia opinione e ora non sono più benvenuta in quel Paese», continua Vlaardingerbroek nel suo racconto alla Verità, che non ha paura a dire ciò che pensa. Del resto, gira il mondo proprio per diffondere le idee conservatrici. Lo scorso maggio, per esempio, era in Italia al Remigration summit di Gallarate per dire che l’immigrazione incontrollata in Europa sta facendo danni. Che i cittadini del Vecchio continente non ce la fanno più. Che sono esausti. Non a caso, per commentare la decisione del governo britannico contro di lei, Vlaardingerbroek cita gli irregolari: «Starmer non si fa alcun problema ad accogliere i clandestini criminali che possono arrivare senza che nessuno gli dica mai alcunché, io invece non posso entrare nel Regno Unito liberamente e devo chiedere il visto».
Ma non solo. Eva nota che «il fatto che abbia parlato con Tommy Robinson di tornare in Inghilterra a maggio non è casuale. Penso che forse ci sono persone che ci ascoltano, che guardano quello che faccio sul telefono, e che quindi hanno deciso di intervenire».
Una ricostruzione, questa, difficile ma non impossibile, considerato come il Regno Unito sia da tempo impegnato a soffocare ogni forma di dissenso. Se guardiamo le statistiche degli ultimi anni, notiamo per esempio che nel 2023 sono state arrestate 12.183 persone in applicazione della Section 127 del Communications Act 2003 e della Section 1 del Malicious Communications Act 1988, leggi obsolete pensate decenni fa per le chiamate telefoniche, che puniscono i messaggi «grossolanamente offensivi, indecenti, osceni o minacciosi» che vengono diffusi in rete. Definizioni molto vaghe che spesso portano innocenti in cella visto che meno del 10% degli arrestati è stato poi condannato.
Il Paese dei diritti si trova così ad aver perso la sua anima. La sua libertà. E viene superato, con una beffa digitale, da Viktor Orbàn, che su X rilancia il post di Vlaardingerbroek e afferma: «Sarai sempre benvenuta in Ungheria». Uno caso bizzarro in cui sono gli autocrati, o presunti tali, a dimostrarsi più aperti dei difensori, ma solo a parole, della democrazia. Viviamo in un mondo interessante. O al contrario, come ha evidenziato qualcuno.
Da secoli, la vecchia cittadella osserva Aleppo dall’alto. Passano gli eserciti che la scalfiscono e la distruggono ma lei resta. Certo, a volte viene scalfita dalla guerra. Perde pezzi. A volte le vengono sottratti. Ma lei rimane fissa. E, in questi giorni, vive un altro conflitto. L’ennesimo.
Ieri erano i ribelli a occupare gran parte della città e a essere bombardati da Bashar al Assad, insieme ai suoi alleati russi e sciiti (Hezbollah e Pasdaran iraniani). Oggi, invece, sono i curdi a resistere contro quegli stessi gruppi ribelli, in gran parte legati ad Al Nusra, la branca siriana di Al Qaeda, che ieri occupavano Aleppo e che oggi governano a Damasco.
La minoranza curda ha sempre cercato una propria autonomia dalla capitale. Per questo, durante la guerra civile, era stata blandita dagli Stati Uniti per combattere sia contro le fazioni jihadiste sia contro il regime. Finita la guerra, gli alleati si sono dimenticati delle promesse fatte e i curdi si sono ritrovati così, ancora una volta, soli.
Il vecchio Al Jolani, che ora si fa chiamare Ahmad Al Sharaa, ha provato, almeno sulla carta, a tendere loro la mano, come alle altre minoranze. Ma farlo è impossibile. Il governo di Damasco, infatti, è troppo legato alle fazioni islamiste e per loro i curdi, con le loro aspirazioni di autonomia, rappresentano un corpo estraneo. Per questo motivo, l’esercito regolare vuole riprendere il controllo di alcuni quartieri in mano alla minoranza, che non intende cedere. Che fare, quindi? L’unica cosa che Al Sharaa è in grado di fare: bombardare pesantemente la città e fiaccarla. Un obiettivo in parte realizzato, visto che gli sfollati sono già oltre 140.000. Aleppo deve cadere. Ancora una volta.
L’Unione europea, come suo solito, si dice preoccupata senza far nulla. Anche perché non può. Parla di riforme che devono essere fatte. Di una Siria che va accompagnata verso il progresso e la modernizzazione. Ma lo si può davvero fare con un ex (o forse no) jihadista? La Turchia si dice pronta a schierare le sue truppe al fianco di Damasco nel caso in cui la situazione dovesse degenerare. Israele, invece, in questo grande scacchiere di questo piccolo Paese, sostiene i curdi, anche per indebolire Al Sharaa.
«Lo schieramento di carri armati e dell’artiglieria nei quartieri di Aleppo, i bombardamenti e lo sfollamento di civili disarmati e i tentativi di assaltare le aree curde durante il processo di negoziazione minano le possibilità di raggiungere accordi, creano le condizioni per pericolosi cambiamenti demografici ed espongono i civili intrappolati in questi quartieri al rischio di massacri», ha scritto su X il comandante delle Forze democratiche siriane, Mazloum Abdi. Che poi ha aggiunto: «Continuare a usare la forza armata e il linguaggio bellico per imporre soluzioni unilaterali è inaccettabile e ha già portato a massacri che costituiscono crimini di guerra sulla costa siriana e a Suwayda».
In realtà, nel corso di questi ultimi anni, i crimini di guerra non si sono mai fermati. La Siria infatti è stata insanguinata da vendette e rappresaglie. Una guerra civile mai sopita e che forse ora si è solo palesata con maggior forza. Niente di nuovo, come sa la cittadella di Aleppo. Che guarda, ancora una volta, passare eserciti con nuove divise e nuove ideologie. Sperando di trovare un po’ di pace dopo tanti anni di conflitti.
Brigitte Bardot è stata, per anni, l’immagine della Francia. Valeva più della Renault e dello champagne. Quelle sue labbra corrucciate, quel suo musetto, erano un marchio. Migliaia di donne provarono a imitarla, ma invano. BB era una donna a parte. Naturalmente bella (rifiutò l’idea di qualsiasi tipo di ritocco, affermando di non temere né la vecchiaia né la morte) e naturalmente controcorrente. A destra in un mondo che andava a sinistra, non accettò mai il compromesso. E lo pagò, anche di tasca sua, pur di difendere le idee in cui credeva.
Ora che è morta, la destra la vorrebbe ricordare. Ma non perché in passato aveva detto di votare il Front National. Semplicemente perché la Bardot è stata un simbolo della Francia, come ha chiesto Eric Ciotti, del Rassemblement National, a Emmanuel Macron. Una proposta scontata, alla quale però hanno risposto negativamente i socialisti. Su X, infatti, Olivier Faure ha scritto: «Gli omaggi nazionali vengono organizzati per servizi eccezionali resi alla Nazione. Brigitte Bardot è stata un'attrice emblematica della Nouvelle Vague. Solare, ha segnato il cinema francese. Ma ha anche voltato le spalle ai valori repubblicani ed è stata pluri-condannata dalla giustizia per razzismo». Un po’ come se esser stata la più importante attrice degli anni Cinquanta e Sessanta passasse in secondo piano a causa delle sue scelte politiche. Come se BB, per le sue idee, non facesse più parte di quella Francia che aveva portato al centro del mondo. Non solo nel cinema. Ma anche nel turismo. Fu grazie a lei che la spiaggia di Saint Tropez divenne di moda. Le sue immagini, nuda sulla riva, finirono sulle copertine delle riviste più importanti dell’epoca. E fecero sì che, ricchi e meno ricchi, raggiungessero quel mare limpido e selvaggio nella speranza di poterla incontrare. Tra loro anche Gigi Rizzi, che faceva parte di quel gruppo di italiani in cerca di belle donne e fortuna sulla spiaggia di Saint Tropez. Un amore estivo, che però lo rese immortale.
È vero: BB era di destra. Era una femmina che non poteva essere femminista. Avrebbe tradito sé stessa se lo avesse fatto. Del resto, disse: «Il femminismo non è il mio genere. A me piacciono gli uomini». Impossibile aggiungere altro.
Se non il dispiacere nel vedere una certa Francia voltarle le spalle. Ancora una volta. Quella stessa Francia che ha dimenticato sé stessa e che ha perso la propria identità. Quella Francia che oggi vuole dimenticare chi, Brigitte Bardot, le ricordava che cosa avrebbe potuto essere. Una Francia dei francesi. Una Francia certamente capace di accogliere, ma senza perdere la propria identità. Era questo che chiedeva BB, massacrata da morta sui giornali di sinistra, vedi Liberation, che titolano Brigitte Bardot, la discesa verso l'odio razziale.
Forse, nelle sue lettere contro l’islamizzazione, BB odiò davvero. Chi lo sa. Di certo amò la Francia, che incarnò. Nel 1956, proprio mentre la Bardot riempiva i cinema mondiali, Édith Piaf scrisse Non, je ne regrette rien (no, non mi pento di nulla). Lo fece per i legionari che combattevano la guerra d’Algeria. Una guerra che oggi i socialisti definirebbero colonialista. Quelle parole di gioia possono essere il testamento spirituale di BB. Che visse, senza rimpiangere nulla. Vivendo in un eterno presente. Mangiando la vita a morsi. Sparendo dalla scena. Ora per sempre.





