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2026-01-16
«I migranti criminali entrano, io non posso»
Eva Vlaardingerbroek (Ansa)
Una comunicazione secca, inappellabile e, soprattutto, inspiegabile. «In realtà», racconta alla Verità Vlaardingerbroek, «non era mia intenzione raggiungere il Regno Unito nel breve periodo e non avevo comprato alcun biglietto per andare lì quindi non capisco il perché di questo messaggio».
La vicenda, però, ha un che di strano. Da qualche tempo a questa parte, infatti, Eva aveva ricevuto un invito da parte di Tommy Robinson, il leader dell’ultradestra britannica, per partecipare a una manifestazione a Londra il prossimo maggio. Non una novità. La Vlaardingerbroek, del resto, aveva presenziato a un’iniziativa simile anche lo scorso maggio. «Stanno chiedendo il sacrificio dei nostri figli sull'altare della migrazione di massa. Non giriamo intorno al problema: questo è lo stupro, la sostituzione e l'assassinio del nostro popolo... La remigrazione è possibile, e sta a noi realizzarla», aveva detto dal palco organizzato da Robinson nella capitale. Parole pesanti come macigni in un Paese, il Regno Unito, che alla pari del nostro si trova costretto a fronteggiare un’ondata di criminalità senza precedenti, spesso causata da clandestini che non dovrebbero trovarsi lì.
«Quando sono entrata nel Regno Unito lo scorso maggio», prosegue Vlaardingerbroek nel suo colloqui con la Verità, «mi hanno dato l’autorizzazione senza alcun problema, mentre oggi la ritirano senza spiegazioni perché, dicono, non sarei favorevole al bene pubblico. Si tratta di un’affermazione molto soggettiva e politica, decisa senza alcuna ragione. E non posso nemmeno fare appello».
Da tempo l’attivista sostiene che il Regno Unito guidato da Keir Starmer, ed è difficile darle torto visti i numerosi arresti per «crimini di pensiero», abbia preso una piega illiberale «e questa comunicazione va proprio in questa direzione. Non ho commesso reati e non ho un passato criminale. Ho solo espresso la mia opinione e ora non sono più benvenuta in quel Paese», continua Vlaardingerbroek nel suo racconto alla Verità, che non ha paura a dire ciò che pensa. Del resto, gira il mondo proprio per diffondere le idee conservatrici. Lo scorso maggio, per esempio, era in Italia al Remigration summit di Gallarate per dire che l’immigrazione incontrollata in Europa sta facendo danni. Che i cittadini del Vecchio continente non ce la fanno più. Che sono esausti. Non a caso, per commentare la decisione del governo britannico contro di lei, Vlaardingerbroek cita gli irregolari: «Starmer non si fa alcun problema ad accogliere i clandestini criminali che possono arrivare senza che nessuno gli dica mai alcunché, io invece non posso entrare nel Regno Unito liberamente e devo chiedere il visto».
Ma non solo. Eva nota che «il fatto che abbia parlato con Tommy Robinson di tornare in Inghilterra a maggio non è casuale. Penso che forse ci sono persone che ci ascoltano, che guardano quello che faccio sul telefono, e che quindi hanno deciso di intervenire».
Una ricostruzione, questa, difficile ma non impossibile, considerato come il Regno Unito sia da tempo impegnato a soffocare ogni forma di dissenso. Se guardiamo le statistiche degli ultimi anni, notiamo per esempio che nel 2023 sono state arrestate 12.183 persone in applicazione della Section 127 del Communications Act 2003 e della Section 1 del Malicious Communications Act 1988, leggi obsolete pensate decenni fa per le chiamate telefoniche, che puniscono i messaggi «grossolanamente offensivi, indecenti, osceni o minacciosi» che vengono diffusi in rete. Definizioni molto vaghe che spesso portano innocenti in cella visto che meno del 10% degli arrestati è stato poi condannato.
Il Paese dei diritti si trova così ad aver perso la sua anima. La sua libertà. E viene superato, con una beffa digitale, da Viktor Orbàn, che su X rilancia il post di Vlaardingerbroek e afferma: «Sarai sempre benvenuta in Ungheria». Uno caso bizzarro in cui sono gli autocrati, o presunti tali, a dimostrarsi più aperti dei difensori, ma solo a parole, della democrazia. Viviamo in un mondo interessante. O al contrario, come ha evidenziato qualcuno.
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Eva Vlaardingerbroek, nota attivista politica di destra, ha ricevuto una mail dal Regno Unito in cui viene informata che la sua autorizzazione di viaggio elettronica è annullata: «La vostra presenza da noi non è considerata favorevole al bene pubblico».La comunicazione a Eva Vlaardingerbroek, attivista politica conservatrice olandese, è arrivata all’improvviso. Tre giorni fa, il governo britannico le ha annunciato che la sua autorizzazione elettronica per accedere nel Paese non sarebbe più stata valida a partire dal 13 gennaio di quest’anno e che pertanto, se avesse voluto raggiungere il Regno Unito, avrebbe potuto farlo solamente ottenendo un visto. Questo perché, si legge nella mail, «la vostra presenza nel Paese non è da considerarsi favorevole al bene pubblico». E poi la sentenza in calce al documento: «Non potrà fare appello a questa decisione». Fine.Una comunicazione secca, inappellabile e, soprattutto, inspiegabile. «In realtà», racconta alla Verità Vlaardingerbroek, «non era mia intenzione raggiungere il Regno Unito nel breve periodo e non avevo comprato alcun biglietto per andare lì quindi non capisco il perché di questo messaggio». La vicenda, però, ha un che di strano. Da qualche tempo a questa parte, infatti, Eva aveva ricevuto un invito da parte di Tommy Robinson, il leader dell’ultradestra britannica, per partecipare a una manifestazione a Londra il prossimo maggio. Non una novità. La Vlaardingerbroek, del resto, aveva presenziato a un’iniziativa simile anche lo scorso maggio. «Stanno chiedendo il sacrificio dei nostri figli sull'altare della migrazione di massa. Non giriamo intorno al problema: questo è lo stupro, la sostituzione e l'assassinio del nostro popolo... La remigrazione è possibile, e sta a noi realizzarla», aveva detto dal palco organizzato da Robinson nella capitale. Parole pesanti come macigni in un Paese, il Regno Unito, che alla pari del nostro si trova costretto a fronteggiare un’ondata di criminalità senza precedenti, spesso causata da clandestini che non dovrebbero trovarsi lì.«Quando sono entrata nel Regno Unito lo scorso maggio», prosegue Vlaardingerbroek nel suo colloqui con la Verità, «mi hanno dato l’autorizzazione senza alcun problema, mentre oggi la ritirano senza spiegazioni perché, dicono, non sarei favorevole al bene pubblico. Si tratta di un’affermazione molto soggettiva e politica, decisa senza alcuna ragione. E non posso nemmeno fare appello».Da tempo l’attivista sostiene che il Regno Unito guidato da Keir Starmer, ed è difficile darle torto visti i numerosi arresti per «crimini di pensiero», abbia preso una piega illiberale «e questa comunicazione va proprio in questa direzione. Non ho commesso reati e non ho un passato criminale. Ho solo espresso la mia opinione e ora non sono più benvenuta in quel Paese», continua Vlaardingerbroek nel suo racconto alla Verità, che non ha paura a dire ciò che pensa. Del resto, gira il mondo proprio per diffondere le idee conservatrici. Lo scorso maggio, per esempio, era in Italia al Remigration summit di Gallarate per dire che l’immigrazione incontrollata in Europa sta facendo danni. Che i cittadini del Vecchio continente non ce la fanno più. Che sono esausti. Non a caso, per commentare la decisione del governo britannico contro di lei, Vlaardingerbroek cita gli irregolari: «Starmer non si fa alcun problema ad accogliere i clandestini criminali che possono arrivare senza che nessuno gli dica mai alcunché, io invece non posso entrare nel Regno Unito liberamente e devo chiedere il visto». Ma non solo. Eva nota che «il fatto che abbia parlato con Tommy Robinson di tornare in Inghilterra a maggio non è casuale. Penso che forse ci sono persone che ci ascoltano, che guardano quello che faccio sul telefono, e che quindi hanno deciso di intervenire». Una ricostruzione, questa, difficile ma non impossibile, considerato come il Regno Unito sia da tempo impegnato a soffocare ogni forma di dissenso. Se guardiamo le statistiche degli ultimi anni, notiamo per esempio che nel 2023 sono state arrestate 12.183 persone in applicazione della Section 127 del Communications Act 2003 e della Section 1 del Malicious Communications Act 1988, leggi obsolete pensate decenni fa per le chiamate telefoniche, che puniscono i messaggi «grossolanamente offensivi, indecenti, osceni o minacciosi» che vengono diffusi in rete. Definizioni molto vaghe che spesso portano innocenti in cella visto che meno del 10% degli arrestati è stato poi condannato.Il Paese dei diritti si trova così ad aver perso la sua anima. La sua libertà. E viene superato, con una beffa digitale, da Viktor Orbàn, che su X rilancia il post di Vlaardingerbroek e afferma: «Sarai sempre benvenuta in Ungheria». Uno caso bizzarro in cui sono gli autocrati, o presunti tali, a dimostrarsi più aperti dei difensori, ma solo a parole, della democrazia. Viviamo in un mondo interessante. O al contrario, come ha evidenziato qualcuno.
Catherine, la mamma della famiglia nel bosco, parla dopo mesi di silenzio e racconta la sua versione dei fatti. Ringrazia l'Italia e non rinnega le sue scelte di vita. E si dice pronta a tutto per i suoi figli.
Il Global Terrorism Index 2026 registra un calo di attacchi e vittime, ma segnala una minaccia più concentrata e letale. Africa epicentro del jihadismo, mentre in Occidente crescono i «lupi solitari» e la radicalizzazione giovanile.
Il terrorismo globale arretra nei numeri, ma evolve nella forma e nella distribuzione geografica, diventando più concentrato e potenzialmente più destabilizzante. È questa la principale conclusione del Global Terrorism Index 2026, che evidenzia una diminuzione significativa degli attacchi nel 2025 ma al tempo stesso segnala l’emergere di nuove dinamiche capaci di alimentare instabilità su scala internazionale. Nel corso dell’ultimo anno le vittime del terrorismo sono scese del 28 per cento, fermandosi a 5.582 morti, mentre gli attacchi sono diminuiti del 22 per cento, per un totale di 2.944 episodi registrati. Un miglioramento diffuso, con 81 Paesi che hanno visto ridurre l’impatto del terrorismo e solo 19 che hanno registrato un peggioramento.Dietro questo apparente calo si nasconde però una trasformazione profonda del fenomeno. Il terrorismo non scompare, ma si concentra in aree specifiche e assume forme più fluide. Oggi quasi il 70 per cento delle vittime si concentra in cinque Paesi: Pakistan, Burkina Faso, Nigeria, Niger e Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di contesti caratterizzati da instabilità politica, conflitti interni e debolezza istituzionale, dove gruppi armati riescono a operare con maggiore libertà sfruttando l’assenza di controllo statale.
Il cambiamento più evidente riguarda lo spostamento del baricentro del terrorismo globale verso il Sahel e l’Africa subsahariana. Oltre la metà delle morti legate al terrorismo si registra infatti in questa regione, dove la combinazione di fragilità statale, crisi economica e tensioni etniche favorisce l’espansione dei gruppi jihadisti. Negli ultimi anni il fenomeno si è progressivamente spostato dal Medio Oriente verso l’Africa, trasformando l’area saheliana nel principale laboratorio dell’estremismo violento. Questo spostamento ha implicazioni dirette anche per l’Europa, sia per la prossimità geografica sia per le rotte migratorie e commerciali che collegano le due sponde del Mediterraneo. A dominare la scena restano quattro organizzazioni principali: lo Stato Islamico, Jamaat Nusrat al-Islam wal Muslimeen, Tehrik-e-Taliban Pakistan e al-Shabaab. Questi gruppi sono responsabili complessivamente del 70 per cento delle vittime del terrorismo nel 2025, confermando il peso delle reti jihadiste transnazionali e la loro capacità di adattamento ai nuovi contesti operativi. Lo Stato Islamico, pur operando in meno Paesi rispetto al passato, resta l’organizzazione più letale, grazie a una struttura decentralizzata che permette di mantenere attive numerose affiliate regionali. In questo quadro emerge un dato significativo: il report non colloca Hamas tra i principali gruppi responsabili delle vittime globali. L’assenza del movimento palestinese dalla lista delle organizzazioni più letali non significa una riduzione del suo peso politico, ma riflette la metodologia dell’indice, che misura il terrorismo in base al numero di attacchi e di morti registrati a livello globale. Il rapporto evidenzia infatti come il fenomeno sia oggi dominato da gruppi attivi soprattutto in Africa e in Asia meridionale, mentre il Medio Oriente pesa meno nelle statistiche complessive, pur rimanendo strategicamente rilevante. Il Marocco si conferma tra i Paesi più sicuri al mondo secondo il Global Terrorism Index 2026, che inserisce il Regno nel gruppo delle nazioni con il più basso livello di minaccia terroristica su scala globale. In un contesto internazionale caratterizzato da persistenti focolai di violenza e da una crescente instabilità in diverse aree, Rabat si distingue per l’assenza di attentati registrati negli ultimi anni, risultato attribuito all’efficacia dell’azione svolta dai suoi apparati di sicurezza e al consolidamento di un solido sistema di prevenzione.
Il Pakistan è risultato il Paese più colpito dal terrorismo per la prima volta nella storia dell’indice, a causa della ripresa delle attività di gruppi armati legati ai talebani e delle tensioni lungo i confini con l’Afghanistan. Anche Nigeria e Repubblica Democratica del Congo hanno registrato un forte aumento delle vittime, mentre Burkina Faso, pur restando tra i Paesi più colpiti, ha segnato la riduzione più significativa nel numero di morti, con un calo del 45 per cento. Tuttavia, il report sottolinea che la diminuzione degli attacchi è stata accompagnata da una maggiore letalità, segno di operazioni meno frequenti ma più devastanti. Parallelamente cresce la preoccupazione per l’Occidente. Nel 2025 le morti legate al terrorismo nei Paesi occidentali sono aumentate del 280 per cento, un dato che riflette una serie di attacchi ad alta visibilità mediatica e spesso legati a individui radicalizzati autonomamente. Il fenomeno dei cosiddetti “lupi solitari” domina la scena: negli ultimi cinque anni il 93 per cento degli attacchi mortali in Occidente è stato compiuto da singoli individui, spesso difficili da individuare preventivamente dalle autorità.
Uno degli elementi più allarmanti riguarda la radicalizzazione giovanile. Bambini e adolescenti hanno rappresentato il 42 per cento delle indagini antiterrorismo in Europa e Nord America nel 2025, con un incremento triplo rispetto al 2021. Il tempo necessario per la radicalizzazione si è drasticamente ridotto e può avvenire nel giro di poche settimane, alimentato da propaganda online, algoritmi dei social network e contenuti estremisti facilmente accessibili. Il report evidenzia inoltre il ruolo sempre più centrale delle aree di confine. Oltre il 41 per cento degli attacchi avviene entro 50 chilometri da un confine internazionale e il 64 per cento entro 100 chilometri. Le zone di frontiera rappresentano spazi dove il controllo statale è limitato e dove i gruppi armati possono muoversi agevolmente tra diversi Paesi, sfruttando rivalità politiche e scarsa cooperazione tra governi. Questo fenomeno è particolarmente evidente nel Sahel, nel confine tra Afghanistan e Pakistan e nella regione tra Colombia e Venezuela.
Il documento menziona tuttavia Hamas in un contesto più ampio legato alle dinamiche regionali e alle reti di proxy. Il report sottolinea che l’escalation geopolitica, in particolare quella che coinvolge Iran, Stati Uniti e Israele, potrebbe aumentare il rischio di attacchi indiretti attraverso organizzazioni alleate, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi. Ciò significa che, pur non essendo tra i principali attori statistici, questi gruppi restano rilevanti sul piano strategico e potrebbero influenzare l’evoluzione della minaccia terroristica. Nel complesso, il Global Terrorism Index 2026 descrive una minaccia in trasformazione. Il terrorismo diventa meno diffuso ma più concentrato, meno strutturato ma più imprevedibile, meno legato a grandi organizzazioni e sempre più alimentato da reti decentralizzate e individui radicalizzati online. La diminuzione registrata nel 2025 potrebbe quindi rappresentare solo una pausa temporanea. L’evoluzione dei conflitti internazionali, l’instabilità delle regioni di frontiera e la crescente radicalizzazione giovanile suggeriscono che il rischio di nuove ondate terroristiche rimane elevato, con implicazioni dirette anche per l’Europa e l’Occidente.
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Marine Le Pen (Ansa)
Analizzando più attentamente i dati e pur tenendo presente che il voto locale ha sempre logiche proprie, potrebbero però emergere effetti contrastanti e indicazioni di una certa rilevanza anche in vista delle presidenziali previste nel 2027. La prima indicazione evidenzia che il secondo turno delle elezioni municipali francesi ha confermato l’avanzata del Rassemblement national sul piano nazionale, anche se non si è tradotta nella conquista delle principali grandi città, offrendo così letture discordanti in vista del voto del prossimo anno. Il Rassemblement non sfonda nei grandi centri urbani in presenza di un elettorato più giovane, più istruito, più globalizzato, mentre guadagna i favori di un elettorato periferico e rurale, evidenziando così che la frattura tra una Francia urbana e una Francia periferica è una frattura politica strutturale.
Il leader del Rassemblement national Jordan Bardella ha comunque rivendicato «la più grande svolta della sua storia», sostenendo che il partito ha acquisito «un forte slancio», spendibile nel prossimo futuro. La destra ha infatti ottenuto una vittoria significativa a Nizza e si è imposta in diverse città piccole e medie, soprattutto nel Sud del Paese, come Carcassonne, Agde e Mentone, aggiungendo questi risultati al successo del primo turno a Perpignan.
Secondo un sondaggio della società di ricerca Harris Interactive, Bardella resterebbe il favorito per il primo turno delle prossime presidenziali con il 35%, 17 punti sopra l’ex primo ministro Édouard Philippe. Tuttavia, e questa è la seconda indicazione, l’esito delle municipali ha mostrato la persistente difficoltà del Rassemblement national nei ballottaggi, dove si scontra con la tradizionale convergenza delle altre forze politiche per bloccarne l’ascesa. A Tolone, ad esempio, la candidata del partito Laure Lavalette, in vantaggio al primo turno, è stata superata al ballottaggio dalla sindaca conservatrice uscente José Massi. I risultati hanno premiato anche Philippe, rieletto a Le Havre, e acceso la competizione nel campo conservatore, dove i Repubblicani, pur rivendicando il ruolo di principale forza politica, appaiono ancora privi di una candidatura presidenziale unitaria. Nel complesso, il voto municipale consegna al Rassemblement national un rafforzamento territoriale e politico, ma al contempo, conferma anche che il partito di Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a incontrare forti resistenze quando si tratta di trasformare il consenso in vittorie decisive nei principali centri, dove affronta un «soffitto urbano» che può essere decisivo al secondo turno.
In questo quadro una terza indicazione emerge dall’esito elettorale di Nizza, che potrebbe configurarsi forse come un piccolo laboratorio per il resto del Paese. Da questa città infatti, la quinta della Francia, sono emersi equilibri tali da poter influenzare le prossime presidenziali. Le recenti esperienze hanno dimostrato che, quando al secondo turno arrivava una lista della destra, l’appello al cosiddetto Rassemblement republicain, l’alleanza trasversale delle altre forze politiche, bastava spesso ad orientare il voto. A Nizza questo non è avvenuto e una più ragionata politica delle alleanze ha permesso alla destra, con Eric Ciotti, di conquistare la città. Certo, e questo vale per tutti, è necessario non eccedere troppo nel considerare queste elezioni un «antipasto presidenziale», dal momento che il voto per i sindaci francesi rimane quello con maggiori implicazioni locali: sono gli stessi francesi a ritenerlo tale. Tuttavia, le indicazioni emerse invitano a un’attenta valutazione, mantenendo lo sguardo sulla Costa Azzurra, oggi più di ieri.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.