Con Enrica Perucchietti continuiamo l'esame dei documenti che svelano i legami fra una parte dell'establishment israeliano e le élite Usa, gettando una luce sinistra sul conflitto in corso. Davvero nel giro del faccendiere si facevano riti esoterici?
Hillary e Bill Clinton (Ansa)
- Al contrario di Hillary, Bill non può provare a negare di aver conosciuto il pedofilo: allora la butta sulla «breve frequentazione» interrotta non appena appreso dei crimini (di cui non aveva visto nulla...). Tutto poco credibile.
- Teodorani voleva presentargli Pilar Fogliati. L’attrice, che era a Sanremo, compare nei messaggi tra il nipote di Agnelli e il magnate.
Lo speciale contiene due articoli.
Durante l’audizione di giovedì al Congresso, Hillary Clinton ha dichiarato di non avere mai incontrato Jeffrey Epstein. Se è vero che la miglior difesa è l’attacco, l’ex segretaria di Stato e first lady americana ha invitato i rappresentanti a indagare su Donald Trump, chiamandolo a testimoniare sotto giuramento. «Non sono mai salita sul suo aereo, né ho mai messo piede nella sua casa», ha affermato. «Come qualsiasi persona normale, sono inorridita dai suoi crimini». Crimini di cui, giura, non sapeva niente. Di fronte a tante dichiarazioni e tanta sicurezza, dopo la lunga sessione con i deputati un giornalista le ha chiesto come mai nel 2010, due anni dopo la prima condanna di Epstein, al matrimonio della figlia Chelsea Clinton fosse presente Ghislaine Maxwell, l’ex compagna e principale complice del pedofilo, condannata nel 2022 a scontare 20 anni di carcere. E la risposta ha un che di deludente: «Era presente in quanto “più uno” di qualcun altro che era invitato».
Premio creatività: zero. I media statunitensi hanno raccontato, nei giorni precedenti alla convocazione, di ore e ore spese dai coniugi Clinton, in parte separati e in parte insieme, per prepararsi alle dure domande dei deputati americani. E il massimo che sono riusciti a partorire, per una foto che accende sospetti oltremodo legittimi, è la scusa secondo cui la Maxwell fosse presente alle nozze come accompagnatrice di un altro invitato? Come se al matrimonio della figlia di un ex presidente degli Stati Uniti la lista dei presenti non fosse meticolosamente controllata, vagliata, approvata? Sarebbe una scusa ridicola in ogni caso, ma qui emerge con squisita evidenza l’opinione che l’élite liberal ha di noi: ci pensano stupidi.
Che Hillary non conoscesse Epstein, d’altra parte, è già di per sé poco credibile. In un’email del 2012 tra il faccendiere e Nina Keita, nipote del presidente ivoriano Alessane Outtara, emerge che il primo chiese di spostare l’appuntamento programmato con Outtara proprio per non incrociare la Clinton in viaggio, quegli stessi giorni, in Costa D’Avorio. «Immagino tu la conosca molto bene», scrive la donna. Epstein non smentisce e risponde: «Non voglio esser lì lo stesso giorno di Hillary». Nel 2013 Olivier Colom, ex consigliere di Nicolas Sarkozy all’Eliseo (2007-2012) e poi consulente internazionale per la banca Edmond de Rothschild, chiede al finanziere di organizzare un incontro segreto a New York tra Hillary Clinton e Sarkozy. Epstein non nega di conoscerla ma replica: «Gli incontri con Hillary non è facile che siano discreti. Quando?». Nel 2011, un dipendente della Bill & Melinda Gates Foundation gli scrive: «Hillary Clinton è molto più carina di persona». Epstein, che collezionava amicizie coi potenti, non fa cenno di essere interessato.
Ancora, nel 2013, Epstein viene invitato a un evento al Moma cui partecipa «l’ex segretario di Stato Hillary Rodham Clinton», ma la segretaria risponde che «Jeffrey è fuori città». Stesso copione nel 2014, questa volta a un evento all’Harvard Club, ma Epstein ancora declina l’invito. L’anno successivo, l’attuale segretario al Commercio Howard Lutnick, sodale di Trump con un passato da democratico, lo invita a una raccolta fondi «molto intima» con Hillary. Insomma, Jeffrey Epstein interloquiva con tutto l’universo mondo delle élite globali, in passato frequentava regolarmente suo marito, ma non ha mai incontrato Hillary Clinton né era interessato a farlo? Non sembra verosimile.
Tutte questi inviti, tutte queste email, comunque, risalgono a dopo la condanna di Epstein del 2008. Così come lo scambio del 2018 (un anno prima dell’arresto) tra il faccendiere e Kathy Ruemmler, ex consigliera di Barack Obama appena dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs: «Pensi che a Bill Clinton piacerebbe unirsi a te, me, Ehud (Barak, ex primo ministro israeliano, ndr) e Steve (probabilmente Bannon, ndr)? Potrebbe essere molto divertente, tutto lontano dei riflettori», chiede Epstein. Ruemmler (che conosceva bene i Clinton) risponde con ironia, sostenendo che Bill sarebbe stato tentato ma il legale glielo avrebbe impedito: «Anche se gli piacerebbe, il suo avvocato gli consiglierebbe di non farlo», sono le parole precise. Un’altra mail a Epstein del 2009, più datata ma successiva alla sua prima condanna, recita: «Sono appena uscita da casa di Ghislaine... dopo la festa per il film. C’erano Bill Clinton e Jeff Bezos... Jean Pigozzi, la regista Mira Nair... ecc.». Il mittente è Peggy Siegal, addetta stampa e organizzatrice di eventi che collaborava con il faccendiere. Frequentare Epstein o frequentare la Maxwell, in termini di indignazione per i loro crimini, non faceva alcuna differenza: l’unica vera differenza è che, grazie all’accordo di non perseguimento raggiunto da Epstein a livello federale nel 2008, sulla compagna e complice non gravava alcuna indagine, ma il suo ruolo come principale reclutatrice di ragazze era ben noto. Tant’è vero che, nel 2022, è stata pesantemente condannata.
Quindi Bill Clinton, audito ieri dal Congresso, nel 2009 era a una festa con Maxwell. «So quello che ho fatto e ancora più importante quello che non ho fatto. So quello che ho visto e ancora più importante quello che non ho visto», ha dichiarato ai deputati l’ex presidente. «Non ho visto nulla e non ho commesso nulla di male», ha spiegato: «Non avevo idea dei suoi crimini». Eppure, nel 2009 un’idea ce la doveva avere per forza.
Nei primi anni Dieci, quando Epstein veniva continuamente invitato a eventi con la moglie, una condanna (per quanto infinitamente blanda rispetto ai crimini commessi) era già tata emanata. «Essendo cresciuto in una famiglia in cui si verificavano abusi domestici», ha dichiarato l’uomo di cui sono noti al mondo almeno due tradimenti alla moglie (ma diverse altre donne hanno denunciato molestie), «non solo non sarei salito sul suo aereo se avessi avuto la minima idea di cosa stesse facendo, ma lo avrei denunciato io stesso e avrei guidato la richiesta di giustizia per i suoi crimini, non per accordi vantaggiosi». «Le vittime», ha aggiunto, «non solo meritano giustizia, ma meritano di guarire». «La mia breve conoscenza con Epstein», ha ribadito, è «terminata anni prima che i suoi crimini venissero alla luce»: eppure nel 2009 è certo frequentasse la Maxwell. Durante la «breve conoscenza», inoltre, Epstein fu tra coloro che concepì la Clinton Global Initiative, l’organizzazione filantropica dell’ex presidente a cui il faccendiere fece anche donazioni. Così come verso denaro alla campagna senatoriale di Hillary Clinton (senza conoscerla chiaramente, fiducia incondizionata). Ma, prima ancora, visitò la Casa Bianca almeno 17 volte durante la presidenza di Bill. Una conoscenza breve, ma sicuramente concentrata nei periodi giusti.
Teodorani voleva presentargli Pilar Fogliati
Nella fitta corrispondenza tra Jeffrey Epstein ed Eduardo Teodorani Fabbri emerge il tentativo del nipote di Gianni Agnelli di presentargli l’attrice italiana Pilar Fogliati. Il tutto - lo ha spiegato lei - all’insaputa della diretta interessata, che si è ritrovata citata nelle carte.
Il tenore delle comunicazioni tra i due uomini è evidente, con Teodorani che descriveva al finanziere l’ambiente dei suoi business lunch: «Domani pranzo con il mio amico Mark Getty, pieno di figa». E sembra che Teodorani si spingesse a fare anche qualche raccomandazione. Nel 2017 inoltrò a Epstein un’email che ricevette da Erica Alessandri, figlia del fondatore di Technogym, inerente alla sua candidatura all’Hbs (Harvard business school). Teodorani scrive a Epstein: «Questa è la ragazza di cui ti parlavo. Parliamo quando hai letto l’email qui sotto».
Ma Epstein chiedeva al nipote di Agnelli pure se conoscesse la donna di cui era ossessionato. È già noto, infatti, che il pedofilo avesse fatto di tutto per incontrare la modella e attrice italiana Chiara Baschetti, la quale gli ha sempre rifilato il due di picche non rispondendo ai suoi messaggi e rifiutando qualsiasi incontro. Ma i tentativi di Epstein per conoscerla si erano estesi anche a Teodorani. «Conosci Chiara Baschetti?» gli chiede Epstein il 10 aprile del 2015 aggiungendo il link di un sito per modelle, probabilmente per mostrargli chi fosse. «Non ancora», risponde l’imprenditore italiano.
E Teodorani, qualche anno più tardi, voleva presentare a Epstein l’attrice italiana Pilar Fogliati. Il suo nome compare in un messaggio inviato da Teodorani al pedofilo il 23 giugno 2018: «Maestro è meglio domattina perché Davina non sta bene e preferisco non lasciarla da sola. Controlla questa ragazza che voglio presentarti, Pilar Fogliati. Ci vediamo domani».
L’attrice, che è stata co-conduttrice nella seconda serata del Festival di Sanremo mercoledì, non si è voluta esprimere in merito. Ha solamente dichiarato: «Ho avuto i brividi quando ho letto la notizia. Non voglio nemmeno sapere come ci sono finita là dentro. Preferirei non parlarne».
Forse un’occasione persa per il Festival della canzone italiana. Il palco, usato più volte come megafono di messaggi femministi, poteva accendere i riflettori sul caso, denunciando quanto le donne siano state trattate come meri oggetti di squallide fantasie sessuali, nel migliore dei casi. Invece restano le solite sterili polemiche, relegate alla sala stampa, sulla lotta al patriarcato delle Bambole di pezza o sulle poche presenze femminili in gara.
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Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La corrispondenza tra l’orco e Teodorani, figlio della sorella dell’Avvocato, parte almeno dal 2010, due anni dopo la prima condanna del magnate. Il quale, oltre a sapere in anticipo maxi operazioni di Exor e commentare insieme ragazze, di lui diceva: «È uno di noi».
Jeffrey Epstein era ovunque. Aveva senz’altro una comprovata e stabile frequentazione con i massimi livelli del potere politico, economico e accademico statunitense, ma la sua rete raggiungeva anche l’Europa, l’Asia e perfino l’Africa (si parla di legami con figure vicine ai leader di Senegal e Costa d’Avorio). Per ora, al di fuori degli Usa, sono cadute teste nel Regno Unito, dove è indagato addirittura un reale, in Francia, negli Emirati Arabi Uniti, in Slovacchia, in Norvegia e in Svezia. Esiste, tuttavia, anche un filone italiano dello scandalo. E, come in tutti gli altri casi, porta proprio al centro del potere economico del Paese: la famiglia Agnelli-Elkann, la loro holding (Exor) e la loro ricchezza.
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
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Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La corrispondenza tra l’orco e Teodorani, figlio della sorella dell’Avvocato, parte almeno dal 2010, due anni dopo la prima condanna del magnate. Il quale, oltre a sapere in anticipo maxi operazioni di Exor e commentare insieme ragazze, di lui diceva: «È uno di noi».
Jeffrey Epstein era ovunque. Aveva senz’altro una comprovata e stabile frequentazione con i massimi livelli del potere politico, economico e accademico statunitense, ma la sua rete raggiungeva anche l’Europa, l’Asia e perfino l’Africa (si parla di legami con figure vicine ai leader di Senegal e Costa d’Avorio). Per ora, al di fuori degli Usa, sono cadute teste nel Regno Unito, dove è indagato addirittura un reale, in Francia, negli Emirati Arabi Uniti, in Slovacchia, in Norvegia e in Svezia. Esiste, tuttavia, anche un filone italiano dello scandalo. E, come in tutti gli altri casi, porta proprio al centro del potere economico del Paese: la famiglia Agnelli-Elkann, la loro holding (Exor) e la loro ricchezza.
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
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Peter Mandelson (Ansa)
Il premier Keir Starmer tentenna per il rilascio delle email tra il diplomatico e il pedofilo.
Arrestato e subito rilasciato (su cauzione). È andata così per Peter Mandelson, l’ex ministro e ambasciatore britannico negli Stati Uniti che lunedì era stato arrestato con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica, per aver condiviso documenti riservati con il faccendiere pedofilo Jeffrey Epstein.
La stessa accusa che peraltro aveva portato all’arresto del coronato Andrea Mountbatten-Windsor, terzogenito della regina Elisabetta II e fratello dell’attuale sovrano inglese, re Carlo III (ça va sans dire, anche il principe è stato rilasciato su cauzione). «La condotta illecita nell’esercizio di una carica pubblica è un reato di Common Law, il che significa che non esiste una definizione in una legge del Parlamento», spiega Robert Hazell, professore di scienze politiche e diritto costituzionale presso l’University College di Londra.
«La pena massima è l’ergastolo. Tuttavia, nessuno è mai stato condannato a una pena detentiva così lunga. Le pene tipiche» in questi casi «vanno dai due ai cinque anni di reclusione». Dopo l’interrogatorio, il settantaduenne - già ministro durante i governi di Tony Blair e Gordon Brown, nonché ex commissario europeo per il Commercio - è stato rilasciato in attesa di ulteriori accertamenti, secondo le autorità britanniche. Nelle settimane scorse il caso Mandelson ha esercitato forte pressione sullo stesso primo ministro Keir Starmer, che lo aveva nominato ambasciatore del Regno Unito a Washington nel dicembre 2024. Il primo ministro ha ammesso di essere a conoscenza - come ampiamente riportato dai media - dei contatti tra Mandelson ed Epstein dopo l’incarcerazione di quest’ultimo nel 2008 per reati sessuali su minori, mentre il governo britannico prevede ora di iniziare a pubblicare i documenti relativi al caso.
Ma, stando a quanto riferisce il Telegraph, i documenti chiave sul dossier Mandelson potrebbero essere resi pubblici solo dopo che il premier avrà lasciato il 10 Downing Street, ossia quando il suo mandato sarà terminato. Il quotidiano britannico riferisce che, sebbene una prima tranche dei Mandelson files, circa 100.000 documenti, sia attesa all’inizio di marzo, parte delle email resterà riservata perché ancora oggetto di indagini di polizia. Il segretario capo di Downing Street, Darren Jones, ha spiegato alla Camera dei Comuni che una «sottosezione» dei documenti non può essere pubblicata finché l’inchiesta è in corso. Le email riguarderebbero tre quesiti, tra cui il motivo per cui Mandelson avrebbe mantenuto i contatti con l’ex finanziere Epstein, morto in carcere nel 2019 dopo la condanna per pedofilia e traffico sessuale. Proprio a questo proposito, la deputata repubblicana per la Carolina del Sud, Nancy Mace, ieri ha pubblicato un brevissimo ma inequivocabile post su X: «Non siamo convinti che Epstein si sia suicidato».
Per quel che riguarda il caso Andrea, lo speaker della Camera dei Comuni ha da parte sua autorizzato un dibattito pubblico in aula, oltre a quello già previsto alla commissione Commercio, malgrado la prassi in base alla quale il Parlamento non discute mai della casa reale - salvo circostanze eccezionali - per evitare pubblici conflitti fra istituzioni.
Prassi che in questo frangente non è tuttavia ritenuta valida poiché l’ex duca di York è stato escluso da ogni ruolo pubblico di rappresentanza della monarchia fin dal 2022 in seguito allo scandalo che lo implicava insieme a Epstein.
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