Ed è solo l’inizio. Il rilascio massivo da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ) di 3,5 milioni di file, 2.000 video e 180.000 foto sul caso Jeffrey Epstein, il finanziere condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, sta scatenando un terremoto a livello globale, non soltanto negli Usa ma anche nel Regno Unito, dove ieri lord Peter Mandelson, settantaduenne ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti, si è dimesso dal partito laburista, di cui è stato una figura chiave negli ultimi decenni, dopo che per la stesa vicenda si era dovuto dimettere, l’anno scorso, da ambasciatore.
Mandelson è stato nuovamente travolto dalle rivelazioni a scoppio ritardato (il termine del DoJ per pubblicare i files era scaduto il 19 dicembre) sulle strette frequentazioni di un tempo con il faccendiere-pedofilo, grande finanziatore del partito democratico, morto suicida in carcere nel 2019. Sui giornali inglesi di ieri campeggiava la foto di Mandelson in mutande accanto a una donna nella residenza parigina di Epstein, ma sono le rivelazioni sugli affari tra i due a essergli costati la carriera. Ci sono infatti le prove che il faccendiere abbia consegnato denaro a Lord Mandelson e al suo partner, Reinaldo Avila da Silva. Gli estratti conto bancari presenti nei file di Epstein e rilasciati dal DoJ indicano che dal 2003 al 2004 il finanziere ha versato 75.000 dollari (54.750 sterline) a Mandelson e il suo compagno ha percepito da Epstein 10.000 sterline per un corso di osteopatia.
Non è tutto: nei file desecretati ci sono anche le prove che Mandelson nel 2009 abbia dato suggerimenti a Epstein su come la banca d’investimento JP Morgan avrebbe potuto fare pressioni sul governo - di cui Mandelson faceva parte - perché modificasse una legge che introduceva una supertassa sui bonus dei banchieri: semplice, «minacciando velatamente» l’allora ministro delle finanze Alistair Darling. L’ambasciatore uscente, insomma, non era un comprimario: ai tempi della condanna di Epstein nel 2008 gli ha scritto incoraggiandolo a «combattere» e chiamandolo allusivamente «best pal», migliore amico. «Queste email mostrano una relazione più ampia e profonda fra Mandelson ed Epstein di quanto non sapessimo al tempo della sua nomina», ha scritto il Foreign Office ieri, ma il premier laburista Keir Starmer ha tentato inopinatamente di difendere Mandelson in Parlamento fino all’ultimo.
Nel grande calderone delle email che circolano all’impazzata sui social ce n’è anche una che riguarda l’ex consigliere di Donald Trump, Steve Bannon, e il leader della Lega Matteo Salvini: «Sono concentrato a raccogliere fondi per Le Pen e Salvini in modo che possano candidarsi con liste complete», aveva scritto Bannon a Epstein nella primavera del 2019 ma, come noto, la Lega non ha avuto alcuna sovvenzione. «La Lega non ha mai chiesto né percepito finanziamenti», ha reso noto ieri il partito, «siamo di fronte a gravi millanterie, un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla). La Lega si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi». «Fatemi capire», ha puntato il dito il senatore leghista Claudio Borghi, membro del Copasir, «quelli dei partiti che davvero ricevevano soldi da Soros per fare con successo una rete globalista pro immigrati oggi si indignano perché, cosa nota a tutti, Bannon tentò senza successo di fare una rete sovranista anti immigrazione (e non ha mai pagato nulla)?».
Il più acceso sostenitore della pubblicazione degli Epstein files resta comunque Elon Musk: il patron di Tesla, Starlink e X sta pubblicando sul suo account diverse email che coinvolgono personaggi pubblici a cominciare da Bill Gates. In un messaggio, Epstein accusa il fondatore di Microsoft di aver contratto una malattia venerea dopo aver intrattenuto rapporti con escort russe. Le mail, che compromettono definitivamente la sua immagine pubblica, non sono del resto una novità: è stata la stessa moglie di Gates, Melinda (a cui il magnate avrebbe addirittura somministrato medicine di nascosto), ad aver dichiarato pubblicamente di aver chiesto il divorzio dal marito dopo aver saputo dei suoi rapporti con Epstein e dei numerosi tradimenti.
Anche Musk aveva scritto a Epstein chiedendogli se nella sua isola ci fossero feste ma, ha ribadito l’imprenditore, «nessuno ha insistito più di me affinché i file venissero resi pubblici, ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti, ma ero ben consapevole che alcune email avrebbero potuto essere male interpretate e usate dai detrattori per infangare il mio nome. Non mi interessa, ciò che mi interessa è che si cerchi di perseguire coloro che hanno commesso gravi crimini, soprattutto lo sfruttamento atroce di ragazze minorenni». E mentre la Camera americana si prepara a votare domani sull’accusa di oltraggio al Congresso per Bill e Hillary Clinton, che potrebbe portare l’ex coppia presidenziale in carcere fino a 12 mesi per essersi rifiutata di testimoniare sul caso, l’ultimo, ma non meno importante, a dire la sua sulla vicenda Epstein è stato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha annunciato querela contro il presentatore dei Grammy Awards, Trevor Noah, per aver scherzato sulla sua frequentazione sull’isola degli orrori: «Non ci sono mai stato», assicura. «Tieniti pronto, Noah, mi divertirò con te», ha avvertito il presidente. Mai quanto si sono divertiti i detrattori di Asia Argento a leggere, in una email mandata da Woody Allen a Epstein, che l’attrice è stata definita dal cineasta «feccia».



